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EDTP: trattamento per l’ ansia e la depressione nei bambini

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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

I problemi emotivi nell’infanzia sono comuni, una percentuale tra l’ 8 e il 22 % dei bambini soffre di ansia, spesso in combinazione con altre patologie come la depressione.

Due psicologi ricercatori della University of Miami (UM) hanno analizzato l’efficacia di un intervento chiamato Emotion Detectives Treatment Protocol (EDTP) nel trattare sintomi ansiosi e depressivi in bambini e adolescenti.

L’ EDTP risulta dall’adattamento di due protocolli di trattamento sviluppati per adulti e adolescenti, noti come Unified Protocols. Il programma prevede:

• l’applicazione di tecniche, appropriate a ciascuna età, che educhino alle emozioni e alla loro gestione, 

• lo sviluppo di strategie per la valutazione delle situazioni,

• lo sviluppo di abilità di problem solving, 

• l’attivazione comportamentale (una tecnica per ridurre la depressione)

• la formazione dei genitori rispetto al problema

Il trauma nei bambini: l’approccio Trauma-Focused TF-CBT #2. - ©-ambrozinio-Fotolia.com
Articolo Consigliato: Il trauma nei bambini: l’approccio Trauma-Focused TF-CBT #2

Nello studio in questione, 22 bambini dai 7 ai 12 anni con una diagnosi principale di disturbo d’ansia e problemi secondari di depressione, hanno partecipato ad un ciclo di 15 incontri di terapia di gruppo a cadenza settimanale di EDTP. I risultati preliminari, come riportato dai bambini e dai loro genitori, mostrano una significativa riduzione della gravità di ansia e depressione a seguito del trattamento. Infatti, a fine trattamento, 14 dei 18 partecipanti che hanno completato il protocollo, non soddisfacevano più i criteri per il disturbo d’ansia. Inoltre, tra coloro che hanno ricevuto una diagnosi di disturbo depressivo prima del trattamento, (5 su 22), uno solo ha continuato a soddisfarne i criteri anche dopo il trattamento.

I risultati fanno sperare che l’EDTP possa essere una risposta adeguata nel trattamento combinato di sintomi ansiosi e depressivi nei bambini; questo è un dato importante considerando che ricerche precedenti hanno dimostrato che i sintomi depressivi tendono a indebolire la risposta al trattamento per i disturbi d’ansia.

Il passo successivo sarà condurre uno studio randomizzato controllato che metta a confronto l’EDTP con un altro protocollo di trattamento di gruppo per il disturbo d’ansia.

 

BIBLIOGRAFIA: 

Psicoterapia: Accertare e Ristrutturare le Credenze Centrali

 

– LEGGI LA MONOGRAFIA DI STATE OF MIND SUL DISPUTING – 

Accertare le credenze centrali. - Immagine: © Olivier Le Moal - Fotolia.comL’accertamento può avvenire in maniera del tutto naturale, laddove il paziente esprima spontaneamente una delle cosiddette credenze centrali durante la seduta, mentre si discute un problema specifico.

 

Durante una seduta F. P. stava descrivendo i suoi problemi con la sua fidanzata. Egli era tormentato dal dubbio che la sua storia d’amore potesse concludersi, che la sua fidanzata potesse disamorarsi di lui, o perfino che lui potesse disamorarsi, per tutte le svariate ragioni che possono emergere durante una relazione. Discutendo il problema, a un certo punto il paziente esclamò, come se avesse avuto una improvvisa illuminazione: “Ma allora nella vita non c’è certezza!”.

 

Questo paziente arrivò ad esprimere, quindi, una delle credenze centrali, che è l’intolleranza dell’incertezza. Nel prosieguo della seduta, il terapeuta colse al volo la frase del paziente, e lo invitò a svilupparla. Perché era un problema l’incertezza? Cosa c’era da temere nell’incertezza del mondo? I timori vennero da lui spiegati in termini d’intollerabilità della incertezza del mondo, degli eventi, delle relazioni. Un evento incerto, un evento di cui non si conosce l’esito, di cui non si sa come vada a finire, è per definizione un evento minaccioso. Oppure, in termini meno generici e simbolici: “non conoscere in anticipo l’esito di una catena di eventi significa convivere con l’intollerabile dubbio che le cose possano andare male“.

 

Ma quali sono queste credenze centrali?

Ristrutturare le credenze centrali. Immagine: © iQoncept - Fotolia.com
Articolo consigliato: Ristrutturare le credenza centrali.

1. Timore sproporzionato di un danno e tendenza a previsioni negative o pensiero catastrofico, definibile come la tendenza da parte del soggetto ansioso a prevedere una più larga gamma di conseguenze negative rispetto ai soggetti non ansiosi a partire dalle situazioni quotidiane e a concepire il pericolo insito in queste possibilità negative come sostanzialmente inevitabile, irresistibile e irreparabile.

2. Timore dell’errore o perfezionismo patologico, definibile come la tendenza a sottolineare piuttosto gli errori e le imperfezioni presenti nei compiti eseguiti che i risultati positivi, e a temere e prevedere che queste imperfezioni conducano inevitabilmente  a conseguenze negative e catastrofiche.

3. Intolleranza dell’incertezza, definibile come la tendenza a pensare di non poter sopportare emozionalmente il fatto di non conoscere perfettamente tutti i possibili scenari ed eventi futuri, di non poter sopportare il dubbio che tra i possibili avvenimenti futuri ve ne possano essere alcuni negativi, anche nel caso che tale possibilità sia molto bassa, oppure a temere che, qualora vi siano delle possibilità negative in un certo scenario, saranno queste che inevitabilmente o tendenzialmente si realizzeranno.

4. Autovalutazione negativa, definibile come la tendenza a prevedere scenari catastrofici derivanti direttamente da una valutazione negativa sia delle proprie capacità pratiche (autovalutazione negativa prestazionale) che delle proprie capacità di autocontrollo emotivo e di recupero nelle situazioni di difficoltà e di stress (autovalutazione negativa di debolezza, fragilità).

5. Bisogno di controllo, definibile come lo strenuo perseguimento e ricerca da parte del soggetto ansioso della illusione di certezza assoluta che egli possa impedire che si avverino tutte le possibilità negative da lui stesso costantemente temute e previste nel rimuginio attraverso il monitoraggio e la manipolazione continui di alcuni aspetti e parametri della realtà esterna e/o interna (ad esempio il peso, il cibo e/o l’indice di grasso corporeo nei disturbi alimentari; i pensieri intrusivi o l’ordine esterno nel disturbo ossessivo compulsivo, ecc.).

6. Intolleranza delle emozioni, definibile come la tendenza a interpretare ogni stato emotivo intenso, perfino positivo (gioia, felicità, soddisfazione) come disagevole e negativo, o perché ritenuto prova del vicino incombere di eventi dannosi o catastrofici, o per una convinzione di debolezza, fragilità interiore, di incapacità di sopportare questi stati d’animo.

Salkovskis- l’equazione dell’ansia nel disputing - Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com
Articolo consigliato: Salkovskis- l’equazione dell’ansia nel disputing.

7. Un senso eccessivo di responsabilità (inflated responsibility), definibile come la tendenza ad aggiungere alla interpretazione della realtà e degli eventi in termini negativi la valutazione di se stessi come primi responsabili dello scenario negativo.

 

La ristrutturazione delle credenze centrali

Una volta accertate, le credenze centrali vanno anch’esse ristrutturate. Per fare questo l’equazione dell’ansia di Salkovskis, ridefinita in termini più generali, può essere ancora una volta utilizzata. Ogni credenza ha una tecnica di ristrutturazione preferibile.

Il pensiero catastrofico, cioè la valutazione negativa dell’intera realtà, va ristrutturata sostanzialmente ridefinendo i criteri utilizzati dal paziente per le sue aspettative negative. Il soggetto deve essere indotto a soppesare criticamente l’evidenza, le prove di fatto che sosterrebbero le sue aspettative negative.

