Il Potere Politico dei Social Media

ID Articolo: 2143 - Pubblicato il: 18 ottobre 2011
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Indignati 17 gennaio 2001, Manila: Il presidente delle Filippine Joseph Estrada è sotto impeachment, in parlamento i suoi fedeli votano un provvedimento che invalida l’utilizzo di prove fondamentali nel processo contro di lui. Nell’arco di due ore dalla divulgazione della notizia, migliaia di filippini furibondi si ritrovano nel centro della città: la protesta è organizzata con una catena di sms: “Go 2 EDSA. Wear blk” (vai a Epifanio De los Santos Avenue, vestiti di nero). In pochi giorni arrivano un milione di persone e paralizzano le strade della capitale. Il parlamento, spaventato, fa marcia indietro ammettendo le prove al processo ed Estrada viene condannato e deposto. Pochi giorni, 7 milioni di sms, un presidente mandato a casa.

Marzo 2002: il Boston Globe rilascia un video documentario sugli abusi ai minori insabbiati dalla chiesa cattolica, il video diventa virale in poche ore grazie a Youtube e alle altre piattaforme di condivisione online, l’opinione pubblica si accende come un fiammifero e si innesca una catena di processi giudiziari (dapprima in Boston, dove 24 preti vengono processati, poi si allarga a macchia d’olio).

Spagna 2004: il Primo Ministro Aznar addossa maldestramente la responsabilità degli attentati di Madrid ai separatisti baschi, mentendo deliberatamente alla nazione. Venuta a galla la menzogna, gli spagnoli indignati si coordinano con gli sms e scendono in piazza compatti e agguerriti: Aznar è costretto a dimettersi.

 

2009 Moldavia: una protesta contro le elezioni presidenziali truccate, coordinata attraverso sms, Twitter e Facebook, innesca una reazione a catena che porta elezioni legislative anticipate e alla sconfitta del partito comunista, al governo dal 2001.

A lato di questi casi esemplari del potere politico dei social media, ci sono anche storie meno fortunate, in cui forme di coordinazione dal basso non hanno avuto esiti così felici o indolori, come il Green Movement in Iran nel 2009, le manifestazioni contro Lukashenko in Bielorussia nel 2006 o la rivolta delle Camice Rosse in Thailandia nel 2010: in cui i movimenti di protesta, organizzati anche grazie ai social media, sono stati più o meno sanguinosamente soppressi dai governi di turno. Poi si arriva al 2011 e alla “primavera araba” e nella scossa tellurica del cambiamento diventa improvvisamente evidente il ruolo centrale di blogger e social networks.

E ora la giusta domanda: gli strumenti digitali aiutano la democrazia? Il più autorevole tra i pessimisti è stato Malcolm Gladwell, che dalle colonne del New Yorker ha dato una risposta (stranamente) superficiale, facendo di tutta l’erba un fascio e identificando le azioni politiche sui social media con il fenomeno definito “slacktivism”, che ben si descrive con il classico e pigro “like” alla causa del giorno su Facebook, sia essa salvare i delfini o salvare il Darfur. Utenti casuali si associano con un click in proteste virtuali dall’animo grande e nessun risultato. Ok questo è corretto, ma c’è ben altro. Il fatto che da facebook dei navigatori annoiati non possano cambiare il mondo è vero e condivisibile ma è altrettanto vero che grazie a facebook e twitter e gli altri social media (e il web 2.0 in generale) si può coordinare un movimento, unire le forze, fare per l’appunto, rete.

Le parole ci vengono in aiuto: medium = tramite, strumento. Uno strumento relativamente economico, a distribuzione capillare, che abbatte la gerarchia tradizionale della comunicazione: tra un’emittente e molti riceventi. Il web e i social media ristabiliscono una simmetria a lungo persa con i mezzi di comunicazione di massa: rendendo ogni utente un emittente-ricevente, connesso. Le distanze si annullano, i tempi di risposta e organizzazione delle persone si riducono al passaparola di un tweet e mai come oggi le profezie visionarie di McLuhan si avverano davanti ai nostri occhi: viviamo veramente nel villaggio globale e il medium, tanto per cambiare, è il messaggio.

 

Se escludiamo dal ragionamento quindi quel che è definito slacktivism, ci rimane la potenza e la capillarità dei social media nel coordinare e mettere in comunicazione le persone. Nel suo saggio “Political Power of Social Media”, Clay Shirky cerca di rispondere alla domanda in maniera cauta e possibilista: Gli strumenti digitali aiutano la democrazia? Nel breve periodo non possono far male e nel lungo molto probabilmente si. Soprattutto dice: i social media hanno il massimo impatto come strumento politico in quei paesi dove già è stabilita una sfera pubblica di opinione informata che tiene sotto controllo l’operato dei governi. In pratica: là dove già c’è democrazia, i social media aiutano a tenerla in salute. Il passaggio più interessante del saggio di Shirky riguarda la sua critica alla politica di Hillary Clinton riguardo alla diffusione e al libero accesso a Internet nel mondo. La Clinton promuove quella che Shirky definisce “Instrumental view”: l’idea che si possa supportare lo sviluppo democratico nel mondo imponendo ai paesi non democratici di garantire il libero accesso ad internet ed alle informazioni: New York Times, Google, Youtube,Wikipedia… Contrapposta a questa visione un po’ antiquate e centralistica, c’è la “Environmental view”: che si basa sul concetto organicistico secondo il quale i cambiamenti positivi (e pro-democratici) all’interno di una società sono il risultato o conseguenza indiretta dell’esistenza di una sfera pubblica informata, non il contrario. L’assunto fondamentale è questo:

L’accesso alle informazioni, dal punto di vista politico, è molto meno importante che l’accesso alle conversazioni. Tradotto: è molto più importante per uno stato democraticamente arretrato che le persone abbiano la possibilità di dialogare, coordinarsi e confrontarsi piuttosto che possano leggere il Guardian o Wikipedia online. I blogger tunisini ed egiziani sarebbero d’accordo. Un’opinione pubblica nasce dal confronto e dal dialogo riguardo a problemi economici o di politica quotidiana, non da discorsi impalpabili riguardo a valori politici astratti.

FINE PRIMA PARTE. Domani: Il Potere Politico dei Social Media in ITALIA.

BIBLIOGRAFIA:

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