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Manoscritti scovati per caso a Basilea – SECONDA PARTE

Manoscritti scovati a Basilea. Il secondo manoscritto credo sia dell'altro Karl, Jaspers, e il suo “Continuiamo così facciamoci del male…”.

Di Roberto Lorenzini

Pubblicato il 03 Dic. 2012

 

Manoscritti scovati per caso a Basilea - SECONDA PARTE. - Immagine: © scis65 - Fotolia.com Manoscritti scovati a Basilea. Il secondo manoscritto credo sia dell’altro Karl, Jaspers, e il suo “Continuiamo così facciamoci del male…”.

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LEGGI LA RUBRICA DI STATE OF MIND “STORIE DI TERAPIA” A CURA DI ROBERTO LORENZINI 

Continuiamo così facciamoci del male

Che si nasca nel centro dell’Africa subsahariana o nel cuore della City di Londra. Che si venga al mondo nel tepore di una clinica a cinque stelle con il sorriso del personale ben addestrato o con l’aiuto dell’anziana levatrice del paese di montagna che accorre la notte tra la neve, gli umani hanno affinato nel tempo di permanenza della specie sulla terra delle strategie efficacissime per farsi del male. Quantunque non consapevolmente ed anzi dichiarando esattamente l’opposto e cioè di cercare il proprio benessere.

In questo saggio sulla sofferologia generale (non so come chiamare una scienza che si occupi del dolore, ma questo termine non mi soddisfa affatto) proverò a descrivere i meccanismi più diffusi con cui l’obiettivo dichiarato di star bene e l’effetto di soffrire vengono perseguiti e il secondo sistematicamente raggiunto.

IL SENNO DI POI  – Già sbagliare una scelta e perdere la posta in palio è motivo di rincrescimento in sè, ma si può fare molto di più rimproverandosi per essere stati degli stupidi, dei cattivi sceglitori, non tenendo conto che al momento della scelta non si avevano tutti i dati che si hanno in seguito e quindi un conto è che si è fallito rispetto all’obiettivo, altro che si è scelto malamente. Dopo la scelta, inoltre, non si tiene più conto dei criteri che avevano fatto preferire l’opzione A e scartare la B e dati per acquisiti i vantaggi di A ci si sofferma solo sui suoi difetti. Si era scelta l’alternativa con più pro rispetto ai contro ma, subito dopo i pro divengono acquisiti, scontati e si fa caso solo ai contro. In realtà si parte dal presupposto che una delle due opzioni sia perfetta e non semplicemente migliore dell’altra. Naturalmente se così davvero fosse non si tratterebbe neppure di una scelta: non c’è scelta tra una notte con la propria amata in un letto morbido e una notte dispersi nella neve sotto il fuoco dell’artiglieria nemica. La scelta si da tra due opzioni simili: una notte con l’amata o una festa tra amici e allegre signorine. Oppure la guerra di trincea sul Carso o la vita del sommergibilista

Il risultato è che nell’inutile tentativo di fare scelte perfette gli uomini si macerano nell’indecisione e se la prendono con se stessi per errori che non hanno commesso e se aver perso la bambola premio è sgradevole, ancor peggio è ritenere che ciò sia accaduto per la propria dabbenaggine.

PORTAFOGLIO STRETTO – Non si intende  in questa sede l’avarizia, che pure tanta tristezza e meschinità genera, quanto piuttosto il fare investimenti in un numero di campi risicato. Poiché il possibile fallimento in un settore è sempre in agguato e mai escludibile con certezza, è chiaro che maggiori saranno gli ambiti cui si  da importanza e minore sarà il riverbero di un singolo insuccesso sull’assetto generale. Chi  punta solo sull’amore rischia di affondare insieme al suo matrimonio che naufraga. Chi si identifica con il suo lavoro può fallire insieme alla sua attività. Quando la posta in palio è puntata tutta su un solo cavallo c’è costantemente ansia nel timore del possibile insuccesso e disperazione dopo che è avvenuto. La regola base degli economisti che suggerisce di differenziare gli investimenti dovrebbe essere sempre seguita.

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HIC SUNT LEONES – Un altro modo per rendersi difficile il cammino dell’esistenza è  di decretare assolutamente impraticabili certe zone. Mai da solo. Tutto piuttosto che omosessuale. Meglio morire che trasgredire una regola. Impensabile che qualcuno non sia contento di me. 

