In questi giorni la rivista scientifica Journal of Neuroscience pubblica un interessante articolo in cui si presentano i dati di un programma di ricerca che ha identificato il meccanismo in grado di bloccare il naturale e graduale placarsi dell’ansia a seguito di un evento stressante/traumatico.
Nel momento in cui il cervello rilascia una quantità non sufficiente di dinorfina ecco che l’ansia non se ne va. L’elemento chiave che aiuta a comprendere le differenze individuali nel mantenimento di una condizione ansiogena importante, da un punto di vista neurobiologico sembra essere la scarsa quantità a livello cerebrale di dinorfina, una sostanza naturalmente prodotta dal nostro corpo e che fa parte della famiglia degli oppioidi (tra cui ritroviamo anche le endorfine) e che avrebbe proprio la funzione di attenuare gli intensi stati emotivi negativi.
Partendo da un esperimento sui topi di laboratorio i ricercatori hanno dimostrato che nei piccoli animali in cui veniva inibito il gene per la formazione della dinorfina, dopo essere stati esposti a un breve shock elettrico, si presentavano sintomi di ansia lungamente persistenti; viceversa nei topi che rilasciavano normali livelli di dinorfina, seppur presenti all’inizio, i sintomi ansiosi andavano scemando nel tempo.
I risultati sono trasferibili anche sugli esseri umani. Considerando le variazioni naturali individuali nella quantità di dinorfina prodotta, un secondo esperimento ha coinvolto 33 individui divisi in due gruppi: il primo caratterizzato una predisposizione genetica a un maggiore rilascio di dinorfina, mentre il secondo da una minore espressione di tale gene. Ai partecipanti è stato somministrato uno stimolo spiacevole -trigger di uno stato emotivo stressante e negativo- mentre venivano registrate le loro attivazioni cerebrali. I soggetti con una minore attività del gene della dinorfina presentavano reazioni di stress e ansia di durata considerevolmente maggiore rispetto a coloro che erano predisposti al rilascio di maggiori quantità di questa molecola; inoltre, è stata osservata una graduale diminuzione dell’attività dell’amigdala e un aumento dell’associazione tra amigdala e corteccia prefrontale nel gruppo predisposto a un adeguato rilascio di dinorfina rispetto al gruppo “deficitario” in cui invece era presente una maggior attivazione dell’amigdala e una minore associazione tra quest’area e la corteccia prefrontale.
Lo studio si pone chiaramente -e ancora una volta di questi tempi- a livello neurobiologico nella lettura del fenomeno della persistenza di condizioni sintomatologiche ansiose e traumatiche, fornendo nuovi spunti per lo sviluppo di strategie integrate di trattamento per i pazienti traumatizzati.
BIBLIOGRAFIA:
Andras Bilkei-Gorzo, Susanne Erk, Britta Schürmann, Daniela Mauer, Kerstin Michel, Henning Boecker, Lukas Scheef, Henrik Walter, and Andreas Zimmer. Dynorphins Regulate Fear Memory: from Mice to Men. The Journal of Neuroscience, 4 July 2012, 32(27):9335-9343; DOI: 10.1523/JNEUROSCI.1034-12.2012
Albert Ellis Institute – #1 – Cronache da New York
Visita all’Istituto Albert Ellis di New York: primo giorno
Albert Ellis, padre della Rational-Emotive Behaviour Therapy
La redazione di State of Mind va in pellegrinaggio in una delle sedi storiche della nascita della terapia cognitiva: l’Istituto Albert Ellis di New York, dove ancora oggi si insegna il modello della terapia razionale emotiva comportamentale (REBT) di Albert Ellis. Cesare de Silvestri (1926-2009) importò in Italia questo modello negli anni ’60 e da allora esso rimane una delle radici storiche della pratica terapeutica cognitiva nel nostro paese. Chi si è formato sulla REBT è particolarmente attento e appassionato alla tecnica, al come si fa terapia cognitiva. Anche per questo, e per bilanciare la grande passione teoretica che ha sempre mostrato il cognitivismo italiano, alcuni di noi hanno deciso di tornare a nutrirsi alla fonte della tecnica di Ellis.
Frequentiamo perciò il “Practicum”, il corso dove si ripercorrono le basi tecniche e teoriche della REBT. Si espone il noto modello dell’ABC. Si conferma che il disputing alla Ellis è focalizzato soprattutto sulle domande “a che ti serve ragionare così?” e “quanto ti conviene davvero ragionare negativamente?”, insomma sull’aspetto pragmatico e tende sempre a sfociare nella critica della convinzione del paziente di non essere in grado di tollerare la frustrazione . Insomma, si conferma quello che sapevamo, e questo è confortante sulla qualità della trasmissione del sapere REBT che si riceve in Italia.
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Apprendiamo però alcune sfumature che sono importanti per comprendere lo spirito della “real thing”. Per esempio la centralità di quelle che noi chiamiamo “doverizzazioni” e loro “demand” (e non più “must”; un’innovazione rispetto a Ellis? L’ho chiesto, ma la risposta è stata evasiva). Le doverizzazioni sono quelle convinzioni rigide e inflessibili di tipo valoriale per le quali, se una data situazione o evento non avvengono in una certa modalità, diventano inaccettabili e quindi catastrofiche.
Si insiste molto sulla domanda. “che cosa ha pensato che glielo rende inaccettabile?” Domanda che è più focalizzata sull’aspetto negativo rispetto alla formulazione più aperta “che cosa non ti piace in questo?” di derivazione costruttivista. Le doverizzazioni sono considerate le credenze irrazionali primarie, mentre le altre tre (terribilizzazione, intolleranza della frustrazione e auto-svalutazioni) sono definite derivate.
Si conferma definitivamente un accorgimento tecnico che non sempre è chiaro nei libri REBT: le conseguenze emotive e comportamentali “C” si accertano prima delle credenze, i “B”. Anzi, si può anche partire dal “C”, poi accertare la situazione attivante ”A” e infine arrivare al “B”. Un modello “CAB”.
Un’altra piccola sfumatura è che il B è ridotto alle 4 categorie di pensiero cosiddetto irrazionale (le elenchiamo ancora: doverizzazione, terribilizzazione, intolleranza della frustrazione e auto-svalutazione). Ogni altro pensiero diventa un “A”. Ad esempio, in un’ansia da esame anche il pensiero “ho paura di non passare l’esame” non è un B ma un A. Il B sono “devo assolutamente passarlo” (doverizzazione), “se non lo passo sarà terribile” (terribilizzazione), “se non lo passo non reggerò” (intolleranza alla frustrazione) e “se non lo passo sarò un/a miserabile” (auto-svalutazione).
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Questo significa una cosa ben precisa: il terapeuta REBT fa scarsi tentativi di sdrammatizare alla Beck. Quasi per niente (anche se a precisa domanda si sono un po’ calmati e hanno ammesso che si può fare). Per loro si va sempre allo scenario peggiore, lo si “sdoverizza” e poi si apprende che si può tollerarne l’intrinseca frustrazione. La decatastrofizzazione ellisiana non è quindi una sdrammatizzazione dell’esito concreto (insomma, non stanno tanto a chiedere “perché dovrebbero bocciarti?”), ma solo delle doverizzazioni (“perché è così necessario che tu pensi che questi esame vada superato?”).
Si conferma dunque la natura stoica e pessimista della REBT, in contrasto con quella ottimista di Beck. Questo è confermato anche dal largo uso che fanno della tecnica del “worst scenario”. Qual è lo scenario peggiore? E anche se si avverasse, perché lo ritieni così tremendo? E sei sicuro di non poterlo tollerare?
Anche questo si vede poco nei libri ma diventa chiarissimo nella pratica, nelle simulate che fanno. Questa insistenza sullo scenario peggiore e sulla sua accettazione “sdoverizzata” è anche teorizzato: gli ellisiani pensano che, se ci si limitasse a sdrammatizzare alla Beck, il paziente sarà sempre dipendente dal buon o cattivo esito dei suoi desideri e passioni. Occorre invece prepararlo al peggio.
Insomma, la REBT sembra una terapia per uomini duri. Forse esagerano un po’.
Concluso il primo giorno di training, abbiamo assistito a uno dei famosi “Friday Night Live” dell’Istituto Ellis, incontri aperti al pubblico in cui volontari (spesso ex-pazienti, ho intuito) parlano davanti a tutti dei loro problemi e poi sono ristrutturati in tempo reale dal conduttore. Un tempo li conduceva Ellis in persona.
Nel prossimo articolo descriveremo il “Friday Night Live” a cui abbiamo assistito. Rimanete in linea.
Diventare genitori, si sa, è un processo molto complesso. Gli adattamenti psicologici richiesti ai neo-genitori verso la nuova condizione di “papà e mamma” richiedono tempo e spesso non seguono percorsi lineari.Se ne è parlato molto qui su State of Mind.
Spesso, in questo percorso, il ruolo dei papà è un po’ sottovalutato o viene lasciato in secondo piano. Sicuramente alle neo-mamme sono richiesti i compiti più “ingrati”, emotivamente e concretamente, ma ciò non significa che i papà, non possano svolgere un ruolo molto importante, che faciliti gli adattamenti della compagna e che non sia ridotto a quello del “ma cosa ne vuoi sapere tu, me lo sono portato io in pancia per nove mesi!”.
Nel marasma di informazioni che ci arrivano dai media, un neo-genitore si trova a fare i conti con esperti che sentenziano sul “cosa fare e cosa no”, media che riportano una visione bucolica, stereotipata e idealizzata dell’essere genitori, altri genitori intorno sempre pronti a dispensare consigli e spiegazioni su “come hanno fatto loro con i figli” etc… Su State of Mind vorrei semplicemente sollecitare, tramite alcuni spunti di riflessione, il coinvolgimento dei padri nelle proprie vicissitudini “post-partum” e una loro maggior partecipazione, che sia di aiuto per la propria compagna e per sè stessi, evitando il rischio di provare i frequenti sentimenti di esclusione dalle vicende della coppia madre-bambino. Per rendere molto concreto il tutto, segue una lista riflessioni che i papà (e anche le mamme) potrebbero prendere in considerazione e leggere con un atteggiamento consapevole, curioso e proattivo.