In che senso il mondo è pericoloso? Rifacendo il percorso in senso inverso, dalla credenza generale agli eventi temuti particolari, quali pericoli teme davvero il soggetto? E, una volta individuati questi eventi, quanto sono davvero pericolosi, nei termini sopracitati della gravità, probabilità, sopportabilità e rimediabilità? Questo intervento è stato definito come operazione di valutazione, soppesamento delle prove di fatto (weighing the evidence) che sostengono la credenza della pericolosità del mondo.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Ansia e Telomeri: fattori di rischio per l’invecchiamento precoce

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Secondo un nuovo studio condotto dai ricercatori del Brigham and Women Hospital (BWH) una comune forma di ansia, nota come ansia fobica, sarebbe un possibile fattore di rischio per l’invecchiamento precoce; i ricercatori ne hanno infatti scoperto l’associazione a telomeri più corti del normale, nelle donne di mezza età e anziane.

I telomeri sono composti da sequenze ripetute di DNA che si associano a diverse proteine, si trovano alle estremità dei cromosomi e hanno un ruolo determinante nell’evitare la perdita di informazioni durante la duplicazione dei cromosomi; se non ci fossero i telomeri ogni replicazione del DNA comporterebbe una significativa perdita di informazione genetica. Diversi studi hanno dimostrato che il progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni ciclo replicativo è associato all’invecchiamento cellulare. Telomeri più corti sono stati inoltre associati ad un aumentato rischio di tumori, malattie cardiache, demenza e mortalità.

In questo ampio studio trasversale i ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da 5.243 donne, di età compresa tra i 42 e i 69 anni, per analizzare la lunghezza dei telomeri; tutte le partecipanti hanno anche compilato questionari self-report per rilevare la presenza di sintomi fobici.

Secondo i risultati, alti livelli di ansia fobica risultano significativamente associati a telomeri più corti; inoltre la differenza di lunghezza dei telomeri nelle donne altamente fobiche rispetto a quelle non fobiche era simile a quella osservata in donne in donne con 6 anni di più.

Olivia Okereke, autrice dello studio, sottolinea come i risultati mostrino chiaramente una connessione tra una comune forma di stress psicologico, l’ansia fobica e un meccanismo plausibile per l’invecchiamento precoce, ma anche come non sia ancora possibile dimostrare quale dei due problemi preceda l’altro, l’ansia o telomeri più corti? I risultati aprono la strada ad ulteriori studi prospettici.

LEGGI ANCHE: Telomeri e Psicoterapia – Cellule Staminali: nuovo passo avanti, restaurando telomeri. 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Conclusione del Primary Training all’ Albert Ellis Institute – #3

 

Conclusione del Primary Training all’Albert Ellis Institute – Parte 3  

Cronache da New York:  PARTE1PARTE2 

Conclusione del Primary Training all’ Albert Ellis Institute – Day 3 - Immagine: therealdeal.comConcluso il Primary training nella Rational Emotive and Behavior Therapy (REBT) all’Istituto Albert Ellis di New York ci prendiamo 3 giorni di riposo prima di iniziare l’Advanced training. Durante la pausa ripensiamo a ciò che abbiamo imparato e ci concediamo un intermezzo psicodinamico, assistendo a una supervisione di Otto Kernberg nel suo studio privato al 23esimo piano di un grattacielo sulla Madison Avenue. Ma di questo parleremo in un altro articolo.

Per ora cerchiamo di riassumere quel che abbiamo imparato all’Ellis Institute. Il Primary training nella REBT ha chiarito alcuni aspetti che dai libri non sono sempre chiari. Ripetiamoli rapidamente.

 

1) È importante definire con esattezza le situazioni problematiche in cui si manifesta la sofferenza, i cosiddetti “critical A” degli ABC. Un “critical A” è una situazione ben definita, un episodio definito nello spazio e nel tempo, preferibilmente l’episodio di maggiore sofferenza o quello meglio ricordato o l’ultimo avvenuto. Non è solo un evento, ma è già anche uno stato mentale pieno di pensieri di tipo descrittivo e valutativo che non sono ancora i B, i pensieri irrazionali per eccellenza, che sono solo le 4 classi descritte da Ellis.

 

Friday Night Live all’ Albert Ellis Institute – Day 2
Articolo consigliato: Friday Night Live all’ Albert Ellis Institute – Day 2

2) Le emozioni negative, ovvero i “C” non sono intrinsecamente disfunzionali, anzi. Semmai esistono formulazioni disfunzionali delle emozioni negative. Depressione invece che tristezza. Ansia invece che preoccupazione (concern). Stati disfunzionali paralizzanti invece che stati negativi ma in grado di promuovere l’azione. L’obiettivo è proprio arrivare a provare emozioni negative funzionali e tollerabili.

 

3) Tra le 4 categorie di pensiero irrazionale la doverizzazione (ovvero la convizione che le cose devono, “must”, avvenire solo in una certa maniera o si devono fare solo in una certa maniera) genera le altre 3: la terribilizzazione (ovvero la convizione che le cose andranno in maniera disastrosa), l’intolleranza della frustrazione e l’auto-svalutazione. La domanda chiave con la quale un terapeuta REBT inizia l’accertamemto delle convinzioni irrazionali è “qual è la cosa che pensi assolutamente di dover fare in questa situazione di cui discutiamo?” oppure “qual è la cosa che pensi dovrebbe assolutamente avvenire o qual è il modo in cui pensi che dovrebbe assolutamente svolgersi questa situazione di cui discutiamo?

 

4) L’esito funzionale è preferibilmente quello della tolleranza della frustrazione (elegant solution) piuttosto che quello della sdrammatizzazzione dei terribili esiti temuti dal paziente (inelegant solution). Il terapeuta REBT in un certo senso dice al paziente “sai una cosa? Queste cose che ti preoccupano tanto potrebbero avvenire davvero. Piuttosto che rimuginare su come evitarle, vediamo come possiamo tollerare questa possibilità”.

 

TAPP (Talking About a Personal Problem): la conversazione guidata intorno ad un problema personale #2

 

–  LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO – 

TAPP (Talking About a Personal Problem): la conversazione guidata intorno ad un problema personale #2. - Immagine: © Nejron Photo - Fotolia.comLa TAPP, Talking About a Personal Problem (Lenzi, Bercelli, 2010), si compone di cinque sezioni, che definiscono le strategie seguite dal terapeuta per raccogliere informazioni e aiutare il paziente a trasformare il problema presentato in una narrativa personale evolutivamente orientata, in grado cioè di attivare nell’individuo le risorse necessarie a conseguire uno stato di maggior benessere.

La descrizione del problema comprende la richiesta di informazioni biografiche, una domanda tematica di apertura con cui individuare il tema della conservazione e introdurre una prima ipotesi valutativa del terapeuta in merito al tema stesso, alcune domande di precisazione semantica utili per chiarire il significato attribuito dal paziente ad alcune parole usate comunemente, domande di precisazione sui fatti e una domanda di elaborazione integrativa il cui scopo e’ stimolare il paziente a formulare una versione sintetica del problema.

Nella fase di ricostruzione storica e di indagine sul repertorio attuale del problema, il terapeuta si focalizza su alcuni contenuti fondamentali della narrativa personale: l’esordio della problematica, il contesto di vita contemporaneo alla sua insorgenza, la sua evoluzione fino al momento attuale e i passaggi significativi che hanno contraddistinto tale sviluppo, il racconto del profilo attuale del problema nei diversi contesti in cui e’ osservabile, l’approfondimento dei processi tipici con cui si innescano e si delineano le vicende oggetto di indagine, la descrizione dei loro antefatti e delle loro conseguenze, la ricerca e il riconoscimento dei fattori interni ed esterni.

La conversazione guidata intorno ad un problema personale - parte prima - Immagine: © freshidea - Fotolia.com
Articolo consigliato: La conversazione guidata intorno ad un problema personale #1

Quando, invece, il paziente procede alla rievocazione degli episodi caratteristici, il terapeuta lo aiuta a demarcare meglio il formato e la sequenza degli eventi, a recuperare le circostanze contestuali necessarie per definire in modo più preciso l’ambiente nel quale si e’ verificata l’azione, a generare una sequenza dei fatti più attenta agli aspetti realmente significativi – non di rado il paziente ha elaborato nel corso della propria vita una narrazione degli episodi problematici nella quale vengono dimenticati o tralasciati i contenuti che potevano consentirgli di interpretare diversamente l’esperienza – e infine ad elaborare un resoconto sulla natura e sulle caratteristiche del vissuto soggettivo sperimentato durante gli episodi problematici.

