expand_lessAPRI WIDGET

EABCT 2012 – Attenzione alle dipendenze: una questione di… Attenzione?

EABCT 2012 – Symposium 2 – Recovery in Addiction: from Conflicted Motivation to Cognitive Control

EABCT 2012 Geneva

EABCT 2012 – Attenzione alle dipendenze: una questione di… Attenzione?

 LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND DA EABCT 2012

Uno dei primi simposi del Congresso Europeo di Terapia Comportamentale e Cognitiva ( EABCT 2012, Ginevra) ci offre la possibilità di esplorare le nuove prospettive scientifiche nel trattamento delle dipendenze patologiche.

Da cultore di disturbi legati al desiderio mi presento curioso in prima fila. Frank Ryan, chairman del simposio introduce in poche parole il razionale ed è subito chiaro che la strada tracciata dai gruppi di ricerca presenti segue il tema principale del congresso.

Ogni intervento ha la stessa base teorica: le dipendenze sono un problema neurocognitivo, cioè una questione relativa al cervello più che alla mente. Anzi l’agito dipendente è considerato esattamente come un’esperienza di ‘mente assente’ (absent-mind behaviour).

Frank Ryan
Chair: Frank Ryan

La coscienza è dimenticata. I vecchi paradigmi del condizionamento rispondente e operante così come i processi cognitivi automatici sono eletti a promotori del comportamento desiderante e incontrollato. Tutto ciò che è cosciente viene relegato al vecchio mito della forza di volontà, vetusto e superato, quasi deriso.

L’attenzione automatica è un elemento nucleare sia nell’attivazione che nella conclusione delle sequenze comportamentali che conducono all’oggetto del desiderio. Questo è il cuore: attenzione (processi cognitivi), condizionamento (non elaborazione), automatismo (fuori dalla coscienza).

Ergo, l’obiettivo diventa la ristrutturazione della connessione tra stimoli contestuali e cattura dell’attenzione dell’individuo. Certi stimoli condizionati acquistano, attraverso l’esperienza e il rinforzo, la capacità di catturare le risorse attentive automatiche. Per ridurre la dipendenza occorre quindi de-condizionare questo potente collegamento.

La soluzione proposta è interessante (Field & Eastwood, 2005; Field et al., 2007). Si tratta di una versione di training attentivo computerizzato in cui gli individui sono gradualmente allenati a rifiutare rapidamente immagini correlate all’oggetto (es: bottiglie di birra) che vengono presentate velocemente. Allo stesso tempo imparano ad approcciarsi velocemente a stimoli neutrali. In questo modo si allenano a selezionare stimoli neutrali (che hanno perso la capacità di catturare risorse attentive) ed evitare stimoli correlati all’oggetto. Dopo quattro settimane di allenamento quotidiano i risultati sembrano ottimi e anche la ricaduta si riduce di circa il 15% rispetto a un gruppo di controllo a un anno di follow-up.

È una strada nuova, apparentemente efficace ma non priva di buche nascoste in cui è possibile inciampare. Gli stessi autori non hanno soluzioni alle perplessità e messi alle strette sono costretti ad accettare limiti indiscutibili che non sarà facile superare.

Innanzitutto, anche se per un rifiuto, l’esposizione a stimoli legati all’oggetto della dipendenza vengono comunque proposti e questo, anche all’interno del loro razionale scientifico, potrebbe sostenere il legame di condizionamento. Secondariamente, il grosso limite è quello della generalizzazione: come è possibile stabilire che gli individui non diventino semplicemente esperti in un compito computerizzato, ben diverso e lontano dagli stimoli interpersonali del naturale contesto di vita?

Insomma manca ancora l’attenzione al processo di generalizzazione e validità ecologica e quando vi si sono imbattuti i risultati sono stati meno evidenti (Field et al., 2007).

Il rischio è quello di cadere nella vera meccanicizzazione dell’essere umano il quale molto spesso manipola gli oggetti mentali attraverso la troppo dimenticata coscienza.

 

LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND DA EABCT 2012

  

LEGGI ANCHE I REPORTAGES DA REYKJAVIK EABCT 2011

BIBLIOGRAFIA:

EABCT 2012 – Simposio: Mechanisms of Mindfulness. Chair: Susan Bögels

EABCT 2012 – Simposio: Mechanisms of Mindfulness. Chair: Susan Bögels

EABCT 2012 Geneva

Meccanismi della Mindfulness & Processi di Cambiamento 

LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND DA EABCT 2012 

Dopo la brillante apertura del Convegno da parte di Zindel Segal, in cui la mindfulness e le neuroscience hanno fatto da mattatori (come ha scritto il nostro Direttore Giovanni Ruggiero), è la volta di un simposio sui meccanismi della Mindfulness. Il simposio, intitolato “Mechanisms of Mindfulness: RCTs, Theories and Qualitative Data” viene moderato da Susan Bögels, Professor in Developmental Psychopathology alla University of Amsterdam, Director of the Research Institute Child Development and Education, and Director of the Academic Treatment Centre for Parent and Child, UvA-Virenze.

Il tema affrontato è chiaro: qui si parla di RCT, teorie mindfulness-based e dati di efficacia.

EABCT 2012 – Simposio: Mechanisms of Mindfulness. Chair: Susan Bögels
Chair: Susan Bögels

Le relazioni presentano esperienze cliniche e riflessioni teoriche che contribuiscono ad aggiungere dati di efficacia alle terapie mindfulness-based. La prima relazione, ad opera di Nicole Geschwind e colleghi, presenta un RCT che mostra come il Training Mindfulness promuova emozioni positive e esperienze di reward in adulti con depressione.  

La seconda relazione viene svolta da Marieke Wichers, della University of Maastricht. L’autrice e i suoi colleghi hanno svolto uno studio per indagare i mediatori affettivi e cognitivi che potrebbero contribuire a spiegare i meccanismi che rendono la MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy) efficace. 

A seguire, Evelin Snippe e colleghi discutono la relazione tra mindfulness, ruminazione e sintomi depressivi.  Jenny Van Son e colleghi presentano un progetto molto interessante svolto da loro con pazienti con Diabete. Il Progetto, attivato per ora in Olanda, è stato chiamato DiaMind. A Ginevra viene presentato un RCT. Brevemente, gli autori presentano un intervento mindfulness-based con pazienti diabetici che mostrano un elevato livello di distress emotivo, dovuto alla gestione giornaliera del diabete, problematica e difficile per alcuni di loro. 

L’ultimo intervento è ad opera di Hiske van Ravesteijn e colleghi della olandese Radboud University Nijmegen Medical Centre. Il focus della loro relazione si concentra sui pazienti che mostrano sintomi medici “unexplained” che non hanno trovato spiegazione nella nosografia medica. Uno studio longitudinale mostra gli effetti positivi della Psicoterapia basata sulla Mindfulness (MBCT – Mindfulness-Based Cognitive Therapy).

A conclusione dei lavori, Susan Bögels saluta il pubblico con una riflessione degna di interesse. Nonostante ormai in letteratura gli studi di efficacia della Mindfulness siano presenti e in continua crescita, sembra che questo simposio abbia segnato un lieve ma consistente spostamento del focus di attenzione dei ricercatori verso panorami più ampi di efficacia.

Infatti, oltre agli esiti dei trattamenti basasti sulla mindfulness, nel simposio “Mechanisms of Mindfulness: RCTs, Theories and Qualitative Data” l’attenzione è sui processi, sulle misure ripetute, sul tentativo di comprendere in modo sempre più articolato e complesso “come” la mindfulness funziona, e non più se funziona o meno. 

    

LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND DA EABCT 2012

LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLA MINDFULNESS E SULLA MBCT (MINDFULNESS.-BASED COGNITIVE THERAPY)

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

EABCT 2012 – Il ruolo delle Tecniche Immaginative in Terapia Cognitiva

EABCT 2012 – (29/08) Pre-Congress Workshop – 

An experiential guide to using Imagery in your cognitive therapy practice. James Bennett-Levy

EABCT 2012 Geneva

EABCT 2012 – Il ruolo delle tecniche immaginative in terapia cognitiva

Risale a inizio degli anni ’90 la critica al razionalismo della terapia cognitiva standard che sottolineava la distinzione tra cognizioni fredde e cognizioni calde.

Le prime, più intellettuali e distaccate, sono comprese e conosciute dall’individuo al di fuori delle situazioni di attivazione emotiva, o per spiccata capacità autoriflessiva o in seguito a interventi psicoterapeutici. Le cognizioni calde sono il frutto dell’integrazione tra il ‘pensare’ e il ‘sentire’, non una semplice ristrutturazione ma anche una percezione di veridicità e convinzione (‘sento che è così’).