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1. Il passaggio alla genitorialità implica il doversi costantemente adattare a enormi cambiamenti fisici (soprattutto per le mamme), emotivi e sociali (per entrambi). Il mito che “avere un bambino significa che la mia vita sarà sempre e tutta meravigliosa e bellissima”… è un mito!
2. La maggior parte dei genitori incontra delle difficoltà ad adattarsi al nuovo ruolo, alcune tra queste migliorano con il tempo (e a breve), altre necessitano di un aiuto esterno (si vedano ad esempio le forme di depressione post-partum, che non è un disagio esclusivo delle mamme ma che spesso include anche i papà, che diventano reattivamente depressi “post-partum” a loro volta);
3. Attenzione alle aspettative irrealistiche! È difficile e molto improbabile che le cose vadano tutte bene e che non ci sia nessuno scossone in famiglia (per quanto lieve e gestibile);
4. Il diventare genitori implica almeno due cose: gestire le richieste fisiche e gestire le richieste emotive. Solitamente i papà sono abbastanza bravi nel gestire le richieste fisiche (le famose nottate, impegni, gestire il lavoro e la propria presenza a casa…). È sulle richieste emotive, proprie e della propria compagna che a volte i papà traballano un po’. Anche i papà dovrebbero legittimarsi a provare emozioni, che possono essere sgradevoli e negative e a esprimere tali emozioni condividendole con amici e parenti, al fine di costruire consapevolmente il proprio ruolo di padre, emotivamente sentito e partecipato.
5. Nel diventare genitori, esistono molte questioni comuni a quasi tutti i papà: mancanza di sonno, non sapere in che modo essere utile, essere criticati, gestire gli impegni di lavoro e i lavori in casa, sentirsi tagliati fuori etc… Sono temi che andrebbero affrontati all’interno della coppia e discussi in modo costruttivo, al fine di negoziare soluzioni funzionali e adeguate.
6. Molte coppie sentono che la loro relazione, con l’arrivo di un figlio, ha perso intimità. Tutte le energie sono rivolte al/alla nuovo/a arrivato/a e questo può far sentire i partner come “messi da parte” o che l’attenzione sulla coppia in quanto coppia (spogliata del proprio ruolo da genitore…) è venuta meno. Non c’è più tempo per fare niente. Questo aspetto, alla lunga può diventare un problema. Una buona soluzione è quella di trovare del tempo per la coppia, per quanto breve e risicato, per discutere e condividere emotivamente. Questo non vale solo per i padri, ovviamente, ma anche per le neo-mamme che si trovano ad affrontare un notevole cambiamento degli equilibri di coppia, che si vanno a sommare ai propri cambiamenti psicologici, molto potenti in gravidanza e nel post-partum. Un esempio? Organizzare del tempo insieme: dormire, fare una passeggiata con la carrozzina, cercare una baby-sitter… condividere del tempo insieme significa creare le condizioni per comunicare i propri sentimenti, sentirsi meno soli e ravvivare la relazione di coppia, pensando che è proprio la qualità di quella relazione (nella maggior parte dei casi…) che ha portato alla scelta di diventare genitori.
7. Le richieste del neonato sono continue, e la presenza fisica e emotiva, l’esserci per, con e insieme al bambino fonda le basi relazionali e la qualità del legame di attaccamento con i genitori. Questo non significa distruggere, abbandonare e indebolire la relazione di coppia, bensì, al massimo, “sospenderla”, metterla in “standy-by” per un breve periodo funzionale alle esigenze del bambino.
8. E giungiamo, infine a qualche “consiglio per la sopravvivenza”, nel caso in cui il processo che porta un uomo a diventare papà subisca rallentamenti o presenti difficoltà.
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a. Mantenere “segrete” le proprie fragilità e difficoltà non aiuta, né voi, né la vostra compagna né la relazione con vostro/a figlio/a
b. Accettare aiuto dagli altri (amici, parenti o specialisti) è un segno di grande forza e maturità psicologica
c. Prendersi qualche spazio per sé, magari concordandolo con la propria compagna, per rilassarsi, con moderazione
d. Trovare (regolarmente) del tempo da spendere con la vostra compagna, insieme e da coppia non da genitori
e. Sforzarsi di non cadere nel circolo vizioso del “mi sento escluso perché la mia compagna mi esclude, quindi io mi escludo ancora di più e poi la mia compagna mi accusa di essere un padre assente e io perdo le forze e divento davvero assente”.
9. L’attacco e l’accusa vicendevole sono spesso in agguato nelle coppie di neo-genitori e a volte sembrano la soluzione “migliore”(a breve termine) per “sfogarsi” e per gestire le proprie frustrazioni.. Attenzione! Le fatiche sono tante, questo è sicuro, tanto quanto le soddisfazioni e la gioia…viverle in due, ognuno con i propri ruoli, capacità e possibilità, non è scontato né dovuto e quando è possibile, diventa un motore molto potente che rende la vita più ricca e più soddisfacente, come coppia e come genitori.
Il Disturbo Esplosivo Intermittente (in inglese Intermittent Explosive Disorder – IED) è una sindrome che rientra nel quadro dei disturbi del controllo degli impulsi, caratterizzata da ricorrenti gravi azioni aggressive(criterio A) plausibilmente esito di una deficitarietà del controllo degli impulsi aggressivi, in cui il grado di aggressività manifestato è spropositato rispetto ai fattori psicosociali stressanti precipitanti(criterio B).
E’ possibile fare diagnosi di IED solo nel momento in cui vengano esclusi altri disturbi che potrebbero includere gli episodi di comportamento aggressivo; similmente i comportamenti aggressivi non sono dovuti all’effetto fisiologico diretto dell’uso di sostanze o di una condizione medica generale (criterio C). La sindrome in ottica DSM-IV TR mette al centro della sintomatologia il discontrollo degli impulsi aggressivi. Il soggetto solitamente descrive gli episodi aggressivi come attacchi di collera in cui il comportamento esplosivo è preceduto da una sensazione di tensione o eccitazione, cui segue generalmente a breve termine un senso di sollievo. A lungo termine, il soggetto può sperimentare emozioni secondarie di colpa, tristezza e imbarazzo in relazione all’episodio aggressivo attuato.
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Uno studio della Harvard Medical School rivela che questi gravi episodi di rabbia incontrollata sarebbero molto frequenti proprio tra gli adolescenti. A partire dalla survey National Comorbidity Survey Replication Adolescent Supplement gli autori affermano anche che 1 adolescente su 12 (circa sei milioni di ragazzi negli USA) soddisfano i criteri per una diagnosi di Disturbo Esplosivo Intermittente (in inglese Intermittent Explosive Disorder – IED). I risultati sono stati pubblicati da pochi giorni su Archives of General Psychiatry.
La ricerca mostra anche che la maggior parte dei casi di IED non riceve un adeguato e specifico trattamento: mediamente il 37.8 % degli adolescenti con diagnosi di IED è in trattamento per generici “problemi emotivi”, mentre solo il 6.5 % riceverebbe trattamenti altamente specifici per la gestione della rabbia. E’ evidente che, con tutte le cautele legate alla possibilità di iper-patologizzazione di determinate situazioni, uno screening attento e altrettanti specifici programmi di terapia sarebbero più che auspicabili anche in contesto italiano.
TAPP (Talking About a Personal Problem): la conversazione guidata intorno ad un problema personale #1
La TAPP, Talking About a Personal Problem (Lenzi, Bercelli, 2010), e’ un’intervista semistrutturata che si dedica all’analisi di un problema personale presentato dal paziente.
Quattro le fonti teoriche:
Il cognitivismo clinico costruttivista, secondo il quale l’individuo da’ senso alla propria esperienza utilizzando schemi di conoscenza personali e significati costruiti soggettivamente.
La tecnica della moviola (Guidano, 1991; Dodet, 1998; Lenzi, 2009), che si concentra su un episodio raccontato dal paziente e collega il livello dell’esperienza immediata, ossia come il soggetto ha percepito l’evento, con la rielaborazione esplicita relativa all’immagine di sé, ossia il significato che il soggetto attribuisce a quell’evento quando lo riconduce all’idea globale che ha di sé.
L’interpretazione dei trascritti di seduta con la metodologia dell’Analisi Conversazionale (Bercelli, Lenzi, 1998; Lenzi, Bercelli, 2010), in cui “la lettura delle risposte fornite dal paziente nei termini di adesione ai formati conversazionali e quindi di mosse linguistiche proprie (che segnalano una sintonizzazione e capacità di attivazione di quel particolare registro narrativo) o improprie…permette di evidenziare il tipo di uso interpersonale che il soggetto fa dei propri racconti (per esempio attività di insubordinazione e/o non pertinenti quali lamentela, accusa, richieste di soccorso, ecc..) e quindi di descrivere quelli che possiamo definire gli aspetti interpersonali di costruzione della conoscenza di sé” (Lenzi, Bercelli, 2010, pp. 206-207).
L’Adult Attachment Interview (Main, Goldwin, 2010; Crittenden, 1999), che suggerisce come la memoria della propria storia personale e la narrazione autobiografica siano legate sia agli eventi specifici sia alle successive modalità di elaborazione che il soggetto pone in atto, nonché ai contesti interpersonali ai quali le rievocazioni si riferiscono.
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Analogamente, la TAPP si propone di indagare i formati conoscitivi che il soggetto utilizza per interpretare gli eventi.
L’intervista si compone di cinque sezioni:
descrizione generale del problema;
ricostruzione storica e la forma che il problema assume nel presente;
narrazione di almeno un episodio significativo;
domande del terapeuta riguardanti la memoria per immagini e le valutazioni di pericolo;
rielaborazione integrativa o riformulazione del problema.
La TAPP analizza in primo luogo lo stile conversazionale, nel quale vengono distinti sei diversi elementi:
modalità di adesione ai successivi frame dell’intevista ed eventuale presenza di attività comunicative informali;
analisi degli aspetti procedurali, che si identificano in particolare col tentativo di distanziare o coinvolgere l’interlocutore;
utilizzo efficace della memoria per immagini;
livello di integrazione fra memorie episodiche e memoria semantica;
capacità di operare una sequenzializzazione cronologica, tematica e causale degli eventi raccontati;
capacità di esplicitare e discernere le differenti tipologie di contenuti tematici e vissuti esperienziali soggettivi.
