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La terapia metacognitiva interpersonale di gruppo per i disturbi di personalità – Recensione

Il libro “La terapia metacognitiva interpersonale di gruppo per i disturbi di personalità” di Popolo, Dimaggio e Ottavi è un vero e proprio manuale per psicologi e psicoterapeuti riguardante l’applicazione della terapia metacognitiva interpersonale di gruppo (TMI-G) per i disturbi di personalità.

 

Il manuale fornisce un protocollo specifico che permette di acquisire le informazioni necessarie per conoscere la TMI-G e approcciarsi a questo tipo di terapia, accompagnando la spiegazione di ogni concetto con esempi clinici e pratici al fine di permettere una comprensione più esaustiva. La prima metà del libro è dedicata al background teorico della terapia metacognitiva interpersonale, per giungere, nella seconda parte, agli aspetti più pratici del modello, come la descrizione della composizione del gruppo, dei conduttori, delle regole e di come vengono strutturate le sedute.

I disturbi di personalità (DP) sono caratterizzati da una significativa difficoltà nelle abilità metacognitive, ossia quelle capacità che permettono di comprendere e riconoscere le emozioni e gli stati mentali propri e degli altri, e permettono di sfruttare le informazioni ottenute negli scambi interpersonali e relazionali. Le abilità metacognitive permettono quindi di poterci muovere in modo efficace e soddisfacente all’interno delle relazioni, possibilità assente negli individui con disturbi di personalità, in quanto incapaci di riconoscere e decodificare le emozioni e ciò che le coinvolge. Risulta pertanto chiaro che l’obiettivo principale del trattamento dei disturbi di personalità consiste nel migliorare nei pazienti la metacognizione, in modo tale da permettere loro di avere una vita sociale e relazionale positiva.

Il manuale dedica diversi capitoli al background teorico, in particolare alla descrizione dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI): questi vengono descritti come disposizioni innate e universali che organizzano il comportamento della persona al fine di raggiungere specifici obiettivi, e di modificare il modo di rapportarsi con gli altri in un determinato momento. Non sono schemi di comportamento, ma sistemi di regole che spingono la persona a uno specifico comportamento. Gli SMI si dividono in biologici (ad esempio il sistema esploratorio o predatorio) e sociali. Questi ultimi regolano la condotta sociale dell’uomo e sono: il sistema di attaccamento, di accudimento, agonistico, sessuale, cooperativo e di inclusione sociale. Sono veri e propri sistemi psicobiologici frutto dell’evoluzione, che organizzano sia l’esperienza emozionale, sia la rappresentazione di sé con l’altro in vista del perseguimento di un bisogno. I conduttori della terapia devono avere una conoscenza approfondita di ogni sistema motivazionale, delle emozioni e relazioni che governa, in quanto ogni sistema viene affrontato durante le sedute della TMI-G.

A seguito di una spiegazione approfondita e dettagliata di tutti i sistemi motivazionali e di come vengono gestiti all’interno della seduta, si arriva al cuore del manuale: la TMI-G. La terapia metacognitiva di gruppo è un trattamento breve, di gruppo, strutturato in 16 sedute e manualizzato, che presenta sia aspetti psicoeducativi che esperienziali, applicabile sia in un contesto pubblico, sia in uno privato. È necessario fare un accenno alla terapia di gruppo come scelta: questa permette la creazione di uno spazio adeguato e semi-naturalistico per sperimentare la relazione con gli altri; il gruppo permette al singolo di confrontarsi con i feedback degli altri, di sperimentare il confronto e il senso di appartenenza, tutto all’interno di un ambiente protetto. Ritornando alla TMI-G, è stata ideata inizialmente per adolescenti e giovani adulti, per essere in seguito estesa a tutte le età. L’obiettivo principale è il miglioramento delle funzioni metacognitive dei pazienti, per esortarli poi ad applicare le conoscenze relative gli stati mentali nel contesto sociale e interpersonale. Sostanzialmente si mira ad allenare il paziente a definire le emozioni che prova in ogni situazione e a comprendere di conseguenza anche le emozioni degli altri, a creare e mantenere legami in cui possono percepire un maggior senso di valore personale o di appartenenza ad un gruppo, trovare il modo per formare e mantenere rapporti affettivi, accudire ed essere accuditi e dare un senso ai conflitti che ciascuno di noi vive nel contesto sociale.

Quindi, riassumendo, la TMI-G prevede una parte psicoeducativa ed una esperienziale che consiste nel role play. La psicoeducazione è un intervento finalizzato a portare i pazienti ad acquisire una maggiore conoscenza e consapevolezza del disturbo, attraverso una sua spiegazione semplificata e accessibile, fatta dagli psicoterapeuti. Mira a condurre i pazienti con DP ad interrogarsi sulle proprie capacità relazionali e ad esercitare le abilità cognitive in modo più efficace in seduta e poi nel mondo reale. Accanto all’intervento psicoeducativo troviamo il role play, una tecnica che permette al paziente di confrontarsi con le difficoltà che incontra nella vita quotidiana, affrontandole in un contesto sicuro e protetto, che permette di riflettere sui propri comportamenti.

Come funziona il Role Play? Il paziente racconta un avvenimento, questo viene messo in scena assieme agli altri partecipanti: ognuno con un ruolo specifico. L’obiettivo consiste nel riprodurre determinati stati d’animo, riviverli, per poi affrontarli e discuterli. La discussione con gli altri partecipanti permette al paziente di conoscere punti di vista e interpretazioni diversi. Nella TMI-G si chiede ad ogni partecipante di scrivere un episodio autobiografico, in seguito ne viene scelto uno e messo in atto.

Al di là degli aspetti più clinici e metodologici, la struttura del gruppo è l’aspetto chiave di questa terapia, perché è fondamentale che il gruppo e i partecipanti rispettino determinati parametri al fine di permettere un’esperienza positiva, proficua e soddisfacente per tutti. Gli autori danno indicazioni chiare a riguardo. Viene segnalato che i partecipanti devono essere minimo 5 e massimo 10, in modo tale da avere un buon numero per permettere confronti e interazioni, ma un gruppo non troppo grande da impedire di dedicare sufficienti attenzione e tempo a ogni partecipante. Possono prendere parte a questo gruppo coloro che hanno una diagnosi di disturbo di personalità inibito-coartate, cioè che presentano caratteristiche di difficoltà narrativa e di chiusura sociale. Il gruppo non viene costruito basandosi esclusivamente sulla diagnosi, ma considerando principalmente il funzionamento mentale dei partecipanti. Infatti, tra i criteri di esclusione troviamo il disturbo di personalità antisociale, il disturbo di personalità schizotipico, coloro che hanno una disabilità intellettiva medio-grave, i pazienti con un disturbo psicotico e quelli con una grave disregolazione emotiva.

Successivamente vengono descritte le caratteristiche che i due conduttori (psicoterapeuti) devono possedere secondo il protocollo. Entrambi conducono il gruppo e hanno pari importanza, devono essere formati al modello TMI-G e aver svolto un training formativo pratico. Un terapeuta conduce la parte psicoeducativa e deve essere un osservatore attivo e attento dei partecipanti durante il role play, mentre l’altro conduce la parte esperienziale (role play) e guida in maniera diretta il gruppo; nella fase finale di ogni seduta entrambi prendono parte alla discussione conclusiva. Viene evidenziata l’importanza di una comunicazione e di un’alleanza continua tra i terapeuti, i quali devono incontrarsi prima di ogni seduta per riassumere ciò che è accaduto nella seduta precedente, incontro che deve avvenire anche al termine di ogni seduta. È fondamentale che i conduttori assumano una posizione mentalizzante, curiosa, attenta verso gli stati mentali dei pazienti; devono essere in grado di creare una rappresentazione del funzionamento di ciascun paziente, devono essere calorosi, empatici, gioiosi e collaborativi. Un altro aspetto cruciale è dato dalle metacomunicazioni, tramite queste il terapeuta mostra la sua mente in azione: osservare in azione la mente autoregolata del terapeuta costituisce per il paziente un modello da esplorare e conoscere; una rappresentazione alternativa dell’altro che non è così reattivo o vulnerabile o critico o distaccato e indisponibile, come prevede lo schema interpersonale maladattivo del paziente; uno specchio, che riflette al paziente il suo funzionamento.

Chiaramente la partecipazione alla terapia è governata da regole specifiche, ad esempio la frequentazione tra partecipanti al di fuori del gruppo non è permessa se non per scambi informali e veloci prima dell’incontro, non ci devono essere scambi di messaggi, viene stabilito un tetto massimo di assenze, è richiesto rispetto dell’orario e della riservatezza (privacy). La trasgressione delle regole viene gestita di volta in volta a seconda della casistica, generalmente si affronta il discorso con il paziente sempre in modo comprensivo.

È prevista una fase di assessment, a questo punto il manuale offre una descrizione dei test e delle interviste più utilizzate, indicando le più adeguate. Viene raccomandato che il DP venga valutato con strumenti standardizzati che permettano una valutazione di tutti i tratti di personalità, del funzionamento sociale e metacognitivo, nonostante la scelta degli strumenti sia libera e condizionata anche dal contesto.

Come si svolgono le sedute nel dettaglio? Ogni paziente svolge 3 sedute individuali in 3 momenti specifici: una prima dell’inizio della terapia di gruppo, una intermedia e una alla fine.

La prima avviene nel momento in cui il paziente si mette in contatto con i conduttori, è finalizzata a raccogliere informazioni circa gli schemi interpersonali maladattivi, le difficoltà e i bisogni che persegue nelle relazioni; viene introdotto e descritto il protocollo e si esplorano le sensazioni del paziente. Nella seduta intermedia si fa un controllo del funzionamento, si cerca di valutare l’andamento del trattamento ed eventuali problemi, in particolare quanto gli schemi del paziente individuati all’inizio sono ancora presenti e influenzano le strategie relazionali, quanto la partecipazione al gruppo sia emotivamente impegnativa per il paziente. L’ultima seduta indaga come il paziente ha vissuto il trattamento.

Le sedute previste, come anticipato, sono 16 a cadenza settimanale, della durata di 2 ore. Nelle prime 15 vengono presentati gli SMI sociali sopracitati, mentre l’ultima seduta è dedicata al confronto tra i partecipanti. Ogni seduta è così strutturata: warm up, parte psicoeducativa, parte esperienziale. Con l’espressione “warm up” si intende il momento iniziale, quindi quando i partecipanti arrivano e si siedono in cerchio; ciò favorisce l’interazione sociale, la presentazione della seduta e la coesione del gruppo, i partecipanti sono liberi di esprimere le proprie emozioni e sensazioni. La parte psicoeducativa, già descritta in precedenza, è costituita dalla teoria, dalla presentazione di un power-point e di un video relativo al SMI della seduta e da una discussione formativa. Tra la parte psicoeducativa e quella esperienziale c’è una pausa: durante la pausa i partecipanti sono liberi di interagire, anche se è preferibile che non si confrontino relativamente alla prima parte della seduta. La pausa permette anche ai conduttori di uscire dal gruppo e riprendersi, per poter affrontare con più attenzione e concentrazione la seconda parte della seduta. Nel manuale la parte esperienziale relativa al role play viene affrontata in maniera estremamente dettagliata, viene spiegato ogni punto e ogni passaggio, dallo stimolare la scrittura autobiografica, a come scegliere l’episodio per poi inscenarlo e affrontarlo. Tutta la spiegazione è affiancata da esempi.

La parte finale del libro affronta l’applicazione del TMI-G con pazienti disregolati e con pazienti borderline.

Il libro è un manuale molto dettagliato, che spiega passo dopo passo come andrebbe applicata la TMI-G in ogni suo aspetto, al fine di fornire un protocollo manualizzato a qualsiasi psicoterapeuta che, a seguito di una formazione specifica, desidera avere una traccia dettagliata di come applicare e svolgere la terapia ed eventuali imprevisti. Ogni spiegazione è accompagnata da esempi clinici veri e propri in modo da rendere più chiari i concetti, i quali comunque vengono affrontati chiaramente e minuziosamente. I capitoli e gli argomenti affrontati nel manuale sono molti di più rispetto a quelli riportati in questa recensione.

 

Che cos’è una Consensus Conference? – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 1

In questo primo numero della Rubrica viene introdotto il concetto di Consensus Conference, contestualizzandolo nell’area medica, sono poi riportati i motivi della sua importanza all’interno dell’assistenza sanitaria, cui seguono cenni sulla sua storia, infine sono illustrati gli Attori coinvolti e il tipico iter di svolgimento.

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 1) Che cos’è una Consensus Conference?

 

Con il termine Consensus Conference, letteralmente Conferenza di Consenso – da qui in avanti tali termini saranno utilizzati in modo intercambiabile –, si fa riferimento a un procedimento che implica una serie di riunioni promosse per raccogliere opinioni valide dal punto di vista scientifico (ovvero, evidence based) in merito ad argomenti nuovi, controversi e complessi in ambito scientifico (es., medico), tecnologico ed etico (Candiani et al., 2013). Nel caso della medicina, la conferenza di consenso rappresenta un prezioso e utile strumento che, attraverso un processo formale e regolamentato, consente di sintetizzare le conoscenze in merito al tema in esame, raggiungere un accordo tra diverse figure (professionisti e utenti) e proporre delle strategie concrete, dette “raccomandazioni”, nell’ottica di offrire alle persone una migliore qualità dell’assistenza sanitaria in rapporto alle risorse a disposizione.

In Italia esistono linee guida specifiche per la conduzione di un progetto di Consensus, raccolte in un manuale aggiornato al 2013, edito in collaborazione tra l’ISS, il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il Centro per la Valutazione dell’Efficacia dell’Assistenza Sanitaria e l’istituto Mario Negri.

Il Manuale Metodologico: come Organizzare una Conferenza di Consenso (Candiani et al., 2013), indica che lo scopo di quest’ultima è proprio quello di produrre raccomandazioni evidence based che siano utili ad assistere operatori e pazienti nell’adeguata gestione di specifiche situazioni cliniche. In particolare, tali raccomandazioni vengono generate in base alle evidenze scientifiche disponibili riguardo al tema della conferenza, a seguito di una valutazione effettuata tramite una revisione della letteratura biomedica esistente. Difatti, nonostante le decisioni cliniche vengano effettuate prettamente considerando i risultati di studi empirici verificabili e riproducibili, non sempre risulta fattibile stabilire con certezza quale sia il percorso più affidabile da seguire nella pratica clinica. Da qui la necessità di organizzare delle conferenze che raccolgano e confrontino vari punti di vista rispetto alle aree di incertezza che si evidenziano tra ricerca e applicazione clinica, che richiedono un significativo sforzo di analisi, valutazione critica e sintesi delle conoscenze disponibili.

Cenni Storici

Tale strumento è stato creato e utilizzato per la prima volta nel 1977 dai National Institutes of Health statunitensi, con lo scopo di fornire “valutazioni imparziali, indipendenti e basate su prove scientifiche riguardo le questioni mediche più complesse” (Candiani et al., 2013). Nel corso del tempo, il metodo ha subito modifiche ed è stato utilizzato da istituzioni pubbliche, società scientifiche e gruppi professionali in diversi Paesi e in diverse aree applicative. In Italia sono attualmente impiegate in campo medico e psicologico, ne è un esempio la Consensus Conference sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, che si trova al suo secondo aggiornamento e a cui sono seguiti concreti provvedimenti legislativi (L.170/2010) in linea con quanto emerso dalla conferenza. Sebbene le raccomandazioni espresse alla conclusione del processo di Conferenza godano di un buon grado di autorevolezza presso la popolazione e le istituzioni, non hanno tuttavia potere formale e immediatamente attuativo.

