Una ricerca dell’Università di Buffalo mostra che la comunicazione tra i genitori e i propri figli circa i rischi dell’uso dell’alcol tende a diminuire nel tempo. I genitori infatti erroneamente sottovalutano l’impatto positivo che un dialogo costante possa rappresentare tra genitori e figli, soprattutto in adolescenza.
Colder e i suoi collaboratori sostengono che discutere sul tema dell’uso dell’alcol con i propri figli sia importante in quanto l’atteggiamento del genitore potrebbe influenzare l’atteggiamento del figlio. Ricerche precedenti hanno mostrato che gli adulti non potranno decidere per i propri figli ma potrebbero influenzare le loro scelte discutendo dei pro e dei contro legati all’uso dell’alcol prima che si verifichino situazioni in cui scegliere autonomamente.
La letteratura in passato ha focalizzato l’attenzione sugli aspetti antecedenti l’uso dell’alcol in adolescenza, trascurando il modo in cui questi si sviluppano. Colder e i suoi collaboratori invece hanno indagato il modo in cui l’uso di regole restrittive dei genitori verso i figli sull’uso dell’alcol possa essere deterrente per un consumo improprio di alcolici.
Gli autori hanno notato però che man mano che i ragazzi crescevano le regole divenivano meno severe e i genitori spendevano meno tempo con i loro figli a discutere sull’uso dell’alcol e i pericoli a esso associati. È stata trovata infatti una correlazione tra questi 3 aspetti della genitorialità (le regole che diminuiscono man mano che i figli crescono, le regole che divengono meno severe e il fatto che la comunicazione tra genitori e figli diminuisca nel tempo) e l’insorgenza d’uso di alcol.
Nello studio sono state effettuate tre valutazioni annuali rivolte ai genitori e ai propri figli. Una prima valutazione avveniva nella fascia di età in cui i ragazzi tipicamente hanno iniziato a bere alcolici (all’età di 10-11). Le domande riguardavano le opinioni dei ragazzi e dei genitori rispetto all’uso di alcolici e all’ambiente familiare. I soggetti sono stati intervistati nuovamente nell’anno successivo e poi ancora l’anno dopo.
L’Istituto Nazionale del NIH on Drug abuse continua a finanziare ulteriori ricerche per consentire al team della ricerca di seguire i suoi soggetti per altri tre anni con lo scopo di approfondire ulteriori aspetti legati all’uso dell’alcol: opinioni riferite nel periodo antecedente all’uso di alcol, nel periodo in cui si comincia a consumare alcolici e nelle fasi di follow up, età in cui può esserci maggior rischio di un uso problematico di alcolici.
Abilità e forme di conoscenza: in che modo si differenziano?
Il termine abilità si riferisce alla conoscenza di “come” fare una determinata azione e si differenzia dalla conoscenza di fatti o eventi (Schmidt e Bjork, 1992).
Queste sono spesso due forme di conoscenza indipendenti l’una dall’altra: ad esempio si può sapere come guidare un’auto senza avere una conoscenza effettiva di come l’auto funzioni (“come”); oppure si può apprendere, studiando, il funzionamento di un’auto e delle sue singole componenti senza che però questo sia utile nel guidare, se non ci si è mai esercitati nell’abilità stessa della guida (“fatti”).
Spesso le abilità quotidiane non vengono considerate conoscenza, ma non è così. Ad esempio da giovane, un individuo acquisisce la conoscenza di come crearsi un programma ed assicurarsi di rispettarlo. In età più avanzata tale abilità potrebbe essere mantenuta per pianificare e organizzare gli appuntamenti anche se in quantità minore rispetto a prima.
A volte, però, l’ambiente e le situazioni potrebbero modificarsi e quindi potrebbe essere necessario o modificare leggermente l’abilità già posseduta o trasferirla in condizioni nuove e diverse da quelle in cui è stata appresa (Salomon e Perkins, 1989): con l’avanzare dell’età si possono ad esempio aumentare o cambiare le medicine da prendere e le modalità con cui assumerle, e potrebbe anche non essere più sufficiente basarsi su cue interni per compiere tale abilità, come ricordarsi semplicemente di prendere la pillola, e potrebbe rendersi necessario l’utilizzo di ulteriori cue esterni, come la sveglia per ricordarsi di prendere la pillola (Park et al., 1994).
L’aggiornamento di un’abilità richiede anche l’adattamento del soggetto alla situazione nuova che viene a crearsi e può anche accadere che abilità apprese in passato debbano essere riapprese, come può avvenire in seguito a grandi cambiamenti nella propria vita: ad esempio la perdita del coniuge, situazione in cui una vedova deve prendersi carico delle responsabilità di cui prima si occupava prevalentemente il marito (come la gestione delle finanze).
In alcune circostanze il mantenimento e il trasferimento delle abilità non è sufficiente ed è indispensabile imparare nuove abilità, come succede quando si utilizzano computer o internet; la capacità di acquisire nuove abilità è spesso correlata al grado di soddisfazione (ad esempio la capacità di dedicarsi ad un hobby) ed allo stile di vita dell’individuo.
In generale quindi un’abilità ha diverse caratteristiche, tra cui:
1) mantenimento delle abilità acquisite nel corso della vita;
2) trasferimento di tali attitudini in situazioni nuove;
3) acquisizione di nuove abilità per occuparsi di difficoltà, che con abilità già possedute non si riescono a gestire.
Per comprendere al meglio il concetto di abilità è importante capire la distinzione tra conoscenza dichiarativa e procedurale. La conoscenza dichiarativa è la “conoscenza di”: si riferisce a fatti ed eventi. Si può misurare con domande come “Qual è il capoluogo della Lombardia?”. È associata alla memoria esplicita che si basa sul tentativo consapevole di richiamo o riconoscimento.
La conoscenza procedurale è, invece, il “come”: è la memoria delle procedure necessarie per compiere azioni che solitamente vengono svolte in modo automatico e in assenza di un alto grado di consapevolezza. Infatti è associata alla memoria implicita, che, al contrario di quella esplicita, non richiede un tentativo consapevole per svolgere un compito. Dal momento che tale conoscenza include attività pratiche, come ad esempio andare in bicicletta o nuotare, l’unico modo per esaminarla è far svolgere un compito al soggetto.
Tale suddivisione non è sempre così netta come appare, infatti, nel caso delle abilità cognitive, che sono soprattutto conoscenza procedurale e richiedono quindi l’impiego della memoria implicita, per metterle in atto è in realtà indispensabile un’interazione tra i due tipi di conoscenza e, quindi, di memoria.
Nonostante l’ottimistica ondata di salutismo, l’inizio del nuovo anno è il periodo in cui i consumatori occidentali acquistano la maggiore quantità di cibo.
Le feste Natalizie sono spesso colme di gioie e bei momenti: si ha del tempo da passare con i propri cari; si affligge il portafoglio per delle tenere banalità, come vedere il sorriso che si dipinge sul volto di nostra nipote dopo aver ricevuto l’ennesimo giochino nuovo; si guarda sospiranti e sognanti la neve alla finestra, mentre noi dentro casa ci gustiamo una cioccolata calda.
Ma le feste non sono solo questo: sono anche mangiare tanto, mangiare bene, mangiare in compagnia, per poi promettere a sé stessi che, basta, dal 7 Gennaio ci metteremo a dieta, ricominceremo a fare movimento, butteremo giù quella fastidiosa pancetta che ci è venuta tra grandi cene e sospiranti momenti accompagnati da cioccolata calda con panna. Insomma, non manca lo spazio dedicato ai propositi per il nuovo anno, sulla falsariga del salutismo e dei buoni consigli della nostra ormai rassegnata nutrizionista (o dietologa, o dietista, o chiunque sia la persona cui affidiamo speranzosi la nostra autostima).
Ma pare che tali buoni propositi siano formulati, o quantomeno applicati, in maniera illusoria ed erronea. Infatti, nonostante l’ottimistica ondata di salutismo, l’inizio del nuovo anno è proprio il periodo in cui i consumatori occidentali acquistano la maggiore quantità di cibo. Essi infatti continuano a comprare la stessa eccessiva quantità di “cibo-spazzatura” che acquistavano durante le vacanze natalizie, aggiungendoci poi cibi maggiormente salutari.
Il risultato è che con l’anno nuovo portano a casa il 9% in più di calorie rispetto all’appena precedente periodo di grandi festività all’insegna di grandi mangiate. O almeno, questo è quel che dimostra uno studio condotto dai ricercatori della University of Vermont.
I dati emersi da questo studio condotto da Lizzy Pope in collaborazione con David Just e Brian Wansink della Cornell University, and Drew Hanks della Ohio State University, sembrano controcorrente rispetto alla fama delle vacanze natalizie come il periodo più mangereccio dell’anno.
Eppure è tutto vero. “Ci interessava sapere in che modo i buoni propositi per l’anno nuovo e la fine delle vacanze natalizie influenzano la spesa dei cittadini – quanto cibo la gente acquista, di che tipo, e quante calorie contiene”, afferma David Just. Più di 200 casalinghe sono state coinvolte in questo studio, denominato Res(olutions)-Illusions Study, il quale riguardava i loro comportamenti di consumo alimentare nel periodo compreso tra luglio 2010 e Marzo 2011.
Per identificare i pattern di consumo, i ricercatori hanno suddiviso i dati raccolti in tre diversi momenti: il periodo compreso tra Luglio e il giorno del Ringraziamento rappresentava le normali spese alimentari dei partecipanti allo studio calcolate settimanalmente, dal Ringraziamento a Capodanno era considerata la fase delle vacanze natalizie e infine il periodo compreso tra Capodanno e Marzo rappresentava l’atteggiamento post-vacanze adottato dai consumatori. I cibi erano categorizzati come più o meno sani in base ad un sistema di categorizzazione nutrizionale utilizzato presso i negozi di alimentari partecipanti allo studio.
“Nonostante le belle intenzioni del nuovo anno con cui le persone si ripromettono di mangiare più sano, continuano comunque a comprare gli stessi cibi grassi che tanto hanno apprezzato durante il periodo natalizio”, dice Hanks. “Basandoci su tali scoperte”, aggiunge lo studioso, “raccomandiamo ai consumatori di non limitarsi ad aggiungere cibi più salutari al loro carrello, ma piuttosto di sostituire il cibo-spazzatura con alimenti più freschi e nutrienti; sarebbe inoltre utile recarsi all’alimentari con una lista della spesa già compilata, in modo tale da proteggersi dal rischio di acquisti impulsivi. Sarebbe utile dare infine un’occhiata al proprio carrello della spesa, e assicurarsi che cibi sani e nutrienti costituiscano almeno la metà dei nostri acquisti”.
Disagio mentale & promozione del benessere globale: un nuovo progetto
Roberto Lorenzini, Antonio Scarinci, Valeria Valenti, Sofia Piccioni
Premessa teorica
La salute non è la semplice assenza di malattia e ciò è particolarmente vero per la “salute mentale” che secondo l’OMS è
“uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”.