Le ultime due sezioni dell’intervista, la formulazione di domande aggiuntive da parte del clinico e la rielaborazione integrativa, mirano a completare il quadro che sta emergendo. Il paziente viene stimolato a servirsi della memoria per immagini al fine di generare una rappresentazione integrata del problema, che unisca ai contenuti più razionali un riconoscimento dei diversi processi sensoriali coinvolti; il resoconto degli elementi minacciosi e di pericolo viene sollecitato con domande specifiche del terapeuta, che accompagna il soggetto in un percorso di ristrutturazione e contestualizzazione della minaccia percepita; vengono analizzate le modalità di rimessa in scena interpersonale del problema, ossia la funzione e l’effetto delle comunicazioni che il paziente utilizza per affrontare il problema nei contesti relazionali di riferimento.

 

Obiettivo finale della TAPP e’ giungere ad una rielaborazione generale della tematica presentata dal paziente; la costruzione di una narrativa personale integrata, capace di ridefinire i significati soggettivi dell’esperienza attraverso l’intreccio fra contenuti semantici ed episodici, permette di agire sul tema di vita del soggetto inserendo una maggiore flessibilità, affinché sia possibile elaborare una o più interpretazioni alternative della propria storia e pensare a scopi evolutivamente più funzionali.

Modificando la rigidità delle proprie rappresentazioni e integrando un’immagine di sé dolente con elementi innovativi tratti da una ridefinizione degli eventi problematici, il paziente riduce la propria percezione di vulnerabilità e modifica lo stile narrativo, conoscitivo e di gestione emotiva con cui aveva fino a quel momento organizzato la propria esperienza.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Le Nuove Dipendenze: Internet Addiction

 

Internet Addiction Disorder

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Le Nuove Dipendenze: Internet Addiction. - Immagine: © olly - Fotolia.comIl nuovo manuale diagnostico dei disturbi psicologici (DSM) è attualmente in corso di revisione e aggiornamento. Tra le proposte in discussione vi è l’introduzione di un nuovo disturbo psicologico: Internet Addiction Disorder (o dipendenza da internet).

Negli ultimi dieci anni l’ Internet Addiction è stata oggetto di un crescente numero di ricerche, ciò nonostante le definizione del disturbo non è ancora chiara (Weinstein & Lejoyeux, 2010). Da un lato l’eccessivo tempo trascorso online rappresenta un fattore di rischio, ma non rappresenta l’elemento principale o causante la dipendenza. Molte persone che trascorrono una grande quantità di tempo online non soffrono di alcun disturbo.

Gli elementi caratteristici della dipendenza da internet riguardano il modo in cui si trascorre tempo online. In particolare gli elementi chiave sono:

(1) Eccessiva preoccupazione verso il bisogno di accedere a internet 

(2) Ripetuti e fallimentari tentativi di ridurre l’uso di internet 

(3) Problemi di umore (ansia, irritabilità, depressione) connessi al tentativo di ridurre dell’uso di internet.

(4) Desiderio intenso, urgente e incontrollabile di navigare (Christakis, 2010).

Nel tempo queste caratteristiche portano l’individuo a porre in secondo piano altri aspetti della propria vita (es: famiglia, lavoro, ecc…) che vengono gradualmente trascurati.

Una recente ricerca ha inoltre mostrato che a parità di tempo trascorso online chi soffre di dipendenza da internet tende a ricercare maggiormente attività sociali, distrazione da preoccupazioni e la ricerca di una forte esperienza emotiva virtuale (Kesici & Sahin, 2009).

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BIBLIOGRAFIA: 

 

Sonno e Peso Corporeo: più dormi e più consumi calorie!

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Secondo alcuni studi presentati all’Annual Meeting of the Society for the Study of Ingestive Behavior (SSIB) le abitudini del sonno, influenzando il consumo calorico e dispendio il energetico, inciderebbero sul controllo del peso corporeo. Più precisamente questi studi mirano a chiarire la relazione tra la quantità di sonno e lo sviluppo di obesità e diabete di tipo 2.

I ricercatori hanno studiato l’effetto della privazione del sonno a breve termine, sulla fame, sull’attività fisica e sulla quantità di energia utilizzata dal corpo. I risultati indicano che la privazione di sonno aumenta la sensazione di fame e il livello dell’ “ormone della fame”, la grelina, rilevato nel sangue. Dopo appena una notte di sonno disturbato i volontari mostravano, coerentemente con la stanchezza indotta dalla deprivazione di sonno, una riduzione dell’attività fisica; inoltre stare svegli per una notte riduce la quantità di energia utilizzata dal corpo durante il riposo. Questi dati nel complesso possono spiegare l’aumento di peso legato alla deprivazione di sonno prolungata nel tempo. Attualmente la ricerca sta cercando di stabilire se l’aumento del periodo di sonno possa essere una risorsa nello sforzo del controllo del peso.

Anche se c’è molto è ancora da imparare sulla giusta dose di sonno in relazione ad obesità e diabete, i risultati delle ricerche condotte fino ad ora indicano chiaramente che il sonno è coinvolto nel processo di bilanciamento delle calorie assunte con il cibo e consumate attraverso l’attività fisica e i processi metabolici.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Psicoterapia Cognitiva: Al tuo rimuginio scatena l’inferno!

Il rimuginio è una forma di pensiero ciclico, negativo e ricorrente. Il rimuginio è in azione quando rimaniamo chiusi nei nostri pensieri negativi e immaginiamo continuamente situazioni negative che potrebbero accadere in futuro, soprattutto in condizioni di incertezza.

Il rimuginio è un sintomo centrale soprattutto nei disturbi d’ansia (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006) ma anche nella depressione e nei disturbi alimentari (Sassaroli & Ruggiero, 2012). La psicoterapia cognitiva studia come imparare a regolare e gestire il proprio pensiero.

Uno dei principali danni del rimuginio è il fatto di essere uno stile di pensiero molto astratto. Abbiamo l’impressione che ci serva a trovare soluzioni. Questa impressione è sostenuta da una riduzione leggera dell’attivazione emotiva. Abbiamo anche la sensazione di fare qualcosa, di aumentare la nostra capacità di prevedere il futuro.

Ma se andiamo a guardare i fatti, siamo fermi: bloccati nel produrre preoccupazione, inattivi. Pensare a cosa di negativo potrebbe accadere in seguito a un problema (es: la macchina è guasta. Ipotesi rimuginante: “farò ritardo al lavoro”) non è la stessa cosa che pianificare COME risolvere la situazione.

 

Come combattere il rimuginio?

Innanzitutto ricordare una regola molto importante: il rimuginio è il segnale che occorre preparare un’azione. E questo deve essere un pensiero chiaro tutte le volte che ci troviamo a rimuginare. Secondo passo: Possiamo preparare un’azione concreta in questo momento per affrontare il problema?

Se non possiamo agire ora, allora non vale la pena pensarci, lasciamo defluire il rimuginio e portiamo l’attenzione su ciò che stiamo facendo. Se possiamo agire ora, allora è il momento di scegliere un “fare” anche a costo di essere un po’ impulsivi, e di metterlo in pratica. Pensiamo a COME risolvere un problema: penso e scrivo un elenco delle possibili azioni e delle alternative, le valuto tenendo conto dei miei bisogni e dei miei scopi, scelgo, agisco e poi vedo come è andata.

Certo conseguenze negative possono sempre capitare, ma immaginarle non aiuta a prevenirle se non accompagniamo un azione concreta o, soprattutto, se non siamo disposti a correre qualche rischio. Per i grandi rimuginatori, nei piccoli dubbi quotidiani, è sempre meglio imparare a rischiare.

