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“Se tu sei grassa allora io sono enorme”: esplorazione del fat talk

Il fat talk si riferisce alle normali conversazioni in cui molte donne e ragazze adolescenti si impegnano, caratterizzate da discorsi negativi su cibo, peso o corpo.

 

 Negli ultimi anni le ricerche si sono sempre più interessate al tema della consapevolezza del corpo, con i disturbi ad esso correlati (Feusner, Deshpande e Strober, 2017). Una percezione alterata del proprio corpo è un sintomo frequente nei pazienti con disturbi alimentari, infatti questo sintomo è spesso osservato e descritto nell’anoressia nervosa (AN) e nella bulimia nervosa (BN), ma recentemente anche nel disturbo da alimentazione incontrollata – binge eating disorder (BED) (Feusner, Deshpande e Strober, 2017). Sebbene l’insoddisfazione corporea sia oggetto di ricerche approfondite da decenni, i ricercatori hanno iniziato solo di recente a indagare su un fenomeno noto come fat talk, letteralmente “parlare di grasso”, che sembra contribuire a mantenere o aumentare il malcontento provato verso il proprio corpo (Nichter e Vuckovic, 1994).

Cos’è il fat talk

Il fat talking è un fenomeno sociale, per definizione uno scambio diadico o di gruppo (cioè non semplicemente un dialogo interiore privato e negativo) e si può ragionevolmente presumere che sia legato alla cultura (ovvero si verifica maggiormente nelle culture che idealizzano i corpi sottili). Generalmente, è limitato a un particolare gruppo demografico, ovvero la popolazione femminile. Il fat talk si riferisce ora in modo più ampio alle normali conversazioni in cui molte donne e ragazze adolescenti si impegnano, caratterizzate da discorsi negativi su cibo, peso o corpo. Sia donne che uomini vedono questo tipo di conversazione come un dialogo normativo nel mondo femminile e si aspettano, persino, che la risposta di una donna che si ritrova in una conversazione legata al peso sarà una di tipo auto-denigrante (Feusner, Deshpande e Strober, 2017). Queste “chiacchiere” però, sebbene normative, non sono innocue. Infatti il fat talking è positivamente correlato a punteggi elevati di patologia alimentare (Clarke, Murnen e Smolak, 2010) e la frequenza del fat talk ha differenziato un campione di studentesse universitarie in due gruppi distinti: soggetti con disturbi alimentari e soggetti senza (Ousley, Cordero e White, 2008). Non sorprende, quindi, che le donne che mostrano più angoscia per i loro corpi si impegnino più frequentemente in questa pratica (Ousley, Cordero e White, 2008). Il fat talk è quindi una forma di auto-degradazione in quanto colei/colui che la pratica in genere critica il proprio peso corporeo, l’alimentazione o la forma fisica. Esempi comuni di fat talk includono affermazioni come “sono così grassa” o “le mie cosce sembrano enormi con questi jeans” (Nichter, 2000). Gli argomenti comunemente associati ai discorsi sul grasso includono l’auto-confronto con le abitudini alimentari e esercizi ideali, le paure di diventare sovrappeso, il confronto tra le proprie abitudini alimentari e di esercizio con quelle degli altri, la valutazione dell’apparenza degli altri, i sostituti dei pasti e le strategie di costruzione muscolare (Ousley, Cordero e White, 2008).

Il lavoro originale di Nichter e Vuvkovic (1994) sul fat talking era principalmente etnografico e si concentrava sulle ragazze delle scuole medie e superiori. Successivamente Nichter (2000) ha ipotizzato che il fat talking possa essere visto come una richiesta di affermazione e di rassicurazione sul fatto di non essere grassi, come una richiesta di sostegno sociale da parte dei coetanei. I fat talks possono essere visti come una manifestazione comportamentale della vergogna del proprio corpo e dell’ansia per il modo in cui il proprio corpo non è all’altezza dell’ideale della società. Si sostiene dunque che commenti autocritici sul proprio corpo o peso possono effettivamente servire a placare la colpa o la vergogna, come se non avere un corpo perfetto possa essere qualcosa da riconoscere in modo che le altre persone siano meno dure nelle loro potenziali critiche (Ousley, Cordero e White, 2008).

Fat talk e confronto sociale

Alcuni ricercatori, come per esempio Corning e Gondoli (2012), indicano come fattore centrale del fat talking il confronto sociale. Il confronto sociale è il processo di utilizzo delle informazioni sugli altri per trarre conclusioni sul sé (Festinger, 1954). Nonostante sia comunque un processo che più o meno tutti attuano (perlopiù inconsciamente), alcune persone sono molto più inclini a operarlo (Corning e Gondoli, 2012). Le persone che si confrontano molto con gli altri in genere sono più insicure di se stesse e quindi hanno una bassa autostima e più ansia sociale, nevroticismo e sensibilità ai comportamenti delle altre persone (Corning e Gondoli, 2012). Inoltre, soggetti con sintomi di disturbo alimentare hanno una maggiore tendenza a utilizzare il confronto sociale rispetto ai loro coetanei (Corning e Gondoli, 2012). Il confronto sociale in questo senso viene indicato come parte integrante del processo di fat talking, in quanto esso è intrinsecamente un’affermazione sulla propria forma corporea percepita rispetto ad altri reali o immaginari. In effetti, nella maggior parte dei casi, quando i soggetti si impegnano in fat talk, lo fanno letteralmente scambiandosi dichiarazioni comparative. Uno scambio tipico di fat talking veicolato dal confronto sociale potrebbe essere il seguente: Soggetto 1: “Le mie braccia sono così grasse e flaccide: non importa quello che faccio, sono così imbarazzanti.” Soggetto 2: “Almeno puoi indossare un normale costume da bagno in piscina. Devo indossare pantaloncini lunghi per coprire le mie cosce enormi”. In una conversazione di questo tipo si possono dedurre altri sottotemi di comparazione sociale, dove il primo soggetto, attraverso le sue parole, fa intendere che le sue braccia siano “peggiori” di quelle degli altri, mentre il secondo sposta il focus su un’altra parte del corpo sottolineandone l’inadeguatezza.

 I ricercatori che si occupano dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione stanno recentemente ponendo grande attenzione alle conseguenze generate dal fat talk sulla soddisfazione del corpo. Tale preoccupazione è giustificata perché l’insoddisfazione del corpo è stata dimostrata predittiva di patologie di carattere nutrizionale e alimentare (Stice e Shaw, 2002). Gli studi di correlazione, fino ad oggi effettuati, sull’associazione tra fat talking e immagine corporea problematica hanno mostrato relazioni significative e positive tra queste variabili. In particolare è stato dimostrato che il fat talk è correlato a una maggiore vergogna e preoccupazione per il proprio corpo e a una peggiore stima del proprio aspetto fisico (Clarke et al., 2010). La maggior parte della ricerca esistente sul fat talk si è concentrata sull’analisi di questo fenomeno in gruppi di pari; tuttavia, questa linea di ricerca è stata recentemente ampliata per includere anche i contesti familiari, coerentemente con gli studi a sostegno dell’importanza della famiglia nella prima infanzia nell’influenzare l’immagine corporea successiva (Rodgers, 2012). In uno studio qualitativo che ha coinvolto 27 individui (26 donne e un uomo) negli Stati Uniti, di età compresa tra 17 e 64 anni, prevalentemente caucasici, si è scoperto che il fat talk, in particolare tra i membri della famiglia, è un potenziale fattore di rischio per un’alimentazione disordinata (Rodgers, 2012). I discorsi su corpo, alimentazione ed esercizio fisico nell’ambiente familiare erano correlati all’insorgenza di disturbi alimentari. Alcuni partecipanti hanno indicato che sentivano di essere diventati più critici nei confronti del proprio corpo a causa del fat talk di altri membri della famiglia. Non è raro che i genitori si impegnino in fat talking quando sono con i loro figli; ascoltando i genitori che sottolineano l’importanza dell’apparenza e di avere un tipo di corpo magro, i figli possono sviluppare insoddisfazione corporea e alimentazione disordinata (Rodgers, 2012).

Come intervenire sul fat talk

Sebbene il fat talk sia stato identificato come un fattore importante nello sviluppo dei disturbi alimentari, pochissimi interventi hanno cercato di trattare specificamente il fenomeno. Un programma che include un focus sulla riduzione della frequenza del fat talk è il Body Project (Becker e Stice, 2017). Il Body Project è un intervento di gruppo, targato per ragazze delle scuole superiori e donne in età universitaria, che fornisce una opportunità di confronto e psicoeducazione su temi quali ideali di bellezza irrealistici, corpo e alimentazione. Lo scopo principale delle attività proposte dal programma è sviluppare un’immagine corporea sana e rinforzare l’autostima. Il Body Project è uno dei programmi più ampiamente studiati, supportati e progettati per affrontare le norme socio-culturali disadattive (come appunto il fat talking) e l’insoddisfazione corporea (Becker e Stice, 2017). Il Body Project comprende molteplici attività che mettono in discussione il fat talk e identificano le conseguenze negative del coinvolgimento in questa pratica creando dissonanza, aiutando i partecipanti a ridurre la frequenza con cui si impegnano in fat talk. Un’attività di esempio inclusa nel Body Project sono i giochi di ruolo in cui i partecipanti si esercitano su come potrebbero mettere in discussione o rispondere alle affermazioni di fat talk di altre persone. La ricerca futura potrebbe includere un’analisi delle componenti e variabili per identificare le attività specifiche nel Body Project, che guidano la riduzione della frequenza del fat talk. Queste attività specifiche potrebbero quindi essere utilizzate come un breve intervento per ridurne la frequenza tra individui e gruppi.

Conclusione

L’insoddisfazione corporea sta emergendo come una preoccupazione centrale per la salute pubblica a causa del suo ruolo nello sviluppo dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (Stice, 2002), così come la sua associazione con una serie di altri esiti negativi, tra cui umore basso, bassa autostima, eccesso/diminuzione di esercizio fisico, obesità e pratiche malsane di controllo del peso. Una comprensione dei percorsi eziologici che guidano l’insoddisfazione del corpo è essenziale per lo sviluppo di interventi preventivi teoricamente ed empiricamente supportati. L’insoddisfazione corporea è tipicamente concettualizzata come derivante da pressioni socioculturali che promuovono la magrezza da una serie di fonti, come mass media, membri della famiglia e coetanei (Stice e Shaw, 2002). Elemento di questa pressione socioculturale, che ha ricevuto un’attenzione crescente, il fat talk è un fenomeno trasversale per tutte le culture, i generi e le fasce di età, nonostante sia più comune osservarlo nelle ragazze caucasiche adolescenti e giovani adulte. Sebbene sia socialmente accettato, il fat talk non è privo di rischi e conseguenze per la salute psicofisica sia di chi lo mette in atto sia di chi partecipa anche soltanto attraverso l’ascolto. Infatti il fat talk è associato fortemente all’insoddisfazione corporea con conseguenze psicologiche numerose, come sintomi o patologie della nutrizione e dell’alimentazione, diminuzione dell’autostima e aumento dell’ansia sociale (Stice, 2002). Sebbene la maggior parte della ricerca esistente sul fat talk si sia concentrata sull’analisi di questo fenomeno in gruppi di pari, questa linea di ricerca è stata recentemente ampliata per includere anche i contesti familiari. Numerose ricerche hanno infatti identificato il contesto familiare, in cui i discorsi negativi sono incentrati sul corpo, sulla dieta e sull’attività fisica, come un fattore importante nel rischio di sviluppo di disturbi dell’immagine corporea e di un’alimentazione disordinata tra bambini, adolescenti e giovani adulti (Rodgers, 2012). Questi discorsi nell’ambiente familiare, dunque, possono essere particolarmente dannosi e meritano un’attenzione speciale. A causa della natura diffusa di questo stile di conversazione all’interno dell’ambiente familiare e dell’importante ruolo dei caregiver nell’impatto sull’immagine corporea e sui comportamenti alimentari (Rodgers, 2012), affrontare questo tema potrebbe aiutare nel portare consapevolezza nel riconoscimento di questa espressione disadattativa di immagine corporea, al fine di stimolare la prevenzione anche all’interno di questo specifico contesto. Scoprire le cause profonde del fat talk, comprendere perché è diventato così pervasivo e socialmente accettabile e indagare su cosa si possa fare per contrastare questa norma sociale malsana è importante dal punto di vista scientifico, etico e clinico. Se vista alla luce della sua associazione con noti fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari, la natura normativa e reciproca del fat talk è particolarmente allarmante. In quanto tale, è importante ricercare il motivo per cui le persone si impegnano in tali discorsi e cosa si può fare per diminuirli.

Le fate ignoranti. Lutto, amore, amicizia e resilienza – Recensione

Carica di emotività, Le fate ignoranti si presta a riflessioni e considerazioni di matrice clinica; si osservano: la tristezza, la gelosia, la rabbia e le fasi del lutto sino all’elaborazione e al reinvestimento che, salvifico, scioglie il dolore negato, favorendo l’accettazione di un dolore consapevole.

Attenzione! L’articolo potrebbe contenere spoiler

 

 Le fate ignoranti, serie TV che ripercorre le tracce del celebre film di Ferzan Ozpetek, diretta dallo stesso regista, ne ricostruisce i momenti più salienti, i dettagli trascurati dalla pellicola originaria, delineando i personaggi nel profondo della loro psicologia e storia, e stimolando riflessioni psicologiche ad ampio raggio.

La serie offre una fotografia di come il mondo degli affetti sia cambiato: attraverso l’immediatezza dei suoi personaggi, aiuta lo spettatore ad empatizzare e conoscere l’intimità psichica delle vicende narrate.

Così come avviene durante la psicoterapia, il regista consente di ricostruire lo stato mentale e partecipare al mondo emotivo di ciascun personaggio. Proprio per questa ragione, riflettere a partire da dipinti cinematografici ci allena a sentire, integrare e dunque comprendere.

Fra tutti i temi trattati in modo collaterale nella serie TV in questione, certamente il nucleo pulsante della storia è l’Eros come amore, sentimento, poesia, sessualità. Quest’ultima viene rappresentata con delicatezza e gioia, libera da pregiudizi, tabù e sovrastrutture mentali. Il mero piacere sessuale passa in secondo piano, superato da una forza affettiva che, anche se nata dal desiderio, si mostra libera di bypassare le paure, gli ancoraggi culturali, i pregiudizi e il concetto di identità di genere.

Una sorta di intervento di normalizzazione ben riuscito quello del regista.

Un antidoto all’ignoranza spregiudicata, una sberla creativa destinata a coloro che ancora additano la diversità, praticano psicoterapie riparative e predicano omofobia, ipocrisia e stigma: vince l’amore in ogni sua forma.

Carica di emotività, Le fate ignoranti certamente si presta a riflessioni e considerazioni di matrice clinica; si osservano: la tristezza, la gelosia, la rabbia e le fasi del lutto sino all’elaborazione e al reinvestimento che, salvifico, scioglie il dolore negato, favorendo l’accettazione di un dolore consapevole.

