Segnali di tale impatto negativo dell’uso disregolato di alcool nei giovani ragazzi possono riscontrarsi in deficit nella memoriae nella funzione esecutiva. Una review pubblicata sulla rivista Cortex evidenzia i rilevanti cambiamenti nella struttura e funzionalità cerebrale che possono essere causate dall’eccessivo consumo di alcool in adolescenza.
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Le funzioni mnestiche e la funzione esecutiva sono “controllate” dall’ippocampo e dalle aree frontali del cervello, che fino ai 25 anni di età non raggiungono piena maturazione: tali aree sembrano essere particolarmente sensibili all’abuso alcolico. Inoltre, sono state rilevate significative alterazioni nella struttura di alcuni fasci di materia bianca.
Fissare la soglia di età in termini di “legal drinking” non sembra essere una risposta l efficacemente preventiva al problema.
Un lavoro più sensato, accanto agli aspeti normativi, consisterebbe invece nell’identificare per tempo i segnali di binge drinking (e più in generale di un consumo eccessivo), le soglie allarme in termini di comportamenti di abuso alcolico durante una fase ancora cosi delicata per lo sviluppo e la maturazione cerebrale, che a sua volta può impattare su funzioni psicologiche estremamente rilevanti quali la memoria, la regolazione dell’impulso e i processi di decison-making. In termini riabilitativi, anche interventi di cognitive remediation potrebbero poi essere attuati anche in relazione a tale problematica.
Con il termine Stalking ci riferiamo a una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola e generandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità.
Anche detto “sindrome del molestatore assillante” questo fenomeno è caratterizzato da tre aspetti fondamentali, ovvero la presenza di un “persecutore” (o molestatore), una vittima e una relazione tra i due, caratterizzata dall’esercizio del controllo l’uno sull’altro, che determina uno stato emotivo nella vittima di intensa ansia e paura. È quindi il perdurare nel tempo delle condotte persecutorie oltre il volere della vittima che dà forma a questo fenomeno.
Un problema, quello dello stalking, tanto di natura psicologica che giuridica, ed è ad oggi considerato un reato sanzionabile secondo la legge a tutti gli effetti.
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Un fenomeno inoltre in veloce e preoccupante diffusione in Italia, come mostrano i dati rilevati dall’indagine condotta dall’Osservatorio Nazionale Stalking e pubblicati nel Settembre 2012. In Italia si parla di 10 vittime (donne) al mese, molte delle quali uccise da uomini che conoscevano, in seguito a una separazione o a un rifiuto. Nonostante tale cifra fosse addirittura superiore nel 2011, il quadro oggi è aggravato dal fatto che nel 15% dei casi i delitti sono stati preceduti da denunce per stalking. Emerge inoltre come almeno un persecutore su tre sia recidivo e dopo la denuncia o condanna torni a molestare la vittima.
Sulla sua identità i dati dell’Osservatorio rivelano che nel 70% dei casi si tratta di un uomo, nel 95% dei casi è un conoscente della vittima, nell’80% dei casi è un manipolatore affettivo, nel 70% dei casi ha subito un lutto, un abbandono o una separazione significativa mai elaborata.
Il pattern del comportamento persecutorio dello stalker, seppur principalmente diffuso entro relazioni affettive e sentimentali, può riscontrarsi anche in altri contesti relazionali come gli ambiti lavorativi e quelli scolastici. Il comune denominatore è sempre lo stesso: una vittima che, nella percezione del molestatore, è privata dei suoi diritti, diventa un oggetto da “utilizzare” per soddisfare i propri bisogni.
Lo stalker in generale manifesta un’evidente problematica nell’area affettivo-emotiva, relazionale e comunicativa che comunque non sempre corrisponde ad una preciso quadro psicopatologico.
Sembrerebbe infatti esistano cinque tipologie di stalker, che si contraddistinguono per il variare del loro Sistema degli Scopi, quindi dei loro bisogni e desideri verso l’altro.
Il “risentito” rappresenta una tipologia di stalker presente in letteratura. Si tratta di solito di un ex-partner che desidera vendicarsi per la rottura della relazione sentimentale causata, a suo avviso, da motivi ingiusti. Agisce ledendo direttamente la persona, la sua immagine o le sue proprietà (casa, macchina, ecc). E’ quello che pubblica sul web foto o immagini private, aspetta fuori casa o segue la vittima, danneggia la sua macchina, ecc. Ogni comportamento è giustificato dal molestatore sulla base del danno che crede di aver subito, e che in un certo senso lo legittima a rispondere.
Il “bisognoso d’affetto” è invece quello stalker che è spinto dal bisogno di creare una relazione affettiva con la vittima. Ogni segnale di vicinanza o di confidenzialità espressa dalla vittima viene riletta come chiara espressione del desiderio di contatto e vicinanza emotiva, che giustifica quindi i comportamenti di avvicinamento.
E arriviamo al “corteggiatore impacciato”, imbranato in termini relazionali e per questo inadeguato nell’entrare in relazione con la vittima, che si percepisce come oppressa, “invasa”, aggredita.
E infine il “predatore” quello che solitamente è mosso dal desiderio di avere un contatto di tipo sessuale con la vittima, direttamente proporzionale alle reazioni di paura di quest’ultima.
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Ma se questi sono i presunti profili dello stalker che cosa succede nella persone perseguitate? Potremmo dire prima di tutto un turbinio di sensazioni ed emozioni intense, che vanno da un iniziale stato di allerta e di stress psicologico a intensi e pervasivi vissuti di preoccupazione, di paura per la propria vita, di rabbia e disprezzo per il molestatore, di colpa e vergogna per quello che sta loro accadendo.
La dimensione privata e personale viene violata così come la propria dignità e quei valori morali socialmente condivisi che siamo cresciuti tutti nella convinzione di dover rispettare, perché sono giusti per noi e per il corretto convivere con gli altri. Il senso di colpa e la vergogna per quello che sta accedendo favoriscono l’isolamento, la chiusura, l’assenza spesso e volentieri di comportamenti efficaci di richiesta d’aiuto e soccorso.
Ed ecco che il terreno si fa sempre più fertile per lo sviluppo di stati di ansia acuti, disturbi del sonno e veri e propri quadri psicopatologici.
Possiamo evitare tutto questo? Se è vero che non scegliamo noi di essere delle vittime dobbiamo però essere consapevoli che lo stalking è un reato, e come tale è perseguibile secondo la legge. Non solo, ma chiedere aiuto prima che sia troppo tardi è la migliore e più efficace arma che abbiamo per riprenderci la vita.
Il buon psicologo trasmette informazioni anziché consigli. I consigli appartengono a chi li emette, rappresentano una sorta di forzatura proveniente dall’esterno che sostiene la dipendenza del cliente dal terapeuta. Nel momento in cui un cliente riceve un consiglio che forza esplicitamente il suo punto di vista può comunque provare a intraprendere un cambiamento. Tuttavia, la sua motivazione non sarà elevata in questo percorso perché accetta qualcosa di cui non è convinto. Viene danneggiato il rapporto di equità con il cliente, il quale assume una posizione subordinata e si limita a recepire passivamente le parole dell’esperto.
“Quando il guerriero della luca inizia a piantare il suo giardino, nota che il vicino lo spia. A costui piace dare consigli su come seminare le azioni, raccogliere i pensieri, irrigare le conquiste.
Se il guerriero presterà ascolto a ciò che l’uomo sta dicendo, finirà per fare un lavoro che non gli appartiene: il giardino a cui si sta dedicando deriverà da un’idea del vicino.”
[Coelho, Manuale del Guerriero della Luce, 1997, p.100]
E, anche se il cambiamento dovesse portare a qualche risultato, esso sarà solo apparente visto che il cliente non avrà appreso il rapporto tra i propri comportamenti e le loro conseguenze e, quindi, non sarà in grado di affrontare ulteriori problemi senza rivolgersi al terapeuta. Sarà forse curato ma non di certo guarito.
Le informazioni, a contrario dei consigli, sono semplici dati (che traspaiono dalla realtà) che il terapeuta può individuare grazie alla propria cultura e può trasmettere al momento più opportuno grazie alla propria esperienza. Queste informazioni non suggeriscono alcun comportamento in modo diretto, ma hanno il potere di mettere in luce alcuni aspetti del problema. Ragionando su questi nuovi dati, che possono anche correggere informazioni distorte, il cliente può scoprire una nuova prospettiva.
Da questo cambiamento di punto di vista può nascere la comprensione degli effetti del proprio comportamento e può avviarsi il processo di cambiamento. Il soggetto avvicina spontaneamente la propria definizione del problema e degli obiettivi a quelle del terapeuta senza sentirsi forzato a farlo ma come seguendo un percorso di scoperta che è proprio. Per questo la motivazione al cambiamento si mostra elevata, per questo il rapporto si mantiene equo (favorendo la conquista della fiducia), per questo il cliente può essere in grado di guarire.
“Ci sono momenti in cui è necessario agire, e altri in cui si deve accettare. Il guerriero sa fare questa distinzione.”
[Coelho, Manuale del guerriero della luce, 1997, p.100]
Lo psicologo deve sempre prestare attenzione a non giudicare il cliente. Si è già parlato dell’importanza di creare un rapporto di fiducia tra psicologo e cliente e di come questo possa nascere da un senso di completa accettazione. Questa accettazione può realizzarsi esclusivamente se il professionista mantiene un atteggiamento non giudicante. Ciò è particolarmente arduo quando esistono notevoli differenze tra cliente e psicologo non solo negli atteggiamenti e nei comportamenti ma anche nei rispettivi valori. Queste differenze non devono essere né esasperate né discusse prima che il rapporto di fiducia sia stato stabilito, lo psicologo deve accettarle come parte della personalità del cliente senza per questo dimenticare il valore universale che rappresenta in quanto persona. Questa accettazione non vuol dire legittimare i suoi valori, tanto meno approvarli, vuol dire semplicemente cercare di sviluppare un rapporto di comprensione empatica indipendentemente da questi.
“Un guerriero della luce è presente nel mondo per aiutare i suoi fratelli, e non per condannare il prossimo.”
