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Io, me stesso e l’Avatar: gli effetti della dipendenza dai MMORPGs – Parte 3

 

PARTE 3

Costruire una vita parallela a quella reale in un videogioco online spesso spinge i giocatori a preferire la vita alternativa a scapito di quella reale, con una serie di importanti conseguenze sulle relazioni sentimentali e affettive.

Negli ultimi dieci anni sono state rilevate interessanti associazioni tra bassi livelli di benessere psicologico e utilizzo eccessivo/compulsivo o patologico del computer e dei videogiochi.
Per esempio i giocatori assidui manifestano minore soddisfazione nella vita quotidiana, minore autostima, minori competenze sociali e maggiore senso di solitudine.
Inoltre quei giocatori che trascorrono la maggior parte del loro tempo libero sui videogiochi manifestano sintomi tra cui evitamento, preoccupazione, perdita del controllo e conflitti inter/intrapersonali.

Costruire una vita parallela a quella reale in un videogioco online spesso spinge i giocatori a preferire la vita alternativa a scapito di quella reale, con una serie di importanti conseguenze sulle relazioni sentimentali e affettive.

Inoltre giocare assiduamente a giochi a sfondo violento può ridurre sensibilmente le capacità empatiche del soggetto e conseguentemente favorire lo sviluppo di aggressività fino a permeare tutta la capacità di problem solving all’insegna della violenza (Lemmens et al., 2011).

Gli adolescenti che vengono classificati come soggetti a basse competenze sociali, con poca autostima, soli e generalmente insoddisfatti della loro vita reale, hanno più probabilità di sviluppare sintomi di gioco patologico: un circolo vizioso dove solitudine e insoddisfazione portano a giocare compulsivamente online e a costruirsi lì una vita alternativa che comporta incapacità di vivere la vita reale e quindi insoddisfazione e senso di solitudine.

Da ulteriori ricerche è emerso che giocare assiduamente online (MMORPGs e simili) è associato a comportamenti di dipendenza (sia al gioco online, sia per esempio al gioco d’azzardo), comportamenti antisociali, riduzione delle ore di sonno o del mangiare, stanchezza durante il giorno, lamentele somatiche e problemi fisici, problemi a scuola e con le consegne dei compiti a casa e infine problemi con amici, familiari e partner (Hellstrӧm et al., 2012).

In ogni caso, a causa della poca ricerca empirica sulle conseguenze dell’assiduo gioco online, è difficile dimostrare in modo decisivo se i sintomi riscontrati siano causa o effetto del gioco patologico. Rimane palese la fortissima limitazione della vita sociale reale di queste persone con marcata preferenza per le relazioni virtuali, il che tampona momentaneamente la loro ansia sociale ma allo stesso tempo aumenta tutte le loro difficoltà.

E’ possibile però trovare degli elementi positivi in questa attività di videogaming? Secondo un ricercatore di Hong Kong ciò è sicuramente possibile. Tao Wang Yu parte infatti da una critica all’attuale sistema scolastico e al metodo di insegnamento delle conoscenze, secondo l’autore il focus dell’apprendimento dovrebbe infatti vertere sull’apprendere come si impara, sul pensare e sul creare. Tutti quegli elementi analizzati ed elencati precedentemente, categorizzati come negativi e facilitanti la dipendenza e l’isolamento, potrebbero essere convertiti in fattori facilitanti l’apprendimento.

I MMORPGs sono infatti organizzati in modo tale che l’attività di gruppo assolva un ruolo fondamentale per raggiungere successi e quindi i giocatori devono presto imparare a valorizzare il lavoro di squadra e la collaborazione sfruttando (o imparando!) le abilità sociali.

I giocatori hanno la possibilità di sviluppare nuove abilità come quelle organizzative, di negoziazione, di marketing e di mediazione dei conflitti, il tutto ai fini di conoscenza e apprendimento. Il gioco online spinge i giocatori a cambiare prospettiva e a guardare il mondo con occhi diversi.

Sono stati progettati diversi esperimenti di apprendimento mediato dal videogioco, per esempio Dede nel 2005 ha presentato il gioco River city adibito a insegnare a giocatori provenienti da una scuola media competenze di ricerca scientifica: l’obiettivo del gioco era infatti scoprire perché gli abitanti della cittadina virtuale si stessero ammalando e quindi i giocatori erano invitati a muoversi per gruppi e ad analizzare tutti gli elementi del gioco che potenzialmente generavano la malattia.

Foreman e Borkman (citati in Wang Yu, 2009) aggiungono anche che questi videogiochi educativi dovrebbero presentare una precisa organizzazione interna per cui, per superare un livello, è necessario che i partecipanti dimostrino di aver appresso tutte le abilità acquisite nei livelli precedenti.

Inoltre, non è facile reperire ricerche in questa direzione e perseguire obiettivi educativi tramite l’utilizzo di videogame perché nel mondo scolastico ci sono tre principali ostacoli ovvero le aule non predisposte per una attività di questo genere, gli insegnanti stessi che non hanno sufficienti basi di conoscenza del computer e di internet. In più è ancora ben radicata nel senso comune la convinzione che i videogiochi costituiscano solamente un passatempo e non un elemento di formazione e di crescita.

Infine va comunque ricordato che, nonostante il computer ed internet costituiscano un buon mezzo per facilitare la comunicazione tra persone, non possono costituire un sostituto delle interazioni faccia-a-faccia: attraverso la tecnologia infatti si perde tutto il contenuto non verbale della comunicazione (espressioni facciali, postura, gestualità, tono della voce, sguardi, contatto fisico) che invece è di fondamentale importanza negli scambi interattivi tra persone (Wang Yu, 2009).

Conclusioni

Affrontare un argomento così delicato come la dipendenza da internet e da videogiochi online, significa spesso imbattersi in stereotipi e luoghi comuni ormai ben radicati nella conoscenza di tutti noi.

E’ certo però che alcuni elementi hanno un fondo di verità e per questo motivo non vanno sottovalutati: la dipendenza da un mondo virtuale, alternativo a quello reale, dove tutto quello che accade è reversibile, controllabile e stabilito dall’utente, può far gola a chiunque: per i soggetti dalla personalità dipendente e fobici sociali l’attrattiva è ovviamente maggiore.  Se si considera inoltre che ormai internet è diventato una risorsa accessibile a praticamente ogni persona, il pericolo diventa maggiore. Fare prevenzione e porre una particolare attenzione a queste dinamiche è quindi di fondamentale importanza.

Tuttavia è sbagliato demonizzare completamente questo mondo perché i suoi aspetti positivi li ha, non da ultimo il costituire una fonte di svago e un modo per implementare alcune capacità cognitive.

Un gesto di civiltà potrebbe partire dagli ideatori dei giochi, segnalando per esempio (come avviene nelle pubblicità dei GrattaEvinci) nella homepage dei siti, il rischio di dipendenza legato ai giochi MMORPGs.

 

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Brutti pensieri? Basta andare a dormire presto!

FLASH NEWS

I risultati hanno evidenziato che chi dormiva per periodi più brevi e andava a letto più tardi riportava una maggiore presenza di pensieri negativi rispetto agli altri.

Secondo Jacob Nota e Meredith Coles, ricercatori alla Binghamton University, il giusto riposo non è solo una questione di quanto si dorme ma, anche e soprattutto, di quando tempo si dedica al farlo.

Da un loro recente studio risulta che chi va a dormire molto tardi la sera è sopraffatto più spesso e in misura maggiore da pensieri negativi e ricorrenti rispetto a chi rispetta gli orari più “standard” del ritmo sonno-veglia.

Che ci sia un legame tra i disturbi del sonno e pensieri negativi è noto: pensieri pessimistici che sembrano ripetersi nella mente, la sensazione di aver poco controllo sul rimuginio, la tendenza a preoccuparsi troppo per il futuro così come la tendenza a ripensare eccessivamente al passato e la presenza di fastidiosi pensieri intrusivi, oltre a essere spesso tipici di altri disturbi, si ritrovano infatti anche molto di più in chi ha problemi del sonno rispetto a chi dorme sufficientemente bene.

In questo studio i ricercatori hanno chiesto a 100 giovani adulti di compilare una batteria di test e di eseguire due compiti al computer atti a misurare quanto si preoccupassero, rimuginassero o avessero pensieri ossessivi. Oltre a questo è stato chiesto loro quali fossero le loro abitudini relative al sonno.

I risultati hanno evidenziato che, effettivamente, chi dormiva per periodi più brevi e andava a letto più tardi riportava una maggiore presenza di pensieri negativi rispetto agli altri.

Questo studio fa parte di una linea di ricerca che esamina la relazione tra i comportamenti di sonno-veglia e la salute mentale, riuscire ad approfondire la conoscenza di questo legame potrebbe portare interessanti spunti a livello clinico e aiutare i trattamenti dei disturbi d’ansia o altre psicopatologie.

 

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PARTE 2

Uno dei tanti obiettivi che si propone costantemente il mondo di internet, se non lo scopo principe, è quello di promuovere la comunicazione e quindi anche lo scambio sociale. A tal proposito, qual è il ruolo dei MMORPGs nelle interazioni sociali?

Diversi autori si sono soffermati sullo studio della costruzione dei rapporti sociali su internet. Per esempio McKenna e Bargh (citati in Shao-Kang et al., 2005) ipotizzano che coloro che hanno la tendenza a stabilire legami significativi online non riescono ad essere loro stesse nella vita reale e questo genera in loro ansia sociale (nel disturbo dell’Ansia Sociale, l’individuo ha paura e quindi evita tutte le situazioni sociali che presentino la possibilità di essere osservati e giudicati, soprattutto quelle situazioni sociali in cui l’individuo deve incontrare persone nuove o quelle situazioni dove deve fare qualcosa davanti ad un pubblico; l’ideazione cognitiva predominante di questi soggetti è quella di essere giudicati negativamente dagli altri, di essere messi in imbarazzo, umiliati o rifiutati). Costruire relazioni online, per questi soggetti, significa tamponare momentaneamente questa ansia.

Kimberly Young (citata in Shao-Kang et al., 2005), affermata studiosa e ricercatrice in questo campo, sostiene che i soggetti utilizzatori assidui di chat-rooms spesso mancano di contatti interpersonali autentici e reali con amici e familiari.

A questo punto è il momento di entrare nel vivo di questa trattazione e determinare quale sia il ruolo dei MMORPGs nelle interazioni sociali.

I creatori di questo tipo di giochi inventano delle comunità virtuali nelle quali ciascun utente può costruirsi un ruolo e partecipare alla vita virtuale interagendo con persone provenienti da tutto il mondo. Quando infatti si chiede ai giocatori il perché della popolarità di questi giochi, la risposta è quasi sempre la stessa: sono le persone che ci attraggono, non il gioco in sé (Ducheneaut et al., 2006).

Ciò che sembrerebbe fare la differenza è la possibilità di condividere esperienze, la natura collaborativa di molte attività, il piacere di essere parte di una comunità e la possibilità di guadagnarsi una reputazione. I MMORPGs sono infatti essenzialmente dei giochi di reputazione che permettono al giocatore di guadagnare uno status, una reputazione e una fama, il tutto garantito dalla presenza di altri giocatori (detti audience) senza i quali il gioco avrebbe meno senso e soprattutto molta meno attrattiva (sempre a detta degli utenti stessi).

Un interessante progetto di ricerca ha portato gli autori Ducheneaut, Yee, Nickell e Moore ad immergersi in prima persona in questo mondo online (ognuno creando un account) e quindi ha permesso agli autori di studiare dall’interno le dinamiche del famoso gioco World of Warcraft (WoW).

I ricercatori hanno osservato che il gioco innanzitutto incoraggia gli utenti a formare dei gruppi sfruttando due meccanismi principali:

  • sulla base dell’appartenenza ad una qualche razza o casta che ha gli stessi poteri e le stesse abilità e
  • sulla base del fatto che alcune sfide o missioni sono troppo complicate per essere affrontate da soli.

Nonostante ciò alcuni giocatori hanno fatto notare che non sempre il gruppo costituisce un vantaggio e che anzi alcuni personaggi preferiscono perfino l’attività solitaria e solo negli ultimissimi livelli del gioco si uniscono ad altri gruppi.

Un fenomeno molto particolare però è costituito dalla cosiddette gilde: le gilde sono dei gruppi di giocatori più o meno grandi all’interno delle quali sono presenti dei capi che le guidano. Le gilde, come osservano gli autori, sono il luogo all’interno del quale vengono costruite la maggior parte delle amicizie virtuali a lungo termine, anche se mano a mano che il numero dei partecipanti della gilda cresce, diminuisce la possibilità di socializzare e conoscere i membri del gruppo (in media i giocatori conoscono al massimo 1 membro su 4 di tutta la gilda e giocano più spesso al massimo con 1 membro su 10).

Inoltre è stato osservato che il numero medio di ore trascorse sul gioco aumenta se il soggetto è parte di una qualche gilda, il che ha fatto supporre agli autori della ricerca che forse in un certo modo nelle gilde esiste una forma di pressione sociale per cui gli utenti che vi fanno parte sono costretti a giocare sempre di più.

Per concludere i quattro autori della ricerca hanno osservato che nel gioco WoW un elemento che aumenta e massimizza la possibilità di migliorare l’atmosfera sociale è il sense of humor presente nel gioco stesso: il gioco è caratterizzato infatti da toni rasenti il comico, talvolta con situazioni bizzarre e oggetti buffi utilizzabili dagli utenti e personaggi di sfondo che presentano caratteristiche memorabili e divertenti.

Ciò che rende questi giochi particolarmente accattivanti è dato da tre componenti: interagire con altri istantaneamente e in modo anonimo, formare relazioni virtuali e costruire comunità virtuali.

Date queste caratteristiche, gli individui che hanno particolari difficoltà nelle interazioni sociali potrebbero utilizzare i contatti di internet come sostituti di quelli reali. Uno studio condotto da Shao-Kang e colleghi su 180 studenti di Taiwan ha permesso di dimostrare che gli assidui utilizzatori di giochi di ruolo online hanno relazioni interpersonali molto meno soddisfacenti rispetto ai giocatori non compulsivi e ai soggetti non giocatori. Inoltre è stato dimostrato che l’ansia sociale tende ad aumentare in base al grado di utilizzo di questi giochi. Va sottolineato che, anche se questo tipo di giochi sembri attenuare i sintomi dell’ansia sociale, di fatto non migliora la capacità dei soggetti di relazionarsi nel mondo reale (Shao-Kang, Chih-Chien, Wenchang, 2005).

Strettamente legata al fattore interpersonale, l’identificazione del giocatore con il personaggio interpretato online non è un elemento da sottovalutare. Wolfendale (citato in Smahel et al., 2008) sostiene che la relazione tra giocatore e personaggio sia molto simile a quella che si costruisce con una persona assente, o più nello specifico non reale, ma nonostante ciò i sentimenti nei suoi confronti sono invece veri. L’autore anzi aggiunge che sarebbe addirittura più appropriato definire tale legame attaccamento e non semplicemente relazione.

I dati della ricerca condotta da Smahel e colleghi sono abbastanza chiari a riguardo:

  • il 26% di partecipanti ha concordato sul fatto che le abilità e le caratteristiche dei loro avatar sono simili a quelle da loro possedute anche se più potenti,
  • il 17% ha affermato che il loro avatar compensa le proprie abilità e capacità,
  • il 14% sostiene che l’avatar e il giocatore siano la stessa persona,
  • il 18% afferma di possedere le stesse abilità del proprio avatar e infine
  • il 65% si dichiara fiero e orgoglioso del proprio personaggio.

Questa ricerca non dimostra solamente che una piccola percentuale di giocatori tende ad identificarsi fortemente con il proprio avatar e a provare nei suoi confronti dei sentimenti autentici ma anche che un forte coinvolgimento emotivo influisce sulla dipendenza dal gioco e che chiude il giocatore nel mondo virtuale, portandolo a sostituirlo con quello reale.

MMORPGs are both game and communities

(cit. Ducheneaut et al.)

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Il Disturbo bipolare nel mondo della musica – Intervista con Emily Maguire: il coraggio di ricominciare

Tutta l’esperienza umana è fatta di buio e di luce, della voglia di trovare la felicità e di evitare la sofferenza. E’ questo di cui parlano alla fine le canzoni. Essere bipolari significa avere questi estremi di alti e bassi forse più spesso e più drammaticamente degli altri.

Emily Maguire è una cantautrice inglese dotata di una una voce fortemente espressiva (paragonata da alcuni all’indimenticabile Eva Cassidy, per intenderci) e un capacità compositiva degna delle migliori folk-singer americane. Le sue canzoni vengono trasmesse regolarmente dalla BBC e nel 2010 ha spiazzato i propri fan con la biografia Start over again (che è anche il titolo di una sua canzone), dove ha fatto coming out rispetto al suo disturbo bipolare, attirando in pochi mesi l’attenzione dei media e divenendo una sorta di testimonial per tale disturbo.

