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La realizzazione di sé nella prospettiva di Carl Rogers 

Perché ad un certo punto della sua parabola vitale il processo di realizzazione di sé si arresta e il locus delle scelte e delle valutazioni si sposta dall’interno all’esterno?

 

Γένοιο οἷος εἷ.

Divieni ciò che sei.

Nell’Etica Nicomachea (I,8) Aristotele suddivise i beni della vita umana in: beni esterni, beni dell’anima e beni del corpo. Schopenhauer apportò alcune modifiche concettuali alla tripartizione aristotelica definendo queste tre macro-aree:

  • Ciò che uno è: vale a dire la personalità, nel senso più ampio del termine. Rientrano in questa categoria i seguenti beni: la salute, la forza, la bellezza, il temperamento, il carattere morale, l’intelligenza e la sua educazione.
  • Ciò che uno ha: vale a dire, proprietà e possessi.
  • Ciò che uno rappresenta: questa espressione, come è noto, vuol dire «ciò che uno è nella rappresentazione altrui»; si tratta dunque, veramente, del modo in cui egli viene rappresentato dagli altri. Ciò che uno rappresenta consiste, quindi, nell’opinione che gli altri hanno di lui, e si suddivide in onore, rango e fama (A. Schopenhauer, Aforismi per una vita saggia, versione digitale, p. 23).

Il filosofo di Danzica non ha alcun dubbio circa il fatto che i beni appartenenti al primo gruppo, ciò che uno è, siano i più importanti per il benessere dell’uomo:

E senza dubbio, per il benessere dell’uomo – anzi, per ogni aspetto della sua esistenza -, ciò che più conta è, evidentemente, quanto è in lui stesso o avviene entro lui; ciò determina, direttamente, il suo stato interiore di benessere o di malessere, in quanto risultante, senza altri interventi, dalle sue facoltà: sentire, volere e pensare, mentre tutto quello che è esterno non ha su quello stato, che un’influenza indiretta (ibidem). 

Per quanto siano importanti e, addirittura, imprescindibili per il benessere psicologico e la serenità interiore, i beni appartenenti al primo gruppo, che pure c’interessano così da vicino, non conseguono direttamente dal fatto stesso di esistere perché, come ha giustamente osservato il filosofo italiano S. Natoli, l’uomo deve appropriarsi della propria vita realizzandola al massimo delle sue possibilità e, per far questo, deve agire attivamente su se stesso:

La vita l’abbiamo ricevuta e la possiamo perdere, tuttavia dal momento in cui abbiamo preso a esistere siamo vita e perciò tendiamo naturalmente a conservarci e a espanderci: siamo e abbiamo potenza a esistere. D’altra parte, nulla sussisterebbe se non fosse nella condizione di conservare se stesso. Tuttavia nulla di ciò che esiste è potenza infinita. Se così fosse nessuna determinazione perirebbe. Noi uomini, in quanto entità singolari, siamo potenze finite e per valorizzare al meglio la potenza che siamo dobbiamo saperla amministrare, divenirne padroni. [Questo e non altro significa appropriarsi della propria vita]. La vita, infatti, non è un semplice fluire, ma è un fiorire di forme e di forme viventi. E noi siamo una di queste. Per questo una vita – come già insegnava Aristotele – può definirsi riuscita se realizza la propria forma. Per farlo è necessario scoprire le nostre propensioni e latenze, e attivarle: in breve dobbiamo apprendere a padroneggiare la vita e, più esattamente, a divenire padroni di noi stessi (S. Natoli, L’edificazione di sé, pp. 8-9).

Nel significativo passo appena citato, il filosofo italiano sottopone alla nostra riflessione almeno tre temi di fondamentale importanza sia sotto il profilo genuinamente filosofico, sia sotto il profilo della prassi terapeutica di matrice rogersiana:

  • La vita (quella umana soprattutto) non è potenza infinita che si autorealizza spontaneamente.
  • Per autorealizzarsi l’uomo deve faticosamente appropriarsi della sua vita.
  • Per appropriarsi della sua vita l’uomo deve imparare a conoscersi perché “quanto più guadagniamo cognizione dei processi che ci determinano, tanto più riusciamo a essere liberi” (ivi, p. 8).

Se l’uomo fosse “potenza infinita” sarebbe superfluo conoscersi e risulterebbe inutile ogni prassi psicoterapeutica perché non ci sarebbero più esistenze bloccate, disturbate e dirottate verso condizioni inessenziali ed inautentiche. Ogni uomo diventerebbe naturalmente e, quindi, spontaneamente ciò che è destinato ad essere. Ma l’uomo, non essendo “potenza infinita”, ma anzi caratterizzandosi per la sua fragilità e per le sue insicurezze deve, ad ogni piè sospinto, lottare contro una serie di condizionamenti (interni ed esterni) per realizzare la sua forma, sbloccando e superando situazioni difficili, in vista di un avvicinamento a quel Sé ideale che rappresenta la condizione di benessere per ogni uomo. Ad ogni passo, inoltre, tutti gli uomini devono conquistare maggiore consapevolezza sulla loro natura.

Carl Rogers e la realizzazione di Sé

Quasi certamente Carl Rogers avrebbe apprezzato il passo di Natoli, anche se, con ogni probabilità, avrebbe specificato che a ben vedere c’è, nella parabola evolutiva della vita umana, un periodo in cui la vita fluisce liberamente in accordo ai piaceri e ai bisogni dell’individuo e in cui le cose esterne (condizionamenti, obblighi ecc.) sono messi in secondo piano rispetto a ciò che per lui, in quel preciso momento, risulta importante: il periodo in questione è compreso tra la prima infanzia e la tarda fanciullezza.

In questo particolare periodo della vita umana, spiega Rogers, “il locus del processo di valutazione è chiaramente dentro di lui” (Carl Rogers, Da persona a persona, p. 21):

A differenza di molti di noi, egli sa ciò che gli piace e non gli piace, e l’origine di queste scelte di valori è nettamente dentro di lui. Egli è il centro del processo di valutazione; e la prova delle sue scelte gli è data dai propri sensi. Egli non è a questo punto influenzato da ciò che i genitori pensano debba preferire, o da quello che dice la Chiesa, o dall’opinione dell’ultimo ‘esperto’ del campo, o dai persuasivi pareri di un’agenzia di pubblicità. È dall’interno della propria esperienza che il suo organismo dice in termini non verbali: “Questo è buono per me”, “Questo è cattivo per me”, “Questo mi piace”, “Questo non mi piace per niente”. Egli riderebbe della nostra preoccupazione riguardo ai valori, se potesse capirla. Come può una persona non sapere ciò che le piace e ciò che non le piace, ciò che è bene per lei e ciò che non lo è? (ivi, pp. 21-22).

Ma perché, allora, ad un certo punto della sua parabola vitale il processo di realizzazione di sé si arresta e il locus delle scelte e delle valutazioni si sposta dall’interno all’esterno? In altri termini: perché ad un certo punto l’uomo rinuncia alla sua fiducia in se stesso ignorando quella “saggezza fisiologica” che il bambino assecondava spontaneamente e naturalmente?

La risposta di Carl Rogers è che ad un certo punto della sua parabola vitale il giovane comincia ad “introiettare” una serie di valori fissati da altri così poter «ricevere amore» e apprezzamenti come ricompensa di un “giusto comportamento”. Il giovane comincia a rinunciare a se stesso per adeguarsi ad un quadro assiologico (im)posto da altri e che funge da modello “oggettivo” del comportamento. Ecco un esempio:

Anche se forse non a livello consapevole, un ragazzo avverte di essere più amato e valutato dai genitori se prevede di divenire medico, piuttosto che un artista. Gradualmente egli introietterà i valori connessi all’essere un medico. Giungerà a volere soprattutto essere un medico. Poi all’università rimane sconcertato dal fatto di essere ripetutamente bocciato in chimica, materia assolutamente necessaria per divenire medico, malgrado lo psicologo scolastico lo rassicuri sulla sua capacità di superare quell’esame (ivi, p. 22). 

Quest’esempio diventa davvero emblematico se lo si ricollega alle illuminanti riflessioni di U. Galimberti che, in “Psiche e techne”, ha giustamente rilevato come nell’età della tecnica l’individuo non trova più la sua identità nella sua anima ma nella sua “professionalità” (U. Galimberti, Psiche e techne, p. 557). Se non si dà, nell’età della tecnica, “altra soggettività se non quella prodotta dall’apparato tecnico nella forma della competenza” (ivi, p. 558) è vero allora che ogni forma di “approdo umanistico” dell’esistenza umana viene messa fuori gioco e l’uomo diventa straniero a se stesso, viene, in altri termini, deidentificato (ivi, p. 563). Nel “regime della funzionalità”, spiega ancora Galimberti, le “psicologie dell’adattamento” sono diventate egemoni:

Questo spiega perché egemoni diventano nell’età della tecnica quelle psicologie dell’adattamento il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all’apparato. Non diversamente si spiega il declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del cognitivismo e del comportamentismo. Il primo per aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto “originale” della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l’“autenticità”, l’“essere se stesso”, il “conoscere se stesso”, che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della saluta dell’anima, diventa, nel regime della funzionalità dell’età della tecnica, qualcosa di patologico (ivi, p. 657-658).

Tra l’orizzonte dispiegato dalle riflessioni di Galimberti e le tematiche affrontate da Carl Rogers il passo è breve. Nel passo appena letto, il filosofo non fa altro che rilevare quella “deidentificazione” dell’uomo che Rogers, da un’altra prospettiva, comprende a partire dallo spostamento del locus di valutazione dall’interno all’esterno dell’uomo. Non è un caso, infatti, che l’illustre psicologo statunitense, nella sua lista di valori introiettati dall’uomo contemporaneo (C. Rogers, Verso un moderno approccio ai valori, pp. 23-24), citi una serie di cose riconducibili al “regime della funzionalità” a cui fa riferimento Galimberti, e che s’impongono all’uomo così intensamente da fargli dimenticare che non tanto ciò che uno ha, ma ciò che uno è (distinzione di Schopenhauer), è la causa del benessere interiore:

La maggior pare di questi valori è introiettato da altri individui o gruppi significanti per l’individuo, ma sono considerati da lui come propri. 

La fonte o locus della valutazione sulla maggior parte degli argomenti risiede al di fuori di lui. 

Il criterio attraverso il quale vengono fissati questi valori è la misura in cui faranno sì che l’individuo sia amato o accettato. 

Queste preferenze ideali o non sono affatto collegate, o non sono ben collegate al processo di esperienza dell’individuo. 

Vi è spesso un’ampia e non riconosciuta discrepanza tra i dati di realtà forniti dall’esperienza dell’individuo e questi valori ideali. […]

Se l’individuo ha assorbito dalla comunità il concetto che il denaro è il sommo bene, e dalla Chiesa il concetto che l’amore per il prossimo è il valore massimo, non ha alcun modo di scoprire quale delle due cose abbia maggior valore per lui (C. Rogers, Verso un moderno approccio ai valori, p. 25). 

“Lui”, la sua identità, la possibilità della sua realizzazione risultano interamente compromesse laddove il “valore dei soggetti viene definito dai dispositivi che li organizzano” (S. Natoli, L’edificazione di sé, p. 63). L’allontanamento da sé, l’appassimento delle proprie possibilità inespresse, “l’impersonalità della serie” che destina l’uomo alla deidentificazione costituiscono quella serie di elementi eziopatogenetici che la terapia centrata sul cliente cerca, invece, di invertire in vista di un ritorno genuino e riconciliante al Sé in quanto fulcro esistenziale e snodo principale delle forze spirituali che attendono di essere liberate per realizzarsi in un progetto compiuto di vita.

Un passo interessantissimo dell’opera di Carl Rogers che, in conclusione, riconferma dal punto di vista non più filosofico ma terapeutico quanto scritto fino a questo punto è il seguente:

[Nel corso della terapia] appare chiaro che si verifica un movimento dai sintomi al sé. L’esplorazione del cliente in un primo momento tocca svariati aspetti, ma a poco a poco viene concentrandosi sempre di più sul sé. Che tipo di persona sono? Quali sono i miei veri sentimenti? Qual è il mio vero sé? La conversazione è centrata sempre più su questi argomenti. Non soltanto c’è movimento dai sintomi al sé, ma dall’ambiente al sé e dagli altri al sé. Cioè il cliente manipola verbalmente la sua situazione, dedicando parecchio tempo all’analisi sia degli elementi diversi ed estranei al sé, sia di quelli che sono dentro lui stesso. A poco a poco egli arriva a esplorare prevalentemente se stesso fino quasi a escludere ciò che non fa parte del sé (C. Rogers, Terapia centrata sul cliente, pp. 128-129).

Un consapevole “ripiegamento su di sé” finalizzato al ristabilimento del contatto dell’uomo con la sua esperienza interiore – come nell’infanzia – e il trasferimento del locus di valutazione dall’esterno all’interno dell’individuo appaiono come gli unici rimedi per ricostruire dai frammenti sparsi e, si spera, non annichilati, quell’identità perduta la cui assenza è motivo di indicibili sofferenze. In conclusione si può affermare che lo splendido verso di D. Walcott, “Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io”, coglie perfettamente il cuore della terapia rogersiana finalizzata alla restituzione dell’uomo a se stesso.

 

Credenze metacognitive e online gaming negli adolescenti: valutazioni psicometriche di una scala di valutazione su un campione di adolescenti iraniani

La scala Metacognitions about Online Gaming Scale (MOGS) è uno strumento self-report per l’assessment delle credenze metacognitive relative al gaming online. In un recente articolo, Akbari e colleghi (2021) hanno valutato le caratteristiche psicometriche della MOGS, la struttura fattoriale e la validità predittiva in un campione di adolescenti iraniani.

 

Gaming disorder: criteri diagnostici, outcomes e motivazioni

L’OMS ha inserito il Gaming Disorder nella bozza dell’ICD-11, nella sezione delle Dipendenze Comportamentali, mentre il DSM-5 ha introdotto nella sua terza sezione, assieme al Gioco d’Azzardo Patologico, anche la Dipendenza da videogiochi (Esposito, Serra, Guillari, Simeone, Sarracino, Continisio, Rea; 2020).

La Dipendenza da Videogioco si caratterizza per l’utilizzo eccessivo e persistente di Internet, o semplicemente di un dispositivo che non necessita la connessione Internet (personal computer, tablet, smartphone), per giocare online/offline (Feng, Ramo, Chan, Bourgeois; 2017); essendo una condizione clinica che necessita ulteriori approfondimenti, i criteri diagnostici per l’Internet Gaming Disorder sono stati formulati prendendo come riferimento quelli del Gioco d’azzardo patologico, del Disturbo da uso di sostanze e del Disturbo del controllo degli impulsi.

Secondo gli standard DSM-5, almeno 5 su 9 tra i seguenti criteri diagnostici devono essere presenti, per un periodo di 12 mesi, per porre diagnosi: Preoccupazione eccessiva riguardo al gioco su Internet; Sintomi di malessere quando non si gioca o quando si è impossibilitati a giocare (astinenza); Tolleranza, ovvero necessità di aumentare il tempo impiegato a giocare; Tentativi numerosi, vani e infruttuosi di ridurre il gioco su Internet; Perdita di interesse nello svolgimento di attività prima piacevoli; Uso eccessivo dei giochi nonostante la consapevolezza delle problematiche psicosociali che comporta; Utilizzo dell’inganno sulla quantità di tempo impiegata a giocare; Utilizzo del gioco per allontanare uno stato d’animo negativo; Mettere a rischio relazioni, lavoro e opportunità formative a causa del gioco su Internet.

Secondo una metanalisi (Fam, 2018) la prevalenza dell’Internet Gaming Disorder tra gli adolescenti è del 4%. L’Internet Gamimg Disorder negli adolescenti è correlato a esiti psicopatologici negativi e difficoltà comportamentali (Fioravanti, D`ettore, & Casale, 2012; Milani et al., 2018), tra cui depressione e ansia e problemi nel controllo degli impulsi.

Vi sono diversi fattori implicati nello sviluppo e nel mantenimento della dipendenza da videogiochi (Marino et al., 2020).

Ad esempio, esaminare le motivazioni di gioco appare essere uno step cruciale per capire come il videogioco (online o offline) possa trasformarsi in una dipendenza (King & Delfabbro, 2009; Moudiab & Spada, 2019). Tra le diverse motivazioni che avvicinano l’individuo al gaming online ritroviamo il bisogno di connessione sociale, il desiderio di evadere dalla realtà, la spinta competitive, l’uso del gioco come modalità di coping in relazione a emozioni negative e distress, lo sviluppo di abilità, distrazione e rilassamento (Demetrovics et al., 2012).

Online gaming e credenze metacognitive

Così come per altri disturbi psicopatologici anche in relazione al fenomeno dell’online gaming eccessivo, disfunzionale e problematico, le credenze metacognitive possono essere un fattore da prendere in considerazione connesso all’esordio e al mantenimento della sintomatologia.

Con il termine metacognizione ci si riferisce alla conoscenza stabile del proprio sistema cognitivo; alla conoscenza dei fattori che influenzano il funzionamento di questo sistema; alla regolazione e alla consapevolezza dello stato attuale della cognizione e alla valutazione del significato dei pensieri e ricordi (Wells, 1995). Le credenze metacognitive o metacredenze si possono definire come delle informazioni soggettive relative al proprio funzionamento cognitivo e alle strategie di coping generalmente utilizzate. Secondo Wells e Matthews (1994): i disturbi psicologici insorgono e vengono mantenuti a causa di modalità cognitive ed emotive che interessano il pensiero, il monitoraggio delle minacce, comportamenti di prevenzione ed evitamenti. Queste modalità dipendono strettamente dalle credenze metacognitive sottostanti. A volte capita che queste metacredenze, sia che abbiano natura positiva che negativa, portano gli individui a mettere in atto strategie di coping disfunzionali.

