Il rimuginio è una forma di pensiero ciclico, negativo e ricorrente. Il rimuginio è in azione quando rimaniamo chiusi nei nostri pensieri negativi e immaginiamo continuamente situazioni negative che potrebbero accadere in futuro, soprattutto in condizioni di incertezza. Il rimuginio è un sintomo centrale soprattutto nei disturbi d’ansia (Sassaroli, Lorenzini,Ruggiero, 2006) ma anche nella depressione e nei disturbi alimentari (Sassaroli & Ruggiero, 2012). La psicoterapia cognitiva studia come imparare a regolare e gestire il proprio pensiero.
A volte possiamo avere l’impressione di non essere capaci di controllare il rimuginio. Ci investe e parte prima che ce ne rendiamo conto e a quel punto proviamo a non pensarci, a distrarci, ma al massimo ci abbandona per un po’ e poi ci svegliamo nuovamente che già stiamo ancora ragionando su temi negativi. Ma il rimuginio non avviene involontariamente, certo è un’abitudine, una pessima abitudine, ma è sotto il nostro controllo.
Proviamo a pensare a tutte le volte in cui il rimuginio si è interrotto da una telefonata, da qualche evento che ci ha distratto, o un urgenza improvvisa. Anche una forma di profonda ansia dovuta alle nostre preoccupazioni può essere interrotta se qualcos’altro succede intorno, se magari un nostro amico cade, si fa male e ha bisogno di soccorso.
In quel momento controlliamo il rimuginio, anche se non ce ne accorgiamo. Si tratta di accorgersi e abituarsi a mettere in atto un altro comportamento mentale, allenarlo finché non sarà una nuova abitudine.
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Prova a rimuginare su un tuo problema. Adesso.
Non sto scherzando, scegli un tuo problema e prova a pensare a tutto ciò che di negativo potrebbe capitarti. Guarda l’orologio e fallo per almeno 2 minuti, lascialo partire e seguilo.
Adesso lascialo correre ma guardati intorno, cerca gli oggetti rettangolari che riesci a vedere.
Il rimuginio può continuare a scorrere come una radio nella tua testa, lascialo andare, ma cerca i rettangoli nella stanza o nell’ambiente, osservali, prova a trovare quelli che non ti capitano sotto gli occhi a prima vista.
Stai lì e osserva il mondo.
Mentre osservi il mondo, metti il rimuginio da parte. Il mondo non crolla.
Il rimuginio è un po’ come un aquilone, che può volare via ma al quale tu ti tieni ancora aggrappato. Puoi mollare la presa e guardare altrove.
Così tutte le volte che ti trovi legato al rimuginio, prova a guardare il mondo e concentrati su ciò che vedi, senti, tocchi. Molla la presa e guarda altrove.
Questo è il SAR (Situational Attention Refocusing), un accorgimento molto utile per allenarsi a non tenere il rimuginio in primo piano (Wells, 2009). Ma, se l’ansia e lo stress del rimuginio persistono, forse è il caso di una consulenza professionale. Questi sono solo piccoli accorgimenti utili per tutti. Da soli non fanno una cura né una psicoterapia cognitiva.
Tredicesimo e ultimo film di Robert Bresson, L’Argent (1983) non fu ben accolto né dalla critica né nelle sale, ma merita di essere visto non solo per la statura dell’autore, ma anche perché si presta in modo singolare a riflettere sul suo stile e in generale sul significato della rappresentazione artistica.
Il film racconta la storia di Yvon, un operaio che subisce un’ingiustizia; da vittima diventa prima un ladro e poi un crudele assassino. All’inizio di tutto è l’odiosa insensibilità di due genitori nei confronti del figlio adolescente cui rifiutano di dare del denaro in più per ripagare un piccolo debito contratto con un compagno di scuola (in una scena velocissima, ma in cui Bresson riesce a descrivere complesse dinamiche relazionali). Il ragazzo allora chiede aiuto a un amico. Questi lo induce a spacciare assieme a lui una banconota falsa da 500 franchi. Il negoziante che la riceve la rifila a Yvon con l’aggiunta di altre due. Quando Yvon prova innocentemente a pagare un conto al ristorante con le banconote, viene denunciato e poi condannato. Invece di scagionarlo, infatti, l’impiegato del negozio testimonia il falso e conferma l’accusa. Passando di mano in mano, in chi lo riceve a turno il biglietto è dunque ogni volta l’occasione di un’amara scoperta. Si generano così le tensioni che imprimono alla storia i suoi primi scatti narrativi.
Il denaro mette a nudo le pulsioni più inconfessabili. Mogli e mariti che si dilaniano in tribunale per spartirsi i beni, fratelli che si odiano per l’eredità, amicizie che naufragano su litigi da pochi spiccioli: questo lo vediamo tutti i giorni. Attribuiamo al denaro un potere diabolico. Tuttavia, enfatizzarne il ruolo nel film sarebbe fuorviante. Come nei romanzi di Balzac il denaro qui è solo il reagente che l’autore usa per indagare la natura più intima dei rapporti umani. Visti nelle loro sfumature più tenui, essi svelano una trama meccanica, arida, automatica. Nel suo laboratorio di visioni Bresson scopre che ognuno è irrimediabilmente solo e al tempo stesso intrappolato in una rete simbolica (sociale). La chiave del film, ammesso che ce ne sia una, non è tanto nel racconto di Tolstoj, Denaro falso, cui si ispira direttamente, quanto piuttosto in un altro racconto dello scrittore russo La morte di Ivan Il’ič.
La solitudine, l’odio e la violenza, sembra dirci Bresson, sono alimentati da una generale mancanza di empatia, comprensione e accettazione dell’altro. È ineluttabile che le relazioni umane siano così? Sono tutte così? Sì e no. Forse è solo questione di soglie critiche. L’unica cosa che può fare da freno all’odio è ovviamente l’amore. Sull’amore primario dei genitori per i figli e viceversa si basa secondo Freud (1895) il fondamento dell’etica. Siccome per diventare adulto il bambinodipende così a lungo dai genitori e all’inizio si trova in uno stato di assoluta impotenza (Hilflosigkeit), ecco che questo vincolo, quando le cose vanno bene, si trasforma nella legge interiore che gli permetterà di essere a sua volta capace di amore, compassione e giustizia. Bisogna capire però il significato psicologico dell’odio e il perché della sua necessità.
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L’oggetto nasce nell’odio, scrive Freud. L’odio è il primo e anche l’ultimo dei sentimenti: “Avevo poco calore in me. Poca carne mi era rimasta attaccata alle ossa. Questa carne bastava solo per provare rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani. Non era l’indifferenza, ma la rabbia l’ultimo sentimento umano, quello più vicino alle ossa”: è la voce dell’io narrante de I racconti della Kolyma, di Varlam Salamov(1991, p. 285), lo scrittore che Solgenitzin ha eletto a suo maestro, e splendido autore della memorialistica sui lager di Stato in Russia. Che la rabbia sia l’ultimo e il più tenace dei sentimenti umani, quello che rimane quando tutti gli altri si sono spenti, si potrebbe dire anche per Yvon. Alla fine la sua non è che cieca rabbia. Ma se è l’ultimo sentimento a restare, vuol dire che la rabbia è l’estremo baluardo psicologico per tenersi in vita. Come la sete segnala il bisogno d’acqua, così la rabbia segnala il bisogno di riconoscimento e insieme cerca di ottenerlo. Purtroppo, a volte ciò avviene in modo sbagliato o addirittura tragico.
Così ho inteso una brillante intuizione di Peter Fonagy (2001), secondo cui certi gesti estremi di violenza hanno il fine di far superare un senso di vergogna intollerabile ridando per un attimo alla persona la capacità di agire e di farsi vedere da tutti. Così accade alla fine del film. In quest’ottica, tre momenti sono particolarmente significativi. In tutti i casi Yvon è sotto gli occhi di tutti e si vergogna: quando viene giudicato in tribunale; alla mensa del carcere, quando, dopo essere stato abbandonato dalla moglie, si chiede “Perché tutti mi guardano?”; e poi al bar dove si consegna alla polizia (significativamente, in questa scena Yvon si vede anche riflesso in uno specchio; vd. Civitarese 2012). L’ultima situazione però è la sola in cui non subisce passivamente l’azione ma ne è l’agente. Alla fine si capisce che il movente dei suoi delitti, e di quelli degli altri, non è il denaro.Neppure sarebbe primario il desiderio “privato” di vendicare l’ingiustizia subita, ma il bisogno di riequilibrare la bilancia del proprio narcisismo; di riguadagnare la stima degli altri, fosse pure commettendo un crimine. Sappiamo per esempio che a volte chi ha sofferto un’offesa non vorrebbe affatto vendicarsi, ma lo fa perché glielo impone il sistema socio-culturalein cui vive.
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Veniamo ora allo stile. Risalta nel film il ricorrere di alcune figure retoriche: metonimia, iperbole ed ellissi. Passiamole in rassegna rapidamente nell’ordine.
Le inquadrature non riguardano mai primi piani, ma spezzano lo spazio e frammentano il corpo, restituendoci visioni di oggetti e gambe, o mani. Esse segnalano così che tra le persone c’è una prossimità che è “metonimica” in quanto materiale/fisica, ma che esprime invece una distanza affettiva/psicologica. Poi, il biglietto che passa di mano in mano, per contatto, e che in tal modo metaforizza il contagio psichico (che intenderei sia come partecipazione di ciascuno alla mente del gruppo sia, in senso negativo, come trasmissione di una malattia, in questo caso della falsità morale). Ancora, il sangue sulle mani di Yvon è l’unico indizio che ci racconta l’uccisione degli albergatori. Infine, quando il padre della vedova che lo accoglie in casa suona al pianoforte la Fantasia cromatica di Bach, il bicchiere che si infrange a terra prefigura l’esplosione finale di violenza e la definitiva crisi psichica del protagonista.
