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Elogio della sobrietà: raggiungere il benessere psicologico attraverso la semplicità

 

 

Probabilmente l’intrigo della vita è da ricercarsi nelle potenzialità possibili e nei diversi sentieri inesplorati che essa permette di percorrere. Perché tutto questo possa divenire il valore euristico dell’esistenza, è necessario ritrovare la sobrietà e la semplicità in un percorso di vita orientato al raggiungimento del benessere psicologico.

Abstract

Un concetto radicato nella nostra cultura è che il valore di un individuo si misura dalle cose che possiede. Questo costrutto alimenta un’ideologia del vivere che ha come archetipo il volere sempre di più. Ciò si palesa nella “smania del nuovo”, che diventa un bisogno essenziale e paradigmatico di ogni esistenza.

Probabilmente l’intrigo della vita è da ricercarsi nelle potenzialità possibili e nei diversi sentieri inesplorati che essa permette di percorrere. Perché tutto questo possa divenire il valore euristico dell’esistenza, è necessario ritrovare la sobrietà e la semplicità in un percorso di vita orientato al raggiungimento del benessere psicologico.

Il possedere come sinonimo del valere

L’incremento delle sovrastrutture di marxiana memoria per lungo tempo è stato considerato sinonimo di soddisfazione, ovvero la strada maestra per giungere al benessere. Nella follia consumistica di questi ultimi anni si sono percorsi sentieri alla ricerca della felicità in anfratti dove essa non si è mai annidata. Il preconcetto che ha alimentato la percezione antropologica è stato quello che il possesso delle merci – feticci promuovesse il benessere psicologico, ritenuto il fine ultimo di ogni esistenza.

Dave Eggers (2001, pag. 40) esprime questo vissuto “… Ci spetta tutto quello che vogliamo, un esemplare per ogni articolo, qualunque cosa ci sia nel negozio, un’ubriacatura di shopping di ore e ore, del colore che vogliamo, delle marche e nella quantità che vogliamo…”. Il possedere il tutto ha fugato i fantasmi legati al confronto con una realtà incommensurabile per le nostre forze, un titanico contesto nel quale sovente ci si sente piccoli e inferiori, alla mercé di un’inadeguatezza probabilmente endemica alla natura umana, come sottolineato da Adler (1975, pag. 71) “…dobbiamo concludere che un sentimento di inferiorità più o meno radicato sussiste sempre alla base di ogni esistenza psichica…”.

L’avere, come valenza fenotipica del valere, alimenta la strana equazione che si è in base a quello che si possiede. In questa ideologia della vita si perde il concetto di misura, ovvero ogni persona possiede le cose al di là di quella che può essere la sintonia con la propria natura.

In altre parole, ogni individuo deve essere in base a quella che è la sua personalità e questo permette di trovare la dimensione giusta per raggiungere il proprio benessere. In un romanzo degli anni Sessanta la Christie faceva dire ad uno dei suoi poliziotti “…Se è della giusta grandezza avrà successo…Tutto ha una sua misura…” (1967, pag. 33).

L’intrigo dell’esistenza

Che la vita nel suo complesso non sia facile da vivere non è un mistero, quello che sostiene nella gran parte dei casi è la potenzialità insita in ogni processo vitale, ovvero quel dispiegarsi secondo varie direzioni, spesso le più disparate possibili. Ed è proprio in questo, piuttosto che nel possesso, l’intrigo dell’esistenza. “…La tua vita è un bambino ancor non nato…” ribadisce Maria Luisa Spaziani in un sua poesia (1979, pag. 105). Ogni vita merita di essere vissuta, ogni vita ha un suo fascino che è sintonico con la personalità di chi la vive, ogni vita è uno specchio di una vicenda umana sempre intrigante. Da questo punto di vista non esistono delle esistenze che siano più affascinanti di altre o delle ideologie che insegnano a vivere bene. Semplicemente esistono degli individui, ognuno con la sua caleidoscopica personalità, che indirizzano le loro vite. “…Potete lavorare dieci anni con un maestro cercando di capire…Ma ciò che imparerete è solo questo: che ognuno deve vivere la propria vita…” afferma Deng Ming – Dao (1998, pag. 97).

La strutturazione della vita si crea attraverso una serie di vicende che si accavallano nel tempo e che affollano di eventi positivi e negativi ogni ciclo vitale. Sono proprio questi episodi che plasmano la forza di ogni singola persona, la sua unicità, certamente non omologabile alle variabili che entrano a far parte del patrimonio materiale.

Ugo Riccarelli (2005, pag. 62 – 63) ci avverte “…La mentalità, la durezza della vita, la conoscenza… gettavano i fanciulli nel mezzo di un’esistenza che era difficile e faticosa… Avrebbero dovuto guadagnarsi rispetto e voce negli anni, per essere uomini e donne fatte, ma prima erano foglie al vento, fragili cose in balia del mondo…”.

L’avere come simbolo di potere

L’accumulo di merci – feticci comporta una forma di pseudosoddisfazione che si palesa nel guardarli, nell’elencarli, nel farne oggetto continuo della propria attenzione. Tutto questo sembra dare un senso alla propria esistenza, come se fosse un diario materiale nel quale si scrivono le tappe fondamentali del proprio ciclo vitale, testimoniate dagli oggetti posseduti. Ed è sempre la stessa storia al di là dell’evoluzione delle singole civiltà. La medesima ideologia si trova nelle culture di popolazioni non ancora contaminate dal modernismo e dal post – modernismo della civiltà occidentale.

L’etnologo Marcel Mauss in un saggio degli anni Cinquanta (2011, pag. 100), descrivendo la cultura di una popolazione tribale, ci spiega “…Ciascuno di questi oggetti preziosi, ciascuno di questi contrassegni di ricchezza… possiede una individualità, un nome, delle qualità, un potere…”. Che tutto questo possa essere in rapporto a qualche bisogno fondamentale che nel corso dell’evoluzione è andato perso? In tal senso sembra coinvolgente l’ipotesi elaborata, seppure ironicamente, da Bruce Chatwin (1997, pag. 27) “l’uomo… aveva acquisito insieme alle gambe un istinto migratorio… e quando era tarpato trovava sfogo… nell’avidità… nella smania del nuovo…”.

La smania del nuovo

“La smania del nuovo” è quella che spinge a voler ricercare qualcosa che non si sa che cosa sia, a non accontentarsi mai di quello che si ha già, a non godere fermamente delle cose fatte. Tutto ciò contiene i semi dell’infelicità e rende estremamente complesso il vivere quotidiano.

Probabilmente la ragione è ascrivibile al fatto che, profondamente, aspiriamo al malessere piuttosto che al benessere. La poetessa Saffo (1996, pag. 29) ha il coraggio di ammetterlo “…Non spero mai / di sfiorare il cielo con un dito…”.
Un’altra ipotesi potrebbe essere il continuo bombardamento sensoriale, che la società dei consumi effettua, e che rende dipendenti dalle novità. Presumibilmente bisognerebbe rieducare i sensi con le strategie pedagogiche della Montessori (1973, pag. 158) “… Noi dunque possiamo aiutare lo sviluppo dei sensi… graduando e adattando gli stimoli…”.

D’altra parte, il volere più di quello che si ha è un’esigenza legittima dell’essere umano, laddove essa è paradigmatica di un miglioramento della qualità della vita. La mistificazione è insita nel continuo processo di desiderare di più senza godere appieno di quello che nel frattempo si è raggiunto. In tal senso Carlson (1998, pag. 224 – 225) osserva “…Se pensi che di più sia meglio, non sarai mai soddisfatto… ricordati che anche se ottieni quello a cui stai pensando, non sarai… più soddisfatto di prima, perché continuerai a desiderare sempre di più…”.

Alla luce di ciò, il reperimento del proprio benessere passa attraverso una riscoperta della sobrietà e della semplicità, che consentono di apprezzare quello che si è, quello che si ha e quello che si fa. Si scopre così nella frugalità l’origine delle propria grandezza. “Temo un uomo dal discorso frugale- /…temo che egli sia grande…” (Dickinson, 1996, pag. 37).

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Adler, A. (1975). La conoscenza dell’uomo nella psicologia individuale (F. Parenti trad.). Roma: Newton Compton Editori.
  • Carlson, R. (1998). Non perderti in un bicchier d’acqua (T. Riva trad.). Milano: Bompiani.
  • Chatwin, B. (1997). Anatomia dell’irrequietezza (F. Salvatorelli trad.). Milano: Adelphi.
  • Christie, A. (1967). Miss Marple al Bertram Hotel (M. Mammana Gislon trad.). Milano: Mondadori.
  • Dickinson, E. (1996). 51 Poesie (M. Bacigalupo trad.). Milano: Mondadori.
  • Eggers, D. (2001). L’opera struggente di un formidabile genio. (G. Strazzeri trad.). Milano: Mondadori.
  • Mauss, M. (2011). Saggio sul dono (F. Zannino trad.). Milano: R. C. S. Libri.
  • Ming – Dao, D. (1998). Il Tao per un anno (A. Rusconi trad.). Milano: R. L. Libri.
  • Montessori, M. (1973). La scoperta del bambino. Milano: Garzanti.
  • Riccarelli, U. (2005). Il dolore perfetto. Milano: Mondadori.
  • Saffo (1996). Poesie. Milano: Mondadori.
  • Spaziani, M. L. (1979). Poesie. Milano: Mondadori.

Il Progetto Calcio Sociale: un programma di riabilitazione per pazienti psichiatrici.

 

 

Il CSM 5 dell’AUSL di Viterbo ha avviato un programma di riabilitazione psichiatrica denominato “Calcio Sociale”.

Il calcio sociale sta avendo una larga diffusione. Si basa su principi e valori che mirano a diffondere la cultura dell’inclusione, dell’accoglienza e del rispetto delle diversità, per una promozione umana integrale.

Il calcio come metafora della vita riveste un carattere pedagogico e assume un valore riabilitativo. L’attenzione è spostata dagli handicap alle risorse, dalle disfunzioni ai punti di forza dei soggetti considerati problematici.

Le regole comportano che le squadre partecipanti a tornei e competizioni siano il più possibile eterogenee e accolgano al loro interno giocatori di differente età, sesso e condizione.

Il progetto del CSM5 prevede la partecipazione di pazienti in carico al servizio, operatori, familiari e il coinvolgimento di associazioni, istituzioni locali e utenti di altri servizi.

Le finalità sono molteplici:

  • promuovere interventi contro lo stigma;

  • sollecitare la partecipazione attiva di familiari, associazioni e istituzioni nella promozione della salute mentale;

  • operare interventi di riabilitazione e psicoeducazione;

  • promuovere una cultura dell’inclusione che favorisca la piena partecipazione alla vita sociale di soggetti troppo spesso esclusi ed emarginati.

Le regole del gioco sono state adottate in riferimento al regolamento dell’ASSOCIAZIONE CALCIOSOCIALE (ISICULT, 2010).

La filosofia a cui si ispirano ha come obiettivo quello di non creare eccessive differenze tecniche tra squadre in competizione, in modo che i singoli partecipanti possano vivere l’esperienza in modo costruttivo seguendo un percorso di crescita personale. I componenti delle squadre si mettono in gioco con se stessi e in relazione agli altri, consapevoli dei propri limiti e delle proprie risorse, in un clima di cooperazione.

Alcuni esempi possono rendere meglio lo spirito che anima il progetto:

  • il rigorista è il giocatore con minor coefficiente tecnico;

  • ogni giocatore non può segnare più di tre goal a partita;

  • i due capitani insieme all’arbitro prendono di comune accordo le decisioni tecniche;

  • in ogni squadra è presente un educatore;

  • tutti i giocatori devono ruotare in modo da giocare lo stesso numero di minuti;

  • all’inizio e alla fine di ogni partita le squadre si riuniscono in cerchio a centrocampo e condividono pensieri ed emozioni.

Il progetto prevede una valutazione sugli effetti della riabilitazione in relazione alla diminuzione dei sintomi, all’incremento della metacognizione dei soggetti partecipanti e al loro funzionamento complessivo. I dati del gruppo sperimentale saranno confrontati con quelli di un gruppo di controllo. Gli strumenti di valutazione utilizzati sono la SCL-90 (Derogatis, 1994) , il Metacognitions Questionnaire (Cartwright, Wells, 2002) e la Scala per la Valutazione Globale del Funzionamento (APA, 2000) somministrati all’inizio dell’intervento e a distanza di un anno.

La Symptom Checklist-90-R è uno strumento autosomministrato. Nella sua versione definitiva la scala risulta composta da 90 item e valuta la presenza e la gravità di sintomi di disagio psichico nell’ultima settimana (incluso il giorno in cui avviene la valutazione) in diversi domini. A ogni item viene attribuito un punteggio su una scala Likert a cinque punti. La natura multidimensionale della SCL-90-R consente di ottenere informazioni specifiche rispetto al disagio sintomatologico nei diversi domini indagati, oltre che informazioni più generali attraverso la lettura degli indici globali.

