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La qualità del sonno e le cure genitoriali ricevute influenzano le funzioni esecutive nel bambino

FLASH NEWS

Gli autori hanno rilevato che i bambini che hanno ricevuto cure genitoriali  di qualità superiore e che hanno dimostrato un attaccamento più sicuro verso le loro madri hanno raggiunto risultati migliori su alcuni tipi di funzioni esecutive come la memoria di lavoro.

Comprendere lo sviluppo del benessere dei bambini richiede una conoscenza integrata delle relazioni sociali, biologiche e cognitive. Questo è quanto sostengono Annie Bernier i suoi colleghi dell’Università di Montreal riassumendo le ultime scoperte circa la relazione esistente tra la qualità del sonno dei bambini, i rapporti con i loro caregiver e le  funzioni esecutive, un insieme di processi cognitivi di ordine superiore che servono soprattutto all’auto-organizzazione del comportamento e dell’emozione.

La prima infanzia, grazie alla rapida crescita del cervello, rappresenta un periodo particolarmente formativo  nel corso dello sviluppo umano. Infatti, le interazioni con i genitori occupano gran parte della vita di un bambino. Per questo, Bernier e colleghi si sono occupati di studiare il modo in cui le relazioni, tra i bambini piccoli con i propri genitori, possano essere associate a un buono sviluppo esecutivo.

In una serie di studi, gli autori hanno rilevato che i bambini che hanno ricevuto cure genitoriali  di qualità superiore e che hanno dimostrato un attaccamento più sicuro verso le loro madri hanno raggiunto risultati migliori su alcuni tipi di funzioni esecutive come la memoria di lavoro. Inoltre, i bambini che vivevano in famiglie con basso reddito o che presentavano temperamenti difficili hanno mostrato un migliore controllo degli impulsi se avevano ricevuto cure genitoriali di qualità superiore.

Inoltre, le cure genitoriali e la qualità del sonno dei bambini rappresentano un fattore importante per la salute fisica e psicologica, e sembrano anche essere correlati.

Uno studio longitudinale suggerì che la salute mentale delle madri e dei padri e la qualità delle cure parentali erano associati a una qualità del sonno migliore in giovani bambini. In altre ricerche, ancora, è emerso che i bambini che a un anno di età presentano una qualità del sonno migliore mostravano funzioni esecutive migliori durante il corso dello sviluppo.

Quindi, dormire a sufficienza aiuta i bambini ad essere più responsivi verso cure parentali positive, che a loro volta sostengono lo sviluppo sano.

Questi  risultati provengono da studi correlazionali che non hanno permesso di determinare definitivamente nessi causali. Per questo, Bernier e colleghi suggeriscono di condurre nuove ricerche per misurare gli effetti diretti della genitorialità sul funzionamento cognitivo dei bambini attraverso un approccio multidisciplinare.

In sintesi, gli autori  della ricerca, combinando i disegni longitudinali, le diverse misure di osservazione tipiche della psicologia dello sviluppo con tecniche di genotipizzazione e di imaging cerebrale, insieme a interventi genitoriali, auspicano di poter spiegare la complessità delle relazioni, la biologia, e cognizione alla base dello sviluppo del bambino.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Antonio Semerari su Il Delirio di Ivan (2014) – Psicologia & Letteratura

Lo psichiatra e psicoterapeuta Antonio Semerari ha pubblicato nel 2014 il suo saggio: Il Delirio di Ivan.  Il 5 dicembre, in occasione della presentazione del libro a Reggio Calabria, è stato girato questo breve servizio televisivo che vi segnaliamo:

 

Proviamo ad immaginare, in un gioco di finzione, uno dei maggiori romanzieri di tutti i tempi che accompagna dallo psicoterapeuta tre dei suoi figli di penna. Quello che ci verrà consegnato alla fine di questo incontro sarà un libricino candido e minuto, firmato da uno dei maggiori psicoterapeuti italiani, Antonio Semerari, che racchiude un’analisi accurata e illuminante della psicologia (o meglio, della psicopatologia) dei tre pazienti dostoevskijani che si sono succeduti sulla sua poltrona: Dmitrij, Aleksej e Ivan, più famosi e noti come i fratelli Karamazòv.

Il delirio di Ivan è un invito a nozze per gli psicologi che amano la letteratura e uno stimolo intellettuale per i profani che hanno però da sempre amato il talento di Fëdor Dostoevskij nel dare vita a personaggi perfetti e coerenti dal punto di vista psichico, a tal punto da sembrare reali… LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA DEL LIBRO

 

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I fantasmi nella stanza dei bambini: un’eredità transgenerazionale

 

Nei primi mesi di vita e anche nei primi anni, la relazione madre-bambino è il fattore psicologico più facilmente soggetto a un intervento terapeutico e profilattico e quindi merita di essere studiato assiduamente e con una speciale attenzione (Spitz, 1973). 

Nel momento successivo alla nascita il nuovo nato compie il primo tentativo di adattamento ad un ambiente differente e meno protetto sostenuto dalla funzione di caretaker che è parte del patrimonio di tutte le specie. La sua innata predisposizione a stabilire una relazione con chi si occupa di lui è indipendente dal fatto che questo gli fornisca cibo e nutrimento. In questo periodo è il sostegno dato all’Io dall’assistenza materna che permette al piccolo di vivere e di svilupparsi, malgrado egli non sia ancora capace di sentirsi responsabile di ciò che è buono e cattivo nell’ambiente e di controllarlo (Winnicot, 1970) .

Le ricerche condotte in campo psicoanalitico sull’importanza delle relazioni familiari per lo sviluppo dell’individuo hanno indicato la consultazione terapeutica, una prospettiva di salute per l’intero nucleo familiare, favorendo l’abbandono di una consultazione esclusiva sulla prima infanzia. Le finalità principali di un tale impegno erano quelle di promuovere il miglioramento delle competenze genitoriali e le potenzialità di sviluppo del bambino.

Il lavoro pioneristico compiuto della psicoanalista Selma Fraiberg, in questo ambito di studi, costituisce il frutto di anni di esperienza clinica con le famiglie nel portare alla luce remote angosce e la loro influenza sulle relazioni familiari.

I fantasmi di cui l’autrice parla, intrusi del passato che hanno preso la residenza nella stanza dei bambini, costituiscono l’eredità psicologica di una tragedia familiare destinata a ripetersi per generazioni, la cui individuazione, ha aperto la via alla comprensione della ripetizione del passato nel presente. Un’indagine che con accoglienza, attenzione e silenzio concede l’emergere di orrori rimossi che legano genitori, figli e nipoti in una perversa spirale di sofferenza. Un passato di segreti di famiglia, promiscuità, crimine, abbandono, abusi infantili, trascuratezza, disordine e anche psicosi accomunano due donne la sig.ra March e Annie e le relazioni problematiche con il loro figli, Maria e Greg.

Il comportamento dei bambini, giunti molto piccoli in osservazione, a soli rispettivamente cinque e tre mesi era permeato per lo più da una difesa molto forte nei confronti del caregiver, l’evitamento. Pochi o nessuno sguardo, sorrisi o vocalizzi, né tentativi di girare la testa verso la mamma o di cercarla in momenti di angoscia o disagio. Quasi una profonda compromissione del canale uditivo e visivo peggiorato nel caso di Greg anche da denutrizione.

In assenza di modelli di trattamento a disposizione, l’impresa compiuta dalla Fraiberg e dai suoi collaboratori è stata quella di sviluppare un programma per la salute mentale infantile introducendo via via metodi nel corso dell’attività clinica. L’utilizzo del transfert, la ripetizione del passato nel presente e l’interpretazione erano al centro della psicoterapia psicoanalitica utilizzata, accompagnata da osservazioni dello sviluppo del bambino e della responsività del comportamento materno.

La risposta al quesito clinico che coinvolge le madri in una abnorme difficoltà di ascolto delle grida strazianti degli infanti proviene dalla storia degli stessi dei genitori, affollata di fantasmi.

L’individuo singolarmente preso non utilizza tutti i possibili meccanismi di difesa, ma si limita a selezionarne alcuni, questi però si fissano nel suo Io, diventano modalità abituali di reazione del suo carattere che si ripetono nel corso dell’intera esistenza ogniqualvolta, si presenta una situazione analoga a quella originaria (Freud, 1937).

La signora March era stata a sua volta una bambina abbandonata da una madre che aveva sofferto di psicosi post-partum, cresciuta prima da una zia ed in seguito dalla nonna in una situazione di povertà e promiscuità. Si tratta di una madre le cui grida non sono state sentite, il cui dolore insopportabile è stato tagliato fuori, lasciando spazio ad uno sguardo vuoto e senza speranza, proprio quello che traspariva dagli occhi dalla piccola Marie. La rivelazione dei vecchi sentimenti di bambina era sopraggiunta grazie al lavoro terapeutico, così come il sollievo di poter piangere e sentire il conforto e la comprensione del suo terapeuta. L’ascolto delle grida della madre aveva permesso l’ascolto di quelle del suo bambino innescando una serie di cambiamenti positivi nella relazione diadica con scambi di tenerezze e attenzioni.

Il passato di sofferenze di Annie, una mamma adolescente che alterna accessi di rabbia a umore estremamente depresso aveva ugualmente compromesso la capacità di prendersi cura del suo bambino Greg. Annie era stata abbandonata dalla madre e picchiata per banali disobbedienze dal suo patrigno alcolizzato. Un’intensa paura che impulsi sadici e distruttivi potessero condurla a picchiare e uccidere il suo bambino, proprio come faceva il suo patrigno con lei, la costringeva a evitare il contatto con il piccolo. Anche in questo caso la vicinanza consapevole con vissuti emotivi di rabbia, paura, tristezza e abbandono, le ha consentito di separarsi della dall’identificazione con l’aggressore in atto, in favore di un avvicinamento al figlio. I progressi compiuti hanno permesso di sradicare prima l’evitamento, poi uno strano sorriso che il bambino mostrava ai suoi comportamenti aggressivi, gli stessi che lei aveva usato per tollerare affetti dolorosi.

Un esame profondo delle dinamiche relazionali disfunzionali, l’attribuzione di un significato a comportamenti distruttivi o scarsamente responsivi, sentire le proprie emozioni, può rappresentare un dispositivo di prima scelta delle nuove generazioni di genitori. Accogliere la nascita di un bambino concretamente comporta il riesame del proprio mondo interiore, delle figure, delle relazioni, delle emozioni, delle esperienze che l’hanno definito e l’elaborazione di antiche sofferenze in modo da aprirsi a questo passaggio con piena maturità.

Diventare genitore diviene così un compito complesso da gestire, in cui si palesano aspetti concreti e fantasmatici trasmessi dal genitore al figlio e in cui è indispensabile raggiungere la guarigione del caregiver per il funzionamento ottimale dell’intero nucleo familiare.

 

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Lo humour è una specie di ginnastica, un modo per mantenere attivo il cervello e per aumentare la flessibilità mentale

Il twist e il cervello Consigliato dalla Redazione

Lo humour non è solo ridere: è uno strano cocktail in cui si mescolano – in proporzioni variabili e in una visione del mondo nuova perché stralunata – sorpresa, tenerezza, bonarietà, empatia, indulgenza, candore, massimi sistemi ed eventi minimi, consistenza e leggerezza. (…)

Tratto da: Internazionale

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Stress lavoro-correlato nei knowledge workers

 

L’obiettivo principale di questo articolo consiste nell’ individuazione delle opzioni organizzative in grado di prevenire lo stress legato alle organizzazioni ad alta intensità di conoscenza.