L’iperbole si presenta invece nella vertiginosa intensificazione drammatica che caratterizza la serie delle azioni criminali: lo spaccio della banconota falsa, poi di tre banconote false, la falsa testimonianza, la rapina, l’omicidio, il massacro (che è già di persé un’iperbole). Il denaro in questione, poi, già per definizione simbolo del negativo, essendo anche concretamente falso, lo è due volte, è iper-falso.
Lo stile sobrio, giansenista, di Bresson, che tanto apprezziamo in Quattro notti di un sognatore, o nel Processo di Giovanna D’Arco, qui si fa ancora più scarno, austero, freddo. Lo sguardo che egli porta sugli uomini e sulle cose è quanto mai concentrato, preciso, realistico, severo, nudo, secco, gelido. Bresson tende ad astrarre, a semplificare per formulare dei concetti generali. Per esempio, in trasparenza possiamo leggere che il suicidioè una forma di omicidio, che ubbidisce cioè allo stesso bisogno di farsi “vedere”; poi, che sotto il sottile strato di civiltà c’è la natura e le sue pulsioni primitive: l’epilogo si svolge infatti in campagna; infine un’altra generalizzazione sta forse nel fatto che in L’argent non ci sono tanto singoli personaggi o un vero protagonista ma l’umanità in se stessa. Infatti nella prima parte il film è apertamente corale, perché intreccia più storie, ma resta tale anche quando viene in primo piano la storia di Yvon. Per così dire “così fanno o sono tutti”.
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È il cinema, come è stato definito, del dépouillement, dell’ascesi. Ma qui, in L’argent, lo stile svolge una funzione più centrale che negli altri film perché serve ad attirare l’attenzione sull’impoverimento emotivo e psicologico di tutti i personaggi.
È impossibile empatizzare con questi personaggi. Per quanto buona volontà ci si voglia mettere, non ci riusciamo. Io non ci riesco. Il film mette in scena emozioni, ma non le fa provare o, meglio, fa provare fastidiosamente la loro assenza. I personaggi sono “stilizzati”, dei manichini, non hanno vero spessore, mancano di una vera interiorità. Neppure la terribile storia di Yvon riesce a coinvolgere. È insensata, non perché non abbia un senso ma perché questo senso è tutto cerebrale e nello spettatore non è mediato da una vera identificazione.
Questo però è interessante. Mai come in questo film la poetica di Bresson è un poetica dell’ellisse, di ciò che viene tolto, che manca, che non si vede. Una poetica che qui si fa essa stessa iperbolica perché non è più solo un modo dell’espressione, tra i tanti possibili, improntato a rigore, essenzialità e intensità, cosa presente in tutti i suoi film. La mancanza di una colonna sonora rende lo sguardo più acuto. È chiaro, come ho già detto, che lo stile scarno, geometrico, purista implica una ricerca di astrazione e di verità (per definizione la verità è essenziale), ma il fatto è che qui alla fine resta solo la verità dello stile. Che idea farcene? Moravia, che come sappiamo, amava enormemente il cinema, ha scritto in proposito un commento affilato: “Bresson vede ‘il bene’ nel sostrato Attico della civiltà francese, cioè nella tradizionale mescolanza di rigore, moderazione e razionalismo, il segno distintivo del genio nazionale. In altre parole, ‘il bene’ sarebbe lo ‘stile’. Ciò porta alla curiosa conclusione che il male esiste nella vita, e il bene nel modo in cui è rappresentata. La vera ascia, macchiata di sangue, con cui l’assassino fa fuori le sue vittime è un oggetto funesto; ma l’immagine dell’ascia è in qualche modo benefica. In breve, lo stile esorcizza il male” (1998, p. 408, trad. dell’autore).
È vero: se pensiamo alla letteratura francese in generale e specialmente a quella del ‘700, alle Le relazioni pericolose di Chorldelos de Laclos, oppure a La principessa di Clèves di Madame de La Fayette, cioè a come questi autori scavano impietosamente nei sentimenti umani, non facciamo fatica a trovare un’aria di famiglia con i personaggi del film, che si muovono come delle pedine sulla scacchiera di un gioco dalle regole inesorabili.
Bresson procede per via di levare. Riduce a un terzo i personaggi di Tolstoj. Poi, soprattutto, elimina la parte del racconto dove si descrive la redenzione del protagonista e imbastisce una storia cupa, disperata (e disperante). Ma non smette di credere nello stile. Al solito, però, stile è sostanza dell’espressione. Questa “sostanza” si può formulare in questi termini: non si dà nessuna redenzione se non nell’arte. Ma che cos’è l’arte? Rispetto a Moravia, da analisti, possiamo fare un passo in più. Scrive Bion (1992, p. 152): Il “leader intellettuale [e intende: l’artista] è un individuo che è in grado di digerire i fatti, cioè i dati sensoriali e poi di presentare i fatti indigeriti in un modo che renda possibile a quelli che sono più deboli nell’assimilare di andare avanti da quel punto. Quindi l’artista aiuta il non-artista a digerire, per esempio, la Viuzza di Delfi [Vermeer] facendo del lavoro sulle proprie impressioni sensoriali e poi ‘pubblicando’ il risultato, cosicché altri, che non erano in grado di ‘sognare’ la Viuzza stessa, possono ora digerire il lavoro pubblicato di qualcuno che era in grado di digerirla”.
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Non è lo stile in sé come estetismo che redime, ma lo stile in quanto espressione della partecipazione autentica dell’autore a una certa esperienza emotiva universale e della sua capacità, attraverso la sua opera, di diventare – come si dice nell’Iliade – il “seno che fa scordare le angosce”, cioè che trasforma il male (la traumaticità del reale) in significato e in questo modo lo trascende. Si capisce che il diavolo (il denaro), come racconta l’etimologia (διαβάλλω: «gettare attraverso»), è il contrario della capacità di costruire simboli. Iperbole ed ellissi sono così i corrispettivi di un’oscillazione tra pieno e vuoto o, meglio, tra un troppo pieno e un troppo vuoto della presenza emotiva dell’Altro. La metonimia esprime una prossimità fisica ma non necessariamente psicologica. Che cosa se non la descrizione di come una relazione affettiva può fallire e condurre invece alla violenza? Un seno c’è ma è svuotato. Un genitore c’è ma è emotivamente assente; chiude la porta, come succede nella prima scena e poi a ripetizione nel seguito del film. Oppure c’è ma è troppo preso dal bisogno di coltivare un’immagine idealizzata di sé nel proprio ruolo di genitore, e allora è come se non ci fosse.
In conclusione, L’argent è un film che fa riflettere sulle distorsioni nei legami d’amore che portano alla dissociazione tra corpo e mente, tra emozione e ragione. Ci fa vedere come si producono e ci dà un’idea di come si possono curare. La soluzione che indica nella sua stessa natura di opera d’arte – e non è detto che ci riesca! questo attiene al giudizio degli spettatori – è nel ricomporre questa dissociazione nello stile della narrazione, nell’esperienza estetica cui tende sempre il sognare se lo intendiamo come una specie di funzione poetica della mente.
BIBLIOGRAFIA:
Bion, W.R., (1992). Cogitations, Armando, Roma 1996.
Non sempre i fatti contano più delle parole, almeno quando si tratta di perdono. Le persone sarebbero più propense ad attuare concretamente un comportamento indulgente se destinatarie di un’azione riparatoria concreta, ma sarebbero anche più inclini a perdonare sinceramente se ricevono anche delle scuse verbali, secondo la ricerca della Baylor University pubblicata sul Journal of Positive Psychology.
La ricerca ha coinvolto 155 studenti universitari di psicologia. Ai partecipanti veniva detto che sarebbero stati consegnati loro, per tre volte, dei biglietti della lotteria per un valore totale di 50 dollari: ogni volta avrebbero ricevuto dieci biglietti da dividere con un compagno che non conoscevano (in realtà un collaboratore dei ricercatori). I partecipanti venivano informati del fatto che la suddivisione dei biglietti sarebbe stata gestita dal loro compagno. Di fatto la prima volta i soggetti ricevevano solo due biglietti. In un caso alcuni partecipanti in occasione della seconda distribuzione ricevevano un biglietto di scuse da parte del loro compagno che più o meno recitava: “Mi dispiace per quanto successo l’altra volta. Mi son portato via quasi tutti i biglietti e ora mi sento veramente male per quello che ho fatto” oltre che il numero di biglietti mancanti; in un altro caso invece i soggetti ricevevano un numero maggiore di biglietti, destinatari di una azione riparatoria rispetto al precedente danno subito ma senza alcun accenno di scusa verbale. Arrivati al terzo turno di distribuzione dei biglietti, le parti si invertono: è ora il soggetto esaminato che si deve occupare di distribuire e dividere i biglietti tra sé stesso e il compagno.
I ricercatori hanno analizzato l’associazione tra scuse verbali, comportamenti riparatori di restituzione dei biglietti, e il perdono, misurato sia attraverso indici comportamentali (quanti biglietti della lotteria il soggetto ha dato al compagno al terzo turno di distribuzione) e indici self-report in cui i partecipanti autovalutano la propria motivazione autentica al perdono.
I risultati mostrano che i soggetti che avevano ricevuto nel secondo turno delle scuse verbali dimostravano maggiori motivazioni a un perdono autentico del trasgressore, mentre i soggetti che avevano ricevuto da parte del compagno soltanto una riparazione materiale presentavano un comportamento equo distribuendo in egual misura i biglietti, ma con una bassa motivazione al reale perdono del compagno colpevole. Dunque, rimediare mediante delle azioni può sicuramente facilitare il perdono, ma ciò a volte può non bastare per compensare totalmente il danno che è stato arrecato.
Le scuse verbali sembrano essere altrettanto indispensabili, proprio perché il comportamento riparatorio in sé (ad esempio, la restituzione concreta di ciò che è stato sottratto) senza riconoscimenti verbali può parimenti portare la parte offesa a settarsi su un livello puramente comportamentale, a un “falso perdono” in cui il trasgressore viene in qualche modo solo “comportamentalmente” ma non autenticamente perdonato.