Il Metacognitions Questionnaire misura contenuti metacognitivi. E’ composto da 65 item che formano 5 sottoscale: credenze positive sul rimuginio; credenze negative sul rimuginio; efficienza e fiducia metacognitive; credenze negative generali; autoconsapevolezza cognitiva. Gli item sono valutati su una scala Likert a 4 punti.

La Scala per la Valutazione Globale del Funzionamento considera il funzionamento psicologico, sociale e lavorativo nell’ambito di un ipotetico continuum salute-malattia mentale. Si compone di 11 range con un punteggio che varia da 1 a 100. Il punteggio è assegnato dal curante che dispone delle informazioni sul paziente.

L’intervento di riabilitazione proposto può risultare efficace per rimediare ai deficit cognitivi e comportamentali (ritiro sociale, scarsa iniziativa e resistenza allo stress, incapacità di mantenere ruoli sociali) (Bellack, 2003).

L’attività dovrebbe consentire di migliorare l’autostima e l’autoefficacia ampliando e ristrutturando la prospettiva negativa e autocritica dei pazienti (Brenner et al., 1997).

In un’atmosfera emotiva calda e accogliente l’interazione tra i componenti della squadra che perseguono uno scopo comune secondo regole condivise può migliorare i deficit nell’area della memoria e dell’attenzione, le abilità ricettive ed espressive, l’assertività e le capacità metacognitive.

Molti studi ormai dimostrano che le abilità che consentono di identificare gli stati mentali e di intervenire su di essi, attribuendo a se stessi e agli altri emozioni, scopi e credenze sono essenziali per adottare piani funzionali per la vita relazionale e l’adattamento all’ambiente (Carcione, Nicolò, Procacci, 2012).

Una riabilitazione cognitivamente orientata ha sempre come obiettivo il cambiamento di credenze su di sé, sugli altri, sul mondo ma le modalità con le quali si mira ad ottenere il risultato, come avviene normalmente anche nella vita, sono di tipo esperienziale.

La squadra di calcetto del CSM5 è composta da sette pazienti, un infermiere professionale, uno psichiatra e uno psicologo.

Quattro dei sette pazienti che hanno dichiarato la disponibilità a intraprendere il programma hanno una diagnosi di schizofrenia di tipo paranoide (DSM IV F.20.0X), uno ha una diagnosi di disturbo psicotico NAS (DSM IV F.29), tutti vengono trattati farmacologicamente con neurolettici di nuova generazione; un soggetto ha diagnosi di disturbo depressivo maggiore ricorrente (DSM IV F. 33. X) e viene trattato con neurolettico di nuova generazione, stabilizzatore dell’umore e psicoterapia; il settimo partecipante ha diagnosi di disturbo borderline di personalità (DSM IV F. 60.31) con trattamento psicoterapeutico. La scala per la Valutazione Globale del Funzionamento dei pazienti in fase di stabilizzazione al momento dell’intervento presenta un range che varia da 55 a 60 punti (sintomi moderati – es: affettività appiattita e linguaggio circostanziato, occasionali attacchi di panico oppure moderate difficoltà nel funzionamento sociale, lavorativo e scolastico – es: pochi amici, conflitti con i compagni di lavoro).

I soggetti del gruppo di controllo sono stati selezionati in modo da avere omogeneità con il gruppo sperimentale relativamente alla diagnosi, al trattamento e alla valutazione globale del funzionamento.

L’attività è appena iniziata. Sono stati somministrati i test d’ingresso e spiegato il razionale del programma con un intervento di psicoeducazione circa il significato del regolamento adottato. Sono stati svolti alcuni allenamenti e un paio di partite con pazienti del SERT e di un Centro Diurno.

Alla ripresa, dopo la pausa estiva, sono previsti incontri ad hoc con familiari, associazioni di volontariato e istituzioni per organizzare tornei e competizioni con una larga partecipazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  •  American Psychiatric Association, (2000) Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders Fourth Edition, Text Revision (DSM IV –TR), Masson, Milano.  ACQUISTA ONLINE LA QUINTA EDIZIONE
  • Bellack, A.S. et al. (2003) Social Skills Training per il trattamento della schizofrenia, Centro Scientifico Editore, Torino.  ACQUISTA ONLINE
  • Brenner, H.D. et al.(1997) Terapia Psicologica Integrata. Programma strutturato per la riabilitazione del paziente schizofrenico, Mc Graw-Hill, Milano.  ACQUISTA ONLINE
  • Carcione, A., Nicolò, G., Procacci, M. (2012) Manuale di terapia cognitiva delle psicosi, Franco Angeli, Milano.  ACQUISTA ONLINE
  • Derogatis, L.R. (1994). Symptom Checklist-90-R: Administration, scoring, and procedures manual (3rd ed.). Minneapolis, MN: National Computer Systems.  ACQUISTA ONLINE
  • ISICULT (2010) Intervista a Massimo Vallati. Presidente Associazione Calcio Sociale, Roma, www. Isicult.it
  • Wells, A. (2002) Disturbi emozionali e metacognizione, Erickson, Trento.  ACQUISTA ONLINE

La globalizzazione comporta la scomparsa della varietà linguistica?

FLASH NEWS

 

 

Il progresso tecnologico, lo sviluppo economico, la globalizzazione, sono tutti fattori di crescita che favoriscono l’integrazione e facilitano gli scambi e la comunicazione tra le diverse aree del mondo. Tuttavia, questi fenomeni portano anche a una maggiore omogeneità culturale a discapito delle tradizionali differenze.

Un esempio è dato da ciò che sta accadendo alla lingua, poiché alcune di loro sono in via di estinzione.

Un recente studio dell’università di Cambridge mostra come la crescita economica sia una delle cause principali della scomparsa di lingue minoritarie e prova a identificare quali possano essere i motivi di tale minaccia.

Innanzitutto sono stati individuati tre fattori di rischio:

  • le dimensioni ridotte della popolazione di riferimento (un numero limitato di “parlanti”);

  • ridotte dimensioni anche dell’area geografica in cui la lingua è diffusa;

  • cambiamento della popolazione (inteso come diminuzione dell’uso del linguaggio all’interno della popolazione).

 

Sulla base di queste dimensioni i ricercatori hanno trovato che i livelli di Gross Domestic Product – prodotti domestici all’ingrosso (GDP) mostrano una correlazione con la perdita della diversità linguistica, ovvero maggiore è il successo economico maggiore è la rapidità con cui la varietà linguistica scompare.

Con lo sviluppo economico, infatti, spesso una lingua diventa dominante per i mercati, di conseguenza anche a livello politico e nazionale, e le persone sono costrette ad adottare la lingua prevalente per non essere tagliati fuori.

In ogni caso non è solo una questione di uso prioritario, sono sempre di più le comunità che, per questo motivo, rinunciano del tutto ad insegnare la loro lingua tradizionale alle nuove generazioni che di conseguenza perdono parte del loro patrimonio culturale. Il linguaggio utilizzato da una popolazione non è soltanto uno strumento di comunicazione ma parte dell’identità personale e sociale di quella società culturale.

Pare, dunque, che le aree più soggette a questo processo siano l’Australia del nord, il nord-ovest di Stati Uniti e Canada, ma anche i tropici e le regioni dell’Himalaya che sono in rapida crescita economica così come Brasile e Nepal.

Le più importanti organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e il Worldwide Found for Nature sono già attivamente impegnate per promuovere la tutela della diversità linguistica ma suggeriscono anche che incoraggiare il bilinguismo è un’ottima strategia di salvaguardia della diversità oltre al suo valore intrinseco: è noto infatti che i bambini bilingui hanno molti vantaggi sul piano educativo, cognitivo e d’interazione sociale.

Come afferma il Dr Tatsuya Amato, del dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge: “Ovviamente ognuno ha il diritto di scegliere quale lingua parlare, ma preservare lingue morenti è importante per mantenere la varietà della cultura umana in un mondo che è sempre più globalizzato.”

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Le promesse e le trappole di un Approccio Transdiagnostico: Thomas Ehring – EABCT 2014

 EABCT 2014 The Hague

Report dal congresso

 

 

TUTTI I REPORTAGE DAI CONGRESSI EABCT

L’assemblaggio di tecniche evidence-based non è una terapia evidence-based.  

Una delle prime letture magistrali del congresso è affidata a Thomas Ehring, esperto di ruminazione e rimuginio o più in generale, come lui preferirebbe: pensiero negativo perseverativo.

Conosco personalmente Thomas da qualche anno, so che è della corrente dei processualisti transdiagnostici, coloro che hanno spostato l’attenzione dai contenuti cognitivi ai processi ma senza virare a protocolli di training squisitamente esperienziali della serie mindfulness-based interventions (MBI).

Mi stupisco di vederlo in questa posizione entro un congresso di Terapia cognitivo-comportamentale dove negli ultimi anni ha regnato il binomio tra terapia cognitiva classica e approcci basati su mindfulness. Anche lui sembra un po’ stupito all’inizio, pochi processualisti non sono stati messi all’angolo in anni recenti.

Però in breve si abitua, si prepara e apre un vaso di pandora che molti conoscono e di cui pochi parlano. La questione in sintesi è la seguente: (1) i pazienti presentano contemporaneamente un quadro variegato di sintomi, non sono così lineari come i manuali diagnostici vorrebbero farci credere, (2) questo porta il terapeuta a costruire percorsi individualizzati basati su assemblaggio a intuito di diverse tecniche cognitivo-comportamentali (un sistema modulare), (3) questa strategia è la più utilizzata ma anche la meno validata scientificamente e porta con sé il rischio dell’essere eclettici prima che scientifici, (4) per quanto comprensibile è una tattica che apre il divario tra scienza e pratica clinica e mina alcune basi del nostro lavoro come psicoterapeuti: l’assemblaggio di tecniche evidence-based non è una terapia evidence-based. 

Posto il problema si aprono le soluzioni. Potremmo spingere verso protocolli specifici e lottare contro la tendenza a una terapia individualizzata, ma non è una opzione in cui crede Thomas Ehring. La sua alternativa è cercare di semplificare la concettualizzazione dei casi clinici in pochi processi che sottendono molti sintomi e costruire interventi validati non tanto sulle diagnosi ma su processi transdiagnostici.

L’esempio cardine tra i processi transdiagnostici è il rimuginio. Nella prospettiva di Ehring il rimuginio potrebbe anche avere una componente adattiva, ma assume atteggiamento maladattivo se interagisce con altri aspetti: (1) credenze metacognitive su danno e incontrollabilità del rimuginio (Wells, 2009), (2) bias nell’attenzione selettiva su stimoli a valenza negativa, (3) tentativi di sopprimere il rimuginio con comportamenti disfunzionali (es. uso di alcool), (4) eccessiva astrattezza del rimuginio.

La concettualizzazione del problema è molto vicina alla Teoria Metacognitiva di Adrian Wells, ma Thomas cerca di rimanere attaccato alla terapia cognitivo-comportamentale classica. Lo fa in due modi. Innanzitutto attraverso implicazioni terapeutiche che richiamano la Rumination-focused CBT: (1) psicoeducazione su natura ed effetti del rimuginio, (2) uso dell’analisi funzionale per identificare stimoli attivatori e conseguenze rinforzanti del rimuginio, (3) uso di training cognitivi ed esperienziali per insegnare al paziente come spostarsi da una modalità di pensiero astratto a una più concreta.

E poi cerca di salvare i contenuti. Intervento su processi e su contenuti potrebbe avere diversa importanza per diversi pazienti e che sarebbe importante studiare come e in che misura può essere utile un approccio integrato.

Questo cenno nelle prospettive di ricerca futura però è ciò che lascia ai contenuti e agli schemi cognitivi. Un po’ poco, ma forse sufficiente per tenere un ponte tra vecchia e nuova generazione.

Anche lui sembra stupito.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • EABCT Congress Magazine 2014. DOWNLOAD

Come e quando ridurre il dolore: dentro la regolazione emotiva – EABCT 2014

EABCT 2014 The Hague 

Report dal congresso

 

 TUTTI I REPORTAGE DEI CONGRESSI EABCT

Ieri è iniziato il congresso annuale della European Association of Behavioral and Cognitive Therapy a Den Haag (Aia) in Olanda. Il tema principale è una sfida tanto proibitiva quanto centrale per il futuro della psicoterapia: la costruzione di un ponte stabile tra mondo della ricerca e quello della pratica clinica. In un’epoca di disgregazione teorica e moltiplicazione degli interventi tecnici, si tenta di identificare alcuni punti saldi attraverso l’indagine scientifica.

Costrutti tanto consumati da apparire vaghi e confusi, sono presi d’assalto. Uno di questi è la regolazione emotiva, processo considerato deficitario in molti disturbi psicologici e nucleo portante di varie forme di psicoterapia individuale e di gruppo. Gli interventi che aiutano la regolazione emotiva sono utili. Ma quali nel dettaglio? Su cosa intervengono nello specifico? Quando sono preferibili?