E’ stata invitata a suonare in ospedali psichiatrici e centri di riabilitazione in diverse città dell’Inghilterra, emozionando pazienti e operatori con le sue canzoni. Questo tour così particolare ricorda quel periodo, alla fine degli anni Settanta, in cui il rivoluzionario Franco Basaglia invitava gli artisti ad esibirsi nel manicomio di Trieste, per abbattere i muri dell’indifferenza.

Dalla biografia dell’artista emergono altri particolari interessanti come l’educazione musicale in violoncello fin dall’infanzia e il periodo di quattro anni vissuto nel bush australiano con il proprio compagno, in una dimensione ecosostenibile, finanziando i progetti musicali con la vendita di formaggio di capra.

I brani di Emily sono ricchi di riferimenti alla sua storia di sofferenza, come “Over the waterfall”, che recita “I bet you don’t hear a million voices ringing in your head, I bet you don’t see symbolic meaning in every word you said” (Scommetto che tu non senti un milione di voci che squillano nella tua testa, scommetto che tu non cerchi un significato simbolico in ogni parola che dici), e poi ancora “I lose my mind, if they can’t find a cure this time, they’ll take me away in a big white van…So take my hand and don’t let me go over the waterfall” (Sto perdendo la testa, se non trovano la cura giusta questa volta mi porteranno via su un furgone bianco…prendi la mia mano e non farmi andare oltre la cascata). La cascata pare una metafora molto efficace del confine tra normalità e follia. La sua storia mi ha molto incuriosito e l’ho intervistata via Skype.

  Ciao Emily. Ho letto nella tua biografia che hai scritto le prime canzoni quando ti sei trovata costretta a casa a causa della fibromialgia. La musica ti è stata d’aiuto per affrontare questo doloroso disturbo?

In quel periodo difficile la musica è stata incredibilmente utile. Lo scrivere canzoni mi ha aiutato a distrarmi dal costante dolore fisico ed è stato un modo per esprimere pensieri ed emozioni che provavo rispetto alla vita e al mondo che vedevo fuori dalla mia finestra. Sono arrivata a pensare che la malattia sia stata una fortuna “mascherata”, proprio perché mi ha dato la possibilità di avere così tanto tempo a disposizione per scrivere.

Ci racconti qualcosa di più del tuo disturbo psichiatrico e delle cure che hai intrapreso?

Quando avevo sedici anni mi è stato diagnosticato per la prima volta un episodio depressivo acuto e sono stata curata con antidepressivi per molti anni. All’età di ventitrè anni ho avuto un episodio psicotico e in quell’occasione mi è stato diagnosticato un disturbo bipolare e mi è stata prescritta una terapia con litio. Nel frattempo avevo fatto diversi anni di psicoterapia prima con uno psichiatra e poi con diversi counsellors. Una volta dimessa dall’ospedale, dopo la psicosi, ho deciso che avevo fatto psicoterapia a sufficienza. Dopo alcuni anni di relativo benessere il medico mi ha tolto il litio e due anni dopo ho avuto il secondo episodio psicotico all’età di ventotto anni. Sono stata nuovamente ricoverata e mi sono stati prescritti litio e olanzapina. Da allora ho fatto un po’ di counselling ma non più percorsi psicoterapici a parte una terapia ipnotica (“solution focused hypnotherapy”) che mio marito pratica e che ho trovato davvero molto utile per gli episodi depressivi. Sto ancora assumendo l’olanzapina ma non il litio, che in certi periodi mi ha dato alcuni effetti collaterali. 

Nel 2010 hai pubblicato la tua biografia Start over again, dove racconti pubblicamente le tue esperienze personali con la psicosi e il disturbo bipolare. E’ stato difficile fare questo coming out?

Sì, è stata una decisione difficile e ho anche pensato che potesse rappresentare la fine della mia carriera musicale. Ma alla fine è stata una grande liberazione ed ho ricevuto una risposta fantastica dai miei fans e da tutti coloro che hanno conosciuto la mia storia dalla trasmissione radiofonica sulla BBC. Da allora sono riuscita a parlare apertamente della mia condizione e ad essere di aiuto alle persone che soffrono allo stesso modo. Adesso inoltre le persone sanno da dove vengono le mie canzoni.

In che modo la tua esperienza di sofferenza psichica è entrata nelle tue canzoni? C’è qualche brano rappresentativo a riguardo?

Tutta l’esperienza umana è fatta di buio e di luce, della voglia di trovare la felicità e di evitare la sofferenza. E’ questo di cui parlano alla fine le canzoni. Essere bipolari significa avere questi estremi di alti e bassi forse più spesso e più drammaticamente degli altri. Le mie canzoni vengono dal profondo del mio cuore, quindi è inevitabile che i testi siano influenzati da queste esperienze. Circa un anno dopo il primo episodio psicotico, dopo essere passata attraverso tutte le fasi in cui mi sono sentita completamente terrorizzata e poi cronicamente depressa, quando iniziavo a sentirmi un po’ meglio ho scritto il brano “I’d rather be”, che esprime i miei sentimenti di gratitudine e accettazione rispetto a come sono. Ma la canzone che esprime in modo più diretto la mia esperienza con il disturbo bipolare è “Over the waterfall”.

Ci racconti qualcosa della tua straordinaria esperienza di concerti nei luoghi di cura psichiatrici inglesi?

Il mio tour negli ospedali psichiatrici all’inizio di quest’anno è stata in assoluto la cosa migliore che abbia mai fatto. E’ stata una grossa sfida, ma molto soddisfacente, anche perché nei diciassette concerti che ho fatto non ho avuto esperienze negative. Ho tenuto performance di circa mezz’ora in ogni struttura psichiatrica, cantando le mie canzoni che raccontano di sopravvivenza alla malattia mentale, leggendo estratti dal mio libro sulla mia esperienza personale con la psicosi e rispondendo alle domande dei pazienti. C’è così poca musica negli ospedali psichiatrici inglesi, che innanzitutto le mie performance sono state una forma di intrattenimento nei confronti di una routine noiosa. Sia lo staff che i pazienti hanno sempre ascoltato attentamente e alle volte sono sembrati davvero commossi. Il feedback dagli operatori è stato meraviglioso. Una aspetto “positivo” del mio disturbo bipolare è che comprende elementi sia di psicosi che di depressione, così sono stata in grado di relazionarmi sia con pazienti affetti da schizofrenia che con pazienti affetti da ansia e depressione cronica.

Sei coinvolta in altri progetti che riguardano la salute mentale?

Al momento sono un po’ fuori dal giro a causa di una tendinite a un braccio ma spero in futuro di lavorare con Mind, un ente no profit che si occupa di salute mentale. Mi piacerebbe anche proporre i miei concerti ad altri ospedali e magari anche in setting ambulatoriali.

Cosa pensi della musicoterapia?

Ho partecipato a sedute di musicoterapia l’ultima volta che sono stata ricoverata in ospedale ed è stato molto bello. Il musicoterapeuta è rimasto molto sorpreso quando ho iniziato a cantare alcune mie canzoni. Lo staff del reparto per acuti dove ero ricoverata mi faceva tenere la chitarra e ho anche scritto il brano “Falling on my feet” del mio primo album, durante la permanenza in ospedale. Successivamente il musicoterapista è venuto ad alcuni miei concerti. Ci sono stati tanti tagli nei servizi psichiatrici inglesi negli ultimi anni e dei diciassette luoghi dove mi sono esibita, solo due erano dotati di una qualche proposta musicoterapica. Credo che la musica possa rivestire un ruolo vitale nell’aiutare le persone con problemi psichiatrici e spero che parte della mia carriera si focalizzerà sul portare più musica nei luoghi della salute mentale.

Come vedi la situazione dello stigma psichiatrico in Inghilterra? Ti è mai capitato di essere stigmatizzata per il tuo disturbo bipolare?

Non mi sono mai sentita stigmatizzata. Un sacco di gente mi ha detto che sono stata coraggiosa a pubblicare il mio libro, ma in realtà mi sono solo sentita liberata di un peso. Penso che lo stigma diventi potente solo se lo assecondiamo e che più la gente parla di salute mentale meglio è. Per questo campagne come Time to Change, che hanno fatto in Inghilterra sono importantissime. Le cose vanno meglio adesso che alcuni anni fa e spesso cito le parole del Dottor Seuss “Sii te stesso e dì quello che senti senza timori, perché quelli che si preoccupano non contano e quelli che contano non si preoccupano”.

Nella tua esperienza in che rapporto sono la creatività e i disturbi mentali?

 Non posso parlare per tutti i disturbi mentali, ma certamente nella mia esperienza col disturbo bipolare la creatività è stata l’unica luce tra le nubi. Le tre cose che mi hanno salvato la vita sono state la musica, la meditazione e i farmaci. Credo che ogni attività creativa, che sia pittura, musica, poesia, giardinaggio o anche altre attività manuali possa essere di enorme beneficio per le persone come me che hanno così tanta energia dentro che non sanno dove dirigere e che può causare così tanti problemi. Se riesci a imparare a utilizzare quella energia in modo positivo e produttivo la malattia può davvero diventare un’occasione quasi positiva.

Ho letto che pratichi il Buddismo Tibetano, a cui negli ultimi anni la psicologia si sta ispirando per proporre tecniche terapeutiche come la meditazione per la cura dei disturbi depressivi. Hai trovato anche tu un giovamento per qualche disagio psicologico nel buddismo?

 Come ho detto la meditazione è stata una delle tre cose che mi hanno salvato la vita. Ho iniziato a fare cinque minuti ogni mattina di meditazione seduta circa quindici anni fa. Adesso pratico per un’ora ogni mattino e mezz’ora ogni sera. La mia fede buddista mi ha salvata in più di un modo. Prima di tutto convincermi del fatto che commettere un gesto suicidario sia come “saltare dalla padella alla brace”, mi ha impedito di togliermi la vita negli episodi depressivi più acuti. Anche gli insegnamenti buddisti sull’impermanenza sono stati utilissimi. Avere una guida spirituale come il Lama Jampa Thaye mi fornisce un grande sostegno emotivo durante I periodi più bui. Gli insegnamenti buddisti sull’esercizio delle proprie facoltà mentali sono metodi pratici ed utili per affrontare situazioni difficili. Sono anche affascinata dalla psicologia e dalla filosofia buddista, che trovo davvero interessante e intellettualmente stimolante. La pratica quotidiana meditativa mi ha insegnato un’autodisciplina che risulta utile anche in altri ambiti della mia vita. Inoltre credo molto nel potere della fede. So in prima persona quanto la mente possa essere potente, sia creativamente che distruttivamente. Voglia addomesticare la mia mente affinchè sia meno problematica per me e più utile per gli altri. 

 

VIDEO: EMILY MAGUIRE, OVER THE WATERFALL

 

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La comunicazione verbale è femmina… già nelle prime settimane di vita!

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Le mamme sono più attive nella comunicazione verbale con i neonati rispetto ai papà, ma nel determinare questa differenza sembra che anche il sesso del bambino abbia un ruolo: le mamme, infatti, parlano più alle figlie femmine che ai figli maschi già nelle prime settimane e mesi di vita dei loro figli.

Lo studio, pubblicato su Pediatrics, ha esaminato le interazioni linguistiche tra 33 neonati e i loro genitori, per un totale di 3.000 ore di registrazioni.
Con grande sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che le mamme hanno interagito verbalmente più con le figlie femmine che con i figli maschi in tutto il primo mese di vita dei neonati. I padri, invece, hanno comunicato più frequentemente con i figli maschi che con le femmine, ma le differenze non hanno raggiunto la significatività statistica.

L’autrice e neonatologa Dr. Betty Vohr, direttrice del programma di follow up Neonatale presso il Women & Infants Hospital di Rhode Island e professore di pediatria presso Alpert Medical School della Brown University, spiega che il team ha voluto comprendere meglio quali fattori legati al genere influenzino le mini-conversazioni genitori/neonati; infatti anche i neonati sanno vocalizzare e avere interazioni reciproche, e appena lo fanno le madri sono pronte a rispondere, mentre i padri sono in generale “più rilassati”; anche i risultati dello studio indicano che quando le mamme sono con i bambini rispondono immediatamente a un vocalizzo l’ 88-94 % del tempo, mentre i papà vi rispondono il 27-30 % del tempo.

Insomma i neonati, dalla nascita fino ai 7 mesi di età, sono esposti significativamente più spesso al dialogo con le mamme che con i papà e i bambini stessi tendono a rispondere più alle madri che ai padri.

 

Ma perchè le madri parlano di più con le femmine che con i maschi?

Secondo i ricercatori questo fenomeno potrebbe essere dovuto al fatto che la maturazione cerebrale nelle femmine è più precoce che nei maschi e questo permette alle femmine di mantenere un miglior contatto oculare e una maggiore “attenzione congiunta,” cioè la capacità di due individui di condividere l’attenzione verso un oggetto terzo.
Questo gap tra i sessi potrebbe avere conseguenze a lungo termine ed è importante che anche i padri si rendano maggiormente attivi nel proporre e rispondere alle comunicazioni; alcuni studi precedenti infatti hanno mostrato che anche il vocabolario paterno, ma non quello materno, usato dal genitore con il figlio a 6 mesi può essere un predittore della maturazione delle abilità linguistiche del bambino a 16 e 36 mesi.

Insomma è molto importante che sia le madri che i padri si impegnino a comunicare con i figli, e, a questo scopo, i ricercatori si propongono di creare un programma di intervento, basato sui risultati di queste ricerche, che incrementi la partecipazione dei padri alle comunicazioni linguistiche con i neonati, incominciando con l’insegnare ai papà l’importanza del loro ruolo nello sviluppo del linguaggio infantile.

 

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Alti livelli di progesterone & relazioni omosessuali

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Diana Fleischman, dell’Università di Portsmouth, ha esaminato la relazione tra progesterone e atteggiamenti sessuali per comprendere il ruolo che il comportamento omosessuale può aver giocato nel cementare le relazioni nel corso dell’evoluzione umana.

I risultati dello studio indicano che le donne eterosessuali che hanno alti livelli di progesterone hanno più probabilità di impegnarsi in comportamenti omosessuali. Allo stesso modo, quando a uomini eterosessuali viene ricordata l’importanza di avere amici maschi e alleati, questi segnalano atteggiamenti più positivi verso comportamenti sessuali con altri uomini. Questo modello è particolarmente forte in uomini che hanno alti livelli di progesterone.

Il progesterone è noto per contribuire alla formazione di legami sociali. Questo ormone è prodotto principalmente nelle ovaie nelle donne e nelle ghiandole surrenali negli uomini. Si tratta di uno dei principali ormoni responsabili nel comportamento di cura e in quello amichevole e il suo livello sale quando le persone hanno interazioni strette e amichevoli. Le donne raggiungono il picco di questo ormone dopo l’ovulazione, cioè quando la probabilità di rimanere incinta si riduce drasticamente.
Fleischman spiega:

“Da una prospettiva evolutiva si tende a pensare a un comportamento sessuale come un mezzo per un fine riproduttivo. Tuttavia, poiché il comportamento sessuale è intimo e piacevole, è utilizzato anche in molte specie, tra cui i primati non umani, per aiutare a formare e mantenere legami sociali. I risultati dello studio sono convincenti perché utilizzando due metodi molto differenti, sono arrivati alla stessa conclusione: le donne avevano più probabilità di pensare al sesso omosessuale quando i loro livelli di progesterone sono più alti. Inoltre la motivazione omoerotica negli uomini non è aumentata in corrispondenza dell’attivazione di rappresentazioni mentali sessuali, ma il pensare all’amicizia e ai legami ha causato un cambiamento misurabile nel loro atteggiamento verso l’idea di avere rapporti sessuali con altri uomini. Anche in questo caso questo effetto è stato più pronunciato negli uomini con progesterone alto. Ovviamente avere pensieri omoerotici non significa necessariamente desiderare che si realizzino.”

Nel loro insieme questi risultati costituiscono il primo supporto sperimentale che la motivazione omoerotica sia di tipo affiliativo, prima ancora che sessuale.

 

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Le persone caratterizzate da dipendenza da Massively Multi-player Online Role-playing Games (MMORPGs) fanno un uso ricorrente e persistente di internet per giocare, spesso insieme ad altri giocatori, che porta a un disagio clinicamente significativo identificato da una serie di sintomi presentati nell’arco di 12 mesi. 

I computer danno esattamente quello che gli è stato immesso; se futilità immettiamo, futilità otterremo, ma gli uomini non sono molto diversi. 

