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Le parole sono importanti: psicoterapeuti e “psicanalisti”

Una delle ragioni che non aiutano la crescita professionale del mestiere di psicoterapista è la confusione terminologica. Ci sono troppe parole per troppi concetti. Prima di tutto il dilemma: psicoterapista o psicoanalista? Poi le varianti: analista, psicoterapista, psicoterapeuta, terapista, terapeuta. E infine le specializzazioni: psicoterapista psicodinamico (o solo dinamico), cognitivo, cognitivo-comportamentale, sistemico, familiare, umanistico, esperienziale e così via.

Troppe parole creano confusione. Per comunicare occorre semplificare. Meglio sarebbe convenire su una sola parola per iniziare a capirsi. Però a volte il rimedio scelto è peggiore del problema. E già, perché il termine più diffuso tra i non addetti ai lavori per indicare la nostra professione sembra ancora essere “psicoanalista” o –peggio- “psicanalista” senza la “o”, con inevitabile effetto retrò anni ’70. No, “psicoanalista” o “psicanalista” non sono le parole giuste per indicare il nostro mestiere. Indicano solo un gruppo che effettua un determinato tipo di psicoterapia. Appunto la psicoanalisi. La parola giusta è “psicoterapista” o, se si preferisce, “psicoterapeuta”.

C’è cascato anche il Post, che ha pubblicato un estratto di un bel libro di fotografie, cinquanta ritratti di psicoterapisti effettuati da Sebastian Zimmermann. Il libro s’intitola “Fifty shrinks”, ovvero “Cinquanta strizza-cervelli”.

La scelta del Post di rendere “Fifty shrinks” con “Gli psicanalisti a New York” è comprensibile.

“Shrink “è un termine gergale intraducibile in italiano. Nel doppiaggio al cinema o nei fumetti è reso con “strizza-cervelli”, parola che convenzionalmente fornisce l’appropriato saporino americano alla conversazione dei personaggi. Nessuno però userebbe “strizza-cervelli” in una conversazione normale, così come nessuno dice mai “chiudi il becco” in italiano. Al Post avranno pensato giustamente che in un titolo di giornale “strizza-cervelli” sarebbe suonato fumettistico. Meglio “psicoanalista”, che a quanto pare nella conversazione sociale italiana è ancora il termine più popolare per indicare il nostro mestiere.

D’accordo, tutto vero. “Shrink” però ha un merito: è un termine neutro, che va bene per qualunque tipo di psicoterapista. E non per caso Zimmermann ha scelto questo termine neutro. Gli “shrinks” che lui ha fotografato non sono tutti psicoanalisti. Tra le foto di Zimmermann pubblicate nel Post la numero #5 ritrae Albert Ellis, che, a parte il periodo iniziale, tutto è stato nella sua vita professionale meno che uno psicoanalista. Anzi, Ellis è uno dei fondatori della terapia cognitivo-comportamentale. Una psicoterapia diversa dalla psicoanalisi.

Esageriamo?

La tentazione di lasciar perdere ci sarebbe. In fondo si tratta di parole. Le parole sono strumenti e devono il loro significato a convenzioni effimere e mutevoli. Lasciamo ai pedanti la mistica del significato esatto delle parole. Può accadere che un termine particolare indichi un più ampio insieme, senza danno per la comprensione.

Però noi della redazione di State of Mind riteniamo che in questo caso il danno per la comprensione ci sia. Al contrario di quanto accade nella conversazione sociale, nel campo professionale il termine “psicoanalisi” non è diventato il termine comune e neutro da tutti accettato per indicare il nostro mestiere, la pratica psicoterapeutica. Non basta. Gli stessi psicoanalisti ci tengono moltissimo a distinguere la loro pratica non solo dalle psicoterapie non psicoanalitiche, ma anche dalle psicoterapie di derivazione psicoanalitica che non sono psicoanalisi pura. Queste sono chiamate “psicoterapie psicodinamiche”.

Bene sarebbe iniziare ad abituarsi anche nella conversazione sociale e popolare italiana a usare un termine appropriato. “Psicoterapia”, “psicoterapista” e/o “psicoterapeuta” sono le parole giuste. Non così evocative come “psicoanalista”, ma molto più precise e appropriate. Comprendiamo che la pletora di sottotipi di psicoterapie, compresa la psicoanalisi, sono una giungla che probabilmente crea confusione nei non addetti ai lavori. Tuttavia usare in maniera imprecisa e indiscriminata i termini “psicoanalisi”, “psicanalisi”, “psicoanalisti” e “psicanalisti” è confusivo e non aiuta noi professionisti a far capire ai pazienti quale trattamento forniamo e soprattutto non aiuta i pazienti a comprendere cosa possono aspettarsi e cosa cercare per la loro sofferenza.

 

 

Psicoterapia: intervista con Lorenzo Cionini – I Grandi Clinici

LE INTERVISTE AI GRANDI CLINICI ITALIANI

State of Mind intervista:

Lorenzo Cionini

Professore Associato di Psicologia Clinica, Università di Firenze

 

State of Mind intervista Lorenzo Cionini: Psicoterapeuta e Professore Associato di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Firenze. 

Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia.

 

I GRANDI CLINICI ITALIANI

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Differenze di genere in ambito scientifico: natura vs cultura

Diego Moriggia, OPEN SCHOOL.

 

L’articolo mette a confronto il punto di vista di 2 studiosi, Pinker e Spelke rispetto alle differenze esistenti tra maschi e femmine in particolare rispetto alle abilità scientifiche e si riporta una serie di evidenze scientifiche a supporto dell’idea che siano i fattori biologici o quelli culturali e sociali a determinare tali differenze, ma la risposta risulta ancora controversa. 

Il 22 gennaio 2005, Lawrence Summers – rettore dell’Università di Harvard – si espresse, in maniera piuttosto netta, sul perché posizioni di vertice accademico in ambito scientifico siano occupate maggiormente da uomini; ebbene, Summers dichiarò che non v’è alcuna ragione da attribuire ad eventuali discriminazioni delle carriere e la causa principale, invece, dev’essere cercata nelle differenze genetiche presenti tra maschi e femmine nel ragionamento scientifico. In altre parole, i maschi sono naturalmente più portati delle femmine nell’avere successo in ambito scientifico.

Com’è possibile immaginare, la dichiarazione portò con sé numerose polemiche di carattere discriminatorio; tuttavia, se da un lato le discussioni erano floride sul solo tema della discriminazione di genere, dall’altro regnava silenzio proprio nella comunità scientifica, restia a spendere opinioni al riguardo.
Pertanto, pochi mesi dopo la stessa Università di Harvard organizzò un dibattito di approfondimento, con protagonisti due tra i più autorevoli pensatori della psicologia contemporanea: Steven Pinker, docente alla facoltà di psicologia di Harvard e grande studioso dell’acquisizione del linguaggio nell’uomo, ed Elizabeth Spelke, anch’essa docente ad Harvard ed eminente ricercatrice nell’ambito dello sviluppo cognitivo. I punti di vista dei due studiosi, come avremo modo di vedere, si riveleranno simili in alcuni punti (è opportuno precisare che entrambi appartengono alla corrente idelogica chiamata “innatismo”, la quale sostiene che gli esseri umani nascano già con un corredo di abilità primordiali e predisposizioni specifiche allo sviluppo) e distanti in altri.

Pinker

Possiamo considerare, secondo Pinker, tre posizioni che ci aiuterebbero a spiegare l’esigua rappresentanza femminile nelle posizioni di vertice accademico in materie scientifiche. Secondo l’ottica naturalista, solamente i maschi posseggono talento e temperamento necessario per lavorare in ambito scientifico; in ottica culturalista, maschi e femmine sono biologicamente indistinguibili, le differenze rilevanti sono prodotto dell’ambiente circostante; per concludere, l’ottica intermedia direbbe che la differenza può essere spiegata da discrepanze biologiche che, in ogni caso, interagiscono con il sistema ecologico.

Ma quali sarebbero esattamente queste differenze tra i due generi? Possiamo immaginare anche delle somiglianze? Rispondendo a questa ultima domanda, sicuramente sì: maschi e femmine non mostrano differenze per quanto riguarda l’intelligenza generale (altrimenti chiamata fattore g) e riferendosi alle categorie base della cognizione (rapporto con il mondo circostante, concezione dei numeri, rappresentazioni degli oggetti, delle persone) è ugualmente possibile non osservare alcuna disparità. Osserviamo differenze – invece – in altri ambiti: l’andamento è comunque variabile, avendo occasioni in cui i maschi sono leggermente meglio delle donne (rotazione mentale degli oggetti) e viceversa (memoria visiva); ancora, le femmine sono più abili nel calcolo matematico e gli uomini nel problem solving.

Tuttavia, possiamo elencare alcune differenze che giocano un ruolo chiave nel dato in oggetto:
Uomini e donne differiscono nei cosiddetti obiettivi di vita; in altre parole, è più probabile che i maschi possano inseguire obiettivi lavorativi sacrificando la famiglia, mentre le femmine mostrano un comportamento più equilibrato. Lo studio di Benbow e collaboratori (Benbow et al., 2000), basato su un campione di 1729 giovani (maschi e femmine) con abilità matematiche particolarmente spiccate e seguiti in follow-up per più di vent’anni, dice che, a parità di talento, risultati ottenuti e soddisfazione percepita, le femmine prestano maggior attenzione ad aspetti come vicinanza ai propri genitori e famigliari e qualità di amicizie e legami; i maschi, d’altro canto, son sembrati più orientati verso scopi carrieristici, remunerativi ma anche creativi.

Interessi lavorativi. Lavorativamente parlando, si è più interessati alle persone o alle cose? La grande mole di dati proveniente dagli studi sugli interessi professionali dice che la percentuale di donne interessate ad un lavoro che implichi lungo contatto con cose fisiche è significativamente minore rispetto a quella degli uomini, pur essendo, in assoluto, molto aumentata negli ultimi quarant’anni; la differenza è osservabile persino tra le diverse specializzazioni scientifiche, per ulteriori informazioni si vedano i lavori di Goldin (1990) e Browne (2002).

Assunzione di rischi. Il genere maschile è quello più spericolato. Byrnes, Miller e Schafer (1999) hanno condotto al riguardo una meta analisi su 150 studi e osservando che i maschi sono sovra-rappresentati in quattordici, su sedici totali, categorie che definiscono l’assunzione di rischi (nelle due rimanenti i generi sono equamente rappresentati, una di queste è relativa al fumo).

Trasformazioni mentali di oggetti a tre dimensioni. Una meta analisi condotta su 286 campioni di dati evidenzia consistenti e stabili differenze tra i generi. Come si è già detto, in alcuni compiti di abilità spaziale le donne sono avvantaggiate, mentre i maschi recuperano in altri (rotazione mentale, percezione dello spazio, visualizzazione dello spazio; Voyer, Voyer, & Bryden, 2005). Potremmo chiederci: che attinenza hanno questi risultati con la capacità di raggiungere risultati in ambito scientifico? Studi psicometrici (Geary, 1996) mostrano una correlazione significativa di queste abilità con il problem solving matematico. Inoltre, brillanti abilità di manipolazione mentale degli oggetti sono rintracciabili negli scritti di alcuni dei più prolifici pensatori: Faraday, Maxwell e Tesla hanno sostenuto di esser giunti alle loro scoperte per mezzo di quest’abilità, trascritte solo successivamente in forma di equazione.

Ragionamento matematico: ragazze e donne hanno migliori voti scolastici in matematica, ma anche in altre materie; in più, sono maggiormente abili nel calcolo matematico, mentre i maschi totalizzano punteggi più alti nei compiti di ragionamento matematico. Per meglio chiarire la questione, ci appelliamo ancora ai risultati di una meta analisi, con 254 studi e più di tre milioni di partecipanti (Hyde, Fennema, & Lamon, 1990): le differenze tra genere sono nulle nell’infanzia, aumentano lievemente nella pubertà per poi ampliarsi in adolescenza ed età adulta. [Nota: parte di questi risultati sono ottenuti confrontando i risultati ottenuti al test SAT (Scholastic Assessment Test); l’attendibilità di questi test è tuttavia criticata da alcuni ricercatori, tra cui la stessa Spelke.]

Ora, aver accennato all’esistenza di queste differenze tra generi non implica l’assunzione a priori della loro origine innata; del resto, quantificare il reale contributo di uno o più fattori biologici nello sviluppo di abilità matematiche è decisamente complesso. Pinker, tuttavia, considera l’esistenza di dieci evidenze scientifiche di difformità intergenere, che potrebbero costituire una base (seppur labile) di differenziazione biologica.
Esiste, tra uomini e donne, una grande differenza a livello di ormoni sessuali, specie nel periodo prenatale, nei primi sei mesi di vita ed in adolescenza (per i quali il cervello umano dispone di una moltitudine di specifici recettori, anche nella corteccia); differenze più piccole sono riscontrate, a livello anatomico, nella dimensione globale dell’encefalo, nella densità neuronale della corteccia, nella dimensione dei nuclei ipotalamici e parecchi altri.