LEGGI GLI ALTRI REPORTAGE DA EABCT 2012

Questa critica ha portato alla proliferazione di ricerche e tecniche tese a favorire il passaggio dalla pura riflessione verso una percezione anche sensoriale dei nuovi punti di vista che si costruiscono in terapia. L’immaginazione è il destriero che molti hanno cavalcato per attraversare il ponte. La psicologia cognitiva di base sosteneva questa scelta iniziale: attraverso l’immaginazione è possibile generare un’attivazione emotiva, seppur virtuale, anche durante una sessione di terapia. Diventava possibile avere un contesto capace di mettere alla prova i nuovi punti di vista on-line e con il supporto diretto del terapeuta.

James Bennett-Levy
Prof. James Bennett Levy

Vent’anni dopo è tempo di fare il punto su ciò che è stato prodotto al riguardo. Vi riesce con grande chiarezza e lucidità, James Bennett-Levy nel suo workshop al presente Congresso Europeo di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (EABCT, Ginevra, 2012): An experiential guide to using imagery in your cognitive therapy practice. L’obiettivo dichiarato all’inizio del suo lavoro è quello di tracciare una mappa di quali interventi immaginativi sono stati sviluppati, le loro caratteristiche, a quali pazienti si rivolgono, quando e come applicarli in psicoterapia cognitiva.

Una simile guida era necessaria, dato che il termine ‘imagery’ volava da molto tempo tra molte bocche, ognuna delle quali tendeva a farsene padrona. Si aveva l’impressione che questa imagery fosse per molti ricercatori la nuova base tecnica della terapia cognitiva, più rapida, efficace, e capace di aggirare gli ostacoli relazionali. Poi, nel dettaglio, la si usava in modi tanto variegati da risultare vaga e confusa. La classificazione di Bennett-Levy è una vera organizzazione della conoscenza teorica e tecnica al riguardo, esaustiva e chiara dove non manca una mappa retrospettiva e precisi riferimenti a coloro che si sono occupati in varia misura del tema.

Il workshop descrive ben nove modalità di utilizzo dell’immaginazione delle quali il terapeuta può avvalersi dall’assessment iniziale, alla formulazione del caso, alla ristrutturazione delle esperienze negative alla costruzione di nuovi stili di vita. Esistono esercizi di imagery per comprendere gli episodi emotivi quando il paziente fatica a differenziare i contenuti mentali, per recuperare memorie infantili dolorose e accertarne il significato, per facilitare la manipolazione delle immagini intrusive o favorire il distanziamento da contenuti negativi passati o semplicemente ipotetici futuri.

Così l’imagery si estende fino alle frontiere delle emozioni positive che vengono sostenute e rinforzate, stati mentali come l’autoefficacia o la compassione verso di sé possono essere conosciuti attraverso la visualizzazione immaginativa. In questa visione d’insieme l’imagery si mostra un destriero cresciuto e ben addestrato per solcare questo ponte.

Ne esco soddisfatto, con l’impressione che fortunatamente nei circuiti scientifici non mancano persone con una predisposizione all’integrazione e piuttosto che alla competizione o ancor peggio, all’indifferenza verso altri modi di pensare e di agire. È possibile che per procedere nella conoscenza scientifica e nella pratica terapeutica si abbia bisogno anche di distruttori o di arieti che procedono lungo la loro strada senza guardarsi al fianco.

Ma ho la netta convinzione che i ruoli di attenti revisori siano imprescindibili. E Bennett-Levy, da attento revisore, ha tracciato gli attuali confini delle tecniche immaginative. E ora si può ripartire con più ordine.

 

LEGGI GLI ALTRI REPORTAGE DA EABCT 2012

 

BIBLIOGRAFIA:

Segal all’ EABCT 2012: Neuroscienze e Mindfulness – Opening Lecture

EABCT 2012 – (29/08) OPENING LECTURE – ZINDEL SEGAL 

EABCT 2012 Geneva - Segal - Opening Lecture - Opening Ceremony

Segal all’EABCT: è la Mindfulness il nuovo Paradigma Cognitivo?

Quando un paradigma scientifico è maturo, si va ai congressi per aggiornarsi, ricevere stimoli e chiarirsi le idee. Quando invece si imboccano percorsi di svolta e momenti di crisi le idee si confondono.

E da qualche anno i congressi di terapia cognitiva offrono un quadro appunto più confuso (epperò anche meno monotono) rispetto a quello della golden age della terapia cognitivo-comportamentale standard, che situerei negli ultimi decenni del secolo scorso.

LEGGI ANCHE I REPORTAGES DA REYKJAVIK EABCT 2011

In quell’epoca classica e felice aggiornarsi significava conoscere nuove credenze cognitive distorte, apprendere nuovi bias la cui disputazione e ristrutturazione andava poi ad arricchire il proprio strumentario clinico. Poi l’età dorata è finita ed è iniziato quello che potremmo forse chiamare semplicemente il casino.

Le rotte si sono moltiplicate (troppo!) e sfilacciate (spesso!), nuove ondate di saperi clinici non sempre compatibili tra loro si sono abbattute sui terapeuti lasciandoli spesso più confusi e disorientati dei pazienti che pretendono di curare. In breve, è andato in crisi un modello di sviluppo che prevedeva che, man mano che si scoprivano nuovi contenuti cognitivi patologici aumentasse l’efficacia terapeutica e si moltiplicasse il numero di disturbi emozionali che rispondevano felicemente alla terapia cognitiva.

Con il nuovo secolo l’interesse si è spostato sui processi cognitivi, sulle variabili metacognitive, sulle emozioni, sulle componenti evolutive, sugli interventi neo-comportamentali di riaddestramento dell’attenzione e su tante altre cose. Si è parlato ora di accettazione, ora di compassione, ora di metacognizione, ora di mindfulness. Tutto questo non si è incanalato in un unico nuovo paradigma, ma in molteplici ondate di nuovi saperi clinici che si sono accavallate disordinatamente. Soprattutto a metà degli anni zero del nuovo secolo i congressi sono diventati a volte campi di battaglia tra fautori dei nuovi e vecchi modelli, con scontri personalistici che ci hanno insegnato qualcosa su come veramente si sviluppa la scienza.

Ieri è iniziato il 42esimo congresso annuale della EABCT, la European Society of Behaviour and Cognitive Therapy. Una buona occasione per tentare di farsi un’idea delle linee di sviluppo scientifiche e cliniche che si aprono davanti alle terapie cognitive e comportamentali. Cosa c’è di nuovo?

Di nuovo c’è che, dopo quasi dieci anni di incremento della complessità e della confusività dell’offerta, per la prima volta forse si assiste a una semplificazione. La polvere della battaglia si dirada e sul campo di questo congresso rimangono meno combattenti. Non sono i vincitori della guerra, ma di questa battaglia. Scorrendo il programma del congresso, notiamo che campeggiano la mindfulness (vera dominatrice, almeno secondo le mie impressioni), alleata a qualcosa che inizia a chiamarsi il modello neuropsicoterapeutico.

In seconda linea ma baldanzosa avanza la ricerca sui processi cognitivi (soprattutto sull’attenzione e la memoria di lavoro). C’è poi la vecchia guardia delle credenze cognitive, difesa dall’intolerance of uncertainty e anche dal need of control (pallino del nostro gruppo di ricerca). Meno rappresentate di un tempo le linee della acceptance and committment therapy e della metagnizione alla Wells. Però (e finalmente) si presentano a questo congresso altri modelli metacognitivi diversi da quello di Wells. La schema therapy è difesa dagli olandesi che -a leggere gli abstract- porteranno i loro dati di efficacia sempre più solidi, ma (forse) non troppe novità cliniche e non nuovi sviluppi di questo modello. Intendiamoci: più che sconfitti, questi modelli sono migrati e si sono costruiti dei nidi personali, ovvero proprie società e propri congressi. Il tempo dirà se questa strategia è vincente. Ma di tutto questo parleremo nei prossimi articoli che State of Mind produrrà durante il congresso.

 

“Psychotherapy and neuroscience: a promising union” Zindel Segal EABCT 2012In questo primo articolo da Ginevra commento concisamente il discorso di apertura del congresso EABCT affidato a Segal, intitolato “Psychotherapy and neuroscience: a promising union”.