L’intervista esplora inoltre le prospettive di narrazione; in linea con quanto teorizzato da Wiedeman (1986), esse forniscono indicazioni importanti sulle modalità con cui viene organizzata la conoscenza personale e danno forma a tre differenti tipologie di resoconto: la rimessa in scena/trailer, la partecipazione/documentario, la rielaborazione/film.
Gli stili narrativi rispecchiano peculiari stili di organizzazione della conoscenza personale, ad esempio l’eteroregolazione del sé e delle emozioni contrapposta all’autoregolazione (Lenzi, 2005), e definiscono l’assetto relazionale che si sta sviluppando nel corso del dialogo terapeutico.
In altri termini il modo in cui un soggetto si racconta, i tempi e le cadenze con cui egli svela i propri contenuti problematici, indicano come sia abituato a gestire e a definire le emozioni, come sia solito approcciarsi alle relazioni interpersonali e quale significato stia dando all’esperienza della psicoterapia.
Nel primo stile narrativo, la rimessa in scena, il paziente colloca gli eventi nel contesto interpersonale immediato, in riferimento al proprio stato psicologico e agli scopi comunicativi perseguiti.
La partecipazione rappresenta invece una modalità in cui il paziente ricostruisce i fatti con precisione, ponendo attenzione al contesto di svolgimento e alla sequenza temporale e divenendo testimone esplicito di ogni comportamento osservabile del protagonista.
La rielaborazione, infine, racchiude valutazioni, opinioni ed esperienze personali del narratore, che organizza e integra il racconto all’interno di un’immagine di sé coerente e funzionale.
La terapia, fissando come obiettivo la comprensione e l’eventuale ristrutturazione del tema di vita del paziente, si focalizza sul linguaggio utilizzato ma soprattutto sullo sfondo percettivo ed emotivo; negli strumenti comunicativi di cui l’individuo si serve per raccontare un episodio della propria vita possiamo scorgere il ritratto che egli fa di sé stesso, il significato personale che le sue esperienze hanno assunto nel corso del tempo.
BIBLIOGRAFIA
Bercelli, F., Lenzi, S. (1998). Analisi Conversazionale di sedute di Terapia Cognitiva. Quaderni di Psicoterapia Cognitiva, 2, pp. 6-27.
Dodet, M. (1998). La Moviola. Psicoterapia, 4, 13, pp. 89-93.
Guidano, V. F. (1991). Il sé nel suo divenire. Trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1992.
Lenzi, S. (2005). Prospettive di narrazione e regolazione emotiva nei resoconti di esperienze negative. Il Pendolo, Anno IV, n. 6, Numero monografico sulla Psicologia Positiva.
Lenzi, S. (2009). La sostenibile densità dell’esperienza. L’approccio di Vittorio Guidano alla conoscenza di sé tra pratiche e modelli. Quaderni di Psicoterapia Cognitiva, vol. 14, n. 2.
Lenzi, S., Bercelli, F. (1999). Riascoltando una seduta III. Quaderni di Psicoterapia Cognitiva, 5, pp. 50-81.
Main, M., Goldwyn, R. (2010). Adult Attachment scoring and classification systems. In: Main M., Assessing Attachment trough Discours, Drowings and Reunion Situations. Cambridge University Press.
La paura dell’ abbandono è uno dei timori che spesso affligge gran parte dei nostri pazienti. Rappresenta una delle paure più grandi di cui soffrono molte persone e che crea diversi disagi nel momento in cui condiziona la vita affettiva e relazionale della persona.
In cosa consiste la paura dell’ abbandono?
Fondamentalmente, nel timore di rimanere soli, senza nessuno che possa prendersi cura dell’altro, Nell’affrontare in solitudine tutte le diverse prove alle quali la vita ci espone. Si manifesta con la costante e incessante paura di poter perdere la persona con cui si condivide la quotidianità, la persona amata e di conseguenza di rimanere privi di qualsiasi legame affettivo.
Queste persone vivono con la costante convinzione che la persona più cara possa lasciarli in qualsiasi momento. Sono talmente ossessionati da questa convinzione che si svegliano in piena notte in preda ad incubi in cui sognano di essere soli, vulnerabili e indifesi, esposti a qualunque rischio, visto che non c’è nessuno pronto a prendersi cura di loro. Il pensiero più profondo è rappresentato dall’estrema convinzione che passeranno la loro vita in totale solitudine. Questa convinzione si traduce e si manifesta nelle relazioni affettive, esasperando le manifestazioni emotive più semplici, mettendo in atto una serie di comportamenti che anziché portare all’avvicinamento della persona amata, inevitabilmente la allontanano. E’ come se si fossero incastrati in una trappola dalla quale non esiste via d’uscita.
Da cosa origina la paura dell’abbandono?
E’ necessario considerare i classici due fattori che da sempre determinano patologia: la biologia e l’ambiente relazionale in cui si sviluppa l’individuo. Nel caso in cui l’infanzia fosse stata caratterizzata da relazioni affettive sicure, in particolare con la propria madre, anche chi avesse una predisposizione biologica potrebbe non sviluppare la trappola dell’ abbandono.In caso contrario quando si cresce in ambienti instabili emotivamente e costellati da perdite o abbandoni, persino chi non mostra una predisposizione potrebbe sviluppare questa paura.
Da cosa deriva la paura dell’abbandono? Da diversi fattori inerenti a perdite reali, come lutti, traslochi, divorzi, o presunti come immaginare l’interesse del proprio partner per un’altra persona, interpretare i comportamenti normali come abbandonici, etc. Qualsiasi situazione in cui si percepisce una reale o presunta interruzione del contatto emotivo potrebbe attivare la paura dell’ abbandono.
E’ possibile guarire dalla paura dell’abbandono?
Sicuramente è possibile familiarizzare e rendersi consapevole dell’esistenza di questa vulnerabilità. Considerando questo nucleo la parte di se stessi da salvaguardare e proteggere. Esistono diversi step che portano a prendere dimestichezza con questa paura:
– Osservate gli attuali sentimenti di abbandono: diventare consapevoli dei sentimenti di abbandono attuali è importante, perché porta a riconoscere in quali situazioni si attiva questa paura per poi imparare a gestirla. Non si deve fugare l’emozione che deriva da questa situazione di paura, ma sforzarsi di conviverci, trascorrendo del tempo nel modo che fa più paura, in maniera graduale e non immediata: stando soli con se stessi.
Spesso chi vive la paura dell’abbandono rifuggia la solitudine, per questo è prezioso imparare a sopportarla. Solo in un secondo momento si riuscirà anche ad apprezzarla.
– Cercare di evitare partner instabili o poco desiderosi di impegnarsi in una relazione, anche se suscitano attrazione. Solamente quando si ha una relazione equilibrata ci si può conoscere e imparare a mantenere la propria identità all’interno della relazioni. Se ci si concede interamente al proprio partner si rischia di perdere se stessi. Se si dà tutto all’altro, la sola idea di poterlo perdere appare una reale catastrofe. E’ importante imparare a non rinunciare alla propria identità all’interno di una relazione affettiva. Quindi, contrariamente a quello che si può pensare, essere in relazione con qualcuno non significa essere dediti all’altro in maniera totale, ma essere inclini a se stessi.
– Lasciate al vostro partner il proprio spazio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla gelosia, parente stretta della paura dell’abbandono, ma valutare le alternative alla gelosia vivendola come una manifestazione della paura stessa. Se esiste una buona relazione con un partner stabile e interessato alla vostra persona, non è necessario agire in modo esagerato ai piccoli problemi sul fronte affettivo, ma bisogna lasciarli scorrere senza controllarli. Esaminare le proprio risorse e creare delle alternative aiuta la coppia. Ma la cosa fondamentale da fare è imparare a stare bene da soli, con se stessi.
Convivere con la paura dell’abbandono
Lo scopo ultimo di tutto questo percorso è diventare consapevoli del proprio disagio facendo emergere emozioni, sentimenti, pensieri e riflessioni rielaborandoli in modo funzionale e visualizzando sempre una alternativa alla situazione temuta. Solo così facendo è possibile iniziare a costruire una parte di sé nascosta, definita dall’altro. Quando si è soli e si impara a convivere con questa paura, senza utilizzare comportamenti che possano evitare di affrontare la paura stessa, si diventa consapevoli di chi si è e di cosa si vuole dalla vita.
Le donne che hanno paura del parto passano più tempo in travaglio rispetto alle donne che non hanno questo timore pervasivo: è quanto suggerisce una nuova ricerca norvegese pubblicata a fine giugno sulla rivista International Journal of Obstetrics and Gynaecology.
Dal 5 al 20 % delle donne ingravidanza presenta una paura specifica del parto e sembrerebbe maggiormente prevalente in particolare nelle donne più giovani e nelle primipare; altri fattori potenzialmente correlati sono la pre-esistenza di disturbi psichici (anche comuni come ansia e depressione), la carenza di supporto sociale e precedenti eventi negativi a livello ostetrico.
Lo studio ha coinvolto ben 2206 donne di età media di 30 anni, di cui il 50% circa primipare, in stato di gravidanza non gemellare intenzionate a partorire naturalmente. Alla 32° settimana di gestazione alle donne è stato chiesto di compilare il Wijma Delivery Expectancy Questionnaire (W-DEQ), un questionario validato finalizzato alla misurazione della paura di partorire.
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Il criterio fissato per identificare una significativa paura del parto è definito da un punteggio maggiore di 85. Sul totale del campione esaminato il 7,5% delle donne presentavano punteggi elevati sopra-soglia relativamente alla paura del parto.
I dati evidenziano che le donne con questa paura pervasiva legata all’evento del parto presentavano poi al momento effettivo della nascita del figlio un travaglio significativamente più lungo mediamente di circa un’ora rispetto alle donne con minore preoccupazione, pur considerando fattori intervenienti quali analgesia epidurale, e altre procedure ostetrico-ginecologiche.
L’aspetto psicologico del parto – evento tanto particolare per la donna- è ampiamente riconosciuto; d’altro canto sono auspicabili maggiori studi interdisciplinari e interconnessioni tra le scienze psicologiche e ostetriche, per comprendere al meglio anche i processi emotivo-cognitivi, le differenze individuali e più in generale le variabili in gioco nell’avventura del parto.