Richard Bandler, Magia in azione, 1992

ABSTRACT: Attualmente la dipendenza da giochi di ruolo online è molto diffusa in tutto il mondo, nel DSM 5 l’Internet Gaming disorder è definito come l’uso ricorrente e persistente di internet per giocare, spesso insieme ad altri giocatori, che porta a un disagio clinicamente significativo identificato da una serie di sintomi presentati nell’arco di 12 mesi.

All’interno di questo elaborato l’attenzione sarà rivolta ad una specifica forma di dipendenza da internet, ovvero la dipendenza da Massively Multi-player Online Role-playing Games (MMORPGs). Le persone caratterizzate da tale dipendenza solitamente si riuniscono in gruppi di giocatori, in contatto tra di loro attraverso chat o videochiamate, che interagiscono e cooperano al fine di raggiungere obiettivi di gioco, andare in missione e ottenere alti punteggi in videogiochi ambientati spesso in mondi fantasy. In questo elaborato verranno affrontati i principali aspetti legati a questo ambito ovvero verrà disegnato un profilo del giocatore tipico, verranno evidenziate le principali dinamiche interpersonali che alimentano la già di per sé forte attrattiva verso questo tipo di giochi, per toccare infine gli aspetti più propri della dipendenza.

Keywords: dipendenza da internet, MMORPGs, giochi di ruolo, profilo giocatore, dinamiche sociali

ABSTRACT: Today addiction on online role-playing games is very popular all over the world, DSM 5 defines the Internet Gaming disorder as a persistent and recurrent use of internet to play, often together with other players, which leads to an uncomfortable clinically significant disorder identified by a series of symptoms presented over 12 months.

Within this paper, attention will be directed to a specific form of internet addiction to Massively Multi -player Online Role -playing Games (MMORPGs). Persons characterized by this addiction usually gather in groups of players, in contact with each other through chat or video calls, that interact and cooperate in order to achieve the objectives of the game, going on a mission and get high scores in video games, set often in fantasy worlds . This paper will deal with the main aspects of this field: it will draw a profile of the typical player, it will highlight the main interpersonal dynamics that fuel the already perceived strong attraction to this type of game, and finally it will deal with the typical aspects of this particular internet addiction.

Keywords: internet addiction, MMORPGs, role-games, gamer profile, social dynamics

La dipendenza da gioco online è una patologia inserita nell’ambito delle cosiddette dipendenze tecnologiche: questa categoria si differenzia rispetto alla dipendenza da sostanze in quanto riguarda specificatamente un comportamento alterato e patologico di uso di strumenti quotidiani come possono essere il computer ed internet e può dunque essere definita come una dipendenza comportamentale.

Nel DSM 5 l’Internet Gaming disorder è definito come l’uso ricorrente e persistente di internet per giocare, spesso insieme ad altri giocatori, che porta a un disagio clinicamente significativo identificato da una serie di sintomi presentati nell’arco di 12 mesi:

  • la persona pensa continuamente all’attività di gioco precedente o anticipa le successive partite e il gioco online diventa l’attività quotidiana predominante,
  • nel suo comportamento si assiste alla comparsa di ritiro (manifestato attraverso irritabilità, ansia o tristezza) quando gli o le viene tolta la possibilità di giocare,
  • compare un bisogno crescente di spendere quantità maggiori di tempo impegnato a giocare,
  • la persona ha affrontato tentativi infruttuosi di controllare l’attività di gioco, ha perso interesse in tutte le sue attività e gli hobby eccetto il gioco online, utilizza continuativamente internet e i giochi nonostante la consapevolezza dei problemi psicosociali ad essi legati,
  • la persona ha ingannato membri della famiglia, amici e terapeuti o medici relativamente alla quantità di tempo spesa su internet,
  • utilizza il gioco online per evitare sentimenti, pensieri o umori negativi
  • ha messo a repentaglio una relazione significativa, il suo lavoro o la sua carriera scolastica a causa dell’utilizzo di internet per giocare online.

All’interno di questo elaborato l’attenzione tuttavia sarà rivolta ad una specifica forma di dipendenza da internet, ovvero la dipendenza da Massively Multi-player Online Role-playing Games (MMORPGs).

Le persone caratterizzate da tale dipendenza solitamente si riuniscono in gruppi di giocatori, in contatto tra di loro attraverso chat o videochiamate, che interagiscono e cooperano al fine di raggiungere obiettivi di gioco, andare in missione e ottenere alti punteggi in videogiochi ambientati spesso in mondi fantasy. I MMORPGs pongono le loro basi nel famoso gioco da tavola anni ‘70 Dungeons & Dragons. Con la massiccia diffusione dei computer sono comparsi i primi giochi di ruolo virtuali noti come I Grandi Tre: Ultima Online, EverQuest e Asheron Call.

Attualmente la dipendenza da giochi di ruolo online è molto diffusa in tutto il mondo, anche perché internet ormai è diventato una risorsa di facile accesso per chiunque. Tuttavia la Corea del Sud detiene il record di maggior numero di persone iscritte a giochi online (Young, 2006).

[…]He had lost touch with reality. My son lost interest in everything else. He didn’t want to eat, to sleep, or go to school, the game was the only thing that mattered to him. This isn’t my son. He’s a quiet and loving boy. Now, I don’t know who he is.

(cit. in Kimberly Young, 2006)

Il profilo del giocatore

Come per ogni fenomeno umano, anche nel caso delle dipendenze tecnologiche i mass media svolgono un ruolo molto importante nella trasmissione delle informazioni, tuttavia spesso la diffusione di notizie può essere eccessivamente generalizzata e portare alla costruzione di stereotipi difficili poi da demolire.

Ai giocatori MMORPGs, molto frequentemente, viene attribuito il sesso maschile e la giovane età, affiancati da pallore causato dalla reclusione autoindotta nelle proprie stanze da letto e una marcata inettitudine sociale. Anche se tale descrizione appare plausibile, e alcune volte calzante, diverse ricerche avviate negli anni 2000 hanno in realtà messo in mostra aspetti nuovi e, se vogliamo, anche sorprendenti relativi a questa particolare dipendenza.

Per esempio, uno studio del 2006 condotto da Williams, Yee e Caplan, centrato su un gioco online EverQuest2, del 2004 ha portato a risultati molto interessanti: l’età media del giocatore-tipo è compresa nel range dei 30 anni e tale valore tende ad aumentare proporzionalmente al numero di ore trascorse sul computer, le donne trascorrono più tempo degli uomini online a giocare, lo status economico dei giocatori è benestante e le loro famiglie tendono progressivamente ad allontanarsi dalla pratica spirituale e religiosa; il loro peso corporeo è addirittura leggermente inferiore rispetto alla media americana e manifestano perfino maggiore attitudine all’esercizio fisico tanto che sono propensi a descrivere la loro salute fisica come discretamente buona.

Diverso è il discorso sulla salute mentale perché la maggior parte di questi giocatori infatti ha ammesso di aver ricevuto una diagnosi di depressione o di abusare di sostanze psicoattive, anche il rapporto con i media è diverso in quanto guardano meno televisione rispetto alla media e, pur non leggendo i giornali cartacei, rimangono in contatto con la realtà sfruttando il loro mezzo preferito ovvero internet (Williams et al., 2006).

Così come è dunque variegata la fauna dei giocatori online, diverse sono le motivazioni che li spingono e li trattengono in questo mondo virtuale. A riguardo sono stati avanzati diversi modelli ma i più importanti sono tre.

Inizialmente dominava il modello dei Quattro Tipi di Bartle del 1996, il quale aveva teorizzato l’esistenza di quattro tipologie di giocatori ovvero:

  • il Ricercatore del successo
  • il Socializzatore
  • l’Esploratore e
  • il Killer.

Tuttavia questo modello presentava una serie di limitazioni come, per esempio, non avere una base statistica e presenza di lacune nella dimostrazione empirica. Nonostante tutto, il modello di Bartle ha costituito la base per i due successivi modelli.

Il General Aggression Model (GAM) proposto nel 2004 da Anderson, estendeva gli approcci cognitivi neuroassociativi (come quello di Bandura o di Rogers) ad un impianto più ampio, comprendente anche i comportamenti e soprattutto quelli aggressivi.

Ma il modello più importante è quello di Yee che aveva inizialmente proposto 5 fattori di motivazione, estendendoli poi a 10. L’autore è giunto a questa disposizione a partire da un questionario composto da 40 domande costruite a partire proprio dal modello di Bartle e ha delineato appunto l’esistenza di queste 10 componenti, raggruppate sotto 3 macro categorie, ovvero:

  • Raggiungimento del successo composta da Avanzamento (desiderio di ottenere potere, progredire rapidamente e guadagnare simboli che conferiscano un certo status),
  • Meccanica (interesse nell’analizzare il sistema di gioco e le regole sottostanti al fine ottimizzare le performance del proprio personaggio);
  • Competizione (desiderio di sfidare e competere con gli altri giocatori);
  • Socializzazione (interesse nell’aiutare e nel parlare con gli altri giocatori);
  • Relazione (desiderio di costruire rapporti significativi e a lungo termine con gli altri giocatori);
  • Lavoro di squadra (provare soddisfazione dal sentimento di appartenenza ad un gruppo);
  • Immersione composta da Scoperta (andare alla ricerca di informazioni che la maggior parte dei giocatori non conosce), Gioco di Ruolo (piacere nel costruire un personaggio con una storia e interagire con altri giocatori che hanno lo stesso desiderio per improvvisare delle avventure) e infine Personalizzazione (interesse nel personalizzare l’apparenza del proprio personaggio).

Chi può dire davvero se lui sia morto o se si sta semplicemente godendo il suo mondo di fantasia? 

(Tim Burton, 1995)

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Psicologia dei New Media

 

BIBLIOGRAFIA:

 

AUTORI:

Alfredo tra apatia e depressione – Centro di igiene Mentale – Cim n. 18

CIM – CENTRO DI IGIENE MENTALE # 18 

Alfredo

Alfredo si presentava bene e chiedeva lui stesso di essere aiutato per una apatia esistenziale che temeva precipitasse in una depressione. Un paziente ideale, qualche colloquio, un tantino di serotonina in più tra le sinapsi e tante soddisfazioni e magari la bottiglia di whiskey a Natale. Alfredo da poco compiuti i 38 anni stava facendo bilanci ed i conti non tornavano.

I criteri che determinano l’assegnazione dei pazienti sono costante motivo di discussione e di attriti. In generale le norme che regolano il funzionamento degli ospedali e dei servizi pubblici si sono modellate negli anni sulle esigenze degli operatori piuttosto che su quelle dei pazienti. Vi sarete chiesti perché i ricoverati ricevono i pasti in ore inconsuete e le pulizie e le somministrazioni dei farmaci avvengono nei momenti più fastidiosi. E’ una questione di comodità dei turni di servizio.

Il nostro è un sistema centrato sugli operatori che ci passano la vita intera piuttosto che sugli utenti che lo utilizzano per breve tempo e dunque possono pure abbozzare. L’assegnazione dei casi non avviene, tranne che non si tratti di qualcosa di molto grave e specifico, dunque cercando di far combaciare il tipo di diagnosi con le competenze più specialistiche in quel campo o tenendo conto dell’età, del sesso o delle esplicite richieste del paziente che già conosce personalmente o di fama gli operatori del servizio. L’assegnazione è territoriale per limitare gli spostamenti e soprattutto per carico di lavoro secondo un sistema di vasi comunicanti per cui tutti abbiano più o meno lo stesso numero di pazienti.

Naturalmente ognuno ha il vissuto di essere quello che lavora di più e, spesso, anche meglio. Si tratta di bias cognitivi che fin quando si fermano all’autoinganno aiutano a vivere meglio preservando la propria autostima con il modesto prezzo di qualche battibecco. Quando si giunse all’assegnazione di Alfredo Bini Maria Filata reduce dal drammatico caso di Violetta, come psicologa, e Luigi Cortesi, liberatosi felicemente da Tommaso, come medico sapevano già che sarebbe toccato a loro. Nonostante una forte affinità di vedute non avevano lavorato spesso insieme. Si aggiunga che era un periodo in cui in molti colleghi mostravano i segni evidenti del burn out che sta a significare che stavano, per dirla tecnicamente, sbroccando. In ciò confermando la vulgata secondo la quale chi lavora coi matti un po’ già lo è ed un po’ lo diventa strada facendo.

Alfredo si presentava bene e chiedeva lui stesso di essere aiutato per una apatia esistenziale che temeva precipitasse in una depressione. Un paziente ideale, qualche colloquio, un tantino di serotonina in più tra le sinapsi e tante soddisfazioni e magari la bottiglia di whiskey a Natale. Alfredo da poco compiuti i 38 anni stava facendo bilanci ed i conti non tornavano.

Intorno al metro e settanta, non lo si poteva dire brutto quanto piuttosto anonimo. Consapevole di ciò aveva sviluppato una prorompente capacità relazionale ed un umorismo che lo rendevano simpatico a tutti. Per essere accettato aveva sviluppato una capacità quasi mimetica di cogliere ed adeguarsi alle esigenze altrui. Non si ricordava a memoria d’uomo una volta in cui avesse detto no. Il problema era proprio qui. Come i liquidi non hanno una propria forma e prendono quella del recipiente che li contiene, Alfredo sentiva di non avere una forma propria. Non sapeva più di chi fossero le aspirazioni e i desideri che gli pareva di avere. Non sapeva se la vita che aveva fatto finora fosse davvero la sua. Era terrorizzato dall’idea di invecchiare e morire prima di aver iniziato a vivere. Tanto bastava a Cortesi per frugare nella borsa alla ricerca del ricettario per prescrivere le pasticchette. Maria lo fermò poggiandogli la mano sinistra sul braccio destro. Prima voleva capire meglio perché quello che diceva Alfredo gli corrispondeva moltissimo. Poi se davvero c’erano delle pasticchette efficaci le avrebbe prese anche lei e sarebbero stati cavoli per tutti i figli Arturo e Lino e anche per il marito e l’anziana lagnosissima madre.

Alfredo era stato un bravissimo bambino ed un assennato ragazzo. Il padre Alessandro era stato carabiniere fedele alle regole quali che fossero. Avrebbe potuto essere un eroe della rivoluzione cubana a fianco del Che oppure un contabile della morte nei campi di sterminio nazista. La madre Agnese aveva dedicato la sua vita di casalinga all’unico figlio ed all’assistenza dei due anziani genitori fino alla morte due anni prima. Aveva appena sistemato il vecchio padre alcolista nello stesso loculo della madre che lo aveva preceduto di sei mesi che toccò a lei. Una toccatina, come si diceva un tempo, le aveva offeso il braccio e la gamba sinistra e la parola. Con ciò non aveva rinunciato a parlare a dare consigli e giudizi sul mondo intero, aveva reso solo tutto più faticoso. Si aspettava o più precisamente pretendeva di essere destinataria delle stesse cure che lei aveva dedicato ai suoi genitori. Aveva dato l’esempio e stava ad Alfredo seguirlo.

Con il diploma a pieni voti del liceo scientifico si era iscritto ad ingegneria dove aveva iniziato a perdere colpi. Nel frattempo morti i nonni si erano trasferiti nella loro casa di Monticelli per risparmiare l’affitto della casa di Roma. Alfredo aveva iniziato a fare il pendolare ed anche l’integrazione con i coetanei del paese, più ruspanti e ruvidi dei suoi ex amici romani era stato difficoltoso. Tutto questo bastava a giustificare un po’ di ritardo negli esami, ma solo un pò. Quando Alfredo chiese ai genitori i soldi per iscriversi al terzo fuori corso vide nei loro occhi la delusione e il mondo gli crollò addosso. Non era stato un bravo figlio.

Sempre appresso a mille ragazze non aveva ancora una fidanzata ufficiale con cui dar loro, presto finché erano in grado di goderseli, dei nipotini. Per mantenersi agli studi aveva iniziato a lavorare con una cooperativa di servizi informatici. Quando la laurea arrivò era talmente in ritardo che fu passata sotto silenzio per la vergogna. Si sentiva un completo fallimento e avvertiva di non aver più tempo per recuperare. Figlio unico, con lui la famiglia si sarebbe estinta nel modo più misero immaginabile con un uomo che non valeva nulla ed era passato su questa terra senza lasciare traccia. Essere ricordato e lasciare un segno era diventato per lui una vera e propria ossessione.

Quando iniziò a fidarsi di Maria e Luigi raccontò loro i suoi piani. Ipotizzava di farsi esplodere durante un incontro dei G8 per trascinare con sé Putin e Obama dando così inizio ad un nuovo ordine mondiale. Stava mettendo a punto un progetto per il salvataggio di una ristretta cerchia di persone da far rifugiare nelle viscere della terra mentre la superficie sarebbe stata distrutta con ordigni nucleari a breve emivita per poi essere ripopolata dagli eletti da lui scelti. Il dottor Cortesi gli fece notare che già con Noe il progetto non era stato risolutivo nel mentre che cambiava parere sul tipo di farmaco da usare. Ancora una volta Maria lo trattenne perché non saltasse alle conclusioni. Non meno allarmante era il progetto di offrirsi su internet gratuitamente come donatore di sperma in contenitori da spedire o da consegnare direttamente a domicilio sul luogo d’utilizzo e dunque a chilometri zero. Voleva in tutti i modi dare una discendenza ai genitori e un senso alle estenuanti nottate passate sui siti porno.