In Studio con Otto Kernberg: l’importanza centrale del Transfert
CRONACHE DA NEW YORK: PARTE 5 – OSPITI DI OTTO KERNBERG & SUPERVISIONE
Trovandoci a New York per il training della REBT (rational emotional behaviour therapy) di Ellis, noi di State of Mind ne approfittiamo anche per partecipare a una supervisione condotta da Otto Kernberg nel suo studio su Madison Avenue con il suo gruppo clinico.
Ci arrampichiamo in ascensore oltre il 40esimo piano di un grattacielo ed entriamo nella sala d’aspetto dello studio. A occhio valuto la presenza di non più di sette o otto stanze. Non uno studio gigantesco. Compare un vecchietto in giacca e cravatta (la prima cravatta che vedo a New York da giorni). È Otto Kernberg in persona, che ci chiede di aiutarlo a sistemare le sedie. La supervisione si fa nel suo studio. Dopo un po’ compaiono un affabile Michael Stone e John Clarkin con il suo sorriso scintillante, anche loro in giacca e cravatta. Arriva poi l’altissimo Frank Yeomans, ed è il primo senza cravatta. Infine si presentano alcuni colleghi più giovani, tutti senza cravatta e sempre più sbracati man mano che l’età diminuiva.
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Inizia la supervisione e subito si parla ditransfert. Devo dire che questa assoluta e immediata focalizzazione sul transfert mi colpisce molto. Una cosa è leggere dei libri sul transfert, altro è assistere a una vera supervisione in cui da subito si parla quasi solo di transfert. L’obiezione che mi viene in mente è se non sia troppo riduttivo concentrare la discussione del caso solo su questo, ma scaccio l’idea. Sono qui per imparare qualcosa e non per perdermi dietro le mie perplessità.
Il transfert, in linguaggio cognitivo, si potrebbe chiamare un’analisi dettagliata di quelle che mi sembrano essere le credenze cognitive sulla relazione tra paziente e terapeuta, ed è vero che si tratta di un modo interessante di concettualizzare il caso. I pazienti che tratta Kernberg sono affetti da disturbo borderline o narcisistico di personalità, e il loro problema principale è l’incapacità di gestire la relazione con gli altri. Naturale quindi che la relazione terapeutica diventi una sorta di laboratorio in vivo di analisi dello stile relazionale del paziente e perfino uno strumento di cura e di apprendimento di modelli relazionali nuovi.
Uno dei giovani allievi di Kernberg parla esplicitamente del transfert come di un esperimento comportamentale in vivo dei problemi relazionali del paziente, e Yeomans da il suo assenso, anche se ci tiene a chiarire che lui userebbe una terminologia diversa. Ma non si tratta solo di terminologia.
Ridurre il transfert a un’esposizione in vivo di un’esperienza relazionale problematica significa anche trasformarlo in uno strumento “laico” e pragmatico di terapia e privarlo dell’aura sacra di accesso privilegiato e unico all’inconscio. E infatti i modelli relazionali esaminati nel transfert durante questa supervisione mi paiono molto interessanti, ma non propriamente inconsci e tantomeno pulsionali. Semmai emotivi e cognitivi.
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A un certo punto Yeomans parla anche di invidia, un po’ alla Klein. Ma noto che se ne parla come di un’ipotesi da vagliare in base ai dati empirici riferiti dal paziente e non di una struttura profonda inconscia la cui esistenza è rivelata da un sapere analitico iniziatico. E l’ipotesi, noto, è respinta. Lo stato borderline del paziente non è spiegabile in termini d’invidia.
Espongo a mia volta il caso di una paziente depressa, e assisto allo stesso tipo di concettualizzazione. La conclusione in qualche modo mi fa capire come funziona la terapia di Kernberg. Otto in persona mi invita, dopo che abbiamo costruito insieme un’ipotesi sul funzionamento relazionale della paziente in base al modo in cui essa si comporta con me in seduta, a raccontare tutto questo alla paziente incoraggiandola a riflettere se questo modello si riproduca anche nella vita quotidiana al di fuori della seduta. L’intervento finale mi pare un’ottima esemplificazione del transfert come modello operativo riprodotto artificialmente in seduta per comprendere e trattare i problemi relazionali dei pazienti con disturbo di personalità borderline.
Si conclude così la supervisione e ci salutiamo, disperdendoci nella folla di New York.
Attualmente un numero sempre maggiore di studi ha analizzato l’impatto che un divorzio ha sui figli della coppia, durante e dopo la separazione. L’esposizione e il coinvolgimento dei figli nei conflitti parentali è stato identificato come il principale predittore dell’esito psicologico del bambino dopo il divorzio dei genitori. I figli di genitori che sono perennemente in conflitto tra di loro tendono a sviluppare un doloroso conflitto di fedeltà, che tende a creare in loro sensi di colpa, tristezza e una minore autostima.
L’ alienazione parentale è il risultato estremo del coinvolgimento dei figli nel conflitto parentale; generalmente con questo termine si fa riferimento ad una dinamica che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli: un genitore (detto “alienatore”) attiva una vera e propria campagna di denigrazione immotivata contro l’altro genitore (genitore detto “alienato”), al punto tale che il figlio si allea con il genitore alienatore evitando di frequentare e allontanandosi dall’altro genitore(nei casi più gravi il figlio si oppone drasticamente alla frequentazione dell’altro genitore). Tutto ciò in assenza di validi motivi, come maltrattamenti, trascuratezza o abusi del genitore alienato nei confronti del figlio.
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Gardner, psichiatra statunitense e teorico della Sindrome di Alienazione Parentale ha identificato otto criteri fondamentali per poter fare diagnosi di effettiva alienazione parentale. Questi bambini tendono a sentirsi responsabili della felicità dei genitori e tutto ciò interferisce con lo sviluppo del bambino stesso e la capacità di instaurare buone relazioni sociali con i propri coetanei. Per questi motivi è importante identificare queste dinamiche il prima possibile e mettere in atto le dovute strategie per cercare di porvi rimedio.
Uno studio italiano di Lavadera et al. (2012) dell’Università La Sapienza di Roma, ha cercato di evidenziare quali sono le caratteristiche dei genitori e dei bambini in cui si sviluppano fenomeni di alienazione parentale. Lo studio si caratterizza di un gruppo sperimentale di 20 bambini di età media di 11 anni, figli di genitori separati, nei quali è stato osservato un marcato fenomeno di alienazione parentale (diagnosticato in base agli otto criteri di Gardner) e da un gruppo di controllo di 23 bambini della medesima età, anch’essi figli di coppie separate nei quali però non si è osservata alienazione.
Le caratteristiche dei bambini che sono state indagate sono le seguenti:
Presenza nel bambino di un “falso sè” ovvero un sè adattivo ma non autentico, basato sulla soddisfazione dei desideri altrui; generalmente viene messo in atto per proteggere il sè reale da un ambiente esterno che il bambino percepisce come troppo intrusivo.
Comportamenti manipolatori: ovvero la tendenza a sviluppare comportamenti e relazioni motivate primariamente dall’interesse personale, a discapito dell’autenticità della relazione.
Perdita del rispetto per l’autorità genitoriale.
Triangolazione: si tratta di un’instabile coalizione che si sviluppa quando uno o entrambi i genitori in conflitto provano ad assicurarsi il supporto del figlio, cercando quindi un alleato nella lotta contro l’altro partner.
Distorsione della realtà familiare: rappresentazione mentale e interpretazione degli eventi familiari da una prospettiva soggettiva. In questo caso il bambino tende ad interpretare la realtà secondo il punto di vista del genitore alleato o comunque il punto di vista del figlio è fortemente influenzato dal conflitto di coppia dei genitori.
Affettività ambivalente: ovvero lo sviluppo di un’affettività instabile che tende ad essere superficiale e manipolativa piuttosto che basata su una reale relazione con gli altri.
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Il numero di genitori “alienatori” era equamente diviso tra padri e madri; la maggior parte di questi genitori aveva la custodia del figlio al momento della valutazione psicologica forense e ha vissuto con il bambino sin dai primi tempi del divorzio. Quello che emerge sono differenze psicologiche tra il gruppo di genitori con figli aventi sindrome di alienazione parentale (che comprende sia il genitore alienato sia quello alienatore) e il gruppo di controllo (genitori separati i cui figli non avevano alcuna alienazione parentale). In particolare, le madri appartenenti al gruppo con alienazione parentale tenderebbero ad essere più insicure di quelle del gruppo di controllo (indipendentemente dal fatto che esse siano genitore alienato o alienatore). La maggior parte dei padri del gruppo con alienazione parentale presentano marcati tratti di rigidità comportamentale, atteggiamenti eccessivamente restrittivi nei confronti dei figli ed hanno difficoltà nell’esprimere gli affetti. Queste caratteristiche sembrano presenti sia nei padri alienatori sia in quelli alienati, anche se la difficoltà nel manifestare gli stati d’animo e di entrare in empatia con i figli sembra più frequente nei padri alienati.
Per quanto riguarda invece i figli appartenenti al gruppo con alienazione parentale sono state identificate alcune caratteristiche psicologiche, che li differenziano dai bambini del gruppo di controllo (ovvero bambini figli di genitori separati che non presentano alienazione parentale). I ragazzini coinvolti in fenomeni di alienazione parentale tendono a sviluppare un falso sé molto più frequentemente del gruppo di controllo; tendono inoltre a sminuire più frequentemente l’autorità genitoriale; manifestano più frequentemente atteggiamenti manipolatori e hanno una visione della realtà familiare maggiormente distorta rispetto al gruppo di controllo. Questi bambini non si sentono liberi di esprimere emozioni e affetti nei confronti dei propri familiari, generalmente nei confronti del genitore alienato, proprio per un patto di fedeltà che hanno sviluppato nei confronti dell’altro genitore; in questi casi, l’alienazione parentale e quindi l’allontanamento di quel genitore da parte del bambino, sarebbe la soluzione che esso si crea per evitare di affrontare questo intollerabile conflitto di fedeltà.Articolo consigliato: Genitori maltrattanti: caratteristiche comportamentali e psicopatologia.