Gran parte delle differenze tra genere sono universali; Donald Brown, nel suo Human Universals (1991), sottolinea che in tutte le culture le femmine sono più direttamente coinvolte nella cura della prole, mentre i maschi mostrano maggior inclinazione alla competitività (in varie misure).

Le differenze sono stabili nel tempo: revisioni della letteratura su temi come personalità ed interessi di vita hanno evidenziato piccoli o nulli cambiamenti nelle due generazioni che hanno raggiunto la maggiore età durante la seconda ondata femminista (Feingold, 1994; Browne, 2002). In compiti di rotazione mentale degli oggetti, Voyer (2011), nella sua meta-analisi, non riscontra nessun cambiamento nel tempo; mentre Hyde, Fennema & Lamon (1990) rilevano, nel ragionamento matematico (e nel corso del tempo), minor differenza tra maschi e femmine.
Alcune delle differenze sopracitate (tendenza alla cura della prole nelle femmine e tendenza all’aggressività nei maschi) sono riscontrabili in altre specie di mammiferi; all’interno dell’ordine dei primati, alcune specie prediligono interazioni con oggetti anziché con conspecifici.

Alcune delle diversità emergono entro la prima settimana di vita: le femmine reagiscono con maggior distress agli stimoli acustici e sono capaci di mantenere contatto visivo più a lungo dei maschi (Baron-Cohen et al., 2004). Più avanti nello sviluppo, alcune differenze divengono vieppiù robuste; si parla dei già citati stili di gioco e d’interazione con gli oggetti, ma anche della capacità di considerare la mente altrui (le femmine sembrano più abili nella soluzione del “false belief task”, ma anche più inclini a comprendere gli stati mentali di personaggi inventati; Baron-Cohen, 2003).

 

Bambini cresciuti come bambine: il caso “John/Joan” (Colapinto, 2000).

Negli anni ’70, un bambino (membro di una coppia di gemmelli omozigoti) perse il proprio pene in seguito ad un approssimativo intervento di circoncisione; i genitori, forti del parere di un luminare dell’epoca, decisero di castrarlo e che gli venissero somministrati specifici ormoni sessuali femminili, perché potesse essere cresciuto come una bambina. Questo caso è stato a lungo citato per rafforzare la teoria che vede i ruoli di genere come socialmente acquisiti. In realtà, il ragazzo (ormai cresciuto) venne intervistato anni dopo e si scoprì che nella sua infanzia, comunque, esibiva stili di gioco propri del genere maschile, rigettando attività “femminili” e mostrando molto più interesse negli oggetti piuttosto che nelle cose.
Gli insegnanti, a lungo imputati di promuovere differenze di considerazione e riconoscimento tra maschi e femmine, in realtà hanno un’idea equilibrata della loro performance scolastica (Lytton & Romney, 1991); anzi, pare che la percezione sui propri studenti derivi proprio dalla loro (degli studenti) motivazione allo studio e dalle loro prestazioni (Jussim & Eccles, 1995).

Il ruolo degli ormoni prenatali: vi sono evidenze, invero un po’ deboli in alcune parti, relative al fatto che differenze quantitative di ormoni sessuali prenatali determinano, nel corso dello sviluppo, significative discrepanze intragenere. Si pensi, ad esempio, alle femmine affette da iperplasia surrenale congenita: viene loro somministrato un trattamento a base di androgeni quando ancora sono nell’utero e, anni più avanti, le medesime bambine esibiscono un comportamento più orientato alla sfera maschile rispetto a quella femminile (Berenbaum, 1999; Collaer & Hines, 1995).

Il ruolo degli ormoni sessuali: nonostante la letteratura sia piuttosto confusa, è stato possibile osservare che, nei maschi, livelli di testosterone medio-bassi sono predittivi di maggiori abilità spaziali, come la rotazione mentale di oggetti (Kimura, 2000; Hines, 2004).

L’imprinting genetico e il ruolo del cromosoma X. Nello specifico quadro clinico chiamato Sindrome di Turner, la bambina (la sindrome ha incidenza sulla sola popolazione femminile) possiede un solo cromosoma X che può essere trasmesso sia dalla madre che dal padre; in accordo con la teoria dell’imprinting genetico (Haig, 2011), quando ella eredita un cromosoma X dalla madre, avrà mediamente un lessico più ampio, migliori abilità sociali e migliore capacità di leggere emozioni.

In definitiva, Steven Pinker vuole, quindi, portarci a considerare l’effetto incrociato della componente biologica e dell’ambiente sullo sviluppo di un individuo, avendo però cura di sottolineare che, alla base, esistono delle diversità intergenere ben specifiche, che tuttavia non indirizzano in alcun modo lo sviluppo in una direzione piuttosto che in un’altra; concetto che, trasposto all’oggetto del contendere (sottorappresentaione femminile nel mondo scientifico) vuol significare medesima possibilità di sviluppare abilità specifiche pur partendo da un biologismo leggermente diverso in alcuni casi e parecchio diverso in altri.

 

Spelke

L’argomentazione di Spelke muove dal presupposto per cui la forza che genera questa discrepanza è da attribuirsi principalmente a questioni sociali, preoccupandosi prima, però, di discutere due affermazioni coinvolte nella credenza che tratteggia gli uomini come naturalmente predisposti alle materie scientifiche.

“I maschi, a partire dalla nascita, sono maggiormente interessati agli oggetti, le femmine alle persone: ciò spinge i maschi verso la scienza e le femmine verso obiettivi sociali.”
Questo punto di vista, precedentemente menzionato da Pinker, sta guadagnando credito dopo il lavoro pubblicato da Simon Baron-Cohen (2004) e con titolo “The essential difference: the truth about the male and female brain”: all’interno, l’autore distingue due abilità specifiche per maschi e femmine. I maschi, parrebbero presentare innate predisposizioni per apprendere il funzionamento degli oggetti e coglierne l’aspetto meccanico; questo li porterà ad essere quelli che lui chiama “sistematizzatori”.
Dall’altra parte, le femmine sembrerebbero innatamente avvantaggiate ad apprendere emozioni umane e ciò le porterà ad essere “empatizzatrici”. Poiché la sistematizzazione è al centro del pensiero matematico e scientifico, i maschi saranno più propensi a sviluppare abilità scientifiche e matematiche.

Spelke, tuttavia, non concede grande rilievo a questo articolo (“è una vecchia idea, solo proposta in un nuovo linguaggio”), procedendo invece a chiarire quanto gli studi sulle differenze di genere hanno esplicitato nel corso degli ultimi decenni; a partire dal fondamentale lavoro di Maccoby e Jacklin (“The psychology of sex difference”, 1974) fino ai giorni nostri, essi hanno evidenziato peculiari proprietà cognitive nei bambini, relative al riconoscimento di caratteristiche di oggetti. Si scopre così che i bambini percepiscono gli oggetti fin dalla nascita, dove ne finisce uno e ne inizia un altro; a 5 mesi sono in grado di creare rappresentazioni interne dell’oggetto anche dopo la sua scomparsa, confutando i dati ottenuti da Piaget sulla costanza dell’oggetto; sono capaci di produrre inferenze sul movimento degli oggetti e sulle loro interazioni meccaniche. In nessuno di questi ambiti, i ricercatori hanno rilevato significative differenze di genere: maschi e femmine sono ugualmente interessate agli oggetti, producono le medesime inferenze sul loro movimento e nelle stesse fasi dello sviluppo (Baillargeon, 2004; Spelke, 1990). In altre parole, maschi e femmine apprendono le stesse cose allo stesso tempo; inoltre, le conclusioni di Maccoby e Jacklin sono tutt’ora attuali e veritiere.

“I maschi sono naturalmente portati per matematica e scienze”
Le ricerche convergenti di varie aree quali neuroscienze, neuropsicologia e psicologia dello sviluppo cognitivo hanno evidenziato 5 domini chiave che stanno alla base del ragionamento matematico:

Gli umani sviluppano, a partire dai 5 mesi di vita, un sistema che rappresenta piccole quantità: in altre parole, la differenza tra uno, due e tre.
Sempre in prima infazia (4/5 mesi), si acquisisce la capacità di cogliere la differenza di numerosità tra grandi gruppi di oggetti.
Tra i due anni e mezzo di vita e i quattro, i bambini apprendono una capacità cruciale (e, probabilmente, unica in tutto il regno animale): associare la numerosità alla forma verbale.
Non appena i bambini acquistano autonomia di spostamento, osserviamo la nascita di sistemi di supporto all’orientamento: riescono a rappresentarsi la conformazione dell’ambiente circostante, nonché la possibilità di distinguere i confini degli oggetti.

Tutti i sistemi soprastanti sono stati studiati largamente in ampie quantità di maschi e femmine e, ancora, in nessuno di questi è stata notata alcuna differenza di genere.
Aiutiamoci con i dati provenienti da due studi. Nel primo (Condry & Spelke, 2008), i ricercatori ci mostrano che, a fronte di una grande variabilità nella capacità di concettualizzare i numeri naturali entro i due ed i quattro anni di vita, non vi appartiene alcuna superiorità dimostrabile dei maschi, nei confronti delle femmine.

Nel secondo (Lee, Shustermann & Spelke, 2006), una sorta di corrispettivo prescolare del compito di rotazione mentale, si testava nei giovani partecipanti la capacità di ri-orientamento in seguito ad un apposito disorientamento. Anche qui, nessuna differenza di genere. Questi risultati ci portano a concludere che gli umani sono innatamente dotati di specifici sistemi che governano il ragionamento matematico e, in particolare, che questi sistemi si sviluppano equamente in maschi e femmine. Le differenze emergono più avanti nello sviluppo; ma di che tipo di differenze si parla? Le differenze, per quanto di eziologia sconosciuta, sono state rilevate in ambito verbale (maschi più forti nelle analogie verbali, femmine nella fluenza), matematico (femmine più portate nel calcolo, maschi nel ragionamento) e spaziale (femmine più dotate nel riconoscimento degli oggetti nello spazio, maschi più abili nella rotazione mentale. Potremmo chiederci, a questo punto: le peculiarità cognitive dei maschi garantiscono un migliore apprendimento matematico? Non precisamente. Gallagher e Kaufman (2005) scrivono che nell’arco dell’high school (l’equivalente delle nostre scuole superiori) le femmine scelgono quasi la metà dei corsi di matematica, ottenendo migliori voti. Nel percorso universitario, il 47% di lauree triennali in matematica vengono assegnati a femmine, ottenendo voti equiparabili a quelli dei maschi. Citando Halpern (2000): “Maschi e femmine hanno pari talento in matematica; le differenti strategie cognitive di un genere rispetto all’altro non conducono ad alcuna sostanziale differenza.”

Spelke, avendo fornito argomentazioni sufficienti a mettere in dubbio la nostra convinzione relativa ad una differente predisposizione biologica, si sofferma sui fattori sociali implicati, secondo lei ben più incisivi nell’ aver creato il supposto divario prestazionale.
Uno di questi fattori è attinente al modo in cui i genitori percepiscono i loro figli; emerge da alcuni studi (Rubin et al., 1974; Karraker et al., 1995) che i genitori di maschi “vedono” i propri figli come più forti e vigorosi rispetto ai genitori di femmine (a parità di salute globale, controllata dai ricercatori servendosi dei referti medici). Un altro studio di Mondschein (2000), condotto su bambini di 12 mesi e relativi genitori, rivela che i genitori di maschi mostravano più sicurezza dei genitori di femmine nel prevedere il successo del proprio figlio/a in un test di locomozione (anche in questo caso la letteratura conferma che a 12 mesi le capacità locomotorie sono affatto equiparabili). Salendo con l’età, studi diretti a genitori di ragazzi di 11-12 anni di vita confermano aspettative parentali più rosee verso i maschi, i quali sono idealizzati dai propri genitori come più naturalmente portati per matematica e scienze (Eccles et al., 1990; Tenebaum & Leaper, 2003).
A questo punto, abbiamo una chiara disarmonia tra quanto percepiscono i genitori dei propri figli e ciò che le ricerche testimoniano. Sarebbe lecito chiedersi: i genitori riescono a cogliere qualche aspetto che le tecniche di rilevazione sperimentale, invece, tralasciano? Per fugare questo dubbio, Spelke porta a sostegno della sua tesi uno studio (Condry & Condry, 1978) su credenze relative ai bambini e percezione degli stessi: in questo caso, si mostrava ad un gruppo di genitori un bambino sconosciuto, avente età e tratti somatici tali per cui non era possibile determinarne il genere a prima vista. A metà campione genitoriale era stato fatto credere che l’infante era un maschio (“David”), all’altra metà che era una femmina (“Jessica”). I risultati ci dicono che in caso di comportamenti non ambigui del bambino, la credenza di genere non influenzava le risposte mentre, in casi di comportamenti ambigui (es. pianto in seguito ad uno spavento) il genere aveva un effetto sulla percezione del bambino; i genitori che osservavano “Jessica” la definivano spaventata, quelli che osservavano “David” lo consideravano arrabbiato. Ciò che Spelke ritiene pregnante nel commentare questi risultati è che, nonostante un genitore possa avere le migliori intenzioni nel trattare maschi e femmine allo stesso modo, sicuramente lo stesso genitore non tratterà allo stesso modo un bambino arrabbiato e un bambino spaventato: tutto ciò porta, inevitabilmente, a far sì che maschi e femmine attiveranno diverse reazioni dal mondo circostante, diversi schemi di sostegno e incoraggiamento.
Per concludere, Spelke cita un ulteriore studio sull’etichettamento di genere (Steinpreis et al., 1999), questa volta condotto su adulti e con destinatari un campione di docenti di psicologia. A metà di questi veniva fatto pervenire un curriculum vitae di un candidato ideale, perfetto, brillante e di genere maschile; all’altra metà, stesse caratteristiche ma genere femminile. Quindi veniva fatto pervenire anche un CV di livello medio, di un candidato non improduttivo ma nemmeno eccellente; anche qui, per metà campione il genere era maschile e per l’altra metà, femminile. I risultati ci comunicano che nel caso del CV brillante non abbiamo alcun effetto di genere, ovvero un curriculum brillante è giudicato tale sia che rechi il nome di un maschio o di una femmina; nel secondo caso, invece, il candidato maschio – si noti, a parità di pubblicazioni, lezioni, corsi – è sempre considerato in maniera positiva e il candidato femmina in maniera meno positiva. Aspetto piuttosto importante dei risultati, è che i giudizi sono più o meno identici per professori maschi e professori femmine: la diversità di percezione è pari sia in maschi che in femmine, persino in persone assolutamente rispettose dell’equità tra generi.

