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Che grande questo piccolo Hans! di Lorenzo Recanatini – Recensione del libro

Innovativo e leggero, Recanatini nel libro è stato in grado di parlare di psicoanalisi con un linguaggio semplice e lineare senza usare, se non in casi specifici, termini e costrutti psicoanalitici.

Che grande questo piccolo Hans! (2014) L. Recanatini
Che grande questo piccolo Hans! (2014) L. Recanatini

Per gli addetti ai lavori la storia del piccolo Hans risulta essere un ritorno del rimosso, usando il gergo psicoanalitico, poiché studiato più e più volte per diversi esami universitari e molto citato come caso clinico in diversi ambiti.
Il libro di cui parleremo oggi, dunque, propone uno degli antesignani dei casi clinici, in ambito psicoanalitico e non solo, attraverso uno stile narrativo differente: il fumetto. E così comincia l’avventura: Che grande questo piccolo Hans! Proprio questo è il titolo di uno degli ultimi libri di Lorenzo Recanatini edito da Alpes. Si tratta di una grande opera, un’impresa nuova e di particolare coinvolgimento rispetto alle numerosi pubblicazioni che trattano questo caso. Innovativo e leggero, Recanatini nel libro è stato in grado di parlare di psicoanalisi con un linguaggio semplice e lineare senza usare, se non in casi specifici, termini e costrutti psicoanalitici.

 Ha presentato il piccolo Hans con umorismo e spensieratezza, sempre rispettando il rigore clinico, attraverso domande e quesiti formulati in maniera semplice e leggera che permettono anche ad un pubblico non espero di carpire il significato più intrinseco, inconscio, del complesso di Edipo. Si tratta, sostanzialmente, di una estrema sintesi fumettistica del complesso di Edipo, narrandolo per concetti essenziali che portano ad evidenziare, oltre alla risoluzione dell’Edipo, il processo che determina la formazione della fobia specifica di cui era affetto il piccolo Hans. Chiaramente, il complesso di Edipo funge da spiegazione al formarsi della fobia, e diventa, dunque, lo snodo che determinerà e segnerà le scelte di vita future dell’individuo, non solo sessuali ma anche relazionali.

La peculiarità della narrazione consiste nel riuscire a far evincere in maniera netta il passaggio dal simbolo alla parola, conoscenza esplicita, che traduce in fatti i comportamenti paterni e materni vissuti dal protagonista.

Recanatini parte dalla tragedia di Sofocle, usata per spigare l’Edipo inteso come fase cruciale dello sviluppo della vita di Hans, e arriva a esplicitare il ruolo delle fantasie e degli interrogativi che riguardano la sessualità, focus dell’elaborazione freudiana, usata per spiegare la fobia specifica presentata da Hans. Attraverso la funzione svolta dal padre, presupposto del mito di Edipo, si dimostra come questo complesso sia importante nel percorso di sviluppo della propria soggettività. Se non risolto, l’Edipo diventa il centro da cui si originano e si generano i così detti sintomi nevrotici, esattamente come succede per il piccolo Hans.

Recanatini presenta molto bene attraverso il fumetto, sia con le parole che con le espressioni, quanto avviene in questa vicenda e come si risolve la stessa.

La lettura di questo libro è molto divertente e accattivante, è stato un piacevole ritorno del rimosso!

 

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BIBLIOGRAFIA:

Discalculia – Definizione Psicopedia

 Articolo a cura dell’ Equipe DSA di Studi Cognitivi

 

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

 La discalculia riguarda l’abilità di calcolo, sia nella componente dell’organizzazione della cognizione numerica (intelligenza numerica basale), sia in quella delle procedure esecutive e del calcolo.

Nel primo ambito, la discalculia interviene sugli elementi basali dell’abilita numerica: il riconoscimento immediato di piccole quantità, i meccanismi di quantificazione, la seriazione, la comparazione, le strategie di composizione e scomposizione di quantità, le strategie di calcolo a mente. Nell’ambito procedurale, invece, la discalculia rende difficoltose le procedure esecutive per lo più implicate nel calcolo scritto: la lettura e scrittura dei numeri, l’incolonnamento, il recupero dei fatti numerici e gli algoritmi del calcolo scritto vero e proprio. 

 

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La nostra memoria: molto più di un semplice magazzino

Dedichiamo un momento di riflessione alla memoria: accantoniamo le ben conosciute teorie che la catalogano come magazzini a breve e lungo termine, stazioni di lavoro al servizio di altre funzioni psicologiche, e con l’aiuto dell’articolo pubblicato da Jens Brockmeier, superiamo l’idea riduttiva di memoria come archivio.

La memoria è una delle funzioni psicologiche più affascinanti essendo l’essenza della nostra identità e dell’esistenza di ciascuno. Quanto terrore all’idea delle patologie che colpendo la memoria vanno al cuore del nostro essere in quanto individui non puramente biologici ma anche culturali.

Dunque dedichiamo un momento di riflessione alla memoria: accantoniamo le ben conosciute teorie che la catalogano come magazzini a breve e lungo termine, stazioni di lavoro al servizio di altre funzioni psicologiche e con l’aiuto dell’articolo pubblicato da Jens Brockmeier, superiamo l’idea riduttiva di memoria come archivio.

La crisi della memoria come archivio e magazzino passa da studi che ne evidenziano la scarsa stabilità e l’ incoerenza (Young, 2008) a ricerche cliniche sulla False Memory Syndrome (Conway, 1997) sottolineando la malleabilità, la plasticità e il carattere interattivo-dialogico dei nostri ricordi.

La memoria è qualcosa di più, memoria sono le pratiche sociali e culturali della nostra quotidianità, ricordare e dimenticare significa non replicare ma ricostruire e ricostruire di nuovo le nostre esperienze. Inoltre la memoria non è solo affare psicologico.

Nell’articolo si evidenziano altri campi di studio che ne mettono in crisi la semplicistica nozione di archivio: dalle scienze storiche alla tecnologia fino alle scienze neurobiologiche. Nell’ambito storico si osserva lo studio di nuovi generi di memorie narrative collettive e politiche (Andrews, 2007) che portano il concetto di memoria strettamente interdipendente con le pratiche sociali e culturali di un certo momento storico. La tecnologia e i nuovi media: il fenomeno globale della rivoluzione digitale è di fatto  una rivoluzione della memoria e della comunicazione umana che presenta una serie di conseguenze e implicazioni psicosociali sul processo mnestico in sé, sulle pratiche e sulle azioni del ricordare e dimenticare nonché sulla modificazione delle nostre funzioni cognitive (Dijck, 2007).

Da non trascurare l’influenza degli studi di psicologia cross-culturale: se la memoria è dialogica e narrativa (Nelson, 2007), se la conversazione e il narrare seguono le convenzioni e le pratiche culturali, allora le memorie avranno aspetti di variazione culturale: nelle culture ad alta contestualizzazione – come ad esempio il Giappone-la temporalità nella memoria autobiografica è concepita in modo ciclico, a differenza dei paesi occidentali a bassa contestualizzazione in cui il tempo nelle nostre menti e  nelle narrazioni è tipicamente lineare (Yamada e Kato, 2006).

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Andrews, M. (2007). Shaping history: Narratives of political change. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Brockmeier, J. (2011). After the Archive: Remapping Memory. Culture and Psychology, vol.16-1, 5-35
  • Bartlett, F.C. (1932). Remembering. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Conway, M.A. (1997). Recovered memories and false memories. Oxford: Oxford University Press
  • Dijck, J.V. (2007). Mediated memories in the digital age. Stanford, CA: Stanford University Press.
  • Nelson, K. (2007). Developing past and future selves for time travel narratives. Behavioral and Brain Sciences, 30, 327–328.
  • Yamada, Y., & Kato, Y. (2006). Images of circular time and spiral repetition: The generative life cycle model. Culture & Psychology, 12, 143–160.
  • Young, M. (2008). The texture of memory: Holocaust memorials in history. In A. Erll & A. Nünning (Eds.), Cultural memory studies: An international and interdisciplinary handbook (pp. 357–365). Berlin & New York: de Gruyter.

 

Bando ricerca: Clinical Neuropsychiatry Award 2015

Bando per la Ricerca:

Clinical Neuropsychiatry Award 2015

Clinical Neuropsichiatry Award 2015

Giovanni Fioriti Editore is pleased to announce the first Clinical Neuropsychiatry Award. The prize –2000 Euros – is to be awarded to the author (-s) of a paper submitted to the journal in the period Nov 1, 2014 – May 31, 2015, who has made an outstanding contribution to psychiatric clinical practice.

Rules

Aims

The winner (-s) will be selected amongst the research articles submitted for publication in CN with the highest impact on clinical psychiatry.

Procedure

Submitting a research paper for the Clinical Neuropsychiatry award.

Everybody can participate in the award competition by simply submitting original, not previously published research articles for publication; send the paper to http://www.fioriti.it/autori/loadArticle.php

Send articles as usual and in agreement with CN instructions for authors in the period Nov 1, 2014 – May 31, 2015.
Within July 2015, the award committee will complete the evaluation procedure and announce the winner. The prize will be awarded in September 2015.

Evaluation

The evaluation committee is composed of the president Donatella Marazziti (editor-in-chief),  Alessandro Grispini, Alessandro Serretti, Laura Mandelli, Michele Poletti, Adriano Schimmenti, Giuseppe Craparo, Leandro Malloy-Diniz, Alfonso Troisi.
During the evaluation procedure even the referees could recommend an article for the award.
Each member of the evaluation committee will choose articles suitable for the competition and discard those unsuitable articles (e. g.: review articles, editorial, research articles not related to clinical procedure etc.), as all articles submitted to CN are judged by referees, but not all have the characteristics to participate in our award.
A work judged acceptable only by one member of the evaluation committee will be excluded.
A work judged acceptable by two members of the evaluation committee will be discussed.