L’alienazione parentale sembra avere effetti anche a lungo termine sull’equilibrio psicologico dei figli; crescendo questi bambini tendono a sviluppare un forte senso di perdita nei confronti del genitore che hanno allontanato, tutto ciò associato ad una minore autostima, senso di colpa e difficoltà nello sviluppo dell’identità personale.
Per tutti questi motivi è molto importante che lo psicologo forense, quando viene convocato dal giudice per valutare le capacità genitoriali di partners in fase di separazione giudiziale, abbia presente quali sono le caratteristiche dell’alienazione parentale e agisca cercando di ridurre il conflitto. Indubbiamente l’affido condiviso, se applicato sin dall’inizio della separazione, e una maggiore attenzione al legame genitore-figlio riducono il rischio di sviluppo di alienazione parentale.
Se generalmente gli studi si focalizzano sull’interazione madre-neonato, in realtà sembrerebbe che i bambini i cui padri sono più positivamente coinvolti nelle interazioni con loro, a soli tre mesi di vita, mostrino meno problemi comportamentali all’età di dodici mesi, secondo una nuova ricerca finanziata dal Wellcome Trust.
In uno studio pubblicato pochi giorni fa sul Journal of Child Psychology and Psychiatry, i ricercatori dell’Università di Oxford hanno studiato 192 famigliereclutate da due unità di maternità nel Regno Unito per verificare l’associazione tra le modalità interattive del padre nel primo periodo post-natale e il comportamento del bambino.
Le interazioni tra padre e neonato sono state valutate attraverso codifiche di osservazioni ecologiche in casa. I successivi out come comportamentali dei bambini a un anno invece sono stati indagati attraverso osservazioni riportate dalla madre circa 7 mesi dopo.
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Dalla ricerca è emerso che i bambini i cui padri erano più coinvolti nelle interazioni con loro mostrano minori problemi comportamentali a un anno di età; viceversa i bambini i cui padri erano più distanzianti e meno interattivi tendevano ad avere maggiori problemi comportamentali.
Questa associazione è risultata essere più significativa per i piccoli bimbi maschi che per le femmine, suggerendo che probabilmente i maschi sarebbero più sensibili alle modalità interattive del padre già a partire da pochi mesi di vita.
In relazione a tali risultati i ricercatori fanno riferimento a diverse possibili spiegazioni: può trattarsi di una generale mancanza di attenzione e cura del bambino, con un conseguente aumento dei disturbi del comportamento; un’altra possibilità è che il comportamento problematico del bambino rappresenti il tentativo di generare una reazione genitoriale in risposta ad una precedente mancanza di coinvolgimento del padre nell’interazione con il piccolo.
Quanto riescono a condividere paziente e terapeuta in psicoterapia?Quanti dei contenuti che si scambiano entrano a far parte di un patrimonio comunicativo comune?
Secondo Clark e Schaefer (1989) i criteri che stabiliscono se il messaggio elaborato dal soggetto che parla viene effettivamente condiviso dall’interlocutore sono cinque:
– attenzione continua, quando l’ascoltatore continua a partecipare alla conversazione mostrando interesse per i contenuti esposti dall’altro;
– inizio attinente alla sequenza successiva, se l’ascoltatore avvia una sequenza comunicativa che appare rilevante nella stessa misura di quella precedente;
– dimostrazione, quando l’ascoltatore dimostra di aver compreso ciò che l’altro intendeva comunicargli;
– esposizione, quando l’ascoltatore espone il contenuto che l’interlocutore gli ha presentato in precedenza.
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L’interazione comunicativa che avviene tra paziente e terapeuta durante la psicoterapia si compone di due flussi comunicativi distinti (Bara, 2007): un flusso di superficie, rappresentato dai contenuti che il paziente mette a disposizione del terapeuta, e un flusso profondo, costituito da quella parte di informazioni, esplicite o implicite, che il clinico riceve dal paziente all’interno del flusso di superficie ma che ritiene più rilevanti delle altre, decidendo perciò di rimandargliele.
I due flussi si alternano in modo ciclico e continuo; in alcuni momenti della psicoterapia, il paziente esplicita di condividere col terapeuta uno specifico contenuto, ed e’ allora che possiamo parlare di conoscenza condivisa terapeutica (Bara, 2007). Il tema della condivisione in terapia e’ stato indagato sia da analisti della conversazione (Galimberti, 1992) sia da psicoterapeuti (Bercelli e Lenzi, 2005; Wynn e Wynn, 2006); alcuni studi in ambito cognitivista (Bara e Bosco, 2000; Bara e Ardito, 2003) hanno messo a punto uno strumento capace di misurare il livello di condivisione fra terapeuta e paziente, assumendo che un elevato grado di condivisione implichi una buona relazione terapeutica, a sua volta fondamentale per generare progressi terapeutici significativi. L’indice di condivisione si declina attraverso sette item, nei quali il paziente:
– interrompe il terapeuta per terminare una frase iniziata da quest’ultimo (conclusione);
– rielabora la proposta di condivisione del terapeuta modificandola e correggendola (correzione);
– utilizza una metafora o un neologismo introdotto da lui stesso o dal terapeuta (linguaggio figurato);
– si avvale di un concetto emerso nel corso della terapia (riferimento);
– interpreta un evento specifico verificatosi in terapia (rilettura);
– fornisce una spiegazione in merito al suggerimento del terapeuta, dimostrando di fatto di accettare la sua proposta (spiegazione);
– non accetta la proposta di condivisione del terapeuta, introducendo un frame terapeutico nel quale viene condiviso il mancato accordo sul significato da attribuire ad un contenuto della comunicazione (non-accordo).
L’indice di condivisione e’ volto a definire, mediante l’analisi delle sedute, la porzione di informazioni che il paziente e il clinico non si sono solo scambiati esplicitamente, ma sono anche giunti a condividere ad un livello più profondo, quello dei significati soggettivi. Si tratta di una negoziazione spesso parziale e sempre graduale, che passa sia attraverso l’accordo sia attraverso il non accordo, e che nel corso di un cammino clinico può variare di intensità a seconda dei temi trattati e delle fasi terapeutiche attraversate.
Bara, B. G., Bosco, F. (2000). L’indice di condivisione: uno strumento di analisi delle sedute psicoterapeutiche. Psicoterapia, vol. 19-20, 38-49.
Bara, B. G., Ardito, R. (2003). Indice di condivisione: uno strumento per l’analisi del processo psicoterapeutico. Psicoterapia, vol. 26, 59-68.
Bercelli, F., Lenzi, S. (2005). La conversazione nella terapia cognitiva a orientamento costruttivista. In Bara, B. G. (a cura di), Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva, vol. 2, Clinica. Bollati Boringhieri, Torino.
Clark, H. H., Schaefer, E. F. (1989). Contributing to discourse. Cognitive Science, vol. 13, N. 2, 259-294.
Siamo abituati a vivere la rete non solo come un insieme di informazioni, ma anche – e soprattutto – come un agglomerato di relazioniche possono nascere, ritrovarsi o crescere grazie ai molteplici canali che il World Wide Web mette a disposizione di ciascuno di noi.
Parafrasando una citazione cult del celebre psicologo Watzlawick: “non si può non comunicare”. A maggior ragione nel mondo d’oggi, dove ogni strumento (telefono, tablet, pc che sia) consente di condividere tutto, dallo spostamento più recente (il famoso “check in” di FourSquares), all’ultimo pensiero (lo status di Facebook), o all’aforisma più celebre (i 160 caratteri di Twitter).
La rete, dunque, nasce per condividere informazioni e può rappresentare una finestra sul mondo, ci consente di conoscere ciò che altrimenti mai avremmo scoperto, o, comunque, avremmo raggiunto con maggiore fatica.
Questa visione della rete come “finestra sul mondo” sembrerebbe particolarmente sentita da un gruppo ben specifico di adolescenti giapponesi.
Hikikomori. Una parola strana, esotica, che significa “ritiro” e che da una decina di anni a questa parte caratterizza un fenomeno sociale tristemente noto in Giappone e che sembrerebbe non avere eguali (per ora) nella società Occidentale.
Il termine, coniato dallo psichiatra Tamaki Saito, definisce uno specifico gruppo di adolescenti e giovani adulti (14-20 anni circa) maschi che per un periodo superiore ai sei mesi sceglie di non uscire di casa, isolandosi completamente, anche dai propri familiari.
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A livello di pressione sociale, potremmo rintracciare tre cause principali:
Le aspettattive culturali che spingerebbero l’adolescente a immaginare come unico strumento per una vita di successo un’educazione prestigiosa, appannaggio però di pochi.
Lo stretto rapporto madre-figlioche sembrerebbe caratterizzare la famiglia giapponese, in grado –apparentemente- di mantenere economicamente il figlio sino oltre ai 40 anni.
La pressione scolastica che spingerebbe i ragazzi a ritmi e a carichi di lavoro piuttosto duri. L’intero ciclo di studio giapponese sembra inoltre caratterizzato dall’adesione a norme, regole e codici partecipativi che impongono al singolo di conformarsi al gruppo, tanto da renderlo l’elemento fondante dell’identità.
In un contesto simile, in cui il bisogno e la volontà del gruppo risultano primarie rispetto al singolo, è abbastanza semplice capire che cosa accade agli elementi che non vi si conformano. Nella società giapponese, infatti, il fenomeno del bullismoscolastico (ijime) appare molto più radicato rispetto al contesto occidentale.
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La vittima di ijime è considerata non solo un outsider dal gruppo dei pari per via della sua non conformità, ma potrebbe considerarsi egli stesso una persona inadeguata, decidendo così di isolarsi non solo dal gruppo (nel quale non è in grado di “entrare” o rimanere), ma anche dalla società stessa, per la quale la cooperazione e l’adesione a norme condivise rimane un valore aggiunto.