Erotismo e perdita come temi centrali che si snodano in un crocevia di avventure esistenziali, bisogni di base e scenari temuti che si alternano: il bisogno di appartenenza, di amore e accudimento, la paura di esser soli al mondo, inadeguati e non accettati, l’amore, il tradimento e la morte.

Proprio la perdita sembra innescare la ricerca dell’antagonista, dell’avversario, dell’amante, in qualche senso “dell’altro” che svela parti di sé.

Antonia ricerca la fata ignorante del marito morto in un incidente stradale e insiste a volerlo conoscere fino in fondo, per partecipare alla sua vita, sino a scoprire quanto siano affini, fino a sfiorarlo, ad amarlo cercando di elaborare l’assenza, il silenzio, i ricordi.

La morte, come ogni fine, contiene anche un inizio. Per una storia che finisce, un’altra sta per cominciare, ed è la storia di un incontro tra due persone che pensano di non avere niente in comune, ma poi scopriranno di assomigliarsi moltissimo. (Ozpetek, 2022)

La fata ignorante sembra rappresentare i bisogni primitivi, la mancanza di regole e convenzioni, il desiderio che esplode e irrompe, scompone quei fragili equilibri, rompe lo status quo e pretende attenzione.

 Le relazioni diventano centrali, fra amicizia ed eros. Sono trattati i temi della solitudine, di quel tentativo di riempire vuoti emotivi con moti sessuali, oltre che del perfezionismo e della ricerca di approvazione e riconoscimento che, seppure in modo collaterale, appaiono cruciali nella psicologia di alcuni dei personaggi proposti.

Il tutto in un’ottica positiva in cui i protagonisti risolvono i loro dilemmi e le loro paure attraverso condivisione, riflessione e collaborazione.

Tre osservatrici popolari attendono la vita degli altri, da una panchina sorvegliano i movimenti dei protagonisti con ironia e semplicità popolana, senza cattiveria ma con affetto.

Inganno e angoscia da separazione come trame che si muovono dietro le quinte; la pittura come mestiere creativo e psicologico che ricostruisce sentimenti e ricordi.

La pittura svela segreti, ritrae desideri e paure.

Tutti abbiamo un segreto, una parte di noi che dedichiamo solo a noi stessi. A volte per egoismo, a volte per vigliaccheria. (Ozpetek, 2022)

In generale, vince il gruppo che consola e ironizza, dimensione centrale della serie, una famiglia allargata che contiene e provoca e, proprio nella sua identità gruppale, protegge.

La famiglia supplementare che elargisce affetto e cure. La mamma istrionica che svaluta in modo maldestro la figlia, ambivalente nel suo modo di fornire cura, ma sorprendente nella sua capacità di recupero. Il gruppo come elemento di trasformazione e poi l’amicizia come valore portante ed assoluta resilienza che tutto tiene e consola.

Abbandono – perdita – lutto – e scoperta del tradimento mediante una pittura che ritrae la fata ignorante che disvela la bisessualità del personaggio principale: controverso e maledettamente persuasivo.

La psichiatra, sensibile e vulnerabile, in coppia con una donna astrologa che si rivolge alle stelle e ai pianeti per spiegarsi la realtà e si rimprovera per non essere madre, ma si scopre tradita e in conflitto fra voglia di recuperare il rapporto o scappare in cerca di evasione. Da qui la crisi di coppia che si ricompone e richiede cambiamento e apertura. La transizione di ruolo come fattore che rigenera e scompone equilibri. L’amante, l’esule, una sommatoria di lutti, rifiuti temuti, traumi che si ricompongono, si risolvono. Si evidenzia la resilienza, le risorse e la positività della vita.

Il tema della famiglia biologica e della famiglia logica, l’omosessualità e la mancanza dei figli nelle coppie gay come tema trasversale che batte sulle sponde della storia principale.

Gli episodi proposti: amore, assenza, segreto, tradimento, famiglia, mondo fuori, viaggio, altrove, forniscono fotografie dettagliate di stati d’animo, sentimenti – emozioni, pensieri, credenze, sofferenza psicologica, risorse e fattori di protezione.

Una scenografia a tratti radical-chic in cui si muovono personaggi carichi di emotività e vita, complessi, contemporanei, fortemente rappresentativi di una realtà che viviamo. Il confine fra fiction e realtà si confonde; la rappresentazione fornita dal regista riflette talmente bene la realtà dei sentimenti trattati che certamente si mostra un utile esercizio per spiegarsi al meglio la complessità della psicologia e delle differenze individuali, e nello specifico le motivazioni e le paure delle storie raccontate che spesso si riscontrano nella nostra pratica clinica.

 

LE FATE IGNORANTI – Guarda il trailer della serie TV:

Alessitimia: quale relazione con traumi infantili e rischio suicidario

Gli individui con alta alessitimia sperimentano deficit nel controllare il loro eccitamento emotivo e sono più inclini ad utilizzare strategie di coping meno adattive come autolesionismo e tentativi di suicidio.

 

 Il suicidio è un problema di salute pubblica globale che comporta oltre 800.000 morti ogni anno (OMS, 2014). La ricerca attuale suggerisce che il trauma infantile e le esperienze avverse giocano un ruolo importante nella suicidalità (Alli et al., 2019; Fjeldsted et al., 2019); a loro volta, il trauma e le esperienze avverse mostrano associazioni con lo sviluppo di alessitimia (Terock et al., 2018).

L’alessitimia è un costrutto multidimensionale che comprende difficoltà nell’identificare e descrivere i sentimenti, nel distinguere i sentimenti dalle sensazioni corporee, una diminuzione della fantasia e pensiero concreto e scarsa introspettività (Taylor, 1984).

Studi empirici hanno dimostrato che l’alessitimia è positivamente correlata con livelli più elevati di rischio suicidario (De Berardis et al., 2017a). Alcuni autori ipotizzano che questo costrutto possa mediare la relazione tra trauma e suicidio (Bucci, 2007; Di Trani et al.,  2018).

Questa ipotesi è in linea con la Teoria dei Codici Multipli, la quale sottolinea che gli individui con alta alessitimia sperimentano deficit nel controllare il loro eccitamento emotivo e sono più inclini a utilizzare strategie di coping meno adattive come autolesionismo e tentativi di suicidio (Bucci, 2007; Di Trani et al., 2018). A testare questa ipotesi di mediazione è stato uno studio di Xie e colleghi (2021), che ha selezionato un campione di studenti suddivisi in studenti con left-behind experience (LBE) e studenti senza left-behind experience (NLBE).

Alessitimia e left-behind experience

Cosa si intende però per “left-behind experience”? Questo fenomeno nasce nel contesto del rapido sviluppo economico della Cina e della migrazione di un gran numero di lavoratori dalle campagne alle città. Proprio a causa di queste situazioni lavorative, alcuni bambini vivono separazioni dai genitori (o da almeno uno dei due caregiver) e crescono nelle aree rurali del paese accuditi da altri membri della famiglia, come i nonni (Jia e Tian, 2010). Questo “abbandono” delle figure genitoriali è associato a un aumento di problemi di salute mentale nei bambini cinesi (Zhao e Yu, 2016) con punteggi di trascuratezza fisica e psicologica più alti rispetto ai bambini che non vivono questa separazione. I bambini e ragazzi LBE, inoltre, mostrano punteggi più alti per quanto riguarda l’ideazione suicidaria e per l’alessitimia rispetto agli studenti NLBE (Xie et al., 2021).

Sulla base di queste differenze tra i due gruppi, gli autori dello studio hanno ipotizzato che l’effetto mediatore dell’alessitimia potesse essere diverso per gli studenti LBE rispetto agli studenti NLBE. I risultati dimostrano che gli studenti LBE, cresciuti con figure vicine alla famiglia (es. i nonni) oppure unicamente dalle madri, mostrano punteggi totali più alti sulla scala del trauma infantile rispetto agli studenti NLBE. Questa differenza si rifletteva principalmente nelle tre dimensioni di abuso emotivo, trascuratezza fisica e trascuratezza emotiva. La letteratura indica che le donne che rimangono a casa a prendersi cura dei figli, tendono a sfogare la loro insoddisfazione su di essi perché non sono state in grado di soddisfare i loro personali bisogni economici, emotivi e fisiologici (Jingzhong e Huifang, 2010). Questa potrebbe essere una valida spiegazione per l’alto punteggio di abuso emotivo di questi bambini. Inoltre, anche se i nonni amano i propri nipoti, i bisogni emotivi dei bambini sono spesso trascurati a causa del divario generazionale e delle vite impegnate degli adulti (Hu et al., 2014).

 Gli studenti LBE hanno ottenuto punteggi più alti anche per l’alessitimia. Ciò non sorprende, dato che la capacità di regolazione degli affetti è facilitata, nei primi anni di vita, dall’esperienza di condivisione e dal rispecchiamento delle espressioni affettive con il caregiver primario (Krystal, 1988); inoltre, per i genitori che lavorano fuori casa tutto l’anno può essere difficile dare ai figli l’attenzione e le cure necessarie.

Per quanto riguarda il rischio suicidario, gli studenti LBE hanno ottenuto punteggi più alti rispetto agli studenti NLBE e questo potrebbe essere dovuto a due fattori: livelli più elevati di trauma infantile e alessitimia (entrambi fattori di rischio per il suicidio) e scarso supporto interpersonale. Di conseguenza, rispetto agli studenti NLBE, il rischio di suicidio di questo gruppo deve essere seriamente valutato e trattato.

Alessitimia e rischio suicidario

I risultati mostrano inoltre un’associazione positiva tra alessitimia e rischio di suicidio per l’intero campione, indipendentemente dal fatto che appartenessero al gruppo LBE. Tuttavia, un effetto di mediazione dell’alessitimia sul trauma infantile e il rischio di suicidio è stato riscontrato solo negli studenti non LBE. La ragione di questo risultato potrebbe essere dovuta all’alta resilienza degli studenti LBE. Uno studio di Liang e colleghi (2018) ha scoperto infatti che la resilienza degli studenti LBE era notevolmente più alta rispetto ad altri gruppi di studenti e questo costrutto, a sua volta, gioca un ruolo nel mediare l’alessitimia e l’ideazione suicidaria agendo come un buffer contro l’alessitimia, che ha un effetto negativo sull’ideazione e il comportamento suicidario.

Questo risultato appare coerente anche con la Teoria dei Codici Multipli: con la resilienza come strategia di controllo, l’arousal può funzionare come motivazione per il raggiungimento di obiettivi personalmente rilevanti (Bucci, 2007). Pertanto, anche se gli studenti LBE hanno ottenuto punteggi più alti per l’alessitimia, il percorso dall’alessitimia al rischio di suicidio potrebbe essere stato distorto dalla resilienza caratteristica del gruppo.

In conclusione, lo studio conferma che l’alessitimia media la relazione tra trauma infantile e rischio di suicidio negli studenti NLBE ma non negli studenti LBE, probabilmente a causa dell’elevata resilienza. Per questi ultimi è necessaria una maggiore assistenza psicologica e un supporto per aumentare la consapevolezza delle loro emozioni. La ricerca futura potrebbe concentrarsi su soggetti di età differenti, come gli studenti della scuola primaria e secondaria, senza tralasciare l’influenza del genere e dei diversi tipi di trauma.

 

Suicidio in carcere e psicoterapia

È chiaro che un detenuto sofferente che finisce in carcere invece che in una REMS vede moltiplicarsi il suo rischio di suicidio. Come mai questi detenuti sono finiti nel luogo sbagliato?

 

I suicidi in carcere dipendono da una serie di fattori, non ultimi le pessime condizioni e la sovrappopolazione delle strutture. All’interno della popolazione carceraria a noi preme soprattutto segnalare il disagio di chi soffre di disturbi emotivi e mentali, con particolare attenzione a quei disturbi che aumentano il rischio suicidario come il disturbo di personalità borderline. Com’è noto, chi soffre di queste patologie non andrebbe indirizzato al carcere ma a una REMS, una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, strutture che dal 2014 sono andate a sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari.

È chiaro che un detenuto sofferente che finisce in carcere invece che in una REMS vede moltiplicarsi il suo rischio di suicidio. Come mai questi detenuti sono finiti nel luogo sbagliato? Come riporta il Post, le REMS al momento sono poche e i posti disponibili sono meno di quelli necessari. Inoltre, e questo è in teoria un merito, le REMS sono a numero chiuso per impedire i fenomeni di sovrappopolazione che già affliggono le carceri. La conseguenza di questa correttezza è che, tuttavia, i detenuti sofferenti di disturbi mentali e in sovrannumero rispetto ai posti delle REMS finiscono in carcere.

La soluzione è ovviamente moltiplicare al più presto le REMS e dotarle dei mezzi di cura necessari per non ridurle a essere dei neo-manicomi con pazienti sedati e imbottiti di farmaci. Per la verità, le norme che stabiliscono i requisiti strutturali ed organizzativi delle REMS paiono rigorose: esse prescrivono che, oltre la già citata accoglienza di un massimo di 20 pazienti, nelle REMS il personale va organizzato come équipe di lavoro multi professionale, comprendente medici psichiatri, psicologi, infermieri, terapisti della riabilitazione psichiatrica/educatori e operatori socio-sanitari che seguono procedure scritte riguardanti i compiti di ciascuna figura professionale, le modalità di accoglienza del paziente, la definizione di programmi individualizzati, i criteri per il monitoraggio e la valutazione periodica dei trattamenti terapeutico-riabilitativi.

I detenuti sofferenti (o internati) presso le REMS ricevono, entro 45 giorni dall’ingresso, sulla base del Progetto Terapeutico Riabilitativo Integrato (PTRI) formulato dal Dipartimento di Salute Mentale (DSM) di competenza territoriale, un Progetto Terapeutico Riabilitativo (PTR) concordato con l’Ospite e il Centro di Salute Mentale (CSM) competente che descrive gli obiettivi ed i trattamenti e tempi necessari per realizzarli.

Si tratta di un percorso decisionale rigoroso che dovrebbe facilitare l’adozione di trattamenti di provata efficacia per i problemi dei detenuti, come la Terapia Dialettico Comportamentale che è un trattamento cognitivo-comportamentale pensato specificamente per pazienti cronicamente suicidari con diagnosi di Disturbo Borderline di personalità ed è stata la prima terapia a rivelarsi efficace per questo rischio (Linehan, 1983). L’opportunità di questa scelta è confermata dal dato che i pazienti psichiatrici forensi rappresentano la più a rischio di comportamenti aggressivi di tutte le popolazioni psichiatriche ospedaliere (Bowers et al., 2011).