Spada e Caselli (2017) hanno messo a punto uno strumento self-report per l’assessment delle metacredenze relative al gaming online: la Metacognitions about Online Gaming Scale (MOGS). Le analisi statistiche hanno identificato un modello a tre fattori. Un primo fattore fa riferimento alle credenze metacognitive positive riguardo il gaming online (fattore P-MOG): queste credenze esprimono i benefici percepiti dal soggetto nell’utilizzo del gioco online come strategia di coping per regolare stati cognitivo-affettivi, come ad esempio “Giocare rende le mie preoccupazioni più gestibili”. Un secondo fattore è riferito alle credenze metacognitive negative (N-MOG 1) riguardo l’incontrollabilità del gaming online, come ad esempio “Non riesco a smettere di giocare anche se penso che sarebbe meglio farlo” oppure “Non ho controllo sul tempo che impiego a giocare”.  Il terzo fattore invece è relativo credenze metacognitive sulla pericolosità del gioco online (NMOG2).

Accanto ad altri fattori predittivi sopra citati, anche la tipologia di credenze relative a una modalità di gioco online disfunzionale e disadattivo sembrano essere importanti predittori sia per l’online gaming problematico sia per il vero e proprio Internet Gaming Disorder (Moudiab & Spada, 2019; Marino & Spada, 2017).

Le credenze relative al gaming disfunzionale possono condurre il soggetto a una persistenza eccessiva e a un ipercoinvolgimento nel gaming digitale (Forrest, King, & Delfabbro, 2017; Marino & Spada, 2017). Inoltre, tali credenze possono influenzare la sovrastima delle ricompense e delle attività di gioco.

Metacognitions about Online Gaming Scale (MOGS)

In un recente articolo Akbari e colleghi (2021) hanno preso in considerazione la scala Metacognitions about Online Gaming Scale (MOGS) con l’obiettivo di valutarne le caratteristiche psicometriche e la struttura fattoriale e la validità predittiva in un campione di adolescenti iraniani.

La scala è stata somministrata a 769 adolescenti iraniani, di cui 577 di genere maschile, con un’età media di 16 anni, all’interno di un range di età compresa tra 15-19 anni. I partecipanti allo studio hanno compilato, oltre alla scala in questione, anche altri questionari tra cui il Big Five Inventory-10, e il Problematic Online Gaming Questionnaire (POGQ) e altre scale che misurano i sintomi ansioso-depressivi.

I risultati delle analisi fattoriali sul campione di adolescenti iraniani hanno confermato una struttura fattoriale a tre fattori: “Metacognizioni negative riguardanti l’incontrollabilità dell’online gaming” (N-MOGU), “Metacognizioni negative riguardanti la pericolosità dell’online gaming” (N-MOGD) e  “Metacognizioni positive sull’online gaming” (P-MOG).  Inoltre, la versione in lingua persiana della scala MOGS e testata su un campione di adolescenti iraniani ha dimostrato una buona affidabilità e un’adeguata coerenza interna per i diversi fattori e nel complesso.

Un secondo e interessante obiettivo dello studio era verificare se le credenze metacognitive sull’online gaming, per come misurate dalla scala MOGS, potessero predire il gaming online problematico. Partendo dai dati raccolti sul campione di adolescenti iraniani, un’analisi di regressione gerarchica ha dimostrato che i punteggi nella scala MOGS erano in grado di predire il 33.9% della varianza nei punteggi relativi al gaming online problematico, indipendentemente da fattori quali i tratti di personalità, sintomi ansioso-depressivi e motivazioni di gioco.

Questi risultati sono in linea con altri studi recenti che mettono in evidenza come le credenze metacognitive siano in grado di predire le modalità disfunzionali del gaming online indipendentemente dalle motivazioni che portano l’individuo a giocare (Marino et al., 2020). In generale tale risultato è leggibile all’interno del modello metocognitivo delle dipendenze (Spada et al., 2015) secondo cui sarebbe rilevante la metacredenza dell’incontrollabilità dei pensieri e del comportamento nel predire i comportamenti disfunzionali nell’ambito delle dipendenze. In tal senso, lo studio di Akbari et al. (2021) ha dimostrato che il fattore N-MOGU gioca un ruolo significativamente maggiore rispetto alle altre variabili considerate nel predire i punteggi della Problematic Online Gaming Questionnaire, ovvero la scala che valuta le modalità di gioco online problematico e disfunzionale.

In conclusione, i risultati dello studio supportano a livello empirico anche l’utilizzo della versione persiana del MOGS negli adolescenti iraniani, essendo uno strumento valido dal punto di vista psicometrico per identificare, rilevare e misurare le credenze metacognitive relative all’online gaming in un framework di prevenzione e trattamento dei suoi aspetti disfunzionali.

 

La logica e i meccanismi che guidano il ragionamento

La logica è stata oggetto di interesse di diverse discipline, dalla filosofia, alla matematica, alla psicologia. Il termine logica deriva dal greco “logos” che indica sia pensiero che parola; in italiano tuttavia non esiste una parola che metta insieme questi due significati, pertanto è necessario scegliere di volta in volta quale significato si vuole attribuire (Mosconi, 1990). 

 

Ma quali sono le regole che guidano il ragionamento ed il pensiero?

Di seguito si riportano alcuni principi fondamentali relativamente alla logica e al pensiero (Mosconi, 1990):

  • il pensiero “logico”, cioè il pensiero considerato corretto sia nel procedimento sia nella conclusione, non è oggetto di studio psicologico;
  • l’oggetto di studio psicologico è il pensiero logicamente imperfetto;
  • la ricerca psicologica sul pensiero necessita di un modello extrapsicologico “sicuro”, come la logica;
  • il campo della logica e il campo del pensiero si sovrappongono, cioè la logica copre tutto il pensiero.

Ragionamento induttivo e ragionamento deduttivo

 La psicologia del ragionamento individua due tipi fondamentali di inferenze: quelle deduttive e quelle induttive. Nelle inferenze deduttive si giunge ad una conclusione implicita e prevista nelle premesse, cioè a un’informazione che abbiamo già e che viene messa in luce dal processo deduttivo, nelle inferenze induttive, invece, la conclusione aggiunge un’informazione alle premesse.

Le inferenze si basano su due principali regole, che permettono di giungere a una conclusione valida date certe premesse, la regola del modus ponens e la regola del modus tollens, e a ciascuna di esse si lega un tipo di errore.

La regola del modus ponens indica che date certe premesse valide, si può giungere a una conclusione valida se si conferma l’antecedente; ad essa si lega la fallacia della negazione, cioè date certe premesse valide, nulla consegue dalla negazione dell’antecedente.

La regola del modus tollens, invece, indica che date certe premesse valide, si può giungere ad una conclusione valida se viene negata la conseguente. L’errore collegato è quello di fallacia dell’affermazione della conseguente, che evidenzia come, date certe premesse valide, nulla ne consegue all’affermazione della conseguente. Spesso le persone non rispettano le regole del modus ponens e del modus tollens e incorrono negli errori appena descritti (Caruso, 2020).

Logica e sillogismi

Parte della ricerca sul pensiero e sulla logica si è concentrata sull’utilizzo dei sillogismi, cioè problemi costituiti da due frasi come premesse e una come conclusione.

Un esempio di sillogismo può essere il seguente (Mosconi, 1990):

  • A è più alto di B
  • B è più alto di C
    Chi è il più alto?

Gli studi sui sillogismi prevedono di sottoporne diverse varianti ad ampi numeri di soggetti sperimentali e, tramite questa procedura, è stato possibile osservare come non sempre le persone giungano alle conclusioni esatte, cioè non sempre ragionino correttamente. Tali errori si verificano in particolare quando i sillogismi contengono del materiale rilevante a livello emotivo e sono influenzati da quanto la persona concorda o meno con la conclusione proposta: il fatto di approvare il contenuto di una conclusione induce più facilmente a giudicarla come corretta anche quando logicamente non lo sarebbe; mentre il fatto di disapprovarne il contenuto induce più facilmente a rifiutare la conclusione, anche se logicamente valida (Mosconi, 1990).

Logica e compiti di selezione

Quali sono gli schemi logici che guidano il ragionamento?

Wason e Johnson-Laird hanno studiato come le persone si muovono per riuscire a capire cosa guida il loro ragionamento.

A tal proposito è esplicativo l’esperimento utilizzato da Wason, che prende il nome di “compito di selezione”. In questo esperimento venivano presentate quattro carte ai soggetti, con la seguente regola: “Se una carta ha una vocale da una parte, allora ha un numero pari dall’altra parte”, chiedendo quali carte fosse necessario girare per poter stabilire se la regola fosse corretta o meno. Sulle carte, dal lato visibile al soggetto, erano riportati: E-K-4-7. La risposta corretta era quella di girare la prima (E) e la quarta carta (7), infatti la regola sarebbe stata dimostrata falsa solo nel caso in cui ci fosse stata una vocale da una parte della carta e un numero dispari dall’altra parte.

Quindi la strategia corretta non è ricercare conferme, ma i possibili casi che falsificano la regola. Solamente il 4% dei soggetti ha risposto correttamente, le persone tendono a preferire un tipo di ragionamento che porta alla ricerca di conferme piuttosto che alla falsificazione, cadendo così in errore (Mosconi, 1990).

Logica ed euristiche

Un altro elemento essenziale per comprendere il funzionamento della mente umana è prendere atto di come il cervello tenda a utilizzare delle scorciatoie di pensiero che rendono più rapido il ragionamento, le euristiche. La disfunzionalità di questo meccanismo risiede nella loro rigidità e inflessibilità, che possono condurre a errori.

Se tali errori di ragionamento si verificano sistematicamente, possono causare problemi, costituendo la base di pensieri e credenze disfunzionali poco realistiche che determinano sofferenza emotiva. Sull’identificazione e la messa in discussione di queste distorsioni cognitive a favore di pensieri più realistici, adattivi e funzionali al nostro benessere si basa la psicoterapia-cognitivo comportamentale (Fiore, 2015).

 

Come diventare indistraibili (2020) di Nir Eyal – Recensione

La corretta gestione del nostro tempo è oggi una priorità per raggiungere non solo obbiettivi di rilevanza personale, ma anche per allinearsi a standard produttivi di maggiore efficacia ed efficienza. Questo è il tema del testo di Nir Eyal “Come diventare indistraibili”.

 

Dobbiamo imparare come evitare le distrazioni –scrive l’autore– […] per vivere la vita che vogliamo non basta fare le cose giuste, bisogna anche non fare le cose che sappiamo rimpiangeremo di aver fatto.”

I fattori coinvolti nella capacità di mantenere la focalizzazione sul raggiungimento di un obiettivo di rilevanza personale sono molteplici: la motivazione, la passione, il metodo, la rilevanza di quell’obiettivo per noi stessi. Tutti però sembrano fortemente condizionati da un fattore che spesso appare sfuggire al controllo soggettivo: la distraibilità.

Le fonti di distrazione sono molteplici, sia interne che esterne a noi: sembra a tratti che la nostra capacità di mantenere la concentrazione sull’esecuzione di un compito (sia esso lavorativo, di studio o personale) sia costantemente minata da elementi di distrazione che depotenziano la nostra capacità produttiva. Ciò implica impiegare molto più tempo del necessario per realizzare un compito e a questo si aggiunge una fatica, a volte esasperante, nel farlo. Ne consegue spesso un senso di profonda frustrazione e il conseguente indebolimento della motivazione.

Il testo di Nir Eyal propone alcune strategie per ottimizzare il tempo che dedichiamo ad attività dove è necessaria una buona concentrazione.

L’autore definisce “trigger” le fonti di distraibilità e nello specifico ritiene che questi trigger possano essere di due tipi:

  • interni, generati cioè dai nostri processi cognitivi e dalle nostre emozioni;
  • esterni, ovvero connessi alle numerose fonti di distrazione presenti nell’ambiente in cui viviamo (telefonate, messaggi, mail, web, colleghi, etc).

Per la gestione e il controllo dei trigger esterni l’autore propone alcune strategie ispirate al modello di matrice comportamentale dell’autore B. J. Fogg, psicologo e padre della captologia, la scienza che spiega come computer e algoritmi possano essere usati per modificare abitudini e credenze nelle persone. Esistono secondo l’autore metodi pratici per manipolare la tecnologia e l’ambiente fisico in modo da eliminare i trigger esterni inutili. Alla base della metodica suggerita vi è il presupposto che la tecnologia debba essere funzionale al raggiungimento dei nostri obiettivi produttivi e non sfavorevole o di intralcio ad essi. Da qui un’ampia parte del libro è dedicata a strategie operative su come difendersi dalle interruzioni sul lavoro, dalle mail, dalle chat di gruppo, dalle riunioni, dallo smartphone, dagli articoli on line, etc.

La parte forse più suggestiva del libro riguarda l’analisi dei processi psicologici alla base della distrazione. Secondo l’autore per imparare a gestire la distrazione occorre “capire i motivi reali per cui facciamo cose che vanno contro il nostro stesso interesse”. Per meglio comprendere questo concetto l’autore immagina una linea che rappresenta il valore delle azioni che compiamo nel corso di una giornata: a destra si trovano le azioni positive per la nostra produttività, a sinistra quelle negative. Lungo questa linea, all’estremo destro si trova la trazione, ovvero la forza che ci spinge nella direzione delle azioni che vogliamo compiere. All’estremo opposto, sulla sinistra, vi è la distrazione, una forza definita come “stato del pensiero rivolto altrove” che ci impedisce di progredire verso la serie di obiettivi che riteniamo rilevanti per la nostra vita.

La trazione ci avvicina, mentre la distrazione ci allontana da essi.

Rifacendosi alla filosofia epicurea, secondo l’autore anche se pensiamo di cercare il piacere distraendoci, in realtà ciò che ci spinge a distrarci è il desiderio di liberarci dalla sofferenza. “La pulsione a ridurre il disagio è la causa ultima di tutto il nostro comportamento”.

Alla luce di questa premessa la distrazione sarebbe pertanto una strategia che la nostra mente utilizza per gestire il dolore. Ne segue che imparare a gestire la distrazione significa imparare a gestire il disagio.

Ma qual è la natura di questo disagio e della sofferenza da cui cerchiamo di liberarci distraendoci?

Quattro sono i fattori che rendono a tratti spiacevole e faticoso mantenere la concentrazione e che ci recano disagio.

  • La noia: restare fermi e concentrati senza compiere azioni fisiche e concentrarsi sullo stesso argomento per un tempo prolungato favoriscono l’insorgere della noia. Essa rappresenta uno stato d’animo, indefinito ma sgradevole, da cui la mente tenta di liberarsi compiendo azioni concrete o cercando nuove fonti, esterne al compito prefissato, su cui focalizzare l’attenzione.
  • Il bias della negatività: gli eventi negativi per la nostra mente sono più significativi di quelli positivi o neutri. Pertanto se durante una sessione di lavoro subentra la noia, essa sarà a livello cognitivo più rilevante del piacere derivato dal portare a termine il compito nel più breve tempo possibile. Ne segue che liberarsi dalla noia diventa più rilevante che “sacrificarsi” per ottenere il risultato finale.
  • La ruminazione: si tratta della tendenza a continuare a pensare alle cose spiacevoli accadute, senza possibilità di interrompere intenzionalmente questo flusso di pensiero. La ruminazione porta a rendere preponderanti i pensieri relativi agli sbagli o errori commessi nel passato. Così facendo la ruminazione depotenzia la nostra capacità di rimanere focalizzati sul qui e ora: pensieri negativi e spesso auto sabotanti monopolizzano e assorbono la nostra attenzione.
  • L’adattamento edonico: si tratta della tendenza a tornare a un livello base di soddisfazione indipendente da quello che ci succede. Ciò significa che siamo particolarmente suggestionabili di fronte a quegli eventi che promettono un benessere, anche se solo temporaneo.

Se percepiamo noia, fatica, frustrazione siamo particolarmente inclini a ricercare stimoli esterni che ci riportino a uno stato, seppur momentaneo, di piacere.

Imparare a gestire questi quattro fattori sostiene la concentrazione e promuove le azioni che ci spingono verso il raggiungimento degli obiettivi che ci siamo posti.

Nel testo l’autore propone quindi una serie ampia di strategie (diario, stabilire dei patti, etc.) utili nella gestione del disagio e del dolore che si frappongono fra noi e il raggiungimento dei risultati.

La stessa metodica viene anche estesa, nella seconda parte del libro, a contesti più ampi: l’educazione alla gestione dei fattori di distrazione nei bambini, nelle relazioni interpersonali, incluse quelle di coppia, e infine nei contesti di lavoro.

Conoscere i processi sottostanti ai fenomeni psicologici da cui ci sentiamo condizionati e che sono di ostacolo al nostro percorso consapevole di crescita è il primo passo per imparare a gestirli.

Questa gestione richiede essa stessa impegno e dedizione, tuttavia la sua pratica può rendere più fluidi e meno faticosi quei frangenti in cui la concentrazione è messa alla prova.

Avere strumenti di maggiore comprensione sul perché ci distraiamo sostiene l’acquisizione di comportamenti più adattivi e congrui con le richieste di studio e lavoro: essere parte parte attiva nel controllo dei trigger interni ed esterni ci rende più efficaci nel nutrire quella motivazione che essi, così frequentemente, minano.

 

Come scegliere l’apparecchio per l’aerosol

Avere in casa dispositivi medici adeguati è fondamentale. Tra questi, rientra la macchina per l’aerosol. Utile in caso di affezioni alle alte vie respiratorie, può essere utilizzato sia dai grandi, sia dai piccoli.

 

Quando si chiama in causa questo macchinario, è importante rammentare il fatto che, se non lo si sceglie con la giusta attenzione, il rischio è quello che il suo uso risulti poco confortevole, con tutte le conseguenze del caso per quanto riguarda il ritardo nella risoluzione del problema di salute.

