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Bando per Psicologi, Sociologi e Mediatori – Sicilia SCADENZA 15 gennaio!

“Terre des Hommes”, la fondazione che cura progetti per la tutela dell’infanzia, cerca professionisti in Sicilia.

Psicologo/a

Terre des Hommes nell’ambito del progetto FARO “Supporto psicologico e psicosociale ai minori stranieri non accompagnati ed alle famiglie con bambini, in arrivo in Italia, via mare” è alla ricerca di uno psicologo/a da inserire nella propria equipe in Sicilia per lo svolgimento dell’attività clinica di ascolto e supporto psicologico alla persona.

Mansioni:
Il/la candidato/a entrerà a far parte dell’equipe impegnata nel progetto FARO in Sicilia.

Il/la candidato/a avrà il compito di: identificare casi di soggetti vulnerabili e bisognosi di supporto; prendere in carico la persona attraverso colloqui ripetuti ove necessario; stilare certificazioni cliniche per ciascun paziente in carico; riportare i casi urgenti all’attenzione del Servizio Pubblico di Salute mediante apposta segnalazione e alle altre ONG presenti in loco per eventuali problematiche di rispettiva competenza.

Il/la candidato svolgerà le sue funzioni in autonomia relativamente alla parte strettamente tecnico clinica, ma nel rispetto delle disposizioni dettate dal coordinatore progetto FARO in sede a Milano e in stretta collaborazione con gli altri membri dell’equipe impegnati nelle attività psicosociali.

Il referente locale di progetto sarà identificato alla firma del contratto e/o a inizio attività.

Al candidato così come a tutta l’equipe sarà fornita una supervisione tecnica per tutto l’arco del contratto.

Requisiti: Laurea in psicologia, con preferibile conoscenze di etno – psicologia. Minimo due anni di esperienza in contesti legati all’accoglienza dei migranti, specialmente dei minori stranieri non accompagnati.

Conoscenza del funzionamento del sistema italiano di accoglienza relativamente agli aspetti funzionali allo svolgimento della propria attività e dei processi specifici che attengono all’accoglienza del minore straniero non accompagnato.

Conoscenza lingua inglese e/o francese (preferibile entrambe le lingue).

Preferibile residenza in Sicilia.

Uso corrente di pc: word, excel e di skype.

Patente B

Luogo di lavoro: Sicilia, (provincia di Siracusa, Agrigento o Ragusa).

Durata: 12 mesi

Avvio progetto: febbraio 2015

Tipologia contratto: contratto collaborazione a progetto

Facility: alloggio e auto sono messe a disposizione dal progetto

Termine invio candidature: 15 gennaio 2015

Inviare il cv a [email protected]

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Disabilità e Assistenza Sessuale: L’accarezzatrice di Giorgia Würth (2014) – Recensione

Disabilità e Assistenza Sessuale – Recensione del libro “L’accarezzatrice” di Giorgia Würth (2014)

 

Parlare di sessualità e disabilità in Italia rappresenta ancora oggi un gigantesco tabù. Questo romanzo abbatte con semplicità e autenticità le barriere architettoniche più difficili da superare, quelle costituite da pregiudizio e ipocrisia. Un argomento così delicato e nascosto, da decenni sottoposto all’attento esame di genitori ed esperti, che la scrittrice Giorgia Würth scioglie con maestria nella storia della protagonista Gioia, una giovane infermiera costretta a fare i conti con la crisi economica dopo aver perso il suo posto di lavoro in ospedale.

 

Le riflessioni della protagonista, insieme ai colpi di scena racchiusi nella sua storia, portano in superficie questioni e criticità in cui è facile imbattersi quando si parla della sessualità di persone disabili. L’autrice passa in rassegna con straordinaria trasparenza tutte le obiezioni riservate alla figura dell’assistente sessuale, figura professionale ancora non riconosciuta in Italia, almeno non ufficialmente. La trama di questa storia infatti si realizza al confine con la Svizzera, dove invece sembra ormai assodato che ogni essere umano abbia diritto a vivere e sentire il proprio corpo, assecondandolo nei suoi richiami, concedendosi il piacere delle carezze, ricevendo aiuto quando questo aiuto è prima di tutto una necessità.

L’assistente sessuale non è una prostituta. Forse per qualcuno è più facile pensarla in questi termini, ma la lettura di questo libro, una sessione dopo l’altra, incuriosisce e spiega come al contrario questa figura professionale (già riconosciuta in gran parte di Europa e Stati Uniti) si posizioni proprio agli antipodi della prostituzione. Se una prostituta è generalmente chiamata a soddisfare nel minor tempo possibile il proprio cliente dando risoluzione al suo desiderio sessuale, un assistente sessuale, uomo o donna che sia, è un vero e proprio terapeuta senza paziente (perché il desiderio sessuale non genera pazienti, fa parte di noi per natura, utilizzo il termine terapeuta proprio in virtù della formazione specifica che questo professionista deve possedere) che attraverso una buona relazione col proprio cliente è in grado di aiutarlo a percepire ed esplorare il proprio corpo, offrendo a sua volta un corpo (non un corpo in vendita) come luogo di incontro intimo e speciale, mittente e destinatario di piacere condiviso, perché anche una persona disabile può offrire piacere.

Provate a chiedere a down, paraplegici, spastici, infermi, a tutte quelle persone che non sono totalmente libere di accoppiarsi, che cos’è una vita senza sesso. Che cosa significa ritirarsi (quando è possibile) nella malinconia di un piacere solitario o nella frustrazione della completa incapacità di provarlo senza l’aiuto di qualcuno. Si finisce per disprezzare il proprio corpo perché sembra che tutti lo disprezzino. La vita diventa un inferno, e infatti qualcuno se la toglie. Il diritto a vivere la propria sessualità è sacrosanto per tutti. Anche per i disabili. Gli assistenti sessuali offrono a queste persone la possibilità di esplorare il proprio corpo attraverso scambi di tenerezze, abbracci, massaggi, esperienze intime e sensuali fino a giochi erotici e masturbazione. L’obiettivo è quello di far sì che un corpo abituato alla sofferenza e al disagio possa ritrovare, attraverso l’esperienza sensoriale del piacere, la sensibilità e la gioia di vivere.

 

La possibilità di godere del piacere sessuale si trasforma così in autodeterminazione, consapevolezza del proprio esserci e dello stare al mondo, diventa addirittura fonte di autostima e incrementa la percezione di autoefficacia nelle relazioni interpersonali. Le dimensioni di una sessualità negata sbocciano e prendono forma in età adulta, quello che è in origine un mero istinto riproduttivo evolve in gioco e ricerca, curiosità ed esplorazione, acquisendo lentamente un senso e un significato nell’esperienza interpersonale, rafforzando e nutrendo la dimensione sociale della sessualità umana. È così che nasce una storia d’amore e questo è un libro che riesce benissimo a parlare di sesso traboccando amore da ogni sua pagina.

Le questioni più delicate legate alla sessualità delle persone disabili vengono esplicitate nel corso del romanzo, attraverso le storie di vita delle persone che Gioia incontra facendo l’assistente sessuale. La Würth narra del disagio di una madre costretta a masturbare la persona che ha messo al mondo, narra la sofferenza di persone disabili omosessuali che quotidianamente vivono un doppio stigma legato ai pregiudizi sociali, narra della fragilità di persone che come tutti gli esseri umani possono innamorarsi, possono innamorarsi della propria assistente sessuale e soffrire per questo amore.

Ma proprio alla luce della complessità intrinseca a questi argomenti, se è vero che l’assistente sessuale è un operatore del benessere, che promuove un’assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità per le persone con disabilità, può essere di per sé sufficiente alla presa in carico totale di sfere così profonde ed importanti per il benessere di ogni individuo? Per contro, anni e anni di dibattiti, conferenze e articoli come quello che avete letto fino a questo momento, sono riusciti a tradurre in pragmatica il desiderio di queste persone di fare sesso? Senza nulla togliere alla teoria sembra arrivato il momento di passare alla pratica, non dimenticando però che fra teoria e prassi esiste un ponte invisibile dove chi decide di prendere in carico la sessualità di una persona disabile, fisica o intellettiva, si preoccupa prima di tutto di lavorare all’interno di un’équipe di professionisti della salute, a tutela della sicurezza e del benessere biopsicosociale della persona. Ovviamente in Italia siamo ancora lontani da tutto questo e qualcuno comincia (giustamente) ad essere stufo.

Insomma questo romanzo è una storia commovente e disarmante che tutti dovrebbero leggere, non solo genitori e professionisti, non solo psicologi e sessuologi, non solo educatori e insegnanti, non solo le persone disabili, se non altro perché disabili lo siamo tutti, solo che la disabilità di qualcuno è più visibile della disabilità di qualcun altro.

 

 

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LoveAbility. L’assistenza sessuale per le persone con disabilità (2014) – Recensione

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Würth, G. (2014). L’accarezzatrice. Mondadori Editore

LoveAbility. L’assistenza sessuale per le persone con disabilità (2014) – Recensione

 

Nel libro l’assistente sessuale viene definito dagli autori come un “operatore del benessere, che promuove un’assistenza all’emotività, all’ affettività, alla corporeità e alla sessualità per le persone con disabilità“.

“Immagina di avere sete. Molta sete. E di essere seduto davanti a un tavolo su cui è riposto un bicchiere colmo di acqua fresca. Tu però, da solo, non riesci ad afferrarlo. Perché meccanicamente non sei in grado di arrivarci, oppure perché mentalmente non sai come farlo. La sete aumenta, fino a diventare insostenibile. Se non bevi, impazzisci. Se non bevi, muori. Hai bisogno di aiuto. Di qualcuno che prenda quel bicchiere e ti consenta di bere, o di qualcuno che ti spieghi come farlo. Ecco chi è l’assistente sessuale: […]”

Chi è l’assistente sessuale? Che cosa fa? Che ruolo ha nei confronti delle persone con disabilità? E nel concreto, nel quotidiano, quali sono le mansioni che svolge? E’ un figura riconosciuta in Italia? Questi e molti altri sono i punti interrogativi che tutti si pongono quando si parla di assistenza sessuale. Per la prima volta, grazie a questo libro innovativo ed unico in Italia, è possibile avere una risposta chiara ed esaustiva a queste domande che riguardano appunto la figura dell’assistente sessuale, una figura che nel nostro paese è quasi sconosciuta per svariati motivi, siano essi culturali, etici e/o religiosi.

Nel libro l’assistente sessuale viene definito dagli autori come un “operatore del benessere, che promuove un’assistenza all’emotività, all’ affettività, alla corporeità e alla sessualità per le persone con disabilità” (Quattrini e Fulcheri, 2014). Nello specifico, gli assistenti sessuali sono operatori che consentono alle persone con disabilità di avere dei contatti erotici, sensuali e sessuali. Essi lavorano attraverso massaggi, carezze, contatti corpo a corpo, ma soprattutto ponendosi come guide nell’educazione alla sessualità e all’affettività, ed arrivano all’insegnamento della masturbazione, quando possibile. E’ una professione questa che pone chi la pratica di fronte a numerose e continue difficoltà e sfide, sia dal punto di vista personale, (fisicamente ma ancor prima psicologicamente) ma anche dal punto di vista relazionale. E’ infatti importante sottolineare come chi svolge questa professione sia a forte rischio di discriminazione da parte di familiari, amici e potenziali partner, ma non solo, come in generale chi la pratica sia soggetto al giudizio dell’opinione pubblica con tutto ciò che ne può conseguire.

