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Adolescenti e Stress: il report 2013 della American Psychological Association

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Il sondaggio annuale Stress in America™ svolto dalla American Psychological Association (APA) ha spostato quest’anno il focus dell’attenzione sullo stress negli adolescenti.

dai risultati della ricerca 2013, emerge chiaramente come il livello di stress percepito dagli adolescenti americani sia superiore a quello che è considerato da loro stessi come una “soglia salutare di stress”. Risposte e strategie di coping sembrano insufficienti e si delinea un quadro in cui i comportamenti disfunzionali di adattamento a situazioni di stress si instaurino già durante l’adolescenza e non solo nell’età adulta.

American Teens Stress Report 2013 - American Psychological Association

 

Despite our understanding that stress takes a toll on our physical and mental health, this year’s Stress in America™ survey reveals a portrait of American stress that is high and often managed in ineffective ways, ultimately affecting our health and well-being.

But the most concerning news is not what’s happening to adults.

Survey findings suggest that the patterns of unhealthy stress behaviors we see in adults may begin developing earlier in our lives. Many American teens report experiencing stress at unhealthy levels, appear uncertain in their stress management techniques and experience symptoms of stress in numbers that mirror adults’ experiences.1 These findings are especially sobering when paired with research that suggests physical activity, nutrition and lifestyle — all wellness factors the survey revealed to be affected by stress in teens and adults — not only contribute to adolescents’ health now, but also to habits that can be sustained into adulthood.2

 

Are Teens Adopting Adults’€™ Stress Habits?Consigliato dalla Redazione

American Teens Stress Report 2013 - American Psychological Association - Featured
The 2013 Stress in America ™ survey reveals that many American teens report experiencing stress at unhealthy levels, appear uncertain in their stress management techniques and experience symptoms of stress in numbers that mirror adults’ experiences. (…)

 

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Articoli di State of Mind su: Stress
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Stress e burnout impattano mente e corpo e riconoscere segnali e fattori di rischio permette di adottare strategie efficaci di prevenzione
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Viaggiare può essere un’esperienza stimolante, ma anche una fonte di stress legata all’organizzazione, agli imprevisti e all’adattamento a nuovi contesti
Genitori stressati e l’industria dei consigli per la perfetta genitorialità
I genitori sono spesso esposti a numerosi consigli sui social media, talvolta in contrasto tra loro, aumentando la pressione e la confusione
Mindfulness in azienda: una pratica per promuovere il benessere psicologico e ridurre lo stress
La mindfulness è una pratica utile per ridurre lo stress e il burnout sul lavoro favorendo il benessere mentale
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Un nuovo meccanismo dimostra come ansia e stress causano problematiche infiammatorie e disbiosi del microbiota intestinale
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Secondo una recente meta-analisi elevati livelli di stress durante la gravidanza potrebbero avere un effetto sui bambini in infanzia e adolescenza
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Nell'aspettare in coda numerosi fattori possono generare stress, tra questi la percezione soggettiva ricopre un ruolo fondamentale
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Lo stress fa venire “i capelli bianchi”?
A partire da una recente ricerca, esploriamo la possibile connessione tra stress, invecchiamento ed epigenetica
Cinque consigli per gestire lo stress
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Stress e burnout: dalla prevenzione all’intervento
Il crescente problema dello stress e del burnout richiede una maggiore attenzione e consapevolezza nella gestione a partire dalla prevenzione
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Stress accademico e atteggiamenti mindful – PARTECIPA ALLA RICERCA
Una ricerca volta a indagare lo stress percepito dagli studenti universitari e gli atteggiamenti mindful messi in atto nel quotidiano
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Lo stress può avere molteplici ripercussioni profonde sull’organismo dal punto di vista fisico e mentale, soprattutto se diventa cronico
Sano come un pesce: benessere a misura d’acquario
Gli acquari, soprattutto se ricchi di biodiversità, sembrano innescare risposte psicofisiche indicative di effetti calmanti e riduzione dello stress
MindMe: un progetto per la riduzione dello stress in contesti accademici
Nella frenetica vita degli studenti universitari, lo stress può diventare un compagno costante, mettendo a dura prova il benessere mentale
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Psicopatici al potere: viaggio nel cuore oscuro dell’ambizione – Recensione

Anna Angelillo

 

 

Psicopatici al potere:

viaggio nel cuore oscuro dell’ambizione

(2014)

di Jon Ronson

Codice Editore

 

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Psicopatici al potere Psicopatici al potere” è un diario di viaggio nel mondo un po’ in ombra degli psicopatici: un report la cui lettura porta a muoversi con l’autore nei meandri più nascosti, sconosciuti e che forse mai si avrebbe creduto di sfiorare, mettendosi in cammino con l’autore.

Il giornalista inglese Jon Ronson – famoso per aver scritto il libro da cui poi è stato tratto il film “L’uomo che fissa le capre” del 2009 – comincia il suo percorso, mosso dalla voglia di far luce su un mistero: scoprire chi ha spedito uno strano libro a diversi accademici, sparsi per il mondo. La forma mentis di un giornalista, così come accade anche per il nostro reporter, è portata ad andare oltre la quasi banale risoluzione dell’enigma, interrogandosi sulle ragioni più profonde e a volte oscure dell’accaduto: Ronson dunque utilizzerà la soluzione come punto di partenza per far luce su ciò che ha mosso i fili del comportamento manifesto e per comprenderne “l’impatto sulle dinamiche della società”. È così che lo scrittore inglese intraprende questo cammino nella follia e si imbatte per la prima volta nella psicopatia (“Non avevo mai pensato molto agli psicopatici prima di allora, e mi chiesi se non fosse il caso di provare ad incontrarne uno.”, p. 19).

La psicopatia può essere definita come un costrutto, che comprende un insieme di tratti emotivi/interpersonali e comportamentali, che delineano individui che, dietro un’apparente maschera di sanità, nascondono deficit neurobiologici e psicologici, e dunque posseggono tratti di personalità che li allontanano dalla popolazione generale. È bene precisare che gli psicopatici si allontanano dalla gente “normale” non perché criminali tout court, ma perché mancano di alcune abilità – quali empatia, la capacità di provare rimorso, l’abilità di riconoscere le emozioni altrui – che li rendono, probabilmente e non sicuramente, più propensi a mettere in atto agiti violenti.

Le stesse caratteristiche, di contro, possono però rivelarsi adattive, se utilizzate in contesti diversi: ad esempio, in contesti aziendali, a molti manager farebbe comodo non sentire il rimorso nel licenziare i propri dipendenti né farsi fermare dalla loro sofferenza per un proprio tornaconto: essi hanno messo in atto una mera strategia aziendale, poco altruistica, ma non di certo condannabile moralmente e penalmente, al pari di un omicidio efferato. Si chiamano “corporate psychopath” (Babiak, Neumann & Hare, 2010), psicopatici aziendali, i cosiddetti psicopatici di successo, che non infrangono la legge, ma si servono delle tipiche caratteristiche dello psicopatico criminale medio (egocentrismo, insensibilità, tendenza a manipolare), associate però ad una intelligenza e a competenze sociali brillanti, oltre che a circostanze contestuali/familiari favorevoli, per ottenere quello che vogliono, rimanendo dietro una maschera di sanità immacolata. 

Dove finisce dunque il leader senza scrupoli e comincia lo psicopatico criminale? Dov’è dunque il confine tra normalità e patologia? Quanto le etichette diagnostiche possono confondere e impedire di prendere anche solo in considerazione il fatto che una semplice parola – nel nostro caso “psicopatia” – possa essere considerata spoglia di una qualunque connotazione arbitraria, rimanendo così un costrutto di personalità, con delle caratteristiche neutre?

Il viaggio di Ronson ci mostra, seppur in maniera divulgativa, se vogliamo poco scientifica, ma non per questo meno efficace e diretta (che per i non addetti ai lavori, forse, è la maniera più adeguata), come sia possibile ritrovare tratti psicopatici in persone di cui non avremmo mai sospettato, in quei concentrati di carisma, che affascinano e stupiscono per il modo discutibilmente pulito (ma solo perché non hanno infranto leggi o fatto del male tangibile – in senso fisico – a qualcun altro) con cui si son fatti strada. Ci permette, inoltre, di notare come sia molto più facile associare l’idea di psicopatia al comportamento criminale e quindi a qualcosa di pericoloso, per il semplice fatto che è un modo per allontanare da noi qualcosa che non conosciamo e che, per tale motivo, ci fa paura.

Giunto quasi alla fine del suo viaggio, Ronson dirà: “[…] Sono soltanto degli psicopatici, è la loro caratteristica fondamentale. È quello che sono.” (p. 257).

Lo scrittore dimostra, con il suo lavoro, come la conoscenza possa cambiare l’approccio verso un aspetto della personalità umana, fino a quel momento rimasta all’ombra: “La conoscenza è potere” (p.262), dirà Robert Hare al nostro autore durante il loro ultimo incontro.

È un libro piacevole e a tratti inquietante, perché tali sono le avventure raccontate dall’autore; è un contributo tagliente e volutamente provocatorio, a buon rendere, perché offre spunti di riflessione per esaminare la società in maniera critica sì, ma anche costruttiva.

 

 

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PSICOPATIAEMPATIAVIOLENZAPERSONALITA’ – TRATTI DI PERSONALITA’

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TRATTI PSICOPATICI E PRESIDENTI USA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

 

La scintilla di Caino: Storia della coscienza e dei suoi usi – Recensione

 

La Scintilla di Caino:  Storia della coscienza e dei suoi usi

di Carlo Augusto Viano (2013) – Bollati Boringhieri.