[Coelho, Manuale del guerriero della luce, 1997, p.58]
Se, anziché l’accettazione, viene portato avanti un rapporto di confronto e di giudizio negativo verso i valori del cliente, quest’ultimo tenderà ad assumere una posizione difensiva a protezione delle proprie idee. Le conseguenze saranno un maggiore convincimento del cliente nei propri valori e un netto allontanamento delle possibilità di costruire un rapporto di fiducia.
“Eppure, tante volte, si sente sfidato da coloro ai quali cerca di insegnare l’arte della spada. I suoi discepoli lo provocano a un combattimento.
E il guerriero mostra le sue capacità: con pochi colpi fa rotolare a terra le lance degli allievi, e l’armonia ritorna nel luogo in cui si riuniscono.
<Perché farlo, se sei tanto superiore?> domanda un viaggiatore.
<Perché quando mi sfidano, in realtà vogliono parlare con me, e in questo modo io mantengo vivo il dialogo,> risponde il guerriero.
[Coelho, Manuale del guerriero della luce, 1997, p.27]
Raccogliere informazioni è, assieme alla costruzione di un rapporto di fiducia, l’obiettivo principale del primo colloquio psicologico.
Molte di queste informazioni si possono ricevere dalle parole del cliente quando, usando domande aperte, gli viene lasciata la guida dell’interazione. Tuttavia molte altre informazioni possono essere colte se non ci si limita all’ascolto delle parole, se si riesce a vedere qualcosa al di là di ciò che il cliente sta narrando.
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E’ importante possedere questa capacità perché permette al professionista di ottenere molti più dati riguardo alla reale definizione del problema, quella che sta dietro al punto di vista del cliente, che non può inizialmente essere presentata in modo esplicito ma che deve essere custodita dallo psicologo fino al momento opportuno, quando il rapporto con il cliente sarà ormai saldo.
Non dobbiamo, quindi, prestare attenzione solo alle parole ma anche all’ordine in cui i fatti vengono presentati, al modo di parlare, al modo di rimanere in silenzio, allo stato affettivo espresso dal cliente, al suo abbigliamento, ai suoi movimenti, al suo stato di salute, ad eventuali sintomi di tensione in relazione a particolari argomenti, alla sua voce, all’immagine che ha di sé stesso.
Spesso queste informazioni possono essere così sottili da venir percepite dallo psicologo senza che questi si renda conto di saperle. Da queste informazioni si potranno formulare le prime ipotesi sperimentali che dovranno poi essere verificate sperimentalmente. Ciò si realizzerà attraverso ulteriori domande, ulteriori osservazioni e, infine, attraverso un processo di negoziazione con il cliente, quando il rapporto interpersonale instauratosi permetterà di affrontare tali argomenti.
Stalking: Le donne sono meno inibite a perpetuare atti di violenza, convinte che tali comportamenti siano meno gravi, se messi in atto da loro.
È noto a tutti che il fenomeno dello stalking vede come protagonisti attivi gli uomini, mentre le donne ne ricoprono principalmente il ruolo della vittima. Ma se si parla di atti di violenza fisica perpetuati da una persona che manifesta comportamenti di stalking ), la situazione è differente.
I dati riguardanti questo aspetto sono piuttosto discordanti: uomini e donne risultano essere a volte autori in misura uguale di atti violenti (Harmon et al., 1998, Meloy & Boyd, 2003), altre volte risulta invece che le donne commettano più azioni violente di moderata gravità rispetto agli uomini (Sinclair and Frieze, 2002). La violenza fisica non costituisce un fattore aggiunto di gravità, ma ha un impatto psicologico decisamente invalidante (Thomas et al., 2008) e naturalmente aggiunge al malessere della vittima anche il danno provocato dalle lesioni fisiche (Brewster, 2002).
Occorre però sottolineare che spesso le ricerche fanno riferimento a casi di stalking comprovati, denunciati e gestiti per vie legali. I dati raccolti potrebbero quindi essere inficiati dal fatto che sono pochi gli uomini che ammettono di essere vittime di stalking, o comunque di subire minacce da parte di una donna. Ancora meno sono gli uomini che si rivolgono alle forze dell’ordine per questo motivo e pochissimi sono quelli che dichiarano di essere spaventati e preoccupati per la propria incolumità. Forse proprio per questo motivo è presente un’ampia asimmetria che vede la quasi totalità femminile tra le vittime di stalking, mentre i casi in cui è l’uomo ad essere bersaglio di stalker vengono spesso sottostimati e taciuti.
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Indagando le ragioni di questa disparità, si può affermare che da una parte vi è la visione condivisa di una società su base patriarcale, come da (quasi) sempre è stato per l’occidente. Da questa prospettiva, l’uomo dovrebbe far valere la sua posizione e il potere che ha all’interno della famiglia, anche a costo di dover utilizzare la violenza. Anni di proteste e lotte per l’emancipazione hanno fatto sì che la violenza sulle donne venisse poi condannata, nonostante dati allarmanti dimostrino la necessità di nuovi provvedimenti in questo campo (solo in Italia, nel 2012 si contano cento donne decedute in seguito a violenze domestiche o da parte di partner, mariti o ex). La controparte di questa impostazione è la visione della donna come elemento debole e poco pericoloso. Da qui l’idea che la violenza perpetuata da una donna nei confronti di un uomo sia meno grave rispetto a quando è l’uomo ad agire in modo violento.
Uno studio australiano ha voluto approfondire queste tematiche, cercando di rispondere fondamentalmente a due questioni: se ci sia una differenza quantitativa e qualitativa tra le azioni violente di uomini o donne stalker e quali credenze socioculturali determinino i giudizi su questi agiti.
I risultati mostrano la maggior tendenza da parte delle donne a perpetuare azioni di violenza moderata, eseguita o tentata, mentre non si sono rilevate differenze relative a manifestazioni più gravi di violenza. Le credenze socioculturali indagate mostrano come l’aggressività da parte delle donne sia comunemente più accettata e tollerata: non desta preoccupazione, non allarma, non viene denunciata.
Inoltre, stalker violenti di sesso maschile si dimostrerebbero più consapevoli dei loro comportamenti violenti, messi in atto con lo scopo di ferire o intimidire la controparte. Al contrario, le donne non avrebbero un’idea così definita di scopi e conseguenze dei propri soprusi e agiti violenti.
Gli autori interpretano i dati raccolti sostenendo che le donne potrebbero essere più propense ad azioni violenti nei confronti della vittima perché consapevoli che i loro comportamenti potrebbero essere notevolmente sottovalutati dagli altri e difficilmente giungerebbero all’attenzione delle autorità.
Inoltre, le donne stalker sarebbero meno inibite a perpetuare atti di violenza perché convinte che questi comportamenti siano meno gravi quando messi in atto da loro, piuttosto che dalla controparte maschile. La violenza da parte delle donne contro gli uomini nella cultura occidentale risulta quindi essere considerata più giustificabile, meno dannosa, meno condannabile, anche dalle donne stesse.
Brewster, M. P. (2002). Stalking by former intimates: Verbal threats and other predictors of physical violence. In K. E. Davis, I. H. Frieze,& R.D. Maiuro (Eds.), Stalking: Perspectives on victims and perpetrators (pp. 292–311). New York: Springer Publishing Company.
Meloy, J. R., & Boyd, C. (2003). Female stalkers and their victims. Journal of the American Academy of Psychiatry and Law, 31, 211–219.
Sinclair, H. C., & Frieze, I. H. (2002). Initial courtship behaviour and stalking: How should we draw the line? In J. A. Davis, I. H. Frieze, & R.D. Maiuro (Eds.), Stalking: Perspectives on victims and perpetrators (pp. 186–211). New York: Springer Publishing Company.
Thomas, S. D. M., Purcell, R., Pathe, M., & Mullen, P. E. (2008). Harm associated with stalking victimization. Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 42, 800–806.
Lo Stress Riduce l’efficacia del Trattamento del Tumore alla Prostata
Lo stress e l’ansia non sono solo un effetto collaterale emotivo della diagnosi, ma costituiscono anche un fattore in grado di ridurre significativamente l’efficacia dei farmaci contro il cancro alla prostata e di accelerare lo sviluppo della malattia.
Una nuova ricerca condotta da ricercatori della Wake Forest Baptist Medical Center dimostra che lo stress e l’ansianon sono solo un effetto collaterale emotivo della diagnosi, ma costituiscono anche un fattore in grado di ridurre significativamente l’efficacia dei farmaci contro il cancro alla prostata e di accelerare lo sviluppo della malattia.
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In un primo studio sono stati utilizzati topi cui sono state impiantate cellule umane “malate” e trattate con un farmaco attualmente in sperimentazione clinica per il trattamento del cancro della prostata. Quando gli animali erano tenuti in una condizione di calma e assenza di stress, il farmaco è risultato efficace nell’inibizione della crescita tumorale. Viceversa, nella conduzione in cui i topi venivano sottoposti a elevati livelli di stress, il farmaco non è stato in grado di bloccare lo sviluppo tumorale e di debellare le cellule malate.
In un secondo studio, alcuni topi geneticamente modificati per sviluppare il cancro alla prostata sono stati ripetutamente sottoposti a stress: questi animali hanno sviluppato tumori di dimensioni maggiori, e nel momento della terapia il farmaco antitumorale bicalutamide (attualmente in uso) non ha prodotto alcun effetto rispetto al gruppo di topi non stressati.
Sembrerebbero in gioco processi biologici attraverso cui l’epifrenina innesca una reazione a catena che inibisce la morte cellulare delle cellule malate. Quindi in presenza di stress e ansia, ovviamente conseguente a tali diagnosi, si può innescare un circolo vizioso tra emotività negativa e progressione della patologia.
Tuttavia, nel momento in cui si somministrano ai topi farmaci beta-bloccanti (che inibiscono la reazione a cascata elicitata dall’epifrenina che impedisce la morte cellulare delle cellule tumorali) anche livelli elevati di stress non hanno favorito l’avanzamento del tumore. I ricercatori hanno intenzione di verificare la generalizzabilità di tali risultati su un campione umano.