Introduzione

Nel contesto lavorativo contemporaneo, continuamente soggetto a modificazioni e caratterizzato da importanti processi quali la globalizzazione, la mobilità, la precarietà e la flessibilità occupazionale, la psicologia del lavoro e delle organizzazioni gioca un ruolo cruciale nella progettazione di interventi mirati alla promozione della salute e del benessere dei lavoratori. Tra i rischi psicosociali che scaturiscono dal panorama appena accennato, lo Stress Lavoro-Correlato (SLC) costituisce una delle maggiori conseguenze da prendere in considerazione. Nonostante esso riguardi tutte le tipologie di lavoro, indipendentemente «dalla dimensione dell’azienda, dal campo di attività, dal tipo di contratto o di rapporto di lavoro» (Accordo europeo sullo stress sul lavoro, 2004), pochi sono stati gli studi che si sono focalizzati sulla manifestazione di questo fenomeno nei cosiddetti knowledge workers.
Comunemente tradotta in lingua italiana come «lavoratori della conoscenza», la suddetta espressione indica quella categoria di ruoli professionali che non producono beni o oggetti, ma informazioni. Tale categoria comprende professioni collegate con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i consulenti, i docenti, gli avvocati, gli scienziati, in genere ruoli che in un determinato contesto operano e comunicano principalmente con la conoscenza.
L’obiettivo principale di questo articolo consiste nell’individuazione delle opzioni organizzative in grado di prevenire lo stress legato alle organizzazioni ad alta intensità di conoscenza. Si tratterà delle organizzazioni che Alvesson (1995, citato da Ipsen & Jensen, 2012) ha definito di conoscenza “pura”, ossia in cui gli individui stessi rappresentano i fruitori e i promotori della stessa (università, studi legali, società di consulenza ecc.).

1. Le caratteristiche del lavoro della conoscenza

Dato che la letteratura non è molto ricca sull’argomento, innanzitutto occorre inquadrare le caratteristiche dell’ambiente psicosociale delle organizzazioni in questione. Il lavoro di Ipsen e Jensen (2012) fornisce un prezioso contributo sulla determinazione di informazioni sul lavoro della conoscenza. Nonostante il loro studio sia mirato unicamente ad aziende di consulenza, può essere considerato come un interessante punto di partenza per studi futuri su questo campo. Attraverso interviste semi-strutturate e aperte è emerso che i lavoratori della conoscenza lavorano autonomamente, ma al contempo cooperano con i clienti e i colleghi per risolvere compiti specifici, al fine di sviluppare prodotti della conoscenza nuovi e accettabili. La stretta interazione con gli altri costituisce continuamente compiti nuovi, unici e complessi per affrontare e fornire nuove soluzioni. La conoscenza di ognuno è a disposizione di tutti, nel senso che ognuno condivide volentieri il proprio sapere con altri.
In altre parole, un’organizzazione ad alta intensità di conoscenza, fa affidamento sul capitale intellettuale al fine di soddisfare le richieste dei clienti e del mercato. Per questo motivo tali organizzazioni reclutano individui altamente competenti e il fattore umano rappresenta l’elemento centrale. In pratica la conoscenza è frutto di collaborazioni fra i lavoratori, di condivisione di saperi, di esperienze, di consigli, di rielaborazioni, di soluzioni, e il prodotto è rappresentato dalla professionalità di ogni individuo che partecipa al progetto o al task assegnato.

2. Lo stress lavoro-correlato nel lavoro della conoscenza

Una volta delineato un panorama generale dell’ambiente che caratterizza le organizzazioni ad alta intensità di conoscenza, bisognerebbe individuare le cause organizzative dei problemi di stress lavoro-correlato. In linea generale, l’ISPESL (2010), nel manuale in cui suggerisce una proposta metodologica sulla valutazione dello stress lavoro-correlato, fornisce una descrizione dettagliata delle caratteristiche del lavoro e delle condizioni che possono condurle a rappresentare dei fattori di rischio psicosociali per l’individuo e le organizzazioni stesse. I fattori stressogeni sono stati divisi in due grandi categorie: quelli relativi al contesto lavorativo (la cultura organizzativa, il ruolo nell’organizzazione, lo sviluppo di carriera, l’autonomia decisionale/controllo, le relazioni interpersonali e l’interfaccia famiglia/lavoro) e quelli relativi al contenuto del lavoro (ambiente di lavoro e attrezzature, pianificazione dei compiti, carico/ritmi di lavoro e orario di lavoro). Facendo riferimento alle suddette indicazioni, si possono confrontare i dati raccolti da Ipsen e Jensen (2012) con i fattori stressogeni:

Cultura organizzativa: è emerso che le pratiche aziendali relative alla gestione del disagio psicosociale sono pressoché assenti; i lavoratori gestiscono le loro situazioni problematiche attuando strategie di coping personali; in altre parole, essi risolvono i propri problemi nel modo che ritengono migliore, concedendosi qualche giorno di assenza, decidendo di lavorare più lentamente o velocemente, o confidandosi con i colleghi. L’imprevedibilità dei compiti e dei clienti, che inizialmente è stata ritenuta un grande incentivo, al tempo stesso è stata considerata causa di stress, in quanto aveva un effetto sulle prestazioni personali e sullo stipendio.
Ruolo nell’organizzazione: l’organizzazione è caratterizzata da un decentramento incorporato in una organizzazione a matrice. La vasta rete prevede un mercato interno e informale per lo scambio di competenze personali, in cui i dipendenti possono partecipare a vari progetti; mantenere questa rete costituisce così una parte centrale del lavoro.
Sviluppo di carriera: dall’ analisi è emerso inoltre che gli incentivi materiali (come il salario o i bonus) giocano un ruolo minore. Maggior importanza viene attribuita agli incentivi culturali (i valori, il prestigio o la reputazione). Nonostante la volontà di condividere la conoscenza e il riconoscimento della sua posizione centrale, i tipici sistemi di ricompensa hanno un focus esplicito sulla performance del singolo in termini di vendite e ore di produzione. Attività e processi interni, come la condivisione della conoscenza e lo sviluppo di nuovi concetti, non sono ricompensati con incentivi materiali, e lo stipendio di un individuo è legato al livello del task assegnato.
Autonomia decisionale/controllo: molto spesso i lavoratori sono tenuti a cercare autonomamente le informazioni necessarie e più adeguate. Pertanto, i dipendenti hanno un interesse comune a un pool di conoscenze che è a disposizione di tutti in caso di necessità. È stato anche chiarito che la conoscenza è condivisa volentieri e direttamente.
Relazioni interpersonali sul lavoro: la maggior parte delle volte non si tratta di un lavoro individuale, ma di un lavoro in team, in cui ogni individuo, direttamente o meno, contribuisce alla creazione del prodotto (la conoscenza) ovvero è parte del prodotto. Già in quest’ottica si potrebbero ipotizzare eventuali situazioni tipicamente stressogene, se ripetute costantemente. Per esempio, la psicologia sociale, per via dei suoi innumerevoli studi sulle dinamiche di gruppo, potrebbe fornire informazioni importanti riguardo alle potenziali situazioni di conflitto all’interno di un team di lavoro. È alta la probabilità di nascita di conflitti legati alle differenziazioni di ruolo, a diverse categorie di pensiero dei vari membri sullo stesso costrutto, alle modalità di comunicazione, alle attitudini o alla personalità dei membri.
Interfaccia famiglia lavoro: la maggior parte delle organizzazioni in questione forniscono vari servizi per i dipendenti: centri diurni per i bambini, mense, club, bar aziendali ecc. Vi è quindi la possibilità di effettuare una pausa pasto in luoghi adeguati, vi è un orario flessibile e la possibilità di svolgere un lavoro part-time verticale o orizzontale.
Ambiente di lavoro/attrezzature: in quanto alle condizioni fisiche del lavoro, o alla manutenzione e alla riparazione delle strutture, non sono state fatte domande, in quanto è stata prestata più attenzione al fattore umano.
Pianificazione dei compiti: in linea generale, i lavoratori intervistati credono di dover migliorare la loro capacità personale di pianificare il loro lavoro al fine di guadagnare più tempo, il che porterebbe ad una maggiore soddisfazione sul lavoro e a soluzioni migliori. In altre parole, hanno ritenuto che sarebbe stata colpa loro se si fossero verificati eventuali problemi; vi è la credenza generale che i problemi siano causati dal singolo individuo.
Carico/ritmi di lavoro/ orari di lavoro: in primo luogo, gli intervistati ritengono che la quantità di incarichi non corrisponde con le risorse disponibili, in termini di denaro e di tempo. È stato espresso inoltre che non ci sono mai due incarichi o due giorni lavorativi uguali, non ci sono routine, ognuno è libero di lavorare ovunque (in casa, in sede, o presso i clienti), utilizzando qualsiasi metodo che ritiene opportuno secondo una scelta personale. Alcune interviste hanno dimostrato che i lavoratori ritengono il proprio lavoro stimolante e interessante, ma che può rivelarsi anche frustrante, poiché bisogna ad esempio mantenersi sempre aggiornati professionalmente.

Utilizzando lo Star Model di J. Galbraith (2002), Ipsen e Jensen (2012) hanno dimostrato che le condizioni organizzative, quali i sistemi di ricompensa, la strategia, la struttura e il flusso di informazioni hanno un’influenza sul flusso di conoscenze e le prestazioni di lavoro. I lavoratori intervistati hanno avvertito che l’essere abbandonati a loro stessi nel cercare le informazioni necessarie per svolgere al meglio il task assegnato, costituisce a volte una perdita di tempo e, qualora fallissero, il loro orgoglio professionale risulterebbe ferito. Gli intervistati hanno sottolineato ad esempio che la mancanza di accesso a nuove conoscenze provoca frustrazione, stress, e ripetizione di errori, anche perché non sempre è così facile confrontarsi con i colleghi. Un altro elemento importante è la mancanza di strutture di supporto che potrebbero prevenire vari problemi. Gli unici supporti presenti sono informali, focalizzati sull’aumento delle performance del singolo.

3. Alcuni suggerimenti per prevenire lo stress lavoro-correlato

Alla luce dei dati raccolti sui fattori organizzativi, si potrebbero avanzare dei suggerimenti utili per prevenire lo stress lavoro-correlato nei lavoratori della conoscenza.
Le aziende di consulenza prese in esame da Ipsen e Jensen (2012) si comportano come la maggior parte delle aziende, concentrandosi sull’individuo piuttosto che sulle variabili organizzative, attribuendo la “colpa” al singolo lavoratore e accantonando le responsabilità dell’organizzazione. Le ragioni di questa prospettiva sono molteplici, ma nella maggior parte dei casi si riconducono alla credenza, da parte della direzione, che i problemi di stress da lavoro siano causati dai lavoratori stessi e dalla loro incapacità di far fronte alle richieste di lavoro a cui sono soggetti. Per giunta, le organizzazioni reputano difficoltoso o, addirittura, controproducente, attuare dei cambiamenti, anche macroscopici, per gestire il problema in questione.