Attenzione non si tratta di preferenze espresse in positivo che costituirebbero delle linee guida esistenziali, ma di divieti di “essere”, spesso di origine familiare o culturale. I tanti divieti finiscono per essere confinanti e il cammino diventa uno slalom tra paletti strettissimi, sempre con il terrore addosso di sconfinare in un’area proibita. 

Il vero guaio che ciò comporta è  la vita sacrificata come un piede in una scarpa troppo stretta che organizza un’esistenza di evitamenti e fughe. Una vita in difesa e la sorpresa e il rimpianto quando si scopre, finiti inavvertitamente in una zona proibita, che non succede proprio nulla e si è fuggiti inutilmente dimenticandosi di vivere per salvare la pelle. Si poteva allungare la mano e cogliere il frutto proibito senza alcuna cacciata, ma si è stati obbedienti. A chi poi?

NON CAMBIARE SCENARIO –  Il tempo passa e con esso le situazioni cambiano. Non sempre ci si avvede di ciò e ci si continua a comportare come se il tempo si fosse arenato sulla sabbia dell’esistenza. Ma ciò che era utile e funzionava un tempo diventa dannoso, pesante, inutile. La stampella indispensabile per compiere i primi passi diventa un ostacolo per la piena ripresa e induce ad un andatura claudicante.  Un bimbo deve ad ogni costo avere l’amore dei genitori per sopravvivere e per ottenerlo è disposto a tutto. Una volta cresciuto può continuare a ritenere indispensabile che tutti lo amino e sentire come una tragedia se ciò non avviene. Ciò complicherà enormemente le sue relazioni con i vicini di casa, i colleghi di lavoro, i fornitori, gli operai che prestano servizi a lui e il suo capo. 

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Persino se fosse la sua ragazza a lasciarlo improvvisamente la tragedia definitiva che fantastica sarebbe infondata. Non è più il bimbetto di tre anni che vede allontanarsi la mamma e si sente sperduto in un mondo estraneo che non domina e lo sovrasta. Non è Pollicino, né Hans e Gretel e intorno non c’è un bosco fitto e oscuro. Se si guardasse allo specchio vedrebbe un ingegnere trentacinquenne, solido, robusto, benestante e piuttosto bello. La perdita della ragazza, seppure spiacevole non è la tragedia ed anzi può aprire scenari nuovi ed interessanti. Intorno non c’è il bosco pieno di oscuri pericoli ma un brulicare di relazioni possibili a rincorrersi tra i fusti degli alberi. Comunque anche restare soli sdraiati sullo spiazzo erboso circondato di felci non sarebbe poi tanto male. 

MIOPIA – Che sia meglio l’uovo oggi… è una diceria messa in giro dalle galline ma profondamente attecchita nell’animo umano.

Manoscritti scovati per caso a Basilea- PRIMA PARTE. - Immagine:© pashabo - Fotolia.com
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Così non si ha difficoltà a fare i conti a brevissimo termine cercando un profitto immediato mentre non si considera il costo complessivo di un’operazione che si prolunga nel tempo. Certo se  non si prende l’aereo oggi non ci sarà sul giornale di domani il nostro ricordo da parte di parenti e amici colpiti dall’immane tragedia. Ma questo varrà anche per dopodomani e per ogni giorno successivo. Dunque sull’altro piatto della bilancia si affastellano via via, le vacanze in Asia, gli enormi affari nel sud dell’Africa e gli amori travolgenti dell’America Latina. Non perire in un incidente aereo ha un costo ben più alto che rinunciare al volo per Milano oggi preferendo il più sicuro Eurostar. Per non parlare del fatto che a ben guardare anche il treno ha i suoi rischi e l’auto è il mezzo più pericoloso che ci sia. 

A ben vedere lo stesso uscire di casa ci mette in pericolo e i terremoti ci assediano anche sotto le coperte del nostro letto. Qualsiasi rischio non si accetti di correre ci costruisce intorno una prigione che spesso, seppur dilazionata e mutuabile costa molto di più della posta in palio. Vivere è un mestiere pericoloso e la vita stessa è una malattia sessualmente trasmessa ad esito infausto. Ma l’alternativa è non vivere. Si tenga poi conto che proprio le strategie preventive causano talvolta ciò che si vuole evitare secondo la regola delle profezie che si autoavverano. La signora gelosissima che per  non perdere il marito lo controlla costantemente viene mollata proprio perchè soffocante.