Segal ha passato in rassegna alcuni risultati della ricerca sugli indici di modificazione neurocerebrale correlati al cambiamento psicoterapeutico ed è riuscito a dare l’impressione che questa strada stia iniziando a dare i primi frutti. Non si tratta più di far vedere zone cerebrali più o meno colorate in pazienti ed ex pazienti (immagini che spesso mi parevano in rapporto con la psicoterapia come una foto della Francia dalla Luna è in rapporto con una passeggiata sul lungosenna a Parigi), ma si sta iniziando a trovare indici neuroscientifici di funzioni mentali che si modificano in psicoterapia. Il livello di informazione mi pare ancora basso, ma almeno non si ha più l’impressione di vedere fotografie scattate dallo spazio vuoto.

Tuttavia il vero interesse di Segal mi è sembrato essere diretto verso qualcosa che non era citato nel titolo della sua presentazione: la mindfulness. Voglio dire, dopo un po’ è diventato chiaro che i dati neuroscientifici scelti di Segal descrivono funzioni mentali di tipo attentivo e processuale che sono tipicamente quelli che si modificano in seguito a trattamenti di mindfulness. Ovvero, un incremento delle capacità di elaborazione non automatizzata e non distorta da bias attenzionali e della memoria di lavoro, ma focalizzata sul presente, sul qui e ora elaborato con il minimo indispensabile di routine cognitive già apprese e con la massima disponibilità a un sorta di innocenza aperta e priva di pregiudizi e preconcetti.

Non basta. Se Segal avesse fatto solo questo, avrebbe fatto molto, ma in fondo si sarebbe limitato a produrre una delle tante increspature che vanno a comporre il dorso ancora (molto) informe della terza ondata. A mio parere l’operazione di Segal è più ambiziosa. Collegando neuroscienze e mindfulness e definendo la mindfulness come il bacino che può comprendere e contenere tutto il coacervo di interventi processuali a cui in fondo si riduce la terza ondata, Segal si propone di riuscire ad essere la nuova mano ordinatrice che davvero stabilisce i confini di un nuovo paradigma.

Ovvero, Segal col termine mindfulness non indica più un singolo intervento specifico, che sia la accettazione o la compassione o la validazione emotiva, ma di una vera categoria onnicomprensiva, così come onnicomprensivo era il concetto di interpretazione e ristrutturazione cognitiva di credenze distorte proposto da Beck. Categoria che si propone di diventare il descrittore dell’unico e vero processo terapeutico che starebbe alla base del cambiamento del paziente. Perché la mindfulness sembra avere non dico più possibilità, ma più fascino della metacognizione -concetto potenzialmente altrettanto onnicomprensivo- è un altro discorso, troppo lungo da affrontare qui (ma una parola si può dire: la metacognizione è ancora legata al vecchio paradigma logico e razionalistico della ristrutturazione cognitiva; la mindfulness no).

Tom Borkovec, Sandra Sassaroli & Giovanni Maria Ruggiero @ EABCT 2012 - Geneva
Da sinistra: Sandra Sassaroli, Giovanni Maria Ruggiero e Tom Borkovec @ EABCT 2012 - Geneva - Opening Ceremony

E inoltre questa categoria, a differenza di altre, ha pure una base neuroscientifica ed elimina così una volta per tutte un vecchio complesso di inferiorità della psicoterapia rispetto alla medicina; finalmente avremo la nostra anatomia patologica al posto delle bislacche sindromi descrittive del DSM!

Quando ho proposto questa mia idea a Tom Borkovec durante il cocktail che seguiva la conclusione della cerimonia d’apertura, lui si è mostrato abbastanza d’accordo, tenendoci però a sottolineare che ci sono tante strade per arrivare a questo stato mentale non patologico.

Vero, però ho l’impressione che Segal stia suggerendo che ci possono essere tante strade, ma che l’esito sia uno solo: la mindfulness.

E in questo modo, pur nel rispetto delle varie possibili varianti, si crea un nuovo ombrello clinico e concettuale: la mindfulness based cognitive therapy.  

 

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: MINDFULNESSNEUROSCIENZE 

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

 

Le Pussy Riot e le Donne Tunisine: Coraggio e Paura nella Ribellione

Pussy Riot: alcune note a margine.

Le Pussy Riot e le Donne Tunisine: Coraggio e Paura nella Ribellione
Immagine: dettaglio di pittura murale. Orgosolo

Il coraggio di tre giovani donne, tre cantanti punk che si scontrano con un potere schiacciante e affrontano le conseguenze delle proprie azioni concrete e reali. Queste ragazze non si sono limitate a schiacciare un semplice tasto “mi piace” su Facebook, ma hanno sfidano il potere di Putin.

Era nelle loro intenzioni andare allo scontro frontale? Probabilmente no, in fondo si è trattato di una bravata in una chiesa. Poi la reazione è arrivata, durissima.

E’ certo che, davanti a conseguenze così devastanti (il carcere!) le tre ragazze mostrano la dignità di chi sa esporsi e pagare concretamente per le scelte che fa. A me vengono in mente Sordi e Gassman nell’ultima scena de La Grande Guerra, mentre si espongono alla morte senza mai proclamarsi eroi.

Allo stesso modo leggo la notizia delle proteste delle donne tunisine che non accettano di essere definite complementari e non giuridicamente eguali. Vanno in piazza, si ribellano, spostano l’opinione del paese.

Cos’è questo coraggio, questa freschezza nella ribellione? Quasi un passaggio di testimone.
Ai tempi del femminismo si diceva che sarebbe venuto il momento in cui le donne si sarebbero prese in carico non solo le lotte del proprio personale destino di genere, ma anche la richiesta di giustizia della società tutta intera. Questo è interessante e segna, in tempi non felici, un cambiamento che ci riguarda tutti e che ha a che fare, in modo duro e profondo, con il coraggio di tutti noi.

Che il coraggio implichi una complessa elaborazione cognitiva è confermato dalle due psicologhe Gizela Szagun e Martina Schauble (1997), che hanno analizzato lo sviluppo dell’esperienza del coraggio in bambini e negli adulti. I bambini fino ai sei anni concepiscono il coraggio in termini comportamentali, mentre con l’aumentare dell’età il coraggio inizia ad essere concepito come uno stato mentale interno incentrato sulla paura e sul superamento della paura. Con l’aumentare dell’età, i soggetti credevano sempre più che le strategie psicologiche potessero incrementare il controllo sulla complessa esperienza del coraggio.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Un anno con State of Mind

State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche. - Psicologia, Psicoterapia, Psichiatria, Neuroscienze.

Spendiamo con soddisfazione due parole su questo primo anno di vita di State of Mind (SoM), alla vigila della pausa di agosto.

Dopo un anno ci chiediamo se SoM abbia saputo giustificare la sua nascita. Esistevano (ed esistono) i grandi portali come Psychomedia, Opsonline o Pol-it. Esistevano (ed esistono) i blog degli psicologi, delle scuole di psicoterapia, i forum degli studenti e altri luoghi d’incontro online delle Università. Ma State of Mind ancora non esisteva.

Secondo noi si sentiva la mancanza di un webjournal che raccontasse le novità del nostro mondo psicologico-psichiatrico in modo accessibile sia agli esperti che alle persone interessate ai problemi della psicologia, della psicoterapia e della psichiatria. Un luogo che fosse anche aperto a commenti e discussioni.

Non volevamo rappresentare un solo mondo esclusivamente, ma aprirci a molte chiavi di lettura diverse dalla nostra, dare spazio a discussioni. Informare. Sui giornali generalisti l’informazione sulla nostra area di interesse è spesso urlata, spesso falsa, spesso, quando vera, priva del sostegno di un apparato bibliografico.

Abbiamo voluto che sia la rassegna stampa che le novità di area psichiatrica e psicologica fossero sempre sostenute da dati verificabili.  E raccontate in modo chiaro e sintetico da persone competenti. Abbiamo anche pensato di riportare aree più creative di punti di vista psicologici sul mondo (cinema, letteratura, politica, il sociale)

All’inizio abbiamo temuto che la risposta potesse essere tiepida. Ma le molte persone che ci leggono, che discutono, commentano e contribuiscono ci ha convinto che SoM è possibile. Che questo bisogno di informazione e apertura al nuovo esisteva ed esiste. Possiamo ancora fare molto e non tutto è facile. Riceviamo ancora contributi troppo scarsi in aree psichiatrica o in aree di psicologia e/o psicoterapia non cognitiviste. Qualche contributo psicodinamico o sistemico, ancora nulla dal fronte umanistico/esperienziale. 

Ma questo primo anno ci vede molto contenti. Ci siamo divertiti, abbiamo molto lavorato abbiamo discusso tra di noi e spesso anche duramente ma la rete del journal continua ad allargarsi.

Un grazie al Direttore responsabile Giovanni Maria Ruggiero, al webmaster e caporedattore Flavio Ponzio, alla redazione: Linda Confalonieri e Serena Mancioppi, ai nuovi editor: Andrea Bassanini e Roberta Dalena, a tutti gli autori che collaborano con noi e agli informatici Andrea Deganutti e Luca Colombaro che ci assistono con perizia.