After this initial stage all works suitable for the award will be assigned a score from 1 to 10 by each evaluator while keeping in mind the aims of the competition.

Importance of the clinical impact of a research paper conducted with a stringent, scientific method and being original.

Each evaluator will assign a score according to his/her own personal knowledge and fields of interest.

The decisions made by the evaluating committee are final and can not be contested at all.

 

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PSICHIATRIANEUROSCIENZE

Le difficoltà degli psicoanalisti

In ambito SITCC c’è un po’ la preoccupazione che la psicoanalisi sia alle porte, impegnata in una battaglia culturale e mediatica che ci possa sottrarre allievi, influenza, rilevanza scientifica e pazienti. L’impressione è che le cose non siano proprio così. In realtà, gli psicoanalisti se la passano piuttosto male, molto peggio di quello che pensiamo… almeno negli USA.

Questo è lo scritto di un tipo che da anni si porta la meritata nomea del più psicoanalista tra i cognitivisti. Mi trovo spesso a difendere le terapie psicodinamiche da attacchi ingiusti e fuorvianti e soprattutto dalla tendenza a trascurare il molto di buono che abbiamo appreso e apprendiamo da questa disciplina. Però di questi tempi ci sono altre riflessioni da fare. In ambito SITCC c’è un po’ la preoccupazione che la psicoanalisi sia alle porte, impegnata in una battaglia culturale e mediatica che ci possa sottrarre allievi, influenza, rilevanza scientifica e pazienti. L’impressione è che le cose non siano proprio così. In realtà, gli psicoanalisti se la passano piuttosto male, molto peggio di quello che pensiamo… almeno negli USA.
 
Che succede? Leggo l’articolo di Barber e Sharpless, On the future of psychodynamic therapy research, early online su Psychotherapy Research.

 Gli autori fanno una disanima di quello che accade nel mondo americano. La situazione appare loro drammatica. Drammatica innanzitutto per la ricerca in psicoterapia in generale. In tempi grami economicamente la nostra ricerca è sempre meno finanziata, al contrario, ahimé, di quella sulle terapie farmacologiche (forse il vero avversario è lì, o almeno nella tendenza a dirigere i finanziamenti in tutto quello che abbia un sapore di neurobiologico). E questo è un guaio per tutti.

Il quadro per le psicoterapie dinamiche appare invece decisamente disastroso. I programmi di specializzazione in psicologica clinica completamente CBT crescono e quelli in cui l’insegnamento di teorie psicodinamiche è inesistente… crescono pure! Negli USA tra gli istituti di formazione in psicoanalisi più di un terzo è sull’orlo del fallimento.
 
Gli autori poi espongono le loro riflessioni su come potrebbero fare i ricercatori psicodinamici (almeno negli states) a fare le nozze con i fichi secchi, ovvero ricerca su processo ed efficacia con pochi fondi. Questo ci interessa meno, ad eccetto di un punto: notano l’importanza della collaborazione tra avversari, ovvero ricercatori di orientamenti opposti che fanno un trial insieme, in modo da evitare il cosiddetto allegiance effect (in parole povere: uno fa il tifo per il proprio orientamento e… ops… i risultati vengono proprio bene). Nel contesto del loro lavoro suona un po’ come un grido disperato, una richiesta di soccorso proprio a chi è in questo momento in posizione (percepita da loro) dominante, ovvero la CBT. Siamo nelle sabbie mobili, ci date una mano? Difficile che l’aiuto venga proprio da chi ha interesse ad affondarli, però scientificamente hanno ragione.
 
Ho trovato divertente che invece si lamentino dell’esposizione della psicoanalisi nei media (mi ricorda un po’ quello che scriviamo noi cognitivisti nei nostri dialoghi all’interno della Società di Terapia Comportamentale e Cognitiva). Sostanzialmente dicono che l’immagine della psicoanalisi è quella dei film di Woody Allen e dei Sopranos e si potrebbe fare di meglio. In verità peccano di ignoranza mediatica, perché lo spettatore moderno è scafato e si è visto In treatment e quello è uno psicoanalista moderno, che fa parecchi errori ma non è proprio scemo.
 
In parallelo, cosa che non facevo da tempo, mi sono spulciato le ultime uscite dell’International Journal of Psychoanalysis. E qui c’è da rabbrividire e i ricercatori psicoanalitici seri dovrebbero un po’ preoccuparsi di essere affiancati a certe teorie. Però, se non sei psicoanalista praticante (appunto, come chi scrive), più che da rabbrividire viene da sorridere.

Un breve florilegio di letteratura scientifica (per modo di dire) recentissimamente apparsa su questa rivista.

Tale Juan Francisco Artalotyia, spagnolo, propone una metapsicologia per la schizofrenia. Per fortuna leggo l’abstract da seduto, altrimenti il mio laptop, affettuosamente poggiato sulle ginocchia, avrebbe fatto una brutta fine! Ma come, ancora la metapsicologia? Non dicevano tutti che non esisteva più? Parla di un  paziente che sente le voci e si sente osservato e quindi, come Freud sosteneva, si delinea un circuito per la parola e uno per l’immagine, entrambi bloccati. Che vuol dire??? Però il paziente migliora. Meno male.
 
Bruce Reis parla di attaccamento e psicoanalisi. Qui possiamo tirare un sospiro di sollievo, l’argomento è sensato.
 
Gli italiani non ci deludono. A proposito, fateci caso, ci sono tanti psicoanalisti italiani che pubblicano su riviste internazionali. Colleghi: svegliatevi! Sono più attivi di noi!

De Masi (mi pare uno influente) e colleghi parlano di allucinazioni negli stati psicotici (a quanto pare non hanno mollato sulle spiegazioni psicoanalitiche della schizofrenia). Oh, questa è gente che non scherza. Gli autori postulano (ma si può dire postulano sulle riviste scientifiche?) che i fenomeni allucinatori rappresentino l’esito di un uso psicotico distorto della mente per lungo tempo. Nello stato allucinatorio la parte psicotica della personalità (sì, la chiamano così) usa la mente per generare sensazioni autoindotte e per raggiungere una particolare sorta di piacere regressivo. Qui mi viene da urlare: nooo! Ma come, un povero disgraziato che ha allucinazioni persecutorie se le fabbrica per provare piacere. E dai!

Poi il colpo gobbo: le allucinazioni visive si può dire che originino dal vedere con gli occhi della mente, le allucinazioni uditive dal sentire con le orecchie della mente. Io non ci sarei mai arrivato, troppo intelligenti per me. La conclusione dell’abstract è un’opera d’arte: Con il processo psicotico allucinatorio la mente può modificare il lavoro di un organo somatico come il cervello. Cartesio, ti fischiano le orecchie? Ci fai sapere?
 
Florent Poupart – che nome, già di suo meritava la pubblicazione – di Tolosa, ci parla dell’organizzazione isterica. Fa sempre interesse, diciamolo. La novità teorica sconvolgente è che l’essenza dell’isteria è l’ambivalenza verso la penetrazione nella sua forma passiva (desiderio vaginale). Una fantasia di penetrazione incorporea (sic) porta all’orgasmo e salva dall’ansia della distruzione dello spazio interno e dall’ansia di colpa che segue al climax desiderato. Sessuologi cognitivisti: vi volete svegliare!? La conclusione dell’abstract è deliziosa: il teatro privato nella nevrosi, così come l’occupazione e il condizionamento della mente nella psicosi (delirio di controllo) fungono da figurazioni psichiche della vagina. Propongo un premio erogato dalla SITCC a chi riesce a spiegarne il significato.
 
Sebastian José Kohon – non sembra ma è di Londra – scrive di Bion. Questo non riesco neanche a riassumerlo. Parla di barriera di contatto (conscio inconscio), elementi beta e pulsioni. Semplicemente incomprensibile.
 
Ora, sperando di avere mosso qualche sorriso, non mi sembra che da quelle parti siano messi bene.

C’è un mondo psicoanalitico di teorici, ricercatori e clinici svegli e intelligenti – mai fatto mistero del fatto che ne condivido molti punti e per me sono fonte di continua ispirazione, che in questo momento sono al verde.

Le istituzioni si indeboliscono. Nel mainstream si alternano lavori teorici interessanti – ho saltato in modo del tutto intellettualmente disonesto molti articoli pubblicati nell’International Journal of Psychoanalysis che sono interessanti e sensati. Alcuni scritti da gente che fa pure buona ricerca, tipo quelli che testano i modelli psicodinamici per la cura dei disturbi alimentari – dicevo, si alternano lavori interessanti a delle robe fuori dal tempo che in certi momenti pensavo non esistessero più.
 
La domanda che mi faccio è: abbiamo davvero un, chiamiamolo così, avversario politico-culturale-economico, così potente minaccioso e influente, come lo poteva essere vent’anni fa. Oppure siamo un po’ nel clima del Deserto dei tartari di Buzzati, ci aspettiamo un assedio che non avverrà mai?
 
O forse il problema è che si danno pacchi di soldi per finanziare tutto quello che includa studi di neuroimmagini (che costano un botto) e ne basterebbe un decimo per finanziare studi di ricerca in psicoterapia che ai nostri pazienti servirebbero molto di più?