Come accennato in precedenza, in Italia la figura dell’assistente sessuale non è riconosciuta mentre attualmente lo è in alcuni Stati europei tra i quali Olanda, Germania, Danimarca e Austria. Tuttavia, l’assistente sessuale italiano ha caratteristiche fondamentalmente differenti rispetto a quello europeo, dove è in linea generale assimilato a qualsiasi altra tipologia di sex worker. Innanzitutto l’assistente sessuale italiano è specificatamente formato nel suo campo. In secondo luogo, i training educativo-riabilitativi che offre si articolano in un continuum che va dagli aspetti informativi ed educativi fino alla sessualità vera e propria vissuta con la promozione del piacere orgasmico, e gli incontri vengono fissati in un numero tra i 5 e 10 al massimo per non rischiare un eccessivo coinvolgimento emotivo/sentimentale. Inoltre, ultima fondamentale differenza con l’assistente sessuale europeo, non sono contemplate esperienze sessuali di tipo coitale come la penetrazione, nè di tipo orale; e questo per rimarcare ulteriormente la differenza con altre tipologie di lavoro nel campo sessuale.

E’ stata quindi creata in Italia l’Associazione Loveability con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica del nostro paese al fine di raccogliere consenso e adesioni ma ancora prima, consapevolezza. Il 24 aprile 2014 è stato presentato in Senato il disegno di legge 1442. Ancora, grazie al lavoro dell’associazione, è partito il progetto “Lovegiver”: si tratta di un progetto per la formazione degli operatori dell’assistenza sessuale con i primi corsi che partiranno nei primi mesi del 2015. E’ stato inoltre istituito l’Osservatorio Nazionale sull’Assistenza Sessuale, guidato dal dott. Fabrizio Quattrini. Infine, a breve verrà istituito un numero verde di ascolto, consulenza e informazione sui temi dell’assistenza sessuale.

Si tratta di una lettura molto interessante per i suoi contenuti innovativi ma anche chiarificatori: le numerose testimonianze presenti nel testo sono il modo migliore per spiegare questo universo di concetti così poco conosciuti da chi non li vive nella sua quotidianità. E’ questo un libro che invita a riflettere su temi ai quali non tutti sono abituati a pensare, dalle reali difficoltà degli individui e delle famiglie, alle spinose questioni etiche… e come queste ultime in molti casi si possono scontrare con la nuda e cruda realtà del vivere quotidiano.

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Disabilità e Assistenza Sessuale: L’accarezzatrice di Giorgia Würth (2014) – Recensione

BIBLIOGRAFIA:

  • Ulivieri, M. (2014). LoveAbility. L’assistenza sessuale per le persone con disabilità. Centro Studi Erickson: Trento.  ACQUISTA ONLINE

Musica e linguaggio nei bambini: chi suona uno strumento presenta migliori abilità linguistiche

FLASH NEWS

I bambini che frequentano regolarmente corsi di musica e che mostrano una partecipazione attiva riportano punteggi più alti nelle abilità di elaborazione del discorso e nelle capacità di lettura rispetto ai loro coetanei che si sono mostrati meno coinvolti.

Una formazione musicale, ormai è noto, è importante per il cervello in via di sviluppo, ma una nuova ricerca della Northwestern University rivela che a fare la differenza è il livello di coinvolgimento attivo del bambino: i bambini che frequentano regolarmente corsi di musica e che mostrano una partecipazione attiva riportano, a due anni di distanza, punteggi più alti nelle abilità di elaborazione del discorso e nelle capacità di lettura rispetto ai loro coetanei che si sono mostrati meno coinvolti.

La ricerca, apparsa su Frontiers in Psychology, ha anche dimostrato che i benefici a livello neurale derivanti dalla partecipazione attiva ai corsi di musica si sono verificati nelle stesse aree del cervello che sono tradizionalmente deboli nei bambini provenienti da ambienti svantaggiati. Piccole variazioni nel coinvolgimento si sono dimostrate significative anche in classi di studenti almentamente motivati, sottolinea Nina Kraus, prima autrice dello studio; inoltre anche il tipo di classe di musica è importante: l’elaborazione neurale in studenti che hanno suonato degli strumenti è stata maggiore rispetto a quella di bambini che si sono limitati ad ascoltare la musica.

La ricerca precedente, pubblicata a settembre sul Journal of Neuroscience, ha indicato che l’educazione alla musica può letteralmente rimodellare il cervello di un bambino in un modo che migliora l’elaborazione del suono.

I bambini provenienti da famiglie a basso livello socioeconomico elaborano i suoni in modo meno efficiente, in parte a causa di ambienti rumorosi e in parte a causa della deprivazione linguistica, cioè il non essere abituati a sentire parole, frasi e concetti complessi. Questo li espone a un maggior rischio di fallimento e abbandono scolastico.

Un adeguata formazione musicale può essere un modo per migliorare il modo in cui il cervello elabora il suono e rimuovere l’interferenza: l’efficienza dell’elaborazione vocale, infatti, è strettamente legata alla lettura, che richiede la capacità di segmentare il parlato in unità sonore individuali.

Insomma, suonare uno strumento ha un profondo effetto sul nostro sistema nervoso, migliora le nostre abilità linguistiche e può addirittura ridefinire le conseguenze dovute a contesti socioculturali ad alto rischio.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Kraus, N., Slater, J., Thompson, E.C., Hornickel, J., Strait, D.L., Nicol, T., White-Schwoch, T. (2014). Auditory learning through active engagement with sound: biological impact of community music lessons in at-risk children. Front. Neurosci. 8:351. doi: 10.3389/fnins.2014.00351 

 

 

Un libro per riflettere su Charlie Hebdo? “Grandi Dei” di Ara Norenzayan (2013)

Non è facile recensire “Grandi Dei” di Ara Norenzayan in questi giorni dell’attentato fondamentalista di Parigi contro Charlie Hebdo. Anche Norenzayan, l’autore del libro che recensisco, è una vittima dell’odio religioso.

Ara Norenzayan oggi insegna psicologia alla University of British Columbia in Canada, ma è nato e cresciuto nel Libano a Beirut, città cosmopolita e raffinata fino al 1975, e poi preda di una guerra infinita tra fazioni religiose, politiche ed etniche rivali. La famiglia di Norenzayan è cristiana ortodossa armena e abbandona la città, ormai invivibile, nel 1990. Malgrado ciò, Norenzayan studia la psicologia delle religioni con occhio critico e scientifico, ma senza condannarle. Anzi, sviluppa una complessa teoria del ruolo nella società e nella storia umana, teoria che ora appare in questo libro. Teoria non nuova, almeno in sociologia, teoria che Norenzayan applica alla psicologia sociale e che sviluppa in termini psicologici.

La teoria è che le religioni svolgano un ruolo prosociale, permettendo la costruzione di società complesse che vadano al di là del legame di sangue immediato.

Il dato di partenza è quello che Norenzayan chiama l’enigma dei grandi gruppi. La capacità umana di costruire società di grandi dimensioni i cui membri non siano legati tra loro da legami di parentela. Secondo il principio di Hamilton, dice Norenzayan, i comportamenti prosociali altruistici sono presenti negli animali in maniera proporzionale alla vicinanza genetica, ovvero di sangue. L’uomo, che pure è definito l’animale più crudele, è anche al tempo stesso l’animale di gran lunga più sociale.

Nessun animale è in grado di costruire società su larga scala come gli stati e le nazioni umane, in cui si coopera tra estranei e perfino tra persone che non si incontrano mai. Vero è che molti stati, soprattutto quelli antichi, avevano leggende di fondazione con un eroe che costituisce un gruppo iniziale di tipo tribale, basato in parte sul sangue. Ma non del tutto. Romolo raggruppa una banda di spostati ed emarginati e fonda Roma, Teseo un gruppo di villaggi separati e fonda Atene, e così via. E siamo ancora al livello della città antica, entità non troppo espanse che in una certa misura permettevano che tutti conoscessero tutti, o quasi. In questo stadio, in cui ci si conosce per nome un po’ tutti (e ci si controlla, aggiunge Norenzayan), il contatto diretto reciproco consente di stabilire regole di comportamento riconosciute e rafforzate dall’incontro quotidiano diretto.

Quando di passa alle metropoli e ai grandi stati e imperi l’anonimato di massa incombe e la religione, scrive Norenzayan, acquista un nuovo peso.

La necessità di coordinare grandi masse d’individui che non si conoscono rende la religione necessaria, mancando ancora la mentalità moderna fondata sul rispetto reciproco basato su un calcolo razionale che rende l’altruismo utilitaristicamente conveniente.

Per la precisione acquistano peso le religioni etiche monoteistiche o tendenzialmente monoteistiche. Non a caso queste religioni diventano religioni di stato nelle prime forme governative di grandi dimensioni. L’Impero Romano dapprima con l’evoluzione ellenistica in direzione monoteistica del politeismo greco-romano e poi del cristianesimo da Costantino in poi, L’Impero Indiano di Osaka o il Califfato islamico sono tra gli esempi più noti. Il rispetto della legge s’instaura non attraverso un contratto sociale ma obbedendo alla credenza in un ente sovrannaturale che è capace di vedere non solo i comportamenti, ma anche le intenzioni nascoste delle persone e quindi di indurre interiormente l’adesione a un codice sociale condiviso con estranei, ovvero individui senza rapporti di parentela. Naturalmente, però, le società religiose implicano un livello di controllo sociale sull’individuo pervasivo e pesante, con grave limitazione della libertà individuale.

Questa sezione del libro è la più corposa e interessante e rappresenta l’applicazione alla psicologia di concetti che nella sociologia sono già diffusi da tempo, a partire almeno dagli studi delle religioni di Max Weber. Il lavoro di Norenzayan svela i meccanismi psichici corrispondenti ai processi sociali già esplorati dai sociologhi. Leggere questo libro è un’avventura intellettuale gratificante, l’esposizione chiara ed esaustiva.

Un possibile difetto è la scelta dell’autore di non differenziare tra le varie religioni. Tutte sono trattate come sostanzialmente omologhe, senza approfondire le differenze. Le religioni orientali, buddismo, confucianesimo e taoismo, sono diverse da quelle occidentali perché prevedevano un’entità soprannaturale in qualche modo monoteista ma non personale. I tre monoteismi abramitici non sono distinti tra loro nelle varie differenze storiche e sociali. Perché l’ebraismo è stato la religione di un gruppo che non si è mai organizzato in un Impero? Perché il cristianesimo è stato un monoteismo imperfetto (la divinità è una e trina) e anti-politica per tre secoli? È l’inattesa e improvvisa adozione da parte di Costantino che lo trasforma (quasi) in una notte in religione di stato adatta al modello teorico di Norenzayan. L’Islam sembra aderire meglio al modello di Norenzayan della religione come strumento politico-sociale fin dalla sua nascita. Ma funziona solo per un paio di secoli, poi sembra assonnarsi. E oggi come strumento prosociale non sembra svolgere brillantemente la sua funzione.

La sezione finale, più magra e limitata a un solo capitolo, esplora invece le moderne società laiche in cui il contratto morale e sociale funziona in assenza dello stimolo religioso. Sono le società secolari, le società in cui il rapporto morale con l’altro avviene senza l’imperativo e il controllo di un’entità sovrannaturale in grado di vedere le intenzioni nascoste. Le conclusioni di Norenzayan sulle società secolari sono un misto di ottimismo e perplessità.

L’ottimismo riguarda la capacità delle società secolari di contemperare necessità sociali e libertà individuali. Un maggiore ricorso al pensiero critico permette alle società moderne di ritagliare un più ampio spazio di libertà per le persone singole. Al tempo stesso, però, Norenzayan ci avverte che questo equilibrio moderno si basa su due punti deboli. Il primo è che l’equilibrio sociale secolare si basa non solo sul progresso civile, ma anche su quello economico. La capacità di rispetto dell’altro nella società secolare è legata al benessere.

Riusciamo a rispettare l’altro perché, in generale, lo sviluppo economico ci permette di vivere bene, di sperare di vivere sempre meglio e ci sottrae alla tentazione della sopraffazione. Il problema è però la gestione delle situazioni di crisi, in cui l’incremento di benessere non è più garantito. Una situazione che –come purtroppo sappiamo- si sta presentando in Occidente negli ultimi anni; anni in cui, per la prima volta dopo decenni, non vi è più la garanzia di un maggiore benessere per le generazioni future. Riusciremo a conservare la nostra società secolare in presenza di un benessere materiale che si deteriora invece di aumentare?