Decisero di consigliarsi con Biagioli perché il caso che prometteva solo facili soddisfazioni sembrava complicarsi ogni giorno e presentare rischi di agiti. Accomodatisi nella sua stanza aspettarono oltre mezz’ora che la affannata telefonata terminasse e rivolgesse loro l’attenzione ma poi uscirono convinti di doversela cavare da soli. Era assente. Chiesero in giro cosa fosse successo al capo in genere sempre così attento e disponibile. Irati con un sorrisetto ironico li invitò a fare due più due guardando il registro delle assenze. L’infermiera Luisa Tigli aveva mandato un certificato di malattia per gravidanza a rischio. Mai fidarsi dell’età (Luisa aveva ormai quasi 44anni) e provate ad immaginare quale può essere il rischio in oggetto, aggiunse beffardo Irati che di gravidanze indesiderate era un esperto essendo state causa di due dei suoi tre matrimoni.

Biagioli e Alfredo erano accomunati dall’ossessione di avere un figlio sebbene per motivi diametralmente opposti. Le colleghe del CIM, al di là delle simpatie e antipatie quotidiane, si strinsero intorno a Lucia che viveva una situazione particolarmente imbarazzante. Infatti il marito che sospettava da anni aveva sempre evitato di andare a vedere le carte. Gli bastava non essere messo di fronte all’evidenza. Teneva di più all’immagine sociale che all’amore di Lucia che sentiva spento da tempo, se mai era stato acceso. Il problema era che la gravidanza era entrata nel terzo mese e lui nei sei mesi precedenti era stato in Kuwait per una commessa che la sua azienda aveva vinto laggiù. Cortesi che si divertiva a intrecciare mentalmente le storie delle persone pensò che Alfredo si sarebbe potuto assumere orgogliosamente la paternità del nascituro. Luisa avrebbe potuto confessare al marito una debolezza transitoria passando un po’ per puttana ma solo un pò. Cosa certamente meno grave e umiliante per il marito di una relazione decennale con il capo. Il rinomato cornuto l’avrebbe perdonata per il bene dei piccoli Anna di 10 anni e del piccolo Andrea di soli 8 anni sempre più somigliante a Carlo che era stato il suo padrino di battesimo e lo ricopriva per questo di attenzioni e regali. Non sopportava la sproporzione di privilegi tra i suoi legittimi ed il piccolo Andrea.

La dottoressa Filata sempre più convinta del grave burn out del collega lo minacciò perchè non parlasse con nessuno, e tanto meno con Alfredo, di questa sua fantasia malata. Il cessare della pioggia aveva spinto gli ultimi tre fumatori del CIM a scendere nel cortile per la sigaretta di mezza mattina. Quando videro la faccia stravolta dell’ingegnere Tigli alla guida della BMW che parcheggiava scompostamente pensarono di avvertire i colleghi dell’ospite inaspettato. La maggior parte preferirono chiudersi nelle stanze, solo Gilda e Irati indugiarono nel corridoio per godersi lo spettacolo. Brugnoli grande amico di Carlo andò incontro all’ingegnere e poi corse a dare l’annuncio a tutti. Luisa aveva mandato un ulteriore certificato, sarebbe stata assente ancora venti giorni per via di una interruzione spontanea di gravidanza. La tensione scese rapidamente, Carlo diede consigli e indicazioni sulla gestione di Alfredo che non cessava di preoccupare Maria e Luigi e nel giro di 15 giorni anche lo strascico ironico alimentato da Irati ancor più invidioso della fortuna che sembrava assistere Biagioli e trascurare lui, cessò. 

Il bisogno di riconoscimento di Alfredo andava preso sul serio perchè non sfociasse in qualche gesto clamoroso. Non avrebbe di certo aiutato un trattamento sanitario obbligatorio con conseguente pesante terapia farmacologica come proponeva Cortesi che aveva trovato nella Mattaccini un solido alleato interventista. Maria Filata frugava tra i ricordi sfilacciati dell’infanzia con la stessa frenesia dell’artificiere classico dei film che deve scegliere quale filo tagliare mentre il timer del detonatore corre verso lo 00.00.00 e l’esplosione, alla ricerca delle origini forse traumatiche della voragine nell’autostima. Ripercorreva su e giù la sua esistenza passata e le settimane attuali alla ricerca di sostegni per un valore personale che prescindesse dal riconoscimento altrui. Gli faceva tenere un diario dove annotare tutte le cose per cui poteva dirsi bravo al termine della giornata. Cercava di differenziare le attese dei genitori su di lui da quelle sue sulla propria vita. Su un piano di realtà e con il contributo creativo di Brugnoli cercavano di trovare attività lavorative più adeguate alle sue aspettative.

La sua esperienza di hacker gli procurò una serie di incarichi da numerose aziende e istituzioni dello stato. Doveva tentare di forzare i sistemi di sicurezza informatica per evidenziarne le falle. Il padre carabiniere sarebbe inorgoglito sapendolo al lavoro con alcuni reparti specializzatissimi per il controllo dello spionaggio elettronico. Lui moriva dalla voglia e di strappare quell’apprezzamento per cui aveva sempre lottato. Gli ordini però erano tassativo: segretezza assoluta su tutte le attività anche con i parenti più stretti. Gli incontri al CIM divennero sempre più saltuari e difficilmente programmabili. Alfredo stava fuori per mesi partendo improvvisamente. Si scusava con i curanti ma non poteva spiegare di più. Una lunga lettera cartacea ringraziava Il CIM ed in particolare Filata. Cortesi e Brugnoli per quanto fatto assicurando sul suo attuale stato di salute che definiva ottimo e pienamente soddisfacente. Poi non si seppe più nulla. Altamura Probabilmente fu proprio questa così inconsueta lettera di ringraziamenti ad innescare il caso i più difficile gestione che il CIM avesse mai affrontato fino ad allora.

Biagioli inorgoglito da tale riconoscimento ne mandò una copia per conoscenza al direttore della ASL di Vontano il dottor Francesco Altamura. Sperava in un giudizio che superasse lo striminzito in linea con le attese con cui ogni anno veniva liquidata la pratica di valutazione di Biagioli. Già psichiatra a sua volta e promotore dello sviluppo della psichiatria territoriale nata dalla riforma Basaglia, aveva rinnegato le sue radici ideologiche e si mostrava particolarmente insensibile verso quel mondo che era stato il suo. Si ricorderà che il dottor Francesco Altamura aveva sempre lavorato in provincia di Vontano sia nel dipartimento di salute mentale, sia privatamente, sia come consulente di case di cura private, accusato per ciò di conflitto di interessi. Quando era stato chiamato al ruolo politico di direttore generale aveva cessato ogni attività clinica dopo la disgrazia che lo aveva colpito e aveva occupato le prime pagine dei giornali locali. La moglie Armida, una collega di sei anni più giovane, si era impiccata nella cantina della loro villetta la notte di Natale non appena gli amici avevano lasciato soli Armida e Francesco. Come accade spesso in provincia erano girate mille voci rinforzate dalla precipitazione con cui venne effettuata la cremazione rendendo impossibile l’autopsia e l’accertamento del presunto tumore inoperabile di cui nessuno sapeva che, secondo Altamura, poteva aver spinto la moglie al gesto estremo. Che fosse stata la depressione per la perdita o l’enorme eredità che rendeva superfluo l’impegno lavorativo, sta di fatto che Altamura, ancora uomo attivo e piacente, si era ritirato nella villa di campagna fino alla chiamata al vertice della ASL. L’esercizio del potere era la cosa che da sempre più lo attirava.

Con Biagioli sussisteva una reciproca non celata antipatia che si esprimeva ogni anno in quella striminzita valutazione in linea con le attese. Che Altamura mandasse due ispezioni (una amministrativa ed una clinico- sanitaria) al CIM in soli tre mesi era procedura inconsueta ancorchè legittima. La costosa bonifica da possibili cimici ordinata per tutti gli uffici della sede centrale di Vontano ripetuta mensilmente venne considerata una stranezza da vecchio psichiatra. Al precoce indementimento fu attribuita la richiesta di una macchina blindata in un periodo in cui scarseggiava anche la carta ed il toner per le fotocopiatrici. Quando però Altamura chiese alla diagnostica per immagini la terza risonanza magnetica total body convinto che delle microspie molecolari fossero state introdotte nei suoi organi interni e soprattuto nel cervello, il primario dr. Ennio Fraticello pensò doveroso avvertire Biagioli.

Precedette di tre giorni la visita della signora Livia, la nuova compagna di Altamura allarmata dai comportamenti del suo Francesco che aveva fatto istallare telecamere in tutto il parco della villa dove abitavano e, ancora peggio, aveva montato un metal detector nascosto nello stipite della porta di casa. Si mostrava diffidente nei confronti dei loro vecchi amici e rifiutava dichiaratamente ogni contatto sessuale sostenendo di sentirsi invaso. Biagioli fece un attimo fatica ad allontanare dei pensieri intrusivi. Era un vero peccato che Livia la splendida architetto quarantenne che si era accompagnata con il 66enne vedovo dottor Altamura per la sua enorme ricchezza rimanesse trascurata e insoddisfatta. Quando iniziò a pensare operativamente a come porvi rimedio gli tornò in mente il recente aborto di Luisa e l’immagine delle sue due mogli e dei tre figli.

Tornò a concentrarsi sul caso che si presentava indubbiamente delicatissimo per la gravità della diagnosi e il ruolo e la storia del paziente che ovviamente non sapeva e non avrebbe voluto esserlo. Decise che anche questa volta la chiarezza fosse la strada migliore. Chiamò la segreteria della direzione generale e fissò un appuntamento dichiarando questioni personali alla richiesta dell’oggetto del colloquio. Altamura lo aveva sempre messo in soggezione per il fare arrogante di chi è abituato al potere da generazioni che la giovanile militanza nell’ultrasinistra non aveva affatto intaccato. Il suo narcisismo sostenuto comunque da grandi capacità lo faceva esaltare dai pazienti quanto lo rendeva antipatico a Biagioli.

Nel tempo in cui aveva lavorato nel dipartimento di salute mentale si erano fatti la guerra. La cordialità estrema con cui accolse Biagioli chiamandolo per nome e abbracciandolo aumentarono la sua sospettosità (si chiese se il paranoico non fosse lui?). L’imbarazzo su come introdurre l’argomento della sua salute mentale (aveva pensato: sai…in parecchi mi hanno detto… e anche Livia …da qualche tempo…… quindi ho pensato di venirti a trovare) fu superato dall’attacco deciso di Altamura. Lo ringraziò per avergli mandato con la scusa della valutazione annuale quella lettera di un certo Alfredo Bini (guarda caso, fece notare, lo stesso cognome dell’inventore dell’elettroshock: un preciso avvertimento) che era manifestamente un agente dei servizi segreti mettendolo definitivamente sull’avviso per il complotto che da alcuni anni lo minacciava.

I suoi sospetti erano suffragati da mille indizi ma una prova inconfutabile non l’aveva e in ciò si rivelava tutta la diabolicità del piano. Non lo avrebbero fatto fuori direttamente ma avrebbero fatto credere che fosse diventato matto (vedi l’accenno all’elettroshock) proprio lui che aveva passato una vita a curarli. Riaperta l’inchiesta sulla morte della povera Armida sarebbe finito, innocente, in manicomio criminale e con l’interdizione tutta la sua enorme fortuna sarebbe andata a Livia che infatti un anno prima aveva insistito per sposarlo in gran segreto con rito civile a Cosenza durante una breve vacanza a casa dei suoi. Altamura sospettava che a capo del complotto fosse proprio l’avvocato penalista Paternesi padre di Livia con conoscenze altolocate e pessime frequentazioni il che spesso era equivalente. La stessa Livia forse era uno strumento inconsapevole nella mani del padre. Forse la richiesta di sposarsi era stata sincera ma indotta dal padre.

Da quel momento poi tutti i domestici che avevano assunto e tutti i pazienti che affollavano il suo studio altro non erano che attori mandati per coglierlo in fragrante e dimostrare che era pazzo. Quando guardava l’orologio segnava sempre lo stesso numero per ore e minuti ad esempio le 12,12 o le 9,09 o le 23,23. il doppio messaggio era: sei sempre sotto controllo e la tua ora è giunta. Una vistosa mora venticinquenne, guarda caso dall’inconfondibile accento calabrese, era venuta a studio e lamentando una anorgasmia si era tolta in un attimo gonna e slip invitando Altamura a verificare lui stesso che si era trattenuto avendo visto un bottone della camicetta troppo brillante per non essere l’obiettivo di una telecamera. Dal concessionario mercedes aveva avuto in regalo un sevizio di assistenza gratuito e frequente che chiaramente serviva per sostituire le batterie a telecamere e cimici che lo spiavano giorno e notte. Anche la cucina di Livia era cambiata. Con la scusa della dieta la pastasciutta aveva lasciato il campo a cus cus, orzo e altri legumi che si prestavano ad essere portatori di strumenti per controllarlo anche dall’interno e forse inoculargli sostanze che lo rendevano diverso: non era più quello di un tempo e per questo faceva molti controlli medici e radiografici.

I dirigenti aziendali gli chiedevano incontri e riunioni proprio nelle ore in cui aveva già altri impegni(il che dimostrava che la sua agenda era sotto osservazione) per renderlo inadempiente al suo ruolo. Livia dal canto suo gli chiedeva sempre maggiori prestazioni sessuali per sottolineare la differenza di età e giustificarsi quando lo avrebbe abbandonato. Il nuovo giardiniere, anch’egli calabrese, aveva potato l’oleandro cresciuto nell’angolo del giardino dove erano state sparse le ceneri di Armida. Voleva probabilmente dimostrare la presenza di più di un DNA per accusarlo di omicidio plurimo. Alfredo Bini era stato il penultimo avvertimento. L’ultimo era lo stesso Biagioli che veniva a completare il piano decretandone la follia, la necessità di internamento e di interdizione. Durante tutto il lungo monologo di Altamura Biagioli si era progressivamente incupito.

Quella che aveva di fronte era una rogna galattica. Finito di ascoltare scrisse su un foglio tutti i sintomi che aveva rilevato e girò il foglio perché Altamura lo potesse leggere e gli chiese se concordava sulla loro presenza e quale diagnosi ne deduceva. Quando l’altro riprese dicendo che nel suo caso le cose stavano proprio così aggiunse in basso sul foglio mancata consapevolezza di malattia e lo salutò dicendo che se fosse stato in lui si sarebbe preso dei neurolettici per confermare o smentire la diagnosi ex adiuvantibus e che comunque restava a sua completa disposizione. Aveva bisogno di condividere la responsabilità delle decisioni da prendere. Sul cellulare lo raggiunse Livia che voleva sapere come era andata e lo invitava a passare per pranzo. Di nuovo l’immagine dei figli ed un no seguito da generiche rassicurazioni. Correttezza voleva che ne parlasse col dottor Rodolfo Torre direttore del DSM e suo diretto superiore. Sapeva che lo avrebbe trovato da Don Martino al santuario di Monte Beccai dove trascorreva giornate intere dopo che l’allieva ventitrenne Viola gli aveva comunicato di non avere alcuna intenzione di interrompere la gravidanza frutto della sua crisi di sessantenne che mal avrebbero giustificato la sua cattolicissima e perbenista famiglia con moglie e due figli ormai alla soglia della laurea in medicina. Informato si mise le mani nei capelli e borbottò alcune bestemmie che allontanarono Don Martino. Poi con una risolutezza che non gli era propria e negando tutte le regole che aveva sempre sostenuto disse che bisognava prendere accordi con Livia, poteva farlo anche lui, per somministrargli di nascosto dei farmaci.

Il giorno successivo le consultazioni si allargarono al CIM. Irati e Brugnoli sostenevano bisognasse cercare persone da lui riconosciute autorevoli che lo convincessero a curarsi. Mattaccini, Gilda e Cortesi erano d’accordo con Torre per la somministrazione di nascosto. Solo Luisa e la dottoressa filata concordavano con lui sull’opportunità di un TSO. E già si pensava a chi sarebbe toccato l’ingrato compito. La decisione non sembrava urgente e fu rimandata al successivo lunedì durante la riunione generale cui sarebbe stato invitato anche il dr. Torre.