La Dott.ssa Wendy Behary, fondatrice e direttrice del Cognitive Therapy del New Jersey e del The New Jersey Institute for Schema Therapy. Con 25 anni di formazione e numerose certificazioni, lavora dal 1989 con il dott. Jeffrey Young presso la facoltà del Cognitive Therapy Center and Schema Therapy Institute di New York. E’ Presidente del comitato esecutivo della Società Internazionale di Schema Therapy ISST. In qualità di esperta sul narcisismo ha pubblicato e collaborato alla redazione di numerosi testi scientifici sul tema, ed è ritenuta una delle maggiori esperte in campo internazionale per i Disturbi di Personalità gravi e il Disturbo Narcisistico di Personalità.
1) Con un paziente con Disturbo Narcisistico di Personalità sappiamo quanto in psicoterapia sia difficile instaurare una buona relazione terapeutica che permetta quindi al paziente di poter iniziare e continuare la terapia. Quali strategia utilizza nelle sue terapie per raggiungere questo obiettivo?
Gli aspetti fondamentali nel creare una relazione terapeutica con questi pazienti sono sostanzialmente due. Il primo aspetto far leva sulla terapia durante la terapia stessa, e cioè aiutare i pazienti a identificare i loro sentimenti di vuoto o solitudine, perché solitamente non riconoscono le proprie emozioni e negano di avere un problema. In alternativa; il rischio è che i pazienti narcisisti quasi si dimentichino del perché siano lì con il terapeuta, percepiscano frustrazione e lascino la terapia. Un altro aspetto riguarda la necessità creare una relazione terapeutica calorosa, genuina, schietta, diretta, non distaccata. Il terapeuta deve mostrare empatia e compassione per il paziente cioè deve sentire sinceramente comprensione e dispiacere profondi nei confronti del paziente.
2) Quali ostacoli possono presentarsi in terapia nel cambiamento del paziente narcisista?
Il cosiddetto “Protettore Distaccato” rappresenta un grande ostacolo. Questi pazienti solitamente negano qualsiasi problema esistente e faticano a stare e a provare le loro emozioni più dolorose. Spesso tendono a essere troppo critici nei confronti del terapeuta; tendono a far sì che vi sia l’attivazione degli schemi del terapeuta e così diventa difficile mantenere quel livello di alleanza terapeutica: se il terapeuta si sente sovraccarico, distratto e se non si fa abbastanza leva sulla terapia. Il terapeuta può sentirsi attaccato e provocato dal paziente, reagendo con comportamenti controproducenti per la terapia.
Articolo consigliato: Schema Therapy e Disturbo Narcisistico: Workshop di Wendy Behary.
3) Tra pochi mesi in Italia uscirà il suo libro “Disarming the Narcissist” definito da molti autori a livello internazionale un manuale pratico in grado di offrire indicazioni su come gestire le sfide emotive che nascono da una relazione con un narcisista. Vuole condividere qualche riflessione in merito?
Sono molto entusiasta del libro in uscita in Italia. E’ stato scritto soprattutto perché ci sono stati molte dei miei pazienti che vivono con partnernarcisisti, che li amano, che ne volevano sapere di più, e desideravano sapere quali sono gli schemi che si attivavano all’interno della loro coppia e anche conoscere una strada più efficace per stare con loro. Entrambi i termini di questa equazione – il narcisista e il suo partner- hanno ispirato il senso di questo libro.
4) Quali indicazioni generali può dare ai nostri colleghi terapeuti per trattare i pazienti narcisisti?
La cosa più importante è che abbiano una buona supervisione e che facciano un buon lavoro su di sé per capire i propri schemi e la propria sensibilità ad alcuni aspetti specifici – anche aggressivi– che si possono innescare con i pazienti narcisisti. Questo permette al terapeuta di essere più forte e persistente. Bisogna inoltre essere pazienti per mantenere la continuità del trattamento con un paziente narcisista.
5) Esistono studi di efficacia riguardo la Schema Therapy applicata a pazienti con Disturbo Narcisistico di Personalità?
Al momento non ci sono evidenze forti in merito, da nessuna delle scuole di pensiero che si occupano di narcisismo. Per lo più esistono raccolte di esperienze e di casi clinici seguiti nel corso del tempo. Per quanto riguarda la Schema Therapy sono in corso alcuni studi in Olanda che includono pazienti narcisisti e alcune ricerche in ambito forense che ci auguriamo siano in grado di raccogliere dati in merito. D’altro canto, il problema delle evidenze scientifiche e della raccolta dati ha a che fare con altre questioni come per esempio il fatto che molte terapie non riescano a tollerare il trattamento in sé, oppure il terapeuta non è riuscito a identificare i sentimento di vuoto e solitudine del paziente, il quale non si sente compreso e quindi non termina la terapia. E così diventa difficile avere un campione rappresentativo che consenta una raccolta dei dati sensata.
6) Che cosa pensa dello sviluppo della Schema Therapy in Italia in questo periodo?
Ritengo che la Schema Therapy nel vostro paese sia in crescita. E’ entusiasmante dato che Alessandro Carmelita ha diffuso il modello nel vostro paese tra diversi professionisti, essendo egli in prima persona certificato in Schema Therapy, e trasmettendo entusiasmo tra i colleghi clinici. Penso che questo sia molto bello perché stiamo spingendo sempre più persone a far parte della nostra comunità di terapeuti afferenti al modello.
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7) Che cosa pensa che i terapeuti dovrebbero imparare per lavorare con un paziente narcisista?
Mi sento un po’ di parte nel rispondere a questa domanda poiché credo che la Schema Therapy sia una delle metodologie più efficaci per il trattamento di questi pazienti. Ritengo che, in quanto terapisti Schema Therapy, abbiamo a disposizione una concettualizzazione molto ricca, una forte comprensione dello spettro di elementi della personalità del narcisista, quindi sicuramente penso che la via migliore per trattarli sia quella di intraprendere un training in Schema Therapy e di applicare poi il modello alla popolazione dei pazienti narcisisti, una tra le più difficili e impegnative tra trattare.
8 ) Vuole dirci qualcosa a riguardo della nuova formulazione del DSM5?
Mi piacerebbe poter dire qualcosa a riguardo, ma in realtà penso che la direzione che si prenderà non è ancora chiara. Ritengo che una parte dei motivi che stanno dietro al cambiamento delle codifiche diagnostiche abbia a che fare con la complessità del narcisismo che è un disordine dello spettro narcisistico; il punto è che si sta cercando di cogliere i diversi elementi del narcisismo e i diversi modi con cui si manifesta.
Ad ogni modo sarebbe una circostanza assolutamente negativa se di fatto dovesse venire eliminato come disturbo perché penso si manifesti in modo chiaro e distinto nelle nostre popolazioni cliniche.
Comunque il tutto è molto controverso a fronte del fatto che vi sono ancora molte discussioni aperte rispetto a ciò che accadrà.
9) Pensa che la Schema Therapy stia veramente seguendo le nuove evidenze scientifiche nell’ambito della neurobiologia e del funzionamento cerebrale?
Ritengo che la Schema Therapy sia aperta e interessata è ciò che si sta scoprendo nell’ambito della comunità scientifica della neurobiologia interpersonale, poiché sicuramente supporta le nostre premesse di base, e cioè quelle attivazioni implicite delle memorie e che implicano connessioni con l’amigdala e il sistema limbico – i centri emotivi del cervello; inoltre, la neurobiologia spiega la connessione con il nostro sistema di sopravvivenza che supporta la nostra idea di modalità di coping. Quindi quest’area di studi è un altro modo per mettere la scienza alla base della nostra proposta e a far sì che la Schema Therapy abbia un razionale sia da un punto di vista scientifico che pratico-applicativo.
10) Può dirci qualcosa riguardo al cambiamento del funzionamento cerebrale mediante l’utilizzo degli esercizi immaginativi?
Non penso vi siano ancora risposte chiare in merito. Siamo ancora piuttosto speculativi su questo tema ma ci sono alcuni dati che supportano i cambiamenti nei patterns di attivazioni cerebrali a seguito del trattamento e dell’elaborazione di un aspetto traumatico nel paziente. In questo senso si rilevano emozioni di intensità minore, e parimenti una minore attivazione e un più veloce ritorno allo stato emotivo di base complessivamente nel sistema biologico. Questo è quello che noi diciamo in riferimento al nostro modello: il miglioramento clinico non è necessariamente valutato in relazione alla cancellazione degli schemi, poiché questo non è possibile, gli schemi sono parti della nostra memoria. Il miglioramento clinico è invece determinato da una minore attivazione, una minore frequenza e un recupero più veloce in relazione a queste memorie, e questo è in qualche modo quello che si vede in alcuni studi neuroscientifici.
Da sinistra: La Dott.ssa Silvia Taddei, la Dott.ssa Wendy Behary, il Dott. Alessandro Carmelita e il Dott. Luca Calzolari
“To do” or “do not” list? L’arte delle liste e il bisogno di organizzazione
In un recente articolo apparso sul blog del Wall Street Journal – e ripreso poi dal Corriere della Sera – il consulente aziendale ed esperto di leadership Peter Bregman propone, al fine di aumentare la produttività, di compilare non solo una lista di cose da fare, ma soprattutto, una lista di cose da non fare.
Secondo Bregman, infatti, il miglior modo per organizzare al meglio la gestione del proprio tempo consiste nello stilare due liste opposte e complementari.
La prima (la lista delle cose da fare) rappresenterà la parte selvaggia, creativa, produttiva e libera della nostra mente, che ci spinge a progredire.
La seconda lista (quella delle cose da non fare), invece, darà voce alla parte più responsabile, coscienziosa di noi e ci aiuterà ad evitare perdite di tempo e a non sprecare energie in attività che sviano dall’obiettivo prefissato.
L’uso delle liste è vecchia come il mondo, ma sembra non passare mai di moda, come dimostra la recente pubblicazione di Dominique Loreau, signora francese da anni ormai residente in Giappone, che nel suo libro (L’arte delle liste, ça và sans dir) cerca di insegnare, a colpi di elenchi da completare, come potersi liberare del superfluo, concentrandosi sull’essenziale e riuscendo così a gestire facilmente la propria vita.