Un nuovo campo di ricerca e di intervento per gli operatori della salute mentale (termine comprensivo ma non riducibile alla psichiatria come volle sottolineare il legislatore della famosissima Legge n.180/78) si affianca alla tradizionale prevenzione, cura e riabilitazione del vero e proprio disagio mentale. E’ la promozione del benessere, con evidenti vantaggi individuali ma anche collettivi per il miglior funzionamento della società e il risparmio sui costi diretti ed indiretti del disagio mentale.
Un intervento di promozione del benessere appare particolarmente opportuno all’ inizio del ciclo di formazione in psicoterapia. In un momento particolarmente importante per lo sviluppo di una professionalità adeguata alle richieste del mercato, che prevede anche un lavoro personale su temi dolenti e piani esistenziali semiadattivi, un preliminare e propedeutico intervento sul benessere, da tenersi all’ inizio del training, potrebbe predisporre il trainee nelle migliori condizioni esistenziali per affrontare il percorso. La nostra ipotesi è che trattandosi di giovani, un intervento breve, indirizzato alla promozione del benessere, non soltanto aumenti il vissuto soggettivo di benessere ma migliori il rendimento, il funzionamento e le performance della stessa scuola di formazione.
La proposta (Lorenzini, Scarinci 2013) si focalizza su quattro dimensioni: senso della vita e consapevolezza, relazionalità, trascendenza e accettazione. Lo sviluppo degli stati mentali ed emotivi e dei conseguenti comportamentali in questi quattro ambiti consente uno sviluppo qualitativo e quantitativo del well-being. Gli sviluppi della ricerca psicologica e delle neuroscienze, dimostrano che sono questi i fattori preminenti che promuovono il benessere (Kringelbach, Berridge 2010; Cloninger 2012; Fava 2012; Panksepp 2007; Pacciolla, Mancini 2010; Seligman 2009; Siegel 2009; Steca et al. 2009; Tang, Rothbart, Posner 2012; Kringelbach, Berridge 2010).
Il progetto operativo
Si prevede un intervento di promozione del benessere (IPB) breve e di gruppo che si articoli in 4 incontri di 2 ore per un numero di venti partecipanti, da attuarsi in un tempo complessivo di 6 mesi che vedrà impegnati i partecipanti oltre che negli incontri di gruppo in un lavoro personale guidato dai conduttori attraverso internet da svolgersi nel tempo che separa un incontro dall’ altro.
E’ un intervento a trazione anteriore con l’accento posto sul progetto di vita piuttosto che sulla propria storia.
Durante il percorso si promuoverà l’esplorazione del proprio funzionamento e delle relazioni con l’altro. Il focus dell’intervento non sarà sulle emozioni negative ma su quelle positive, non sulle paure ma piuttosto sulla costruzione di senso e significato.
La realtà ideale sarà proposta come motore di un cambiamento che a partire dal sé nel qui ed ora si allarghi via via alla propria comunità di appartenenza fino alla classe di tutti gli umani e più ancora dei viventi per l’importanza fondamentale attribuita alla relazionalità.
L’intervento facilita il movimento in cui l’individuo separato e autonomo valorizza le dinamiche di appartenenza e consapevolmente, dopo averlo saldamente conquistato, stempera “l’io” in un “noi” più grande e duraturo nel tempo.
Un IPB non spinge il soggetto soltanto a guardare dentro di sé ma lo invita ad aprire gli occhi su tutte le espressioni dell’animo umano che da sempre hanno rappresentato il prodotto della ricerca dell’uomo intorno al senso della sua esistenza (filosofia, letteratura, religione, arte).
Un IPB favorisce l’impegno continuo e consapevole verso i valori personali identificati nella ricerca di senso come fari orientanti l’esistenza.
La prassi operativa prevede un assessment iniziale in cui verrà utilizzata la Scala di Valutazione del Benessere, uno strumento che consentirà alla conclusione dell’intervento di valutare eventuali scostamenti significativi. Gli incontri avranno come temi specifici la scelta di scopi-valore e del piano di vita, la relazionalità, il passaggio al “noi”, altri mondi possibili, la dimensione spazio/tempo. L’IPB vuole favorire una piena valorizzazione del piano esistenziale del soggetto e l’incremento del benessere sia sotto l’aspetto edonico, sia sotto l’aspetto eudemonico.
Kringelbach M. L., Berridge K. C. (a cura di) (2010), Pleasures of the Brain, Oxford University Press, Oxford. ACQUISTA ONLINE
Lorenzini, R., Scarinci, A. (2013), Dal malessere al benessere. Attraverso e oltre la psicoterapia, Franco Angeli, Milano. ACQUISTA ONLINE
Pacciolla A., Mancini F. (a cura di) (2010), Cognitivismo esistenziale. Dal significato del sintomo al significato della vita, FrancoAngeli, Roma. ACQUISTA ONLINE
Je suis Charlie: il rovescio della tolleranza in momenti di crisi culturale
La tolleranza che raccomanda la fiducia e la pazienza di attendere l’inevitabile laicizzazione del medio-oriente nasconde l’intolleranza di ritenere che il nostro modello sia comunque superiore, così superiore che il tempo lavora per noi.
L’umore psicologico rimane segnato dall’attentato di Charlie Hebdo, con i consueti tic automatici immediatamente attivati: la diffidenza verso l’altro da sé e l’odio verso di sé, la colpa e l’orgoglio, il perdono e la fermezza, la comprensione verso l’altro e la definizione di se stessi. Il tutto versato e mescolato nella solita pappa concettuale inevitabilmente confusa. Parlando con i nostri conoscenti, spesso più intelligenti di noi, accadono cose fastidiose. Si scopre che qualunque idea ha il suo rovescio e dentro di sé il suo contrario. La tolleranza che raccomanda la fiducia e la pazienza di attendere l’inevitabile laicizzazione del medio-oriente nasconde l’intolleranza di ritenere che il nostro modello sia comunque superiore, così superiore che il tempo lavora per noi. E chi oggi ha il coraggio di ritenersi superiore? Perfino la colpa può essere un’intolleranza, l’intolleranza di chi si ritiene talmente potente e responsabile da pensare che qualunque disgrazia mondiale dipenda solo dalla nostra colonizzazione culturale. Una bella hybris anche questa. Il che vuol dire che queste culture oppresse siano talmente fragili e del tutto incapaci di strategie proprie da non aver giocato alcun ruolo nella propria crisi. La loro condanna sarebbe un’eterna reazione impotente alla nostra violenza culturale.
Insomma, siamo in crisi, come da un po’ di tempo e come al solito. La psicologia può rispondere a questa confusione consolandoci con la letteratura sulla crisi come opportunità e come occasione di sviluppo.
Soprattutto la psicologia umanistica ed esistenzialista ha promosso questa visione ottimistica, fin dagli anni ’50 con Werner Wolff (1950). La crisi come occasione? Già sentito, però suona bene. E funziona? Qualcuno si è chiesto quando gli squali del capitalismo, quegli executive privi di illusioni delle grandi corporation, davvero vedono una crisi come occasione (Brockner e Hayes James, 2008). La risposta rischia di essere pleonastica: la crisi diventa un’opportunità quando chi è in crisi riesce a individuare cosa (o chi) non funziona e a trovare nuove soluzioni. Insomma, ogni crisi è un’opportunità se la risolvi. Altrimenti prevarrà il timore di fondo che sia tutta un’illusione: non staremo per caso cantandocela e suonandocela da soli?
Torniamo alla specifica crisi culturale legata all’episodio di Charlie Hebdo. Un aspetto disorientante è che la cronologia della radicalizzazione religiosa del medio-oriente ci racconta una sfasatura temporale. Il fenomeno esplode alla fine degli anni ’70, e quindi dopo la de-colonizzazione (Moaddel, 2005; Martin e Barzegar, 2010). Anche tra chi emigra nei paesi occidentali la radicalizzazione convolge più òe generazioni successive (Epstein e Kheimets, 2000). È noto che nei paesi del medio oriente di lingua araba o persiana le fotografie di vita quotidiana risalenti agli anni ‘50 ci raccontano un ambiente occidentalizzato, in cui i vestiti sono quelli comodi e pratici della modernità. Le donne non sono coperte e lavorano. Guardiamo alcune foto dell’Afghanistan: l’atmosfera ricorda quella dell’Italia degli stessi anni.
È solo dopo, a partire dagli anni ’60, con l’indipendenza politica, che sembra scatenarsi la reazione. Del resto anche in Occidente negli stessi anni la modernizzazione, da moderata e ancora non in conflitto con i valori comunitari e gerarchici, esplode definitivamente. Con risultati opposti: in Occidente un’accelerazione dell’individualismo, magari unito a un idealismo rivoluzionario che però nulla aveva di realmente comunitario. In Medio Oriente un vero ritorno al comunitarismo tradizionale.
Un’altra idea gonfia di contraddizioni è l’invocazione a non fare facili generalizzazioni e ricordarci che esistono anche forme non radicali di adesione alla propria cultura. Giusto. Per esempio c’è l’Islam moderato. Ma anche questo appello così tollerante si presta a obiezioni ancora più tolleranti.
Da una parte, perché chiamare intere culture Islam? E perché ridurre il meglio di queste culture al termine Islam moderato? Si tratterebbe di una forzatura. Significa suggerire che l’unico orizzonte in cui riusciamo a vedere l’estraneo è la lente religiosa. Questa obiezione finisce per confluire in un’obiezione posizionata a una latitudine più liberaleggiante: che per ottenere una definitiva laicizzazione del medio-oriente non basta mica solo un Islam moderato. Ci vorrebbe un medio-oriente ateo e razionalista, iconoclasta e perfino un po’ nichilista. Un’avanguardia che giochi lo stesso ruolo delle avanguardie occidentali. Il che sarebbe un’opportunità per il medio-oriente, per chi ritiene che ridurre tutto il medio-oriente all’islam è una cosa un po’ da razzista (avete notato come anche in questo articolo ho preferito il termine geografico e neutro medio-oriente?) e per chi ritiene che la laicizzazione del medio-oriente non può essere affidata solo ai moderati, islamici e non. Per ora rimaniamo così, in attesa del prossimo conoscente intelligentissimo che ci farà notare il lato intollerante di questo provvisorio approdo.
Moaddel, M. (2005). Islamic Modernism, Nationalism, and Fundamentalism: Episode and Discourse. Chicago: University of Chicago Press.
Martin, R. C. Barzegar, A. (a cura di) (2010). Islamism: Contested Perspectives on Political Islam. Stanford University Press.
Wolff, W. (1950). Values and Personality. An Existential Psychology of Crisis. Grune & Stratton, New York City.
Stress Inoculation Training: intervento psicoterapeutico per le cognizioni disfunzionali da stress
La procedura denominata Stress Inoculation Training è un intervento psicoterapeutico per affrontare e gestire lo stress e le sue conseguenze disfunzionali elaborato da D. Meichenbaum (1985), figura eminente della psicoterapia cognitiva statunitense.