In ogni caso, a me sembra più interessante continuare a diffondere un paradigma cognitivista aperto, intelligente, scientificamente fondato sulla ricerca in psicoterapia, sulla conoscenza della psicopatologia sperimentale e della psicopatologia generale, mantenere le orecchie aperte al mondo esterno imparando da quello che le altre scuole ci possono insegnare – certo se stavamo a sentire Salkovskis, Wells, Clarke e non so chi altro l’importanza della relazione terapeutica e dei processi intersoggettivi ce la potevamo bellamente scordare – e fare ricerca attivamente, con minor timore che i ladri ci rubino in casa.
 
Poi da colleghi come Bateman, Fonagy, Kernberg, Barber, Leichsenring, Lingiardi, Colli, Gazzillo, Stern, Safran, Muran, abbiamo tanto da imparare.

 

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La Crisi della Psicoanalisi – Monografia

Sindrome da separazione da iPhone: quando lasciare lo smartphone causa ansia e prostrazione psicologica

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

L’importanza sempre maggiore dell’utilizzo degli Smartphone nella vita di noi tutti sarebbe confermata da un nuovo studio dell’ Università del Missouri. Secondo tale ricerca, separarsi dall’ iPhone avrebbe effetti negativi sul nostro benessere psicologico, primi tra tutti ansia e difficoltà di concentrazione. 

 

 

This study uniquely examined the effects on self, cognition, anxiety, and physiology when iPhone users are unable to answer their iPhone while performing cognitive tasks. A 2 x 2 within-subjects experiment was conducted. Participants (N = 40 iPhone users) completed 2 word search puzzles. Among the key findings from this study were that when iPhone users were unable to answer their ringing iPhone during a word search puzzle, heart rate and blood pressure increased, self-reported feelings of anxiety and unpleasantness increased, and self-reported extended self and cognition decreased. These findings suggest that negative psychological and physiological outcomes are associated with iPhone separation and the inability to answer one’s ringing iPhone during cognitive tasks. Implications of these findings are discussed.

The Extended iSelf: The Impact of iPhone Separation on Cognition, Emotion, and Physiology Consigliato dalla Redazione

BANDO SELEZIONE PSICOLOGI
Negative psychological and physiological outcomes are associated with iPhone separation and the inability to answer one’s ringing iPhone during cognitive tasks. (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


SLA ed Emozioni: Impairment dell’espressività o deficit di capacità?

Domenico Mauro

La pratica clinica quotidiana, da quattro anni, in contesto degenziale per disturbi neuromuscolari ha indotto l’autore a ipotizzare una possibile correlazione tra la compromissione del funzionamento della muscolatura coinvolta nell’espressione mimica delle emozioni e la ridotta capacità di provare le stesse da parte degli ammalati in fase avanzata di S.L.A

Introduzione

Il presente lavoro nasce dall’esperienza maturata dall’autore in ambiente clinico-riabilitativo per soggetti affetti da disturbi neuromuscolari, in particolare dal lavoro con persone affette da S.L.A. che, nel corso di circa quattro anni, si sono avvicendate nel ricovero in contesto residenziale, raggiungendo il numero di 43 unità. L’osservazione longitudinale di tali pazienti, tutti collocabili in stadi avanzati di malattia, rivela un particolare dato clinico: una peculiare compromissione della attivazione dei muscoli facciali coinvolti nelle espressioni emotive.

L’ipotesi del presente lavoro, supportata dall’indagine anamnestica diretta condotta sui pazienti osservati, è che esista una correlazione tra la perdita della suddetta funzionalità ed una diminuita capacità di provare emozioni. A sostegno di quanto supposto si fa riferimento al complesso teorico relativo all’attività dei neuroni specchio, ed in particolare ai concetti di “consonanza intenzionale” e “simulazione incarnata” (Gallese, V., 2003). Gli effetti conseguenti alla drastica riduzione dell’espressione mimica coinvolgono ed influenzano attivamente l’interlocutore, nella misura in cui, come è stato possibile osservare, determina in quest’ultimo una diminuzione dell’espressione e della comunicazione empatica di ritorno verso l’emittente.

Dal punto di vista psicologico, del resto, diversi studi, tra i quali quello di Lule D. et al. (2005), hanno rilevato un cambiamento nella risposta emotiva dei pazienti, da una maggiore verso una minore reattività a stimoli emozionali intensi con l’avanzare della malattia, fenomeno che è stato ipotizzato correlare con l’attivazione di sistemi di compensazione cognitiva intercorsi ovvero, in un’ottica più neurobiologica, con vere e proprie modifiche neuroplastiche (Ferullo C.M. et al., 2009).

Metodi

Il metodo utilizzato fa riferimento fondamentalmente all’osservazione ed ai colloqui psicologici con 43 soggetti, aventi età media di 59,74 anni, tutti affetti da SLA già pervenuta alle fasi di compromissione delle funzioni respiratoria e fonatoria.  La ricerca attuale rimanda ad eventuali steps di approfondimento, successivi e multidisciplinari, per gli intuibili aspetti non indagabili con metodo empirico, aspetti extra-osservazionali. Occorre precisare che gli interventi e le stesse interlocuzioni con gli interessati sono stati resi attuabili grazie all’ausilio dello strumento comunicatore a puntatore ottico in loro dotazione.

I contenuti del trattamento clinico

Nel corso dei colloqui periodici effettuati dall’autore con i soggetti affetti da SLA, tutti ricoverati in contesto degenziale full-time, sono emersi importanti dati in linea con l’ipotesi per cui la severa condizione di impairment della funzionalità muscolare, oltre ad inibire l’espressione della espressività mimica (minus ampiamente atteso in virtù della centralità dell’impatto della sclerosi sulla funzionalità dell’apparato muscolare nella sua globalità), possa compromettere la capacità di provare emozioni: in particolare il dato che sembra emergere con chiarezza è che, se non la capacità di provare in toto le emozioni, si verificherebbe una riduzione dell’autopercezione in ordine alla quali/quantità della risonanza della sfera emozionale in risposta a stimoli emotigeni esterni. Frequenti sono state in tal senso le asserzioni raccolte nel corso delle interlocuzione con i pazienti esaminati; una fra tante: “è come se badassi meno a certe emozioni”; “riesco a sentirne solo alcune … quelle più forti”; “certi stimoli non mi fanno più lo stesso effetto di prima…”

La dimensione inconscia

Il malato affetto da S.L.A. si trova a dover elaborare diversi e ripetuti “lutti” legati alla progressiva perdita di fondamentali funzioni e dimensioni esistenziali. Esiste un gamma riconoscibile di reazioni cui vanno incontro, mano mano che si instaurano e si consolidano le diverse inabilitazioni multiapparato e prende forma la prospettiva di un’aspettativa di vita limitata, reazioni che possono essere osservate in successione nello stesso individuo, in stretta relazione alla progressione del processo di consapevolizzazione che, dal rifiuto (non sono io), la rabbia (perché proprio io), il compromesso (si, io però vorrei), la depressione (sono disperato), conduce all’accettazione (riposo finale) (S.I.A.A.R.T.I., 2011).

Coerentemente con la teoria di Elisabeth Kübler-Ross (1969), si rilevano in sostanza i cinque stadi di reazione alla prognosi mortale:

1.    diniego

2.    rabbia

3.    negoziazione

4.    depressione

5.    accettazione.

L’utilizzo massiccio di difese quali la negazione e l’isolamento, attutirebbe, in questi pazienti, l’impatto emotivo devastante e destrutturante della malattia (Averill, A., J., et al., 2007). La riduzione della percezione delle emozioni, qualora fosse dimostrata, sarebbe coerente con la messa in campo di istanze difensive inconsce presenti, in particolare, nelle fasi di maggiore consapevolezza.

Il modello psicofisiologico di Ruggieri

Secondo Vezio Ruggeri (1988), autore dell’apprezzato omonimo modello psicofisiologico delle emozioni, l’individuo percepisce uno stimolo esterno o interno (ricordi, immagini, rappresentazioni mentali etc.) che, agendo su alcuni particolari centri nervosi (ipotalamo e sistema limbico) determina un’attività che impegna contemporaneamente il sistema muscolare ed il sistema neurovegetativo. Il sistema nervoso centrale, dunque, in risposta allo stimolo emotigeno, invia impulsi ai muscoli ed al sistema viscerale. Muscoli e visceri, a loro volta, segnalano al sistema nervoso centrale, mediante informazioni di ritorno, la presenza dell’attività prodotta dal sistema nervoso medesimo. Esso ordina tali informazioni di attività mettendo in atto un processo di “sintesi”.

In altri termini, la raccolta dell’informazione proveniente dalla periferia del corpo (muscoli e visceri), in questo caso, non rappresenta la base per operazioni percettive di tipo analitico ma per una sintesi unificante, globale, dell’esperienza sensoriale. Quando si parla di informazioni sensoriali ci si riferisce, oltre che alle informazioni sensoriali cutanee, visive o uditive, anche alle c. d. informazioni propriocettive, cioè alle informazioni provenienti dai muscoli e dai tendini.