Biagioli però temeva che il sentirsi sempre più accerchiato o, al contrario, una improvvisa consapevolezza avrebbe potuto gettare Altamura nello sconforto e spingerlo al suicidio. Si premurò dunque di avvertire Livia che lo tenesse sotto controllo e ne indagasse per quanto discretamente le intenzioni. Il CIM era già chiuso e Biagioli rincasato quando lo raggiunse la telefonata di Livia per rassicurarlo. Francesco le aveva appena giurato che non l’avrebbe mai lasciata sola. Chiamò immediatamente Ruffi, il capitano dei carabinieri con cui aveva un ottimo rapporto e a sirena spiegata tra le curve di montagna nella notte inchiodarono sbandando sul brecciolino di Villa Altamura meno di venticinque minuti dopo. L’ambulanza partita quasi in contemporanea tardò altri venti minuti. Quando Biagioli vide Livia vomitò succhi gastrici e i due caffè del pomeriggio. La avvolse amorevolmente con un copridivano orientale. Voleva proteggere la sua statuaria bellezza mediterranea nuda dagli sguardi indiscreti del personale sanitario, forze dell’ordine e giornalisti che avrebbero riempito la casa. Altamura era in bagno con ferite da taglio poco profonde sull’addome. Prima di andare nel suo SPDC avrebbe dovuto essere suturato in pronto soccorso. Saputa la notizia Torre mandò a chiedere perchè non avessero seguito il suo consiglio.

 

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Spazio virtuale Vs spazio reale: come il cervello reagisce alle differenze – Neuroscienze

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I risultati dello studio, pubblicato in questi giorni su Nature Neuroscience, indicano attivazioni cerebrali completamente diverse nei due ambienti, reali e virtuali.

I neurofisiologi della University of California di Los Angeles hanno scoperto che il nostro cervello reagisce in modo differente allo spazio virtuale da quello reale. Questi risultati potrebbero essere significativi nello studio della realtà virtuale usata nel gioco, ma anche a fini militari, commerciali, scientifici.

Gli scienziati stavano studiando l’ippocampo, una regione del cervello coinvolta in un gran numero di condizioni patologiche, come l’Alzheimer, l’ictus, la depressione, la schizofrenia, l’epilessia e disturbo da stress post-traumatico, e che gioca un ruolo importante nella formazione di nuovi ricordi e nella creazione di mappe mentali dello spazio. Ad esempio, quando esploriamo lo spazio circostante, i neuroni ippocampali si attivano selettivamente, fornendo una “mappa cognitiva” dell’ambiente.

Anche se i meccanismi con cui il cervello fa delle mappe cognitive rimangono un mistero, i neuroscienziati ipotizzano che l’ippocampo calcoli le distanze tra il soggetto e gli altri elementi dello spazio, come ad esempio edifici e montagne, inoltre, in spazi organizzati in maniera complessa, altri indizi, come odori e suoni, possono aiutare il cervello a determinare ampiezza degli spazi e distanze.

Per verificare se l’ippocampo può effettivamente costituire mappe spaziali utilizzando solo punti di riferimento visivi, i neuroscienziati hanno messo a punto un ambiente di realtà virtuale non invasiva e ha studiato come i neuroni dell’ippocampo nel cervello dei ratti hanno reagito nel mondo virtuale, senza la possibilità di utilizzare gli odori e suoni come indizi.

I risultati dello studio, pubblicato in questi giorni su Nature Neuroscience, indicano attivazioni cerebrali completamente diverse nei due ambienti, reali e virtuali. Nel mondo virtuale, infatti, i neuroni dell’ippocampo dei ratti sembravano focalizzarsi in modo completamente casuale sugli elementi dell’ambiente circostante, come se la mappa dello spazio fosse del tutto assente  e i neuroni non avessero idea di dove il ratto si trovasse; nonostante questo i topi sembravano comportarsi in modo perfettamente normalmente sia nel mondo virtuale che in quello reale.

Un’attenta analisi matematica ha anche dimostrato che i neuroni nel mondo virtuale calcolavano la quantità di distanza che il ratto aveva percorso, indipendentemente da dove si trovava nello spazio virtuale. Inoltre, se i neuroni ippocampali si erano attivati molto nel mondo reale, nel mondo virtuale più della metà di questi smettevano di funzionare!

Sulla base di questi risultati i neuroscienziati concludono che il modello neurale nella realtà virtuale è sostanzialmente diverso dal pattern di attività nel mondo reale e che vista la quantità di impieghi che ha la realtà virtuale è importante comprendere appieno i meccanismi cerebrali coinvolti.

 

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Vigoressia: la storia di Alessandro – Psicologia & Immagine Corporea

Durante queste abbuffate si sente in colpa e in seguito si allena ancora più duramente. Alessandro soffre di Vigoressia.

Alessandro ha 27 anni. Il suo comportamento patologico è iniziato quando ne aveva 15. Pensa di essere troppo magro e vuole essere più muscoloso. Allora inizia il sollevamento pesi. Scolpendo il suo corpo ottiene l’attenzione e il riconoscimento che ha sempre desiderato dai suoi compagni.

All’università, Alessandro mette su peso perché non si allena più regolarmente e vive a pizza e patatine. Quando qualcuno lo descrive come “paffuto” Alessandro viene colpito duramente e inizia a allenarsi di nuovo, quattro ore al giorno.

In quell’istante Alessandro sviluppa un disturbo alimentare. Si abbuffa di cioccolata, hamburger e altre cose e poi spesso una mezz’oretta dopo averle mangiate si rimette sugli attrezzi della palestra. Durante queste abbuffate si sente in colpa e in seguito si allena ancora più duramente. Alessandro soffre di Vigoressia.

Tuttavia, a un certo punto scatta in Alessandro l’idea di dover fare qualcosa per combattere la sua malattia. Per prima cosa trova una clinica e si affida agli esperti che lavorano lì.

Nel frattempo Alessandro trova una fidanzata fissa – è felice che lei gli stia vicino. Dopo la terapia Alessandro può vivere di nuovo normalmente.

 

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Intervista con Stephen Porges: La Teoria Polivagale e le basi fisiologiche delle nostre intuizioni

La Teoria Polivagale non è una teoria sulla salute mentale, ma è un modello che può essere applicato alla salute in generale, all’oncologia alle malattia autoimmuni, alla fibromialgia e naturalmente a disturbi psicologici. Si tratta in sintesi di una teoria su legame mente-corpo, che si propone di spiegare i meccanismi neurofisiologici sottostanti questa interazione.

A seguito del convegno tenutosi a Milano lo scorso ottobre, il Dr. Porges ha accettato di rilasciarci un’intervista per approfondire alcuni temi chiave affrontati nel suo libro di recente uscita in italiano “La Teoria Polivagale: fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione”. Con un ringraziamento particolare al suo immenso lavoro scientifico, alla grande disponibilità al confronto e al suo profondo rispetto per la conoscenza, a tutti i livelli. Buona lettura!

Buongiorno Dr. Porges, la prima cosa che vorrei chiederle è come è nata l’idea della traduzione italiana del suo volume “La Teoria Polivagale”, già presente in inglese e tedesco da qualche anno?

La traduzione italiana è stata curata da Vittoria Ardino, attuale presidente della Società Italiana per lo Studio dello Stress Traumatico (SISST), che è di Milano ma vive e lavora a Londra presso la London Metropolitan University. Il nostro primo incontro è avvenuto a Bologna, dove mi ha invitato lo scorso Giugno per presentare il libro, ma la nostra collaborazione è iniziata circa un anno prima, periodo in cui ha portato avanti il lavoro di traduzione. La Dott.ssa Ardino inoltre ha fondato una rivista italiana specializzata sul trauma – l’International Journal of Multidisciplinary Trauma Studies – e il mio contatto con lei è nato dall’avvio di questo progetto e dal suo interesse per i temi di cui mi occupo.

Nella prima parte del suo libro racconta la nascita della Teoria Polivagale attraverso i 40 anni di studi e ricerche, grazie ai quali oggi possiamo avvalerci di informazioni importantissime sul funzionamento del nostro sistema nervoso autonomo. Una prima domanda è dunque sulla differenza tra la teoria “classica” del sistema nervoso autonomo, basata sull’idea del dualismo antagonista, e la sua Teoria Polivagale. Quali le principali differenze?

Il paradigma classico e più diffuso vede il sistema nervoso come un’alternanza tra due sistemi principali tra loro in competizione, il sistema simpatico e il sistema parasimpatico. In questo approccio il sistema simpatico è responsabile della nostra reattività (attacco/fuga) e dunque della nostra sopravvivenza, mentre il parasimpatico (vagale) ha un ruolo protettivo di riduzione dell’arousal e recupero dell’omeostasi. Questo è come è stato pensato e studiato negli anni, determinando una maggiore attenzione ed enfasi sul ruolo del simpatico nell’attivare le nostre risposte allo stress e una minor attenzione nel comprendere le funzioni specifiche del sistema parasimpatico. Anche se il dualismo antagonista della visione “simpato-centrica” spiega bene il funzionamento di alcuni organi specifici a livello locale, non costituisce un modello esaustivo per spiegare come noi esseri umani reagiamo alle sfide del mondo.

Il problema vero è: l’iper-reattività è davvero l’unico modo di cui disponiamo per difenderci? Nello studio di come il nostro sistema nervoso reagisce è importante considerare prima di tutto che il modo in cui rispondiamo alle sfide ambientali ci viene dalla nostra evoluzione come specie e questa cornice è la prima differenza tra “dualismo antagonista” e Teoria Polivagale. La cornice filogenetica permette di considerare le risposte del sistema nervoso come un’organizzazione per livelli gerarchici seguendo il concetto di dissoluzione che Jackson (1958) ha utilizzato per le malattie del sistema nervoso derivanti da danno cerebrale. Secondo questo principio i circuiti più evoluti del sistema nervoso inibiscono quelli più primitivi e solo quando i circuiti più nuovi falliscono, allora intervengono i più antichi.

Il sistema nervoso autonomo dell’uomo lavora nello stesso modo: utilizza dapprima le risposte adattive che vengono dai gradini più recenti della nostra evoluzione, ma quando queste non servono più a metterci al sicuro, utilizza via via le risposte più primitive, seguendo a ritroso la storia evolutiva della nostra specie. Perciò quello che diventa davvero importante nella Teoria Polivagale è la nozione stessa di “nuovo circuito” in senso filogenetico, perché riguarda proprio il modello di funzionamento e la struttura stessa del sistema vagale.

Esistono due principali branche del sistema parasimpatico appartenenti a periodi diversi della nostra storia filogenetica: un circuito vagale più nuovo e mielinizzato (ventrovagale) che ha fibre afferenti agli organi sopra-diaframmatici e che guida i muscoli del volto, della faringe, dei polmoni, del cuore e determina la nostra capacità di esprimere le emozioni con il volto, la voce, la prosodia e il respiro; poi c’è un circuito vagale più antico (dorsovagale) che ha fibre afferenti agli organi sotto-diaframmatici e che ha un ruolo importante del mantenere l’omeostasi e il controllo delle funzioni viscerali di base (stomaco, intestino tenue, colon e vescica).

In condizioni di pericolo il circuito ventrovagale ha un effetto calmante sul cuore, riduce la reattività simpatica e promuove comportamenti di ingaggio sociale, mentre al contrario questo secondo circuito più antico in condizioni di pericolo ha un’unica risposta difensiva da mettere in campo: il collasso (shut down), risposta che abbiamo ereditato dai rettili ma che può essere potenzialmente letale oggi nell’uomo. Dunque la Teoria Polivagale pone l’enfasi sull’esistenza di due circuiti vagali, anziché uno unico, sull’importanza della relazione gerarchica tra loro e sull’importanza di considerare tutte le risposte difensive come adattive di fronte alle sfide ambientali: esiste dunque una reazione simpato-adrenergica, responsabile delle nostre risposte di mobilizzazione (attacco/fuga), ma c’è anche una rezione dorsovagale che quando è attiva in condizioni di sicurezza ha il ruolo fondamentale di mantenere l’omeostasi, consentendo ad esempio i comportamenti riproduttivi, ma che può diventare pericolosa se usata come reazioni di difesa primaria.

Quello che la Teoria Polivagale vuole sottolineare in sintesi è che quando il nostro sistema nervoso autonomo è continuamente impegnato in attività difensive, come può accadere in situazioni traumatiche o di stress prolungato, queste stesse possono diventare potenzialmente dannose per la nostra salute fisica e mentale poiché viene a mancare in modo cronico l’equilibrio tra le diverse branche del sistema nervoso autonomo.

Può spiegarci il “paradosso del vago” come stimolo intellettuale allo sviluppo della sua teoria?

Il paradosso del vago è stato un grande spunto per me per provare a risolvere la questione di come il vago potesse avere la meravigliosa funzione di favorire comportamenti “vitali” di affiliazione, socialità e protezione per l’uomo e contemporaneamente quella di determinare lo svenimento o in certi casi addirittura la morte. Dalla lettera di un neonatologo ricevuta nel 1992, in cui mi poneva questa domanda venutagli dall’osservazione dei neonati prematuri in cui si è trovato di fronte a questo paradosso, ho iniziato quindi a studiare l’impatto dell’attività vagale sul cuore, cercando di approfondire quando questa potesse proteggerlo e quando divenire potenzialmente letale: era giusto pensare che “una certa quantità di attività vagale fosse buona per l’uomo, ma che troppa diventasse letale”, o c’erano diversi circuiti coinvolti?

L’unica risposta possibile è stata quella di studiare per moltissimi mesi in biblioteca, cercando di ricostruire i cambiamenti evolutivi avvenuti nel sistema nervoso autonomo nel corso dell’intera catena evolutiva, dai rettili ai noi. Da questo approfondimento è emersa la conferma dell’esistenza di due branche del vago, provenienti da due periodi diversi di evoluzione ma entrambi presenti nei mammiferi.

L’altra considerazione, venuta più tardi, è stata che se è vero che la parte più nuova del nostro sistema nervoso autonomo funziona ad un livello gerarchico superiore, consentendoci di mettere in atto comportamenti positivi e pro sociali in condizioni di sicurezza, è vero anche che esiste un sistema di sopravvivenza più antico che lavora “sotto” in equilibrio con il sistema simpatico. Non è mai stata mia intenzione minimizzare l’importanza del sistema difensivo simpatico rispetto a quello vagale, le risposte simpatiche non sono “il nemico”, ma credo sia importante considerarle in una relazione di omeostasi e di equilibrio con l’attività del vago dorsale più antico per capire a fondo la complessità delle nostre risposte alle sfide ambientali.

Nella lettura del suo libro i primi capitoli sono fondamentali per entrare nella cornice teorica che viene presentata e molto ben dettagliata, ma ho trovato molto interessante la terza parte in cui approfondisce alcuni aspetti clinici. In che modo conoscere e approfondire la prospettiva polivagale può essere utile a noi terapeuti?

Quello che dico di solito a chi compra il mio libro è proprio di iniziare dalla terza parte e poi tornare via via indietro  a cercare i fondamenti teorici delle osservazioni e delle ricerche condotte sui pazienti.Innanzitutto c’è da dire che la prospettiva polivagale non nasce come una teoria focalizzata e pensata su categorie diagnostiche, ma è piuttosto focalizzata sul riconoscere l’espressione comportamentale di caratteristiche fisiologiche, che hanno alcuni punti centrali in comune – tra tantissime differenze – con molti disturbi psicopatologici.

Il primo punto centrale è il concetto di regolazione fisiologica, che come clinici siete abituati a chiamare comportamenti di regolazione o disregolazione emotiva. L’osservazione clinica in psicoterapia permette di notare cambiamenti repentini nell’espressione delle emozioni, ad esempio il passaggio da un’espressione neutra ad una arrabbiata, e di osservare in vivo i comportamenti di autoregolazione che vengono messi in atto per ritornare ad una condizione di equilibrio.

Un aspetto su cui può essere utile focalizzarsi come terapeuti è l’intonazione della voce nel dialogo clinico, poiché sappiamo dalla neurofisiologia che la nostra attenzione come esseri umani è più focalizzata sulla prosodia che sulle parole utilizzate. All’interno di un dialogo riusciamo a cogliere intuitivamente che le frequenze più alte sono associate alla presenza di ansia e paura e che la presenza di toni bassi e volume alto sono associati solitamente a rabbia e aggressività. Anche i pazienti dunque sono portati a giudicare costantemente lo stato emotivo del terapeuta ascoltando innanzitutto l’intonazione della sua voce, come espressione della sua regolazione interna (neurocezione).

Potrebbe essere utile sapere che quello che davvero guida l’interazione è questo rapporto diadico tra la propria neurocezione (vedi articolo) e quella dell’altro, in un costante rimando di feedback che regolano l’affettività e promuovono sensazioni di sicurezza e fiducia. Da questo deriva un terzo aspetto importante legato al ruolo possibile del terapeuta come co-regolatore della stato emotivo e mentale del paziente; quando questo scambio avviene in modo positivo e adattivo, la co-regolazione degli stati emotivi favorisce l’emergere di nuove e incredibili capacità prima inesplorate e credo che gran parte del processo terapeutico abbia molto a che fare con questo.