Sven Barnow apre il simposio con alcune riflessioni in questa direzione. Gli interventi di regolazione emotiva sono assemblaggi variegati che possono assumere efficacia maggiore se si colgono quali tecniche operano meglio. Per esempio, il perspective taking, acquisizione di una prospettiva diversa dalla propria innanzi a una questione interpersonale, è la più efficace forma di regolazione emotiva.

Anche la rivalutazione della situazione (reappraisal) riduce l’intensità emotiva ma solo in risposta al ricordo di un evento stressante. Fallisce nel momento in cui viene applicata su persone che sperimentano on-line un elevato livello di cortisolo nel sangue (stress). Questo può spiegare la distinzione tra cognizioni fredde e calde.

Rivalutare il problema riduce lo stato d’animo negativo solo se la persona non è immersa nel problema. Applicarlo quando si è immersi nel problema può addirittura tenere agganciati al problema e allo stimolo che lo genera. Persone che utilizzano il reappraisal per gestire i conflitti interpersonali mostrano una peggiore performance nella gestione dei conflitti. Il reappraisal non spinge a fronteggiare la situazione ma a una passiva ricerca di ulteriori spiegazioni (Tamir & Ford, 2011).

Poi si entra negli studi di efficacia. Le tecniche di regolazione emotiva non si devono limitare alla riduzione delle emozioni ma anche controbilanciare processi psicopatologici. In questa direzione gli studi mostrano buoni risultati rispetto alla riduzione dei conflitti, aumento delle capacità di problem solving, riduzione della ruminazione mentale.

Ciò che manca è un effetto sulla tendenza alla soppressione di pensieri ed emozioni negative. Gli individui continuano a considerare le emozioni negative come un male piuttosto che un’ esperienza normale. Esistono una serie di aree della vita in cui le emozioni negative sono utili all’individuo.

Un aspetto centrale cui devono prestare attenzione i training di regolazione emotiva è NON trasmettere l’idea che ansia, rabbia e tristezza richiedano sempre un intervento di autoregolazione. L’eliminazione delle esperienze negative non sempre è adattiva.

 

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REGOLAZIONE EMOTIVA

 

BIBLIOGRAFIA:

Le correlazioni tra un’infanzia traumatica e l’obesità da adulti

FLASH NEWS

 

 

Subire abusi, emotivi o comportamentali durante l’infanzia pare aumenti il rischio di obesità nell’età adulta.

Questa è la conclusione a cui giunge una meta-analisi eseguita dai ricercatori del Karolinska Institute in Svezia e pubblicata sulla rivista Obesity Reviews, realizzata su 23 studi che comprendevano un totale di 112.000 partecipanti.

Nello studio è stato dimostrato che l’abuso fisico subito durante l’infanzia aumenta il rischio di obesità del 28 per cento, l’abuso emotivo del 36 per cento, gli abusi sessuali del 31 per cento, e un abuso non meglio specificato del 45 per cento. In generale, coloro che hanno subito gravi esperienze di abuso mostrano un rischio di obesità pari al 50 per cento rispetto al 13 per cento di chi ha subito un abuso moderato.


In sostanza, si evidenzia che gli eventi di vita difficili lasciano delle tracce che possono manifestarsi tardivamente nella vita attraverso dei disturbi fisici. Praticamente, eventi negativi portano a maggiore stress, pensieri ed emozioni negative, stanchezza mentale che si traduce in un possibile aumento di infiammazioni in diverse parti corporee, un abbassamento delle difese immunitarie e del metabolismo che è legato alla obesità.

Questi eventi di vita, dunque, avrebbero un impatto negativo sulla regolazione dell’appetito, sul metabolismo e sul comportamento alimentare fino a modificare una serie di abitudini che alla lunga portano al manifestarsi dell’obesità.


I risultati pubblicati indicherebbero la causalità dell’abuso sull’obesità. Tuttavia, non tutti coloro che sono sottoposti ad abusi svilupperanno ovviamente obesità, e non tutti gli individui obesi sono stati abusati, quindi ci sono ovviamente altre variabili intervenienti che determinerebbero in maniera incisiva il manifestarsi della malattia, come ad esempio i fattori psicologici.

Questi dati ottenuti potrebbero aiutare a smentire i numerosi pregiudizi che esistono sulle persone che sono in sovrappeso, in quanto dimostrano che l’obesità è causata da molti fattori e non solo dall’eccesso di cibo o da uno stile di vita sedentario. Per questo, bisognerebbe adottare un approccio olistico nel trattamento e nella prevenzione dell’obesità, dove è data più importanza all’infanzia dell’individuo e agli aspetti psicologici ed emotivi rispetto ad altro. Tutto ciò potrebbe essere utilissimo in terapia per ottenere effetti più duraturi e positivi per la cura dell’obesità.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Più stupido di una scimmia? Intelligenza di uomo e primati a confronto

Sirotti Elena & Di Dodo Valentina 

OPEN SCHOOL

 

Nel linguaggio comune se le parole scimmia e intelligenza vengono usate nella stessa frase, generalmente si ha a che fare con un’offesa. Ma le scimmie sono davvero così stupide?

Anni di ricerche hanno evidenziato nei nostri cugini primati abilità empatiche, di problem solving e comunicative. Oggi un altro baluardo dell’intelligenza umana crolla: anche nei giochi di strategia gli scimpanzé sembrano essere abili, forse più dell’uomo.

Un recente esperimento effettuato da alcuni scienziati del Primate Reserch Institute dell’università di Kyoto e del California Institute of technology di Pasedena, ha dimostrato che gli scimpanzé sono più abili nei giochi strategici rispetto agli esseri umani.
I ricercatori hanno utilizzato la teoria dei giochi per fare previsioni su scelta e dinamica temporale in tre differenti situazioni competitive.

In uno di questi compiti i due partecipanti dovevano scegliere tra due quadrati identici (destra o sinistra) su uno schermo, la scelta veniva poi mostrata dal computer all’avversario. Il primo partecipante vinceva quando sceglieva il quadrato opposto a quello dell’avversario (destra-sinistra); il secondo partecipante vinceva quando sceglieva lo stesso quadrato dell’avversario (destra-destra). Alla fine del compito solo uno era il vincitore e riceveva una ricompensa adeguata: una mela per gli scimpanzé e dei soldi per gli uomini.

Analizzando i risultati i ricercatori hanno notato che gli esseri umani arrivavano lentamente a una strategia, senza mai avvicinarsi al gioco ottimale stabilito dalla teoria dei giochi. Invece gli scimpanzé imparavano velocemente a riconoscere le mosse dell’avversario e usavano un metodo di gioco ottimale. Questo accadeva anche quando venivano introdotte nuove regole, scambiati i ruoli o modificate le ricompense.

I ricercatori hanno osservato che questi risultati sono solo in apparenza così strabilianti. In realtà, come sottolineato da Colin Camerer, gli scimpanzé per sopravvivere hanno dovuto sviluppare e mantenere numerosi comportamenti di tipo competitivo e varie abilità strategiche per analizzare e anticipare il comportamento dei predatori. Mentre, nel corso dell’evoluzione, gli uomini hanno sviluppato maggiormente comportamenti cooperativi e pro-sociali.

 Sempre in ottica evolutiva, per gli scimpanzé sono numerosi i vantaggi nell’essere forti, veloci e precisi nei comportamenti di dominanza, mentre nella società umana queste abilità portano a minori benefici essendo una società meno agonistica e competitiva rispetto al mondo animale.

Un’ulteriore attenuante per le peggiori prestazioni ottenute dall’uomo in questo tipo di compiti è l’assenza dell’uso del linguaggio.

I ricercatori sottolineano l’importanza del linguaggio nell’uomo anche a livello corticale. Infatti, aree celebrali che negli scimpanzé sono dedicate alla memoria e alla processazione di stimoli visivi, rilevanti in questo tipo di compiti, sono state sostituite nell’uomo dalle aree dedicate al linguaggio e alla processazione semantica, abilità non utilizzata in questo tipo di ricerca.

Quindi per ora il nostro orgoglio è salvo.

Anche se gli scimpanzé hanno molte abilità e caratteristiche che li accomunano alla specie umana, esse non possono essere comparate in modo diretto. Nelle due specie, infatti, queste abilità hanno assunto nel corso dell’evoluzione funzioni e scopi diversi: un comportamento intelligente per una scimmia non è funzionale al raggiungimento degli scopi prioritari per l’uomo e viceversa.

 

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 Il sentire delle voci si potrebbe considerare come una strategia di sopravvivenza ingenua e creativa che non dovrebbe essere vista come un sintomo di malattia, ma come una esperienza significativa e complessa che va esplorata.

Nel 2013 Eleonor Longden racconta su TED, un canale divulgativo americano, la sua storia come uditrice di voci. Oggi il link del suo discorso pubblico ha ricevuto ben 2,496,324 visite ed è stato tradotto in 33 lingue .

Dopo aver passato diversi anni tra ambulatori medici ed ospedali, Eleonor ha superato la sua diagnosi di schizofrenia ed è oggi laureata in psicologia e prosegue gli studi tramite un dottorato di ricerca. Il suo messaggio è quello che sia possibile cambiare visione sulla malattia mentale scostandosi da un modello medico-centrico e dimostrare, anche dal punto di vista scientifico, che le sue voci non sono altro, come nel suo caso, che una reazione sana a circostanze insane.

La psicologa inglese afferma infatti che nonostante la medicina tradizionale possa pensarla diversamente, né lei né gli altri uditori di voci sono persone matte o soprattutto malate. Si potrebbe invece considerare questo fenomeno come una strategia di sopravvivenza ingenua e creativa che non dovrebbe essere vista come un sintomo di malattia, ma come una esperienza significativa e complessa che va esplorata.

I dati oggi a nostra disposizione dicono che circa il 4% della popolazione sente le voci e solo una minor parte di persone si rivolge ai servizi di salute mentale (Beavan et al. 2011). Infatti, circa un terzo degli uditori di voci afferma che tale esperienza non causa loro disagio e quindi non sente la necessità di essere aiutato. Un’altra ragione per cui le persone tendono in prima istanza a nascondere la loro esperienza è perché, come afferma Eleonor:

persone come me, che ammettono di sentire voci, possono generalmente aspettarsi due cose: una diagnosi di insanità e una terapia farmacologica pesante.

 Tuttavia, non sempre tale esperienza è associata a problemi di salute mentale. In uno studio condotto su un campione di soggetti sani viene dimostrato che circa il 71% delle persone ha sentito una voce ad un certo punto della vita (Posey & Losch, 1983). Di questa percentuale il 39% erano pensieri detti ad alta voce, l’11% era la voce di Dio, ed un 5% conversazioni tra voci. Nello studio non fu trovata nessuna associazione tra questo fenomeno occasionale e problemi di salute mentale.

Un gruppo di professionisti della salute mentale (psicologi, psichiatri etc.), unitamente ad Intervoice1, credono che sia tempo di riconsiderare l’etichetta di schizofrenia e le medicine implicate nel trattamento. Si crede invece fortemente che tali persone dovrebbero ascoltare ed esplorare la propria esperienza nel tentativo di darle un senso, e questo sarebbe possibile interagendo con le voci nella loro testa.

Il Dr. Rufus May, anch’egli esperto per esperienza e psicologo clinico, sostiene che lo scopo di connettere le persone con le loro voci è quello di permettergli di incorporarle nella loro vita quotidiana di modo che esse non provochino più disagio.

Egli afferma che:

Le voci in quanto tali non sono il vero problema, è invece importante la relazione che la persona ha con le voci. Quindi, invece che essere qualcosa che vogliamo evitare e sopprimere a tutti i costi, come vorrebbe il tradizionale modello psichiatrico di malattia mentale, dovremmo incoraggiare le persone ad affrontare queste voci, comprenderle e lavorarci insieme.

Ci sono testimonianze di persone che dicono che le voci negative possono essere trasformate in una esperienza positiva, ad esempio se una voce ti sta dicendo di ammazzarti questo potrebbe essere espressione del fatto che ciò che stai provando è rabbia. Quindi colui che sente questa voce potrebbe risponderle: Grazie per aver portato alla mia attenzione questo mio sentimento. Non farò quello che mi dici ma mi hai fatto capire che ci sono delle cose di me che devo cambiare e mi impegnerò a farlo!

Dialogare con le proprie voci è un momento importante in cui le voci possono svelare la loro identità e rivelare cose mai dette prima alla persona (Cortens, et al, 2011). Per alcuni individui, tale esperienza può migliorare la loro auto-consapevolezza dei problemi emotivi e sociali sottostanti che sono relazionati alla presenza delle voci e può produrre un rapporto più sereno e produttivo tra le voci e la persona in questione.