Il secondo problema è che, nella società secolare l’etica si basa su un ragionamento utilitaristico. Anche nelle sue declinazioni più progressiste e “liberal”, la visione laica rifiuta di mettere l’etica sopra ogni cosa e la appoggia su forze economicistiche e materialistiche. Lo stesso Marx riteneva che tutto fosse solo economia. Come abbiamo scritto prima, la mentalità moderna fonda il rispetto reciproco non su una legge etica, ma su un calcolo razionale che rende l’altruismo utilitaristicamente conveniente. Un egoismo intelligente.

Questo determina un grande paradosso.

All’umanità in fondo conviene una società etica, però al tempo stesso laicamente rifiuta ogni formulazione etica universale, pena la ricaduta in una visione religiosa, sia pure senza ipotizzare un’entità sovrannaturale che ci controlla.

Un bene relativo che però –come scrive Norenzayan- abbisogna di un minimo di rigidità non relativistica per funzionare decentemente. Riusciremo a risolvere questa moderna aporia? Norenzayan non risponde a questa domanda.

 

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RELIGIONI & PENSIERO RELIGIOSOETICA & MORALE

 

BIBLIOGRAFIA:

Norenzayan, A. (2013). Big Gods. Tr. Italiana, Grandi Dei. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo. Milano: Cortina Editore.

 

VIDEO: Researching Religion and Prosociality | Dr Ara Norenzayan | CERC Plenary Meeting 4 May 2013

I tratti di personalità e il loro ruolo nelle difese immunitarie

FLASH NEWS

I ricercatori hanno a lungo ipotizzato che la personalità possa influenzare lo stato di salute. Ora, un nuovo studio suggerisce che alcuni tratti della personalità possano effettivamente avere un ruolo nel funzionamento del sistema immunitario.

Un team di ricerca della Facoltà di Medicina dell’Università di Nottingham ha rilevato, infatti, che le personalità estroverse hanno più probabilità di avere un sistema immunitario forte, mentre chi è socialmente più cauto tende ad avere un sistema immunitario più debole.

Il team ha arruolato 121 adulti sani (86 femmine e 35 maschi) di età compresa tra i 18 e 59 anni, tutti i partecipanti erano tenuti a compilare un test che misurava cinque dimensioni principali della personalità: estroversione, nevrosi, apertura, piacevolezza e coscienziosità. I partecipanti hanno anche fornito campioni di sangue, e i ricercatori hanno utilizzato la tecnologia dei microarray (un insieme di microscopiche sonde di DNA che permettono di esaminare simultaneamente la presenza di moltissimi geni all’interno di un campione di DNA) per valutare il legame tra i cinque tratti della personalità e l’attività dei geni nelle cellule bianche del sangue che svolgono un ruolo nella risposta del sistema immunitario.

I risultati delle analisi hanno rivelato che i partecipanti con un alto punteggio in estroversione avevano un’aumentata espressione di geni pro-infiammatori nelle cellule bianche del sangue, mentre le personalità più coscienziose mostravano una più ridotta espressione di questi geni. Ricordiamo che i meccanismi difensivi messi in atto dalla risposta infiammatoria tendono a eliminare lo stimolo dannoso e i detriti delle cellule danneggiate e a riparare il danno, ripristinando l’omeostasi funzionale e strutturale dell’organismo, la risposta infiammatoria è cioè indice di buon funzionamento del sistema immunitario.

I risultati erano indipendenti da comportamenti come l’esercizio fisico, il fumare il bere e lo sperimentare emozioni negative.

Nel complesso, i ricercatori pensano che i loro risultati possano migliorare la comprensione di come la personalità influisce sulla salute e la longevità, anche se la vera domanda che rimane aperta è:

E’ la nostra biologia a determinare la nostra psicologia o la nostra psicologia determinare la nostra biologia?

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali (2014) – di L. Ciccolini e D. Cosenza

Ciccolini - DCA Copertina 2014

E’ stato pubblicato il libro

IL TRATTAMENTO DEI DISTURBI ALIMENTARI IN CONTESTI ISTITUZIONALI

a cura della Dott.ssa LAURA CICCOLINI e del Dott. DOMENICO COSENZA:

“Il libro propone una trattazione a più voci della cura dei pazienti affetti da disturbo del comportamento alimentare in un contesto istituzionale. Ciò che lo anima è l’esigenza di reperire la logica che presiede alle pratiche di cura in istituzione messe in campo in questo ambito della psicopatologia contemporanea, ed i nodi problematici che rendono complesso e di difficile soluzione lo sviluppo del trattamento.”

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Costruire l’adolescenza. Tra immedesimazione e bisogni (2014) – Recensione

Pietro Roberto Goisis mette a disposizione dei lettori, in una forma fruibile a un pubblico anche non esclusivamente “di settore”, la propria esperienza clinica e la profonda conoscenza della letteratura di riferimento. Questo aspetto, enfatizzato dalla scelta di un registro linguistico non asettico e non confinato da una gergalità scientifica eccessiva,  consente al lettore di approcciarsi ad un argomento tanto complesso come l’adolescenza in modo semplice, chiaro, pur riuscendo ad avere una visione complessiva esaustiva.

In un momento storico e culturale in cui l’interesse verso l’adolescenza è più vivo che mai, l’autore – che giunge all’elaborazione di questo testo dopo un’esperienza clinica di oltre 35 anni – ci presenta un moderno approccio clinico a questa delicata fase di sviluppo. Il testo è suddiviso in tre capitoli e risulta caratterizzato da uno stile comunicativo immediato che ha il merito di facilitare l’apprendimento e di chiarificare, anche ai non “addetti ai lavori”, il complesso mondo adolescenziale.

Il primo capitolo si apre con la citazione di alcune opere letterarie (e.g., “La metamorfosi” di Kafka) con l’intento di mostrare al lettore come i conflitti psichici – così vivi nell’età adolescenziale – siano ben descritti in ambito artistico/letterario e non solo in ambito scientifico/psicologico.

A seguire, l’autore propone un esaustivo excursus relativo alle diverse teorie psicologiche che, in ambito psicoanalitico, si sono sviluppate nel corso degli anni sul tema dell’adolescenza: dai primi lavori di Stanley Hall a Sigmund Freud, da August Aichorn a Donald Winnicott fino ad arrivare ai lavori di Tommaso Senise (autore fondamentale nella costruzione dell’intero lavoro di Goisis) e ai recenti modelli teorici presenti in letteratura. Nel concludere il capitolo l’autore riflette sul tema della “crisi adolescenziale”, a partire dall’accezione etimologica fino all’analisi delle molteplici dimensioni implicate (e.g., fisiologica piuttosto che sociale/gruppale).

Il secondo, corposo, capitolo del testo è suddiviso in due macrocategorie con l’intento di scindere le riflessioni relative alla teoria da quelle relative alla “tecnica”. Nella prima parte del capitolo – dedicata alla teoria – viene esposto il “modello Senise”, elaborato inizialmente negli anni ’60 ma presentato ufficialmente nel 1980 al Congresso della Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile. In particolare, Goisis ne enfatizza due punti fondamentali: il primo relativo alle modalità comunicative da utilizzare nel lavoro con gli adolescenti (sottolineando l’importanza della scelta di una comunicazione schietta, diretta e sincera) e il secondo, invece, relativo alle figure genitoriali e alla possibilità/necessità di coinvolgimento degli stessi – come parte attiva – nel processo terapeutico del giovane paziente.

L’aspetto centrale della riflessione di Goisis è orientato intorno ai concetti di “immedesimazione” e di “costruzione”. L’immedesimazione (che parte sempre dal modello teorico di Senise, passando per i lavori più recenti di Bolognini) è ciò che permette al terapeuta di “mettersi nei panni” del giovane paziente – attraverso una serie di “identificazioni” e “contro-identificazioni” – per poter successivamente “restituire” e aiutare a “costruire” una visione di sé e del mondo più sana. 

Dopo aver dato ampio spazio all’analisi delle recenti acquisizioni derivate dall’apporto delle neuroscienze alla comprensione delle dinamiche psicobiologiche sottostanti lo sviluppo cerebrale (come il fenomeno del pruning o la mielinizzazione), la seconda parte del II capitolo è dedicata alle riflessioni dell’autore in merito alla “tecnica”. Per facilitare la comprensione delle interessanti considerazioni relative ai primi contatti con il paziente adolescente, agli invii e agli incontri con i genitori del paziente, vengono fornite un buon numero di esemplificazioni cliniche.

Inoltre, in un paragrafo scritto da Stephen Finn, viene discusso il ruolo dell’Assessment Psicologico in terapia, mettendo in luce l’importanza di una ripartizione cooperativa di ruoli tra chi si occupa della terapia e l’Assessor. Nel paragrafo che chiude questo capitolo, scritto da Patrizia Bevilacqua, vengono infine raccolte le esperienze professionali dell’autrice come assessor che forniscono un quadro esaustivo di quanto prima teorizzato. Il III e ultimo capitolo, infine, risulta caratterizzato da una serie di esemplificazioni cliniche, racconti e trascrizioni di colloqui, che chiariscono i concetti chiave illustrati nei capitoli precedenti ed esemplificano con zelo il pensiero dell’autore.

Pietro Roberto Goisis mette a disposizione dei lettori, in una forma fruibile a un pubblico anche non esclusivamente “di settore”, la propria esperienza clinica e la profonda conoscenza della letteratura di riferimento. Questo aspetto, enfatizzato dalla scelta di un registro linguistico non asettico e non confinato da una gergalità scientifica eccessiva,  consente al lettore di approcciarsi ad un argomento tanto complesso come l’adolescenza in modo semplice, chiaro, pur riuscendo ad avere una visione complessiva esaustiva. Anche i numerosi richiami al mondo musicale e letterario (i riferimenti al testo della canzone di Ivano Fossati “La costruzione di un amore”, piuttosto che al libro di Tove Jannson “Racconti dalla Valle dei Mumin”) nell’esposizione delle proprie argomentazioni, infatti, contribuiscono a stimolare una riflessione più ampia sull’argomento e a carpire molteplici spunti di riflessione clinica e non.

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Il mondo degli adolescenti: la transizione dall’infanzia all’età adulta – Psicologia

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Goisis, P.R. (2014). Costruire l’adolescenza. Tra immedesimazioni e bisogni. Mimesis Editore

Salvare i documenti ci permette di migliorare la nostra memoria!

FLASH NEWS

Secondo un recente studio della University of California il semplice atto di “salvare” qualcosa, ad esempio un file su un computer, può migliorare la nostra memoria: “risparmiare” spazio in memoria grazie all’uso di supporti esterni, infatti, permette di liberare risorse cognitive che possono essere utilizzate per ricordare nuove informazioni. 

L’idea è abbastanza semplice: il salvataggio agisce come una forma di scarico, in altre parole, l’oblio svolge un ruolo essenziale nel sostenere il funzionamento adattivo della memoria e della cognizione. Facendo in modo che certe informazioni siano accessibili in modo digitale, siamo in grado di ri-assegnare le risorse cognitive, che verrebbero altrimenti impiegate per mantenere tali informazioni in memoria, e di concentrarci sul ricordo di nuove informazioni.

I ricercatori erano interessati a esplorare l’interazione tra memoria e tecnologia. Infatti, anche se ricerche precedenti avevano mostrato che salvare le informazioni su un dispositivo digitale, ad esempio un computer o una fotocamera, ostacola la memorizzazione, i ricercatori hanno ipotizzato che ci potesse essere un rovescio della medaglia positivo di questa dimenticanza indotta dal risparmio di risorse mnestiche.