Cosa intende quando parla di “Sindrome polivagale”?

Ho cercato di decostruire la Teoria Polivagale e di individuare 4 differenti cluster che possano definire una progressione di sintomi in relazione alle risposte fisiologiche interne. Il dato da osservare è quando il sistema ventrovagale mielinizzato tende a spegnersi e accendersi durante un’interazione e lasciare spazio a momentanee risposte più o meno intense, per poi tornare ad una condizione di equilibrio. Questo andamento “on/off” del sistema vagale ventrale è molto frequente anche in una popolazione sana.

Un primo cluster patologico si può osservare quindi quando c’è un’attenuazione del sistema di coinvolgimento sociale, e dunque una riduzione dell’attività vagale ventrale, che si manifesta con un’espressione del volto piatta, in particolare nella parte superiore dei muscoli orbicolari, bassa reattività e un’elevata sensibilità ai suoni. Il secondo cluster è caratterizzato invece da elevata reattività e mobilitazione direttamente correlate all’attività del sistema simpatico: qui si osservano una regolazione atipica dello stato emotivo con rapidi shift tra calma e reattività e uno stato di ipervigilanza tipico dei disturbi d’ansia e dei comportamenti impulsivi.

Il terzo cluster è caratterizzato dall’alternanza tra sistema simpatico e dorsovagale e si manifesta con una vulnerabilità al collassamento e alla dissociazione. Si manifesta con episodi di ipotensione, assenze o restringimenti dello stato di coscienza, fibromialgie, problemi intestinali e comportamenti di ridotta mobilizzazione. L’ultimo cluster è quello della dissociazione vera e propria che si manifesta con il collassamento cronico (shut down) determinato dall’attivazione del sistema dorsovagale, come risposta difensiva generalizzata a diverse situazioni di stress o di pericolo percepito. Questo ultimo cluster è molto frequente in persone vittime di abuso o di violenze e si tratta di una risposta estrema di difesa ad una minaccia potenzialmente letale.

Quando il trauma è relazionale, ogni essere umano può essere percepito come fonte di estremo pericolo. Capire cosa nell’ambiente stimola questa reazione è una chiave importante nella relazione con questi pazienti e rende possibile il lavoro terapeutico per evitare a tutti i costi che questa reazione molto dannosa si inneschi, a favore di un maggior coinvolgimento del sistema ventrovagale.

Una delle parti più interessanti nel suo recente convegno tenutosi a Milano, e molto ben descritta anche nel libro, è quella in cui ha raccontato la capacità di alcuni muscoli dell’orecchio nel regolare le risposte fisiologiche ed emotive. Può spendere qualche parola su questo?

L’evoluzione del nostro sistema nervoso ha portato alla formazione di circuiti neurali presenti nell’orecchio medio, deputati a riconoscere in modo preferenziale le frequenze associate alla voce umana e a distinguerle tra frequenze positive e calmanti e frequenze ansiogene e/o minacciose; la percezione delle differenti frequenze è in grado di attivare in modo diretto il sistema nervoso e di produrre comportamenti di risposta correlati alla frequenza percepita. Le frequenze più vantaggiose favoriscono la contrazione dell’orecchio medio che attiva il sistema ventrovagale, favorendo un’esperienza di calma e sicurezza nella relazione con l’altro; al contrario frequenze molto alte che non attivano l’orecchio medio sono identificate come dolore o pericolo imminente, mentre quelle troppo basse sono identificate come “presenza di predatore” e attivano risposte di fuga.

All’inizio della nostra storia evolutiva noi esseri umani eravamo molto piccoli rispetto ai grandi predatori e avevamo bisogno di difenderci riuscendo a intercettarli velocemente nell’ambiente, ma nel corso dell’evoluzione abbiamo imparato che oltre alla fuga poteva esserci d’aiuto la protezione degli altri esseri umani e questo ha portato a raffinare le nostre capacità di vocalizzare a frequenze più alte e di percepirle negli altri. Da qui viene l’importanze della prosodia e della melodia della voce nelle interazioni umane.

A questo si lega tutto il filone di ricerche che sta conducendo sull’autismo. Quali risultati recenti avete ottenuto?

Sì, nell’autismo più che in molte altre patologie psichiatriche l’iperacusia è molto presente e causa spesso di comportamento impulsivi, di difficoltà nel mantenere una comunicazione efficace e di percepire l’ambiente circostante come sicuro. Il nostro lavoro di ricerca ha l’obiettivo di approfondire il legame tra esperienze sensoriali atipiche in soggetti autistici e comportamenti reattivi inadeguati che possono compromettere la normale relazione con l’ambiente, oltre che la capacità di autoregolazione emotiva e le difficoltà nell’apprendimento. Il progetto si chiama Listening Project Protocol (LPP) e si basa sulla somministrazione di alcuni tracciati audio modificati per determinate bande di frequenza, in grado di stimolare in modo ottimale l’orecchio medio e di produrre un miglioramento nella percezione della voce umana e nella comunicazione.

Il protocollo è ancora in fase di definizione e sperimentazione, ma abbiamo ottenuto dei risultati preliminari importanti che sembrano confermare la possibilità di poter ridurre l’ipersensibilità acustica in questi pazienti e migliorare la capacità di esprimere le proprie emozioni e di percepire correttamente quelle degli altri.

Quale impatto scientifico immagina per la pubblicazione del suo volume?

Un aspetto importante della Teoria Polivagale è che questa teoria nasce dall’integrazione di informazioni provenienti da diverse branche scientifiche, si è strutturata così com’è nel tempo e resta una teoria in continua evoluzione, aperta all’integrazione di sempre nuove informazioni e scoperte.

Quello che vorrei sottolineare è che la Teoria Polivagale non è una teoria sulla salute mentale, ma è un modello che può essere applicato alla salute in generale, all’oncologia alle malattia autoimmuni, alla fibromialgia e naturalmente a disturbi psicologici. Si tratta in sintesi di una teoria su legame mente-corpo, che si propone si spiegare i meccanismi neurofisiologici sottostanti questa interazione.

All’inizio del mio lavoro non avevo né l’idea né l’obiettivo che il mio lavoro potesse aiutare a capire problemi psicologici o che potesse servire nel lavoro sul trauma, stavo solo studiando l’impatto delle cure intensive su neonati prematuri in un reparto di neonatologia. Non avevo idea che le reazioni di bradicardia, di collassamento o di “morte in culla” potessero in qualche modo avere un terreno comune con le reazioni dissociative legate a traumi, ma entrare in contatto con questo mondo ha arricchito le mie conoscenze e stimolato interessanti possibilità di confronto.

Alla fine dei miei seminari e lezioni sono stato spesso informato da clinici e terapeuti di quanto avessero imparato dalla presentazione del mio lavoro e di quanto avessero più chiara l’importanza del contatto oculare, non per tutti concessa dalla formazione. Ma quello che soprattutto è emerso dal confronto con loro è stato quanto fossero felici di capire che le loro intuizioni come clinici potevano avere un fondamento scientifico, che erano insomma corrette!

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Se chi siamo lo dobbiamo (anche) ai nostri gatti…

“Il cane vuole essere il migliore amico dell’uomo, il gatto non proprio”.

Chiunque abbia una miagolante palla di pelo per casa sa benissimo che questa è una sacrosanta verità. Ci ostiniamo a vedere i gatti come i nostri pelosetti carini e coccolosi e a considerarli animali domestici, ma la realtà è che i gatti sono animali semi-addomesticati.

Provate a confrontare un gatto con il suo parente selvatico (Felis silvestris): il volatile che vi ritrovate ogni tanto agonizzante sul balcone di casa è la prova che il gatto, come il suo cugino selvaggio, possiede ancora grandi abilità di cacciatore (a differenza del placido cocker spaparanzato sul divano che con il suo parente lupo sembra quasi non avere più nulla in comune).

Ciononostante i gatti presentano anche le caratteristiche tipiche degli animali addomesticati, come per esempio il cranio più piccolo rispetto ai loro parenti selvatici (perché fauci enormi per mangiare cibo in scatoletta non servono più a nulla) e un cervello di minor dimensione (perché la necessità aguzza l’ingegno e l’intelligenza al servizio della sopravvivenza diventa inutile quando si vive al sicuro fra quattro mura domestiche), che derivano da una pressione selettiva genetica del processo di domesticazione. Questo processo ha investito nel corso dell’evoluzione anche l’Uomo; non stupisce infatti che la massa corporea e le dimensioni del nostro cervello abbiano raggiunto un picco durante il termine dell’era glaciale per poi diminuire con il diffondersi dell’agricoltura.

Nel momento in cui l’Uomo ha abbracciato la vita sedentaria, costituito ampi gruppi sociali, modificato le proprie abitudini alimentari (più porridge, meno carne cruda), è andato incontro a mutamenti importanti che hanno interessato, per esempio, la conformazione del cranio e dei denti, e il colore della pelle; ma fatto ancora più interessante, probabilmente la necessità di difendere i propri granai da parassiti come i roditori, ha spinto l’Uomo ad addomesticare i gatti selvatici, col risultato che vivere insieme ai gatti tra le tante cose ha significato condividerne le malattie, il che ha comportato un rimodellamento del nostro sistema immunitario.

Razib Khan, dottorando in genomica presso la University of California, Davis, nel suo articolo “Our Cats, Ourselves” pubblicato sul NewYork Times, illustra in maniera affascinante come ambiente e genoma interagiscano tra di loro influenzandosi a vicenda nel corso dell’evoluzione, sottolineando come sia fondamentale, per capire chi siamo veramente e dove stiamo andando, riconoscere quanto noi rimodelliamo chi ci sta intorno, e viceversa. Queste osservazioni ci lasciano curiosi del futuro, da un lato ma ci lasciano anche un dubbio tremendo su di noi, fosse che con tutti i tool per facilitarci la vita, stiamo iniziando a perdere testa?

 

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Terapia di Efficacia Sociale (SET): utile per superare l’ansia sociale

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La terapia SET ha prodotto risultati migliori per quanto riguarda le competenze sociali  e lo stato clinico generale dei partecipanti.

Ad un certo punto della nostra vita, tutti viviamo alcuni sintomi tipici dell’ansia. Parlare in pubblico o in situazioni non familiari può provocare naturali sentimenti di ansia. Quando questi sintomi naturali si trasformano in ansia eccessiva e preoccupazione, essi potrebbero essere classificati come disturbo d’ansia.

Nel DSM-5, il disturbo d’ansia sociale, conosciuto anche come fobia sociale, è definito come una paura persistente e pervasiva di giudizio in situazioni sociali o in situazioni in cui è richiesta una prestazione. Esso può coinvolgere il 70% dei pazienti e ha il suo esordio in adolescenza coinvolgendo circa il 2% della popolazione generale. Il disturbo di fobia sociale influenza diversi aspetti delle vite dei pazienti quali l’ambito sociale, scolastico e professionale.

Uno studio controllato randomizzato, condotto da Deborah Beidel e colleghi, mostra che la Terapia di Efficacia Sociale (SET) può essere utile per ridurre i sintomi di ansia sociale. Gli autori hanno confrontato l’efficacia della Terapia di esposizione con la terapia SET. Gli strumenti utilizzati nella ricerca erano questionari self-report, valutazioni cliniche in cieco, e valutazione del comportamento sociale in cieco.

A differenza della terapia di esposizione, la terapia di efficacia sociale  è un approccio di trattamento multicomponenziale. Essa consta di un trattamento psicoeducativo, social skill training, esposizione in vivo e/o immaginativa e infine la pratica programmata.

 

Il campione della ricerca era composto da 106 soggetti con Disturbo d’Ansia Sociale (SAD) randomizzati per la terapia di esposizione, SET e  un gruppo di controllo in attesa. Dai risultati emerge che entrambi gli interventi hanno ridotto significativamente lo stato di ansia dei pazienti rispetto ai controlli e alla fase post-trattamento. Il 67% dei pazienti trattati con SET e il 54% dei pazienti trattati con la sola terapia di esposizione non soddisfano infatti,  a lungo termine, i criteri diagnostici per il SAD.

Rispetto al trattamento con la sola terapia di esposizione, la terapia SET ha prodotto risultati migliori per quanto riguarda le competenze sociali  e lo stato clinico generale dei partecipanti. I pazienti trattati con la terapia SET o con la terapia di esposizione hanno riportato una significativa diminuzione delle due misure di ansia sociale autoriportate e sulle diverse misure di comportamento sociale osservate.

Gli autori hanno aggiunto che, a differenza della letteratura precedente, il vantaggio della ricerca era aver previsto l’osservazione diretta e la misurazione di  competenze sociali e aver valutato il significato clinico e la significatività statistica usando un gruppo di controllo normativo.

In conclusione si può sostenere che sia la terapia di esposizione che la SET sono efficaci per il trattamento dell’ansia sociale, ma la terapia SET produce maggiori effetti.

L’esposizione è una componente essenziale nel trattamento dell’ansia e la ricerca mostra che il social skill training non è efficace da solo nel migliorare le abilità sociali, ma associato ad altre tecniche o interventi. Quindi, combinando i due approcci si possono avere risultati migliori.

 

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Il mondo degli adolescenti: la transizione dall’infanzia all’età adulta – Psicologia

Abstract

L’adolescenza è connotata da innumerevoli cambiamenti fisici, psicologici, emotivi e sociali. Frequentemente gli adulti (genitori ed insegnanti) non sono preparati emotivamente ad affrontare queste metamorfosi, vivendole come “stravaganze” o “capricci”. Per questa ragione, talvolta, non utilizzano le strategie adatte a consentire ai propri figli o alunni di transitare agevolmente verso l’adultità.

 

Le caratteristiche generali adolescenziali

Nell’adolescenza si notano quattro tipi di cambiamenti.

• La completa maturazione fisica.

• Il raggiungimento della maturità sessuale.

• L’acquisizione dello stato di adulto.

• Il conseguimento del pieno sviluppo cognitivo (Berti e Bombi, 2005, pag. 328).

Nel corso di questo periodo si completa lo sviluppo fisico, anche se i soggetti di sesso maschile, spesso, portano a compimento l’accrescimento somatico nelle epoche successive della vita.

Le notevoli modificazioni che avvengono a livello corporeo perturbano la cenestesi, tanto da aversi, in alcuni casi, la dismorfofobia, ovvero la sensazione che il proprio corpo presenti delle anomalie (Stevani, 2011, pag. 250). Tale fenomeno si estrinseca nella dismetria di valutazione, cioè la sensazione soggettiva di sentire i propri organi in maniera difforme da quello che realmente sono (Mastrangelo, 1986, pag. 25). Questo, talvolta, può determinare un cattivo rapporto con la propria corporeità.Compaiono dei timori legati all’adeguatezza del proprio corpo.

In pratica, l’adolescente, confrontandosi con i coetanei, ha paura che la sua fisicità non sia appropriata. Oggetto di recriminazione divengono, ad esempio, l’altezza, le dimensione del seno. D’altra parte, il confronto con i modelli proposti dai mass – media conduce la ragazza o il ragazzo ad una cronica inadeguatezza. L’eccessiva magrezza che i personaggi della moda e dello spettacolo esibiscono, sovente, induce la ragazza a non accettare le proprie rotondità, frutto dello sviluppo puberale. Anche per il ragazzo, il prototipo mediatico è un giovane dalle larghe spalle, che presenta un notevole sviluppo della muscolatura. Ciò, spinto alle estreme conseguenze, determina la bigoressia, ovvero un’ossessività che si palesa in esercizi fisici fatti fino allo stremo delle forze (Stevani, op. cit., pag. 252).

L’inizio dell’adolescenza corrisponde alla fase della pubertà, ovvero alla maturazione dell’apparato riproduttivo e alla comparsa dei caratteri sessuali secondari. La maturità sessuale si completa nel giro di due, tre anni per le ragazze, a partire dai dieci anni di età. Per i ragazzi essa si compie nell’arco temporale di quattro, cinque anni, a partire dagli undici anni (Berti e Bombi, op. cit., pag. 329).

 

Lo sviluppo psicologico, cognitivo e morale

In questo lungo ciclo di transizione dall’infanzia all’età adulta entrambi i sessi provano un vissuto di disagio legato essenzialmente a due fattori:

• l’immagine corporea;

• il ruolo sociale (Berti e Bombi, op. cit., pag. 330).

L’immagine corporea non è più quella dell’infanzia, ma nemmeno quella dell’età adulta, così come il ruolo sociale. Antonelli, riportato in Mastrangelo (op. cit., pag. 26), sostiene che l’adolescente vive tre lutti.