Come accennato in precedenza è emerso che le aziende in questione, in un certo senso, effettuano interventi di sostegno pressoché individuale, mirati soprattutto all’aumento delle capacità di coping dei lavoratori, ma si potrebbero integrare dei corsi di training, come quelli proposti da Murphy (2003, citato da Chandola, 2010), orientati al rilassamento, che si concentrerebbero sulla respirazione e sul calmare l’attività dei muscoli per scaricare la tensione; si potrebbero attuare dei programmi di intervento che si basano sull’aumento della capacità di gestione del tempo e di controllo della rabbia. Infine, sarebbe consigliabile l’implementazione di programmi che comprendono il trattamento terapeutico da uno specialista qualora necessario, o di semplice consulenza.
L’approccio individuale possiede il principale vantaggio della brevità nei tempi di esecuzione, che non comporta un’interruzione nella routine di lavoro, e si adatta facilmente alle esigenze dei singoli. Fra gli svantaggi, però, quello principale è rappresentato dall’impossibilità di agire sulle fonti stressogene.
Seguendo un approccio centrato sull’organizzazione e non sul singolo lavoratore, nelle organizzazioni ad alta intensità di conoscenza si potrebbe implementare un sistema che renda le attività meno frammentate e che gestisca la circolazione delle informazioni e/o che generi delle prescrizioni chiare e coerenti per facilitare i compiti dei lavoratori della conoscenza (evitando magari il sovraccarico o il sottocarico di lavoro). Sarebbe opportuno creare delle “squadre di azione” finalizzate all’individuazione dei problemi e alla loro soluzione, puntare al collettivo, cioè al gruppo di lavoro e agli aspetti collettivi; in questo modo si regola il carico di lavoro e si aiuta ciascuno a costruire la propria identità professionale. Lo studio inoltre dimostra che sia i dipendenti sia i manager sono consapevoli dei problemi del loro lavoro, e hanno anche un’idea delle loro cause e di possibili soluzioni. L’elemento paradossale è che queste opinioni relative ai problemi non sono condivise, perciò sarebbe possibile progettare dei nuovi modi di gestione del lavoro della conoscenza, in cui il fattore umano sarebbe integrato nel disegno organizzativo. Non si verificano mai delle occasioni di confronto fra lavoratori che occupano una posizione manageriale e i dipendenti, in cui si parli per esempio dei fattori che influenzano la qualità e l’efficienza del loro lavoro; perciò sarebbe auspicabile che venissero sviluppate regolarmente delle riunioni centrate su questo tema.

4. Conclusione

Nonostante la ricerca di Ipsen e Jensen (2012) presenti diversi limiti (il campione ridotto, o l’analisi effettuata in un contesto ristretto e specifico), il loro scopo consisteva semplicemente nel dimostrare quanto fosse importante il fenomeno dello stress lavoro-correlato nei lavoratori della conoscenza, dato che la maggior parte degli studi sono stati effettuati in altri ambienti (ad esempio nelle industrie). Sarebbe molto interessante prendere in esame, per esempio, altre imprese che si basano sul lavoro della conoscenza, anche se quest’ultima risulta essere “materializzata” in determinate tecnologie (per esempio nelle aziende high-tech o di biotecnologie). Bisogna sottolineare anche che lo studio in questione si è basato su aziende di una determinata area geografica, sarebbe necessaria una ricerca che prenda in considerazione un campione di aziende molto più ampio.
Alla luce di tutto ciò è evidente che la progettazione di interventi preventivi e correttivi del fenomeno SLC rappresenti un campo d’azione per la psicologia del lavoro e delle organizzazioni. La scarsità di studi sull’ambiente relativo ai lavori della conoscenza è un’opportunità da cogliere al volo per fornire nuove ricerche e analisi sulla manifestazione del fenomeno in questione.

 

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Mindfulness come strumento di prevenzione e gestione dello stress lavoro-correlato

BIBLIOGRAFIA:

Genitori antisociali? Conseguenze sullo sviluppo cognitivo dei figli

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I dati raccolti su un campione di un milione di uomini svedesi, mostrano chiaramente l’esistenza di una relazione tra i comportamenti criminali di alcuni uomini e le capacità cognitive dei loro figli.

Come afferma la ricercatrice Antii Latyala, che lavora presso il Karolinka Institute in Svezia e presso l’University of Helsinki in Finlandia, “tali scoperte sono interessanti, dal momento che le abilità cognitive sono il più importante predittore di molti fondamentali esiti della vita, inclusa la salute e le condizioni socioeconomiche”.

Le ricerche in cui, in passato, sono state studiate generazioni di famiglie, suggeriscono tale tipo di relazione diretta: maggiore è la tendenza di un padre a mettere in atto comportamenti anti-sociali (trasgressione di regole, comportamenti aggressivi e/o violenti), maggiore è la probabilità che lo sviluppo dei loro figli abbia esiti negativi, come ad esempio disturbi psichiatrici, uso di sostanze e scarso rendimento scolastico. Questi studi hanno altresì dimostrato che le persone aventi maggiore tendenza alla messa in atto di comportamenti antisociali, sono anche quelle con capacità cognitive più scarse.

Latyala e colleghi erano interessati a combinare questi due elementi, indagando specificatamente il modo in cui i comportamenti antisociali dei genitori influenzano gli esiti cognitivi dei loro figli. I ricercatori si sono serviti dei numerosi dati esistenti sui cittadini svedesi, compresi dati sulle abilità cognitive raccolti nel contesto della leva militare obbligatoria e dati sui comportamenti anti-sociali (definiti, in questo caso, in termini di condanne penali) raccolti nei registri legali nazionali.

Analizzando i dati di oltre un milione di uomini, Latyala e i suoi collaboratori hanno scoperto che i soggetti i cui padri hanno avuto condanne criminali, mostrano minori abilità cognitive rispetto agli individui i cui padri non hanno una storia di tale genere. E questa associazione sembra strettamente influenzata dalla gravità degli atti criminali commessi dai padri. In altre parole, maggiore è la gravità del comportamento del padre, più scarsi sono gli esiti cognitivi dei loro figli.

Tuttavia, la questione che i ricercatori vogliono indagare è ben più sottile. Ad essi infatti interessa scoprire se tale associazione sia diretta oppure mediata da altri fattori, come ad esempio le componenti genetiche. Per fare ciò, essi confrontano la relazione tra storia criminale del padre e abilità cognitive dei figli con quella dei cugini i cui padri abbiano diverse relazioni tra di loro.

In particolare, gli autori prendono in esame l’associazione tra cugini i cui padri siano fratellastri (ovvero condividono il 25% del loro patrimonio genetico), oppure fratelli o fratelli-gemelli (50% dei geni in comune), oppure gemelli omozigoti (ovvero condividono il 100% del loro patrimonio genetico).

Se i comportamenti anti-sociali dei padri sono direttamente causa delle scarse abilità cognitive dei figli, tale associazione dovrebbe rimanere ugualmente forte tra le diverse relazioni genetiche. I dati, però, dimostrano tutt’altro: quando i ricercatori prendono in considerazione il patrimonio genetico, l’associazione tra i comportamenti criminali del padre e gli esiti cognitivi dei figli sembra diminuire.

“I nostri risultati indicano che, nonostante le difficoltà associate ai comportamenti antisociali del proprio padre, è improbabile che tale atteggiamento influenzi direttamente lo sviluppo delle abilità cognitive dei figli nella loro infanzia. Piuttosto, i dati evidenziano come sia da prendere in considerazione la componente genetica in quanto fattore di rischio”, concludono i ricercatori.

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Naturalmente infertile: storie di strade e di sogni – Recensione

Leggere questo libro significherebbe non sentirsi sole, significherebbe rispecchiarsi nelle parole di altre donne e sentirsi supportate. Per chi è fermo a quello Stop, “Naturalmente infertile” e Strada per un sogno potrebbero dare più sicurezza e più determinatezza nel riprendere la marcia.

[blockquote style=”1″]Quella porta, di quell’ospedale milanese, quella mattina mi ha cambiato la vita. Sentivo che la mia strada sarebbe stata lunga, tortuosa e complessa, ma come tutti speravo di uscire da quella porta e di chiudermela alle spalle velocemente. Velocemente… Ecco è proprio la fretta di riuscire a ottenere una gravidanza che sconvolge la vita. La normalità si spacca in mille pezzi.[/blockquote]

Queste sono le parole di una delle protagoniste del libro “Naturalmente infertile”. Un libro che parla alle donne e alle coppie, quelle donne e quelle coppie che nei propri progetti di vita hanno dovuto fermarsi un attimo, raccogliere le proprie forze e ripartire più determinate di prima. 

Il libro, scritto da Stefania di Tusco e Luisa Musto infatti, racconta le storie di donne e di coppie che, per diversi motivi, hanno incontrato un ostacolo nel loro cammino: il non poter avere figli. Tra le righe si legge del dolore, della sofferenza e dei sensi di colpa che caratterizzano questo duro confronto con la realtà. Tuttavia queste coppie hanno in comune un altro particolare: la scoperta della PMA (Procreazione Medicalmente Assistita).

 

I diversi cammini di vita ripartono da qui: da una speranza, dalla voglia di sentirsi e credersi di nuovo genitori.

Le voci dei protagonisti di questo libro danno luce a diverse storie: matrimoni felici, malattie, separazioni e riconciliazioni, in cui l’ unica costante è il voler avere un figlio. Le loro storie non si fermano col libro: le protagoniste e altre donne ancora hanno condiviso e condividono i loro vissuti su un forum, Strada per un sogno, punto di incontro per chi ha intrapreso già, o intende farlo, la strada della PMA.

Incuriosita, mi sono dedicata all’esplorazione del forum, diverse le discussioni aperte: dal parere degli esperti, alle opinioni di chi a quegli esperti si è rivolto; dalle mamme grazie all’eterologa, alle gioie della gravidanza, e così via, con discussioni anche sul tema di affido e adozione. Già, perchè non sempre la PMA porta ai risultati tanto desiderati ma, come si legge anche nelle storie del libro, il desiderio di amare un piccolo può andare oltre e, attraverso un cambio di rotta, si possono iniziare pratiche di adozione o affido.

Consiglio la lettura del libro, oltre che agli operatori (quale modo migliore di conoscere un vissuto se non attraverso un racconto in prima persona del protagonista?), soprattutto alle coppie e alle donne che credono di aver trovato un segnale di Stop alla propria genitorialità. Dopo uno Stop, con calma, si può sempre ripartire. 

Leggere questo libro significherebbe non sentirsi sole, significherebbe rispecchiarsi nelle parole di altre donne e sentirsi supportate. Per chi è fermo a quello Stop, “Naturalmente infertile” e Strada per un sogno potrebbero dare più sicurezza e più determinatezza nel riprendere la marcia.

Buona lettura!

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Tosca, S., & Musto, L. (2014). Naturalmente infertile. Storie di strade e di sogni. Graphe Edizioni

Cosima, una storia di abusi familiari e deliri erotomanici – Centro di Igiene Mentale- Cim n. 19 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

CIM – CENTRO DI IGIENE MENTALE #19

Cosima

 

Cosima Cencelli, 45 anni, ha iniziato la parte della vita in cui si rimpiange come si era, gli amori avuti, le occasioni sfiorate. Le donne si accorgono d’un tratto di essere diventate invisibili e gli sguardi dei maschi, un tempo insistenti e fastidiosi, le trascurano per ragazzine che potrebbero essergli figlie.

Cosima di rimpianti ne ha pochi, è sempre stata una bambina, ragazza e donna brutta. Bassa un metro e cinquantacinque, capelli radi tinti di un nero corvino innaturale che lasciano intravedere il cranio. Occhi grigi puntiformi da topo, unico punto di interesse in un viso gonfio come di chi appena svegliato, per il fortissimo strabismo convergente che a momenti, senza un apparente motivo come la gobba di Igor in Frankestein junior, diventa con uno scatto improvvisamente divergente e parlandone non si sa mai dove fissarla.

Cosima Cencelli si rivolge al CIM come terza scelta dopo il suo parroco Don Felice Benetton e l’accogliente vescovo di Vontano che riesce nella manovra di dirottamento. E’ stanca di aspettare e sente che perderà la pazienza. Qualcuno deve pur darle una risposta, sente che il tempo della sua vita stringe e le promesse non possono tardare a realizzarsi anche se il ricordo della biblica Sara la consola. Il fatto che sia Giovanni Brugnoli a farle il primo colloquio è frutto del caso e della sua disponibilità a coprire i turni scoperti. Per Cosima invece sarà un evidente segno del destino che aveva predisposto quell’incontro da quando lei a sette anni si dedicò al Signore. Come spiegare altrimenti che quel lontano giorno di 35 anni fa e l’incontro con Giovanni fossero un sabato 6 seppur di mesi diversi? Questi pensieri Cosima li tenne per sé e Giovanni ne venne a conoscenza solo molti mesi dopo leggendo la memoria difensiva che lei stessa (era avvocato) aveva preparato per il GIP di Vontano che doveva decidere sull’eventuale rinvio a giudizio per stalking e molestie sessuali. Gli assistenti sociali facevano il primo colloquio per raccogliere informazioni a 360°. Poi in base a quanto emerso si decideva in riunione d’equipe l’assegnazione del caso al professionista più idoneo a seconda del problema presentato.