RIMUGINARE –  E’ normale pensare alle cose a cui teniamo e cercare di indirizzare gli eventi a favore dei nostri obiettivi ma spesso questo pensare non è altro che un avvoltolarsi di immagini e frasi smozzicate che non produce strategie di azione ma semplicemente una lamentela interiore senza scopo. Questo rotolarsi delle idee perfora la mente, gruvierizza l’anima  e si ripete senza sosta. Il mostro viene rappresentato nel momento che ci aggredisce ma non per ipotizzare una difesa, per valutarne i punti deboli. 

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Si immagina il suo dilaniarci e poi sgomenti si ricomincia da capo. Eccolo laggiù in lontananza che si avvicina e ride della nostra paralisi. E’ a pochi passi. Alza gli artigli e ci dilania di nuovo.

PASSI LUNGHI E GAMBE CORTE – Uno dei modi più utilizzati per farsi del male è porsi degli obiettivi irraggiungibili. Non si pensi soltanto all’ambizione, non si immagini la competizione carrieristica di giovani manager rampanti. Lo può fare agevolmente il giovane tabaccaio del paesino di montagna che nelle mattine gelide di Gennaio lascia correre la fantasia dietro alla signora dagli occhi tristi che viene dalla frazione lontana a comprare i quaderni per il figlio che inizia le medie.

Lo facciamo quasi tutti quando non vogliamo lasciar andare via per sempre nella terra smossa i rimasugli corporei di chi abbiamo amato e non vogliamo renderci conto che non c’è più ne mai più ci sarà. Che non esiste più la sua mente, i suoi ricordi e se dimenticheremo anche noi, nessuno saprà più. Come nulla fosse mai stato. 

Spesso l’ardimento è esaltato, le sfide difficili encomiate. Si guarda con ammirazione a chi lancia il cuore oltre l’ostacolo. Ma se al di là c’è solo un muro su cui il muscolo pulsante si spiaccica e scivola colante fino a terra, sarebbe stato meglio evitare il lancio.

CONFERME – Quando ci sarebbero le premesse per cambiare idea a nostro favore e abbandonare visioni negative che ci fanno soffrire sembriamo sfoderare capacità insospettate per trovare conferme alle nostre idee. Se sono affezionato all’idea di essere un buono a nulla noterò, con una accuratezza da farmacista, l’urto durante il parcheggio, la dimenticanza di passare all’edicola per il gadget che mio figlio colleziona, la bolletta della luce fatta scadere. La sera poi in attesa del sonno ricorderò solo questi episodi che richiameranno l’interrogazione di latino del  terzo liceo quando presi 4 meno meno, la gaffe alla festa di laurea della Martina con la torta rovesciata per terra e nei dettagli tutti i concorsi persi e i libri rifiutati dagli editori. Tutto ciò che è contrario al paradigma del “buono a nulla” non viene notato, sminuito, giustificato altrimenti, dimenticato. 

Gli amori avuti sono stati dovuti alla pena suscitata. I concorsi vinti alle raccomandazioni. I libri pubblicati a disattenzione dei selezionatori. Se anche una notte mi dovessero chiamare da Stoccolma per un premio che necessita dello smoking per il ritiro sarebbe certamente dovuto a Marte nel mio segno. La convinzione di essere un buono a nulla è protetta e coltivata come una piantina di marijuana sul balconcino di una giovane coppia di punkabbestia.

 LA BASE LINE – Non si è felici o infelici in assoluto ci vuole un termine di confronto. 