La reclusione appare, così, l’unico strumento per manifestare il proprio dissenso o il proprio disagio rispetto ad un gruppo e alle sue norme.
Tale interpretazione sembrerebbe confermata dalle testimonianze di tanti giovani ex Hikikomori che, in genere dichiarano di essere nauseati da tutto, soprattutto dal fatto che il loro modo di vedere le cose e la società non corrisponde alle attese, tanto da non avere altra scelta che “rinchiudersi” (Secher, 2002).
Seguendo questa linea di pensiero, potremmo capire come mai “la patologia” Hikikomori sia definita “ego sintonica” e spesso mantenuta dalla persona per un lungo periodo di tempo (oltre i sei mesi, a volte anche per anni interi). L’identità dell’adolescente si struttura grazie a diversi elementi: l’adesione o la critica di norme sociali e regole dettate dalla famiglia e dalla società; il rispecchiamento e l’identificazione nel gruppo dei pari. Gli adolescenti Hikikomori, interrompendo questo legame con la società e con il gruppo, è come se si chiamassero fuori dal percorso adolescenziale, ma in qualche modo riuscissero a strutturare un’identità proprio attorno alla definizione che la società ne da e grazie all’etichetta che viene fornita.
Un altro elemento importante da prendere in considerazione è la struttura del nucleo familiare giapponese.
Lo psichiatra Saito afferma che – a partire dalla Seconda Guerra Mondiale – la figura maschile rappresenta il “grande assente” all’interno delle famiglie, nelle quali le donne si suppone siano preposte all’educazione dei figli (spesso dell’unico figlio) e gli uomini al lavoro.
Un sistema familiare di questo tipo porta inevitabilmente alla creazione di uno stretto legame tra madre e figlio. E’ anche molto interessante vedere come nel momento in cui il figlio entra nell’istituzione scolastica le madri abdichino il proprio ruolo, delegando alla scuola e al gruppo dei pari il compito di inserire il ragazzo all’interno della società, fornendogli un’identità (Rohlen, 1989).
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La conseguenza più diretta di un simile “cambio della guardia” è il fatto che il giovane Hikikomori non riconoscerà come autorevoli i propri genitori, cominciando forse a considerarli più che altro dei coinquilini e non delle figure dalle quali apprendere norme e regole.
Potremmo tratteggiare con il seguente schema la “nascita di un Hikikomori” [Dziesinski, 2003]:
Spinta al conformismo da parte delle istituzioni e dal gruppo dei pari (che include anche dinamiche di bullismo).
Progressivo ritiro sociale come unica forma di protesta.
Collusione del sistema familiare.
Mancanza di risposta da parte delle istituzioni.
Anni di isolamento.
Il fenomeno hikikomori, inoltre, si inserisce in un contesto sociale e culturale tecnologicamente avanzato, che fa largo uso delle nuove tecnologie e che sembrerebbe quasi agevolare la nascita di questa patologia.
L’unico strumento di comunicazione utilizzato da questi ragazzi sembrerebbe essere la rete internet.
Dopo essersi creato un’identità virtuale, infatti, il giovane hikikomori inizia a chattare e a crearsi una rete di amicizie online.
Pensiamo ai konbini, piccoli supermercati aperti 24 ore su 24, nei quali gli Hikikomori sembrerebbero acquistare cibi pronti o precotti così da non dover nemmeno più interagire durante il rito dei pasti con la famiglia (in genere, nell’iconografia condivisa, all’hikikomori vengono lasciati davanti alla porta della stanza che ha scelto come habitat dei pasti, preparati dai genitori).
E’ importante, come diversi autori suggeriscono (Secher, 2003), non confondere il fenomeno Hikkimori, caratterizzato solo da contatti virtuali, con la dipendenza da internet. Nonostante, infatti, l’elemento comune tra i due fenomeni sia un uso eccessivo del PC e delle nuove tecnologie, il profilo degli hikikomori può essere definito quasi come un peculiare “stile di vita”, una sorta di “anoressia sociale”. I giovani adolescenti, infatti, decidono deliberatamente per una vita di reclusione. La realtà virtuale sembrerebbe diventare il sostituto a 360° del mondo reale.
La rete diviene dunque la modalità comunicativa per eccellenza utilizzata dagli adolescenti hikikomori che forse, attraverso il web, possono crearsi un’identità specifica e formata, seppur fittizia.
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Le chat, i social network e i giochi di ruolo sembrerebbero favorire la comunicazione rispetto ad un incontro vis-a-vis per diverse ragioni: dietro uno schermo ci sentiamo protetti e possiamo anche agire parti di noi che nella nostra società (o contesto) forse non sarebbero accettate (Suler, 2009). La comunicazione virtuale, che comunque smuove emozioni e sentimenti, inoltre non risente di gerarchie o status: siamo tutti democraticamente uguali. Nelle interazioni di questo tipo, infatti, non esistono classi sociali e, quello che è più importante, siamo valutati per le nostre competenze e non per i nostri ruoli: pensiamo, infatti, ai giochi di interazione online (ad esempio, Second Life oppure ExtremeLot) nei quali i personaggi con maggior punteggio (e maggiori abilità, dunque) sono i più ricercati, soprattutto dai neofiti.
Gli adolescenti Hikikomori, dunque, rimangono – nonostante il contesto e il disagio manifestato – degli adolescenti alla ricerca di sé stessi, di un’identità che non può, come detto, strutturarsi in assenza di relazioni e di interazioni.
Possiamo dunque immaginare, e pensare, che in mancanza di un rapporto diretto con i pari o con il nucleo famigliare, l’adolescente giapponese sofferente provi a ricercare legami di altro tipo con figure esterne al proprio contesto o che condividono lo stesso problema: non è utopico pensare a comunità virtuali di Hikikomori.
BIBLIOGRAFIA:
Dziesinski M., (2003), Hikikomori – Investigations into the phenomenon of acute social withdrawal in contemporary Japan. Research Paper. (DOWNLOAD)
È questa la soluzione suggerita dalla psicologa ricercatrice Cassie Mogilner della Wharton School of the University of Pennsylvania per aumentare la sensazione soggettiva di avere tempo libero a disposizione, bene sempre più raro e prezioso in una società frenetica come quella in cui viviamo.
Se non possiamo aumentare il numero di ore giornaliere a nostra disposizione, possiamo invece impegnarci in attività di volontariato; questo sembra restituire alla maggior parte delle persone la sensazione di poter godere del proprio tempo libero più comodamente e senza fretta.
Con quattro diversi esperimenti, la ricercatrice e i suoi collaboratori hanno infatti scoperto che, in modo apparentemente paradossale, è proprio la possibilità di concentrarsi sui sentimenti e bisogni altrui, invece che su se stessi, ad avere questo effetto benefico sul tempo percepito.
Sembra che questo sia dovuto al fatto che il volontariato aumenta il senso di competenza personale e di efficienza, e questo a sua volta, espande la dimensione temporale avvertita nelle nostre menti: il tempo lineare altro non è che una proiezione di come percepiamo il cambiamento. In definitiva, donare il proprio tempo aumenta il coinvolgimento delle persone in nuovi impegni, anche se sono molto indaffarate.
La parte migliore sono le intense esercitazioni sul modello ABC. Il corso Advanced è un’occasione per iniziare a padroneggiare e automatizzare quanto appreso nel Primary. In gruppi di otto ci si sottopone a rotazione all’accertamento degli ABC. Due aspiranti supervisori (che a loro volta stanno affrontando il corso per diventare supervisori) ci sorvegliano e ci correggono, mentre un supervisore esperto controlla il tutto. È l’occasione giusta soprattutto per esercitarsi sul disputing delle credenze irrazionali, mentre nel Primary ci si era dedicati di più a imparare ad accertare gli “A” e i “C”, le situazioni problematiche e le emozioni.
L’esercitazione ci chiarisce qualche altra idea sulla tecnica REBT. Anche questa volta sono cose non così chiare dai libri. Da segnalare almeno due accorgimenti tecnici. Il primo è che, dopo il C e prima del B vanno accertati i cosiddetti “F”, ovvero gli obiettivi terapeutici. Occorre incoraggiare il paziente a individuare obiettivi di tipo emotivo e quindi adatti al lavoro terapeutico. E si tratta, ancora una volta, di porsi come obiettivi arrivare a provare emozioni negative ma funzionali e tollerabili.
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Questa aggiunta degli obiettivi da accertare dopo le emozioni e prima delle credenze disfunzionali mi ricorda un po’ il contratto terapeutico alla Otto Kernberg.
È il segnale che le terapie non possono più proporsi un modello astratto di benessere, ma che occorre concordare e negoziare con il paziente cosa si intende fare. L’individuazione degli obiettivi non è solo un fatto pratico. Essa concorre a definire in che senso e in che grado il paziente è disfunzionale e disturbato.
Un paziente che richiede di provare meno ansia di fronte a situazioni problematiche è un paziente già in grado di effettuare un atto terapeutico, di rendersi conto che il suo problema è psicologico.
Un paziente che, invece, sostiene che il suo problema dipende da sua moglie o dai suoi colleghi è qualcosa di diverso. È vero, potrebbe aver almeno parzialmente ragione. Rimane il fatto che, avendo scelto di rivolgersi a un terapeuta e non a un avvocato, il paziente comunque in qualche modo ha ritenuto che il suo problema fosse anche psicologico e quindi suo. E tuttavia, iniziata la terapia, tende a mettere da parte tutto questo e a prendersela, magari anche correttamente, con gli altri. Potrebbe essere giusto, ma allora perché andare dal terapeuta?
Gli obiettivi ideali, per Albert Ellis, sono sempre totalmente psicologici ed emotivi, ovvero “eleganti” e non pratici, ovvero “non eleganti”.
Obiettivi “eleganti” sono obiettivi in cui il paziente si propone di provare emozioni più funzionali e tollerabili di quel che prova, senza modificare la situazione esterna.