Con la stilografica che Biagioli gli aveva regalato da poco per il suo compleanno, Brugnoli si accinse a compilare la scheda di accoglienza. Gli invii del vescovo erano sempre situazioni impegnative. Ciò suscitava un interesse di Brugnoli di forza uguale e contraria alla sgradevolezza estetica che lo spingeva a mantenere le distanze. Si aggiunga che, cosa rara per le brutte che in genere compensano con la simpatia, Cosima era anche antipatica, arrogante e pretenziosa di risarcimento come una principessa decaduta che ce l’ha col mondo per le sue disgrazie. Insomma da fuggire a gambe levate e infatti così dovevano aver sempre fatto tutti. Impossessatasi della stilografica di cui diceva di essere amante come di tutte le cose antiche l’aprì per vedere le cartucce ed una pozza di inchiostro nero si allargò sulla scrivania innescando un profluvio di scuse e tentativi di rimediare peggiori del male. Cosima disse che per farsi perdonare gliene avrebbe regalata una più bella. Qui lo sventurato sorrise con quella dolcezza da bambino smarrito che era l’arma migliore della sua seduttività. Cosima era la quinta figlia di un ricchissimo penalista di Reggio Calabria che aveva sposato la marchesa Dellipaoli di Capo Rizzuto per nobilitare i soldi fatti assistendo delinquenti e ndranghetisti. La madre, pia donna ubbidientemente contraria agli anticoncezionali, risolse il problema con una emorragia interna che se la portò mentre metteva al mondo quella orribile creatura che era sin da subito Cosima. I due fratelli più grandi avevano quasi venti anni più di lei e vivevano al nord. Il terzo fratello di sei anni più grande prima di raggiungere i due più grandi si era premurato di iniziare al sesso le due sorelline Cosima all’età di 7 anni e Maria, più grande di dodici. Le due sorelle si serrarono a difesa da un mondo pericoloso. Il padre vedovo sempre fuori per lavoro aveva per loro delle attenzioni improprie. Maria era ancora a scuola mentre Cosima, già tornata, sentì distintamente i tre colpi ravvicinati e dopo alcuni secondi di silenzio l’ultimo pietoso alla fronte. Non ebbe neppure bisogno di affacciarsi nel cortile per capire. Lo scalpicciare affannato della portiera sulle scale ed il suo grasso abbraccio a pararle la vista furono il modo in cui venne a sapere di essere diventata orfana.

A Maria non capitava ma per Cosima fu una realtà palpabile sin dalla domenica successiva ai maestosi funerali dove il parroco ricordò alle due bambine che ora la mamma ed il papà stavano alla destra e alla sinistra di Gesù per guidare le loro vite. Un uomo biondo bellissimo che diceva di essere l’arcangelo Gabriele inviato da Dio si sedette sul bordo del suo letto e le promise che se si fosse mantenuta pura fino a 33 anni come gli anni di Cristo, non concedendosi a nessun ragazzo ciò avrebbe dato la forza a Dio di distruggere la ndrangheta e allora il padreterno le avrebbe fatto incontrare l’uomo della sua vita. Maria era l’unica confidente di Cosima e le consigliò di rivolgersi al parroco. L’anziano padre Carmelo fu dilaniato dal dubbio. Da un lato l’opportunità di un rilancio turistico del paese sull’esempio di Lourdes o Medjugorje, sebbene un arcangelo ancorchè biondo tiri meno di una madonna piangente azzurro vestita. Dall’altro non gli sembrava buona cosa per la sua vecchiaia l’annuncio della distruzione della ndrangheta. Da allora il segreto rimase chiuso nel suo cuore e si avviò sulla sua strada di castità aiutata in ciò dall’aspetto che con l’adolescenza diventava, se possibile, ancor più sgradevole.

Giunta a 13 anni consultandosi con Maria decise che il voto prevedeva l’assenza di contatti sessuali con gli uomini reali. Si dedicò con passione allo sviluppo di fantasie sessualmente megalomaniche cui associò presto una masturbazione compulsiva che impediva ogni altra attività. Vivevano grazie alle abbondanti rendite della famiglia materna gestite da un fratello della madre avvocato che la prese nel suo studio. Da allora la chiamavano e sosteneva di essere avvocato ( se incalzata diceva avvocato difensore di tutti gli uomini al cospetto di Dio) ma non prese mai alcuna laurea. La casa con la vecchia portiera che faceva la domestica, sei ore al giorno allo studio dello zio, fantasie ed orgasmi ripetuti dal dopo cena alle prime luci dell’alba. Così Cosima arrivò senza accorgersene a trent’anni. Avvicinandosi la scadenza del voto, convinta che il Signore doveva aver iniziato a prepararle il predestinato, iniziò a guardarsi intorno. Non poteva che essere lui. Lo aveva sempre immaginato così con l’aspetto di Antonio Banderas ma più dolce e comprensivo. E tale era il nuovo parroco sudamericano che aveva sostituito don Carmelo che aveva concluso serenamente la sua vecchiaia senza inciampi con la ndrangheta. Quando leggeva le letture si rivolgeva chiaramente a lei e tutti quei riferimenti ad Israele come sposa illibata del Signore erano inequivocabili. Così come a lei anche a lui il Signore chiedeva un sacrificio per potersi unire al suo dono: avrebbe dovuto rinunciare al sacerdozio.

Quando padre Manel prima con garbo e poi con sempre più fermezza all’aumentare delle insistenze e degli agguati della donna le disse che si era sbagliata e avrebbe fatto bene a curarsi, il mondo le crollò addosso. Entrata una sera in chiesa poco prima della chiusura in preda ad una crisi pantoplatica devastò gli altari minori, sparse a terra le ostie del tabernacolo. Roteando le stampelle degli ex voto ribaltò i portacandele e per poco non provocò l’incendio delle panche. Il primo trattamento sanitario obbligatorio avvenne in questa occasione. Durante il ricovero Cosima era inizialmente adirata con il Signore ma poi capì che aveva avuto poca fede. Evidentemente aveva preparato per lei un uomo molto migliore e non un vile indeciso come Don Manuel. E non era neppure un caso che l’avesse condotta lì. Manuel era solo l’annunciatore come Giovanni Battista rispetto a Gesù. Anche il fatto che la ndrangheta non fosse stata ancora distrutta era la prova che il tempo non era compiuto. Fu certa che il vero sposo per lei fosse il primario dottor Giannetti, moro, barbuto e fumatore di pipa come piaceva a lei. Provò a scivolare nel suo letto una notte in cui era di guardia. Si narra che quella fu l’unica volta che Giannetti rifiutò una donna. L’esagerata bruttezza fu certamente di aiuto ma ancor più il senso di pericolo che da provetto psichiatra intuì nelle advance di quella donna. Durante il ricovero, saputo che Cosima era ancora vergine, fu richiesta una consulenza ginecologica che, nonostante una rispettosa attenzione all’ispessito e intatto imene, segnalò la presenza di numerosi segni di lesioni vulvari pregresse. Da questo episodio si sviluppo un delirio bizzarro. Il signore temendo una sua diminuita fertilità con l’avanzare degli anni aveva fatto prelevare numerosi ovociti che poi aveva sparso negli uteri di donne insignificanti. Fermava bambini per strada, li carezzava, gli regalava dei dolci, a volte tentava di sottrarli alle madri per prenderli in braccio, convinta fossero suoi figli. Una frattura scomposta del setto nasale le indusse una maggiore prudenza nell’operazione di recupero figli.

L’arcangelo Gabriele che dopo la devastazione della chiesa si era astenuto per un po’ tornò a visitarla. Il tempo stava davvero per compiersi e il ritardo era dovuto alle lungaggini delle pratiche in paradiso molto simili a quelle terrestri. Passati i 40 anni la rabbia di Cosima cresceva sempre più. Ogni rifiuto comportava una reazione violenta e divenne una abituale frequentatrice di commissariati e pronti soccorsi psichiatrici dove veniva genericamente chiamata “Cosima l’erotomane” rappresentando una vera e propria croce per medici, infermieri e poliziotti che si prendevano in giro attribuendosela come fidanzata. Bersaglio delle sue attenzioni erano soprattutto uomini famosi del mondo delle arti, scrittori e cineasti. Rileggeva nelle loro opere evidenti riferimenti alla storia d’amore che avevano con lei ad insaputa di tutti. Il resto della loro vita (mogli e figli) le appariva come una montatura per mantenere sotto copertura, lontano dagli sguardi indiscreti del grande pubblico il loro purissimo amore. La denuncia scattava immancabile quando Cosima faceva improvvisamente irruzione nella vita del malcapitato. Fermava la moglie per strada e le intimava di sparire raccontandogli della fecondissima storia d’amore che aveva col marito. Si era presentata durante le celebrazioni della notte di natale rivendicando il ruolo di padrona di casa. Aveva prelevato i bambini all’uscita della scuola dichiarando di essere la baby sitter. Aveva scritto a tutte le autorità possibili dal papa al presidente della repubblica perché fosse riconosciuto il suo eroismo nella lotta alla malavita organizzata e quella che lei chiamava l’eterea maternità. I suoi ovuli sottratigli dal ginecologo e disseminati negli uteri di donne ignare che infatti si ribellavano alle sue rivendicazioni avevano ormai generato millenovecentoventisette bambini che avevano ormai tra i tre e i sette anni.

Brugnoli era un uomo affascinante, era stato un autentico Don Giovanni ed alle sue due mogli aveva sempre affiancato numerose amanti. Lui davvero temeva di avere sparsi in giro altri figli oltre le due adolescenti cui si dedicava dopo l’abbandono da parte dell’ultima moglie. Non era un personaggio famoso ma forse si trattava di un richiamo del Signore all’umiltà e poi era stato messo sulla sua strada proprio dal vescovo di Vontano e quindi indirettamente proprio dal padreterno. Dopo i primi episodi di stalking nei suoi confronti la questione venne affrontata nella riunione di equipe. La maggioranza era per una segnalazione cautelativa alle forze dell’ordine. Irati, che da sempre invidioso dei successi amatori di Brugnoli sotto sotto godeva per la punizione che gli era toccata, sosteneva essere paradossale in quanto il magistrato non avrebbe fatto altro che affidare Cosima, evidentemente disturbata, alle cure del CIM. A quel punto assegnarla ad un altro operatore non avrebbe che peggiorato la situazione facendola sentire rifiutata. Nei capannelli intorno alla macchina del caffè traboccava livore dicendo che Cosima gli avrebbe tagliato le palle e che lui non avrebbe guarito lei ma lei avrebbe guarito lui dal suo vizietto. Per comprendere il perché di tanta animosità occorre ricordare che il secondo dei tre matrimoni del raffinato dottor Giuseppe Irati, quello che gli aveva dato le due figlie, era finito a motivo di una improvvisata che aveva fatto il giorno del precedentemente mai festeggiato onomastico della signora.

Maddalena, che era iscritta a psicologia, prendeva ripetizioni gratuite dal generoso collega del marito laureatosi da poco a pieni voti. In un ambiente colto, aperto, libero e di sinistra non si fa tanto chiasso per cose del genere. Non si tirano fuori le lupare, le mani restano a posto e le parole seguono i percorsi tortuosi delle analisi. Ci si interroga, si problematizza, si cerca di comprendere, di mettersi in discussione. Il brutto non sono le corna ma lo sarebbe il non portarle con disinvoltura, ironia, superiorità. Sebbene con estremo garbo, il successivo onomastico Maddalena lo festeggiò nel monolocale che si era comprata dopo la vendita della villetta matrimoniale. Ma queste son storie vecchie e risapute. La dottoressa filata si opponeva ideologicamente alla denuncia. Diceva che mai un paziente, e ne avevano avuti di gravi e pericolosi, era stato denunciato dal CIM. Il loro compito era quello di curanti e non di giustizieri. Non si poteva cambiare atteggiamento solo perché ad essere coinvolto e a disagio era un operatore del CIM. Era disposta a organizzare la protezione di Brugnoli ma della denuncia non si doveva neppure parlare.