Pertanto identificare i pazienti particolarmente colpiti da stress e ansia può essere utile per evitare che tali variabili psicofisiologiche costituiscano un ostacolo all’efficacia terapeutica, intervenendo sia a livello farmacologico (introduzione di betabloccanti) che psicoterapico per la gestione dell’ansia e dello stress.
Storie di Terapie #21 – L’insostenibile Perfezione di Flavia
Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente. Spesso ho condensato in un solo paziente più persone e, quasi sempre ci sono scappati pezzetti di me stesso. – Leggi l’introduzione –
Mai Flavia sarebbe venuta in psicoterapia, se la sua più cara amica non le avesse detto che era l’ora di “farsi vedere da uno bravo”. Poiché l’amica in questione è stata anche una mia allieva, è toccata a me la ventura di curare una persona che, apparentemente, stava benissimo.
Al primo impatto avverto soggezione di fronte ad una donna che si presenta sicura di sé, brillante, coltissima e molto esigente. Mi rendo conto che mi sento sotto giudizio e che non riuscirò a strappare la sufficienza. Poi mi rassicuro, pensando che il contesto garantisce che quella che sta male è lei.
E’ una donna minuta, magra, di altezza intorno al metro e settanta, biondina e vivace come un folletto di 43 anni. Complessivamente gradevole. Mi rendo conto che la soggezione deriva dal suo eloquio colto, raffinato e rapidissimo e dal suo curriculum professionale. Laureatasi alla Bocconi in Economia, ha lavorato a Parigi e Bruxelles, presso istituzioni economiche europee a fianco di presidenti illustri. Parla correntemente inglese, francese, spagnolo e tedesco.
Somiglia vagamente a Meryl Streep in “Il diavolo veste Prada”, ma non nell’antipatia anzi, è sempre attenta a mettere a proprio agio l’interlocutore. Insomma oltre che bravissima è anche buonissima, mite e rispettosa. Per completare il quadro di perfezione, è anche attivamente impegnata per cambiare il nostro paese, senza cedere a vittimismi e rassegnazioni.
Metto da parte l’ammirazione che trapassa nell’invidia e mi incuriosisco sul motivo per cui la comune amica l’ha spedita in terapia.
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Flavia dovrebbe stare al lavoro fino alle 18 ma non esce mai prima delle 21,30. Si porta il lavoro a casa, che conclude durante la nottata, dopo aver finito di pulire compulsivamente la cucina. Solo su quest’ultimo comportamento si avverte un po’ di egodistonia. Anche lei trova ingiustificato, infatti, passare un paio d’ore, tra l’una e le tre del mattino, a ripulire la cucina già resa splendente dalla domestica, per poi andare a letto dicendosi tra sé di aver fatto tutto bene. Trova strano, soprattutto, che non possa risolversi ad addormentarsi se non ripercorre prima mentalmente tutta la giornata in dettaglio, per assicurarsi che non abbia fatto dispiacere o deluso nessuno. Solo dopo aver completato lo scanning della giornata può dirsi per ventiquattro volte, come le ore della giornata, “ ho fatto tutto bene e tutto è in ordine” e finalmente addormentarsi.
Flavia appartiene ad una famiglia nobile e ricchissima del sud, dove vive fino agli otto anni quando il padre, uomo notissimo e quasi mitico, muore in un incidente motociclistico. La madre mette a reddito le enormi proprietà della famiglia e si trasferisce a Roma con i due figli, dove sposa un signore altrettanto benestante che si affeziona ai due bambini e li adotta ufficialmente. Flavia lo considera a tutti gli effetti suo padre.
Il fratello, di tre anni più piccolo, si smarrisce nella grande metropoli: frequenta cattive compagnie, assume sostanze e si distacca dalla famiglia. Anche lui, tuttavia, fa una brillante carriera universitaria ed è considerato un genio. A diciannove anni fa un viaggio, con un gruppo di amici, in Scandinavia. Quando torna, Flavia non riconosce più suo fratello: è diventato vegetariano, veghiano e soprattutto anoressico.
La malattia stravolge la sua esistenza, mangia soltanto un particolare tipo di fagioli in scatola e, poiché a Londra, dove insegna all’università, non sono facili da reperire, se ne è fatti inviare dall’Italia settantamila confezioni che ha stipato in un magazzino. Ha calcolato che, mangiando con parsimonia, dovrebbero bastargli per tutta l’esistenza, stimata in settantacinque anni sulla base dell’età di morte degli antenati. A causa dell’anoressia ha fatto tre ricoveri senza risultati, decidendo poi di smettere di curarsi.
L’anamnesi familiare è positiva anche per uno zio, fratello del padre, morto suicida gettandosi in mare a largo del Gargano. Lo zio si era comprato un veliero di trentadue metri con la parte di eredità ricevuta alla morte del nonno di Flavia. Aveva iniziato a vivere sulla barca, limitando i contatti sociali a quelli indispensabili per gli approvvigionamenti. Flavia ricorda che, nelle poche occasioni in cui l’ha visto, lo zio era impegnato per tutto il giorno a avvitare le viti del pavimento di legno del ponte perché fossero tutte perfettamente con lo spacco superiore allineato in direzione nord. La madre commentò con Flavia il suicidio dello zio dicendo “doveva aver finito il lavoro” e non se ne parlò più.
Anche la morte del padre è improvvisa e drammatica. Uomo ricco, aitante e sportivo gode di ottima salute e sembra invulnerabile. Flavia ne è follemente innamorata, secondo i più classici dettami dell’Edipo, ma un giorno tornando a casa da scuola si augura dentro di sé che il padre non ci sia. Non saprebbe come dirgli della prima insufficienza. Infatti il padre non c’è e non ci sarà mai più. Un passaggio a livello rotto non ha fermato la sua corsa e la moto Guzzi 350 ha preso il terzo vagone del Brindisi-Milano in transito. La madre vedova si deprime fortemente e Flavia si dà un compito: “essere brava, non dare preoccupazioni e fare in modo che nessuno soffra e che in Italia i passaggi a livello funzionino”.
A Roma i successi scolastici sono travolgenti, l’Università un trionfo che la porta ad assumere prestigiosi incarichi professionali e di insegnamento in giro per il mondo. Le capacità di socializzazione invece ne risentono: è timida, riservata e presa in giro per il suo accento meridionale. Tra sé e sé pensa “ve lo farò vedere io chi sono”.
Sposa uno scrittore prestigioso, ma resta gelata dalla scoperta che mentre lei lavora a Parigi lui la tradisce apertamente a Roma. Tutti i suoi amici lo sanno tranne lei. Ritiene di essere affettivamente un ramo secco e decide di dedicarsi esclusivamente al lavoro: sarà questo il suo modo di amare il mondo e diventa sempre più comunista e intransigente.
Al suo fianco lotta il compagno Osvaldo, che ha gli stessi ideali ed una analoga storia alle spalle. Dopo una notte passata in tenda nel deserto, lungo il percorso della Parigi-Dakkar che si vuole boicottare, avviene un evento che riteneva impossibile: sarà madre. Proprio non immaginava che da lei sarebbe potuto mai nascere qualcosa di buono e vitale, sa di essere bravissima a produrre idee e progetti, ma la vita è un’altra cosa. Affronta la gravidanza, prima, e la gestione di Maria, dopo, preparandosi al meglio. Studia tutti i libri sulla maternità e l’educazione dei figli e vuole essere una madre perfetta. E’ talmente presa da questo suo nuovo compito che trascura il rapporto con Osvaldo. I contatti sessuali si rarefanno e poi restano solo un ricordo.
Flavia è completamente centrata sugli altri, è a disposizione del mondo, perfino le donne di servizio diventano rapidamente delle persone cui lei si pone a servizio. Così, preoccupata di cogliere e soddisfare i desideri degli altri, ha perso totalmente di vista i propri e ciò avviene da talmente tanto tempo che, alla domanda “ma a me cosa davvero va?”, non sa più rispondere.
Si badi bene, la sua vita apparentemente è piena di cose belle. Fa lunghi viaggi, in montagna a sciare o in stupendi posti di mare e frequenta i migliori spettacoli offerti dalla capitale. Il problema è che Flavia fa tutte queste attività perché è convinta che, per avere una vita equilibrata, occorra dedicare il giusto tempo allo svago, allo sport e al divertimento, svolti come compiti, perciò, come se fossero doveri.
Procediamo lungo due direzioni. Da un lato, una progressiva riabilitazione al piacere a partire dal proprio corpo, che Flavia non sa assolutamente ascoltare: la fame , la sete o, peggio, il desiderio sessuale non accedono come bisogni alla sua coscienza. Lei si regola sull’orologio. Sa che ad una certa ora si deve mangiare, ad un’altra dormire per essere efficienti e di tanto in tanto fare l’amore per mantenere l’organismo funzionante. Progressivamente riscopre i suoi bisogni più elementari. Una pratica che con lei ha avuto un notevole successo è quella che abbiamo chiamato “dillo a me che ci penso io” Abbiamo preso questo nome da una sua ripetuta interazione con Maria. Quando Flavia avverte che Maria è a disagio per qualcosa si mette di fronte a lei e dopo un caldo abbraccio se ne fa raccontare il motivo. Al termine le dice “non ti preoccupare che ci penso io”. La nostra tecnica scimmiotta questa interazione. Flavia si mette di fronte ad uno specchio, quando è in casa da sola, si guarda negli occhi e si racconta tutte le cose che le creano disagio come se fosse una bambina bisognosa di aiuto. Poi si mette nei panni di una madre accogliente e forte, come è con Maria, si incoraggia, si tranquillizza, si dice brava e soprattutto che tutto andrà bene e può abbassare la guardia. In quei momenti è chiamata a fare lo sponsor di se stessa. Il discorsetto rassicurante che ha iniziato a farsi davanti allo specchio ora è in grado di ripeterselo tra sé e sé durante la giornata nei momenti di difficoltà.
Se la prima parte del lavoro terapeutico è stata tutta centrata sull’ascolto e la sponsorizzazione delle proprie esigenze con un atteggiamento compassionevole nei propri confronti, da parte delle istanze materne riattivate dalla nascita di Maria, la seconda direttiva riguarda gli altri. L’altro è vissuto come superiore, più importante, titolare di tutti i diritti che lei non si riconosce. Per questo va onorato, servito e riverito e mai bisogna procurargli un disagio. Il risultato è un comportamento anassertivo grottesco, come quello del famoso ragionier Fantozzi.