Lo stress può essere definito come la reazione di adattamento dell’organismo di fronte a fattori esterni o interni che creano una tensione fisica e mentale eccessiva.
Nella circostanza in cui la presenza di stimoli stressanti si protrae nel tempo (passaggio da stress acuto transitorio a stress cronico), lo stato di tensione costante a cui la persona si sottopone conduce ad una iper-attivazione psichica e fisiologica, ovvero ad uno sforzo esagerato.
Ciò porta dapprima ad un periodo di sopportazione-resistenza e, più avanti, ad un periodo di graduale esaurimento e logorio: in quest’ultimo caso si presenta un peggioramento del rendimento mentale e fisico e si manifestano sintomi evidenti (es. ansia, irritabilità, disturbi del sonno, alterazioni dell’umore, difficoltà di attenzione e concentrazione, palpitazioni, cefalea, indolenzimento al collo e alle spalle, etc.) che rappresentano i campanelli d’allarme dell’organismo.
La procedura denominata Stress Inoculation Training è un intervento psicoterapeutico per affrontare e gestire lo stress e le sue conseguenze disfunzionali elaborato da D. Meichenbaum (1985), figura eminente della psicoterapia cognitiva statunitense.
La psicoterapia cognitiva si fonda sull’assunto teorico secondo cui le reazioni emotive ed i comportamenti di una persona, sia funzionali che problematiche, sono determinate dal modo in cui essa interpreta le varie situazioni, quindi dal significato che la persona attribuisce agli eventi. E’ dunque l’interpretazione, la ‘percezione’ della situazione, piuttosto che la situazione in sé, che determina la conseguente emozione, il comportamento e la risposta fisiologica della persona.
Porre l’attenzione sui processi psicologici in base a cui la persona interpreta, valuta, spiega le sue esperienze consente di comprendere come il medesimo evento può generare in individui diversi (o nello stesso individuo in momenti della sua vita diversi) emozioni e comportamenti molto differenti a seconda di come questo evento viene interpretato.
Sulla base di tali presupposti, nella procedura Stress Inoculation Training lo stress è concettualizzato come il risultato dell’interazione tra variabili ambientali e variabili dell’individuo, un’interazione nella quale l’interpretazione che la persona costruisce della situazione stressante riveste un ruolo molto importante nel determinare l’intensità della reazione di stress.
La prospettiva considerata, dunque, si fonda sul presupposto secondo cui la persona non è passiva di fronte allo stress, bensì i modi in cui essa valuta e percepisce soggettivamente gli eventi stressanti (valutazione primaria) unitamente ai modi in cui tale persona valuta le proprie risorse, capacità di fronteggiamento e le alternative di azione (valutazione secondaria) influenzano gran parte del risultato finale nelle reazioni di stress.
Lo stress risulta quindi determinato sia dagli stimoli esterni sia dall’individuo, i cui pensieri (dialogo interno) e comportamenti possono intensificare oppure, viceversa, alleviare il problema. Per la persona è quindi di fondamentale importanza acquisire consapevolezza del contenuto del proprio dialogo interno (ovvero ciò che essa dice a se stessa), in quanto quest’ultimo può essere profondamente disadattivo (ad esempio, a causa di convinzioni ed aspettative di inefficacia e fallimento) e svolgere un ruolo cruciale nel generare un senso di impotenza appresa, ostacolare l’individuazione e l’utilizzo di strategie adeguate a gestire e risolvere la situazione problematica e condurre ad un blocco nell’agire.
Assume rilevanza evidenziare, inoltre, come stressor diversi richiedono risposte di fronteggiamento diverse, ovvero le strategie di fronteggiamento della persona necessitano di essere differenziate e flessibili, in quanto una strategia che potrebbe risultare utile ed efficace in una data situazione potrebbe non esserlo più in circostanze diverse.
Per la persona è dunque necessario costruire un repertorio di abilità di fronteggiamento flessibile ed imparare ad adattare i comportamenti alle richieste situazionali, ossia ai vari contesti e obiettivi.
In tal senso, secondo F. Cohen (1984) la questione chiave potrebbe non essere quali strategie di fronteggiamento usa un individuo, ma piuttosto quante ve ne sono nel suo repertorio e quanto è flessibile la persona nell’impiegare strategie diverse.
In relazione a ciò, inoltre, si rileva come in alcuni casi le risposte di fronteggiamento più efficaci tentano di incidere direttamente sul problema, mentre in altri casi si focalizzano sull’alleviamento del disagio emotivo provocato dal problema.
Emergono quindi due differenti tipi ed obiettivi del fronteggiamento: il fronteggiamento rivolto al problema, finalizzato a superare la causa del disagio, ed il fronteggiamento rivolto all’emozione, mirato a gestire le emozioni o il disagio causati dal problema. In situazioni vissute come potenzialmente modificabili, le forme di fronteggiamento rivolte al problema (ad esempio, la ricerca di informazioni utili, la presa di decisione, etc.) hanno maggiori probabilità di essere utilizzate. Viceversa, in situazioni di stress valutate come immodificabili, le strategie di fronteggiamento si rivolgeranno più probabilmente al compromesso, all’accettazione e in alcuni casi persino alla negazione del problema. In questi casi, quindi, il fronteggiamento rivolto all’emozione può consentire alla persona di modificare il significato di una situazione oggettiva di stress, alleviando l’impatto negativo provocato.
Spesso risulta necessario utilizzare una combinazione di strategie rivolte al problema e di strategie rivolte all’emozione.
In tale direzione, la procedura di Stress Inoculation Training ha l’obiettivo di sviluppare e rafforzare competenze ed abilità che si rivelano utili per affrontare situazioni problematiche e per aumentare le proprie capacità di tolleranza e di resistenza, a cui la persona può attingere nel presente e nel futuro per attenuare il più possibile l’impatto emotivo delle inevitabili situazioni ed eventi negativi e stressanti.
L’obiettivo di tale procedura può essere assimilato a quello della vaccinazione medica contro le malattie organiche, in quanto lo Stress Inoculation Training è finalizzato a costruire una sorta di anticorpi psicologici, ovvero delle abilità di fronteggiamento che consentono alla persona di aumentare la propria resistenza psicologica alle situazioni stressanti future. A tal fine, è necessario che la persona acquisisca consapevolezza del ruolo delle proprie cognizioni nella reazione di stress, attraverso l’automonitoraggio di pensieri, emozioni e comportamenti. In conseguenza dell’acquisita consapevolezza delle cognizioni e comportamenti finora attuati nelle situazioni di stress, la persona ha la possibilità di individuare e correggere ciò che si rivela disfunzionale e tale da peggiorare la situazione problematica, e viceversa rafforzare e/o apprendere risposte maggiormente utili.
In tale direzione, alcune tra le strategie di fronteggiamento presentate nel Stress Inoculation Training sono:
Rilassamento psicofisico, in quanto un importante aspetto dello stress si riflette nella tensione fisica e nell’iperattivazione psicofisiologica;
Strategie cognitive, finalizzate individuare e modificare il dialogo interno che aggrava e mantiene lo stress;
Autodialogo guidato, mirato ad aiutare la persona a costruire autoaffermazioni positive utili a fronteggiare il senso di sopraffazione e ad accrescere la sua percezione di competenza e controllo della situazione.
Nell’ambito della procedura presentata è molto importante impegnarsi in momenti di esercitazione, dapprima solo immaginativi e in seguito a livello comportamentale, di difficoltà crescente, che consentono alla persona di sperimentare empiricamente quanto appreso a livello teorico e di alimentare la fiducia in se stessa e nella sua capacità di gestire la situazione problematica.
Cohen, F. (1984) Coping in J. Matarazzo, S. Weiss, J. Herd, N. Miller e S. Weiss (Eds.), Behavioral health: A handbook of health enhancement and disease prevention, New York John Wiley
Markus, H. (1977) Self-schemata and processing information about the self. Journal of Personality and Social Psycology, 35, 63-78 DOWNLOAD
Meichenbaum, D. (1977) Cognitive behavior modification: an integrative approach, New York Plenum
Meichenbaum, D. (1983) Coping with stress, Toronto John Wiley
Psicologi in ospedale. Percorsi operativi per la cura globale di persone di Alberto Vito (2014) – Recensione
Il filo rosso del testo si identifica con il mostrare come si coniuga, sul piano operativo, la pratica medica con la pratica psicologica, dando vita ad una medicina che sia più consapevole ed attenta ai bisogni emotivi dei pazienti non meno che a quelli fisici.
“Che luogo è un ospedale?” si chiede e ci chiede Alberto Vito, lo psicoterapeuta autore e curatore del libro, nell’introduzione; una domanda che non può non chiamare in causa, nel tentativo di dare una risposta, le sue e le nostre esperienze in merito. L’ingresso in un ospedale è legato ad un ruolo: degente, parente, amico. E se, invece, parliamo di ruoli professionali? Ci vengono in mente i medici, il personale infermieristico…e lo psicologo? Lo psicologo in un ospedale cosa può fare? Allo psicologo non compete unicamente il trattamento delle variabili emotive connesse alle patologie organiche e, di certo, egli non può, da solo, modificare gli assetti organizzativi che governano, di solito, gli ambienti ospedalieri. Ciò non toglie che, come scrive Vito, “ il nostro contributo è imprescindibile”.
Nella mia personale esperienza, e mi riferisco al privato, l’ospedale rappresenta spesso un “non luogo”, asettico sia come ambiente fisico sia nell’ atmosfera emotiva, in cui è un eufemismo dire che scarseggia l’attenzione ai bisogni emotivi dei pazienti, dei familiari e, anche, del personale. A questo proposito l’autore mette a fuoco tre aspetti che sono, a mio parere, molto significativi: – l’ospedale spesso cura la malattia ma “obbliga il paziente a regredire, imponendo una dipendenza molte volte eccessiva”; – l’assetto organizzativo da cui buona parte degli ospedali è caratterizzato “forma il paziente alla malattia come estranea da sé, non offrendogli altro spazio che ascoltare passivamente senza essere ascoltato”; – tutti gli ospedali, anche le strutture più moderne e confortevoli, rimandano “alla condizione di essere malato, sradicato dal proprio contesto, in attesa di un percorso che può portare alla morte come alla salute”.
Il filo rosso del testo si identifica con il mostrare come si coniuga, sul piano operativo, la pratica medica con la pratica psicologica, dando vita ad una medicina che sia più consapevole ed attenta ai bisogni emotivi dei pazienti non meno che a quelli fisici. In questo quadro diviene fondamentale valorizzare l’impatto che i fattori emozionali e relazionali esercitano sul decorso delle patologie organiche: scompare la concezione della malattia come unico oggetto del trattamento a favore di un’ottica sistemica, in cui la relazione è il nodo centrale nei processi clinici. Ci si interroga su quali caratteristiche debba avere un ospedale che possa definirsi “psychologically correct”: come impostare la pratica medica facendo in modo di ricordare che dietro ogni malato c’è un nucleo familiare e che ogni malattia ricade, quindi, sia sul singolo, ma anche sul contesto che lo circonda?