L’esercizio delle liste, oltre che uno strumento per conseguire una vita zen, può rivelarsi anche un’utile strategia psicologica: ci aiuta a focalizzare un obiettivo, costringendoci a pensare ai passi necessari per conseguirlo. Ci aiuta anche a scomporre un problema, riducendo dunque l’ansia, e a compiere i primi passi in direzione di una meta, perché fornisce un binario da seguire, salvandoci dal caos di pensieri che a volte ci paralizza. E’, inoltre, un esercizio che non richiede grandi sforzi, né talenti particolari, ed è qualcosa con cui abbiamo dimestichezza sin da piccoli (prendere appunti, scrivere gli ingredienti di una ricetta, la lista della spesa etc.) Infine, può aiutarci a rivivere mentalmente una situazione e a correggere ciò che è andato male o che avrebbe potuto andare meglio. (LEGGI ANCHE: ARTICOLI SULLA COSTRUZIONE DI NARRATIVE PERSONALI)
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Una lista ben organizzata e pianificata è alla base anche della strategia di time management di Tony Schwartz, presidente e CEO di The Energy Project, società di consulenza aziendale, e autore del libro “Be excellent at anything”. La sua visione dell’efficienza condivide con le liste la caratteristica del “poco sforzo, massimo risultato” o, per dirla in termini più scientifici, dell’economia mentale. Secondo Schwartz, infatti, la chiave per gestire con successo gli impegni quotidiani risiede nel rendere il processo automatico, così da investire (e sprecare) minor quantità di energia mentale possibile.
Partendo dall’assunto che le risorse mentali in dotazione all’uomo siano limitate, più un problema / appuntamento / impegno richiede energie, meno ne avremo a disposizione per tutto il resto. Vivendo immersi, sempre di più, in una società che fa del desiderio la chiave del successo (e dell’economia), Schwartz insegna ai propri clienti a resistere alle distrazioni, utilizzando quelli che lui definisce rituali: “Comportamenti altamente specifici, fatti in un momento preciso, così che possano diventare man mano automatici e non richiedano più volontà cosciente o disciplina”.
Tra le molte liste che Schwartz stila con i suoi clienti, per aiutarli a centrare i propri obiettivi, credo che quella dedicata al cambiamento sia particolarmente interessante.
Per avere garanzia di riuscita, dunque, i passi necessari sono i seguenti:
Stilare un obiettivo preciso e specifico: il classico proposito di inizio anno “Fare più esercizio fisico” sarà destinato a fallire a causa della sua vaghezza. Riformularlo specificando in anticipo i giorni, l’ora e gli esercizi precisi, aumenterà le probabilità di successo (ad esempio scrivendo: “Mi impegno a correre per mezz’ora Lunedì, Mercoledì e Venerdì alle 7 del mattino”. Se un imprevisto farà saltare una delle sedute, ci si sentirà più motivati a recuperarla).
Portare avanti una nuova sfida alla volta: il cervello umano, a differenza dei computer, pur essendo multi-tasking(ossia in grado di compiere diverse azioni contemporaneamente) funziona meglio se si dedica, passo dopo passo, ad un unico compito (o comportamento), soprattutto se nuovo e particolarmente complesso.
Né troppo, né troppo poco: l’errorepiù comune che si compie nel momento in cui si tenta di cambiare qualcosa della propria vita è quello di mettere troppa carne al fuoco. Portando avanti l’esempio dell’esercizio fisico, se dopo un anno di inattività ci buttiamo a capo fitto in un programma di corsa intensivo (30 minuti al giorno per cinque giorni a settimana), molto probabilmente getteremo la spugna, trovando il tutto troppo faticoso. E’ altrettanto facile comportarsi nel modo opposto, correndo per 10 minuti due giorni a settimana e continuando così per un anno intero, non ottenendo i risultati sperati e dunque gettando – nuovamente – la spugna. L’unico modo per ottenere un cambiamento consiste in una via di mezzo: impegnarsi quel tanto che basta per ottenere un risultato tangibile (che quindi fornisce soddisfazione) ma, soprattutto, migliorabile.
Tutto quello a cui cerchiamo di resistere, persiste: così come le risorse, anche il livello di resistenza di un essere umano è limitato. Se siamo impegnati in un compito che richiede tutta la nostra attenzione, ma puntualmente riceviamo notifica di una nuova email, è abbastanza scontato che per un periodo di tempo riusciremo ad ignorare la cosa, ma alla fine la nostra concentrazione verrà meno e ci distrarremo. Per portare a termine un compito particolarmente difficile, dunque, sarà più utile lavorare ininterrottamente (evitando qualunque distrazione) per 90 minuti e successivamente prendersi una pausa.
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Conflitto di interesse: anche la più strenua volontà di cambiamento verrà bilanciata da un’eguale, ma inconsapevole, resistenza al cambiamento. Ciò è causato essenzialmente dal senso di benessere e sicurezza che deriva dal fare ciò che abbiamo sempre fatto, anche se tale azione (qualunque essa sia) non è più utile o produttiva. Per combattere tale resistenza, si deve innanzitutto avere chiaro davanti a sé l’obiettivo (ricordate il punto 1 della lista?) e successivamente chiedersi cosa si sta facendo o non facendo per raggiungerlo. La domanda essenziale potrebbe suonare più o meno così: “Che cosa posso fare per ottenere i benefici desiderati, ma anche minimizzare i costi che temo tale cambiamento mi porterà?”.
Tenere duro: il cambiamento è difficile e richiede energie, ma soprattutto diverse sconfitte prima di ottenere il successo sperato. In genere una persona in media fallisce sei volte prima di centrare il proprio bersaglio.
Il segreto, dunque, per una vita di successo, ma soprattutto serena, sembrerebbe risiedere dunque nei decaloghi (di biblica memoria). Sicuramente esistono liste che siamo più abituati a stilare e altre alle quali non avremmo mai pensato.
E voi? Quali sono le liste – se ce ne sono – alle quali non potreste rinunciare?
Secondo uno studio pubblicato su Developmental Psychology (APA), un team di ricercatori è riuscito a identificare dei marcatori genetici in grado di influenzare il livello di istruzione che un individuo riuscirà a raggiungere nel corso della sua vita.
I tre geni identificati nello studio – DAT1, DRD2 e DRD4 – sono collegati a comportamenti quali la regolazione dell’attenzione, la motivazione, la violenza, le capacità cognitive e l’intelligenza. L’autore principale dello studio, Kevin Beaver, PhD, professore al College of Criminology and Criminal Justice at Florida State University, e i suoi colleghi, hanno analizzato i dati del National Longitudinal Study of Adolescent Health (Add Health).
Add Health ha coinvolto un campione rappresentativo di 1.674 giovani americani che sono stati iscritti nella scuola media o superiore nel 1994 e nel 1995; lo studio è proseguito fino al 2008, quando la maggior parte degli intervistati aveva ormai un età compresa tra i 24 e i 32 anni. I partecipanti hanno completato il questionario e fornito un campione di DNA e sono stati intervistati, insieme ai genitori.
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I geni in grado di influenzare i risultati scolastici di una persona sarebbero il gene trasportatore della dopamina e il gene dei recettori della dopamina, entrambi implicati nella regolazione dei livelli cerebrali di questo neurotrasmettitore, che, secondo altri studi, sembra svolgere un ruolo nella regolazione del comportamento impulsivo, dell’attenzione e dell’intelligenza.
Dato che questi geni si trovano nel DNA di tutti, a fare la differenza sarebbero le variazioni molecolari all’interno dei geni, cioè gli alleli; infatti è chi possiede determinati alleli all’interno di questi geni ad avere raggiunto i più alti livelli di istruzione. La presenza degli alleli però da sola non basta a garantire il successo negli studi, che è influenzato negativamente da un QI basso e da un contesto socio-economico negativo. Piuttosto la presenza o l’assenza degli alleli influenzerebbe in maniera probabilistica i risultati scolastici di chi li possiede, agendo indirettamente, sulla memoria, sulla tendenza alla violenza e all’impulsività, che sono tutti noti fattori predittivi di quanto bene un bambino riuscirà a scuola.
I serious games come motore per modificare le relazioni umane
Antonio Ascolese.
I serious games sono strumenti sempre più utilizzati nel campo della formazione, grazie ai molteplici benefici che si traggono da essi ed, in particolare, dall’uso di realtà simulate e di metodologie fondate sul gioco.
Negli ultimi anni, diversi progetti di ricerca e di dissemination a livello internazionale sono stati finanziati da parte della Comunità Europea. Per esempio il progetto LUDUS– che ha visto coinvolti diversi partners europei tra cui l’Università degli Studi di Milano-Bicocca- è nato con l’obiettivo di favore la diffusione di consapevolezza delle potenzialità dei Serious Games nei diversi amibiti applicativi.
Per Serious Game si intende un vero e proprio gioco digitale che presenta finalità “serie”, che generalmente assume la forma di una simulazione interattiva virtuale e che trovano applicazioni in diversi ambiti educativi e di sensibilizzazione.
I cambiamenti che si possono ottenere con questi strumenti sono in grado di influenzare direttamente la vita quotidiana delle persone, spesso in stretta connessione con quella degli altri individui o di intere comunità. I serious games, in questo senso, possono essere considerati alla stregua di nuovi media interattivi, che hanno come scopo quello di educare e di intrattenere allo stesso tempo.
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Tra i tanti effetti sociali generati dall’uso dei serious games, si rivelano singolari quelli esercitati sulle relazioni: in particolare, è di rilevante interesse, constatare come le persone, tramite i giochi seri, comunichino tra di loro e formino relazioni sociali all’interno di mondi virtuali.
Infatti, i giochi digitali, specialmente quelli online, sono in grado di offrire ai giocatori un nuovo contesto sociale e nuove opportunità per la costruzione e la gestione di relazioni, oltre che per una forma di socializzazione informale. Da diversi studi, è inoltre recentemente emerso come, proprio dalle esperienze di gioco multiplayer, siano sorte nuove relazioni personali tra i giocatori, comprese amicizie strette e relazioni amorose.
Tutte queste osservazioni e deduzioni fanno emergere la natura profondamente sociale dei giochi digitali.
Esistono, tuttavia, alcune condizioni in grado di influenzare l’efficacia relazionale di questi giochi.
Tra queste, l’uso di forme di paralinguaggio, come gli emoticons, in grado di aumentare di gran lunga le potenzialità della comunicazione scritta, arricchendo ogni messaggio di una connotazione emotiva, favorendo così l’instaurarsi di relazioni.