Gli Attori

Secondo il Manuale (Candiani et al., 2013) gli attori coinvolti nella realizzazione di una Consensus Conference devono possedere differenti profili professionali e competenze, per esempio, amministratori, differenti medici specialisti e rappresentanti della categoria degli utenti (in questo caso pazienti) o loro associazioni. Infatti, l’aspetto della multidisciplinarietà riveste un ruolo importante nella valutazione delle proposte in esame, grazie all’integrazione di punti di vista differenti in termini organizzativi, gestionali, etici, informativi, economici e clinici. Dunque, i partecipanti previsti per condurre una Consensus Conference sono il Comitato Promotore, il Comitato Tecnico-Scientifico, il Panel di Giuria, il Comitato di Scrittura, e i Gruppi di Lavoro. Nello specifico, il Comitato Promotore può coinvolgere enti pubblici e istituzioni, società scientifiche, associazioni di cittadini o pazienti, istituti di ricerca; si occupa di definire gli obiettivi della conferenza, organizzare e gestire le varie fasi, selezionare i componenti del Comitato Tecnico-Scientifico, dei Gruppi di Lavori e del Panel di Giuria. Il Comitato Tecnico-Scientifico, nominato dal Comitato Promotore, è composto da persone con comprovata esperienza riguardo il tema oggetto della conferenza; ha il ruolo di fornire ai Gruppi di Lavoro la metodologia necessaria per produrre le relazioni e assicurarsi che venga rispettata da tutti i gruppi. I comitati Promotore e Tecnico-Scientifico collaborano in molte fasi, quali la stesura del protocollo della conferenza e l’elaborazione delle domande che verranno sottoposte al Panel Giuria. I componenti di quest’ultimo afferiscono a professioni e discipline differenti; hanno il compito di stilare un regolamento sulle procedure da seguire, esaminare i documenti prodotti dai Gruppi di Lavoro e redigere il documento finale. All’interno della Giuria viene nominato un Comitato di Scrittura, che si occupa prettamente della stesura della relazione finale, e un Presidente, che coordina i lavori del panel e del Comitato di Scrittura e assolve la funzione di referente. Infine, gli Esperti che formano i Gruppi di Lavoro sono selezionati in base alle loro specifiche competenze inerenti al tema trattato; preparano una sintesi delle evidenze scientifiche e delle informazioni disponibili agli utenti sull’argomento; forniscono tali documenti alla giuria e presentano i risultati alla celebrazione finale della conferenza.

L’iter

La prima macro-fase è quella di preparazione alla Conferenza di Consenso, che include:

  • 1. un iniziale momento di avvio lavori, in cui viene definito il tema da trattare e costituiti il Comitato Tecnico-Scientifico e il Panel di Giuria;
  • 2. una serie di attività preparatorie, come la definizione del protocollo, l’elaborazione dei quesiti, la formazione dei Gruppi di Lavoro, la redazione del regolamento della Giuria e la definizione delle indicazioni metodologiche per i Gruppi di Lavoro;
  • 3. la preparazione del materiale per la giuria, ovvero la ricerca, la selezione e la valutazione della letteratura, l’analisi delle informazioni fornite al pubblico da fonti non specialistiche, e stesura della documentazione per la giuria;
  • 4. la lettura e l’analisi dei documenti redatti dai Gruppi di Lavoro (Candiani et al., 2013).

La seconda macro-fase riguarda la celebrazione della conferenza, così detta poiché implica:

  • 5. un incontro pubblico, in cui vengono presentate e discusse le relazioni al pubblico e alla Giuria;
  • 6. una riunione a porte chiuse, per discutere e definire le conclusioni, redigere e approvare il documento preliminare di consenso;
  • 7. la comunicazione delle conclusioni a tutti i partecipanti alla conferenza; la stesura e l’approvazione del documento definitivo di consenso;
  • 8. la diffusione delle raccomandazioni (Candiani et al., 2013).

In sintesi, l’iter di svolgimento prevede la formulazione di quesiti e la stesura di un documento redatto da esperti dell’area, successivamente sottoposto alla valutazione del Panel di Giuria, e infine diffuso attraverso tutti i canali disponibili ai cittadini e alle istituzioni.

 

Amore e disamore (2022) di Giorgio Nardone – Recensione

“Amore e disamore” è l’ultima pubblicazione del Prof. Nardone, scritta insieme alla sua équipe. Un testo che analizza e approfondisce in modo chiaro, preciso ed elegante, problemi e criticità presenti in amore, i principali problemi che si incontrano in studio e come condurre al cambiamento.

 

L’amore è la più saggia delle follie, un’amarezza capace di soffocare,
una dolcezza capace di guarire (William Shakespeare).

 Nardone e la sua équipe ci accompagneranno nell’approfondire quegli aspetti che consentono di vivere un amore felice e duraturo, quali il corteggiamento reciproco, che aiuta anche affinché il desiderio perduri nel tempo, la complicità relazionale, che, al di là dei falsi miti, non esclude l’essere in disaccordo, ma nel disaccordo rimanere comunque alleati. Una terza componente che permette di vivere un amore felice è l’esclusività della relazione, aspetto forte e importante che consente, anche di fronte a crisi o entrate in scena di una terza persona, di riuscire a scegliere di salvare la relazione. Ultimo aspetto descritto in riferimento all’amore è l’unione e l’alternanza tra simmetria e complementarietà della relazione. Infatti, l’autore e la sua équipe ricordano che la sola simmetria farebbe viaggiare i due della coppia su binari paralleli che non si incontrano mai, così come la sola complementarietà potrebbe creare morbosità (come nelle dinamiche relazionali tra vittima e aguzzino).

Il testo continua nell’approfondire anche gli elementi responsabili del disamore, inteso come distacco, disinvestimento, assenza di desiderio nei confronti della persona un tempo amata. Esempi possono essere: coppie che rimangono insieme per mutuo soccorso, non per desiderio, ma perché è garantita la certezza che l’altro/a non andrà via; oppure coppie che entrano in crisi per il salto da coppia a famiglia, dimenticando il partner o togliendo a quest’ultimo le attenzioni esclusive e vivendo insieme solo per i figli. Altro aspetto fautore del disamore è rappresentato dalla relazione della coppia con la famiglia di origine. Ciò che oggi si nota, ci raccontano gli autori del testo, sono dinamiche in cui i genitori tendono a essere sempre presenti, invadenti e iperprotettivi, ma anche coppie che tendono a sviluppare una dipendenza nei confronti della famiglia di origine, a volte non soltanto economica ma di comodo.

Dopo un’ampia panoramica e descrizioni degli aspetti sopra citati, si entra nel vivo di ciò che avviene all’interno dello studio del Prof. Nardone, attraverso il racconto di 14 casi differenti fra loro, al fine di comprendere meglio quanto espresso nella prima parte del testo e consentire al lettore di trovare spunti, situazioni e copioni simili ai propri drammi. Nei ritagli dei casi citati, l’autore e la sua équipe offrono al lettore non solo la possibilità di vederli all’opera nel loro fare psicoterapia, ma anche di osservare i problemi che possono intaccare le coppie, strategie e manovre terapeutiche per orientarle al cambiamento.

Un testo molto interessante, dalla lettura scorrevole, utile tanto agli addetti ai lavori quanto all’ampio pubblico.

Al “Festival delle Emozioni” 2022 il ruolo delle emozioni nei rapporti sociali 

Dal 23 al 26 giugno si è tenuto a Terracina l’ormai abituale appuntamento con le emozioni. Tra gli eventi proposti al Festival delle Emozioni uno in particolare si è soffermato sull’importanza delle emozioni nei rapporti sociali.

 

L’incontro si è basato su tre momenti: la funzione delle emozioni, l’atteggiamento con cui reagiamo ad esse e come possiamo imparare a riconoscerle e regolarle.

In conclusione si è tenuto un laboratorio volto a dimostrare come le emozioni siano una forte opportunità di condivisione e rappresentino un filo che ci unisce tutti.

Scopo del Festival delle Emozioni

Giunto alla sua nona edizione, il Festival delle Emozioni si avvale della partecipazione di professionisti in campo formativo, psicologico, artistico e della comunicazione che attraverso seminari e workshop distribuiti nell’arco di quattro giornate offrono approfondimenti sui vari aspetti della nostra sfera emotiva, nella convinzione che essa abbia un ruolo determinante nell’esistenza di ciascuno di noi.

Nella scorsa edizione del Festival delle Emozioni un doppio appuntamento aveva indagato sul rapporto tra emozioni e musica, sottolineando come la condivisione di uno stato d’animo attraverso l’ascolto di una canzone aiutasse nella gestione delle emozioni. Proseguendo su questo tema quest’anno si è dedicato un evento all’importanza delle emozioni nei rapporti sociali.

Premessa

Fin dai primi anni di vita le emozioni che proviamo sono in grado di modellare la nostra personalità, influenzando il nostro modo di pensare e di conseguenza le nostre abitudini, desideri e aspirazioni.

Se quello che diventiamo risente in grande misura dal rapporto che abbiamo con le emozioni, imparare a riconoscerle e a gestirle in modo corretto costituisce un grande aiuto per raggiungere un livello di vita sostenibile e appagante.

Per la parte teorica l’evento si è basato sul libro ”Conoscere le emozioni. Un viaggio alla scoperta di noi stessi”.

Emozioni: il filo che ci lega

Pensate che provare un’emozione sia un’esperienza individuale, intima, che riguarda solo noi stessi? Niente di più sbagliato! Anche se a volte ci sforziamo di fare in modo che sia così e cerchiamo di nascondere quello che stiamo provando a chi ci sta intorno, per pudore, vergogna o semplicemente perché riteniamo che gli altri non dovrebbero essere coinvolti nella nostra sfera emotiva.

Le emozioni sono invece uno dei principali canali di comunicazione non verbale che stabiliamo con chi ci sta intorno, il modo più immediato per dire chi siamo e cosa pensiamo. Ciascuna di esse ha una sua funzione specifica che può essere prepararsi ad affrontare una situazione potenzialmente rischiosa o destabilizzante, come può rappresentare una richiesta di essere accuditi quando ci sentiamo più vulnerabili, o un modo per manifestare scontento con lo scopo di indurre chi ci sta di fronte a cambiare atteggiamento.

Quando le emozioni sfuggono al nostro controllo possono generare sentimenti e stati d’animo dannosi. Un esempio? La tristezza può sfociare in un sentimento di insoddisfazione che a sua volta può dar luogo ad uno stato d’animo rinunciatario. Questo influenzerà il modo di valutare le situazioni e di conseguenza le nostre emozioni future.

È a questo punto che risulta essenziale la capacità di dialogare con la nostra parte interiore per diventare consapevoli delle nostre emozioni, del loro significato e della loro origine, di quello che vogliono dirci e del messaggio che fanno arrivare a chi ci è vicino.

Dobbiamo considerare che spesso è la società stessa a scoraggiarci dal manifestare le nostre emozioni. Pensiamo ad esempio alla tristezza, che viene molte volte declassata a emozione inutile, se non addirittura dannosa. Solo un segno di debolezza di cui non essere fieri e pertanto da rimuovere.

E invece proprio la tristezza è una delle emozioni che più di ogni altra ci avvicinano agli altri ed è in grado di farci capire l’importanza della condivisione e del vivere insieme.

Proprio per questo motivo l’evento si è concentrato in modo particolare sul nostro rapporto con la tristezza, sull’importanza del saperla accettare ed esserne consapevoli per utilizzarla in modo costruttivo.

Laboratorio, dall’esperienza individuale alla condivisione

Durante l’esposizione della parte teorica si sono tenuti degli stacchi di musica dal vivo, a cura dal cantautore Mico Argirò. Come avevamo già visto in passato, la musica può essere una preziosa alleata in questo percorso perché ci fornisce un canale semplice e immediato per rapportarci alla tristezza, accettarla e diventare capaci di superarla attraverso la condivisione.

Durante questi stacchi i partecipanti sono stati invitati a scrivere su alcuni foglietti parole o stati d’animo che li legavano a quel particolare aspetto dell’emozione presa in esame, seguendo le tappe del discorso. In seguito il capo di un gomitolo di filo colorato è stato dato ad uno dei partecipanti che ha letto ad alta voce le sue annotazioni per poi passare il gomitolo ad altri che avevano annotato i medesimi concetti. Di mano in mano il gomitolo è stato dipanato fino a legare tutti i partecipanti tra loro come in una ragnatela, a dimostrazione che le emozioni ci legano, ci fanno assomigliare e ci avvicinano.

Conclusioni

Nel periodo difficile che stiamo vivendo, in cui i rapporti interpersonali sono stati complicati da una pandemia e il potere distruttivo delle divisioni si è manifestato ancora una volta attraverso una guerra, il messaggio che si è voluto dare è stato proprio quello che, nonostante le differenze individuali, il nostro essere umani ci avvicina e ci offre una base comune su cui costruire la nostra identità e i rapporti con il prossimo.

 

Sentirsi soli peggiora la memoria o il declino cognitivo ci fa sentire più soli?

Sebbene numerose ricerche in letteratura abbiano esplorato l’associazione tra la solitudine e le funzioni cognitive negli anziani, ottenendo dei risultati contrastanti, poche tra queste hanno approfondito la solitudine come predittore del declino cognitivo.

 

L’aumento delle aspettative di vita e il senso di solitudine

 Nel tempo l’aspettativa di vita si è estesa notevolmente. Infatti, le previsioni indicano che l’aspettativa di vita di un uomo passerà da 89 anni per una persona nata nel 2007 a 91 per una nata nel 2030; lo stesso succederà per le donne, la cui vita si allungherà da 92 a 95 anni (Cracknell, 2010). È necessario specificare, però, che l’aumento dell’aspettativa di vita non corrisponde necessariamente ad anni vissuti in buona salute: l’invecchiamento della popolazione e i problemi di salute legati all’età stanno aumentando notevolmente e sono una priorità per la salute pubblica. Diversi studi hanno mostrato infatti che l’invecchiamento cerebrale porta a un declino delle funzioni cognitive che avviene gradualmente nel tempo (Wilbur et al., 2012). Negli anziani le prime funzioni maggiormente compromesse sono la memoria, la velocità di elaborazione e la fluidità verbale, successivamente, in età più avanzate, il vocabolario e la padronanza del linguaggio (Salthouse, 2010).

Il costrutto della solitudine ha effetti negativi sulla salute fisica e mentale e solitamente è sperimentata maggiormente con l’aumentare degli anni (de Jong-Gierveld, 1987). La solitudine è uno stato emotivo complesso in cui la percezione dell’adeguatezza dei contatti sociali o dell’intimità delle relazioni dell’individuo è al di sotto del livello desiderato. È stata concettualizzata come un’esperienza spiacevole, che si verifica quando la rete di relazioni sociali di una persona è insufficiente dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, come una sensazione interiore di non essere connesso agli altri, di mancanza o perdita di compagnia.

Sebbene numerose ricerche in letteratura abbiano esplorato l’associazione tra la solitudine e le funzioni cognitive negli anziani, ottenendo dei risultati contrastanti (Boss et al., 2015), poche tra queste hanno approfondito la solitudine come predittore del declino cognitivo. Alcune hanno osservato che la solitudine è associata a una funzione cognitiva globale più deficitaria o a misure specifiche della funzione cognitiva, in particolare alla fluidità verbale e alla performance in diversi compiti di memoria (O’luanaigh et al., 2012). Gow e colleghi (2013) hanno rilevato invece che i sintomi depressivi spiegano gran parte dell’associazione tra funzioni cognitive e solitudine, sebbene esistano ricerche che hanno collegato quest’ultima a un declino cognitivo indipendentemente da sintomi psicologici come quelli depressivi (Tilvis et al., 2004).