 

Nel primo studio, i ricercatori univeritari Storm e Stone hanno testato le capacità mnestiche di 20 studenti universitari: questi avevano a disposizione un pc sul quale potevano leggere e “studiare” due diversi files .pdf che contenevano una lista di 10 nomi comuni. I files A e B venivano aperti uno dopo l’altro e studiati per 20 secondi ciascuno. Seguiva il test di memoria sul file B per vedere quanti sostantivi venivano ricordati e poi il test sul file A. È importante sottolineare che la metà del campione è stato detto di salvare il file A in una cartella particolare dopo averlo studiato. L’altra metà, invece, doveva semplicemente chiudere il file dopo la lettura.

Proprio come atteso dai ricercatori, gli studenti si ricordavano più parole del file B quando il file A era stato salvato sul pc rispetto a quando l’avevano semplicemente chiuso. Un secondo studio con un gruppo di 48 soggetti ha confermato questi risultati. Ma il secondo studio ha anche rivelato che gli effetti legati al risparmio di memoria dipendevano da quanto gli studenti pensavano che il salvataggio del file fosse affidabile: se gli veniva detto che il file A non era più accessibile perchè il salvataggio non aveva funzionato non si riscontravano benefici nella memorizzazione del file B legati al risparmio mnestico, cioè la memorizzazione del file era uguale nei due gruppi.

Insomma, secondo i ricercatori, utilizzando pc e altri dispositivi digitali come estensioni della memoria, le persone possono proteggersi dai costi del dimenticare; inoltre salvare le informazioni può avere implicazioni più vaste sul nostro modo di pensare: avere una nuova idea o risolvere un problema significa molte volte riuscire a pensare fuori dagli schemi, abbandonare cioè quella fissità funzionale a cui ci ancora la conoscenza immagazzinata in memoria.

 

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Combattere la perdita di memoria con una risata

 

BIBLIOGRAFIA:

Premio State of Mind 2014 per la Ricerca: i vincitori!

La giuria del Premio 2014 per la Ricerca in Psicologia e Psicoterapia ha finito di valutare tutti i lavori partecipanti al Premio State of Mind 2014 ed ecco i risultati:


CATEGORIA JUNIOR 2014

Vincitore: Dott.ssa Silvia Colonna
Articolo: The Nature of Covariation between Separation Anxiety Symptoms and Obsessive Compulsive Symptoms in Developmental Age
 
Secondi classificati (a pari merito):
  • Dott.ssa Marika Rullo
    con l’articolo: Not every flock has its black sheep: The conjoint effect of identification and entitativity in manifestations of the black sheep effect
  • Dott.ssa Maria Diletta Matteoli
    con l’articolo: Perché accelerando la scomparsa delle parole migliorano le abilità di lettura nei bambini con dislessia? il ruolo dell’attenzione spaziale.
 
 
Per via dell’eccezionale partecipazione di quest’anno alla categoria JUNIOR (articoli derivati da tesi di laurea magistrale) dal quale sono emersi moltissimi lavori degni di nota, la giuria ha evidenziato oltre all’articolo vincitore e ai 2 ritenuti secondi a pari merito, anche una selezione dei migliori lavori JUNIOR 2014 che meritano di essere segnalati:
  • Trezzi Veronica: GRIN2B mediates susceptibility to IQ and cognitive impairments in Developmental Dyslexia
  • Nucceteli Fabiana: La percezione del tempo nello sviluppo tipico e atipico
  • Bivacqua Claudio Francesco: Emphaty. Self other distinction. Role of the temporo-parietal junction in emotional empathy
  • Aufiero Daiana: La valenza del binding emotivo in un compito di memoria di lavoro
  • Costabile Teresa: La Manipolazione delle Immagini Mentali nella Sclerosi Multipla
  • Mazzoni Chiara: Training di assertività per pazienti affetti da Bulimia Nervosa
  • Siri Francesca Marzia: Il ruolo del solco temporale superiore di destra (rsts) nell’integrazione delle informazioni emotive espresse attraverso il corpo e la parola: uno studio di tms-priming
  • Ferri Alessandra: “Col seno di poi”: Il carcinoma mammario raccontato dalle pazienti. Uno studio empirico.
  • Paterlini Chiara: Empatia e riconoscimento del dolore negli autori di reato
 
 
 
 

CATEGORIA SENIOR 2014

Vincitore:  Dott.ssa Maria Laura Mele
Articolo: Believing Is Seeing: Fixation Duration Predicts Implicit Negative Attitudes
 
Secondi classificati (a pari merito):
 
  • Dott.ssa Irene Messina
    Articolo: Neural Correlates of Psychotherapy in Anxiety and Depression: A Meta-Analysis
  • Dott.ssa Eleonora Picerni
    Articolo: The embodied emotion in cerebellum: a neuroimaging study of alexithymia

 

NEI PROSSIMI GIORNI SARANNO PUBBLICATI SUL SITO GLI ARTICOLI DEGLI AUTORI CHE HANNO FORNITO LA LORO AUTORIZZAZIONE E GLI ABSTRACT DEI VINCITORI E DEI MIGLIORI ARTICOLI SELEZIONATI DALLA GIURIA.

 

BUON 2015 E BUON LAVORO A TUTTI!

Aspetti epistemologici e teorico-metodologici in Psicologia Clinica

Nell’ambito della psicologia clinica la riflessione epistemologica pone essenzialmente due grandi problematiche, ovvero come nasce e come si struttura la conoscenza, e quale rapporto esiste tra teoria e pratica all’interno di questa disciplina.

1. Il fondamento della conoscenza e i criteri di demarcazione tra “senso comune” e “senso scientifico”

Il termine epistemologia, derivante dal greco epistéme, conoscenza, e logos, discorso, può essere definito come “la branca della teoria generale della conoscenza che si occupa di problemi quali i fondamenti, i limiti, la natura e le condizioni di validità del sapere scientifico […]; è lo studio dei criteri generali che permettono di distinguere i giudizi di tipo scientifico da quelli di opinione tipici delle costruzioni metafisiche e religiose, delle valutazioni etiche”(Enciclopedia Garzanti di filosofia, 1981).

Tale definizione consente di porre in evidenza come l’epistemologia concerne il discorso generale sulla conoscenza, in quanto si occupa del fondamento, ovvero dell’apparato conoscitivo utilizzato per fondare un discorso stabilendone i criteri di validità scientifica; con il termine epistemologia, dunque, si fa riferimento al discorso sul fondamento dell’atto conoscitivo, ossia all’orizzonte paradigmatico entro il quale si situa la conoscenza.  In tal senso, pertanto, si rileva come l’epistemologia non entra nel merito dei contenuti che vengono riferiti agli oggetti di conoscenza, bensì riguarda le modalità attraverso le quali essi vengono conosciuti , consentendo di delineare i confini entro cui un atto conoscitivo può essere considerato scientifico.

Al fine di esplicitare quest’ultimo aspetto, si ritiene pertinente introdurre alcune considerazioni relative ai criteri di demarcazione tra due modalità di conoscenza distinte: il senso comune ed il senso scientifico.  In tale direzione, con il termine senso comune si intende “proposizioni di qualsiasi natura e tipologia che definiscono e sanciscono qual è la realtà; in questo senso, è la forza retorica dell’argomentazione che rende reale ciò di cui si parla, configurandolo come “realtà di fatto” […] Il “senso comune” manifesta autoreferenzialità nella propria legittimazione, ovvero si auto-legittima a prescindere dal fondamento delle sue affermazioni e dall’esplicitazione delle categorie conoscitive messe in campo […] risulta organizzatore di stereotipi e pregiudizi ed è trasversale a ruoli e contesti”(Turchi G.P., Della Torre C., 2006).

A fronte della definizione testè esposta si evidenzia come un discorso di senso comune, avvalendosi della sua autoreferenzialità, non è sottoposto a criteri di fondatezza epistemologica, ovvero “ciò che viene affermato dal senso comune diviene immediatamente reale, non chiedendo pertanto l’esplicitazione dei presupposti dell’atto conoscitivo posto in essere” (ibidem). In virtù di ciò, quindi, un discorso di senso comune non risulta passibile di confutazione attraverso un procedimento logico o empirico, bensì esso può essere smentito soltanto da un punto di vista dialettico, attraverso l’affermazione di una realtà differente.

Nell’ambito del senso comune il linguaggio utilizzato è quello ordinario, ossia un linguaggio i cui significati sono costruiti nell’interazione dei parlanti, attraverso cui si stabilisce qual è la realtà ed il significato di ciò che si nomina nel momento stesso in cui lo si nomina.  Il linguaggio del senso comune, dunque, si compone di affermazioni che risultano non fondate a livello epistemologico né argomentate, contrariamente al linguaggio del senso scientifico che, viceversa, può essere definito come “l’insieme di asserzioni che risultano fondate e argomentate, in cui cioè si definisce con rigorosità il significato attribuito ad ogni termine utilizzato, che risulta univoco e condiviso da tutti gli appartenenti alla disciplina scientifica che utilizza uno specifico linguaggio tecnico”(ibidem).

In tal senso, quindi, mentre il senso comune si compone di affermazioni, il senso scientifico utilizza asserzioni, il cui fondamento e le cui categorie conoscitive necessitano di essere esplicitate ed argomentate.  In virtù delle definizioni testé presentate, pertanto, emerge che “la demarcazione tra senso scientifico e senso comune risiede nella rigorosità dell’argomentazione, nella fondatezza epistemologica e nella rigorosità metodologica adottata”(Turchi G.P., Della Torre C., 2006).

Nell’ambito del senso scientifico, inoltre, è possibile distinguere diverse modalità di conoscenza, individuabili in base ai suffissi dei nomi che identificano le discipline che si rifanno a tali modalità, e differenziabili in base al linguaggio da esse utilizzato; a tal fine si rileva che mentre le scienze a suffisso ‘-ica’ e  ‘-nomos’ coniano un linguaggio proprio, estraneo a quello comunemente utilizzato nella comunità dei parlanti, quindi utilizzano un linguaggio tecnico, formalizzato, avente un valore simbolico convenzionalmente stabilito a priori, viceversa  le  scienze a suffisso  ‘-logos’ non coniano un linguaggio proprio, bensì utilizzano il linguaggio ordinario.

A fronte di quanto argomentato si ritiene pertinente evidenziare che, pur differenziandosi rispetto al linguaggio utilizzato, le tipologie di scienza sopra descritte (‘-ica’, ‘nomos’ e ‘logos’) condividono l’appartenenza ad un contesto scientifico. In merito a ciò, al fine di operare una demarcazione tra un discorso di senso scientifico ed un discorso di senso comune, l’epistemologia consente di delineare i criteri in virtù dei quali si rende possibile operare una distinzione tra le modalità di conoscenza scientifica e le affermazioni di senso comune; tali criteri di demarcazione sono stabiliti in relazione al tipo di scienza implicato ed al linguaggio (ordinario o formale) da essa utilizzato.

Nelle scienze ‘-ica’ e ‘-nomos’, in virtù del fatto che esse fanno riferimento ad oggetti di conoscenza rappresentati da enti fattuali i quali, in quanto tali, risultano empiricamente rilevabili e quantificabili, i criteri di demarcazione sono rappresentati dall’individuazione dell’oggetto di conoscenza e dalla precisione delle misurazioni che su di esso si compiono.  In maniera differente, nell’ambito delle scienze a suffisso ‘-logos’, quindi nelle scienze discorsive, poichè gli oggetti di conoscenza non si collocano sul piano empirico-fattuale e quindi non esistono indipendentemente dal discorso che li genera in quanto tali, i criteri di demarcazione sono specificati dal rigore dell’argomentazione e dall’adeguatezza epistemologica del discorso rispetto all’oggetto di indagine posto dalla disciplina.

A quest’ultima tipologia di scienza appartiene la psicologia che, in quanto logos sulla psiche, al fine di rispettare i criteri di rigorosità argomentativa e di fondazione epistemologica che sanciscono l’appartenza di tale disciplina all’ambito del contesto scientifico, e non a quello del senso comune, necessita di definire precisamente l’oggetto di indagine e il piano epistemologico entro cui esso si colloca. In riferimento a quest’ultimo aspetto, il paragrafo seguente si dipana attraverso la trattazione delle differenti cornici epistemologiche, ovvero i “livelli di realismo” individuati dalla riflessione epistemologica contemporanea.