Come è stato possibile leggere, i punti di vista dei due luminari sono – in alcune parti – piuttosto discordanti, nonostante le tesi dell’uno e dell’altro siano avvalorate da corpose evidenze scientifiche. La vena fortemente evolutiva che caratterizza questo confronto, tuttavia, lascia un “finale” indefinito, e che esprime la grande indecisione del mondo scientifico (non esclusivamente psicologico) rispetto ad uno dei temi più controversi e dibattuti: il contributo di natura e cultura allo sviluppo umano.

 

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Differenze di genere nelle reazioni allo stress – Psicologia

BIBLIOGRAFIA:

I comportamenti antisociali: questione di genetica o ambiente?

FLASH NEWS

La conclusione a cui sono giunti i ricercatori è che le varianti genetiche interagiscono tra loro e con fattori ambientali negativi per aumentare il rischio di delinquenza, mentre la presenza di fattori ambientali positivi diminuisce questo rischio confermando che i fattori genetici influenzano il nostro cervello e il nostro comportamento alterando la sensibilità all’ambiente.

Tutte e due, genetica e ambiente sono legati da un doppio filo, in una relazione di reciproca influenza. Infatti, la predisposizione genetica rende più o meno sensibili all’ambiente circostante e allo stesso tempo le esperienze, positive o negative, influenzano il modo in cui la genetica influisce sul cervello e, di conseguenza, sul comportamento.

Una chiara evidenza di questa doppia influenza è data da uno studio dell’università di Montréal in cui si è indagato il legame tra comportamenti antisociali nei giovani e l’interazione tra varianti genetiche e esperienze di vita.
A questo scopo 1337 studenti di Västmanland, Svezia, di età compresa tra i 17 e i 18 anni hanno fornito un campione di saliva per estrarre il DNA e compilato un questionario anonimo su delinquenza, conflitti familiari, esperienze di abusi sessuali e la qualità della loro relazione con i rispettivi genitori.

Grazie ai dati raccolti sono stati individuati tre geni come maggiormente coinvolti nei comportamenti antisociali: MAOA (Monoamine oxidase A), BDNF (brain-derived neurotrophic factor) e 5-HTTLPR (trasportatore di serotonina). Inoltre, è stato notato che gli individui che presentavano una variante “meno attiva” erano anche più propensi ad assumere un comportamento più aggressivo.
Queste varianti genetiche oltre ad avere effetti singolarmente hanno mostrato anche una interazione tra loro, ma non solo: in presenza di conflitti familiari e abusi sessuali aumentava la probabilità di sviluppare livelli di delinquenza maggiori.
Tuttavia, quando le stesse varianti genetiche erano associate a esperienze di vita positive il rischio diminuiva significativamente.

La conclusione a cui sono giunti i ricercatori è quindi che le varianti genetiche interagiscono tra loro e con fattori ambientali negativi per aumentare il rischio di delinquenza, mentre la presenza di fattori ambientali positivi diminuisce questo rischio confermando che i fattori genetici influenzano il nostro cervello e il nostro comportamento alterando la sensibilità all’ambiente.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Alessitimia – Definizione Psicopedia

Elisabetta Virginia Marinucci

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

Il termine Alessitimia è stato introdotto  agli inizi degli anni settanta da John Nemian e Peter Sifneos (1976) per definire un insieme di caratteristiche di personalità riscontrabili nei pazienti psicosomatici. Deriva dal greco “Alexis thymos” e letteralmente  significa non avere parole per le emozioni.

Nello specifico Peter Sifneos coniò questo termine per indicare un disturbo delle funzioni affettive e simboliche che spesso rende sterile e incolore lo stile comunicativo dei pazienti psicosomatici.

L’alessitimia si manifesta attraverso una serie di difficoltà rispetto a:

identificare, descrivere e interpretare i propri e gli altrui sentimenti;

distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche;

individuare quali siano le cause che determinano le proprie emozioni;

utilizzare il linguaggio come strumento per esprimere i sentimenti, con conseguente tendenza a sostituire la parola con l’azione fisica.

Taylor, Bagby e Parker (2000) a tal proposito, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione e riorganizzazione delle emozioni. Questo potrebbe spiegare la tendenza dei soggetti alessitimici ad assumere alcuni comportamenti compulsivi quali: l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze o il vivere in modo perverso la sessualità per liberarsi dalle tensioni causate da stati emotivi non elaborati.

Solo apparentemente ben inseriti nella società, i soggetti alessitimici assumono una postura rigida, presentano processi immaginativi coartati e tendono ad avere esplosioni di collera o di pianto incontrollato e, se interrogati sui motivi di queste manifestazioni, sono incapaci di dare spiegazioni. Questo perché i  soggetti alessitimici, pur mostrando una normale attivazione fisiologica in presenza di emozioni, hanno ridotte capacità di riorganizzare gli elementi che caratterizzano la loro esperienza corporea in una rappresentazione mentale intrapsichica (Parker J.D.A., Taylor G.J., Bagby R.M. 1993; Kristal H. 2007).

Per molto tempo i tratti alessitimici, poiché altamente riscontrati nei pazienti psicosomatici, sono stati considerati fattori predittivi per lo sviluppo delle malattie psicosomatiche in senso stretto.  Attualmente, invece, studi e ricerche dimostrano che  l’alessitimia è uno dei fattori di rischio per diversi disturbi sia fisici quali coronaropatie, ipertensione, disturbi gastrointestinali (Porcelli P., Bagby R.M., Taylor G.J., De Carne M., Leandro G., Todarello O. 2003) che psicologici: anoressia e bulimia nervosa, depressione, disturbi d’ansia. Caratteristiche alessitimiche sono state individuate anche in pazienti con: dipendenza da sostanze, disturbo post-traumatico da stress, depressione (Honkalampi K, Hintikka J, Laukkanen E, Lehtonen J, Viinamaki H. 2001). Infine l’alessitimia è stata evidenziata nei pazienti cha hanno subito un trapianto, che sono in dialisi o  in terapia intensiva (Porcelli P. 2009).

Diverse teorie neurofisiologiche (Nemiah J.C., Freyberger H., Sifneos P.E. 1976; ·    MacLean PD (1952) Some psychiatric implications of physiological studies onMacLean Paul D. 1952) sono state proposte negli anni per spiegare l’eziologia dell’alessitimia. Gli studi hanno ampiamente dimostrato che  l’emisfero destro è coinvolto maggiormente nell’elaborazione del comportamento emotivo, mentre l’emisfero sinistro è implicato nell’articolazione del linguaggio. Questo fa ipotizzare che l’interruzione della comunicazione interemisferica tramite corpo calloso e un cattivo funzionamento dell’emisfero cerebrale destro possano essere due  possibili cause dello sviluppo dell’alessitimia.

Alcuni studi neurologici (Dizionario di Medicina Treccani, 2010) inoltre, confermano la distinzione tra: Alessitimia di tipo I caratterizzata dall’assenza stessa di esperienza emotiva, e Alessitimia di tipo II che, invece, conserva l’integrità dell’esperienza emotiva da un lato, ma evidenzia un deficit specifico rispetto all’espressione e alla valutazione cognitiva delle emozioni  (Parker JDA, Taylor GJ, Bagby RM. 1993). Questo deficit può essere conseguenza di eventi traumatici o di uno sviluppo inadeguato delle funzioni di mentalizzazione (Kristal H. 2007).

Tutto ciò porta i soggetti alessitimici ad assumere un pensiero operatorio e ad avere una ridotta o inesistente capacità onirica (Marty P., De M’uzan M., David C. 1971).

Paul Mac Lean (1967, 1984) sostiene che quando le emozioni vengono vissute  per via somatica, si incanalano direttamente negli organi attraverso le vie neuroendocrine e autonome. Questo fa sì che i soggetti con tratti di personalità elessitimici abbiano un deficit nel  verbalizzare e interpretare gli stati emotivi che vengono confusi con le sensazioni corporee.

Tra le varie definizioni possibili,  l’alessitimia può essere considerata  un deficit della funzione riflessiva del Sé per la mancanza di consapevolezza emotiva che la caratterizza (Kout H. 1982, 2003). I soggetti che ne soffrono tendono al conformismo sociale e generalmente stabiliscono relazioni di forte dipendenza o, viceversa, preferiscono l’isolamento (Harris J.C. 2003,  Lambert KG, Gerlai R (2003) The neurobiological relevance of social behavior:Lambert K.G., Gerlai R .2003). Questo riconduce a ciò che Winnicott (Winnicott D.V. 1974) definisce stile di attaccamento insicuro- evitante con una immagine materna non interiorizzata.

Da quanto finora detto emerge che l’alessitimia delinea un fenomeno molto articolato, risultato della compresenza di fattori genetici, neurofisiologici , intrapsichici, nonché di modelli di comunicazione  familiare e fattori socioculturali.

Possiamo rintracciare una importante chiave di lettura dell’alessitimia anche  dagli studi condotti da Titchener negli anni venti (Legrenzi P. 1997). Questi infatti non solo osserva che  sin dai primi giorni di vita i neonati  sono turbati dal pianto di un altro bambino, ma rileva che già ad un anno di età i bambini sono capaci di mimetismo motorio per imitare, e verosimilmente comprendere,  la sofferenza degli altri. Tali evidenze porteranno Titchener a considerare il mimetismo motorio il precursore dell’empatia. Questo porta a ritenere che le capacità empatiche si  strutturino nell’individuo già a partire dall’infanzia.

Winnicott, d’altro canto, pone l’accento sulla madre empaticamente sintonizzata come base da cui il bambino può costruire il suo sviluppo emotivo. Al contrario, quando un genitore non riesce sistematicamente a sintonizzarsi con alcune specifiche emozioni del bambino, questi  evita di esprimerle con un costo notevole in termini emozionali (Winnicott D.W. 2000).

Sappiamo infatti che quanto più una persona è consapevole delle proprie emozioni, tanto più riuscirà ad essere empatico. Il retaggio culturale che spinge ad insegnare più favorevolmente  agli uomini capacità pratiche piuttosto che affettive, sembra spiegare il loro maggior numero tra i soggetti alessitimici rispetto alle donne (Pasini A. Delle Chiaie R. Seripa S. Ciani N. 1992; Mattila A. K. , Keefer  K.V. , Taylor J.G.e al, 2010) 2010 | 49 | 3 | 216-221.

Goleman (Goleman D. 1997) sostiene quanto detto individuando proprio nell’empatia e nell’autocontrollo le due fondamentali competenze sociali che consentono di costruire una vita relazionale ricca ed emotivamente soddisfacente alla base del benessere psico-fisico della persona.

Ad oggi il test più diffuso per la diagnosi di alessitima è la TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale) del 1985. Questa scala psicometrica di autovalutazione, si compone di 20 items che servono a rintracciare le presenza delle tre caratteristiche principali del distrurbo:

la difficoltà nell’identificare i sentimenti;

la difficoltà nel descrivere i sentimenti altrui;

il pensiero orientato quasi solo all’esterno, e raramente verso i propri processi endopsichisi.

Il Tematic Apperception Test (TAT) di Murray nel 1935 e gli studi di Reusch tra il 1948 e il 1957  evidenziano che i pazienti alessitimici hanno fantasie primitive e stereotipate e confermando la difficoltà dei paziente ad accedere al proprio mondo pulsionale inconscio.

Il  SAT9 (Objective Scored Archetypale Test) è un’altra tecnica proiettiva di disegno che valuta la caratteristica centrale dell’alessitimia: la funzione simbolica e la capacità del soggetto di creare fantasie.