Il volume, che si compone di vari contributi, non si fonda su dichiarazioni di principio, ma sulla descrizione di una concreta realtà, quella dell’Azienda “Ospedali delli Colli” di Napoli; gli autori sono gli psicologi che operano in tale realtà, collaborando con le altre figure professionali negli ambiti più vari: trattamento del tabagismo, sostegno ai genitori nel reparto di neonatologia e terapia intensiva neonatale, psico-oncologia, trapianti cardiaci, pazienti che hanno subito laringectomie, psicoterapie ambulatoriali in ambito ospedaliero, terapia del dolore, elaborazione del lutto e formazione del personale sanitario. La psicologia ospedaliera va ad intervenire sullo stress, osservabile sia a livello individuale che a livello familiare, correlato ad ogni patologia organica e sullo stress aggiuntivo determinato dalle strategie che vengono messe in atto per affrontare la malattia.
Possiamo definire, in grandi linee, tre ambiti di intervento: – operare sulla reazione psicologica alla comunicazione della diagnosi, sostenendo il paziente nel processo di accettazione, adattamento e reazione alla patologia; – ridurre il disagio personale e la sofferenza emotiva che, se non vengono trattati in modo adeguato, incidono significativamente sull’ andamento del quadro clinico; – presa in carico non solo del paziente, ma anche del sistema familiare in cui egli è inserito.
Si parla spesso della necessità di umanizzare i processi di cura, calandoli nella realtà e nella soggettività, ma se ne parla come se si trattasse di qualcosa di accessorio, un abbellimento tutt’altro che essenziale alla buona riuscita delle terapie; in parole povere, se il medico, oltre che essere bravo, è anche gentile e disponibile all’ascolto tanto di guadagnato, altrimenti pazienza, non è poi la cosa più importante. Probabilmente è per questo che, se anche vi sono numerose realtà in cui avviene una bella e produttiva integrazione tra la medicina e la psicologia, la strada da percorrere, a livello di consapevolezza e di attuazione concreta, rimane lunga. Dato che, come ci insegna Lewin, non c’è nulla di più pratico di una buona teoria, bisognerebbe operare un cambiamento culturale, passando da “una medicina impersonale incentrata sulla cura della singola malattia, a una medicina che identifica nel malato l’obiettivo prioritario”.
Da una recente ricerca sembra che anche i famosissimi omini della LEGO siano diventati sempre più arrabbiati e meno felici nelle loro espressioni facciali.
LEGO è un colosso universale, venduto in più di 130 paesi e con una produzione annua di circa 36 billioni di mattoncini; si stima che ciascun uomo sulla terra possieda – in media- 70 mattoncini LEGO.
Gli omini LEGO apparvero sul mercato per la prima volta nel 1975 con la caratteristica pelle gialla e un sorriso enigmatico sul volto. Nel 1989 iniziò la differenziazione emotiva con diverse espressioni facciali delle emozioni, finché nel 2003 arrivarono anche diverse pigmentazioni del volto – oltre alla pelle gialla.
I ricercatori inglesi hanno ottenuto dalla LEGO le immagini di 3655 modelli di omini LEGO prodotti dall’azienda dal 1975 al 2010 e le hanno mostrate a un campione di circa 200 adulti. Ai partecipanti è stato chiesto di categorizzare l’emozione sul volto dei personaggi LEGO e di valutarne anche l’intensità.
Dal survey è emerso che i volti sono spesso valutati come ambigui in termini emotivi, anche se dei trend interessanti rivelano che l’espressione facciale riconosciuta come più frequente sarebbe la gioia, seguita dalla collera, e dalla tristezza; paura, disgusto e sorpresa sono state categorizzate sui volti della LEGO in misura nettamente minore.
E interessante è il trend temporale secondo cui con l’andare degli anni vi sarebbe un incremento delle espressioni facciali di rabbia e collera a scapito delle espressioni facciali di gioia e felicità.
C Bartneck, M Obaid, & K Zawieska (2013). Agents with faces – What can we learn from LEGO Minifigures? [pdf] Proceedings of the 1st International Conference on Human-Agent Interaction (iHAI 2013), Sappor, Japan. DOWNLOAD
CALL FOR PAPERS: IV Congresso Nazionale AIPPC
CALL FOR PAPER
SUBMISSION DEADLINE: 15 – 3 – 2015
IV CONGRESSO NAZIONALE
Firenze 15-17 maggio 2015
I tesori della torre di Babele
I linguaggi della psicoterapia
“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Wittgenstein)
COMITATO SCIENTIFICO: Rita Ardito, Maria Armezzani, Bruno Bara, Gabriele Chiari, Lorenzo Cionini, Maurizio Dodet, Antonio Fenelli, Silvio Lenzi, Giorgio Rezzonico, Savina Stoppa Beretta, Cecilia Volpi
COMITATO ORGANIZZATORE: Anna Celli, Gabriele Chiari, Lorenzo Cionini, Stefano Giusti, Eleonora Gori, Lucia Mariotto, Clarice Ranfagni
Dall’ultimo congresso nazionale, l’AIPPC ha affrontato notevoli cambiamenti strutturali al fine di raggiungere un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo (attivando alcuni canali quali un blog e un gruppo facebook) e contemporaneamente migliorare sempre più i propri standard di qualità (la trasformazione della newsletter cartacea “Costruttivismi” in rivista scientifica online e peer-reviewed).
Una vera e propria metamorfosi che non ha però intaccato la sostanza che la anima fin dalla sua matrice originaria così come delineata nel 1997, anno della sua fondazione: uno spirito di confronto attivo tra modelli psicologici e psicoterapeutici diversi che si riconoscono in una comune epistemologia fenomenologica e costruttivista. È in quest’atmosfera di rinnovamento che si aprono le porte del IV congresso nazionale dell’AIPPC, una nuova occasione di confronto e di dialogo, di approfondimento e di scambio. Anche questa volta l’intento è di addentrarsi in maniera originale nel processo terapeutico, focalizzandosi non tanto sul parlare di psicoterapia quanto sul “come si parla in psicoterapia”, sul ventaglio di linguaggi comunicativi, espliciti e impliciti, che tessono o, per meglio dire, costruiscono attimo dopo attimo la trama narrativa dell’incontro clinico. Quali sono i possibili linguaggi della psicoterapia? Quali presupposti guidano, momento per momento, la scelta di un linguaggio piuttosto che di un altro? Quali le implicazioni di una scelta linguistica rispetto a un’altra? Quale relazione sussiste tra linguaggio e processo di cambiamento? Queste alcune delle domande che animeranno lo scambio e il confronto tra partecipanti e relatori di approcci diversi. Il linguaggio delle parole, il linguaggio del corpo, il linguaggio delle metafore, il linguaggio del “come se”, il linguaggio del sintomo, il linguaggio del sogno, il linguaggio dell’incontro tra culture diverse, sono solo alcuni dei linguaggi della e nella psicoterapia. Un ventaglio ampio ma non esaustivo, come il titolo del congresso, volutamente evocativo, suggerisce. Alla ricerca di quei confini che tra il polo del vincolo e il polo della possibilità delineano l’essenza profonda della psicoterapia, dove, proprio in coerenza con l’epistemologia costruttivista, “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.
La seconda giornata sarà dedicata a quattro Workshop e quattro Simposi, della durata di un’ora e 45 minuti ciascuno, che si svolgeranno in parallelo.
I Workshop dovranno prevedere, dopo un iniziale inquadramento teorico, momenti esperienziali che possano coinvolgere attivamente i partecipanti. Coloro che intendono proporre un workshop dovranno inviare all’indirizzo e-mail [email protected] un titolo e un abstract di circa 100 parole, entro e non oltre il 15 Marzo 2015. Le proposte saranno sottoposte a valutazione da parte del comitato scientifico del Congresso.
I Simposi: un chair/discussant coordinerà, per ogni simposio, 3-4 relazioni su aspetti teorici, di ricerca o clinici. Le tematiche suggerite sono: Il linguaggio delle parole, del corpo, delle metafore, del “come se”, del sintomo, dei sogni, dell’incontro tra culture diverse.
Chi è interessato a presentare una relazione dovrà inviare un titolo e un abstract di circa 100 parole all’indirizzo e-mail [email protected] entro il 15 Marzo 2015. Sarà cura del comitato organizzatore comporre i simposi in modo da favorire il confronto tra prospettive teorico-cliniche diverse.
La sospensione delle benzodiazepine porta a una migliore qualità di vita nei pazienti geriatrici?
Stefania Bonazza & Mariano Musci
L’aumento generale dell’età media della popolazione è sotto gli occhi di tutti, presto dovremmo farne i conti e il nostro sistema sociale e politico deve iniziare fin da subito ad organizzare una strategia di intervento.
Tale strategia è forse meglio che inizi dal basso, ovvero dal riformare gli interventi terapeutici oggi utilizzati nella stragrande maggioranza delle nostre RSA. Primo tra tutti l’utilizzo, spesso inappropriato, degli psicofarmaci, come una grande mole di ricercatori suggerisce da ormai tanti anni (p.e. i criteri di Beers). Il primo dato importante da considerare è il fatto che l’emivita di un farmaco è spesso il doppio o triplo quando assunto da un anziano, il che deve portare ad una maggiore attenzione alle dosi somministrate. Soprattutto, molte ricerche, come quella che citeremo, mettono in evidenza come la sospensione di questi farmaci porti ad un generale miglioramento sia a livello cognitivo che motorio dell’anziano.
Tsunoda e colleghi hanno preso in esame gli effetti della sospensione della somministrazione delle benzodiazepine (abbassando la dose ogni settimana del 25% per tre settimane, seguita da 5 settimane di osservazione) su 30 soggetti anziani con diversi disturbi psichici (p.e. demenza, schizofrenia, disturbo bipolare) ed ha valutato il successivo livello di miglioramento cognitivo e psicomotorio mediante alcuni test.
In generale, i risultati dell’autore evidenziano come la sospensione delle benzodiazepine ha portato un miglioramento psicomotorio (diminuzione dell’ondeggiamento) e un miglioramento a livello cognitivo (mnemonico ed attenzionale).
Tali evidenze sono da considerarsi fondamentali, in quanto le benzodiazepine risultano essere uno dei farmaci più prescritti dai medici (non solo italiani). L’utilizzo di tali farmaci è quindi non solo dannoso a livello fisico per gli anziani, ma lo è anche indirettamente, aumentando il rischio di cadute e quindi fratture al femore e diminuzione delle capacità cognitive, soprattutto di memoria. Non solo, tali farmaci possono condurre a demenza indotta da farmaco.