Inoltre, dai dati delle ricerche condotte in questo ambito, è emerso che gli effetti di socialità sono strettamente connessi al tempo dedicato ai giochi e alla modalità di scrittura dei messaggi: a questo proposito, l’analisi del contenuto dei testi scritti dai giocatori, in un gioco multiplayer online, ha messo in evidenza, da un lato come, nonostante i contenuti aggressivi del gioco, i giocatori comunicassero soprattutto contenuti positivi, quali saluti, battute, risate, etc. e dall’altro che, a fronte di un tempo maggiore speso giocando, risultavano maggiori le espressioni positive e minori quelle negative, quali insulti o disapprovazioni.
Un altro dato rilevante è che la maggior parte dei giocatori ritiene le proprie relazioni, stabilite nel contesto di gioco, al pari di quelle della loro vita reale.
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Queste convinzioni e questi effetti sono stati spiegati in differenti modi, da diversi studi. In particolare, sembrerebbe essere un effetto dei tratti di personalità che influenza lo sviluppo di queste relazioni: ad esempio, chi ritiene che questo tipo di relazioni sia migliore rispetto alle relazioni tradizionali, in genere mostra elevati punteggi nel tratto del nevroticismo e bassi nell’estroversione, lo stesso vale anche per i giocatori che si erano mostrati più scettici rispetto alla possibilità di trovare amici tramite questi giochi.
Esistono però anche degli aspetti situazionali legati agli effetti relazionali che i serious games generano sugli individui, come la struttura stessa del gioco, che può lasciare più o meno spazio alla costruzione di relazioni.
Una spiegazione più completa però, arriva dalla Teoria del processamento dell’informazione sociale (social information processing theory, SIP), secondo la quale le persone sono spinte a ridurre gli elementi di incertezza nelle comunicazioni mediate da computer, dove in genere mancano indizi sociali. Infatti, in queste realtà, sono pochi i riferimenti legati all’identità degli utenti ed è quindi possibile che questa venga completamente mascherata. Così, i partecipanti di questi giochi si adoperano per ricavare dai messaggi scambiati con gli altri giocatori indizi sulla loro personalità per ridurre il più possibile gli elementi di incertezza sociale. Questa ricerca di indizi porta a rendere le relazioni sempre più personali e profonde, fino a raggiungere gli effetti sopra descritti.
Steinkuehler, C., and Williams, D. (2006). Where everybody knows your (screen) name: Online games as “third places”. Journal of Computer-Mediated Communication, 11(4), article 1. (FULL ARTICLE)
Utz, S. (2000). Social information processing in MUDs: The development of friendships in virtual worlds. Journal of Online Behavior, 1 (1). (FULL ARTICLE)
Ma starà fingendo? Sarà stato così bello anche per lei? Mi sembrava così distratta, cosa c’è che non va? In aiuto di fidanzati e amanti dubbiosi lo studio belga che va a stabilire una correlazione tra la soddisfazione sessuale e il benessere psicofisiologico nelle donne. “Dimmi come cammini e ti dirò quanto sesso fai!”: sembra infatti che il modo di camminare possa essere un indicatore di quanto una donna sia sessualmente soddisfatta e con quale frequenza raggiunga o meno l’orgasmo. Di nuovo il linguaggio del corpo che torna, e che per certi versi supera il verbale.
I ricercatori dell’Universitè Catholique de Louvain, Institut d’Itudes de la Famille et de la Sexualitè, Louvain-la-Neuve (Belgio), per valutare se gli orgasmi avuti o meno durante un rapporto sessuale avessero una qualche influenza sul modo di camminare hanno deciso di filmare le camminate di un gruppo di giovani donne. Il gruppo era composto sia da donne che dichiaravano di avere una vita sessuale soddisfacente, sia da donne che non riuscivano ad avere orgasmi durante il rapporto stesso.
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Dalle osservazioni fatte, i ricercatori hanno dedotto che avere regolari e soddisfacenti rapporti sessuali è una buona chiave per la salute e per il benessere psicofisico; infatti gli orgasmi, soprattutto quelli vaginali, avrebbero la “potenzialità” di sciogliere le tensioni di vari gruppi muscolari. I benefici dell’orgasmo, secondo i ricercatori, sono sia a favore dell’apparato scheletrico, bacino ad esempio, sia della muscolatura, garantendo una posizione più dritta e sinuosa.
Chissà tra quanto tempo impareremo a leggere dal modo di camminare di una persona che tipo di persona è, che tipo di rapporto ha con la propria famiglia, con gli amici, per ora possiamo limitarci a capire quanto, e soprattutto come, fa sesso. La camminata delle donne sessualmente soddisfatte è, infatti, una camminata veloce energica, fluida. Inoltre, per quanto riguarda il livello muscolare, le donne sessualmente appagate mostrano una maggiore tonicità…magari ce ne ricorderemo la prossima volta prima di andare in palestra!
Secondo una ricerca durata dieci anni e i risultati di quattro studi clinici indipendenti, il trattamento elettivo per i disturbi d’ansia, sarebbe la CBT in combinazione ad “un approccio transdiagnostico”, un modello che prevede l’applicazione di una serie di principi trasversalmente validi per tutti i disturbi d’ansia. Questo modello di trattamento è stato messo a punto da Peter Norton, professore associato di psicologia clinica e direttore della Anxiety DisorderClinic at the University of Houston (UH).
Secondo Norton i trattamenti mirati a ogni singolo disturbo d’ansia sarebbero per la maggior parte molto simili tra loro, e differirebbero realmente solo in alcuni specifici punti.
Nella sua esperienza clinica in Nebraska, Norton, non avendo abbastanza pazienti per creare gruppi di pazienti omogenei per ciascun disturbo d’ansia, ha incominciato a lavorare con gruppi eterogenei di pazienti, cercando di andare al nucleo del disturbo d’ansia, superando le artificiali distinzioni tra le diverse sottocategorie del disturbo.
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La svolta è arrivata usando CBT in collaborazione con l’approccio transdiagnostico. La combinazione era più efficace è risultata essere CBT in combinazione con altri tipi di trattamenti per i disturbi d’ansia, come training di rilassamento. I pazienti che ricevono il trattamento transdiagnostico hanno mostrato un miglioramento notevole, in particolare con il trattamento in diagnosi di comorbilità.
“Quello che ho imparato sul campo è che se si tratta la diagnosi principale, come la fobia sociale e l’avversione a parlare in pubblico, si avrà un miglioramento solo su alcuni aspetti della diagnosi secondaria. Con un approccio transdiagnostico, invece, si può avere un impatto molto maggiore sulla diagnosi secondaria“, sostiene Norton. Nel suo studio di ricerca, oltre i due terzi dei pazienti con di diagnosi di comorbilità è andato incontro alla remissione dei sintomi; quando il trattamento invece è specifico per un disturbo, ad esempio un disturbo di panico, solo il 40% dei pazienti mostra un miglioramento nel disturbo in comorbilità. L’approccio transdiagnostico si pone quindi come un trattamento efficace della persona nella sua interezza.
Questi risultati forniscono importanti linee guida per il trattamento efficace dei disturbi d’ansia da parte di psicologi e psicoterapeuti.
Bromberg, P.M. (2012). L’ ombra dello Tsunami. La crescita della mente relazionale. Raffaello Cortina Editore.
L’ ombra dello tsunami non è solo il titolo dell’ultimo libro di Philip Bromberg. È anche una metafora clinica che, con Standing in the spaces e Destare il sognatore (Bromberg, 1998, 2006), descrive la visione del funzionamento mentale e del processo clinico che lo psicoanalista americano è andato delineando nel corso di questa trilogia.
Alla formulazione classica che vedeva la mente come composta da organizzazioni di relazioni oggettuali interiorizzate e in conflitto tra loro, Bromberg ha sostituito l’idea di un funzionamento psichico centrato su stati del Sé multipli, mossi da processi dissociativi di diversa intensità, in interazione dinamica tra loro grazie a un uso salutare della dissociazione. È la disconferma traumatica di questi aspetti del Sé, che non hanno trovato un posto nella relazione con altri significativi, a trasformare la convivenza con gli altri stati del Sé in un pericolo. Proteggersi dal trauma diventa allora per l’individuo la necessità di trasformare la normale molteplicità in una rigida struttura in cui gli aspetti del Sé “illegittimi” possono continuare a vivere, ma di una vita fatta di clandestinità e isolamento. Inevitabilmente, la dissociazione diventa l’unico modo per l’individuo di gestire lo spazio dellarelazione al servizio di una falsa coerenza e di un senso illusorio di sicurezza.
Compito del clinico è dunque aiutare il paziente a ristabilire la normale fluidità, e quindi molteplicità, del Sé, ristabilendo i collegamenti tra i suoi stati, così da restituirgli la sensazione di “chi egli sia”. Destare il sognatore in questo caso sta a indicare la necessità di “svegliare” il paziente dai processi ipnoidi che dominano il suo funzionamento mentale, aiutandolo a portare in seduta non il sogno (stato del Sé) dissociato, ma il sognatore nella sua interezza.
Il valore aggiunto di queste metafore cliniche è dato dalla capacità dell’autore di stabilire un dialogo tra questa nuova “metapsicologia relazionale” (Harris, 2011) e campi di ricerca limitrofi. La lunga e esaustiva prefazione di Allan Schore presente nel volume ne è una testimonianza diretta che, oltre a rappresentare una sintesi affascinante e stimolante delle ricerche neuroscientifiche, conferma la compatibilità tra le ipotesi cliniche di stampo relazionale e la ricerca sulla neurobiologia dell’esperienza interpersonale.
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Sul piano clinico, quello che Bromberg ci dice in questo volume è che la dissociazione è un fenomeno intrinsecamente relazionale. L’elaborazione “di un trauma precoce”, scrive, “è fondamentalmente relazionale: non libera il paziente da quello che gli è stato fatto nel passato, ma da quello che deve fare a se stesso e agli altri al fine di convivere con quello che gli è stato fatto nel passato” (pp. 125-126). È questo che fa della relazione il luogo elettivo dove la dissociazione tra stati del Sé viene mantenuta.