Come già detto l’alessitimia è significativamente correlata a diverse condizioni patologiche di natura psicosomatica e psicologica ma, per una corretta diagnosi differenziale, và distinta dai sintomi negativi della schizofrenia (ottundimento affettivo, alogia, depressione, anedonia..), e considerata un tratto stabile di personalità.

Studi e osservazioni hanno dimostrato infatti che dopo un anno di trattamento psicofarmacologico appropriato, i pazienti schizofrenici vedono migliorate le sindromi schizofreniche e depressive così come il funzionamento psicosociale, mentre le caratteristiche principali dell’alessitimia restano stabili (Blanchard J.J., Mueser K.T, Bellack A.S. 1998). Questo dimostra che l’alessitimia non è in relazione  ai disturbi dell’Asse I ma è legata alle caratteristiche dell’Asse II ed è quindi una dimensione della personalità indipendente dalle categorie psichiatriche.

Una ipotesi è che la schizofrenia e l’alessitimia possano avere gli stessi meccanismi neurobiologici (Stanghellini G, Ricca V. 1995). Studi recenti ostengono la possibilità che una disfunzione della corteccia cingolata anteriore possa essere il meccanismo neurobiologico comune ai deficit cognitivi responsabili sia di alcuni sintomi della schizofrenia che della manifestazione comportamentale dell’alessitimia (Sanders G.S., Gallup G.G., Heinsen H., Hof P.R., Schmitz C. 2002).

Da un punto di vista terapeutico, si evidenzia la necessità di ristrutturare la sfera cognitivo-affettiva della personalità. Le esperienze cliniche finora raccolte sottolineano l’importanza di un trattamento che integri l’approccio farmacologico con quello psicoterapeutico con l’intento di intervenire sinergicamente sia sulla struttura neurobiologica che sui fattori di matrice psicosociale (Bateson G. 1972, Marty P., De M’uzan M., David C. 1971; Caretti V., La Barbera D. 2005).

 

TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Mindfulness, Alessitimia e Self-differentiation nei Disturbi di personalità

 

BIBLIOGRAFIA:

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Fibromialgia – Definizione, sintomi, cura

La fibromialgia (o sindrome fibromialgica) è una malattia cronica complessa definita dall’American College of Rheumatology come “una condizione di dolore cronico diffuso con caratteristici “tender points” (punti dolenti alla pressione) all’esame fisico, spesso associata con una varietà di sintomi o disfunzioni quali la fatica, i disturbi del sonno, la cefalea, la sindrome del colon irritabile e i disturbi dell’umore”.

 

Che cos’è la fibromialgia

La fibromialgia è stata ed è ancora una delle diagnosi più controverse in medicina. L’angolo di visuale del reumatologo  non sempre concorda con quello dello psicologo, dello psichiatra o del neurologo.

Il gruppo italiano di studio sulla fibromialgia ha recentemente definito questa malattia:

[blockquote style=”1″]“una sindrome da sensibilizzazione centrale, caratterizzata da disfunzione dei neurocircuiti, che coinvolgono la percezione, la trasmissione e la processazione degli stimoli nocicettivi afferenti, con la prevalente manifestazione di dolore a livello dell’apparato locomotore”.[/blockquote]

Nel 1996 Turk e collaboratori avevano dimostrato l’esistenza di “subset” di pazienti differenziabili in base a caratteristiche cognitive, psicosociali e che rispondevano in modo diverso al trattamento farmacologico. Nel 2003, Giesecke e collaboratori, basandosi sulle caratteristiche del dolore (intensità, capacità di controllo del dolore e soglia nocicettiva) e sugli aspetti interpretativi ed emozionali della percezione nocicettiva (ansia, depressione e catastrofismo) hanno identificato tre tipologie di pazienti (1):

•    il primo gruppo (51,5%) è caratterizzato da valori medi per tutti i parametri misurati; comprende la maggior parte dei pazienti che si rivolgono al medico di medicina generale a causa del dolore diffuso e che, solitamente, rispondono maggiormente al trattamento;

•    il secondo gruppo (32%) è caratterizzato da alti livelli di ansia, depressione e catastrofismo, da scarsa capacità di autocontrollo del dolore e da elevata dolorabilità alla digitopressione;

•    il terzo gruppo (16,5%) è invece caratterizzato da pazienti con bassi livelli di ansia, depressione e catastrofismo ma con soglia nocicettiva particolarmente bassa.

 

Diagnosi di fibromialgia

I criteri per la diagnosi della fibromialgia sono stati definiti dall’American College of Rheumatology nel 1990. Nel 1992 la fibromialgia è stata riconosciuta come malattia nosograficamente autonoma dalla Organizzazione Mondiale della Sanità ed è stata classificata con il codice M79.03 nella classificazione internazionale delle malattie (ICD-10). Infine, nel 1994 l’International Association of the Study of Pain (IASP) ha riconosciuto la fibromialgia come una malattia, classificandola con il codice X33.X8a. Ma quali sono i sintomi caratteristici di questa malattia così emblematica? Eccone un elenco.

 

Sintomi della fibromialgia

Dolore

Il dolore cronico diffuso, riferito a “tutto il corpo”, presente da almeno 3 mesi, è indubbiamente il sintomo più caratteristico della fibromialgia, rilevandosi nella quasi totalità dei pazienti. Il dolore che affligge i pazienti affetti da fibromialgia, è un dolore diffuso che non presenta una particolare distribuzione anatomica. L’elenco dei segni e dei sintomi è estremamente ampio e variegato. La semantica del dolore è alquanto variegata. Espressioni quali: “mi fa male tutto” o , “riesco prima a dire che cosa non mi fa male” sono del tutto caratteristiche dei pazienti fibromialgici. Il dolore viene abitualmente definito come “pungente”, “urente”, “lancinante”, “penetrante”. La sintomatologia dolorosa viene caratteristicamente accentuata dal freddo, dall’umidità, ma anche da eventi stressanti, periodi di inattività o dal sovraccarico funzionale. I malati tendono a definire il dolore “di tipo muscolare”.

 

Astenia

Un quadro di astenia talora intenso ed uno stato generale di affaticamento (che gli anglosassoni ben definiscono con il termine: la “fatigue”) sono presenti nel 75-90% dei casi (2,3). “Mi sento sempre stanco” è una tipica descrizione della “fatigue” da parte del malato, che riferisce inoltre spossatezza, stanchezza, mancanza di energie. L’astenia è nettamente più accentuata al risveglio, tanto che i pazienti spesso utilizzano la stessa frase per descrivere questa sensazione: “mi sento più stanca la mattina rispetto alla sera”. Tra i fattori correlati all’astenia ed al senso di affaticamento figurano: qualità e quantità del sonno inadeguate (sonno non ristoratore), un decondizionamento muscolare causato dall’inattività ed uno stato ansioso-depressivo (astenia “motivazionale).

 

Disturbi del sonno

Tipico della fibromialgia è un sonno non ristoratore, riferito dal 75% dei pazienti e si manifesta sotto forma di: insonnia iniziale, insonnia centrale (risvegli frequenti durante la notte con difficoltà a riaddormentarsi), insonnia finale, ipersonnia, sonno leggero, irregolare riposo diurno, inversione del ritmo sonno-veglia (4). Studi di polisonnografia hanno mostrato che i soggetti con fibromialgia, rispetto ad un gruppo sano di controllo, presentano una ridotta quota di sonno ad onde lente, di sonno REM, di sonno totale, così come un maggior numero di risvegli prolungati ed un pattern elettroencefalografico di intrusione di onde alfa (onde associate alla reazione di risveglio) sul ritmo delta (onde lente che caratterizzano il sonno profondo)(5). Le alterazioni del sonno appena riferite, creano un circolo vizioso, in quanto accentuano il dolore e influiscono sull’umore, che a loro volta contribuiscono a disturbare il sonno (6). I pazienti con sonno maggiormente alterato presentano una maggiore percezione del dolore ed un più elevato numero di tender point (5,7).

 

Parestesie

Una sensazione di formicolio, di intorpidimento, di spilli o aghi che pungono si rileva nell’ 84% dei pazienti (8). L’esame obiettivo neurologico e l’elettromiografia risultano il più delle volte nella norma.

 

Sensazione di gonfiore nelle zone dolenti

Una sensazione soggettiva di gonfiore si osserva in circa la metà dei pazienti (9). Questa sensazione è spesso associata a crampi muscolari, fascicolazioni e tremori palpebrali.

 

Disturbi neurocognitivi

Sintomi neurocognitivi della fibromialgia comprendono difficoltà e calo della concentrazione, disturbi della consolidazione della memoria a breve termine (“mi dimentico tutto”), rallentamento nei gesti, riduzione della performance linguistiche, inabilità a compiere più azioni contemporaneamente, facile distrazione e sovraccarico cognitivo sono particolarmente frequenti in corso di fibromialgia. I pazienti lamentano inoltre “nebbia cognitiva” (definita come “fibro-frog”), confusione mentale, dislessia, difficoltà nello scrivere, nel parlare, nel leggere, nel compiere azioni matematiche e nel reperire vacaboli (10). È stato dimostrato che i pazienti con fibromialgia presentano funzioni cognitive (in termini di memoria a lungo termine e “working memory”) inferiori rispetto a soggetti più anziani di 20 anni (11,12) e simili a quelle di adulti di venti anni più anziani. I pazienti possono avere performance simili ai soggetti sani di controllo ma solo con attivazione neuronale estensiva delle regioni frontali e parietali dell’encefalo (13).
Studi recenti mostrano come nei pazienti affetti da fibromialgia vi sia una significativa perdita di materia grigia (3,3 volte maggiore rispetto a soggetti sani della stessa età), con una correlazione tra durata di malattia e perdita di sostanza grigia (14).

 

Acufeni

Senso di ronzio e di rumore all’orecchio rientrano tra i sintomi frequenti nei pazienti con fibromialgia.

 

Dolore temporo-mandibolare

La Sindrome algico-disfunzionale delle articolazioni temporo-mandibolari è di non raro riscontro. Il dolore si accentua con i movimenti di apertura e chiusura della bocca.

 

Sindrome delle gambe senza riposo

Una tipica “restless leg syndrome” è presente nel 30% dei pazienti, e si manifesta con la caratteristica sintomatologia notturna (gambe che si muovono di continuo).

 

Colon irritabile

Sindrome del colon irritabile è presente nel 32-70% dei pazienti e si manifesta con dolore addominale, sensazione di gonfiore e turbe dell’alvo (diarrea alternata a stipsi).

 

Disturbi dell’apparato genito urinario

Dolori pelvici, spasmi vescicali con minzioni frequenti, tensione ai genitali, dismenorrea sono molto frequenti nelle pazienti con fibromialgia.

 

Disfunzioni sessuali

La fibromialgia risulta associata con alcune disfunzioni sessuali femminili. Tra queste figurano soprattutto la diminuzione della eccitazione sessuale, una negativa esperienza orgasmica ed un aumento del dolore correlato al coito (15,16,17,18). Sul ruolo della componete psicologica nella genesi di tali disturbi non si registrano orientamenti univoci. Anche se i dati epidemiologici non possono ritenersi esaurienti, si ritiene che circa 1/5 delle donne affette da fibromialgia presenti disturbi da dolore vulvare (19,20). La comparsa di dolore durante il rapporto coitale è più comune nelle pazienti fibromialgiche (50%) rispetto alle donne sane (16,7%) (Aydin et al). Secondo altri autori (Shower et al) il dolore nel corso di un rapporto sessuale sarebbe più frequente nelle pazienti con fibromialgia dal momento che in questa malattia la tolleranza e la soglia di percezione del dolore sono nettamente ridotte rispetto ai soggetti sani (21).

 

Disturbi della sfera affettiva

Il 50-60% dei pazienti con fibromialgia presenta almeno un episodio di depressione maggiore nel corso della vita. Degno di nota è il fatto che i parenti di primo grado dei pazienti con fibromialgia presentino una prevalenza elevata di disturbi dell’umore rispetto ai pazienti con artrite reumatoide ed ai soggetti di controllo (22). I soggetti affetti da fibromialgia riportano esperienze traumatiche infantili, come abusi, rifiuti e maltrattamenti fisici, più frequentemente rispetto ai soggetti di controllo (23).   

 

Altri sintomi della fibromialgia

Altre manifestazioni: nell’infinita lista dei sintomi della fibromialgia figurano inoltre: disturbi vasomotori periferici, intolleranza alla luce ed ai suoni, sindrome sicca (secchezza degli occhi e della bocca), dolore toracico (descritto come “forti fitte al cuore da togliere il respiro”), cardiopalmo (sensazione soggettiva del battito cardiaco).

I tender point rappresentano invece il segno obiettivo più caratteristico della fibromialgia. Possono essere definiti punti dolenti alla pressione situati in corrispondenza di specifiche sedi muscolari e tendinee. La digitopressione che l’operatore esercita nei 18 punti dolenti individuati nella mappa dei tender point deve essere di 4 Kg/cm2 (questa pressione equivale allo sbiancamento del letto ungueale dell’esaminatore).