Risulta dunque che l’utilizzo di questi farmaci possa aumentare il rischio sia diretto che indiretto di malattie e traumi nella popolazione anziana, il che condurrebbe ad un aumento sostanzioso dei costi di gestione che potrebbero essere prevenuti semplicemente utilizzando altre tecniche terapeutiche, come quelle psicosociali o alcuni farmaci di nuova generazione.
Archeologia della Mente di Jaak Panksepp e Lucy Biven – Recensione
Il libro di Panksepp e Biven offre una tassonomia evolutiva delle emozioni e degli affetti basata sul metodo sperimentale e una base neuroscientifica per il trattamento dei disturbi psichiatrici.
Nel 2012 Jaak Panksepp e Lucy Biven hanno pubblicato la summa del loro lavoro e del loro pensiero e nel 2014 è uscita la traduzione italiana: “Archeologia della Mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane”. Panksepp e Biven ci guidano in questo viaggio nell’affettività e nelle emozioni con il loro armamentario neuroscientifico, e riescono a farci comprendere con linguaggio piano e comprensibile i meccanismi neurali dell’espressione emotiva.
Il nocciolo del libro è l’identificazione di sette sistemi affettivi di base -ricerca, paura, collera, desiderio sessuale, cura, sofferenza e gioco– sette aree che definiscono sette bisogni di base che “sentiamo” in maniera irriflessiva e sui quali poi costruiamo la nostra vita mentale consapevole.
Il bisogno di esplorazione del mondo e di ricerca nel mondo, la paura del pericolo, la rabbia e la collera di fronte agli ostacoli, il desiderio sessuale, il bisogno di accudimento e di cura, lo stato di sofferenza, tristezza e panico quando non sono soddisfatti i nostri bisogni e, infine, il bisogno di gioco sociale. Questi sistemi sono spiegati nel loro funzionamento, nella loro localizzazione neurale e nella loro origine evolutiva.
La critica che in genere è fatta contro questo tipo di lavori è che in fondo siano solo delle descrizioni in un altro linguaggio di concetti già noti. Questo può essere in parte vero, ma anche ingeneroso.
Senza voler necessariamente idolatrare le neuroscienze, è vero che una base biologica consente di validare definitivamente varie intuizioni cliniche. Tutti i bisogni emotivi individuati da Panksepp e Biven erano stati già descritti in vari modelli clinici, da Freud a Erikson, da Jung a Beck. Tutti questi modelli, però avevano il torto di privilegiare un solo sistema emotivo, in genere a scapito degli altri che erano fatti derivare da quello preferito.
Migliore esempio di questa tendenza è la psicoanalisi freudiana che tentava di derivare tutto dal desiderio sessuale. La sistemazione neuroscientifica consente di dire che questi sono i sette sistemi definitivi, o quasi, senza che nessuna sia privilegiato.
Inoltre, la ricerca neuroscientifica consente di comprendere come interagiscono i sistemi emotivi con le funzioni consapevoli superiori, ovvero in che modo possiamo padroneggiare e integrare le varie funzioni e in che misura invece dobbiamo rassegnarci a un certo grado di incontrollabilità emotiva.
Si tratta delle funzioni auto-riflessive e metacognitive superiori e della loro maggiore o minore efficienza in rapporto alla storia personale. Soprattutto attaccamento, socializzazione e traumi sembrano in grado di rafforzare o danneggiare le capacità integrative superiori. Una relazione calda e protettiva con una figura di attaccamento affidabile, una socialità stimolante continua e l’assenza di traumi gravi facilitano queste funzioni. Importante anche la possibilità di realizzazione personale e di oddisfazione affettiva nella maturità.
Insomma, il libro di Panksepp e Biven offre una tassonomia evolutiva delle emozioni e degli affetti basata sul metodo sperimentale e una base neuroscientifica per il trattamento dei disturbi psichiatrici.
Panksepp, J., Biven, L. (2012). The Archeology of Mind. New York. Neuroevolutionary Origins Of Human Emotions. W. W. Norton & Company. Tr. It. Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane. Milano, Cortina, 2014. ACQUISTA ONLINE
Omosessualità: perchè le Terapie Riparative sono inutili (e dannose)
L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.
“L’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta” (S. Freud, 1920)
C’è anche il logo di Expo2015 che sponsorizza l’ennesimo convegno ‘in difesa della famiglia tradizionale’ e propone l’idea che l’omosessualità sia una malattia e si possa curare, suscitando il dibattito e lo sdegno della stampa nazionale.
A parte l’imbarazzo per l’arretratezza dell’immagine politica, sociale e culturale che ne viene fuori, a livello internazionale per giunta, direi che, come psicologi, sulle terapie riparative per l’omosessualità non si può tacere e vale spendere qualche parola su cosa sono e come (non) funzionano.
Le terapie riparative (o di conversione) sono un metodo psicoterapeutico che mira a cambiare l’orientamento sessuale da omosessuale a eterosessuale, o quantomeno ridurre ed eliminare i desideri e i comportamenti omosessuali. I suoi sostenitori, come Joseph Nicolosi e Charles Socarides, ipotizzano che il “danno da riparare” sia avvenuto durante lo sviluppo evolutivo, nel periodo di separazione-individuazione, quando nel maschio omosessuale si determinerebbe un’identificazione con la madre. In più, la relazione disfunzionale col padre provocherebbe un deficit di mascolinità e assertività.
Secondo questi autori, la persona omosessuale cercherebbe di rafforzare temporaneamente la propria mascolinità attraverso il proprio partner, ma in modo insufficiente, determinando così la promiscuità che sarebbe tipica dello “stile di vita gay”. Questo tipo di approccio si basa su vecchie concezioni della psicoanalisi ortodossa (tra l’altro lo stesso Freud aveva una visione molto più aperta e avanzata), ma che è ormai superato dalla storia, un ramo morto della psicologia.
Per far fronte ai desideri e comportamenti omosessuali e incrementare quelli eterosessuali, una psicoterapia di tipo riparativo prevede per esempio: la tecnica della covert sensitization, con cui si insegna al paziente ad immaginare qualcosa di spiacevole per contrastare i desideri omoerotici indesiderati (per esempio contrarre l’HIV); l’uso di sexual surrogates del sesso opposto; la proibizione della masturbazione; incoraggiare la frequentazione di persone eterosessuali dello stesso sesso; la lettura della Bibbia e la preghiera.
Già da questa sintetica descrizione emerge come le terapie riparative si configurino come interventi parziali (si considerano solo uomini gay e non lesbiche o persone bisessuali), direttivi e suggestivi in cui gli aspetti ideologici, morali e religiosi prevalgono su quelli scientifici.
Le ricerche scientifiche internazionali hanno infatti rilevato l’inutilità, se non gli effetti negativi sull’equilibrio psichico dei pazienti che vi si sottopongono (depressione, bassa autostima, vergogna, difficoltà relazionali, disfunzioni sessuali e tentati suicidi).Il risultato al limite è che i soggetti diventano astinenti nel comportamento sessuale, acquisiscono strumenti per reprimere e dissociare le proprie pulsioni, ma non cambiano certo i loro desideri profondi, l’attrazione affettiva e sessuale che provano.
Le terapie riparative sono state identificate quindi come scientificamente infondate, inutili al cambiamento dell’orientamento sessuale, dannose per l’equilibrio psichico dei pazienti ed eticamente scorrette dalle principali associazioni dei professionisti della salute mentale a livello internazionale (ad esempio l’American Psychological Association nel 2009), e a livello nazionale dall’Ordine degli psicologi italiani (art. 4 del Codice deontologico) e dagli ordini regionali (ad esempio l’Ordine degli psicologi del Piemonte).
Recentemente le terapie riparative hanno subìto un’evoluzione 2.0, diremmo un approccio “post-riparativo”: non si afferma più che l’omosessualità sia una malattia (posizione ormai indifendibile), ma che, se vi sono persone che chiedono aiuto perchè soffrono a causa del proprio orientamento sessuale, prevale il principio di autodeterminazione del paziente.
E allora cogliamo l’occasione per capire quali sono gli obiettivi di una psicoterapia attraverso l’esempio di due situazioni.
Francesca, 30 anni, chiede consulto a un terapeuta perchè è stata lasciata da poco dal marito con cui conviveva e con cui progettava di avere dei figli. L’abbandono le giunge inaspettato, e dopo lo shock iniziale, si sente molto triste, arrabbiata e sola. La donna ha alcune amiche lesbiche con cui si confida quotidianamente e con cui dichiara di sentire profonda sintonia, comprensione e complicità. Dice di non avere più fiducia negli uomini e chiede di poter diventare lesbica.
Paolo è un uomo di 50 anni che è stato lasciato dal suo compagno con cui conviveva da molti anni. Afferma che le relazioni gay si basano solo sul sesso, che i gay pensano solo a quello. Secondo lui, se fosse eterosessuale, sarebbe diverso: potrebbe finalmente vivere una relazione stabile, avere una vita serena, una famiglia vera. E chiede al terapeuta di poter diventare eterosessuale.
Cosa fa a questo punto un terapeuta riparatore? Perchè è più auspicabile la seconda situazione rispetto alla prima? Dipende dal principio di autodeterminazione del paziente o dal (pre)giudizio del terapeuta?
Le terapie riparative sono un tipo di trattamento direttivo-suggestivo in cui il terapeuta rinuncia alla sua posizione di neutralità, diventando mero esecutore di una richiesta (indotta) e propugnatore di norme esterne: un tecnico che prende la domanda così com’è e la agisce direttamente. Ma il conflitto interno del paziente non si elabora eliminando una delle parti e alleandosi nel disprezzo dell’altra (collusione).
Le terapie riparative non funzionano perchè:
– incoraggiano i pazienti a fondare su un’autorità esterna le proprie scelte di vita, anzichè svilupparne di proprie;
– rinforzano solo un polo del conflitto del paziente e lo agiscono, anziché esplorarlo, nella relazione terapeutica;
– non producono l’attesa “riconversione”, ma, anziché coltivare una maggiore consapevolezza e accettazione di sé, spesso peggiorano le condizioni psichiche della persona.
Il principale strumento del terapeuta è la domanda, non la risposta. Il terapeuta non può ridursi a essere un tecnico che cambia i comportamenti, ma ha la funzione di un esploratore di domande e prospettive, aiuta a ricercare il senso della sofferenza, mentre la persona costruisce le sue di risposte. Senza necessariamente pensare che debbano essere certe, chiare, definitive, ma anzi tollerando inevitabili gradi di frustrazione, incertezza, confusione.
Il lavoro psicologico non mira solo e primariamente alla soppressione del sintomo, ma alla conoscenza della sua funzione nel sistema emotivo, cognitivo e relazionale del paziente. Il primo compito di un terapeuta è quindi quello di capire in quale contesto (personale, familiare, sociale e culturale) nasce la domanda di cura del paziente. Quello di considerare la sofferenza come un aspetto non tanto da eliminare, correggere, riparare, quanto da esplorare nel suo senso, funzione e significato nella vita di quella persona.