Oggi come oggi, in commercio esistono diverse soluzioni da considerare quando si tratta di scegliere l’apparecchio per l’aerosol. Ci sono prodotti di diverse tipologie e dimensioni e, per chi vuole avere la garanzia di acquistare aerosol ai migliori prezzi, vi sono numerosi e-commerce specializzati e autorizzati – p.e. DrMax.it – che consentono di acquistare il macchinario senza sacrificare né la qualità, né il portafoglio.

Come orientarsi quando arriva il momento di scegliere concretamente? Scopriamolo assieme nelle prossime righe.

Le caratteristiche dell’ampolla

L’ampolla è uno dei principali componenti della macchina per l’aerosol. A seconda delle proprie esigenze, ci si può focalizzare su una tipologia di ampolla piuttosto che su un’altra. Ecco le soluzioni in commercio:

  • Ampolla classica: conosciuta anche come ampolla a effetto Venturi, è apprezzata per via della velocità di nebulizzazione che garantisce.
  • Ampolla Breath Enhanced: in questo caso, oltre alla nebulizzazione di qualità, si può apprezzare un contenimento dello spreco del farmaco.
  • Ampolla in grado di modificare le particelle, soluzione adatta nelle situazioni in cui si ha a che fare con affezioni a carico delle vie respiratorie basse.

Aerosol pneumatico: pro e contro

Quando si parla di aerosol pneumatico, si inquadra una soluzione che funziona grazie a una miscela tra aria e farmaco. Quest’ultima viene ottenuta attraverso la spinta del flusso d’aria, a seguito dell’applicazione di un’alta pressione, nell’ampolla.

Quali sono i pro e i contro di questo prodotto? Per quanto riguarda i vantaggi, ricordiamo il suo essere robusto e più economico rispetto agli altri modelli. Inoltre, è in grado di nebulizzare tutti i farmaci, dalle soluzioni fino alle sospensioni.

Cosa dire, invece, in merito agli svantaggi? Che il principale riguarda il suo essere molto lento, palesemente più lento, per esempio, dei modelli a membrana, di cui parleremo nelle prossime righe.

Aerosol a ultrasuoni e aerosol a membrana: ecco cosa sapere

Tra le varie tipologie di aerosol disponibili in commercio, è possibile includere quelli a ultrasuoni e quelli a membrana perforata. Nel primo caso, si ha a che fare con vantaggi come la velocità, la silenziosità, il peso ridotto (caratteristica che rende questa tipologia di aerosol ideale per chi ha una casa piccola). I contro dell’aerosol a ultrasuoni vendono in primo piano la facilità al guasto. Inoltre, questi aerosol non nebulizzano tutte le tipologie di farmaci, trovando particolari difficoltà soprattutto quando si utilizzano i farmaci a sospensione. Da non dimenticare è anche il costo elevato.

Cosa bisogna sapere in merito agli aerosol a membrana perforata? Vediamo prima di tutto il loro funzionamento. Tutto si basa sul percorso del liquido contenente il farmaco che, grazie a un processo di pressione generato grazie a una corrente elettrica, attraversa una membrana caratterizzata dalla presenza di piccoli fori, trasformandosi in una miscela di particelle che entrano poi a contatto con le vie respiratorie dell’utilizzatore.

I vantaggi riguardano la velocità, anche in questo caso la silenziosità e l’ingombro contenuto. Caratterizzati da un alto livello di efficienza, gli aerosol a membrana perforata costano decisamente più degli altri modelli.

Concludiamo rammentando l’importanza degli accessori, in particolare della mascherina. Quest’ultima deve essere scelta avendo cura che sia ben aderente al viso e che non ci siano via di fuga per l’aria nebulizzata. Queste peculiarità sono cruciali soprattutto quando si ha a che fare con l’utilizzo del macchinario da parte dei
bambini.

 

Il “Disegno della Famiglia” nei bambini vittime di abuso

Il Disegno della Famiglia consiste in uno strumento psicodiagnostico di facile somministrazione che consente al soggetto di esprimere pensieri e sentimenti inibiti vissuti nei confronti del sé e del gruppo familiare, di mettere in evidenza la sua collocazione all’interno del nucleo familiare, le relazioni oggettuali che ha interiorizzato e strutturato e che sono alla base dei rapporti attuali con i vari componenti della famiglia.

 

Il Test del Disegno della Famiglia

Il disegno ha una lunga storia nell’ambito della psicologia clinica e dello sviluppo in quanto rappresenta uno strumento efficace per valutare aspetti cognitivi, affettivi ed emotivi del bambino attraverso una modalità che risulta essere per lui meno minacciosa rispetto al canale verbale (Camisasca, 2003; Ionio e Procaccia, 2006).

In letteratura è stato evidenziato come il disegno possa rappresentare un valido ausilio, in ambito terapeutico o giuridico, per comprendere il mondo interno del bambino e favorire l’espressione delle esperienze vissute, soprattutto quelle caratterizzate da intense emozioni di rabbia, paura e vergogna che possono ostacolare una verbalizzazione diretta, come accade per i bambini vittime di abuso e maltrattamento, permettendogli così di muoversi in un “territorio” meno ansiogeno (Camisasca, 2003; Ionio e Procaccia, 2003). Il disegno, infatti, colorandosi di emozioni e sensazioni personali (Thomas e Silk, 1998), fornisce un’immagine grafica delle rappresentazioni mentali del bambino e permette l’emergere del suo contesto relazionale interiorizzato (Giani Gallino, 2000), inteso come costruzione di rappresentazioni interne, dove si connettono elementi reali ed elementi proiettivi (Tambelli et al., 1995).

In particolare, nei casi di maltrattamento e abuso infantile, il Test del Disegno della Famiglia può essere considerato uno strumento di indagine clinica e di ricerca particolarmente significativo (Veltman e Browne, 2002; Piperino e Di Biasi, 2005; Ionio e Procaccia, 2006).

Il Test del Disegno della Famiglia è stato introdotto negli Stati Uniti da Hulse (1951, 1952) e in Europa da Poròt con la consegna di disegnare la propria famiglia; successivamente Corman (1967), considerato l’autore di questo strumento, Shearn e Russell (1970), Castellazzi (1996), Timbelli, Zavattini e Mossi (1995) modificarono il linguaggio della consegna richiedendo la rappresentazione di “una famiglia”, al fine di superare i meccanismi di difesa del bambino e favorire l’emergere delle sue rappresentazioni interne, della famiglia interiorizzata che non necessariamente corrisponde a quella reale.

Il Disegno della Famiglia consiste in uno strumento psicodiagnostico di facile somministrazione che consente al soggetto di esprimere pensieri e sentimenti inibiti vissuti nei confronti del sé e del gruppo familiare, di mettere in evidenza la sua collocazione all’interno del nucleo familiare, le relazioni oggettuali che ha interiorizzato e strutturato e che sono alla base dei rapporti attuali con i vari componenti della famiglia, facilitando la rilevazione di conflitti familiari da parte del clinico (Ionio e Procaccia, 2003; Piperino e Di Biasi, 2005).

Il test non prevede limiti temporali stabiliti e presenta molteplici e diverse possibilità di interpretazione dei dati emersi che scaturiscono da ipotesi precise circa la relazione tra stimolo (linguaggio di consegna) e la proiezione delle dinamiche affettive.

Come interpretare il Disegno della Famiglia

Seguendo le indicazioni di Corman (1967) e Castellazzi (1996) il disegno può essere interpretato in relazione a tre livelli: grafico, delle strutture formali e di contenuto.

Il livello grafico fa riferimento alle modalità in cui i soggetti utilizzano la matita che diventano rivelatrici di tendenze pulsionali e delle qualità delle relazioni interiorizzate del soggetto con parti del sé e con i membri della famiglia.

Il livello formale, invece, fa riferimento alla collocazione, la dimensione, la staticità o il movimento delle rappresentazioni e gli stili di esecuzione, che nell’insieme, forniscono un’immagine della famiglia nella sua globalità.

Per quanto concerne il livello di contenuto il referente è la teoria psicoanalitica di riferimento. Corman propone di considerare tre dimensioni fondamentali: la composizione della famiglia, la posizione in cui si colloca il soggetto in relazione agli altri familiari, la valorizzazione o svalorizzazione dei personaggi.

Questo strumento di osservazione e codifica delle relazioni interiorizzate può essere utilizzato in ambito clinico, di ricerca e in ambito giuridico e consente di conoscere attraverso un canale privilegiato l’immagine che il bambino ha di sé, degli altri, di sé con gli altri e in particolare, in situazioni di abuso e maltrattamento, può rivelarsi uno strumento che facilita il ricordo e la verbalizzazione di esperienze traumatiche, nonché uno strumento di valutazione diagnostica.

La letteratura indica infatti la possibilità di riscontrare indicatori grafici tipici di bambini gravemente abusati, maltrattati o trascurati suggerendo però, al tempo stesso, cautela nella generalizzazione in quanto non si può basare la diagnosi di abuso esclusivamente sulla base della produzione grafica del bambino (Vetlman e Browne, 2002).

Il Disegno della famiglia nei bambini vittime di abuso

Diversi autori hanno cercato di analizzare le diverse caratteristiche del “Disegno della famiglia” nei soggetti vittime di abuso, cercando di individuare elementi strutturali che potessero essere indicativi dell’abuso subito e, in particolare, della percezione di esso da parte del bambino (Ionio e Procaccia, 2003).

Tali studi, che hanno preso in considerazione variabili grafiche, formali e di contenuto, mettono in luce, innanzitutto, che i bambini che non hanno vissuto esperienze di abuso tendono in maniera sufficientemente superiore, rispetto ai bambini vittime di abuso, a disegnare spontaneamente la propria famiglia, indice di relazioni positive con almeno uno dei genitori. Nei bambini abusati, invece, le forti disfunzioni nei legami portano spesso a ricorrere a meccanismi di difesa, quali l’evitamento e lo spostamento, che si esprimono nella maggiore tendenza a rifiutare di rappresentare graficamente la propria famiglia o a rappresentare famiglie di amici o di animali (Ionio e Procaccia, 2006).

Nei bambini vittime di violenza, oltre all’omissione frequente di sé, del genitore abusante o dell’intero nucleo familiare reale, è frequente l’introduzione di animali o elementi estranei come coetanei che potrebbero rappresentare la confusione circa i confini del nucleo familiare e il desiderio di evitamento di sentimenti dolorosi scaturiti dalla relazione familiare (Piperino e Di Biasi, 2005).

Tra le diverse caratterestiche del disegno sono state analizzate la pressione esercitata sul foglio, la tipologia di tratto e delle linee e la presenza di ombreggiature, cancellature, annerimenti, l’uso del colore, l’utilizzo dello spazio, la collocazione dell’intero gruppo familiare, le dimensioni del disegno, la direzione del gruppo familiare, la staticità e il movimento, la presenza di una linea di terra o sopra i personaggi (Ionio e Procaccia, 2006).

Dagli studi effettuati si constata che sebbene sia difficile individuare un’unica modalità di rappresentazione grafica comune a tutti i bambini vittime di abuso e maltrattamento (in quanto ogni bambino di fronte alla specificità della situazione abusante potrebbe mettere in atto strategie differenti nell’affrontare l’evento traumatico proiettato nei suoi disegni con modalità altrettanto differenti), da quanto emerso nella letteratura sul tema, è possibile individuare alcuni elementi a cui prestare particolare attenzione durante l’analisi delle rappresentazioni grafiche infantili, in quanto potrebbero costituire un “campanello d’allarme” di cui bisogna tener conto e che lo psicologo dovrebbe approfondire (Ionio e Procaccia, 2006).

È dunque possibile asserire che test grafici come il Disegno della Famiglia e l’analisi dei relativi aspetti grafici, formali e di contenuto rappresentino un valido supporto nel processo di individuazione delle problematiche emotive legate all’abuso, al maltrattamento e alla trascuratezza di minori, ma anche nell’individuazione di dinamiche relazionali particolari che possono essere patogene per lo sviluppo del bambino (Camisasca 2003).

 

Come l’aria in un abbraccio (2022) di Gallucci – Recensione del libro

“Come l’aria in un abbraccio” è un libro che fa da bussola a tutti quei genitori disorientati o impauriti dal coming out dei propri figli, in modo semplice ed onesto, grazie anche a varie testimonianze.

 

“Come l’aria in un abbraccio. Storie di genitori con figli e figlie lesbiche, gay, bisessuali, trans e queer” nasce dalla collaborazione del dottor Pier Luigi Gallucci, psicologo psicoterapeuta, e la onlus AGedO di Torino, con l’obiettivo di aiutare e accompagnare i genitori di persone LGBTQ+ lungo tutto il cammino che segue il coming out dei propri figli. Fin dalla sua nascita nel 1992, grazie alla lungimiranza della fondatrice Paola Dall’Orto, la onlus AGedO (Associazione Genitori di Omosessuali) si è posta l’obiettivo di supportare quei familiari di persone LGBTQ+ che ne avessero bisogno.

Con questo libro, l’autore cerca di rispondere proprio a domande e dubbi che la maggior parte dei genitori di persone LGBTQ+ portano.

Un libro che fa da bussola a tutti quei genitori disorientati o impauriti dal coming out dei propri figli, in modo semplice ed onesto, grazie anche a varie testimonianze, come quella di Luciana, dove emergono una serie di emozioni: il senso di colpa per non aver saputo capire il proprio figlio, il timore per le difficoltà che potrebbe incontrare, e lo scomodo disagio per ciò che conoscenti e amici avrebbero potuto dire circa l’orientamento sessuale di suo figlio. E poi la rinascita, sia dei genitori che delle relazioni familiari, grazie alla condivisione di tutte queste emozioni con gli altri componenti del gruppo AGedO di Torino.

La struttura del libro

Nel primo capitolo vengono spiegate le componenti dell’identità sessuale, anche grazie all’aiuto del Genderbread Person (qui la versione tradotta dal gruppo fluIDsex della Sigmund Freud University). I non addetti ai lavori hanno modo di imparare le caratteristiche del sesso biologico, dell’identità di genere, degli orientamenti affettivi e sessuali, e dell’espressione di genere, con varie parentesi circa l’età in cui l’identità sessuale ha maggiori cambiamenti: l’adolescenza. Oltre ai classici compiti evolutivi (es. avere maggiore autonomia), l’adolescente LGBTQ+ ha due compiti evolutivi specifici: costruire la propria autostima e identità sessuale positiva confrontandosi costantemente con un ambiente ricco di stereotipi, ed effettuare continui coming out.

Nel secondo capitolo, “La stanza dei figli. Il coming out visto dalle famiglie”, vengono illustrati i vari cambiamenti e reazioni al coming out da parte della famiglia, tramite la presentazione di modelli teorici come quello sul coming out di Vivienne Cass (1979) e il modello di Michael LaSala (2010), il quale unisce il punto di vista individuale con quello dei genitori. Viene, inoltre, dato spazio alle varie modalità in cui può avvenire il coming out (per esempio, comunicazione diretta tramite una lettera) e alle reazioni dei genitori. Viene poi illustrato come il coming out inneschi un processo simile a quello descritto da Kübler-Ross (1969) degli stadi dell’elaborazione del lutto, dato che viene meno l’immagine che il genitore aveva rispetto al/la figliӘ. E infine, il processo di coming out che i genitori stessi dovranno affrontare: i timori di eventuali reazioni negative, la vergogna, l’omobitransnegatività interiorizzata, l’aspettativa di rifiuto e molti altri processi dovuti principalmente al minority stress (ovvero lo stress cronico che le persone appartenenti a categorie sociali stigmatizzate sperimentano a causa dell’interazione con il gruppo maggioritario il quale le discrimina e vittimizza; Meyer). Come scrive il dott. Gallucci, “l’obiettivo diventa quindi lo stesso dei propri figli e figlie: riuscire ad accettarsi e a essere accettati per quello che si è, anche come famiglia”.

Successivamente, nel terzo capitolo, anche grazie alle varie testimonianze, viene dato spazio all’importanza dei gruppi come AGedO i quali forniscono un importante supporto emotivo, ed educativo, ai genitori.

“Si comincia a trovare prima il coraggio e poi la tranquillità di comunicare ad altre persone che il proprio figlio è gay o la figlia lesbica o bisessuale, trans o queer. Ci si scopre orgogliosi di loro, di come hanno saputo essere forti con se stessi e nel rivendicare il diritto al rispetto e alla felicità” (p. 96).

Infine, nel quarto capitolo, il lettore può trovare risposte alle domande che spesso i genitori di persone LGBTQ+ si pongono dopo il coming out, come: “Quali sono le cause dell’omosessualità? L’orientamento sessuale dipende dalle dinamiche famigliari?”, “In che cosa abbiamo sbagliato? È colpa nostra come genitori?”, e molte altre.

In conclusione, “Come l’aria in un abbraccio” è un libro di facile lettura che consente a genitori e familiari di persone LGBTQ+ di trovare risposte e uno spazio accogliente. il quale aiuta a validare e normalizzare eventuali timori, spesso retaggio della natura eterornomativa della società italiana.

Un libro che spiega in modo semplice e puntuale cosa voglia dire essere genitori di persone LGBTQ+, quali sono le sfide che i figli vivono e quali, invece, quelle che si vivono da genitore.

 

I contenuti fitspirational di Instagram e il rapporto con il proprio corpo

Il tipo di contenuti a cui si è esposti sui social network è uno dei fattori che può contribuire, insieme ad altri fattori di rischio, allo sviluppo di body surveillance, social comparison tendency e body dissatisfaction: infatti, gli utenti che seguono più assiduamente profili di celebrities, fitspiration e beauty sono più propensi a sviluppare outcomes disfunzionali che riguardano il rapporto con il proprio corpo e con il confronto costante con gli altri.