La Mattaccini invece diceva che poteva essere una manovra terapeutica imponendo un esame di realtà. Il dottor Luigi Cortesi, novello Salvo D’Acquisto, si offrì di sostituire Brugnoli nella gestione del caso. Biagioli chiuse la discussione sostenendo che un cambio di operatore avrebbe solo peggiorato la situazione e che la decisione finale circa la denuncia spettava a Brugnoli che era il diretto interessato. Giovanni condivideva la posizione ideologica di Maria Filata e dentro di sé covava un lieve sentore di colpa. Non poteva negarsi che dopo il primo colloquio aveva pensato tra sé “Questa qui con quattro botte fatte bene guarirebbe subito”, purché non dovesse essere lui a dover compiere l’operazione mai tentata fino ad allora da nessun vivente. Ora si vergognava di questo pensiero becero e maschilista e temeva di aver fatto trapelare qualcosa che avesse potuto attivare il delirio di Cosima. Provò poi un’ immensa pena a pensare che la poveretta, anche da loro, veniva trattata come un problema di ordine pubblico. In tutta la riunione nessuno si era occupato della sua psiche e dei percorsi mentali della sua sofferenza. Concluse promettendo una relazione dettagliata sul caso entro due mesi e chiese di essere affiancato, senza per questo mollare, dalla Filata per gli aspetti psicologici e da Luigi Cortesi per le terapie farmacologiche.

Fu, comunque, un grande sollievo per Giovanni poter avventurarsi nel mondo delirante di Cosima, nel quale pur bisognava immergersi per coglierne il senso e magari intravedere qualche pertugio d’uscita, tenendosi per mano a Maria e Luigi che stimava professionalmente e umanamente. Si sentiva protetto più che dalle possibili advance di Cosima che di fronte ai garbati rifiuti divenivano sempre più insistenti e minacciose, dal possibile naufragare della sua stessa mente. Non è difficile smarrirsi nei gironi di una mente delirante se non si ha la supervisione attenta di Virgilio. Soprattutto per lui che forse proprio per questo timore aveva iniziato ad occuparsi dei matti e dei poveri come assistente sociale prima di essere incantato dalle sirene della psicologia.

Cosima fin dall’inizio della sua vita era stata una creaturina brutta e sgraziata apparsa tale persino ai genitori che non avevano saputo amarla. Solo Gesù avrebbe potuto amarla nonostante la sua bruttezza esteriore ed interiore. Anche dentro era schifosa. Infatti dopo le molestie del padre e l’abuso del fratello sentiva un demone perverso e lussurioso agitarsi in lei tormentarla tutti i giorni e accrescersi continuamente alimentandosi della compulsiva masturbazione con cui tentava di acquetarlo. Aveva trovato un senso alla sua vita nel dedicarsi al Signore e nel sacrificarsi per la lotta alla ndrangheta che le aveva portato via il padre. La promessa dell’arcangelo l’aveva compensata per quasi quarant’anni ed in un modo o nell’altro aveva vissuto una vita per lei eroica. Quando era andata a riscuotere il premio del suo sacrificio i conti non erano più tornati. Di settimana in settimana la carrozzeria della macchina di Brugnoli si arricchiva di incisioni reclamanti amore che grondavano disperazione. Le due figlie di 14 e 16 anni erano state fermate due volte all’uscita del liceo da quella brutta signora che gli aveva raccontato una strana storia. Il padre gli aveva spiegato la vicenda e loro l’avevano trovata simpatica e avevano rassicurato il padre di essere tranquille. In un paio di occasioni Giovanni era stato assalito fisicamente all’uscita del CIM e fatto oggetto di pesanti palpamenti da parte di Cosima completamente nuda sotto un lungo cappotto da militare sovietico. La mail di Brugnoli era intasata da video porno amatoriali con Cosima unica protagonista. In un primo momento i curanti avevano pensato di indirizzare Cosima verso una vita religiosa in qualche istituzione disposta ad accoglierla e per questo avevano anche parlato col vescovo di Vontano che era l’inviante. Un monastero di suore, una casa di cura gestita dalle religiose. Progressivamente però il delirio erotomanico si arricchiva di agiti. Giovanni la vedeva comparire dovunque andasse e non riusciva a capire come fosse a conoscenza dei suoi spostamenti. Al bar in piazza. Nella faggeta dove andava per funghi. Due file sotto a lui allo stadio. Era la cassiera del cinema, l’addetta al bagno dell’autogrill sull’autostrada, la benzinaia che faceva il pieno all’auto istoriata dalle sue stesse incisioni, la signora sull’auto accanto al semaforo. A volte le sembrava persino la giornalista del TG. Lei si limitava a guardarlo, sorrideva triste e, non sempre, si apriva un attimo il sovietico pastrano a mostrare le sue nudità. Si convinse che stava impazzendo e chiese a Luigi Cortesi di prescrivergli del serenase adducendo un periodo di insonnia whiskey resistente. Continuava a non voler denunciare per motivi ideologici e perché certo di coprirsi di ridicolo raccontando i suoi deliri persecutori. Il P.M di Vontano dottor Ferracuti aveva proceduto d’ufficio anche a seguito delle pressioni confidenziali del capitano Ruffi del carabinieri di Monticelli dopo che l’incendio doloso dell’auto di Brugnoli aveva rischiato di appiccare le fiamme ai locali della Caritas che ospitavano i senza tetto. Ferracuti ricostruì la storia recente delle molestie interrogando tutti gli operatori del CIM e chiuse in un mese le indagini. Poi la pratica fu affidata insieme alla memoria difensiva scritta dalla stessa Cosima al giudice delle indagini preliminari che doveva decidere per l’archiviazione o il rinvio a giudizio. Scrupoloso chiese al CIM la cartella clinica che studiò con attenzione e si riservò una settimana per esprimere il suo verdetto. Verificata l’evidente non imputabilità della signora Cencelli la affidava alle cure del CIM e costata l’incompatibilità con il pur bravo psicologo Brugnoli ne raccomandava l’assegnazione ad un medico esperto che più volte aveva collaborato con il tribunale quale il dottor Giuseppe Irati.

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CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM

Soffri di ansia sociale? Probabilmente i tuoi amici ti apprezzano più di quanto credi

FLASH NEWS

I dati ottenuti in questa ricerca vanno nella stessa direzione di quanto sostenuto in passato da molti studiosi, ovvero che il disturbo d’ansia sociale porta le persone che ne soffrono a sottostimare la qualità dei loro rapporti di amicizia.

La psicoterapia con una persona che soffre di disturbo d’ansia sociale comprende, tra le altre cose, il tentativo del terapeuta di stimolare il paziente di essere socialmente accettati più di quanto essi credano. Approccio spesso vano, in quanto questo genere di pazienti tende regolarmente a svalutare le proprie relazioni.

Thomas Rodebaugh ed i suoi colleghi indagano proprio questa tematica, declinandola specificatamente nel contesto dei rapporti di amicizia: i ricercatori chiedevano a soggetti con disturbo d’ansia sociale di valutare una loro amicizia in termini di intimità, piacevolezza, supporto e soddisfazione; chiedevano poi agli amici chiamati in causa di fare lo stesso.

La ricerca si basava su un campione di 77 uomini e donne con una diagnosi di disturbo d’ansia sociale e 63 soggetti di controllo che non soffrissero di tale disturbo. Ciascuno dei partecipanti nominava un amico e a entrambi era somministrato lo stesso questionario. La maggior parte delle amicizie erano tra persone dello stesso sesso.

I dati ottenuti in questa ricerca vanno nella stessa direzione di quanto sostenuto in passato da molti studiosi, ovvero che il disturbo d’ansia sociale porta le persone che ne soffrono a sottostimare la qualità dei loro rapporti di amicizia.

In particolare, dallo studio di Rodebaugh e collaboratori emerge la tendenza di tali soggetti patologici a giudicare in maniera peggiore questo tipo di relazioni se confrontati con il gruppo di controllo. Inoltre, più giovani erano i partecipanti con disturbo d’ansia sociale e più nuove le loro amicizie, tanto più queste erano valutate negativamente.

Ad ogni modo, la buona notizia è che, mentre non c’era una differenza significativa tra le valutazioni dei soggetti di controllo e il loro rispettivo amico in merito al loro rapporto, c’era invece una differenza significativa tra i giudizi espressi dai partecipanti con disturbo d’ansia sociale e i loro amici. Ovvero, questi ultimi giudicavano la relazione in modo molto più positivo. Infatti, essi vedono i soggetti con disturbo d’ansia sociale come meno dominanti e aventi maggiori capacità di adattamento quindi, in sostanza, più comprensivi e capaci di compromesso.

Nonostante i limiti di questo studio – è possibile che le differenze tra gruppi siano la causa, e non la conseguenza, del disturbo d’ansia infatti, la ricerca era ristretta a persone con disturbo d’ansia sociale che avessero un amico disponibile a partecipare a tale ricerca – è importante sottolineare il messaggio di ottimismo e speranza rivolto alle persone che soffrono di questo disturbo: non preoccupatevi, nonostante non ne abbiate la percezione chiara e definitiva, i vostri amici vi adorano.

 

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Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia: La Regione cancella la Psicologia dalla riforma della sanità – Comunicato Stampa

COMUNICATO STAMPA

Friuli Venezia Giulia, «La Regione cancella la psicologia dalla riforma della sanità»

La denuncia del presidente dell’Ordine degli Psicologi: «Famiglie, disabili e anziani vengono abbandonati a se stessi. Questa è una sanità senza testa».

 

Nessun supporto all’interno di un progetto organico ai portatori di disabilità e alle donne in difficoltà. Addio anche alle strutture di valutazione neuropsicologica per la diagnosi delle demenze. Finiscono nel limbo i servizi per i minori.

Il presidente dell’Ordine degli psicologi del Friuli Venezia Giulia Roberto Calvani boccia la riforma della sanità regionale che è stata recentemente approvata: «È un riforma che delinea una sanità senza testa dove non si fa nulla per integrare la figura professionale dello psicologo. Il testo approvato lascia presagire che i servizi a carattere psicologico non saranno più erogati dal nostro sistema sanitario. Se così fosse questo comporterebbe un taglio netto delle prestazioni essenziali a supporto delle fasce più deboli della popolazione».

Insiste Calvani: «La riforma, così come scritta, delinea una sanità dedicata alla sola cura di coloro che sono necessari al sistema produttivo, mentre le fasce più deboli, quelle che richiedono interventi essenziali di carattere psicologico, saranno lasciate sole».

A partire dai portatori di disabilità, cui spesso si associano sintomatologie psichiche anche gravi che, «al compimento della maggiore età, non verrebbero più seguiti dal servizio sanitario regionale non essendo prevista una specifica attribuzione di ruoli e competenze psicologiche. In particolare, ci si è più volte imbattuti nella impossibilità di orientare opportunamente le persone con disabilità adulta, in situazioni di necessità di valutazioni, rivalutazioni, accompagnamento presso un centro adeguatamente preparato e formato sulla disabilità adulta anche per contrastare le “migrazioni” verso centri fuori Regione».

Per quanto riguarda i minori, «i servizi, che sono già in serissime difficoltà, con liste di attesa che rasentano in alcune realtà gli otto-nove mesi, non trovano nella legge una precisa collocazione. Non si prende nemmeno in considerazione per gli psicologi liberi professionisti l’opportunità di collaborare, in modalità strutturale, con le ASL e le scuole della Regione per attuare, all’interno di un protocollo definito, le norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico».