È confortante apprendere che questa procedura facilita l’adozione di trattamenti confermati scientificamente, come ad esempio è avvenuto nelle R.E.M.S. “CASTORE” di Subiaco e “MEROPE” di Palombara Sabina dove è stato adottato un protocollo di Terapia Dialettico Comportamentale in pazienti autori di reato internati (Ortenzi, 2016). I risultati di quello studio confermano i dati presenti in letteratura sull’efficacia della Terapia Dialettico Comportamentale, rispetto al trattamento psichiatrico usuale a base di farmaci antipsicotici. Questo vale per l’aggressività, l’impulsività e la disregolazione emotiva nelle popolazioni psichiatriche forensi delle due REMS. La conclusione è che l’inserimento negli ospedali psichiatrici forensi di trattamenti empiricamente confermati aiuta la realizzazione dell’obiettivo principale di queste strutture, ovvero la riabilitazione e il reinserimento nella società. È Importante che tutte le figure presenti collaborino e che non si dia – come a volte accade – maggiore valore soltanto ad alcune figure, come gli psichiatri. È tranquillizzante osservare che l’organizzazione dei PTR delle REMS già consente queste scelte cliniche efficienti; forse occorrerebbe renderne ancora più obbligatoria l’adozione invece di limitarsi a facilitarla come accade ora. Questo ulteriore passo avanti, insieme all’ancora più necessaria moltiplicazione del numero delle REMS, aiuterebbe ad contrastare la tragedia dei suicidi dei detenuti.

 

Musica e marketing. Come ciò che ascoltiamo influenza le nostre scelte

Se risulta indubbio l’effetto positivo della musica sulla propensione all’acquisto, va però detto che la scelta della musica da utilizzare è determinante e pertanto non può essere lasciata al caso.

 

 Immaginiamo questa scena: siamo in un negozio, osserviamo le merci esposte, scegliamo un prodotto e ci dirigiamo alla cassa. Probabilmente siamo convinti che la nostra scelta sia assolutamente dipendente da una nostra libera decisione. Ma spesso non è così. E non solo: in genere non ci rendiamo minimamente conto che non sia così.

Tra i fattori capaci di influenzare le nostre scelte può intervenire anche la musica, che diverse ricerche hanno dimostrato essere capace di stimolare i nostri desideri, orientare le nostre scelte e la nostra propensione all’acquisto.

Come la musica ci influenza

Quello che spinge ad effettuare un acquisto non è solo una necessità, ma molto spesso è un desiderio indotto da fattori esterni, dall’ambiente che ci circonda, in generale da condizioni in grado di modificare la nostra predisposizione ad acquistare. A questo scopo è determinante che l’esperienza dei clienti, che viene definita con il termine shopping experience, sia il più piacevole possibile. Chi si occupa di marketing investe molto su questo aspetto e, come vedremo, è stato dimostrato che anche la musica può risultare un fattore estremamente utile per ottenere questo risultato.

I motivi sono essenzialmente di due tipi:

  • il nostro cervello si collega automaticamente alle frequenze che ascoltiamo e ne viene influenzato, come visto in precedenza la struttura della musica determina le nostre reazioni;
  • l’ascolto della musica crea un ambiente di lavoro più piacevole, influenza in modo positivo l’umore e questo aumenta la produttività.

L’importanza della scelta musicale

Se risulta indubbio l’effetto positivo della musica sulla propensione all’acquisto, va però detto che la scelta della musica da utilizzare è determinante e pertanto non può essere lasciata al caso. Innanzi tutto bisogna considerare qual è il risultato che si vuole raggiungere.

Stiamo progettando una campagna pubblicitaria per un brand? Vogliamo che il nostro prodotto si identifichi con la musica in modo da renderlo più facile da ricordare?

Forniamo dei servizi e desideriamo mettere a proprio agio i nostri clienti e allungare la loro permanenza? O magari, al contrario, puntiamo a far sì che non si protragga troppo a lungo?

In tutti questi casi la nostra scelta dovrà basarsi essenzialmente sul ritmo di quello che andremo a far ascoltare ai nostri potenziali clienti. Ronald Milliman, professore di marketing, nelle sue ricerche ha scoperto come i ritmi lenti abbiano l’effetto di prolungare la sosta dei clienti nel negozio con la conseguenza di favorire notevolmente le vendite. Da non trascurare anche il volume della musica, che, come vedremo, dovrà tenere conto delle diverse esigenze e non risultare mai importuno.

Musica e pubblicità

Quando si parla di pubblicità, va detto che la scelta della musica si deve accompagnare al messaggio che si vuole comunicare, ad esempio musica classica abbinata ad un brand di lusso, come gioielli, profumi e automobili. Una musica country sarà perfetta abbinata a prodotti caseari e via dicendo.

Meglio scegliere una musica più o meno nota? Dipende, se una canzone famosa può ottenere lo scopo di attirare l’attenzione, la scelta del jingle può essere pericolosa perché distoglie l’attenzione dal marchio e perché, essendo inflazionata e soggetta alla moda del momento, può successivamente risultare fastidiosa.

La musica negli esercizi commerciali

Se pensiamo all’utilizzo della musica in un esercizio commerciale, un negoziante punterà a protrarre la permanenza del cliente nel punto vendita, così da dargli modo di osservare meglio i prodotti esposti e stimolare il suo desiderio di acquisto.

A questo scopo la musica dovrà essere rilassante, soffusa, in grado di dare un senso di benessere. Controproducente sarebbe invece una musica invasiva, che risultasse fastidiosa con l’effetto di far affrettare il cliente anche a costo di sacrificare l’acquisto.

Se immaginiamo di trovarci in un ristorante elegante, una musica soffusa aiuterà a creare l’atmosfera giusta per favorire una sensazione gratificante, rilassarsi e conversare piacevolmente con chi condivide il nostro tavolo, con il risultato di spingerci a ordinare una portata in più.

 Il discorso cambia completamente se ci troviamo in un fast food: in questo caso il nostro ordine sarà completato prima di raggiungere il tavolo e ciò significa che se la nostra permanenza al tavolo si protrarrà oltre il tempo necessario per consumare quanto acquistato, questo andrà a discapito di altri potenziali clienti che troveranno i tavoli occupati. Meglio dunque per il gestore puntare su una musica veloce, un volume alto, che non favorisca la conversazione e l’eccessivo rilassamento.

Pensiamo invece di essere in una palestra: è noto il legame esistente tra musica e sport e in questo caso si punterà su una musica vivace, ritmata ed energica. Una musica piacevole e rilassante ci accompagnerà invece in un centro benessere.

Rapporto tra musica e vendite

Abbiamo appurato che la musica può incidere sulle vendite, ma siamo in grado di quantificare fino a che punto? Wired ha pubblicato una ricerca svolta alcuni anni fa dal direttore del dipartimento di marketing dell’Università Bocconi di Milano, secondo la quale ascoltare musica mentre facciamo acquisti può portare ad un aumento del nostro scontrino compreso tra il 2% e il 10%. Un risultato tutt’altro che irrilevante!

Una musica per ogni prodotto

Oltre a favorire la propensione all’acquisto in generale, l’ascolto di un certo tipo di musica può indirizzare la nostra scelta verso un determinato tipo di prodotti.

Alcuni ricercatori del dipartimento di psicologia dell’Università di Leicester (North, Hargreaves e McKendrick) hanno svolto una ricerca tra le corsie di un supermercato e hanno rilevato che quando in sottofondo veniva diffusa una musica francese, si verificava un incremento dell’acquisto di vini francesi. La stessa cosa si verificava con i vini tedeschi quando ai clienti veniva fatta ascoltare musica tedesca.

Un aspetto curioso sottolineato dai ricercatori è stato che i clienti sottoposti a loro insaputa a questo esperimento, non ricordavano quale musica avessero ascoltato durante i loro acquisti, segno che il condizionamento era avvenuto in modo per loro del tutto inconsapevole.

La parola, il corpo e la macchina (2022) di G.M. Ruggiero – Recensione

L’incontro con “La parola, il corpo e la macchina” di G. M. Ruggiero è stato molto stimolante: ho letto il libro in pochi giorni e, mano a mano che leggevo, mi sono annotato diverse cose che mi hanno colpito e che provo qui a riassumere.

 

Questo è un libro sulla psicoterapia con un taglio più epistemologico che storico: costituisce idealmente una lettura da affiancare alla “Storia critica della psicoterapia” di Foschi e Innamorati (che viene citata più volte nel libro), sia per il taglio differente che per l’approfondimento dettagliato delle varie vicissitudini del movimento cognitivo-comportamentale, che nel libro di Foschi e Innamorati era trattato più sinteticamente.

Il punto di partenza è un paradosso: l’essere umano è descritto metaforicamente come una macchina e la psicoterapia come il repertorio di conoscenze e tecniche che dovrebbe permetterci di ripararlo come si fa con una macchina, appunto. Ma, per citare l’autore: “chi pretenderebbe di aggiustare un’auto parlandoci?” o, provando a tradurre: come si aggiusta una metafora?

Provo a seguire la sollecitazione: il presupposto di questa premessa è la convinzione che alla regolazione degli stati mentali immateriali corrisponda una modificazione della materia o del funzionamento degli ingranaggi, perché se un cambiamento non avviene nella materia, non è scientificamente fondato. Quindi quella che sembrava una metafora si fa carne, sangue e ingranaggi nella ricerca di un correlato anatomo-fisiologico dell’intervento psicoterapeutico, almeno nelle aspirazioni.

A questo punto c’è un altro passaggio logico: la “macchina” non è qualcosa su cui noi possiamo operare direttamente, ma ci serviamo di una sorta di mediatore che fa il lavoro per noi e che noi possiamo guidare o istruire: la “mente”.

La percezione emotiva dei bisogni e la pianificazione dei comportamenti sono i due parametri che ogni modello psicoterapeutico ha utilizzato per descrivere il funzionamento della mente e la teoria della malattia e della cura.

I diversi modelli psicoterapeutici differiscono tra loro per il livello di complessità della mente e per la scelta selettiva dei bisogni la cui insoddisfazione rende ragione della sofferenza; un discorso a parte va fatto per i modelli costruttivisti o esistenziali, rivolti non a un bisogno prevalente, ma al sistema che regola i bisogni e che può essere più o meno rigido: la sofferenza può essere quindi ascritta alla frustrazione di un bisogno ritenuto principale oppure come costitutiva dell’esistere e dell’impossibilità di soddisfarli tutti contemporaneamente.

Un’altra osservazione preliminare è che, in questa lettura del percorso epistemologico delle psicoterapie, è fondamentale inserire i modelli terapeutici nel milieu filosofico che li ha accolti: quello tedesco (o, per usare una fortunata definizione, “continentale”) con la prevalenza di un’istanza teoretica di conoscenza e penetrazione del reale, e quello anglosassone dove prevalgono pragmatismo e utilitarismo.

L’autore passa in rassegna dapprima il mondo psicoanalitico, partendo da Freud e dal suo modello, che da un lato ha una struttura di tipo meccanico-idraulico, quindi compatibile con la metafora della macchina, ma che è tenuto insieme dall’assunto a priori che il “guasto” sia correlato a cause inconsce e che la terapia consista nel renderle nuovamente consce.

Nella psicoanalisi freudiana il bisogno frustrato è quello sessuale, che nell’evoluzione della psicoanalisi viene affiancato o sostituito dal bisogno di amore/vicinanza affettiva.

Jung e Adler, in modi differenti, abbandonano il paradigma medico meccanicistico ed esplorano spazi incerti: il primo quello dell’ombra e del sacro, il secondo quello dell’affermazione di sé. Entrambi, proprio perché meno interessati al modello medico, non tratteggiano una teoria organica, ma lasciano più domande che risposte e tracciano vie che altri percorreranno (spesso senza riconoscerne il debito).

Gli sviluppi della psicoanalisi seguono alcune linee evolutive:

  • il passaggio dalla priorità del bisogno di soddisfazione sessuale a quella del bisogno di contenimento emozionale: questo cambio di paradigma è ben esplicitato nelle celebre frase di Fairbairn “la libido non è la ricerca del piacere ma la ricerca dell’oggetto”;
  • l’addomesticamento della psicoanalisi ad opera di Winnicott;
  • le contaminazioni con il mondo della ricerca (Bowlby) fino a lambire i lidi del cognitivismo con la mentalizzazione (Fonagy).

Viene quindi descritta con pennellate impressionistiche ed evocative la svolta relazionale, come una successione di storie (biografie e modelli) che alla fine acquistano un senso compiuto e formano una gestalt nell’opera di Mitchell.

L’autore passa poi a tratteggiare la nascita e lo sviluppo del cognitivismo nelle sue varie declinazioni, fratture epistemologiche ed evoluzioni. Il punto di partenza è, anche qui, epistemologico: dall’interesse verso l’hardware, si passa a quello per il software. Seguendo la nostra metafora iniziale, noi non ci occupiamo più della macchina dal punto di vista meccanico, ma lavoriamo ad un livello cognitivo: il modello è quello dell’intelligenza artificiale. I punti di forza sembrano essere lampanti: da un lato i modelli che nascono da questi presupposti sono verificabili secondo i parametri dell’Evidence Based Medicine, dall’altro in alcuni casi sono talmente specifici da poter essere manualizzabili.

Viene descritto nel dettaglio il percorso umano e professionale di Beck e il suo modello incentrato sugli schemi cognitivi come programmi da sistemare, poi si passa ad Ellis e alla REBT, nella quale non si interviene a monte sullo schema cognitivo disasdattivo, ossia sull’errata conoscenza di sé, ma solo sull’inferenza disfunzionale valutativa alla base della sofferenza, con un approccio maieutico.

 A questo cognitivismo “forte”, fa quasi subito da controcanto un cognitivismo con un’altra epistemologia. Ossia quello costruttivista: qui la metafora della macchina inizia a mostrare dei limiti, l’essere umano viene descritto come immerso in un flusso di significati e in una realtà che crea (almeno in gran parte) da sé. Il sé diventa narrativo, così come i sintomi. Il pantheon filosofico è capeggiato da Vaihinger e Husser ed è comune a quello delle terapie esistenziali ed esperienziali.

Il legame con il cognitivismo classico sembra labile e a tratti opportunistico, nel senso che i vari approcci costruttivisti beneficeranno dell’aura di scientificità del cognitivismo “classico” pur non avendo apportato elementi propri significativi nell’ambito della ricerca.

Nel costruttivismo possiamo individuare alcune correnti principali:

  • un costruttivismo radicale (Guidano), che si caratterizza per la teorizzazione di un sé narrativo e per un approccio all’essere umano di natura più speculativa e filosofica che psicologica;
  • un costruttivismo moderato (Liotti, Bara, Dimaggio) che si caratterizza per concepire il sé come  relazionale (dialogando con la psicoanalisi relazionale), per la centralità del trauma come organizzatore psicopatologico (dialogando con psicoanalisti come Broomberg) e per l’apertura agli approcci corporei;
  • un costruttivismo razionale (Kelly, Sassaroli, Mancini) per il quale il sé è definito dalla presenza di costrutti personali bipolari più o meno rigidi correlati a particolari stili di conoscenza e di attaccamento.