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Sul lavoro Flavia svolge i compiti degli altri che se ne prendono i meriti, mentre per sè non riesce mai a chiedere un riconoscimento.
Tutta questa mitezza e oblatività non sono però l’essenza autentica di Flavia. Sensibilissima alla giustizia e alla meritocrazia è furiosa con i profittatori e con se stessa che si lascia sfruttare. Questo è un punto assolutamente egodistonico su cui fare leva e ci accordiamo su un compito apparentemente bizzarro dopo averne valutato il razionale. Ogni settimana dovrà avanzare, sul lavoro, due richieste di riconoscimento del proprio ruolo, che concordiamo in seduta; in più, ogni giorno dovrà dire almeno un “no” alle richieste dei colleghi. Il no sarà riferito alle cose che non le va di fare, ma se un’ora prima della fine dell’orario di lavoro non ha fatto il compito, dovrà comunque dirlo a qualcuno anche a rischio di apparire incongrua. Infine, alle 18 in punto dovrà uscire dall’ufficio quale che sia il lavoro restato in sospeso. Uscita dall’ufficio e prima di tornare a casa non si occuperà delle utili commissioni da fare ma farà qualcosa di assolutamente superfluo e piacevole per sé: parrucchiere, estetista, shopping, amiche.
L’atteggiamento più assertivo sul lavoro le farà ottenere dopo tre mesi una promozione molto significativa.
Contemporaneamente accadono alcuni eventi importanti: a scuola viene richiamata dalle insegnanti perché Maria piange e la cerca continuamente; il marito della madre, a tutti gli effetti un padre per lei, muore investito da una moto mentre si reca a prendere Maria a scuola; il fratello a Londra inizia una convivenza con il suo compagno, dichiara la propria omosessualità e riprende lentamente a mangiare qualcos’altro dai suoi fagioli in scatola.
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Flavia teme che la madre, stretta tra il lutto del marito e l’outing del figlio ne morirà, ma ciò non accade affatto.
Qualche tempo dopo accetterà un lavoro a Bruxelles. Il distacco dovrebbe durare tre mesi ma viene prolungato per altri sei. Flavia torna in Italia ogni quindici giorni, per stare con la figlia un intero week end e fare una seduta di psicoterapia.
In uno di questi incontri le dico che mi sembra molto serena e persino particolarmente bella. Mi dice che ricorda come un sogno lontano e brutto le compulsioni di pulizia che aveva e non le sembra di essere la stessa di quella Flavia, sempre timorosa di affermare se stessa, che era arrivata un giorno nel mio studio spinta dalla nostra comune amica. Mi dice anche che quasi non crede di poter aver avuto dei problemi sessuali. Tuttavia, specifica, non è mio il merito dell’ attuale stato di grazia, che ha cause ormonali: è incinta di sette settimane di Olivier, un funzionario francese con cui convive e che è stato il fautore del prolungamento del distacco. Ora dovrà occuparsi del divorzio da Osvaldo e del trasferimento di Maria a Bruxelles ma nulla sembra spaventarla.
Probabilmente Alex ha bisogno della terapia, ma non riesce ad accettarlo e a chiederlo esplicitamente. Continua a mantenere il suo atteggiamento narcisistico: vuole solo il meglio di tutto e lo dice chiaramente a Paul.
Alex torna e Paul non se lo aspettava. Non torna in terapia, però. Ancora una volta si presenta per chiedere un consulto, anzi un consiglio. Teoricamente non è ancora iniziata una terapia con Alex. Queste trattative, queste fasi esplorative sono forse l’aspetto più istruttivo del telefilm.
La psicoterapia, soprattutto con Otto Kernberg, ha preso coscienza di questo problema una volta sottovalutato. Un tempo si credeva che il paziente, con la sua semplice presenza nello studio, fosse già in terapia. A quel punto l’azione curativa si sarebbe esplicata inevitabilmente, che il paziente volesse o meno. Un analista avrebbe interpretato l’inconscio, un cognitivista avrebbe cercato i pensieri disfunzionali e un sistemico avrebbe analizzato le relazioni interpersonali.
Non è così semplice. Occorre invece che il paziente giochi consapevolmente e coscientemente la partita in collaborazione con il terapeuta e creda nella terapia. Questo non perché la terapia sia suggestione, ma perché la terapia è però azione. E per farla funzionare occorre la collaborazione attiva del paziente. Il che non significa che il paziente sia sempre esplicitamente alleato del terapeuta: può anche esprimere dubbi o addirittura non riconoscersi nelle valutazioni del terapeuta e rifiutarne le conclusioni.
Spesso abbiamo fatto l’esempio dei narcisisti, restii ad abbandonare le loro convinzioni di superiorità rispetto alla media delle altre persone. Ma deve però sempre essere disposto ad assumere una posizione di auto-osservazione dei suoi stati d’animo, anche quando rifiuta i suggerimenti del terapeuta.
Alex è ancora molto lontano da una posizione simile. Si ripresenta per un consulto, anzi per un consiglio. Non è ancora in terapia. Però continua a ripresentarsi ogni settimana senza che Paul glielo abbia detto. Probabilmente ha bisogno della terapia, ma non riesce ad accettarlo e a chiederlo esplicitamente. Continua a mantenere il suo atteggiamento narcisistico: vuole solo il meglio di tutto e lo dice chiaramente a Paul. E rifiuta il caffè che gli viene offerto, definendolo brodaglia.
Durante la seduta, o consulto, Alex tenta ancora di mantenere un atteggiamento di negazione dei suoi sentimenti. È stato a Baghdad a vedere il luogo del bombardamento di cui è responsabile, e sostiene di non avere provato nulla. Nessun senso di colpa, nessun turbamento. Respinge l’incoraggiamento di Paul ad avere pazienza e assumere un atteggiamento di auto-osservazione curiosa verso se stesso. Ribadisce di non provare nulla. Poi racconta fatti terribili su suo padre e sua moglie, tutti incentrati sulla negazione dei sentimenti. Il quadro che emerge è di forte auto-controllo e negazione di sé. La seduta si interrompe improvvisamente in una situazione di crisi, in cui Alex ha confessato di non provare nulla verso sua moglie.
Dalle analisi emerge una forte associazione tra LOC e sintomi depressivi e ansiosi; l’associazione positiva tra LOC esterno e sintomi ansiosi è risultata più debole nelle culture collettiviste rispetto alle culture individualiste.
Il costrutto di Locus of Control – LOC (Rotter, 1966) si riferisce alla valutazione soggettiva dei fattori cui si attribuisce la causa di eventi, fatti ed esiti.
Le persone caratterizzate da LOC interno considerano esiti ed eventi conseguenti alle proprie azioni, mentre gli individui con prevalenza di LOC esterno ritengono che gli eventi, esiti e risultati siano principalmente influenzati da forze esterne, meno o per nulla controllabili.
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Secondo le teorie dell’apprendimento sociale (Bandura, 1977; Rotter, 1966), tali processi di appraisal non sono innati ma vengono appresi nella relazione con l’altro in specifici contesti. Il mondo psicologico si interroga da molto tempo sulla relazione tra LOC e psicopatologia: per esempio, la teoria dell’impotenza appresa (Seligman, 1975) evidenzia la disfunzionalità di un LOC esterno in relazione a sintomi depressivi nel ridurre la propensione dell’individuo ad impegnarsi nel problem-solving.
La meta-analisi pubblicata sul numero di gennaio 2013 del Psychological Bulletin prende in considerazione più di 40 anni di studi sul Locus of Control (LOC) con la finalità di verificare se l’associazione tra LOC e sintomi psicopatologici (ad esempio sintomi ansiosi e depressivi) si mantiene uguale o se presenta differenze tra culture individualiste (occidentali) e collettiviste (orientali).
Analizzando 152 campioni indipendenti (in totale più di 30.000 adulti) in circa 18 culture differenti, gli esiti dello studio sembrano confermare differenze cross-culturali nella magnitudine della relazione tra LOC e sintomatologia psicopatologica. In generale, dalle analisi emerge una forte associazione tra LOC e sintomi depressivi e ansiosi; l’associazione positiva tra LOC esterno e sintomi ansiosi è risultata più debole nelle culture collettiviste rispetto alle culture individualiste.
Quindi il LOC esterno non è vissuto con connotati egualmente negativi in tutte le culture. Nelle culture individualiste il focus è sulla tendenza a credere nelle proprie capacità di influenzare le situazioni e gli eventi della propria vita, in qualche modo sentendosi in potere di modificare l’ambiente.
Diversamente, nelle culture collettiviste i valori dell’interdipendenza e dell’armonia con l’ambiente sono centrali: adeguarsi all’ambiente più che cercare di modificarlo è alla base delle strategie di coping di tali culture. Tutto questo senza che gli individui percepiscano di non avere controllo sulle proprie vite, viceversa la sensazione di controllo sembra derivare dalla percezione di sapersi adattare e adeguare al contesto.
Tanto più che nelle culture collettiviste il LOC esterno non si lega così strettamente agli aspetti ansioso-depressivi cosi come accade in modo più rilevante nei paesi occidentali.
In this article I will conclude my series on attachment and begin examining the relationship between attachment and behavioral inhibition
In this article I will conclude my previous series on attachment and begin examining the relationship between attachment and behavioral inhibition (BI). My hope is to highlight that, although both have been investigated independently, few studies have examined the association between them.
Overall, compared to healthy control mothers, it appears that depressed and anxious mothers are more likely to have infants who have an insecure attachment style. Further, it appears that those children with an insecure attachment style are more likely to develop both internalizing and externalizing disorders. While some research points to a specific association between resistant attachment style and the development of anxiety disorders, this has not been conclusively established.
Recommended: Insecure Attachment and Anxiety Disorders.
A striking contrast appears when examining the effect of attachment on children’s behavior in low and high risk samples (Shaw, & Vondra, 1995). Studies involving low-risk populations have found little effect of attachment on the development of behavior problems, while those of children in at-risk populations have found larger effects (DeKlyen, 1996). Therefore, while attachment appears to have an impact on child behavior, that effect appears to be increased when occurring in tandem with other risk factors (e.g. low SES). Thus, the association between attachment and behavior inhibition has been examined. Further, interactions between BI and infant attachment, and their effects on child anxiety symptoms, have been examined.