Grazie anche a Studi cognitivi che ha messo le risorse a disposizione per iniziare la nostra avventura.

 

Sandra Sassaroli.

Mente e Corpo: Credenze ed Effetti sui nostri Comportamenti

FLASH NEWS

– LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLE CREDENZE –

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Molte persone, che lo sappiano o meno, hanno credenze dualiste in merito alla relazione mente-corpo, credono cioè che il corpo e la mente siano due entità separate. Al di là di innumerevoli pagine filosofiche e scientifiche scritte sulla questione, è ancora poco conosciuto l’impatto di queste credenze individuali sul nostro modo di pensare e di comportarci nella vita quotidiana.

Un nuovo articolo di ricerca che a breve verrà pubblicato su Psychological Science suggerisce che sposare una filosofia dualista può avere importanti conseguenze nella nostra vita quotidiana.
Attraverso ben cinque studi, alcuni ricercatori dell’Universität zu Köln (Colonia, Germania) hanno scoperto che le persone sottoposte a un priming di credenze dualiste mostravano atteggiamenti più imprudenti e rischiosi per la propria salute, ad esempio, preferivano una dieta meno sana. Inoltre, è stata dimostrata tale risultato partendo anche da un’altra prospettiva: i soggetti che erano sottoposti a priming di comportamenti non salutari (ad esempio, guardando fotografie di cibi nocivi per la salute) riportavano una più convinta credenza dualista rispetto ai soggetti che vedevano fotografie di cibi salutari. 

Nel complesso, i risultati dei cinque studi forniscono prove a favore dell’ipotesi che le credenze di dualismo mente-corpo avrebbero un impatto notevole sulla salute delle persone, in termini di atteggiamenti e comportamenti. In particolare, lo studio dimostra che le credenze dualistiche diminuiscono la probabilità di comportamenti salutari.
Quindi  le persone che percepiscono mente e corpo come entità distinte, hanno una minore probabilità di assumere atteggiamenti e attuare comportamenti preventivi e protettivi rispetto alla loro salute fisica. Le implicazioni applicative dello studio sono intriganti, pensando ad interventi che riducano le credenze dualistiche – anche attraverso la tecnica del priming- per la promozione del cambiamento di comportamenti verso una logica più salutare nelle popolazioni a rischio.

– LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULL’ALIMENTAZIONE –  

 

BIBLIOGRAFIA: 

Misura l’ arroganza del tuo capo con il Workplace Arrogance Scale

FLASH NEWS 

Workplace Arrogance Scale (WARS): self report che misura l’arroganza del capo.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

L’arroganza in un leader in ambito lavorativo può essere profondamente disfunzionale, fondandosi su un minor livello di efficienza e maggior insicurezze  mascherate da comportamenti svalutanti e invalidanti nei confronti dei propri subordinati. Ora è possibile misurare l’ arroganza del proprio capo, grazie a uno strumento self-report, sviluppato dai ricercatori della University of Akron e della Michigan State University e che può aiutare le organizzazioni a identificare manager e dirigenti arroganti prima che abbiano un impatto troppo devastante sull’organizzazione. La Workplace Arrogance Scale (WARS), già pubblicata su The Industrial-Organizational Psychologist  sarà presentata alla conferenza dell’American Psychological Association a Orlando il 2 agosto dal professor Stanley Silverman.

Secondo l’autore il costrutto dell’arroganza è caratterizzato da un modello di comportamento che umilia gli altri nel tentativo di dimostrare la propria competenza e superiorità.

Il Sessismo dell'Ape Regina. - Immagine: © Anastasija Dracova - Fotolia.com
Articolo consigliato: Il Sessismo dell'Ape Regina. Donne che perpetuano gli stereotipi di genere.

LEGGI ANCHE: ARTICOLI DI PSICOLOGIA DEL LAVORO

Tale modalità comportamentale è correlata con bassi punteggi di intelligenza e autostima.


Ecco alcuni esempi di domande della scala in questione:
• Il capo scredita le idee degli altri e spesso li mette in cattiva luce durante le riunioni?
• Il vostro capo è solito rifiutare un feedback costruttivo?
• Il vostro capo è solito esagerare con la sua superiorità e si comporta in modo da farvi sentire inferiore?

L’arroganza, consiste di fatto in una serie di atteggiamenti e comportamenti che possono essere modificati – ovviamente solo se il capo arrogante è disposto a impegnarsi in un lavoro su sé stesso nella direzione di tale cambiamento. Una leadership orientata a un autentico mentoring nei confronti dei propri collaboratori e all’’umiltà del leader stesso promuove un clima di lavoro realmente collaborativo, produttivo e positivo in termini relazionali. 

 LEGGI ANCHE: NARCISISMO E LEADERSHIP: GLI SVANTAGGI DELLE APPARENZE.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Psicologia & Ambiente: oltre le Buone Intenzioni: il Ruolo dei Valori

 

– LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLA PSICOLOGIA & AMBIENTE – 

Quando le intenzioni non bastano: Il ruolo dei valori. - Immagine: © puckillustrations - Fotolia.comSi dice che le vie dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni ma sembra che anche quelle dello sviluppo sostenibile non siano da meno. È difficile, infatti, incontrare persone nemiche dell’ ambiente, che sognino un mondo inquinato, senza un filo di verde, saturo di gas di scarico.

In psicologia si tende a distinguere tra la “presa di decisione, intesa come momento di scelta tra obiettivi ed azioni possibili, e la sua implementazione, ovvero la decisione di mettere in pratica il comportamento desiderato.

Nello specifico, le intenzioni si sviluppano in due fasi: una motivazionale e una volitiva. Durante la prima, gli individui decidono di mettere in atto un certo comportamento, valutandone costi e benefici, mentre, nella seconda, le persone elaborano piani specifici per definire i modi con cui l’intenzione verrà tradotta in atto. Entrambe le fasi possono essere oggetto di revisione ma la prima è il momento più delicato, in quanto gli atteggiamenti, le norme e il grado di controllo percepito sulle nostre azioni possono mettere in crisi le nostre intenzioni.

Comportamenti Ecologici: Impatto e intenzioni a confronto. - Immagine: © Sergej Khackimullin - Fotolia.com
Articolo consigliato: Comportamenti Ecologici: Impatto e intenzioni a confronto.

Inoltre, è bene ricordare che non è sufficiente avere le migliori intenzioni per ottenere i risultati sperati. Si pensi, per esempio, alla differenza tra coloro che consumano meno per ridurre gli sprechi e coloro che incrementano l’acquisto di prodotti con vere o presunte etichette green. Entrambi hanno un atteggiamento positivo nei confronti dell’ ambiente e sono animati dalle migliori intenzioni, tuttavia, l’impatto sull’ecosistema è diverso.

Soltanto il primo comportamento, infatti, è realmente sostenibile. Eco-chic e altri fenomeni di “greenwashing” (tattiche di marketing studiate per mettere in risalto uno o due aspetti eco-positivi di un prodotto, oscurandone gli altri) fanno appello a quell’immagine un po’ sdolcinata di natura, che noi tutti vorremmo proteggere e conservare ma, in realtà, sono solo strategie che fanno leva sui nostri valori materialisti e consumistici.

L’obiettivo non è salvare il pianeta ma stimolare l’acquisto di un particolare prodotto.

 

Pertanto, indagare la dimensione valoriale può essere utile se si desidera analizzare la varietà dei comportamenti con cui le persone rispondo agli stimoli a parità di atteggiamenti.

In particolare, studi recenti nell’ambito della sostenibilità, hanno isolato tre tipologie di valori che possono guidare i comportamenti ecologici: gli egoistici, i socio-altruistici e i biosferici. I primi, come suggerisce il nome, calcolano le conseguenze personali delle modifiche ambientali (potrà succedere qualcosa a me?), i secondi valutano gli effetti anche per gli altri (potrebbe accadere ai miei figli?), mentre, i terzi, considerano le ripercussioni dei cambiamenti ambientali su tutti gli esseri viventi (cosa accadrà al pianeta e all’umanità?).

– LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SUL SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA –

In conclusione, i valori sono le credenze che guidano le decisioni e le azioni degli individui; non sono delle proprietà degli oggetti ma categorie che appartengono ai soggetti e che vengono utilizzate per organizzare la vita quotidiana, per eliminare le ambiguità. Conoscerli a fondo e valutarli correttamente, permette di elaborare campagne comunicative molto più efficaci e mirate, anche in contesti altamente mutevoli, che possono stimolare direttamente le credenze che guidano le decisioni di ciascuno.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Morbo di Alzheimer: la meditazione riduce lo stress dei familiari

FLASH NEWS

– LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLA MEDITAZIONE – 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Qualche mese fa una ricerca pubblicata su International Journal of Geriatric Psychiatry e citata anche dal Los Angel Times dimostrava che la pratica di una forma di meditazione yogica (Kirtan Kriya Meditation) per 12 minuti al giorno per otto settimane può ridurre i livelli di stress nei caregivers dei pazienti con morbo di Alzheimer. Ora finalmente analisi successive – che hanno utilizzato gli stessi soggetti nell’ambito dello stesso trial- ci spiegano anche il perché, ovvero vanno a indagare il processo responsabile di tale effetto. Sembrerebbe che la pratica di questo tipo di yoga porti alla riduzione dei meccanismi biologici responsabili della risposta infiammatoria del sistema immunitario, che se costantemente attivata ad alti livelli può contribuire a una moltitudine di problemi di salute cronici.

Il lavoro pubblicato da pochi giorni su Psychoneuroendocrinology si è concentrato sui familiari caregivers di persone con demenza. Perché proprio questo target? Va considerato che prendersi cura di un familiare con demenza senile o morbo di Alzheimer può essere un fattore di stress rilevante: i familiari più anziani che si occupano di loro parenti affetti da tale diagnosi riferiscono elevati livelli di stress e depressione, essendo quindi anche più a rischio di patologie somatiche connesse allo stress, quali disturbi cardiovascolari, etc.

Nello studio, i partecipanti sono stati randomizzati in due gruppi. Il gruppo di meditazione è stato guidato nella pratica di almeno 12 minuti meditazione yogica Kirtan Kriya per otto settimane;  l’altro gruppo è stato sottoposto a un training di rilassamento guidato da un cd, sempre per 12 minuti al giorno per otto settimane.

– LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLA MINDFULNESS – 

Al pre e post-assessment sono stati prelevati i campioni di sangue per ciascun soggetto. L’obiettivo dello studio era di determinare se la meditazione yogica potesse alterare l’attività delle proteine ​​infiammatorie che caratterizzano l’espressione genica delle cellule del sistema immunitario. I dati dello studio dimostrano di fatto che 68 geni presentano un profilo di espressione alterato nei termini di una ridotta attività di proteine ​​(citochine) legate direttamente a un maggiore stato infiammatorio (e correlate anche a un maggiore livello di stress) nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo.

Lo studio, quindi, risulta rilevante perché apre uno spiraglio esplicativo dal punto di vista biologico sul processo che media gli effetti dello yoga sul sistema immunitario e sullo stress.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Wendy Behary: an interview on Schema Therapy for the Narcissist

 

State of Mind interviews Dr. Wendy Behary

Founder and director of Cognitive Therapy Institute of New JerseyThe New Jersey Institute for Schema TherapySchema Therapy Institute di New York.

 

Workshop Schema Therapy per il Disturbo Narcisistico di Personalità - Relatrice: Wendy Behary (FOTO)

We met Dr. Behary in Rome, during her Workshop (June 16th) on Schema Therapy with narcissist patients.

1) When working with difficult patients as narcissist ones, we know how hard it is to set a good therapeutic relationship. What kind of methods do you use to keep in therapy your patients with narcissistic personality disorder?

There are two fundamental aspects in creating and maintaining the therapeutic relationship. The first is to keep the leverage high. So the therapist has to maintain the leverage in the relationship, meaning that the consequences have to be kept very clear or the narcissists will forget why they are there, get frustrated and want to leave therapy. The other is to be as honest and real as possible, get rid of the therapy jargon and just know to be a person who understands them, someone who cares about them and not their unique performance or extraordinary achievements.

 

2) What are the main obstacles for the changing in a narcissist patient?

A strong detached protector is a great obstacle. These patients deny that have any problems and they have a hard time experiencing those emotions. They can sometimes be too critical of the therapist and therefore the therapist’s schema get activated, making it difficult to maintain a connection with them; especially when the therapist becomes overwhelmed and distracted or the leverage is too low. The therapist may feel under attack and provoked by the patient and may end up reacting in ways that are counter-productive to the therapy.

 

3) May you tell us something about your new book: Disarming the Narcissist? (the Italian translation is going to be published in a few months)

I’m very excited about the book coming out in Italy. The book was written primarily because I had many patients who were living with narcissistic partners who loved them, who wanted it (the relationship) to work and really wanted to know how to reach their partners in more effective ways, how to begin to look at their own personal schema activation in the process of dealing with them. I was treating narcissists so I was looking at both sides of the equation. This is what inspired the book.

 

Interview with John F. Clarkin in New York. - Immagine: Property of State of Mind
Recommended article: Interview with John F. Clarkin in New York

4) What kind of advice would you give to our colleagues dealing with narcissist patients? How can they be able to disarm the narcissist?

Most importantly, to make sure they get good supervision and that they spend some time in self-therapy to identify and heal their own schemas, and learn how to understand and manage their own sensitivity to some of the more difficult issues: aggression, detachment, denial, and resistance. Therapists need to have a solid grip on their own schemas in order to be sturdy, caring, empathic, and persistent with a narcissistic patient. You have to manage your expectations and know that treatment is a process in order to maintain consistency and achieve an adaptive outcome with the narcissist.

 

5) Do you have any data on the effectiveness of Schema Therapy of Narcissist?

To date, there is no significant data on narcissism. Most of it is anecdotal experiences shared by many therapists over time. Regarding Schema Therapy, there are some studies that are being conducted right now in the Netherlands that include narcissists, and we also have forensic studies being conducted by Dr. David Bernstein and colleagues. We are hopeful that we will be able to see some of our experiences in the affiliated results. Part of the problem with gathering data has to do with your other question which is that a lot of therapists just cannot tolerate being in the treatment room with a narcissist, or they don’t have enough leverage to keep them in treatment. So it is hard to gather the data if you don’t have reliable sample.

 

Metacognitive Therapy (MCT): an Interview with Prof. Adrian Wells
Recommended Article: Metacognitive Therapy (MCT): an Interview with Prof. Adrian Wells.

6) What do you think is the current development of Schema Therapy in Italy?

I think it’s growing and it’s exciting given that Alessandro Carmelita has exposed people to the model by learning it, becoming certificated himself , bringing it to the country and expanding its exposure throughout Italy. He is getting colleagues and other clinicians excited about this model, and this is wonderful! Bringing more people into our global ST community is fantastic. I am very pleased with Alessandro’s efforts and very impressed with his work in Schema Therapy.

 

 

 

7) In your opinion, what do you think therapists should do to learn how to work with the narcissists?

To learn specifically how to work with them…Well, I have to say that I am biased because I believe Schema Therapy is the most effective way. We have a very rich conceptualization. I think we have a strong understanding of the personality of narcissism and the elements of narcissism across the spectrum. So of course I believe that the best way is to get involved in the training programs to contact someone in our organization about how to get trained in the Model of Schema Therapy and then how to apply it specifically with populations, like narcissists — which are some of the most challenging to work with.

 

No recipes for treating eating disorders. Image: © kikkerdirk #27366320 -
Recommended Article: Science does not offer recipes for treating eating disorders.

It really is the most important element of your training. it’s not just learning the skills and learning how to conceptualize through assessments but also paying close attention to your own schema triggers in the supervision. It’s very important to have a good supervisor who enables you to role play, to practice, to get the feeling of the intense struggle that comes with working with these patients.

 

9) Would you like to say something about the DSM5?

I wish I could say something about DSM5 except I think it is still unclear what the direction is going to be. I think part of the motivation behind changing the diagnostic code has to do with the complexity of narcissism that it is a spectrum disorder. I am not sure, but I think they’re trying to capture and illustrate the various elements of narcissism and the different ways in which it shows up. I think it could be an unfortunate consequence if in fact it gets eliminated as a disorder, because it has a very distinct and problematic appearance within our industry. It remains a controversial discussion at this point, with many people weighing in; not sure what will happen.

 

Radicalism - © Alexey Afanasyev - Fotolia.com
Recommended Article: Psychological/social factors enhancing political radicalism.

10) In your opinion, does Schema Therapy follow new discoveries in neurobiology about the functioning of the brain?

I think that Schema Therapy is interested in what is being discovered and shared in the interpersonal neurobiology community. This community supports our basic premise that the implicit activations are occurring through memory channels. They include connections with the amygdala and the limbic centers of the brain, the emotional centers of the brain, that are not just cognitive processes from the prefrontal areas. And this also explains the connection to our survival system which supports our notion of coping modes and the perceived threat to one’s emotional survival — how we flip into a coping mode. So the brain is another way of putting science behind our model, and helping Schema Therapy to become even more elaborated via a scientific (or practical) point of view.