• Il primo è caratterizzato dalla perdita del corpo infantile;

• il secondo è contraddistinto dalla perdita del ruolo infantile;

• il terzo è rappresentato dalla perdita dei genitori dell’infanzia.

Il lutto più grave è senza dubbio simboleggiato dalla perdita del ruolo infantile. La nostra società non ha un ruolo sociale ben preciso da dare a questi soggetti, che non sono più bambini, ma nemmeno adulti, e li condanna ad una marginalità sociale. Questa esclusione conduce, sovente, l’adolescente ad una forma di compenso, che è rappresentata dalla ipervalutazione di sé, che può palesarsi, talvolta, in comportamenti spavaldi e aggressivi. L’emarginazione sfocia in uno stato di opposizione sociale, che può esprimersi in comportamenti falsamente trasgressivi, quali fughe da casa, furti negli esercizi commerciali, abuso di sostanze (alcol e droghe), sesso non protetto (Mastrangelo, op. cit., pag. 26). Altre volte il disagio derivante da tale condizione si estrinseca in disturbi psicologici (anoressia-bulimia, distimia, ciclotimia, stati depressivi) (Mastrangelo, op. cit., pag. 28).

Nell’ambito dello sviluppo cognitivo, secondo Piaget, il minore, intorno ai dodici anni, transita dal periodo delle operazioni concrete a quello delle operazioni formali. Tale fase è caratterizzata dall’acquisizione del pensiero ipotetico-deduttivo e dal primato del possibile sul reale (Berti e Bombi, op. cit., pag. 338). L’acquisizione di tali costrutti incanala il ragazzo verso alcune conquiste cognitive.In virtù di ciò, l’adolescente è in grado di:

• costruire delle teorie nei vari ambiti del sapere;

• elaborare delle ideologie relativa alla realtà empirica e alla vita, nel suo svolgersi;

• sviluppare una spiccata analisi dell’incoerenza fra idee e comportamenti, che si osserva negli esseri umani.

Altre caratteristiche del pensiero ipotetico – deduttivo sono rappresentate dai seguenti parametri.

• L’ indecisione: l’adolescente di fronte ad una scelta spesso non decide, in considerazione delle diverse variabili insite nelle opzioni considerate, che appaiono tutte egualmente intriganti.

• L’egocentrismo che è responsabile dell’edificazione di un proprio mondo al di fuori della realtà (Berti e Bombi, op. cit., pag. 345 – 346).

• La costruzione di un pubblico immaginario e la strutturazione di una fiaba o leggenda personale, come messo in evidenza da Elkind, citato in Stevani (op. cit., pag. 262). L’adolescente, infatti, ritiene che le sue azioni siano osservate e commentate da un pubblico immaginario, spettatore della sua grandezza. Inoltre, egli pensa di essere il destinatario di una sorte speciale, frutto di una fiaba o leggenda personale, diversa da quella di tutti gli altri, che lo porterà a compiere delle imprese memorabili.

Le differenti percezioni di sé: è come se il ragazzo vivesse e percepisse diversi fenotipi di sé, tutti possibili nel momento in cui sono vissuti, anche se in forte contraddizione uno con l’altro. In alcuni momenti immagina di essere il miglior figlio che i genitori possano desiderare, subito dopo si percepisce come il peggiore (Berti e Bombi, op. cit., pag. 348).

Riguardo al periodo precedente dello sviluppo cognitivo, ovvero il periodo delle operazioni concrete, si palesano delle differenze, come Keating, citato in Stevani (op. cit., pag. 253), osserva.

• Nel periodo antecedente il bambino vive come tempo prevalente il presente, durante l’adolescenza la dimensione temporale privilegiata è il futuro.

• Nel periodo della scuola primaria i ragionamenti sono basati sui dati concreti, nell’adolescenza si sviluppa invece la riflessione metacognitiva, che trascende la concretezza. L’acquisizione del pensiero formale ha il suo riverbero anche nella strutturazione del giudizio morale.

Kohlberg, citato in Berti e Bombi (op. cit., pag. 350 – 351), distingue tre fasi nello sviluppo del giudizio morale.

• Fase preconvenzionale, tipica dei bambini fino a nove anni, caratterizzata dall’attenersi a regole morali e sociali, che si sentono estranee al proprio sé, con lo scopo di evitare di incorrere in punizioni.

• Fase convenzionale, che contraddistingue gli adolescenti e gli adulti, ovvero i dettami morali e sociali sono interiorizzati a tal punto che diviene spontaneo comportarsi in un certo modo nelle varie circostanze.

• Fase postconvenzionale, che è peculiare di alcuni adulti che aderiscono a norme morali e sociali, interiorizzandole indipendentemente dalle leggi vigenti nel proprio contesto sociale. È quello che accade agli individui che sono contrari alla militarizzazione, anche se nella nazione in cui vivono è obbligatorio il servizio militare di leva. Essi, pur di difendere le proprie idee, subiscono la reclusione.

 

L’adolescente, la famiglia e i coetanei

Il rapporto fra adolescenti e genitori è animato da due necessità contrastanti:

• l’esigenza di autonomia;

• il bisogno di dipendenza.

“…Questa situazione caratterizzata da un ripetuto allontanarsi e riavvicinarsi viene chiamata marginalità psicologica…” (Berti e Bombi, op. cit., pag. 357).

Il ragazzo spesso riesce ad emanciparsi da questa dialettica antitetica attraverso l’identificazione con figure genitoriali positive. Per agevolare ciò i genitori devono essere presenti in maniera non opprimente nella sua vita, lasciandogli ampi spazi di autonomia. La presenza di figure adulte solide e autorevoli aiuta, quindi, l’adolescente a non smarrire la bussola nei momenti di forte contraddizione che egli sperimenta (Mastrangelo, op. cit., pag. 28).

La marginalità sociale, che gli adolescenti vivono, li spinge a ricercare fortemente la compagnia di altri marginali sociali, cioè i propri coetanei. Nell’ambito del gruppo dei pari si possono avere diverse aggregazioni, come Brown, citato in Berti e Bombi (op. cit., pag. 359), fa notare.

• Il gruppo allargato è costituito dagli adolescenti che condividono la stessa reputazione sociale. Tale gruppo può essere definito, utilizzando la definizione di Saottini, riportato in Stevani (op. cit., pag. 258), evasivo – trasgressivo ed è caratterizzato dalla ricerca del divertimento a tutti i costi, dall’opposizione verso gli adulti. Di questa aggregazione sociale, di solito, fanno parte i soggetti che hanno un’autostima deficitaria e un rapporto conflittuale con i “grandi”, dai quali si sentono poco considerati.

• Il piccolo gruppo è formato dagli adolescenti che si riconoscono simili perché condividono delle attività. Esso può essere formale, cioè basato su regole rigide, oppure informale, come quello costituito da ragazzi che condividono gli stessi interessi e trascorrono insieme il loro tempo libero. Spesso i gruppi formali sono promossi dagli adulti. I giovani che fanno parte di questi gruppi formali hanno un’ideologia della vita che si basa sul sistema valoriale tradizionale, hanno un buon rapporto con la propria famiglia e con la propria corporeità, che si estrinseca in una partecipazione alle attività sportive (Stevani, op. cit., pag. 258).

• Un microgruppo sociale importante nell’adolescenza è rappresentato dalla diade amicale. Nell’adolescenza l’amicizia assume una grande importanza: infatti, l’amico diventa uno specchio in cui riflettersi. Il concetto di amicizia assume delle connotazioni diverse a seconda del sesso: per i ragazzi essa è una relazione fianco a fianco, cioè un luogo dove si condividono delle attività; per le ragazze è una relazione faccia a faccia, ovvero un luogo dove si spartiscono delle confidenze, dei vissuti emotivi (Berti e Bombi, op. cit., pag. 365).

L’adesione ad un gruppo esercita una forte attrattiva sui giovani. Spesso, però, entrarne a far parte non è facile. I gruppi sono caratterizzati dal conformismo dei suoi membri. Infatti, gli appartenenti alla stessa aggregazione hanno in comune il modo di pensare, il vestiario, le abitudini, i luoghi da frequentare. In altre parole, attraverso questa comunanza, ritrovano un’identità collettiva.

Altra peculiarità è il favoritismo, ovvero i singoli membri ritengono che il proprio gruppo sia migliore rispetto agli altri (Berti e Bombi, op. cit., pag. 363). Con il passare del tempo il gruppo perde d’importanza agli occhi dell’adolescente. Questo avviene per due fattori:

• la riscoperta della propria famiglia di origine;

• la formazioni delle diadi affettive.

Le relazioni amorose rappresentano un momento importante di crescita per l’adolescente. Attraverso esse, il ragazzo o la ragazza cementano la propria identità, sviluppano le abilità sociali, fugano il senso di solitudine (Stevani, op. cit., pag. 257).

 

Adolescenza, delinquenza, devianza e identità

Nella sua fase iniziale l’adolescenza diventa il picco dei comportamenti antisociali, che tendono a scomparire intorno ai diciotto – venti anni. Solo una piccola parte passa dalla devianza alla criminalità: sono quei soggetti che hanno avuto dei comportamenti antisociali precoci (Berti e Bombi, op. cit., pag. 368). Questi soggetti, inoltre, sono contraddistinti dall’avere una famiglia incoerente e, durante il periodo della scuola primaria, dall’essere stati rifiutati dai coetanei. Nella loro vita è frequente l’esperienza dell’insuccesso scolastico, con anni scolastici ripetuti più volte (Berti e Bombi, op. cit., pag. 369) .

L’aggregazione in gruppi delinquenziali diventa una maniera per superare l’esclusione sociale. In questo caso, l’identità delinquenziale esercita un certo fascino e regala il sospirato senso di appartenenza (Berti e Bombi, op. cit., pag. 369). Secondo De Leo, citato in Stevani (op. cit., pag. 264), la devianza minorile ha una valenza comunicativa, ovvero l’adolescente attraverso essa invia dei messaggi relativi al suo sistema di attribuzioni e di significati. Questi producono due risultati:

• strumentali, relativi alla dimensione pratica del comportamento deviante;

• espressivi, riguardanti la propria identità, il rapporto con l’alterità, il rapporto con i valori del mondo degli adulti.
Gli adolescenti sono, come si diceva, alla ricerca della propria identità. Perché ci sia la conquista dell’identità, il ragazzo deve compiere due azioni:

• l’esplorazione di diverse alternative esistenziali;

• il successivo impegno in una di esse (Marcia, citato in Berti e Bombi, op. cit., pag. 376).

In sintonia con l’identità è la costruzione del proprio futuro, ovvero della prospettiva temporale. Con tale termine si intende il finalizzare le attività del presente ad eventuali sbocchi lavorativi futuri. Di solito gli adolescenti che hanno maggiore successo scolastico sono quelli che hanno una prospettiva temporale più positiva (Berti e Bombi, op. cit., pag. 381).

In conclusione, come osserva la Oliverio Ferraris, citata in Stevani (op. cit., pag. 246), l’età adolescenziale ha degli archetipi evolutivi a cui deve ottemperare, che sono:

• il reperire una nuova fenomenologia nei rapporti con l’alterità;

• il costruirsi l’identità di adulto;

• il percepirsi come un’individualità ben separata da quella genitoriale;

• l’organizzare la mappa cognitiva della propria adultità, fatta di variabili valoriali, attribuzioni di significati, interpretazioni della realtà.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  •  Berti, A. E., & Bombi, A. S. (2005). Corso di psicologia dello sviluppo. Bologna: Il Mulino.
  • Costabile, A., Bellacicco, D., Bellagamba, F. e Stevani, J. (2011). Fondamenti di psicologia dello sviluppo. Roma – Bari: Laterza.
  •  Mastrangelo, G. (1986). Manuale di neuropsichiatria infantile. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore.

La Sindrome degli Hikikomori: Il signor Cravatta di Milena Michiko Flasar – Recensione

Caterina Laria

Un romanzo malinconico, che si conclude con una luce di speranza. Ci ricorda che dietro una diagnosi esiste una persona, con le sue peculiarità che la rendono unica.

In questo suo primo romanzo Milena Michiko Flasar affronta il fenomeno degli hikikomori giapponesi: adolescenti che, pressati dalle elevate richieste del mondo esterno (scuola, genitori, società), si ritirano in un isolamento pressoché completo nella loro camera.

Due solitudini si incontrano al parco. Due malinconie si osservano con reciproca diffidenza, sino a diventare insostituibili l’una per l’altra. È la storia narrata da Taguchi Hiro, giovane hikikomori giapponese che dopo due anni di reclusione nella sua camera per la prima volta esce di casa e cammina per la strada. Inquietato dal quel mondo che aveva lasciato fuori dalla porta, trova sollievo sulla panchina di un parco. Qui incontra il salaryman Ohara Tetsu, un tipico impiegato in giacca e cravatta intento a consumare il pranzo nel caratteristico bentō. Il tempo passa e il “Signor Cravatta” rimane sulla panchina, anziché rientrare nell’ufficio dove si suppone debba tornare.

Il ragazzo inizia a osservarlo con cauta curiosità, comprendendo che le loro presenze sono entrambi fuori posto: cosa ci fa un impiegato al parco, durante quello che dovrebbe essere il suo orario di lavoro? E poi, cosa ci fa nel “mondo esterno” lui stesso, che in quanto hikikomori dovrebbe starsene rintanato in camera sua?

«Nel parco lui era l’unico salaryman. Nel parco io ero l’unico hikikomori. C’era qualcosa che non quadrava in noi due. Lui avrebbe dovuto essere nel suo grattacielo, io avrei dovuto starmene nella mia stanza, fra quattro mura.»

Ad avvicinare i due protagonisti è il filo di fumo di una sigaretta. Iniziano a scoprirsi a vicenda e a diventare l’uno il confidente dell’altro. Così diversi fuori, così simili nel loro vivere su uno sfondo di incomunicabilità: Taguchi racconta cosa lo ha portato all’isolamento e raccoglierà la confessione di Ohara che non ha il coraggio di dire alla moglie di essere stato licenziato. La panchina è ormai solo un pretesto, nei giorni di pioggia si daranno appuntamento in una caffetteria con sottofondo di musica jazz, arrivando carichi di aspettative e voglia di raccontarsi.

Taguchi ci rivela di essere un hikikomori un po’ diverso dagli altri: «Non leggo manga, non passo la giornata davanti al televisore o la notte al computer. Non costruisco modellini di aeroplani. I videogiochi mi fanno stare male. Niente deve distogliermi dal tentativo di proteggermi da me stesso.» E se fosse un hikikomori anche il Signor Cravatta, che ha rifuggito la vita isolandosi nel suo lavoro?

Il libro inizia in maniera molto lenta e accidentata; verrebbe quasi voglia di lasciar perdere. Ma oltrepassata questa fase, ci si rende conto che è la stessa difficoltà che hanno i protagonisti. L’incomunicabilità, la paura di tradire i nostri cari mettendoli al corrente di un fallimento, la vergogna di vergognarsi, la sofferenza.

Le vicende dei protagonisti si snodano poco a poco, come matassine troppo delicate per poter essere srotolate i colpo. Durante la lettura si vive quella sensazione dolceamara di essere testimoni di un’interazione osservata da lontano, come se si fosse seduti su un’altra panchina del parco. C’è un senso di lieve malinconia, voglia di sapere come andrà a finire desiderando allo stesso tempo che la storia non finisca così in fretta.

Un romanzo malinconico, che si conclude con una luce di speranza. Ci ricorda che dietro una diagnosi esiste una persona, con le sue peculiarità che la rendono unica.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Abuso verbale sul posto di lavoro: esistono differenze di genere?

FLASH NEWS

Gli studi hanno rilevato una differenza di genere tra le vittime di abusi verbali sul posto di lavoro e, nello specifico, suggeriscono che gli uomini sarebbero più a rischio rispetto alle donne.

I ricercatori dell’Institut Universitaire de Santé Mentale de Montréal e dell’University of Montreal erano interessati ad indagare se esista una prevalenza di genere tra le vittime di abusi verbali sul posto di lavoro. E’ molto importante soffermarsi sul tema degli abusi in contesto lavorativo, dal momento che essi hanno gravi conseguenze a livello psicologico. In effetti, esistono già numerose ricerche su tale tema, alcune delle quali sottolineano anche l’importanza di prendere in considerazione le variabili sociodemografiche come, ad esempio, il genere. Ad ogni modo i risultati sono spesso confusi e contraddittori e non si è ancora riuscito a definire con chiarezza se gli uomini o le donne siano soggetti maggiormente a rischio.

Per questa ragione Stephane Guay, direttore del Trauma Studies Center dell’Institut Universitaire de Santé Mentale de Montréal, nonché principale autore della ricerca di seguito presentata, ha pensato di identificare e riassumere tutti gli studi precedenti che indagavano la tematica degli abusi verbali sul luogo di lavoro, tenendo in conto nelle loro analisi del genere delle vittime.