Anche in questo caso possiamo rintracciare un’importante compatibilità tra l’impostazione clinica relazionale descritta da Bromberg e una solida tradizione di ricerca in psicoterapia che ci ha abituati non solo all’importanza di una dimensione collaborativa tra paziente e terapeuta, ma anche alla centralità della relazione con il clinico come mezzo per ottenere un cambiamento terapeutico (per es., Norcross, 2011; vedi anche Colli, Lingiardi, 2009; Lingiardi, De Bei, 2011). Ciò che ci dice Bromberg ha implicazioni cliniche ancora più profonde: “la fonte primaria dell’azione terapeutica è la relazione, non qualcosa creato attraverso di essa” (p. 109). Che cosa intende dire? Ecco di nuovo l’autore che parla:
“Quello che sostengo è che, con tutti i pazienti […] la crescita duratura della personalità nel trattamento analitico si intreccia con la capacità della relazione paziente/terapeuta di aumentare la soglia di tolleranza del paziente all’iperattivazione affettiva. Questo uso della relazione paziente/analista avviene attraverso l’elaborazione congiunta e non lineare di un canale di comunicazione agito (dissociato) in cui la paura del paziente della disregolazione affettiva (l’ ombra dello tsunami) viene “fatta ritirare” dalla capacità sempre più ampia di distinguere in maniera sicura la probabilità di uno shock mentale che può essere effettivamente soverchiante da quel tipo di esperienze eccitanti in cui la “tensione” si trova inevitabilmente mischiata al rischio della spontaneità. La paura del paziente della disregolazione, per come viene rivissuta nel presente agito, diventa sempre più contenibile come evento cognitivo, rendendo così in grado la mente/cervello di diminuire il suo affidamento automatico sulla dissociazione come un “rilevatore di fumo” affettivo” (pp. 33-34).
Lavorare all’interno di questa cornice non implica un abbandono della prospettiva classica, quanto piuttosto una “ristrutturazione gestaltica” del modo di osservare i fenomeni clinici. Compito del clinico psicoanalitico continua a essere quello di “ascoltare e interpretare” (Spezzano, 1998). Ma al tempo stesso, e prima di tutto, deve prestare attenzione ai cambiamenti negli stati del Sé – utilizzando il proprio senso d’identità come un vero e proprio organo di percezione (Searles, 1979) –, nel paziente e in se stesso, come lo sfondo che organizza tutto quello che viene detto o fatto in seduta. In altre parole, mentre analista e paziente interagiscono sul piano dei contenuti verbali, l’analista deve continuare a tenere a mente che, per riprendere la felice espressione di Bion (Grotstein, 2007), “at the same time and on another level” (“nel momento stesso e su un altro livello”, NdR) gli stati del Sé, di paziente e analista, stanno interagendo in quel momento. Quando si affaccia l’ombra di una disregolazione, il paziente farà automaticamente ricorso alla dissociazione, interrompendo silenziosamente l’interazione con lo stato del Sé del clinico, determinando un cambiamento simmetrico anche nello stato del Sé del terapeuta. Si apre così la via che conduce all’enactment – e “ascoltare e interpretare” cessa di essere l’obiettivo clinico.
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Lavorare nella relazione, tra i confini degli stati del Sé dissociati, comporta un “qualcosa in più dell’interpretazione” (BCPSG, 2011). Quando l’interazione silenziosa tra stati del Sé di paziente e analista prosegue per troppo tempo senza che l’analista vi presti attenzione, è probabile che presto o tardi si verifichi un vero e proprio stallo terapeutico, in cui l’analista si sente disorientato e spiazzato, e il paziente continua a sentirsi angosciato o arrabbiato a prescindere da quello che il terapeuta tenta di comunicargli.
“In tali momenti […] tentiamo le nostre “migliori” interpretazioni. Borbottiamo qualcosa sulla possibile ripetizione di un trauma precoce. Facciamo riferimento alla trascuratezza da parte dei genitori, forse persino ad abusi da parte dei genitori, troppo precoci per essere ricordati. E, naturalmente, c’è sempre la possibilità della depressione dei genitori! Chi non ha mai avuto almeno un genitore depresso? Tutto invano: il grido silenzioso del paziente continua e si fa sempre più forte” (Bromberg, 2006, p. 93).
È in momenti simili che la lezione clinica di Bromberg si fa preziosa. Quando a predominare è l’enactment, è il livello della relazione nel qui-e-ora che deve avere la precedenza. L’analista può sentire di essere nel giusto, di aver colto “il problema del paziente” – e forse è vero. Ma qualsiasi intervento posto su questo livello in quel momento coglie nel segno di un bersaglio sbagliato, e ha come risultato quello di amplificare ulteriormente la vergogna e la rabbia (l’ ombra dello tsunami) del Sé dissociato.
Una volta caduti nello spazio della relazione, i concetti classici smettono di essere di aiuto. Tentare di comprendere quello che sta accadendo pensando che il paziente stia resistendo, stia cercando di spingere il terapeuta a sentire degli affetti che lui non riesce a tollerare, o che lo stia vivendo come un “oggetto cattivo”, non coglie il vero nocciolo del problema: non è il paziente che si sta difendendo, ma l’analista. È l’analista che si sta rifiutando di riconoscere o condividere un suo vissuto personale (aspetto del Sé) che sente come problematico o di cui si vergogna e, così facendo, sta disconfermando la legittimità di quello stato del Sé del paziente che sta urlando, e continuerà a urlare, perché sta rivivendo la situazione traumatica originaria (vedi Bromberg, 1998, pp. 253-257; Bollas, 1987, pp. 166-175): sta, cioè, chiedendo al terapeuta di aiutarlo a sentirsi una persona più intera.
È la possibilità di sopravvivere in momenti simili, condividendo la propria esperienza, che consente al paziente di elaborare le emozioni dolorose e regolare gli affetti traumatici – “il ritiro dello tsunami” –, creando uno spazio diadico capace di includere la soggettività di entrambi. Con le parole di Jessica Benjamin (1998):
“Riconoscere l’‘altro interno’ indebolisce la minaccia costituita dall’‘altro esterno’, così che lo straniero che sta fuori non è più identico allo straniero che sta dentro di noi: non è la nostra ombra, un’ombra sopra di noi, ma un ‘altro separato’ la cui ombra, nella luce diventa distinguibile” (p. 141).
Fare “ritirare lo tsunami” è un processo trasformativo che non si riferisce a un semplice “cambiamento” nel paziente, ma a una vera e propria crescita della sua mente. Una volta che viene meno il pericolo di un’inondazione di affetti traumatici, l’individuo può fare di nuovo sue risorse e capacità prima tenute in ostaggio dalla struttura mentale dissociativa. Gli aspetti del Sé precedentemente sequestrati possono ora prender parte e contribuire al discorso umano; possono influenzare e farsi influenzare dagli altri. Possono, cioè, crescere.
Lingiardi, V., De Bei, F. (2011), “La svolta relazionale nella ricerca in psicoterapia”. In Lingiardi, V., Amadei, G., Caviglia, G., De Bei, F. (a cura di), La svolta relazionale. Itinerari italiani. Raffaello Cortina, Milano, pp. 99-122.
Searles, H. (1979), “Uso della controtraslazione per comprendere e aiutare il paziente”. Tr. it. in Il paziente borderline. Bollati Boringhieri, Torino 1988, pp. 123-145.
Un trauma, uno “tsunami”, che colpisce una mente immatura lascia un’ombra di paura che indebolisce la futura capacità dell’adulto di costruire relazioni interpersonali, riducendo la possibilità di avere fi ducia in un rapporto umano autentico. Philip Bromberg approfondisce la sua indagine sulla natura della relazione terapeutica: il processo psicoanalitico prosciuga la vulnerabilità del paziente e libera la sua capacità di avere fi ducia negli altri, implicando una crescita della mente relazionale.
L’autore
Philip M. Bromberg è analista supervisore con funzioni di training al William Alanson White Institute. Nella collana di Psicologia clinica ha pubblicato Clinica del trauma e della dissociazione (2007) e Destare il sognatore (2009).
A che cosa serve la musica? Come mai ne associamo tipi diversi ai vari momenti della giornata? Come facciamo a scegliere il brano più adatto?
Queste domande sono diventate lo sfondo di ogni incontro del laboratorio di musica e didattica metacognitiva, svolto con i bambini tra i 5 e i 7 anni. Sembra strano che proprio loro si ponessero il problema di affrontare la questione. Eppure è bastato poco. È stato sufficiente cominciare a ragionare sulle proprietà del suono perché nascessero nuove domande.
Nel corso dei laboratori di didattica metacognitiva ho avuto modo di vedere che i bambini, anche se molto piccoli, hanno già un’esperienza sonora e musicale molto vasta e radicata. Ricordano se il volume della musica del supermercato è troppo alto, sanno riconoscere i brani ascoltati dai genitori e dai fratelli più grandi. Alcuni di loro sanno addirittura distinguere il campanello di una bicicletta da quello che segnala la fermata del tram.
Articolo consigliato: Musica e Didattica Metacognitiva #1.
Spesso diamo per scontato che ai bambini bisogni insegnare tutto, e che tutto deve essere insegnato in modo semplice, proporzionato alle loro capacità cognitive. Al contrario, spesso dimostrano di saper assimilare informazioni complesse ancora più velocemente degli adulti, e le sfoderano quando più gli fa comodo.
I bambini fino ai 5 anni soprattutto, fanno molto affidamento sulle loro orecchie. Spesso imparano parole straniere senza conoscerne il significato, ma ne sanno riprodurre la fonetica senza troppo sforzo. D’altronde l’udito è il più primordiale dei loro sensi, e già dal quarto/quinto mese di gravidanza il feto comincia a sviluppare l’apparato uditivo. Infatti nei primissimi mesi di vita sono in grado di riconoscere la madre dalla voce, non dall’aspetto.
I risultati più sorprendenti si sono visti nell’atteggiamento con cui hanno affrontato il lavoro. Sembra strano ma quando si parla di musica, si accantona la competitività, a favore della collaborazione. In questo modo i risultati non sono solo migliori ma anche più evidenti. Non parlo di una collaborazione musicale, non si suona insieme, ma insieme si scopre il modo per ottenere un determinato suono o per riconoscerne uno ascoltato. Non c’è bisogno di chiedere di collaborare perché lo fanno istintivamente, ma solo con la musica. Così facendo, sono andati incontro ad esperienze sensoriali ed emotive, personali e collettive.