Spesso infatti le voci sono legate a traumi o eventi di vita e coloro che vedono i loro sintomi come risposte coerenti, significative e potenzialmente formative ad eventi di vita hanno un potenziale di guarigione maggiore di coloro che vedono la psicosi come un evento aberrante e casuale che è al di fuori del loro controllo. Tuttavia dialogare con le voci non è alquanto facile, per cui spesso occorre appoggiarsi a gruppi di auto mutuo aiuto per uditori di voci o esperti per professione (tramite percorsi psicoterapici o farmacologici integrativi).

Per quanto riguarda la storia di Eleonor, il suo percorso di guarigione cominciò quando incontrò uno psichiatra che oltre ad ascoltare la sue esperienza e cosa lei pensasse della sua esperienza, le consigliò di parlare con le sue voci, perché probabilmente esse avevano un significato simbolico che la poteva aiutare a guarire. Lo psichiatra la incoraggiò quindi a parlare e rispondere loro quando le sentiva. Eleonor afferma:

…cominciai a far loro delle domande, e le loro risposte mi fecero pensare a quelli che potevano essere le mie emozioni nascoste, questo fu molto importante, in un secondo momento cominciai a negoziare con le voci, dando per esempio degli appuntamenti in cui ci potevamo parlare in momenti più tranquilli in cui entrambe eravamo a disposizione.

Oggi Eleonor sente ancora occasionalmente le voci, solo quando è molto stressata, ma al contrario di prima è in pieno controllo di questa esperienza e la vede come un segnale, un termometro dello stress e, come spesso dice,  quello di mia mamma è l’emicrania, il mio sono le voci.

 

 

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Un recente studio condotto tra Cina e Stati Uniti dall’Università del Michigan ha riscontrato che un atteggiamento negativo da parte del leader non influisce negativamente solo su chi lo subisce, ma ha ripercussioni su tutto il gruppo.

Per questa ricerca sono stati studiati 51 gruppi di lavoro in Cina e successivamente lo studio è stato replicato in condizioni controllate in un laboratorio negli Stati Uniti con 300 partecipanti circa.

Oggetto di studio sono stati gli abusi di tipo non-fisico, come ad esempio maltrattamenti verbali o email umilianti, e i risultati dimostrano che la vittima di tali abusi si sente svalutata e contribuisce meno al gruppo, ma anche gli altri membri della squadra ne subiscono effetti indiretti e l’intero gruppo può entrare in conflitto.

Il superiore che scredita un lavoratore o lo mette in ridicolo, infatti, non solo influenza negativamente il lavoro e il comportamento della vittima ma può scatenare simili comportamenti di ostilità reciproca anche tra gli altri componenti del gruppo.

Secondo Crystal Farh, ricercatore, queste scoperte potrebbero essere spiegate dalla teoria dell’apprendimento sociale secondo cui le persone imparano e mettono in atto comportamenti basati sull’osservazione dell’altro, in questo caso il capo.

Studi come questo sono di grande rilevanza per quelle compagnie che si trovano ad affrontare gruppi di lavoro difficili o con leader maltrattanti, mette in luce la necessità di lavorare per migliorare non soltanto la leadership ma anche le relazioni interpersonali che si sono instaurate all’interno del gruppo e soprattutto indirizzare gli sforzi verso la ricostruzione della fiducia reciproca e di un clima armonioso, oltre che a risanare l’autostima della vittima dei maltrattamenti.

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STRESS LAVORO-CORRELATO E RUOLO DOCENTE

Abstract

Quella dell’insegnante e’ considerata una professione di aiuto a pieno titolo e vista dall’opinione pubblica come una condizione privilegiata,della quale medici e psichiatri sottovalutano la conseguente “componente stressogena” (cfr. Lodolo D’Oria, Bulgarini d’Elci, Bonomi , Della Torre, Di Valsassina, Fasano, Giannella, Ferrar, Waldis, Pecori e Giraldi, 2009). Questo articola riporta i più noti studi sull’argomento e ne mette in rilievo i punti nevralgici.

Indice

Capitolo 1 Prima Parte

Introduzione al lavoro di Tesi

1.1. Lo stress come costrutto psicologico: fenomenologia dello stress e processi correlati. pag. 4
1.1.2 Le variabili organizzative connesse allo stress lavoro correlato. pag. 5
1.1.3. Stress lavoro correlato, benessere organizzativo e ruolo docente. pag. 7
1.1.4. Il Modello VARP. pag. 8

Capitolo 2

Introduzione alla seconda parte

2.1.Considerazioni conclusive. pag. 10

Bibliografia. pag. 13

Capitolo Primo

Introduzione

Quella dell’insegnante e’ considerata una professione di aiuto a pieno titolo e vista dall’opinione pubblica come una condizione privilegiata, della quale medici e psichiatri sottovalutano la conseguente “componente stressogena” (cfr. Lodolo D’Oria, Bulgarini d’Elci, Bonomi , Della Torre, Di Valsassina, Fasano, Giannella, Ferrar, Waldis, Pecori e Giraldi, 2009).

In uno studio di Pithers e Fogarty (1995) si sostiene, sia la modalità pervasiva con cui il costrutto lavoro stress-correlato entra a far parte del mondo della scuola, sia il fatto di non avere disponibilità di strumenti investigativi su uno o più pattern psicopatologici in modo tale da essere oggetto di una valutazione standardizzata. Su questa linea gli autori propongono uno strumento denominato Occupational Stress Inventory (l’acronimo corrispondente e’ OSI) che, nello specifico, misura lo stress sul lavoro (nel contesto scolastico) e le strategie di Coping del soggetto.

In una ricerca condotta in Spagna con 724 insegnanti di scuola primaria e secondaria, e’ emerso un dato particolarmente significativo ovvero che gli insegnanti percepiscono come barriere allo svolgimento del proprio lavoro livelli elevati di stress e ansia. Tali disfunzionalità, a livello di funzionamento psichico, creano una maggiore difficoltà nello svolgimento delle proprie mansioni lavorative (tra cui riunioni, piani di lavoro, organizzazione inter-dipartimentale). Gli insegnanti sono costretti, in mancanza di altre risorse, a basarsi spesso su livelli di auto-efficacia (il più delle volte tuttavia inadeguati al proprio ruolo) e su strategie di Coping sovente inefficaci come discuteremo più avanti.

Dallo studio condotto da Pithers e Soden (2010) viene sottolineato il fatto che il ruolo docente (anche nelle scuole statunitensi) e’ sottoposto a livelli significativi di stress rispetto al tipo di lavoro svolto, ai ritmi e ai tempi impiegati nell’arco della giornata dai singoli insegnanti per affrontare al meglio la propria professione.

  1.1 Lo stress come costrutto psicologico: fenomenologia dello stress e processi correlati

Lo stress, termine che rimanda ai concetti di “stretto”, “chiuso”, “compresso”, e’ stato particolarmente studiato a partire dalla seconda metà del ‘900. Colui che si e’ proposto come pioniere nell’approfondimento scientifico del termine stress, e’ Hans Selye. Egli (1973) ha definito lo stress come risposta aspecifica dell’organismo per ogni richiesta effettuata su di esso dall’ambiente esterno.

Selye parla di Sindrome generale di adattamento ovvero General Adapatation Syndrome e utilizza l’acronimo GAS (1950). Tale quadro sindromico risulta suddiviso in tre categorie: vi e’ una prima fase definita di “allarme”, un secondo step definito “fase di resistenza” ed un’ultima fase denominata “esaurimento funzionale”. Selye attraverso i suoi numerosi esperimenti associò ognuna delle tre fasi ad un rilascio di ormoni corticali specifici e disponibili in quel dato momento. Riconobbe anche il ruolo determinante dell’ipofisi nella risposta dell’organismo allo stress.

La letteratura indica che il concetto di stress raccoglie in sé due aree, una definita eustress (reazione positiva), ed una definita distress (reazione negativa). Il soggetto stressato, quindi, avverte la necessità di impiegare risorse ed energie superiori a quelle che utilizza normalmente.

Lo studioso Lazarus (1966) ha introdotto il termine coping per delineare un tipo di risposta finalizzata a mantenere uno stato di equilibrio. Il soggetto, quindi, agisce in modo tale da fornire risposte adeguate che si focalizzano sui compiti e sulle emozioni provate.
Lazarus sostiene (1996) che il ruolo giocato dal fattore “sostegno sociale” e’ di primaria importanza e rappresenta una dimensione trasversale a molte strategie di coping.

E’ dunque probabile che il legame tra coping e benessere assuma una circolarità, in quanto entrambi si influenzano reciprocamente.
All’interno di una qualsiasi organizzazione, compresa quella scolastica, l’individuo necessita di potenziare al massimo le proprie ‘capacita’ di adattamento’ in modo da potersi allineare alle continue trasformazioni del mondo del lavoro.

Burke (2002) propone un modello che ingloba il coping nei paradigmi più generali dello stress e prende in considerazione diversi aspetti: l’ambiente lavorativo, la valutazione cognitiva dell’evento, le reazioni individuali agli stressors, il benessere e l’assenza di tensione individuale, lo stato di salute/malattia, altre caratteristiche individuali. Lazarus (1996) ha posto l’accento sulla valutazione cognitiva come componente fondamentale del processo ermeneutico di comprensione del binomio stress-coping ed ha rilevato tre ambiti fondamentali: – una valutazione primaria della situazione; – una valutazione cognitiva o secondaria; – una valutazione terziaria.

1.1.2. Le variabili organizzative connesse allo stress

Come sostiene Avallone (2011) l’asse teorico-concettuale che determina e definisce lo stress lavoro-correlato trova ampio consenso nella correlazione tra ambiente e individuo, ovvero la relazione che si crea tra queste due costanti e’ inscindibile nel senso che lo stress prende forma nella relazione che si crea tra ambiente e individuo e non e’ insita ne’ nell’uno, ne’ nell’altro.

Come sottolineato da Lazarus e Folkman (1984) esistono in letteratura due differenti stressor, quello di ‘sfida’ o challenge stressor e quello di ‘ostacolo’ o hidrance stressor. Mentre uno stressor di sfida pone l’individuo nella condizione di attivare tutte le risorse e le competenze per affrontare la situazione, nello stressor ostacolo la sfida posta all’individuo viene avvertita essenzialmente come una minaccia.

Si e’ visto che ‘la quantità di lavoro e’ una delle variabili che determina elevati livelli di stress tra i lavoratori (Stewart, 1976); tuttavia, sia il sovraccarico che il sottocarico possono generare disequilibrio psico-fisiologico nell’individuo.

Per quanto riguarda il disengagement lavorativo (tradotto come disimpegno lavorativo) e’ utile rilevare come la conseguenza primaria di questo costrutto possa essere la disaffezione verso il proprio lavoro. A questo riguardo O’Neill (1994) sottolinea l’importanza, per esempio, della personalizzazione del proprio spazio lavorativo, in modo tale da permettere al lavoratore di aumentare la percezione del controllo sul proprio ambiente di lavoro. In questo senso, gli insegnanti non hanno l’opportunità, nello svolgere il proprio lavoro, di personalizzare il proprio spazio lavorativo. Molti studi hanno trovato delle correlazioni significative tra un numero di ore complessivo trascorse sul luogo di lavoro e determinati indicatori riguardanti benessere fisico e psicologico. Ne consegue che, laddove vi e’ l’opportunità di essere autonomi nella pianificazione del proprio orario di lavoro, in quei casi la prevenzione dello stress risulta maggiore.

Dal punto di vista relazionale, l’impatto che ha la comunicazione all’interno della propria organizzazione lavorativa, non e’ da sottovalutare. Ad esempio Aberg (1997) rintraccia quattro funzioni all’interno della comunicazione organizzativa: a) sostenere le operazioni legate ai diversi processi produttivi; b) rappresentare, ovvero definire profilo, identità, immagine finalizzate al mantenimento di un equilibrio interno alla propria organizzazione lavorativa; c) informare l’impresa nella sua interezza al fine di promuovere un maggior benessere sul piano comunicativo; d) socializzare e promuovere una maggior circolazione di informazioni. Inoltre risulta di fondamentale importanza monitorare in modo fluido le relazioni, sia inter-gruppo, sia intra gruppo all’interno del settore professionale di appartenenza del soggetto.

Al contempo Greenberg (1990) definisce “equità all’interno dell’ambiente di lavoro” un sistema caratterizzato da tre elementi fondamentali: a) fiducia; b) lealtà; c) rispetto. Anche lo sviluppo di carriera e’ un altro baricentro da considerare. Vi e’ dunque uno stretto legame tra competenze, sviluppo di carriera e giustizia organizzativa. Seconda la Career motivation theory (London e Mone, 2006) una progressione di carriera inferiore rispetto alle proprie attese si potrebbe configurare come una potenziale fonte di stress su cui porre l’attenzione.