Dopo un raffinato processo di selezione, l’autore ha deciso di prendere in considerazione 29 dei 90 studi tra quelli identificati; tra quelli prescelti, la maggior parte (24) erano stati condotti nell’ ambito del settore sanitario.

Dalle analisi di tali ricerche emerge che in circa il 50% dei casi (15 studi su 29) non viene rilevata una differenza di genere significativa, ovvero non sarebbe dimostrata una prevalenza di abusi verbali rivolti alle donne oppure agli uomini. Questa omogeneità potrebbe essere spiegata dal fatto che gli studi sono stati perlopiù condotti in ambito sanitario: gli uomini si sarebbero adattati ad un contesto prevalentemente gestito da donne adottando comportamenti che, stereotipicamente, sono considerati appartenere al genere femminile. Per esempio, userebbero più spesso comunicazioni di tipo tecnico e un approccio meno aggressivo rispetto a uomini che lavorano in altri settori.

Sorprendentemente, invece, gli studi che rilevano una differenza di genere tra le vittime di abusi verbali sul posto di lavoro suggeriscono che gli uomini sarebbero più a rischio rispetto alle donne. Infatti, 11 studi rilevano la prevalenza di tali comportamenti rivolti a personale di sesso maschile, mentre solo 4 studi rilevano la presenza di tali atteggiamenti come maggiormente rivolti a personale di genere femminile.

Sorpreso da tali risultati, Sthephane Guay cerca alcune spiegazioni a questo fenomeno. Ipotizza innanzitutto che in un posto di lavoro a maggioranza femminile ci si aspetti che gli uomini assumano un atteggiamento più protettivo, e questo li renderebbe più vulnerabili. Un’altra spiegazione potrebbe essere legata al fatto che è socialmente più accettato aggredire verbalmente un membro del “sesso forte”, considerato in grado di difendersi, piuttosto che una donna, la quale è considerata comunemente più vulnerabile. Questa ipotesi sarebbe resa ancora più plausibile dal fatto che la maggior parte dei colpevoli di abusi verbali sul lavoro sono persone di sesso maschile. Infine, la terza spiegazione proposta dall’autore sarebbe quella secondo cui gli uomini tenderebbero ad essere più arroganti se provocati, andando in questo modo a peggiorare la situazione. Le donne, invece, avrebbero maggiori capacità di negoziazione.

Ad ogni modo, alcune delle limitazioni metodologiche di tale studio ci impediscono di tirare conclusioni definitive. Il fatto che i soggetti provenissero prevalentemente da categorie sanitarie e negli studi venissero prese in considerazione poche altre categorie professionali è un limite importante. Altri fattori limitanti i risultati di questa ricerca sono, ad esempio, la mancanza di chiarezza su ciò che si intende per “abuso verbale”, o il fatto che la tolleranza della violenza verbale sulle donne sia legata soprattutto a certi contesti culturali.

Rimane comunque importante approfondire queste tematiche e continuare a lavorare in questa direzione. Infatti, molte persone passano la maggior parte del loro tempo sul posto di lavoro, e il tipo di ambiente in cui questo si svolge va in questo modo ad incidere sulla qualità della vita delle persone. Lavorare in un ambiente dignitoso, rispettoso e piacevole significa, in sostanza, migliorare la qualità del nostro umore, diminuire lo stress percepito e, in generale, vivere meglio anche fuori dal contesto strettamente lavorativo.

 

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Binge Eating Disorder: tra Farmaci e Psicoterapia

Un articolo di Cristina Da Rold, pubblicato su Oggiscienza il 26 novembre 2014. Riprodotto su licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

 

SALUTE – Parlare di disturbi del comportamento alimentare non significa solo anoressia o bulimia. Sempre più spesso significa parlare anche di Binge Eating Disorder (BED), un disturbo che provoca in chi ne è colpito episodi di abbuffate compulsive a qualsiasi ora del giorno o della notte. Secondo la SIMA (Società italiana di Medicina dell’Adolescenza) sarebbero due milioni i giovani a soffrirne in Italia, il 40% di essi tra i 15 e i 19 anni, anche se i primi sintomi possono presentarsi anche già tra gli 8 e i 12 anni.

A differenza di altri disturbi legati al comportamento, che possono venir curati anche senza alcun intervento farmacologico, nel caso dei disturbi alimentari oggi qualsiasi percorso terapeutico prevede nella sua interezza la possibile somministrazione di farmaci, almeno in alcune fasi della terapia.
“I disturbi del comportamento alimentare sono disturbi psichiatrici con importanti manifestazioni psicopatologiche in cui sono spesso presenti complicanze mediche; è quindi necessaria la stretta collaborazione tra figure specialistiche diverse che si occupino, in modo integrato, della mente e del corpo: lo psichiatra, il dietologo, l’internista e lo psicoterapeuta lavorano all’interno di un programma terapeutico condiviso per ogni specifico paziente”.

A parlare è Loriana Murciano, psichiatra della Federazione Italiana Disturbi Alimentari della sede a Torino.

“Il trattamento farmacologico nei disturbi alimentari nasce dall’osservazione della frequente associazione ad altre psicopatologie quali disturbi depressivi, sintomi ossessivi o multi-impulsività; la farmacoterapia non rappresenta mai un trattamento d’elezione ma deve essere considerata di supporto alla psicoterapia e non è indicata in tutti i pazienti con disturbo alimentare. I farmaci attualmente più utilizzati sono gli antidepressivi ad azione prevalentemente serotoninergica, gli stabilizzatori dell’umore ed alcuni antipsicotici atipici. Gli studi in letteratura che valutano l’efficacia a lungo termine della terapia farmacologica nei disturbi alimentari sono ancora pochi.”

E siccome negli ultimi anni sempre più persone, specie i giovanissimi e le giovanissime, sono risultati affetti da patologie di questo tipo, la messa a punto di nuovi farmaci, oltre quelli già utilizzati, in grado di risolvere per lo meno i sintomi di queste dipendenze, è una linea di ricerca assai fertile.

A questo proposito è notizia di qualche giorno fa che due ricercatori italiani di stanza alla Boston University, Pietro Cottone e Valentina Sabino, avrebbero scoperto gli effetti positivi della memantina, un farmaco normalmente usato su pazienti affetti da morbo di Alzheimer, su chi soffre di disturbi alimentari come bulimia e abbuffate compulsive. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology in collaborazione con l’Università di Cambridge. A oggi i risultati riguardano la fase pre-clinica, che non coinvolge cioè ancora a livello sperimentale l’essere umano, ma sui topi l’effetto osservato è stato netto. In una prima fase i ricercatori offrivano ai topi cibi molto dolci in modo da stimolarne i sensi, e poi somministravano loro il farmaco, notando come dopo la dose sia l’attrazione esercitata dal cibo sull’animale, che le abbuffate si bloccassero. Il farmaco infatti agisce sul cosiddettonucleus accumbens, un’area del cervello che era già associata in precedenza alle forme di dipendenza da cibo.

“Il punto cruciale per una terapia farmacologica efficace è formulare, per ogni singolo paziente, una corretta diagnosi che tenga conto di eventuali altri disturbi psichiatrici in associazione.” A questo proposito i criteri diagnostici li fissa ancora una volta il DSM, giunto alla sua quinta edizione. “Nel 2013 il Binge Eating Disorder è stato inserito come categoria autonoma nel capitolo dei disturbi alimentari alla pari dell’anoressia e della bulimia nervosa” spiega la Murciano. “Con il grosso limite del DSM-V per il quale il Binge Eating viene riconosciuto come disturbo psichiatrico solo se vengono soddisfatti tutti i criteri che il manuale stesso richiede lasciando aperto il problema della valutazione della grande categoria del sottosoglia.

@CristinaDaRold

 

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Senza figli nel mezzo: una metodologia d’intervento di gruppo con coppie di genitori in conflitto – Report dal Convegno SIRTS, 22 Novembre 2014

Giorgia Vacchini

REPORT DAL CONGRESSO:  “Né con te né senza di te” – La sorte dei legami familiari nel conflitto coniugale e nelle relazioni con i figli

 

La Prof. Van Lawick ha sottolineato come un lavoro multifamiliare, ovvero che vede la presenza di più famiglie contemporaneamente accomunate dallo stesso problema, funzioni bene per le situazioni di violenza domestica e di separazioni con alto tasso di conflittualità.

Justine Van Lawick è Psicologa Clinica e Psicoterapeuta di formazione sistemica, ha lavorato con adulti e bambini psichiatrici e ha fondato, nel 1984, il Lorentzhuis Centre (Haarlem, in Olanda) dove si occupa di famiglie, in particolare di famiglie difficili dove sono frequenti i conflitti e le violenze.

Il 22 Novembre ha presentato al convegno SIRTS, “Né con te né senza di te” la sorte dei legami familiari nel conflitto coniugale e nelle relazioni con i figli, il suo prezioso contributo “No Kids in the Middle, Senza figli nel mezzo: una metodologia d’ intervento di gruppo con coppie di genitori in conflitto”.

La Prof. Van Lawick ha sottolineato come un lavoro multifamiliare, ovvero che vede la presenza di più famiglie contemporaneamente accomunate dallo stesso problema, funzioni bene per le situazioni di violenza domestica e di separazioni con alto tasso di conflittualità.

Spesso i genitori dicono che i figli non sono presenti durante i loro litigi e che non sanno della situazione in casa, in realtà non è così: i figli percepiscono tutto, sanno cosa sta succedendo anche quando non vedono direttamente i genitori perché si trovano in un’altra stanza, sanno cosa si dicono mamma e papà anche quando sono con la musica alta e fingono di non sentire. Nei casi di separazione conflittuale è difficile convincere gli ex partner a venire insieme a colloquio da un terapeuta, accettano subito invece quando sono invitati singolarmente: in questo modo hanno la possibilità di parlare male l’uno dell’altra sperando di trovare nella figura del professionista l’ennesimo alleato da scatenare contro l’ex.

Le separazioni non coinvolgono mai solo gli ex partner e i figli, sottolinea Justine Van Lawick, ci sono con loro due reti ben distinte: ognuno ha il suo avvocato, il suo psicologo, i suoi amici che pensano che l’ex sia il carnefice, le famiglie d’origine e spesso i nuovi compagni o compagne che fanno la guerra insieme a loro. Ci troviamo così davanti a due mondi in conflitto, a due sistemi contrapposti. Numerosissimi sono i casi in cui i genitori, ormai ex coniugi, portano i figli dallo psicologo perché a causa della loro separazione soffrono, ma questo non serve se poi i genitori a casa continuano a urlare e a usare violenza, se i nonni o i nuovi compagni di mamma e papà fomentano la rabbia e il rancore nei confronti dell’altro partner. “Chi lavora con i bambini non può non lavorare con i genitori, è necessario lavorare sul contesto”, di questo è convinta Van Lawick.

Ecco che nasce l’idea di un progetto innovativo, un progetto rivolto alle famiglie separate con minori dove il conflitto e la violenza sono ancora una costante, dove ci sono difficoltà di comunicazione e dove due mondi un tempo vicini, quello della mamma e quello del papà, si fanno la guerra.

Il lavoro è senza dubbio innovativo perché mette i figli al centro e fa lavorare i genitori affinchè rimangano tali anche dopo la difficile separazione e facciano il bene della propria prole. La professoressa e la sua equipe hanno così pensato di formare dei gruppi di famiglie. In media si lavora con 6 famiglie separate con minori, il percorso si svolge in parallelo con i genitori e i figli per 8 sessioni di 2 ore ciascuna.

Al primo incontro sono invitati i genitori senza i figli. Durante questo iniziale contatto si spiegano gli obiettivi del progetto e dell’importanza del lavoro di gruppo: imparare a gestire il conflitto e la violenza, imparare a rimanere genitori anche dopo una separazione difficile, provare a confrontarsi con chi si trova in una situazione simile. Si chiede poi loro di interrompere ogni procedura legale e di adottare un atteggiamento nuovo che lasci spazio alle emozioni e alla vulnerabilità, di abbassare le armi della battaglia contro l’ex. Questo atteggiamento è opposto a quello che si assume in ambito legale.

Al secondo incontro sono invitati i genitori con la loro rete, ovvero i nuovi compagni, gli avvocati, le famiglie d’origine, gli amici e i vicini di casa. Chiunque abbia contatto con uno degli ex coniugi e sia interessato può partecipare in forma anonima a una sessione informativa sul lavoro che i genitori separati svolgeranno per il benessere loro e dei loro bambini. Spesso la rete si chiede: “Ma quindi torneranno insieme alla fine del percorso con voi?”, Van Lawick sottolinea più volte che l’obiettivo non è riunire la coppia ma imparare a essere ancora genitori, questo deve essere chiaro a tutti.

E’ fondamentale coinvolgere la rete, sostiene la fondatrice del Lorentzhuis Centre, essa rappresenta la risorsa a cui i genitori possono attingere nei momenti di difficoltà. Tra una sessione e l’altra vengono dati dei compiti che spesso coinvolgono anche le rispettive reti, ad esempio alcune attività vedono la presenza dei nonni che sono tra gli attori fondamentali delle famiglie separati con minori.

Le attività e il programma degli incontri non sono mai standard, molto dipende dal gruppo con cui si lavora. Il lavoro multifamiliare ha molti risvolti positivi:

– Permette uscire dall’isolamento e dall’idea di essere gli unici ad aver vissuto una separazione così violenta e complessa, il confronto con il gruppo aiuta a superare lo stigma di essere una famiglia problematica.

– Incrementa un senso di solidarietà e facilita l’aiuto reciproco. Le persone che si vedono nella stessa situazione sono più motivate ad aiutarsi vicendevolmente; Van Lawick ha raccontato come spesso dopo il lavoro in gruppo tra le famiglie o tra alcuni componenti delle reti nascano frequentazioni che proseguono anche al di fuori del lavoro con i terapeuti.

– Spesso le famiglie fanno fatica a guardare e a comprendere le dinamiche che accadono all’interno del proprio nucleo, nel lavoro di gruppo questo è facilitato dalla presenza degli altri. Osservando le altre famiglie, simili alla mia perché anch’essa caratterizzata da violenza e conflitto, comprendo molte dinamiche che caratterizzano il mio nucleo di appartenenza. L’obiettivo del lavoro è anche quello di stimolare nuove prospettive e punti di vista.

– Aiuta le famiglie a sentirsi capaci e attive, non si percepiscono più come bisognose di aiuto ma comprendono che al loro interno hanno le risorse per fronteggiare le difficoltà.

In questo lavoro il terapeuta e gli operatori che sono con lui non si pongono come esperti (“So che cosa ha la tua famiglia che non va”), né come insegnanti (“Ti dico io cosa devi fare e tu esegui”), nemmeno come giudici (“Questo è giusto mentre questo è sbagliato”). L’equipe ha il compito di facilitare l’emergere delle risorse che ogni famiglia possiede e di aumentare la consapevolezza di alcune dinamiche disfunzionali; inoltre aiuta la connessione e l’interazione tra famiglie fungendo da catalizzatore.

Il lavoro dei bambini si svolge in parallelo ed è guidato da un’equipe formata. L’obiettivo degli incontri è quello di fare qualcosa di concreto da mostrare poi ai genitori. In molti casi viene prodotto un video nel quale i minori esprimono cosa significa per loro essere figli di genitori in conflitto, oppure vengono ripresi degli sketch in cui i bambini giocano il ruolo della coppia che litiga; con i più piccoli potrebbe essere interessante allestire una mostra fotografica o di quadri da loro prodotti sul tema della separazione e del conflitto. Questi lavori vengono poi mostrati agli adulti: è un momento molto delicato perché i genitori hanno la possibilità di sentire e vedere la sofferenza dei figli, di mettersi nei loro panni. “Spesso provano vergogna, ma è positiva, aiuta a capire tanti errori passati e a non ripeterli”, dice Van Lawick.

L’intervento si è concluso con un gioco di ruolo che spesso utilizzano lei e i suoi collaboratori nel lavoro con le famiglie e che ha visto coinvolti in prima linea alcuni partecipanti al convegno. A due persone è stato chiesto di vestire i panni di una coppia mentre litiga, ad altri due di mettersi nel ruolo dei figli che ascoltano. Durante il litigio i bambini, seduti su due sedie, dovevano avvicinarsi o allontanarsi fisicamente dai genitori a seconda se quello che dicevano gli piaceva o meno. L’esercizio è stato molto forte e di grande effetto: ha permesso in primo luogo di rilevare la grande sofferenza dei figli quando sentivano certe frasi degli adulti; in un secondo momento di quanto spesso i genitori si dimenticassero della loro presenza dei bambini perché troppo presi dalla loro discussione.

 

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