2. I livelli di realismo all’interno della riflessione epistemologica

Nell’ambito della psicologia clinica la riflessione epistemologica pone essenzialmente due grandi problematiche, ovvero come nasce e come si struttura la conoscenza, e quale rapporto esiste tra teoria e pratica all’interno di questa disciplina. In merito a ciò, si rende necessario considerare che in psicologia clinica ogni operazione conoscitiva colloca al centro della riflessione non solo l’oggetto di indagine, ma anche lo psicologo e i suoi assunti teorico-metodologici, in quanto le strategie conoscitive risultano necessariamente intersecate agli eventi osservati. In virtù di ciò, quindi, si evidenzia che “la riflessione epistemologica non è per lo psicologo un lusso da lasciare alla speculazione dotta o occasionale, dal momento che egli è comunque implicato in atti conoscitivi che lo rinviano a diverse configurazioni della realtà: a quelle del suo interlocutore e alle proprie in quanto ricercatore o clinico”(Salvini A., 1998).

In merito a quest’ultimo aspetto si ritiene rilevante mettere in luce che, come esposto in precedenza , affinché una disciplina possa dirsi scientifica, è necessario che vi sia una riflessione epistemologica che consente di poter stabilire la fondatezza degli assunti teorici ai quali si fa riferimento e l’adeguatezza dell’argomentazione rispetto all’oggetto di indagine posto. Questa operazione di fondazione epistemologica consiste nell’inscrivere l’oggetto di indagine in una adeguata cornice conoscitiva prima che teorica, in quanto è in virtù della corretta collocazione dell’oggetto d’indagine entro il piano epistemologico a cui esso appartiene che si rende possibile operare una scelta adeguata in termini di modalità di conoscenza utilizzate e di prassi operative adottate.

In riferimento a quanto sopra delineato, attualmente la riflessione epistemologica consente di individuare tre “livelli di realismo”(Salvini A., 1998), i quali corrispondono a tre concezioni di realtà implicanti differenti modalità di conoscenza, coerenti con quanto si assume essere reale; in tal senso, quindi, a seconda del livello di realismo al quale si fa riferimento ne consegue un differente modo di conoscere in quanto, in virtù della prospettiva epistemologica attraverso cui si procede ad indagare i fenomeni, consegue una diversa configurazione della realtà.

Al fine di esplicitare quanto sopra delineato, si procederà ora a fornire una definizione delle assunzioni epistemologiche su cui si basano i cosiddetti livelli di realismo, ovvero dei presupposti sui quali si basa la conoscenza scientifica. I livelli di realismo individuati sono denominati “realismo monista”, “realismo ipotetico” e “realismo concettuale”.

A livello di “realismo monista” (ontologico, o ‘ingenuo’) si assume che la realtà ‘c’è’ in quanto data a livello ontologico.  Entro tale livello di realismo l’oggetto di conoscenza viene individuato come ente fattuale, il quale esiste a prescindere dal conoscente e dalle categorie di conoscenza utilizzate, e l’obiettivo della conoscenza scientifica riguarda l’essenza dell’oggetto, la conoscenza della realtà ultima, con la quale la conoscenza stessa è perfettamente sovrapponibile. In virtù di ciò, l’osservazione è intesa come la fotografia di una realtà esistente di per sè, indipendentemente dal processo di osservazione, in modo tale che vi è un rapporto di isomorfismo tra conoscenza e realtà.

Secondo la prospettiva del realismo monista, dunque, la realtà è indipendente dal soggetto che la conosce, e la concettualizzazione e l’elaborazione teorica seguono l’osservazione, in quanto la realtà è configurata come un dato certo, un dato a-priori, misurabile in maniera oggettiva, indipendente da chi compie la misurazione e soggetto alla legge di causa-effetto, come prescritto dal Paradigma Meccanicistico. Secondo tale Paradigma, infatti, le categorie concettuali dell’osservatore sono ininfluenti rispetto all’oggetto di osservazione, la cui realtà è univoca, non ambigua, misurabile, e gli esperimenti effettuati sugli enti sono riproducibili, a parità di condizioni, in qualsiasi momento e da chiunque. Il dato è considerato come cosa in sé, in esso coincidono la realtà e l’ente oggetto di studio, ed è certo lo statuto ontologico di tale ente. L’attenzione è rivolta al dato empirico e la ricerca scientifica è finalizzata a definire “un sistema di conoscenza che sia isomorfo alla realtà stessa”(Salvini A., 1998).

Il secondo livello di realismo individuato dalla riflessione epistemologica è il cosiddetto “realismo ipotetico”, in cui la realtà, pur essendo postulata come ontologicamente esistente, rimane inconoscibile direttamente. Entro tale livello di realismo, dunque, viene ipotizzata l’esistenza di una realtà esterna e indipendente dall’osservatore, ma si assume che tale realtà possa essere conosciuta soltanto attraverso le categorie concettuali e teoriche utilizzate dall’osservatore stesso. Secondo la prospettiva del realismo monista, quindi, sebbene la realtà esista indipendentemente dalle teorie, l’accesso ad essa non è diretto, bensì risulta mediato dalle “mappe della ragione”(ibidem), ovvero dagli assunti paradigmatici, dalle teorie, dai metodi e dagli strumenti adottati dal ricercatore per avvicinarsi a tale realtà; in tal senso, ne consegue che “ciò che è conoscibile è la mappa, cioè le teorie, mentre il territorio, cioè la “realtà in sè”, non si può conoscere”(ibidem). In conseguenza di tali presupposti, pertanto, le teorie, ovvero la conoscenza, non possono essere isomorfe rispetto alla realtà, bensì il rapporto tra conoscenza e realtà è del tipo “come se”.

A fronte di quanto argomentato assume rilevanza mettere in luce che il realismo ipotetico, rientrando in una prospettiva epistemologica “pluralista”(ibidem), non dà per scontata l’esistenza di una realtà unica, data, univoca e accessibile all’osservatore che, separato da essa, la misura ed analizza senza pregiudizi di sorta. Al contrario, l’accesso al mondo non è mai diretto, bensì viene mediato da una pluralità di assunti paradigmatici, teorie, metodi e strumenti che influenzano l’accesso al reale, il quale dipende dalle scelte teoriche adottate dall’osservatore stesso, da cui non può prescindere (Salvini A., 1998).

Metaforicamente, quindi, “le teorie e i modelli adottati stanno alla realtà che tentano di descrivere e spiegare come una mappa geografica sta al territorio. La costruzione di una mappa fa si che il territorio perda il suo carattere di insieme incoerente di fenomeni o di cose, entrando nei domini della ragione. Tuttavia pur essendo postulata come realtà, il territorio rimane inaccessibile”(ibidem).

Infine, differentemente da quanto postulato dai livelli di realismo finora delineati, nel livello di “realismo concettuale” la realtà non è intesa come esistente ontologicamente, bensì si assume che essa è discorsivamente costruita nell’atto stesso di conoscere, attraverso le categorie concettuali che il conoscente utilizza. Entro il livello di realismo concettuale, dunque, la realtà non viene configurata come esistente in quanto dato ontologico, bensì come costruita a partire dalle categorie di conoscenza che si utilizzano per descriverla in quanto tale.  Tale livello di realismo, pertanto, postula l’impossibilità di distinguere tra conoscente e conosciuto, in quanto sono le modalità di conoscenza che stabiliscono il come e il cosa si conosce. In conseguenza di ciò, l’attenzione non è posta sui contenuti (il ‘conosciuto’), bensì sui processi di costruzione della realtà, ossia sulle modalità conoscitive messe in atto dall’individuo.  All’interno di tale posizione epistemologica, quindi, gli oggetti di conoscenza sono dipendenti dai discorsi che li generano, in quanto la realtà non è data, bensì risulta costruita dalle categorie attraverso cui la si conosce in quanto tale.

In virtù di quanto testé delineato in merito agli assunti su cui si basa il realismo concettuale, assume ora rilevanza evidenziare la relazione di interdipendenza esistente tra il piano epistemologico entro cui si colloca l’oggetto di indagine di una disciplina ed il riferimento paradigmatico adottato dalla medesima.  A tal fine si rileva che, a fronte della collocazione della realtà entro un piano epistemologico concettuale è necessario considerare che, affinché sia possibile intervenire in maniera scientifica rispetto a tale realtà, si pone la necessità di inserire la teoria di riferimento entro una cornice paradigmatica coerente con il piano epistemologico implicato. Il riferimento ad un livello di realismo concettuale, infatti, poggiando su assunzioni epistemologiche altre rispetto a quelle del realismo monista ed ipotetico, consente di abbandonare il Paradigma Meccanicistico per adottare un paradigma alternativo, definito Narrativistico. All’interno della posizione epistemologica entro la quale si situa il Paradigma Narrativistico viene sostenuta l’impossibilità di intendere la conoscenza come specchio di una realtà di fatto, esterna all’atto conoscitivo stesso, ossia ci si allontana dalla definizione di teoria come riproduzione fedele dell’oggetto di indagine, bensì si assume che la scienza è basata su “presupposti” (Bateson G., 1984), i quali guidano e costruiscono il pensiero scientifico.

Entro la posizione gnoseologica del realismo concettuale, infatti, l’osservatore e il teorico vengono considerati all’interno del sistema di conoscenza, in quanto si postula che le teorie scientifiche derivano e si generano in virtù dei presupposti conoscitivi dello scienziato; in conseguenza di ciò, l’attenzione non è posta su ciò che viene conosciuto, ovvero sui contenuti, viceversa è rivolta all’analisi delle modalità di conoscenza messe in atto dal conoscitore, ossia all’analisi dei processi di costruzione di ciò che viene considerato come reale.

Alla luce di quanto esposto relativamente alle assunzioni epistemologiche proprie di ciascun livello di realismo, nel paragrafo seguente si procederà a fornire una definizione del termine paradigma.

3. Paradigma, teoria e modello operativo

Nei paragrafi precedenti è stato evidenziato come una disciplina, al fine di produrre una conoscenza rientrante in una dimensione di senso scientifico e non, viceversa, nell’alveo del senso comune, necessita di utilizzare modalità di conoscenza adeguate rispetto alle assunzioni conoscitive del piano epistemologico entro cui si colloca l’oggetto di indagine della disciplina stessa. Sulla base di tale presupposto consegue che specifiche modalità di conoscenza risultano adeguate, e quindi scientificamente applicabili, rispetto a certi ambiti di indagine ed oggetti di conoscenza e non rispetto ad altri, in virtù della collocazione epistemologica degli stessi.

A fronte di quanto testé considerato, assume ora rilevanza fornire una definizione del termine paradigma. Per paradigma si intende un modo di conoscere, il quale fornisce le assunzioni, ovvero gli elementi di cornice, su cui si basa e si costruisce la conoscenza relativa all’oggetto di indagine e “viene definito attraverso concetti, legami tra concetti e teorie”(Turchi G.P., Ciardiello P., 2005).

Un paradigma si colloca entro un peculiare livello di realismo, e comporta una configurazione della realtà ed una definizione delle metodologie utilizzate per conoscerla; in virtù di ciò, scegliere di fare riferimento ad un paradigma piuttosto che ad un altro implica individuare un peculiare sistema di riferimento attraverso cui organizzare la conoscenza, ovvero “individuare un ‘mondo’ anziché un altro”(Turchi G.P., Ciardiello P., 2005) .