Immaginate un signore con metastasi ossee diffuse dolorosissime. Chi sta peggio di lui? Un signore con la stessa situazione ed anche un erpes zoster oculare. Ma quest’ultimo sta un fiore rispetto ad uno come lui cui il giorno prima è morto un figlio. Come stiamo può essere valutato solo con un termine di paragone. Questi riferimenti possono essere di due tipi: sincronici e diacronici. Nel  primo caso il raffronto sono gli altri, i nostri vicini. Sta meglio soggettivamente chi guadagna 100 € in una comunità dove il guadagno medio è di 70€ che chi ne guadagna 10 mila in una comunità in cui il guadagno medio è di 15 mila. La follia sta nel fatto che più uno sta bene più si va a collocare in ambienti superiori in cui la sua posizione relativa scende in basso. Nel criterio diacronico il raffronto avviene con se stessi nel tempo. Per cui sta molto meglio chi è passato da 70€ a 100€ da colui che è passato da 15 mila a 10 mila. L’esempio sul reddito è stato scelto solo per la facilità di esprimerlo numericamente ma il concetto si applica a tutto: affetti, salute e a tutte le cose cui teniamo. Quando usiamo il concetto diacronico possiamo abilmente farci del male con quella deformazione mnesica che ci porta a ricordare del passato solo gli aspetti più piacevoli. Se non vi ricordate perchè vi siete lasciati con quella meravigliosa ragazza che amavate tanto, provate a uscirci di nuovo una sera e vi sarà tutto chiaro. Inoltre il confronto diacronico è viziato dal fatto che nel passato si era più giovani e dunque tutto andava necessariamente meglio o lo si affrontava meglio. 

Insomma i confronti diacronici e sincronici per stabilire il nostro grado  di soddisfazione li facciamo in modo da danneggiarci sistematicamente.

IERI E DOMANI – Il solo tempo che esiste è il presente ma su di esso si concentrano poco le nostre attenzioni. Siamo preoccupati per costruire un futuro splendido ed accumuliamo sacrifici e rinunce certe nel  qui ed ora in vista di un’alba futura luminosa che spesso non arriva mai. Una  vita passata a mangiare uova per salvaguardare la gallina per il domani e che non si assaggerà mai. Una vita passata a lavorare per il traguardo della pensione e poi l’infarto dopo la cena di addio con i colleghi. 

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Il Rimandare il godimento ci viene insegnato da piccoli “prima il dovere e poi il piacere”, “lasciati la cosa migliore per ultima così ti rifai la bocca” e intanto  fatica e schifezze. 

Quando non ci perdiamo con lo sguardo in un futuro che siamo certi,  senza averne prova, nasconda il sole dietro la nebbia, possiamo rivolgerci al passato come all’età dell’oro, al tempo della spensieratezza, della vita piena. Quanto siano felici i bambini lo prova il tempo che passano a piangere. Certo lo fanno spesso per cose che a noi appaiono futili ma che sono tali solo ai nostri occhi. La disperazione assoluta per aver perduto il pallone di cuoio nella scarpata non è meno legittima della sofferenza per aver perduto il posto di lavoro o un appalto vantaggioso. Il timore per l’interrogazione su Foscolo è lo stesso del terrore che la propria tesi sia demolita al convegno internazionale cui si è lavorato per un anno. Le prime cotte e gli amori adolescienziali sono più drammatici e violenti dei divorzi e dei lutti adulti. In sintesi il passato è stato doloroso, il futuro probabilmente lo sarà e noi stiamo in un tempo presente che trascuriamo. 

GLI ESAMI – Il diritto ad esistere ci è stato conferito dalla libidinosa passione di mamma e papà. Molti pensano invece di doverselo continuamente conquistare e stanno sempre a esaminarsi e a darsi dei voti ed in genere la promozione definitiva non arriva mai. Quando va bene si rimandano agli esami di riparazione. 

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La materia può  essere diversa da una persona all’altra. Chi si presenta in bontà e disponibilità, chi sceglie bellezza e avvenenza. Altri portano all’esame forza e decisione. Chi si prepara  in cultura e competenza può avvalersi della scuola. Ognuno fa le proprie scelte anche se spesso la materia è suggerita o imposta dalla famiglia d’origine perchè anche nonno ci teneva tanto…

Al di là delle diverse materie che siano sesso estremo e spregiudicatezza comparata o santità con elementi di ascesi, ciò che è identico è il meccanismo. 

Il diritto ad esistere non è acquisito una volta per tutte ma con piccole comode rate di impegno. La partita non finisce mai neppure di fronte alla morte. Con la oscura signora già seduta sull’estremo letto ci si preoccuperà a seconda della materia. Dire qualcosa per consolare gli altri. Non mostrare timori e apparire forte e sprezzante come sempre. Essere ben curati, puliti e in un certo qual modo eleganti e belli. Dare consigli e insegnamenti. Ammiccare al Padreterno in attesa o alla carnosa realtà che si abbandona. Se l’ultimo esame va bene si può finalmente ottenere il diritto ad esistere morendo bene.