Ricordiamoci di pensare al concreto, e di scegliere quando pensare ai problemi. Possiamo impararlo. Ma, se l’ansia e lo stress del rimuginio persistono, forse è il caso di una consulenza professionale. Talvolta alcuni bisogni e paure non ci permettono di lasciare andare il rimuginio o di cambiare prospettiva. Questi sono solo piccoli accorgimenti utili per tutti. Da soli non fanno una cura né una psicoterapia cognitiva.

Interview with John F. Clarkin in New York

 

An interview with John F. Clarkin

Sandra Sassaroli, director of Studi Cognitivi (Post Graduate Specialization School of Cognitive Psychotherapy) interviews John F. Clarkin Ph.D. Clinical Professor of Psychology in Psychiatry, Weill Cornell Medical College and co-director of Personality Disorder Institute

 

 

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THE MIND CHANNEL: IL CANALE YOUTUBE DI STATE OF MIND

Beliefs over control and meta-worry interact with the effect of intolerance of uncertainty on worry.

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LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SU: RIMUGINIO E RUMINAZIONE – WORRY – GAD (Disturbo d’Ansia Generalizzato) – BELIEFS/CREDENZE – METACOGNIZIONE

Beliefs over control and meta-worry interact with the effect of intolerance of uncertainty on worry.

Beliefs over control and meta-worry interact with the effect of intolerance of uncertainty on worry
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 Abstract: 

Cognitive theory conceptualizes worry as influenced by metacognitive beliefs about worry, intolerance of uncertainty, and perceptions of control over events and reactions. This study tests the hypothesis that the effect of intolerance of uncertainty would interact with meta-cognitive beliefs on worry and perceived control. One hundred eighteen individuals with generalized anxiety disorder and 54 controls completed the Meta-Cognition Questionnaire, the Intolerance of Uncertainty Scale, the Anxiety Control Scale, and the Penn State Worry Questionnaire. Models were tested measuring interactive effects in multiple regression linear analysis. The interaction model was confirmed. The effect of intolerance of uncertainty on worry was increased by its interaction with metacognitive and control beliefs. The finding emphasizes the significant role of metacognitive and control beliefs in the cognitive process that leads to the development of worry. BUY FULL ARTICLE

 LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SU: RIMUGINIO E RUMINAZIONE WORRYGAD (Disturbo d’Ansia Generalizzato)BELIEFS/CREDENZE – METACOGNIZIONE

Beliefs over control and meta-worry interact with the effect of intolerance of uncertainty on worry
Confirmed moderation model. Il rapporto tra intolleranza dell'incertezza è il worry è moderato dal controllo e dal metaworry. La moderazione indica un incremento della forza del legame.

 

REFERENCES: 

Depressione & Facebook: un rischio reale?

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Secondo uno studio condotto alla University of Wisconsin School of Medicine and Public Health la depressione da uso eccessivo di Facebook non rappresenterebbe un rischio reale. Questi risultati sono in contraddizione con quanto suggerito l’anno scorso dalla American Academy of Pediatrics in un rapporto sugli effetti dei social media su bambini e adolescenti.

Un team di ricercatori guidati da Lauren Jelenchick e da Megan Moreno ha esaminato il comportamento sul web in tempo reale di 190 studenti universitari di età compresa tra i 18 e i 23 anni, che sono stati anche testati con una scala per la depressione clinica.

I risultati, pubblicati sul Journal of Adolescent Health, indicano che i partecipanti al sondaggio erano su Facebook per più della metà del tempo totale online, e questo dato non è risultato in alcun modo associato al rischio di depressione clinica.

Secondo i ricercatori questi risultati hanno implicazioni importanti per i medici, che non dovrebbero allarmare inutilmente i genitori con informazioni sul rischio di depressione collegato all’uso eccessivo di social-network; ben più utile, visto che oltre il 70 per cento degli adolescenti naviga abitualmente sui social-network, sarebbe incoraggiare i genitori a porsi come modelli di un corretto ed equilibrato uso della rete.

 – LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLA PSICOLOGIA DEI NEW MEDIA – 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Friday Night Live all’ Albert Ellis Institute – #2

 

Albert Ellis Institute – Parte 2 – Cronache da New York – Friday Night Live

LEGGI IL PRIMO EPISODIO DELLE CRONACHE DA NEW YORK

Friday Night Live all’ Albert Ellis Institute – Day 2
Friday Night Live presso l'Istituto Albert Ellis a New York

Dopo un’intera giornata trascorsa studiando ed esercitandosi con la Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT) di Albert Ellis sembrerebbe da folli impiegare la serata nella stessa maniera. E follemente noi di “States of Mind” lo facciamo, immergendoci nel Friday Night Live del 6 luglio 2012.

L’occasione è (quasi) da non perdere. Il Friday Night Live dell’Istituto Ellis è, a suo modo, un evento semi-leggendario della psicoterapia, paragonabile alle riunioni del mercoledì sera in casa Freud. Si tratta al tempo stesso di un evento, di una dimostrazione e di un servizio di counseling e psicoterapia pubblica offerta dall’Istituto quasi ogni venerdì sera, dalle 7.00 in poi. All’evento si partecipa pagando una quota di 15 dollari che permette di esporre pubblicamente un proprio problema a un terapeuta REBT esperto e discutere con lui, secondo la tecnica REBT, come comprendere razionalmente e gestire concretamente il problema. Albert Ellis in persona, finché la salute glielo permise, conduceva questi eventi spettacolari e istruttivi. Spettacolari perché il grado di istrionismo (però motivante ed efficace, almeno nei casi più felici) impiegato da Ellis non era trascurabile.

Albert Ellis Institute - Day 1 - Cronache da New York. - State of Mind
Articolo consigliato: Albert Ellis Institute - Day 1 - Cronache da New York. - State of Mind

L’evento avviene nella Lecture Hall dell’Istituto. È presente una piccola folla di 30-40 persone, di cui la metà sono miei compagni di corso. Ci accomodiamo tra il pubblico, mentre su quello che doveva essere lo scranno di Ellis, su una pedana e dietro una scrivania, è seduto Windy Dryden, una delle personalità scientifiche dominanti della scena REBT e Direttore dell’importante Journal of Rational-Emotive & Cognitive-Behavior Therapy. Accanto a lui una sedia vuota, dove ben presto si accomoda il primo “client”.

A quanto pare la natura pubblica dell’evento incoraggia l’istrionismo insito nello stile attivo e direttivo della REBT. Dryden di suo ci aggiunge una camicia a fiori degna del Presidente della Regione Lombardia (intendo Roberto Formigoni) nonchè 7-8 anelli aurei riccamente sparsi sulle dita delle sue mani e impreziositi di pietre rosse e azzurre.

 

DIMOSTRAZIONE N.1

Il primo “client” è un grave procrastinatore (anche se personalmente penso che il suo vero problema è che anche lui si sia munito di una camicia a fiori). Un tipo simpatico, fin troppo stereotipicamente uscito da un film di Woody Allen. Un artista niuorchese, un pittore che espone nelle gallerie dei quartieri di Chelsea e di Soho, di Tribeca e del Village. Un tipo di un certo successo, ma anche un procrastinatore capace di lasciare opere inconcluse per mesi fino alla stretta finale, fino a pochi giorni prima della mostra. A quel punto inizia a lavorare come un folle giorno e notte, cavandosela ogni volta per il rotto della cuffia.

L’intervento è classicamente REBT, subito diretto alle doverizzazioni. E qui accade qualcosa di interessante. Salta fuori che queste doverizzazioni di cui occorre liberarsi non sono delle convinzioni che fanno soffrire il paziente. Al contrario, queste doverizzazioni sono convinzioni che il paziente userebbe per evitare la frustrazione, per evitare di soffrire. Nel caso del nostro procrastinatore, egli usa una sua doverizzazione che suona più o meno così (cito a memoria): “per creare devo essere spontaneo, ovvero non devo affaticarmi, concentrarmi e insomma soffrire”. Così finisce per perdere tempo e rimandare. Insomma, emerge sempre di più il fondo stoico e quasi depressivo della REBT: non c’è speranza, solo impegno. E una cosa è ancora più chiara: per il terapeuta REBT il cliente è uno che cerca di evitare di soffrire. Ma il terapeuta non deve cascarci: la vita sempre sofferenza è, niente illusioni ma solo schiaffoni.