In merito quanto sopra esposto, inoltre, si ritiene pertinente considerare che dall’utilizzo coerente degli assunti paradigmatici è possibile produrre diverse teorie, ognuna delle quali risulta caratterizzata da un proprio assunto teorico; per teoria si intende “la formulazione sistematica degli assunti concettuali relativi ad una scienza, di per sé indiscutibili, legati tra loro da relazioni logiche, quantitative o di altro tipo”(Turchi G.P., Ciardiello P., 2005). Quindi, mentre la teoria definisce il cosa si conosce, il paradigma specifica il come si conosce, in quanto si configura come una cornice conoscitiva che consente l’albergare al suo interno di differenti teorie, e delimita le modalità di conoscenza in virtù delle quali diviene poi possibile operare.

In relazione a quest’ultimo aspetto, assume rilevanza evidenziare come il livello operativo relativo ad un determinato ambito di indagine costituisce la diretta emanazione non soltanto degli assunti teorici, ma prima di tutto paradigmatici, su cui si basa e si costruisce la conoscenza relativa all’oggetto di indagine stesso. In conseguenza di ciò si rileva che, al fine di disporre di prassi operative in grado di porre obiettivi perseguibili ed adottare strategie efficaci per raggiungerli, è necessario il riferimento ad una cornice paradigmatica epistemologicamente fondata rispetto all’oggetto di indagine, in quanto è all’interno di un preciso paradigma che nasce e si adagia il modello operativo. Il modello può essere definito come “un riferimento operativo che si basa su una precisa concezione teorica e si sostanzia in prassi operative, intese come insieme di operazioni di azioni concrete” (Turchi G.P., Ciardiello P., 2005).

E’ dunque sulla base del modello, formato da un insieme di assunti teorici e di prassi coerenti, che è possibile intervenire nella realtà, “oggettiva o costruita che sia”(ibidem). Il modello, infatti, assolve in genere due funzioni, una conoscitiva, esplicitata dagli assunti teorici, ed una operativa, corrispondente alle prassi utilizzate. Sulla base delle definizioni testè esposte, pertanto, emerge che ciò che sancisce l’efficacia e la storicità di un modello è la corrispondenza tra teoria e operazioni, è ciò che stesso, “ovvero quanto le prassi operative sono in grado di dare realtà all’assunto teorico e di divenirne l’enunciazione”(ibidem).

A fronte di quanto sopra delineato si rende ora rilevante considerare che un determinato modello si riferisce soltanto ad una certa classe di eventi, configurati attraverso le sue “categorie logico-concettuali e procedimenti formali di rappresentazione”(Salvini A., 1998), in quanto le specifiche modalità di conoscenza, rese disponibili dal paradigma ed adottate all’interno del modello, sono adeguate rispetto a certi oggetti di indagine e non altri, in virtù del piano epistemologico entro cui tali oggetti sono collocati; in tal senso, quindi, “se un modello (o una teoria) è adeguato a spiegare un certo problema, diverrà inutilizzabile su altri piani di realtà o per altri oggetti configurati entro altre categorizzazioni conoscitive”(ibidem).  

Sulla base di tale presupposto, si evidenzia la necessità di operare una valutazione relativa alla coerenza tra gli assunti teorici, ovvero le modalità di conoscenza proprie di un determinato modello, ed il piano epistemologico entro cui si colloca l’oggetto dell’indagine; si rende necessario interrogarsi, quindi, sulla fondatezza epistemologica e correttezza metodologica sottese all’applicazione delle categorie conoscitive di un determinato modello rispetto all’oggetto verso cui ci si propone di intervenire.

In conseguenza di quanto argomentato, inoltre, emerge che la rilevanza del modello (o della teoria) è generata dalla pertinenza o adeguatezza dello stesso rispetto ad una certa classe di eventi piuttosto che ad un’altra; viceversa, il trasferimento e l’utilizzo di conoscenze e riferimenti peculiari di una disciplina ad un’altra disciplina genera un “uso spurio” (ibidem) del concetto di modello . A fronte di quanto testé argomentato, assume rilevanza mettere in luce che il processo di trasposizione di un modello pone la necessità di operare una riflessione epistemologica relativa sia all’adeguatezza ed alla pertinenza di determinati metodi o concetti rispetto al peculiare ambito conoscitivo considerato, sia alla possibilità di rispettare le implicazioni metodologiche delle categorie conoscitive mutuate.

In virtù di quanto sopra delineato, pertanto, emerge che, affinché la mutazione di categorie e modalità conoscitive da un ambito disciplinare ad un altro sia descrivibile come ‘operazione scientifica’, non è possibile eludere tale riflessione epistemologica.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Verso la Neuroestetica: le premesse filosofico-psicologiche

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Bateson G. (1979). Mind and nature, tr.it. Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984
  • Kuhn T.S. (1969). La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1999
  • Turchi G.P., Ciardiello P. (2005). Reato e identità. Implicazioni epistemologiche ed operative, Upsel Domeneghini Editore, Padova
  • Turchi G.P., Della Torre C. (2006). Psicologia della Salute. Dal modello bio-psicosociale al modello dialogico. Armando, Roma
  • Salvini A. (1988). Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo: assunti meta-teorici in psicologia della personalità, in Fiora E., Pedrabissi I., Salvini A., Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità, Giuffrè Milano

Neuroscienze: bando per 4 Postdoc presso il SAGE Center – Santa Barbara, California

SAGE JUNIOR FELLOW PROGRAM, SAGE CENTER FOR THE STUDY OF MIND, UNIVERSITY OF CALIFORNIA, SANTA BARBARA

Job number JPF00417

Four postdoctoral positions will be available beginning on September 1, 2015. This is a three-year fellowship, and the competition is open to all qualified candidates regardless of institutional affiliation.

The SAGE Center Junior Fellowship Program, established in 2011, fosters interdisciplinary research in the study of brain-mind interaction at the postdoctoral level. We are seeking a group of highly collaborative, interacting fellows who are willing to take different approaches to shared conceptual challenges. Qualified applicants should be able and will be encouraged to utilize the UCSB Brain Imaging Center (http://www.bic.ucsb.edu/). The Center supports the new PRISMA (3T) Siemens magnet as well as MRI compatible high density electroencephalography hardware. Center funding will be available for imaging studies.

In addition to developing research programs in close collaboration with individual faculty, Junior Fellows will enjoy special privileges, including access to visiting SAGE Scholars and attendance at regular group meetings to collaborate and share information about the role of psychology, cognitive neuroscience, economics, political science, anthropology, biology, physics, engineering, the arts, philosophy and other disciplines on the study of brain, mind and behavior.

To be eligible for the Junior Fellows program, a candidate must have been awarded a doctoral degree or foreign equivalent within the past five years. Proposed research topics must be related to brain-mind interaction. Interdisciplinary approaches are encouraged. We will strive to create a team based on common interests of the top applicants.

To apply, please submit: 1. A complete CV, published article and three letters of recommendation 2. A statement of your research interests and a description of how those interests complement the goals of the SAGE Center. For primary consideration, apply by February 1, 2015, although we will accept applications until the positions are filled. Please submit your application at https://recruit.ap.ucsb.edu/apply/JPF00417.

Inquiries about your application may be directed to [email protected].edu; include your last name in the subject line of all correspondence.

Michael S. Gazzaniga, Ph.D. Director, SAGE Center for the Study of Mind University of California, Santa Barbara.

http://www.sagecenter.ucsb.edu/ http://www.psych.ucsb.edu/~gazzanig/ The department is especially interested in candidates who can contribute to the diversity and excellence of the academic community through research, teaching and service. The University of California is an Equal Opportunity/Affirmative Action employer. All qualified applicants will receive consideration for employment without regard to race, color, religion, sex, national origin, or any other characteristic protected by law including protected Veterans and individuals with disabilities. 

Il quinto Quaderno del Centro Napoletano di Psicoanalisi: Identità e Processi di Identificazione – Recensione

L’identificazione in psicoanalisi richiama subito una pluralità di qualificazioni che la specificano e al tempo stesso la articolano e la rinfrangono: identificazione primaria, isterica, melanconica, narcisistica, edipica, alienante. Le numerose sfaccettature rinviano al versante evolutivo o regressivo della dinamica psichica, al lato patologico o a quello costitutivo.

Il quinto Quaderno raccoglie il lavoro svolto dal Centro Napoletano di Psicoanalisi intorno al tema dell’identificazione nelle sue molteplici configurazioni e delle relazioni con la strutturazione dell’identità e con la soggettivazione (ndr: i quaderni del Centro Napoletano di Psicoanalisi sono volumi che raccolgono i momenti più significativi della vita scientifica e culturale del Centro. I precedenti quaderni sono Psicoanalisi e Teoria della Cultura. Riflessioni su un classico: “Il disagio della civiltà” (2003); Metapsicologia Oggi (2005); Violenza e Simbolizzazione (2009) editi da la Biblioteca, Bari-Roma; Le Figure del Vuoto. I Sintomi della Contemporaneità: anoressie, bulimie, depressione e dintorni (2012) per le edizioni Borla, Roma).

L’identificazione in psicoanalisi richiama subito una pluralità di qualificazioni che la specificano e al tempo stesso la articolano e la rinfrangono: identificazione primaria, isterica, melanconica, narcisistica, edipica, alienante. Le numerose sfaccettature rinviano al versante evolutivo o regressivo della dinamica psichica, al lato patologico o a quello costitutivo.

Le relazioni presentate in questo quaderno ci permettono di seguire un percorso che si articola intorno a differenti modelli teorici della psicoanalisi.

 Nella fattispecie possiamo individuare un filo conduttore che partendo da un criterio evolutivo-genetico, incentrato sulla teoria della relazione d’oggetto, perviene dapprima ad una modellizzazione in cui la relazione d’oggetto si articola con una visione strutturale, per arrivare ad un modello fondato totalmente sulla meta-psicologia freudiana classica. Nasciamo stranieri al mondo, in un mondo che ci è estraneo. Comincia quindi un lungo e faticoso percorso di appropriazione e investimento del proprio essere e del proprio divenire nel mondo. Il bambino inizia a divenir del mondo esperto attraverso le forme attiva, passiva e riflessiva della conoscenza.

Identificare è, infatti, contemporaneamente un processo euristico – conoscere l’identità di qualcosa, o di qualcuno, la sua uguaglianza nel tempo e nello spazio – e, riflessivamente, la costruzione della propria persona, soggettività che ci appartiene seppure alienata nella follia. La formazione del soggetto può configurarsi come storia delle sue identificazioni: se queste contribuiscono a strutturare un’identità, d’altro canto costituiscono anche la traccia della permeabilità della psiche al mondo. L’identificazione, collegata ai processi di apprendimento, sembra configurare una necessità tanto radicata da apparire ormai innata nella nostra psiche.

Le problematiche esplorate interrogano teoria e pratica clinica chiamate a confrontarsi sempre più spesso col narcisismo, la soggettività e i suoi confini, la precarietà del senso d’identità, attraversato da crisi personali e sociali.

Nell’ordito di questo tema si è venuta a tessere una trama che disegna immagini composite con inaspettate confluenze e imprevedibili punti di snodo, anche in dialogo con l’antropologia nella sua funzione di osservazione delle trasformazioni identitarie nell’impatto transculturale.

 

LEGGI ANCHE:

Psicoanalisi e Terapie Psicodinamiche

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Cotrufo P. e Pozzi R., (2014), Identità e processi di identificazione, Franco Angeli. ACQUISTA
  • Klein M., (1958), Sullo sviluppo dell’attività psichica, in Scritti, Bollati Boringhieri.
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  • Thanopulos S., (2012), L’identificazione isterica, Riv. Psicoanal., LVIII, 1.

Stai favorendo lo sviluppo del comportamento aggressivo del tuo bambino?

FLASH NEWS

Gli autori della ricerca hanno trovato che i comportamenti dei genitori potrebbero influenzare lo sviluppo di una relazione tra aggressività e competenze linguistiche nella prima infanzia.