The similarities between BI and infant attachment style are apparent in their definition, as well as how they are measured. Muris and Meesters (2002) explained that the two measures share important characteristics. First, they both use scenarios which involve measuring children’s reactions to unfamiliar situations. Second, they both refer to children’s behavior in social situations. Therefore, the relationship between these two measures has been examined.
Burgess, Marshall, Rubin, & Fox (2003) measured BI in a laboratory setting and infant attachment using the SSP, both at 24 months of age. A significant association was not found between the measures. These findings are similar to those of other studies which used the same procedure to measure both BI and attachment (e.g. Marshall & Fox 2005; Pauli-Pott, Haverkock, Pott, & Beckmann 2007; Kochanska, Aksan & Carlson 2008). These findings suggest that when BI and attachment are measured in a laboratory and using the SSP, respectively, they appear to be independent from each other.
Tribolazioni rintraccia una serie di meccanismi comuni che producono in vari ambiti esistenziali delle tribolazioni che non raggiungono dignità tale da meritarsi una vera e propria diagnosi su un qualche asse di qualche sistema nosografico ma, comunque, fanno vivere male le persone e, talvolta, le spingono a chiedere un aiuto psicoterapeutico. In queste situazioni ci sono di scarso aiuto i protocolli, si tratta per ciascun caso di identificare quali i meccanismi con cui il soggetto si genera sofferenza e dopo averli smascherati provare a modificarli costruendo alternative.
Introduzione
L’oggetto di questo lavoro è la sofferenza psichica non diagnosticabile secondo le categorie classiche che vanno da Kraepelin ai più recenti sistemi internazionali di etichettamento delle malattie. Tale sofferenza potremmo chiamarla, con un neologismo degno di uno schizofrenico, “DSMfree”.
Mi riferisco a quella sofferenza soggettivamente avvertita al punto da spingere il soggetto a chiedere un intervento specialistico ma che tuttavia non rientra, se non molto a fatica e con forzature, nelle normali categorie nosografiche.
Non è malattia ma non è neppure benessere.
Su quest’ultimo gli studiosi stanno iniziando ad interrogarsi positivamente (D. Ryff,Corey Lee M. Keyes 1995 e Crey L. M. Keyes, Dov Shmotkin 2002). Non si tratta di disturbi psicotici, ne è connotabile come disturbo di personalità e non è neppure una forma leggera di nevrosi. Non ne sto facendo una questione dimensionale rispetto ad un più classico atteggiamento nosografico categoriale.
Infine non si tratta neppure delle normali emozioni negative che accompagnano e, in un certo senso, indirizzano l’esistenza.
Dopo aver escluso alcune possibilità mi spetta l’obbligo di definire in positivo l’oggetto del presente lavoro.
Si tratta di errori procedurali di funzionamento del sistema cognitivo (ad un livello più complesso dei semplici bias cognitivi (Motterlini 2008, Piattelli Palmarini 1995, Pohl 2004) su cui pure spesso si sostengono e rinforzano. Li troviamo in modo trasversale nei vari campi dell’esperienza umana. Sono dunque indipendenti dai contenuti coinvolti nella sofferenza stessa (sulla distinzione tra disagio e sofferenza psichica si veda il bellissimo lavoro di Miceli M. e Castelfranchi C. 2002, che ha dato spunto decisivo a questo mio sforzo).
Tali errori generano una sofferenza con tre specifiche caratteristiche:
disadattiva, in quanto comporta un accorciamento della vita stessa e una riduzione della sua espansione (vite coartate, in libertà vigilata) anche in termini di ridotta progenie
inutile, perché non spinge verso un adattamento migliore (non è evolutiva)
perdurante nel tempo e automantenentesi in quanto produce dei circoli viziosi autogenerativi
L’interesse per questo genere di sofferenza sottosoglia nasce, dopo essermi occupato delle patologie e in particolare di quelle più gravi (psicosi e gravi disturbi d’ansia) (Coratti, Lorenzini 2008; Lorenzini, Sassaroli 2000; Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero 2006), dalla constatazioneche sempre più gli studi di psicoterapia si affollano di persone che, pur soffrendo evidentemente, solo a fatica e con qualche forzatura si riesce a far rientrare nella diagnostica tradizionale (seppure un disturbo di personalità ormai non lo si neghi a nessuno)e dunque ad applicare loro dei protocolli di intervento di provata efficacia. Ci tocca in sorte, purtroppo o per fortuna, di curare le persone, affascinanti e complesse, piuttosto che le semplici e schematiche malattie.
L’impressione che ne ho ricavato è che, al di là del problema contingente presentato da ciascuno di loro, esistano delle profonde somiglianze nel loro modo di (di)sfunzionare. Lo scopo di questo lavoro è descrivere questi disfunzionamenti generici che mi piace chiamare con termine popolare ” tribolazioni “.
Voglio rifuggire dalla tentazione sociologica di attribuire ad un generico disagio della civiltà attuale (mancanza di rapporti, incremento degli stressor o dell’aspettativa di benessere) sia la sofferenza sia l’aumento delle richieste di cura e rimanere fermamente su un piano di analisi esclusivamente intrapsichico.
Per cominciare tre premesse sulla sofferenza di carattere metafisico, nel senso di Lakatos (Lakatos & Musgrave, 1970):
dipende sempre dalla rappresentazione della frustrazione di scopi
è direttamente proporzionale al numero e all’importanza di questi
ciò che avviene nella realtà è del tutto ininfluente. Ciò che conta sono esclusivamente le rappresentazioni interne di come stanno le cose e di come si vorrebbe stessero.
La domanda iniziale può dunque essere riformulata nel modo seguente:
Esistono dei disfunzionamenti caratteristici applicabili a tutti i campi dell’esperienza umana che portino ripetutamente a rappresentarsi la frustrazione di scopi importanti?
La domanda è ovviamente retorica. Se pensassi che la risposta fosse “no” non mi sarei cimentato nell’impresa risparmiando a me e a voi anche queste poche righe introduttive e dunque, a mio avviso è “si”.
Mi sembra di averne identificati 23 che hanno però ampie sovrapposizioni.
Il catalogo è questo:
Clicca sulle voci del catalogo per andare direttamente all’articolo correlato (quando sarà disponibile su State of Mind, la pubblicazione avverrà a cadenza settimanale)
Un gruppo di neuroscienziati della Tufts University hanno scoperto che gli astrociti, un tipo di cellule gliali a forma stellata, hanno un ruolo nel rapido miglioramento del tono dell’umore nei pazienti depressi che si sottopongono deprivazione di sonno acuta. Nel corso del 1970, la ricerca ha verificato l’efficacia della privazione del sonno acuta nel trattamento della depressione, in particolare la privazione di sonno REM, ma i meccanismi cerebrali sottostanti non erano noti.
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Questo studio ha identificato il ruolo degli astrociti nella regolazione di un neurotrasmettitore, l’adenosina, coinvolto nel sonno.
I farmaci sono ampiamente utilizzati per il trattamento della depressione, ma gli effetti del trattamento spesso cominciano dopo diverse settimane dall’assunzione del farmaco. La privazione del sonno, tuttavia, si è dimostrata un trattamento efficace nel 60% dei pazienti con disturbo depressivo maggiore. Sebbene ampiamente riconosciuto come utile, questo trattamento non è sempre ideale e gli effetti non vengono mantenuti a lungo termine.
Il team di ricercatori aveva già scoperto che gli astrociti sono in grado di influenzare i cicli sonno-veglia agendo sui recettori dell’adenosina, un neurotrasmettitore che induce il sonno. Durante le nostre ore di veglia, l’adenosina si accumula e aumenta la voglia di dormire. Sostanze chimiche, come la caffeina, sono antagonisti dei recettori dell’adenosina e per questo promuovono lo stato di veglia; al contrario un agonista del recettore dell’adenosina induce sonnolenza.
In questo studio, i ricercatori hanno somministrato a dei topi tre dosi di un agonista dell’adenosina nel corso di una notte: i topi dormivano normalmente, ma il farmaco ha ridotto i livelli di adenosina in modo sufficiente a imitare gli effetti della privazione del sonno. Dopo solo 12 ore, i ricercatori hanno osservato che i sintomi depressivi erano diminuiti e i livelli di adenosina nel cervello aumentati, inoltre questi effetti si sono mantenuti per 48 ore.
Questi risultati potrebbero portare allo sviluppo di farmaci efficaci e ad azione rapida per il trattamento della depressione, soprattutto in caso di emergenze psichiatriche.
Promuovere la comprensione della mente degli altri in psicoterapia è un’operazione complessa e spesso controproducente, che la terapia metacognitiva interpersonale suggerisce di non compiere prematuramente. Di solito quando si cerca di mostrare ai pazienti come il punto di vista degli altri possa differire da quello che automaticamente hanno attribuito (sulla base dei propri schemi), i pazienti non riescono a cambiare la propria prospettiva.
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Al contrario, spesso si attaccano con più forza alle loro attribuzioni iniziali e la relazione terapeutica si deteriora transitoriamente. Un recente studio sperimentale (Vorauer e colleghi, 2013) porta conferma a questa idea e apre altre strade di riflessione su come comprendere il punto di vista dell’altro in modo efficace e benefico per la relazione.
All’interno di scambi in relazioni di coppia, veniva prima chiesto ai partecipanti all’esperimento di assumere il punto di vista dell’altro nella propria immaginazione. La conseguenza di questa istruzione era sorprendente: aumentava la loro illusione di essere trasparenti all’altro, ovvero che l’altro conoscesse i propri valori, preferenze e sentimenti.
Al contrario se veniva chiesto di inibire l’assunzione immaginaria di prospettiva e di prestare invece attenzione a dettagli oggettivi, la tendenza a pensare che l’altro li capisse come se fossero trasparenti diminuiva. Il risultato importante è che l’aumento dell’illusione di trasparenza è legato a maggiore insoddisfazione nella relazione, mentre al contrario l’attenzione ai dettagli, produce maggiore soddisfazione.