Anche sulla popolazione anziana, gli effetti sarebbero molto pesanti. «Le strutture di valutazione neuropsicologica, fondamentali per la diagnosi delle demenze e in particolare dell’Alzheimer, non vengono nemmeno prese in considerazione nel nuovo sistema sanitario. Così come i servizi adeguati di sostegno ed accompagnamento della disabilità adulta non trovano compensazione né risposta nella legge».

La riforma porta così ad una serie di tagli che «a fronte dell’aumento delle richieste di intervento psicologico che registriamo da parte di  familiari e pazienti, cancellano le parole “psicologia” e “psicologo” dal testo della norma». Questo, sottolinea Calvani, «davanti ad una situazione che vede operare nel sistema sanitario regionale 287 psicologi di cui 196 di ruolo con contratto a tempo indeterminato e 91 con contratti  a termine o di diversa natura che si stanno avviando verso una cessazione del servizio.

Attualmente gli psicologi svolgono la loro professione in oltre 20 servizi sanitari sia territoriali che ospedalieri con erogazione di decine di migliaia di prestazioni psicologiche. Non è possibile cancellare tutto questo con un colpo di spugna in nome di non si sa cosa».

 

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Contesti di emergenza: la fiducia verso l’altro è funzionale!

Marco Pontalti

 

La fiducia verso l’altro è funzionale in contesti di emergenza? Il fatto che certe persone siano state coinvolte senza che il piano di emergenza lo abbia previsto, e pertanto ne abbiano avuto il permesso, è stato oggetto di interesse per alcuni studiosi svedesi (Uhr et al., 2008).

Stiamo assistendo in questi ultimi mesi ai vari dissesti idrologici che stanno duramente colpendo molte zone del territorio italiano: alluvioni, frane, smottamenti. Così come accade ad ogni situazione di calamità, il piano di emergenza è l’abbecedario che permette alle autorità competenti, radunatisi in una sala operativa, di fornire le istruzioni alle unità di soccorso al fine di intervenire in maniera coordinata ed operativa alla tutela della popolazione coinvolta e dei beni sul territorio colpito. Per esempio, il Sindaco di un comune colpito da una frana è colui che prende in mano il comando ed il controllo cercando di dirigere e coordinare i servizi di assistenza e soccorso come quanto previsto dal piano. Pertanto il Sindaco dovrà seguire le istruzioni, coinvolgendo i diversi organismi, come la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco, il Pronto Soccorso, etc.

Alcuni studiosi hanno notato che nelle situazioni di emergenza, pur in presenza di un piano in cui sono definiti ruoli e responsabilità, si possono osservare delle differenze tra quanto previsto nel piano stesso e quanto effettivamente messo in atto (Mendonça 2006; Santoianni, 2007; Uhr et al., 2008). Potrebbe accadere che invece di coinvolgere il responsabile di un’unità di soccorso, il Sindaco senta per primo il consigliere comunale, che il soccorritore chiami un suo amico per aiutarlo in un’operazione di recupero, che un capo volontario raccolga informazioni sulla situazione dal suo collega piuttosto che dal suo diretto responsabile. Queste deviazioni potrebbero apparire all’occhio del lettore come sintomi di disorganizzazione che possono causare rallentamenti e disordine nella regolare attuazione del piano di emergenza.

Il fatto che certe persone siano state coinvolte senza che il piano di emergenza lo abbia previsto, e pertanto ne abbiano avuto il permesso, è stato oggetto di interesse per alcuni studiosi svedesi (Uhr et al., 2008). Attraverso il metodo di analisi della social network (é una metodologia di analisi di reti sociali che, attraverso strumenti di rilevazione come questionari, consiste nell’individuazione di nodi che rappresentano i singoli individui di una rete, e di frecce/linee le quali raffigurano le relazioni tra gli stessi)(Wasserman & Faust, 1999), hanno cercato di comprendere se sono state chiamate perché legate da un rapporto di reciproca conoscenza e fiducia.

Riferendosi al caso di un grave incidente industriale accaduto nel febbraio del 2005 vicino a Helsingborg, gli stessi si sono dapprima documentati sull’ evento accaduto, sulle organizzazioni e sulle persone coinvolte. Successivamente hanno somministrato agli operatori un questionario per ottenere informazioni circa il loro ruolo, i tempi di inizio e conclusione del loro intervento oltreché le risposte ai tre quesiti:

“Chi hai contattato durante l’emergenza?”

– Il quesito cerca di misurare il fattore contact ossia quante volte una persona è stata contattata e chi, oltre agli intervistati, è stato coinvolto. La risposta a questo quesito, combinata con il ruolo dell’operatore intervistato, consentirebbe di identificare gli addetti ai soccorsi distinguendoli da quelli non rientranti nel piano di emergenza.

“Chi tra questi sono stati i più importanti per svolgere le tue operazioni?”

– Il quesito misura su una scala da 0 a 3 il fattore importance, ossia quanto le persone contattate sarebbero state importanti per portare avanti e a termine il proprio intervento. La risposta consentirebbe di individuare se un soggetto contattato sia stato o meno funzionale per lo svolgimento dei propri compiti.

“Chi e quanto tra questi conoscevi prima di intervenire?”

– Il quesito misura il fattore friendship. La risposta, su una scala da 0 (non lo si conosce per nome) a 5 (è un amico di fiducia), cercava di valutare se l’ausilio delle persone si fosse basato anche su un rapporto di fiducia. Tale risposta consentirebbe di analizzare se i soggetti, importanti o meno, sono stati chiamati sulla base di un rapporto di reciproca conoscenza.

L’insieme di questi dati hanno consentito di ricostruire diverse social network analysis e di comprendere le dinamiche relazionali tra gli attori coinvolti. In generale gli studi sembrano mostrare che durante una situazione di emergenza, i soggetti tenderebbero a contattare le persone che risultano importanti nel perseguimento dei propri compiti, piuttosto che quelle previste nel piano di emergenza. Sembrerebbe anche che ad influenzare la tempestività dell’intervento da parte degli operatori sia il fattore fiducia: pare infatti che sul campo intervengano primariamente conoscenti o amici, coinvolti in quanto ritenuti funzionali alla finalizzazione del proprio intervento.

 Pertanto, la costellazione relazionale ed interpersonale sembra essere precostituita già prima che un evento si manifesti, influenzando potenzialmente il tipo di risposta all’emergenza e generando una deviazione o una strutturazione organizzativa non prevista. Questo permetterebbe la formazione di gruppi ad hoc, ovvero, adattati al contesto, altamente efficienti (Meyerson et al., 1996), promotori di cooperazione (Gambetta, 1988) e di comportamenti funzionali alla creazione di una solida rete interattiva (Miles & Snow, 1992). Con questo gli studiosi svedesi non intendono dire che i piani di emergenza siano inadeguati, restano dei capisaldi a cui fare riferimento per regolare in maniera strategica i ruoli, i mezzi e le procedure da attivare. Ritengono, invece, utile far presente che sussistono componenti sociali e psicologiche, la cui conoscenza e consapevolezza contribuirebbe ad una più efficace organizzazione dell’intervento in caso di emergenza.

Tornando all’esempio del Sindaco del Comune colpito da una frana: consulterà il piano di emergenza o in primis mobiliterà le risorse che già conosce e che sono a sua diretta disposizione? Di fronte alla necessità di rodare e aggiornare il piano di emergenza, preferirà formarsi e collaborare con esperti a lui sconosciuti o con persone della sua rete interpersonale?

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Mendonça, D., Beroggi, G. E. G., van Gent, D., & Wallace, W. A. (2006). Designing gaming simulations for the assessment of group decision support systems in emergency response. Safety Science, 44 (6), 523-535.
  • Santoianni, F. (2007). Protezione civile disaster management. Emergenza e soccorso: pianificazione e gestione. Firenze: Accursio Edizioni.  ACQUISTA ONLINE
  • Uhr, C., Johansson, H., & Fredholm L. (2008). Analysing emergency response systems. Journal of Contingencies and Crisis Management, 16 (2), 80-90.
  • Wasserman, S, & Faust, K. (1999). Social network analysis. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Meyerson, D., Weick, K.E. and Kramer, R.M.Swift Trust and Temporary Groups (1996), Trust in Organizations: Frontiers of Theory and Research, Sage Publications, California.  ACQUISTA ONLINE
  • Miles, R.E. and Snow, C.C. (1992). Causes of Failure in Network Organisations, California Management Review, 34 (4), 53–72.  DOWNLOAD
  • Gambetta, D. (1988). Trust: making and breaking cooperative relations. New York:Basil Blackwell. DOWNLOAD 

Psicoterapia: intervista a Tullio Scrimali – I Grandi Clinici

 LE INTERVISTE AI GRANDI CLINICI ITALIANI

 

State of Mind intervista:

Tullio Scrimali

Professore di Psicologia Clinica, Università di Catania

 

State of Mind intervista Tullio Scrimali: Psichiatra e Psicoterapeuta, Professore di Psicologia Clinica presso l’Università di Catania. Direttore della scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva Aleteia.

Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia.

 

I GRANDI CLINICI ITALIANI

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Iescum e Beneficentia: insieme per gli studenti friulani – 10 borse di studio!

Ufficio Stampa IESCUM: ISTITUTO EUROPEO PER LO STUDIO DEL COMPORTAMENTO UMANO

 

Il Master di I° livello in Analisi Comportamentale Applicata rappresenta un traguardo importante e necessario per promuovere e diffondere il più possibile un approccio che rispecchi gli standard scientifici internazionali e allo stesso tempo sia compatibile con il contesto e con il sistema dei servizi sociosanitari territoriali.

IESCUM MAster Borse di studio

Dieci borse di studio del valore di 1000 euro l’una e due del valore di 2500 euro l’una per chi sceglie di specializzarsi in Friuli Venezia Giulia e per gli studenti friulani: grazie ad una donazione ricevuta dalla Fondazione Beneficentia Stiftung di Vaduz, Iescum – Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano è in grado di offrire questa opportunità a coloro che si iscriveranno all’edizione 2015 del Master ABA di I livello che si svolgerà a Trieste ed agli studenti residenti in Friuli che intendano partecipare al Master ABA di II livello 2015, con sede a Parma.

Un’occasione unica per quanti intendano affrontare studi superiori in Analisi del Comportamento ed Applicazioni al disturbo autistico.

Negli ultimi anni nel territorio del Friuli Venezia Giulia si sta affermando, attraverso il lavoro di alcuni professionisti afferenti al sistema dei servizi pubblici e del privato, una cultura delle pratiche e interventi rivolti alle disabilità intellettive ed all’autismo, allineata ai modelli  scientifici basati su evidenze.
 

Tutto questo sta incidendo in modo positivo sui servizi e sugli esiti degli interventi. Tale percorso di cambiamento richiede un importante investimento sul fronte formativo. In questa prospettiva il Master di I° livello in Analisi Comportamentale Applicata rappresenta un traguardo importante e necessario per promuovere e diffondere il più possibile un approccio che rispecchi gli standard scientifici internazionali e allo stesso tempo sia compatibile con il contesto e con il sistema dei servizi sociosanitari territoriali.

Parimenti, l’edizione parmense del Master – per quanti decideranno di frequentarla – può vantare gli stessi standard qualitativi dell’edizione friulana. Iescum, con il suo Presidente – il Professor Paolo Moderato, ordinario di Psicologia Generale presso l’Università IULM di Milano – è l’unica realtà italiana a poter garantire, da un decennio, non solo altissimi livelli formativi nel campo delle scienze del comportamento, ma anche l’accesso all’esame BCaBA  a coloro che avranno, con costanza, frequentato il Master di I livello e superato le prove finali.

In un contesto, come quello italiano, in cui l’Analisi del Comportamento Applicata è l’unico trattamento consigliato dalle linee guida emesse dall’Istituto Superiore di Sanità per la terapia dei disturbi dello spettro autistico, la partecipazione al Master si rivela anche un decisivo step nella possibilità di proporsi lavorativamente come terapista adeguatamente formato.