 

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La Scintilla di Caino:  Storia della coscienza e dei suoi usi Viano, C.A. (2013) Torino: Bollati Boringhieri. - Immagine: copertinaTra queste vicissitudini contradittorie la coscienza morale ha ora aiutato e ora danneggiato lo sviluppo dell’autonomia individuale. La coscienza poteva essere invocata per garantire la libertà di pensiero, ma anche l’obbedienza a valori comunitari.

Libro denso d’informazioni e di riflessioni, quello di Carlo Augusto Viano intitolato “La scintilla di Caino: Storia della coscienza e dei suoi usi“.

È una storia della coscienza, intesa come conoscenza di sé e come funzione morale interiore.

Il merito migliore del libro è la sua complessità, che aiuta a far comprendere come la nozione di coscienza non abbia una storia lineare, ma fitta di andirivieni.

La coscienza è ora concepita come una conoscenza vuota e poco significativa, una mera consapevolezza del proprio esistere, ora un organo privilegiato che fornisce una conoscenza assoluta, per esempio del bene e del male in Kant.

Quello che colpisce è come la modernità pragmatica si avvicini di nuovo alla supposta inconsapevolezza degli antichi. In mezzo c’è il lungo percorso morale delle religioni monoteistiche che invece hanno conferito somma importanza al giudizio interiore.

Da San Girolamo in poi si era pensato che esiste una scintilla superiore della ragione, che neppure in Caino poté estinguersi, che vuole sempre il bene e odia sempre il male. Anche in questo caso, però, Viano non concede nulla alle semplificazioni.

La coscienza morale è presente anche nel laico Kant, che l’aveva ereditata dalla filosofia scolastica medievale.

Tra queste vicissitudini contradittorie la coscienza morale ha ora aiutato e ora danneggiato lo sviluppo dell’autonomia individuale. La coscienza poteva essere invocata per garantire la libertà di pensiero, ma anche l’obbedienza a valori comunitari. Un pensatore come Montaigne poteva al tempo stesso mentre la propria vita interiore al centro della propria riflessione e al tempo stesso deplorare il caos morale generato dallo sviluppo di troppe coscienze individuali.

La riflessione di Viano non si limita alla storia, ma anche a problemi contemporanei. Il racconto comprende anche capitoli sull’obiezione di coscienza pacifista e sui medici che non rifiutano la pratica dell’aborto. Anche in questo caso la definizione di coscienza va incontro a varie vicissitudini.

Se c’è un appunto da fare al libro è l’eccesso di densità. È frutto sicuramente della scelta di voler comunicare al lettore l’evoluzione frammentaria del concetto di coscienza. Però a volte l’accumulo di informazioni, pur affascinante, rischia di sovrastare la lettura.

ARGOMENTI CORRELATI:

PSICOLOGIA E FILOSOFIALETTERATURA

SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA – ETICA & MORALE

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BIBLIOGRAFIA: 

Glass Ceiling Index: l’indice delle pari opportunità stilato dall’Economist

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 


Che la parità di trattamento sul lavoro tra uomini e donne sia una realtà in alcune nazioni ed un’utopia in altre è risaputo. Ma quali sono gli stati in cui le donne hanno una migliore probabilità di ricevere un trattamento pari a quello della controparte maschile?

In occasione dell’8 marzo il giornale The Economist ha creato l’Indice delle pari opportunità (Glass-ceiling index) valutando le prestazioni di alcuni Paesi su specifici indicatori, combinando i dati relativi all’istruzione superiore, alla partecipazione alla forza lavoro, allo stipendio percepito, alle spese per la cura dei bambini, ai diritti di maternità, alle richieste di partecipazione a business-school, alla rappresentanza in posti di lavoro di alto livello.

L’articolo permette di giocare con i dati e osservare come la classifica dei Paesi si modifichi al variare del peso degli indicatori presi in considerazione. Se non stupisce che i primi posti siano occupati quasi sempre dagli stati scandinavi, guardate invece l’Italia dove si posiziona…


AS IT is International Women’s Day on March 8th, The Economist has created a “glass-ceiling index”, to show where women have the best chances of equal treatment at work. It combines data on higher education, labour-force participation, pay, child-care costs, maternity rights, business-school applications and representation in senior jobs. Each country’s score is a weighted average of its performance on nine indicators.

 

 

The glass-ceiling indexConsigliato dalla Redazione

Glass Ceiling Index - The Economist - Lavoro Gender Studies - Indice delle Pari Opportunità

AS IT is International Women’s Day on March 8th, The Economist has created a “glass-ceiling index”, to show where women have the best chances of equal… (…)

Tratto da: The Economist

 

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ARTICOLI SU: PSICOLOGIA DEL LAVORO


Articoli di State of Mind su Gender Studies
Stereotipi di genere, ruolo sociale e scelte professionali - Psicologia
Stereotipi di genere, ruolo sociale e scelte professionali
Fin dalle prime fasi della sua vita, l’infante è esposto alle influenze sociali di genere, che danno un taglio differente al proprio modo di essere.
Sessismo nel rapporto di coppia le conseguenze per la donna - Psicologia
Il sessismo nella vita di coppia: diamo voce alle donne
Il sessismo, benevolo o ostile che sia, ha delle conseguenze sul rapporto di coppia e su come la donna si valuta, anche in altri contesti
Parità di genere in ambito lavorativo: quali sono i fattori coinvolti
Stiamo realmente raggiungendo la parità di genere?
Secondo alcuni ricercatori lo studio della parità di genere nelle diverse professioni si basa sull'analisi di due fattori principali: pregiudizi e omofilia.
Identità di genere ed epigenetica cerebrale: il ruolo delle esperienze sociali
Identità di genere: il ruolo delle esperienze sociali nella modificazione epigenetica cerebrale
Nello sviluppo epigenetico di un individuo le disparità di trattamento, aspettative, influenze sociali influenzano la costruzione dell'identità di genere?
Autismo e differenze di genere: la ricerca conferma di due importanti teorie
Autismo e differenze di genere: i risultati di un recente studio confermano le tesi dell’Empathizing-Systemizing Theory e dell’ Extreme Male Brain Theory
Autismo e differenze di genere: i ricercatori di Cambrige hanno confermato le differenze nella capacità empatica e di sistematizzazione tra uomini e donne
Stalking: quando il carnefice è una donna
Quando lo stalking viene perpetrato da una donna
Circa l’80% dei casi conosciuti di stalking riporta un soggetto maschile come carnefice, ma dalle ricerche emerge che anche le donne possono mettere in atto una campagna di stalking verso una persona dello stesso sesso o del sesso opposto.
Gli effetti antidepressivi della ketamina se a somministrarla è un maschio!
Non dimentichiamoci dell’odore: questione di genere
Uno studio sui topi ha dimostrato che la ketamina ha proprietà antidepressive, ma solo se la somministrazione viene effettuata da un uomo.
Report dal Convegno Donna e Sport di Catania - 22 novembre 2017
Report dal Convegno Donna e Sport di Catania – 22 novembre 2017
Il 22 novembre a Catania si è tenuto il convegno Donna e sport che ha ripercorso l'emancipazione della donna nello sport e descritto i suoi effetti benefici
Machiavellismo: i conflitti parentali contribuirebbero al suo sviluppo
I conflitti parentali porterebbero ad una maggior prevalenza del machiavellismo nei maschi
L'esposizione ai conflitti parentali aumenterebbe la probabilità per i figli maschi di sviluppare tratti di machiavellismo in adolescenza
Infertilità e aspetti psicologici: perché gli studi trascurano i vissuti degli uomini?
Infertilità: dove sono finiti gli uomini?
Molte ricerche si occupano degli aspetti psicologici dell’ infertilità, soprattutto nelle donne; poche invece riguardano gli uomini. Perché accade questo?
Maschi in difficoltà (2017): un libro di Zimbardo sui disagi dei maschi di oggi
Maschi in difficoltà. Perché il digitale crea sempre più problemi alla nuova generazione e come aiutarla – Recensione
Maschi in difficoltà è un libro di Zimbardo che descrive i motivi per cui i maschi di oggi sono in difficoltà e come si potrebbe risolvere la situazione.
La gelosia sui social media: differenze tra uomini e donne
La gelosia sui social media: differenze tra uomini e donne
Uno studio ha dimostrato che gli uomini e le donne sono gelosi per motivi diversi quando scoprono un eventuale tradimento del partner tramite social media.
Differenze di genere nella valutazione delle abilita matematiche - Psicologia
Intelligenza, capacità in ambito scientifico e differenze di genere
Studi che indagano il rapporto tra stereotipi di genere riguardo l'intelligenza di bambini e bambine e le capacità presunte o reali in ambito scientifico
Differenze di genere nella valutazione delle abilita matematiche - Psicologia
Differenze di genere nelle credenze sulle proprie abilità matematiche: l’influenza sulle scelte accademiche
Secondo un recente studio le ragazze si valutano meno dotate dei ragazzi in ambito matematico, anche in assenza di reali differenze nelle prestazioni
Intelligenza nei bambini: gli stereotipi legati al genere e le conseguenze
La percezione d’intelligenza nei bambini: questione di genere?
Alcuni studi sull'intelligenza nei bambini hanno dimostrato come esistano degli stereotipi che tendono a considerare i maschi più intelligenti delle femmine
Psicoterapia: cosa richiedono e si aspettano gli uomini e le donne
Psicoterapia: le donne vogliono parlare, gli uomini vogliono una soluzione rapida
Uno studio ha evidenziato come ci siano delle differenze di genere rispetto alle forme di psicoterapia richieste e a ciò che ci si aspetta.
Lo stress nella vita delle donne e i possibili problemi cardiaci
Stress e problemi cardiaci nelle donne
Le donne tendono spesso ad essere sotto stress, dovendosi occupare di più faccende quotidiane e questo può causare problemi cardiaci.
Prestazioni sportive: gli uomini falliscono di più sotto pressione
Atleti uomini e donne a confronto: gli uomini falliscono di più sotto pressione
E' stato dimostrato che durante le prestazioni sportive quando si è sotto pressione le performance degli uomini peggiorino maggiormente rispetto alle donne
Donne leader: l'influenza degli stereotipi culturali e dei pregiudizi
Il doppio legame delle donne: perché ci sono meno donne in posizione di leadership?
E' stato dimostrato come la scarsa presenza di donne leader e di potere possa essere ricondotta all'influenza esercitata da stereotipi e pregiudizi.
I disturbi del sonno e le differenze di genere
I disturbi del sonno e le correlazioni col genere
Uno studio sul sonno in relazione alle differenze di genere ha dimostrato come le donne si addormentino più tardi e si sveglino prima rispetto agli uomini
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Quoziente intellettivo e modificazione della corteccia cerebrale – Neuroscienze

