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Gli interventi basati sulla mindfulness (2011) di Alberto Chiesa – Recensione

Il volume di Alberto Chiesa potrebbe essere inteso come un ottimo "vademecum" scientifico e documentato di cosa é e non é la pratica di Mindfulness.

ID Articolo: 101101 - Pubblicato il: 01 luglio 2014
Gli interventi basati sulla mindfulness (2011) di Alberto Chiesa – Recensione
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Un lavoro molto interessante quello del collega Alberto Chiesa. Come ormai molti sostengono, la Mindfulness sta vivendo in questo periodo un momento di forte “ambivalenza” dovuto alla larga diffusione e alle molte banalizzazioni di cui é stata vittima.

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Spesso le radici epistemologiche, teoriche e filosofiche da cui deriva vengono perse, lasciando spazio a “PNLizzazioni”, per usare un termine usato da Fabio Giommi della Mindfulness. È di dovere ricordare sempre che la Mindfulness non é una “buona tecnica” e nemmeno una “buona idea”, bensì una pratica di meditazione che ha radici molto antiche e che da circa trent’anni é stata proposta come base di alcuni interventi all’interno di un contesto più clinico.

Questa breve premessa solo per sottolineare che il volume che ho tra le mani potrebbe essere inteso come un ottimo “vademecum” scientifico e documentato di cosa é e non é la pratica di Mindfulness. Leggendo nella quarta di copertina, il volume di Chiesa si pone diversi obiettivi. Senza togliere la possibilità al lettore di apprendere il discorso leggendo il volume, cercherò di discutere alcune delle domande esplicitate (e altre che emergono intuitivamente dalla lettura) di questo lavoro molto interessante.

La prima domanda a cui si risponde nel volume é: per quali pazienti gli interventi basati sulla mindfulness hanno dimostrato di essere efficaci?

Lasciando la risposta al volume, credo che questa sia una prima domanda molto importante. In ciò, trovo che la diffusione della Mindfulness di cui accennavo prima, che ha dato alla pratica di Mindfulness la copertina del Time di febbraio, non abbia contributo a far comprendere la pratica di Mindfulness per quella che è: non una tecnica da usare come se fosse l’aspirina del nuovo millennio bensì una pratica che richiede impegno, “allenamento” e costanza … Unita a un buona quota di pazienza. Capire pertanto cosa aspettarsi dalla Mindfulness e chi potrebbe beneficiarne é un argomento di grande interesse, credo non solo clinico, ma anche culturale.

Una seconda domanda, se vogliamo, più “da addetti ai lavori” é la seguente: quando si può proporre a un paziente l’affiancamento di terapie “convenzionali” farmacologiche o psicologiche con le pratiche di mindfulness? Rispondere a questa domanda permette a noi clinici di proporre ai nostri pazienti/clienti un percorso di Mindfulness in un momento “adatto e adeguato” rispetto all’eventuale percorso psicoterapeutico in atto.

Altra questione di grande importanza, a cui Alberto Chiesa, a mio parere, risponde in modo molto chiaro e completo é: come si può descrivere a un paziente la mindfulness in parole semplici, essendo al tempo stesso consapevoli della ricchezza e della profondità che sta dietro questo termine? Chi ha esperienza di pratica di Mindfulness (o più in generale di pratica di consapevolezza) coglie subito in questa domanda potenziali e rischi. Rischi di rimanere imbrigliati in una spiegazione concettuale (mediata dal linguaggio) di una esperienza non semplicemente descrivibile a parole, bensì grazie e con la pratica personale, e quindi l’esperienza stessa di pratica, e dall’altra parte la possibilità di introdurre le persone a un percorso che potrebbe davvero proporre un cambio radicale del proprio stile di vita e di atteggiamento verso la propria sofferenza.

Spesso chi conduce gruppi di pratica di Mindfulness si limita (a ragione) a utilizzare la definizione di Mindfulness data da Jon Kabat Zinn e lascia che il senso di questa definizione si amplifichi e si chiarisca tramite l’esperienza stessa di pratica Mindfulness.

Una quarta domanda a cui l’autore cerca di dare risposta é: come si possono incarnare le qualità che la pratica di mindfulness propone?

La risposta, che qualsiasi persona con esperienza di pratica non può che confermare, é una: la pratica personale. Una delle qualità del volume di Chiesa sia proprio questo: unitamente agli aspetti “concettuali” molto ben documentati, un continuo rimando a come lo professionista che vuole proporre interventi basati sulla Mindfulness debba necessariamente essere a sua volta praticante. Soltanto in questo modo, gli aspetti “analitici, razionali, concettuali e di comprensione” (diciamo banalmente “da emisfero destro”) possono essere trasmessi all’altra persona insieme agli aspetti “esperienziali, sensoriali, percettivi e emotivi” (diciamo banalmente “da emisfero destro”).

Messaggio pubblicitario L’intero volume di Alberto Chiesa riflette, a mio parere, ciò che sta attraversando il mondo scientifico nella fattispecie quello che si occupa di studiare con gli strumenti della ricerca scientifica la pratica di Mindfulness. Da un lato la “semplicità e la categorizzazione” che giustamente la ricerca scientifica richiede é dall’altro la “complessità e le qualità emergenti” tipiche della pratica di Mindfulness, che ricordo, prima di essere stata un intervento psicoterapeutico (circa 30 anni di vita) é stata, ed é tuttora, una pratica di meditazione (circa 2500 anni di vita).

Il volume, molto chiaro e documentato, si conclude con lo sviluppo e la discussione di altri due importanti aspetti legati alla Mindfulness. Il primo riguarda l’utilizzo della pratica di Mindfulness all’interno del colloquio clinico terapeutico e il secondo prende in considerazione gli aspetti correlati ai meccanismi psicologici e neurobiologici che sottendono i benefici clinici associati alla pratica della mindfulness.

Un ulteriore aspetto apprezzabile del volume sono i “box di riassunto” a fine di ogni capitolo, che ne permette una lettura a più livelli (ad esempio di consultazione “al bisogno”).

L’impressione che ho leggendo con attenzione e curiosità il libro di Alberto Chiesa é che in questo volume il tentativo di unire i due aspetti, non banalizzandone alcuno, sia riuscito, con un (forse inevitabile) viraggio occasionale e discontinuo sugli aspetti scientifici e di ricerca.

Quest’ultimo aspetto credo che sia un valore del libro e non un limite. Forse può mandare un messaggio chiaro e netto a chi é “curioso della Mindfulness” perché, diciamocelo, é cool.  

 

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