Al Master potranno partecipare coloro in possesso dei seguenti requisiti minimi: Diploma o laurea triennale in psicologia, pedagogia, scienze dell’educazione, logopedia, fisioterapia, terapia della riabilitazione o titoli equipollenti. Maggiori informazioni sulle modalità di iscrizione, sull’accesso alle borse di studio e sulla tempistica del Master possono essere reperite sul sito www.masteraba.it

 

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Parlare della morte con i familiari influisce positivamente sulla qualità dei rapporti

FLASH NEWS

Le diadi che avevano una comunicazione maggiormente orientata alla relazione e al rispetto dell’identità dell’altro, piuttosto che agli obiettivi da raggiungere, erano anche quelle che alla fine si dichiaravano più appagate dalla conversazione stessa.

Parlare della fine del ciclo di vita è difficile e certo non è un argomento molto gettonato nelle conversazioni quotidiane con familiari ed amici. Un nuovo studio rivela però che questo è un tema da non sottovalutare e che la qualità della comunicazione sulle scelte sanitarie e mediche da compiere in vista della propria morte o di quella di un familiare ha un forte impatto positivo sulla qualità delle relazioni stesse, indipendentemente dalle scelte concrete che vengono fatte.

Allison Scott, dell’Università del Kentucky College of Communication and Information, ha studiato la qualità della comunicazione in 121 diadi di genitori anziani e figli adulti mentre prendevano importanti decisioni sanitarie legate al momento della fine. 

Le diadi che avevano una comunicazione maggiormente orientata alla relazione e al rispetto dell’identità dell’altro, piuttosto che agli obiettivi da raggiungere, erano anche quelle che alla fine si dichiaravano più appagate dalla conversazione stessa, dalla quale sentivano di aver ricevuto un senso di vicinanza relazionale che faceva sentire anche più speranzosi e meno sofferenti dopo la conversazione.

Conclude Scott:

[blockquote style=”1″]“Il modo in cui comunichiamo con gli altri della nostra o della loro fine ha in sé il potenziale per rafforzare o minare le relazioni stesse; allo stesso modo la qualità della comunicazione familiare ha un grande potenziale per migliorare l’assistenza sanitaria di fine vita, e questo potenziale sta nella qualità delle comunicazioni” [/blockquote]

 

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BIBLIOGRAFIA:

L’uomo che metteva in ordine il mondo (2014) di Friedrick Backman – Recensione

LETTERATURA

Il libro non è un testo clinico ma fornisce uno spaccato abbastanza realistico, per quanto edulcorato e leggero, di un disturbo ossessivo.

Ove è un pensionato svedese che vive in un tranquillo quartiere residenziale. Ama le cose fatte come dice lui, la routine, la Skoda, le patate e odia le ingiustizie! Ha vissuto una vita onesta, votata al lavoro e ai sani principi e all’improvviso le giornate scandite da ritmi sempre uguali e facce note (sempre le stesse e soprattutto ridotte all’osso) verranno rivoluzionate da una simpatica donna straniera che si trasferisce nel quartiere insieme a due bambine e al marito un po’ imbranato, che diverranno croce e delizia di Ove!

Il libro del giornalista svedese è un bellissimo romanzo che scorre narrando le disavventure di Ove in un riuscito incastro di presente e flashback. Ogni capitolo rappresenta un post che il giornalista aveva inizialmente pubblicato sul suo blog e si potrebbe dire che rappresenta una satira buffa e mai troppo veemente di critica rispetto alla società moderna, che sembra aver perso il senso della misura ma soprattutto il senso della concretezza delle cose e dei rapporti umani!

Ci si innamora facilmente del personaggio, che pur rappresentando a prima vista un disturbo ossessivo, scandito da rituali, estrema attenzione alla precisione e al pulito, è un uomo capace di profondi legami d’amore. Fondamentalmente, dunque, è una bellissima storia d’amore e di tolleranza perché – una delle tante linee interpretative che potremmo seguire, ma poi ciascuno trovi la sua – cos’altro non è, potremmo chiederci, l’amore se non un atto di tolleranza?

Ad Ove non interessa nè piace socializzare, è disturbato da segni di scarpe sul pavimento e da un piano della cucina poco oliato, non ha mai cambiato marca di auto, nè concepisce le diavolerie moderne, ma è un uomo che quando qualcuno ha bisogno di aiuto, agisce senza troppe sovrastrutture mentali. Divide il mondo in ciò che è giusto e ciò che non lo è, e le ingiustizie, in genere, non sono molto arbitrarie. Sonia, la moglie, è una donna invece colorata nell’animo e nel vestire, socievole, che ama il contatto e le relazioni umane, la lettura e le novità. Eppure la loro è una storia d’amore onesta, sincera, appassionata, a cui facilmente si vorrebbe ambire. Cosa può dunque tenere uniti, ci si può domandare, due persone che vivono apparentemente la vita ai poli opposti? La risposta che fornisco torna ad essere legata a quanto detto: la tolleranza!

Penso che davvero uno dei messaggi più forti di Backeman e di questo bellissimo romanzo, sia l’accettare l’altro con le proprie diversità. Siano esse religiose, di orientamento sessuale, di letture o di scelta della marca di auto da guidare. 

Il libro non è ovviamente un testo clinico, non pretende di esserlo, ma fornisce uno spaccato abbastanza realistico, per quanto edulcorato e leggero, di un disturbo ossessivo. Ne coglie anche il lato buono: l’integerrimità e talvolta la durezza sono forse necessarie per non lasciare che tutto ci travolga. E allora meno male che esiste chi rimane adeso ai propri principi, chi nonostante l’immobilismo, però, è in grado di fare ciò che deve quando deve senza che gli venga chiesto.

Ecco perché ci si innamora facilmente di Ove, perché è capace di un amore assoluto, definitivo, netto, che non scende a patti con niente se non con se stesso. È’ un amore romanzato, ma da cui si può imparare molto.

 

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 Il disturbo ossessivo-compulsivo in The Aviator (2004) di Martin Scorsese

BIBLIOGRAFIA:

  • Backman, F. (2014). L’uomo che metteva in ordine il mondo. Mondadori editore.  ACQUISTA ONLINE

International Relations: the Interpersonal Relationships in a Foreign Language

Rizzo Amelia, Santoro Simona, Kurt Miray, Sales Jacob Glàucia.

 

When an individual is abroad, in a context of foreign language learning, he/her must activate specific mechanisms of adaptation. Shame and inadequacy are very common feelings. The lacking of spoken language practice contributes to a state of uncertainty about one’s own abilities.

 

When you dream in another language,
it is no longer an instrument
of rational communication
it belongs to the unconscious

(Tabucchi, 1991).

Abstract

This article aims to identify the psychological dynamics involved in interpersonal relationships in a foreign language and is based on the observational method and the direct experience of the authors in an international School of English Language IELS in Sliema, Malta. From a brainstorming session, conducted through media technology, we were able to systematize some reflections that have been confirmed by the literature.

Keywords: foreign language, stereotypes, body language.

 

When an individual is abroad, in a context of foreign language learning, must activate specific mechanisms of adaptation. In the initial phase, when he is not familiar with the language, the environment requires an effort to overcome a challenging situation and the individual response depends largely on the personality characteristics. Shame and inadequacy are very common feelings. The lacking of spoken language practice contributes to a state of uncertainty about one’s own abilities.

In this regard Horwitz, Horwitz and Cope (1986) have elaborated a theoretical model called foreign language anxiety. The authors consider it to be a responsive anxiety disorder, specific to the situation and based on three aspects:

  • comunication apprehension;
  • test anxiety;
  • fear of negative evaluation.

The student’s behavior can indeed be characterized by the fear of making mistakes or offend the interlocutor, by the frustration due to the difficulty in finding the right word, by the tendency to translate the thoughts and the desire to encounter fellow countrymen.

The focus of this work is about relationships because we observed that anxiety decreases thanks to the relational role played by the teacher and classmates. The teacher is essential to increase the motivation and knowledge and to facilitate a climate of low-anxiety (Young, 1991; Dörnyei, 1998; Hismanoglu, 2000). Classmates instead allow peer learning both in the classroom and, especially, outside the classroom.

The first questions are what’s your name? and where are you from?. This corresponds to at least three needs:

  • to undertake relations in a context of extraneous,
  • to define one’s own identity and other’s identity by introducing,
  • to get information from the country of origin for orienting our behavior, based on previous knowledge and experiences.

This interpretation is grounded in the theories of social psychology about stereotypes or expectations that guide our evaluation of others and our behavior towards them (Brown, 2000). In line with the observations of Ibrosheva & Ibrosheva (2009) we have noted, however, that these stem mainly from the images broadcast by the media and are often based on biases.
What makes the experience of international relations really extraordinary is storytelling. Classmates’ stories, photographs and videos, the music coming from their countries change the other’s perception. Stereotypes fall, people knows different realities and often find similarities. The foreigner is no longer a stranger, but he is more similar to us than we could imagine.

At the same time, another process is activated: the narration of ourselves. The effect of these processes leads to different outcomes. 

The first is the improvement in learning the language, which in this phase is finally used to express ideas and opinions. Of course, as a second language, it requires a meaning negotiation (Bygate et al., 2003), since in the daily life the most important goal to achieve is to be understood. Sometimes the relationship could be impaired by foreign language – if we consider that both interlocutors aren’t using their native language – because one misplaced word can completely change the meaning of what it means to say, creating misunderstandings, especially when the subject is delicate such as politics and religion.

According to Watslawick, Beavin and Jackson (1973), humans communicate with each other digitally and analogically. It means that we can represent the reality through symbols (language) or behavior. All non-verbal communication is analogic such as posture, gestures, facial expression, voice inflection etc., and the body language could be helpful in that cases.
What is observed is that in most cases of relationships with foreign language it begins with more analogic and less digital comunciation and, as the individual becomes familiar with the foreign language, digital communication grows. Though is that in most cases these relationships become so narrow, that the language ceases to be a deterrent and becomes the main tool for communication, whether translating emotions and feelings or translating desires.

Second, the time spent outside classroom, made of pure interpersonal relationships, creates a specific learning context not deliberate and intentional, the implicit learning, based on unconscious processes of generalization and abstraction (Smidth, 1995). In this process, technological devices – chat applications and social networks such as Facebook – can play a facilitating role, as scientifically demonstrated (Dekhinetet al., 2008). On one hand they allow students to practice writing skills, on the other helps to mantain relationships and foster mutual acquaintance by increasing the levels of coscientiousness and extraversion (Kao & Craigie, 2014).

The third point concerns more profoundly the concept of identity. The experience of social comparison (Festinger, 1954) allows to create more complex representations of self and other. According to the Social Cognition and Object Relation Theories the more mature people representation is “psychologically minded, insight into self and others, differentiated and shows considerable complexity” (Westen, 1991). Hence, the experience of reconizing similarities and differences is an exercise of individual growth, which leads to better know positive and negative aspects of self and others.

The last point is that speaking a second language “opens up the mind” because on one hand it is the point of contact towards many other cultures as on the other hand it gives the feeling of being part of the world that usually in everyday life is ingored. It creates a mental dimension of immediacy and simplicity that allows you to get to the perfect understanding of the other’s feelings even if the verbal expression is not appropriate, increasing the level of Self-trascendence (Cloninger et al., 1993).

Finally, another interesting instrument in the sphere of interpersonal relationships is music. Listening to music, playing musical instruments and singing in a foreign language has been a binding agent which leads to think that music is a universal language. Also in this case the results are reflected on different levels. As stated by Ludtke et al. Singing can facilitate foreign language learning. On the one hand helps to recall and produce spoken phrases, on the other hand allows to share feelings and emotions that go beyond words.