Il complesso quadro sintomatologico dei pazienti con fibromialgia può essere influenzato negativamente da fattori esterni, quali eventi stressanti (lutti, traumi, esperienze traumatiche infantili, abusi e/o violenze, rifiuti e maltrattamenti fisici, traumi fisici e psicologici, eventi particolarmente dolorosi), rumore (24), freddo, umidità, cambiamenti metereologici, fase pre-mestruale, sovraccarico lavorativo, lunghi periodi di inattività, ritmi di vita frenetici, stato di tensione continua, ansia, stress, sonno disturbato (25,26).

 

Epidemiologia della fibromialgia

Per ciò che concerne l’epidemiologia, è possibile affermare che la fibromialgia è una condizione di difficile valutazione e può contare un numero limitato di studi su incidenza e prevalenza che certamente non rendono agevole la messa a punto di una accurata mappa epidemiologica della malattia. Gli studi basati sui criteri classificativi dell’American College of Rheumatology (ACR) riportano una prevalenza sulla popolazione generale tra lo 0,1 ed il 3,3%.

Lo studio MAPPING riporta una prevalenza della fibromialgia nell’ordine del 2.22%. Sulla base di tale dato, in Italia risulterebbero affetti da fibromialgia 1.333.000 soggetti (5). Questa percentuale risulta quasi doppia rispetto alle stime di riferimento di Ciocci e coll. che vedevano la fibromialgia interessare l’1,2% della popolazione generale (circa 700.000 italiani) (27).

La motivazione della maggiore prevalenza nel sesso femminile non è del tutto nota.  E’ probabile che la differenza tra i due sessi debba essere ricondotta  ad una diversa interazione tra fattori genetici, biologici, psicologici e socio culturali (certamente gli estrogeni hanno un ruolo importante nella modulazione del dolore, come pure la ridotta produzione del testosterone nel sesso femminile). Sembra che la prevalenza della fibromialgia aumenti con l’aumentare dell’età fino ai 79 anni, pur potendo colpire adolescenti e bambini.

Il sesso femminile rappresenta certamente il maggior fattore di rischio per la fibromialgia (rapporto maschi/femmine 1:9). Uno studio del 1999 di Forseth (28) ha preso in esame i possibili fattori di rischio per la comparsa di fibromialgia in un gruppo di donne con dolore diffuso aspecifico. Sono risultati predittori la durata del dolore superiore ai 6 mesi, la presenza di dolore assiale e nella parte distale degli arti superiori, la presenza di sintomi associati quali disturbi del sonno, metereolabilità, la familiarità, la cefalea cronica, l’alvo alterno, le parestesie ed un tono dell’umore depresso. L’età attuale, l’età di esordio, la conta dei tender point alla digitopressione e le caratteristiche del dolore non sono elementi utili per discriminare i soggetti che possono sviluppare la fibromialgia.

Un dato interessante emerso da molti studi riguarda invece il rapporto inverso esistente tra il grado di istruzione e lo sviluppo di una sindrome dolorosa cronica, analogamente alla presenza di condizioni sociali svantaggiose (divorzio, handicap, immigrazione, basso reddito) (29,30).

 

Fibromialgia e disturbi della sfera affettiva

È inoltre evidente l’importanza che riveste nello sviluppo di una sintomatologia fibromialgica la presenza di disturbi della sfera affettiva in atto o pregressi (divorzi, separazioni, lutti) o di altre affezioni croniche, in particolare se aggravate da stress psicologico e/o caratterizzate dalla presenza di stimoli nocicettivi persistenti.

Oliver e Silman (31) hanno riproposto in un recente articolo, l’importanza degli studi epidemiologici nella fibromialgia, avvalorando la tesi secondo cui traumi fisici, problematiche psico-sociali, fattori genetici e raziali possano essere elementi condizionanti la comparsa e l’espressione della fibromialgia. Grazie ad un’intervista condotta in anonimo via Internet, Wilson e coll., hanno potuto confermare che le cause indicate dalla popolazione come motivo di insorgenza della fibromialgia sono nel 60% emozionali (40% fisiche) e che le stesse cause emozionali sono nel 94,2% motivo stesso delle riacutizzazioni (5,8% cause fisiche ed ambientali)(32).

 

Comorbilità nella fibromialgia

Le classiche espressioni cliniche della fibromialgia possono rilevarsi anche in soggetti con un’ampia e variegata gamma di affezioni ad impronta algico-disfunzionale. Tra le comorbilità più frequentemente osservate in pazienti con fibromialgia figurano (33):

–    sindrome del tunnel carpale (23% vs 1% dei controlli);

–    ansia (5% vs 1% dei controlli);

–    depressione (12% vs 3% dei controlli).

Di rilevante interesse risulta lo studio di Bateman e coll. che nel 2009 hanno pubblicato un’indagine condotta su pazienti partecipanti al convegno tematico sulla fibromialgia tenutosi a Salt Lake City (USA).  Fra le comorbilità più frequenti risultarono i disturbi del sonno (83%), la depressione (71%), l’ansia (63%) e l’artrite (38%).

 

Fibromialgia e disturbi psichiatrici

La prevalenza dei disturbi psichiatrici nei pazienti con fibromialgia è palesemente elevata rispetto alla popolazione generale. E’ stato dimostrato che il rischio di sviluppare disturbi d’ansia (in particolare il disturbo ossessivo – compulsivo ed il disordine post-traumatico da stress) nel corso della vita dei pazienti con fibromialgia è circa 5 volte superiore rispetto a soggetti di controllo (34). Studi epidemiologici hanno infatti osservato una concomitante depressione maggiore nel 14-36% dei pazienti fibromialgici contro il 6.6% dei soggetti di controllo (35). Un’ulteriore associazione è stata osservata tra il disordine post-traumatico e il  56% dei pazienti con fibromialgia.

 

Fibromialgia e depressione

Anche se vi è una associazione ben documentata tra malattie croniche e depressione, quella tra depressione e fibromialgia è particolarmente rilevante (Kassan et al, 2006). È stato recentemente dimostrato che la stanchezza e la depressione risultano essere le componenti che esercitano maggior impatto negativo sulla capacità funzionale dei pazienti (Del e coll., 2008). Dallo studio degli autori spagnoli è emerso che una storia pregressa di problematiche significative di ordine psicologico e psichiatrico risultava documentabile nel 50% dei casi. Al momento dello studio, tuttavia, la prevalenza di una “mental illness” è stata documentata solo nel 36,4% dei casi. Questa percentuale risulta sostanzialmente sovrapponibile a quella che si registra in studi precedenti in soggetti con altre malattie croniche.

Occorre sottolineare che in questi pazienti la diagnosi di fibromialgia viene accolta con un certo sollievo. In alcuni soggetti l’ansia innescata dalla perplessità e dai dubbi in merito alla natura della sintomatologia sembra quasi dileguarsi di fronte alla conferma della diagnosi di fibromialgia. L’espressione “mi sento meglio adesso che so che non mi stavo inventando tutto” è particolarmente frequente e caratterizza una reazione molto comune da parte dei pazienti, i quali si sentono considerati dei veri e propri “malati immaginari” anche dai propri familiari. In quest’ottica, la diagnosi di fibromialgia viene in parte considerata come una vera e propria liberazione.

Occorre sottolineare che i fibromialgici mostrano spesso una forte irritazione quando i propri disturbi vengono ricondotti nel contesto delle espressioni di una sindrome depressiva e tendono a rifiutare con fermezza i farmaci anti-depressivi e, in senso più generale, ogni terapia capace di incidere nel tono dell’umore. Tra i descrittori semantici più spesso utilizzati per esprimere tale atteggiamento figurano espressioni quali: “non sono pazzo”, “non sono depresso”. Di ciò deve tener conto il medico, dal momento che alcuni dei farmaci che si sono rivelati più efficaci nella terapia della fibromialgia appartengono proprio al gruppo degli anti-depressivi.

 

Trattamento della fibromialgia

Un principio fondamentale della strategia di trattamento della fibromialgia è l’approccio interdisciplinare e multiprofessionale finalizzato all’attenuazione del dolore, alla riduzione della “fatigue”, delle turbe del sonno e delle altre manifestazioni emotive della malattia. Il risultato finale dei diversi possibili schemi di intervento è quello di migliorare la qualità della vita, che risulta gravemente compromessa nella quasi totalità dei pazienti fibromialgici. La strategia di trattamento deve risultare particolarmente flessibile, dovendo tener conto delle molteplici variabili che incidono sulla espressione di malattia.

Depressione e angoscia sono sentimenti che nascono e si sviluppano come risposta naturale alla diagnosi di una malattia cronico – degenerativa o oncologica. Passare dalla condizione di “individuo sano” a quella di  “individuo malato” è una esperienza complessa e delicata, non facile da gestire, specie in soggetti molto sensibili o particolarmente fragili (VEDI: Accettazione della malattia).

 

Psicoterapia per la fibromialgia

Fra le tante emozioni che il paziente vive figurano anche la tristezza, la rabbia (..”perché proprio a me” … “cosa ho fatto per meritarmi questo”), la vergogna, il senso di impotenza ed una tendenza all’isolamento, che porta inesorabilmente il malato ad una progressivo accentuazione della sofferenza e ad un stato di profonda solitudine dell’anima. Anche la famiglia vive gli stessi sentimenti del paziente, spesso uniti ad un senso di colpa e di imbarazzo per la difficoltà che ha nell’affrontare lo sguardo del proprio caro o per non sentirsi capace di gestire in modo adeguato la situazione. A tal fine risulta sempre più importante l’integrazione della terapia farmacologica alla psicoterapia.

La Fibromialgia un'esperienza di gruppo - Immagine: 74868580CONSIGLIATO: FIBROMIALGIA, UN ESPERIENZA DI TERAPIA DI GRUPPO

Una recente meta analisi orientata allo scopo di valutare il ruolo degli ”psychological treatments” ha dimostrato che l’ effetto della psicoterapia può definirsi “small but robust” e comparabile con quello attribuibile al trattamento farmacologico comunemente usato per la fibromialgia. La terapia cognitivo-comportamentale è risultata associata con il maggior “effect sizes” (36).

Quest’ultima è stata infatti utilizzata come base per molti programmi di trattamento del dolore e dello stress e costituisce una forma di educazione più complessa del paziente. Gli interventi della terapia cognitivo comportamentale possono comprendere:

–    l’aiuto ai pazienti ad apprendere e a monitorare le interazioni tra i propri pensieri, sentimenti, sintomi, comportamento e ambiente sociale,

–    il training cognitivo di adattamento alla malattia (tecniche di risoluzione dei problemi, tecniche di rilassamento, ristrutturazione cognitiva ecc),

–    le tecniche comportamentali di adattamento (definizione degli obiettivi, tecniche di prevenzione delle recidive, ecc.)  

–    le strategie per promuovere il supporto sociale.

Alcuni studi apportano l’efficacia del trattamento educazionale associato a strategie terapeutiche multimodali più complesse da parte di specialisti per il dolore, che lavorano in modo multidisciplinare su protocolli terapeutici per i pazienti affetti da fibromialgia. Alcuni di questi studi combinavano l’educazione del paziente e/o la terapia cognitivo comportamentale con l’esercizio; nella maggior parte di questi studi è stato evidenziato alla fine del trattamento, un miglioramento significativo in una o più delle variabili cliniche considerate (37).

Attraverso una meta-analisi (38) condotta su 49 pazienti affetti da fibromialgia è stata confrontata l’efficacia di terapie farmacologiche e di trattamenti non farmacologici (terapia cognitivo comportamentale e terapia fisica) nei confronti della condizione fisica, dei sintomi, della fibromialgia, dello stato psicologico e delle capacità funzionali. Gli antidepressivi hanno determinato miglioramenti significativi sia della condizione fisica che dei sintomi soggettivi della fibromialgia.

La terapia cognitivo comportamentale del dolore, invece, ha determinato miglioramenti significativi di tutti e quattro gli aspetti, raggiungendo un risultato migliore anche rispetto al trattamento farmacologico per quanto riguarda il miglioramento dei sintomi soggettivi e l’abilità nello svolgere le normali attività quotidiane. Questa meta-analisi porta alla ragionevole conclusione che il trattamento ottimale per la fibromialgia dovrebbe includere anche i metodi cognitivo-comportamentali.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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Le persone affette da disturbo mentale hanno maggiore probabilità di sottoporsi al test per l’HIV

FLASH NEWS

Secondo un nuovo studio condotto da un team di ricercatori della Penn Medicine, Centri statunitensi per il Controllo e la Prevenzione  della malattia, le persone affette da un disturbo mentale hanno maggiori probabilità di sottoporsi al test per
l’HIV rispetto a soggetti sani.

I ricercatori hanno scoperto che i pazienti con diagnosi di malattia mentale più grave (come schizofrenia e disturbi bipolari) hanno effettuato il più alto numero di test per l’HIV.

Lo studio ha valutato i dati del 2007 a livello nazionale di 21.785 adulti intervistati dal  National Health Interview Survey (NHIS).