Ricordo una bambina che, a sentire un compagno che insisteva nel convincere il gruppo che quello che sentiva lui fosse la versione giusta delle cose, gli disse:
“Non puoi arrabbiarti se non siamo come te. A me piace quello che hai sentito ma io ho sentito un’altra cosa“.
Questo è stato uno dei momenti più alti del mio laboratorio. La bambina non aveva solo capito che ciascuno di noi vive l’esperienza sonora (e sensoriale in genere) in modo diverso, ma era anche riuscita a spiegarlo al resto della classe con poche parole, le più azzeccate.
A conti fatti ho avuto a che fare con piccoli adulti. Più capaci del previsto di elaborare sensazioni ed emozioni, ma ancora poco capaci di raccontarle. Nella musica abbiamo riconosciuto un potenziale enorme, in grado di entrare in profondità, e da lì far uscire pensieri e riflessioni forti, inaspettate. Se certi adulti non avessero perso l’abitudine a lasciarsi trasportare così lontano, chissà dove saremmo potuti arrivare.
BIBLIOGRAFIA
Per approfondimenti su approcci metodologici di tipo metacognitivo alla didattica:
C.I.R.D.A., Università di Torino, Centro Interstrutture per la Ricerca Didattica e l’Aggiornamento degli insegnanti, ‘IMPARARE AD IMPARARE’, L’educazione cognitiva nella scuola dell’infanzia e in quella elementare, Libreria Stampatori, Torino, 2007;
Per approfondimenti sulla valenza formativa della musica nel contesto educativo:
Pagannone, G., Le funzioni formative della musica, in Musica, Ricerca e Didattica, a c. di A. Nuzzaci e G. Pagannone, Lecce, Pensa Multimedia, 2008, pp. 113-156
Bianconi, L., La forma musicale come scuola dei sentimenti, in Educazione musicale e Formazione, a cura di G. La Face Bianconi e F. Frabboni, Milano, FrancoAngeli, 2008, pp. 85-120
Un nuovo studio, condotto alla McGill University in Canada, offre nuovi indizi per la diagnosi precoce di autismo (Disturbi dello Spettro Autistico); secondo quanto scoperto dai ricercatori, infatti, è possibile rilevare uno sviluppo cerebrale anomalo già a 6 mesi di età, cioè molto prima che i bambini comincino a manifestare sintomi autistici. Attualmente la diagnosi di autismo viene fatta intorno ai di 2 o 3 anni di età del bambino.
Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sull’American Journal of Psychiatry, ha seguito 92 bambini dai 6 mesi ai 2 anni che avevano fratelli maggiori con il disturbo dello sviluppo e per questo sono stati considerati ad alto rischio di autismo. Ogni bambino effettuava a 6 mesi un tipo particolare di imaging da risonanza magnetica (Diffusion Tensor Imaging DTI) e a 24 mesi una valutazione comportamentale.
La diffusion RM è un importante strumento diagnostico produce immagini che dipendono dai movimenti microscopici delle molecole di acqua tra i tessuti, e permette di descriverne la struttura su scala microscopica; l’Anisotropia Frazionaria (FA) è un Indice di tale diffusione anisotropa.
A 24 mesi, il 30 per cento dei bambini nello studio sono stati diagnosticati autistici. 12 delle 15 aree di sviluppo della materia bianca esaminate, differivano significativamente nei bambini che hanno sviluppato la patologia autistica rispetto a quelli che invece non hanno ricevuto questa diagnosi. L’anisotropia frazionaria (FA),, aveva all’inizio dello studio valori elevati, per poi decrescere progressivamente nei bambini che ricevevano diagnosi di autismo, fino a raggiungere, entro i 24 mesi di età del bambino, valori inferiori a quelli riscontrati in bambini che non venivano diagnosticati autistici.
“Per la prima volta, abbiamo un risultato incoraggiante che consente di sviluppare biomarcatori del rischio di autismo prima della comparsa dei sintomi, anticipando di molto le possibilità di diagnosi” ha detto Alan Evans.
Questo studio ha permesso di individuare le modificazioni cerebrali e comportamentali in relazione all’età che sottendono la patologia autistica e per questo è di vitale importanza per lo sviluppo di strumenti in grado di aiutare i bambini autistici e le loro famiglie.
Nel caso dell’intolleranza dell’incertezza, va ristrutturata criticamente l’assunzione, il collegamento logico “se… allora”. L’assunzione per lo più assume la forma: “se il mondo è incerto, allora esso è pericoloso”. Questa assunzione va dapprima accertata, obbligando il soggetto a ragionare sull’incertezza (“In che senso l’incertezza è da temersi? Perché l’incertezza delle cose la preoccupa?”) e poi criticato il collegamento logico con il pensiero catastrofico (“Perché l’incertezza porterebbe alla catastrofe?”). Dovrebbe essere abbastanza facile riuscire a rassicurare alcuni soggetti facendoli ragionare sul fatto che incertezza non significa inevitabilità dell’esito negativo.
Purtroppo altri pazienti non saranno affatto rassicurati da questa ristrutturazione. Per questo secondo gruppo di soggetti, l’ansia è legata proprio alla non prevedibilità dell’esito, allo stato precario che precede il verdetto della realtà. Ciò che è insopportabile è la possibilità, sia pure minima, che l’esito sia negativo. In questo caso si può puntare su tre strade differenti, che sono: la riconsiderazione critica della appropriatezza della credenza centrale, della rimediabilità, oppure della sopportabilità. Nel primo caso, si tratta di riconsiderare se davvero la valutazione di incertezza sia corretta, se davvero la situazione sia così incerta: “È giusto dire che l’esito della situazione sia così incerto? O forse no?”.
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Nel secondo caso, si tratta di far comprendere al soggetto che un eventuale esito negativo non significa la fine della storia della vita del soggetto. L’esito negativo viene quindi accettato, ma anche decatastrofizzato, puntando sulle capacità di reazione del paziente. Nel caso della sopportabilità, l’attenzione viene spostata dal mondo esterno a quello emotivo interiore. L’incertezza viene ridefinita non più come un connotato immodificabile del mondo esterno (cosa che è del resto vera, il mondo è effettivamente incerto e incontrollabile), ma come uno stato interiore di nervosismo, definito come insopportabile. In realtà, bisogna far capire al soggetto sia che quello stato d’animo non è forse così negativo, riducendo e sdrammatizzando l’ansia da stato sommergente e insopportabile a stato negativo fastidioso con il quale si può convivere, sia facendo notare al soggetto che è però possibile manipolare questo stato d’animo negativo, raffreddarlo e renderlo innocuo mediante semplici tecniche di distrazione e spostamento dell’attenzione.
Questa quaterna di interventi – critica dell’assunzione catastrofica “se accade questo, allora tutto andrà male”, critica della appropriatezza della valutazione legata alla credenza centrale, valorizzazione della rimediabilità pratica dell’evento negativo e della sopportabilità emozionale dello stato di ansia – è applicabile anche alle successive credenze del timore dell’errore e del bisogno di controllo.
Nel caso del timore dell’errore, la tecnica consiste quindi nella ridefinizione del collegamento tra errore e catastrofe irrimediabile, nella rivalutazione della appropriatezza della valutazione di errore (“Ma siamo sicuri che lei abbia sbagliato?”), nella rivalutazione della rimediabilità dell’errore, e della sopportabilità dello stato d’animo legato all’errore. È da notare che, nel caso del timore dell’errore, lo stato d’animo negativo può comprendere vissuti non solo di ansia, ma anche di colpa.
Anche nel caso del controllo le strade possibili sono quattro. Da una parte, analogamente a quanto fatto per il timore dell’errore, tagliare la connessione rigida tra perdita di controllo e catastrofe. Dall’altra, riconsiderare criticamente se davvero la situazione si può definire così priva di controllo, come ritenuto inizialmente dal soggetto sofferente. Infine, si può riconsiderare criticamente la rimediabilità della perdita di controllo, e la sopportabilità dello stato d’animo corrispondente alla perdita di controllo, in maniera poco dissimile a quanto visto nelle altre credenze.
3 – L’autovalutazione negativa
Nel caso della autovalutazione negativa si può lavorare in due modi.
Il primo obbedisce al principio di Ellis di sostituire i giudizi catastrofici con giudizi negativi sopportabili o neutri. Nel caso della bassa autostima, si tratta di sostituirla con un atteggiamento non giudicante e neutrale e non con una buona autostima. L’autostima è sempre una trappola per Ellis che inevitabilmente porta a stati di sofferenza. Valutarsi significa comunque mettersi alla prova su un terreno astratto e sfuggente. Per Ellis occorre sfuggire alla tentazione di giudicarsi e valutarsi, tentazione generata dall’illusione che valutarsi e giudicarsi portino a una più estesa conoscenza di sé e a un maggiore capacità di controllo della realtà: se so quanto valgo, conosco i miei difetti e posso migliorarmi. Ma questo è un errore.
Articolo Consigliato: Esercizi Comportamentali in Psicoterapia Cognitiva.
Le valutazioni tendono a essere globali e generiche, e inoltre in una auto-valutazione un aspetto, un tratto negativo sarà sufficiente per colorare di nero l’intero giudizio di sé. Al posto dell’autostima, Ellis esorta e perseguire l’accettazione incondizionata di sé. Se proprio necessario, se cioè in alcune situazioni è possibile che esista un vantaggio pratico nel giudicarsi, la valutazione andrà riferita non globalmente all’intera persona, ma a determinati comportamenti ed episodi. Quindi autovalutazioni non globali e generalizzate, ma limitate e contestualizzate.
La seconda tecnica, più beckiana, raccomanda di criticare l’appropriatezza di questa autovalutazione negativa. In che senso e perché il nostro paziente si valuta negativamente? Secondo quali parametri, e in quali ambiti? Una volta effettuata questa operazione di accertamento, si deve tentare la ridefinizione in termini positivi della personalità del nostro paziente, sottolineando i punti positivi, mostrando il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto. Anche l’intervento sulla rimediabilità può essere efficace, una volta accettata almeno in certi ambiti una determinata valutazione negativa delle qualità del nostro paziente. In altre parole, il soggetto va convinto che le sue supposte qualità negative sono modificabili e migliorabili.