 

Social network e immagine corporea

Passando da blog e social network, negli anni si è arrivati allo sviluppo di social media il cui contenuto è prevalentemente audiovisivo; in quest’ottica è inevitabile che siano avvenute delle modificazioni nel pensiero comune, e negli elementi costituenti di diverse culture. Infatti, come sostiene Vittadini (2018), la costruzione di un proprio profilo all’interno di una comunità virtuale è emblema della propria esistenza, all’interno di una specifica rete virtuale di contatti. Tramite la performance, ovvero i contenuti che decidiamo di condividere con gli altri utenti, mostriamo una rappresentazione del nostro sé. In quest’ottica performativa non può che generarsi pressione sociale a ottenere sempre maggior consenso e approvazione, tramite la ri-condivisione.

I profili degli utenti sono strumenti di gestione delle impressioni su di sé nell’ambito delle relazioni sociali, tramite la messa in scena della propria identità, dell’analisi degli effetti suscitati negli interlocutori e del miglioramento della propria presentazione, al fine di ottenere il risultato desiderato (Marwick, 2005; boyd, 2008).

Questo processo di presentazione di sé è mediato dall’utilizzo di filtri e sistemi di modificazione, come per esempio Photoshop, al fine di alterare ciò che è ritenuto un difetto fisico, ed esaltare ciò che invece si reputa un pregio. Infatti, come sostiene Boyd (2008), proviamo a fornire un’immagine che sembra ricondurre alla nostra vita offline, ma in modo più controllato e mediato rispetto alla vita quotidiana. Gli utenti sono portati a mettere costantemente a confronto il proprio comportamento e stile di vita con la gamma di comportamenti socialmente condivisi sulle piattaforme social, che vengono diffusi solo in base al livello di popolarità acquisita.

Secondo Vittadini (2018) “Le piattaforme rendono misurabile l’indice di popolarità dei singoli utenti (…) premiando con una maggiore visibilità gli utenti con più followers, commenti o likes e i contenuti che sono in grado di generare reazioni immediate da parte degli utenti” (p. 86).

Social network e disturbi alimentari

Secondo Dakanalis, Clerici et al. (2012), i mass media giocano un ruolo importante nello sviluppo dei disturbi alimentari, prevalentemente nelle culture occidentali. Infatti, sono considerati uno dei più forti trasmettitori di pressione sociale alla magrezza, la quale viene considerata sinonimo di bellezza e apprezzamento. Con lo sviluppo dei nuovi social media appearance focused, come Instagram, che veicolano immagini raffiguranti prototipi di bellezza priva di imperfezioni, si sono costituiti rapidamente canoni estetici estremamente irrealistici e difficilmente raggiungibili. Secondo Fardouly et al. (2018) il tipo di contenuti a cui si è esposti è uno dei fattori che può contribuire, insieme ad altri fattori di rischio, allo sviluppo di body surveillance, social comparison tendency e body dissatisfaction: infatti, gli utenti che seguono più assiduamente profili di celebrities, fitspiration e beauty sono più propensi a sviluppare outcomes disfunzionali che riguardano il rapporto con il proprio corpo e con il confronto costante con gli altri.

In un’ottica dominata dalla desiderabilità sociale, viene automaticamente messo in atto un processo di interiorizzazione dei canoni di bellezza trasmessi dai media, con i quali si tende a confrontare il proprio livello di adeguatezza e che influisce inevitabilmente sull’idea che il soggetto ha di se stesso e della propria immagine corporea e sui suoi comportamenti alimentari (Dakanalis, Clerici et al., 2012). I canoni di bellezza estremamente stereotipati, se interiorizzati, possono diventare motore di confronto costante e ipervigilanza sul proprio corpo, i quali, a loro volta, possono mediare il rapporto con l’insoddisfazione per la propria forma fisica e la spinta alla magrezza. In sintesi, tutti questi elementi elencati possono essere considerati fattori mediatori che predispongono all’esordio di un disturbo alimentare negli individui più propensi a paragonare il proprio corpo con quello degli altri, poiché in essi potrebbe generarsi più facilmente body dissatisfaction, drive for thinness e in ultimo lo sviluppo di un disturbo alimentare (Holland & Tiggemann, 2017). Infatti, comportamenti atti a modificare drasticamente la propria forma fisica (e.g.: esercizi fisici, dieting e purging), se perpetrati in modo eccessivo, possono diventare potenzialmente dannosi.

Gli effetti della fitspiration

Uno studio del 2021 ha evidenziato come l’esposizione a contenuti di fitspiration avesse un impatto nettamente negativo sulla soddisfazione per la propria forma fisica, l’umore generale e, in un ultimo, sintomi veri e propri legati ai disturbi alimentari. In questo studio, infatti, un gruppo di studentesse universitarie è stato esposto a contenuti di fitspiration, mentre un altro gruppo è stato esposto a contenuti relativi a viaggi; ebbene, le ragazze che avevano osservato solo foto di viaggi sono risultate drasticamente meno inclini a mettere in dubbio la propria forma fisica e il proprio grado di soddisfazione rispetto ad essa. Inoltre, in questo studio è emerso come, non solo l’essere esposti, ma anche il postare in prima persona contenuti di fitspiration, fosse legato a peggiori outcome correlati a disturbi alimentari e insoddisfazione per il proprio corpo (Rounds & Stutts, 2021). In ogni caso, come numerosi studi precedenti, questo studio ha sicuramente portato alla luce l’innegabile rapporto tra contenuti di fitspiration, che promulgano ideali fisici di magrezza e tonicità estremi, e una accentuata percezione negativa di sé. È comunque importante sottolineare che, per il momento, la letteratura necessita ancora di approfondimenti relativi all’argomento, così da poter delineare in maniera più chiara la direzionalità e causalità del rapporto tra questi fattori.

Affrontare i temi dolorosi con la Detached Mindfulness (DM) – PARTECIPA ALLA RICERCA

Nella concettualizzazione LIBET sono centrali le credenze metacognitive di intollerabilità e condizionabilità del tema doloroso. Un approccio che tipicamente tratta le metacredenze cognitive è la terapia metacognitiva (MCT), che propone interventi misti comportamentali/esperienziali che sono previsti anche nella cornice del modello clinico LIBET.

 

Il modello di concettualizzazione clinica dei disturbi emotivi Life themes and plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment (LIBET) è uno strumento che si basa su due concetti fondamentali: i Temi Dolorosi e i Piani Semi-adattivi. In particolare, i Temi Dolorosi sono definiti come stati mentali percepiti come intollerabili dalle persone e rappresentati nella coscienza come core beliefs (es. Io incapace/non amabile/debole), ovvero come descrittori di sé e della propria storia (self-knowledge e self-beliefs) (Sassaroli, Caselli, Ruggiero, 2016;  Sassaroli et al. 2021). A differenza dei modelli CBT e costruttivisti, che concettualizzavano i self beliefs come variabili di partenza del processo psicopatologico, il modello LIBET assume che il concetto clinico di “tema doloroso” sia un esito di processi metacognitivi disfunzionali che inducono il soggetto a mantenere fissa l’attenzione su stimoli a cui è vulnerabile e poi ad utilizzarli per creare o rinforzare rappresentazioni di se stesso e della propria storia personale, che cronicizzano ulteriormente la sua vulnerabilità a certi stimoli e rafforzano le sue strategie tipiche di pensiero e comportamento (Sassaroli, Caselli, Ruggiero, 2016). Ad esempio una persona con genitori criticanti di fronte all’errore, potrebbe crearsi un’idea di sé come “incapace” (tema doloroso), vissuta come intollerabile e fortemente condizionante, e pertanto sviluppare una particolare sensibilità a tutte le situazioni e gli stimoli che potrebbero esporlo all’errore e farlo venire a contatto con il dolore della sua vulnerabilità. Per proteggersi da questo è possibile che tenda ad evitare tali situazioni o rimuginare su possibili scenari per controllarli/ prevenirli (piano).

Sono quindi centrali nella LIBET le credenze metacognitive di intollerabilità e condizionabilità del tema. Un approccio che tipicamente tratta le metacredenze cognitive è la terapia metacognitiva (MCT), la quale propone interventi misti comportamentali/esperienziali che sono previsti anche nella cornice del modello clinico LIBET (Ruggiero e Sassaroli, 2013)

Secondo l’approccio metacognitivo, alcune persone rimangono imprigionate nel vortice della loro sofferenza emotiva in quanto la loro metacognizione di fronte a determinate esperienze interiori, dà vita ad un particolare modello di risposte che contribuisce a mantenere e a rinforzare la sofferenza. In altre parole, la sofferenza psicologica sarebbe legata all’attivazione di un pattern disfunzionale di cognizione (Cognitive Attentional Syndrome, CAS), che consiste nell’attenzione focalizzata su di sé, stili perseveranti di pensiero (rimuginio/ruminazione), strategie attentive di monitoraggio della minaccia e comportamenti di coping che non riescono a modificare le credenze erronee.

In tale cornice teorica, il trattamento mira a modificare il CAS attraverso il cambiamento dello stile cognitivo (Wells, 2005). Una strategia per raggiungere questo obiettivo è la detached mindfulness (DM), o consapevolezza distaccata, la quale indica uno stato di consapevolezza dei pensieri e il distacco da questi in assenza di elaborazione concettuale. La detached mindfulness condivide alcuni elementi caratteristici delle forme di meditazione mindfulness ma si differenzia per alcune caratteristiche: non prevede alcun ancoraggio corporeo come il respiro, non si concentra sulla consapevolezza del momento presente né sull’assenza di giudizio nei confronti di sé, non richiede una pratica continua ed estensiva. La consapevolezza distaccata risulta quindi focalizzata in modo specifico sull’acquisizione di consapevolezza metacognitiva, sulla separazione del senso di sé dai fenomeni cognitivi e sull’abbandono di risposte rimuginative (Caselli, Ruggiero e Sassaroli, 2017). La detached mindfulness mira quindi a modificare il modo in cui le persone si relazionano alle proprie cognizioni e soprattutto uno degli obiettivi è proprio quello di impedire che i pensieri influenzino il concetto di sè (Wells, 2009). A tale scopo la detached mindfulness propone diverse tecniche ed esercizi esperienziali, tra i quali le libere associazioni (Free Association Task) e la ripetizione verbale (Verbal Loop).

Nello specifico, la tecnica delle libere associazioni prevede che il terapeuta chieda al paziente di sedersi in silenzio ad osservare il fluire dei propri pensieri o ricordi, che emergono spontaneamente durante l’ascolto di stimoli verbali. L’obiettivo non è quello di rievocare altri ricordi o di pensare attivamente a qualche argomento ma di osservare ciò che accade, o non accade, nella propria mente.

La tecnica della ripetizione verbale invece consiste nel presentare ripetutamente al paziente i suoi pensieri, avvalendosi o meno di uno strumento di registrazione, per farne decrescere la salienza e il significato. Questo avviene perché i pensieri cominciano ad essere percepiti più come dei suoni che come qualcosa che trasmette informazioni interne (Wells, 2009).

Attualmente la letteratura in merito all’impatto e all’efficacia delle tecniche di detached mindfulness è piuttosto limitata. In particolare, non sono presenti studi che confrontino l’efficacia di due tecniche di Detached Mindfullness sulla diminuzione delle credenze negative sul sè e sull’intollerabilità e condizionabilità del tema, tuttavia è presente uno studio (Gkika, S., & Wells, A., 2015) in cui è stato sottolineato come le associazioni libere abbiano una influenza significativa sulla diminuzione dei pensieri negativi, compresi quelli su se stessi.

Alla luce del quadro teorico sopra esposto, Studi Cognitivi sta attualmente conducendo una ricerca con lo scopo di valutare l’impatto e verificare eventuali differenze tra due esercizi proposti dall’MCT nel promuovere la consapevolezza distaccata dai temi personali indagati con il modello LIBET.

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Relazioni sociali in assenza di gravità: astronauti in orbita

Una nave spaziale multiposto prevede che gli astronauti siano legati, non solo alla propria navicella, ma anche gli uni agli altri e formino con la nave spaziale quello che può essere definito “sistema uomo-uomomacchina”.

 

Gli eroi della solitudine

 È evidente che gli occupanti di un’astronave dovranno restare in permanenza al posto centrale di pilotaggio, mantenersi in contatto radio con la Terra, fare il punto, dedicarsi ad esperimenti e ad osservazioni scientifiche, vegliare sul buon funzionamento dei diversi sistemi e apparecchi di bordo e se necessario ripararli. Quando alla fine saranno giunti alla meta, gli astronauti non avranno quasi il tempo di riposarsi. Solo specialisti altamente qualificati potranno venire a capo di impegni tanto complicati. Più numerosi saranno gli uomini a bordo, meglio sarà per la missione. Ma le possibilità delle astronavi sono limitate, bisognerà quindi economizzare al massimo sul peso e, cosa altrettanto importante, limitare al minimo indispensabile le riserve di sostanze che permettono di produrre aria e cibo. Una delle soluzioni più opportune consiste nel curare al massimo la formazione degli astronauti, che dovrà essere il più possibile completa (Emurian & Brady, 2007, pp. 113-114).

La secolare esperienza degli uomini di mare attesta che l’assegnazione di più compiti è perfettamente realizzabile. L’equipaggio delle prime astronavi interplanetarie potrà consistere soltanto in quattro o sei uomini che si ripartiranno razionalmente diversi compiti da svolgere. Il grado di comandante verrà attribuito ad un cosmonauta esperto, al tempo stesso pilota e ingegnere, altamente competente in navigazione cosmica e apparecchiature radio, che conosca a fondo il funzionamento dei principali sistemi di bordo e l’astronave nel suo insieme. Egli piloterà l’astronave nelle fasi essenziali del volo (il decollo, l’atterraggio, il passaggio delle fasi pericolose) e comanderà il resto dell’equipaggio.

Non si potrà fare a meno di un pilota competente in cosmologia (la branca dell’astronomia che si occupa della struttura dell’universo) e ovviamente pratico di navigazione cosmica. Egli avrà l’incarico di stabilire le traiettorie ottimali di volo e di elaborare il modo migliore di dirigere l’astronave secondo queste traiettorie. Simili voli avranno come punto di partenza e di arrivo non soltanto la Terra, ma anche altri pianeti. Passando in prossimità dei corpi celesti, e dunque nei loro campi di attrazione, le traiettorie del volo dipenderanno dalle caratteristiche fisiche di questi corpi e soprattutto dalla loro massa. Il pilota prenderà in considerazione anche la direzione dei flussi meteoritici al fine di evitarli in tempo. Egli dovrà conoscere con precisione non solo la parte di Spazio attraversata dalla sua astronave, ma anche il pianeta di destinazione, con particolare riferimento all’accelerazione di gravità sulla sua superficie, lo stato di quest’ultima, la composizione dell’eventuale atmosfera, la struttura del suolo, eccetera. È possibile che, una volta giunti a destinazione, egli debba anche svolgere funzioni di meteorologo, di geodeta e di sismologo, dovendo inoltre essere pronto a sostituire il comandante di bordo in qualsiasi momento (A. D. Kelly & Kanas, 1992, pp. 721-722).

È indispensabile che l’equipaggio di un’astronave comprenda un tecnico operatore radio, il cui lavoro consisterà non solo nell’assicurare il contatto con la Terra, ma anche nell’individuare tramite il radar un eventuale flusso di meteoriti e nel determinare la distanza esatta che separa l’astronave dal pianeta sul quale dovrà atterrare. Le sue competenze dovranno anche comprendere la valutazione dell’intensità delle radiazioni nello Spazio cosmico durante il volo e sul pianeta di arrivo, nonché lo studio di diversi fenomeni fisici e tutti gli esperimenti previsti.

Occorreranno anche i servizi di uno/due meccanici, che avranno il compito di mantenere in buono stato di funzionamento i sistemi dell’astronave. Naturalmente l’equipaggio comprenderà anche un medico (Andersen & Tewfik, 2009, pp. 1029).

Il primo medico- cosmonauta fu Boris Egorov. Nel corso del volo egli misurò la propria pressione e quella dei suoi compagni, analizzò il sangue e l’aria espirata dagli occupanti del veicolo, studiò la sensibilità del sistema vestibolare nello Spazio, il modo in cui l’occhio percepisce i colori in condizioni di volo, i cambiamenti funzionali che intervengono nell’organismo, l’effetto dell’assenza di peso sulla capacità di lavoro e sullo stato psichico (Gagarin & Lebedev, 2016, pp. 138).

I medici-astronauti chiamati a partecipare a voli di lunga durata seguono una preparazione speciale, perché devono possedere conoscenze molto estese dovendo vegliare sulla salute dei membri dell’equipaggio e controllare il funzionamento dei sistemi di sopravvivenza. Giunti sul pianeta di destinazione avranno compiti da zoologi, botanici, microbiologi, geologi, eccetera. Se il caso lo richiede, il medico-cosmonauta deve essere pronto ad effettuare interventi chirurgici. Come a bordo dei sottomarini, per esempio, egli avrà per assistenti alcuni membri dell’equipaggio (T. H. Kelly, Hienz, Zarcone, Wurster & Brady, 2005, pp. 228).

In generale i membri dell’equipaggio dovranno assolvere a parecchie funzioni, tra queste anche la posizione ai posti di pilotaggio. In alcuni casi saranno tutti occupati nello stesso momento: in corso di decollo, durante lo stivaggio, l’atterraggio, l’attraversamento di zone particolarmente pericolose e naturalmente in caso di avaria (Doorn, Gardoni & Murphy, 2019, pp. 125).