Un recente studio dell’ Università di Montreal smentisce l’ipotesi sostenuta dalla letteratura più recente per cui l’aggressione fisica da parte dei bambini sia associata con la frustrazione causata dagli eventuali problemi della lingua parlata. Gli autori della ricerca hanno trovato che sarebbero i comportamenti dei genitori ad influenzare lo sviluppo di una relazione tra aggressività e competenze linguistiche nella prima infanzia. Colpire frequentemente l’altro attraverso calci, la tendenza a mordere o picchiare gli altri sono esempi di aggressione fisica osservata nei bambini.

Ricerche condotte 10 anni fa hanno dimostrato che i problemi di aggressione fisica sorgono nella prima infanzia in concomitanza con lo sviluppo dell linguaggio. Lo studio longitudinale presentato ha incluso un campione di 2,057 bambini francofoni e anglofoni Québec tra i 17 e 72 mesi di età reclutati dal Quebec Longitudinal Study of Child Development ( QLSCD ), condotto da GRIP in collaborazione con Quebec del Ministero della Sanità e dei Servizi Sociali e l’Istituto di Statistica Québec.

I genitori sono stati invitati a valutare la frequenza delle aggressioni fisiche e le abilità linguistiche dei loro figli a 17 , 29, 41 , 60 , e 72 mesi. Sono stati inoltre valutati i comportamenti dei genitori (comportamento punitivo e/o affettuoso) .

I risultati della ricerca mostravano un’associazione tra la frequenza di aggressioni fisiche e la qualità di sviluppo del linguaggio tra i 17 ei 41 mesi.

In realtà , i bambini che avevano competenze linguistiche di basso livello a 17 mesi hanno commesso maggiori atti di aggressione fisica a 29 mesi e la frequenza di questo comportamento aggressivo a 29 mesi era associata a competenze linguistiche di livello inferiore a 41 mesi. Raggiunta questa età la maggior parte dei bambini hanno imparato ad usare altri mezzi di comunicazione per ottenere ciò che vogliono, riducendo così il rischio di un’ associazione tra il ritardo nel linguaggio e l’adozione del comportamento aggressivo in un campione di popolazione rappresentativo.

Una possibile spiegazione dei risultati raggiunti potrebbe essere l’influenza dei fattori genetici e neurologici sullo sviluppo di questi tipi di comportamento. Tuttavia, i ricercatori hanno anche notato che in questo periodo una modalità di relazione affettuosa con i propri genitori è associata a bassi livelli di aggressività e di buon sviluppo del linguaggio nei bambini.

Questa osservazione potrebbe indicare che i comportamenti affettuosi dei genitori potrebbero facilitare l’apprendimento delle lingue il quale faciliterebbe l’apprendimento di alternative accettabili alla aggressione fisica . Tuttavia, è anche possibile che i bassi livelli di aggressività e uno sviluppo del linguaggio adeguato nei bambini incoraggiano i genitori a essere più responsivi verso i propri figli.

Gli autori della ricerca invitano ad approfondire questa tematica in bambini nei primi tre anni di vita per meglio comprendere il ruolo degli effetti del comportamento dei genitori e della genetica nello sviluppo della relazione tra la aggressione fisica e lo sviluppo del linguaggio.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

Perfezionismo – Definizione

Elisabetta Marinucci

 LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2014 State of Mind. Riproduzione riservataIl termine “perfezionismo” definisce la consuetudine di esigere da sé stessi o dagli altri una performance di qualità maggiore, rispetto a quella richiesta dalla situazione. Questo  porta il soggetto a  ipercriticare il proprio comportamento (Frost  R. O. e al., 1990 Bastiani A.et al., 1994) e a vivere in un costante stato di ansia causato dal bisogno di fare sempre meglio (Hamacheck 1978).

Paul Hewitt  e Gordon Flett (1991) identificano le seguenti caratteristiche del perfezionismo :

1) Standard irrealistici e sforzi per raggiungerli

2) Attenzione selettiva agli errori

3) Interpretazione degli errori come indicatori di fallimento e credenza che, a causa di essi, verrà persa la stima degli altri

4) Autovalutazioni severe e tendenza ad incorrere in un pensiero tutto o nulla, dove i risultati possono essere solo un totale successo o un totale fallimento

5) Dubbio sulla capacità di portare a conclusione un compito in modo corretto

6) Tendenza a credere che gli altri significativi abbiano aspettative elevate

7) Timore delle critiche.

Quando parliamo di perfezionismo interessante è la distinzione che Hamacheck (1978) propone tra il perfezionismo normale e il perfezionismo nevrotico: mentre nel perfezionismo normale l’errore è visto come una possibilità di crescita e non si teme il giudizio negativo degli altri, nel perfezionismo nevrotico sono costanti la paura di fallire e la svalutazione dei risultati ottenuti; per contro si tende a  sottolineare i propri errori. Questo determina  un abbassamento dell’autostima perché si crede  che per ottenere l’approvazione degli altri sia necessario dimostrare costantemente il raggiungimento di obiettivi sempre più elevati.

In altri termini Burns (1993) proporrà lo stesso concetto differenziando il perfezionismo clinico dalla “salutare ricerca di eccellere”: questa  è promotrice del sano funzionamento psicologico dell’individuo perché lo spinge a misurare le proprie capacità con obiettivi sempre diversi, senza però intaccare la propria autostima o legarla ai soli risultati ottenuti. Il perfezionismo clinico, invece,  ha un ruolo rilevante nell’eziologia di alcuni stati psicopatologici quali: depressione, disturbi d’ansia (ansia sociale, fobia sociale, disturbo ossessivo compulsivo – DOC), disturbo di personalità ossessivo-compulsivo (DPOC), Disturbi dell’Alimentazione (DCA).

La teoria di Skinner (1968) porterà Terry-Short e collaboratori (1995) a considerare il perfezionismo “sano” come la conseguenza di una storia personale caratterizzata da rinforzi positivi, e il perfezionismo maladattivo il frutto di rinforzi negativi. La psicopatologia del perfezionismo  si struttura in una serie di comportamenti disfunzionali così classificati dal DSM-IV- TR:

1. Preoccupazione eccessiva per le liste, i dettagli e l’organizzazione a discapito dell’obiettivo generale

2. Perfezionismo che interferisce con la riuscita di un lavoro in tempi rapidi

3. Eccessiva dedizione al lavoro (non giustificata da necessità economiche) con conseguente riduzione del tempo dedicato ad attività ricreative

4. Incapacità a gettare oggetti vecchi o inutili, anche quando privi di valore affettivo

5. Inflessibilità su posizioni etiche e/o morali (non giustificate dall’appartenenza politica o religiosa)

6. Riluttanza a delegare compiti o a lavorare in gruppo

7. Stile di vita eccessivamente parsimonioso sia verso sé stessi che verso gli altri

8. Rigidità e testardaggine.

Affinchè possa essere fatta diagnosi di perfezionismo devono essere presenti almeno quattro dei sintomi sopra elencati. Per alcune persone perseguire standard perfezionistici porta ad abbandonare il lavoro a metà per paura di fallire (Antony e Swinson 1998, Burns D.D. 1980, Frost et al 1990, Slade e Owens 1995).

Alla fine degli anni sessanta il perfezionismo è stato descritto come un costrutto unidimesionale dando maggior risalto agli aspetti autoriferiti ovvero lo stabilire standard non realistici per se stessi, l’attenzione selettiva verso il fallimento ed il pensiero dicotomico successo pieno o totale fallimento (Hollender M.H., 1965; Hamacheck D. E., 1978; Burns D.D., 1980).

Hamacheck (1978) evidenzia che quando l’amore dei genitori viene manifestato in base alle performance che si hanno, il bambino non si sente soddisfatto perché il suo comportamento non viene mai percepito abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione dei genitori. Tutto questo struttura l’eccessiva preoccupazione di compiere errori, la paura del giudizio negativo degli altri e lo sforzo costante da parte del bambino di conquistare l’approvazione dei genitori.

A partire dagli anni ’90 si sviluppano definizioni multidimensionali di perfezionismo che ne evidenziano non solo gli aspetti autoriferiti ma anche quelli interpersonali. Tale approccio riconosce l’importanza sia del piano personale che di quello sociale per avere una comprensione globale del fenomeno (Frost  R. O. et al, 1990; Hewitt P.L. et al, 1991). Vengono proposte quindi due scale: La Multidimensional Perfectionism Scale (MPS; Frost et al.; 1990) è costituita da 6 dimensioni: 

1) Excessive Concern Over Mistakes:  misura le reazioni negative agli errori, lo sbaglio è considerato un insuccesso, in seguito al fallimento gli altri perderanno la stima nei confronti del soggetto.

2) Personal Standard: misura la presenza di standard elevati e la loro influenza sull’autovalutazione.

3) Parental Expectations: misura la tendenza a credere che gli altri significativi abbiano elevate aspettative nei confronti del soggetto.

4) Parental Criticism: misura la percezione che gli altri siano o siano stati eccessivamente critici nei confronti della persona.

5) Doubts About Action: misura la presenza del dubbio sulla propria capacità di portare a termine il compito in modo perfetto.

6) Organization: misura l’importanza attribuita all’ordine ed all’organizzazione.

La Multidimensional Perfectionism Scale (MPS; Hewitt et al., 1991) è invece costituita da tre dimensioni:

1) Self Oriented Perfectionism: esprime la tendenza a porsi obiettivi troppo elevati, a generalizzare i fallimenti e ad incorrere facilmente in pensieri “tutto o nulla”.

2) Other Oriented Perfectionism:  misura la tendenza ad avere aspettative troppo elevate riguardo agli altri e alle persone significative, ad essere eccessivamente critici nel valutare gli altri.

3) Socially Prescribed Perfectionism: valuta la tendenza a credere che gli altri abbiano alte aspettative sulle prestazioni del soggetto; questo porta timore per la valutazione negativa degli altri e a credere che sia necessario raggiungere quegli standards per guadagnare l’altrui approvazione e accettazione.

Il confronto delle due scale proposto da Frost ed i suoi colleghi nel 1993  riconosce nelle preoccupazioni valutative disadattive e nello sforzo per raggiungere risultati positivi, i due principali fattori distintivi del costrutto, mentre l’Excessive Concern Over Mistake e il Socially Prescribed Perfectionism sembrano essere le dimensioni più correlate alla depressione e al disturbo borderline di personalità.

Alcuni sostengono che il perfezionismo sia una caratteristica necessaria per lo sviluppo del DOC (Rhéaume et al. 1995) perché molti pazienti con disturbo ossessivo compulsivo dichiarano di aver bisogno di perfezione (Goodman et al. 1989). Rothenberg (1990) ritiene che l’anoressia sia una variante “moderna” del DOC con cui condivide molte manifestazioni patologiche. Nell’anoressia, infatti, il cibo e la magrezza costituiscono preoccupazioni ossessive,  mentre  l’esercitare il proprio controllo su peso e appetito diventa un bisogno compulsivo.  Rothenberg, inoltre, evidenzia che anche nei DOC le idee ossessive svolgono una funzione di controllo su impulsi, desideri e affetti. Inoltre i disturbi del comportamento alimentare e il DOC sono accomunati da un alto livello di attività fisica e da una alterazione dell’attività serotoninergica.

Brownell (1991) ha evidenziato il ruolo che la società moderna ha nel generare la ricerca del corpo perfetto. Secondo l’autore le persone ricercano l’ideale non solo per avere benefici in termini di salute ma per ciò che l’ideale di controllo che il corpo perfetto simboleggia. Rosenberg (1965) collega il costrutto dell’autostima alla percezione del proprio valore personale e afferma che la bassa autostima è un fattore di rischio per lo sviluppo dei disturbi alimentari. In particolare Il Rosenberg Self-Esteem Scale (RSES, Rosenberg 1965) valuta l’autostima globale e il senso di valore di sé.