Obiettivi “non eleganti” sono invece obiettivi che modificano la situazione esterna, come ad esempio imparare a gestire la relazione con gli altri o diventare più assertivi, sono per Ellis obiettivi spuri, non del tutto terapeutici, ma più adatti a un lavoro di counseling o di life-coaching.
Questo concentrazione sugli obiettivi puramente interiori ed “eleganti” si collega a un secondo aspetto che diventa più chiaro durante l’Advanced. Questo aspetto è l’accertamento delle credenze irrazionali e la conduzione del disputing, ovvero della messa in discussione di queste credenze.
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Nella tecnica REBT si privilegia, come ho già scritto negli articoli precedenti, l’esplorazione dello scenario peggiore. Questa tecnica fa si che si vada dritto a scavare nelle peggiori paure soggettive del paziente, senza alcuna rassicurazione preventiva. Questo aspetto spiega come la REBT sia più compatibile della CBT alla Aaron Beck con una formazione costruttivista. Inoltre questo aspetto fornisce alla REBT un sapore emozionale e introspettivo inatteso per una terapia che si presenta come pragmatica e razionalistica.
Il terapeuta REBT continua a chiedere, per ogni spiegazione fornita dal paziente per la sua sofferenza “e che cosa hai pensato che ti ha fatto star male?”La conseguenza quasi inevitabile è che il paziente, messo alle strette, finisca per confessare pensieri dolorosamente auto-denigratori, secondo un percorso che finisce stranamente per somigliare allo smantellamento delle difese di un analista di formazione annafreudiana. Con in più il fatto che il terapeuta REBT ci arriva molto più rapidamente.
E così anche noi siamo arrivato in fondo a questo primo segmento della formazione REBT.
La nostra impressione finale è che la REBT possegga ancora la migliore formalizzazione disponibile del disputing cognitivo e quindi della tecnica terapeutica. La CBT di derivazione beckiana è stata più capace di formulare modelli specifici per le diagnosi dei disturbi del DSM e di fornire dati di efficacia più rigorosi.
Ma la nostra impressione è che la REBT sia in realtà più usata nella pratica terapeutica privata per la sua flessibilità e amichevolezza d’uso.
Dislessia e Perceptual Crowding: un App per facilitare la lettura
La dislessia è una disabilità che riguarda la capacità di leggere: pur in assenza di deficit cognitivi o sensoriali, si fatica a riconoscere lettere, sillabe e parole.
Affligge in media un bambino per ogni classe scolastica (in media di 20 alunni) e, su scala mondiale, il 5% della popolazione. Vista anche la fondamentale importanza della lettura, molto spesso i genitori chiedono aiuti e soluzioni che possano renderla meno difficile.
Una ricerca recentissima, pubblicata il 4 giugno 2012 sul Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) apre un’interessante prospettiva sulle tecniche per trattare la dislessia e fornisce un prezioso suggerimento.
Il team di ricercatori francesi e italiani guidato da Johannes Ziegler del Laboratorio di Psicologia Cognitiva (CNRS/Aix-Marseille Université) ha scoperto che aumentare lo spazio tra i caratteri e le parole di un testo può aiutare non solo la velocità, ma anche la qualità della lettura nei bambini con dislessia.
Lo studio si è basato su un campione di 94 bambini con dislessia, 54 italiani e 40 francesi, di età compresa tra gli 8 e i 14 anni. Essi dovevano leggere un testo composto da 24 frasi, in cui lo spazio tra le lettere era in alcuni casi standard e in altri più largo del normale. I risultati hanno mostrato che, quando lo spazio era più ampio, i bambini miglioravano la loro lettura sia in termini di velocità, sia in termini di errori: in media hanno letto il 20% più velocemente e fanno la metà degli errori.
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La possibile spiegazione è che i bambini affetti da dislessia siano influenzati dal cosiddetto “perceptual crowding” (affollamento percettivo), cioè dal fatto che, per loro, la visione di ogni singola lettera è disturbata da quelle che la circondano. Aumentando invece lo spazio tra le lettere, si riduce questo “affollamento” e si consente al bambino di non farsi distrarre dalle altre lettere.
L’importanza di questo aiuto si riflette non solo sulla qualità della lettura, ma anche sulla quantità. Sappiamo infatti che un bambino dislessico impiega in media un anno per leggere ciò che i lettori “normali” leggono in due giorni, sia per la difficoltà oggettiva, sia perché quest’ultima fa perdere la motivazione nel bambino che finisce per allontanarsi dai libri. Questo “trucco” suggerito dai ricercatori potrebbe quindi portare notevoli benefici al bambino.
In parallelo alla ricerca è stata sviluppata da Stéphane Dufau, un ingegnere ricercatore del Laboratorio di Psicologia Cognitiva, anche un’applicazione per iPad e iPhone, chiamata DYS, per ora disponibile in inglese e francese. È scaricabile gratuitamente dall’apple store , e permette a bambini e genitori di aggiustare a proprio piacimento lo spazio tra le lettere per testare immediatamente gli effetti positivi nella lettura.
Anche grazie a questa applicazione, i ricercatori sperano di raccogliere dei dati su larga scala che permettano loro di quantificare e analizzare quale sia lo spazio ottimale da utilizzare a seconda dell’età e del livello di lettura.
La letteratura internazionale attraverso una ricerca longitudinale evidenzia una percentuale media di diagnosi di disturbi di personalità pari al 10,6% sulla popolazione generale, dato peraltro coerente con quelli espressi in sei studi condotti in tre nazioni differenti (Lenzenweger, 1997, 2007, Torgersen, 2001, Samuels 2002, Crawford 2005, Coid 2006).
Al contrario, la letteratura scientifica italiana risulta carente in materia di dati epidemiologici relativi alla diffusione di tali disturbi; infatti non risultano studi specifici a livello nazionale. La frequenza nella popolazione generale adulta è stimata intorno al 10-15% e aumenta notevolmente negli ambiti clinici, ospedalieri e ambulatoriali(Lingiardi, 2001).
Per tale motivo, è stata effettuata una ricerca volta a comprendere l’evoluzione dell’incidenza dei Disturbi di Personalità sulla popolazione milanese.
Quattro Centri Psico Sociali (C.P.S.), afferenti ad una delle più importanti Aziende Ospedaliere del Comune di Milano, hanno fornito i dati relativi ai Disturbi di Personalità diagnosticati nel corso degli anni 2009, 2010 e 2011 utili ai fini della ricerca.
Inizialmente è stata analizzata l’evoluzione dell’incidenza dei Disturbi di Personalità e successivamente si sono evidenziate quali tipologie del disturbo risultavano maggiormente diagnosticate, nel corso del triennio oggetto di studio.
Come risulta dai dati riportati in tabella 1, l’incidenza percentuale registrata nel corso del triennio è rimasta pressoché invariata.
Tab. 1: Incidenza dei disturbi di personalità e tipologie maggiormente diagnosticate, nel corso del triennio 2009-2011.
Per quanto riguarda la differenza di genere, i risultati dell’analisi hanno evidenziato una maggiore incidenza di diagnosi di Disturbo di Personalità nel gruppo dei maschi rispetto a quello delle femmine.
I dati in tabella 2 mostrano che il numero di femmine richiedenti un consulto è stato maggiore rispetto a quello dei maschi ma, nonostante ciò, la diagnosi di Disturbo di Personalità è risultata maggiore nel gruppo dei maschi.
Di particolare importanza risulta il dato relativo all’anno 2011 in cui la diagnosi di Disturbo di Personalità nei maschi è aumentata in modo considerevole raggiungendo la percentuale del 12,72%, rispetto alle femmine che invece hanno registrato un lieve decremento.
Tab. 2: Incidenza percentuale DDP Maschi vs Femmine.
Considerando come parametro di riferimento l’età, risultano di particolarmente interessanti le evidenze emerse nelle seguenti fasce d’età.
Fascia di età < 24: progressivo aumento dell’incidenza dei Disturbi di Personalità nei soggetti di età inferiore a 24 anni; la percentuale relativa all’anno 2010 (13,60%) è risultata pari a quasi il doppio rispetto a quella registrata nel 2009 (7,63%), mentre la percentuale del 2011 ha presentato un incremento rispetto all’anno precedente nella misura di circa 2 punti percentuali (17,44%); complessivamente la percentuale di incidenza dei disturbi ha mostrato un incremento, dal 2009 al 2011, di circa dieci punti percentuale.
Fascia 24/34: decremento nelle diagnosi di Disturbo di Personalità nei soggetti di età compresa tra i 24 e i 34 anni; la percentuale di 9,76%, relativa all’anno 2009, si è di fatto ridotta di più della metà, facendo registrare una percentuale pari a 4,03% nell’anno 2011.
Per ogni anno oggetto di analisi, come mostrato in tabella 3, sono state analizzate le tipologie di Disturbo di Personalità diagnosticate dai clinici dei C.P.S. . I risultati hanno mostrato una costanza nelle diagnosi verso tre tipologie specifiche: Disturbo di Personalità Non Altrimenti Specificato (NAS), Disturbo Paranoide di Personalità e Disturbo Borderline di Personalità.
Tab. 3: Incidenza dei Disturbi di Personalità (per tipologie) nei Centri Psico Sociali.
Per quanto concerne le differenze di genere, negli anni 2009 e 2010 si è registrato un andamento pressoché costante delle tipologie di disturbo, valutando anche separatamente il gruppo dei maschi da quello delle femmine.
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Si è riscontrata invece una differenza tra i due gruppi nel corso dell’anno 2011, infatti nei maschi il Disturbo Borderline di Personalità ha avuto un peso minore mentre sono stati maggiormente diagnosticati il Disturbo di Personalità NAS e il Disturbo Paranoide di personalità; nelle femmine è diminuita l’incidenza percentuale del Disturbo di Personalità NAS mentre sono aumentate quelle dei Disturbi Borderline e Paranoide.
Rispetto alla fascia d’età, non è stato possibile individuare una distribuzione delle percentuali di incidenza con caratteristiche costanti. Infatti, tali percentuali si sono differenziate, di volta in volta, a seconda sia del gruppo di soggetti considerati sia dell’anno oggetto di analisi.