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Un’implicazione per la psicoterapia è che quando si decide di promuovere nel paziente la capacità di capire la mente degli altri non conviene farlo tramite il canale immaginativo. Questo porterebbe a sovrastimare il grado in cui l’altro è simile a sé. E’ preferibile invece invitare il paziente a rievocare in dettaglio degli episodi autobiografici e soffermandosi sul comportamento manifesto. In questo modo è più facile che le persone si rendano conto delle differenze che esistono tra sé e gli altri e di come il processo di comprensione reciproca sia un lavoro che necessita di attenzione e impegno. In questo modo si può ridurre l’aspettativa automatica di essere capiti dall’altro: “Se siamo diversi devo spiegarmi per essere capito e non aspettarmi che l’altro lo faccia spontaneamente”.
La psicoanalisi è cambiata. Di fatto è cambiata così profondamente che la concettualizzazione tradizionale della mente inconscia può apparire ampiamente superata.
Una giovane donna di fronte allo specchio. L’ultimo tocco al maquillage. Un look pallido e misterioso. Boccoli neri sulle spalle nude. La vita un po’ più attillata: una siluette più femminile. Più tardi, sul treno un uomo la fissa. Un impercettibile oscillazione della gamba sinistra ha attratto la sua attenzione.
Può il suo occasionale compagno di viaggio, o noi osservatori psicoanaliticamente formati, pensare che la giovane donna del nostro schizzo clinico sia inconsapevole del proprio desiderio di essere notata ed osservata? Il desiderio di prevalere nelle relazioni triangolari, di affascinare e controllare il maschile – che le richiede tanta fatica, tempo e denaro – è così centrale nella sua identità che possiamo rispondere solo no questa domanda.
Nella concettualizzazione freudiana dell’isteria, e più in generale della malattia mentale, la dimensione topica è centrale. Nel primo modello del processo psicoanalitico che Freud offrì alla comunità scientifica il disvelamento dei desideri inconscirappresenta il fattore terapeutico cruciale del trattamento psicoanalitico. L’analista cura in quanto consente al paziente di acquisire della conoscenze su di sé, che sono escluse dalla sua consapevolezza.
Nel corso della sua carriera Freud sviluppò modelli sempre più articolati e complessi del processo psicoanalitico. Scoprì la centralità del transfert e dell’analisi del transfert, così come descrisse le resistenze che si oppongono al progredire del trattamento. Nel periodo tra le due guerre James Strachey introdusse il concetto di interpretazione mutativa: in questa prospettiva, mediante l’interpretazione di transfert l’analista non solo condivide con il paziente le conoscenze che ha acquisito, e che riguardano i suoi sentimenti inconsci verso l’analista, ma di fatto agisce sulla relazione di transfert: esprime tolleranza e comprensione di quelle emozioni e quei desideri che il paziente ha sempre sperimentato come vergognosi e colpevoli.
Monografia: Riflessioni sulla Crisi della Psicoanalisi Contemporanea.
Negli anni successivi, lo sviluppo delle varie scuole psicoanalitiche kleiniane, postkleiniane o comunque orientate a riconoscere la centralità delle relazioni oggettuali nella psicopatologia e nel trattamento psicoanalitico, consentì di riconoscere con maggiore consapevolezza che l’analista non solo offre informazioni, che il suo ruolo terapeutico dipende in modo essenziale dalla sua interazione con il paziente (Thomä e Kächele, 1985, pp. 342-369). Ad esempio, nel modello di Balint (1968) la psicopatologia sorgerebbe da un difetto fondamentale nel percorso evolutivo; la regressione controllata nella situazione psicoanalitica consentirebbe di sperimentare nuovamente tali angosce primitive in un contesto protetto, mettendo così in moto un nuovo inizio. Kohut, nel contesto dei suoi studi sul narcisismo, introdusse il concetto di riparazione empatica. Secondo la teoria dei processi di pensiero proposta da Wilfred Bion e dai suoi seguaci (ad esempio, Baranger e Baranger, 1990), in cui le interazioni emotive interpersonali hanno un particolare rilievo, il potere terapeutico della psicoanalisi risiederebbe nella capacità dell’analista di introiettare le emozioni primitive del paziente, processarle e restituirle al paziente in una forma più evoluta ed assimilabile.
Questi contributi, espressione di molteplici scuole e prospettive nel contesto più generale del movimento psicoanalitico, ci permettono di formulare oggi in modo più avanzato maturo il ruolo dell’inconscio nel processo psicoanalitico. La teoria psicoanalitica contemporanea riconosce all’empatia, all’interazione emotiva, all’analista –sia come persona reale che come oggetto di transfert –un ruolo anche più rilevante di quello tradizionalmente attribuito all’analisi del transfert. La psicoanalisi è cambiata. Di fatto è cambiata così profondamente che la concettualizzazione tradizionale della mente inconscia può apparire ampiamente superata.
La geniale teoria dei desideri inconsci di Freud è al centro di un modello della sofferenza emotiva e della mente umana rigidamente uni-personale. Egli osservava come un naturalista i pazienti nevrotici e i prodotti della loro vita mentale inconscia. Ora, in pieno XXI secolo, siamo sempre più consapevoli della interazione emotiva che ha luogo nella stanza d’analisi. Un interazione che coinvolge contenuti inconsci ad entrambi i partecipanti alla seduta.
Come possiamo concettualizzare ed analizzare i fenomeni inconsci in questa nuovo scenario psicoanalitico caratterizzato da interattività, intersoggettività, e consapevolezza dell’influenza dell’osservatore psicoanalista? La nostra giovane donna ha terminato il suo breve viaggio. Giace ora sul lettino analitico e racconta un sogno che include evidenti riferimenti ad oggetti parziali, magari un uomo con pantaloni rossi e un grande cappello che sale su una scala a pioli. Le associazioni successive contengono riferimenti all’incontro sul treno e alle imbarazzanti avances del compagno di viaggio.
Che cosa è inconscio in questa seduta? Di cosa esattamente la nostra paziente è all’oscuro? Gli psicoanalisti sono stati addestrati a pensare che il desiderio rappresenti il contenuto principale dell’inconscio. Nello schizzo clinico il desiderio, il desiderio erotico rivolto all’analista, potrebbe essere il più immediato e classico contenuto dell’interpretazione.
Ma alla paziente manca realmente questa informazione? La centralità del potere seduttivo nell’identità della paziente ci suggerisce ancora una volta che no sia la risposta più adeguata. Parti preconsce dell’io possiedono chiaramente l’informazione e sviluppano strategie coerenti con questo desiderio. E sottraggono questo contenuto alla comunicazione manifesta, soprattutto alla comunicazione con l’analista, in una prospettiva strategica.
Perché allora il Sé colma i materiali verbali e non verbali, le narrative così come i sogni, di allusioni al contenuto celato? Dobbiamo cercare la risposta nell’incontro sul treno. L’obiettivo della rimozione non è impedire la conoscenza. E’ lo scambio di emozioni. É la proiezione –meglio, l’identificazione proiettiva –di emozioni e desideri nell’ascoltatore, nell’osservatore. Le strategie inconsce della paziente mirano di fatto ad indurre nell’analista una stato di eccitazione.
Articolo Consigliato: Le cinque piaghe di nostra madre Psicoanalisi: Riflessioni sulla crisi della psicoanalisi contemporanea #1.
La questione non ovviamente celare un desiderio, piuttosto quella di come controllare sapientemente il campo emozionale dell’oggetto per poter essere oggetto di desiderio. In una certa misura, l’inconscio emerge all’interfaccia tra un analista ed un paziente. Non rappresenta un sistema di conoscenze irraggiungibili per il soggetto. E’ un sistema di proibizioni finalizzato al controllo dell’analista e della sua esperienza della situazione psicoanalitica. In una certa misura l’inconscio si costituisce come uno schermo che ostacola lo specifico stile di indagine riflessiva dell’analista.
L’analista si confronta oggi come sempre con la rimozione. Tuttavia, il contributo primario dell’analista non consiste più nella sua capacità di scoprire i desideri inconsci del paziente. Piuttosto, il suo potenziale terapeutico dipende dalla sua disponibilità a focalizzare la propria lente d’ingrandimento su se stesso, sui propri desideri ed affetti controtransferali in relazione alle strategie comunicative del paziente.
Il principale obiettivo delle strategie difensive del paziente è il controllo della mente dell’analista. Le strategie che il paziente utilizza a questo scopo sono gli elementi più accuratamente rimossi –elementi inconsci dunque –della situazione psicoanalitica.
Thomä H., e Kächele H. (1985) Lehrbuch der psychoanalytischer Therapie. 1 Grundlagen. Springer-Verlag, Berlin-Heidelberg. Tr. It. (1990) Trattato di Terapia psicoanalitica. 1: Fondamenti Teorici. Bollati Boringhieri Editore, Torino.
Balint M. (1968) The Basic Fault: Therapeutic Aspects of Regression. Tavistock, London. Tr. it.: Il difetto fondamentale. In (1983) La regressione. Raffaello Cortina Editore, Milano
Puzzle che passione… e che vantaggi! – Neuropsicologia
Un recente studio ha evidenziato che fare puzzle non è soltanto un divertimento: permette ai bambini di sviluppare le abilità spaziali.
Il puzzle è un gioco antico, inventato addirittura intorno al 1760 in Inghilterra. Eppure non è mai passato di moda, e tante generazioni hanno giocato impegnandosi in questo rompicapo.
Un recente studio effettuato dall’università di Chicago ha evidenziato però che fare puzzle non è soltanto un divertimento: permette ai bambini di sviluppare le abilità spaziali.
La ricerca ha riguardato 53 coppie bambino-genitore, provenienti da diverse condizioni socioeconomiche. Ai genitori è stato chiesto di interagire con i loro figli come avrebbero fatto normalmente durante le attività quotidiane a casa e sono stati filmati per sessioni di 90 minuti ogni 4 mesi tra i 26 e i 46 mesi di età del bambino; circa la metà dei bambini dello studio sono stati visti giocare con i puzzle almeno una volta. Successivamente, raggiunti i 54 mesi di età, sono stati somministrati dei test per accertare le loro abilità nel ruotare e traslare le forme utilizzando ad esempio il “mental transformation task”.