I ricercatori hanno rilevato che il 15 percento degli intervistati ha riferito di presentare un disturbo psichiatrico. Di questi, l’89 % ha avuto sintomi di depressione e / o ansia, l’ 8,5 %  ha avuto un disturbo bipolare, e del 2,6 % era affetto da disturbi dello spettro della schizofrenia. Tra i soggetti che segnalavano almeno una malattia mentale, il 48,5 per cento era stato testato per l’HIV. Più in particolare, il 64 per cento delle persone con schizofrenia, il 63 per cento delle persone con disturbo bipolare, e il 47 percento delle persone con depressione e /o ansia non avevano mai segnalato di essere stati testati all’HIV.

L’autore della ricerca Michael B. Blank, sostiene che lo studio ha dimostrato che le persone con malattia mentale e / o gli operatori che ne forniscono assistenza, riconoscono che i soggetti affetti da disturbo mentale sono a più alto rischio di contrarre l’HIV e chiedono di essere testati, ma non ci sono progetti di prevenzione formale e programmi di screening da parte di operatori della salute mentale dedicati a questa parte di popolazione a rischio.

Inoltre, lo studio ha rilevato che le persone di età compresa tra 25-44, le donne, le minoranze razziali ed etniche, divorziati/separati, coloro che dichiarano un uso eccessivo di alcol o tabacco, e le persone che presentavano maggiori fattori di rischio HIV erano significativamente più propensi ad essere testati per verificare la presenza dell’ HIV rispetto ai loro omologhi.

I soggetti affetti da malattie psichiatriche hanno maggiori possibilità di adottare comportamenti ad alto rischio associati a trasmissione di HIV, come rapporti sessuali non protetti, assunzione di droga con siringa e sesso con partner multipli.

In linea con studi precedenti, dalla ricerca emerge che le persone con malattia mentale sono testati maggiormente per l’HIV  rispetto a coloro che non ne sono affetti, ma si evidenzia anche il ridotto numero di programmi di prevenzione per questa popolazione a rischio.

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BIBLIOGRAFIA:

 

Ruolo strategico degli psicologici: l’attenzione del Ministero della Salute e della Regione Lombardia al ruolo dello psicologo – Comunicato Stampa

Si è svolto a Roma il seminario organizzato dal CNOP  – Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi – dal titolo “Il contributo della psicologia alla Sanità che cambia” durante il quale il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo, ha espresso il suo impegno nel promuovere la figura dello psicologo su tutto il territorio nazionale.

 

COMUNICATO STAMPA

“RUOLO STRATEGICO DEGLI PSICOLOGI”:

L’ATTENZIONE DEL MINISTERO DELLA SALUTE E DELLA REGIONE LOMBARDIA

Dichiarazione del presidente dell’Ordine Psicologi della Lombardia, Riccardo Bettiga

Milano, 19 dicembre 2014:

 [blockquote style=”1″]Creare un tavolo tecnico nel quale il Ministero della Salute possa fornire le linee guida e gli indirizzi strategici affinché il lavoro di programmazione previsto dal Patto della Salute venga implementato in maniera più uniforme e completa su tutto il territorio nazionale, consentendo così anche un adeguato ed efficace inserimento della figura dello psicologo, che assume un ruolo sempre più strategico di fronte all’incremento di malattie psicologiche determinate dalla crisi economica[/blockquote].

E’ l’impegno preso dal Sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo, durante il seminario organizzato dal CNOP – Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi – dal titolo “Il contributo della psicologia alla Sanità che cambia”, che si è svolto ieri a Roma. 

Riccardo Bettiga, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, commentando questa dichiarazione ha espresso “soddisfazione per i risultati raggiunti dall’azione politica attuata dal CNOP, che riunisce tutti gli Ordini regionali”.

Inoltre, ricordando il recente incontro presso la sede dell’Ordine a Milano con il Governatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni e il Presidente della terza Commissione Sanità e Politiche sociali della Regione, Fabio Rizzi, Bettiga ha anche detto che : “l’attenzione alla figura professionale dello psicologo e il coinvolgimento dell’Ordine in una fase importante come quella della stesura del Libro Bianco relativo alla nuova riforma della sanità lombarda, ha visto Regione Lombardia anticipare e confermare le fondamentali dichiarazioni rese dal Sottosegretario De Filippo. Come Ordine non possiamo che apprezzare l’interessamento del Governatore e del presidente Rizzi che hanno visto, da un lato nella figura dello psicologo un investimento per migliorare l’appropriatezza e l’integrazione delle attività socio-sanitarie, in una prospettiva di riduzione dei costi e miglioramento della qualità assistenziale e, dall’altro, nella natura ampia e trasversale della professione psicologica, soprattutto in ambito di riformulazione dei servizi territoriali, una grande opportunità per i cittadini e le istituzioni”.

 

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Psicoterapia: Intervista a Cesare Maffei – I Grandi Clinici Italiani

LE INTERVISTE AI GRANDI CLINICI ITALIANI

State of Mind intervista:

Cesare Maffei

Professore Ordinario di Psicologia Clinica
Primario del Servizio di Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Istituto Scientifico H San Raffaele

Prorettore alle Scienze Umane UNISR

 

State of Mind intervista Cesare Maffei,  Professore Ordinario di Psicologia Clinica e Primario del Servizio di Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Istituto Scientifico H San Raffaele.

Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia.

 

I GRANDI CLINICI ITALIANI

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VEDI IL PROFILO DI CESARE MAFFEI

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Oltre il potenziale d’azione: l’emergentismo in psicologia.

Davide Di Vitantonio

 

All’interno del dibattito scientifico, vengono definite emergenti tutte quelle proprietà di un sistema complesso (sia esso il cervello umano o una rete neurale artificiale) che presentano caratteristiche di irriducibilità (a proprietà di base), imprevedibilità (a livello epistemologico) e inspiegabilità (a livello concettuale).

Per usare le parole di Kim (1999, p. 3.)

Quando un sistema acquista gradi di complessità organizzativa sempre maggiori esso comincia a esibire nuove proprietà che in qualche senso trascendono le proprietà delle loro parti costituenti, e si comporta in modi che non possono essere predetti sulla base delle leggi che governano i sistemi più semplici.

L’emergentismo rappresenta la possibile terza via nell’esplicazione dei fenomeni, contrapponendosi sia al fisicalismo riduttivo sia al dualismo cartesiano; in quest’ottica, l’encefalo di un soggetto sarebbe in grado di generare stati mentali quali coscienza o intenzionalità, qualitativamente differenti da quelli che sarebbero prevedibili sulla base del funzionamento causale delle singole cellule componenti il substrato biologico. Sulla base di tali considerazioni, la prospettiva emergentista esplose negli anni ’80 allargandosi dalla filosofia ai campi della scienze cognitive, dell’informatica e della psicologia sociale.

Il dilemma dei qualia (proprietà qualitative imprevedibili e irriducibili della mente, di natura ipotetica), croce e delizia di pensatori del calibro di Daniel Dennet, Hilary Putnam o Frank Jackson, rappresenta un esempio lampante del fermento generato dall’ipotesi sulle proprietà irriducibili; due neuroni posti in isolamento mostrano la medesima attività, generata dalle medesime componenti biologiche, nonostante possano appartenere a due diverse cortecce sensoriali. Eppure le percezioni del canto o dell’acqua che scorre fra le mani sono qualitativamente differenti; tali percezioni qualitative, o qualia, sarebbero dunque proprietà emergenti del sistema cervello, così come l’intelligenza o il linguaggio.

Gli stessi comportamenti delle folle o l’andamento del traffico stradale, così come variabili fisiche quali lo spazio e il tempo, sono anch’essi considerabili come eventi emergenti, esibiti da sistemi estremamente complessi e inspiegabili sulla base delle leggi che ne governano i singoli componenti.

Tenendo in considerazione che l’interpretazione di Copenaghen ha già posto limiti importanti alla possibilità di predire il comportamento dei sistemi complessi (vengono accettate solo collezioni di probabilità) e che la presenza di un osservatore influisce inevitabilmente sulla misura del costrutto di interesse (Heisenberg), diventerà di importanza cruciale per la scienza psicologica tenere in considerazione gli effetti emergenti di sistemi di enorme complessità come la mente stessa (Psicologia Generale e Neuroscienze) e le dinamiche di gruppo (Psicologia Sociale e dello Sviluppo).

Tutto questo senza dimenticare il campo delle reti neurali (finora sembra non aver mostrato proprietà genuinamente emergenti) e dell’intelligenza artificiale.

 

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Le donne nelle scienze matematiche: nessuna discriminazione di genere!

FLASH NEWS

Non esisterebbe una differenza significativa tra le possibilità professionali e lavorative di uomini e donne nel mondo delle scienze matematiche.

Un studio pubblicato su Psychological Science ed effettuato da Ceci, Ginther, Kahn e Williams, ha recentemente suscitato grande scalpore e provocato numerose risposte. Questo, soprattutto, grazie ad un articolo pubblicato sul New York Times dalle co-autrici dello studio Stephane Ceci e Wendy Williams, dal titolo “Academic Science isn’t sexist”. Affermazione forte, questa che, in effetti proprio per la sua potenza,  ha stimolato l’interesse di molti e aperto le porte a svariate discussioni sul tema.

Il laborioso studio di Ceci e colleghe consisteva in 54 pagine di analisi di dati precedentemente raccolti ma anche di dati nuovi, ad ogni modo tutti riguardanti la distribuzione di uomini e donne nel mondo delle scienze matematiche: matematica, informatica, fisica, ingegneria…

La conclusione delle autrici sarebbe che, per le donne, le difficoltà ad ottenere un lavoro di tale tipo e fare carriera in questo contesto non sarebbero maggiori di quanto non lo siano per gli uomini. In altre parole, non esisterebbe una differenza significativa tra le possibilità professionali e lavorative di uomini e donne nel mondo delle scienze matematiche. E’ interessante tuttavia entrare nel merito di questi dati e cercare di capire in dettaglio le premesse che hanno portato a tale inaspettata conclusione.

I risultati dello studio suggeriscono innanzitutto che il tasso di persone che accedono a dottorati di ricerca in questo contesto è ugualmente distribuito tra uomini e donne. Le donne costituiscono però solo il 30% degli Assistenti Docenti, e la percentuale si abbassa ulteriormente se consideriamo quante siano le persone di sesso femminile che abbiano contratti come Docente di Ruolo. Le autrici attribuiscono la colpa di ciò alle “barriere passate” e Wendy Williams afferma che, al giorno d’oggi, “una volta che le donne accedono al mondo delle scienze matematiche, le loro possibilità di progresso in tale campo sono del tutto paragonabili a quelle degli uomini”.

Le studiose evidenziano anche che, secondo la loro esperienza nel campo delle scienze, alle persone di sesso femminile viene spesso offerto un lavoro o una promozione. Questo a sottolineare che esiste un’assoluta imparzialità nelle assunzioni di personale nel campo delle scienze matematiche, in contrasto con anni e anni di studi di psicologia, i quali dimostrano che candidati con preparazione identica vengono spesso trattati in modo diverso a causa del genere cui appartengono.

Ceci e collaboratrici cercano di darsi una ragione di questo gap tra la realtà e quanto rilevato negli studi di laboratorio, affermando che, in un laboratorio, non si è mai riscontrata una discriminazione di genere nel caso in cui un candidato fosse estremamente preparato; in altre parole, le studiose suggeriscono che solo quando il responsabile della selezione dei candidati aveva una quantità insufficiente di dati interessanti a disposizione, allora iniziava inconsciamente a fare illazioni sulla base di stereotipi. Il che  suona come una giustificazione, piuttosto che una spiegazione.

Il numero di pubblicazioni è un’altra misura che mette in luce le nette differenze esistenti tra maschi e femmine nel contesto delle scienze matematiche. Analizzando ulteriormente i dati dello studio, emerge che gli uomini sono molto più produttivi, definendosi su una media di tre o più pubblicazioni in due anni. Secondo Ceci e Williams, questo accadrebbe perché le donne investono molto più tempo nella cura dei figli, avendone in questo modo meno a disposizione per tutto ciò che riguarda il lavoro. Tuttavia, uno sguardo più approfondito ai dati ci consente di notare il fatto che le pubblicazioni delle donne con o senza figli sono comunque meno rispetto a quelle degli uomini.

Le autrici concludevano l’articolo precedentemente menzionato sostenendo che le possibilità professionali delle donne nel campo delle scienze matematiche sono simili a quelle dei loro colleghi uomini: certo, non uguali, ma molto meno differenti di quel che si sarebbe portati a credere. Esiste inoltre una sottorappresentazione del genere femminile in tale contesto che potrebbe essere legata, secondo le studiose, a fattori quali, ad esempio, gli interessi personali oppure il profilo cognitivo individuale. Insomma, tale sottorappresentazione sarebbe una coincidenza, che non coinvolge stereotipi di sorta ma piuttosto variabili soggettive.