I terapeuti riparativi hanno degli obiettivi ortopedici, di riparare qualcosa di rotto, di riportare il paziente dentro i confini di un modello pre-stabilito considerato “normale” e desiderabile (dalla persona stessa, dallo psicologo, dal contesto sociale e culturale più ampio). Se invece il terapeuta si pone nell’ottica di analisi della domanda, si pone degli obiettivi di sviluppo autentico della persona. E la psicoterapia non è più riparativa, ma diventa affermativa.
L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.
Essere stressati può portare a desiderare molto e a faticare per soddisfare il desiderio – ad esempio uscire nel freddo della sera per recuperare cioccolato o un drink alcolico- ma al momento della soddisfazione l’aspetto del piacere sembra svanire.
Dunque lo stress aumenta il desiderio di crogiolarsi nel piacere ma ciò non comporta necessariamente l’aumento del piacere dell’esperienza in sé.
In un esperimento pubblicato su Journal of Experimental Psychology: Animal Learning and Cognition un gruppo di amanti del cioccolato sono stati testati riguardo questa ipotesi.
Avendo indotto lo stress mediante specifiche procedure sperimentali, la ricerca ha dimostrato che gli individui amanti del cioccolato, quando sottoposti a rilevanti condizioni di stress, investivano ingenti risorse psicofisiche per aumentare l’odore di cioccolato nella stanza; tuttavia il piacere provato nell’odorare l’aroma del cioccolato non corrispondeva per quantità al precedente desiderio di sentire tale odore.
Se pensiamo alle psicopatologie legate all’addiction – dal cibo alle sostanze psicoattive – e al ruolo che lo stress e la vulnerabilità emotiva giocano nelle ricadute in tali disturbi è evidente come sia fondamentale chiarire la relazione tra stress e ricerca della ricompensa come meccanismo distinto rispetto all’esperienza del piacere esperito nell’hic et nunc: volere e piacere appartengono in realtà a due sistemi e a due mondi fenomenologici differenti.
Pool, E., Brosch, T., Delplanque, S., Sander, D. (2014). Stress Increases Cue-Triggered “Wanting” for Sweet Reward in Humans. Journal of Experimental Psychology: Animal Learning and Cognition, DOI: 10.1037/xan0000052. DOWNLOAD
Nel loro aspetto esteriore le persone bulimiche sembrano normali, solitamente magre. Sono ben curate e ambiziose. È difficile notare che hanno dei problemi e che hanno bisogno di aiuto.
Caratteristiche della bulimia
Il comportamento alimentare è controllato quando si è in pubblico
Si scelgono prodotti ‘light’ e a basso contenuto di grassi per i cibi che vengono consumati “ufficialmente” e trattenuti all’interno del corpo
Si distingue tra cibi concessi e cibi proibiti
Si acquistano grandi quantità di cibi di scarsa qualità e facili da consumare per le abbuffate
Ci si ingozza durante le abbuffate
Nello stesso tempo si accumulano cibi e si è preoccupati per avere il cibo in casa
Non si hanno orari regolari per i pasti
Osservati da fuori tutto funziona perfettamente, la facciata è positiva
La bulimia causa emozioni di vergogna e è segreta
Disgusto per se stessi, sensazione di essere anormali
Isolamento sociale, trascurare i propri interessi, umore depresso
Molta attività sportiva
Possibili indicatori diagnostici
Costante esagerata preoccupazione per la propria forma e il proprio peso
Paura patologica di ingrassare
Limite di peso personale molto basso e definito nettamente
Almeno due abbuffate a settimana per più di tre mesi
Allo stesso tempo, assunzione veloce di grandi quantità di cibi principalmente facili da consumare e ricchi di calorie
Sensazione di perdita di controllo sul comportamento alimentare durante le abbuffate
In seguito tentativi di annullare l’assunzione di calorie:
Inducendosi il vomito
Abusando di farmaci (per es., lassativi, diuretici …)
Seguendo una dieta ferrea / periodi di digiuno
Facendo eccessivo esercizio fisico
Questi schemi di comportamento possono comparire singolarmente o in parallelo.
Le conseguenze fisiche dannose variano in rapporto ai metodi utilizzati per compensare alle abbuffate: battito cardiaco irregolare, problemi circolatori, danno allo smalto dentale, squilibrio degli elettroliti (carenza di potassio/magnesio) e/o danni renali.
Il ciclo mestruale potrebbe fermarsi, i capelli cadere, il sonno o la concentrazione potrebbero avere delle interruzioni.
Le conseguenze psicologiche includono comportamento ambivalente, pensiero ipotetico (Se, allora…), pensare in termini di bianco o nero, perfezionismo, svalutazione di se stessi fino all’odio per se stessi e alla depressione. Spesso il disturbo alimentare è negato e le persone che ne sono affette si sforzano di mantenere una facciata di normalità. Possono essere presenti sentimenti di vergogna e la tendenza all’isolamento.
Possono essere presenti dipendenze multiple da alcool, droghe, farmaci o shopping compulsivo, oltre a comportamenti autolesionistici.
Lo sapevi?
La bulimia si presenta più frequentemente tra i 20 e i 30 anni.
Le persone bulimiche solitamente abbuffano due volte a settimana, spesso anche una volta al giorno. Questi attacchi durano per un tempo che va da 15 minuti a 4 ore. Vomitando o con altri metodi di compensazione (lassativi, eccessivo esercizio fisico, digiuno, etc.) le persone bulimiche credono di poter raggiungere la loro forma ideale e di poter allo stesso tempo soddisfare la loro necessità di cibo.
Le persone anoressiche possono diventare bulimiche nel corso del loro disturbo alimentare. I passaggi sono sfocati.
Come si adatta il cervello al recupero della vista?
COMUNICATO STAMPA – MONTREAL (Canada) e TRENTO (Italia), Gennaio 19, 2015
La riorganizzazione cerebrale dovuta a una lunga deprivazione sensoriale non è completamente reversibile
Oggi, grazie ai recenti avanzamenti della ricerca, è possibile un parziale recupero della vista anche in chi è stato cieco dalla nascita. Tuttavia, un gruppo di scienziati dell’Università di Montreal in Canada e del Centro Mente/Cervello dell’Università degli Studi di Trento, ha scoperto che la riorganizzazione funzionale che ha luogo nel cervello di chi per un lungo periodo ha vissuto una deprivazione sensoriale potrebbe impedire un completo recupero della visione.
«Abbiamo avuto la fortuna di studiare un caso raro di una paziente, ipovedente dalla nascita, che in età adulta ha riacquistato la visione in modo repentino in seguito ad un intervento di impianto di una cheratoprotesi, ovvero un trapianto di cornea artificiale, una Keratoprothesis Boston, nell’occhio destro» Da una parte, i nostri risultati indicano che la corteccia visiva mantiene un certo grado di plasticità – la capacità del cervello di modificarsi in funzione dell’esperienza – anche in una persona adulta ipovedente dall’infanzia. Dall’altra, abbiamo scoperto che, anche a distanza di molti mesi dall’intervento, la corteccia visiva non recupera totalmente il suo normale funzionamento»
ha spiegato Giulia Dormal dell’Università di Montreal, che ha condotto lo studio. Si chiama corteccia visiva quella parte del lobo occipitale del cervello che elabora gli impulsi elettrici provenienti dagli occhi.
E’ noto che in caso di cecità la corteccia occipitale diventa sensibile anche agli stimoli provenienti da altri organi sensoriali, come l’udito e il tatto, compensando così la perdita della vista.
«Questa riorganizzazione cerebrale, pur importantissima, rappresenta tuttavia una sfida al recupero della vista da parte di chi subisce un trapianto, perché la corteccia – dopo essere andata incontro a riorganizzazione – potrebbe non esser più in grado di elaborare gli stimoli visivi».
Per capire l’importanza di questo fenomeno, i ricercatori hanno sottoposto la paziente, una donna canadese di 50 anni, ad un serie di test, comportamentali e neurofisiologici. Prima e dopo l’intervento, hanno monitorato i cambiamenti della vista e dell’anatomia cerebrale, così come la risposta cerebrale a stimoli di natura visiva e sonora. Per questo, i ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per registrare le attivazioni cerebrali della donna nel corso dell’esecuzione di alcuni compiti visivi e uditivi e le hanno poi confrontate con quelle di individui vedenti e di ciechi dalla nascita, impegnati negli stessi compiti.
«Abbiamo visto che, prima dell’intervento, presentava una riorganizzazione strutturale e funzionale delle aree occipitali tipica di una deprivazione sensoriale di lunga durata. Quindi, abbiamo dimostrato la possibilità di un parziale ripristino delle precedenti funzioni, in seguito all’acquisizione della vista in età adulta. Dati gli importanti avanzamenti recenti nelle soluzioni tecnologiche che consentono il recupero della vista, questi risultati hanno importanti implicazioni cliniche nel predire l’eventuale esito di un impianto nei pazienti candidati all’ intervento» ha spiegato Olivier Collignon, neuroscienziato del CIMeC responsabile della ricerca.
Lo studio suggerisce che la chirurgia oculare possa avere dei risultati positivi, anche negli adulti con severa incapacità visiva dall’infanzia. Con un importante avvertimento:
«Il recupero osservato nella corteccia visiva, in termini di una minor risposta agli stimoli uditivi e un aumento graduale della risposta a quelli visivi e della densità della materia grigia, non è completo. Infatti, a sette mesi di distanza dall’ intervento chirurgico, alcune aree continuano a rispondere debolmente agli stimoli uditivi, pur reagendo simultaneamente a input di natura visiva. E proprio in tale sovrapposizione potrebbe risiedere la ragione del fatto che alcuni aspetti della visione, nonostante i miglioramenti graduali, si mantengano al di sotto della norma anche dopo sette mesi dall’ impianto» spiega Dormal.
Duplici le implicazioni cliniche:
«I risultati del nostro studio aprono la strada ad un uso clinico sistematico della risonanza magnetica prechirurgica come strumento di prognosi dell’efficacia dell’impianto. Inoltre, aprono la strada anche allo sviluppo di programmi di riabilitazione specifici in seguito ad interventi di recupero della vista», ha commentato Collignon.
Lo studio “Tracking the evolution of crossmodal plasticity and visual functions before and after sight-restoration” di Giulia Dormal, Olivier Collignon e colleghi è stato pubblicato sulla rivista Journal of Neurophysiology il 17 dicembre 2014.
La ricerca è stata finanziata da Canada Research Chair Program, Canadian Institutes of Health Research, Saint-Justine Foundation, the European Research Council (lo starting grant MADVIS di Olivier Collignon), Veronneau Troutman Foundation, Fonds de recherche en ophtalmologie de l’Université de Montréal, PAI/UIAP grant PAI/33 e il Belgian National Fund for Scientific Research.