1.1.3. Stress e ruolo docente

In uno studio pubblicato da Bogaert, Deforche, Clarys, Zinzen (2014), si mette in risalto la condizione della professione docente prevalentemente caratterizzata da alti livelli di stress fisici e psicologici, che possono essere alleviati attraverso la partecipazione regolare per esempio ad una attività fisica (physical activity.che utilizza l’acronimo di PA). Tuttavia, l’effetto di quest’ultima sulla salute mentale e fisica non è sempre costante e dipende anche dal tipo di attività fisica eseguita.

Lo scopo di questo studio è stato quello di esaminare la salute mentale, fisica collegandola al lavoro degli insegnanti della scuola secondaria (appartenenti allo specifico gruppo intra-nazionale studiato dei fiamminghi) e identificare l’impatto su tali variabili medico/sanitarie e sui fattori demografici, in relazione al tipo di attività fisica svolta.

Questa ricerca si e’ basata su un sondaggio online condotto su un campione rappresentativo di insegnanti della scuola secondaria (N= 1066, di età media 40 anni; 68 per cento di sesso femminile).

I livelli di attività fisica e il tempo in cui l’individuo rimaneva seduto sono stati stimati usando il Questionario Internazionale sull’ attività fisica e sulla salute percepita (come salute mentale e fisica). Si e’ utilizzato in particolare la Short Form a 36 voci di tale strumento. I fattori di stress lavoro-correlati, come l’insoddisfazione sul lavoro, lo stress occupazionale e l’assenteismo sono stati esaminati tramite il T-test, ANOVA e analisi di regressione lineare. Laddove la partecipazione alla PA e’ risultata di ampio impiego questo fattore e’ stato associato a una percezione di salute più positiva. Al contrario, i livelli più elevati di PA e “tempo seduto” occupazionale hanno fatto riscontrare un impatto negativo sulla percezione del concetto di salute.

Poiché i livelli di salute percepita negli insegnanti delle scuole secondarie ‘sono tendenzialmente bassi’ (cfr. Aiello et al, 2014), ciò permette sul piano della ricerca di utilizzare i risultati conseguiti su questo campione come gruppo di riferimento per interventi volti a migliorare la salute. Solo il tempo libero PA è stato associato con un più positivo modello di salute percepito. Questa evidenza potrebbe indicare che gli insegnanti che svolgono più attività fisica durante il tempo libero, o in maniera più autonoma, possono essere più resistenti (strategie di coping) ai problemi di salute fisica e mentale.

In tal direzione la ricerca futura potrebbe, ad esempio, verificare se la promozione del tempo libero PA tra gli insegnanti possa avere uno specifico potere di migliorare anche la loro salute mentale, e contrastare le associazioni negative tra salute degli insegnanti e la loro PA occupazionale.

1.1.4. Il modello VARP

Il Modello VARP (Aiello, Deitinger, Nardella 2012) e’ costruito come un sistema integrato e multidimensionale per la valutazione dei rischi psicosociali in contesti lavorativi. All’interno del Modello VARP sono stati delineati i modelli VARP-G, VARP-M, CSL e VAL-MOB. Il modello valuta dimensioni organizzative, lavorative e individuali e permette al ricercatore di avere dati validi e attendibili sulle ricadute che le suddette dimensioni hanno sulla salute e il benessere psico-fisico del lavoratore.

Nella prima versione il Modello VARP ha delineato uno strumento composto di 600 item, poi ridotti nella versione di validazione. Si tratta di una scala Likert nella quale il soggetto esprime il proprio grado di accordo/disaccordo su sette alternative di risposta.
Il Modello raccoglie al suo interno 5 fasi: 1) Identificazione dei rischi/pericoli psicosociali; 2) Valutazione dei rischi psicosociali; 3) Attuazione di strategie di controllo del rischio e quindi studio approfondito dei rischi potenziali; 4) Monitoraggio dell’efficacia delle strategie intraprese; 5) Rivalutazione del rischio.

La VARP-G e’ utilizzabile all’interno di aziende con un numero di dipendenti superiore ai 250, la VARP-M invece e’ contestualizzabile all’interno di aziende con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 250, dunque ottimale per una istituzione scolastica. Per le piccole aziende e’ stata approntata la CSL, ovvero la Check List stress lavoro correlato. Abbiamo poi la VARP-Mob per la valutazione di situazioni conflittuali estese anche a situazioni di vero e proprio Mobbing all’interno di aziende, comprese anche le Istituzioni scolastiche.
Gli insegnanti sperimentano ogni giorno intensi carichi emotivi. La cronicità dello stress avvertito dal docente può determinare la comparsa di sintomi inerenti la sindrome del Burnout, l’esaurimento emotivo, atteggiamenti di distruttività e cinismo verso l’insegnamento, problemi relazionali e sensazioni di ridotta realizzazione personale (Brackett et al., 2010; Guglielmini & Tatrow, 1998; Vanderberghe & Huberman, 1999).

In una recente ricerca di Churchod-Ruedi, Doudin and Moreau (2010) sulle competenze emotive degli insegnanti, gli autori considerano che l’abilita’ di regolazione delle emozioni derivi dal rapporto tra emozioni vissute e emozioni manifestate. Nella Figura n.1(*) e’ rappresentato uno schema attinente alla citazione di cui sopra.

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(*)Figura 1 (Tratta e riadattata (Brackett et al , 2010; . Guglielmi & Tatrow , 1998; Vandenberghe & Huberman , 1999)

L’insegnamento rappresenta comunque, non solo un veicolo di conoscenze e punti salienti all’interno del “caleidoscopio disciplinare”, ma anche una esperienza di auto ed etero conoscenza di sé e dell’altro. L’altro e’ altro da sé, e proprio per questo rappresenta una fonte inestimabile di punti di forza (spesso anche di debolezza) che permeano la vita professionale di ogni docente a qualsiasi livello di insegnamento, dalla scuola dell’infanzia, all’università ed oltre.

  2.1. Considerazioni conclusive

Gli insegnanti hanno bisogno, per salvaguardare la relazione educativa, di acquisire capacità di gestione delle proprie emozioni in relazione agli eventi scolastici con un forte impatto emotivo, ad esempio fallimenti educativi, conflitti con i colleghi (Albanese, Doudin, Farina, Forilli e Streppareva, 2007).

La relazione educativa con lo studente, proprio perché particolarmente esposta a incomprensioni e conflitti, necessita da parte del docente di un investimento cognitivo ed emotivo che lo aiuti a gestire le proprie emozioni.

Come sostenuto anche da Gross (2002), essere in possesso di buone strategie di regolazione delle emozioni facilita l’interazione positiva verso gli altri. La capacità di regolare le proprie emozioni e’ una componente fondamentale dell’intelligenza emotiva in riferimento alla capacità’ di regolare i propri stati emotivi e quelli altrui (Mayer e Salovey, 1997).

La capacità dell’insegnante di gestire le emozioni in risposta ad eventi stressanti indubbiamente aiuta nella prevenzione di quadri psicopatologici, tuttavia la ricerca non ha ancora chiarito in che modo tale capacità di controllare le proprie emozioni “renda immune” il docente dal rischio di Burnout.

Alcuni strumenti permettono di indagare più a fondo gli aspetti critici del Burnout, per esempio il Maslach Burnout Inventory, 1981 il cui acronimo e’ MBI. Il MBI è un questionario multidimensionale che affronta tre diversi campi della professionalità:
• esaurimento emotivo,
• depersonalizzazione,
• realizzazione personale.

Il Copenaghen Burnout Inventory (Kristensen et al., 2005), il cui acronimo e’ CBI, attualmente dispone di quattro diverse versioni finalizzate alla popolazione generale (MBI-GS), a professionisti con grande coinvolgimento umano (MBI -HSS), agli insegnanti (MBI-ES), e agli studenti (MBI-SS; Schaufeli, Leiter, e Maslach, 2009).

Maslach (1976, 1996, 2001) definisce il Burnout come sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione, ridotto senso di soddisfazione che si presenta tra individui che lavorano a contatto con altri individui. Aggiunge che si tratta di una condizione di esaurimento in cui un individuo manifesta cinismo circa il significato della propria professione e dubbi sulle proprie capacità’ di sostenere gli impegni lavorativi (Maslach et al., 1996).

Utilizzando tali strumenti e’ possibile sviluppare quadri di ricerca più approfonditi e affidabili che tengono conto di numerose variabili.

ARTICOLO CONSIGLIATO:

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BIBLIOGRAFIA:

  • Aiello A., Deitinger P., Nardella C. (2012). Il modello “Valutazione dei Rischi Psicosociali” (VARP). Metodologia e strumenti per una gestione sostenibile nelle micro e grandi aziende: dallo stress lavoro-correlato al mobbing, Franco Angeli, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • Brackett, M.A., & Rivers, S.E.,(2014.) Transforming students’ lives with social and emotional learning. In R. Pekrun & L. Linnenbrink, Garcia (eds.) Internation Handbook of emotions in education (pp. 368-388) New York, Taylor&Francis.
  • Doménech Betoret F, Gómez Artiga A. (2010). Barriers perceived by teachers at work coping strategies self efficacy and burn-out, Span J Psychol. Nov;13(2):637-54).
  • Lazarus, R. S. & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal and coping. New York: Springer.
  • Lazarus, R. S. (1991). Emotion and adaptation. London: Pxfford University Press.
  • Lazarus, R. S. (1993). Coping theory and research: Past, present and future. Psychosomatic medicine, 55, 237-247.
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  • Lodolo D’Oria,V., Bulgarini d’Elci, G., Bonomi, P., Della Torre Di Valsassina, M., Fasano, A. I., Giannella, V., Ferrari, M., Waldis, F., Pecori Giraldi, F. (2009). Are teachers at risk for psychiatric disorders? Stereotypes, physiology and perspectives of a job prevalently done by women. Med Lav, 100(3):211-27.
  • Maslach C., Jackson S.E., (1981) MBI: Maslach Burnout Inventory. Consulting Psychologists Press, Palo Alto, CA (tr. it. a cura di Sirigatti S., Stefanile S., (1993) MBI Maslach Burnout Inventory. Adattamento italiano. O.S. Organizzazioni Speciali, Firenze).
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  • Selye, H. (1936). A syndrome produced by diverse nocuous agents; Nature.
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Il fascino di una donna deve fare i conti con le stagioni!

 

 

I risultati hanno dimostrato che i punteggi attribuiti alla categoria “viso” rimangono pressoché stabili nel tempo, mentre per la categoria “forma del corpo” si evidenzia una variazione caratterizzata da punteggi più bassi in estate e più alti in inverno, ossia una minor capacità di attrazione nella stagione estiva contrapposta ad una maggiore capacità in inverno.

Ogni anno ai telegiornali, su riviste o on-line viene redatta almeno una classifica relativa alle donne più sexy del mondo, creando in molti casi vere e proprie “icone sexy” cui molte donne aspirano di somigliare e che molti uomini sognano di incontrare. I criteri di formulazione di queste classifiche sono molteplici, ad esempio i lineamenti del viso o il colore dei capelli, e considerati universalmente condivisibili.

Ebbene, per anni ci siamo sbagliati. Infatti secondo una ricerca dell’Università di Breslavia, in Polonia, condotta da Pawlowski e Sorokowski (2008) risulta che il criterio che determina quanto una donna sia attraente è la stagione: infatti agli occhi degli uomini le donne sono più attraenti in inverno.

Nelle diverse stagioni le persone mostrano variazioni nei livelli ormonali, nel carattere e nella percezione. Pawlowski e Sorokowski ritengono che queste fluttuazioni stagionali potrebbero causare variazioni anche nella percezione delle capacità di attrazione sia di se stessi che degli altri.

Lo studio è stato condotto nell’arco di cinque stagioni (da inverno 2004 ad inverno 2005) su 114 uomini di Breslavia e dintorni e di età compresa tra i 16 e i 53 anni, cui è stato chiesto di valutare la piacevolezza di immagini femminili presentate in modo casuale e suddivise in 3 categorie differenti, tra cui anche forma del corpo (attraverso foto di donne in costume da bagno) e viso.

Per ogni stimolo era possibile dare un punteggio che andava da un minimo di 1 (poco attraente) ad un massimo di 9 (molto attraente). Per ogni stagione sono stati poi combinati i punteggi assegnati agli stimoli della stessa categoria.

Gli sperimentatori, ad ogni sessione di valutazione, hanno anche chiesto ai partecipanti se avessero in corso una relazione sentimentale e la relativa durata e raccolto il punteggio di attrazione della partner, con lo stesso metodo utilizzato per gli stimoli.

Quello che è merso dai risultati è che i punteggi attribuiti alla categoria “viso” rimangono pressoché stabili nel tempo; mentre per la categoria “forma del corpo” si evidenzia una variazione caratterizzata da punteggi più bassi in estate e più alti in inverno, ossia una minor capacità di attrazione nella stagione estiva contrapposta ad una maggiore capacità in inverno.

Per quanto riguarda i punteggi relativi alla capacità di attrazione delle partner non sono risultate alterazioni significative, anche se si è riscontrato un leggero calo in estate.