Sempre in termini di comorbilità gli studi di Hewitt e Flett (1991-1993) evidenziano come il perfezionismo sia una caratteristica della depressione; Hamilton e Schweitzer (2000) in alcuni studi condotti su studenti e campioni psichiatrici, rilevano l’associazione tra il perfezionismo self oriented e socially prescribed con l’aumento dell’ideazione suicidaria. Il perfezionismo socially prescribed inoltre è associato ai disturbi della personalità schizoide, evitante, schizotipico e borderline; mentre il perfezionismo other oriented è stato rilevato nel disturbo istrionico e narcisistico (Hewitt et al. 1994).

Bastiani (1994) in particolare, ha rilevato che la dimensione “self-oriented” del perfezionismo  e l’impulso alla magrezza  si mantengono stabili nonostante  l’aumento di peso corporeo. Questi risultati portano a supporre che il perfezionismo sia una caratteristica dominante della personalità dei  soggetti affetti da anoressia nervosa e che possa aumentare la suscettibilità a sviluppare questo disturbo (Haimi e coll 2000).

La ricerca di Hewitt e Flett (1995) su un campione studentesco, ha evidenziato che il Socially Prescribed Perfectionism è maggiormente legato ai sintomi dei DCA, al disturbo dell’immagine corporea e all’autostima. Il Self Oriented Perfectionism, invece, sembra essere collegato solo a sintomi anoressici, dieta e impulso alla magrezza. Tutto questo sottolinea l’importanza della dimensione sociale del perfezionismo nei DCA in cui i soggetti sembrano animati dal desiderio di conformarsi ad un modello o ad un ideale di perfezione che è percepito provenire dalle richieste altrui.

Secondo Safran e collaboratori (1999), la definizione multidimensionale associa il perfezionismo ad un range di caratteristiche troppo ampio che non consente la valutazione della sua originaria struttura. Secondo questa prospettiva solo la dimensione Self- Oriented descrive nella sua interezza il costrutto del perfezionismo, mentre le dimensioni Other Oriented e Socially Prescribed sono sì  associati al perfezionismo, ma non ne costituiscono parte integrante.

Safran, Cooper e Fairbun (1999) inoltre, propongono una definizione cognitivo comportamentale del perfezionismo definendolo come: “l’eccessiva dipendenza della valutazione di sé dalla risoluta ricerca di standard personali particolarmente esigenti ed auto-imposti in almeno un dominio altamente saliente, nonostante le conseguenze avverse” (depressione, isolamento sociale, insonnia, ridotta concentrazione etc.). Altri autori sono a favore della multidimensionalità del perfezionismo (Tozzi et al., 2004; Sassaroli et Ruggiero, 2005).

A livello psicopatologico raramente il perfezionismo si manifesta da solo, in genere  si associa a disturbi dell’Asse  I e II.  
Fairfun, Safran e Cooper (1999) a tal proposito hanno suggerito che il soggetto tende a rispondere meno al trattamento quando il dominio in cui il perfezionismo  si manifesta và a sovrapporsi al disturbo psichiatrico. Un esempio: se  pazienti  con fobia sociale, manifestano anche il perfezionismo nel dominio relazioni sociali, quest’ultimo tende a  mantenere stabile il disturbo psichiatrico inficiando un possibile trattamento.

Interessante è l’indagine di Bardone e collaboratori (2000) sulla relazione tra perfezionismo, autostima e insoddisfazione corporea. Lo studio, infatti, rivela che compresenza di queste tre variabili sia predittivo rispetto allo strutturarsi dei  sintomi bulimici. In particolare, percepirsi in sovrappeso, avere alti livelli di perfezionismo e una bassa autostima, espone maggiormente al rischio di manifestare sintomi bulimici.

Grolnick nel 2002 rintraccia nel controllo psicologico in particolare, e nel modello di parenting intrusivo più in generale, quelle modalità educative che il genitore utilizza per spingere il figlio a raggiungere particolari risultati, (Grolnick et al. 2002).  Alcune ricerche hanno evidenziato come il controllo psicologico in tenera età, predica un aumento del perfezionismo maladattivo nella tarda adolescenza, e sia predittivo di un aumento dei sintomi depressivi (Flett et al. 2002).  Inoltre, quando eccessivo, il controllo sembra misconoscere l’indipendenza e la singolarità del bambino (Barbera e Harmon 2002, Kering 2003).

Dal punto di vista terapeutico Burns (1980) propone di fare un’analisi dei costi e dei benefici rispetto alle credenze perfezionistiche disfunzionali per poter valutare i vantaggi e gli svantaggi che si hanno nel mantenerle. Fairbun, Safran e Cooper (1999) sostengono che la terapia debba partire dal riconoscere a livello cognitivo comportamentale il proprio perfezionismo come un problema. Questo per ampliare lo schema di auto-valutazione di sé introducendo domini non disfunzionali. Vanderlinden (2001) propone un approccio terapeutico di tipo comportamentale  suggerendo una serie di esercizi quali:

– individuare le attività che si svolgono in modo compulsivo per poter innescare un cambiamento partendo dalla progressiva diminuzione del tempo dedicato ad esse;

– attuare comportamenti contrari a quelli abituali  definita “sfida al perfezionismo”. Un esempio è essere disordinati volutamente.

 

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TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

 

BIBLIOGRAFIA:

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Obesità nei bambini: il cervello si attiva diversamente quando il sapore è dolce!

FLASH NEWS

E se fossero i nostri neuroni ad essere golosi? É quanto sostiene un gruppo di ricercatori dell’Università della California che ha trovato evidenze empiriche secondo cui alcuni cervelli gradiscano lo zucchero più di altri.

Sembrerebbe infatti che alcuni individui abbiano una predisposizione fisiologica che li spinge a desiderare lo zucchero, a essere più portati a percepire il cibo come una ricompensa, a essere motivati dal cibo e a gradire maggiormente la derivante sensazione di benessere data dallo stesso.

Sebbene non sia stata individuata una relazione causale tra l’ipersensibilità allo zucchero e l’eccessiva alimentazione, in questo studio è stato scoperto che nei bambini obesi il cervello risponde diversamente allo zucchero rispetto ai bambini normo-peso.

Per questo studio sono stati coinvolti 23 bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, di cui 10 obesi e 13 normo-peso. Le immagini cerebrali hanno mostrato una maggiore attività della corteccia insulare e dell’amigdala dei bambini obesi rispetto al gruppo di controllo. Regioni che infatti sono coinvolte nella percezione, emozione, consapevolezza, gusto, motivazione e ricompensa.
Non hanno mostrato differenze nell’attività neuronale dello striato, anch’esso parte del circuito di ricompensa che altri studi hanno associato all’obesità negli adulti, tuttavia lo striato non è pienamente sviluppato fino all’adolescenza per cui non stupisce questa assenza di variazioni significative, anzi il campione di riferimento di questa ricerca potrebbe essere il primo caso di studio di sviluppo del circuito della ricompensa da cibo nei pre-adolescenti.

I bambini obesi hanno tra l’80 e il 90% di probabilità di diventare adulti obesi; dunque uno studio come questo è un campanello di allarme che dovrebbe far riflettere sulla prevenzione e sulla possibilità che alcuni bambini nascano con una certa ipersensibilità al cibo o con una predisposizione ad imparare più rapidamente il legame tra mangiare e sentirsi meglio che, se riconosciuta, potrebbe essere un efficace punto di partenza per strutturare un intervento mirato e gestire meglio il rischio di sovrappeso e obesità.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Psicoterapia, Metacognizione e PTSD: Nuove conferme sperimentali

L’ipotesi che la metacognizione sia danneggiata nei pazienti gravi era stata espressa da Semerari e colleghi a metà degli anni ’90 – vedi Semerari A. (a cura di) (1999). Psicoterapia cognitiva del paziente grave. Milano: Raffaello Cortina -. Liotti e colleghi da tempo ipotizzano che esperienze psicologicamente traumatiche disorganizzino le funzioni superiori della coscienza, che corrisponde a problemi in quella che nell’area della metacognizione viene chiamata integrazione.

L’idea fino ad ora non aveva ricevuto conferme sperimentali. Il uno studio del gruppo di Paul Lysaker al quale ho partecipato, abbiamo testato l’ipotesi misurando la metacognizione con la versione adattata della Metacognition Assessment Scale in tre gruppi: uno affetto da PTSD, uno da schizofrenia e un terzo gruppo che è stato soggetto a difficoltà esistenziali significative, di soggetti HIV+.

Sono stati misurati anche i livelli di depressione e le capacità di riconoscimento emozionale attraverso un task che valuta sia l’espressione del viso che la prosodia (il Bell Lysaker Emotion Recognition Task).

È emerso che i pazienti con PTSD avevano migliore metacognizione del gruppo con schizofrenia, come ipotizzato, e livelli minori di mastery, ovvero della capacità di utilizzare la conoscenza sugli stati mentali per padroneggiare problemi interpersonali e sofferenza soggettiva, del gruppo di controllo costituito da pazienti HIV+. I risultati erano indipendenti dal livello di depressione.

All’interno del gruppo PTSD, si è visto che minore mastery era collegata a maggior stress soggettivo e iperarousal. Una relazione simile era specifica di aspetti della metacognizione, mentre non sono emersi collegamenti tra la performance nel task di riconoscimento emotivo e la gravità dei sintomi legati al PTSD.

Alcuni risultati erano invece inaspettati, non abbiamo ad esempio trovato correlazioni tra metacognizione e sintomi di avoidance/numbing.

Ad un livello descrittivo, osservando le medie dei punteggi dei pazienti con PTSD, si notava come non fossero per la maggior parte capaci di integrare molteplici aspetti dell’esperienza soggettiva in una narrazione coerente, direi dato a supporto delle teorie della “disintegrazione” delle funzioni superiori della coscienza sotto l’effetto del trauma.

Il lavoro di riferimento è il seguente:

Lysaker, P.H., Dimaggio, G., Wickett-Curtis, A., Luedtke, B., Vohs, J., Leonhardt, B., James, A., Buck, K.D. & Davis, L.W. (in press) Deficits in metacognitive capacity are related to subjective distress and heightened levels of hyperarousal symptoms in adults with Posttraumatic Stress Disorder. Journal of Trauma and Dissociation.

Nel complesso, l’idea che la metacognizione sia in generale danneggiata nei pazienti gravi – si veda Dimaggio e Lysaker (a cura di) (2011): Metacognizione e Psicopatologia, Raffaello Cortina – trova conferma in una popolazione in cui non era ancora stata studiata. Più nello specifico, arriva una prima conferma sperimentale che, coerentemente con le ipotesi di Liotti, Farina e altri colleghi italiani che se ne sono occupati, che la metacognizione sia compromessa, almeno in parte, nei processi dissociativi.

Studi futuri dovranno esplorare il legame con i pattern di attaccamento in questa patologia e usare un gruppo di controllo privo di patologia (qui ci aspettiamo che il PTSD abbia una performance significativamente inferiore anche in altri aspetti della metacognizione).

 

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METACOGNIZIONETERAPIA METACOGNITIVO-INTERPERSONALE

 

 

Sanità Pubblica & Psicologia: a Napoli primo ambulatorio di Psiconcologia nel territorio

 

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ERCOLANO. Un ambulatorio di psicologia riservato esclusivamente a pazienti e familiari di persone ammalate di cancro o da patologie croniche. È il servizio di Psiconcologia dell’Asl Napoli 3 Sud, da qualche tempo attivo presso il Distretto Sanitario di Ercolano nei locali dell’Asl in via Marittima. Un servizio all’avanguardia, soprattutto se si considera che la sanità pubblica in Campania offre questo particolare sostegno ai malati «cronici» quasi esclusivamente in ambiente ospedaliero, in un contesto già di per sé pesante per persone affette da gravi patologie e spesso sottoposte a lunghe e dolorose terapie…

Asl Napoli 3, a Ercolano il primo ambulatorio di psicologia riservato ai malati di cancro e patologie cronicheConsigliato dalla Redazione

Francesco Catalano ERCOLANO. Un ambulatorio di psicologia riservato esclusivamente a pazienti e familiari di persone ammalate di cancro o da patologie croniche. (…)

Tratto da: Il Mattino

 

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