Quando l’informazione di ritorno proveniente dall’attività di diverse aree corporee (diversi distretti muscolari) è stata sintetizzata, si produce quel particolare vissuto coincidente con il sentimento. Il sentimento è l’elemento essenziale del processo di risposta emotiva: esso rappresenta la fase terminale dell’intera sequenza ed ha il ruolo di auto segnale (Ruggieri, 2002).  In questo caso non è importante per il soggetto riconoscere la provenienza corporea delle informazioni sensoriali che generano il sentimento ma vivere un’esperienza unitaria di piacere o di dolore da collegare con lo stimolo o la situazione stimolo che l’ha provocata. In virtù dei meccanismi fisiologici dell’emozione, uno stimolo esterno è stato in qualche modo “trasformato” in un complesso di eventi corporei che assumono il significato di segnale. In altri termini il soggetto “legge” ciò che lo stimolo ha provocato realmente in lui.

Tali costrutti teorici sembrano proprio la giusta cornice per l’ipotesi, al momento sospettabile sul piano osservazionale, secondo cui, in soggetti con S.L.A. avanzata, il coinvolgimento della funzionalità muscolare appare in stretta relazione con quantità e qualità delle emozioni.

Cenni sulla Teoria dei Neuroni Specchio

I neuroni specchio sono, come è ormai noto, una particolare popolazione di neuroni la cui esistenza è stata documentata per la prima volta verso la metà degli anni ’90, ad opera del gruppo di lavoro del Prof. Giacomo Rizzolatti, presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Parma. Scoperti nei macachi, i ricercatori osservarono che alcuni gruppi di neuroni si attivavano non solo quando gli animali compivano una determinata azione, ma anche quando osservavano un altro soggetto compiere la medesima azione.

Studi successivi, effettuati nell’uomo con tecniche non invasive, hanno dimostrato la presenza di sistemi simili: sembra che essi interessino diverse aree cerebrali, comprese quelle del linguaggio, e costituiscano una componente fondamentale della complessa ed articolata base anatomo-funzionale della capacità dell’uomo di porsi in relazione con altri individui. Nel nostro cervello, nel momento in cui viene osservata una determinata azione, si attivano gli stessi neuroni che entrano in gioco quando si è in prima persona a compierla; in questo l’individuo può comprendere con facilità le azioni dei suoi simili (meccanismo comparativo con analoghe azioni compiute in passato).

Lo stesso riconoscimento delle emozioni si basa su questo “meccanismo a specchio”: è stato dimostrato sperimentalmente, infatti, che quando osserviamo negli altri una manifestazione di dolore si attiva il medesimo substrato neuronale collegato alla percezione in prima persona dello stesso tipo di emozione (percepiamo quindi la stessa emozione di chi la sperimenta in prima persona). Ormai è certo dunque che questo sistema ha tutto il potenziale necessario per fornire un meccanismo di comprensione delle azioni e per l’apprendimento attraverso l’imitazione e la simulazione del comportamento altrui.

Come afferma Gallese (2006b) l’individuo non è estraneo al significato delle azioni, emozioni, o sensazioni esperite dal proprio simile, in quanto gode di – come viene definita dall’autore – una “consonanza intenzionale” col mondo altrui. Ciò è reso possibile, continua l’autore, non solo dal fatto che con gli altri condividiamo le modalità di azioni, sensazioni o emozioni, ma anche perché, condividiamo alcuni dei meccanismi nervosi che presiedono a quelle stesse azioni, emozioni e sensazioni; grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione, l’altro è vissuto come un “altro se”. È stato evidenziato da studi del gruppo di Rizzolatti (Gallese, Keysers e Rizzolatti 2004; Gallese 2006) che le stesse strutture nervose coinvolte nell’analisi delle sensazioni ed emozioni, esperite in prima persona, sono attive anche quando tali emozioni e sensazioni vengono riconosciute negli altri.

Il meccanismo di simulazione appare essere, quindi, una modalità di funzionamento di base del nostro cervello quando siamo impegnati in una qualsivoglia relazione interpersonale. La psicologia sociale ha descritto e studiato il cosiddetto “effetto camaleonte” (Chartrand e Bargh 1997): mimiamo inconsapevolmente il comportamento non verbale altrui, e il mimarsi reciproco aumenta quanto più stretta è la relazione con l’altro, ciò a conferma dell’ipotesi che l’empatia è generata dal sistema dei neuroni specchio (come afferma ancora Gallese, da un certo punto di vista la simulazione incarnata può essere considerata come il correlato funzionale dell’empatia), il cui compito sarebbe quello di interpretare le emozioni altrui, facendo provare, di conseguenza, quelle stesse emozioni o sensazioni al soggetto in relazione.

I meccanismi di simulazione (che, nel caso in cui riguarda funzioni condivise con l’altro – una condivisione, cioè, di azioni, sensazioni o emozioni tra individui che interagiscono tra di loro – viene denominata simulazione incarnata), quindi, rappresentano lo “strumento” atto alla condivisione, a livello esperienziale, degli stati mentali altrui. Il concetto di consonanza intenzionale generata dai processi di simulazione incarnata sarebbe funzionale all’ipotesi, formulata nel presente lavoro, per la quale, venendo meno la capacità del soggetto con S.L.A. avanzata di operare adeguati livelli di simulazione dell’espressioni emotive (a causa della mancata funzionalità muscolare per la riproduzione della mimica), possa ridursi anche l’attitudine a sperimentare le stesse emozioni.

Il coinvolgimento dell’interlocutore

Gli effetti della mancata risonanza intenzionale si ripercuotono anche nella dinamica con l’interlocutore coinvolto nella relazione col paziente ammalato di S.L.A.: sovente è emerso, all’osservazione delle dinamiche relazionali nel contesto residenziale, una rilevante difficoltà a sostenere gli scambi conversazionali con tali soggetti oltre che per le intuibili “barriere” fonatorie, anche in relazione a componenti extrafonatorie.

Tale difficoltà si genera nell’interlocutore in parte in ragione della necessità di adattamento, non sempre agevole, a forme di comunicazione alternativa, per altri versi, conseguenza di alterati giochi di feedback con il paziente. Si osserva, infatti, un atteggiamento apparentemente disponibile da parte del collocutore che, tuttavia, è di fatto “distante” emotivamente, presente com’è la difficoltà a mettersi in “sintonia” con l’altro, a comprenderne, cioè, lo stato d’animo e a condividerne, quindi, gli stati emotivi. Interagire con una persona che non presenta espressioni mimiche, equivale, a livello della percezione istintiva, ad interfacciarsi con una persona che è senza emozioni: seppur la razionalizzazione subentri in tempi brevi, inevitabilmente la risposta empatica ne resta condizionata in senso negativo.

Conclusioni

Nel presente lavoro è stato approfondito, secondo una metodologia di indagine osservazionale e perciò adatta ad un primissimo livello di ricerca, il delicato tema delle emozioni in un campione di pazienti degenti ammalati di SLA in fase avanzata.

La pratica clinica quotidiana, da quattro anni, in contesto degenziale per disturbi neuromuscolari ha indotto l’autore a ipotizzare una possibile correlazione tra la compromissione del funzionamento della muscolatura coinvolta nell’espressione mimica delle emozioni e la ridotta capacità di provare le stesse da parte degli ammalati in fase avanzata di S.L.A. A supporto dell’ipotesi citata, si è fatto riferimento alla teoria dei neuroni specchio – con i concetti di “consonanza intenzionale” e “simulazione incarnata” – per mettere in evidenza il coinvolgimento della capacità di imitazione della mimica emotiva nel processo di sperimentazione intrapsichica delle emozioni. È stato illustrato, inoltre, il modello psicofisiologico delle emozioni di Ruggieri, al fine di sottolineare  l’implicazione della funzionalità muscolare nei processi emozionali. Nell’ultima parte del lavoro è stato posto l’accento sugli “effetti” della amimia dei pazienti con SLA sull’interlocutore, frequentemente esitanti in una riduzione della risposta empatica in quest’ultimo.

L’auspicio è che le parzialissime conclusioni su tali ipotesi sensibilizzino verso un maggiore approfondimento dell’inquadramento della relazione tra impairment muscolare ed impairment emotivo in corso di S.L.A., ai fini delle intuibili ricadute nella conoscenza del grave disturbo, nonché della maggiore finalizzazione dei programmi e degli interventi terapeutico-riabilitativi in questa popolazione di utenti, con particolare riguardo agli aspetti inerenti la qualità di vita di persone che devono convivere con uno dei maggiori “drammi” in sanità.

“Le emozioni sono il colore della vita” recita Giampaolo Perna nel suo libro “Le emozioni della mente” (Perna, 2010); in una vita dove prevale il “grigio” della sofferenza in tutte le sue possibili declinazioni, è doveroso tentare di reinfondere un po’ di “colore”.