Media contact: William Raillant-Clark International Press Attaché University of Montreal (officially Université de Montréal) Tel: 514-343-7593 | [email protected]
Nicla Panciera Media relations Center for Mind/Brain Sciences – University of Trento Tel: 339 8618331 – [email protected]
Intervista con Dacia Maraini: la raccoglitrice di storie
Una raccoglitrice di storie, così si è definita una volta Dacia Maraini. A cominciare dalla sua, che ha raccontato con la passione dell’indagatrice in Bagheria. In questa intervista, che ha voluto sottolineare “è molto intima”, la scrittrice va oltre, e accetta di parlare del sé più interiore. Le paure, le ansie, anche i momenti di depressione. E analizza il senso di inadeguatezza con cui devono fare i conti molte donne, anche lei.
In un’intervista “a tema” come questa, ha difficoltà a parlare di se stessa, ad aprire il suo mondo interiore?
Ma no, lo faccio continuamente. Sembra un paradosso, per una persona timida come me, ma scrivere vuol dire mettersi a nudo.
Nel suo libro Amata scrittura, si legge: “Scrivere è come andare in analisi”. La scrittura per lei è stata terapeutica?
Certo, terapeutica. Ho capito, scrivendo, molte cose di me e dei miei rapporti col mondo. Mi ha tenuta lontana dalle nevrosi che appartengono al nostro tempo, anche se qualche periodo di depressione l’ho patito.
Ci può parlare di quei periodi?
Quando ho sofferto di depressione, di panico, non dormivo più. Mi sentivo mancare l’aria e mi girava la testa. Ho consultato un medico che mi ha subito prescritto degli ansiolitici. Li ho presi ma dopo un poco mi sono stancata. Ho una istintiva antipatia per i farmaci. Li prendo per un po’ ma poi smetto. Al massimo mando giù un tranquillante per dormire. Ho sempre sofferto di insonnia. Il che ha giovato alle mie letture, ma non al mio riposo.
Ha mai avuto esperienze di psicoterapia?
Ho consultato un medico molto simpatico di Salerno, consigliatomi da una amica. Ma non ho fatto analisi, solo qualche chiacchierata. Lo scrivere in effetti mi aiuta a superare i momenti difficili, che poi sono quelli della vita quotidiana: una sorella morta troppo presto, un uomo amato che muore di leucemia.
Le succede di avere crisi d’ansia, addirittura di panico?
Sì, mi è successo qualche anno fa. Lì per lì ho avuto paura. Pensavo che fosse il cuore. Ho fatto tutte le analisi e non è venuto fuori niente. Ho capito che era depressione quando ho cominciato a leggere sui sintomi e sul fatto che è una malattia molto comune . E’ allora che ho parlato con il medico di Salerno. L’ho visto in tutto cinque o sei volte. Per fortuna poi le cose si sono sistemate da sole.
Cosa intende quando dice che le cose si sono sistemate da sole?
Vuol dire che non ho più avuto attacchi d’ansia e non ho più preso gli ansiolitici
Rabbia, aggressività, sono sentimenti con cui le capita di dovere fare i conti?
Per fortuna ho un carattere tollerante. Non mi arrabbio facilmente e sono quasi sempre disposta a capire l’altro. Anzi, quello è proprio il mio problema. Mi metto troppo nei panni degli altri. Tanto che, come un famoso personaggio di Calvino, tendo a cadere dentro l’altro. Probabilmente è un processo che conoscono gli scrittori, o forse anche gli attori, cercando di raccontare e immedesimarsi nei personaggi.
L’aggressività, credo di averla sublimata, come succede a tante donne. La storia ha insegnato alle donne come sublimare. Era un loro dovere a cui non potevano sottrarsi. La sublimazione è proprio questo: trasformare l’aggressività in attenzione verso l’altro, comprensione, cura. Certo qualche volta questo processo non funziona. E la rabbia diventa rabbia. Ma sinceramente non ho mai sofferto di crisi di aggressività.
La rabbia me la suscitano le ingiustizie. E le donne ne subiscono molte. Ma cerco, scrivendo, di trasformarla in buone forze di denuncia, di comprensione del problema, e cerco il modo di risolvere le cose, soprattutto creando rete, creando solidarietà. L’aggressione è sempre fine a se stessa. E di solito rifiuta il ragionamento e ogni progetto per il futuro.
Può dirci che cosa la fa più soffrire? Mi spiego, quasi tutti dobbiamo fare i conti con una parte di noi che ci provoca dolore, per esempio “mi sento orfano”, “non sono all’altezza”, “non sono amato”…
Come tutte le donne – o per lo meno la maggioranza di esse – mi sento spesso inadeguata, incapace, insufficiente.
Che cosa le provoca questo senso di inadeguatezza?
Inadeguatezza vuol dire non sentirsi all’altezza del compito che ci siamo prefissi, sia professionalmente che sentimentalmente. Vorrei fare di più ma mi sembra di non riuscirci. Qualche volta vengo smentita dalle reazioni degli altri e allora capisco che avevo esagerato nel buttarmi giù. Ma istintivamente – però forse dovrei dire culturalmente, perché è un atteggiamento storicamente acquisito soprattutto dalle donne che si sono sempre sentite dire che erano inferiori, erano colpevoli, erano impure, erano pericolose, erano dannose, eccetera – tendo a criticarmi severamente e sentirmi incapace.
Quando arriva la sofferenza, mette in atto una reazione difensiva?
Di fronte a qualsiasi sofferenza, penso di scriverne, per capire meglio e forse anche per superarla.
Negli anni come si è modificata questa reazione difensiva?
Con l’età, credo di avere imparato a prendere le distanze forse meglio di prima. Mi aiuta la curiosità verso l’altro, l’ironia, il giudizio.
Il dolore, nelle sue diverse manifestazioni, ansia, depressione, rabbia, se accolto e riconosciuto, può diventare un punto di forza?
Credo che non si possa sfuggire al dolore. Ciascuno si crea delle strategie per superarlo. La cosa più sbagliata è cacciare la testa sotto la sabbia. Le cose vanno affrontate. Con sincerità, per lo meno verso se stessi.
Secondo lei le donne riconoscono e affrontano il dolore in maniera diversa dagli uomini?
Sì, ma non per una tendenza naturale. Io credo che gli esseri umani nascano uguali, nel senso della natura, ma poi ci pensa la cultura a modificarli, suggerendo, anzi forzandoli a entrare dentro dei ruoli che a volte stanno stretti, sia agli uomini che alle donne.
Ma i ruoli, sono ancora molto vivi, sotto la crosta dell’emancipazione. Le donne infatti hanno imparato a soffrire con più interiorità e pudore degli uomini. E questo alle volte è una forza. Alle volte invece diventa una debolezza, ovvero si trasforma in incapacità di reagire, di difendere i propri diritti. Nelle forme estreme, diventa puro masochismo.
La parola malinconia cosa le suggerisce?
Un quadro di Dürer, con una donna seduta, che appoggia la testa sulla mano, e tiene il gomito appoggiato al ginocchio sollevato. La donna ha due ali piegate ma molto gonfie che si capisce molto adatte per i lunghi voli. Porta una coroncina in testa, e ha l’aria più scocciata che malinconica. Ma Dürer mi piace molto e trovo che quell’angelo imbronciato si adatti bene alla parola malinconia.
Albrecht Dürer – Melancholia I
E la parola felicità?
La parola felicità mi rallegra. Ma so che è rarissima la felicità e di solito ci si accorge di essere stati felici dopo che è passato il momento.
Possono convivere questi due sentimenti?
Felicità e malinconia? Direi proprio di no: La felicità è un sentimento in movimento, qualcosa di proiettato verso il futuro. Anzi direi che la felicità viene da un senso di leggerezza verso un presente che vede davanti a sé un futuro aperto. Mentre la malinconia è un sentimento di limite. C’è un muro davanti, come sembra vedere l’angelo di Dürer, e ci si chiede se riusciremo mai ad abbatterlo.
Maraini D. (1993). Bagheria. Rizzoli Editore, Milano.
Maraini D. (2002). Amata Scrittura. Rizzoli Editore, Collana Bur La Scala, 320 p.
Strategie e consigli utili per fare coming out in famiglia
Il compito di gestire una relazione omosessuale, in una società prevalentemente eterosessuale, richiede forza e sostegno emotivo, ecco perché è necessario che il coming out sia efficace, perché ciò facilita la piena accettazione di sé e la felicità di coppia.
Il termine coming out è ormai entrato a far parte del linguaggio comune per indicare lo svelamento del proprio orientamento omosessuale. Pochi però sanno che l’etimologia completa del termine è coming out of the closet, dove con closet si indica armadio, ripostiglio, quel posto privato in cui si tengono generalmente le cose riservate, fuori dalla vista degli altri (Westheimer e Lopater, 2004).
Già da questa definizione si comprende come dichiarare apertamente la propria omosessualità non sia un compito facile. Da un lato, infatti, tale dichiarazione arriva di solito alla fine di un lento e complesso processo di costruzione di un’identità sessuale, fatto di scoperte, sperimentazioni e non di rado conflittualità; dall’altro, in una società in cui essere omosessuali è ancora motivo di vergogna, il pregiudizio rende spesso doloroso il momento in cui rivelarsi. C’è poi da considerare che non esiste un momento preciso in cui la consapevolezza della propria omosessualità conduce al desiderio di fare coming out. Tale presa di coscienza può avvenire tanto nell’adolescenza, quanto in età adulta, anche se è più comune che i gay facciano coming out più precocemente delle lesbiche (Butler, 2010).
A prescindere dal momento, è indubbio che le risposte ricevute possano essere determinanti nello sviluppo della scoperta di sé come omosessuale, soprattutto quando ciò implica un cambiamento nelle relazioni con genitori, amici, colleghi di lavoro, o con la propria moglie o compagna.
E’ comune nascondere la propria sessualità per il timore delle conseguenze negative conseguenti alla scoperta da parte dei familiari. E’ da tenere in conto che le loro reazioni possono essere cariche di ostilità, magari perché permeate esse stesse dai pregiudizi della società e dalla preoccupazione della ghettizzazione in cui il/la proprio/a figlio/a sarà esposto/a. Se la società non è ancora pronta ad accettare l’omosessuale, l’omosessuale, da parte sua, non sceglie di diventare tale, semmai si ritrova con il problema di dover giustificare una sessualità che sente semplicemente come parte naturale di sé.
Il compito di gestire una relazione omosessuale, in una società prevalentemente eterosessuale, richiede forza e sostegno emotivo, ecco perché è necessario che il coming out sia efficace, perché ciò facilita la piena accettazione di sé e la felicità di coppia.
Non bisogna sottovalutare il fatto che fare coming out innesca spesso una crisi a livello familiare, imperniata su alcune tipiche risposte, come Stai dicendo questo solo per metterti contro di noi oppure E’ solo una fase: vedrai che poi ti piaceranno le donne o ancora E’ colpa nostra se sei gay.
Dietro a ognuna di queste risposte si nasconde una paura, cui si può controbattere in modi che restituiscano la propria dignità e serenità.