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Come spiega la psicologa Susan Levine, uno dei massimi esperti sullo sviluppo delle capacità matematiche nei bambini, è emerso che coloro che hanno giocato con i puzzle hanno ottenuto migliori risultati nei test rispetto a quelli che non ci hanno giocato. Un buon risultato nei test è incoraggiante, perché l’abilità di trasformare mentalmente le forme è un importante predittore delle prestazioni nelle discipline STEM (acronimo americano di: Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).
La ricerca ha anche evidenziato una particolarità: i genitori con un reddito economico più alto impegnavano più frequentemente i figli con i puzzle rispetto agli altri.
Un’altra curiosa differenza è che tra coloro che hanno ottenuto i migliori risultati nei test, i maschi hanno superato le femmine.
Una possibile spiegazione può essere data dal fatto che, come è stato osservato, i genitori dei bambini, rispetto a quelli delle bambine, hanno utilizzato maggiormente un linguaggio di tipo spaziale durante il gioco, erano più coinvolti e proponevano puzzle più complicati. Ma la psicologa Susan Levine ha affermato che per dare risposte più certe sarà necessario effettuare ulteriori studi, in particolare per determinare se il gioco del puzzle e il parlare di concetti spaziali è correlato causalmente allo sviluppo delle abilità spaziali.
L’importante conclusione a cui si è comunque arrivati è che coinvolgere sia i maschi che le femmine nel gioco del puzzle può supportare lo sviluppo di un aspetto cognitivo che è implicato nel successo delle importantissime discipline STEM.
Nonostante le controverse opinioni in merito, la cannabis ha conquistato un posto di rilievo come rimedio nel dare sollievo a chi soffre di malattie come il cancro, il disturbo post traumatico da stress, e la SLA. La sostanza è nota, là dove altri farmaci invece falliscono, per lenire dolore, aumentare l’appetito e ridurre l’insonnia.
Israele è leader mondiale nella ricerca sulla cannabis medica. Il principio attivo della marijuana, il THC, è stato scoperto da Raphael Mechoulam e Yechiel Gaoni. Il Prof. Mechoulam ha anche merito di aver definito il sistema endocannabinoide, che imita gli effetti della cannabis e svolge un ruolo sull’appetito, la sensazione di dolore, l’umore e la memoria.
Nel 2009, Zach Klein, un laureato del Tel Aviv University’s Department of Film and Television Studies, ha diretto il documentario dal titolo Prescribed Grass e ha così sviluppato un interesse per la ricerca scientifica sulla marijuana medica; ora insieme a dei ricercatori della TAU’s Porter School of Environmental Studies sta conducendo una ricerca sui benefici di cannabis medica.
Utilizzando la marijuana proveniente da una fattoria chiamata Tikkun Olam, Klein e i suoi colleghi ricercatori hanno testato l’impatto del trattamento su 19 pazienti (di età compresa tra 69 e 101) della casa di cura Hadarim in Israele. I pazienti sono stati trattati con cannabis medica sotto forma di polvere, olio, vapori e fumi, tre volte al giorno nel corso di un anno, per condizioni quali il dolore, la mancanza di appetito, spasmi muscolari e tremori.
I risultati sono stati sorprendenti: non solo i partecipanti hanno mostrato evidenti cambiamenti fisici, tra cui l’aumento di peso e la riduzione di dolore e tremori, ma anche il personale che lavora ad Hadarim ha riferito un miglioramento immediato negli stati d’animo dei pazienti, nella capacità di comunicazione e nella facilità nel completare le attività della vita quotidiana; inoltre quasi tutti i pazienti hanno riferito un aumento di ore di sonno e una diminuzione degli incubi e dei flashback correlati al PTSD.
Questi risultati hanno anche permesso di ridurre significativamente l’assunzione cronica di farmaci, come gli antipsicotici, gli antiparkinsoniani, gli stabilizzatori dell’umore, e gli antidolorifici.
Quest’anno, Klein inizia uno nuovo studio in collaborazione con i ricercatori dell’Israel’s Reuth Medical Center, in cui verificherà se l’assunzione di cannabis medica può migliorare la deglutizione, visto che uno dei più grandi problemi nei pazienti affetti da malattie croniche è l’assunzione di cibo.
Disfagia, e difficoltà a deglutire, possono portare ad un calo della nutrizione e anche alla morte. Klein ritiene che l’uso di cannabis, che riesce a stimolare le regioni del cervello associate con i riflessi di deglutizione, possa avere un impatto positivo su questo tipi di problemi.
” Il Padre “, tragedia in tre atti di August Strindberg scritto nel 1887, rappresenta uno dei più importanti tentativi del grande drammaturgo svedese di intessere un’opera naturalistica, in cui la distaccata osservazione di una vicenda familiare tormentata e grottesca venga svolta sulla scena attraverso uno stile semplice, privo di riflessi narrativi che facciano riferimento all’esperienza autobiografica dell’autore.
L’esito appare in realtà distante da questo obiettivo, caricandosi di significati oscuri e complessi sui quali il percorso umano di August Strindberg aleggia con tutti i suoi temi irrisolti. La trama è lineare, la scenografia essenziale, la recitazione degli attori costruita sull’espressività enfatica del teatro classico.
Il Capitano, ufficiale di cavalleria, è sposato con Laura, donna esuberante e scaltra; partendo da un dissidio sull’educazione da impartire alla figlia, ha inizio la caduta della potenza maschile e la cinica sopraffazione da parte della donna. Laura instilla nella mente del marito il dubbio che la figlia non sia sua e lo fa con perfidia strategicamente crescente, allusioni, provocazioni quasi impercettibili che l’uomo non riesce a contrastare; nello sviluppo di questa azione sadica vengono coinvolti il medico di famiglia, il fratello, la figlia e la balia che molti anni addietro aveva cresciuto il Capitano.
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L’intento è condurlo alla follia per farlo interdire e avere il pieno controllo della scena familiare: in una progressiva destrutturazione dell’identità l’uomo arriva ad aggredire Laura e a perdere ogni controllo sui propri processi mentali, fino a rifugiarsi in una regressione infantile che lo trasforma in un essere indifeso accovacciato fra le braccia della balia o impegnato a inventare giochi di guerra. Il crollo della natura maschile e del potere si è consumato, le incertezze sulla reale potenza della propria figura, da sempre abituata a comandare e a poter disporre della volontà altrui, sgretolano la psiche del Capitano fino ad annullarla, facendola precipitare nell’abisso della sconfitta e dell’impotenza contro un nemico che non si tocca, non si vede.
Laura utilizza armi che August Strindberg mostra di temere e disprezzare, l’azione disgregante dell’ambiguità femminile – l’autore fu più volte accusato di misoginia per tali convinzioni – che sotto le spoglie della semplicità, della fragilità è pronta a colpire con l’astuzia della parola sospesa, del pensiero impossibile da fermare come l’acqua nella roccia.
August Strindberg ne ” Il padre ” approfondisce tematiche che si riveleranno attuali anche nel secolo successivo, la crisi della famiglia borghese, la lotta fra i sessi, la solitudine umana costretta in dinamiche relazionali rigide e fredde; il suo teatro lascia il segno, come testimoniato spesso anche dagli attori che l’hanno portato al pubblico, obbliga a dividersi fra l’osservazione disturbante degli elementi autobiografici e la crudezza con cui vengono illuminate sofferenze universali.
Non univoche sono anche le scelte interpretative alla luce del vissuto che trascinò August Strindberg verso periodi di grave patologia psichica per poi recuperarlo ad un impulso di conoscenza esso pure nevrotico; individuando il legame complesso fra storia di vita e produzione letteraria è possibile ipotizzare una collocazione concettuale dei diversi scritti, così ne ” Il padre ” riconosciamo la centralità del tortuoso rapporto con l’interiorità femminile che nel tracciato autobiografico affiora con viscerale impatto emotivo per poi a tratti attenuarsi, unita allo sguardo persino rabbioso sull’impotenza dell’uomo davanti alla fragilità dell’anima e delle relazioni.
L’attività artistica dell’autore svedese abbraccia quasi ogni genere letterario, il suo anelito all’indagine intellettuale si manifesta avvolgendo molteplici discipline del sapere, ma rimane a dominare l’intreccio esistenziale un’inquietudine mai sanata, cupa e a tratti maniacale, pulsionale e impietosa.
I personaggi de ” Il padre ” e ugualmente di altre opere sono il tentativo inconsapevole di aggredire se stesso, di espellere e combattere la propria parte femminile – meglio, il disagio del dualismo immaginato fra eroismo titanico e imperfezione umana – generando un alternarsi continuo di virilità e disperazione, toni stentorei e sibili lamentosi nei quali crogiolarsi come un bambino che compatisce la propria debolezza chiedendo per essa il compatimento degli adulti.
Leonard Cohen: Guarire dalla Depressione Cronica: quando Leonard iniziò a ignorare Cohen
Quando Leonard iniziò a ignorare Cohen. Dopo tanti tentativi, nel 1999 la depressione di Leonard Cohen scomparve spontaneamente.
Like a bird on a wire,
like a drunk in midnight quier,
I have tried in my way to be free…
(Leonard Cohen, Bird on a wire, 1968)
Ci ha provato davvero in tanti modi a liberarsene, ma nel 1999, dopo circa cinquant’anni di sofferenze e tentativi di cure, la depressione di Leonard Cohen, settantanovenne poeta, scrittore, ma soprattutto cantautore canadese di origine ebrea, scomparve spontaneamente.
“Mi ricordo che mi svegliavo al mattino e mi sedevo in un angolo della mia cucina, che ha una finestra sulla strada. Guardavo il sole che splendeva sui paraurti cromati delle auto e pensavo che era davvero bello. Pensavo che per la prima volta percepivo quello che anche gli altri percepivano. La vita divenne più semplice e lo sfondo di continua autoanalisi che mi aveva accompagnato per tanto tempo scomparve”.
Apparentemente la cura fu semplice: imparare ad ignorarsi.