Il legame tra solitudine e declino cognitivo

Sembrerebbe, però, che la solitudine e le funzioni cognitive possano influenzarsi vicendevolmente, la prima predicendo un declino più rapido di memoria e delle funzioni verbali, le seconde peggiorando gli effetti negativi della solitudine. Un recente studio di Yin e colleghi (2019) aveva come obiettivo quello di indagare la solitudine non solo come predittore della memoria e della fluenza verbale, ma anche come conseguenza di queste abilità cognitive nel corso di un periodo di follow-up di 10 anni, con misurazioni ripetute ogni 2 anni. Gli autori volevano offrire una conoscenza più approfondita dei duplici cambiamenti della funzione cognitiva e della solitudine nel tempo, nonché della potenziale causalità inversa, testando al contempo un’associazione bidirezionale.

I dati analizzati sono stati estrapolati da un campione di 5885 partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA; Steptoe et al., 2013), di età pari o superiore a 50 anni, seguiti ogni 2 anni fino al 2014-2015. La funzione cognitiva dei soggetti è stata misurata con test di richiamo mnestico di parole e di fluenza verbale, mentre la solitudine con la versione abbreviata della UCLA Loneliness Scale (Hughes et al., 2004).

I risultati mostrano un’associazione bidirezionale tra solitudine e funzioni cognitive che si influenzano vicendevolmente: una maggiore solitudine infatti è stata associata a un declino più rapido della memoria e della fluenza verbale; inoltre una memoria migliore era legata a un peggioramento più lento della solitudine indipendentemente dall’età, dal sesso, dall’istruzione, dallo stato socioeconomico, dalla limitazione delle malattie di lunga durata e dai sintomi depressivi. Sia la memoria sia la fluenza verbale sono risultate quindi inversamente associate alla solitudine e sono state predittive dei cambiamenti della solitudine e dell’accelerazione di tali cambiamenti nel tempo. Tali risultati evidenziano quindi un’associazione tra i livelli di cognizione (alla baseline) e la solitudine, nonché tra la solitudine (alla baseline) e i cambiamenti in entrambi i domini cognitivi (memoria e fluenza verbale) nel tempo.

Cosa spiega la relazione tra solitudine e declino cognitivo

Tali risultati possono essere spiegati dal fatto che dal punto di vista biologico, la solitudine è considerata un fattore di rischio per l’infiammazione cronica, la compromissione del sistema immunitario e l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che potrebbe successivamente portare a un processo di neurodegenerazione più rapido, con l’invecchiamento che contribuisce alla disfunzione cognitiva (Cacioppo e Hawkley, 2009). Inoltre, la ridotta capacità di autoregolazione è una delle conseguenze della solitudine, che porta a un aumento del rischio di adottare comportamenti di vita non salutari, come bere e fumare, che a loro volta comprometteranno le prestazioni cognitive con l’età. È necessario sottolineare, però, che la solitudine potrebbe anche essere considerata come una risposta comportamentale a un potenziale deterioramento delle funzioni cognitive nel tempo o al rischio di deterioramento cognitivo o di insorgenza di demenza. Infatti, la perdita di memoria è spesso caratterizzata da smemoratezza e disorganizzazione, che possono essere un segno precoce di disfunzione cognitiva in individui anziani senza demenza. Questo, a sua volta, può anche portare all’isolamento e alla solitudine a causa dello stigma del declino o della compromissione cognitiva.

L’associazione tra la solitudine e il declino cognitivo può avere quindi implicazioni per la salute pubblica: promuovendo iniziative volte a ridurre la solitudine, è possibile rallentare il declino delle funzioni cognitive che gli anziani affrontano con il rapido aumento dell’aspettativa di vita di oggi.

 

L’inquinamento digitale e il suo impatto sulla vita sociale – Psicologia Digitale

Essere sempre connessi può portare a quello che viene definito inquinamento digitale, che può avere un impatto negativo sul nostro benessere e sulla qualità delle nostre relazioni.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 31) L’inquinamento digitale e il suo impatto sulla vita sociale

 

L’uso dei dispositivi digitali occupa una fetta rilevante del nostro tempo: passiamo circa 6 ore connessi tra smart tv, smartphone e altri device (Report Wearesocial, 2020). Anche se ne facciamo usi diversi (giocare, ascoltare musica, guardare film, navigare sui siti, sfogliare i social, fare corsi online, ecc.), a prescindere da quale sia il mezzo, oggi siamo più connessi che mai.

Pensare che tutto questo tempo possa influenzare i nostri comportamenti e abitudini è un’ovvia conseguenza.

Tra tutti i dispositivi, lo smartphone è quello più rappresentato e usato. Nel nostro Paese ci sono più smartphone che abitanti, con circa 80 milioni di dispositivi attivi (Report Wearesocial, 2020) ed è facile capire come mai: un cellulare è piccolo e facilmente trasportabile, permette di essere connessi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, racchiude in un solo strumento innumerevoli funzioni e consente di fare più cose contemporaneamente.

Le nostre abitudini con lo smartphone

Che l’utilizzo degli smartphone sia quantomeno un’abitudine non deve dircelo la ricerca, basta fare una rapida ricognizione di quante volte lo abbiamo controllato nell’ultimo giorno; stando all’ultimo Global Mobile Consumer Trend report di Deloitte (2020), molto probabilmente almeno 80 volte.

Questo perché la gamma di azioni e attività che è possibile fare oggi con uno smartphone è davvero variegata: chat, social, mail, news, ecc. Tutte le volte che controlliamo il telefonino è solo e sempre per una qualche utilità? In realtà no. Essendo un’abitudine può dipendere anche da situazioni e stati emotivi, per esempio quando ci annoiamo alla fermata del tram è fonte di intrattenimento e distrazione. Per noi non è un’abitudine problematica anche quando lo facciamo molto frequentemente.

Secondo Oulasvirta e Rattenbury (2012) gran parte dell’uso degli smartphone è rappresentata da comportamenti di check, cioè sessioni molto brevi, ripetute spesso e distribuite in modo più o meno uniforme nell’arco della giornata, in cui controlliamo rapidamente qualcosa (l’ora, una notifica, ecc.); a seguire vengono comportamenti diretti ad azioni più prolungate, come stare sui social.

Al netto dell’utilità pratica, perché lo facciamo? C’è dietro un meccanismo di ricompensa. Infatti, secondo Oulasvirta e Rattenbury (2012), sono tre i tipi di ricompensa che ci fanno stare incollati allo smartphone: informativa, interattiva e di consapevolezza.

La prima riguarda tutte quelle informazioni “statiche”, come l’ora o un feed di notizie, quelle di cui l’utente usufruisce senza compiere azioni. La seconda, viceversa, include le interazioni come rispondere a una chat. Quello di conoscenza si riferisce all’essere informati in tempo reale o quasi, per esempio come quando aggiorniamo la casella di posta elettronica per vedere se sono arrivati nuovi messaggi; implica l’esserci. E noi ci siamo, sempre.

Che cos’è la digital pollution, l’inquinamento digitale

Tutte le attività legate al funzionamento di Internet e dei device digitali lasciano un’impronta significativa sull’ambiente: inviare un messaggio, utilizzare i social, giocare, streaming, ecc., sono attività che hanno un impatto in termini di consumo di energia non rinnovabile, emissioni di CO2, smaltimento di materiali, ecc. Analogamente, Agrawal (2021) definisce “digital pollution”, inquinamento digitale, l’impatto negativo che possono avere su di noi, sull’ambiente familiare e sociale tutta una serie di attività digitali, come: chat e messaggi, video, social network (Facebook, Twitter, LinkedIn, WhatsApp, ecc.), giocare online, essere connessi in generale. Si manifesta con stanchezza, mancanza di concentrazione, dolore diffuso, deterioramento dei rapporti sociali (Agrawal, 2021).

Anche se difficilmente ce ne rendiamo conto, tutto questo deriva proprio dalla nostra abitudine a essere sempre connessi: per esempio, abbiamo quasi sempre il cellulare vicino a noi, lo controlliamo molto spesso anche prima di andare a letto e come prima cosa al mattino, perfino durante la notte se ci svegliamo, lo usiamo per ascoltare musica quando camminiamo o guidiamo.

La Digital Pollution Scale

In uno studio pubblicato lo scorso anno, Agrawal (2021) non ha solo definito a cosa ci riferiamo quando parliamo di inquinamento digitale, ma ha sviluppato la Digital Pollution Scale per misurare l’impatto dell’uso eccessivo di smartphone, computer e smartTV sulle interazioni familiari e sociali. Secondo il modello di Agrawal, all’aumentare dell’uso di questi device (e quindi dell’inquinamento digitale) va a diminuire la qualità delle interazioni. Dovrebbe essere controintuitivo, in quanto non solo sono mezzi che ci servono per essere connessi (mai come ora siamo potenzialmente connessi con chiunque), ma consentono molte attività che possono essere condivise, come giocare o guardare un film.

Lo studio ha mostrato, invece, che più ci dedichiamo ai device, più in realtà ci isoliamo dal mondo fisico circostante per andare a immergerci in quello virtuale a portata di click; soprattutto lo smartphone è il maggiore imputato in questo. Anche senza arrivare a vere e proprie dipendenze, l’uso eccessivo può causare conseguenze negative sul nostro benessere emotivo e sociale (Roberts e David, 2016).

Sempre più distratti dai dispositivi digitali e scollegati gli uni dagli altri, secondo Agrawal (2021) ci troviamo di fronte a “un disturbo emergente”, poiché l’atteggiamento e il comportamento causato dall’eccessivo coinvolgimento con i dispositivi digitali ha un impatto negativo significativo sulla nostra vita sociale.

 

DC:0-5. Classificazione diagnostica della salute mentale e dei disturbi di sviluppo nell’infanzia – Recensione

“DC:0-5. Classificazione diagnostica della salute mentale e dei disturbi di sviluppo nell’infanzia” è un’utile guida per il clinico per capire la condizione psicologica del bambino.

 

Capire il bambino e il suo comportamento, individuare degli aspetti patologici, distinguere questi da aspetti normali (o critici ma solo temporanei), costituisce un compito molto difficile. Il bambino infatti non riesce ad esprimersi verbalmente con la competenza di un adulto e, soprattutto, almeno fino ad una certa età, non ha le stesse capacità di astrazione e di comprensione della propria realtà interiore. Occorre quindi prudenza nella valutazione diagnostica dei più piccoli e, soprattutto, come terapeuti, avere una mente aperta alla complessità di quanto si osserva.

Questo, a dire il vero, è ciò che spesso non riescono a cogliere i manuali diagnostici e statistici più diffusi, che provano a includere il soggetto in una lista di tratti/criteri al di sopra o al di sotto dei quali esiste la normalità o la patologia. Bisogna dire che un passo avanti nel senso di aumentare la complessità della diagnosi psicologica, affinché tenga conto di aspetti dimensionali, temporali, contestuali, culturali e di adattamento/disadattamento ambientale è stato fatto con il DSM-5 (APA, 2013), sebbene quest’ultimo risulti comunque un po’ carente, o almeno non molto approfondito, per quanto riguarda gli specifici disturbi che possono caratterizzare i bambini, in particolare i bambini piccoli che si collocano nella fascia d’età 0-5 anni.

È proprio a partire dalla considerazione di questa lacuna che si può apprezzare fortemente un libro come “DC:0-5. Classificazione diagnostica della salute mentale e dei disturbi di sviluppo nell’infanzia”, edito da Fioriti nel 2018 e che ha visto già una prima ristampa nel 2020.

Il libro riprende il vecchio sistema degli assi (in questo caso 5), scomparso nell’ultima versione del DSM, ma che aveva costituito il fulcro delle versioni precedenti, descrivendo la condizione del bambino secondo le seguenti dimensioni: Disturbi clinici (asse I), Contesto relazionale (Asse II), Condizioni mediche associate o influenti per la diagnosi (asse III), Fattori psicosociali di stress (asse IV), Competenze di sviluppo (asse V).

Andando nello specifico, l’asse I, come avveniva nel DSM-IV (APA, 1994), include i principali disturbi che riguardano i bambini piccoli, individuando le grandi categorie dei disturbi del neurosviluppo, delle funzioni fisiologiche (sonno, alimentazione), dei disturbi d’ansia e dell’umore (nella versione depressiva e rabbioso/aggressiva), quelli ossessivo-compulsivi, quelli da traumi, quelli dell’attaccamento.

Molto importante è l’asse II, in cui è valutata, attraverso delle griglie di osservazione, la qualità della relazione di accudimento del bambino con i suoi caregivers, secondo vari criteri ormai confermati dalla ricerca come centrali nel definire una buona relazione genitore-bambino. Quest’asse è fondamentale, in quanto il benessere del bambino piccolo dipende moltissimo dalla qualità della relazione coi suoi genitori e non è possibile comprenderne il disagio o intervenire, senza una comprensione e un approfondimento del rapporto coi suoi genitori, degli atteggiamenti di questi ultimi verso il bambino e il proprio ruolo genitoriale.

Altrettanto interessanti sono gli altri tre assi, centrati sulla valutazione di altri elementi che influiscono pesantemente sul benessere del bambino (e della sua famiglia), che possono modulare l’entità del disturbo: la condizione medica del bambino (ad esempio se è affetto da qualche patologia), i fattori psicosociali di stress (condizioni economiche della famiglia, eventi traumatici, risorse presenti nel territorio, ecc.), e le risorse/competenze possedute dal bambino, che lo rendono capace di equilibrare la sua sofferenza psicologica. A tal proposito, sono presenti nel libro delle griglie che descrivono le principali competenze del bambino, in base all’età, nelle principali aree del suo funzionamento: cognitiva, emotiva, sociale-relazionale e motoria. Da considerare che tutte le schede osservative presenti nel libro si possono scaricare gratuitamente registrandosi nel sito dell’editore e quindi stamparle più comodamente.

Nel complesso si tratta di un manuale di facile consultazione (considerata la mole di altri manuali classificatori), fondamentale per chi lavora nel settore dell’età evolutiva, che ha il merito della chiarezza, della sintesi, del supporto di dati di ricerca aggiornati. Soprattutto ha il merito di far riflettere il clinico a considerare la complessità implicita nella diagnosi in età evolutiva, tenendo ampiamente conto di fattori che altri manuali analoghi almeno in parte trascurano, come gli aspetti culturali legati all’ambiente familiare, l’importanza di tutto ciò che ruota attorno al bambino nel determinare o modulare l’intensità della sua sofferenza, l’incapacità dei bambini piccoli, o della grande difficoltà dei bambini anche più grandi, di condividere e chiarire verbalmente il proprio malessere.

 

Emozioni negative, rimuginio e intolleranza all’incertezza

Britton, Neale e Davey (2018) hanno esaminato gli effetti della manipolazione sperimentale del rimuginio sull’intolleranza all’incertezza, le credenze negative e positive a proposito delle conseguenze del rimuginio stesso e le emozioni di ansia e tristezza.