Fino a qui, i vari modelli incontrati condividono i presupposti da cui è partito l’autore, ossia fondamentalmente la centralità del costrutto di mente (prevalentemente inconscia nella psicoanalisi, conscia nelle varie declinazioni del cognitivismo) come sede dell’intervento psicologico e come centro di comando dell’individuo. Ma questo modello non è accettato implicitamente da tutti: il primo modello forte che si pone al di fuori della mente è proprio il Comportamentismo: secondo questo modello la mente è una “scatola nera” della quale non possiamo sapere nulla e non ha senso occuparsi. L’unico oggetto di studio sono i comportamenti e solo su questi si può intervenire. Un aspetto interessante è il concetto di “rinforzo disfunzionale”: il fatto cioè che un sintomo, se persiste, ha dei meccanismi di rinforzo e conseguentemente ha un’utilità per il sistema. Questa concezione funzionalista getta un ponte con la concezione del sintomo come adattamento creativo della terapia della gestalt.

La messa in discussione della centralità della mente ha investito anche il cognitivismo, in quella che è nota come terza ondata della CBT: il presupposto di questi modelli è che i pensieri non sono tanto utili in sé, ma solo per le loro conseguenze. Se nella psicoanalisi e nel cognitivismo era centrale conoscere “cosa” (cause inconsce o pensieri disadattivi), qui è centrale il come, in due direzioni: top down (come gli stati mentali regolano altri stati mentali) e bottom up (come il lavoro sul corpo ha un effetto regolativo sul piano emotivo e cognitivo). L’obiettivo qui non è un particolare bisogno, ma la fluidità del processo.

Infine l’autore affronta il tema delle terapie umanistiche, esperienziali e corporee: gruppo eterogeneo, accomunato dalla concezione organismica dell’essere umano (o, per dirla in termini fenomenologici, dal suo essere nel mondo come “corpo vivo”) e da un’epistemologia di tipo fenomenologico-esistenziale. Qui la metafora della macchina mostra dei limiti, in quanto il presupposto di tutti questi vari modelli è la caratteristica dell’essere umano di esistere prima di essere (tant’è che, leggendo il libro, la prima immagine che mi è venuta in mente pensando ad una macchina antropomorfizzata, e che mi ha accompagnato piacevolmente per tutta la lettura, è quella di Herbie, il maggiolino dotato di autocoscienza di un vecchio film della Disney).

All’interno di questo insieme di modelli le differenze sono più accentuate di quanto non sembri dal libro: c’è un gruppo di terapie più marcatamente di matrice esistenziale (Rogers, May, Perls), un filone di derivazione più marcatamente psicodinamica (Berne), uno collegato a Reich (Lowen e Perls, terapia sensomotoria, molto collateralmente EMDR).

Viene riconosciuta l’importanza di Rogers nell’aver codificato per primo le caratteristiche di un buon impianto relazionale (anche se per lui non era solo una premessa, ma di per sé il principale mediatore terapeutico). Viene anche acutamente riconosciuto un legame tra Gestalt e funzionalismo comportamentale (tant’è che più di qualcuno ha definito la gestalt come comportamentismo fenomenologico). Vengono infine rilevati i principali limiti di questi approcci, come il problema della riproducibilità degli interventi e della ricerca sull’efficacia, anche se per la verità ci sono interessanti tentativi di superamento, come ad esempio quello di Leslie Greenberg.

Il libro si conclude con un’amara e intellettualmente onesta riflessione sullo stato della ricerca in psicoterapia: all’età dell’oro della riproducibilità tecnica delle psicoterapie in modelli standardizzati e manualizzati, segue la constatazione scientificamente dimostrata che i principali fattori che correlano con l’efficacia terapeutica sono quelli aspecifici o “relazionali” (termine ambiguo che assume nel nostro campo una polisemia talmente vasta da renderlo quasi inutilizzabile). Ma ovviamente questa, come si intuisce dalla lettura delle conclusioni, non può essere che una constatazione provvisoria di una storia che ha ancora molta strada da fare.

 

Neglect infantile: impatto sul funzionamento in adolescenza?

Data la prevalenza del neglect, è importante chiarire e migliorare la comprensione del suo impatto sullo sviluppo del bambino e dell’adolescente.

 

Il neglect infantile

 Il Neglect è un termine molto utilizzato per indicare la trascuratezza verso i bisogni primari di un’altra persona, siano essi emotivi o fisici. La definizione di neglect fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è: l’incapacità dei genitori/caregiver di soddisfare i bisogni del bambino in qualsiasi area dello sviluppo, laddove sono in grado di farlo (Krug et al., 2002).

Il neglect rappresenta una forma altamente diffusa di maltrattamento infantile, che si stima colpisca quasi un bambino e un adolescente su cinque (Cohen et al., 2017). Nonostante la sua prevalenza, è stato poco studiato rispetto ad altre forme di maltrattamento (Hobbs e Wynne, 2002).

La letteratura a oggi mostra che il neglect in famiglia è spesso accompagnato da altre forme di maltrattamento (ad es., Brown et al.,  2019), per cui atti di violenza fisica e sessuale sui bambini hanno ricevuto più attenzione e preoccupazione, rendendo la trascuratezza emotiva e fisica secondaria e soprattutto rendendo gli effetti isolati della trascuratezza più difficili da identificare.

Eppure, nonostante la scarsa ricerca a riguardo, è noto che le conseguenze del neglect possono essere dannose e durature. Ad esempio, gli individui che hanno vissuto esperienze di neglect presentano deficit cognitivi fino all’età adulta (Geoffroy et al., 2016). Il neglect, inoltre, correla negativamente con la qualità dell’attaccamento tra pari; ciò sembra essere più che plausibile dato che la mancanza di mentalizzazione da parte del caregiver priva il bambino della comprensione del proprio mondo interno, influenzando lo sviluppo della regolazione delle emozioni, dell’empatia e del successivo funzionamento interpersonale (Howe, 2005).

Essere stati trascurati emotivamente o fisicamente sembra possa addirittura aumentare il rischio di problemi nella condotta, infatti sono state riscontrate associazioni con tutte le forme di reato, comprese quelle violente, non violente e sessuali (Malvaso et al., 2016).

Data la prevalenza del neglect, è importante chiarire e migliorare la comprensione del suo impatto sullo sviluppo.

L’adolescenza è una fase evolutiva rilevante da esplorare in relazione al neglect e al funzionamento interpersonale, perché durante questo periodo di vita è presente uno spostamento dell’attenzione dalle relazioni familiari a quelle tra pari e romantiche, nonché dei cambiamenti nel funzionamento socio-emotivo (Lam et al., 2014). I fattori che influenzano lo sviluppo di difficoltà nel funzionamento interpersonale a seguito di trascuratezza emotiva o fisica sono complessi. Recenti evidenze suggeriscono che la tempistica, la cronicità e la gravità del maltrattamento hanno un impatto maggiore rispetto al tipo di maltrattamento (Malvaso et al., 2016).

Gli effetti del neglect sul funzionamento interpersonale

Una revisione sistematica di Haslam e Taylor (2022) ha incluso studi che si sono focalizzati sull’impatto che il neglect ha sul funzionamento interpersonale degli adolescenti; in particolare, gli autori si sono occupati della relazione tra neglect e funzionamento interpersonale all’interno delle relazioni tra pari, romantiche e non. Gli autori sostengono l’ipotesi secondo cui il neglect influenza il funzionamento interpersonale, soprattutto per quanto riguarda il nostro modo di essere e agire con i pari, dato che le persone hanno maggiori probabilità di sviluppare stili di attaccamento disadattivi al di fuori delle relazioni familiari (Howe, 2005). Inoltre, l’impatto dimostrato che il maltrattamento ha sulla regolazione emotiva e sulle difficoltà, sia internalizzanti che esternalizzanti, probabilmente compromette ulteriormente le capacità nelle relazioni sociali con i coetanei (Maguire et al., 2015).

 La letteratura mostra risultati più consistenti per il neglect emotivo rispetto al neglect fisico. Sette articoli di questa revisione hanno trovato risultati non significativi relativi al neglect e alle relazioni con i coetanei: i punteggi di bullo e vittima dei bambini trascurati non differivano significativamente da quelli dei bambini non maltrattati, mentre i punteggi dei bambini abusati sì, suggerendo che l’effetto della trascuratezza sulle relazioni tra pari è minimo. È anche possibile che la tempistica, la cronicità e la gravità del maltrattamento siano più importanti del tipo di maltrattamento in relazione agli esiti del funzionamento interpersonale negli adolescenti (Witt et al., 2019).

I risultati di questa revisione hanno inoltre mostrato una relazione positiva tra neglect emotivo e affiliazione a gang, molto più alta rispetto ad altre forme di maltrattamento. Questo risultato può significare che la mancanza di cure e supervisione durante l’adolescenza influenza la vulnerabilità di un individuo al coinvolgimento in una gang. Sebbene le evidenze trovate in questi studi suggeriscano che l’appartenenza a una gang riguardi solo una minoranza dei giovani trascurati, è necessario comprendere il percorso che porta dalla trascuratezza al coinvolgimento in una gang e all’affiliazione a pari devianti, poiché la vicinanza a gruppi devianti aumenta il rischio di violenza influenzando gli esiti relazionali e di salute mentale (Iratzoqui, 2018).

In questa revisione inoltre erano presenti solo due studi che hanno indagato la relazione tra neglect e violenza nelle relazioni di coppia, che hanno prodotto però risultati contraddittori. Ciò differisce dai risultati di ricerche più ampie sulle relazioni sentimentali tra adolescenti e giovani adulti, le quali mostrano che il maltrattamento infantile aumenta il rischio di violenza da parte del partner nelle relazioni di intimità e una peggiore qualità della relazione (Karsberg et al., 2019).

In conclusione, le ricerche condotte finora presentano molte incongruenze e debolezze metodologiche; data l’importanza delle relazioni tra pari nello sviluppo degli adolescenti e gli effetti deleteri della trascuratezza emotiva e/o fisica su molteplici esiti, l’argomento di questa revisione merita di essere approfondito. È necessario proseguire gli sforzi per comprendere l’impatto di questa forma molto diffusa di maltrattamento anche al fine di migliorare la pratica clinica.

 

La psicologia del traffico. Un modo diverso di fare psicologia

In questo breve articolo verrà descritto uno dei tanti volti della psicologia che in pochi conoscono, ma che in futuro potrà avere un ruolo rilevante tra le discipline che si occuperanno della promozione della salute pubblica, la psicologia del traffico.

 

Cos’è la psicologia del traffico?

 La psicologia del traffico è una branca della psicologia applicata che si occupa di analizzare il rapporto che intercorre tra persona-ambiente e persona-veicolo con lo scopo di prevenire e promuovere la salute pubblica e la mobilità. Tutto ciò è possibile mediante la valutazione dei processi cognitivi ed emotivi coinvolti durante la guida e la valutazione del tipo di infrastrutture presenti nell’ambiente stradale. I dati raccolti, attraverso questa metodica, consentono di comprendere il comportamento e le dinamiche attuate durante la guida.

È davvero necessaria la figura dello psicologo del traffico?

Il rapporto dell’Istat sugli incidenti stradali nell’anno 2019 (Istat, 2020) ha evidenziato come le principali cause dei sinistri stradali sul territorio nazionale italiano sono riconducibili a fenomeni di distrazione, di mancato rispetto della precedenza ed eccessiva velocità.

Il denominatore comune di questi elementi causali è quello che in gergo tecnico prende il nome di fattore umano. Con fattore umano si intende proprio l’insieme dei comportamenti e dei processi umani che influenzano l’aspetto della sicurezza di un lavoro o di una procedura.

La conoscenza delle caratteristiche umane (sia cognitive che emotive), quindi, consente di poter prevenire e ridurre gli incidenti e promuovere la salute pubblica mediante l’applicazione di alcuni accorgimenti di carattere psicologico. Inoltre, la figura dello psicologo, così come quella del medico, è rilevante nelle autoscuole anche se al momento esistono poche realtà di questo tipo.

Lo psicologo in queste importanti strutture di conoscenza teorica e pratica della guida è prezioso sia per il futuro conducente che per il formatore che può aggiungere alla propria conoscenza tecnica, una conoscenza psicologica di base associata al compito di guida.

La figura dello psicologo del traffico è tutelata a livello normativo?

La normativa che include la figura dello psicologo del traffico nelle dinamiche del mondo della motorizzazione è ampia ma poco conosciuta e rispettata. Secondo il codice della strada, art 119 comma 9 (D.Lgs. n. 285/1992), oltre alla valutazione medica in specifiche situazioni, il medico può richiedere una valutazione psicodiagnostica.

 Allo stesso modo, l’aspetto diagnostico è indicato anche nell’articolo 324 del regolamento di esecuzione e attuazione del codice della strada (d.P.R. n. 495/1992) in cui viene regolamentato l’intervento dello psicologo, iscritto regolarmente all’Albo, per prove di attenzione e percezione, per la valutazione dei tempi di reazione e di personalità (nei casi di trattamento terapeutico è necessaria l’abilitazione in psicoterapia).

Nonostante ciò, ad oggi, esistono poche realtà di questo tipo che passano molto spesso in secondo piano. Per questo è importante promuovere questa risorsa professionale che potrebbe migliorare la salute pubblica.

In Europa esiste la figura dello psicologo del traffico?

In Europa, lo psicologo del traffico è riconosciuto e standardizzato mediante la certificazione “EuroPsy” che definisce i crediti formativi necessari per poter esercitare la professione. Infine, da un punto di vista storico la figura dello psicologo del traffico in Europa si è sviluppata a partire dai primi studi in Francia della psicologia del lavoro e dell’ergonomia, andando poi a diffondersi in tutta Europa (Gaymard, S., 2017) anche se ad oggi, in Italia, non è ancora molto conosciuta.

Conclusione

Concludendo, la psicologia del traffico è sicuramente una delle applicazioni della psicologia che è meno conosciuta, ma che può offrire un importante supporto alla promozione del benessere pubblico lavorando su aspetti sia psicologici (cognitivi ed emotivi) sia più tecnici (competenze associate alla guida) consentendo così di poter lavorare su più fronti. Sarà interessante come si svilupperà questa disciplina negli anni a seguire nel nostro paese e nel mondo e se riuscirà ad apportare dei miglioramenti per quanto riguarda la mobilità e il benessere degli utenti della strada.

Neuropsicologia delle differenze individuali (2022) – Recensione

Neuropsicologia delle differenze individuali, edito da Unicopli, è un volume che propone un contributo innovativo all’applicazione delle teorie, dei metodi e delle procedure della neuropsicologia nello studio della personalità.