Un ringraziamento speciale al dott. Valerio Lamberti, quale fondamentale collaboratore in termini di suggerimenti, pareri e riflessioni.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Averill, A.J., Kasarskis, E.J., Segerstrom, S.C. (2007). Psychological health in patients with amyotrophic lateral sclerosis. Amyotrophic Lateral Sclerosis. 8(4): 243-254
  • Chartrand T.L. and Bargh J.A. (1999).The chameleon effect: The perception-behavior link and social interaction. Journal of Personality and Social Psychology, 76: 893-910
  • Ferullo C.M., Mascolo M., Ferrandes G., Caponnetto C. (2009). Sclerosi Laterale Amiotrofica: rilevazione dei bisogni in un gruppo di pazienti e di caregiver della regione Liguria. Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia. Pavia. PI-ME.
  • Gallese, V. (2006b). La molteplicità condivisa. Dai neuroni mirror all’intersoggettività. In: Autismo. L’Umanità nascosta (a cura di S.Mistura). Torino. Einaudi Ed.
  • Gallese, V., Keysers, C. and Rizzolatti, G. (2004). A unifying view of the basis of social cognition. Trends in Cognitive Sciences, 8: 396-403.
  • Lulè D, Kurt A, Jurgens R, Kassubek J, Diekmann V, Kraft E, Neumann N, Ludolph AC, Birbaumer N, Anders S. (2005). Emotional responding in amyotrophic lateral sclerosis. J Neurol,  252(12): 1517-24.
  • Kübler-Ross, E., (1969). On death and dying. New York. Macmillan.
  • Rizzolatti G., Sinigaglia C., (2006). So quel che fai, il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano. Raffaello Cortina Editore. ACQUISTA ONLINE
  • Ruggieri, V., (1988). Mente corpo malattia. Roma. Il pensiero Scientifico Editore.
  • Ruggieri, V., (2002). L’esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica. Roma. Armando Editore. ACQUISTA ONLINE
  • Perna, G., (2010). Le emozioni della Mente. Biologia del cervello emotivo. Milano. Edizioni San Paolo.
  • Societa Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva Gruppo di Studio di Bioetica (2011). Cure palliative dei pazienti con patologie respiratorie croniche avanzate non oncologiche. Documento approvato dal Consiglio Direttivo S.I.A.A.R.T.I. Todi, 5 marzo 2011

Disgrafia e Disortografia – Definizione Psicopedia

Articolo a cura dell’ Equipe DSA di Studi Cognitivi 

 

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

 Il disturbo specifico di scrittura si definisce disgrafia o disortografia, a seconda che interessi rispettivamente la grafia o l’ortografia. La disgrafia fa riferimento al controllo degli aspetti grafici, formali, della scrittura manuale, ed è collegata al momento motorio-esecutivo della prestazione.

Essa si manifesta in una minore fluenza e qualità dell’aspetto grafico della scrittura.
La disortografia riguarda invece l’utilizzo, in fase di scrittura, del codice linguistico in quanto tale ed è all’origine di una minore correttezza del testo scritto. Entrambe, naturalmente, sono definite in rapporto alle prestazioni attese per l’età anagrafica dell’alunno.
In particolare, la disortografia si può definire come un disordine di codifica del testo scritto, che viene fatto risalire ad un deficit di funzionamento delle componenti centrali del processo di scrittura, responsabili della transcodifica del linguaggio orale nel linguaggio scritto.

 

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Le persone che rimuginano sono più intelligenti?

FLASH NEWS

Una ricerca pubblicata su Personality and Individual Differences sottolinea che vi sarebbe una correlazione statisticamente significativa positiva tra la tendenza a preoccuparsi e i livelli di intelligenza.

Generalmente vediamo e- proviamo sulla nostra pelle- la preoccupazione e l’ansia, spesso confondendole come sinonimi, come qualcosa di negativo e di spiacevole, giudicandole negativamente.

Non dimentichiamo però che ciascuna emozione – anche la preoccupazione- può avere una sua funzione evolutiva, tra cui anticipare e prepararsi ad affrontare le minacce e i pericoli.

Una ricerca pubblicata su Personality and Individual Differences sottolinea che vi sarebbe una correlazione statisticamente significativa positiva tra la tendenza a preoccuparsi e i livelli di intelligenza. I soggetti coinvolti hanno compilato una batteria di test self-report riguardanti ansia, rimuginio, ruminazione, depressione, e intelligenza verbale e non verbale.

Il risultato chiave dello studio è che gli individui con una maggiore tendenza al rimuginio ansioso (di solito mi preoccupo sempre di qualcosa) e/o alla ruminazione (cosa ha fatto per meritarmi questo?) presentavano anche punteggi maggiori ai test di intelligenza verbale della WAIS.

Invece, una tenenza a ruminare su eventi sociali già passati è correlata negativamente all’intelligenza non verbale, con punteggi minori nelle prove di quoziente intellettivo non verbale.

La spiegazione di questi due risultati apparentemente contradditori proposta dai ricercatori è che le persone con una maggiore intelligenza verbale sarebbero in grado di considerare eventi passati e futuri con maggiore precisione, mentre gli individui con una maggiore intelligenza non verbale sarebbero più in grado – plausibilmente essendo meno impegnati in rimuginio e ruminazione- di processare e affrontare meglio le esperienze e le performance nel momento presente. E’ d’obbligo ricordare cautela nell’interpretare e generalizzare questi risultati che sono ad oggi ancora preliminari, facendo riferimento a un campione limitato e non clinico.

 

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Genetica del comportamento: Quanto e come geni ed ambiente influenzano il nostro comportamento?

Il testo, aggiornato con le ultime ricerche pubblicate in letteratura e con ben 85 pagine di bibliografia, nella prima parte descrive i concetti base della genetica (dalle leggi sull’ereditarietà al DNA all’identificazione dei geni) ed illustra i differenti approcci utilizzati nello studio delle influenze genetiche ed ambientali sul comportamento.

Ogni volta che sento discutere di politica, da che ho memoria, una delle frasi più ricorrenti che viene strillata con grande incazzatura e malcelato disprezzo è: “E QUALCUNO L’HO HA PURE VOTATO, MA COME SI FA?!!” Come se votare per un candidato fosse una scelta razionalmente calcolata al 100%, determinata dall’educazione e dal contesto in cui siamo cresciuti. Invece il nostro orientamento politico, così come il nostro atteggiamento per esempio verso la religione, è in parte influenzato anche dal nostro assetto genetico (Funk et Al., 2013), il che, ammettiamolo, è sorprendente!

Ormai nessuno si stupisce più che i geni giochino un ruolo rilevante nello sviluppo di disturbi come la schizofrenia o la depressione o l’autismo, ma che lo stesso discorso valga anche per alcuni nostri atteggiamenti non è per nulla banale.

Alcuni costrutti psicologici su cui modelliamo le nostre percezioni, preferenze e scelte affondano, infatti, le proprie radici non solo nelle influenze ambientali, ma anche nei geni; in altre parole, se è vero che “Differenti istituzioni culturali – famiglia, chiesa, libri, televisione – offrono proposte differenti, le scelte che una persona compie riflettono sia quello che le viene offerto sia le sue inclinazioni ” (Loehlin, 1997). Diventa pertanto scontato che chi si occupa di comprendere il comportamento (psicologi, psichiatri, ricercatori…) debba considerare non solo gli aspetti ambientali, ma anche quelli genetici, mandando definitivamente in pensione la diatriba tra natura e cultura.

La sesta edizione del volume Genetica del comportamento di Plomin e DeFries, edito da Raffaello Cortina (2014), si pone proprio l’obiettivo di introdurre alla genetica del comportamento gli studenti di scienze biologiche, sociali e comportamentali.

Il testo, aggiornato con le ultime ricerche pubblicate in letteratura e con ben 85 pagine di bibliografia, nella prima parte descrive i concetti base della genetica (dalle leggi sull’ereditarietà al DNA all’identificazione dei geni) ed illustra i differenti approcci utilizzati nello studio delle influenze genetiche ed ambientali sul comportamento (dagli studi sulle adozioni e sui gemelli ai più recenti approcci combinati di analisi dei figli di gemelli o di coppie di fratelli non gemelli); inoltre, spiega le strategie di cui si avvalgono le ricerche sui modelli animali e umani, le tecniche utilizzate per quantificare quanto geni e ambiente influenzano il comportamento e come geni e ambiente interagiscono tra di loro.

Nella seconda parte invece il testo presenta lo stato della ricerca attuale su temi quali la capacità e la disabilità cognitiva, la schizofrenia, i disturbi dell’umore e dell’ansia, i disturbi da uso di sostanze e la psicopatologia dell’età evolutiva (ADHD, Autismo, etc.).

Particolarmente interessante è il capitolo “Personalità e disturbi di personalità” in cui, oltre ad affrontare i disturbi che sono stati studiati sistematicamente a livello genetico (Disturbo Schizotipico, Disturbo Ossessivo-Compulsivo e Disturbo Antisociale), vengono prese in esame le ricerche genetiche nell’ambito della psicologia sociale che si sono occupate di stimare il contributo di geni e ambiente nelle relazioni interpersonali (relazione genitore-figlio, tra pari, relazioni amorose e orientamento sessuale), nell’autostima, nell’economia comportamentale e nelle attitudini.

“Genetica del comportamento” rappresenta la sintesi di più di trent’anni di ricerca nel campo delle scienze del comportamento, nonché il punto di partenza per chiunque voglia dedicarsi allo studio del comportamento umano in quanto, come sottolineano gli autori, in ambito psicologico e psichiatrico sempre più ricercatori hanno incorporato strategie tipiche della genetica nei loro studi e sempre più ricerche di genetica del comportamento verranno condotte da studiosi che non sono in primo luogo dei genetisti.

Poiché il riconoscimento dell’importanza delle influenze genetiche è in continua crescita, ora più che mai è necessario ribadire con forza che sì, “i geni svolgono un ruolo sorprendentemente importante in molti tratti comportamentali”, ma “le differenze individuai nei tratti comportamentali complessi sono dovute a influenze ambientali almeno tanto quanto a influenze genetiche”.