 

Il rimuginio è stato definito da Borkovec e colleghi come una “catena di pensieri e immagini, carica di sentimenti negativi e relativamente incontrollabile” (1983, p.10). Il modello metacognitivo fa una distinzione tra rimuginio e valutazioni sul rimuginio, nonché su metacredenze positive (ad es. “preoccuparmi mi fa chiarire i pensieri e mi fa concentrare”) e metacredenze negative (ad es. “preoccuparmi mi rende teso e irritabile”). Il rimuginio viene attivato in risposta a stimoli che provocano ansia ed è collegato alle metacredenze positive, mentre le valutazioni sul rimuginio sono correlate alle metacredenze negative come “se ci penserò troppo, impazzirò” (Britton et al., 2018). Le metacredenze negative possono far attivare una serie di meccanismi per tentare di ottenere il controllo sul rimuginio stesso: alcuni di questi meccanismi sono la soppressione del pensiero e l’evitamento, che paradossalmente portano a un effetto contrario (Britton et al., 2018).

Rimuginio e intolleranza all’incertezza

L’intolleranza all’incertezza è definita come una “caratteristica che deriva da un insieme di credenze negative sull’incertezza, sulle sue connotazioni e sulle sue conseguenze” (Birrell et al., 2011, p.1200). Koerner e Dugas (2006) hanno identificato alcune credenze che supportano l’intolleranza all’incertezza, come “non è tollerabile, è pericolosa, non posso affrontarla”. Nel modello dell’intolleranza all’incertezza (Dugas et al., 1997; 2004) viene proposta la presenza del pensiero dubbioso “e se…?” quando le persone si ritrovano in condizioni di incertezza angoscianti, pensiero che spinge le persone a un orientamento negativo del problema, che accresce l’evitamento cognitivo e le emozioni negative. Diversi studi hanno dimostrato come l’intolleranza all’incertezza sia correlata al rimuginio (Buhr e Dugas, 2006), così come alle metacredenze positive e negative (Cartwright-Hatton e Wells, 1997).

Thielsch, Andor ed Ehring (2015) hanno valutato la preoccupazione, per un periodo di una settimana con sette misurazioni giornaliere, utilizzando l’Ecological Momentary Assessment. Gli autori hanno scoperto che l’intolleranza all’incertezza e le credenze negative sono significativamente correlate al rimuginio, a differenza delle credenze positive (Thielsch et al., 2015). Meeten e colleghi (2012) hanno mostrato sperimentalmente che l’intolleranza all’incertezza ha un effetto causale sul rimuginio: su un campione composto da soggetti non clinici, è stato chiesto di descrivere un evento che ha causato loro incertezza e di riconoscere se i livelli di intolleranza provati erano alti o bassi. I risultati hanno mostrato come il gruppo con la più alta intolleranza all’incertezza ha trascorso molto più tempo a rimuginare su un compito rispetto al gruppo con una bassa intolleranza (Britton et al., 2018).

Le evidenze suggeriscono anche che l’umore negativo ha una relazione bidirezionale con il rimuginio, con la valutazione di quest’ultimo (Buhr e Dugas, 2009; Johnston e Davey, 1997; McLaughlin et al., 2007), con l’intolleranza all’incertezza (Britton e Davey, 2014) e con le credenze positive e negative (Cartwright-Hatton e Wells, 1997).

Rimuginio ed emozioni negative

Britton, Neale e Davey (2018) hanno esaminato gli effetti della manipolazione sperimentale del rimuginio sull’intolleranza all’incertezza, le credenze negative e positive a proposito delle conseguenze del rimuginio stesso e le emozioni di ansia e tristezza. Tale studio ha voluto comprendere se l’umore negativo sia un potenziale mediatore tra il rimuginio e l’intolleranza all’incertezza (Britton et al., 2018).

Un campione non clinico è stato suddiviso in due gruppi: ai partecipanti del gruppo sperimentale (n=29) è stato chiesto di generare 20 potenziali preoccupazioni a proposito di uno scenario ipotetico, mentre al gruppo di controllo (n=28) è stato chiesto di generare due potenziali preoccupazioni a proposito dello stesso scenario. Prima della divisione casuale nei due gruppi, è stato somministrato il Penn State Worry Questionnaire (PSWQ; Meyer et al., 1990) per valutare la frequenza e l’intensità del rimuginio nel campione. Dato che le misure dell’intolleranza all’incertezza e delle credenze positive e negative potrebbero essere non sufficientemente sensibili per registrare le modifiche risultanti da manipolazioni sperimentali, sono state selezionate delle domande dalla Intolerance of Uncertainty Scale – Short Form (IUS-12; Carleton, Norton e Asmundson, 2007) e dalla Consequences of Worry Scale per misurarle (COWS; Davey, Tallis e Capuzzo, 1996). Poiché i gruppi non differivano significativamente in termini di umore negativo, ansia e tristezza non sono state esplorate come possibili mediatrici, ma sono stati osservati gli altri dati ottenuti (Britton et al., 2018). I dati evidenziano come il gruppo sperimentale ha ottenuto dei punteggi più alti del gruppo di controllo nelle misurazioni sull’intolleranza all’incertezza e sulle credenze positive e negative. A differenza dei risultati ottenuti da Thielsch (2015) si è visto come l’intolleranza all’incertezza risulta positivamente correlata con le credenze positive e negative.

I dati sono in linea con le ricerche che mostrano la bidirezionalità tra i sintomi correlati all’ansia e ai costrutti clinici associati, nonché coerenti con un approccio che vede i sintomi ansiosi come parte di un sistema evoluto e integrato, per la gestione di minacce o di sfide e obiettivi, che possono essere raggiunti attraverso il coordinamento delle funzioni cognitive, comportamentali e affettive (Britton et al., 2018). Se tali implicazioni vengono considerate nella pratica clinica, l’effetto del rimuginio e le credenze innescate possono essere trattate focalizzandosi sul rimuginio stesso, con lo scopo di ridurre i sintomi ansiosi (Britton et al., 2018).

 

La soppressione del peso e le sue implicazioni

Per un breve periodo è possibile introdurre un controllo esogeno sul proprio peso (una dieta, regole alimentari…) ottenendo un cambiamento, ma, a lungo andare, questi meccanismi sono alla base di quello che viene definito recupero del peso.

 

La variazione del peso

La massima altezza a cui possiamo arrivare è “scritta” nel nostro DNA. È così per la forma e la lunghezza del naso, delle ciglia, delle dita della mano; per la misura del piede; per il colore dei capelli e degli occhi… ma per il peso?

Siamo abituati a pensare di poter modificare il nostro peso corporeo a piacimento, semplicemente mangiando di più se desideriamo che aumenti e di meno se, al contrario, desideriamo che diminuisca. Ma allora perché, una volta interrotti questi comportamenti atti alla sua modificazione, il peso tende a tornare al livello iniziale? Perché non è possibile cambiarlo in maniera “definitiva”?

La regolazione del peso corporeo è un meccanismo complesso che ha come obiettivo l’omeostasi, ovvero la tendenza biologica a conservare invariate le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne: in questo caso particolare, il peso percepito come sano dall’organismo.

Questo sistema di autoregolazione coinvolge diverse molecole che agiscono prevalentemente sull’ipotalamo e modificano tanto l’assetto metabolico quanto il comportamento dell’individuo proprio per garantire il mantenimento di questo status quo.

Possiamo dividere i segnali biologici in due categorie:

  • Segnali anoressizanti, ovvero in grado di ridurre la fame, sono prodotti in risposta ad un aumento del peso e del numero e/o volume degli adipociti. Tra essi troviamo l’ormone leptina, prodotto dal tessuto adiposo, il quale ha la funzione di ridurre l’appetito, stimolando la lipolisi e la termogenesi, e inducendo così sia una riduzione della fame sia l’aumento dei consumi energetici. Anche l’insulina, ormone prodotto dalle cellule beta del pancreas in risposta all’ingestione di cibo, è in grado di ridurre l’appetito;
  • Segnali oressizzanti, il cui scopo è quello di aumentare l’appetito, vengono prodotti quando il peso corporeo scende e quando numero e/o volume degli adipociti si riduce. Fanno parte di questa categoria il neuropeptide Y, sintetizzato a livello ipotalamico in risposta anche al digiuno, e la grelina, ormone prodotto dalle cellule dello stomaco per stimolare l’appetito.

Per un breve periodo, è possibile “silenziare” questi messaggi biologici introducendo un controllo esogeno (una dieta, regole alimentari…) e appellandosi alla volontà, ed ottenere in questo modo una modifica del peso ma, a lungo andare, questi meccanismi sono alla base di quello che viene definito weight regain – recupero del peso – così come anche della difficoltà nell’aumento ponderale degli individui con un peso biologicamente basso.

In entrambi i casi, il ritorno del peso allo status iniziale viene spesso attribuito erroneamente ad una mancanza di forza di volontà e può creare nell’individuo un grande senso di frustrazione.

Quanto maggiore è la differenza tra il peso per così dire biologico e quello raggiunto, tanto più importanti saranno le risposte dell’organismo per ristabilire lo stato di omeostasi e, di conseguenza, gli sforzi che l’individuo dovrà fare per mantenere il nuovo peso.

I meccanismi di regolazione del peso andrebbero sempre presi in considerazione da dietologi, dietisti e nutrizionisti che affiancano una persona che desidera dimagrire o aumentare in peso: ignorare la spinta biologica al ripristino dello status quo, infatti, significherebbe abbandonare il paziente a se stesso nel momento più difficile del percorso, ovvero il mantenimento dei risultati raggiunti.

Peso e obesità

In particolare, nel caso di pazienti affetti da obesità, occorre ricercare una perdita di peso che sia tollerabile per l’organismo ma, allo stesso tempo, sufficiente affinché si possa ottenere un miglioramento dello stato di salute.
Diversi studi hanno dimostrato che una perdita di circa il 5-10% del peso, sebbene spesso non permetta di rientrare in una classificazione di normopeso, determini significativi miglioramenti delle condizioni di salute e delle complicanze mediche associate all’obesità (Dalle Grave – “Il primo passo per perdere peso”) ed è perciò questo un peso ragionevole a cui puntare.

Il modo migliore per ottenerlo è sicuramente una terapia che punti alla modificazione dello stile di vita e che implichi un cambiamento a lungo termine di:

  • Alimentazione, attraverso l’introduzione di una dieta moderatamente ipocalorica, che consenta la perdita di circa 0,5-1 kg a settimana prima e il mantenimento poi;
  • Attività fisica, con la riduzione della sedentarietà e la creazione di abitudini più attive, da mantenere nel tempo;
  • Fattori di mantenimento, ovvero meccanismi psicologici e comportamentali che favoriscono il mantenimento della condizione di obesità.

Peso e anoressia nervosa

Un’altra situazione in cui il meccanismo del weight regain costituisce un problema da non ignorare è quello dell’anoressia nervosa: nel caso di questo disturbo del comportamento alimentare, il peso soppresso può essere di così tanti kg da spingere il corpo a meccanismi estremi per il recupero e l’autoconservazione.

Molti pazienti, infatti, dopo un periodo di restrizione e dimagrimento iniziano a sperimentare momenti di perdita di controllo sul cibo, fino ad avere in alcuni casi vere e proprie abbuffate.

Lo scopo di questi comportamenti è, metabolicamente parlando, proprio quello di evitare la morte per fame e permettere all’organismo di riottenere il peso di partenza.

Visti come comportamenti egodistonici, le perdite di controllo portano ad un aumento delle preoccupazioni e ad un senso di colpa tali che il paziente spesso arriva ad amplificare ulteriormente la propria restrizione alimentare e talvolta mettere in atto strategie di compenso (vomito autoindotto, esercizio fisico eccessivo, abuso di lassativi…).

Una corretta terapia per i disturbi alimentari dovrebbe dunque tenere conto della soppressione del peso e della necessità di un recupero di questo, proprio perché parte integrante dei fattori di mantenimento del problema. Educare a questi meccanismi e all’importanza di ottenere un peso salutare, ovvero quello che può essere mantenuto con uno stile di vita sano ed un’alimentazione varia e flessibile, può essere un passo importante per una buona compliance e la prevenzione delle ricadute.

 

L’imagery rescripting (2022) di Remco van der Wijngaart – Recensione

Nel testo, Remco van der Wijngaart, psicoterapeuta e supervisore/trainer di Terapia cognitivo-comportamentale e Schema Therapy, illustra in maniera dettagliata la tecnica dell’Imagery Rescripting.

 

 Come indica il termine stesso, si tratta della riscrittura in immaginazione: tutti siamo in grado di immaginare, ovvero di portare alla mente ricordi o fatti già accaduti o proiettati nel futuro.

L’immaginazione e la visualizzazione sono pratiche utilizzate fin dall’antichità, con fini disparati; solo recentemente esse sono impiegate nel contesto di cura, con finalità diagnostica, per indagare ed elaborare eventi traumatici pregressi o come metodo per affrontare paure relative a stimoli o situazioni temute futuri.

La ricerca ha dimostrato come “immaginarsi” in una determinata azione attivi le stesse aree cerebrali di quando svolgiamo realmente la medesima attività: “la rappresentazione e l’esperienza di un’informazione sensoriale in assenza di uno stimolo diretto esterno” (Pearson et al., 2015) coinvolge i diversi canali sensoriali, vista, udito, tatto, gusto, olfatto, motricità, attivi nella percezione.

Centrale nel processo di immaginazione è l’utilizzo della memoria autobiografica, ovvero la capacità di accedere ad elementi che risiedono nella nostra memoria: “quando la gente ricorda sta immaginando e quando immagina sta usando la memoria” (Conway and Loveday, 2015, pag. 574).

L’elemento fondante l’efficacia di tale tecnica è l’accesso all’emotività del paziente e diversi studi hanno sottolineato come l’elaborazione delle informazioni a livello immaginativo abbia un impatto maggiore sull’esperienza emotiva, rispetto all’elaborazione a livello puramente verbale.

Non è ancora chiaro quale sia l’effettivo meccanismo di funzionamento dell’Imagery Rescripting, che ne garantisce l’efficacia, ovvero se essa intervenga nella formazione di un ricordo ex novo, in competizione con quello immagazzinato in memoria, reso meno accessibile, o se, invece, intervenga nella modifica diretta del ricordo iniziale. Il fine è, comunque, la modifica, in immaginazione, del ricordo doloroso verso un esito maggiormente favorevole.

Sia se utilizzata con finalità diagnostica, sia come parte dell’intervento terapeutico, il terapeuta mira ad accedere ai bisogni emotivi fondamentali del paziente, ripetutamente frustrati.

I bisogni emotivi fondamentali individuati dalla Schema Therapy sono:

  • sicurezza, stabilità e protezione
  • vicinanza, cura, nutrimento ed empatia
  • libertà di esprimere emozioni, bisogni e opinioni
  • accettazione, stima e lode
  • autonomia, senso di competenza e di identità
  • limiti realistici e auto-controllo
  • spontaneità e gioco
  • coerenza del sé, lealtà/giustizia (quest’ultimo aggiunto da recenti studi di Arntz et al. 2021).

Una volta identificato il bisogno per il quale il paziente non ha ricevuto congrua risposta, l’obiettivo è creare un’esperienza correttiva dello stesso tramite imago: a tal fine non ci sono regole in immaginazione ed è possibile ricorrere a diversi escamotages per contrastare l’antagonista abusante, punitivo, assente, violento, imprevedibile, esigente, colpevolizzante.

L’autore presenta due casi clinici, Hans e Greg, e ciascun passaggio metodologico viene affrontato in chiave teorica e attraverso esemplificazioni di sedute, tali da chiarire il modus operandi, nonché le eventuali difficoltà che paziente e terapeuta possono incontrare.

Favorisce l’accesso all’esperienza emotiva il focalizzarsi sul qui ed ora e per tale motivo occorrerà utilizzare il tempo presente, tramite accurate domande quali:

  • Cosa vede?
  • Chi è presente?
  • Cosa sta facendo?
  • Come si sente?
  • Di cosa avrebbe bisogno adesso?