Viene senz’altro da pensare che l’esperienza diretta delle autrici sia stata buona oltre ogni aspettativa, e che quanto vissuto da loro sia in contraddizione con quello che viene comunemente definito “sessismo accademico”. Questo giustificherebbe le conclusioni che hanno tratto dai dati e le modalità ottimistiche con cui li hanno interpretati e diffusi; ma tale concetto politicamente e culturalmente mediato di sessismo, non favorisce certo l’auspicato cambiamento che ci avvicini sempre più al tanto sospirato concetto di parità dei sessi. Perché offuscare i dati con l’ottimismo certo non aiuta.

E’ bello apprezzare il fatto che attualmente, nel campo delle scienze, le discriminazioni di genere sono meno diffuse rispetto al passato, e ancor meno rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia l’articolo delle autrici non dice, per esempio, in che misura il mondo accademico moderno sia libero dal sessismo informale di tutti i giorni, e se le donne che scelgono di intraprendere questa carriera debbano affrontare tra gli altri anche questo ostacolo, e in che misura tutto ciò possa essere per loro stressante. Il mondo della scienza ha chiaramente fatto grandi passi in avanti verso l’uguaglianza di genere, ma è decisamente prematuro sostenere che il sessismo è cosa d’altri tempi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Paura, Traumi, Ossessioni. Esposizione in psicoterapia: effetti sul cervello di Emiliano Toso – Recensione

Libro finalista al Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2014.

Cinzia Gasperi

Il lettore può vedere le prove dei cambiamento del cervello quando la terapia va a buon fine ed allo stesso tempo entra nel vivo di una discussione scientifica che ancora non ha trovato una risposta definitiva ai molti quesiti che la discussione sull’esposizione ha dischiuso.

Emiliano Toso, nel testo Paura, Traumi, Ossessioni. Esposizione in psicoterapia: effetti sul cervello, si propone l’intento, splendidamente riuscito, di parlare contemporaneamente ad un pubblico di specialisti e di appassionati. Lo stile che caratterizza l’intero libro è scorrevole, immediato, ma allo stesso tempo accurato e preciso.

I cardini attorno cui si sviluppano il discorso sono la plasticità neuronale e l’esposizione, ossia quella tecnica che propone alle persone d’affrontare ciò che più temono coll’aiuto di un terapeuta. Questo spunto consente all’autore d’illustrare le ultime frontiere della psicoterapia e d’intrecciare strettamente cervello, mente e comportamento, a partire da una solida base scientifica, riccamente documentata da una rassegna di recenti ricerche.

Il ritratto che emerge è quello di un cervello come organo capace di cambiare se stesso grazie allo straordinario ruolo dell’esperienza e di una psicoterapia efficace in quanto “metodica esperienziale di apprendimento controllato per eccellenza”.

premio_nazionale_300Il primo capitolo descrive l’esposizione, illustrando le diverse strategie che appartengono a questa famiglia; nonché quali elementi impediscano la sua attuazione o favoriscano la riuscita dell’intervento.  Toso illustra, poi, sia efficacia dell’esposizione, sia  l’impossibilità di comprendere  i suoi sorprendenti effetti, poiché non sono ancora chiari i meccanismi che davvero cambiano la persona, i suoi comportamenti, la sua mente.

Il secondo capitolo descrive cosa d’intenda per plasticità neuronale, ossia la straordinaria abilità del nostro cervello di scolpirsi attraverso le esperienze di vita, che solo le recenti evoluzioni delle tecniche di neuroimmagine (argomento del quarto capitolo) hanno consentito di iniziare ad esplorare, aprendo un terreno di ricerca nuovo e fecondo per i curiosi della mente. Queste recenti acquisizioni hanno permesso, inoltre, di comprendere come sia possibile superare i limiti del genoma e come le persone possano adattarsi oltre l’immaginabile ad ambienti ed eventi di vita, grazie a meccanismi spiegati e trasmessi con immediatezza al lettore.

L’aspetto forse più affascinante che l’autore pone in luce, è proprio la possibilità che noi tutti abbiamo d’influenzare, attraverso esperienza, azioni, pensieri, emozioni il nostro cervello e la nostra mente  ed è proprio questo meccanismo che ci porta a ridefinire la psicoterapia (esperienza correttiva per eccellenza),  rendendola a pieno titolo una terapia anche biologica; essa stessa, (come ampliamente descritto nel capitolo quarto) risulta efficace, infatti, solo se insieme ai comportamenti e ai pensieri dalla persona, ne modifica anche quel chilo e mezzo scarso di carne della consistenza del tofu, che chiamiamo cervello (come illustrato del terzo capitolo).

La riprova di quanto scritto si trova nel capitolo quinto, che presenta una rassegna di ricerche sull’uso e l’efficacia dell’esposizione in diversi disturbi psicologici, quali DOC ed Ansia Sociale, solo per citarne alcuni.

Il lettore può vedere, così, le prove dei cambiamento del cervello quando la terapia va a buon fine ed allo stesso tempo entra nel vivo di una discussione scientifica che ancora non ha trovato una risposta definitiva ai molti quesiti che la discussione sull’esposizione ha dischiuso.

Tosi conclude con alcune considerazioni, che vanno a concretizzare il discorso portante dell’intero testo: è impossibile, visti gli intrecci tra esperienza, vita e carne, separare il psicologico dal biologico, rinchiudere la sofferenza e l’esperienza umana in una rigida linea causa-effetto.

Questa constatazione ci obbliga a ridefinire su base scientifica il dualismo anima-corpo di cartesiana memoria: la mente diventa in grado di modificare e modificarsi; dobbiamo ripensare la psicoterapia stessa, non più come una terapia alternativa agli aspetti biologici, ma come un processo incarnato, con tutte le responsabilità che ne derivano.

Paura, Traumi, Ossessioni. Esposizione in psicoterapia: effetti sul cervello: un testo di divulgazione, di psicoterapia, di riflessione ontologica.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Toso E. (2014). Paura, Traumi, Ossessioni. Esposizione in psicoterapia: effetti sul cervello. Libreria universitaria

Dalla parte del nemico: la sindrome di Stoccolma

Davide Di Vitantonio

La sindrome di Stoccolma non viene considerata un vero e proprio disturbo, bensì un insieme di attivazioni emotive e comportamentali peculiari nel funzionamento di alcuni soggetti sottoposti a eventi particolarmente traumatici, come un rapimento o una lunga serie di abusi fisici e mentali.

 

Stati Uniti, 18 Settembre 1975.
Dopo una caccia all’uomo durata 19 mesi l’FBI arresta la ricca ereditiera Patricia Hearst, assieme alla compagna Wendy Yoshimura. L’uomo che le stringe le manette ai polsi si trova di fronte a una donna che per più di un anno aveva partecipato ad attacchi dinamitardi e a violente rapine che avevano comportato l’uccisione di civili.
Tutto ciò con al fianco degli stessi personaggi che il 4 Febbraio del 1975 avevano fatto irruzione nella sua abitazione di Berkeley (California) e l’avevano trascinata nel bagagliaio di una macchina; un rapimento a fine di riscatto, attuato dall’Esercito di Liberazione Simbionese.  Al processo la difesa sostenne la tesi del “lavaggio del cervello”; la personalità della vittima era stata manipolata attraverso l’esposizione a condizioni disumane, l’umiliazione per la propria condizione di ricca privilegiata e un riferimento martellante agli ideali del gruppo.

Al di là delle considerazioni giuridiche, ciò che balza agli occhi è un quadro comportamentale noto da tempo: la Sindrome di Stoccolma, che prende il nome dalla città omonima presso la quale a seguito del rapimento di alcune persone, gli ostaggi manifestarono, dopo la liberazione, dei sentimenti positivi verso i criminali, sentendosi in debito per la gentilezza e la generosità dimostrate. Tale sindrome non viene considerata un vero e proprio disturbo, bensì un insieme di attivazioni emotive e comportamentali peculiari nel funzionamento di alcuni soggetti sottoposti a eventi particolarmente traumatici, come un rapimento o una lunga serie di abusi fisici e mentali. Le interviste cliniche hanno mostrato come il legame emotivo con l’aggressore rappresenti una vera e propria strategia di sopravvivenza messa in atto dalla vittima. Tale legame si sviluppa secondo le seguenti attivazioni emotive:
– Sentimenti positivi della vittima verso l’aggressore, generati dalla consapevolezza che dall’ altro dipenda la propria vita e dalla percezione di essere risparmiati.
– Sentimenti negativi verso la propria famiglia e le forze dell’ordine, percepite come minacciose nei confronti del legame instauratosi.
– Identificazione con il punto di vista dell’aggressore (generato in determinati casi dalla preponderanza dei riferimenti ideologici).
– Incapacità di mettere in atto comportamenti che potrebbero garantire la liberazione (gli operatori sul campo sanno bene che non è raro incontrare resistenze da parte degli ostaggi all’ atto della liberazione).

Chiaramente non vi è correlazione diretta fra l’atto di violenza e il manifestarsi della sindrome; in questo senso sono stati rilevati quattro fattori maggiormente predittivi nei confronti delle reazioni descritte:
1) I soggetti devono percepire un imminente minaccia all’integrità fisica e psicologica, e mantenere per un determinato periodo di tempo la credenza che l’aggressore potrebbe realizzarla in qualunque momento.
2) Alternanza di comportamenti minacciosi e piccole gentilezze o concessioni. Da sottolineare come i soggetti intervistati riportino spesso di aver percepito come forma di gentilezza la semplice mancanza di violenza fisica o psicologica; in questo senso, la differenza che intercorre fra le peggiori fantasie delle vittime e la realtà oggettiva, prepara il terreno per lo sviluppo di sentimenti positivi verso l’aggressore.
3) Incapacità di isolarsi dal punto di vista dell’aggressore esplorando altre possibilità. La dipendenza che si sviluppa fra vittima e carnefice, originatasi dall’istinto di sopravvivenza (la vita della vittima è nelle mani dell’altro), impedisce che ci si concentri sul punto di vista dei soggetti estranei alla situazione presente (famigliari e forze dell’ordine).
4) Forte vissuto di impotenza relativo a possibilità di fuga. Se liberarsi autonomamente non è possibile, le risorse cognitive si focalizzano sull’evitare che nel qui e ora si verifichino eventi temuti; le vittime tendono dunque a mantenere un atteggiamento docile e remissivo al quale seguono feed-back positivi da parte dell’altro rinforzando così il circolo; risulta necessario sottolineare come gli effetti della Sindrome coinvolgano anche gli aggressori, che finiscono per sviluppare sentimenti positivi verso le vittime.

La Sindrome di Stoccolma non è codificata in nessun manuale diagnostico, in quanto come evidenziato in precedenza, non viene considerata un disturbo a tutti gli effetti. Eppure, in un’ottica di psicologia clinica sarebbe interessante tentare di approfondirne le cause, indagando gli stili di attaccamento e i profili comportamentali dei soggetti che hanno vissuto lo stato di identificazione vittima-carnefice, così da permettere agli operatori della salute mentale di guardare con occhi diversi situazioni analoghe identificate dagli studi: membri di sette, personale carcerario, donne maltrattate e, naturalmente, gli ostaggi.

 

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Le crisi di fine decade: quali sono i periodi critici della vita?

Caterina Laria

Avvicinandosi alla cifra tonda le persone sono spinte all’autoriflessione più che in altri compleanni, sentendosi al varco di una soglia che li condurrà in una nuova fase della loro vita.

Le teorie del ciclo di vita ci insegnano che ci sono delle età particolarmente critiche in particolari fasi di transizione come ad esempio l’adolescenza o la cosiddetta terza età.

Una recente ricerca condotta negli Stati Uniti evidenzia la possibilità che possano verificarsi periodi critici anche in altre fasi della vita: si tratterebbe del passaggio da una decade all’altra. In particolare, queste crisi si collocherebbero ai 29,39,49 e 59 anni dell’individuo.

L’ipotesi di Alter ed Hersfield è che avvicinandosi alla cifra tonda le persone siano spinte all’autoriflessione più che in altri compleanni, sentendosi al varco di una soglia che li condurrà in una nuova fase della loro vita. Questo indurrebbe anche alla ricerca di nuove modalità comportamentali e di nuovi significati per la propria esistenza.

Questa ricerca, pubblicata su PNAS – Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, è frutto di sei studi  somministrati a adulti tra i 25 e i 64 anni che hanno preso in considerazione tre macro-aree:

– la ricerca di relazioni extraconiugali;

– il tasso di suicidi;

– l’iniziare a praticare esercizio fisico.

I primi due studi hanno riguardato la somministrazione del World Values Survey, un questionario riguardante i valori morali, a oltre 42000 persone di oltre 100 paesi tra il 2010 e il 2014. In particolare, l’indagine era volta a verificare quanto spesso gli intervistati mettessero in discussione il senso e lo scopo delle loro vite. Coloro che si stavano avvicinando a nuova decade (detti “nine-ender”) sono risultati più propensi a questo tipo di riflessione.

Il terzo studio ha analizzato la relazione tra età e comportamenti negativi, come il tradimento del partner. Il parametro di riferimento è stato la registrazione a un famoso sito di incontri extraconiugali, osservando che il numero di nine-ender era del 20% superiore alla media, con una tendenza al maschile.