Le evidenze fin qui riportate consentono la formulazione di alcune considerazioni.
Innanzitutto, i risultati della ricerca forniscono spunti importanti per orientare la ricerca scientifica futura nell’ambito dei Disturbi di Personalità; in particolare sarebbe interessante indagare le ragioni alla base delle differenze di genere e fascia d’età, riscontrate nella popolazione milanese.
Inoltre, le tre tipologie di disturbo maggiormente diagnosticate lasciano piuttosto perplessi se rapportate alle più recenti impostazioni teoriche, sviluppate dal gruppo di lavoro dell’American Psychiatric Association, alla base del nuovo DSM-5, in pubblicazione il prossimo mese di maggio 2013. Infatti, il Disturbo di Personalità NAS e il Disturbo Paranoide di Personalità saranno esclusi dalla nomenclatura internazionale e, ad oggi, l’American Psychiatric Association non ha ancora chiarito quali siano le motivazioni di tale eliminazione.
Skodol, A. E., Bender, D. S., Morey, L. C., Clark, L. A., Oldham, J. M., Alarcon, R. D., Krueger, R. F., et al. (2011). Personality disorder types proposed for DSM-5. Journal of Personality Disorders, 25: 136-169.
Alla University of California, San Diego School of Medicine un team di ricercatori ha identificato un set di biomarcatori che possono essere utili per la comprensione delle anomalie cerebrali della schizofrenia. Questa è tra le condizioni psichiatriche più gravi e invalidanti e colpisce circa l’1 per cento della popolazione.
Gli endofenotipi (biomarcatori invisibili ma misurabili) sono in grado di rivelare le basi biologiche di un disturbo molto meglio di quanto possano fare i sintomi comportamentali.
“Uno dei problemi principali in psichiatria è che attualmente non esistono test di laboratorio che aiutino nella diagnosi, nell’orientare il trattamento e nel prevederne la risposta e gli esiti“, ha detto Gregory A. Light, professore associato di psichiatria e primo autore dello studio, “le diagnosi sono attualmente basata sulla capacità di un medico di fare inferenze e deduzioni sulle esperienze interiori dei pazienti e quindi sulla capacità che questi hanno di descrivere ciò che sta loro accadendo. La sfida del clinico è resa ancor più difficile dal fatto che molti pazienti schizofrenici soffrono di deficit cognitivi e funzionali, perciò non possono essere ragionevolmente in grado di spiegare come e cosa pensano”.
Lo scopo di Light e dei suoi collaboratori era di verificare se una batteria selezionata di biomarcatori neurofisiologici e neurocognitivi potessero essere indicatori affidabili e a lungo termine di disfunzione cerebrale, anche quando i sintomi della malattia non erano evidenti. I ricercatori hanno misurato i biomarcatori in 550 pazienti con diagnosi di schizofrenia, e poi ri-testato 200 di loro un anno dopo. I risultati indicano che la maggior parte dei marcatori erano significativamente anormali nei pazienti schizofrenici, che rimanevano stabili tra le due valutazioni e che non sono stati influenzati da fluttuazioni modeste dello stato clinico del paziente.
Nonostante la necessità di ulteriori ricerche, gli endofenotipi sembrano in grado di cogliere le differenze tra i disturbi psichiatrici, e potrebbero essere utilizzati per prevedere la risposta del paziente a diversi tipi di farmaci o a interventi non farmacologici, o essere usati per predire quali soggetti abbiano un alto rischio di sviluppare una psicosi.
Fornaci è la fermata più vicina del trenino nei pressi dell’Ospedale Privato Villa Igea, dove lavoro da quasi dieci anni. Nel 2009, in occasione del concorso Oltre il muro, di cui ho accennato nell’articolo precedente, si è formato all’interno del Day Hospital il gruppo musicale Fermata Fornaci, che ha partecipato con la canzone Impariamo a volare. La nascita del gruppo è stata favorita inizialmente dalla presenza al Day Hospital di un utente diplomato al conservatorio e polistrumentista. Il testo del primo brano scritto è nato da una poesia di un altro utente riadattata su una base musicale ed elaborata in gruppo, insieme agli operatori.
L’esperienza positiva del concorso ci ha spinti a strutturare l’attività di songwriting in modo continuativo, coinvolgendo nella conduzione del gruppo una cantautrice modenese senza esperienze pregresse in ambito psichiatrico. La scelta di coinvolgere come guida del gruppo una persona che non aveva mai avuto contatti con lo psicomondo è stata dettata dall’idea di favorire un atteggiamento il più possibile non mediato da “interferenze” psichiatriche.
La conduttrice del gruppo, che potremmo anche chiamare maestra d’arte (cioè esperta nella sua arte), viene comunque affiancata dagli operatori del centro, preparati e formati dal punto di vista psichiatrico. Abbiamo pensato che per i nostri utenti fosse utile avere la possibilità di instaurare con la maestra d’arte un rapporto libero da intenzionalità terapeutiche, anche se in presenza di persone specializzate che potessero mediare e facilitare la conduzione e la partecipazione al gruppo.
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Come accennavo anche nella prima parte dell’articolo, spesso in maniera inconscia, il nostro atteggiamento e la nostra attenzione nei confronti degli utenti viene inevitabilmente condizionato da anni di esperienza come operatori all’interno dell’istituzione. Mi sono reso conto in prima persona di questo fenomeno quando mi è capitato di esibirmi come musicista all’interno di contesti terapeutici come residenze psichiatriche o centri diurni. Smettere i panni dello psichiatra mi ha fatto vedere gli utenti da punti di vista diversi, notando ad esempio con maggiore attenzione il grado di sedazione di alcuni, come se il mio occhio si fosse “abituato” a guardare senza osservare la realtà clinica dove lavoro quotidianamente.
Nei Fermata Fornaci affianco la conduttrice insieme agli altri operatori (due infermiere, due tecniche della riabilitazione psichiatrica, un assistente sociale che partecipano a turno), cercando comunque di lasciare la massima libertà espressiva e svolgo il ruolo di chitarrista di accompagnamento, soprattutto durante i live.
Il gruppo si svolge settimanalmente al lunedì e ha una durata di un’ora e mezzo. Vi partecipano mediamente circa venti persone, metà delle quali sono affette da psicosi o schizofrenia, il resto da disturbi affettivi, della personalità, alcuni con pregresso abuso di alcol e sostanze.
Il nostro modo di fare songwriting si ispira al modello della Musicoterapia Musico Centrata, dove il “fare musica” è il mezzo ma soprattutto l’obiettivo principale della terapia musicale (Caneva, 2007). Gli utenti in grado di suonare strumenti musicali vengono invitati a partecipare come musicisti, mentre quelli che non sanno suonare cantano come coro e possono accompagnare il tempo con semplici strumenti a percussione (maracas, tamburelli, triangolo…) e comunque partecipano alla composizione dei brani.
Nei brani ci sono alcune brevi parti soliste affidate a chi è più intonato e a chi se la sente e lunghe parti corali, che assicurano un maggior coinvolgimento di tutti nel progetto. Oltre al musicista polistrumentista che fa ancora parte del gruppo in questi tre anni abbiamo avuto un batterista, un bassista e un chitarrista, che poi hanno lasciato la band perché avevano terminato il percorso terapeutico. Una delle principali difficoltà a portare avanti una psychiatric band in un Day Hospital o in un Centro Diurno, è proprio quella del “turnover” degli utenti, che comporta ripetuti e camaleontici cambiamenti di formazione e il dover insegnare da capo ogni volta il repertorio ai nuovi arrivati.
Questi cambiamenti possono rappresentare una difficoltà, ma anche uno stimolo in quanto il gruppo è sempre in divenire, e le canzoni (che non cambiano nella musica e nel testo) possono subire delle evoluzioni nell’arrangiamento, a seconda di chi ci sia a interpretarle. Questo consente alla parte del gruppo che rimane invece fissa di sforzarsi a trovare soluzioni interpretative nuove e protegge dalla possibile noia e monotonia di eseguire per mesi o anni gli stessi brani. Ad esempio, nella prima fase del progetto avevamo un utente batterista e quindi il repertorio aveva assunto una veste sicuramente più rock, anche con l’introduzione di un bassista volontario che ci accompagnava nelle uscite, precedute comunque da vere prove in una saletta attrezzata concessa gratuitamente dal Comune di Modena. Con la dimissione del batterista abbiamo dovuto riarrangiare il repertorio per una versione unplugged , solo con chitarre e basso.
Per ovviare in parte a questo problema del turnover, abbiamo comunque trovato la possibilità, attraverso l’Associazione Escomarte di consentire la copertura assicurativa anche a quei pazienti dimessi, che intendono continuare a frequentare il gruppo.
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Gli incontri iniziano con esercizi di riscaldamento della voce e di respirazione proposti dalla conduttrice. Questi esercizi aiutano sia ad acquisire una maggiore consapevolezza vocale a persone che non hanno conoscenze canore, sia a indurre uno stato di rilassamento. Vengono impartite alcune semplici nozioni di tecnica vocale, in particolare rispetto all’apertura della bocca e all’uso del diaframma. Altri esercizi proposti in apertura di incontro sono quelli sul ritmo, in cui si invitano i partecipanti a seguire con le mani semplici ritmiche accompagnati da un piccolo djembè. Per un periodo abbiamo avuto anche uno studente di infermieristica e percussionista che ci ha accompagnato. La questione ritmica è sicuramente fondamentale e per alcune persone molto complicata, anche per i brani più semplici. In questo senso le terapie farmacologiche sedative non aiutano di certo…
Ognuno può proporre un argomento per i testi. I partecipanti vengono invitati a portare nel gruppo le proprie riflessioni, i propri pensieri e talvolta le proprie poesie che vengono scritte per lo più a casa tra un incontro e l’altro.