Un esito un po’ curioso, a pensarci. La terapia REBT nasce come liberazione dalle doverizzazioni tradizionali che ci rendevano schiavi di pregiudizi e di convinzioni di colpa produttori di sofferenza. Non a caso Ellis è, per chi non lo sapesse, una delle radici storiche della rivoluzione sessuale, del sesso senza paura e senza colpa. Il suo libro “Sex without guilt” vendette tantissimo nell’America dei primi anni ’60 e fornì I proventi per l’acquisto della palazzina dell’Istituto (Ellis, 1958). E invece al fondo riemerge questo fondo quasi calvinista di frustrazione. Si direbbe che nella REBT si rinuncia alla repressione per imparare ad accettare la frustrazione.

Dopo aver disputato le doverizzazioni del cliente, Dryden passa a un vero e proprio intervento motivante, legato anche a esercizi comportamentali di esposizione. Qui Dryden diventa ancora più istrionico, concludendo questo primo incontro con un urlo rivolto al paziente e a tutti noi: “GO!” Ovvero: “precipitati al lavoro e non procrastinare più“.

 

DIMOSTRAZIONE N. 2

Storie di Terapie #5 - Simone l'Ossessivo. - Immagine: © Oleksii Sergieiev - Fotolia.com
Articolo consigliato: Storie di Terapie #5 - Simone l'Ossessivo.

Il secondo cliente mi pare un caso più grave e complesso dell’artista del Village così facilmente liquidato. Un giovane nero diciottenne alle soglie dell’Università, ma anche un grave ossessivo con dubbi su praticamente tutto: quale College sciegliere, chi sarà il futuro compagno di stanza, qual è il significato della vita, cos’è l’amore, cos’è la spiritualità. Insomma, tutto e il contrario di tutto.

Dryden sfugge alla trappola della vaghezza e privilegia il trattamento di un aspetto molto pratico: I dubbi sul futuro compagno di stanza. Potrebbe essere un tipo sporco, questo è il problema del giovane amico (che si conferma così un ossessivo). Dryden subito propone lo scenario peggiore: il futuro compagno di stanza potrebbe essere davvero qualcuno dall’igiene discutibile. Anzi, lo sarà. Punto.

E in questo caso, che succede? Cosa farai, giovane amico che ti affacci alla vita e devi andare all’Università? Manderai I tuoi studi a monte per un paio di calze e mutande sporche lasciate sul pavimento da un tipo che dorme nella tua stanza? È da notare che Dryden, da buon REBTiano, lascia in secondo piano ogni intervento di sdrammatizzazione o di gestione del problema. Tutto va accettato. Chiudi gli occhi, giovane amico, e immagina: è ormai certo che il tuo compagno di stanza lascerà reperti luridi di se stesso in luoghi a te non graditi. Questa è la vita, e -se vuoi davvero viverla- inoltrati nel fango che lo pervade.

E con questa visione si conclude il Friday Night Live qui all’Albert Ellis Institute. Rimanete connessi, e ricordatevelo: c’è sempre del fango intorno a noi. 

 

 FRIDAY NIGHT LIVE @ ALBERT ELLIS INSTITUTE:

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Vasi comunicanti: il dialogo tra Mente e Corpo

 

“La chiave della salute è vivere pienamente la vita del corpo.

Vivere la vita del corpo significa essere in contatto con i propri sentimenti ed essere capaci di esprimerli.

 Questo richiede che il corpo sia il più possible libero dalle tensioni muscolari che ci affliggono”

(A. Lowen)

 

Vasi comunicanti. il dialogo tra mente e corpo. - Immagine:  © freshidea - Fotolia.comLa ricerca scientifica ha ormai trovato accordo sul fatto che vi sia un forte legame tra benessere fisico e benessere psicologico (tra mente e corpo) e che vanno l’un l’altro influenzandosi sia in senso positivo che in senso negativo. Questo deve essere tenuto bene nella mente del clinico nella presa in carico di pazienti con dolore cronico o fribromialgia: una patologia così invalidante, che ha delle conseguenze spesso molto importanti nella quotidianità delle persone in termini di relazioni, vita sociale e lavorativa. Una patologia che sulla carta spiana il terreno allo svilupparsi di una sintomatologia ansiosa o depressiva.

I dati pubblicati dai ricercatori dell’Università di Pisa su Psychotherapy and Psycosomatic vanno proprio in questa direzione, sottolineando, appunto, il dialogo tra mente e corpo.

I ricercatori della Clinica reumatologica dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa hanno studiato un campione di 48 donne affette da fibromialgia e lo hanno confrontato con un campione omogeneo per età di donne sane.  La fibromialgia è un disturbo che si manifesta con dolori diffusi, stanchezza e difficoltà di concentrazione e porta spesso a un atteggiamento negativo verso il mondo dato l’impoverimento della vita sociale relazionale e lavorativa secondario alla malattia stessa.

Sindrome da Affaticamento Cronico. Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com
Articolo consigliato: Sindrome da Affaticamento Cronico

Questo stesso dato porta il soggetto ad una maggiore vulnerabilità nello sviluppare sintomi ansiosi o depressivi andando di conseguenza a peggiorare anche la percezione della “disabilità” causata dalla malattia in una sorta di circolo vizioso al negativo. Obiettivo della ricerca è stato valutare quanto il benessere psicologico potesse andare a incidere sulla disabilità secondaria alla fibromialgia. Per benessere psicologico si intende la sensazione di stare conducendo una vita significativa, l’avere buone relazioni amicali ed affettive, l’avere una buona considerazione di sé, oltre alla percezione di poter “controllare” la propria vita. Attraverso una serie di questionari i ricercatori hanno indagato le variabili oggetto dello studio: benessere psicologico, percezione del dolore e disabilità funzionale. I dati raccolti hanno mostrato che la depressione è un tratto significativamente più comune nel gruppo delle pazienti rispetto ai controlli sani, ma soprattutto  hanno mostrato che il benessere psicologico influenza sia il grado di disabilità percepita che la probabilità di sviluppare un disturbo dell’umore. “Avere una direzione, ovvero, programmi ed obiettivi, assieme a un buon grado di relazione e fiducia negli altri sembra prevenire una riduzione delle capacità funzionali, e questo protegge dalla depressione. Anche essere positivi e avere una buona autostima diminuisce il rischio di ansia e quindi di disturbo dell’umore” concludono gli autori.

Questi dati in un’ottica biopsicosociale di presa in carico suggeriscono che i sintomi della fibromialgia possano essere attenuati da buone relazioni sociali ed interpersonali, da una buona autostima e dall’avere degli obiettivi e propositi di vita da perseguire.

Un altro dato interessante a conferma del dialogo tra mente e corpo ci arriva dal mondo degli atleti “confrontando la percezione del dolore di 550 atleti e 330 persone con livelli normali di attività fisica, sia uomini che donne, non sono emerse differenze significative nella percezione del dolore, ma gli atleti presentavo una maggior tolleranza allo stimolo doloroso, erano, cioè, in grado di sopportare un dolore più intenso. Questo quanto emerge da un articolo pubblicato su Pain.

Sistema immunitario - Immagine: © DPix Center - Fotolia.com
Articolo consigliato: Sistema immunitario: Se il corpo è malato, la mente vigila!

Lo studio ha inoltre rilevato che la tolleranza allo stimolo doloroso dipende anche dal tipo di attività fisica praticata: gli atleti che praticavano i cosidetti game sport (giochi di squadra, tennis…) avevano livelli di tolleranza variegati tra loro, mentre gli atleti che praticavano sport di resistenza avevano una tolleranza del dolore piuttosto omogenea tra di loro. Questo dato oltre ad interessare neurobiologi e fisiologi risulta essere molto interessante sul piano clinico, in quanto ci fa presupporre che un certo tipo di allenamento e certi esercizi fisici possano migliorare la percezione del dolore. Questo va a confermare i dati che ci dicono che il praticare una regolare attività fisica va a migliorare la qualità della vita delle persone che soffrono di dolore cronico, in una specifica direzione non andando a diminuire la percezione, ma aumentandone la tolleranza, rendendo, quindi, la convivenza con il sintomo più accettabile.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Amore online: relazioni reali con match virtuali

Amore online: relazioni reali con match virtuali. - Immagine: © Costanza Prinetti 2012.
Amore online. Immagine: © Costanza Prinetti 2012.