Psicologia di gruppo in missione

 Una nave spaziale monoposto costituisce quello che viene definito “sistema uomomacchina”. Una nave spaziale multiposto è evidentemente molto più complessa: in questo caso i suoi occupanti sono legati non solo alla propria navicella, ma anche gli uni agli altri e formano con la nave spaziale quello che può essere definito “sistema uomo-uomomacchina”. Se da un lato una specializzazione maggiormente settoriale e una separazione piuttosto netta delle diverse funzioni di pilotaggio, di stivaggio e di collegamento assicurano una gestione più efficace che nel caso di una nave spaziale monoposto (in cui tutte le funzioni sono compiute da un uomo solo), questa separazione dei compiti esige un coordinamento molto preciso, una profonda comprensione reciproca e l’attitudine a sostituirsi l’uno con l’altro. Soltanto sulla base di queste condizioni l’equipaggio sarà in grado di condurre a buon fine i compiti estremamente difficili che gli verranno affidati (Pagel & Chouker, 2016, pp. 1449). Questa coesione nel lavoro riveste un’importanza particolare quando è necessario prendere decisioni urgenti e non c’è tempo per riflettere. Questo problema è familiare già negli aviatori. Quando il tempo stringe, non basta che tutti conoscano perfettamente le loro mansioni e che siano competenti: occorre anche che si formi una buona squadra, il che esige la compatibilità psicologica di tutti i membri dell’equipaggio. In caso contrario anche se il comandante, il pilota, il meccanico e il tecnico radio fossero tutti all’altezza del loro compito, i risultati sarebbero deludenti. Infatti, dove la competenza professionale e la disciplina di tutti i membri dell’equipaggio si alleano allo spirito di solidarietà e di collaborazione, il successo è assicurato. Il pilota, il tecnico radio, il meccanico e il comandante devono conoscere perfettamente il loro compito; ognuno di essi deve sapere in cosa consistono le mansioni dei propri compagni ed essere pronto, se le circostanze lo esigono, ad essere loro d’aiuto. Nelle criticità la solidità e l’omogeneità di un equipaggio vengono realmente messe alla prova. In tali casi chi si preoccupa unicamente di se stesso, rimettendosi per il resto al solo comandante di bordo, rappresenta un grave pericolo per la squadra (N. A. Kanas et al., 2006, pp. 414-415). Sembra che la mancanza di coesione di un equipaggio risulti dall’assenza di legami di amicizia e di rispetto reciproci ed eventualmente dall’esistenza di sentimenti di inimicizia. Di fatto l’assenza di unità e gli inconvenienti che ne derivano si spiegano soprattutto con la mancanza di contatti e di reciproca comprensione sul piano professionale (Xu, Li & Jiang, 2013, pp. 54). La ricerca in campo psico-sociale evidenzia come la coesione, ovvero quella serie di legami che si creano all’interno di un gruppo, sia legata a un senso di connessione che porta a vedere il gruppo come un tutt’uno: questo senso di connessione aumenta il livello di cooperazione all’interno del gruppo e ne rafforza l’identità. Le dinamiche di natura sociale che conducono un equipaggio verso la coesione passano attraverso tre fasi: la prima corrisponde all’apertura verso le interazioni e la ricerca di interessi comuni; nella seconda si possono formare dei sottogruppi sulla base di affinità comuni, di interessi, di tendenze politiche ed ideologiche; nella terza fase avviene la fusione del gruppo attorno a norme comuni e ad un interesse sociale comune. È chiaro che qualcuno potrà non riconoscervisi, ad esempio per differenze culturali, e che possano verificarsi momenti di tensione o addirittura conflitti più importanti. Naturalmente, le caratteristiche delle personalità individuali giocano un ruolo fondamentale per la creazione di un gruppo coeso. I dati evidenziano come un alto livello di identificazione con la missione sia associato a un più alto livello di condivisione degli obiettivi, di comportamento prosociale e di motivazione (Thompson, 2012, pp. 199- 200). Pur conoscendo bene le particolarità di ognuno dei membri di un gruppo, è impossibile prevedere quale sarà il comportamento del gruppo nel suo insieme, quali rapporti si instaureranno e in che modo le azioni individuali influenzeranno l’attività collettiva. Lungi dall’essere una semplice somma aritmetica di individui, un gruppo costituisce un organismo unico che possiede caratteristiche proprie (Miller et al., 2014, pp. 74). In aviazione la coesione di un equipaggio si crea dopo numerosi voli effettuati insieme, ma evidentemente non è possibile operare nello stesso modo nel caso degli astronauti: gli istruttori e gli psicologi hanno l’arduo compito di formare equipaggi omogenei e coesi prima delle spedizioni spaziali.

 

Autismo e disturbi mentali: la questione della doppia diagnosi

Gli studi di prevalenza sulla doppia diagnosi sono fortemente influenzati dalle variazioni che hanno subìto nel tempo sia il disturbo dello spettro autistico che i disturbi psichiatrici a livello di classificazione e definizione diagnostica, nonché dal fatto che spesso vengono utilizzati dei campioni di pazienti istituzionalizzati.

AUTISMO E QUALITÀ DI VITA – (Nr. 5) Autismo e disturbi mentali: la questione della doppia diagnosi

 

“L’eclissi diagnostica” dei disturbi psichiatrici nella popolazione con autismo

Per molto tempo si è ritenuto che le persone con disturbo dello spettro autistico (ASD) o disabilità intellettiva (DI) non potessero avere dei disturbi psichiatrici e questa negazione (o ignoranza) è stata definita con l’espressione “eclissi diagnostica”. Tale mancanza era dovuta a varie ragioni, tra cui l’idea che le persone con disabilità intellettiva fossero troppo compromesse da rendere impossibile la concomitanza con dei disturbi emozionali (Wieseler e Hanson, 1999/2005). Altre ragioni erano la mancanza di psichiatri appositamente formati per la cura di soggetti con disturbo dello spettro autistico o disabilità intellettiva e l’assenza di consenso all’interno della comunità scientifica in merito a quali precise difficoltà dovessero essere considerate dei problemi di salute mentale all’interno di questa popolazione (Lehotkay et al., 2009).

La questione della doppia diagnosi

La letteratura scientifica degli ultimi anni dimostra, invece, il contrario: le persone con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva sono soggette a una vulnerabilità allo sviluppo di disturbi psichiatrici (DP) significativamente maggiore rispetto alla popolazione a sviluppo tipico, soprattutto i casi che presentano sia disturbo dello spettro autistico che disabilità intellettiva (Cooper et al., 2007; Francescutti et al., 2016).

L’espressione “doppia diagnosi”, in questo senso, si riferisce alla coesistenza di un disturbo del neurosviluppo (ASD o DI) alla base e un disturbo psichiatrico. La doppia diagnosi non è, però, una questione semplice dal momento che la presenza di un disturbo psichiatrico può compromettere la valutazione del Quoziente Intellettivo e, viceversa, una compromissione cognitiva può mascherare la presenza di un disturbo psichiatrico (Lehotkay et al., 2009).

La prevalenza dei disturbi psichiatrici nella popolazione con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva

In ogni caso, in letteratura è riportata una prevalenza di disturbi psichiatrici quattro volte maggiore nella popolazione con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva rispetto a quella senza tali diagnosi e questo può essere legato a molteplici cause: biologiche, psicologiche e socio-ambientali (Francescutti et al., 2016). Le stime variano molto in base agli studi (dal 10% all’80%) e questa disomogeneità dipende da vari fattori, tra questi: l’eterogeneità dei quadri clinici intrinseca alle condizioni legate alla neurodiversità, aspetti metodologici legati al campionamento e alle tipologie di studio, e ultimo, ma non meno importante, gli strumenti utilizzati per la diagnosi dei disturbi psichiatrici nella popolazione con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva (Di Sarro et al., 2020). Gli studi di prevalenza sulla doppia diagnosi sono, inoltre, fortemente influenzati dalle variazioni che hanno subìto nel tempo sia il disturbo dello spettro autistico che i disturbi psichiatrici a livello di classificazione e definizione diagnostica, nonché dal fatto che spesso vengono utilizzati dei campioni di pazienti istituzionalizzati, quindi con una maggiore probabilità di avere una doppia diagnosi rispetto alla popolazione generale con disturbo dello spettro autistico, portando dunque a una sovrastima dei risultati (Holland e Koot, 1998).

Le difficoltà del processo diagnostico

In particolare, le difficoltà legate al percorso di diagnosi di disturbi psichiatrici nelle persone con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva possono essere connesse a delle peculiarità nel funzionamento cognitivo, comunicativo e/o sociale; alla carenza di motivazione e collaborazione nei confronti della valutazione psichiatrica; a una diversa manifestazione sintomatologica dei disturbi rispetto alla popolazione a sviluppo tipico; alla limitatezza di esperienze e opportunità di vita; all’incongruenza tra i risultati ottenuti da una valutazione diretta (con la persona con disabilità) rispetto a quelli ottenuti da una indiretta (tramite caregiver); alla sovra-ombratura diagnostica (Sovner, 1986), ossia la difficoltà nel discriminare i sintomi psichiatrici da quelli propri del disfunzionamento cognitivo alla base del disturbo del neurosviluppo; e a molte altre cause (Bertelli, 2019). Inoltre, l’inappropriatezza evolutiva e le difficoltà legate alla comunicazione e all’introspezione non consentono di applicare i criteri diagnostici riferiti ai vari disturbi psichiatrici così come descritti nei classici manuali diagnostici come il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edito dall’American Psychological Association [APA]) e l’ICD (International Classification of Disease, edito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità [OMS]). Nella popolazione con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva, i sintomi relativi al vissuto soggettivo si manifestano, più spesso, attraverso alterazioni comportamentali. Di conseguenza, la valutazione del disagio psicologico in tale popolazione deve concentrarsi su una valutazione funzionale e sistematica dei comportamenti nei contesti di vita quotidiani (Bertelli, 2019). Inoltre, spesso nei servizi di salute mentale non esistono figure specializzate per la diagnosi e il trattamento degli adulti con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva, soprattutto nel nostro Paese dove, al compimento dei 18 anni, non è previsto un medico che sostituisca il neuropsichiatra infantile, lasciando quindi tali persone prive di un riferimento specialistico (Francescutti et al., 2016).

I disturbi psichiatrici più diffusi nella popolazione con disturbo dello spettro autistico e/o disabilità intellettiva

Secondo una rassegna condotta da Bertelli (2019) sugli studi di prevalenza dei principali disturbi psichiatrici nella popolazione con disturbi psichiatrici, i cui risultati sono sintetizzati nella Figura 1, i disturbi mentali che mediamente mostrano una maggiore prevalenza sono i disturbi di personalità (23.6%), il disturbo da stress post-traumatico (16%; seppur molto variabile tra i diversi studi) e i disturbi dell’umore (9.2%). Nello specifico, la depressione è stimata intorno al 3.8%, mentre il disturbo bipolare intorno all’1.9%. I disturbi psicotici e quelli d’ansia mostrano delle medie di prevalenza più contenute, rispettivamente del 3.9% e 3.5%. Per quanto riguarda i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, la rassegna mostra una prevalenza media del 4,9% nella popolazione con disabilità intellettiva; tuttavia, alcuni studi affermano che questi problemi riguardano fino a un terzo delle persone con disabilità intellettiva e fino all’80% di quelle con disabilità intellettiva più grave. Anche il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) raggiunge in certi casi stime che si avvicinano a un terzo della popolazione con disabilità intellettiva; ciononostante, la media di prevalenza risultante dai diversi studi è 5,2%. I disturbi di personalità mostrano un range di stime molto vasto, ma tendenzialmente maggiore nei contesti ospedalieri rispetto a quelli comunitari, con una media del 23.6%. Di questi, le manifestazioni più frequenti sono il disturbo di personalità non altrimenti specificato (19.1%), seguito da quello borderline (8.7%) e, in generale, dal cluster B o drammatico (24%). Infine, la demenza colpisce circa il 3-4% delle varie sindromi che includono disabilità intellettiva, con un picco del 17-24% per quanto concerne sindrome di Down (Bertelli, 2019).

Autismo e disturbi psichiatrici un focus sulla doppia diagnosi Fig 1

Figura 1. Tassi di prevalenza media dei disturbi psichiatrici principali nella popolazione con disabilità intellettiva (adattata da Bertelli, 2019)

Ulteriori studi epidemiologici mostrano delle stime di prevalenza del 21-35% di disturbi psichiatrici nelle persone con disabilità intellettiva, confermando una maggiore frequenza dei disturbi depressivi, d’ansia e dello spettro della schizofrenia (Bowring et al., 2017).

Per quanto riguarda il disturbo dello spettro autistico, i disturbi concorrenti più frequenti risultano essere i disturbi dell’umore, quelli d’ansia e l’ADHD (Bertelli, 2019). Nello specifico, in una recente meta-analisi (Hollocks et al., 2019) è riportata una prevalenza del 27% per quanto riguarda i disturbi d’ansia e del 23% per quelli depressivi. Per quanto concerne, invece, le stime del disturbo ossessivo-compulsivo e dei disturbi psicotici, esse variano dal 7% al 24% nel primo caso, e dal 12% al 17% nel secondo.

 

La psicosi post-partum e gli effetti sul partner ed il bambino

La causa della psicosi post-partum è stata riscontrata essere il brusco calo di ormoni (estrogeni, progesterone, cortisolo) che avviene subito dopo il parto e, nonostante la gravità di questo disturbo, la prognosi per il decorso è buona, poiché la maggior parte dei casi risponde bene ai farmaci.

 

Cos’è la psicosi post-partum?

La psicosi post-partum è un disturbo mentale che insorge durante il periodo post-parto. L’incidenza della psicosi post-partum è stata dimostrata variare a seconda della popolazione e del paese di riferimento, andando dal 0.89 al 2.6 per ogni 1000 nascite (VanderKruik et al., 2017).

La manifestazione della psicosi post-partum può avvenire come episodio primario o come recidiva di una malattia preesistente, come nei casi del disturbo bipolare (Raza & Raza, 2022) o depressivo (Mighton et al., 2016).

L’insorgenza della psicopatologia è prevalentemente immediata, quindi subito dopo il parto: molti studi infatti confermano la presenza dei sintomi entro la prima o la seconda settimana, dai primi giorni a 3 mesi dopo il parto ed entro le 3 o 6 settimane dal parto. (Raza & Raza, 2022).

Oltre ai sintomi di depressione ed ansia possono presentarsi mania, irritabilità, insonnia, comportamento disorientato, disturbi della coscienza, catatonia, iperattività, allucinazioni (visive e uditive), delirio di persecuzione, suicidio ed infanticidi (Kamperman et al., 2017; Osborne, 2018).

La causa della psicosi post-partum è stata riscontrata essere il brusco calo di ormoni (estrogeni, progesterone, cortisolo) che avviene subito dopo il parto (Holford et al., 2018); gli studi che hanno cercato la relazione tra psicosi, fattori ostetrici, psicologici e sociali hanno stimato che una donna su cinque con disturbo bipolare ha probabilità di sviluppare una psicosi post-partum (Perry et al., 2021).

Per le donne che sviluppano una psicosi post-partum solo nel periodo post parto il rischio di sviluppare successivi episodi è del 69% (Osborne, 2018).

Nonostante la gravità di questo disturbo, la prognosi per il decorso è buona poiché la maggior parte dei casi risponde bene ai farmaci che includono stabilizzatori dell’umore, antipsicotici e spesso antiepilettici (Antoniou et al., 2021; Osborne, 2018; Raza & Raza, 2022).

L’improvvisa insorgenza della malattia e l’intensità dei sintomi, come i pensieri caotici e le percezioni distorte, spesso non permettono alle donne di rendersi conto di ciò che sta succedendo e portano a sviluppare fobie che creano sfiducia verso gli altri e se stesse (Forde et al., 2020).

Uno dei fattori aggravanti riguarda la mancanza di consulenza sulla malattia per le donne ad alto rischio e le loro famiglie; molte volte la mancanza di informazione preventiva crea un sentimento di vergogna che può impedire ai familiari di cercare aiuto (Forde et al., 2019).

Nella fase acuta le pazienti sperimentano un senso di perdita dell’identità e del senso di sé; l’avvenimento è aggravato dalle loro aspettative sulla maternità che vengono smentite, provano un senso di abbandono profondo che le porta a temere per il futuro (Wyatt et al., 2015).

Per questi motivi il sostegno da parte della famiglia sia durante che dopo il ricovero è considerato fondamentale (Forde et al., 2019).

Nonostante una percentuale alta di pazienti (88%), passati 9 mesi dal ricovero, ritorni al lavoro, rispetto alla popolazione generale, esse riportano più frequentemente ansia e disagio con casi di recidiva che influiscono in altre aree (Burgerhout et al., 2017).

Per questo le donne hanno spesso bisogno di ulteriore supporto psichiatrico, che viene fornito coinvolgendo la famiglia, per reintegrarsi dopo il ricovero e per elaborare mentalmente ed emotivamente l’esperienza traumatica.

Gli effetti della psicosi post-partum sul partner

La psicosi post-partum risulta avere effetti significativi anche sui partner delle neomamme, che si ritrovano in una situazione di frustrazione e smarrimento a cui spesso non sanno come reagire. La poca comprensione nei confronti della malattia della compagna, la separazione e la vergogna spesso provata a causa dello stigma della malattia mentale, porta alcune coppie alla rottura della relazione (Engqvist & Nilsson, 2011, 2011).

In altri casi il cambiamento di ruolo del partner da figura di sostegno a figura di protettore e caregiver, porta ad una comunicazione diseguale e paternalistica della coppia (Holford et al., 2018). Altro aspetto rilevante riguarda la vita sessuale delle coppie, che risulta compromessa per via dei problemi di espressione di tenerezza e di interesse femminile verso il partner (Degnan et al., 2021; Ruffell et al., 2019).

Nonostante ciò, una grande percentuale di coppie riferisce cambiamenti positivi a lungo termine grazie ad un aumento di comprensione e di sostegno per il partner (Boddy et al., 2017).

Gli effetti della psicosi post partum sul bambino

Riguardo agli effetti della psicosi post-partum materna sul bambino, sebbene una minoranza di soggetti abbia mostrato problematiche di sviluppo, si riporta uno sviluppo del legame madre-bambino adeguato e positivo se la patologia viene  riconosciuta e trattata.

Un aspetto aggravante riguarda la separazione del neonato dalla madre, poiché è stato riscontrato avere effetti sullo sviluppo dell’intimità e del legame madre-neonato; per questo il ricovero in unità mamma-bambino (mother-baby unit) che permettono la permanenza del neonato e di conseguenza lo sviluppo continuo del legame tra i due risultano essere più idonei (Hill et al., 2019).