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Secondo un nuovo studio pubblicato su Neuroimage il cambiamento dello spessore della corteccia del cervello sarebbe un fattore importante associato alla modificazione del quoziente intellettivo (QI) dei soggetti in età evolutiva.

Spesso piccole differenze nei punteggi di QI si osservano quando i soggetti vengono testati due volte in un periodo di tempo. Tuttavia, in alcuni casi si osservano cambiamenti drammatici nei punteggi QI “ha commentato Sherif Karama, uno degli autori dello studio e professore di psichiatria alla McGill University. “Questi cambiamenti drammatici sono generalmente attribuiti a errori di misurazione piuttosto che a segnali di reali cambiamenti nelle capacità cognitive“.

Nell’umano la corteccia cerebrale comincia a diradarsi già dopo l’età di cinque o sei anni come parte del normale processo di invecchiamento. Lo studio in questione ha coinvolto 188 bambini e adolescenti per un periodo di due anni. I soggetti sono stati sottoposti sia a risonanza magnetica strutturale che al test di intelligenza.

Dai risultati è emerso che nell’arco di un periodo di 2 anni:

– soggetti con un significativo aumento del QI non presentavano l’assottigliamento corticale naturalmente previsto;

– soggetti con punteggi QI rimasti stabili avevano un normale assottigliamento corticale atteso;

– soggetti con una significativa diminuzione del QI presentavo un’ importante e maggiorata diminuzione dello spessore corticale.

La ricerca dunque è rilevante non solo e non tanto perché dimostra che il QI di ciascun individuo non è necessariamente stabile, ma soprattutto che è correlato a specifiche variazioni anatomiche a carico dello spesso della corteccia cerebrale.  

 

ARGOMENTI CORRELATI:

INTELLIGENZA – QINEUROSCIENZE NEUROPSICOLOGIA 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Intuitive Heuristics Linking Perfectionism, Control, and Beliefs Regarding Body Shape in Eating Disorders

 

Intuitive Heuristics Linking Perfectionism, Control, and Beliefs Regarding Body Shape in Eating DisordersCome funziona il pensiero intuitivo e non logico? Qualche anno fa Amos Tversky e Daniel Kahneman riuscirono a scoprirne alcune delle regole di funzionamento e con questa idea vinsero un Nobel in economia (Tversky e Kahneman, 1974, 1983).

Le euristiche sono strategie di pensiero semplificate, scorciatoie cognitive che permettono alle persone di giungere rapidamente a valutazioni e decisioni.

In questo articolo abbiamo tentato di applicare le euristiche ai meccanismi mentali delle pazienti affette da disturbi alimentari.

 

Perché, ci si chiede, un’anoressica associa magrezza estrema a successo, bellezza e controllo della propria vita? Forse perché fa un’associazione euristica alla Tversky e Kahneman. In questo lavoro abbiamo tentato di dimostrarlo.

 
 

Intuitive Heuristics Linking Perfectionism, Control, and Beliefs

Regarding Body Shape in Eating Disorders

Linda Confalonieri (1) – Sandra Sassaroli (2) – Sara Alighieri (2) – Sabrina Cattaneo (3)  – Marita Pozzato (4) – Marta Sacco (2) – Giovanni Maria Ruggiero (1)

(1) “Psicoterapia Cognitiva e Ricerca”, Post-graduate Cognitive Psychotherapy School, Foro Buonaparte 57, 20121 Milano, Italy e-mail: [email protected]
(2) “Studi Cognitivi”, Post-graduate Cognitive Psychotherapy School, Milano, Italy
(3) Centro Cognitivo Saronno, Saronno, Italy
(4) Unità Disturbi del Comportamento Alimentare e Riabilitazione Psiconutrizionale, Casa di Cura Villa Margherita, Arcugnano (Vicenza), Italy 

 

Abstract:

A number of correlational studies have established a clear association between perfectionism, control and beliefs regarding body shape in eating disorders (EDs).

The aim of this study is to test the effectiveness of the above-mentioned associations in exploring the presence of intuitive heuristics. Intuitive heuristics can be conceived as as mental shortcuts, cognitive processes that are highly susceptible to irrational biases. Forty one non clinical female controls and 27 in- patient females with an ED diagnosis participated in an experimental task that tested whether participants would show an intuitive rather than a logically based link between perfectionism in different domains (study, work, hygiene) and a thin body shape.

In the healthy female participants the occurrence of proposed link was noted in the hygiene domain only, while ED participants showed this intuitive association in all the domains explored: study, work, and hygiene. The study confirms in clinical ED sample a wider employment of heuristics associating perfectionism and thinness that is based on purely intuitive irrational reasoning.

Keywords: Body shape . Eating disorders . Heuristics . Perfectionism

 

 

ARGOMENTI CORRELATI: 

EURISTICHE / BIASCREDENZE / BELIEFS – CONTROLLO

PERFEZIONISMO – DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA) 

 

BIBLIOGRAFIA:

Il cervello di uomini e donne: quali le differenze? – Neuroscienze

 

 

Uomini e donne. - Immagine: © Sangoiri - Fotolia.comDopo anni e anni di ricerca volta ad individuare le differenze esistenti tra l’uomo e la donna ora ci sono le prove!

Ecco a voi la prima meta-analisi in cui si analizzano oltre 20 anni di ricerca in neuroscienze sulle differenze di sesso, in termini di struttura cerebrale ovviamente!

Un team dell’Università di Cambridge ha eseguito una revisione su tutti gli articoli pubblicati dal 1990 al 2013, per un totale di 126 articoli.
Analizzando questi articoli si è rilevato che i maschi, in media, hanno un cervello più grande rispetto alle donne ( da 8-13 %), hanno un maggiore spazio intracranico ( 12 % ; > 14.000 cervelli),  maggiore materia grigia (9 % ; 7.934 cervelli ), maggiore sostanza bianca (13 % , 7.515 cervello ), maggior liquor (11,5 % , 4.484 cervelli ), e un cervelletto più grande (9 % ; 1.842 cervello ). Insomma, hanno la testa strutturalmente più grande di noi donne. 

Guardando più da vicino, i ricercatori hanno trovato differenze di volume in diverse regioni, ispezioniamo quali. I maschi in media hanno maggiori volumi e densità della parte sinistra dell’amigdala, dell’ippocampo, della corteccia insulare, del putamen; densità più elevate del cervelletto e del claustrum di sinistra, volumi più grandi della circonvoluzione anteriore paraippocampale bilaterale, del giro cingolato posteriore, del precuneus, dei lobi temporali, e del cervelletto, della circonvoluzione del cingolo anteriore e dell’amigdala destra.
Al contrario, le femmine in media avevano una maggiore densità del lobo frontale sinistro, e maggiori volumi del lobo frontale destro, delle circonvoluzioni frontali inferiore e media, della pars triangularis, del planum temporale/parietale, del giro del cingolo anteriore, della corteccia insulare, del giro di Heschl del talamo bilaterale, del giro paraippocampale di sinistra e della corteccia occipitale laterale.
Quante aree, lobi, lobuli, giri, ma cosa significherà?

Afferma Baron – Cohen:

Anche se ci sono chiare differenze strutturali cerebrali tra i maschi e le femmine un importante ruolo è svolto dall’ ambiente e dalla società nella quale si vive“.

E siamo al punto di partenza, se ci sono queste differenze in che modo si traducono in termini di agiti?

Pare il tutto sia condito dalla presenza dei neurotrasmettitori che determinerebbero il carattere, il temperamento. Infatti, questi propagatori di informazione risultano avere una concentrazione specifica per ognuno di noi. Quindi dire ad una persona che è dopaminergica, significa attribuirgli un tratto caratteriale. E quindi? Quindi, in alcune situazioni in cui è necessario scegliere, ad esempio, c’è chi lo fa impulsivamente, chi evita, chi considera solo alcuni aspetti necessari, si tratta di risposte messe in atto in base al tipo di carattere che si ha.