 

Amore online: Stabilire relazioni strette, in particolare quelle amorose, è un bisogno essenziale dell’essere umano che direziona molte delle nostre azioni e delle nostre scelte. Creare e mantenere relazioni solide è di fondamentale importanza per il nostro benessere e contribuisce a dare senso e soddisfazione alla nostra vita.

Un’ analisi approfondita degli studi scientifici in materia di amore online è stata pubblicata recentemente da Finkel  e collaboratori (2012). Gli autori, dopo avere discusso approfonditamente le teorie di psicologia sociale relative alle relazioni, hanno messo a confronto la ricerca del partner su internet con quella tradizionale del tu per tu. Le domande che ne sono emerse non sono di poco conto: gli incontri online hanno le stesse caratteristiche di quelli, per così dire, offline? Sono migliori? Soprattutto, algoritmi matematici creati per supporti informatici possono creare delle coppie compatibili?

La Scelta del Partner: dall'innamoramento alla costruzione di una relazione stabile. Immagine: © Artistan - Fotolia.com -
Articolo consigliato: La Scelta del Partner: dall'innamoramento alla costruzione di una relazione stabile.

Secondo i ricercatori, la ricerca del partner attraverso canali virtuali non è cosa nuova, ma era già presente a partire dagli anni ’60. La svolta decisiva si ha però nel 1995 con il lancio del sito web match.com. Grazie alla tecnologia più avanzata rispetto ai decenni precedenti, infatti, è stato possibile creare programmi semplici su computer veloci. Attraverso questi strumenti migliaia di persone avevano l’opportunità di connettersi, condividere e comunicare attraverso il web. Era nata la prima generazione di ricerca di partner online. La successiva svolta si ha nel 2000 con la nascita di eHarmony che, andando oltre ciò che pubblicizzavano i siti web concorrenti, prometteva di trovare il partner compatibile, utilizzando screening psicologici e strumenti scientifici. Attualmente, ci troviamo addirittura in una terza generazione di rapporti online basati sulle apps dei dispositivi mobili che ci portiamo in giro tutti i giorni. Oggi, se hai voglia di avere un appuntamento con un possibile partner, hai solo bisogno di uno smartphone che attraverso il GPS ti indica persone disponibili nella tua zona.

Ma che cosa offrono in più, rispetto alla relazione tradizionale, gli strumenti informatici?

Prima di tutto l’accesso: non vi è alcun dubbio che con l’avvento di internet le occasioni di “incontrare” nuove persone sono aumentate esponenzialmente. Se si considera che normalmente le persone si conoscono all’interno di ambienti circoscritti – come il lavoro, la scuola, i gruppi sportivi etc. , le nuove tecnologie permettono di entrare in contatto con una quantità di persone che normalmente non potremmo mai incontrare. Secondo i dati di Finkel (2012), il 30% della popolazione mondiale utilizza internet regolarmente. Tradotto in termini di incontri virtuali, significa che tutti noi siamo esposti all’incontro online con quasi 2 milioni di persone. Certo, nessuno di noi ha bisogno di 2 milioni di appuntamenti romantici, ma sicuramente questo dato non ha rivali nel passato. Oramai chattare con persone attraverso la rete, visualizzare profili e proporsi come partner sul web sono diventati fenomeni comuni, socialmente accettati.

Il secondo aspetto legato a internet è sicuramente quello della comunicazione: i siti web di incontri virtuali permettono alle persone di comunicare, parlare, mandarsi messaggi privati o visualizzare foto prima ancora di incontrarsi. La propria pagine web diventa un luogo di presentazione personale e di promozione di sé.

Infedeltà emozionale ai tempi del web 2.0 - Immagine: © Spectral-Design - Fotolia.com
Articolo consigliato: Infedeltà emozionale ai tempi del web 2.0.

Il terzo aspetto che i ricercatori indicano come caratteristico degli strumenti virtuali è il matching: la novità delle nuove generazioni di siti dediti agli incontri online, sta nel fatto che essi non si limitano esclusivamente a offrire la possibilità di connettersi con altre persone, bensì promettono di trovare LA persona giusta. Ad esempio, i programmatori di eHarmony hanno affermato che “Dopo tre anni di ricerca e sviluppo, abbiamo identificato la chiave delle dimensioni di personalità che predicono compatibilità e potenzialmente, il successo di una relazione a lungo termine”.

In siti come questo, le persone compilano dei questionari online con alcune informazioni generali (come il sesso, l’età, il livello di istruzione, l’orientamento religioso ecc..) accompagnate a domande più legate alla personalità: interessi, immagine di sé, preferenze sportive, ecc. Alla fine, il candidato in questione inserisce una foto, paga una piccola tassa di iscrizione e…Il match è fatto!

Il particolare omesso è che questi servizi non forniscono alcune informazioni su come le variabili vengono pesate statisticamente e su come vengano combinate tra loro a computer. Gli algoritmi di tali siti web sono per lo più segreti e non sono mai stati pubblicati studi sulla validità o affidabilità delle scale di misura utilizzare o dei modelli usati per accoppiare le persone.

Certamente, scegliere e rimanere in una relazione a lungo termine con una persona è impresa assai ardua da predire. Le coppie, una volta nate, infatti, agiranno come diadi e il loro successo dipenderà da come i partner sapranno affrontare le crisi che si presenteranno. È l’interazione che conta, ciò che ognuno porta nello spazio comune della coppia, che determinerà l’evoluzione della coppia stessa e che può essere scoperto solamente dopo che la coppia si è formata.

Indubbiamente, internet ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, di connetterci con gli altri e anche di incontrare nuove persone. Rappresenta uno strumento estremamente utile e con infinite potenzialità. Ciò che a mio parere bisognerebbe tenere a mente è che si tratta di un mezzo, uno strumento che può aiutare e che offre stimoli e possibilità ogni giorni diverse. Chiaramente non può essere vissuto come la soluzione ai problemi o come una via di fuga dalle relazioni reali.

Come diceva già il Dr. Snyder del MIT in un articolo del 1966, internet per lo meno ti permette di vedere chi è disponibile.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Medici & Pazienti: diagnosi, comunicazione e internet

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

“Dottore, mi fido di lei ma onestamente guardo anche su Internet!”

I pazienti navigano su internet alla ricerca di significati e interpretazioni dei propri sintomi. Aspetto che ritroviamo sicuramente in modo patologico nei pazienti ipocondriaci, ma non solo. E soprattutto il fenomeno non riguarda solo la sintomatologia psichiatrica ma anche la sfera somatica in generale. Secondo un nuovo studio della University of California i pazienti dei nostri tempi utilizzano molto Internet per documentarsi, informarsi e arrivare preparati alle visite medico-specialistiche giocando un ruolo più che attivo nel processo diagnostico e terapeutico. Lo studio ha preso in esame circa 500 persone membri di gruppi di supporto on-line e che avevano fissato un appuntamento con un medico specialista. Analizzando le modalità di fruizione di tali gruppi, di altre risorse di Internet e di fonti tradizionali (tra cui anche chiedere pareri ad amici e familiari) la ricerca ha dimostrato che non vi sono evidenze per cui i pazienti che ricercano informazioni su Internet riguardanti la propria patologia non debbano avere fiducia nel medico specialista cui si stanno rivolgendo.

Altri fattori sembrano invece impattare sulla scelta di ricercare attivamente informazioni su Internet riguardo al proprio stato di salute, tra cui, per esempio, una condizione di preoccupazione rilevante oppure la sensazione di poter avere un margine di controllo sul proprio malessere. Ritroviamo anche una maggiore ricerca attiva di informazioni in rete nei casi in cui i pazienti ritengano che sia molto probabile la persistenza nel tempo della loro condizione medica.