Le possibilità che le madri, durante il ricovero, facciano del male ai figli sono minime in base ad uno studio condotto nel 2018 (Ramsauer & Achtergarde, 2018); tuttavia, le madri che presentavano allucinazioni gravi riguardo al figlio e alla sua pericolosità, avevano maggiori probabilità di comportamenti abusivi sul bambino. Anche dopo il trattamento, durante le osservazioni di interazioni madre-bambino attraverso il gioco, i neonati si mostravano meno cooperativi, con comportamenti più negativi e con una paura maggiore verso gli estranei, suggerendo la difficoltà di ripristinare il rapporto una volta compromesso (Chandra et al., 2006).

Conclusioni

In conclusione, una delle problematiche principali riscontrate risulta essere la disinformazione riguardo alle malattie perinatali. Una proposta potrebbe essere quella di incoraggiare la familiarizzazione con i problemi di salute mentale perinatale e con ciò che comportano. È necessaria anche una attenzione alla coppia che vive queste situazioni con un supporto psicologico costante per la madre e per la famiglia (Christiana Arampatzi et al., 2022).

 

Nasce la collana “Psicoterapia Efficace” di Giunti Editore

La collana “Psicoterapia Efficace” dell’editore Giunti e curata da Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli propone la pubblicazione di testi dedicati alla descrizione di modelli d’intervento clinico in psicoterapia la cui efficacia sia basata su prove di fatto, in inglese evidence based.

L’accento sull’efficacia è da tempo un obbligo scientifico per la psicoterapia, la quale è una scienza applicata che pertanto deve armonizzare l’intuito della buona pratica con le prove di fatto empiriche. Su questa doppia esigenza non si insisterà mai abbastanza. Anzi, è lo stesso successo delle pratiche di provata efficacia che ne ha determinato una parziale crisi, crisi che, a sua volta, richiede un rilancio. L’emergere di studi alternativi che hanno cercato di approfondire l’aspetto contestuale e relazionale e non solo quello medico e scientifico è benvenuto e serve a rendere la scienza più applicabile nella pratica clinica ma, al tempo stesso, rischia di creare un abbassamento della guardia nell’aderenza alle procedure più efficaci, il cosiddetto deterioramento o “drift” della pratica clinica (per un approfondimento, vedi: “Waller, G. (2009). Evidence-based treatment and therapist drift. Behaviour research and therapy, 47(2), 119-127”)

La collana è nata nel 2022 e inaugura le sue attività pubblicando tre volumi, tutti collegati alla diffusione della conoscenza della psicoterapia di provata efficacia.

Il potere della terapia psicologica

Il potere della terapia psicologica - CopertinaIl primo libro che pubblicato è “Il potere della terapia psicologica“, di Richard Layard e David M. Clark, traduzione di Thrive: The Power of Psychological Therapy, un lavoro che descrive l’applicazione nel sistema di assistenza sanitaria pubblica britannica di servizi di psicoterapia per ansia e depressione, il cosiddetto programma IAPT (Adult Improving Access to Psychological Therapies programme). La maggior parte di chi soffre di problemi emotivi e psicologici non viene curata, oppure riceve cure insufficienti. Nel libro un economista e uno psicologo uniscono le forze per descrivere come le moderne terapie psicologiche, oltre ad essere altamente efficaci, sono economicamente convenienti per la società.

Gli autori sono Richard Layard, specializzato in economia del lavoro, membro della House of Lords, è professore emerito presso la London School of Economics e David M. Clark, psicologo e docente di Psicologia sperimentale presso l’Università di Oxford dove dirige il Centre for Anxiety Disorders and Trauma.

Il metodo socratico in psicoterapia

Il metodo socratico in psicoterapia - CopertinaLa seconda opera pubblicata è “Il metodo socratico in psicoterapia” che espone il metodo del principale intervento in uso nella psicoterapia cognitivo comportamentale, che a sua volta è la terapia di più solida efficacia empirica. Malgrado la sua impostazione tecnica, il libro è anche ricco di intuizioni cliniche. Il metodo socratico è esposto non solo nei suoi aspetti procedurali e pratici, ma anche aderendo al suo spirito in termini più esistenziali e filosofici, valorizzando la flessibilità e la creatività che sono alla base di sedute di psicoterapia efficaci, quando guidate dal metodo socratico come approccio innovativo all’esplorazione di sé.

L’autore è James Overholser, professore di psicologia presso la Case Western Reserve University, di Cleveland, Ohio. Il suo approccio al trattamento si basa principalmente su strategie cognitivo-comportamentali con un’attenzione particolare al metodo socratico.

La terapia dialettico comportamentale

Terapia dialettico comportamentale - CopertinaIl terzo libro è un manuale di psicoterapia ma sufficientemente comprensibile da poter essere usato anche dai pazienti come testo di auto-aiuto. La soluzione migliore è che il paziente lo usi sotto la guida del terapeuta, discutendolo in seduta. Il volume è intitolato “La terapia dialettico comportamentale”. Questa terapia (in inglese Dialectical Behavior Therapy, da questo momento DBT) è estremamente efficace a sviluppare le abilità necessarie per raggiungere un equilibrio emotivo duraturo. Il libro illustra gli esercizi per acquisire le abilità DBT fondamentali: la tolleranza del disagio, la consapevolezza (mindfulness), la regolazione delle emozioni e l’efficacia interpersonale.

Gli autori sono Matthew McKay, professore al Wright Institute di Berkeley, Jeffrey C. Wood, specialista in trattamenti di terapia breve per la depressione, l’ansia e i traumi e Jeffrey Brantley consulente associato presso il Dipartimento di Psichiatria della Duke University.

 

Consulta le copertine dei tre volumi:

Il potere della terapia psicologica

Il metodo socratico in psicoterapia

La terapia dialettico comportamentale

 

 

Vulvodinia: tra causa e trattamento – FluIDsex

La vulvodinia è una patologia caratterizzata da dolore o fastidio cronico nella regione della vulva per la durata di almeno tre mesi, senza che sia riscontrata alcuna causa eziologica.         

 

Come si manifesta la vulvodinia?

I sintomi possono essere descritti come una sensazione di prurito, bruciore, puntura, irritazione o trafittura, e possono coinvolgere l’intera vulva (vulvodinia generalizzata) o essere localizzati in alcune porzioni dei genitali come il clitoride (clitorodinia) o il vestibolo della vagina (vestibolodinia).

Allo stesso modo, a seconda che vi sia o meno un fattore scatenante, la vulvodinia può essere provocata (ad esempio dal posizionamento di un tampone, o da un rapporto sessuale), non provocata o mista.

Sulla base della sua insorgenza si divide in primaria (se causata dallo sfioramento o dal contatto con uno stimolo) o secondaria (se insorge spontaneamente), e può anche essere classificata in: intermittente, persistente, costante, immediata o ritardata, dipendentemente dalla frequenza con cui si presenta (Vasileva et al., 2020).

Si tratta di una patologia diffusa, con stime che vanno dal 10% al 28% nelle donne in età riproduttiva della popolazione generale. Secondo uno studio pubblicato di recente (Harlow et al., 2014), l’8% delle donne di età compresa tra i 18 e i 40 anni ha riferito una storia di dolore vulvare che persiste da più di 3 mesi, e che ha come conseguenza rapporti sessuali dolorosi (dispareunia). I ricercatori hanno anche rilevato che presentano una maggiore probabilità di svilupparne i sintomi le donne caucasiche (principalmente quelle di origine ispanica) rispetto a quelle di altre etnie (Pukall et al., 2016).

Il segno cardinale per effettuare la diagnosi di vulvodinia è una significativa sofferenza esperita a seguito del test di pressione puntuale apportato con un bastoncino di cotone in uno schema circonferenziale intorno al vestibolo vulvare. Questo inoltre aiuta a mappare la localizzazione e la gravità del dolore vestibolare, che, le pazienti, proveranno in maniera sproporzionata una volta esercitata la pressione attraverso il tocco del tampone (Harrison, 2017).

Sono numerosi i fattori connessi a questa patologia, e comprendono molti sintomi diversi e frequenti comorbidità nell’area pelvica, come le sindromi dolorose urologiche o coloproctologiche, la sindrome dolorosa associata all’endometriosi e la sindrome dell’intestino irritabile. Queste si espandono anche ad aree meno limitrofe, lontane dai genitali, come nel caso del dolore orofacciale e della fibromialgia, un dolore muscolo-scheletrico diffuso che comporta affaticamento. La loro associazione suggerisce che la vulvodinia sia l’espressione di processi fisiopatologici sottostanti simili (Torres-Cueco e Nohales-Alfonso, 2021).

Vulvodinia e psicopatologia

Nelle donne vittime di questa condizione è stata inoltre riscontrata un’ampia gamma di disturbi psicologici, tra cui somatizzazione, disturbi ossessivo-compulsivi, depressione, ansia e sintomi fobici, con conseguenti sensibilità interpersonali, ostilità, paranoia e un peggioramento generale della qualità di vita.

Non è chiaro se questi disturbi siano la causa o la conseguenza della patologia (Tribó et al., 2020), ciò che risulta però evidente, è il profondo disagio psicologico esperito da chi ne soffre.

Le pazienti riferiscono infatti di provare bassa autostima, paura, frustrazione, un’immagine di sé alterata, senso di inadeguatezza, senso di colpa, vergogna e depressione (la quale varia dal basso umore fino a raggiungere livelli clinici che richiedono l’assunzione di psicofarmaci; Buchan et al., 2007). Tuttavia, queste difficoltà non sono determinate esclusivamente dall’esperienza del dolore o dall’incapacità di avere rapporti sessuali in sé, ma piuttosto sono il risultato di narrazioni e ideologie sociali che contribuiscono in larga misura alle esperienze psicologiche negative delle donne con vulvodinia. Per esempio, Marriott e Thompson (2008) hanno affermato che le pazienti provano vergogna a causa dello stigma sociale, delle valutazioni che fanno parenti, amici e partner circa la malattia, così come a causa del fatto che percepiscono di essere giudicate come anormali, o “diverse” (Shallcross et al., 2018).

Le teorie sulla comparsa di questa condizione sono molteplici e l’eziologia è ancora sconosciuta, sebbene sia riconosciuta come multifattoriale.

Eziologia della vulvodinia

Analizzando la patologia da un punto di vista organico, è innanzitutto possibile, a livello locale, parlare di un fattore scatenante primario che provoca un’infiammazione, o un trauma diretto della vulva. Ciò comporta la stimolazione dei recettori del dolore ed eventualmente un’alterazione degli stessi o dei nervi connessi.

Traumi diretti della vulva (ad esempio, a seguito di una episiotomia), traumi diretti/indiretti del fondo pelvico (ad esempio, a seguito di un parto vaginale operativo) possono essere indicati come fattori scatenanti.

Tra le altre cause annoverabili, l’insorgenza dei sintomi può essere legata all’avvio ormonale (assunzione della pillola anticoncezionale, menopausa e parto), ad una lesione o infiammazione dei nervi che trasmettono il dolore dalla vulva alla colonna vertebrale, all’aumento del numero e della sensibilità delle terminazioni nervose nella vulva, all’aumento dei livelli di sostanze infiammatorie nella vulva, alla predisposizione genetica, alla debolezza dei muscoli del fondo pelvico, oppure può anche essere il riflesso di un dolore proveniente da altre parti del corpo, come la schiena o i fianchi, per cui è necessario prendere in considerazione una valutazione muscolo-scheletrica (Vasileva et al., 2020).

Per quanto concerne le cause di matrice psicosociale, la vulvodinia può rappresentare una reazione anomala a fattori ambientali. È emerso che le donne affette dalla patologia, presentino una probabilità circa tre volte maggiore di aver subìto gravi abusi (psicologici, fisici e sessuali) nell’infanzia e di aver vissuto nella paura e nella percezione di pericolo circa subire ulteriori vessazioni di varia natura (Khandker et al., 2014).

A proposito di ciò, è stato dimostrato che gli eventi traumatici disregolano l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e i sistemi immunitari, che svolgono un ruolo significativo nell’adattamento dell’organismo allo stress. Quando questi sistemi sono sovraccaricati o gestiti in modo inefficace, i processi fisiopatologici possono portare all’infiammazione in varie parti del corpo. Diversi studiosi hanno ipotizzato che la vulvodinia possa essere il risultato di un’alterata risposta immunoinfiammatoria (Plante e Kamm, 2008).

Giungendo agli studi che hanno valutato le pratiche igieniche in relazione alla vulvodinia, è emersa un’associazione tra la patologia e: sensibilità a saponi, cosmetici e materiali abrasivi, infezioni ginecologiche pregresse, cattive abitudini di toilette, in particolare la pulizia dalla parte posteriore a quella anteriore, e l’uso di indumenti aderenti come i jeans. Questi, infatti, possono intrappolare l’umidità nella zona vulvare e creare un ambiente favorevole alle infezioni, in particolare i lieviti, che sono stati trovati correlati alla malattia (Klann et al., 2019).

Il trattamento della vulvodinia

La vulvodinia e i disturbi correlati al dolore sono problematiche poco comprese, poco riconosciute e poco trattate (Ault, 2014) e le donne che ne sono affette spesso sono molto angosciate dal fatto di non riuscire a identificarne una “causa”. In aggiunta, come aggravante, alleviarne la sintomatologia può risultare una sfida perché nessun trattamento funziona per tutte. Risulta dunque necessario lavorare a stretto contatto con gli operatori della salute mentale per trovare, in un range di opzioni, quella migliore per ciascuna paziente.

Secondo la letteratura, gli interventi maggiormente efficaci e di prima linea risultano essere: la riabilitazione muscolare del pavimento pelvico (o terapia fisica del pavimento pelvico con bio-feedback) condotta attraverso esercizi fisici mirati, la farmacoterapia topica (ad esempio: Lidocaina, Ketoprofene o Baclofene) e orale (ad esempio: Pelvilen o antidepressivi triclici), il blocco anestetico dei centri nervosi direttamente coinvolti nella ricezione del dolore e, in caso di fallimento dei precedenti, si può fare ricorso alla chirurgia (anche detta vestibolectomia; Harrison, 2017).

È infine importante coadiuvare i sopracitati trattamenti con un percorso psicoterapeutico, dove i miglioramenti più sostanziali sono stati osservati attraverso: il training autogeno, che favorisce il rilassamento dei muscoli e degli organi interni procurando una sensazione di benessere; la psicoterapia ipnotica, che aiuta la riduzione della sensibilità agli stimoli dolorosi e la gestione delle emozioni ad essi correlati; e la terapia EMDR, la quale permette di elaborare i vissuti traumatici che possono essere legati alla vulvodinia (aborti, maltrattamenti, violenze e abusi sessuali subìti; Onnis, 2019).

 

Strategie e Tecniche per leggere ad alta voce a scuola (2022) di Batini, Giusti – Recensione

“Leggere forte!” è un progetto attentamente studiato, negli obiettivi, nei contenuti, nelle modalità operative, e la sua realizzazione è stata preceduta da un lavoro di indagine specifica, che ha coinvolto un variegato panel di esperti, a testimonianza della multidirezionalità del progetto.

 

I benefici di un approccio precoce alla lettura, da attuare già prima dell’accesso scolastico, risultano numerosi e validati. Un’introduzione tempestiva in questo senso, oltre a stimolare specifiche competenze coinvolte nella funzione di conversione grafema-fonema, estende i propri effetti potenzianti in una prospettiva variegata e multidimensionale. In particolare, dal punto di vista cognitivo, i benefici di una lettura precoce comportano il rafforzamento dell’intelligenza astratta, del pensiero analitico, delle capacità di critica e problem solving. Ma anche l’aspetto socio-emotivo risulta ampiamente giovato da un’alfabetizzazione anticipata, soprattutto nel consolidamento di dimensioni quali regolazione emotiva, empatia, prosocialità, consapevolezza del Sé e del Sé con l’altro, mentalizzazione.

Gli istituti scolastici si stanno attivando da tempo per rendere questo obiettivo raggiungibile, sostenibile e in grado di consentire risultati consolidabili sul lungo termine. E La Regione Toscana ha raccolto tra le prime la sfida, mettendo in atto un progetto attraverso il quale istituire l’ora quotidiana di lettura, un esercizio creativo organizzato all’interno del contesto e dell’orario scolastico con frequenza giornaliera.

Addentriamoci nel progetto: leggere forte!

Il testo costituisce la prosecuzione di una prima parte –pubblicata da Franco Angeli nel 2021– che proponeva 27 suggerimenti di lettura ad alta voce rivolti ad insegnanti della scuola frequentata da bambini da 0 a 6 anni. In questo caso i destinatari sono invece i docenti delle scuole di primo e secondo ciclo, frequentate da ragazzi dai 6 ai 19 anni.

“Leggere forte!” è il titolo evocativo dato al progetto, per evidenziarne esplicitamente lo scopo: favorire la diffusione della lettura a voce alta, una tecnica in grado di coniugare le potenzialità creative e rielaborative della lettura, con la costruzione di un pensiero collettivo generato all’interno di un contesto gruppale-collaborativo.

Il modello operativo si distingue per linearità: l’insegnante dà lettura di un testo ritenuto idoneo per stile e contenuto, e dopo averlo esposto ad un gruppo di allievi ascoltatori, lo rende oggetto di discussioni critico-rielaborative. Ma a fronte di questa apparente semplicità organizzativa, fa da riscontro un grado di strutturazione assolutamente solido e dettagliato.

“Leggere forte!” è un progetto attentamente studiato, negli obiettivi, nei contenuti, nelle modalità operative, e la sua realizzazione è stata preceduta da un lavoro di indagine specifica, che ha coinvolto un variegato panel di esperti, a testimonianza della multidirezionalità del progetto: da quello clinico a quello didattico, da quello pedagogico a quello sociale. Non da ultimo, quello politico burocratico, dato come la presentazione del progetto sia stata affidata al Presidente della Regione, Eugenio Giani, che ne sancisce formalmente l’utilità e l’efficacia, auspicandone la diffusione.

