Malati di sesso

ID Articolo: 2063 - Pubblicato il: 12 ottobre 2011
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Mangiare, bere, sopravvivere e riprodursi, sono bisogni fondamentali e imprescindibili per la sopravvivenza dell’uomo. Ma cosa accade quando il bisogno si trasforma in una vera e propria ossessione?

Lovers - © George Mayer - Fotolia.comCercando su The Internet Movie Database con le parole “sexual obsession” si trovano 162 film, di cui ben 138 sono film drammatici o thriller. Sembra proprio che al cinema l’ipersessualità – l’abitudine di ricercare rapporti sessuali o desideri sessuali frequenti, improvvisi e incontrollabili – equivalga a ossessione e omicidio. Se nel mondo della celluloide c’è quest’idea chiara e ben definita, così non è nel mondo psichiatrico e medico. Infatti sebbene da molti anni questo disturbo sia al centro delle discussione di medici, psicologi e sessuologi, non si è ancora raggiunta una definizione definitiva e la proposta di Martin Kafka di far rientrare ufficialmente nel DSM-V l’ipersessualità tra i disturbi in esso descritti, apre nuove discussioni. Bisogna considerare il sesso come una droga e quindi parlare di “dipendenza sessuale”, oppure potrebbe essere il risultato di un comportamento ossessivo? O ancora impulsivo?

Per chiarirci le idee proviamo a partire dall’inizio. Quando il desiderio sessuale diventa patologico? Quantificare e qualificare il comportamento sessuale è la vera sfida della moderna sessuologia, poiché in questo contesto molto importante è il ruolo svolto dal contesto sociale e culturale, dalla morale comune e individuale e dalla religione. Per ovviare a questi problemi il gruppo di Kafka ha proposto questa nuova definizione: “la vita sessuale di un individuo si può definire “malata” solo quando diventa una fonte persistente di infelicità e, soprattutto quando l’individuo perde completamente il controllo delle proprie pulsioni”.

Se al complesso problema della definizione forse una soluzione si è trovata, così non è per i modelli psicologici e biologici che cercano di comprendere questo disturbo. Un modello molto diffuso è quello della dipendenza sessuale nel quale si suggerisce come l’attività sessuale, poiché provoca il rilascio di ormoni e di neurotrasmettitori legati al piacere, in alcune persone inneschi una vera e propria dipendenza  come quella derivante dall’assunzione di droghe o alcool. A questo punto gli esperti si dividono: alcuni ritengono che la dipendenza sia mantenuta da solo fattori biologici, altri invece sottolineano l’importanza del vissuto personale legato a momenti così intensi.

Un’altra teoria che è stata avanzata per spiegare l’ipersessualità è quella che la considera come risultato di un comportamento compulsivo. Willy Pasini, spiega che dal momento in cui le compulsioni vengono messe in atto per ridurre lo stato d’ansia, l’atto sessuale potrebbe diventare un comportamento compulsivo che queste persone mettono in atto per ridurre l’ansia e non per piacere. Si attiva così un circolo vizioso mantenuto dalla consapevolezza di aver fatto qualcosa di “sbagliato” che fa aumentare il livello dell’ansia, che viene placata ricercando nuovi e più frequenti rapporti sessuali, che col tempo risultano essere sempre meno legati al piacere diventando e sempre più meccanici.

Ma non c’è due senza tre. Dagli studi sul funzionamento biologico del desiderio sessuale e dalle ipotesi avanzate negli anni ottanta da Bill Kinder nasce una terza teoria, quella attualmente più accreditata, che spiega la continua ricerca di partner sessuali come risultato dell’impulsività, ovvero della perdita della capacità di controllare o resistere a una tentazione. Teoria che ben si combina anche con tutti i casi di ipersessualità presenti in certe forme di epilessia e demenze senili ben noti da tempo ai neurologi.

Tante cause, tante teorie, un solo problema che fa stare male chi ne soffre. Ma la cura? Ovviamente esistono diversi approcci in base alle diverse teorie di riferimento. C’è chi propone l’astinenza assoluta, aiutata con la partecipazione di gruppi di auto aiuto come quella degli alcolisti anonimi. C’è chi propone invece di intervenire con una terapia cognitiva comportamentale e chi invece sostiene che l’unica terapia possibile sia quella farmacologica.

Ad ogni modo emerge la necessità di inserire questa patologia all’interno dei manuali diagnostici per poter aiutare i pazienti strutturando interventi più precisi ed efficaci, dato che questo disagio è anche un problema sociale, che contribuisce, inoltre, alla trasmissione di malattie e alla fine di molti rapporti sentimentali.

BIBLIOGRAFIA:


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