Secondo gli autori la stagionalità osservata potrebbe essere legata all’effetto “contrasto”: in estate gli uomini sarebbero maggiormente esposti a corpi femminili, piuttosto che in inverno, aumentando anche la probabilità di vedere donne molto attraenti, tendono di conseguenza a valutare meno attraenti un numero maggiore di donne.

Mentre per quanto riguarda la categoria “viso” non emergerebbe lo stesso effetto, dal momento che nella vita reale non esiste una variabilità stagionale legata all’esposizione a tali stimoli: il viso è scoperto per la maggior parte dell’anno.

Quindi, secondo questo studio, è più facile che un uomo consideri una donna più attraente in inverno perché non è abituato a vederla in costume da bagno…allora forse per essere sempre attraenti le donne dovrebbero usare il cappotto d’estate e il bikini in inverno?

In attesa di una risposta, per il futuro sarebbe interessante verificare e chiarire con ulteriori studi se queste differenze di valutazione rispetto alle capacità attrattive degli altri potrebbero essere effettivamente correlate alle fluttuazioni stagionali di livelli ormonali, carattere e percezione; e indagare anche se la variabile “genere” può avere un ruolo significativo, assegnando questa volta alle donne il compito di dare i punteggi ad immagini maschili.

 

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FLASH NEWS

Alcuni ricercatori della Concordia University si sono interessati proprio alle dinamiche di apprendimento attraverso il gioco, più precisamente il momento di gioco tra fratelli.

Il gioco è uno degli elementi fondamentali per la crescita del bambino, si sa, ed è altrettanto noto che imparare giocando è molto più efficace.

Tuttavia sempre più spesso i pomeriggi dei bambini vengono occupati da attività strutturate, sport, passatempi; anche ai più piccoli si riempiono le giornate di impegni lasciando così poco spazio ai momenti più ludici e liberi.

Alcuni ricercatori della Concordia University si sono interessati proprio alle dinamiche di apprendimento attraverso il gioco, più precisamente il momento di gioco tra fratelli.

Come raccontato nello studio pubblicato sul Journal of Cognition and Development, hanno osservato e registrato 6 sessioni di 90 minuti di gioco spontaneo tra due fratelli nelle case di 39 famiglie di ceto medio, in Canada.

Dalle osservazioni è emerso che i bambini danno vita a diversi momenti di reciproco insegnamento in maniera del tutto spontanea: imparare a contare, imparare a usare una lavagna, usare il gessetto, sono tutte azioni che si insegnano a vicenda mentre giocano. Spesso il fratello più grande assume il ruolo di insegnante anche senza una esplicita richiesta, altre volte invece è il più piccolo a chiedere espressamente aiuto.

In ogni caso queste occasioni di apprendimento si sono dimostrate molto più frequenti di quanto i ricercatori si aspettassero.

La Dottoressa Nina Howe, ricercatrice, consiglia dunque a tutti i genitori non soltanto di permettere che questi momenti accadano ma anche di sollecitarli e di lasciare che i figli giochino insieme più tempo possibile.

É importante dare loro il tempo e lo spazio per interagire e promuovere l’insegnamento e l’apprendimento fornendo loro strumenti, sia in termini di giochi che di opportunità, per stare insieme.

 

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Leader si nasce o si diventa?

 

 

La genetica, le reti neurali, l’intelligenza emotiva e la flessibilità sono caratteristiche che racchiudono in loro la chiave del successo di un leader. Si tratta di alcune caratteristiche innate altre apprese, ma l’ingrediente essenziale è saperle condire incanalandole, ottenendo così quanto di più ambito ci possa essere: diventare un leader.

Una domanda che da sempre arrovella la mente è: Leader si nasce o si diventa? Interrogativo arduo al quale è difficile attribuire una risposta!

Da sempre gli psicologi sociali hanno cercato risposte postulando teorie, modelli, ma esattamente una opinione univoca fatica ad arrivare. Allora, nell’era delle neuroscienze, si procede studiando il cervello per comprendere il funzionamento cognitivo di un leader. Ed ecco che alcuni dati cominciano a emergere.

Qualche anno fa, esattamente nel 2012, è stato pubblicato un libro dal titolo Neuroleadership in cui si assumono modelli di funzionamento neurale da cui si possono trarre diverse tecniche per apprendere come poter diventare un leader. In realtà si tratta per lo più di metafore di funzionamento, nulla a che vedere con il vero meccanismo neurale che sottende il processo di pensiero di un leader.

Per scoprire qualcosa in più sulla neurobiologia del leader siamo andati a spulciare in letteratura e abbiamo individuato una ricerca, effettuata su gemelli, in cui si parla di una certa quota di ereditabilità all’essere leader. Pare che i leader presentino una variante del gene per il recettore dell’acetilcolina, neurotrasmettitore associato a caratteristiche di personalità quali la persistenza nel perseguire un determinato obiettivo. Quindi, tutti coloro che mostrano questa particolare variazione genetica, tendenzialmente, potrebbero ambire a diventare dei leader.

Ma non basta! Determinante per il futuro di ognuno è avere una storia di vita che incanali questa capacità fino ad portarlo alla vetta. Insomma, avere questo gene non è la sola cosa necessaria , ma bisogna trovare terreno favorevole, ambientale e culturale, che possa indurre e condurre fino alla tanto ambita leadership.

E non è finita qui! In una recente ricerca realizzata dalla Case Western Reserve University di Cleveland sono state individuate due reti neurali interconnesse che si riferiscono a due stili di pensiero: un sistema chiamato Task Positive Network, coinvolto nella risoluzione dei problemi, nella focalizzazione dell’attenzione, nella capacità di prendere le decisioni e di controllare le azioni, e un altro, il Default Mode Network, che ha a che fare con i comportamenti etici e sociali, con la consapevolezza di sé, con le cognizioni sociali, con la creatività e con la morale.

Si tratta di reti neurali specifiche, di cui una più centrata sulla risoluzione dei problemi e l’altra più attenta alla dimensione emozionale e relazionale. Sono presenti in ognuno di noi e funzionano in maniera alternata. La peculiarità del leader, dunque, è saperle usare entrambi, ma soprattutto passare velocemente da una rete all’altra a seconda delle situazioni. Infatti, i primi risultati di questa ricerca mostrano che la flessibilità del pensiero gioca un ruolo primario per l’efficacia della leadership. In sostanza, secondo questo gruppo di ricerca, l’essere repentinamente flessibili pare sia la caratteristica fondamentale che dovrebbero avere i leader.

Ma, come dice il professor Richard E. Boyatzis, il tutto deve essere condito con capacità di saper usare la propria intelligenza sociale ed emozionale per gestire le proprie emozioni e quelle degli altri, creando in questo modo relazioni migliori. Se si riuscisse a fare tutto questo in maniera adeguata il successo della leadership è garantito.

Il leader, dunque, è colui che è in grado di comprendere e gestire la propria emotività, che è capace di capire la visione del mondo dell’altro e le sue emozioni. L’empatia, cognitiva ed emotiva, è infatti una caratteristica fondamentale per il buon funzionamento di un gruppo di lavoro, essenziale per creare relazioni efficienti e funzionali e per motivare e ispirare il proprio team. La discussione e il confronto, così come la condivisione di una visione possono aiutare a stimolare lo sviluppo e l’innovazione creativa.

Per concludere, la genetica, le reti neurali, l’intelligenza emotiva e la flessibilità sono tutte caratteristiche che racchiudono in loro la chiave del successo di un leader. Si tratta, dunque, di alcune caratteristiche innate altre apprese, ma l’ingrediente essenziale è saperle condire incanalandole, ottenendo così quanto di più ambito ci possa essere: diventare un leader.

 

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Mentire non sapendo di mentire: testimonianza Inconsapevole

 

Quando una persona siede al banco dei testimoni e riferisce su quanto in prima persona ha vissuto, più che la verità, presenta una sua personale rappresentazione della stessa.

 

Tra il mentire – cioè dire consapevolmente cose false – e dire la verità cioè riferire i fatti in modo conforme al loro effettivo svolgimento – esiste una terza possibilità. […] Quella del teste che riferisce una certa versione dei fatti nella erronea convinzione che essa sia vera. Si tratta di quella che potremmo definire la falsa testimonianza inconsapevole. […] Non ci vuole la malafede. Basta avere una teoria da confermare, il nostro cervello fa tutto da solo, percependo, rielaborando, verbalizzando in modo da adattare i fatti alla teoria. Creando, anzi direi: assemblando il falso ricordo.

La voce di Guido Guerrieri, magistralmente diretta dalla penna di Gianrico Carofiglio, ben ci introduce nella tela in cui si intrecciano testimonianza e memoria, verosimiglianza e verità, probabilità o certezza, e lo fa con la ricercatezza dello scrittore e l’accuratezza del magistrato, che sposandosi hanno dato vita al ciclo di legal thriller, di cui “Testimone inconsapevole” rappresenta il punto d’inizio.

In ambito penale, la testimonianza è un mezzo di prova, raccolta oralmente (art. 526 c.p.p.) durante il contraddittorio (art. 111 Cost.), che verte ad esaminare il teste circa i fatti determinati che costituiscono oggetto di prova (art. 194 c.p.p.).

Una testimonianza è considerata attendibile quando c’è corrispondenza tra ciò che viene raccontato e ciò che è accaduto. La testimonianza dipende in primo luogo dalla memoria, il cui elemento cruciale è l’accuratezza, ossia la corrispondenza tra il contenuto dell’evento e il contenuto della memoria (Mazzoni, 2003).

È bene precisare che quando una persona siede al banco dei testimoni e riferisce su quanto in prima persona ha vissuto, presenta più che la verità, una sua personale rappresentazione della stessa (Gulotta, 2008a). Infatti, nel momento in cui si è chiamati a riferire di quanto si è stati testimoni, si innesca un meccanismo di recupero delle informazioni relative all’evento, immagazzinate in memoria, e una rielaborazione delle stesse. È lo stesso meccanismo che governa le funzioni mnestiche.

La memoria è un processo psichico complesso che consente all’individuo di codificare, immagazzinare e recuperare le informazioni attraverso un’attiva rielaborazione dei contenuti. Questo implica che il contenuto rievocato (recuperato) sia una ricostruzione dell’informazione originaria.

 

Dalla codifica fino alla rievocazione, ciascuno di noi è influenzato dalle conoscenze che già possiede sul mondo e sullo stato delle cose e dagli schemi e gli script che utilizza per organizzare tali conoscenze: essi plasmano il modo in cui un oggetto, un evento o una situazione verranno poi percepiti, codificati e rappresentati nella memoria a lungo termine (MLT) e vanno ad innescare quel ragionamento deduttivo che, tramite inferenze, consente di colmare i vuoti del ricordo, consentendo alla persona di ricostruire il puzzle del ricordo per intero.

La stessa cosa vale per la testimonianza: per poter definire attendibile una testimonianza e accurato un ricordo bisogna considerare alcuni fattori, quali l’intenzionalità a ricordare nel momento in cui si assiste all’evento, l’interpretazione che è stata data all’evento al momento della codifica, il tempo trascorso e le inferenze che il testimone subisce tra il momento in cui assiste all’episodio e il momento in cui è chiamato a testimoniare.

L’interpretazione si attiva immediatamente e in maniera automatica, e poggia saldamente sulla nostra personale modalità di organizzare e dare significato alla realtà esperita; le inferenze si nutrono delle nostre conoscenze, dei nostri schemi cognitivi, dei nostri stereotipi; in più, distorsioni e informazioni fuorvianti (post-event misinformation effect) possono insinuarsi, anche tramite elementi introdotti da domande suggestive, nella tela del ricordo, rimanendone impigliate, cristallizzandosi in esso e divenendo parte integrante dello stesso: nasce così quello che si può definire un falso ricordo.

È opportuno precisare che creare un falso ricordo non significa mentire (Gulotta, 2008b, p. 5):

Tra mentire e dire il falso ed essere sincero e dire la verità c’è una bella differenza. Io posso mentire e dire la verità o essere sincero e dire il falso. […] La verità è quello che noi riteniamo di credere essere vero. 

Può sembrare paradossale, ed infatti lo è: la conoscenza sulla quale possiamo contare non riguarda una realtà oggettiva, ontologica, ma esclusivamente l’ordine e l’organizzazione che diamo alle nostre esperienze, siano esse anche eventi e situazioni di cui siamo testimoni, ossia la realtà che attivamente costruiamo per dare ad essa un senso e un significato, che è solo nostro.

È quello che succede al testimone chiave del processo del romanzo di Carofiglio: una testimonianza inconsapevolmente confusa, guidata dal pregiudizio, deviata da indagini inquinate e domande fuorvianti, volte a confermare impropriamente la teoria iniziale, che però diventa lente con cui osservare i fatti e leggere gli indizi, per trovare a tutti i costi non il colpevole, ma un colpevole per il più orribile e innaturale dei crimini: la morta violente di un bambino.