 

 Il libro è suddiviso in sei capitoli attraverso i quali si struttura un percorso guidato che porta il lettore allo studio della variabilità delle manifestazioni normali e patologiche della personalità intesa come assetto stabile di processi comportamentali, cognitivi ed emotivi caratteristici del singolo individuo. Particolare rilevanza viene data ai processi neuropsicologici di memoria a lungo termine, di cognizione sociale ed esecutivi. Nel volume, la neuropsicologia viene integrata con la letteratura della teoria dell’attaccamento e dei sistemi comportamentali al fine di interpretare le differenze individuali, non solo rispetto a contenuti specifici, ma anche rispetto alle strutture cerebrali e ai processi comportamentali, cognitivi ed emotivi che li sottendono.

Il primo capitolo affronta il tema delle neuroscienze delle reti neurali a larga scala, un paradigma utile per comprendere le basi neurofisiologiche dei fenomeni comportamentali, affettivi e cognitivi. Vengono, quindi, trattate le reti bottom up che sono implicate nell’elaborazione automatica degli stimoli, la rete di default che elabora le rappresentazioni consapevoli delle informazioni relative al sé e le reti top down, coinvolte nei processi di attenzione, controllo e autoregolazione.

Il secondo capitolo tratta la memoria a lungo termine dove sono depositate tutte le informazioni che un individuo acquisisce nel corso della sua vita. In base ai livelli di coscienza con cui sono rappresentate tali informazioni, è possibile distinguere le rappresentazioni di schemi di risposta automatici, contenute nella memoria implicita, le rappresentazioni di conoscenze generali ed astratte, contenute nella memoria semantica e le rappresentazioni di specifici eventi vissuti da un individuo che sono contenute nella memoria episodica. Tutte queste informazioni contribuiscono alla formazione del sé attraverso i processi che sono alla base della memoria autobiografica.

Il terzo capitolo si sofferma sulla cognizione sociale, definita come l’insieme della capacità indispensabili a comprendere i fenomeni sociali e a comportarsi in modo funzionale nelle situazioni sociali. La cognizione sociale, dunque, consente l’elaborazione dei segnali sociali che avviene su più livelli, uno implicito ed uno esplicito. Il primo livello si basa su meccanismi di percezione e imitazione e consente un’elaborazione rapida ed immediata. Il secondo livello si basa su meccanismi di riflessione e comprensione e consente un’analisi più accurata e consapevole delle dinamiche sociali. Entrambi i livelli prevedono l’elaborazione sia delle componenti “fredde”, che riguardano i comportamenti e gli stati mentali propri ed altrui, che delle componenti “calde”, che si riferiscono agli stati emotivi ed affettivi propri ed altrui.

 Il quarto capitolo descrive le funzioni esecutive, quei processi di controllo alla base della autoregolazione. In base ad una classificazione di tipo gerarchico, nel volume le funzioni esecutive vengono suddivise in funzioni esecutive di primo e secondo ordine. Le funzioni esecutive di primo ordine sono responsabili della regolazione del comportamento, attraverso il controllo inibitorio di risposte automatiche e l’elaborazione di rinforzi per apprendere o modificare un comportamento, e della regolazione dei processi cognitivi al fine di raggiungere un obiettivo attraverso la flessibilità cognitiva, l’inibizione attentiva e la working memory. Le funzioni esecutive di secondo ordine si riferiscono a processi di controllo più elaborati quali la regolazione emotiva e il problem solving.

Il quinto capitolo, studia le emozioni da una prospettiva neuropsicologica considerandole come schemi comportamentali caratterizzati da specifiche azioni e reazioni fisiologiche che divengono rappresentazioni più o meno accessibili alla coscienza. Nel testo gli autori revisionano la letteratura relativa alle emozioni primarie e secondarie sottolineando per ognuna gli stimoli attivatori, le caratteristiche fenomenologiche e la funzione che assumono in termini si sopravvivenza nell’ambiente fisico e sociale.

Il sesto capitolo tratta probabilmente l’aspetto più interessante del volume perché apre il lettore alla conoscenza del Modello Bidimensionale dei Sistemi Comportamentali (MBSC). I sistemi comportamentali, sono sistemi che regolano l’attivazione e la cessazione di un comportamento con l’obiettivo di aumentare le probabilità di sopravvivenza di un individuo nel proprio ambiente. Nel modello vengono considerati il sistema di attaccamento, che ha come obiettivo la richiesta di cure e conforto, il sistema di accudimento, che ha come obiettivo il fornire cure e conforto, il sistema agonistico, il cui obiettivo è il raggiungimento e il mantenimento del potere, il sistema sessuale, il cui obiettivo è il piacere nel rapporto sessuale e l’intimità nel legame affettivo e il sistema cooperativo, il cui obiettivo è il raggiungimento di una meta comune attraverso la reciprocità. Per ogni sistema, il MBSC individua quattro prototipici stili di attivazione, funzionale, iperattivato, inibito e problematico, che descrivono le differenze individuali in base a due dimensioni, l’iperattivazione e la deattivazione. L’integrazione della neuropsicologia permette agli autori di distinguere tre diversi livelli di funzionamento dei sistemi comportamentali: il livello automatico, il livello riflessivo e il livello strategico. Il livello automatico descrive il funzionamento individuale in base alle azioni che un individuo compie ed è sotteso dai processi di memoria implicita, cognizione sociale implicita e di regolazione comportamentale attraverso le reti bottom-up. Il livello riflessivo descrive un individuo in base alle specifiche rappresentazioni che ha di sé stesso, degli altri e del mondo ed è sotteso dalla memoria semantica personale e dai processi di cognizione sociale esplicita mediati dalla rete di default. Il livello strategico descrive un individuo rispetto alle sue capacità di ricordare gli eventi e alle sue abilità di autocontrollo e autoregolazione che si basano sui processi di recupero della memoria episodica e regolazione cognitiva ed emotiva mediati dalle reti top-down. In base a questa tassonomia, per ogni sistema vengono individuati specifici contenuti sia a livello automatico che a livello riflessivo, che permettono di descrivere in maniera completa la fenomenologia delle differenze individuali.

Concludendo, Neuropsicologia delle differenze individuali è un volume curato in ogni suo dettaglio ed estremamente interessante in quanto offre una chiave di lettura innovativa ed ad ampio spettro del funzionamento neuropsicologico e della personalità. Il testo riporta all’attenzione del lettore costrutti fondamentali quali la memoria a lungo termine, la cognizione sociale, le funzioni esecutive e le emozioni, costituendo un’occasione di studio per i giovani lettori ed un’occasione di riscoperta per i lettori più esperti. Il testo, nato dall’esperienza degli autori, restituisce a chi lo legge un’articolata riflessione e spunti utili al lavoro clinico dello psicologo e dello psicoterapeuta. Suggerisco una lettura completa del lavoro che merita grande attenzione.

 

Effetti degli influencer sul consumo di cibo ipercalorico dei bambini

Molti bambini dichiarano di fidarsi molto di più delle opinioni e raccomandazioni di un influencer rispetto a quelle di una pubblicità televisiva, motivo per cui spesso i vlogger sono pagati da alcuni marchi per far apparire i loro prodotti sui social media.

 

Introduzione

 Gli aumenti globali dell’obesità infantile sono generati, tra le altre cause, anche da un eccessivo marketing di alimenti non salutari, soprattutto per i bambini. Diversi studi mostrano il forte impatto che il marketing di alimenti ad alto contenuto di grassi, sale e/o zuccheri (High in saturated Fat, Salt, and/or free Sugars; HFSS) ha sulla salute e sull’alimentazione dei bambini (Norman et al., 2016). Sebbene la pubblicità televisiva tradizionale sia stata ampiamente esplorata, i tipi di marketing alimentari digitali a cui i bambini possono essere esposti, e come questo possa influenzare il loro comportamento, rimangono poco studiati. I media digitali sono infatti molto comuni anche tra i più piccoli e alcune ricerche hanno visto che i siti Internet maggiormente visitati dai bambini non sono quasi mai specifici per un pubblico infantile, ma piuttosto piattaforme che attirano un’ampia gamma di età, come i social media (Ofcom, 2017).

L’affidabilità attribuita agli influencer dai bambini

Accade spesso, infatti, che, sebbene alcune piattaforme social consentano l’iscrizione solo agli utenti che hanno più di 13 anni, queste regole non vengano rispettate e anche i bambini vi abbiano accesso facilmente. Per esempio, l’80% dei bambini tra i 5 e i 15 anni, nel Regno Unito, utilizza regolarmente YouTube. Su tale canale diversi video blogger (vlogger) hanno ottenuto molto successo tanto da essere definiti influencer per le loro abilità persuasive sul pubblico. Molti bambini dichiarano di fidarsi molto di più delle opinioni e raccomandazioni di un influencer rispetto a quelle di una pubblicità televisiva, motivo per cui spesso i vlogger sono pagati da alcuni marchi per far apparire i loro prodotti sui social media. Ciò accade anche per gli alimenti; infatti, uno studio ha dimostrato che alcuni post di vlogger su Instagram nei quali apparivano alimenti HFSS (cibi composti da High Fats, Sugars and Sodium), ha aumentato di gran lunga il consumo di questi ultimi da parte dei bambini di età compresa tra i 9 e gli 11 anni (Coates et al., 2019).

Una spiegazione possibile dei motivi per cui questo accade può essere data dalla teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 2001), secondo la quale il gradimento di un personaggio da parte dei bambini aumenta le probabilità che questi imitino le sue azioni. Tra gli studi che dimostrano che le sponsorizzazioni da parte di influencer aumentano l’assunzione e le preferenze di alimenti HFSS, uno di Boyland e colleghi (2013) ha esaminato gli effetti dell’esposizione dei bambini a uno spot televisivo di una celebrità su un alimento HFSS. I risultati mostrano che i bambini hanno consumato quantità significativamente maggiori di alimenti del marchio sponsorizzato da testimonial famosi rispetto al marchio alternativo.

 Il modello della reattività agli spunti alimentari incorporati nelle pubblicità sostiene che il livello di elaborazione influenza l’effetto dell’esposizione agli spunti alimentari (Folkvord, 2016). Questo implica che, mentre le pubblicità televisive hanno un intervallo a loro dedicato tra un programma e un altro, il marketing digitale è incorporato in un contenuto online; molti degli spunti alimentari che appaiono nei contenuti dei media necessitano quindi di un’elaborazione cognitiva minima, che non consente ai bambini di riconoscere quando sono esposti a una pubblicità e rende più difficile resistere a queste tipologie di marketing (Freeman e Chapman, 2007). Il marketing non televisivo deve quindi rispettare alcuni codici di autoregolamentazione, che prevedono l’obbligo di indicare chiaramente l’intento commerciale tramite alcune sigle, tra cui “#ad”, che devono comparire sullo schermo o nel titolo di un contenuto condiviso da un influencer.

Influencer, marketing e alimentazione

Un altro fattore che può influenzare l’effetto del marketing è la conoscenza della persuasione, ovvero la comprensione da parte dei consumatori dei tentativi di persuasione del marketing; alcuni studi dimostrano che più la conoscenza aumenta, più gli effetti della persuasione diminuiscono e possono essere contrastati (Wright et al., 2005). Tale conoscenza si sviluppa però durante l’adolescenza, perciò è possibile che non influenzi le risposte cognitive o affettive dei bambini relativamente a un marchio promosso. Il modello di difesa del marketing alimentare (Harris et al., 2009) afferma infatti che devono essere soddisfatte quattro condizioni affinché i bambini possano contrastare gli effetti del marketing: la consapevolezza della pubblicità, la comprensione del suo intento persuasivo, la capacità e la motivazione a resistere. Per resistere agli effetti di persuasione alimentare i bambini devono quindi essere motivati a farlo: non avendo quasi mai preoccupazioni per la salute ed essendo propensi a fare scelte alimentari basate sul gusto, potrebbero non essere motivati a resistere al marketing alimentare digitale HFSS anche quando sono consapevoli dell’esposizione (Bruce et al., 2016).

Una ricerca di Coates e colleghi del 2019 aveva come obiettivi quelli di esaminare se l’esposizione a un video di YouTube con un influencer di uno snack non salutare influisse sull’assunzione di quest’ultimo da parte dei bambini e se l’inclusione di una dichiarazione pubblicitaria moderasse questo effetto. 151 bambini (di età compresa tra i 9 e gli 11 anni) sono stati esposti a un video di un influencer con o senza una dichiarazione pubblicitaria di un prodotto non alimentare, lo stesso è avvenuto con un alimento: uno snack non salutare. È stata poi paragonata l’assunzione dello snack commercializzato con quella di una marca alternativa dello stesso snack. I risultati mostrano che i bambini esposti al marketing alimentare con o senza dichiarazione pubblicitaria hanno consumato una quantità maggiore (kcal) dello spuntino commercializzato rispetto a quello alternativo. I bambini che hanno visto il marketing alimentare con dichiarazione pubblicitaria (e non quelli senza) hanno però consumato il 41% in più dello snack commercializzato. Questi risultati potrebbero essere dovuti al fatto che, come afferma il modello di difesa del marketing alimentare, per i bambini non è sufficiente il riconoscimento della pubblicità per difendersi dagli effetti dell’influenza, ma sono necessarie anche motivazione e capacità di resistere (Harris et al., 2009).

 

L’ansia in età evolutiva – Podcast Terapeuti al Lavoro

È online l’episodio del Podcast Terapeuti al Lavoro dal titolo ‘L’ansia in età evolutiva: come riconoscerla e trattarla’.

 

 I disturbi d’ansia sono i disturbi psichiatrici più diffusi al mondo. In più della metà dei casi esordiscono in età evolutiva, talora determinando una significativa compromissione del funzionamento del bambino nei principali contesti di vita. Bambini e adolescenti possono sviluppare vari tipi di disturbi d’ansia, che si presentano spesso associati tra loro o in associazione a disturbi dell’umore. Le manifestazioni cliniche dei disturbi d’ansia in età evolutiva hanno alcune caratteristiche peculiari rispetto all’età adulta e talora si associano ad altri sintomi che possono confondere nel processo di inquadramento diagnostico. I test psicodiagnostici ed i questionari somministrati ai genitori ed agli insegnanti rappresentano pertanto importanti strumenti a supporto del clinico.

In alcuni casi, l’esordio di un disturbo d’ansia in età evolutiva rappresenta un fattore predisponente per altri disturbi nelle successive fasi dello sviluppo: appare evidente, quindi, la necessità di strategie preventive nelle forme sottosoglia e di un trattamento tempestivo nei casi sintomatici. I genitori hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella cura di tali disturbi: se da un lato è fondamentale che siano informati rispetto ai primi segnali di disagio che possono cogliere nei propri figli, dall’altro è molto importante che essi siano parte attiva del percorso di trattamento.

Questo incontro si prefigge l’obiettivo di condividere gli elementi necessari al fine di poter porre una diagnosi differenziale all’interno dei disturbi d’ansia in età evolutiva, nonché di illustrare gli aspetti epidemiologici degli stessi. Al termine del corso il partecipante avrà avuto l’opportunità di conoscere la modalità di assessment, nonché i principali strumenti di valutazione per poi poter procedere al trattamento. Verranno inoltre illustrati alcuni possibili interventi finalizzati alla cooperazione famiglia e scuola finalizzati in particolare alla compliance al trattamento ed alla prevenzione delle ricadute.