I geni non sono il nostro destino, bensì predisposizioni probabilistiche. Essere portatori di un particolare assetto genetico ad alto rischio per una data malattia non significa quindi che automaticamente ci si ammalerà di tale malattia, e conoscere i fattori genetici in gioco permette di sviluppare misure preventive o interventi ambientali efficaci. Allo stesso modo non è detto che se siamo particolarmente tradizionalisti, automaticamente alle prossime elezioni il nostro sarà un voto conservatore, in quanto anche l’influenza dei determinanti ambientali farà la sua parte: vota Antonio vota Antonio Vota Antonio…

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Funk, C. L., Smith, K. B., Alford, J. R., Hibbing, M. V., Eaton, N. R., Krueger, R. F., Eaves, L. J., et al. (2013). Genetic and Environmental Transmission of Political Orientations. Political Psychology, 34(6), 805-819.
  • Lohelin, J.C. (1997). Genes and environment. In Magnusson, D. (a cura di), The Lifespan Development of Individuals: Behavioral, Neurobiological, and Psychological Perspectives: A synthesis. Cambridge University Press, New York
  • Plomin et Al. Genetica del comportamento (2014).  Raffaello Cortina Editore, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • Battaglia M. (2002.) Genetica del comportamento e sviluppo: cause, occasioni, rischi e casualità lungo i processi di adattamento. Tratto da Personalità, sviluppo e psicopatologia di Maffei C., Battagia M. e Fossati A. (2002) Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Dislessia – Definizione Psicopedia

Articolo a cura dell’ Equipe DSA di Studi Cognitivi

 

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

 Da un punto di vista clinico, la dislessia si manifesta attraverso una minore correttezza e rapidità della lettura ad alta voce rispetto a quanto atteso per età anagrafica, classe frequentata, istruzione ricevuta.

Risultano più o meno deficitarie la lettura di lettere, di parole e non-parole, di brani.
In generale, l’aspetto evolutivo della dislessia può ricordare un semplice rallentamento del processo di sviluppo. Tale considerazione è utile per l’individuazione di eventuali segnali anticipatori, fin dalla scuola dell’infanzia.

 

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E’ mancato il Professor Luigi Boscolo (1932-2015)

Luigi Boscolo - Psichiatra e Psicoterapeuta
LUIGI BOSCOLO (1932 -2015)

 

Il Centro Milanese di Terapia della Famiglia ha annunciato con grande tristezza la scomparsa del professor Luigi Boscolo avvenuta il giorno 12 gennaio 2015.

 

CURRICULUM E PUBBLICAZIONI

1960: Termina gli studi di Medicina e Pediatria all’Università di Padova

1961-1967: Negli Stati Uniti si specializza in Psichiatria e Psicoanalisi presso il New York Medical College e Metropolitan Hospital di New-York.

1967: Ritorna in Italia stabilendosi a Milano, dove apre uno studio per esercitare l’attività di psicoanalista. Nello stesso tempo collabora con Mara Selvini Palazzoli alla fondazione del Centro Per lo Studio della Famiglia.

1967-1970: Periodo Psicoanalitico.
Membro di una équipe di psicoanalisti diretta da Mara Selvini svolge attività di ricerca e terapia con famiglie e coppie, utilizzando il modello psicoanalitico.

1971-1975: Periodo Strategico-Sistemico.
Una nuova équipe formata da Selvini, Boscolo, Cecchin, Prata addotta un nuovo modello di terapia familiare, di terapia breve ispirato al modello di Terapia Strategico-Sistemica di Palo Alto. Le modalità di lavoro e i risultati di questo periodo sono descritti nel libro “Paradosso e Controparadosso”.

1975-1980: Periodo Sistemico.
Tale periodo è caratterizzato dallo studio approfondito delle idee e delle esperienze di G.Bateson, in particolare dell’applicazione della sua epistemologia cibernetica al nostro lavoro con le famiglie. Il testo più significativo di questo periodo è, senza dubbio, “Ipotizzazione, Circolarità, Neutralità: Tre Principi per la Conduzione della seduta” che da molti è stato considerato il più importante contributo del Gruppo di Milano.

1980: L’equipe del Centro viene Sciolta. Boscolo e Cecchin fondano un nuovo Centro, denominato Centro Milanese di Terapia della Famiglia, e ne diventano i Co-direttori.

Dal 1980: Il Centro Milanese, oltre all’attività clinica e di ricerca, cominciò a svolgere una intensa attività formativa rivolta specialmente agli operatori dei servizi sanitari e sociali pubblici. In seguito l’attività formativa si estese anche all’estero, dall’Europa alla America, all’Australia. Venne anche condotto da Boscolo e Cecchin un corso estivo annuale di formazione al modello sistemico di Milano. Boscolo in tutti questi anni svolge attività di didatta e supervisore non solo al Centro ma anche altrove. Diventa socio fondatore della S.I.P.R. di Roma e della S.I.R.T.S. di Milano. E’ stato membro della A.F.T.A. (American Family Therapy Association) e della A.A.M.F.T.(American Association for Mariage and Family Therapy), nonché del’ E.F.T.A. (Associazione Europea di Terapia della Famiglia).

 

Principali pubblicazioni scientifiche

LIBRI:

  • Palazzoli, M.S., Boscolo, L., Cecchin, G.F., and Prata, G. (1975), “Paradosso e Controparadosso”, Feltrinelli, Milano.
  • Boscolo, L., Cecchin G.F., Hoffmann, L., Papp, P.(1987), “Milan Systemic Family Therapy” – Basic Books, New-York.
  • Boscolo, L., Bertrando, P., “I Tempi del Tempo. Una Nuova prospettiva per la Consulenza e la Terapia Sistemica”, Bollati Boringhieri – Torino, 1993.
  • Boscolo, L., Bertrando, P. “Terapia Sistemica Individuale” Cortina – Milano 1995.

 

ARTICOLI PRINCIPALI:

  • Boscolo, L., Cecchin, G.F., (1982) “Training in Systemic Therapy at the Milan Center”, in “Family Therapy Supervision: recent developments in practice”, London, Academy Press.
  • Boscolo, L., Bertrando, P., Fiocco, P.M., Palvarini R.M., e Pereira, J., ” Linguaggio e Cambiamento. L’uso di parole chiave in terapia”, Vol.37, 41-53 (1991).
  • Boscolo, L., “The Systemic Approach to the Therapy of Schizophrenia” in C. Eggers (Ed.). “Schizophrenia and Youth” Springer-Verlag, Berlin Heidelberg 1991.
  • Palazzoli, M.S., Boscolo, L., Cecchin, G.F. and Prata, G. (1974) “The Treatment of Children Through the Brief Therapy of their Parents” – Family Process, Vol.13, N4.
  • Palazzoli, M.S., Boscolo, L., Cecchin, G.F. and Prata, G. (1977) “Family Rituals: A Powerful Tool in Family Therapy” Family Process, Vol. 4 N3.
  • Palazzoli, M.S., Boscolo, L., Cecchin, G.F. and Prata, G. (1978) “A Ritulaized Presription in Family Therapy: odd days and even days”, Journal of Marriage and Family Conseling, Vol.4 N3.
  • Palazzoli, M.S., Boscolo, L., Cecchin, G.F.,and Prata, G. (1980) “The Problem of the Referring person”, Journal of Marital and Family Therapy, Vol. 6, N1.
  • Palazzoli, M.S., Boscolo L.,Cecchin, G.F., and Prata,G. (1980) “Hypothesizing – Circularity – Neutrality: Three Guidelines for The Conduction of the Session”, Family Process, Vol.19 – N1.
  • Boscolo, L., Bertrando, P., “Terapia Sistemica e Linguaggio” – Connessioni – N1 (13-25) 1997.
  • Boscolo L., Terapia Familiare e Mediazione Familiare: Una Conversazione – Connessioni – N4 (145-155), 1998.

Se i bambini mentono…la responsabilità è dei genitori!

FLASH NEWS

Un nuovo studio rivela che la punizione è un metodo educativo inefficace contro le bugie e può addirittura rendere i nostri figli più bugiardi.

Al contrario l’incoraggiamento all’onestà come valore, o alla peggio come un modo di compiacere l’adulto, ha dimostrato di essere un metodo molto più efficace di quello punitivo.

L’esperimento, condotto dalla psicologa Victoria Talwar, prevedeva che un bambino si trovasse in una stanza con alle spalle un giocattolo sonoro, e che un ricercatore, anch’esso nella stanza, gli chiedesse due volte di indovinare da quale giocattolo provenisse il suono. Poi il ricercatore aggiungeva un nuovo e sconosciuto giocattolo sonoro e si allontanava dalla stanza prima della seconda fase del test, chiedendo al bambino di non sbirciare il nuovo giocattolo durante la sua assenza pena una serie di conseguenze, più o meno punitive, o il semplice ammonimento che dire la verità è la cosa giusta da fare, che questo l’avrebbe fatto stare bene e che l’adulto ne sarebbe stato contento. Al suo ritorno il ricercatore chiedeva al bambino se aveva sbirciato o no.

I bambini osservati tramite la videoregistrazione durante l’assenza dello sperimentatore erano 372, con un età compresa tra i 4 e gli 8 anni. Due terzi dei bambini hanno infranto la regola e due terzi di questi hanno mentito: è interessante notare che la maggior parte dei bambini che ha mentito era anche stato minacciato di incorrere in una punizione, mentre chi ha detto la verità era stato incoraggiato a farlo in quanto comportamento approvato dal ricercatore o comportamento giusto, che li avrebbe fatti sentire bene. I più piccoli erano più inclini alla compiacenza dell’adulto, mentre i più grandi interiorizzavano più facilmente la norma come valore positivo.

L’idea di fondo è che la minaccia di una punizione non aiuta a scegliere di dire la verità, ma anzi può avere l’effetto opposto e ridurre la probabilità che i bambini siano sinceri con noi.