È il rischio che si corre in processi di questo tipo, dove il fine non può e non deve giustificare la modalità di condurre le indagini e appurare l’effettiva natura dei fatti: bias cognitivi, domande suggestive e un’epistemologia verificazionista non possono trovare posto in questo ambito.

Ci si auspica che la scienza psicologica possa sedere legittimamente al fianco della giurisprudenza, in nome di quel giusto processo (art. 111 Cost.), a cui la Costituzione anela.

L’arringa dell’avvocato Guerrieri docet. La competenza romanzata di Carofiglio illumina.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Carofiglio, G. (2002). Testimone inconsapevole. Palermo: Sellerio Editore. ACQUISTA
  • Gulotta, G. (2008a). Breviario di psicologia investigativa. Milano: Giuffè Editore. ACQUISTA
  • Gulotta, G. (2008b). Trattato della menzogna e dell’inganno. Milano: Giuffè Editore. ACQUISTA
  • Mazzoni, G. (2003). Si può credere ad un testimone? Bologna: Il Mulino. ACQUISTA

 

 

Aggressività nella vita quotidiana: le sue diverse forme

 

 

FLASH NEWS

Quando pensiamo al termine aggressione, probabilmente ci viene in mente una rissa da bar o situazioni in cui le persone sono violente con degli sconosciuti. Ma una ricerca della Georgia Regents University suggerisce che in realtà l’aggressività è il più delle volte espressa nei confronti delle persone che ci circondano nella vita di tutti i giorni: partner, amici, familiari e colleghi.

L’aggressione non deve essere confusa con assertività, ambizione, ostilità o rabbia, che implicano l’espressione di un’ emozione, ma non sono comportamenti necessariamente diretti ad altri esseri viventi. L’aggressione infatti è sempre diretta verso qualcuno.

I ricercatori hanno costruito un questionario in grado di distinguere tra diverse manifestazioni di aggressività. L’aggressività diretta, per esempio, comporta l’affrontare un’altra persona con parole o azioni offensive, come l’urlare o il colpire. L’aggressione indiretta, invece, comprende sia i comportamenti indiretti come “l’agire attraverso un’altra persona o un oggetto,” (ad esempio il danneggiamento di proprietà o lo spettegolare), che i comportamenti passivi, come ad esempio il silenzio.

I dati del questionario hanno anche fornito alcuni spunti interessanti che sembrano andare contro le comuni concezioni di aggressione.

Mentre l’aggressione è generalmente associata a un comportamento conflittuale, i partecipanti al questionario in realtà segnalano una preferenza per l’utilizzo di comportamenti passivi piuttosto che direttamente aggressivi o di aggressività indiretta.

E, mentre gli stereotipi di genere suggeriscono che gli uomini siano più aggressivi delle donne, i dati dei questionari rivelano che gli uomini sono solo più propensi a utilizzare forme dirette di aggressione; uomini e donne infatti sono ugualmente propensi a utilizzare forme di aggressione indiretta.

Il tipo di aggressione sembra dipendere, almeno in parte, dalle nostre reti sociali. In uno studio con studenti universitari di sesso maschile, i giovani con una rete sociale stretta (cioè le 10 persone con cui più spesso interagivano si conoscevano tra loro), erano meno propensi all’espressione di aggressività diretta e più propensi a quella indiretta, di uomini le cui reti sociali non erano così interconnesse.

I risultati della ricerca suggeriscono, inoltre, che complessivamente sono i partner e gli amici a sopportare il peso dell’aggressività, ma sono i fratelli ad avere maggiore probabilità di subire forme di aggressione diretta. Le persone infatti tendono a confrontarsi con fratelli (e partner) faccia a faccia; quando si tratta di amici, invece, l’aggressività indiretta, come il pettegolezzo maligno, è la forma più comune.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Intervista a Dolores Mosquera: Elogio alla lentezza nel dialogo clinico

 

Dolores Mosquera è una psicologa e psicoterapeuta e nel panorama europeo è delle principali esperte e formatrici sul tema del trauma complesso e della dissociazione in pazienti con disturbi di personalità e disturbi dissociativi.

Vive e lavora in Spagna in numerosi centri clinici ed è autrice di importanti volumi sul tema del trauma complesso e dei trattamenti più efficaci presenti nel panorama scientifico attuale. Il suo lavoro terapeutico è il risultato dell’integrazione tra diversi approcci e tecniche, quali l’EMDR e la terapia sensomotoria, con importanti risultati di efficacia nel trattamento di patologie anche molto complesse come il Disturbo Dissociativo dell’Identità.

La cornice di riferimento è quella della teoria della Dissociazione Strutturale di Van der Hart, già discussa in precedenti contributi sull’argomento, in cui il funzionamento della personalità viene compreso individuando diverse parti del sé, in grado di rispondere a differenti situazioni e stimoli ambientali. Nell’approfondimento del funzionamento generale del paziente, questa cornice prevede l’individuazione di parti del sé più adulte e sviluppate sul profilo cognitivo, emotivo e comportamentale, che permettono cioè alla persona di portare avanti la propria vita in modo abbastanza efficace e soddisfacente, e di parti bambine e meno sviluppate dal punto di vista cognitivo, che portano cioè la persona a sentire le proprie emozioni in modo dirompente e a manifestarle con comportamenti spesso dannosi, per sé o per gli altri, o comunque poco efficaci nel soddisfare i bisogni affettivi che le generano.

In questo quadro generale, l’aspetto innovativo del lavoro di Dolores Mosquera, e della sua collega Annabel Gonzalez, è l’utilizzo del dialogo tra le parti accedendo al funzionamento del paziente attraverso la/e parti adulte e promuovendo il dialogo tra queste e le parti più piccole ed emotive; il terapeuta ha dunque innanzitutto il ruolo di moderatore tra le istanze di tutte le parti – in un lavoro terapeutico paragonabile a quello di una terapia di gruppo – e soprattutto di osservatore attento, in grado di cogliere l’ingresso di una o più parti all’interno del dialogo in corso. Questo secondo aspetto può essere di più facile interpretazione quando nel dialogo clinico emergono parti più attive e reattive, legate cioè ad un intenso iper-arousal (es: parti arrabbiate, parti spaventate, parti ansiose,..), mentre può diventare più difficile individuare l’ingresso di parti meno reattive (ipo-arousal), ma altrettanto profondamente sofferenti (es: parti bloccate nel trauma, parti sole, parti abbandonate, parti distaccate, parti che non sentono il corpo,..).

Il lavoro clinico presentato in occasione del Corso Internazionale Nuove Frontiere nella cura del Trauma tenutosi a Venezia lo scorso Giugno, si è concentrato proprio su tecniche specifiche da utilizzare nel portare avanti questo dialogo, ponendo molta attenzione soprattutto ai messaggi che arrivano dalle parti meno riconoscibili, ma che lavorano dietro le quinte, generando situazioni di conflitto talora intensissime e spesso non riconosciute, né esplicitate dal paziente.

In particolare ci si è concentrati sul riconoscimento dei segnali più subdoli e meno evidenti, osservando con estremo dettaglio le reazioni legate a reazioni di ipo-arousal di origine dissociativa: reazioni di blocco, di assorbimento, di assenza, di riduzione dello stato di coscienza o di alterata percezione del corpo. Questi segnali possono allarmarci meno, come terapeuti, rispetto a comportamenti più esplosivi o semplicemente risultare meno visibili, ma sono in ogni caso il sintomo di un grave fallimento integrativo, in genere scatenato dal dialogo in corso e dunque fondamentale da cogliere nel nostro lavoro.

I principali accorgimenti da seguire, secondo la Dott.ssa Mosquera, per lavorare in sicurezza con pazienti gravemente traumatizzati sono:

  • riconoscere il ruolo di ogni parte e validare la sua importanza,
  • capire i motivi del perché ogni parte ha bisogno di restare separata,
  • parlare attraverso la parte più adulta e con più risorse,
  • parlare a tutto il sistema includendo sempre tutte le parti,
  • le parti non sono persone diverse, ma parti diverse della stessa persona e nessuna va ignorata,
  • accettare l’esperienza del paziente, anche se non si è d’accordo,
  • enfatizzare sentimenti di empatia interna tra le parti, di negoziazione e di cooperazione,
  • partire sempre dalle risorse disponibili, anche se poche e molto primitive
  • proporre soluzioni di gestione dei conflitti interni, che siano accettate da tutte le parti coinvolte,
  • guadagnare, prima di ogni intervento, la fiducia di ogni singola parte.

E infine, raccomandazione importantissima, la velocità del lavoro terapeutico è sempre dettata dalla parte che procede più lentamente, senza la quale non si può e non si deve andare avanti!

Il lavoro presentato a Venezia ha dato l’occasione di acquisire strumenti utili per osservare e riconoscere tutte le parti presenti nella personalità dei pazienti, per raccogliere le più importanti situazioni trigger che generano conflitto tra le parti e per promuovere il dialogo tra esse in cerca di una soluzione più integrata, alla quale tutte devono necessariamente contribuire, dalla più piccola a quella più adulta.

Nell’intervista che segue la Dott.ssa Mosquera ci offre spunti clinici importanti e tecniche di emergenza da utilizzare in momenti particolari della terapia, in attesa della pubblicazione del suo nuovo libro su Trastorno Límite de la Personalidad y EMDR di prossima traduzione in inglese ed in italiano.

 

Quali sono le funzioni principali svolte dalle parti ostili, che di fatto ostacolano il processo terapeutico?

dolores_mosquera

Tutte le parti, collaborative o distruttive, hanno avuto e hanno tutt’ora un ruolo adattivo fondamentale per la vita del  paziente e questo ruolo va capito e condiviso con lui/lei, prima di qualunque intervento di modifica. Le funzioni  principale che l’individuo delega alle parti ostili sono in genere:

  • mantenere le difese dissociative utilizzate per isolare e contenere ricordi traumatici o per proteggere la personalità principale dalla rivelazione di segreti non condivisibili all’esterno;
  • contenere sentimenti come la rabbia che il paziente non può tollerare o che non ha potuto esprimere, as es., per timore delle rappressaglie dell’abusatore;
  • controllare il dolore infliggendolo alla personalità principale adulta, al posto di subirlo senza alcun controllo. Questo favorisce l’identificazione con l’aggressore e così la persona smette di sentirsi vulnerabile e vittima;
  • proteggere la personalità principale generando sospetti verso persone che potrebbero abusare di loro oppure punendola per controllare una condotta che potrebbe esporla al rischio di un abuso;
  • fornire la possibilità di mantenere un attaccamento con un caregiver che a volte è abusatore e a volte è affettuoso. Dissociando in parti distinte e separate gli aspetti buoni e cattivi del caregiver, il bambino può preservare il vincolo con il caregiver buono.

Tutte sono funzioni importantissime per la sopravvivenza fisica ed emotiva della persona e non possiamo pensare di modificare una parte ostile, di attaccarla o di ignorarla senza generare un conflitto intensissimo. Con tutte abbiamo bisogno di stabilire un contatto e una relazione di fiducia e collaborazione.

 

Come riconoscere, nel dialogo clinico, quando le parti ostili lavorano “dietro le quinte”?

Generalmente dò molta attenzione soprattutto al linguaggio del corpo. Il linguaggio dissociativo ci dice molto di più di quello che il paziente riesce a comunicare attraverso le parole. Qualche volta è possibile notare come alcune parti stiano comunicando internamente proprio davanti a noi e lo si può osservare ad esempio, attraverso cambi di postura, cambiamenti nello sguardo, atteggiamenti di ascolto interno. Ognuno di questi cambiamenti può indicarci che il paziente è bloccato. A volte questi segnali possono essere molto subdoli e perciò di solito cerco di comunicare con il paziente in modo tale che l’intero sistema ne sia informato e che non si senta minacciato. Ad esempio mi capita di dire E’ importante che tutte le parti della mente ora ascoltino ciò che diremo riguardo il trattamento, C’è qualcosa che possiamo dire a questa parte spaventata per rassicurarla?, Chiedile se possiamo fare qualcosa perché non si senta minacciata in questo momento.., Se comunichiamo solo alla parte adulta più funzionale o ci alleiamo con lei, il conflitto è garantito!

 

Quali sono i segnali di ipo-arousal dissociativo più frequenti?

I segnali di ipo-arousal sono molto importanti, ma tuttavia più difficili da identificare rispetto a quelli di iper-arousal. Ci dicono in generale che in quel momento per il paziente il nostro lavoro è troppo intenso. Quando i nostri pazienti non riescono a dire stop, il corpo e la mente lo fanno al loro posto. In uno stato di ipo-arousal possiamo notare ad esempio che il paziente non è più lì presente con noi o che non è connesso emotivamente a quello che racconta. Alcuni segnali tipici che precedono l’ipo-arousal possono essere il mal di testa, le vertigini, un senso di ottundimento, confusione, il paziente inizia a parlare molto più lentamente o a sentire una crescente sensazione di stanchezza.
Un ipo-arousal positivo, legato ad esempio ad uno stato di profondo rilassamento, permette alla persona di essere presente e consapevole nella situazione in cui è, di essere connessa con il proprio corpo e con le proprie emozioni. Di restare in contatto con la realtà.