L’episodio è condotto dalla Dott.ssa Silvia Chiaro, Medico specialista in Neuropsichiatria Infantile, abilitata all’esercizio della Psicoterapia.

 

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

Il disagio giovanile contemporaneo: NEET e Hikikomori

La gioventù contemporanea si trova ad affrontare pressioni sociali ed economiche estranee alle generazioni precedenti: Hikikomori e NEET sono l’esempio di come l’oppressione sociale e le difficoltà occupazionali possano condurre i giovani a vivere condizioni di disagio.

 

 Sempre più spesso non ci si rende conto di come la gioventù contemporanea sia costretta ad affrontare una serie di pressioni sociali ed economiche estranee alle generazioni precedenti. La percezione di dover essere quanto più produttivi ed efficienti possibili per entrare nel mondo del lavoro, può aumentare una sensazione di ansietà tale da condurre ad un immobilismo sociale. Hikikomori e NEET sono l’esempio di come l’oppressione sociale e le difficoltà occupazionali possano condurre i giovani a vivere condizioni di disagio.

Introduzione

La cultura occidentale ha sempre sperato in una storia dell’umanità che andasse inevitabilmente progredendo: la tecnologia e le scienze continuano inesorabilmente a migliorarsi e ad accrescere il bagaglio di conoscenze attraverso nuove scoperte. Nonostante ciò, però, queste conoscenze sono incapaci di sopprimere la sofferenza umana, alimentando la tristezza e il pessimismo. Viviamo in un eterno paradosso: mentre le tecnoscienze progrediscono nella conoscenza del reale, continuiamo a essere incapaci di superare le nostre incapacità e i problemi che ci minacciano, a causa di un progresso che non è completamente in grado di darci felicità. Il sentimento di incertezza che caratterizza la società contemporanea, vessata da tensioni geopolitiche o crisi economiche, non ha fatto quindi altro che rendere il futuro imprevedibile e noi persone succubi di un’impotenza assoluta (Benasayag & Schmit, 2003).

Il fenomeno NEET

Il mondo del lavoro attuale è sempre più competitivo e richiede sempre più certificazioni e competenze. Coloro che non hanno questi attributi di “capitale umano”, ritenuto importante dai datori di lavoro, affrontano difficoltà non solo per trovare lavoro, ma nel sostenere qualsiasi tipo di carriera soddisfacente. Tale polarizzazione tra “chi ha” e “chi non ha” in termini di capitale umano, aumenta l’esclusione sociale di una sempre più sostanziale minoranza di persone.

In questa situazione già di per sé difficile, in cui è richiesta anche una sempre maggiore esperienza sul campo prima dell’assunzione, vivere una condizione di NEET (“Not in Employment, Education or Training” cioè giovani che non sono impegnati in attività lavorative, educative o formative) non fa che aggravare una storia di fallimento educativo, riducendo ulteriormente le prospettive di occupazione o di acquisizione di capitale umano attraverso l’istruzione o la formazione. In questo senso l’esperienza NEET può diventare una situazione stazionaria cronica che può aumentare gradualmente la difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro o la possibilità di esclusione sociale (Bynner & Parson, 2002).

I percorsi di carriera sono più individualizzati e meno prevedibili e potenzialmente mettono più responsabilità sui giovani per trovare la propria strada. Tre fattori contemporanei hanno intensificato le preoccupazioni perenni sui giovani NEET: la crisi del 2008 e il successivo aumento di disoccupazione giovanile; la precarizzazione del lavoro; lo svantaggio economico-lavorativo più duraturo con un conseguente impatto dannoso sulla salute mentale (Robertson, 2018).

Sono infatti presenti condizioni in cui giovani NEET si ritrovano ad affrontare una serie di stati psicologici negativi, incluse l’insoddisfazione per la vita e una perdita del senso di controllo su questa, con implicazioni anche sul piano identitario: tali difficoltà psicologiche, che spaziano da una mancanza di benessere psicologico a una sensazione di ansietà e malessere, raramente vengono riconosciute, con una conseguente negazione della loro esistenza (Bynner & Parson, 2002).

Nel 2020 in Italia abbiamo assistito ad un aumento della percentuale di NEET, raggiungendo il 23,3% (+1,1% rispetto al 2019). Il trend risulta essere accentuato al Sud, con una media di NEET del 32,6% nella fascia 15-29 anni, e colpisce maggiormente le donne a livello nazionale con una media che aumenta all’aumentare dell’età, arrivando a superare il 60% nella fascia 30-34 anni (IlSole24Ore, 2022).

Questo a testimonianza di come i giovani NEET rimangano una preoccupazione per i governi e l’obiettivo per gli interventi di politica attiva del mercato del lavoro. In Italia, per esempio, è stato a tal proposito introdotto il “Piano Neet 2022” (Dipartimento per le politiche giovanili, 2022) anche se la mancanza di chiarezza sulla loro natura può ostacolare l’efficace targeting delle politiche pubbliche (Robertson, 2018).

Fattori psico-sociali e individuali negli Hikikomori

La frequente situazione di incertezza che caratterizza la società contemporanea, è constatabile anche dall’analisi del fenomeno degli Hikikomori. Esploso negli anni ’80 in Giappone, nonostante un iniziale tentativo di ignorare la questione, il governo si sentì costretto ad avviare uno studio che potesse riconoscerli ufficialmente.

Una prima definizione di Hikikomori venne offerta nel 2003 quando il Ministero della Salute giapponese pubblicò lo studio, indicando i criteri secondo i quali questi soggetti erano in casa da almeno 6 mesi, non avevano relazioni intime se non con i familiari e il ritiro sociale doveva essere da qualsiasi attività sociale e non associato a disturbi psicotici (Saito, 2007).

Studi successivi hanno evidenziato come la sfiducia nelle persone o l’incapacità di fidarsi siano un tratto caratteristico di questi soggetti. Senza fiducia, i pazienti tendono a sentirsi insicuri o non protetti e sopprimono sentimenti o pensieri autentici nelle relazioni interpersonali per paura del rifiuto o di ricevere critiche. Hattori (2008) collegò tutto ciò alla possibilità che queste persone potessero aver subito un trauma emotivo per l’inibizione di un Sé autentico finalizzato ad assumere un ruolo adattivo in famiglie disfunzionali: ciò significherebbe aver ignorato i propri autentici sentimenti e pensieri in cambio delle cure genitoriali, ricoprendo un ruolo accondiscendente con genitori violenti o di caregiver di genitori bisognosi. La loro incapacità di fidarsi o di sentirsi al sicuro potrebbe essere quindi legata al senso di sfiducia verso i genitori, che ha creato una condizione di abbandono emotivo; questo renderebbe a sua volta difficile un intervento terapeutico gruppale, in quanto la soppressione emotiva che i soggetti effettuerebbero non farebbe che alimentare un’identità di pura facciata.

Quando questi giovani non vengono considerati malati, sono etichettati come giovani viziati che hanno abbandonato lo spirito di gruppo e il senso del dovere. Gli Hikikomori sono differenti da altre realtà adolescenziali come i NEET o i Freeter – coloro che rifiutano un posto fisso, preferendo lavori parti-time o freelance. Negli Hikikomori il rifiuto diventa totale, come totale è il ritiro che praticano o la forma di disagio e ribellione che stanno provando e, sebbene NEET e Freeter siano realtà accettate poiché in un certo qual modo si mantiene una qualche forma di interazione o partecipazione, l’Hikikomori è visto con una disapprovazione sociale per il suo voler evitare il gruppo (Ricci, 2008).

Spesso infatti l’Hikikomori è associato a patologie con le quali non ha nulla a che fare, generando grande confusione. Questa realtà è associata a una dipendenza da internet, ma va considerato che il fenomeno esplose quando internet non era ancora parte della vita quotidiana delle persone. In questo caso non è il computer o il videogioco a impattare negativamente sulla vita del soggetto o a creare una mancanza di interesse: la perdita di senso o significato è a monte e internet va solo a colmare un vuoto. Tolto quello, il vuoto rimane. Altra informazione fuorviante è che la condizione di Hikikomori sia associabile alla depressione: sebbene ci siano sintomi depressivi, queste persone si isolano per fuggire dalla sofferenza che provano nella società. Preferiscono una condizione di isolamento alla vita sociale. Non sono nemmeno dei fobici o degli schizofrenici: stiamo parlando infatti di soggetti con una visione molto critica e negativa della società (arrivando al punto da scegliere di non farne parte) che risultano capaci di operare ragionamenti approfonditi e complessi su di sé e gli altri (Crepaldi, 2019).

 Osservando la questione da un’ottica psicosociale, il comportamento di questi giovani può essere interpretato come un modo per evitare le pressioni della società, della scuola e dei genitori o la difficoltà di accesso al mercato del lavoro causata dai cambiamenti economici che penalizzano le giovani generazioni. Il comportamento degli Hikikomori sarebbe quindi un atto di ritiro dai vincoli di tempo e spazio socialmente condivisi tali da raggiungere una forma di protesta silenziosa contro la società, che li porterebbe a rinunciare al proprio status sociale (Ranieri, 2018).

Nel contesto giapponese, si è notato come famiglie troppo protettive siano diventate disfunzionali nel preparare i propri figli ad affrontare i moderni contesti sociali ed economici. In un contesto nel quale si richiede una maggiore resilienza individuale da parte dei giovani, le famiglie offrono un sempre maggiore sostentamento socio-economico ai figli a causa di una mancanza di sostegno statale per i giovani, che costringe loro a dipendere da altri fino a tarda età.

I periodi di transizione e di crescita già di per sé comportano un dover ritrovare un senso di orientamento: nel contesto di incertezza contemporaneo in cui i percorsi di vita non sono sempre così chiari, i giovani possono perdersi nel cercare di ristabilire un senso di orientamento, rischiando di ristagnare nella loro età e andare alla deriva senza superare un vero e proprio processo di crescita personale. I cambiamenti del mondo del lavoro ai quali abbiamo assistito possono essere una componente del fenomeno-hikikomori che, per assenza delle tradizionali opportunità che creano insicurezze, si ritirano dalla vita sociale ed economica per evitare l’ansia che ciò comporterebbe (Furlong, 2008).

Da un punto di vista individuale, gli Hikikomori sembrano aver vissuto periodi di mancata integrazione nel gruppo dei pari, con altrettanti episodi di bullismo che condurrebbero i soggetti a ritirarsi volontariamente per evitare l’accentuazione del senso di angoscia e irritazione. Proprio per la difficoltà ad entrare in contatto con gli altri, a causa del fallimento di reali rapporti personali, coinvolgere in una relazione terapeutica il giovane può rappresentare una vera e propria sfida. Il ritiro è dunque vissuto come un meccanismo di difesa che consente di creare uno spazio mentale (e fisico) dove poter rimanere calmi, dove l’assenza di rapporti con altri evita situazioni di allerta e dove la possibilità di creare un ambiente sul quale avere un controllo onnipotente può ridurre la frustrazione e i rischi di frammentazione dell’Io e di ansie depressive (Ranieri, 2018).

Una modalità di attaccamento genitoriale di tipo ambivalente può inoltre condurre il soggetto a difficoltà ad affrontare nuove sfide o situazioni sociali, anche a causa della loro paura di fallimento e rifiuto. Il loro essere concentrati eccessivamente sul mantenimento della vicinanza dei caregivers non li rende pronti a relazioni che vanno al di là della relazione genitore-figlio, con minori comportamenti esplorativi ed adattivi in situazioni con i pari. Questa incapacità ad entrare in contatto con i pari può essere vissuta come traumatica, specialmente se immersi in un contesto culturale collettivista (come le società orientali), per la maggiore importanza che viene assegnata all’appartenenza al gruppo (Krieg & Dickie, 2011).

L’inadempienza dei genitori all’educazione emotiva dei figli non ha fatto altro che aumentare i problemi emotivi di questa generazione. Per questo i giovani d’oggi si sentono più soli, più depressi, più rabbiosi, più impulsivi e quindi più impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per avviare comportamenti di autoconsapevolezza, autocontrollo, empatia, senza i quali non sapranno mai risolvere i conflitti (Galimberti, 2007).

La perdita dell’attaccamento sicuro si è vista anche collegata ad un’inibizione del Sé con i genitori: descrivendo la propria infanzia come oppressa, i partecipanti ad uno studio hanno dichiarato che non erano in grado di mostrare la loro vera identità ai loro genitori per paura del rifiuto. Questo comportava una mancanza di supporto o di richiesta di aiuto in momenti in cui si affrontavano angosce, traumi scolastici o altri tipi di preoccupazioni. A causa di ciò, il rapporto con i caregivers era caratterizzato da sentimenti di rabbia che, particolarmente in adolescenza, veniva sfogata con veri e propri attacchi fisici. Questi agiti, per quanto violenti, potevano però rappresentare una modalità di comunicare ai genitori un malessere che altrimenti non avrebbero colto, poiché il rapporto familiare era incentrato maggiormente sull’ossessione del tornare il prima possibile a scuola o a lavoro e non era finalizzato a comprendere la difficoltà in un modo che fosse più emotivamente disponibile (Hattori, 2008).

In base a quanto detto, l’Hikikomori sembra essere al centro di un circolo vizioso che coinvolge non solo lui in quanto membro di una famiglia, ma anche il suo rapporto con la società. Approcciarsi ad essi in un modo meno coercitivo, evitando di accusare il giovane di inoperatività, potrebbe quindi rappresentare un primo tentativo di ristabilire una comunicazione significativa affinchè possa espandere i suoi contatti prima con la famiglia e poi con la società, attraverso un graduale superamento delle difficoltà (Saito, 2014).

In Italia

Nel 2017 nasce l’associazione Hikikomori Italia: dopo una stima di circa 100.000 giovani italiani in auto-reclusione, l’associazione si è posta l’obiettivo di far aumentare la presa di coscienza del fenomeno alla popolazione nazionale, superando l’idea che questa fosse una condizione vissuta esclusivamente da giapponesi. L’associazione guarda al giovane Hikikomori non come un singolo che vive una difficoltà individuale, quanto un problema che coinvolge anche il nucleo familiare e la società alla quale appartiene. Intervenire sul singolo, quindi, non può che rivelarsi uno sforzo inconcludente in quanto si andrebbe ad agire solo su una variabile del problema (Crepaldi, 2019).

L’etichetta Hikikomori

Diversi autori considerano la condizione di Hikikomori come una sindrome psicopatologica: alcuni psichiatri attribuiscono il ritiro a categorie diagnostiche preesistenti; per altri la condizione di Hikikomori è una forma di depressione dei giorni nostri; per altri ancora, poiché non è possibile classificarla come un disturbo psichiatrico già incluso nel DSM-5 o nell’ICD-10, sarebbe necessario valutare se sia opportuno inserire questa condizione in una sindrome legata alla cultura o definirla come una nuova forma di disturbo psichiatrico (Ranieri, 2018).