Secondo un recente studio pare che i due sessi affrontino le situazioni in maniera globalmente diversa. Infatti, gli uomini tendono a organizzare il mondo in categorie distinte, mentre le donne affrontano le cose con maggiore flessibilità. Gli psicologi dell’Università di Warwick hanno sottoposto un gruppo di uomini e donne a un compito di decision making  e hanno concluso che gli uomini giudicano in maniera più generale e frettolosa mentre le donne sono state solo in parte più accurate.

La scoperta più intrigante, però, è stata quella che uomini e donne sono ugualmente fiduciosi nelle decisioni prese. Questo significa che la differenza di genere non è dovuta al fatto che gli uomini sono più decisi nelle cose rispetto alle donne, come si tende a credere, ma semplicemente che uomini e donne percepiscono il mondo in modo diverso. In sostanza, dipende dai significati che si attribuiscono alle cose. Una possibile spiegazione è che il mondo potrebbe essere considerato in maniera più lineare, atteggiamento tipicamente maschile, o pieno di sfumature, come per le donne. Ovvero gli uomini sono più pragmatici mentre le donne spesso si perdono in ripetitive elucubrazioni mentali.

Tradizionalmente, la cultura ha voluto che l’uomo fosse preciso e determinato nelle scelte visto che doveva occuparsi del sostentamento familiare. Al contrario, alle donne era richiesta una maggiore flessibilità visti i molti compiti da svolgere (moglie, mamma, casalinga, lavoratrice). Questo tipo di addestramento sociale non solo influenza il comportamento e la personalità, ma anche le percezioni o significati attribuiti agli eventi esperiti.

Per esempio, le donne percepiscono un rischio maggiore in molti scenari reali e ipotetici rispetto agli uomini, anche perché affrontare il rischio è una prerogativa centrale del ruolo di genere maschile e non femminile.

Secondo un altro studio gli uomini utilizzano maggiormente il pensiero astratto su molti argomenti e lavorano mentalmente su categorie e generalizzazioni, mentre le donne sono disposte ad affrontare le situazioni più nello specifico, in termini di situazioni concrete e di relazioni.
Ciò è evidente, ad esempio, nei giudizi morali. Gli uomini sono più legati a principi astratti di giustizia, dovere, correttezza, ecc. e li applicano a tutte le persone e in tutte le situazioni. I giudizi morali delle donne, invece, si basano su sensazioni soggettive, considerando spesso molte attenuanti, piuttosto che in base a principi astratti.

Quante differenze, ormai ciò che distingue l’uomo dalla donna fa parte di un dibattito che inizia dai tempi dei tempi e non si è mai sopito. Uomini e donne sono sottoposti a pressioni evolutive diverse e a separare i due sessi c’è un solco profondo, sosteneva Darwin. Negli ultimi anni ci si è dati da fare per sfumare le differenze e declassare al rango di boutade la tesi secondo cui le donne provengono da Venere e gli uomini da Marte. Dall’università del Wisconsin la ricercatrice Janet Shibley Hyde controbatte a suon di dati: “maschi e femmine sono uguali, fatta eccezione per piccole variabili psicologiche“. Le teoria dei due mondi separati è stata distrutta pezzi, siamo uguali, nessuna differenza!

A riportarci sul pianeta terra ci ha pensato, però, uno studio eseguito da italiani dell’università di Torino, pubblicato sulla rivista Public Library of Sciences in cui si dice che lo scarto fra i due sessi esiste, eccome. “L’idea che ci siano solo piccole differenze di personalità fra uomini e donne va ripensata perché è basata su metodi inadeguati“. La ricerca è stata condotta su un campione di 10 mila soggetti aventi 15 diversi tratti della personalità.

La discrepanza maggiore riguarda la sensibilità, tradizionale dominio femminile. Le donne registrano valori molto alti anche per quanto riguarda il calore e l’apprensione, mentre gli uomini si distinguono per equilibrio emotivo, coscienziosità e tendenza alla dominanza. Perfezionismo, vitalità e tendenza all’astrazione vedono invece la quasi totale parità fra i sessi.

I maschi  sono più stabili emotivamente, più dominanti, più legati alle regole e meno fiduciosi, mentre le femmine sono più calde emotivamente, meno sicure di sé e più sensibili. Niente di particolarmente nuovo!
Insomma, siamo uguali o diversi? Forse siamo diversi, fosse solo per il fatto che siamo femmine e loro maschi.

 

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Semeiotica del disturbo del Sogno – Piano del sogno Pt. 4

 

 

PIANO DEL SOGNO PT. 4

Semeiotica del disturbo del sogno

 

MONOGRAFIA PIANO DEL SOGNO

Piano del sogno 4. - Immagine: ©-Serg-Nvns-Fotolia.comResta infine da delineare quali sono gli stati mentali che orbitano intorno all’attaccamento rigido a un sogno. Questi possono essere considerati degli stati transitori che assumono coloriture differenti in relazione al periodo di vita o talvolta anche al momento della giornata.

Hanno una durata variabile e un grado di oscillazione verso poli estremi che supera la consueta soglia delle fluttuazioni quotidiane.

Ansia e stress: si tratta dell’emozione dominante nel momento in cui il sogno viene attivamente perseguito. Forse con maggior accuratezza si dovrebbe definire come uno stato di tensione generale che ciascuno sperimenta quando è in corso una lotta continua. In sintesi, la persona può incedere nella vita sotto la pressione dei propri sogni divenuti nel tempo veri e propri obblighi necessari per ciò che rappresentano in termini di valore personale.

Rabbia: una delle possibili reazioni alle frustrazioni che si incontrano nel percorso tra lo stato attuale e il proprio sogno. Si tratta della rabbia tesa e recriminatoria che proviamo a fronte di una percezione di ingiustizia subita. Il mondo non ci riconosce qualcosa che in qualche modo pretendiamo (il sogno) o come risarcimento per i passati dolori o come ricompensa per le enormi fatiche profuse.

Depressione colposa: una possibile diversa reazione alle frustrazioni poggiata su una tendenza all’autocritica e all’autosvalutazione per aver commesso errori e più in generale non aver fatto abbastanza. La propensione alla rabbia o alla depressione è determinata da stili di risposta cognitiva e comportamentale personale, spesso oscillano entrambe o l’una può essere attivata per ridimensionare l’altra. Questo tipo di depressione è tinta di colpa, la persona si attribuisce la responsabilità del danno che ha arrecato a sé stessa e al proprio sogno. In una certa misura, condivide con altre risposte alla frustrazione, il mancato riconoscimento dei vincoli oggettivi e insuperabili che il confronto con la realtà inevitabilmente ci pone. È una questione di capacità personali (una fallacia per cui se faccio bene allora riesco).

Depressione malinconica: forse non è il termine più adatto ma esiste anche un secondo tipo di depressione che emerge nel momento in cui ci accorgiamo che il sogno, quando viene parzialmente o totalmente realizzato, non ci offre la soddisfazione che ci aspettavamo. Si tratta di una sorta di perdita di senso da raggiungimento del proprio scopo. La realtà ci pone innanzi l’altra faccia della medaglia: era davvero così importante? Era davvero ciò che volevo? Come mai ho tutto e non sono felice? Certo, non è assolutamente detto che questo sia l’esito del successo, ma diviene più probabile per coloro i quali l’attaccamento al sogno è stato poco esplorato nelle sue implicazioni rispetto a gusti e piaceri personali.

Depressione angosciosa: difficile definire la condizione emotiva che sorge quando il sogno è irrimediabilmente e definitivamente perso. Presumibilmente, come innanzi a un lutto, si susseguono molteplici fasi, a volte semplici versioni intense di quelle precedentemente descritte. Di fatto più siamo stati attaccati e abbiamo dedicato risorse e investimenti a quell’ideale, più ci sentiamo vuoti (senza il mio sogno sono perso, niente ha più senso e io non sono nessuno). Certo questo stato può spingere a quelle ruminazioni dai mille ‘perché?’ e al ritiro dalla vita sociale. Quando ha esito fausto diviene lo stato di passaggio verso una maggior consapevolezza (o dolorosa saggezza) e guida verso l’esplorazione di nuove opportunità.

PIANO DEL SOGNO: PARTE 1 – PARTE 2 – PARTE 3

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Pratiche materne e selettività alimentare in bambini e ragazzi con Disturbi dello Spettro Autistico

Filomena Zampaglione

 

 

Pratiche materne e selettività alimentare in bambini e ragazzi

con Disturbi dello Spettro Autistico

 

                                                                                                            

PREMIO STATE OF MIND 2013

Abstract 

Premio State of Mind - Zampaglione. - Immagine: ©-Oksana-Kuzmina-Fotolia.comLa selettività nel consumo dei cibi insieme ad altre difficoltà legate all’alimentazione rappresenta un problema epidemico tra i bambini con disturbi dello spettro autistico.

Molti bambini autistici e con disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato (PDD-NOS) presentano anomali comportamenti alimentari come sensibilità sensoriale legata alla consistenza degli alimenti, preferenze per alcuni cibi e atti aggressivi associati al rifiuto di determinati alimenti.

Per questo articolo è stata utilizzata una batteria di test somministrata alle madri di bambini con disturbi dello spettro autistico atta a: a) verificare se vi sia una relazione tra i Disturbi dello Spettro Autistico e una maggiore incidenza di condizioni ponderali caratterizzate da iponutrizione, sovrappeso o obesità; b) valutare quali siano i comportamenti che le madri adoperano per favorire corrette abitudini alimentari nei figli e controllare problemi quali la selettività o il rifiuto dei cibi; c) valutare se questi comportamenti materni  siano in relazione con la gravità del disturbo autistico e/o con i comportamenti sintomatici che lo caratterizzano; d) evidenziare le caratteristiche tipiche dei problemi alimentari nell’autismo; e) valutare se la selettività alimentare, intesa come il consumo di una ristretta varietà di cibi in base a tipologia, consistenza e/o presentazione dei piatti, sia la problematica alimentare più di frequente riscontrata nei bambini con ASD.