 

Quali sono gli interventi principali da utilizzare in questi casi?

E’ fondamentale innanzitutto identificare l’ipo-arousal come stato emotivo, proprio perché il paziente tende a disconnettersi abbiamo bisogno di insegnargli a riconoscerlo in tempo. Altra cosa importante è individuare le situazioni trigger che lo causano, perché ci danno informazioni utili rispetto a quali aree della sua storia sono ancora inaccessibili per lui/lei e dunque per noi. L’idea generale che guida il mio lavoro è di tenere il paziente sempre consapevole e presente in ogni momento per evitare questo tipo di reazioni. Quando tuttavia succede, gli esercizi da fare per uscire dall’ipo-arousal possono essere: ricercare attivamente il contatto oculare con noi (sistema di coinvolgimento sociale), modificare la distanza in cui siamo seduti chiedendo feedback su questo (si sente meglio se mi siedo qui? Dove posso mettermi perché si senta più a suo agio?); in genere è utile aiutare il paziente ad orientarsi nel presente (ora è qui con me, siamo nel 2014, non si trova più lì, è riuscito a scappare e ora è al sicuro), si può chiedere di portare l’attenzione ad alcuni oggetti nella stanza e di provare a descriverli. In questa fase sono molto utili anche esercizi di grounding per recuperare il contatto con il proprio corpo e con sensazioni più piacevoli.

 

Quali esperimenti tipici della terapia sensomotoria risultano di solito efficaci in questi casi?

Alcuni esperimenti corporei della terapia sensomotoria, come ci insegna Pat Ogden, principale referente internazionale per questo metodo, possono essere molto efficaci. Un esempio è il mirroring , in cui il terapeuta può mettere in atto un comportamento che richiami sensazioni di calma e sicurezza di fronte al paziente, invitandolo a fare lo stesso (es: prendere un cuscino e tenerlo tra le braccia), oppure risulta molto utile talora invitare il paziente a notare la propria postura e proporre piccoli cambiamenti (es: se notiamo che la spina dorsale tende ad assumere una posizione accasciata, si può proporre di sedersi più dritti e notare la differenza); permettere sempre al paziente di scegliere cosa fare può essere di per sé un’esperienza ripartiva importantissima, poiché il vissuto di impotenza nel trauma può essere così intenso da diventare pervasivo (es: dare la possibilità al paziente di cambiare la sua posizione nella stanza o sulla sedia e invitarlo ad osservare come si sente). Invitare il paziente a completare alcuni gesti solo accennati durante il racconto di un evento significativo e fargli notare come si sente mentre lo compie (es: stringere un pugno se c’è un’emozione di rabbia, stendere le mani in avanti per ‘mettere distanza’ dall’aggressore). In generale gli esercizi di automonitoraggio in terapia sensomotoria insegnano ad osservare l’esperienza interna rintracciandone emozioni e sensazioni corporee, mentre gli esperimenti possono aiutare a sviluppare nuovi pattern di comportamenti utili ad incrementare, ad esempio, il proprio senso di sicurezza o anche solo la possibilità di ottenere sensazioni più confortevoli dal proprio corpo, esperienza spesso gravemente compromessa nei pazienti traumatizzati.

 

Quali segnali ci dicono invece che possiamo andare avanti nel processo terapeutico?

In generale sappiamo che l’integrazione sta procedendo bene se notiamo la comparsa di sentimenti di empatia tra le parti in conflitto, se c’è consapevolezza di quello che è accaduto di traumatico nel passato e di quello che le parti hanno dovuto fare per superarlo, se cambiano le credenze nucleari per la persona (Sono stata fragile e impotente nel passato, ma ora sono diversa, posso scegliere!), se le parti dissociate vengono riconosciute come parti di sé (Quella bambina sono io!), se la rabbia viene sentita e riconosciuta dal paziente e non più dissociata, se viene mantenuta la consapevolezza di essere nel presente e di avere risorse e possibilità nuove (il passato è passato, posso evitare che influenzi il mio presente!).

 

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Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione (2014) – Recensione

 

Il libro  è scritto da Ignazio Cucci, che racconta la sua lotta con una grave forma di depressione con aspetti psicotici. E’ un racconto senza filtro, drammatico e variegato, con uno stile narrativo pieno di libere associazioni che ti investe come un ciclone.

Chi in Italia si interessa, anche minimamente, di sport è molto probabile che conosca il giornalista sportivo Italo Cucci, ospite di tante trasmissioni televisive e già direttore di Guerin Sportivo e del Corriere dello Sport-Stadio. Cucci ha fatto la storia del giornalismo sportivo italiano, distinguendosi, a mio avviso, per una particolare simpatia romagnola, insieme a una sorta di saggezza da vecchio tifoso. Vedere il suo nome scritto su un libro che ha come titolo la parola “elettroshock” scritta in rosso a caratteri cubitali, lo confesso, mi ha stupito non poco.

Il libro in realtà ha la prefazione di Italo Cucci, mentre il resto del volume è scritto dal figlio Ignazio, che racconta la sua lotta con una grave forma di depressione (bipolare?) con aspetti psicotici. E’ un racconto senza filtro, drammatico e variegato, con uno stile narrativo pieno di libere associazioni che ti investe come un ciclone e si arricchisce con una sezione di poesie e addirittura con uno stralcio della tesi di laurea dell’autore sulla Roma dei gladiatori.

Nella storia troviamo il classico confronto con una figura paterna ingombrante (sindrome da figlio d’arte?) e con una famiglia piena di personaggi bizzarri e avventurosi, che potrebbero avere avuto un’influenza sui deliri grandiosi di Ignazio, che arriva, nei momenti più acuti della malattia, a identificarsi e a sentire la voce di personaggini del calibro di Alessandro Magno, Napoleone Bonaparte, Giulio Cesare, Silvio Berlusconi (ebbene sì…), ma soprattutto Frank Sinatra.

L’effetto sul lettore è un po’ tragicomico, con bonarie prese in giro al mondo psi in frasi del tipo

Vorrei segnalare che questo libro è scritto con potenti brainstorming, Serendipity e metodo A-HA (soluzione psicologica non preventivata ad un problema dopo un lungo percorso ragionativi) e infine con ipnosi suggestiva e training autogeno alla Schultz.

Ignazio racconta il lungo e difficile percorso di cure che l’ha portato da diversi psichiatri e psicologi senza ottenere sostanziali miglioramenti, fino all’incontro con il luminare italiano della psicofarmacologia Gian Battista Cassano, che con una buona dose di neurolettici e con l’elettroshock (o meglio terapia elettroconvulsiva- TEC), riesce a far ritrovare un certo equilibrio nella mente dell’autore, che oggi lavora come bibliotecario nell’Isola di Pantelleria.

Il trattamento elettroconvulsivo ricevuto da Ignazio non ha niente a che vedere con gli elettroshock modello Qualcuno volò sul nido del cuculo, ben impressi nel nostro immaginario collettivo. E’ sicuramente più paragonabile a un piccolo intervento chirurgico fatto in anestesia generale. 

Non mi sono ribellato perché l’anestesista e Gabriella mi infondevano fiducia, sentivo amore intorno a me, non minacce

scrive l’autore, evidenziando come l’elemento di umanità risulta fondamentale per accettare anche i trattamenti più invasivi e potenzialmente traumatizzanti.

L’elogio della TEC (inventata, ricordiamocelo, dai nostri connazionali Cerletti e Bini negli anni venti) è sicuramente una presa di posizione coraggiosa, soprattutto in Italia, dove, a differenza dei paesi anglosassoni, viene ancora molto demonizzata anche per ragioni ideologiche.

È vero, l’elettroshock funziona. È come dare una botta a una radio rotta: una volta su dieci la radio riprende a funzionare diceva infatti Franco Basaglia, anche se la letteratura scientifica internazionale considera la TEC come un trattamento importante e di comprovata efficacia per la depressione resistente ai farmaci, soprattutto quando sono presenti anche sintomi psicotici (Kellner et al., 2012).

Secondo altri studi avrebbe anche un’efficacia nella schizofrenia, soprattutto quando si cerca un effetto rapido sulla sintomatologia produttiva, anche se i risultati sono meno evidenti (Tharyan, 2005). In Italia le strutture attrezzate a somministrare tale cura sono nove, e nel triennio 2008-2010 sono stati eseguiti poco più di 1400 trattamenti, soprattutto a pazienti con gravi forme depressive resistenti alle terapie farmacologiche.

Navigando sul web si possono trovare diverse testimonianze di persone come Ignazio che hanno tratto beneficio dalla TEC, come quelle di molte altre persone che non l’hanno trovato e che lamentano solo gli effetti collaterali soprattutto di tipo cognitivo (amnesie retrograde).

L’impressione è che di fronte ai disturbi psichiatrici gravi come le depressioni con aspetti psicotici (che alcuni fanno rientrare nella diagnosi controversa di disturbo schizoaffettivo) siamo ancora molto lontani da trattamenti standardizzabili e che la variabilità individuale abbia ancora un peso troppo forte. Anche nell’uso degli psicofarmaci ci si trova spesso a dare dei calci a delle radio rotte. Le storie come quella di Ignazio fanno comunque ben sperare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Cucci, I., Cucci, I. (2014). Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione. Minerva Edizioni ACQUISTA

La cecità attenzionale: perchè i bambini non sanno attraversare la strada

FLASH NEWS

 

I ricercatori di Londra hanno scoperto che le capacità percettive e l’attenzione dei ragazzi si sviluppano lentamente, e che questo li rende meno capaci di notare una macchina in arrivo, per non parlare della prossimità e velocità del veicolo.

Essere colpiti da una macchina è tra le principali cause di morte tra i bambini da 5 a 9 anni di età. Non è difficile capire perché. I bambini sono facilmente distratti, e perché sono più piccoli, sono più a rischio di morire a causa delle ferite.

Uno studio recente suggerisce che la ragione non sta solo nella facilità con cui i più piccoli si distraggono o nella loro vulnerabilità fisica, ma nel fatto che i bambini semplicemente non vedono le auto che vanno verso di loro.

I ricercatori di Londra hanno scoperto che le capacità percettive e l’attenzione dei ragazzi si sviluppano lentamente, e che questo li rende meno capaci di notare una macchina in arrivo, per non parlare della prossimità e velocità del veicolo.

Per testare la percezione periferica nei diversi gruppi di età, lo psicologo ricercatore Nilli Lavie e il suo team hanno reclutato più di 200 visitatori al Museo della Scienza di Londra per un esperimento.

I partecipanti, in 7 diverse prove, sono stati invitati a giudicare quale percorso in un incrocio fosse il più lungo. Nella settima prova, un quadrato lampeggiava sullo schermo e ai partecipanti è stato chiesto se lo avevano notato o no. La difficoltà del compito è stata regolata cambiando la differenza nella lunghezza del percorso: meno differenza, maggiore difficoltà.

Gli adulti erano in grado di individuare il quadrato lampeggiante in più del 90% dei casi nelle prove di difficoltà moderata e bassa. I bambini più piccoli hanno avuto una capacità significativamente inferiore di avvistare il quadrato lampeggiante: solo il 10% dei bambini tra i 7 e i 10 anni lo identificava durante il compito moderato e il 50% nel compito facile.

Questo semplice test dimostra quanto i bambini siano particolarmente soggetti alla cecità attenzionale.

In uno studio del 2010, un team di ricercatori dell’Università di Londra simulò in laboratorio una situazione di attraversamento di strada, per confrontare le capacità percettive degli adulti con quelle di bambini di varie età. In questa simulazione, una macchina si avvicinava su una strada, variando in dimensioni, velocità e posizione. Gli scienziati hanno anche calcolato la velocità dei pedoni.

I risultati indicano un chiaro modello di sviluppo nella percezione dei veicoli incombenti: i bambini diventavano più acuti all’aumentare dell’età, ma neanche quelli più grandi mostravano capacità paragonabili a quelle degli adulti.

Questo suggerisce che i meccanismi neurali che sottendono questa abilità sono sottosviluppati nei bambini. Paradossalmente, le auto più veloci sembravano meno incombenti di quelle lente, creando l’illusione che non si stanno avvicinando. Infatti secondo le rilevazioni dei ricercatori i bambini non erano in grado rilevare in modo affidabile una macchina che si avvicina a velocità superiori a 20 miglia all’ora (circa 30km/h).

Inoltre la percezione dei bambini dell’approssimarsi di una macchina era peggiore se la macchina era leggermente di lato o se loro si stavano muovendo, entrambe condizioni comuni nelle reali situazioni di attraversamento della strada.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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