Il debriefing rappresenta una fase fondamentale dell’imagery rescripting perché permette di inquadrare l’esperienza appena vissuta su un piano cognitivo, consentendo di associare l’evento originale a un’emozione più positiva, rispondente al bisogno che ha trovato appagamento in immaginazione.

L’imagery rescripting non mira, e non può, cambiare il decorso degli eventi reali, ma persegue l’obiettivo di fortificare la parte Adulto sano del paziente, al fine di ascoltare il proprio Bambino vulnerabile e prendersene cura, nonché favorire un atteggiamento maggiormente funzionale verso eventi futuri temuti.

 Ampiamente utilizzata per il trattamento del Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD), nel testo viene descritto come applicare l’imagery rescripting nelle dipendenze, nel disturbo da incubi e nei flashforward, ovvero nelle immagini intrusive, indesiderabili e dolorose di eventi collocati nel futuro. I flashforward sono comuni nei Disturbi d’Ansia, nella Schizofrenia e nella Depressione e hanno per oggetto contenuti catastrofici: nella depressione, in particolare, il paziente può anche arrivare ad immaginare il momento del suicidio.

A seconda dello specifico disturbo e della fase trattamentale, il terapeuta guiderà il paziente nel rivivere l’esperienza dolorosa, riscrivendone il finale, per giungere ad uno stadio successivo in cui sarà il paziente stesso ad assumere parte attiva nel rescripting.

Oltre alla riscrittura degli eventi negativi, alla fine del testo viene presentata un’ulteriore forma di imagery: l’immaginazione positiva, caratterizzata dal fatto che si creano immagini positive sin dall’inizio della visualizzazione, senza intervenire prima su ricordi negativi. La sua efficacia è nota da decenni nel mondo dello sport, dove viene ampiamente praticata.

In appendice sono riportati, inoltre, i diversi passaggi metodologici, che possono rappresentare un utile canovaccio per il terapeuta, da seguire fintantoché non si è raggiunta un’expertise nella tecnica.

 

Una panoramica sulla paralisi nel sonno in Italia

La paralisi del sonno è un disturbo del sonno che comporta uno stato di immobilità involontaria, definita atonia muscolare, che avviene tipicamente durante il momento dell’inizio del sonno o subito prima al risveglio (Jalal et al., 2021).

 

Cos’è la paralisi del sonno

Questo disturbo del sonno è caratterizzato dal fatto che lo stato di immobilità ha una durata di tempo moderata e, nonostante sia impossibile per l’individuo muovere i muscoli, i movimenti oculari e respiratori sono intatti, come anche la capacità di percezione (Sharpless e Barber, 2011). È inoltre stato riscontrato come questi episodi accadano più frequentemente in individui che dormono in posizione supina (Sharpless e Barber, 2011).

Dato che durante la fase REM (Rapid Eye Movement) dello stato di sonno possono accadere sogni intensi, il nostro cervello paralizza il corpo durante tale fase, al fine di evitare che il corpo si muova durante questi sogni con il rischio che si faccia male (Jalal et a., 2021). La paralisi avviene tramite l’inibizione del tono muscolare scheletrico grazie ai neurotrasmettitori GABA e glicina. Tuttavia, durante questa fase, è possibile che avvengano delle percezioni allucinatorie che causano l’interruzione del sonno dell’individuo, che però si trova in una situazione di totale immobilità muscolare. Nel caso in cui le allucinazioni avvengano all’inizio del sonno, si parla di allucinazioni ipnagogiche; invece, nel caso in cui avvengano al risveglio, si tratta di allucinazioni ipnopompiche. Queste possono avvenire in tutte le modalità sensoriali, e alcune tra le esperienze più comuni riguardano l’udire passi e sussurri che non si verificano nella realtà, oppure esperire una sensazione di levitazione o autoscopia, ovvero un’esperienza dissociativa dove l’individuo vede il suo corpo dall’esterno.

Una sensazione terrificante che gli individui che soffrono di paralisi del sonno possono esperire, è quella di percepire o, addirittura vedere, nel buio una presenza/sagoma buia con fattezze simil-umane che scivola sul corpo dell’individuo, una sorta di intruso la cui visione terrorizza la persona che dorme. In Italia, la figura oscura che viene incontrata durante l’esperienza di paralisi nel sonno è stata chiamata “Pantafica”, una figura spettrale appartenente al folklore abruzzese e marchigiano (Jalal et al., 2021).

Gli episodi di paralisi del sonno sono stati studiati e interpretati in molte culture e con diverse spiegazioni, dalle motivazioni scientifiche a quelle spirituali e sovrannaturali (Sharpless e Barber, 2011). Questo fenomeno è stato collegato a diverse condizioni mediche, come la narcolessia, l’ipertensione e disturbi epilettici, ma sono associati anche a disagi riguardanti la qualità del sonno, jet lag, mancanza di sonno e più generalmente una condizione di stress. Quando l’esperienza di paralisi del sonno si verifica solamente una volta o sporadicamente, si parla di paralisi del sonno isolata.

Le allucinazioni nella paralisi del sonno

Jalal e colleghi (2021) hanno ipotizzato che in Italia, in particolare nella regione Abruzzo, le persone esperissero episodi di paralisi del sonno più frequentemente, con un periodo di immobilità maggiore e una paura più intensa, rispetto alle culture dove non viene considerata così tanto la figura della “presenza oscura”, come per esempio in Danimarca (Jalal et al., 2021). Sono stati reclutati 67 individui che hanno esperito almeno una volta nella vita la paralisi del sonno. Ai partecipanti è stato somministrato lo Sleep Paralysis Experiences and Phenomenology Questionnaire (SP-EPQ; Jalal et al., 2015), uno strumento che indaga una serie di elementi che sono legati all’esperienza della paralisi del sonno, ovvero la presenza, il tempo di durata, la posizione tenuta durante il sonno, le sensazioni somatiche associate, l’esperienza allucinatoria, il significato culturale dell’allucinazione, la ricerca di aiuto e le fonti di informazione usate per comprendere l’episodio. I risultati hanno riportato che la popolazione italiana osservata sembra avere un periodo di paralisi muscolare più prolungato rispetto ad altre culture (la durata media è di circa 5 minuti). Inoltre, il 42% dei partecipanti ha riportato una intensa paura di morire. In aggiunta, sembra che la componente culturale abbia avuto un ruolo centrale in questa ricerca, dato che circa un terzo dei partecipanti ha riferito di essere convinto che l’esperienza della paralisi del sonno è stata causata dalla creatura denominata “Pantafica”.

I risultati di questa ricerca suggeriscono che sia possibile che l’aspetto culturale possa in qualche modo intervenire sull’esperienza del fenomeno, incrementando la sensazione di terrore (Jalal et al., 2021). Sarebbe interessante esplorare se il fenomeno della paralisi del sonno possa essere vissuto in modi diversi in Italia, e come questa esperienza possa essere in qualche misura correlata con la psicopatologia, considerando nello specifico ansia e depressione.

 

La mente bugiarda, come i bias cognitivi ci mentono sulla realtà

I bias cognitivi sono presenti e ineliminabili in ognuno di noi, sono indipendenti dalla cultura e dall’intelligenza individuale, sono la dotazione base di ogni cervello umano che ha sviluppato questi meccanismi nel corso della sua evoluzione con il fine di adattarsi il meglio possibile ad un ambiente complesso e pericoloso.

 

Il funzionamento della mente

Il termine inconscio indica genericamente tutte le attività mentali che si svolgono senza che l’individuo ne sia cosciente, più precisamente, nell’accezione moderna si riferisce a pensieri, emozioni, rappresentazioni, modelli comportamentali che sono alla base dell’agire umano di cui il soggetto non è consapevole.

Sebbene il termine sia stato coniato dal filosofo romantico Friedrich Schelling nel XVIII secolo, le sue origini concettuali si possono rintracciare già nei filosofi greci; Platone parlava di un sapere nascosto all’interno dell’anima umana; successivamente Leibniz, in opposizione alla dottrina cartesiana che identificava la coscienza con la totalità della vita pensante evidenziava l’esistenza di pensieri di cui non siamo coscienti, le “percezioni insensibili”, ma è certamente con Freud ed i successivi psicologi del profondo che questo concetto è stato portato a livelli di diffusione mai raggiunti prima.

Purtroppo tale diffusione ha caratterizzato il significato del termine connotandolo come il contenitore dei contenuti psichici rimossi che tendono a riaffiorare in forma simbolica nei sogni, nei lapsus o negli atti mancati, quali espressioni di una serie di istinti e di desideri il cui contenuto non si manifesta in forma cosciente.

Sebbene già lo psicanalista Alfred Adler abbia utilizzato il termine in modo più riduttivo rispetto a Freud, più per designare quegli automatismi del pensiero e del comportamento che sono stati interiorizzati al punto da non essere più riconosciuti dalla coscienza che per definire una zona psichica vera e propria, collocandosi quindi come un antesignano del cognitivismo (non a caso fu l’autore di riferimento di Albert Ellis), è soltanto negli ultimi decenni che si è potuta sviluppare una concezione scientifica che ha reciso i legami teorici con la psicoanalisi portando nel 1987 lo psicologo cognitivista J.F. Kihlstrom ad introdurre il concetto di inconscio cognitivo che definisce l’interesse delle scienze cognitive volto a comprendere le dinamiche interne delle attività mentali come la percezione, il ragionamento, la comprensione del linguaggio, dei processi decisionali ecc. studiandone i meccanismi procedurali e le strutture categoriali.

L’inconscio cognitivo e i bias cognitivi

Ma quindi oggi concretamente quando parliamo di inconscio cognitivo a cosa ci riferiamo? Quali implicazioni concrete ha questa modalità di funzionamento?

Dobbiamo tener presente che l’approccio alla teoria dell’elaborazione delle informazioni prevede una memoria permanente sufficientemente ampia, una memoria di lavoro, molto più piccola, in cui buona parte dell’informazione proveniente dai canali sensoriali viene elaborata e di componenti funzionali, cioè di meccanismi necessari a far funzionare il modello procedurale.

In sostanza l’ipotesi è che la memoria a lungo termine per funzionare debba possedere degli schemi per elaborare l’informazione al fine di poter disporre rapidamente di conclusioni operative fondate prevalentemente sulle esperienze passate; vedremo più avanti il motivo di questa condizione.

L’idea suggerita è che i bias, al pari delle euristiche, non sono delle percezioni errate o pregiudizi cognitivi, ma dei veri e propri procedimenti mentali intuitivi che strutturano e definiscono la nostra percezione della realtà inducendoci a costruire una idea, anche indefinita o generica, su un argomento, per giungere rapidamente a delle conclusioni che ci consentano di agire.

Sono quindi delle vere e proprie “regole generali” che ognuno di noi utilizza per interpretare le nostre esperienze.

Prendiamo ad esempio il bias del pensiero dicotomico, la tendenza cioè ad interpretare il mondo in bianco o nero. Tale modello concettuale tende ad essere applicato automaticamente in moltissime situazioni; se una persona ci appare simpatica generalizzeremo questa impressione assumendo che lo sarà sempre, in quasi tutte le situazioni, parimenti se ci appare antipatica ci aspetteremo un comportamento coerente con la nostra visione e conseguentemente saremo propensi a rilevare e ad interpretare i comportamenti dell’altro in modo da confermare la nostra visione.

È evidente che tali procedure, attuandosi in modo sistematico, producono necessariamente una distorsione della realtà, nessuno è antipatico o simpatico sempre o per tutti; assumendo e concettualizzando le informazioni in questo modo si determinano nel tempo pensieri e convinzioni altamente disfunzionali, poco realistiche, che possono causare una vasta gamma di disagi e di sofferenze emotive.

I vantaggi dei bias

Ma perché allora ci affidiamo a questi processi che sfuggono alla nostra coscienza, che si attuano automaticamente, che inoltre appaiono grossolani ed imprecisi?

La prima risposta ci viene dall’evoluzione, la coscienza così come la conosciamo si è evoluta lentamente, affiancandosi gradualmente alle procedure “intuitive” che necessariamente dovevano essere utilizzate per decidere quali comportamenti attuare. Edelman propone che la coscienza di ordine superiore sia stata preceduta da una coscienza primaria dove si è mentalmente consapevoli delle cose del mondo, in cui si hanno immagini mentali del presente, ne sono dotati gli essere umani e anche animali privi di capacita linguistiche. “La coscienza primaria è coscienza di una scena composta da risposte ad oggetti ed eventi, non tutti collegati necessariamente da una relazione di causalità. Un animale dotato di coscienza primaria può discriminare e collegare tali oggetti ed eventi mediante la memoria della esperienze precedenti.” Ecco il perché della comparazione delle nuove esperienze con quelle che le hanno precedute, che risulta essere il modo più semplice e diretto per dare velocemente un senso agli avvenimenti; paragonare le nuove esperienze con situazioni simili già avvenute ci consente di disporre di soluzioni già sperimentate.

Teniamo presente che il primo livello di analisi di uno stimolo esterno effettuato dal nostro sistema nervoso riguarda le proprietà fisiche dello stimolo. Se ci viene chiesto di dire quale tra due oggetti è il più vicino a noi possiamo farlo senza difficoltà, ma non siamo in grado di spiegare quali operazioni siano state svolte per arrivare a quella conclusione, di fatto abbiamo un accesso cosciente al risultato della computazione, ma non a quest’ultima.

Questo a ben vedere non deve apparirci strano, il nostro cervello per decine di migliaia di anni si è visto costretto ad elaborare delle procedure che lo aiutassero a comprendere ed organizzare la complessità del mondo. Tutti gli atti percettivi ad esempio sono condizionati dalle procedure adottate per raggruppare gli stimoli in dati interpretabili ed anche in questo caso il confronto avviene con i modelli memorizzati. Prendiamo ad esempio l’illusione di Muller-Lyer.

Bias cognitivi cosa influenza la nostra percezione della realta Imm 1

Classico esempio di errore dello stimolo, l’errore percettivo che consiste nel vedere le cose del mondo non secondo le loro mere caratteristiche fisiche, ma secondo le specifiche conoscenze che gli individui dispongono al riguardo.

Infatti nel caso citato assumiamo automaticamente che la linea che presenta l’apertura verso l’esterno sia più lunga perchè gli angoli interni vengono confrontati con il modello a disposizione che ci suggerisce che la loro presenza caratterizza una maggiore lontananza, mentre al contrario gli angoli esterni appaiono generalmente più vicini.

Bias cognitivi cosa influenza la nostra percezione della realta imm 2

Il dato rilevante è che la “convinzione“ che le due linee siano diverse permane anche dopo che le abbiamo misurate più volte, a dimostrazione del fatto che i dati percepiti (ed elaborati), inconsapevolmente mantengono una costante resistenza all’esame di realtà.

Se la sterminata mole di evidenze scientifiche ci ha portato ad accettare l’idea che molte attività percettive importanti vengono svolte “automaticamente” dal nostro cervello non deve poi stupirci se troviamo modalità analoghe anche nel sistema concettuale.

Pensare consapevolmente richiede infatti molto tempo e molto impegno, se dovessimo essere consapevoli di tutte le nostre attività procedurali saremmo così tanto indaffarati ad elaborare informazioni da non riuscire a fare altro.

Quindi la tendenza alla semplificazione, all’utilizzo cioè di bias, che ci consentono di attivare risposte rapide senza perdere troppo tempo nell’attività computazionale e lo svolgimento di tale attività in modo automatico, si dimostra un ottimo modo di funzionamento, almeno nella maggior parte delle situazioni.