Circa la necessità di etichettare qualsiasi tipo di condizione che “devii la norma”, Cipriano (2016) parla di come questa esigenza venga dal contagio del fascino nosografico, che fa correre il rischio di costruire l’identità altrui attraverso le etichette che vengono poste alle persone, senza comprendere in che modo queste vivano nel mondo. Si va così perdendo una figura medica di riferimento che non sia attenta tanto al caso che la persona porta con sé, quanto alla relazione io-tu con l’altro.

Per dirla con le parole usate da Basaglia nell’intervista di Sergio Zavoli, si deve essere interessati più al malato che alla malattia (Zavoli, 1968).

Come una bussola senza il suo Nord (2021) di V. Satti – Recensione

Come una bussola senza il suo Nord. Altrove, oltre i tagli nella mia pelle è la storia di una ragazza che soffre di una delle tante “malattie invisibili” che fanno paura perché non si conoscono.

Recensione a cura dei professionisti del CIP Disturbi di Personalità di Modena

 

 Veronica, tramite un racconto in parte autobiografico, delinea uno spaccato crudo, sincero e realistico della profondità del dolore emotivo e del peso insostenibile del vivere quotidiano di chi soffre di queste infide malattie silenziose.

“Sono frenetica, euforica, mi guardo il braccio e mi infliggo questa profonda punizione con più forza, non sento male ma solo il dolore che se ne va…” Scarlet così perde i sensi e mette a rischio la sua vita – di nuovo – e viene ricoverata in una clinica psichiatrica privata. Quest’ultima volta incontra 4 compagne di percorso che tra sbalzi emotivi, pensieri che schiacciano come massi e insicurezze creano il gruppo delle Disorders Girl, ragazze che lottano contro disturbi di personalità, autolesionismo, anoressia, tossicodipendenza, depressione, disturbo ossessivo compulsivo e cleptomania. Scarlet, McKenna, Cara, Winnie e Zelda si aiuteranno a vicenda nella speranza di sconfiggere quei mali che stanno distruggendo le loro vite e il loro futuro, attraversando momenti di sconforto e ricordi dolorosi che riaffiorano. Ciascuna di loro affronta una faticosa lotta contro il proprio disturbo, ma restano unite nel supporto reciproco, imparando a fidarsi l’una delle altre, camminando verso la consapevolezza di loro stesse e ritrovando la voglia di guarire e di riprendere in mano la propria vita.

 La semplicità con cui è scritto questo racconto permette al lettore, con altrettanta semplicità, di immedesimarsi in queste ragazze così sensibili e al contempo così disregolate che sognano solo di eliminare il loro dolore. La sofferenza soggettiva delle protagoniste che traspare tra le righe del libro è palpabile e tagliente e lo sono, allo stesso modo, anche la forza ed il coraggio dell’autrice di raccontare la sua esperienza e combattere contro lo stigma e il pregiudizio. Veronica sottolinea che queste malattie devono essere conosciute e curate e che coinvolgono non solo chi ne soffre ma anche il suo ambiente relazionale. Leggere il racconto di chi ha vissuto queste sofferenze è uno strumento per sentirsi meno soli, perché tutti noi abbiamo bisogno di essere ascoltati, compresi, accettati e amati per quello che siamo. Poche pagine per aiutare anche altre persone a riconoscere quanto si può essere forti e quanto la vita può valere – in fin dei conti chiunque ha “Una vita degna di essere vissuta” (Linehan, 1993).

 

Sintomi depressivi nelle detenute in gravidanza

Uno studio di Shlafer e colleghi del 2021 ha approfondito la prevalenza dei sintomi depressivi tra le donne detenute in gravidanza e nel periodo post-partum.

 

Carcere e gravidanza

Il numero delle donne detenute è aumentato esponenzialmente in molti Paesi dagli anni ’80 a oggi. Negli Stati Uniti, ad esempio, è aumentato del 600% e più di 200.000 donne sono detenute (Glaze e Kaeble, 2014); tre quarti di queste sono in età fertile e la maggior parte sono madri di figli minori. Dal momento che tale popolazione è aumentata molto rapidamente, le carceri e i penitenziari hanno dovuto attrezzarsi per soddisfare le esigenze sanitarie delle donne in gravidanza. A livello nazionale non si hanno molti dati sulla numerosità delle detenute incinte, in quanto le strutture carcerarie non tengono sistematicamente traccia dei tassi di gravidanza; tuttavia, le stime indicano che circa il 3%-4% delle donne è incinta quando entra in carcere (Sufrin et al., 2019). I pochi studi che hanno esaminato gli esiti delle nascite tra le detenute hanno dato risultati contrastanti. Alcuni hanno trovato che il carcere può fornire una certa “protezione” in termini di alloggio, cure mediche e pasti regolari a donne altrimenti emarginate (Martin et al., 1997). Altri ricercatori hanno affermato invece che rispetto alle donne incinte della popolazione generale, le donne in carcere avevano maggiori pfattori di rischio associati a esiti perinatali sfavorevoli, tra cui neonati pretermine e piccoli per l’età gestazionale (Bell et al., 2004). Sufrin e colleghi (2019) hanno osservato che, in media, il 6% delle nascite di donne detenute aveva un parto pretermine e il 32% di tipo cesareo, ma i tassi variavano sostanzialmente da uno Stato all’altro.

A differenza degli uomini, i periodi precedenti alla carcerazione delle donne spesso sono caratterizzati in modo sproporzionato da uso di sostanze, malattie croniche, traumi e disturbi della salute mentale. Infatti, il 66% delle donne detenute ha una precedente diagnosi di disturbi psichiatrici, tra cui i disturbi depressivi che superano di gran lunga quelli degli uomini e quelli delle donne in comunità. In aggiunta, sembra che le donne incinte in carcere abbiano tassi più elevati di esposizione alla violenza, maggiore difficoltà ad accedere a servizi perinatali e sostegno sociale scarso (Knight e Plugge, 2005). In letteratura sono disponibili pochi dati relativamente a sintomi depressivi e salute mentale delle carcerate incinte. Solitamente, durante la gravidanza e il periodo post-partum i sintomi depressivi clinicamente significativi sono relativamente comuni nella popolazione generale; i tassi di prevalenza sono stimati tra il 12% e il 20% (Woody et al., 2017). Uno studio ha riscontrato che l’80% delle carcerate durante gli ultimi tre mesi di gravidanza ha riportato sintomi compatibili a quelli della depressione clinica (Fogel, 1995). Un ulteriore studio in un carcere statale californiano ha dimostrato che il 40% delle donne che avevano appena partorito aveva sintomi depressivi tra moderati e gravi (Williams e Schulte-Day, 2006).

Alcuni dei fattori di rischio accertati per i sintomi depressivi durante la gravidanza comprendono i traumi, la povertà, il basso supporto sociale e le difficoltà di salute mentale; tali fattori sono i medesimi che solitamente mettono le donne a rischio di coinvolgimento nel sistema giudiziario penale. Altri fattori che contribuiscono all’esordio di una depressione sono un’inadeguata assistenza sanitaria fisica e mentale, l’isolamento e lo stress del carcere. Inoltre, molte donne che entrano in carcere incinte partoriscono durante la detenzione poiché la durata delle pene è elevata; la procedura prevede che coloro che partoriscono sotto custodia cautelare vengano separate dal neonato entro 48-72 ore dal parto, separazione vissuta in maniera molto angosciante dalle donne.

Sintomi depressivi tra le detenute dopo il parto

Dal momento che nessuno studio quantitativo ha considerato se gli aspetti della separazione madre-neonato, inclusa la quantità di tempo che le donne devono scontare dopo il parto, fossero associati a sintomi depressivi, uno studio di Shlafer e colleghi del 2021 ha approfondito la prevalenza dei sintomi depressivi tra le donne in gravidanza e nel periodo post-partum in carcere, e i fattori del contesto carcerario correlati ai sintomi depressivi. Gli autori hanno quindi analizzato i sintomi depressivi in modo longitudinale, dalla gravidanza al periodo post-partum in un campione di 58 donne che hanno partorito in carcere e sono state separate dai loro neonati poco dopo la nascita, valutando se i fattori legati alla detenzione (durata della detenzione durante la gravidanza, durata residua della pena da scontare dopo il parto) fossero associati ai sintomi depressivi. I ricercatori hanno raccolto i dati nel corso di un programma di sostegno alla gravidanza in un carcere statale femminile negli Stati Uniti. Il programma consisteva in un gruppo di sostegno alla gravidanza e alla genitorialità della durata di 12 settimane e in un sostegno individuale da parte di una doula durante la gravidanza, il travaglio, il parto e il post-partum. Durante le visite prenatali e post-partum, le partecipanti hanno completato il Patient Health Questionnaire-9 (PHQ-9; Sidebottom et al., 2012), per valutare la gravità dei sintomi depressivi. I risultati mostrano che più di un terzo del campione che ha partorito in custodia cautelare ha soddisfatto i criteri per una depressione da moderata a grave sul PHQ-9 durante la gravidanza o il periodo post-partum. Le donne che hanno affrontato periodi di carcerazione più lunghi dopo il parto e la separazione dai loro neonati hanno riportato livelli più elevati di sintomi depressivi post-partum.

Le carceri dovrebbero, quindi, adottare politiche e pratiche che sostengano la salute mentale delle donne e promuovano cambiamenti che evitino la separazione madre e figlio subito dopo il parto. Sarebbe opportuno, inoltre, coinvolgere delle figure come psicologi e ostetriche che possano monitorare la salute mentale delle donne prima e dopo la gravidanza, in particolare durante la separazione dai neonati, accompagnarle e supportarle per ridurre la sintomatologia depressiva.

 

La psicologia, oltre il panorama medico: un’analogia biologica

Le dimensioni rappresentate da fisica, biologia e psicologia sono, da una parte incommensurabili perché di ordini di grandezza non paragonabili, dall’altra in qualche modo in continuità; questo è il paradosso da accettare ed euristicamente sviluppare.

 

 Spesso si contesta ai filosofi della scienza di occuparsi di questioni teoriche apparentemente lontane dalle esigenze pratiche di chi opera nel campo della ricerca scientifica o del trattamento e cura del corpo o della mente. In particolare tra gli psicoterapeuti è abbastanza comune constatare una certa indifferenza, o anche solamente la considerazione dei presupposti teorici ed epistemologici della pratica analitica e della psicoterapia come un luogo non pensato ed estraneo al lavoro concreto con i pazienti.

Tuttavia, per dirla con Quine, “facts and observation are theory laden”, che sta a significare che inevitabilmente il fondamento teorico di riferimento informa sempre la cornice entro la quale si muove il professionista o lo scienziato, che quel sapere e quella conoscenza deve erogare nel predisporre il servizio di cura e di aiuto a cui è chiamato a rispondere.

In questo senso, solo per fare un esempio, il recente lavoro di Foschi e Innamorati sulla storia della psicoterapia rappresenta un approccio in controtendenza rispetto ad una certa pigrizia intellettuale degli addetti ai lavori, così presi ed impegnati nelle esigenze quotidiane e pratiche che l’attività comporta, apparentemente lontane dalle questioni teoriche.

La suggestione qui proposta è analogica e va recepita, per dir così, mutatis mutandis; si tratta di una metafora colta da un regno differente dalla psicologia, un regno preesistente e di un ordine di grandezza diverso e più grande rispetto alla dimensione psichica: ζωη Zoé più ancora che Bios. La vita organica, nella sua essenza, al di là della vita individuale. Le dimensioni rappresentate da fisica, biologia e psicologia sono, quindi, da una parte incommensurabili perché di ordini di grandezza non paragonabili, dall’altra in qualche modo in continuità; questo è il paradosso da accettare ed euristicamente sviluppare.

È come se, pur non essendo la prova dimostrata di una qualche legge incontrovertibile, la dimensione biologica avesse lasciato una traccia, una matrice così profonda da irradiarsi anche dove forse non penseremmo mai di trovarne dirette e significative conseguenze.

L’analogia tra psicologia e biologia

Allora vediamola questa analogia; siamo nel campo degli studi di biologia evoluzionistica, segnatamente nelle ricerche sperimentali sull’origine della vita. In biologia sappiamo bene come il concetto di cooperazione sia davvero molto rilevante ed assuma diverse forme in moltissime specie, dagli uccelli ai mammiferi, più o meno simili a noi; si va dalla cooperazione mutualistica delle leonesse nella caccia, al warning call degli scimpanzé diversificato per ogni tipo di pericolo, fino al più generale concetto di eusocialità nelle più disparate specie viventi, dagli insetti fino ai Sapiens. Ricordiamo Edward Wilson, andatosene proprio questo Natale, e la sua pionieristica ricerca sulla selezione naturale di gruppo, interessantissima ed illuminante nella comprensione della paradossalità dei meccanismi evolutivi e selettivi individuali e di gruppo, egoistici o altruistici, competitivi piuttosto che collaborativi. In pratica il vantaggio evolutivo, selezionato dall’ambiente, può essere, appunto, competitivo o di simbiosi, parassitario o cooperativo, può privilegiare i free riders, battitori liberi egoisti, o i comportamenti altruistici a favore del proprio gruppo: la sociobiologia è proprio la scienza che studia l’evoluzione di questi sistemi istintuali e sociali nello stesso tempo, sistemi che naturalmente riguardano anche noi umani, perlomeno fino a quando lo sviluppo culturale ci porterà verso un ampliamento di quel “Noi”,  gruppo umano, un noi che non lascerà fuori proprio nessuno; solo allora l’istinto tribale, così precisamente neurobiologicamente connotato nel nostro cervello dall’evoluzione sarà qualcosa di superato.

Dalle vicende dell’ultimo mese manca ancora tanto. Un esempio clamoroso del confronto tra il proprio e l’Altro in una comunità di primati, a noi così vicini, è stata pubblicata recentemente; si tratta di uno studio ecologico, in condizioni naturali quindi, condotto in Uganda in una comunità di scimpanzé nella quale era nato un esemplare albino, evento estremamente raro. In poche settimane il piccolo era stato progressivamente attaccato da tutti i membri del gruppo, fino alla sua uccisione cruenta. L’Altro, il non-io, il nemico, il pericolo, rappresentano uno schema psichico potentissimo, neurobiologicamente determinato dall’evoluzione, che ancora brucia sotto la cenere dalla nostra sofisticata razionalità.

Voglio, però, andare alla radice ultima e fondante della vita biologica per riprendere la suggestione analogica da cui siamo partiti, una metafora rilevante sia dal punto di vista dell’episteme delle due scienze, bio e psico, sia dal punto di vista della correlazione tra i due ambiti: il passaggio dalla chimica alla vita organica.