La quarta indagine si è focalizzata sui comportamenti suicidari, raccogliendo i dati già catalogati dai centri per il controllo dei suicidi e la prevenzione delle malattie mentali. Qui i nine-ender sono risultati avere un tasso suicidario del 2,4% superiore alla media, collocandosi nella fascia di popolazione più a rischio, a parità di decade. Questo significa, ad esempio, che un ventinovenne era più a rischio rispetto dei ventottenni e ventisettenni.

Le ultime due indagini, infine, hanno approfondito la ricerca di comportamenti positivi come iniziare a praticare regolarmente esercizio fisico. Attingendo al database di un sito dove i podisti caricano i loro tempi nelle gare e i loro progressi negli allenamenti, i ricercatori hanno riscontrato che gli utenti di 29 e 39 anni avevano registrato tempi più competitivi che nei due anni precedenti e successivi. Inoltre, i nine-ender che correvano per la prima volta una maratona avevano una percentuale di successo più altra del 45%, suggerendo una maggior spinta motivazionale in vista della nuova decade.

Nell’insieme, la ricerca indica che l’avvicinarsi una nuova decade della propria vita potrebbe fornire la spinta per rivalutare priorità e comportamenti. Gli autori aggiungono come ciò potrebbe dare una spiegazione anche a spese particolarmente costose, come auto sportive, interventi estetici e grossi investimenti.

 

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Gas esilarante per il trattamento della depressione? – Psichiatria

FLASH NEWS

Presso la Washington University School of Medicine di St. Louis, è stata condotta la prima ricerca in cui pazienti affetti da gravi forme di depressione sono stati sottoposti ad un trattamento nel corso del quale veniva somministrato loro monossido di diazoto, o gas esilarante.

A tale studio hanno preso parte 20 pazienti, che sono risultati essere resistenti al trattamento clinico per la depressione. A ciascuno di essi è stato somministrato, in due differenti sessioni, una miscela di gas costituita per metà da ossigeno e per metà da monossido di diazoto (lo stesso prodotto utilizzato dai dentisti) ed un placebo, costituito da una miscela composta per metà da ossigeno e per metà da azoto (i due gas che si trovano in quantità maggiori nell’aria che respiriamo). Trattandosi di uno studio a doppio cieco, né i soggetti né lo sperimentatore erano a conoscenza dell’ordine con cui i due trattamenti venivano somministrati.

Dopo due ore dalla conclusione di ciascun trattamento ed il giorno successivo allo stesso, veniva valutata la gravità dei sintomi depressivi riferiti dai pazienti. In modo particolare venivano indagati aspetti quali la tristezza, i sentimenti di colpa, i pensieri suicidari, l’ansia e l’insonnia.

I risultati ottenuti dalle valutazioni dei sintomi depressivi il giorno seguente la somministrazione del trattamento con il gas esilarante hanno messo in evidenza come 3 pazienti riferivano una scomparsa quasi completa dei propri sintomi, 7 pazienti riportavano un miglioramento significativo mentre altri 7 riportavano uno scarso miglioramento. Dalle valutazioni ottenute il giorno successivo alla somministrazione del placebo è emerso, invece, che solo 2 pazienti riportavano di sentirsi significativamente meglio in seguito al trattamento, 5 riferivano uno scarso miglioramento dei propri sintomi e 1 paziente riportava un loro peggioramento.

Secondo i ricercatori del dipartimento di anestesiologia e di psichiatria della Washington University School of Medicine e del Taylor Family Istitute for Innovative Psychiatric Research, nonostante gli effetti del trattamento a base di gas esilarante siano stati valutati il giorno stesso e a distanza di sole ventiquattro ore dalla sua somministrazione, il miglioramento dei sintomi riscontrato in due terzi dei pazienti sembra essere incoraggiante circa il successo di questa nuova forma di trattamento. Inoltre, sebbene alcuni pazienti riportino di sentirsi meglio anche dopo aver respirato il placebo, secondo Charles Conway, professore associato di psichiatria e coautore della ricerca, il pattern osservato mostra una maggiore efficacia dell’ossido di diazoto sui sintomi depressivi rispetto al placebo.

Il gas esilarante potrebbe, quindi, costituire un valido strumento nel trattamento dei pazienti che non rispondono alla terapia tradizionale, e che costituiscono circa un terzo dei soggetti affetti da depressione. L’utilizzo di tale gas presenta limitati effetti collaterali, nella maggior parte dei casi nausea e vomito, e viene rapidamente eliminato dal corpo. Sostiene Charles Zorumski

È la rapidità con cui l’ossido di diazoto entra in azione che potrebbe essere particolarmente utile nel trattamento di pazienti con una depressione grave, che possono essere a rischio di suicidio e che necessitano di un rapido aiuto questo tipo di trattamento potrebbe permettere, inoltre, di ridurre i sintomi temporaneamente fino a che i trattamenti tradizionali comincino a fare effetto.

Molti studi sono ancora necessari per capire se l’ossido di diazoto porta gli stessi benefici anche in altri pazienti affetti da depressione. Per questo motivo i ricercatori stanno cercando di verificare se possa esserci una differenza nell’efficacia del gas sui sintomi depressivi a seconda della sua concentrazione.

 

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Adesso gli scienziati lanciano l’allarme sulle conseguenze del multitasking trilla un recente articolo su la Repubblica. Dopo un lungo, colorito esordio arriviamo a un primo fatto: Sandra Bond Chapman, fondatrice del Center for brain health dell’università di Dallas, afferma che il multitasking accresce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. E spiega che il nostro cervello sa far bene una cosa alla volta: i neuroni, se devono sorvegliare molte attività contemporaneamente, non riescono a spartirsi i compiti e li tengono tutti sotto controllo millisecondo per millisecondo, commutando il proprio impegno dall’uno all’altro. Risultato: un superlavoro che produce risultati modesti e imprecisi…

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Tratto da: Internazionale

 

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Psicologia della disobbedienza: Siamo uomini e caporali (2014) – Recensione

Elena Ponzio

In questa prospettiva dis-obbedire è un segno di maturità e umanità che colloca l’individuo in un collettivo umano di persone capaci di sentire e di com-patire al di là dell’esecuzione rigida di compiti e norme o del loro abuso.

Quanto siamo influenzati dal contesto in cui ci troviamo ad operare e quanto siamo disposti ad aderire al nostro ruolo rinunciando a certi aspetti di noi che ci rendono diversi gli uni dagli altri e che fanno sì che ogni nostra decisione e reazione sgorghino  da una valutazione serena e approfondita dei fatti? Quanto insomma siamo Uomini (con la U maiuscola) o caporali?

Un dialogo ricco di verve e di riferimenti attuali tra Totò e temi di psicologia sociale. La “disobbedienza pro-sociale” e  l’”obbedienza responsabile” vengono presentati come valori necessari alla costruzione di una società democratica e di una autonomia personale: prospettiva quanto mai attuale e stimolante ricca di rimandi agli eventi sociali e politici, oltre a quelli personali è più intimi di ciascuno di noi.

In questa prospettiva dis-obbedire è un segno di maturità e umanità che colloca l’individuo in un collettivo umano di persone capaci di sentire e di com-patire al di là dell’esecuzione rigida di compiti e norme o del loro abuso.

E Totò su questo tema aveva riflettuto molto a partire dalla propria esperienza al servizio militare in cui i temi dell’adesione acritica a ruoli autoritari, della prossimità tra individui e della possibilità di una dis-obbedienza costruttiva (che l’autore chiama pro sociale) rappresentarono un ambito di grande impatto per Totò uomo, e di grande ispirazione per Totò attore. Leitmotiv di tutta la filmografia di Totò è il grande interrogativo sulla natura dell’uomo e del caporale: l’uno  o l’altro oppure l’uno e l’altro?

In un excursus esilarante attraverso le sue opere Totò riflette sul tema dell’etica della disobbedienza per raggiungere gradualmente posizioni via via più pessimistiche sulla natura dell’uomo incapace di fatto di liberarsi dal giogo dell’assimilazione alle leggi del potere e del suo esercizio.

Nel libro si dipanano percorsi paralleli tra gli esperimenti di psicologia sociale di Zimbardo e Milgram e i film di Totò, esplorando i concetti di adesione al ruolo, prossimità tra gli individui e obbedienza e disobbedienza all’autorità.

Gli esperimenti di Milgram e Zimbardo mostrano come sia rilevante l’influenza dei fattori ambientali nel determinare certe condotte piuttosto che le caratteristiche personali, tanto che un ex allievo di Zimbardo arriva a proporre la teoria del “cattivo cesto” invece di quella delle “mele marce”. Grave errore sarebbe ritenersi al sicuro, certi delle proprie reazioni in base alle proprie personali caratteristiche e completamente al di fuori del contesto, come se idealmente operassimo in un ambiente rarefatto dove non vi fosse interrelazione tra individui.

Riprendendo le parole dell’autore: “esiste quindi un antidoto all’inerzia sociale, un vaccino contro i pericoli dell’obbedienza cieca, una vitamina per rinforzare la solidarietà degli individui?”

Cianciabella conclude con una nota costruttiva e di speranza, una prospettiva decisamente più ottimista di quella con cui si avvia a fine carriera Totò, indicando una possibile strada nella formazione e nell’educazione capace di avvertire del pericolo, insegnare a riconoscerlo e conseguentemente a proteggersene. “Attraverso la formazione,dice, è possibile rendere le persone consapevoli delle dinamiche psicologiche che stanno alla base delle interazioni umane, delle forme di influenza sociale come l’obbedienza all’autorità e il conformismo.”

E a questo punto si capisce come dagli esperimenti nelle facoltà di psicologia come quelli di Milgram e Zimbardo si giunga finalmente al qui ed ora di ciascuno di noi alle prese con fatti di cronaca ed eventi di vita che spaziano dalle atrocità del carcere di Abu Grahib al bullismo scolastico. Nessuno può essere davvero certo di non avere un po’ del caporale dentro di sè ma possiamo lavorare affinché consapevolezza, solidarietà e responsabilità condivisa ci aiutino a diventare persone migliori.

Un libro avvincente ed interessantissimo per tutti, imperdibile per insegnanti, formatori e autorità.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Cianciabella, S. (2014). Siamo uomini e caporali. Psicologia della disobbedienza. Franco Angeli Editore. ACQUISTA ONLINE

Mal di montagna: il comportamento nello stato di ipossia

Davide Di Vitantonio

Il mondo per come è conosciuto, è costituito da una massa di agenti chimici, biologici e fisici i quali, interagendo con la struttura degli esseri viventi, generano un output di risposte interne, alcune di queste tradotte dalla coscienza sensibile in comportamenti osservabili.

Uno degli agenti che permette alla singola cellula animale di esistere, è rappresentato da un gas: l’Ossigeno. L’intero funzionamento di Homo Sapiens dipende da questo. 

La presenza di un livello ottimale di ossigeno garantisce il normale funzionamento della macchina umana, il mantenimento dell’omeostasi e un adeguato adattamento all’ambiente esterno: quando l’apporto di ossigeno ai tessuti tende a diminuire (ipossia) o ad aumentare drasticamente (iperossia), la gamma di effetti comportamentali osservabili è sorprendente.

Ross A. McFarland (1932,1937,1972) osservò che processi complessi, quali l’elaborazione mentale aritmetica e la capacità di giudizio venivano compromessi durante l’ascesa ad alte quote, ma più in generale lo stato ipossico può manifestarsi con diverse forme di afasia, cecità, ed emiparesi.

Ancora più interessante storicamente, è il caso di un’anormalità di segnale nel globo pallido di un paziente coreano di 49 anni, riscontrata dopo un’ascesa a 4700 metri, associata a cambiamenti di personalità osservati in quel paziente in seguito all’ascesa. 

Al di là delle affascinanti implicazioni di natura più squisitamente filosofica che tali casi comporterebbero (cambiamenti di personalità dovuti a fattori appartenenti all’universo fisico), lo studio dell’ipossia e dello stadio ipossico induce necessariamente a considerare tutti quei casi in cui tale condizione si manifesta senza che l’individuo ascenda a quote particolari, principalmente il processo di invecchiamento e la Sindrome da apnee ostruttive nel sonno (OSAS).

L’invecchiamento porta a un’ipossia naturale (come se con l’età si salisse lentamente verso la cima di una montagna), mentre l’OSAS, dovuta a occlusione intermittente delle vie aeree superiori, provoca un calo significativo della performance diurna del soggetto affetto, includendo l’attività professionale, la sfera emotiva e relazionale, la pianificazione e il raggiungimento di obiettivi.

In un’ottica di psicologia sperimentale, si sente il bisogno di una cornice teorica che affianchi ai paradigmi tradizionali della scienza in questione una conoscenza più vasta, arricchita dall’intreccio di discipline come la fisica e la fisiologia, al fine di affrontare i sempre nuovi scenari che le spedizioni scientifiche e la tecnologia aerospaziale metteranno di fronte alla macchina umana.

 

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