Si tratta di informazioni utili per tutti i genitori e gli insegnanti che cercano di incoraggiare i bambini alla comunicazione sincera e a comportamenti onesti.

 

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Analizzare i LIKE su Facebook per comprendere la personalità

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

I ricercatori dell’Università di Cambridge e della Stanford University descrivono la scoperta come una “dimostrazione enfatica” della capacità dei computer di scoprire i tratti psicologici di un individuo attraverso la pura analisi dei dati. “In futuro, i computer potrebbero essere in grado di dedurre i nostri tratti psicologici e reagire di conseguenza, cosa che porterebbe alla nascita di macchine emotivamente intelligenti e con abilità sociali”, afferma Wu Youyou, di Cambridge. “In questo contesto, le interazioni uomo-computer rappresentate in film di fantascienza come ‘Her’ sembrano essere alla nostra portata”.

Ma questi risultati, avvertono i ricercatori, potrebbero sollevare preoccupazioni per la privacy degli utenti. Anche perché non occorre seminare nel web una mole spropositata di dati per svelare se stessi: nello studio il computer si è rivelato in grado di descrivere la personalità di un soggetto con maggiore precisione rispetto a un collega di lavoro analizzando solo dieci ‘mi piace’; con 70 ‘like’ supera un amico o un compagno di stanza, spiazza un membro della famiglia con 150, e rivaleggia con il coniuge se ha 300 ‘mi piace’ da esaminare. Dato che un utente medio di Facebook accumula circa 227 ‘mi piace’, secondo i ricercatori questo tipo di intelligenza artificiale ha il potenziale per conoscerci meglio dei nostri amici più stretti…

I ‘like’ su Facebook sono come un test di personalitàConsigliato dalla Redazione

Un gruppo di scienziati ha sviluppato un modello computerizzato in grado di analizzare carattere e inclinazioni dell’internauta in base ai ‘mi piace’ cliccati sul social network. Una traccia digitale che sembra leggerci dentro meglio di quanto riescono a fare amici e familiari. Solo il partner può batterla (…)

Tratto da: Adnkronos

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Nella pratica clinica: lo svuotamento identitario e il “terapeuta killer”

Roberto Lorenzini, Valeria Valenti, Marika Ferri

 

L’esperienza dello “svuotamento identitario” con il vissuto emotivo di angoscia di perdita di identità e di rabbia verso l’altro che ce la fa provare è sperimentabile in ogni sistema motivazionale interpersonale quando l’interlocutore non ci riconosce il ruolo in cui ci siamo identificati che sia di amante, di competitor, di accudente o di accudito (si pensi alle rabbie e alle angosce di separazione di un piccolo il cui ruolo di oggetto di cure non viene riconosciuto).

Nella pratica clinica capita spesso di sentir narrare l’angoscia che alcuni provano a non sentirsi amati o peggio a non sentirsi rappresentati nella mente dell’altro significativo. Non c’è soltanto il timore di perdere l’oggetto amato e dunque di fallire uno scopo giudicato importante quanto piuttosto il timore di perdere se stessi. Poiché il soggetto si vede soltanto all’interno di tale relazione, se la relazione viene a mancare è il soggetto stesso a scomparire. In effetti la cifra emotiva che viene esperita non è lungo la dimensione della tristezza quanto piuttosto dell’angoscia, un angoscia che chiameremo di “svuotamento identitario”.

Lo svuotamento è avvertito come una implosione  dei propri centrali pilastri identitari con il contemporaneo collasso della gerarchia degli scopi. Quello che risulta più evidente nel racconto del soggetto è la paralisi, la sospensione di tutto il sistema motivazionale e dunque il vissuto premortale della noia: “se non c’è lei nella mia vita….allora nulla ha più senso…..non so cosa fare…. non desidero niente. Il rapporto con l’altro è la porta per ritrovare se stesso e dare un senso al mondo. Tutte le cose che avevano significato per la funzione che potevano avere all’interno del rapporto perdono qualsiasi importanza, si svuotano di ogni interesse. Senza l’altro il mondo è vuoto.

L’angoscia sperimentata non è dunque simile alla minaccia per il fallimento di uno scopo e la perdita di un oggetto esterno, quanto piuttosto, come nell’angoscia psicotica, simile alla perdita della propria soggettività, identità, agentività. Il soggetto sente di restare mutilato e tale condizione può risultare così insopportabile da preferire di sopprimere la parte rimasta in vita perché non abbia a rendersi conto  della condizione dimezzata e cessi di soffrirne. Emozione associata è di frequente l’ostilità verso chi ci cancella e ci priva di noi stessi. Il danno che ci procura è irreparabile, è il più grande possibile, ci fa perdere, ci deruba noi stessi.

Questa esperienza è frequente in due situazioni prototipiche che hanno dato origine alle pagine forse più belle dell’arte mondiale di tutti i tempi: la fine dell’amore romantico e l’esperienza del lutto, entrambe accomunate dalla perdita dell’oggetto d’amore e, come detto sopra, insieme a lui di noi stessi. Tali sentimenti sono talmente diffusi e socialmente approvati che vengono facilmente riconosciuti, espressi e condivisi. Trascriviamo in proposito il funeral blues di Auden per la perdita del suo compagno omosessuale :

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,

fate tacere il cane con un osso succulento,

chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato

portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù

e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,

allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,

i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,

la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,

il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;

pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;

imballate la luna, smontate pure il sole;

svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;

perché ormai più nulla può giovare.

Quanto detto fin qui, per la sua ovvietà, non meritava certamente il tempo impiegato per farlo. Cercherò dunque di giustificare tale investimento ampliando il concetto di “svuotamento identitario” ed estendendolo ad altri sistemi interpersonali (gli SMI liottiani). Questa operazione in genere poco feconda di ampliamento di un concetto con forte potere euristico a zone più ampie del suo focus originario con il risultato di annacquarlo e renderlo generico e banale, nasce dall’esperienza clinica ed in particolare dalla constatazione di un errore, ghiotta occasione per imparare.

Mi capita di osservare di frequente personale dedito a professioni di aiuto, quali medici, infermieri o assistenti sociali, ma anche psicoterapeuti, dei quali si dà ingiustamente per scontata una lucida consapevolezza di sè, diventare francamente ostili e persecutori nei confronti dei propri assistiti.

Tale disastroso fenomeno scatta quando il paziente, nonostante gli sforzi del curante non migliora come questo si aspetterebbe: il suo continuare a star male è una ferita grandissima all’identità del curante posta tutta nel ruolo di accudente e la sofferenza del malato gli fa sperimentare l’esperienza intollerabile dello svuotamento identitario scatenando la sua ostilità. Qualcosa del genere può spiegare gli agiti di violenza, anche drammatici, di un caregiver verso un bambino piccolissimo che si dimostra inconsolabile nonostante tutte le cure.

Il paziente che nonostante tutti gli sforzi e la dedizione del suo psicoterapeuta non guarisce o peggiora o vuole interrompere la relazione è come se gli mandasse il messaggio che il terapeuta è un accudente impotente e questo in modo esplicito o peggio camuffato scatena la sua rabbia e il tentativo di colpevolizzare il paziente per l’esito non soddisfacente del lavoro svolto, ad esempio recuperando il concetto consolatorio di resistenza e di vantaggio secondario. Questo rischio di evoluzione iatrogena della relazione è tanto più presente quanto più il curante pone la sua identità nel suo lavoro e non lo considera un semplice mestiere per guadagnarsi la vita. Sono quelli che hanno la vocazione ad essere i più pericolosi: i migliori possono diventare i peggiori.

Per concludere, quello che sosteniamo, è che l’esperienza dello “svuotamento identitario” con il vissuto emotivo di angoscia di perdita di identità e di rabbia verso l’altro che ce la fa provare è sperimentabile in ogni sistema motivazionale interpersonale quando l’interlocutore non ci riconosce il ruolo in cui ci siamo identificati che sia di amante, di competitor, di accudente o di accudito (si pensi alle rabbie e alle angosce di separazione di un piccolo il cui ruolo di oggetto di cure non viene riconosciuto).

Insomma ogni sistema motivazionale se non viene riconosciuto dall’interlocutore cui viene proposto e tanto più quanto più si pone in esso gran parte dell’identità, genera l’angosciante esperienza dello svuotamento identitario come perdita di se stesso e rabbia verso il partner non riconoscente.

 

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La relazione terapeutica nella Schema Therapy: una carta vincente

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Liotti G. (2001). Le opere della coscienza. Raffaello Cortina Milano. ACQUISTA ONLINE
  • Liotti G. , Monticelli F. (2008). I sistemi motivazionali nel dialogo clinico. Raffaello Cortina Milano. ACQUISTA ONLINE
  • Liotti G. Farina B.  (2011). Sviluppi Traumatici. Raffaello Cortina, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • R.Lorenzini, S.Sassaroli. (2000).  La mente prigioniera: strategie di terapia cognitiva. Ed. Raffaello Cortina, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • S.Sassaroli, R.Lorenzini, G.Ruggiero. (2006). La psicoterapia cognitiva dell’ansia. Ed. Raffaello Cortina, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • R. Lorenzini, B. Coratti. (2008). La dimensione delirante. Ed. Raffaello Cortina Milano. ACQUISTA ONLINE

Neuroscienze e Pensiero Politico

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Da qualche anno le neuroscienze hanno cominciato a osservare la politica, o meglio hanno continuato a osservare cervelli considerandone caratteristiche e attività, e connettendole con gli orientamenti politici dei proprietari dei cervelli medesimi.