Abstract

Food’s selectivity and other feeding problems are endemic in children with autism spectrum disorders (ASD).

Some children with autism and pervasive developmental disorder-not otherwise specified (PDD-NOS) have reported an atypical feeding behavior, such as sensitivity to food texture, selective preferences for particular foods and aggression associated with food refusal.

This article used a battery test on mothers of children with autism spectrum disorders to determine: a) children’s relationship with autism spectrum disorders to higher incidence of conditions characterized by undernutrition in weight, overweight and obesity;

b) assess what are the behaviors that mothers seek ways to encourage healthy eating habits in their children and monitor issues such as selectivity or rejection of foods;

c) assess whether these maternal behaviors are related to the severity of autistic disorder and / or with symptomatic behaviors that characterize it; d) the types of feeding problems that their children typically exhibit; e) determining whether the food selectivity, defined as the consumption of a restricted variety of foods according to type, texture and/or presentation of the dishes, both the problematic food most frequently seen in children with ASD.

Keywords: Feeding problems; food selectivity; Autism spectrum disordersparentingchildren.

 

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AUTORE: 

FILOMENA ZAMPAGLIONE (partecipante sezione A-junior), Laureata in Psicologia Clinica presso l’università degli Studi di Messina.

Questo articolo estratto dalla tesi sperimentale di laurea specialistica (LM-51) “Pratiche materne e selettività alimentare in bambini e ragazzi con Disturbi dello Spettro Autistico” in Psicologia Clinica/Psicologia dello Sviluppo discussa il 22 Luglio 2013, ha partecipato al Premio State of Mind 2013 per la Ricerca in Psicologia e Psicoterapia

 

 

La Psiche alla prova del Pensiero – Psicoterapia & Filosofia

Di Giancarlo Dimaggio. Pubblicato sul Corriere della Sera di martedì 11 marzo 2014. 

 

 

Giancarlo Dimaggio - Corriere della Sera 11-03-2014- La psiche alla prova del pensiero - Immagine:  © Corriere della Sera 2014 Il pensiero di Darwin, Popper e Foucault alla base del metodo scientifico che guida la Psicoterapia Cognitiva, la cui efficacia è empiricamente verificata.

Sono a cena con i miei amici psicoanalisti, Giulio e Tullio, amicizia di cui non rivelo le origini. Una pizzeria a Trastevere è il teatro della conversazione. Chi scrive è uno psicoterapeuta cognitivista. Parte dei nostri dialoghi è la ripetizione di un copione. Giulio è un’esegeta di Lacan, Tullio si posiziona nel mondo post-Freudiano (il protagonista di In Treatment è un esempio verosimile di quel tipo di psicoanalisi) in cui la psicoanalisi è costruzione intersoggettiva del significato, posizione con la quale concordo – per me ho scelto una psicoanalista di quell’orientamento.

Poco prima che ci servano la pizza la recita è già al secondo atto: disaccordo completo. Giulio sostiene un’ermeneutica radicale (si parte da Heidegger, si passa per Gadamer), per cui l’analisi è un incontro idiosincratico tra soggetti comprensibile solo all’interno dello scambio analitico. Ogni osservazione esterna è impossibile, depriverebbe il soggetto parlante della sua voce, in nome di un’oggettività che ne schiaccerebbe la libertà.

Dissento per due motivi. Il primo è la mia avversione per Lacan, per me nulla più di una sorta di paralinguaggio. Il secondo è nel nome di Darwin e Popper.

Umberto Galimberti e la Terapia Cognitiva
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Dopo Darwin, considero le teorie pulsionali di Freud una reliquia del passato, che sopravvive in cenacoli a dimostrare che nel mondo post-moderno nulla scompare davvero. Gli umani si sono evoluti guidati da motivazioni che permettevano sopravvivenza, adattamento all’ambiente e coesione del gruppo. L’istinto di morte, postulato da Freud, è inutile, è sufficiente l’entropia a fare quel lavoro. Una psicoterapia che si basi sull’idea che siamo guidati da tale istinto nasce fallace.

Popper è l’altra fonte del contendere. Si tratta della responsabilità dello psicoterapeuta verso la società.

C’è qualcosa di unico e irriproducibile nell’incontro tra paziente e psicoterapeuta? Sì. Questo esime il clinico dal dovere rendere conto della sua azione? Ritengo di no.

Memore delle critiche di Popper a Freud, mi colloco in una comunità di scienziati cognitivi che operazionalizza idee falsificabili e si affida alle prove per decidere cosa è buona pratica e cosa va lasciato in disuso nelle periferie della storia delle idee.

Gli psicoterapeuti cognitivisti sono educati a questo. Molti psicoanalisti oggi condividono tale assunto e, per esempio, la teoria Freudiana del transfert, in formulazioni più moderne e ostensibili, è stata investigata e corroborata da dati.

Ci servono la pizza, quella del Bonci, birra artigianale italiana influenza il tono della conversazione. Il cognitivismo trascura la costruzione del significato, sostiene Giulio, riduce l’uomo ai suoi sintomi e l’animo umano non è misurabile. So che in parte dice il vero. Parte della psicoterapia cognitiva resta miope al significato personale sottostante ai sintomi. Per gran parte invece vi è attenta.

Sulla misurabilità mi scaldo. Si tratta di essere quanto più popperiani possibile. L’ineffabile del discorso terapeutico resterà, ma tutto ciò che si può trasformare in variabile oggetto di verifica be’, io lo voglio misurare. E vedere se cambia in una psicoterapia di successo. E voglio che parametri esterni al mio giudizio clinico valutino se ho ben lavorato o commesso errori. Tullio fa da arbitro. Tutti noi abbiamo fallimenti e successi nella nostra pratica clinica. Vero. Ma, obietto, una disciplina che provasse di salvare 7 persone su 10, e fornisca dati a supporto, non sarebbe preferibile ad una che ne salvasse 5 su 10? Per questo vogliamo misurare il misurabile.

Concordiamo, non senza una nota di compiacimento, di sentirci personaggi di un dialogo Platonico. Foucault interviene nella conversazione e qui siamo più d’accordo. Nel frattempo abbiamo espresso diverse scelte nelle birre: io sono per le ambrate di stampo belga. Innanzitutto me ne piace il colore. Giulio e Tullio optano per delle chiare di frumento, Weizenbier. Non considerate le osservazioni sul cibo marginali. Lasciando Cartesio alle spalle, il corpo è considerato il nucleo della nascita delle idee, la conoscenza è conoscenza incorporata.

Dimaggio ansia sociale - Immagine: © intheskies - Fotolia.com - SQUARE
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Dicevo: Foucault. Da cognitivista sono abituato a fidarmi dei dati empirici che indicano cosa è efficace in psicoterapia e cosa no. Questo rende noi cognitivisti facilmente proni a presumere di avere un sapere superiore. Ma, chi controlla i controllori? La scelta delle variabili da misurare e dei protocolli da valutare empiricamente non è un fattore da trascurare. I cognitivisti sono influenti politicamente, ben piazzati nelle commissioni che erogano i finanziamenti. Quindi un gruppo di potere. Che tende a perpetuare se stesso e accrescersi, niente di strano. Gli psicoanalisti – enclave dominante per decenni – lo sanno, lo hanno notato e hanno osservato che l’efficacia maggiore delle terapie cognitive dipendeva  in parte da cosa si sceglieva di misurare. La comunità più ampia di psicoterapeuti e ricercatori ha considerato la critica ragionevole. Di conseguenza, gli studi più recenti sull’efficacia delle psicoterapie tendono a includere misure del funzionamento interpersonale (tema psicoanalitico) e non solo il cambiamento sintomatico.

I cognitivisti hanno imparato qualcosa. Gli psicoanalisti, almeno i più illuminati, si allenano a sottoporre la loro pratica a verifica. Il confronto si svolge sul campo. Cosa funziona meglio? Oggi è difficile dirlo. La psicoterapia cognitiva è sicuramente molto più studiata. Le basi della sua efficacia più solide e ampie. Ma in generale il cosiddetto “equivalence effect” sembra prevalere: le psicoterapie manualizzate e studiate empiricamente tendono a generare risultati di efficacia paragonabile. Forse le psicoterapie cognitive offrono risultati migliori degli altri approcci, ma di poco e non è per niente certo. Intanto gli psicoanalisti modificano i protocolli, imparano le regole del gioco.

Già, le regole del gioco. Perché alla fine di quello si tratta. Esiste una componente ineffabile, irripetibile, non misurabile nella seduta psicoterapeutica? Sì.

Esiste una componente misurabile? Sì. Qual è il gioco che preferiamo giocare? Io mi sento più a mio agio nella partita in cui si debba rendere conto ad un osservatore terzo che analizza i dati.

Ma a quel punto non è più importante. Tullio onora Gigi Proietti e racconta la storiella del cavaliere bianco e del cavaliere nero. Giulio replica con qualcosa di irriferibile.

La gentile ombra di Epicuro si è posata sul nostro tavolo.