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SENTIRSI UNICI – Molti si chiedono. “Come è possibile che tutti per strada siano sereni e felici ed io invece porto dentro questo mostro divorante?”

Naturalmente questo modo di sentirsi ancora più soli e sfigati è evidentemente frutto di un errore di prospettiva. Ciascuno vede dal di dentro solo sé stesso, mentre degli altri vede la preziosa confezione esterna, il fiocco arricciato e la carta sgargiante. 

Le persone che incontriamo per strada non sputano fiamme, non caricano la pistola puntata alla tempia, non annodano la corda insaponata, ma del loro animo che ne sappiamo? Cosa conosciamo del bambino malato? Le metastasi materne, la cassa integrazione, la compagna copulante con l’amico più caro non sono pesciolini guizzanti in una boccia di vetro, non si vedono. L’anima non è trasparente. Del resto anche noi appariamo agli altri come viandanti tranquilli e forse persino soddisfatti. Fate un buchino in quelle splendide apparenze e vedrete cosa colerà fuori. L’umanità ci accomuna tutti. La scelta è tra straordinari e unici, ma soli. Oppure umanamente sfigati, ma come tutti gli altri.

SI PUO’ FARE DI PIU’ – Questa affermazione ovvia perchè a qualsiasi quantità data si può aggiungere una ulteriore unità come in una serie matematica tendente all’infinito, può diventare uno strumento di sofisticata tortura. Si insinua nella mente quando tornando a casa con un 7 nella versione di latino ti smorzano il sorriso con un complimento che è insieme un rimprovero “uno come te può fare molto di più” progressivamente il “può si trasforma in un “deve” e, ciò che è peggio, te ne convinci tu stesso. Anzi il successo parziale è merito del talento che ti ha dato la natura e, nello specifico, di chi ti ha trasmesso i geni, quindi capisci che la parte del complimento è in realtà per loro. Il rimprovero invece è tutto per te che non fai fruttare il talento come dovrebbe. Questo tarlo del miglioramento del record personale ti fa rivisitare mentalmente le tue prestazioni per repertare tutte le incertezze, gli inciampi, i balbettii che dovranno essere eliminati la prossima volta per fare quell’indefinito di più. E infatti questo accade. Hai fatto effettivamente meglio. Questa è la prova certa che non ti impegnavi abbastanza e che è nelle tue possibilità fare di più. Il processo può ricominciare daccapo. Ogni successo è paradossalmente dimostrazione della tua colpa e innesco di una nuova ansia per una gara con te stesso che ti vede ogni volta vincente e sconfitto dal tuo te successivo. 

PRENDERSI SUL SERIO – Quasi tutti vivono con una colonna sonora in mente che scandisce la cadenza dei gesti e spesso si guardano dal di fuori pensando all’effetto che fanno su un pubblico che non c’è o è distratto, ciascuno all’osservazione di sé stesso. Questo è pressochè normale e genera al massimo qualche sequenza al rallentatore. Il guaio si ha quando si pensa di recitare su un palcoscenico cosmico e definitivo. Quando si ritiene che la propria esistenza avrà conseguenze decisive. Gli errori saranno ricordati per generazioni che ne porteranno le dolorose conseguenze. I successi lasceranno segni indelebili nell’evoluzione umana e il proprio nome resterà indelebile negli annali. La colonna sonora in un caso e nell’altro è grandiosa. Drammatica o trionfale che sia. In verità meglio si adatterebbe all’esistenza un motivetto leggero da commedia che ricordi quanto tutto sia transitorio, ininfluente, senza conseguenze, obliato. Già abbiamo mal tollerato l’idea che la terra non fosse al centro dell’universo. Questo fu il vero peccato di Galileo. Come fare a tollerare di non essere noi il centro del mondo. Guadagnarne in leggerezza perdendo di importanza? Non è un cambio cui molti sono disposti. 

Se potessimo vedere le feste che seguiranno nel tempo alla nostra dipartita. Se vedessimo amici, figli e vedove ballare, inseguire i cotillons più belli e svuotare i calici frizzanti capiremmo non solo che “tutti sono utili ma nessuno è indispensabile” ma che la maggior parte non sono neppure utili e lo show va avanti come e meglio di prima. Capito questo si potrebbe incominciare ad accennare passi di danza sul motivetto della commedia senza prendersi troppo sul serio.