Gli studi sono agli inizi e non è ancora ben chiaro se le strutture cerebrali che mediano gli orientamenti politici ne siano la causa o l’effetto. È anche possibile che questo sia uno dei tanti casi di coevoluzione (il fenomeno A alimenta il fenomeno B, che a sua volta accresce il fenomeno A, e così via).

Comunque, vi invito sia a premettere un ideale “sembra che…” alle affermazioni che leggete in seguito, anche se sono tutte state pubblicate su riviste di ottima reputazione, sia a trarre qualche conclusione provvisoria sì, ma suggestiva…

Cervelli politici – Annamaria TestaConsigliato dalla Redazione

Da qualche anno le neuroscienze hanno cominciato a osservare la politica, o meglio hanno continuato a osservare cervelli considerandone caratteristiche e attivita’ , e connettendole con gli orientamenti politici dei proprietari dei cervelli medesimi… (…)

Tratto da: Internazionale

 

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I disturbi specifici dell’ apprendimento (DSA) – Definizione Psicopedia

Articolo a cura dell’ Equipe DSA di Studi Cognitivi

 

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

 I disturbi di apprendimento rappresentano una condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si manifesta con l’inizio della scolarizzazione. Sono pertanto escluse le patologie di apprendimento acquisite (successive ad esempio a traumi cranici).

I riferimenti internazionali utilizzati nella definizione e classificazione dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono:
• ICD-10 (F81 Disturbi evolutivi specifici delle abilità scolastiche)
• DSM IV TR (315 Disturbi dell’apprendimento).
Si tratta di disturbi che coinvolgono uno specifico dominio di abilità, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Essi infatti interessano le competenze strumentali degli apprendimenti scolastici.
Sulla base del deficit funzionale vengono comunemente distinte le seguenti condizioni cliniche:
• dislessia, cioè disturbo nella lettura (intesa come abilità di decodifica del testo);
• disortografia, cioè disturbo nella scrittura (intesa come abilità di codifica fonografica e competenza ortografica);
• disgrafia, cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
• discalculia, cioè disturbo nelle abilità di numero e di calcolo (intese come capacità di comprendere e operare con i numeri).

Il DSA è un disturbo cronico, la cui espressività si modifica in relazione all’età e alle richieste ambientali: si manifesta cioè con caratteristiche diverse nel corso dell’età evolutiva e delle fasi di apprendimento scolastico. La sua prevalenza risulta maggiore nella scuola primaria e secondaria di primo grado. L’espressività clinica varia inoltre in funzione della complessità ortografica della lingua scritta. Con il termine “complessità ortografica” ci si riferisce a quella caratteristica che differenzia le lingue “opache” (per esempio l’inglese), caratterizzate da una relazione complessa e poco prevedibile tra grafemi e fonemi, dalle lingue “trasparenti” (per esempio l’italiano), caratterizzate da una relazione prevalentemente diretta e biunivoca tra fonemi e grafemi corrispondenti (al suono della singola lettera o parola corrisponde cioè il modo in cui la si scrive). Tale caratteristica condiziona i processi utilizzati per leggere, gli strumenti di valutazione clinica e i percorsi riabilitativi, non consentendo un diretto e totale trasferimento dei dati scientifici derivati da studi su casistiche anglofone.
La definizione di una diagnosi di DSA avviene in una fase successiva all’ inizio del processo di apprendimento scolastico. È necessario infatti che sia terminato il normale processo di insegnamento delle abilità di lettura e scrittura (fine della seconda classe della primaria) e di calcolo (fine della terza classe della primaria).
Un’anticipazione eccessiva della diagnosi aumenta in modo significativo la rilevazione di falsi positivi. Tuttavia, è possibile individuare fattori di rischio (personali e familiari) e indicatori di ritardo di apprendimento che possono consentire l’attuazione di attività e interventi mirati e precoci e garantire una diagnosi tempestiva.
Una caratteristica rilevante nei DSA è la comorbilità. È frequente, infatti, accertare la compresenza nello stesso soggetto di più disturbi specifici dell’apprendimento o la compresenza di altri disturbi neuropsicologici (come l’ADHD, disturbo dell’attenzione con iperattività) e psicopatologici (ansia, depressione e disturbi della condotta).

I DSA mostrano una prevalenza che oscilla tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana, dato confermato dai primi risultati di una ricerca epidemiologica tuttora in corso sul territorio nazionale.
Di fatto, anche se ancora non esiste uno specifico osservatorio epidemiologico nazionale, le informazioni che provengono dai Servizi di Neuropsichiatria Infantile indicano che i DSA rappresentano quasi il 30% degli utenti di questi servizi in età scolare e il 50% circa degli individui che effettuano un intervento riabilitativo. I DSA sono attualmente sottodiagnosticati, riconosciuti tardivamente o confusi con altri disturbi.
I DSA hanno infine un importante impatto sia a livello individuale (frequente abbassamento del livello curriculare conseguito e/o prematuro abbandono scolastico nel corso della scuola secondaria di secondo grado), sia a livello sociale (ridotta realizzazione delle potenzialità sociali e lavorative dell’individuo).
Sono in aumento le prove scientifiche sull’efficacia della presa in carico e degli interventi riabilitativi nella riduzione dell’entità del disturbo e/o nel rendimento scolastico (misura del funzionamento adattivo in età evolutiva), nonché nella prognosi complessiva (psichiatrica e sociale) a lungo termine. La precocità e la tempestività degli interventi appaiono sempre più spesso in letteratura tra i fattori prognostici positivi.
Al raggiungimento di questi obiettivi devono contribuire più figure professionali e istituzioni, che rivestono un ruolo di rilievo nei diversi momenti dello sviluppo e dell’apprendimento e il cui coinvolgimento varia in base alle espressioni sintomatiche con cui il disturbo può rendersi evidente. Il pediatra tiene conto degli indicatori di rischio alla luce dei dati anamnestici, accoglie i segnali di difficoltà scolastiche significative riportate dalla famiglia e la indirizza agli approfondimenti specialistici. Gli insegnanti, opportunamente formati, possono individuare gli alunni con persistenti difficoltà negli apprendimenti e segnalarle alle famiglie, indirizzandole ai servizi sanitari per gli appropriati accertamenti, nonché avviare gli opportuni interventi didattici. I servizi specialistici per l’età evolutiva (per esempio i Servizi di Neuropsichiatria Infantile) sono attivati per la valutazione e la diagnosi dei casi che pervengono a consultazione e predispongono un’adeguata presa in carico nel caso in cui sia confermato il quadro clinico di DSA.

L’implementazione di prassi cliniche condivise per la diagnosi, che prevedano l’utilizzo di protocolli di valutazione basati su prove standardizzate a livello nazionale, così come di modalità di trattamento scientificamente orientate, può consentire un livello di assistenza più efficace e omogeneo per i soggetti con DSA. Questo permette, inoltre, di rilevare a livello nazionale quali siano le procedure diagnostiche e terapeutiche necessarie per questi disturbi (in termini di risorse umane ed economiche) e di avviare un percorso di ricerca sistematica sull’efficacia e l’efficienza degli interventi terapeutici nella popolazione di lingua italiana. L’adozione di criteri diagnostici evidence based può contribuire inoltre a distinguere i DSA dalle altre difficoltà scolastiche aspecifiche, connesse di solito a fattori relativi al contesto familiare, ambientale e culturale dello studente, nonché dalle difficoltà di apprendimento che sono conseguenza di ritardo mentale o deficit neurologici, sensoriali o motori.

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BIBLIOGRAFIA:

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Anti-depressivi o Pro-depressivi: perché a volte, in fase iniziale, gli SSRI peggiorano i sintomi della depressione?

FLASH NEWS

Una nuova ricerca aiuta a spiegare l’effetto paradossale di alcuni antidepressivi, che possono in alcuni casi peggiorare i sintomi prima di aiutare i pazienti a sentirsi meglio (normalmente dopo un paio di settimane dall’inizio dell’assunzione regolare del farmaco).

I risultati di questo studio potrebbero aiutare i ricercatori a risolvere il problema dell’effetto paradosso di questi farmaci e a creare nuove classi di farmaci per il trattamento della depressione.

Gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono la classe di farmaci antidepressivi più prescritta e funzionano aumentando i livelli di serotonina, il più importante regolatore del tono dell’umore.

I neuroni della serotonina trasmettono un doppio segnale che consiste nel rilascio di serotonina e glutammato, la componente serotoninergica del doppio segnale è stata collegata alla motivazione e la componente glutammato è stata collegata al piacere e all’apprendimento; i ricercatori sostengono che l’SSRI può influenzare queste due componenti del doppio segnale in modi diversi. Fischer, ricercatore a capo dello studio, spiega: 

Mentre la componente serotoninergica è immediatamente amplificata in seguito alla somministrazione di SSRI, la componente glutammato viene soppressa in fase acuta e si normalizza solo dopo diversi giorni di trattamento farmacologico queste differenze possono aiutare a spiegare il paradosso che si manifesta in fase precoce di assunzione degli SSRI e che scompare invece con l’assunzione prolungata

La scoperta del doppio segnale aiuta a spiegare perché l’efficacia clinica degli SSRI risulta ritardata e perchè questo effetto paradossale non è evidente con altri farmaci antidepressivi che invece colpiscono i recettori del glutammato. Delineare i fattori che contribuiscono a determinare ogni aspetto del doppio segnale permette di definire nuovi bersagli farmacologici per ridurre il ritardo nell’efficacia degli SSRI o addirittura per produrre nuovi tipi di antidepressivi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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