La struttura del progetto

Il testo privilegia la descrizione sistematica del progetto, scegliendo di suddividerne gli aspetti teorico-pratici in tre domini fondamentali, differenti per contenuti, protagonisti ed obiettivi:

  • il primo, denominato “Preparazione”, vede il ruolo centrale e pressoché esclusivo del docente, ed è finalizzato alla scelta e alla preparazione del testo da leggere in classe (6 suggerimenti);
  • il secondo, dal nome “Azione!” Descrive le fasi della lettura e l’ascolto attivo degli ascoltatori, che qui entrano in scena per la prima volta (8 suggerimenti);
  • l’ultima parte, intitolata “Dopo la lettura”, vede la posizione del docente farsi più periferica, per lasciare spazio a quello che costituisce uno dei principali obiettivi del progetto: rendere la lettura non soltanto un esercizio di conversione grafema-fonema automatizzabile, ma uno stimolo direzionante in grado di creare le fila di un pensiero collettivo che coniuga teoria e pratica, fantasia e realismo, esercizio e divertimento (2 suggerimento).

Preparazione

La scelta del testo

Il docente deve prestare attenzione alle caratteristiche della classe che farà da pubblico, valutandone le possibilità e le risorse cognitive, ma anche le propensioni e gli interessi individuali. Il fine principale è quello di scegliere un testo che si mostri coerente con entrambi questi aspetti, in modo da non violare le rispettive zone prossimali degli allievi (ad esempio con un testo troppo complicato) e da non suscitare cadute attentive o motivazionali degli stessi (ad esempio con un testo poco coinvolgente o non in linea con le preferenze della classe).

La lettura e l’interpretazione

Per evitare la neutralizzazione degli spunti motivazionali inseriti all’interno del testo, la lettura del docente non può affidarsi a uno stile frettoloso e superficiale. Non a caso il progetto fa riferimento a una regia del testo, nel tentativo esplicito di equiparare la lettura alla drammatizzazione di un copione teatrale. E in un certo senso è di questo che si tratta, dato come il docente viene esortato a curare la lettura non solo dal punto di vista contenutistico, ma anche sotto l’aspetto stilistico-prosodico, nella consapevolezza di quanto quest’ultimo possa mostrarsi in grado di attivare e gestire il panorama emotivo dell’ascoltatore.

Sarà dunque necessario  gestire sapientemente pause, punteggiature, intonazioni, modulazioni vocali che potranno agevolare l’identificazione dei nodi narrativi salienti dei personaggi principali, dei nessi associativi, delle frasi alle quali è necessario dare maggior risalto.

Il lettore deve allenarsi all’ascolto della propria voce, comprendendone le caratteristiche, le inflessioni, gli aspetti di ritmo e intonazione, per enfatizzarne il ruolo di canale comunicativo e relazionale. Per questo si consiglia, nel progetto, la registrazione preventiva della lettura attraverso l’utilizzo di nastri magnetici o informatici che ne consentano la riproduzione successiva, in una prospettiva autocritica e correttiva. Per aggiustare il tiro, insomma, validando i punti di forza ed eliminando le criticità. Come ogni bravo regista prima del ciak. Con questi piccoli accorgimenti la lettura diverrà un evento carico di emotività palpitante, e il testo, da un insieme di strutture sintattiche poste le une accanto alle altre, si trasformerà in un oggetto vivificato, una materia pulsante e autentica con la quale identificarsi empaticamente.

Azione!

E finalmente giungiamo al ciak, si gira. Dopo tanta preparazione la lettura ha inizio.

8 consigli pratici, dettati al fine specifico di costruire un contesto di ascolto interattivo e dinamico, in cui gli ascoltatori non siano ricettori passivi di contenuti altrettanto statici, ma co-costruttori di un significato che emerge gradualmente dal testo, parola dopo parola, e viene ogni volta deciso, rimodellato, vissuto sulla base delle intenzionalità comuni.

Neppure il lettore deve limitare il proprio ruolo a quello di referente di dati semantici: l’affascinante concetto di lettura dialogica lascia presagire la costruzione di un contesto in cui lettore e pubblico interagiscono continuamente, creando un flusso emotivo reciprocante che, dalle pagine del testo, penetra le rispettive profondità emotive per venirne preziosamente arricchito.

Il modello di lettura dialogata ha l’ulteriore merito di abolire le gerarchie di ruolo, per ammettere soltanto spazi condivisi: dunque l’insegnante, per quanto conduttore della sessione di lettura, non avrà il monopolio assoluto e insindacabile della stessa.

In conformità al concetto di un ascolto empatico egli dovrà interagire continuamente con il pubblico, cercandone e stimolandone i feedback, impliciti o espliciti, lasciando spazio a domande, commenti e critiche. Ben venga se queste giungono da sole, come frutto di un ascolto partecipante e propositivo. Ma nel caso in cui l’interazione degli ascoltatori si mostri più titubante, l’insegnante dovrà comunque elicitarne la presenza attraverso proposte, appelli, spunti, incentivi salienti e tuttavia mai saturi, al fine di non coartare la capacità immaginativa e di impedirne lo spunto creativo.

Prendendo spunto dall’intreccio narrativo il docente potrà chiedere agli allievi di costruire connessioni con testi già letti, favorendo l’identificazione di punti chiave e divergenze nella trattazione dei temi. E perché no, si può scandagliare il contenuto esperienziale di ciascuno, chiedendo agli ascoltatori se prima di allora si erano mai trovati in una situazione simile a quella riferita dal testo. Una self disclosure favorirà l’enfatizzazione del vissuto empatico, eserciterà la memoria autobiografica e favorirà il processo di identificazione, indispensabile alla creazione di un pensiero collettivo.

Dopo la lettura

Siamo arrivati al termine: dopo la fase della lettura dialogata e dell’ascolto attivo, la presenza del lettore sfuma gradatamente, per lasciare il posto a quella degli ascoltatori, i cui rispettivi spazi creativi possono iniziare a muoversi liberamente, sulla base delle linee guida fornite dal testo. Al docente resta il compito di mantenere una buona rotta, per impedire il sopraggiungere di una creatività fuorviante o inadeguata rispetto al nucleo tematico principale. Via dunque a discussioni e tavole rotonde condotti sulla base delle tematiche e degli spunti narrativi indicati dal testo, che ciascuno degli allievi è chiamato ad interiorizzare in una prospettiva trasformativo-produttiva.

Il progetto ricorda come la discussione finale non debba essere svolta soltanto attraverso il linguaggio verbale, essendo al contrario preferibile il ricorso ad attività da condurre in contesti gruppali, ad esempio laboratori artistici, scrittura creativa, narrazione esperienziale, disegno. La lettura va dunque agita, oltre che verbalizzata. E si costruisce con il fare, l’operare insieme nel rispetto dell’altro.

Per questo è necessario favorire la lettura di più testi, magari focalizzati sul medesimo argomento, al fine di incoraggiare il consolidamento di un pensiero divergente, capace di costruire un’ampia varietà di punti di vista, la formazione di un framing di giudizio integrativo, e dunque sempre pronto all’accoglienza assimilativa di contenuti divergenti dal proprio.

Sfruttare la potenzialità polisemica della lettura consente di creare un contesto percettivo differenziato, in cui il fattore emotivo-immaginativo svolge un ruolo attivante e continuamente rinnovabile proprio perché mai predeterminato, ma costruito sulla base delle singole individualità. Al contempo, inserire un aspetto empatico nell’ascolto aiuta a potenziare lo sviluppo di capacità mentalizzanti, trasmettendo agli ascoltatori uno spunto motivazionale che muove e pro-muove processi di accoglimento del Sé e del Sé con l’altro.

A tal proposito, il progetto di lettura ad alta voce sostiene la biodiversità, intesa come la capacità di stimolare nell’allievo un pensiero collaborante e collaborativo, costruito in un contesto scolastico altrettanto democratico, tramite l’assimilazione integrata di punti di vista, storie di vita, contenuti esperienziali diversi dal proprio e il continuo confronto con il nuovo, lo sconosciuto, il non-noto.

Questa propensione alla conoscenza integrativa del diverso da Sé potrà avvenire attraverso una spinta motivazionale alla ricerca che va sempre stimolata, nell’allievo, anche attraverso la creazione di vere e proprie biblioteche di classe, in cui far convergere i testi più vari e variegati, per contenuti e prospettive. Le aule devono trasformarsi in laboratori di pensiero, flessibile e adattivo, “Cantieri aperti in cui è possibile esprimere opinioni che, confrontate con quelle degli altri e del docente, divengono opinioni cittadine di cittadini democratici” (p. 119).

Il senso del progetto

“Leggere: forte!” è un progetto che trascende le caratteristiche più canoniche della lettura a voce alta. Ciò che sembra emergere dalla presentazione è invece un obiettivo cre-attivo, in cui ogni singola risorsa dell’ascoltatore viene posta al servizio di un intento trasformativo, capace di creare un vissuto emotivo reciprocante da interiorizzare e condividere.

Il progetto tradisce una natura fascinosamente poietica, ove con questo termine si intende la possibilità di creare con il fare e nel fare, lasciando che sia il contenuto delle singole attività collaborative a stabilire di volta in volta gli obiettivi da raggiungere.

Demiurghi di questo avventuroso processo sono da una parte gli allievi, con il loro ascolto partecipativo empatico e dialogante, e dall’altra il docente, che nel suo ruolo di guida direzionante riesce a creare un contesto percettivo, saturo di emozioni non saturate, in cui la creatività è l’unica certezza.

Tra i molteplici messaggi che il progetto si incarica di trasmettere, l’importanza di dar vita a un contesto scolastico in cui la lettura non sia soltanto un obiettivo didattico si mostra il principale.

L’auspicio è che il progetto incontri una diffusione attuativa sempre maggiore. In Toscana, come nel resto del territorio nazionale.

Un consiglio, una promessa, una sfida. Leggere ad alta voce, è un progetto promosso a pieni voti.

Non lavorare stanca. Il cambiamento del concetto di lavoro dall’antichità a oggi

Come è cambiata la concezione del lavoro all’interno dalla società dall’antichità al mondo contemporaneo? Ripercorriamone le trasformazioni.

 

Il concetto del lavoro nell’antichità

Nell’antica Grecia il lavoro era considerato un impedimento allo sviluppo delle facoltà superiori. Nell’Economico, un dialogo di Senofonte, ascoltiamo Socrate sostenere che il lavoro manuale priva gli uomini della possibilità di avere cura degli amici e della città, cosicché chi vi si dedica è considerato un pessimo amico e pessimo difensore della patria.

Anche Platone e Aristotele consideravano negativamente le attività manuali, definendole appannaggio degli istinti bruti. La ragione principale del disprezzo era da riscontrare nel fatto che la società greca si basava sul lavoro degli schiavi, mentre l’uomo libero, quando non era impegnato in battaglia, conosceva unicamente gli esercizi ginnici, la filosofia, i giochi di intelligenza.

Aristotele afferma che lo schiavo è soltanto un esecutore di ordini, un mero strumento di lavoro, incapace di essere creativo e apportare idee e miglioramenti alle sue attività. L’opinione diffusa era che, in un mondo ideale, l’uomo non dovesse lavorare, ma gli dèi, per loro espressa volontà, lo avevano privato dei mezzi di sussistenza, facendolo decadere dalla mitica età dell’oro ad una condizione di regresso e dolore.

Nel mondo classico romano, esisteva un dualismo tra otium e labor, dove l’otium era da preferire in quanto volontario uso delle proprie forze da parte di uomini che si ritenevano liberi dal bisogno di faticare per procurarsi il cibo. Il termine latino labor significava pena, fatica, sofferenza. Laborare voleva dire essere alle prese con un’attività difficoltosa e per nulla gratificante.

Intorno all’anno 1000, il francese travail, con cui oggi si designa il lavoro, era usato per indicare uno strumento di tortura, il tripalium, costituito da tre paletti al quale si legavano i condannati. Travailler voleva dire torturare e il boia era chiamato travailleur. Stessa derivazione in spagnolo, dove vorrei far notare che trabajo, oltre che lavoro, significa ancora oggi mettere al mondo, partorire. La mente vola al passo della Genesi in cui Dio dice alla donna colpevole di avere mangiato dall’albero della conoscenza: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, e con dolore partorirai i tuoi figli”. Il trabajo come esercizio punitivo della divinità.

Il discorso si farebbe assai lungo se volessimo indagare i dialetti. In Sicilia e in Sardegna il lavoro viene definito travagliu e traballu, alla maniera francese e spagnola. Nel vocabolario dei napoletani non esiste la parola lavoro, al suo posto c’è fatica.

Il disprezzo per il lavoro manuale si mantenne per tutto il Medioevo, alimentato dalla contrapposizione tra lo stato contemplativo, inteso come un dono che Dio concede agli ecclesiastici, e la condizione di sofferenza di chi è costretto a procurarsi il pane con il sudore del suo volto. Unica eccezione, la Regola di San Benedetto, ora et labora, letteralmente “prega e fai fatica”, che poneva l’accento sulla necessità di quella parte dell’esistenza che ancora oggi i benedettini dedicano alla conduzione del convento, dei giardini, dell’amministrazione e della foresteria.

Con il protestantesimo di Lutero e Calvino si realizzò una rivoluzione concettuale: il lavoro smise di essere un castigo divino e diventò un modo per trasformare in meglio ciò che Dio ha donato agli uomini. Scrive infatti Lutero: “Quelli che non difendono e non mantengono nessuno, ma consumano, oziano e impoltroniscono soltanto, il principe non dovrebbe tollerarli nel suo paese, ma cacciarli o costringerli a lavorare: come fanno le api, che cacciano via i fuchi che non lavorano e mangiano il miele delle altre api”.

Per Calvino, solo alcuni uomini sono predestinati ad essere salvati dalla Grazia di Dio, indipendentemente dai loro meriti o colpe, e ciò implica una negazione del libero arbitrio. Chi volesse conoscere in anticipo l’identità dei salvati dovrebbe guardare ai loro stili di vita. Per l’etica calvinista, un uomo laborioso che accresce onestamente la propria ricchezza dimostra di essere benedetto da Dio ed è perciò una bestemmia disapprovarne l’attitudine al lavoro.

Il concetto di lavoro nel mondo moderno

Nel mondo moderno la realizzazione sociale dell’individuo cominciò ad essere vista come indissolubilmente legata alle funzioni lavorative.

Liberarsi del lavoro divenne un’idea da pazzi, irrealizzabile nella nascente società industriale. Anche agli occhi di Marx, il lavoro è potenzialmente una manifestazione di libertà e realizzazione, e il limite dei sistemi politici sta nel non essere riusciti a trasformarlo in qualcosa di attraente che costituisca l’autorealizzazione dell’individuo. Non è dunque il lavoro che va demonizzato, ma i suoi aspetti schiavistici.

Rimasero inascoltate alcune voci contrarie. Nietzsche scrisse che il lavoro è una sorta di polizia di Stato che controlla i cittadini e li rende mansueti, poiché “chi lavora è innocuo, nel lavoro consuma la maggior parte della sua energia nervosa che viene sottratta alla riflessione, al sogno, all’amore o all’odio e soprattutto a ogni seria forma di progettualità”. Paul Lafargue, scrittore e genero di Marx, pubblicò nel 1887 un polemico pamphlet intitolato Le droit à la paresse (Il diritto alla pigrizia) nel quale deplora la follia che si era impadronita di uomini e donne della società capitalista: l’amore per il lavoro.

A queste riflessioni nessuno bada più. Oggi la disoccupazione viene fuggita come la peste. Le donne e gli uomini occupano gran parte del loro tempo a lavorare e amano definirsi attraverso i consumi, le vacanze, i viaggi.

Il lavoro non garantisce solamente un salario, ma anche una rispettabilità sociale, la possibilità di creare relazioni, un senso di autostima. Provate a conoscere gente nuova e la prima domanda che vi sentirete rivolgere è: “Cosa fai nella vita?”, come se lavoro e identità personale fossero inscindibili. Un chirurgo che incontra una persona non avrà difficoltà a rispondere, ma pensiamo a un disoccupato: egli proverà vergogna nel definirsi tale. Diversi studi scientifici hanno dimostrato che la disoccupazione incide sul benessere generale degli individui, provocando ansia, stress e depressione.

Difficile pensare a un tempo futuro in cui l’otium torni ad essere più importante del negotium.

Alessitimia: i possibili elementi implicati nella genesi e nel mantenimento

Una ricerca da poco condotta (Sangalli, 2022) si è interrogata sui possibili elementi implicati nella genesi e nel mantenimento dell’alessitimia proponendo un modello esplicativo potenzialmente utile nell’orientare gli interventi psicoterapeutici con soggetti alessitimici.

 

Cos’è l’alessitimia?

La capacità di essere consapevole, riconoscere ed elaborare il proprio mondo interno fatto di pensieri ed emozioni è una prerogativa tipicamente umana. Questa abilità introspettiva è andata affinandosi grazie allo sviluppo delle aree neocorticali del cervello e ha permesso all’essere umano un grande vantaggio in termini evolutivi. Tuttavia, per alcune persone più di altre, riuscire a identificare e descrivere le proprie emozioni non è poi così semplice.

Il termine alessitimia indica esattamente questo, ovvero una difficoltà nell’identificare i propri sentimenti, nel comunicarli agli altri e nel discriminarli da sensazioni più prettamente fisiologiche, insieme a uno stile di pensiero orientato all’esterno (ovvero pragmatico e concreto, caratterizzato da un’attenzione focalizzata sulla realtà esterna piuttosto che sull’introspezione; Taylor et al., 1997). Caratteristiche intrapersonali che spesso si accompagnano a stili relazionali freddi, distaccati, distanzianti e superficiali (Vanheule et al., 2007).