 

11) May you say something about the changing of the brain functioning using image exercises?

I don’t think we know for sure yet. We’re still speculative about this but there is some data to support changes in firing patterns within the brain after a trauma has been dealt with or a trauma has been healed in the patient. So you see lesser intensity of emotion, you see lesser frequency of activation, and quicker recovery in the overall biologic system for the patient when they are triggered; that is what we say in our model that progress isn’t necessarily rated by schemas going away because they don’t, they’re part of memory. Progress is determined by lesser activation, by less frequency and quicker recovery and that is what some are beginning to see reflected in some of the brain data.

 

12) Thank you very much Dr. Behary. 

 

– READ THE ITALIAN VERSION OF THE INTERVIEW – 

– SEE ALL ENGLISH-WRITTEN ARTICLES ON STATE OF MIND – 

Autoterapia del delirio, di Roberto Lorenzini

Roberto Lorenzini

Psichiatra, Capo Dipartimento ASL Viterbo 5, Psicoterapeuta, Didatta SITCC, Didatta Studi Cognitivi.

 

 

Lorenzini, R. (2012). Autoterapia del delirio. Ebook, Milano: State of Mind Editore. 

Autoterapia del delirio. - Immagine: © Lucian Milasan - Fotolia.com

State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche. - © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata – SCARICA L’EBOOK DI ROBERTO LORENZINI – 

               – Contenuto STATE OF MIND PREMIUM – 

 

Premessa

Sono piuttosto contrario ai manuali di auto aiuto e tendo a guardarli con la stessa diffidenza che è l’oggetto di questo lavoro. I motivi di ciò sono in gran parte irrazionali e sintetizzabili così:

• mi sanno di americano e fanno scattare automaticamente un rigurgito di antimperialismo fuori tempo massimo;

• essendo buoni per tutti non sono calzanti per nessuno e vanno contro la personalizzazione massima della terapia in cui credo fermamente;

• tolgono lavoro agli psicoterapeuti e questo, di per sé, già sarebbe sufficiente.

 

Dopo queste perentorie affermazioni corre l’obbligo, perciò, di giustificare la scelta di scrivere un manualetto per l’autoterapia di uno dei disturbi più gravi e meno accessibili alla cura farmacologica e psicologica : il delirio paranoicoI motivi sono da ricercare proprio nelle caratteristiche stesse della patologia, che provoca tale sospettosità e diffidenza verso gli esseri umani, compreso il possibile terapeuta, da rendere particolarmente difficile il consolidamento di una relazione terapeutica

Inoltre i paranoici sono spesso intelligenti e interessati alla speculazione. Ho dunque pensato che se un paranoico, nel momento in cui passeggia sulla linea di confine tra la certezza delirante e il dubbio fugace che quanto gli ripetono amici e familiari sia vero e si tratti tutto di una sua fantasia, incontra in una libreria o su Internet qualcosa che parla del suo disturbo, possa giovarsene senza rivolgersi a nessuno, oppure possa iniziare a rinforzare il dubbio che la sua condizione sia patologica e alla fine rivolgersi ad un professionista.

Un motivo più contingente ma non meno importante è che, recentemente, ho visto un simpaticissimo delirante mio coetaneo e, dunque, mi sono messo ad inventare compiti perché potesse lavorare anche durante la pausa estiva.

 

Indice

1. cosa è un delirio

2. come si arriva a delirare

        • Esercizio 1 i tuoi fondamentali e l’evento traumatico

          • Esercizio 2 la grande paura

          • Esercizio 3 il passo decisivo

3. come si mantiene il delirio

       • Errore 1 Il restringimento del campo

          • Esercizio 4 L’avvocato

          • Errore 2 L’evitamento

          • Esercizio 5 Fino a prova contraria

          • Errore 3 L’attenzione selettiva

          • Esercizio 6 L’esame inverso

          • Errore 4 La memoria selettiva

          • Esercizio 7 Ricordi scomodi

          • Errore 5 Ci sarà pure un motivo

          • Esercizio 8 La paura fa novanta

          • Errore 6 La spiegazione incontrovertibile ad hoc

          • Esercizio 9 Nessuno è davvero innocente

          • Errore 7 La sicumera

          • Esercizio 10 A mente fresca

          • Errore 8 Il pensiero magico

          • Esercizio 11 Coincidenze sospettose

          • Errore 9 Se c’è fumo deve esserci il fuoco

          • Esercizio 12 Quella volta che ero presente

          • Errore 10 Se lo immagino è vero.

          • Esercizio 13 Delirio sperimentale

4. come se ne può uscire

       • Esercizio 14 trovarne il senso

          • Esercizio 15 riconoscere i mostri

       • Esercizio 16 Riempire un vuoto

          • Esercizio 17 Ricomponendo un altro puzzle

 

Caro lettore,

non so come tu sia entrato in possesso di queste pagine e le ipotesi possibili sono due: una persona vicina a te si è preoccupata del tuo disagio ed ha cercato qualcosa che potesse aiutarti, oppure tu stesso hai il dubbio che l’esperienza che stai vivendo sia strana, al punto che sei incerto se tu stia diventando matto oppure lo sia il resto del mondo. 

Quello che è bene precisare è che non ti conosco affatto e quanto scritto deriva solo da una trentennale esperienza con i pazienti gravi e da una mia esperienza personale nel ruolo di delirante. 

Naturalmente puoi interrompere la lettura quando vuoi se ritieni sia inutile o addirittura disturbante. 

Lo schema generale di questo scritto prevede quattro capitoletti (cosa è un delirio, come si arriva a delirare, come si mantiene il delirio, come se ne può uscire). 

Nel testo ci sono una serie di esercizi (scritti in corsivo) che dovrebbero aiutarti a verificare su di te quanto vado argomentando e delineano un percorso di comprensione e guarigione dal delirio. E’ assolutamente possibile che tu non sia affatto delirante e ciò che “ti sembra” sia assolutamente reale. Io non ti conosco e dunque non posso saperlo. In tal caso hai solo perso un po’ di tempo. Non posso restituirti i soldi del biglietto perché non c’é, ma posso sinceramente augurarti di risolvere il tuo malessere che evidentemente è di altro genere.

 

1. Cos’è un delirio

Innanzitutto un delirio è una convinzione che si impone come qualcosa di assolutamente certo ed evidente. Anche se gli altri ti dicono che le cose non stanno come a te appaiono, per te non ci sono dubbi. Tu non conosci il dubbio e vivi nella terra della certezza assoluta: i dubbi li hai lasciati alla dogana quando hai varcato la frontiera del delirio. La terra da cui provenivi, al contrario, era fitta di dubbi angoscianti, di incertezze, confusioni, eventi inspiegabili, per cui fuggirne è stato un sollievo

Dunque un delirio è una certezza come tutte le altre che abbiamo in testa, anzi è ancora più indiscutibile, autoevidente.

Pensa alla terra: tutti sappiamo che è sferica ma per ciascuno di noi la sua piattezza è assolutamente evidente. Le persone che hai intorno ti dicono, spesso accorati e spaventati, che ciò che pensi “non è vero”. Allora, se va bene, ti senti ancora più solo e trattato come se fossi matto, se va male incominci a sospettare che anche loro facciano parte del complotto e ti nascondano la verità che tu vedi senza veli.

Ho parlato di complotto perché la gran parte dei deliri hanno carattere persecutorio. Si sente (uso il termine “sente” perché si impone con la stessa pregnanza di un dato sensoriale cui non si può non dar fede) con assoluta certezza che alcune persone facciano di tutto per ostacolarti, danneggiarti o tradirti (ad esempio, il delirio di gelosia). Esistono anche altri deliri più simpatici come quelli di grandezza (“sono il migliore del mondo”), erotomanici (“tutti si innamorano di me e mi desiderano”) che, però, fanno soffrire meno e comunque non sono di ostacolo alla richiesta di terapia.

Si badi bene che il confine tra un normale pensiero e un delirio non è la verità della prima e la falsità del secondo: esistono molte false convinzioni che sono semplicemente false ma niente affatto deliranti, al contrario esistono deliri che sono veri, ad esempio i deliranti di gelosia si comportano in modo così opprimente da avere alta probabilità di essere effettivamente traditi, ma ciò non elimina il delirio, restano paranoici e cornuti. 

Dirò di più: quasi sempre alla base di un delirio troviamo un elemento di realtà (un torto subito, un riconoscimento mancato, etc), del resto chi non ne annovera a decine nel corso dell’esistenza? Il guaio è che su quella pietra angolare saldamente piantata nella realtà si è costruita un’enorme cattedrale che si arricchisce ogni giorno di più, assorbendo l’intero tuo mondo.