Un altro dato interessante riguarda come operativamente vengono poi giocate le informazioni raccolte nelle relazione medico-paziente: circa il 70% dei soggetti dello studio ha riferito che avrebbe chiesto chiarimenti al medico riguardo le informazioni trovate su Internet, e addirittura il 40%  ha espresso l’intenzione di stampare il materiale trovato in rete per condividerlo con lo specialista durante la visita.

Al di là delle osservazioni naives che ciascun professionista (e anche ciascun paziente) raccoglie nell’ambito della pratica clinica, questi dati fanno luce su  nuovi fenomeni in cui gli artefatti digitali degli anni 2000 stanno modificando le relazioni e le interazioni medico-paziente nell’ambito sanitario. Dunque, quali emozioni sono in gioco e che interpretazioni darà il singolo specialista di fronte a questo fenomeno, e soprattutto francamente quali possono essere  i pro e i contro per la pratica clinica, sia essa medico-somatica o psicoterapica? 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Le Psychiatric Band nella Riabilitazione Psichiatrica – Prima Parte


La nostra sofferenza non è mica un problemino da curare con ricette

 scritte in un cioccolatino…

Impariamo a volare, Fermata Fornaci, 2009

 

Le Psychiatric Band nella Riabilitazione Psichiatrica - Prima ParteIl cosiddetto stigma in ambito psichiatrico è un’attitudine negativa nei confronti delle persone affette da disagio psichico, frutto di dannosi pregiudizi (pericolosità sociale, rischio di “contagio”, sottovalutazione delle capacità). Lo stigma non è privo di conseguenze molto negative che possono portare all’esclusione sociale delle persone che soffrono di patologie psichiatriche e all’allontanamento delle stesse dai percorsi di cura.

Nel 2008 è decorso il trentennale della Legge Basaglia (1978), che ha portato alla chiusura dei manicomi e alla nascita di una psichiatria più moderna. Per ricordare tale data storica, in collaborazione con il Comune di Modena ed altri enti socio-assistenziali locali abbiamo organizzato il concorso “Oltre il muro, una canzone a trent’anni dalla legge Basaglia”, in cui abbiamo invitato gruppi musicali e cantautori della zona a scrivere una canzone ispirata ad alcuni pensieri del grande psichiatra veneziano.

Hanno risposto all’appello più di quaranta band ed è lì che per la prima volta ho sentito parlare di psychiatric band. Quattro dei gruppi partecipanti erano nati infatti nell’ambito della riabilitazione psichiatrica e comprendevano utenti, operatori e talvolta musicisti volontari. 

Da tale iniziativa è nato un CD e un libretto con i testi delle canzoni, scaricabile

Musica & Terapia: "La prossima volta porti la chitarra". - Immagine: © RA Studio - Fotolia.com
Articolo consigliato: Musica & Terapia: “La prossima volta porti la chitarra” Un caso Clinico.

La definizione psychiatric band non ha una sua ufficialità scientifica, o per lo meno non ho trovato ancora nulla in letteratura, ma credo sia un termine simpatico ed efficace per definire gruppi musicali formati da utenti (musicisti e non), operatori (musicisti e non) e musicisti volontari che nascono proprio all’interno di percorsi di riabilitazione psichiatrica pubblici, privati convenzionati o nell’ambito del volontariato sociale (Centri diurni, Day Hospital, Associazioni famigliari di pazienti psichiatrici). 

Le psychiatric band si esibiscono pubblicamente ove possibile in contesti “protetti” (feste interne dei centri riabilitativi allargate ai famigliari, settimane della salute mentale) e “non protetti” (rassegne, locali, piazze, etc.). I gruppi possono interpretare covers o scrivere canzoni originali (il cosiddetto songwriting).

La zona modenese, oltre a vantare una nota tradizione musicale cantautorale (Guccini, Bertoli, Caselli, Equipe 84, etc.) ha dato vita già tanti anni fa ad esperienze di questo tipo con il lavoro di Claudio Cavallini, pioniere della musicoterapia che favorì lo sviluppo di gruppi corali  (Corale Arcobaleno) o strumentali di integrazione che avevano finalità di “individuare condizioni favorevoli ad un graduale e progressivo sviluppo della indipendenza e dell’autonomia del soggetto rispetto alle tutele e alle sicurezze rappresentate dal servizio”, e ancora “costruire una esperienza non psichiatrica in un gruppo finalizzato alla espressione e alla produzione culturale, …eventuali esibizioni pubbliche, da valutarsi volta per volta, in accordo tra i responsabili del servizio e il maestro conduttore…all’occorrenza, favorire il passaggio e sostenere lo sforzo in prospettiva professionale o semiprofessionale” (Albano F. et al, 2004).

Dal 2002 si svolge a Viterbo il Festival nazionale delle psychiatric band, promosso dal Centro Diurno “Luna piena” del DSM di Viterbo, coordinato dal Dr. Venanzio Venanzi, psicologo e chitarrista (degno del migliore Dave Gilmur dei Pink Floyd). 

Nel 2009 ho avuto il piacere di partecipare all’edizione del Festival accompagnando una psychiatric band nata in un Centro Diurno di Sassuolo, i Darkiska. Dividere il palco con gruppi provenienti da diverse parti d’Italia e che si sono esibiti in generi così eterogenei (dal rock, al rap, al folk) è stata un’esperienza che ricordo con molto piacere. Oltre alla parte prettamente musicale dell’esperienza, credo che la cosa che mi ha colpito di più siano stati il viaggio e la convivenza per due giorni con i componenti del gruppo.

Per me, giovane psichiatra, è stata la prima volta che trascorrevo del tempo con i pazienti al di fuori dei contesti istituzionali (ambulatori, day hospital, reparti) e mi sono reso conto come tali esperienze ti portino davvero a vedere la malattia da punti di vista nuovi e slegati dai pregiudizi della routine clinica stereotipata. Confrontandomi su questo tema con educatori ed altre figure che frequentemente trascorrono del tempo con gli utenti al di fuori degli spazi di cura istituzionali (dai viaggi, alle vacanze, ma anche semplicemente fare la spesa o trascorrere in vari modi il tempo libero) ho ricevuto le stesse impressioni di come si scoprano aspetti delle persone che difficilmente emergono all’interno dell’istituzione.

Le Canzoni nei giardini che nessuno sa. Gruppo di Ascolto Musicale in Ospedale. - Immagine: © spiral - Fotolia.com
Articolo consigliato: Le Canzoni nei giardini che nessuno sa. Gruppo di Ascolto Musicale in Ospedale #1

Sono occasioni preziose, in cui la persona non si identifica con la propria malattia. Mi ricordo ad esempio, mentre prendevamo il treno, la domanda di un utente su come venivano fissati i bulloni alle rotaie. Ti accorgi di come l’attenzione delle persone possa focalizzarsi su aspetti esperienziali a cui tu non avresti mai pensato. E’ questa la ricchezza della diversità. 

Altre volte ti accorgi di nutrire pregiudizi anche come operatore, come quando durante un’esibizione a teatro, un paziente che aveva precedentemente sofferto di una forte depressione con idee autolesive fissò la sua attenzione sul cordame che si trova sospeso sul soffitto dietro al sipario, destando in me il pensiero automatico che quelle corde potessero fargli pensare al suicidio tramite impiccagione. Poco dopo semplicemente mi spiegò che era la prima volta che scopriva i segreti che si celano dietro il teatro e ne era affascinato. A volte con certi pazienti siamo troppo ansiosi o iperprotettivi!    

Quali sono le finalità e gli obiettivi di questi tipi di esperienze?