L’origine del termine risale agli anni ’70 del secolo scorso quando Sifneos (1973) coniò il termine “alexithymic” per riferirsi a una “mancanza di parola per l’emozione”. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, la ricerca empirica sull’alessitimia si è progressivamente ampliata inserendosi nel complesso panorama della regolazione emotiva e affettiva (Gaggero et al., 2020). Oggi, parlare di alessitimia significa parlare di un tratto di personalità multidimensionale relativamente stabile, normalmente distribuito in popolazione generale, che riflette un deficit nella capacità di elaborare cognitivamente le proprie emozioni (Luminet et al., 2018). Tale modalità di funzionamento non rappresenta necessariamente un problema in sé ma può trasformarsi in una questione clinicamente rilevante per via delle conseguenze che frequentemente vi si associano.

L’alessitimia può infatti essere concepita alla stregua di una vulnerabilità, associandosi trasversalmente a psicopatologie come i disturbi depressivi, i disturbi ansiosi, i disturbi del comportamento alimentare, le dipendenze, ma anche a fenomeni quali l’autolesionismo o il suicidio, e a malattie come i disturbi gastrointestinali, i disturbi cardiovascolari, le dermatiti, il diabete, il cancro o il dolore cronico (Luminet et al., 2018). Alcune evidenze suggeriscono che alti livelli alessitimici possono condurre a un’esacerbazione sintomatologica e/o della patologia stessa. Inoltre, non è raro riscontrare difficoltà di trattamento con questo tipo di pazienti (Ogrodniczuk et al., 2018). Ecco, quindi, che la presenza di alessitimia è spesso indice di prognosi sfavorevole caratterizzata da persistenza di sintomi anche al termine del trattamento e più frequenti ricadute (Pinna et al., 2020).

Come spiegare l’alessitimia?

Nonostante il ruolo di costrutto periferico, le teorie e i modelli proposti per tentare di spiegare l’alessitimia sono differenti e numerosi. I fattori di rischio attualmente individuati spaziano dall’eredità genetica (es. Picardi et al., 2011), all’influenza di specifici elementi ambientali quali il maltrattamento emotivo in infanzia (es. Aust et al., 2013), fino a variabili più propriamente psicologiche come i pattern di personalità (es. Taylor & Bagby, 2013) o la preferenza per specifiche strategie di autoregolazione (vedi: Sangalli & Caselli, 2022). Di fatto, a distanza di mezzo secolo dalla sua prima concettualizzazione, il termine “alessitimia” continua a farsi portavoce di controversie e dibattiti, faticando nel guadagnarsi una posizione condivisa all’interno del panorama scientifico.

Una ricerca da poco condotta (Sangalli, 2022) [NdR: Tesi di laurea magistrale di una studentessa della Sigmund Freud University] si è interrogata sui possibili elementi implicati nella genesi e nel mantenimento dell’alessitimia proponendo un modello esplicativo (ovvero un modello che si occupa di spiegare un certo fenomeno anziché descriverlo) potenzialmente utile nell’orientare gli interventi psicoterapeutici con soggetti alessitimici. Grazie all’utilizzo di questionari autosomministrati sono state raccolte e analizzate variabili ambientali e psicologiche con lo scopo di comprendere quali, tra queste, fosse più saldamente connessa all’alessitimia. Dai risultati è emerso che gli aspetti contestuali del funzionamento psicologico sembrano essere i principali fattori responsabili delle differenze interindividuali nei livelli di alessitimia dell’adulto. La necessità di controllare i propri pensieri, il tratto di personalità del neuroticismo e il ricorso alla soppressione espressiva come strategia di autoregolazione sono risultate direttamente e indirettamente associate a forti tratti alessitimici. In accordo con il modello proposto nello studio, la convinzione che i propri pensieri debbano essere tenuti sotto controllo, insieme alla tendenza a provare affetti negativi (possibile definizione del neuroticismo), incoraggerebbero l’utilizzo di strategie soppressive nei confronti dei propri stati interni. A sua volta, questo silenziamento di pensieri ed emozioni accrescerebbe i livelli di alessitimia e le difficoltà diffuse di identificazione, discriminazione e comunicazione dei propri sentimenti.

Il modello eziopatologico proposto dall’autore si inserisce quindi tra i modelli funzionalisti della mente che cercano di spiegare la sofferenza psicologica in termini di processi disfunzionali piuttosto che di deficit strutturali. Ciò comporta delle implicazioni teoriche nell’affinamento del costrutto alessitimico ma soprattutto delle implicazioni cliniche, offrendo nuovi target di intervento sui quali ragionare in un’ottica di intervento psicoterapeutico.

È ormai noto che la terapia psicologica può adoperarsi solo marginalmente su deficit strutturalmente dettati dalla genetica o dall’inserimento in contesti precoci avversi caratterizzati da maltrattamento. Al contrario, possiede un’estesa possibilità di intervento sulle modalità disadattive che l’individuo adopera, più o meno consapevolmente, nel qui ed ora. Queste ultime vengono generalmente apprese all’interno di ambienti specifici e successivamente perpetuate sulla spinta di rinforzi o convinzioni personali, ma finiscono spesso con il rivelarsi inefficaci, controproducenti o insostenibili nel lungo termine. Il delinearsi di un modello eziopatologico dell’alessitimia che vede nelle strategie di autoregolazione e nelle credenze metacognitive il cuore nevralgico del problema apre quindi alla possibilità effettiva di ottenere un cambiamento nei livelli alessitimici.

Le psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione sono i trattamenti che più di tutti consentono una presa diretta sulle modalità con cui la persona si rapporta e gestisce gli avvenimenti esterni così come il proprio mondo interno fatto di affetti e cognizioni. Per questo motivo potrebbero mostrarsi estremamente efficaci nel ridurre le difficoltà alessitimiche nel qui ed ora e nello scongiurare, preventivamente, futuri esordi psicopatologici ben più gravi.

Il lavoro di esposizione e accettazione dei propri stati interni, anche dolorosi, potrebbe in questo senso assecondare una minore urgenza di agire strategie controllanti e soppressive nei confronti dei propri pensieri e delle proprie emozioni (Sangalli, 2022). Parallelamente, lo sviluppo di nuove forme di autoregolazione adattive e flessibili potrebbe garantire al soggetto una maggiore efficacia nel gestire futuri momenti di sofferenza. In questo modo, attraverso l’apertura e l’esplorazione del proprio mondo interno, i livelli di alessitimia si ridurrebbero permettendo così all’individuo di fare nuovamente affidamento sulle proprie emozioni per comprendere le situazioni e guidare il comportamento.

 

Terapia cognitivo-comportamentale di terza onda: l’extended evolutionary meta-model

L’extended evolutionary meta-model applica i concetti evolutivi di variazione, selezione e ritenzione adeguati al contesto (quali forza motrice dietro il cambiamento evolutivo), focalizzati sulle dimensioni e sui livelli biopsicosociali chiave relativi alla sofferenza umana, ai problemi e al funzionamento positivo.

 

Per oltre mezzo secolo, il paradigma dominante nella ricerca in psicoterapia è stato quello di sviluppare protocolli di trattamento specifici per sindromi ipotizzate, definite dai sistemi nosologici psichiatrici. Obiettivo di tale approccio è stato quello di provare a fornire un linguaggio comune per i disturbi di salute mentale, cercando di raggiungere un obiettivo di utilità concettuale e di trattamento. Il “modello sindromico” ha guidato la nosologia psichiatrica. Tale strategia ha portato a considerare gli insiemi empirici di segni osservabili e di sintomi dichiarati, come elementi indispensabili per la scoperta di cause sottostanti alla patologia: quando una sindrome ha un’eziologia nota, un corso meccanicistico e una risposta al trattamento, secondo tale prospettiva, la stessa dovrebbe presentarsi come una malattia. Identificare le specifiche malattie latenti, che si presume siano alla base dei disturbi psichiatrici, è sempre stato il fine ultimo pratico e scientifico delle attuali forme di nosologia psichiatrica (Hayes et al., 2020). Pur essendo plausibile, non sembrerebbe che questa strategia abbia condotto, nell’ambito della salute mentale e comportamentale, verso un pieno successo in tal senso. È molto ampio, allo stato attuale, un accordo sul fatto che l’utilità clinica delle categorie del DSM-5 è estremamente limitata (Maj, 2018).

“Quando è diventato evidente che dopo decenni di ricerca e studi clinici, il DSM-5 offriva ben poco di nuovo rispetto ai suoi predecessori, l’iniziativa del National Institute of Mental Health (NIMH) Research Domain Criteria (RDoC; Insel et al., 2010) è emersa come un tentativo di far progredire il campo della psichiatria virando in una direzione di processo più basilare. L’obiettivo era quello di creare un’agenda di ricerca che potesse produrre un sistema di classificazione che integrasse i dati biologici e comportamentali, piuttosto che basarsi esclusivamente sulle caratteristiche topografiche del problema, derivate dalle impressioni cliniche e dalla segnalazione soggettiva dei sintomi” (Hayes et al., 2020). Come sostengono Hofmann e Hayes, nell’articolo del 2019, “The Future of Intervention Science: Process-Based Therapy”, la scienza clinica sembra aver raggiunto un punto di svolta. Sembra che stia cominciando a emergere un nuovo paradigma che mette in discussione la validità e l’utilità del modello di malattia medica, che presuppone che le entità della malattia latente siano prese di mira con protocolli terapeutici specifici. Secondo gli autori, i ricercatori vengono maggiormente motivati verso un’identificazione di processi funzionali importanti e fondamentali per la persistenza delle patologie ed un cambiamento possibile. Ciò lascia intendere il valore di un approccio basato sui processi, che può condurre ad una maggiore attenzione sulla natura dinamica, idiografica, multidimensionale e multilivello del funzionamento umano (Hofmann e Hayes, 2019).

Il tradizionale approccio DSM alla diagnosi sembrerebbe quindi non essere totalmente valido e particolarmente utile per i professionisti (Hayes et al., 2020). Ad esempio, avendo come riferimento il DSM, si potrebbe dire che a due soggetti può essere diagnosticato lo stesso disturbo, se registrano 7 sintomi su 10 di ansia generalizzata. Il problema con questo approccio è che i due soggetti clinicamente ansiosi potrebbero esserlo in modi totalmente differenti e richiedere trattamenti radicalmente diversi.

L’efficacia di un approccio basato sui processi consiste nel fornire agli individui interventi differenti nonostante una stessa classificazione nosografica (Ciarrochi et al., 2022).

“La terapia basata sul processo (PBT) offre un approccio alternativo alla comprensione e al trattamento dei problemi psicologici e alla promozione del benessere umano. La PBT si rivolge a processi biopsicosociali di cambiamento empiricamente stabiliti, che i ricercatori hanno dimostrato essere funzionalmente importanti per obiettivi e risultati a lungo termine” (Hayes et al., 2020).

I processi di cambiamento possono essere definiti come quei meccanismi di cambiamento basati sulla teoria, dinamici, progressivi, legati al contesto, modificabili e multilivello, che si verificano in sequenze prevedibili, empiricamente stabilite e orientate verso risultati desiderabili: basati sulla teoria, nel senso che vengono associati ad una chiara dichiarazione scientifica delle relazioni tra gli eventi che portano a previsioni verificabili; dinamici, perché possono implicare cicli di feedback e cambiamenti non lineari; progressivi, perché possono essere organizzati in particolari sequenze per raggiungere l’obiettivo del trattamento; legati al contesto e modificabili, in modo da suggerire direttamente cambiamenti pratici o azioni di intervento alla portata degli operatori; e multilivello, perché alcuni processi sostituiscono o sono annidati in altri (Hayes et al., 2020; Hofmann e Hayes, 2019).

È fondamentale, per ciascun terapeuta, che i processi vengano organizzati con modelli che siano completi, internamente coerenti e funzionali, e che forniscano un’ampia guida a professionisti e ricercatori (Hayes et al., 2020). Come sostenuto da Hayes, Hofmann e Ciarrochi, l’approccio più adatto a fare ciò è un approccio evolutivo esteso multidimensionale e multilivello: Extended Evolutionary Meta-Model (EEMM).

“L’EEMM è un meta-modello di approcci diagnostici e di intervento che può accogliere qualsiasi insieme di processi di cambiamento basati sull’evidenza, indipendentemente dall’orientamento specifico della terapia” (Hayes et al., 2020).

La teoria evolutiva è fondamentale nella ricerca di conoscenza e di comprensione dei sistemi complessi nelle scienze della vita. “Un immunologo a cui viene chiesto come è nato il sistema immunitario risponderà quasi certamente con una risposta evolutiva; così come un cardiologo a cui viene chiesto della sua area, o un ortopedico a cui viene chiesto della sua” (Hayes et al., 2020). Se in tutte le scienze della vita è possibile procedere ad una visione dei sistemi attraverso un filtro di una sintesi evolutiva estesa, è ragionevole pensare di applicare il pensiero evolutivo anche all’organizzazione dei processi di cambiamento, nell’ambito del lavoro psicologico.

“È possibile applicare i principi delle moderne scienze evolutive non solo ai geni, ma anche all’epigenetica, all’apprendimento comportamentale e al pensiero simbolico (Jablonka e Lamb, 2006). L’evoluzione si applica all’individuo e ai gruppi; si applica attraverso le discipline e le culture. È adatta a servire come base per promuovere un cambiamento comportamentale e culturale positivo. È importante notare che i moderni principi evolutivi multidimensionali e multilivello possono essere usati in un modo prosociale. I principi evolutivi possono essere facilmente collegati al contesto e all’obiettivo e sono utilizzati allo scopo di promuovere l’uguaglianza, la riconciliazione, la pace, il comportamento prosociale e una vita significativa (Wilson et al., 2017)” (Ciarrochi, 2022).

L’EEMM applica i concetti evolutivi di variazione, selezione e ritenzione adeguati al contesto (quali forza motrice dietro il cambiamento evolutivo), focalizzati sulle dimensioni e sui livelli biopsicosociali chiave relativi alla sofferenza umana, ai problemi e al funzionamento positivo.

Come sostenuto da Hayes, Hofmann e Ciarrochi, senza variazione, il cambiamento è impossibile, e non è un caso che la psicopatologia sia caratterizzata dalla rigidità rispetto alla flessibilità; approcci come l’Acceptance and Commitment Therapy cercano intenzionalmente di aumentare l’attivazione e l’esplorazione comportamentale basata sui valori, anche in presenza di disagio (Hayes, 2019).

Gli ambienti difficili tendono ad aumentare la variazione, sia che si tratti di tassi di mutazione o di riparazione del DNA (Galhardo et al., 2007) da un lato, o di estinzione (Catania, 1992) dall’altro. Essere in grado di rimanere flessibili è una caratteristica chiave della “sopravvivenza dei più evoluti” (Wagner e Draghi, 2010), ma i processi patogeni interferiscono con una variazione sana. La selezione può essere intesa come l’obiettivo di un intervento terapeutico o come un comportamento desiderato. È ciò che risulta essere funzionale per il cliente in uno specifico contesto. La ritenzione consiste nel modo in cui viene mantenuto un comportamento adattivo. È la chiave per qualsiasi cambiamento prosociale, e la psicoterapia può essere usata, in tal senso, sotto forma di mantenimento al follow up, con l’uso di compiti a casa, il rinforzo della pratica delle abilità, o lo sviluppo di buone prassi. Il contesto è la chiave per la diagnosi e il trattamento; è necessario vedere la modifica di un comportamento nel contesto della situazione attuale del cliente, della sua storia, della sua cultura e del suo obiettivo.

In Hayes, Hofmann e Ciarrochi (2020) e in Ciarrochi, Hayes, Oades e Hofmann (2022) è possibile osservare uno schema rappresentante il modello EEMM, con l’identificazione dei concetti evolutivi chiave di variation, selection, retention, context, insieme alle sei dimensioni psicologiche affetto, cognizione, attenzione, sè, motivazione, comportamento manifesto; oltre al livello psicologico, i processi di cambiamento possono avvenire a livello di analisi socioculturale o a livello biofisiologico; inoltre, i processi possono essere empiricamente dimostrati come adattivi o disadattivi.

Nei processi di diagnosi e di trattamento, è possibile esaminare le sei dimensioni e i due livelli applicandoli a questioni di funzione, meccanismo, sviluppo e storia. Ad esempio, il terapeuta può esaminare in che modo lo stato di salute o di patologia di un cliente si sia sviluppato nel corso della sua vita; quali sono gli specifici processi fisici e psicologici che caratterizzano questi eventi; e qual è la loro storia evolutiva nel lungo tempo. Il modello mette in correlazione domande come queste sia a condizioni di disadattamento che di adattamento. È indispensabile valutare sia i processi adattivi che quelli disadattavi, poiché lo stato di salute è molto più che una mera assenza di patologia. Ogni intervento deve essere focalizzato sulla promozione del benessere psicologico e non solo sull’eliminazione della patologia. Ad esempio, per ridurre un processo disadattivo come la soppressione del pensiero, potrebbe essere più efficace promuovere processi positivi come la flessibilità psicologica e l’attenzione consapevole.

Ciascun terapeuta può utilizzare l’EEMM per promuovere quei processi attivi di cambiamento identificati sia nella ricerca clinica che nella psicologia positiva. Un intervento personalizzato potrebbe essere avviato con la concettualizzazione del caso, con la quale poter identificare i processi fondamentali che applicabili a un particolare cliente. Durante il percorso, attraverso la ricezione di feedback da parte del cliente su ciò che funziona e ciò che non funziona, diventa possibile riadattare, progressivamente, la concettualizzazione del caso e, di conseguenza, l’intervento intrapreso. In questo modo, è possibile implementare diversi processi basati sull’evidenza, selezionando quelli che contribuiscono al benessere del cliente e poi, attraverso la pratica ed il consolidamento di buone prassi, supportare il cliente nel mantenimento delle abilità.

In questa ottica, l’EEMM può essere applicato a tutti i processi di cambiamento di interventi e trattamenti conosciuti, basati su teorie validate ed empiricamente supportate (Ciarrochi et al., 2022).

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