 

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Reappraisal cognitivo, nuove esperienze e pensiero divergente: correlazioni

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

La ri-valutazione (o re-appraisal) cognitiva  è certamente una delle principali strategie cognitive di regolazione emotiva in dotazione all’essere umano (Gross,1998; Gross & Thompson, 2007), che consiste nel cambiamento del modo con cui la persona pensa e valuta la situazione “emotivamente” critica al fine di modificarne l’impatto emotivo.

In un interessante articolo pubblicato recentemente su Cognition and Emotion ci si focalizza sulle differenze individuali nella capacità di generare spontaneamente molteplici valutazioni alternative delle situazioni critiche.

Prendendo spunto dai concetti nell’ambito della creatività e del pensiero divergente è stato sviluppato un test chiamato Reappraisal Inventiveness Test (RIT) per misurare la flessibilità individuale nell’elaborare differenti rivalutazioni cognitive, cioè diverse letture della situazione emotigena, in particolare relativa all’emozione di rabbia, in un periodo di tempo definito e limitato.

DEFINIZIONE DI REAPPRAISAL SU PSICOPEDIA

Le analisi riguardo le caratteristiche psicometriche del test ne confermano la validità di costrutto segnalando anche correlazioni positive tra la “reappraisal inventivness” con la tendenza ad aprirsi a nuove esperienze e il pensiero divergente.

Inoltre è interessante far notare che la performance al test RIT però non è correlata con i self-report in cui si chiedeva ai soggetti la frequenza d’uso dell’abilità del re-appraisal per la regolazione emotiva, indicando quindi una sostanziale differenza tra le misure self-report e test più orientati alla rilevazione di questa abilità in vivo.

Sicuramente un test di performance – non comunemente self-report- che deriva dall’area della psicologia generale ma meritevole di attenzione anche nella ricerca clinica.

 

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Discontrollo degli Impulsi ed espressione dell’Aggressività: confronto tra pazienti Borderline e Bipolari – SOPSI 2014


SOPSI 2014 

18° Congresso della Società Italiana di Psicopatologia

La Psicopatologia e le età della vita – Torino 12-15 Febbraio 2014

 

Il Discontrollo degli Impulsi e l’espressione dell’Aggressivita’:

confronto tra pazienti con Disturbo Borderline di Personalita’

e Disturbo Bipolare

Norma Verdolini1, Valentina Magliocchetti2, Patrizia Moretti3, Roberto Quartesan4

1 Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università degli Studi di Perugia, Dir. Prof. R. Quartesan
2 Università degli Studi di Perugia
3 Sezione di Psichiatria, Psicologia Clinica e Riabilitazione Psichiatrica, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università degli Studi di Perugia, Dir. Prof. R. Quartesan
4 Direttore Sezione di Psichiatria, Psicologia Clinica e Riabilitazione Psichiatrica, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università degli Studi di Perugia 

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La ricerca scientifica nel governo Renzi

 

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Sono giorni di polemica sulla scelta dei ministri e soprattutto dei sottosegretari. Lasciando da parte le controversie più politiche, e limitandoci a esaminare i CV dei neonominati alla ricerca scientifica e a quella sanitaria (elenco dei nuovi sottosegretari) non possiamo non osservare scarse competenze ed esperienze maturate in questo ambito.

 

Il peso della ricerca scientifica nel governo RenziConsigliato dalla Redazione

Che peso ha la ricerca scientifica nel governo Renzi e in Parlamento? Sono giorni di polemica sulla scelta dei ministri e soprattutto dei sottosegretari. Lasciando da parte le controversie più (…)

Tratto da: Scienza in Rete

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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C.M.M. – La Gestione Coordinata dei Significati applicata alla violenza nella coppia. Psicoterapia Sistemica

Laura D’Aniello. Psicologa-Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

 

 

C.M.M. - La Gestione Coordinata dei Significati applicata alla violenza nella coppia. -Immagine:© Artem Furman - Fotolia.com La Teoria della Gestione Coordinata dei Significati (Coordinated Management of Meaning – C.M.M.): gli eventi sociali vengono creati e ricreati attraverso i processi della comunicazione umana ed in cui la violenza nella coppia è descritta attraverso il modo in cui è creata, sostenuta ed interrotta, attraverso la comunicazione dei partner.

Una visione sistemica della dinamica di coppia alla base di una relazione di tipo violento, può essere utile per comprendere la complessità delle interazioni che caratterizzano un fenomeno ormai dilagante. A tal proposito un approccio interessante sembra quello che si interroga su quali siano gli effetti pragmatici della comunicazione umana e cioè come e quali realtà vengano create attraverso di essa e come tale punto di vista possa essere applicato alla violenza nella coppia.

Un recente articolo (Sundarajan & Spano, 2004) sottolinea come raramente la violenza nelle relazioni di coppia sia stata analizzata come il risultato della co-costruzione della comunicazione all’interno di essa e propone di esaminarla alla luce della prospettiva della teoria della Gestione Coordinata dei Significati (Coordinated Management of Meaning – C.M.M.), sottolineandone la tesi centrale secondo la quale gli eventi sociali vengono creati e ricreati attraverso i processi della comunicazione umana ed in cui la violenza nella coppia è descritta attraverso il modo in cui è creata, sostenuta ed interrotta, attraverso la comunicazione dei partner.

Su questa base, a differenza di quanto proposto dalle ricerche precedenti sulla violenza nella coppia, focalizzate per lo più sulle ragioni che spingono l’uomo ad essere violento e la donna a rimanere in una relazione abusante (Gondolf, 1999), la violenza viene trattata come un pattern di interazioni sociali che si sviluppa in e attraverso processi comunicativi chiedendosi come le relazioni divengano abusanti e, influenzando fisicamente ed emotivamente la donna, è importante comprendere il processo mediante il quale essa diventi una parte “normale” di alcune relazioni.

La Relazione di Coppia. - Immagine: © popocorn8 - Fotolia.com
Lettura consigliata: La Relazione di Coppia, Psicoterapia Sistemico-Relazionale. Monografia a cura di Serena Mancioppi

Nei casi di violenza di coppia ha senso ipotizzare che, almeno all’inizio, sia l’uomo che la donna sanzionino l’abuso. Ad esempio, la maggior parte degli uomini coinvolti in una relazione intima non abuserebbero, né fisicamente né emotivamente, la donna che amano e la maggior parte delle donne non tollererebbe o giustificherebbe la violenza. Quindi, come mai la violenza diventa una parte “normale” di alcune relazioni?

I significati che ogni individuo porta nelle relazioni, lo guidano ad interpretare un evento in un certo modo, ad osservare alcune cose e a sottovalutarne altre e questo determina il modo di comportarsi e di interpretare gli eventi. Ciò accade quando una persona agisce in un certo modo perché sente che è l’unica scelta possibile per quella situazione.

L’articolo propone l’ipotesi secondo la quale le donne pongano la relazione come contesto per la propria definizione di sé e che, come risultato, neghino i propri desideri, le proprie richieste ed i propri bisogni con lo scopo di assicurare la supremazia della relazione mentre l’uomo porrebbe come contesto dominante il Sé.

Come conseguenza, la coppia intraprende scambi linguistici che fanno in modo che il Sé della donna venga continuamente svalutato mentre quello dell’uomo acquisisca un’importanza sempre maggiore. La donna sembrerebbe “costretta” a sottostare a determinate situazioni, a scapito del suo benessere, per sostenere la relazione, abbandonando gradualmente il proprio potere di agente autonomo a beneficio dell’uomo. Ogni episodio che diminuisce l’importanza del Sé della donna mentre accresce il Sé del partner, aiuta nella co-costruzione degli episodi successivi che creano un pattern in cui l’uomo detiene più potere della donna.

Nei successivi scambi linguistici, la sua posizione di non potere all’interno della relazione consentirebbe all’uomo di mostrare la sua rabbia, negandole di fare altrettanto per paura di compromettere la relazione, il suo contesto dominante. La partner tollera le azioni violente, e invece di farsi valere, inizia ad avere paura degli scoppi d’ira dell’uomo, tentando di placarli, con l’unico scopo di non mettere a repentaglio il contesto che ha un peso maggiore nella sua attribuzione di significati.

Questi episodi, nel tempo, fortificano il pattern precedentemente stabilito, mantenendolo e confermandolo. Episodi come questi spesso si concludono con l’uomo che apostrofa la donna con nomi offensivi oppure l’accusa di aver fatto o non fatto qualcosa. Accettando divieti e regole, la donna “autorizza” il comportamento dell’uomo, il quale si sente giustificato a fare richieste sempre più assurde che, quando non soddisfatte, lo “legittimano” a reagire punendola. Un pattern di violenza verbale, e fisica, diviene così stabile nella relazione e in ogni occasione la tendenza è verso una maggiore intensità ed escalation (Berry, 2000).

Ormai la relazione si è evoluta in modo tale che le comunicazioni quasi “richiedano” la sottomissione della donna all’uomo e lei si trovi con poche scelte (se non nessuna) tranne quella di cedere alle richieste di lui, il che indebolisce ulteriormente la sua posizione nella relazione. Da questo punto in poi, basta un piccolo passo per l’abuso fisico, che di solito accade pochi mesi dopo il primo abuso verbale.

Molte delle donne coinvolte in relazioni di tipo violento, sono cresciute credendo di dover rispettare e servire gli altri, in primo luogo il partner: una “vera” donna non mette le proprie esigenze al primo posto e, in questa logica, chi è stato maltrattato pensa di aver fatto qualcosa per meritarlo. Per cui, quando accade “l’incidente”, tipicamente la donna sente di aver provocato il partner perché la coppia sta agendo in un contesto che legittima l’abuso.