Innanzitutto, è utile rassicurare i propri genitori, dicendo che si vuole solo essere onesti con loro, che la sincerità è espressione di amore e non potrà che migliorare il rapporto.
E’ opportuno sottolineare, con calma, ma fermezza, che non si tratta di un alcun modo di una situazione temporanea. Sempre con calma si deve rispondere a quegli attacchi manipolatori del tipo Mi farai morire dal dispiacere, oppure Che abbiamo fatto di male per meritare questo?. Più facile, a dirsi che a farsi, in molti casi! In generale, però, è sempre un’ottima arma non rispondere agli scoppi emotivi dei tuoi genitori, gridando a propria volta. Se c’è il rischio di essere colpevolizzati e si vive una sensazione di disagio insostenibile, si può prendere una pausa per pensare meglio a mente lucida.
Ancora, se il genitore si sente in colpa se il figlio è gay, è bene assumersi personalmente la responsabilità del proprio orientamento. Una tattica che i genitori apprezzeranno. Potrebbe a tal proposito essere utile leggere testimonianze di altre famiglie di omosessuali, così da diminuire il loro senso di colpa e vergogna.
In ogni caso, è necessario sempre mettere i propri sentimenti al primo posto. Perché si può essere responsabili solo delle proprie emozioni e delle proprie decisioni, non di quelle degli altri. I genitori non devono tanto capire, quanto accettare, e possono sempre scegliere di essere fieri del proprio figlio, non devono per forza sentirsi infastiditi o nascondersi dalla società che non capirebbe.
Anche chiedere aiuto a qualcuno della famiglia di cui ci si fida e a cui si è già fatto coming out è una buona strategia, soprattutto se questi ha un’influenza positiva sulla famiglia e può aiutarla a riconsiderare la sua posizione.
Solo la perseveranza e la dignità nello svelarsi può condurre gli altri all’accettazione della propria sessualità. E anche se, dopo sforzi ripetuti, i genitori si rifiutassero comunque di comprendere, si dovrebbe cercare supporto altrove. Senz’altro sarebbe meglio se in famiglia regnassero mutuo rispetto e tolleranza, ma se questo non fosse possibile, è necessario proseguire la propria strada e non lasciarsi intimorire nel perseguire la propria realizzazione.
Butler, C., O’ Donovan, A., e Shaw, E. (2010). Sex, Sexuality and Therapeutic Practice. New York: Routledge/Taylor & Francis Group
Sanderson, T. (1997). Assertively Gay. How to build gay self-esteem. London: The other Way Press
Westheimer, R.H., e Lopater, S. (2004). Human Sexuality. A Psychosocial perspective. Philadelphia: Lippincott Williams & Wilkins
Disturbo Ossessivo-Compulsivo: dipende da scopi e rappresentazioni o da deficit cognitivi?
Nel 4° Meeting del SIG on OCD EABCT tenuto ad Assisi nel 2014 e organizzato da Barbara Barcaccia, si è svolto un confronto tra le due posizioni. I due paper, assieme ad altre presentazioni di grande interesse, sono state pubblicate nel Numero di Dicembre 2014 di Clinical Neuropsychiatry, tutto dedicato al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, curato da Barbara Barcaccia e Francesco Mancini.
Il cognitivismo clinico, vale a dire l’approccio cognitivista ai disturbi mentali, include due settori, uno dedicato alla ricerca di terapie efficaci per i diversi disturbi e l’altro, la Experimental Psychopathology, allo studio sperimentale dei processi che generano e mantengono la psicopatologia.
Nell’ambito della Experimental Psychopathology possiamo distinguere due ulteriori orientamenti. Il primo intende spiegare genesi e mantenimento dei disturbi, o almeno di alcuni di essi e principalmente dei disturbi d’ansia, dell’umore, del disturbo ossessivo compulsivo e dei disturbi di personalità, utilizzando due categorie concettuali basiche: scopi (desideri, valori, bisogni, timori) e rappresentazioni (rappresentazioni mentali, sensoriali, credenze, intuizioni).
Le emozioni negative, le condotte, gli atteggiamenti e i flussi di pensiero che caratterizzano i pazienti, sono considerati dello stesso genere di quelli che si riscontrano in tutte le persone, le differenze sono quantitative;ad es., tutti soffrono se si rendono conto di aver fatto una brutta figura, cioè di aver compromesso lo scopo di dare una buona immagine di sé agli altri, ma, nel caso dei fobici sociali, la sofferenza appare esagerata e gli evitamenti e le altre soluzioni che il paziente mette in atto risultano anche dannosi e controproducenti. Questo primo orientamento include le cosiddette Appraisal Theories, e dunque riconduce la psicopatologia ai contenuti della mente del paziente.
Il secondo orientamento preferisce spiegazioni che non fanno riferimento al contenuto, agli scopi del paziente, ai suoi piani, alle sue convinzioni, in una parola, ai suoi significati personali, ma fanno riferimento a distorsioni o deficit di alcune funzioni cognitive o metacognitive.Ad es., nel caso del disturbo ossessivo compulsivo sono stati proposti diversi deficit di alcune funzioni esecutive, come il deficit di inibizione, per cui le compulsioni dipenderebbero da una incapacità del paziente di inibire l’atto compulsivo e le ossessioni sarebbero una conseguenza delle compulsioni o una loro razionalizazzione.
Oppure l’oscillazione drammatica tra stati mentali opposti e incompatibili e la difficoltà a conciliarli, tipica del paziente Borderline, sarebbe dovuta, secondo alcuni, a un deficit della capacità di integrare stati mentali opposti. Oppure la depressione si mantiene e si aggrava per un eccesso di ruminazione su temi depressivi.
Questo secondo approccio è in risonanza con un più generale trend della psichiatria verso una interpretazione neurologica delle cause dei disturbi mentali. Infatti e ad esempio, la tesi che il DOC dipenda da un deficit di inibizione, o di altre funzioni esecutive, o della memoria, si concilia con l’idea che il DOC sia una malattia neurologica molto di più della tesi che il DOC dipenda dallo scopo assoluto di prevenire una colpa.
Nel cognitivismo clinico e più in generale nella Experimental Psychopathology troviamo dunque due approcci fondamentali: Appraisal Theories (AT) e Deficit Theories (DT). Questi due approcci sono ben presenti nello studio del DOC.
Nel 4° Meeting del SIG on OCD EABCT tenuto ad Assisi nel 2014 e organizzato da Barbara Barcaccia, si è svolto un confronto tra le due posizioni. I due paper, assieme ad altre presentazioni di grande interesse, sono state pubblicate nel Numero di Dicembre 2014 di Clinical Neuropsychiatry, tutto dedicato al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, curato da Barbara Barcaccia e Francesco Mancini: Advances in the understanding and treatment of Obsessive-Compulsive Disorder (SCARICA TUTTI GLI ARTICOLI).
Anholt e Kalanthroff hanno presentato una relazione (“Do we need a cognitive theory for Obsessive-compulsive disorder?”) in cui hanno argomentato contro le spiegazioni del DOC in termini di scopi e rappresentazioni, cioè di contenuti della mente del paziente, e a favore della teoria del deficit, in particolare del deficit di inibizione.
L’argomento principe contrario alle spiegazioni contenutistiche del DOC è che, da ricerche correlazionali svolte con questionari, risulta che alcuni pazienti ossessivi hanno una propensione ai cosiddetti obsessional beliefs maggiore di altri tipi di pazienti, o addirittura di non pazienti, e che alcuni non ossessivi hanno una siffatta propensione maggiore dei pazienti ossessivi. A favore del deficit di inibizione hanno portato alcuni dati sperimentali, sostanzialmente in compiti di tipo go-no go i pazienti ossessivi tendono a commettere più errori quando si tratta di inibire la risposta.
Al contrario, Mancini e Barcaccia (“Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder? Yes, we do”), in conformità a dati rigorosamente sperimentali, contestano le argomentazioni contrarie alle Appraisal Theories,. Innanzitutto, contrariamente a quanto sostenuto da Anholt e Kalanthroff , le AT non prevedono che nei pazienti ossessivi vi sia una maggiore propensione ai cosiddetti obsessional beliefs. Infatti, non è raro il caso di pazienti, ossessionati dalla contaminazione di specifiche sostanze, ad esempio, lo zucchero o alcuni insetti come i pidocchi, ma che non provano disgusto per altri tipi di contatto che sono però citati nei questionari che misurano la propensione al disgusto. In questi casi non stupisce che la propensione al disgusto possa essere bassa pur essendo il timore di contaminazione il contenuto delle ossessioni e la ragione delle compulsioni.
Non solo, ma diversi esperimenti dimostrano, ad esempio, che lo scopo di prevenire una colpa è una condizione necessaria e sufficiente per avere sintomi ossessivi. Ciò rende superfluo il ricorso a eventuali deficit come spiegazione del DOC. Inoltre, le ricerche sui deficit nel DOC hanno portato a risultati contraddittori, senza contare che spesso ciò che potrebbe apparire come conseguenza di un deficit in realtà è conseguenza degli stati mentali del paziente, ad esempio le funzioni esecutive possono essere disturbate dallo scopo, tipicamente ossessivo, di evitare errori, infatti, la performance dei pazienti scade se si mette loro fretta.
Altro esempio ben noto riguarda il presunto deficit di memoria. Un numero consistente di esperimenti ha dimostrato che nei pazienti ossessivi, ma anche in soggetti non clinici, se si attiva una forte motivazione a prevenire colpe connesse a mancati controlli o a performance scadenti, ne consegue una tendenza alla ripetizione che a sua volta implica sfiducia nel proprio ricordo, pur essendo il ricordo valido. È più corretto, quindi, parlare di valutazione della propria memoria che di deficit di memoria. Abbiamo un esempio quindi di come performance che possono apparire conseguenza di un deficit siano, a volte, conseguenza di scopi e rappresentazioni del paziente.
Il fatto che nel DOC le AT appaiano, allo stato attuale delle conoscenze, più euristiche delle Deficit Theories, non implica che per altri disturbi debba essere lo stesso. Ad esempio per spiegare l’autismo, sembra necessaria e sufficiente una teoria del deficit. Nemmeno va sottovalutata la possibilità che, in alcuni disturbi, siano necessarie entrambe le spiegazioni e che nessuna delle due, da sola, sia sufficiente. Ma in questo caso, è indispensabile mostrare come deficit e contenuti interagiscono, mentre sarebbe ingenuo contentarsi di identificare qualche correlazione e qualche mediazione statistica lasciando oscuri i processi psicologici della interazione fra deficit e contenuti.
Anholt, G.E., & Kalanthroff, E. (2014). Do we need a cognitive theory for obsessive-compulsive disorder? Clinical Neuropsychiatry, 11 (6), 194-196. DOWNLOAD
Mancini, F., & Barcaccia, B. (2014). Do we need a cognitive theory of obsessive-compulsive disorder? Yes, we do. Clinical Neuropsychiatry, 11(6), 197-203. DOWNLOAD