Secondo la mia esperienza e il confronto con i colleghi che organizzano gruppi musicali simili, le principali funzioni delle psychiatric band possono essere:

 

  • Migliorare la socializzazione
  • Favorire l’espressività e la creatività
  • Combattere lo stigma della malattia mentale
  • Migliorare l’autostima
  • Studiare le dinamiche di gruppo
  • Favorire l’ascolto reciproco
  • Migliorare la concentrazione
  • Migliorare l’autocontrollo

 

L’esperienza dell’esibizione dal vivo, sebbene non debba essere ricercata in modo esasperato, rappresenta spesso un’indispensabile fonte di motivazione per far progredire il gruppo lungo il proprio percorso di crescita. Va tenuto presente a questo riguardo il rischio della iperstimolazione che può talvolta creare scompensi in certe persone particolarmente fragili. L’equipe curante dovrebbe chiaramente tenere in considerazione il potere stimolante della musica e valutare la partecipazione al gruppo di ogni componente a seconda del proprio stato psichico.

Inoltre l’esibizione in luoghi pubblici comporta per molti vissuti di vergogna, in quanto risulta difficile (e ipocrita) nascondere che il gruppo nasca nel contesto della riabilitazione psichiatrica. In tali casi è proprio la partecipazione diretta degli operatori, che “si mettono in gioco” (cantando, suonando, ballando), che può aiutare a superare tali paure. E’ inoltre abbastanza normale per il pubblico durante le esibizioni di gruppi costituiti da operatori, utenti e volontari, non distinguere “chi sia chi”.

Il cercare e selezionare quindi due o tre occasioni per esibirsi durante l’anno diventa indispensabile per dare un senso all’esperienza. 

Psicantria - Copertina disco -
Articolo consigliato: La Psicantria: manuale di psicopatologia cantata.

A Modena ad esempio ogni anno teniamo un concerto in un parco (rassegna Loving Amendola) in cui si esibiscono le psychiatric band e i cantautori che hanno partecipato al concorso Oltre il muro, di cui parlavo prima, in modo tale da fare continuare l’esperienza e monitorare anno dopo anno i progressi delle band, ascoltare i nuovi brani composti e trascorrere del tempo assieme.

Un altro possibile obiettivo del gruppo può essere la registrazione dei brani che può avvenire a vari livelli di professionalità e complessità. 

A prescindere dalla metodologia di registrazione (in studio di registrazione, durante un live, con il computer nella sala prove del Centro Diurno…), la realizzazione di un CD musicale rappresenta un’impronta del passaggio del gruppo, il frutto dell’esperienza che può essere condiviso anche con amici, famigliari, altri operatori e talvolta può essere venduto ai concerti come fonte di autofinanziamento. Tanto ormai, con la crisi del discografica attuale, bisogna essere “matti” per pensare ancora di produrre dei CD…

Nella seconda parte dell’articolo racconterò la mia esperienza con i Fermata Fornaci, psychiatric band nata nel Day Hospital dell’Ospedale Privato Villa Igea di Modena. 

 LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO 

 

BIBLIOGRAFIA:

Vota la vignetta di State of Mind al concorso di Internazionale!

@stateofmindwj

State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche. Twitter: @stateofmindwj - State of Mind's Tweets Cover Image © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

State of Mind partecipa al concorso per vignette di Internazionale.

La vignetta più bella sarà premiata nel corso del festival di Internazionale a Ferrara il 5-6-7 ottobre 2012.

Il concorso è organizzato dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea in collaborazione con Internazionale per premiare la migliore vignetta politica pubblicata sulla stampa italiana nel 2012.

 

VOTA PER LA VIGNETTA DI STATE OF MIND! 

 Le Vicissitudini Psicologiche dell'Euro. - Immagine: © 2012 Costanza Prinetti.

Christine Lagarde sorveglia e segnala come un guardalinee, la Merkel imperterrita sentenzia le sorti delle “squadre europee”. Il parallelismo tra gli Europei di calcio 2012 e le dinamiche dell’Europa economica si gioca anche sulla terminologia, sul maggior rigore economico predicato dall’arbitro Merkel(arbitro peraltro molto severo e dal cartellino rosso facile), sull’espulsione dal campo per “comportamento scorretto”. Ma in gioco c’e ben più di una coppa calcistica, e le altre squadre lo sanno bene.

 Leggi l’articolo 

 

 

 

Psicoterapia & Desiderio: Costi e Benefici del Pensiero Desiderante

 

Psicoterapia & Desiderio- Costi e Benefici del Pensiero Desiderante. - Immagine: © dpaint - Fotolia.comIn diversi articoli ho descritto il pensiero desiderante come uno stile cognitivo cosciente che può essere responsabile dell’esperienza di Craving e di una scarsa percezione di controllo sui propri impulsi (Caselli, Soliani & Spada, 2012).

Ricordiamo di cosa si tratta: un modo di pensare focalizzato su un oggetto o un’attività desiderati con due componenti: (1) prefigurazione sensoriale e immaginativa dell’esperienza positiva connessa con l’oggetto del desiderio e (2) pianificazione operativa e concreta delle modalità per ottenerla (Caselli & Spada, 2011). Il pensiero desiderante e le sue conseguenze sono state evidenziate in molteplici disturbi: abuso di alcool, dipendenza da nicotina, gioco d’azzardo patologico, bulimia nervosa (Caselli & Spada, 2010; Caselli, Ferla, Mezzaluna, Rovetto & Spada, 2012; Caselli, Nikcevic, Fiore, Mezzaluna & Spada, 2012).

Ma il pensiero desiderante è una facoltà dell’essere umano anche molto utile. Come per la maggior parte delle funzioni cognitive il problema non sta tanto nel processo stesso ma nel suo uso e nelle regole metacognitive che lo governano. 

Riflettiamo su quali possono essere i vantaggi del pensiero desiderante:

1. è un ottima strategia per automotivarsi e tenersi attivi in un impegno immediato verso un obiettivo specifico

2. permette di pianificare azioni complesse per raggiungere l’obiettivo

Psicoterapia cognitiva: le dipendenze patologiche e il lato oscuro del desiderio. - Immagine: © Andrea Danti - Fotolia.com
Articolo consigliato: Psicoterapia cognitiva: le dipendenze patologiche e il lato oscuro del desiderio

3. garantisce una forma di anticipazione della gratificazione immediata (permette di assaporare già ora un po’ del piacere che verrà)

4. mantiene la concentrazione e rende resistenti alle distrazioni.

Quando diventa un problema? Al momento possiamo lanciare solo qualche plausibile ipotesi. Un primo problema può essere il target, cioè l’oggetto del desiderio. Abbiamo verosimilmente un problema se usiamo il pensiero desiderante per oggetti o attività (1) dannosi e/o pericolosi (es: droghe), (2) che non sono accessibili o non raggiungibili, (3) che non vogliamo realmente raggiungere perché a un’accurata e più astratta osservazione li troviamo in contrasto con altri nostri valori (es: desiderare il ragazzo dell’amica).

In queste condizioni siamo in pericolo e abbiamo bisogno di avere una certa consapevolezza distaccata per cambiare lo stile di pensiero; restare nel pensiero desiderante in queste condizioni ci esporrebbe a pericoli e frustrazioni.

Il secondo problema è l’uso autoregolatorio del pensiero desiderante. Il desiderio può diventare lo strumento per (1) indurre un immediato piacere virtuale o (2) distrarsi da altre preoccupazioni o pensieri negativi.

Certo nell’immediato tiene occupata la mente, la cattura e la dirige verso un obiettivo piacevole, la sostiene con una forma di piacere virtuale molto simile per il nostro cervello a quello reale. Ma per non ricadere nei pensieri negativi l’individuo è costretto a rimanere dentro il desiderio e con il tempo il piacere dell’ipotesi di avere qualcosa di bello diventa il dolore di non averlo davvero. E allora nella percezione individuale, semmai vi fossero stati dei freni, a questo punto non resta che affogare nell’azione concreta, apparentemente impulsiva, un azione di ricerca fisica, controparte della ricerca mentale del pensiero desiderante.

Molte cose ancora restano da scrivere. Tuttavia è sempre più chiaro come la conoscenza del modo in cui pensiamo ai nostri desideri e la capacità di regolare il proprio stile cognitivo-attentivo, rappresentano un’interessante frontiera per la psicoterapia cognitiva di questi disturbi.

 

BIBLIOGRAFIA: 

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