Immaginate che mentre camminate in una foresta vedete sul sentiero una forma snella e curva, solo la corteccia può capire se si tratta di un bastone o di un serpente, ma per svolgere questa analisi deve raccogliere ulteriori informazioni, magari si deve avvicinare alla sagoma ecc. L’amigdala invece, la ghiandola deputata a mantenere l’archivio emozionale sulla base della elaborazione primaria, si attiva subito senza avere il problema di capire esattamente se lo stimolo percepito è realmente un serpente, per il suo modello stereotipato è sufficiente che gli somigli, che possa essere potenzialmente un pericolo per attivarsi ed indurre la paura e la fuga.

Di fatto, in genere, tale comportamento risulta più efficace dell’eventuale analisi dettagliata svolta dalla corteccia.

Dal punto di vista della sopravvivenza è meglio reagire alle circostanze potenzialmente pericolose come se lo fossero piuttosto che non reagire affatto.

A lungo termine confondere un’ombra con un orso è molto più conveniente del contrario.

Il processo automatico è così radicalizzato che il significato emotivo di uno stimolo può essere valutato dal cervello prima che i sistemi percettivi abbiano finito di elaborarlo. Il cervello utilizza infatti un’estensione del falso positivo; generalizzando a dismisura le situazioni potenzialmente pericolose cerca di salvaguardare la nostra vita anche a scapito del nostro benessere.

Le conseguenze dei bias cognitivi

Una delle conseguenze più perturbanti è che la nostra mente non ha fra i suoi compiti quello di immagazzinare la realtà come fosse una macchina fotografica, o un registratore di suoni; tale compito gli è impedito dai limiti sensoriali della nostra specie, noi non abbiamo la capacità di percepire tutti gli stimoli presenti nella realtà, tant’è che dobbiamo applicare una selezione anticipatoria che ci porta a cogliere solo alcuni degli aspetti rilevabili, in genere in base alle nostre esperienze convinzioni o aspettative. Essa infatti si è sviluppata per svolgere un compito molto più complesso, adattarsi cioè rapidamente a situazioni nuove o impreviste, valutarle rapidamente sulla base delle nostre necessità e garantire una risposta veloce, anche se i dati a disposizione sono pochi o incompleti; questo non ci garantisce necessariamente l’emissione della risposta migliore, piuttosto quella più rapida finalizzata a commettere l’errore meno dannoso.

L’idea secondo cui abbiamo un accesso limitato al funzionamento della nostra mente è difficile da accettare, poiché è ovviamente estranea alla nostra esperienza; assumere l’idea che molte delle nostre azioni e delle nostre emozioni siano innescate da eventi di cui non siamo consapevoli, meccanismi psichici che agiscono su di noi a nostra insaputa, che hanno effetti tangibili e spesso indesiderabili utilizzando delle procedure “automatiche” che non conosciamo, ci appare particolarmente gravosa perché apparentemente indebolisce il senso di continuità e solidità della nostra personalità, percepita come un continuum lineare e coerente.

Questa visione non rende però completamente giustizia alla nostra complessità ed anche alle nostre potenzialità; se è vero infatti che nell’elaborazione primaria il processamento dell’informazione per soddisfare il criterio della velocità si vincola il prima possibile ad una particolare interpretazione a scapito di tutte le altre possibili interpretazioni producendo errori piuttosto gravi di comprensione e giudizio, va evidenziato che siamo in grado di recuperare le linee di pensiero tagliate fuori, di ampliare e migliorare le connessioni concettuali, di sviluppare strategie ed interpretazioni più articolate e complesse.

Possiamo quindi affrancarci da questi processi distorsivi a condizione però di accettare che i bias cognitivi sono presenti e ineliminabili in ognuno di noi, che sono indipendenti dalla cultura e dall’intelligenza individuale che, in quanto strutturali, sono la dotazione base di ogni cervello umano che ha sviluppato questi meccanismi nel corso della sua evoluzione con il fine di adattarsi il meglio possibile ad un ambiente complesso e pericoloso.

Per farlo dobbiamo confrontarci con la principale di tutte le illusioni cognitive: il bias del punto cieco, un termine introdotto dalla psicologa Emily Pronin dell’Università di Princeton, che si riferisce alla difficoltà di rilevare i nostri stessi pregiudizi.

Questa distorsione consiste nell’attribuire a se stessi un’oggettività e un’affidabilità superiore a quella riconosciuta alle altre persone, riguarda cioè la nostra incapacità di prendere atto dei nostri pregiudizi cognitivi e la tendenza a pensare di essere meno prevenuti degli altri. Pensiamo di vedere le cose in modo più oggettivo e razionale, come sono veramente “nella realtà” a differenza degli altri ai quali attribuiamo un giudizio limitato, ritenendo che le nostre esperienze e circostanze di vita ci abbiano dato una prospettiva più ampia, ricca e saggia rispetto a quella sviluppata dalle altre persone.

Quanto sia diffusa questa tendenza ce lo indica chiaramente una recente ricerca condotta dall’Università di Stanford secondo la quale l’87% delle persone riteneva di avere una visione della realtà superiore alla media e il 63% giudicava se stesso oggettivo e privo di pregiudizi.

Accettare la nostra parzialità, accettare l’idea che non vediamo le cose come sono ma per come siamo, che tendiamo a creare una propria realtà soggettiva non necessariamente corrispondente all’evidenza data è il primo e più importante passo da compiere per poterci liberare, almeno parzialmente, dal dominio delle distorsioni cognitive.

Dobbiamo abbandonare il realismo ingenuo che ci induce a credere che vediamo il mondo intorno a noi in modo obiettivo, che esista una realtà oggettiva e da noi percepibile, che i nostri sensi ci garantiscono di percepire la realtà direttamente per come è senza alcun processo interposto. Dovremmo inoltre sforzarci anche di accettare di non essere in grado di pensare razionalmente, che i nostri processi di ragionamento si fondano su schemi intuitivi piuttosto che su modelli logici che utilizzano regole precise e che portano a conclusioni incontrovertibili, come invece siamo portati comunemente a credere, e che sviluppare la nostra limitata capacità razionalizzante rappresenta per noi un impegno particolarmente gravoso.

Solo così facendo potremmo lavorare fattivamente su un miglioramento dei nostri sistemi concettuali sviluppando euristiche più articolate e funzionali, abbastanza complesse da riuscire a definire ed affrontare efficacemente la complessità della realtà.

A ognuno quel che si merita (2022) di Dennett e Caruso – Recensione

Libero arbitrio, si o no? Nel libro “A ognuno quel che si merita” ne discutono i due autori.

 

Siamo responsabili delle nostre azioni? Oppure è l’ambiente che ci circonda ad indirizzarci, senza lasciarci la possibilità di scegliere diversamente? E dunque, è giusto essere puniti se le nostre azioni sono considerate moralmente sbagliate, oppure meritiamo le attenuanti di chi non può essere considerato pienamente responsabile?

Il punto di partenza

Il libro è impostato come un dialogo che intercorre tra i due autori, Dennett e Caruso, ed è un confronto sul tema del libero arbitrio partendo da posizioni divergenti.

Per cominciare si introducono alcuni concetti base: il determinismo, secondo il quale ogni evento presente è determinato da altri eventi accaduti in passato, e l’indeterminismo, che considera gli eventi che si verificano non determinati da condizioni sufficienti al loro verificarsi.

Tra queste due correnti si posizionano i compatibilisti, che ritengono il libero arbitrio conciliabile con il determinismo. Di questo avviso è Dennett, in contrapposizione a Caruso.

Nel corso del libro i due autori sostengono ed argomentano le loro diverse posizioni.

Il merito di base

Uno dei primi temi introdotti è quello del merito di base, secondo il quale chi ha agito scorrettamente merita di essere rimproverato e punito solo in quanto ha agito per motivi moralmente cattivi, al contrario chi ha agito correttamente merita elogi e ricompense solo per aver agito per motivi moralmente buoni. Questa valutazione sembra quindi non basarsi su altre considerazioni, quali la previsione di vantaggi futuri.

La discussione che ne consegue si basa sull’assunto che le punizioni sono legate ad un concetto di merito che va oltre il merito di base e sono utili per benefici futuri quali una migliore convivenza tra gli individui.

Libero arbitrio e responsabilità morale

Se per Caruso il nostro comportamento è fortemente influenzato da fattori che sfuggono al nostro controllo, Dennett sostiene che crescendo assumiamo l’identità di agenti autonomi, dotati quindi di capacità decisionale che ci rende pienamente responsabili delle nostre azioni.

Come motivazione della necessità di infliggere punizioni si introduce il concetto di giustificazione retributiva, secondo la quale chi si comporta in modo scorretto è meritevole di essere punito. Questo si rende necessario perché tutti dipendiamo dalla possibilità di far conto sul comportamento degli altri, che deve quindi rientrare in ciò che è considerato moralmente corretto, e tutti capiamo che saremo chiamati a rendere conto di ciò che facciamo, essendo pertanto consapevoli delle conseguenze negative a cui possiamo andare incontro.

Al contrario di Dennett, Caruso sostiene il ruolo determinante della fortuna nelle nostre vite. La domanda che si pone è sostanzialmente questa: “Abbiamo la libertà o la capacità di volere, o di scegliere diversamente?”. Condizioni sociali, economiche, talenti naturali, concorrono a farci vivere situazioni molto differenti e indipendenti da una scelta personale. Sarebbero quindi queste condizioni, e non una nostra scelta, a determinare il nostro comportamento. Tesi che Dennett non respinge in assoluto ma che mitiga sostenendo che l’effetto della fortuna si neutralizza nel lungo periodo. La sua idea è che la vita somigli più ad una maratona che ad uno sprint e che, quindi, sulla lunga distanza, le predisposizioni individuali contino più dei fattori ambientali. Ritiene inoltre che il determinismo non escluda la capacità di fare scelte, correggersi e cambiare il proprio modo di agire.

Le argomentazioni

Caruso sostiene che sia possibile avere una società che possa ritenersi sicura senza che questa si basi su un sistema di merito da usare per incolpare o punire i suoi individui, che si trovano ad agire spinti da manipolazioni esterne di cui sono spesso inconsapevoli e che non possono contrastare. Dennett obietta che nessuno nasce moralmente responsabile ma che la formazione orienta il proprio modo di agire rendendoci consapevoli, e quindi responsabili, di quello che facciamo.

Secondo Caruso le circostanze in cui ci si trova determinano il modo di essere, se ne deduce che nessuno può essere ritenuto ultimamente responsabile del suo modo di essere e di quello che fa. Sia il nostro comportamento, che un’eventuale decisione di modificarlo, sarebbero quindi da imputare a fattori esterni. Sintetizzando potremmo dire che se non abbiamo merito nell’essere nati in una società moderna, relativamente stabile e con determinati valori, così non abbiamo colpe nel nascere in una realtà violenta dove i delitti sono all’ordine del giorno. Il nostro modo di agire sarà molto probabilmente diverso a seconda della realtà in cui ci troveremo, ma il nostro grado di responsabilità non cambierà.

Dennett ribatte asserendo che la vita non è sempre giusta e non ci sono garanzie che la sfortuna non si metterà sulla nostra strada, ma se in una gara vince il meno forte perché il migliore è stato sfortunato, questo non mette in discussione il risultato finale.

La differenza fondamentale tra le due posizioni è che per Caruso “la fortuna inghiotte tutto”, mentre per Dennett formazione ed educazione permettono di andare oltre gli effetti che essa può esercitare.

Pena, morale, merito

Se in alcuni momenti le posizioni dei due autori sembrano avvicinarsi, resta una divergenza di base sul concetto di pena, morale e merito e di conseguenza sul modello da adottare per regolare al meglio la vita nella società.

Interessante notare il modello della quarantena di salute pubblica proposto da Caruso. Se un individuo contrae una malattia contagiosa e pericolosa per il suo prossimo è legittimo limitare la sua libertà con un sistema di quarantena obbligatoria, non per punirlo di una colpa che non ha, ma per tutelare il suo prossimo. Ma, secondo l’autore, è importante notare che alla base della necessità di una quarantena c’è il fallimento del sistema di salute pubblica nella sua funzione primaria. E su questa sarebbe quindi opportuno intervenire per evitare che si verifichino diseguaglianze. Stesso discorso varrebbe quindi per altri aspetti a cui si rivolge la giustizia penale. Il fulcro del discorso è che il diritto di difendere se stessi e gli altri (sia in caso di epidemie che di comportamenti potenzialmente dannosi) va attuato infliggendo la minima afflizione necessaria per ottenere una protezione adeguata. La quarantena non è una pena poiché non cerca intenzionalmente di causare danni. Il concetto di pena implica invece che i danni a chi la subisce siano intenzionalmente inflitti, inoltre a una funzione stigmatizzante che funziona da messaggio e ammonimento per tutti.

Dennett è contrario ad una politica generale di scusanti, porta ad esempio il bambino che cresce con genitori che lo giustificano e non puniscono i suoi cattivi comportamenti e accusa questi stessi genitori di essere responsabili di creare un adulto moralmente incapace, concludendo con un passaggio che invita a riflettere:

È interessante il fatto che noi in realtà troviamo spazio per ammonire o punire in totale segretezza i nostri figli, segnatamente sulla base del fatto che in questo modo ne proteggiamo la reputazione con i coetanei e con gli altri, dando loro una seconda (o terza, o decima) possibilità di migliorarsi prima di assumere la piena responsabilità morale. Questi accordi privati dovrebbero sempre portare con sé una tacita comprensione del fatto che viene concessa una possibilità di scelta: “Vuoi la mia pietà o il mio rispetto? Fammi sapere quando sei pronto per il secondo. Nella misura in cui io ti scuso, esigendo meno da te in termini di comportamento morale e autocontrollato, esprimo il giudizio che non sei ancora un agente morale affidabile, che non sei ancora qualcuno su cui si può contare”:

 

Caratteristiche psicopatologiche e tratti di personalità nell’ortoressia nervosa

L’Ortoressia Nervosa (ON) si riferisce a una preoccupazione eccessiva per l’alimentazione sana che implica l’evitamento di generi alimentari valutati «non salutari», un’eccessiva quantità di tempo dedicata ad acquisire informazioni sulla composizione del cibo e a preparare specifici alimenti sulla base di criteri percepiti come salutari (Novara et al., 2017).

 

Ortoressia nervosa e disturbi alimentari

In letteratura si evidenziano sovrapposizioni tra ortoressia nervosa e sintomatologia dei Disturbi Alimentari (ad es, Novara et al., 2021) e correlazioni moderate tra ortoressia nervosa e caratteristiche ossessivo-compulsive (Poyraz et al., 2015), perfezionismo non adattivo (ad es, Barrada & Roncero, 2018), ansia e depressione (ad es, Strahler et al., 2018).

Bratman (2017) considera l’ortoressia nervosa un fenomeno suddivisibile in due fasi: in un primo momento, la persona sceglie di seguire una dieta sana, successivamente, le abitudini alimentari sane si intensificano e diventano problematiche. Infatti, se adottare uno stile di vita sano e seguire una dieta equilibrata non è considerato un comportamento problematico, le cognizioni distorte potrebbero in seguito portare a dedicare una grande quantità di tempo a rigide abitudini salutari, aderendo così a una dieta rigorosa e inflessibile.