Perciò, la caratteristica peculiare del delirio è la sua immodificabilità, il fatto che non cambia di fronte alle evidenze ed anzi si rafforza, trovando spiegazioni che ribaltano a proprio favore le argomentazioni contrarie. 

Il delirante in fondo è semplicemente un super testardo che non sente ragioni.

La predisposizione alla testardaggine e al delirio è presente in tutti gli esseri umani, tutti cerchiamo attivamente le conferme alle nostre idee ed evitiamo di prendere in considerazione le disconferme. In più, passiamo gran parte del nostro tempo ad autoinngannarci raccontandoci storie sul perché le cose sono andate in un certo modo piuttosto che in un altro, con l’evidente obiettivo di salvaguardare la nostra autostima anche a costo di negare l’evidenza… PER CONTINUARE LA LETTURA, SCARICA L’EBOOK GRATUITO

 

State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche. - © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata – SCARICA L’EBOOK DI ROBERTO LORENZINI – 

              – Contenuto STATE OF MIND PREMIUM –  


Psicoterapia Cognitiva: Metti in agenda il tuo rimuginio

 – LEGGI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SU RIMUGINIO E RUMINAZIONE – 

Psicoterapia Cognitiva: Metti in agenda in tuo rimuginio. - Immagine: © Renee Jansoa - Fotolia.comA volte capita di svegliarsi alle due del mattino e incominciare a rimuginare su impegni e problemi del giorno successivo, non riuscendo così più a riaddormentarsi. I pensieri passano nella mente e chiedono di trovare risposte e soluzioni immediatamente. Più tardi durante la giornata, stanchi per la notte insonne, rimuginiamo sulla prossima notte, la prossima settimana e tutte le possibili difficoltà che sembrano comparire all’orizzonte. A questo punto, in qualsiasi momento della giornata, indipendentemente dalle attività che svolgiamo, ci troviamo con la testa dentro al rimuginio.

Il rimuginio è una forma di pensiero ciclico, negativo e ricorrente. Il rimuginio è in azione quando rimaniamo chiusi nei nostri pensieri negativi e immaginiamo continuamente situazioni negative che potrebbero accadere in futuro, soprattutto in condizioni di incertezza. Il rimuginio è un sintomo centrale soprattutto nei disturbi d’ansia (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006) ma anche nella depressione e nei disturbi alimentari (Sassaroli & Ruggiero, 2012). La psicoterapia cognitiva studia come imparare a regolare e gestire il proprio pensiero. Ecco una delle tante piccole indicazioni che la psicoterapia cognitiva suggerisce per regolare il proprio rimuginio:

Psicoterapia cognitiva: Al tuo rimuginio scatena l'inferno. Immagine: © igor - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Psicoterapia cognitiva: Al tuo rimuginio scatena l'inferno.

Prendi un appuntamento con il tuo rimuginio (Wells, 2009; Lehay, 2007).

 

 Cosa si può fare?

Innanzitutto è possibile prendere un appuntamento con il proprio rimuginio. Per esempio, puoi stabilire che alle 16 del pomeriggio dedichi un’ora di tempo a passare in rassegna tutte le tue preoccupazioni. Questo è il tempo del rimuginio, segnalo sulla tua agenda e rinvia il rimuginio a quel momento della giornata o della settimana.

Scrivilo sull’agenda.

Scegli un momento in cui sei certo di essere libero di dedicarti al rimuginio.

Quando durante la giornata ti accorgi di essere caduto nel rimuginio, fermati e posticipa ogni previsione negative al tuo appuntamento con il rimuginio. Hai la possibilità di occupartene e tempo a sufficienza ma non in questo momento.

Quando arriva il tempo del rimuginio concediti di preoccuparti in libertà sui temi della giornata ma solo se lo consideri effettivamente ancora utile. Altrimenti hai sempre il tuo appuntamento domani alla stessa ora.

 

Infine ricordati di annotare sull’agenda o su un tuo diario se hai rimuginato, su cosa e a cosa ti è servito. Così almeno, se ti devi preoccupare puoi portare a casa qualche insegnamento.

 

A cosa serve questo esercizio?

Questo esercizio ha diversi scopi in psicoterapia cognitiva. Primo, aiuta a vedere che il rimuginio è qualcosa di assolutamente controllabile. Secondo, si può vivere molto meglio la maggior parte della giornata. Terzo, quando il rimuginio arriva si può lasciare andare e scoprire che non esiste una vera EMERGENZA, non c’è l’obbligo di una risposta immediata. La soluzione può aspettare. Infine, quando ci si dedica al rimuginio è possibile scoprire che le preoccupazioni sono molto meno paurose o probabili di quanto sembrassero nel momento in cui era scattato l’allarme.

Quindi, mani alle agende. Ma, se l’ansia e lo stress del rimuginio persistono, forse è il caso di una consulenza professionale. Questi sono solo piccoli accorgimenti utili per tutti. Da soli non fanno una cura né una psicoterapia cognitiva.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Il reddito delle donne non compra la felicità del macho

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Una questione scottante ma spesso lasciata implicita e taciuta ancora di questi tempi  riguarda le disparità di reddito all’interno della coppia eterosessuale, insieme alla disparità di scolarità tra partners. Secondo un nuovo studio condotto da Patrick Coughlin e Jay Wade dalla Fordham University (Stati Uniti), l’uomo macho la cui partner ha un reddito maggiore percepirebbe una peggiore qualità della propria relazione sentimentale con la compagna, considerando la differenza di reddito di fatto una fonte di tensione relazionale.

LEGGI ARTICOLI SU: GENDER STUDIES

Lo studio è stato pubblicato online sulla rivista scientifica Sex Roles. I ricercatori hanno voluto analizzare la correlazione tra questa sempre più crescente tendenza (di equità o superiorità di reddito delle donne) e la qualità percepita da parte dell’uomo della relazione sentimentale. Un totale di 47 uomini, coinvolti in una relazione romantica con una partner che aveva un reddito più elevato del loro, hanno preso parte allo studio. Attraverso una survey online, i ricercatori hanno valutato le loro convinzioni sulla mascolinità, la qualità percepita del loro rapporto sentimentale, e l’importanza attribuita alla disparità di reddito tra loro e le loro partner femminili.

soddisfazione matrimoniale- chi trova un marito, trova un tesoro. - Immagine: © Nuvola - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Soddisfazione matrimoniale- chi trova un marito, trova un tesoro

I risultati dimostrano, da un lato, che più l’uomo si identifica in una ideologia tradizionale di mascolinità- secondo cui l’uomo sarebbe il capofamiglia dotato di maggiore autorità– più è probabile che percepisca una minore qualità della relazione sentimentale con la compagna, attribuendo gran peso  alla differenza di reddito. Viceversa, gli uomini che presentano minori punteggi di tradizionalismo machista, riportano una migliore qualità della relazione sentimentale, con una buona quota di indifferenza rispetto alle questioni di reddito all’interno della coppia. 

LEGGI ANCHE: ARTICOLI SU SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

 


Della morte e del morire

 

Della morte e del morire. Immagine - © goccedicolore - Fotolia.comQuando capita in terapia di parlare della paura della morte molti mi dicono che trattasi in realtà della paura non tanto della condizione della morte, quanto piuttosto del processo che vi conduce, ovvero del morire. Tenendo distinti i due domini vorrei argomentare perché entrambi siano da considerare senza soverchie preoccupazioni. Queste riflessioni si basano su quanto mi hanno riferito persone che sono state in punto di morte e sulla mia personale esperienza. Né l’una né l’altra fonte sono invece disponibili sul tema della condizione di morte e quindi dovrò affidarmi alla speculazione.

Circa il morire dobbiamo distinguere due diversi domini di possibile dolore che per quanto parzialmente sovrapponibili sono logicamente differenti: il dolore fisico e il dolore psicologico o morale.

Il dolore fisico è innegabilmente presente in alcune fasi precedenti la fine, a seconda della malattia, da cui si è colpiti. Ci tengo a sottolineare che tale dolore non inerisce propriamente il momento del morire ma le fasi di malattia. E’ vero purtroppo che nonostante gli enormi passi avanti della terapia del dolore esistano ancora frange di sofferenza non debellate ad oggi. Rimanendo invece più strettamente sul morire possiamo collocarne l’attimo nel momento in cui il cervello nelle sue componenti più corticali smette di funzionare e perdiamo completamente e definitivamente la nostra autocoscienza, l’identità svanisce e il gioco è fatto. La cessazione del funzionamento avviene sempre per un mancato apporto di ossigeno ai neuroni, quale che ne sia la causa. Ora non vedo il motivo per cui tale stato di anossia dovrebbe essere connotato dal dolore. Per sostenere che non sia affatto così (e cioè che non via sia dolore nel morire) ho un argomento evoluzionistico ed uno empirico.