“Quando smetti di pensere a te stesso tutto il tempo, sei invaso da una sorta di pace. A me è successo in modo impercettibilmente progressivo e davvero non riuscivo a crederci. Mi sembrava ci fosse qualcosa che non andasse! E’ come quando bevi un bicchiere di acqua fresca quando sei assetato: ogni molecola del tuo corpo ti ringrazia”.
Non è la prima volta che mi succede di sentire racconti di questo tipo, anche se non bisogna correre il rischio di incappare nel semplicismo. Capita infatti spesso di sentire i famigliari di una persona depressa incoraggiare il proprio congiunto, invitandolo a smettere di pensare solo a sé stesso e alla propria malattia, o magari di consigliargli di fare del volontariato, perché “C’è sempre qualcuno che sta peggio di te!”, che non ha da mangiare (soprattutto in Africa) o che ha malattie fisiche come tumori, amputazioni o altre menomazioni. Di solito questo tipo di consigli, nella persona veramente depressa non funzionano, anzi possono sortire l’effetto contrario in quanto il depresso si sente ulteriormente colpevolizzato.
In Leonard Cohen la situazione sembra diversa. Pare infatti che dopo decenni di cure (antidepressivi) e tentativi di autocure (arte, donne, alcol, droghe, zen), il sistema depressivo si sia inceppato, con una sorta di guarigione “per disperazione”.
Alcuni studi condotti negli Stati Uniti, dove i disturbi dell’umore sono endemici (almeno un americano su cinque ha sofferto almeno una volta di un episodio depressivo durante la vita), hanno mostrato come circa il 30% dei casi di persone affette da depressione cronica vada incontro a una remissione dei sintomi in età avanzata. I ricercatori hanno invece individuato tra i fattori favorenti il perpetuarsi del disagio il fumo, l’obesità, l’inattività fisica, la scarsa rete sociale e le malattie fisiche (Byers et al., 2012).
La depressione di Leonard Cohen
“Ogni giorno, ogni mattina me la trovo davanti e cerco di affrontarla” ha raccontato in un’altra intervista il cantautore riferendosi alla propria “tempesta nel cervello”, come la definiva lo scrittore americano William Styron (1996).
Nel 2008 in concerto a Ginevra, presentandosi al pubblico con la consueta ironia dark, ricordò di essere stato nella capitale elvetica quindici anni prima, quando, sessantenne, era solo “un ragazzino con un sogno folle” e di avere assunto nel frattempo un sacco di psicofarmaci (fluoxetina, paroxetina, bupropione, metilfenidato) e di avere studiato religioni e filosofie.
Pare che la depressione di Cohen sia esordita nell’ adolescenza, in seguito alla perdita prematura del padre. Anche la madre soffriva di un disturbo dell’umore. La figura materna è stata descritta nelle biografie come estremamente possessiva e con un’attitudine a tenere legato il figlio a sè con sensi di colpa indotti.
Questo potrebbe avere condizionato il rapporto di Leonard Cohen con le donne, caratterizzato da estrema difficoltà a mantenere una relazione stabile. Aveva sempre bisogno di una relazione, ma portava ogni relazione al punto di rottura, alle compagne chiedeva una presenza costante che spesso non era in grado di ricambiare, chiedeva attenzioni fisiche, ma voleva disporre della sua libertà. Era depresso, vulnerabile, ma usava il suo fascino come un coltello a serramanico (Nadel, 2011).
La depressione che ha descritto nelle interviste aveva caratteri clinici gravi: anedonia, problemi di funzionamento sociale, abuso di alcol e droghe. I medici consultati gli hanno prescritto diversi antidepressivi, compresi gli iMAO e gli stabilizzatori dell’umore, che solitamente vengono considerati nelle depressioni resistenti. Con la fluoxetina si sentiva migliorato perchè aveva perso l’interesse spasmodico per le donne, onde accorgersi che si trattava solo di un effetto collaterale sulla libido. Un giorno, apparentemente senza l’assenso dello psichiatra, decise di smetterle le medicine provando altre strade più legate alla spiritualità.
Nonostante abbia sempre dichiarato la propria appartenenza all’ebraismo, ha spesso lamentato la mancanza, nella religione dei suoi padri, di una dimensione meditativa, che ha poi cercato altrove.
Leonard Cohen e il Buddismo zen
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Alla fine degli anni sessanta c’era stato infatti l’importantissimo incontro con il missionario del buddismo zen giapponese Roshi, da cui scaturì una frequentazione più che trentennale del suo monastero sul monte Baldy, vicino a Los Angeles. Negli anni novanta il cantautore si trasferì per tre anni nel monastero e nel 1996 venne ordinato monaco con il nome di Jikan, il silenzioso. Il ritiro buddista, seppure scandito da alzatacce all’alba, lunghe meditazioni, passeggiate a piedi nudi sulla neve, non mancava di qualche privilegio in stile holliwoodiano per Leonard Cohen, per il quale le donne, il sakè e le sigarette erano ammesse, seppure solo in dosi moderate.
“Di questi tempi” raccontò in un’intervista di quel periodo, con evidente attitudine meditativa, “la mia unica necessità è prendere nota di tutto. Non mi sento un musicista o uno scrittore. Sono solo una voce, un diario vivente”.
C’è uno schema che emerge nel percorso esistenziale di Cohen fin dalla giovane età: non appena la vita diventa troppo caotica e affollata, si mette alla ricerca di uno spazio vuoto dove ritrovarsi e ricominciare. Gli è successo con la vita spensierata di Montreal, con la pace mediterranea dell’isola greca di Idra e con il monte Baldy.
La lunga esperienza mistica di Leonard Cohen, oltre ai sicuri benefici sul piano psicologico, gli ha causato parecchie grane sul versante economico, in quanto la sua manager ha approfittato dell’assenza dal mondo materiale per sperperare il suo patrimonio, lasciandolo sull’orlo della bancarotta. Questo evento l’ha però riportato, in età avanzata, a ricalcare i palcoscenici di mezzo mondo, per la gioia dei fan.
Nel caso di Leonard Cohen in cui la depressione è durata per così tanti anni si può forse ipotizzare più un quadro di depressione ricorrente, di distimia o in termini cognitivisti di una organizzazione di significato personale di tipo depressivo (Guidano e Liotti, 1983), che del resto emerge sia nella sua poetica che nel suo modo di cantare che è sempre stato molto profondo, a tratti tetro, impostato su tonalità basse e che negli ultimi dischi acquista toni quasi cavernosi (“La mia voce è diventata più profonda dopo cinquemila sigarette” disse negli anni novanta). Una voce che sembra nascere dal cuore (se si può usare ancora questa parola), che ricorda quella dei mantra dei lama tibetani o dei canti dei cristiano ortodossi, sempre per restare dalle parti dell’oriente.
Per via della sua poetica malinconica è stato considerato il sacerdote artistico del pathos, citato anche da Kurt Cobain, che nella canzone Penny Royal Tea (1993) auspica di trovarsi “nell’aldilà di Leonard Cohen, per singhiozzare in eterno”. Quando alcuni lavori discografici ricevettero negli Stati Uniti diverse critiche rispetto all’essere eccessivamente lugubri, Leonard Cohen propose provocatoriamente alla propria etichetta musicale di vendere delle lamette da barba (a scopo autolesionistico) insieme ai dischi. L’ultimo disco di Leonard Cohen Old ideas (2012) contiene invece la canzone Going home, il cui refrein recita “Going home without my sorrow, going home sometime tomorrow, going home to where it’s better than before…”.
La scoperta che le onde lente del cervello frontale contribuiscono a rafforzare le memorie apre la strada a trattamenti terapeutici per la perdita di memoria negli anziani.
Per la prima volta, gli scienziati della University of California, Berkeley, hanno scoperto un legame tra il poco sonno, la perdita di memoria e il deterioramento cerebrale, cioè i mali caratteristici della vecchiaia. Questa scoperta apre la porta alla possibilità di migliorare la qualità del sonno nelle persone anziane per migliorarne la memoria.
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I neuroscienziati hanno scoperto che le onde cerebrali lente generate durante il sonno profondo e ristoratore, che sperimentiamo tipicamente nella giovinezza, svolgono un ruolo chiave nel trasferimento dei ricordi dall’ippocampo – che funge da deposito a breve termine per le memorie – alla corteccia prefrontale, che si comporta invece più come un “hard disk” per le memorie a lungo termine.
I risultati di questo studio tuttavia suggeriscono che negli adulti più anziani i ricordi possano rimanere bloccati nell’ippocampo a causa della scarsa qualità del sonno profondo a “onde lente”, e venire quindi sovrascritti da nuovi ricordi.
La scoperta che le onde lente del cervello frontale contribuiscono a rafforzare le memorie apre la strada a trattamenti terapeutici per la perdita di memoria negli anziani, come ad esempio la stimolazione transcranica in corrente continua o rimedi farmacologici. Per esempio, in uno studio precedente, neuroscienziati tedeschi hanno avuto successo nell’utilizzare, su giovai adulti, la stimolazione transcranica per migliorare il sonno profondo e hanno così raddoppiato la loro memoria durante la notte.
Mander e suoi colleghi ricercatori hanno testato la memoria di 18 giovani (20enni sani) e di 15 adulti (70enni sani) dopo un’intera notte di sonno. Prima di andare a letto, i partecipanti hanno imparato una lista di vocaboli e sono stati testati su un set di 120 parole.
Mentre dormivano, l’EEG ha misurato l’attività delle onde cerebrali. La mattina dopo, sono stati testati nuovamente durante la risonanza magnetica funzionale (fMRI).
Negli anziani, i risultati hanno mostrato un chiaro legame tra il grado di deterioramento cerebrale nel lobo medio frontale e la gravità della compromissione dell’attività ad onde lente registrata durante il sonno. In media, la qualità del loro sonno profondo è stata del 75% inferiore a quella dei partecipanti più giovani, e la loro memoria il giorno dopo era peggiorata del 55%.
Al contrario, nei giovani, le scansioni cerebrali hanno dimostrato che il sonno profondo aveva efficacemente contribuito a trasferire le loro memorie dal deposito a breve termine dell’ippocampo al magazzino a lungo termine della corteccia prefrontale.