A questo punto della relazione, la donna è tipicamente isolata dalla famiglia e dagli amici e si basa esclusivamente sul partner per l’affermazione di sé e per la sua percezione della realtà.

Parallelamente, si sviluppano senso di colpa e vergogna dove il primo sembra avere una funzione correttiva (Galante, 2012) nella misura in cui, una persona concentrandosi sui propri difetti e vedendosi come sbagliata, concentra i tentativi di cambiamento su di sé, pensando di poterli controllare meglio e, contemporaneamente, lascia aperta la strada del perdono dell’altro.

Per quanto riguarda la vergogna, invece, la persona sente di avere un difetto fondamentale che nessuna azione può correggere che, nei casi di violenza, risulta particolarmente dannoso perché blocca l’uscita dalla relazione: ammettere i maltrattamenti e chiuderla significherebbe anche ammettere pubblicamente il proprio fallimento come donna, madre e figlia. Significherebbe confermare di essere incapace di tenersi un uomo e perciò di non valere nulla, idea che affonda le radici nella famiglia d’origine. Siamo nel livello della biografia personale intrecciata alla cultura. Quando il partner nega la conferma delle percezioni della partner, la donna comincia a dubitare della sua sanità mentale ed è costretta a riconoscere la concezione della realtà del partner a spese della propria per non compromettere la relazione. In aggiunta alla confusione in merito alle proprie percezioni della realtà, la violenza è mantenuta nella relazione da un uomo che costantemente nega e minimizza le sue azioni violente e minacciose.

Una volta che la violenza è stata “sancita” dai partecipanti come una caratteristica continua della loro relazione, diviene sempre più difficile rompere il circolo vizioso a meno che l’ordine gerarchico dei contesti non cambi in modo fondamentale. Questo cambiamento in genere si verifica quando la donna è seriamente spaventata per la sua vita o per quella dei figli, o intensamente arrabbiata per la propria condizione. La presenza di intensa rabbia e paura crea la forza implicativa che consente alla donna di cambiare il contesto gerarchico dei significati nel tentativo di interrompere la violenza o la relazione. Tale cambiamento può avvenire quando la donna è in grado di bloccare, riformulare o uscire da episodi di violenza ridefinendo la relazione con il partner non più come dominante nella propria gerarchia di contesti e di significati.

In quest’ottica, la violenza si sviluppa attraverso pattern comunicativi interni alla coppia e non è semplicemente causata, in una logica lineare, da una cultura basata sul dominio maschile e sulla sottomissione femminile.

La cultura ed il background familiare della coppia forniscono il “materiale” per una relazione di tipo violento in termini di significati che le persone portano nella relazione. In che misura tali significati vengano espressi attraverso le azioni, e siano riflessivamente co-costruiti dalla coppia, determinerà se la violenza emergerà o meno nella relazione intima.

ARGOMENTI CORRELATI:

PSICOTERAPIA SISTEMICO-RELAZIONALE

VIOLENZAABUSI & MALTRATTAMENTI  

LINGUAGGIO & COMUNICAZIONEAMORE & RELAZIONI SENTIMENTALI

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Analisi e Confronto tra Centri di Salute Mentale in Inghilterra e Italia – SOPSI 2014


SOPSI 2014 

18° Congresso della Società Italiana di Psicopatologia

La Psicopatologia e le età della vita – Torino 12-15 Febbraio 2014

 

Confronto tra un Centro di Salute Mentale nel Bedfordshire (UK)

e Centri di Salute Mentale a Perugia (Italia):

descrizione dei team e dei database

 

ARGOMENTI CORRELATI:

PSICOLOGIA E PSICHIATRIA PUBBLICHE

TUTTI I POSTER DEL CONGRESSO SOPSI 2014
I REPORTAGES DAL CONGRESSO SOPSI 2014

Giochi evergreen: le motivazioni sociali dietro al successo senza tempo di RiSiKo! Lego e Monopoli

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sulla “Lettura” del “Corriere della Sera” di domenica 9 marzo 2014

 

RISIKO - Featured

Alcuni giochi, come RisiKo!MonopoliLego, continuano a impegnare le nostre giornate, malgrado la concorrenza spietata dei videogame. Li ricordiamo nella nostra infanzia. I figli ce li chiedono. Ci giochiamo insieme. Mi chiedo: cosa ha permesso loro di resistere nel tempo? Di mantenere tenacemente il loro posto nell’immaginario? Di ampliarlo anche.

Il messaggio è giunto. Invaderò il Congo. Ho l’Africa Orientale, ma voglio espandermi, le mie risorse di coltan sono insufficienti. Mi braccano, sveleranno presto le mie intenzioni. Fingo di attaccare la Scandinavia. Lì sono ricchi, hanno civiltà, servizi sociali che funzionano. Che io voglia conquistarla è credibile. La strategia paga. Gli avversari ci cascano. Presto avrò quello in cui altri – miseri – hanno fallito: possedere Nord America e l’Africa tutta.

L’adrenalina pompa, ho bisogno di ingrandirmi. Sono pronto all’azione. A carri armati schierati, tiro i dadi. Il mio volto è impassibile. Formo alleanze mute, destinate da lì a poco a rompersi. Tradirò, sarò tradito, me lo aspetto. Giocare a RisiKo! ti fa ragionare così. Ti prende quella voglia di invadere paesi e dominare il mondo. Per inciso, se sapete cos’è il coltan, o fabbricate cellulari, o siete ricercati dalla polizia, o avete letto Il leopardo di Jo Nesbø.

Sabato pomeriggio. Mio figlio protesta. Ritiene le pressioni della sorella maggiore a cederle Largo Colombo ingiuste, prepotenti. Mia figlia, testarda, insiste. Cerca di blandirlo, lo accusa di immaturità ma lui niente, non vende. Intervengo. Non per interesse personale. Che mia figlia non acquisti Largo Colombo conviene anche a me, ma non è questo ad influire sulla mia decisione. Semplicemente, disapprovo che forzi la volontà del fratello, mi schiero apertamente con lui. Costruisco la seconda casa su Viale Giulio Cesare.

Ora, avete diritto di pensare che: uno, chi scrive sia un pessimo genitore (possibile). Due, sia patriarca di una famiglia di palazzinari. Entrambe le vostre ipotesi però dimostrano irrefutabilmente che: avete vissuto fuori dal mondo e non conoscete il Monopoli. Vi manca quindi la consuetudine con la sensazione inebriante di possedere case, alberghi, quartieri interi. Accumulare denaro. Il piacere di incassare pacchi di soldi quando gli altri passano da Parco della Vittoria con tre case già su.

 

Papi, prendi la pedana. Sì, amore. Quella verde. Sì amore, quella verde. Costruiamo un recinto. Mattoncini gialli e blu diventano un lago. Un elefante beve, tranquillo malgrado i leoni. La zebra passeggia. Amore, ma la zebra dovrebbe essere preoccupata. No, papi, il leone ha già mangiato ed è buono, mi dai la parete? Quella con la finestra? Sì. Mia figlia aveva due anni. Con i Lego abbiamo costruito uno zoo in Africa – della quale ormai sono proprietario –. La casa del guardiano è pronta, gli animali parlottano. Pochi anni dopo. Il progetto si fa difficile, alta ingegneria. L’astronave di Star Wars. Ci sono i pezzi trasparenti, vetri di plastica azzurra. Da piccolo me li sarei sognati. Qui c’è meno da inventare. I pezzi sono per dita da bambino, ma riesco a maneggiarli. Mio figlio mi fa lavorare. Ogni tanto mette un pezzo lui. È soddisfatto. Un anno dopo c’è da tirare su la stazione di polizia. Caso mai passasse Harry Hole (Avete letto Nesbø? Sapete chi è). Le cose sono cambiate. Segue lui le istruzioni. Non devo interferire, ma mi vuole lì. Ogni tanto mi chiede una mano, poi riprende il comando. Vorremmo mandare un’email in Danimarca e chiedere perché manca quel pezzo. Che in realtà c’è, minuscolo, e non lo avevamo visto.

Dove voglio arrivare? Alcuni giochi, come RisiKo!, Monopoli, Lego, continuano a impegnare le nostre giornate, malgrado la concorrenza spietata dei videogame. Li ricordiamo nella nostra infanzia. I figli ce li chiedono. Ci giochiamo insieme. Mi chiedo: cosa ha permesso loro di resistere nel tempo? Di mantenere tenacemente il loro posto nell’immaginario? Di ampliarlo anche.

Domenica scorsa abbiamo visto Lego Movie. Ha già incassato 300 milioni di dollari (soldi veri, non del Monopoli).

Per rispondere mi appello a Darwin e agli psicologi evoluzionisti. Gli umani agiscono guidati da motivazioni primarie, che hanno permesso sopravvivenza, adattamento alla nicchia ambientale e consolidamento della società. Motivazioni arcaiche quali: sessualità, rilevare i pericoli, difendere il territorio, reagire con attacco/fuga/congelamento all’aggressione. Poi motivazioni sociali, da mammiferi evoluti.

John Bowlby ha descritto l’attaccamento: il bisogno di rivolgersi a figure forti solide e rassicuranti in momenti di paura, fragilità, fame, freddo, sonno. La motivazione complementare: prestare cure a chi, in difficoltà, chiede aiuto con segnali chiari e riconoscibili (pianto, occhioni sgranati).