Accettazione del Lutto. - Immagine: © bruniewska - Fotolia.com
Articolo consigliato: Psicologia del Lutto: Accettazione & Elaborazione

L’argomentazione evoluzionistica mi porta a dire che mentre il dolore rappresenta un vantaggio evolutivo, in quanto protegge il corpo dal danno di accidenti e malattie ed è per questo che è stato selezionato il complesso apparato nervoso grazie al quale sentiamo dolore, non darebbe alcun vantaggio provare dolore nel momento del trapasso: cui prodest?

LEGGI ANCHE: ARTICOLI SULLA PSICOTERAPIA COGNITIVO- EVOLUZIONISTA

L’argomentazione empirica mi porta a concentrarmi sulle esperienze di premorte che i soggetti che possono raccontarle riferiscono addirittura piacevoli, e su un esperienza comune quale lo svenimento (che avviene appunto per una transitoria anossia celebrale) che non comporta nessun dolore anzi semmai una vissuto di dolce languidezza.

Ad ulteriore sostegno della tesi e senza sperare  tanto, ricordo anche le esperienze orgasmiche prodotte dal soffocamento nei condannati all’impiccagione e nei praticanti di sesso estremo. Mi sembra dunque ragionevole immaginare che un neurone che smetta di funzionare non produca dolore ma semmai un vissuto consolatorio di rilassamento.

Ma occupiamoci adesso del cosiddetto dolore morale quello cioè connesso con la consapevolezza della propria imminente cessazione nella qualità di soggetti.

Innanzitutto escludiamo i molteplici casi in cui questa situazione non è data, che sono tutti i casi di morte improvvisa per incidente o per accidente, in cui manca concretamente il tempo per accorgersene.

Escludiamo anche i casi di demenza, in cui la mente muore prima del corpo e quindi non c’è più un soggetto che si vede morire.

Restano senza dubbio quei casi di malattie brevi ma non fulminee in cui si avrebbe il tempo di rendersene conto. Questa situazione può sembrare particolarmente dolorosa se non insopportabile ma faccio notare che, seppur in tempi più ravvicinati, è esattamente la condizione in cui ci troviamo fin dal momento della nascita. Infatti sappiamo da sempre di dover morire ed anzi che ciò costituisce l’unica certezza che abbiamo. Tale condizione, effetto collaterale della coscienza di sé, è la caratteristica che ci distingue come unici tra tutti gli altri viventi (almeno fino a che studi su alcuni animali non dimostreranno il contrario accomunandoli al nostro destino). Sono convinto che se scoprissimo ciò saremmo più disposti a riconoscere loro dei diritti morali, forse per solidarietà nella comune disgrazia.

Ad ogni modo, questo non ci impedisce di vivere, gioire , fare progetti sul futuro.

Ciò avviene grazie a meccanismi di distrazione ed autoinganno che fanno in modo che non pensiamo quasi mai alla nostra personale morte come un evento realizzabile.

Ora voglio sostenere che nell’imminenza dell’evento, tali meccanismi difensivi non vengano affatto intaccati dalla pressione dei dati di fatto oggettivi ma, al contrario, rafforzati dall’urgenza temporale e dalle evidenze negative, possono assumere carattere francamente delirante. La propria esistenza come soggetto è un a priori di qualsiasi affermazione che non viene mai messo in discussione: qualsiasi cosa sia affermata presuppone un soggetto che lo faccia. Siamo talmente impossibilitati a pensare un mondo in cui non ci siamo che le fantasie circa il dopo ci vedono in genere osservatori più o meno dispiaciuti della nostra nuova condizione di trapassati. Se penso che non ci sono in realtà ci sono. L’assenza della soggettività è imperscrutabile.

Non ci possiamo immaginare inesistenti e dunque ci immaginiamo morti da un lato e dall’altro lato vigili e consapevoli della nostra morte.

Lasciamoci alle spalle il morire e occupiamoci ora brevemente delle paure inerenti proprio la condizione di morte.

Uno degli argomenti tradizionali vuole che non dobbiamo temere la morte perché semplicemente non esiste e non la incontreremo mai: infatti finché ci siamo noi non c’è lei e viceversa quando c’è lei non ci saremo noi.

Demenza, Alzheimer & Stimolazione Cognitiva: Use it or Lose it! - Immagine: © Yuri Arcurs - Fotolia.com
Articolo consigliato: Demenza, Alzheimer & Stimolazione Cognitiva: Use it or Lose it!

Poi ci sono una serie di consolazioni fideistiche che la negano sostenendo che trattasi solo di apparenza e l’essenza della soggettività continua ad esistere in un altro mondo i cui problemi di sovraffollamento dovrebbero essere drammatici.

La condizione di morte è immaginata negativa a confronto con quella opposta di vita definita convenzionalmente positiva, al punto che chi la pensa diversamente è considerato malato e anche curato contro la sua volontà.

Le obiezioni che pongo a questa visione sono diverse.

Al di là di situazioni di sofferenza che possono rendere la condizione di vita intollerabile può anche accadere che in vecchiaia dopo aver visto e rivisto ripetersi identiche a sé stesse le vicende umane si provi un’emozione come la noia, che secondo i greci predisponeva appunto alla morte e non si abbia più voglia di rivedere sempre lo stesso film, per quanto ritenuto discreto. Al contrario verso il nuovo stato sconosciuto potrebbe esserci una vitale curiosità. E’ la morte come uovo di Pasqua.

Ancora, chi vive la vita come un compito sotto l’egida del dovere, e l’esistenza gli appare come una serie di cose da fare e più che da vivere, spunta gli impegni portati a termine: grande soddisfazione deve esserci nello spuntare l’ultimo impegno e sentirsi finalmente liberi. E’ la morte come vacanza.

Un’ultima considerazione consiste nel ricordare come non fosse affatto dolorosa la condizione del “prima di nascere”, pur senza idealizzarla, che è quella che più possiamo immaginare avvicinarsi alla condizione di morte. E’ la morte come ritorno.

 

Su quest’ultimo punto Woody Allen mi sembra illuminante e straordinario:

“La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete
tracchete il trauma è bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai
migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare
in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare
del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe
scompaiono.
Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare
adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari
per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici,
senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che
ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li
passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con
room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i
coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo”.

Gestire lo Stress Riduce la Progressione della Sclerosi Multipla?

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Un nuovo studio dimostra che la partecipazione a un programma di gestione dello stress può aiutare le persone con sclerosi multipla a prevenire una rapida progressione e attività della malattia, anche se sembrerebbe solo a breve termine.

Lo studio è stato pubblicato pochi giorni fa su Neurology, la rivista scientifica dell’American Academy of Neurology.
Lo ricerca ha incluso 121 persone con sclerosi multipla, la metà delle quali ha partecipato a un programma di gestione dello stress (16 sedute individuali con un terapeuta nell’arco di cinque o sei mesi) focalizzato su alcuni aspetti specifici tra cui riduzione dell’ansia, problem-solving, rilassamento, gestione della fatica e del dolore. Nella fase di post-assessment, il 77% dei pazienti inclusi nel gruppo sperimentale (e quindi sottoposti al trattamento di gestione dello stress) presentavano una situazione stabile in termini di nuove lesioni e danni cerebrali rispetto al gruppo di controllo (che presentava invece tale mantenimento solo nel 55% dei casi). Inoltre, dai questionari è emerso i pazienti del gruppo sperimentale presentavano maggiori riduzioni dei livelli di stress rispetto al gruppo di controllo.

LEGGI ANCHE: ARTICOLI DI NEUROSCIENZE

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Il Progesterone: trattamento sperimentale per il Trauma Cranico Acuto

L’effect size è simile ad altri recenti trials clinici di fase II che hanno testato nuove terapie farmacologiche per la sclerosi multipla“, ha sottolineato l’autore dello studio David Mohr della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago.

Tuttavia, purtroppo e inaspettatamente, gli effetti positivi del trattamento non sono mantenuti alla rilevazione di follow-up a sei mesi.  Secondo gli autori questo potrebbe essere legato al fatto che i pazienti necessitassero della continuazione del programma di trattamento. Ad ogni modo, anche le spiegazioni legate ai processi e ai meccanismi secondo cui il trattamento psicologico dello stress riduca la progressione di malattia rimangono ancora poco chiari e oggetto di futuri studi.

 

 

 BIBLIOGRAFIA:

cancel