Ovviamente, non tutte le diete sono associate all’ortoressia nervosa; quando sono correlate ad altri fattori come l’eccessiva preoccupazione per il cibo, i problemi di funzionamento sociale, le carenze nutrizionali o la perdita di peso, possono essere considerate comportamenti alimentari problematici (Bratman, 2017). Sulla base di quanto descritto, la dieta potrebbe essere considerata un elemento centrale nell’eziologia della ortoressia nervosa nonostante le tendenze ortoressiche possono essere presenti anche in coloro che non seguono alcuna dieta.

L’obiettivo principale di uno studio di Novara e colleghi (2022) è stato quello di verificare se le persone ad alta tendenza ortoressica che seguono una dieta (HIGH-D) presentassero differenze nelle caratteristiche psicopatologiche (disturbi alimentari, sintomi ossessivo-compulsivi, perfezionismo, ansia e depressione) rispetto alle persone ad alta tendenza ortoressica che non seguono una dieta (HIGH) e alle persone con bassa tendenza ortoressica che seguono una dieta (LOW-D).

L’Ortoressia Nervosa è stata valutata attraverso la scala EHQ (Eating Habits Questionnaire), un questionario composto da 3 sottoscale che valutano le conoscenze rispetto all’alimentazione sana (Convinzioni), i relativi problemi associati (Problemi), le sensazioni e le emozioni correlate (Emozioni).

I risultati hanno dimostrato che il gruppo HIGH-D ha ottenuto un punteggio significativamente più alto rispetto agli altri gruppi nella sottoscala delle conoscenze rispetto all’alimentazione sana. Per quanto riguarda invece le scale “Problemi” ed “Emozioni”, non ci sono state differenze tra i gruppi con alte tendenze ortoressiche (HIGH e HIGH-D), ed entrambi hanno ottenuto punteggi più alti rispetto al gruppo LOW-D. Questi risultati sono coerenti con la letteratura che suggerisce che la dieta rappresenta un possibile fattore di rischio per l’ortoressia nervosa (Barthels et al., 2018). Tuttavia, i gruppi di persone con elevate tendenze ortoressiche – sia a dieta che non a dieta – mostrano differenze nelle caratteristiche ortoressiche, nei tratti di personalità, nelle caratteristiche dei disturbi alimentari e in altri aspetti. Di conseguenza, la dieta da sola non può spiegare le tendenze sopra descritte. Per questi motivi, sono stati indagati anche alcuni aspetti psicopatologici correlati all’ortoressia nervosa.

Per quanto riguarda il perfezionismo, il gruppo HIGH-D ha mostrato punteggi più alti rispetto al gruppo LOW-D. Gli standard personali elevati e un’organizzazione rigida potrebbero spiegare la stretta aderenza a un’alimentazione sana. Inoltre, il gruppo HIGH-D ha mostrato livelli più elevati di depressione rispetto al gruppo LOW-D; si potrebbe per cui pensare che l’eccessiva attenzione al cibo sano potrebbe compromettere il funzionamento sociale e portare così ad una deflessione dell’umore.

Sia il gruppo HIGH-D che il gruppo HIGH presentavano una sintomatologia ansiosa maggiore rispetto al gruppo LOW-D; questo risultato è coerente con gli studi che evidenziano la presenza di una maggiore ansia nei gruppi ortoressici (Strahler et al., 2018). Questi gruppi non hanno mostrato differenze nei tratti ossessivo-compulsivi.

Il gruppo HIGH ha mostrato punteggi più alti nelle sottoscale “Disregolazione emotiva”, “Perfezionismo” e “Ascetismo” del test EDI (Eating Disorder Invenotory) rispetto agli altri due gruppi. Queste dimensioni sono correlate con la sintomatologia dei disturbi alimentari, ma non ne rappresentano gli aspetti nucleari, evidenziando così una possibile coesistenza tra alte tendenze ortoressiche e alcuni aspetti secondari, ma comunque problematici, dei disturbi alimentari.

Ortoressia e tratti di personalità

I gruppi con alta tendenza ortoressica presentavano tratti di personalità più disfunzionali rispetto al gruppo LOW-D. In particolare, il gruppo HIGH-D aveva punteggi più alti nei domini “Affettività negativa” e “Distacco”.

L’affettività negativa è un tratto caratterizzato da esperienze intense e frequenti di alti livelli di emozioni negative e da manifestazioni comportamentali associate (APA, 2013). Questo potrebbe spiegare le intense emozioni negative provate ogni volta che viene meno la stretta aderenza a una dieta sana.

Il distacco si riferisce invece all’evitamento delle esperienze socioemotive, alla mancanza di relazioni interpersonali, alla difficoltà di dare/ricevere empatia (APA, 2013). I tratti legati a questa dimensione della personalità si manifestano in concomitanza con le convinzioni e i problemi legati alle maggiori tendenze ortoressiche nel gruppo HIGH-D, per cui l’atteggiamento di superiorità e l’insegnamento delle abitudini alimentari potrebbero portare al ritiro, all’isolamento e alla compromissione sociale.

Inoltre, entrambi i gruppi con alte tendenze ortoressiche hanno evidenziato livelli più elevati di “psicoticismo” che prevede pensieri incongruenti, bizzarri, eccentrici o insoliti e da disregolazione cognitiva e percettiva (APA, 2013). Come dimostrato anche nei disturbi alimentari, le persone con un’elevata tendenza ortoressica potrebbero presentare credenze bizzarre e insolite sull’alimentazione e sui cibi sani e distorsioni cognitive/pensieri disadattivi che potrebbero spiegare l’eccessiva fissazione sul mangiare sano.

In conclusione, lo studio dimostra che le persone con un’elevata tendenza ortoressica possono presentare abitudini alimentari disfunzionali, anche se non seguono alcuna dieta. Nell’insorgenza dell’ortoressia nervosa è fondamentale sottolineare il ruolo delle caratteristiche psicologiche; infatti, in linea con l’ipotesi dello studio presentato, i gruppi con maggiori tendenze ortoressiche hanno mostrato più caratteristiche psicopatologiche e tratti di personalità disadattivi rispetto al gruppo con minori tendenze ortoressiche.

 

Terapia di coppia e genitorialità in coppie LGBTQ+ – Terapeuti al Lavoro

È online l’episodio del Podcast Terapeuti al Lavoro dal titolo Terapia di coppia e genitorialità in coppie LGBTQ+.

 

Quali sono le difficoltà di una coppia LGBTQ+? E com’è essere genitore LGBTQ+? Un bambinӘ che cresce con due genitori gay avrà problemi in futuro? Queste sono alcune delle domande e preoccupazioni che ci si pone quando si pensa alla famiglia LGBTQ+. Senza fronzoli ideologici o politici, in questo episodio del podcast sono analizzate le varie difficoltà che una famiglia LGBTQ+ vive a causa del minority stress, lo stress cronico che ogni persona LGBTQ+ esperisce a causa dell’interazione con episodi di discriminazione, o di vissuti interni come l’omonegatività interiorizzata.

L’episodio è condotto dalla Dott.ssa Greta Riboli, Psicologa, Educatrice Pedagogica, Collaboratrice presso il Centro Età Evolutiva delle Cliniche Italiane di Psicoterapia e Docente presso Sigmund Freud University Milan e dal Dott. Luca Daminato, Dottore in Psicologia, Dottorando di ricerca presso Sigmund Freud University Milan

 

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

Figli di Internet (2022) di M. Lancini e L. Cirillo – Recensione

“Figli di internet” è un libro divulgativo e stimolante pubblicato nel 2022 da Matteo Lancini e Loredana Cirillo, entrambi psicologi e psicoterapeuti, docenti e specialisti nel campo della psicologia dell’adolescente. 

 

 Viviamo in un’epoca in cui vita online e offline sembrano essersi intrecciate al punto da risultare quasi indistinguibili. Il ruolo di internet nello sviluppo dei giovani è ormai da tempo centrale sia in ambito clinico che in ambito di ricerca: come può internet influenzare la salute mentale dei ragazzi? In che modo si articola il rapporto tra i giovani e i nuovi media? E soprattutto, in che modo gli adulti possono aiutare i figli a sviluppare una relazione sana con questi mezzi? Sono queste le domande a cui Figli di Internet cerca di dare risposta.

Il volume si rivolge principalmente a genitori di ragazzi adolescenti e, in generale, a tutti quegli adulti che si interrogano su come gestire il rapporto tra i giovani, la rete, i social network e i device tecnologici. Non è un manuale di istruzioni per l’uso, poiché secondo gli autori non ci sono consigli adatti a tutti i casi: ogni adolescente ha una storia e delle caratteristiche particolari che lo rendono unico e irriducibile a precetti generalizzati. Dunque, ciò che tentano di fare gli autori è guidare gli adulti verso la riflessione, stimolando domande utili alla comprensione dell’adolescente con il quale si stanno relazionando, che tengano conto della complessità della realtà in cui viviamo e in cui vivono figli e studenti. Gli autori partono dal presupposto che, attraverso il comportamento che un giovane mette in atto, anche nel caso di Internet e strumenti tecnologici, si rivelino questioni complesse come gli ostacoli e i conflitti che sta affrontando in questa specifica fase evolutiva. Proprio con l’obiettivo di aiutarli in modo concreto e rappresentare per loro delle figure di riferimento, secondo gli autori è necessario imparare a capire quali significati comunicano le loro scelte, le loro ragioni e i loro comportamenti.

Figli di internet risponde soprattutto al bisogno dei genitori di ragazzi adolescenti che si stanno confrontando con i cambiamenti di questa fase di crescita, tentando di far comprendere cosa si cela dietro a determinati comportamenti dei loro figli e quali bisogni stanno cercando di soddisfare.

Nello stimolare la comprensione di questi aspetti della crescita, gli autori descrivono il contesto culturale attuale, con i relativi modelli predominanti e conseguenti implicazioni comportamentali da parte dei ragazzi, a lettori adulti in una realtà con caratteristiche diverse rispetto quella della loro gioventù. Nel libro, tale comprensione è guidata da domande a cui gli autori tentano di rispondere riguardo l’interpretazione e la gestione degli aspetti psicologici e affettivi coinvolti nel rapporto con i videogiochi, il sexting, i selfie, i social network, il cyberbullismo e tutti i vari rischi che si possono incontrare nel web.

 Tutte queste domande rappresentano i temi che vengono affrontati nei diversi capitoli del volume. Il manuale si apre contestualizzando l’adolescenza all’interno della cultura e della società odierne e delineandone le tappe evolutive. Viene dato ampio respiro alla tematica delle relazioni virtuali e del ruolo che i social network stanno avendo nel modificare il modo di entrare in relazione con l’Altro. Nello specifico, si sottolinea come internet e i social non rappresentino solo un pericolo, ma siano talvolta delle risorse fondamentali per permettere, ad esempio, a ragazzi più socialmente inibiti, di sperimentarsi all’interno di relazioni di varia natura. Un altro tema fondamentale che viene affrontato è quello della rappresentazione del corpo attraverso i selfie, che diventa uno strumento per esplorare la propria immagine, ma talvolta mina l’autostima. Viene poi preso in esame il fenomeno del sexting e di come questo sia percepito più sicuro e protettivo rispetto ai rapporti sessuali reali. Vengono illustrate le varie forme di bullismo e di cyberbullismo, con lo scopo di aiutare il lettore a comprendere chi sono i “veri” bulli e le vittime. Riguardo ai rischi del web viene approfondito il tema della challenge, talvolta pericolose e diventate un nuovo mezzo per assolvere al compito di mentalizzare il proprio corpo come mortale e delimitato nello spazio. Infine, viene affrontato il fenomeno del ritiro sociale, inteso come una reazione fobica nei confronti dei coetanei e del loro possibile giudizio. In questo caso, la rete viene descritta come “incubatrice psichica virtuale”, a indicarne la funzione difensiva che consente di ridurre l’angoscia e la solitudine provata. Rispetto a ciò, vengono forniti una serie di consigli rivolti ai genitori per capire come comportarsi quando il proprio figlio si ritira entro le mura della propria stanza.

Il principale punto di forza da sottolineare è il linguaggio chiaro e diretto utilizzato dagli autori, che permette di divulgare in maniera facilmente comprensibile anche temi clinicamente importanti e complessi come quello del narcisismo e del senso di inadeguatezza. I capitoli sono brevi e concisi, ricchi di esemplificazioni e disegni rappresentativi che hanno lo scopo di rendere più accessibili i contenuti e focalizzare l’attenzione del lettore su concetti chiave. Si aggiungono parti più “interattive” come questionari e schede di approfondimento affiancate a sezioni dedicate a strategie efficaci per i genitori per relazionarsi con il mondo dei social network in cui i loro figli sono immersi.

Figli di internet risulta quindi un valido aiuto per stimolare negli adulti la comprensione dei significati e dei bisogni che sottostanno ai comportamenti degli adolescenti di oggi, immersi in un contesto sociale in cui i modelli educativi e relazionali influenzano le loro scelte e le loro azioni. Anche rispetto all’utilizzo di Internet e dei device tecnologici, queste pagine offrono strumenti di riflessione che accompagnano il lettore verso una visione di tali fenomeni più completa e consapevole.

 

Dieta vegetariana e disturbi alimentari: un modo per controllare il peso?

La dieta vegetariana esclude l’uso di alimenti animali mentre la dieta vegana è un’espressione estrema del vegetarianismo, che esclude anche i derivati animali quali ad esempio latte, burro, uova, miele ecc (Appleby & Key, 2016). Queste diete potrebbero essere un modo socialmente accettabile per legittimare l’evitamento di un certo tipo di cibo: esiste dunque un’associazione tra diete vegetariane/vegane e disturbi alimentari?

 

La dieta vegetariana

 Negli ultimi anni, il numero di persone che optano per un’alimentazione vegetariana è sempre più alto; negli Stati Uniti è stato stimato che il 32% degli adolescenti tra gli 8 e i 18 anni dichiara di consumare almeno un pasto vegetariano alla settimana, mentre il 4% di questa fascia di età risulta seguire completamente una dieta vegetariana. Per quanto riguarda gli adulti (>18 anni) negli Stati Uniti, il 3,3% riferisce di essere vegetariano e la metà di loro segue un’alimentazione vegana. Le motivazioni maggiormente riferite in merito alla decisione di seguire diete vegetariane o vegane sono: iniziativa personale, motivi etici e/o fattori sociali (Segovia-Siapco et al., 2019).

Sebbene esista una correlazione tra dieta vegetariana e benefici per la salute, ad esempio per quanto riguarda la diminuzione del rischio di malattie cardiovascolari (Craig & Mangels, 2009; Key et al., 1999), l’eliminazione dei prodotti animali dalla dieta quotidiana potrebbe potenzialmente influenzare la salute, soprattutto quella degli adolescenti il cui sviluppo non è ancora completo. Inoltre esiste un’ampia controversia sugli effetti della dieta vegana sulla salute mentale (Beezhold et al., 2015). Il vegetarianismo è stato sempre più considerato come un modo per controllare il peso, in quanto la dieta si basa su una riduzione dei grassi animali (Bardone-Cone et al., 2012). I disturbi alimentari (anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo alimentare non altrimenti specificato) sono solitamente associati a diete ristrette e sono più comunemente osservati negli adolescenti e nei giovani adulti.

Nei casi di disturbi alimentari, il disturbo stesso porta all’esclusione o alla restrizione di prodotti specifici. Secondo la letteratura disponibile, il 45-54% degli adolescenti e dei giovani adulti affetti da anoressia nervosa segue una qualche forma di dieta vegetariana, soprattutto le donne. Inoltre, in alcuni casi (circa il 6%), i pazienti hanno riferito di essere stati vegetariani diversi anni prima dell’insorgenza del disturbo alimentare (Bardone-Cone et al., 2012).