Studiosi come gli psicoterapeuti cognitivisti Paul Gilbert, Università di Derby, e Giovanni Liotti di Roma, Joseph Lichtenberg, psicoanalista a Washington, e lo psicobiologo Jaak Panksepp, università di Washington, includono tra le motivazioni sociali:

1) agonismo e bisogno di mantenere e accrescere la propria posizione nel rango sociale. La posizione nella gerarchia garantisce priorità di accesso alle risorse limitate – cibo, partner per l’accoppiamento – o quantomeno sicurezza che verrà il nostro turno;

2) esplorazione autonoma del territorio e formazione di un senso di efficacia personale;

3) appartenenza al gruppo;

4) cooperazione tra pari per il raggiungimento di scopi condivisi;

5) giocare!

 

Vediamo se funziona. I giochi che resistono alla competizione con i videogame (oltre che ben fatti) attivano, nella modalità del gioco di finzione, queste motivazioni primarie. RisiKo!: difesa del territorio ed esplorazione oltre il confine, definizione del rango, accesso a risorse limitate. Formazione di alleanze per raggiungere lo stesso obiettivo (fare fuori un altro avversario). Monopoli:  in altra forma tocca più o meno le stesse corde.

Per il Lego è diverso. All’interno di interazioni cooperative con l’adulto, quei mattoncini costruiscono le basi di agency, il senso di iniziare con successo un’azione nata da un motore interno, e autonomia.

Michael Tomasello, co-direttore del Max Planck Institute, direbbe che giocando a Lego con i figli consolidiamo l’intenzionalità condivisa, un processo partito già dalle primissime fasi di vita.Funziona così: il bambino ha una meta. Mettere il leone lì. Coinvolge l’adulto. L’adulto esegue, ma introduce una variazione minima. Il bambino discute, ci si accorda. Vicino al leone: una palma che piace a entrambi. Si è formata una rappresentazione cognitiva dialogica che include: il proprio scopo, quello dell’altro e il processo di negoziazione per sintonizzarsi e raggiungere l’obiettivo comune. Se l’interazione ha successo il bambino è contento e si sente capace, attivo. Capisce meglio la mente dell’altro.

Quali giochi innescano attaccamento e accudimento? Facile. Barbie. Polly. Credo che Cicciobello sia in salute. Ancora: l’appartenenza al gruppo? In edicola. Figurine dei calciatori.  Infine, per verificare se l’ipotesi darwiniana tiene, mi chiedo: cosa mancava ai giochi estinti? Le ipotesi alternative sono molte.

Mentre tento una risposta accendiamo la Wii. Super Mario. I miei figli mi battono spietatamente. Ma anche il loro Mario, saltando da un dado all’altro tra le nuvole, cade nel vuoto. Non celo un sorriso di soddisfazione.

 

 

ARGOMENTI CORRELATI:

ATTACCAMENTOFAMIGLIABAMBINI 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • John Bowlby. Attaccamento e perdita. Bollati Boringhieri.
  • Paul Gilbert. La terapia focalizzata sulla compassione. Franco Angeli.
  • Joseph Lichtenberg. Psicoanalisi e sistemi motivazionali. Raffaello Cortina
  • Giovanni Liotti e Fabio Monticelli. I sistemi motivazionali nel dialogo clinico. Raffaello Cortina.
  • Michael Tomasello. Le origini della comunicazione umana. Raffaello Cortina

 

La rimozione nel cervello: alterazione della consapevolezza dopo lesione dell’emisfero destro

Claudio Bivacqua. 

 

 

 

La rimozione nel cervello- Alterazione della consapevolezza dopo lesione dell'emisfero destro. -Immagine: © esignn - Fotolia.comLa rimozione nel cervello: L’area parieto-temporale dell’emisfero destro ha il compito di elaborare le informazioni relative a noi stessi e a ciò che ci circonda, a rivolgere l’attenzione ai nostri vissuti in relazione al nostro contesto, quando questo ponte di collegamento viene interrotto la persona tende ad avere un funzionamento di tipo narcisistico che in situazioni gravi risulta essere nettamente evidente.

Uno dei più ambiziosi ma irragiungibili obiettivi di Freud fu quello di spiegare attraverso i correlati neurobiologici le funzioni inconsce degli esseri umani. Oggi, grazie alle moderne tecnologie e al progresso neuroscientifico, dopo più di 100 anni dalla formulazione delle sue teorie possiamo in parte confermare quanto detto dallo psicoanalista viennese e indirizzare le future ricerche verso la comprensione di concetti quali inconscio, meccanismi di difesa e transfert.

Grazie al lavoro di importanti neuroscienziati e psicoanalisti che hanno trattato e descritto curiosi casi clinici, possiamo allora integrare i modelli astratti della psicologia dinamica con la pragmaticità  dei modelli neuroscientifici.

Un caso clinico che ha messo in luce il funzionamento della rimozione delle esperienze coscienti, riguarda una paziente del neuroscienziato indiano Ramachandran , il caso della signora M.

Questa paziente soffriva di una grava eminegligenza spaziale unilaterale (che porta a trascurare la parte sinistra dell’ambiente e del proprio corpo) e una profonda anosognosia ( la mancata consapevolezza dei propri deficit) causate da un ictus parieto-occipitale all’emisfero  destro.

La signora M, nonostante la  paralisi della parte sinistra del corpo, negava con insistenza tale deficit attribuendo l’immobilità del suo braccio alla mancata voglia di muoverlo.

Questi sintomi sono dovuti al mancato equilibrio di eccitabilità dei due emisferi, in cui l’emisfero destro, essendo lesionato non permette all’individuo di rivolgere l’attenzione al campo visivo controlesionale portando alla negazione della parte sinistra dell’ambiente e del corpo.

Durante una seduta di riabilitazione, il  dottor Ramachandran decise allora di indagare sui sintomi anosognosici e attraverso una stimolazione termica dell’apparato vestibolare (versando un po’ d’acqua fredda nell’orecchio sinistro della paziente) tentò di ristabilire momentaneamente l’equilibrio interemisferico,  dopo di che le ha domandato:

Dottor R: Si sente bene?

Signora M: Il mio orecchio è molto freddo ma a parte questo, sto bene.

Dottor R: Può usare le sue mani?

Signora M: posso usare il mio braccio destro ma non quello sinistro. Voglio muoverlo ma non si muove.

Dottor R: Signora M, da quanto tempo il suo braccio è stato paralizzato? E’ iniziato ora o in precedenza?

Signora M: E’ stato così da diversi giorni a questa parte.

(Tratto da Neuropsicoanalisi di Karen Solms-Solms)

Oltre a riconoscere la sua paralisi, la signora M sostiene di essere stata paralizzata tutto il tempo, questo dà  prova di una dissociazione dell’esperienza causata da un alterazione dell’eccitabilità interemisferica. Infatti dopo otto ore, quando l’effetto della stimolazione vestibolare fu terminato, il dottor Ramachandran le domandò

Dottor R:  Signora M lei può alzare il braccio sinistro?

Signora M: Sì

Dottor R: Questa mattina due dottori le hanno fatto qualcosa, ricorda?

Signora M. Sì, mi hanno messo dell’acqua molto fredda.

Dottor R: Si ricorda cosa le ha detto? Provi a ricordare

Signora M: Ho detto che entrambe le mie braccia erano a posto.

(Tratto da Neuropsicoanalisi di Karen Solms-Solms)

Questo caso clinico è un chiaro esempio di come le memorie possono essere selettivamente rimosse e riprese in situazioni in cui la consapevolezza è alterata. Nel caso di soggetti normali ciò viene causato da esperienze traumatiche in cui l’io  non permette  l’intrusione di tali contenuti per evitare vissuti emotivi troppo dolorosi e frustranti.

In questo caso clinico il meccanismo della rimozione avviene proprio perchè un’area cerebrale danneggiata non permette una normale consapevolezza della relazione  con il proprio corpo e di conseguenza la paziente fallisce il processo normale di lutto che porterebbe all’accettazione della paralisi. Invece il risultato di questa alterazione è  l’arricchimento della sua esperienza cosciente  di contenuti narcisistici escludendo quindi gli aspetti frustranti di sé stessa e dell’ambiente circostante.

Inoltre è curioso notare come l’informazione relativa alla paralisi veniva continuamente trasmessa al cervello cioè “ la negazione non preveniva la memorizzazione” ad un livello più profondo la paziente manteneva l’esperienza di paralisi ma l’io cosciente respingeva la realtà clinica.

L’area parieto-temporale dell’emisfero destro ha il compito di elaborare le informazioni relative a noi stessi e a ciò che ci circonda, a rivolgere l’attenzione ai nostri vissuti in relazione al nostro contesto, quando questo ponte di collegamento viene interrotto (come nel caso della signora M) la persona tende ad avere un funzionamento di tipo narcisistico che in situazioni gravi come in tali quadri clinici risulta essere nettamente evidente. 

La paziente  utilizzava pervasivamente come meccanismo di difesa narcisistico la rimozione di esperienze frustranti una fra tutte la paralisi, la coscienza era protetta da questa dolorosissima verità e ciò le portava uno stato alterato di consapevolezza.

La riabilitazione prevede allora la disillusione progressiva di questa fantasia narcisistica e l’elaborazione della perdita di questa onnipotenza narcisistica, allora sorge spontaneo un classico dilemma di natura Socratica: Meglio sapere di non sapere?

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BIBLIOGRAFIA:

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