 

Conclusions

People understand each other through communication, but sometimes speaking the same language is not enough for people to empathize. Even if they come from the same culture, understanding people’s emotion it’s a very diffucult challenge. We are social beings so we need to communicate (Ruesch & Bateson, 2006). If we master a foreign language we initially can not communicate easily. But is necessary to point out, from our observations, that having the same culture and same experience is not a prerogative for communication. The belief that people who have the same culture and experience can empathically understand each other is an assumption. A true understanding needs a lot of common things. For example, people experience an intense difficulty to express and understand unpleasant situations in a foreign culture and language. Nevertheless, from our experience, people who don’t speak the same language can utilize more one’s own behaviour, by treating each other with friendliness and, as a result, can build a new common understanding on the basis of their relationship quality.

 

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Linguaggio e Comunicazione

 

REFERENCES:

 

About the authors

Amelia Rizzo is a PhD student in Psychological Sciences at the University of Messina, Italy. Simona Santoro is attending a Masters degree in Clinical Psychology, at the University of Palermo, Italy. Miray Kurt is a Doctor in Psychology, graduated at the Istanbul Aydin University, Turkey. Sales Jacob Glàucia is a Psychologist and Psychoterapist, graduated at Unicesumar, the University Center of Maringa, Brazil. They met in Malta in the occasion of the english language course, from wich started their scientific collaboration.

Aknowledgements

The authors wants to thanks all our classmates and friends met at IELS, Sliema.

Stress relazionale di mezza età e declino cognitivo – Neuroscienze

FLASH NEWS

Avere rapporti interpersonali stressanti nella mezza età non peggiora solo la qualità della vita, ma espone anche al rischio di un declino delle capacità cognitive in età avanzata.

In particolare, secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology, le relazioni più nocive sarebbero quelle caratterizzate da ambivalenza e quelle in cui ci si sente impotenti, invasi e ipercontrollati.

Il team del’ dott. Jing Liao, dello University College di Londra, ha utilizzato i dati di 5873 dipendenti pubblici britannici che hanno partecipato a uno studio a lungo termine, cominciato intorno al 1997, e che sono stati sottoposti a test cognitivi per un periodo di 10 anni, a partire dalla mezza età.

I test hanno misurano la memoria verbale e la sua fluidità. I partecipanti hanno anche compilato dei questionari sulla qualità delle relazioni sociali in tre momenti diversi dello studio longitudinale: le domande vertevano su quanto i loro rapporti interpersonali generassero preoccupazioni, problemi e stress e quanto si sentissero sostenuti in queste relazioni.

I risultati indicano che chi riferiva rapporti interpersonali più negativi tendeva anche ad andare incontro ad un più rapido invecchiamento cognitivo: per avere un idea, chi si trovava in cima alla lista dello stress relazionale dimostrava un anno di invecchiamento cognitivo in più.

Inoltre chi ha segnalato un maggior numero di aspetti negativi in relazioni interpersonali strette ha avuto anche più probabilità di avere sintomi di depressione e il diabete, rispetto agli altri. Un’altro dato interessante è che la relazione causale tra cattiva qualità delle relazioni e declino cognitivo sembra essere unidirezionale, cioè le cattive relazioni causano il declino cognitivo ma non il contrario.

“Dato che l’incidenza della demenza aumenta esponenzialmente con l’avanzare dell’età e nessuna medicina efficace è attualmente disponibile, il nostro studio fornisce la prova di quali fattori di rischio potrebbero essere presi di mira prima che i cambiamenti cognitivi siano irreversibili”, dicono i ricercatori.

Gli anziani dovrebbero essere incoraggiati a promuovere rapporti di protezione e gli interventi devono essere mirati a come ridurre le interazioni problematiche e alleviare le reazioni psicologiche negative, per minimizzare o risolvere i conflitti e rafforzare la capacità di farvi fronte.

 

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Prevenire il declino cognitivo: No farmaci & No esercizio fisico

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Liao, J., Head, J., Kumari, M., Stansfeld, S., Kivimaki, M., Singh-Manoux, A., Brunner, E.J. (2014). Negative Aspects of Close Relationships as Risk Factors for Cognitive Aging. Am. J. Epidemiol, doi: 10.1093/aje/kwu236. DOWNLOAD

Interview with Emily Maguire: the courage to start over again – Music & Bipolar Disorder

All human experience is about darkness and light, about wanting to find happiness and to avoid suffering. That is what all songs are ultimately about. Being bipolar means having those extremes of highs and lows perhaps more often and more dramatically than others.

Emily Maguire is a British songwriter with a very expressive voice (someone has compared her to unforgettable Eva Cassidy) and great composing capacities. Her songs have been played regularly on BBC Radio and in 2010 she published the book ‘Start Over Again’, a highly personal account of her experiences of dealing with bipolar disorder.

Following the publication of her book, Emily performed in psychiatric hospitals and daycare centers in Bristol and Manchester, leaving her audience of staff, carers and patients deeply moved by her songs and inspired by her openness and willingness to share her experiences of psychosis and depression. This so particular tour reminds me of what happened in Trieste (Italy) at the end of the Seventies, when the revolutionary psychiatrist Franco Basaglia invited for the first time many artists to perform in the local psychiatric asylum, against the stigmatization and the indifference. Emily’s biography is a remarkable one. Classically trained as a child on cello, when she was in her twenties she left England to move in a farm in Australian bush for four years with her partner, financing her music by making and selling goats cheese on the farm.

Many of Emily’s songs describe problematic mental states, as “Over the waterfall”, where she portrays a psychotic experience (“I bet you don’t hear a million voices ringing in your head, I bet you don’t see symbolic meaning in every word you said”). In this song the waterfall seems the border between mental sanity and madness (“I lose my mind, if they can’t find a cure this time, they’ll take me away in a big white van…So take my hand and don’t let me go over the waterfall”). Emily’s story really stimulated my curiosity and I decided to interview her on Skype.

You started writing songs when you were stuck at home with fibromialgia pain syndrome. Was music helpful to cope with this disorder?

Music was incredibly helpful in getting me through that difficult time. Writing songs helped to distract me from the constant physical pain and was a way in which I could express the thoughts and feelings I had about life and the world outside my window. In fact once I’d started writing songs I felt that the illness had become a blessing in disguise because I had all this time on my hands to write.

Can you tell us a little more about your psychiatric experience and treatments you received?

I was first diagnosed with acute clinical depression when I was 16 and treated with antidepressants for many years. I had my first psychosis when I was 23 years old and was then diagnosed with bipolar disorder and put on lithium. Before this psychosis I’d had many years of therapy first under a psychiatrist and then from various counsellors. After coming out of hospital after the psychosis I decided I’d had enough therapy. After a few years of being relatively okay my doctor took me off lithium and two years later I had my second psychosis when I was 28 years old. I was hospitalised again and put on lithium and olanzapine. Since then I have had a bit of counselling but no other psychotherapy apart from solution focused hypnotherapy which my husband practices and which I have found very helpful for depressive episodes. I am still on olanzapine but not on lithium at the moment which has been a bit tricky at times.

In 2010 you published your biography Start over again, where you tell about your personal experience with psychosis and bipolar disorder. Was it difficult to open yourself to the public with this coming out?

Yes it was a difficult decision to make and I thought it might be the end of my music career. But in the end it was completely liberating and I got the most wonderful response from my fans and from lots of other people who heard about my story on BBC radio. Since then I’ve been able to talk openly about my condition and be of some help to others who suffer in the same way. And people know where my songs are coming from now.

How much of your experience of suffering of affective disorder is in your songs? Are there songs where you specifically talk about it?

All human experience is about darkness and light, about wanting to find happiness and to avoid suffering. That is what all songs are ultimately about. Being bipolar means having those extremes of highs and lows perhaps more often and more dramatically than others. My songs come from my heart so it’s inevitable that my lyrics are often influenced by these experiences. About a year after my first psychosis when I’d gone through all the stages of being completely terrified and then chronically depressed, and I was starting to feel a bit stronger, I wrote a song called ‘I’d Rather Be’. It expressed my feelings of gratitude and acceptance of the way that I am. But the most direct song I’ve ever written about my experience of bipolar disorder is ‘Over The Waterfall’.

Can you tell us about your experience of playing in psychiatric hospital in UK?

My tour of mental health hospitals earlier this year was one of the best things I’ve ever done. It was hugely challenging but hugely rewarding and out of the 17 gigs I did there were no negative experiences. I did a half-hour performance in each mental health facility, singing my songs about surviving mental illness, reading a bit from my book about my own psychosis and answering questions from the patients. There is so little music in mental health hospitals in the UK so aside from anything else it was a bit of entertainment in an otherwise boring routine. Both staff and patients did really listen and sometimes seemed to be very moved by it. The feedback from the staff was amazing (see Mental Health Tour). One good thing about my experience of bipolar disorder is that it covers both psychosis and depression so I was able to relate to both patients who have schizophrenia and also to those with chronic anxiety and depression.

Are you involved in any other project concerning mental health?

At the moment I’m a bit out of action because of tendonitis in my arms but I hope to be doing some work in the future with the mental health charity Mind. I would also like to approach some other NHS trusts to offer my services and do similar gigs in other hospitals and for outpatient groups.

What do you think of music therapy? Any experience?

I had music therapy the last time I was sectioned in hospital and it was great. The music therapist was very surprised when I started singing her some of my songs. The staff on the acute ward where I was sectioned let me keep my guitar and one of the songs on my first album I wrote in that hospital (‘Falling on My Feet’). Afterwards the music therapist came to some of my gigs. There have been big cuts in mental health services in the UK in recent years and out of the 17 gigs that I did earlier this year only 2 places had any kind of music provision. I think that music can be a vital part of helping people with mental health problems and I hope that part of my career will be focused on getting more music into mental health facilities.

How is the stigma situation in England? Have you ever been stigmatized in some ways after your outing about the bipolar disorder?

I haven’t felt stigmatised at all. A lot of people said I was brave when I published my book but in fact I’ve only felt liberated by coming out about my own mental illness. I really believe that stigma only has power if we pander to it and that the more people are open about their mental health and talk about it, the better. That’s why campaigns like Time to Change in the UK are so important. Things are much better now than they were a few years ago. And I often quote the words of Dr Seuss: “Be you are and say what you feel because those that mind don’t matter and those that matter don’t mind.”

Which is in your experience the relationship between creativity and mental disorders?

 I can’t speak for all mental disorders but certainly with bipolar disorder my experience has been that creativity is the silver lining to the bipolar cloud. The three things that have saved my life have been music, meditation and medication. I think that any kind of creative outlet, be it painting, music, poetry, gardening or crafts can be of huge benefit to people like me with all this energy in our heads that otherwise turns in on us and causes so many problems. If you can learn to use that energy in a positive, productive way then the illness can really become a blessing in disguise.

I read that you practice Tibetan Buddhism. In the last decades the worlds of psychology and Buddhism have met and techniques inspired by Buddhist meditation (mindfulness) are now used for chronic depression. In which way practicing Buddhism is beneficial for your mental health?

As I said meditation is one of the three things that has saved my life. I started doing five minutes of sitting meditation first thing in the morning over 15 years ago. I now practice for an hour each morning and half an hour each evening. My Buddhist faith has saved me in more ways than one. For a start believing that suicide would simply be jumping out of the frying pan into the fire has stopped me from ending my own life in severe depressive episodes. The Buddhist teaching on impermanence has also been incredibly helpful. Having a guru in the form of my teacher Lama Jampa Thaye gives me much-needed support and encouragement and guidance during dark times. The Buddhist teachings on mind-training are incredibly practical and helpful methods of dealing with difficult situations. I am also fascinated by Buddhist psychology and philosophy and this gives me a real focus for my intellectual stimulation and interest. The daily practice of meditation has taught me self-discipline which feeds into every other part of my life. And I am a great believer in the power of faith. I know from my own experience how powerful the mind can be, both destructive and creative. I want to tame my mind to be less troublesome to myself and more helpful to others.

 

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