Si parte solitamente da questi scritti per sviluppare la tematica all’interno del gruppo e iniziare a mettere insieme qualche rima. Gli argomenti dei testi sono assolutamente variegati. Alcuni brani trattano temi sociali come nella ballad Universi paralleli in cui vengono messe a confronto la vita di un barbone e la vita di uno yuppie con una conclusione saggia “ma dov’è dov’è questa diversità, la questione è la mentalità”. Oppure nel blues La fibra si affronta la questione della tecnologia e del mondo virtuale, con i rischi annessi “non sento più il vento, non vedo più il sole, è ora di uscire da questo torpore”.
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Alcune canzoni descrivono il percorso di cure in modo serio e toccante come nella ballad Impariamo a volare, il cui ritornello recita: “tanta strada abbiamo ancora da fare, a volte siamo pacchi da dimenticare, ci sono persone che ci vogliono aiutare, fidiamoci di loro e lasciamoci un po’ andare”. Lo stesso argomento viene affrontato in modo decisamente più leggero in Radio DH che recita “Qui radio DH, ci serve della vitamina K, in questo gruppo si parla davvero, dall’Efexor ad Omero”. Altri brani sono ancora più ironici e leggeri come Perché, un tango che racconta le pene d’amore in modo insolito “Perché? Perché? il telefono non squilla e penso a te. Perché? Perché? Piango anche quando sono sul bidet”.
Altre volte ancora si parte da momenti intimistici come in Una paglia e un cappuccino, nata da alcune frasi poetiche di un’utente scritte alle cinque del mattino, con di fronte appunto una sigaretta e un cappuccino, che vengono integrati magicamente all’interno del gruppo. L’esperienza individuale e certe parti di sé possono acquistare un senso nuovo grazie alla condivisione gruppale fornita dal songwriting.
Le idee melodiche iniziali per le musiche vengono proposte dalla conduttrice o dall’utente polistrumentista, mentre è il gruppo stesso, in modo democratico (spesso per alzata di mano) che sceglie tra le diverse idee e gli arrangiamenti.
Il gruppo ha sfornato fino adesso otto brani e si è esibito circa 2 volte all’anno a partire dal 2009.
E’ quasi inutile dire che il prossimo passo sarà la registrazione di un CD. Stay tuned…
Wansink e il suo gruppo di ricerca sono giunti alla conclusione che il contrasto fra il colore del cibo e il piatto in cui è servito influenzi la quantità di cibo ingerita.
Per dimostrarlo i ricercatori hanno sottoposto un campione di sessanta soggetti a un esperimento, proponendo loro due buffet, in entrambi veniva servita della pasta ma in un buffet era condita con salsa di pomodoro e nel secondo con della panna. La differenza sostanziale tra le due tavole, non era nel tipo di cibo proposto, ma nel servizio di piatti o più esattamente nel suo colore e nella scelta di quale pietanza disporvi: piatti bianchi per la pasta al pomodoro e rossi per la pasta con la panna nella prima tavola e viceversa per la seconda.
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Il risultato emerso evidenziava che chi sceglieva il cibo dalla seconda tavola, quindi prendendo il piatto dello stesso colore della pietanza tendeva ad abbondare, arrivando a superare la dose del 17-22 % rispetto a chi utilizzava piatti di colore differente.
Il gruppo di ricerca sostiene, quindi, che se il colore degli alimenti e quello del piatto nel quale vengono serviti sono simili, le porzioni ingerite saranno più abbondanti di circa il 20% . Ancora più importante della somiglianza del piatto e del cibo è essenziale che emerga un forte contrasto tra i due elementi che, così facendo, a livello percettivo lancerebbero un segnale di stop, ricordando alle persone di fare attenzione alle quantità di alimenti che si stanno servendo.
La spiegazione di questo fenomeno risiede proprio nel nostro sistema percettivo, ed ha anche un nome “Illusione di Delboeuf” ovvero: “se due cerchi di identiche dimensioni vengono posti l’uno vicino all’altro e uno dei due cerchi viene posto all’interno di un anello, il cerchio all’interno dell’anello appare più grande del cerchio non circondato se l’anello è vicino pur avendo la stessa dimensione”.
L'Illusione di Delboeuf.
Quindi, quando il cibo viene servito in un piatto dello stesso colore o simile porta il nostro cervello ad elaborare i due come un insieme più omogeneo senza una chiara definizione dei limiti ed in sostanza porta ad abbondare, sostituendo invece il piatto con uno con maggior contrasto risultano invece più netti i contorni facendo emergere chiaramente le quantità.
Quindi, “illudiamoci” che un servizio di piatti neri potrebbe far la differenza!
Secondo i dati raccolti dalla University of Illinois l’incidenza della depressione tende ad essere ai livelli più bassi intorno ai 45 anni e ai più alti verso gli 80 anni; la solitudine, isolamento sociale e la mancanza di sostegno emotivo sono i fattori che hanno maggiore influenza nel determinarla.
Un team di ricercatori della University of Alabama ha esaminato quasi 8.000 uomini e donne con più di 50 anni e ha scoperto che chi tra questi frequentava regolarmente siti di social networking aveva un terzo in meno di probabilità di ricevere una diagnosi di depressione. Sembra infatti che l’uso di Internet aiuti gli anziani, molti dei quali ha una ridotta mobilità, tenersi in contatto con amici e parenti, e ad ampliare le loro reti sociali. Secondo il Pew Research Centre un terzo delle persone con più di 65 anni frequenta social network, contro il 6% di tre anni fa.
Un altro studio condotto alla University of California ha rilevato cambiamenti nel cervello di uomini e donne una settimana dopo l’uso di Internet per la prima volta: navigare in internet infatti stimola l’attività delle cellule nervose e potrebbe aumentare il funzionamento del cervello negli adulti più anziani.
A fronte di questi risultati sembra che internet rappresenti, per la popolazione anziana in rapida crescita, un valido aiuto nel condurre una vita indipendente, nel facilitare i contatti con amici e familiari e nel fornire informazioni utili a prendere decisioni su molte questioni, dalla salute ai viaggi.
Nichola Adams, la cui ricerca presso l’University of Surrey ha studiato le problematiche dell’accesso a Internet tra gli anziani, tra le principali ragioni che ostacolano l’uso di Internet individua la mancanza di conoscenza e di accesso, inoltre una volta le questioni pratiche iniziali sono stati superate, rimangono ancora le barriere psicologiche; in questo senso è importante che gli anziani vengano accompagnati alla familiarizzazione con lo strumento, così che diffidenza iniziale venga a poco a poco superata.
Il desiderio è il segnale che manca qualcosa. Il pensiero desiderante è invece una tipica risposta mentale a questa mancanza. Si tratta di orientare pensiero e attenzione verso tutto ciò che potrebbe essere collegato all’oggetto del desiderio sia nella realtà circostante che nella nostra immaginazione.
Il pensiero desiderante è una forma di pensiero concreto(Caselli & Spada, 2011) tipico degli agiti compulsivi e apparentemente incontrollati (Watkins, 2011). Ha una natura sensoriale e dettagliata.
Il pensiero desiderante permette di immaginare in anticipo, prefigurare le sensazioni percettivo-motorie che accompagnano un atto in qualche modo piacevole.
Questa anticipazione sostiene la motivazione ad agire e l’attenzione orientata verso l’obiettivo. Ma il pensiero desiderante è anche una facoltà di pianificazione a breve termine, definisce in modo chiaro ciò che l’organismo può fare per raggiungere il suo obiettivo, quali ostacoli deve superare, come può muoversi per cercare il target (es: ripercorrere le mappe conosciute per individuare la tabaccheria più vicina quando abbiamo finito le sigarette).
Il pensiero desiderante è quindi un pensiero concreto (how). Spesso anche su questo giornale si sono evidenziati i limiti di uno stile di pensiero troppo astratto(es: rimuginio e ruminazione ). Ma anche il pensiero concreto può avere i suoi limiti poiché sostiene un attivazione fisiologica intensa (craving), aumenta il senso di deprivazione, impedisce una pianificazione accurata che contempli il rinvio della gratificazione e soprattutto un’organizzazione astratta di priorità nella gerarchia dei propri scopi personali.
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Il processo del pensiero desiderante in psicoterapia cognitiva mostra punti in comune e significative differenze con i concetti di ossessione, pensieri automatici, rimuginio e ruminazione.
Le ossessioni sono pensieri, dubbi, immagini o impulsi ricorrenti o persistenti e vissute come invasive e inappropriate e che provocano una marcata sofferenza emotiva. Le ossessioni sono intrusioni mentali giudicate negativamente mentre il pensiero desiderante è un’elaborazione mentale prolungata e volontaria.
Allo stesso modo, i pensieri automatici sono eventi mentali che sorgono nella coscienza indipendentemente dalla volontà dell’individuo. Possono avere la forma di una frase o di un immagine che le persone colgono improvvisamente nel proprio spazio mentale. Possono essere l’origine attivante del pensiero desiderante ma non sono pensiero desiderante.
Rimuginio e ruminazione sono stili di pensiero volontari e perseveranti.
In questo senso sono simili al pensiero desiderante. Tuttavia quest’ultimo pare distinguersi per:
(1) una natura concreta (Watkins, 2011)
(2) maggior presenza di immagini
(3) una valenza che non si limita alle emozioni negative
(4) un fuoco attentivo che si sposta dall’interno all’esterno ma rimane ristretto a stimoli connessi con il target del desiderio.
Il pensiero desiderante si differenzia dal grandiose fantasizing che rappresenta la tendenza a indugiare su fantasie grandiose piacevoli. Il pensiero desiderante non guarda alla vetta grandiosa ma ai prossimi passi necessari per ottenere rapidamente la soddisfazione della mancanza.
Infine, il pensiero desiderante è diverso dal mind wandering, dove la mente viene catturata da stimoli interni, scollegati dal contesto percepito nel presente e che non richiedono uno sforzo cognitivo volontario.
La distinzione tra pensiero desiderante e altri processi cognitivi è ancora all’inizio ma può segnare delle prospettive interessanti nel comprendere la poliedrica e ambigua natura del desiderio umano.