 LA CERTEZZA DEL DIAVOLO – Quello che costò ad Adamo ed Eva lo sfratto dall’Eden e fece la fortuna dei sindacalisti e dell’epidurale fu il tentativo di attingere all’albero della conoscenza. Nella smania di conoscere sta ancora il segno  della tentazione per eccellenza, quella di sostituirsi a Dio stesso che è si buono e caro ma su queste faccende di lesa maestà mostra tutto il suo caratteraccio rancoroso e vendicativo. 

Tra le circonvoluzioni dei lobi frontali che sembrano eccitarsi durante le rimuginazioni ossessive ancora si annida il demoniaco serpentello che ci dice di non accontentarci di essere abbastanza sicuri, ogni oltre ragionevole dubbio, ma di sforzarci di raggiungere la certezza assoluta. Accontentarsi di qualcosa di meno su una questione così importante non solo è imprudente ma anche colpevole. Ogni minuscolo dubbio deve essere fugato seppellito da una valanga di prove contrarie. Ma più la sabbia delle prove seppellisce il dubbio più inaspettatamente la sua punta fa capolino dal vertice del monte di sabbia. E’ piccolissimo d’accordo ma assolutamente inaccettabile. Forse nelle profondità degli inferi, negativo perfetto del paradiso alberga la certezza ma essa non è cittadina di questa terra e la sua ricerca è vana. 

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Ma il serpentello ci dice di cercare di dissolvere ogni ombra di dubbio. Sono escluse con certezza tutte le malattie? Siamo davvero sicuri che lei ci ami? Abbiamo fatto tutto quanto era in nostro potere? Poi il gioco prende la mano anche su questioni più periferiche. Mi sono comportato come si conviene? Sono ben pulito e inodore? La porta e il gas sono ben chiusi? Così alla ricerca della certezza assoluta ci costruiamo un pezzetto personale di inferno con la soddisfazione del padreterno ancora non pago di vendetta. Certo che nel suo caso non si può non parlare di eccesso di legittima difesa considerato che con la cacciata dall’Eden ci ha anche regalato  l’unica cosa di cui, anche qui nella terra di mezzo, abbiamo certezza assoluta e che non serve ricordarvi.

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TRADIRE – E’ sotto gli occhi di tutti come gli umani siano disposti al tradimento. L’esempio più ricorrente riguarda i rapporti affettivi e sessuali. Dalla nascita alla tomba il flusso di affetto investe oggetti diversi e si sposta continuamente da uno all’altro nella illusoria convinzione di poter trovare un approdo definitivo e soddisfacente. Questa è una dinamica naturale ed evolutiva. Altrimenti saremmo tutti per sempre, appesi prima e chinati poi, sul seno di mamma. I rapporti che si concludono invece vengono spesso considerati fallimenti di cui rimproverarsi. 

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Un fallimento si ha quando una società si chiude e mancano i soldi quando invece di spartirsi gli utili i due soci debbono dividersi i debiti. Se più semplicemente si chiude per cessazione o cambio di attività non si può certo parlare di fallimento. Il vissuto doloroso del fallimento è solo il figlio dell’idea onnipotente del “per sempre” del “finchè morte non ci separi”. Con il paradosso che l’unico rapporto che non fallisce e quello in cui ci lasciamo le penne. 

La storia dell’umanità ha fatto dei passi avanti ogni qualvolta qualcuno ha tradito la tradizione, ha messo un passo fuori dal  solco. Sin da piccoli ci insegnano a guardare al penzolante Giuda con riprovazione ma non dobbiamo dimenticare che il tradito da Giuda aveva a sua volta tradito la consolidata tradizione da cui proveniva, ed anche lui fu condannato per questo a penzolare. Più in generale mi sembra che gli uomini si procurino sofferenza dal sapore della colpa e vissuti di indegnità, costringendosi ad una coerenza assoluta in termini ideali, affettivi, di gusti, che non ha ragion d’essere ed appare come l’esaltazione della staticità, mentre la vita è cambiamento

 

Carletto Jaspers, Basilea 17 marzo 1923  

 

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