Alcuni autori hanno suggerito che, quando i soggetti con un disturbo alimentare (sospetto o diagnosticato) seguono una dieta vegetariana, gli operatori sanitari che li seguono dovrebbero preoccuparsi del fatto che questo comportamento possa essere usato come un modo socialmente accettabile per legittimare l’evitamento del cibo e di certi tipi in particolare (Gilbody et al., 1999).

Controversie nella relazione tra dieta vegetariana e disturbi alimentari

I risultati in letteratura sono controversi: una review di Sergentanis e colleghi (2020) ha analizzato l’associazione tra diversi tipi di dieta vegetariana e disturbi alimentari in adolescenti e giovani adulti.

I risultati di alcuni studi inclusi nella review hanno sottolineato la presenza di correlazioni tra il vegetarianismo e i disturbi alimentari, in particolare con l’anoressia nervosa. Soprattutto per gli adolescenti, il vegetarianismo e i comportamenti malsani ed estremi per il controllo del peso sembrano essere molto interconnessi. Le donne, inoltre, sembrano essere più inclini a tali comportamenti. Tuttavia, nella review sono presenti anche studi che non riportano alcuna correlazione tra disturbi alimentari e vegetarianismo.

La prevalenza delle ragioni alla base delle scelte vegetariane varia da uno studio all’altro. In media, la salute/nutrizione (37,5%) è la ragione più comune del vegetarianismo, seguita dal controllo del peso (18,8%) e dall’etica animale (14,6%).

 Per quanto riguarda le potenziali associazioni causali, molte persone con disturbi alimentari e una storia di vegetarianismo riferiscono che l’adozione di una dieta vegetariana ha seguito il loro disturbo. Sembra quindi che, in un paziente con disturbo alimentare e vegetarianismo, vi sia un’alta probabilità che il vegetarianismo possa rappresentare una modalità di restrizione delle abitudini alimentari, come parte della patologia. Non si può comunque escludere il perpetuarsi della patologia in un circolo vizioso in cui la restrizione genera restrizione. In ogni caso, è necessario che futuri studi prospettici facciano luce sull’aspetto della temporalità, corollario per la definizione di eventuali associazioni eziologiche.

Gli individui affetti da disturbi alimentari possono diventare vegetariani come mezzo per controllare il peso, come strategia di evitamento del cibo, ma anche per motivi non legati al peso. In particolare, visto lo stigma dei disturbi alimentari, nella pratica clinica può essere difficile identificare il motivo per cui si segue il vegetarianismo. Per un paziente con un disturbo alimentare, dichiarare di essere vegetariano per motivi legati ai diritti degli animali sembrerebbe socialmente più accettabile e meno scomodo che rivelare esplicitamente la volontà di perdita di peso come motivazione. In questo caso, la distorsione dell’accettabilità sociale indicherebbe che un paziente con disturbo alimentare darebbe apparentemente la priorità ai diritti/etici degli animali, mentre in realtà il comportamento potrebbe essere guidato dal desiderio di dimagrire.

Considerazioni conclusive

In conclusione, questa review evidenzia una potenziale associazione tra vegetarianismo e disturbi alimentari. Alla luce di questa associazione, emerge l’importanza di analizzare e valutare i comportamenti alimentari generali, per valutare la presenza di atteggiamenti estremi di controllo del peso e la cronicizzazione dei disturbi alimentari stessi. Il dibattito sulle diete vegetariane e sugli eventuali effetti sulla salute mentale rimane aperto, mentre la ricerca futura dovrebbe concentrarsi su studi prospettici per far luce sui modelli temporali della relazione tra vegetarianismo e disturbi alimentari.

 

Infortuni sul lavoro: un modello di prevenzione cognitivo-comportamentale applicata al mondo del lavoro

Le conoscenze del mondo industriale si possono integrare con le competenze di psicoterapia cognitivo-comportamentale, con l’obiettivo di ridurre gli infortuni sul lavoro e gli incidenti ambientali.

 

Gli infortuni sul lavoro

 In ambito lavorativo impiegatizio ed ancor più in quello operativo, gli incidenti e gli infortuni (o mancati) segnano giornalmente la vita di molti lavoratori e di molte aziende. Chi è legato alla Gestione del Personale e della Sicurezza, impegna numerose energie per la riduzione degli infortuni. È possibile farlo tramite una serie di interventi che hanno un aspetto psicologico di tipo cognitivo-comportamentale: la formazione, le azioni disciplinari, l’intervento di Sistemi di coinvolgimento, la premiazione, l’emulazione e così via in base ai budget economici, al tempo disponibile e all’interesse manifestato dai lavoratori.

Purtroppo e nonostante tutto, i lavoratori, come dimostrano le statistiche, spesso non assimilano il messaggio trasmesso durante la formazione e, come conseguenza, attuano dei comportamenti rischiosi che portano ad incidenti. È possibile proporre in azienda strumenti di gestione e valutazione finalizzati alla riduzione degli infortuni, degli incidenti, dei near miss, degli incidenti ambientali? Esistono strumenti utili per supportare sia le aziende che i lavoratori? È possibile integrare le conoscenze del mondo industriale con le competenze di psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, questo con l’obiettivo di ridurre gli infortuni e gli incidenti ambientali.

Questi strumenti si basano su un assunto facile da comprendere quanto difficile da raggiungere: il lavoratore deve “maturare cognitivamente”. Per meglio comprendere questo concetto va riportato l’esempio dell’adolescente che è statisticamente più propenso ad indossare slacciato il casco in motorino mentre, quando raggiunge un’età più matura lo porta allacciato. Questa modificazione del comportamento spesso non deriva ad esempio dal timore di punizioni, come una multa comminata dal vigile, ma da rinforzi e ricompense ricevute, da maggiore formazione effettuata negli anni, e anche da rimproveri ricevuti. Su questi fattori comportamentali si innesta la maturazione cognitiva che permette all’individuo di vedere la stessa situazione da un punto di vista differente. Quindi, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, unita a strumenti di gestione della Sicurezza, conduce alla maturazione del lavoratore che, da quel momento, rispetta la Sicurezza per suo interesse personale.

Tuttavia, questo processo di maturazione è un problema complesso sia perché, nel mondo del lavoro, non si possono attendere anni per un risultato completo sia perché non si tratta con adolescenti, ma con lavoratori che hanno un’età tale per cui sono già maturati cognitivamente. Il che li può rendere più ragionevoli e disponibili al cambiamento, ma anche più rigidi nelle loro abitudini radicate. Per questo, infatti, nel mondo del lavoro si agisce con un insieme di strategie come ad esempio:

  • Contestazioni disciplinari e/o squadre di controllo: per meglio garantire il rispetto delle richieste aziendali in ambito Sicurezza ci sono sia lo strumento delle contestazioni disciplinari che il predisporre delle squadre di controllo che monitorino e verifichino i corretti comportamenti. Tuttavia, se spingiamo su controlli e contestazioni sappiamo che, quando il “Vigile” interiore si distrae, una parte del contesto trasgredisce, e sappiamo che le contestazioni effettuate inaspriscono l’atmosfera lavorativa. Inoltre nessun “Vigile”, benevolo o intransigente che sia, riesce ad essere sempre presente in tutti i punti dell’azienda contemporaneamente.
  • Premi: premiare i lavoratori (con denaro o altro) per rispettare la Sicurezza e l’Ambiente, sicuramente può portare risultati ma, spesso, come dimostrato da alcuni approcci, una volta interrotta l’applicazione della metodologia accade che spesso i lavoratori regrediscano parzialmente o totalmente verso il comportamento precedente, meno sicuro ed attento.
  • Formazione: in ambito lavorativo è effettuato un ammontare significativo di formazione Sicurezza e Ambiente, sia per obblighi di legge, che per desiderio delle aziende. Tuttavia, spesso sono gli stessi lavoratori che non l’apprezzano o non la metabolizzano studiandola accuratamente. Infatti, molte volte, non leggono attentamente o con eccessivo interesse il materiale didattico e tendono a tralasciare passaggi anche importanti.

 Quindi, chi opera in ambito Sicurezza ed Ambiente, spesso, si interroga su quale sia il miglior modo (anche riguardo a tempistiche e costi) che possa portare alla riduzione degli infortuni o mancati infortuni o incidenti ambientali. Una modalità adeguata potrebbe essere applicare uno strumento condiviso e volontario dove partecipano lavoratori, vertici aziendali, RSU (rappresentanti sindacali dei lavoratori), RLS (rappresentanti della sicurezza dei lavoratori) e Sindacati esterni. Il programma è basato su una sequenza standardizzata e semplificata di azioni che hanno l’obiettivo finale di far migliorare la Sicurezza e l’Ambiente incrementando lo sviluppo cognitivo dei lavoratori.

Alcuni passaggi per ridurre gli infortuni sul lavoro

Alcuni dei passaggi possono essere i seguenti:

  • Questionari: utilizzati per avere a disposizione la fotografia dello stato iniziale, monitorare l’andamento, stratificare e gestire i sotto-gruppi, ragionare su azioni da implementare per “dirigere” correttamente l’evoluzione.
  • Stratificare i gruppi in sotto-gruppi: questo, da un lato, permette di identificare la corretta allocazione dei lavoratori nei sotto-gruppi e dall’altro favorisce l’intervento mirato per la reale tipologia di necessità. Trattare tutti i lavoratori nello stesso modo sarebbe un dispendio di energie, costi, tempi e non porta ai reali risultati voluti. È come utilizzare un solo farmaco per decine di patologie differenti senza nemmeno comprendere e stratificare le singole patologie.
  • Impostazione “emotivamente visual” tramite una sequenza a spirale stringente che porta da un lato a ragionare sulle attività che vengono effettuate e dall’altro a fornire al contesto lavorativo un metodo di emulazione tra colleghi o di vincolo emotivo. Per questo non è stata prevista nel programma nemmeno la presenza o necessità di squadre di verifica in quanto sono gli stessi lavoratori inseriti nel progetto che vengono immersi nel processo di cambiamento e si auto-sostengono ed auto-verificano. Per meglio rendere l’idea basti pensare, ad esempio, al fumatore che entra in un locale (ovviamente non fumatori) dove all’interno vi siano tutti fumatori che, naturalmente, stanno rispettando il divieto. Se questo fumatore entra fumando sarà una parte degli stessi fumatori presenti a farglielo notare, senza necessità che intervenga un controllore o una sanzione. Il Sistema predisposto favorisce un insieme di azioni similari.
  • Cartellino al petto: ogni lavoratore che aderisce volontariamente si mette un cartellino al petto. Una specie di segnale, un semaforo che mostra a tutti la propria situazione relativamente alla Sicurezza ed Ambiente e crea una catena di azioni ed atteggiamenti consci ed inconsci finalizzati al coinvolgimento e alla canalizzazione delle informazioni. Questo consente ad ognuno di meglio comprendere il coinvolgimento nella Sicurezza ed Ambiente che ha il collega che gli lavora vicino. Se un collega che lavora al nostro fianco mostra che deliberatamente non lavora in Sicurezza noi ci preoccupiamo non solo perché possa lui avere un incidente lavorativo, quanto per il fatto che possa far male a noi e, a quel punto, ci sentiamo personalmente ed emotivamente ingaggiati nel rischio.
  • Formazione e addestramento: il Sistema supporta la formazione e l’addestramento volontari ma secondo un metodo che tende a coinvolgere i lavoratori tentando di farli interessare maggiormente. Una delle chiavi di lettura è far loro comprendere che possa anche essere utile nella vita personale, come ad esempio l’utilizzo di un cutter è similare al metodo con cui si taglia una pagnotta di pane. Entrambe le casistiche potrebbero portare, ad esempio, a ferirsi qualora il taglio venga effettuato dall’esterno verso il petto ed il coltello o il cutter sfuggisse dal controllo nell’azione del tagliare.
  • Minimalismo: lo Strumento è stato volontariamente impostato per essere poco dispendioso sia in termini economici che di ore di investimento. Questo perché, nella realtà dei fatti, diverse Aziende non desiderano investire troppo tempo, troppi costi, troppe energie, troppe persone, troppi consulenti. Le varie fasi sono state, quindi, impostate eliminando passaggi utili ma non indispensabili e concentrandosi solo su quelli indispensabili, questo per raggiungere l’unico obiettivo veramente indispensabile: far maturare cognitivamente lavoratori. Inoltre rende lo Strumento applicabile anche in gruppi lavorativi (sia industriali che non) di soli 3-5 lavoratori.

Questi programmi, con la metodologia a partecipazione volontaria, ma cognitivamente incanalata, permettono un incremento della cultura, della formazione, dell’interesse e permettono che le persone, man mano progredendo e comprendendo, facilitino quel balzo dell’adolescente che matura per il proprio interesse. Essi metabolizzeranno meglio le dinamiche del rischio e porranno maggiore attenzione per la propria salute (come l’adolescente che, da un certo punto della sua vita, allaccia il casco “semplicemente” perché è maturato cognitivamente e vede la stessa cosa da un punto di vista differente).

Le resistenze negli interventi per ridurre gli infortuni sul lavoro

Lo Strumento ha un ciclo di implementazione dell’intera sequenza di 4-6 mesi, poi ricomincia da capo come una canzone o una poesia e, ogni volta, più persone migreranno tra i vari sotto-gruppi fino a maturare cognitivamente e, ogni volta, saranno sempre più evidenti i resistenti indisciplinati o disinteressati che, per qualsiasi loro motivo, non aderiranno al Sistema. Ed è su questi lavoratori che vanno effettuati interventi one-to one per comprendere le reali motivazioni che possono essere le più disparate come, ad esempio, non comprendere bene l’italiano, non essere adeguatamente interessati o motivati, sentirsi già sicuri, pensare che si stiano chiedendo sempre le stesse cose. Infatti, solo comprendendo le reali motivazioni di queste persone “scremate” dallo Strumento potremo intervenire per mitigare o gestire quel reale tipo di comportamento che, a quel punto, è chiaro ed identificato. E, solo così, anche questi “resistenti” potranno essere supportati in maniera pertinente per un percorso di presa di coscienza e maturazione cognitiva. Ogni volta che lo Strumento riparte da zero è come se venisse inserito un setaccio a grana più fina che supporta “spintaneamente” (la i in spontaneamente è inserita di proposito) ulteriori lavoratori alla maturazione cognitiva.

La psicologia Cognitivo-Comportamentale supporta ogni step del processo evolutivo dello Strumento sperimentato con un percorso di presa di coscienza, maturazione individuale e supporto canalizzato. Ma dove apporta il massimo supporto è nell’azione one-to-one di quelli che permangono nel sotto-gruppo dei resistenti-ostili perché sono loro che hanno il massimo benefico derivante da percorsi strutturati ed efficaci quanto brevi, economici e risolutivi esattamente come serve al mondo industriale. In tal modo la psicologia Cognitivo-Comportamentale esce dal suo “canonico” ambito per aiutare concretamente i lavoratori e le aziende al fine di ridurre infortuni, near miss, incidenti ambientali, perseguendo anche un obiettivo etico, sociale, morale.

Ognuno di noi deve sempre utilizzare il massimo delle energie e degli strumenti a disposizione per ridurre giornalmente gli infortuni e gli incidenti ambientali e questi nuovi studi con base cognitivo-comportamentale, ma legati al mondo industriale in campo, sembrano andare verso una direzione di interesse sia per le aziende che per i lavoratori.

 

Articolo a cura di Fabio Falino, Plant Director – HSE Safety 361°.  Per informazioni e approfondimenti sui programmi: [email protected]

 

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