Sappiamo ormai da qualche decennio come la vita biologica sia nata in qualche modo da qualche molecola inorganica, chimica. L’ipotesi più plausibile e prevalente in questo senso è quella di un cosiddetto mondo a RNA quale base di partenza per l’instaurarsi delle prime molecole biologiche viventi e autoreplicanti.

Il problema di questa interpretazione teorica è sempre stato quello di capire, un mistero fino ad oggi, come sia stato possibile che singoli filamenti di RNA in grado di fare copie di sé stessi, fossero poi in grado di consolidare i meccanismi di autoreplicazione fino a produrre, nelle successive generazioni, un aumento di complessità delle proprie strutture.

Le origini della complessità umana

Da pochi giorni è stato pubblicato su Nature il lavoro degli scienziati giapponesi dell’Università di Tokyo, Mizuuchi e Furubayashi, che sono partiti proprio da questo nodo problematico, cioè l’impossibilità per singoli filamenti di RNA, a causa della loro estrema semplicità strutturale e della loro instabilità, di ricoprire il ruolo del perfetto candidato responsabile della complessificazione delle strutture autoreplicanti. Questo è stato il punto di partenza. L’esperimento degli scienziati giapponesi ha quindi cercato di dimostrare come fosse possibile osservare una evoluzione a lungo termine di un replicatore di RNA che, tuttavia, lavorasse in una rete, cooperando o parassitando; in pratica in una coltura in presenza di diversi tipi differenti di RNA, dopo diversi passaggi, il filamento RNA ospite, contaminato dagli altri tipi, si riproduceva conservando l’informazione dei filamenti parassiti; nasceva così un RNA cooperativo. Il concetto alla base della teoria e del relativo esperimento era, perciò, che la scintilla indispensabile all’avvio della complessità biologica, fosse di natura relazionale e collaborativa.

Vediamo come:

Psicologia e biologia un analogia tra le due discipline Imm 1

(Figura da Nature Communicartions).

  • a) Il sistema di replicazione dell’RNA. L’RNA ospite originale si replica attraverso la traduzione della replica autocodificata, mediante la quale potrebbero essere generati RNA ospiti mutanti e RNA parassiti.
  • b) Rappresentazione schematica di esperimenti di replicazione a lungo termine in goccioline acqua-in-olio. (1) La replicazione dell’RNA è stata eseguita a 37 °C per 5 ore. (2) Le goccioline sono state diluite 5 volte con nuove goccioline contenenti il sistema di traslazione. (3) Le goccioline sono state vigorosamente mescolate per indurre la loro fusione e divisione casuale.
  • c) Variazioni di concentrazione degli RNA dell’ospite e parassiti di diversa lunghezza. Le concentrazioni di RNA ospite sono state misurate mediante RT-qPCR e le concentrazioni di RNA parassita sono state misurate dalle corrispondenti intensità di banda dopo elettroforesi su gel. Le concentrazioni di RNA parassitario non sono state tracciate in cicli in cui non erano rilevabili.

 La figura mostra come dopo 240 cicli (1200 ore) la replicazione dei filamenti singoli, ospite e parassita, ha prodotto un aumento di complessità non presente, né prevista all’inizio della serie. Proprio quello che mancava nella spiegazione dell’origine della vita, per la quale la sola capacità di un filamento di RNA di produrre una copia di sé stesso non era sufficiente ad innescare un meccanismo stabile e potente, suscettibile di selezione da parte dell’ambiente. Tanto era difficile rintracciare qualche candidato plausibile per una spiegazione teorica convincente, che si sono susseguite nel tempo ipotesi teoriche suggestive ed originali tra i biologi evoluzionisti; ricordiamo, tra le altre, la teoria delle argille di Cairns-Smith, particolarmente interessante perché spiegava la replicazione stabile delle prime molecole biologiche attraverso il millenario sfaldamento dei cristalli di argilla nelle acque di fiumi e stagni, cristalli contaminati da molecole organiche posatesi sulle superfici. La teoria era seducente anche perché dava conto della particolare caratteristica di zuccheri e aminoacidi di essere enantiomeri, cioè molecole chirali destrorse le prime, mancine le seconde; avrebbero potuto svilupparsi in natura benissimo le molecole speculari corrispondenti, perfettamente identiche ma non sovrapponibili, come una mano allo specchio, ma di fatto non è successo, è andata così.

Tutto questo per dire come, per gli scienziati, il nodo da sciogliere risiedesse proprio nel rintracciare il meccanismo replicativo stabile e produttore di complessità strutturale crescente.

Riassumendo

Per tornare alla nostra analogia iniziale, cioè il nesso metaforico tra le origini assolute del biologico con la psicologia moderna e la sua pratica, ecco il punto: il nesso nel campo della psicoterapia risiederebbe proprio nella possibilità che emerga nella relazione analitica qualcosa di nuovo, di diverso, di più complesso del semplice contatto e interazione di più elementi individuali: il terzo intersoggettivo analitico alimentato dalla reverie.

Questo concetto teorico si riferisce al lavoro di Thomas Ogden che ne ha delineato i contorni, definendolo come qualcosa di molto più profondo di una semplice esperienza condivisa all’interno del setting e della relazione psicoterapeutica. Già Marcuse negli anni 60 individuava il pensiero dialettico come indissolubile totalità emergente dalla relazione soggetto-oggetto, totalità non riducibile alla somma delle due parti, così Ogden, successivamente, definiva il soggetto dell’esperienza analitica, l’analista come il paziente, come soggetti che si formano nello spazio intersoggettivo della loro relazione, pur nell’ineliminabile asimmetria delle parti. Sono proprio i soggetti, decentrati rispetto alla loro individualità, conscia ed inconscia, ad essere creati dallo spazio relazionale che entrambi condividono, una soggettività quindi non riconducibile a nessuna della due parti in causa. Il terzo nell’uno, dunque, come perfettamente enucleato nel lavoro sulla differenziazione di Jessica Benjamin.

Si avverte naturalmente, all’origine di questa impostazione teorica, l’influenza delle relazioni oggettuali declinate nel senso winnicottiano, proprio per la rilevanza degli aspetti primari transizionali nell’esperienza diadica madre- bambino. Tuttavia, Ogden aggiunge qualcosa in più; la relazione sì, ma come nascita e creazione di un elemento nuovo, unico, un elemento emergente, imprevedibile e di natura teleologica più che causale; una finalità naturalmente mai precostituita e prevedibile, insatura e, per definizione, mai saturabile. Un po’ come il simbolo junghiano, mai segno interpretabile, ma operatore psichico di trasformazione.

Se, allora, tutta la clinica e la psicoterapia appartengono all’insieme che contiene tutti i significati emergenti e meta individuali capaci di produrre e creare configurazioni psichiche, cognitive, emotive, oniriche, nuove ed imprevedibili, potenzialmente portatrici di cura o salvezza come si preferisce, allora, appunto, si ripete in qualche modo la traccia archetipica lasciata dai filamenti di RNA di diverso lignaggio, che, solo cooperando ed intrecciandosi per sempre, hanno creato la vita.

 

Eco ansia (2022) di Matteo Innocenti – Recensione del libro

Il 22 Aprile, in occasione della giornata internazionale della Terra, è stato pubblicato il libro Eco ansia, i cambiamenti climatici tra attivismo e paura di Matteo Innocenti.

 

 Il libro, di circa 150 pagine, è edito da Erickson ed è scritto in modo semplice e divulgativo. L’obiettivo dell’autore è stato quello di creare una prima opera che servisse ad incrementare la conoscenza e la coscienza del grande pubblico verso temi che ormai permeano la nostra quotidianità. I protagonisti sono il cambiamento climatico e l’ansia o meglio Eco Ansia, ovvero quello stato di disagio e impotenza, simile alla paura, che si può presentare quando si pensa all’incombente e inevitabile minaccia catastrofica delle conseguenze del cambiamento climatico (Clayton, 2020; Innocenti, 2021). Il filosofo ambientale Glenn Albrecht l’ha definita “la sensazione generalizzata che le basi ecologiche dell’esistenza siano in procinto di crollare” (Albrecht, 2019). Oltre all’eco ansia si espongono numerosi altri stati emotivi legati al cambiamento climatico, i cosiddetti “stati psicoterratici” o emozioni ambientali (Albrecht, 2011). Tra questi, annoveriamo emozioni negative come la solastalgia (Albrecht, 2011): una tristezza frammista a nostalgia per un territorio a cui si sentiamo di appartenere ma che ormai sentiamo irrimediabilmente degradato e non più nostro. Vengono esposte anche emozioni come la terrafurie (Albrecht, 2011), descritta come una rabbia innescata dall’intolleranza nei confronti di scelte politiche mondiali, che spesso si esprime con l’attivismo green. Ulteriore scopo dell’autore è quello di offrire agli addetti ai lavori del settore psicologico un punto di riferimento attraverso cui rendere operativa la promozione della salute fisica e mentale del singolo e della comunità inscindibilmente legati tra loro e al sistema mondo. Il libro ha anche un valore costruttivo che aspira a comunicare con le figure di riferimento che costellano il percorso di sviluppo di bambini e ragazzi quali maestri, professori ed educatori che sempre di più si troveranno ad assistere giovani preoccupati per il pianeta e le sue sorti, ma senza strumenti emotivi e comportamentali per affrontare tale realtà. Di conseguenza, riprende centralità il valore delle già citate emozioni ambientali. Di fatto, per far fronte a ciò la proposta dell’autore è quella di utilizzare la conoscenza e la comunicazione interpersonale e mediatica in maniera consapevole e “pro-ambientale” (Markle, 2013) allo scopo di “riciclare” stati psicoterratici negativi come Eco ansia (Clayton, 2020), Eco paralisi, Terrafurie (Albrecht, 2011) e dolore ecologico (Comtesse et al., 2021) in emozioni positive come l’Eutierra, che rappresenta il vissuto di unione e legame con l’ambiente e la Sumbiofilia, fonti di motivazione, dunque spinta all’azione e al cambiamento di un nuovo equilibrio tra umanità-ambiente.

 Il libro si apre con una panoramica sul fenomeno del cambiamento climatico: cos’è e quali sono gli effetti dai danni idrogeologici, socio-economici e socioculturali ai danni sulla salute generale, mentale e comunitaria. Nel secondo capitolo vengono spiegati con più precisione gli effetti del global warming sulla salute mentale, divisi in diretti e indiretti, acuti e cronici. Nel successivo capitolo l’autore si concentra sul concetto chiave di distanza psicologica dal cambiamento climatico e sulla necessità di ridurla al fine di stimolare, soprattutto nei giovani, l’assunzione di condotte pro-ambientali. All’interno dello stesso capitolo viene articolata una riflessione sulle modalità massmediatiche disfunzionali e vengono parallelamente proposti sistemi comunicativi adeguati. A tal proposito l’autore suggerisce un decalogo di atteggiamenti comunicativi che i media dovrebbero adottare per diminuire la distanza psicologica e incentivare la motivazione al cambiamento senza che per raggiungere tale scopo si faccia appello alla paura o si generino emozioni negative.

Nel quarto capitolo Matteo Innocenti descrive la gamma delle emozioni ambientali negative e positive e si concentra sulla loro genesi: il rapporto che ognuno di noi ha con la natura dà vita a delle emozioni che inevitabilmente influenzano il nostro agire quotidiano. L’autore, riprendendo teorie postulate dal filosofo ambientale Albrecht, sostiene che sia fondamentale invitare le persone a riappropriarsi della propria identità naturale attraverso il rapporto con la natura stessa e suggerisce come questo processo sia fondamentale per chi sperimenta eco ansia affinché venga tamponata e trasformata da sentimento negativo e paralizzante a sentimento positivo e motivante. L’autore spinge il lettore verso la natura e lo invita ad un ritorno ad essa con la speranza di ristabilire quel legame sinciziale che l’uomo aveva migliaia di anni fa e che ha scordato lentamente fino alla dissoluzione con l’inizio dell’epoca antropocentrica. L’autore ritiene indispensabile il passaggio da un’epoca antropocentrica, nella quale l’uomo prevale su animali e natura, ad un’era sumbiocentrica nella quale l’uomo convive in maniera paritetica e simbiotica con la natura ed i suoi frutti. Per concludere vengono proposte delle strategie di coping utili a fronteggiare l’eco ansia. Questa ultima parte del libro ha per l’autore un duplice obiettivo: fungere da ispirazione e punto di riferimento per chiunque cerchi, soprattutto nella semplicità della propria quotidianità di far fronte al dilagare di stati emotivi negativi, primo fra tutti l’eco ansia e, un secondo obiettivo, non meno importante, è quello di offrire delle risorse agli addetti ai lavori, passando in rassegna le strategie evidence based presenti al momento (Hansen, Jones, & Tocchini, 2017). Il libro tratta un tema attuale, ma antico allo stesso tempo, il rapporto tra uomo e natura e le reciproche influenze. Il cambiamento climatico e la conseguente risposta psicologica sono argomenti che necessitano attenzione e l’autore ha deciso di affrontarli con un linguaggio comprensibile, inclusivo e alla portata di un pubblico variegato, analizzando i fenomeni da un punto di vista non solo scientifico, psico-sociale, filosofico e ambientale, ma prima di tutto umano.

 

Una panoramica sull’utilizzo di steroidi nel mondo del culturismo

Sentendosi incapaci di raggiungere il fisico ideale, alcuni bodybuilder possono implementare nella loro dieta gli steroidi, con risultati inizialmente positivi, ma che poi si rivelano essere estremamente dannosi per l’organismo.

 

Bodybuilding e vigoressia

 Al giorno d’oggi, la società sembra essere molto concentrata sull’apparenza e sul concetto di bellezza e di corpo perfetto; comportamento rinforzato soprattutto dai social media, che spingono gli individui a seguire dei modelli di riferimento che vengono visti come la forma fisica ideale (Soler et al., 2013). Tuttavia, questi canoni di bellezza hanno favorito la comparsa di numerosi disagi associati al proprio corpo, come la vigoressia e la dipendenza da esercizio fisico. Nello specifico, la vigoressia è una tipologia di dismorfia corporea, che si manifesta con la continua ricerca di difetti in termini estetici e di tono muscolare, accompagnati da un’ossessione per l’allenamento e le diete. Ad esempio, un bodybuilder potrebbe guardarsi allo specchio e sentirsi insoddisfatto riguardo alle dimensioni della sua massa muscolare, anche se in realtà è molto più voluminosa degli individui che non praticano l’attività di bodybuilding. Questo può incrementare le sensazioni di debolezza e piccolezza prevalentemente negli uomini, popolazione che risulta essere maggiormente focalizzata sull’ipertrofia muscolare e su bassi livelli di massa grassa. Dunque, l’analisi delle forme del proprio corpo risulta distorta e l’individuo si ritrova in un circolo di continua insoddisfazione verso sé stesso e i propri sforzi.

Con l’aumentare della popolarità del bodybuilding, inteso come pratica volta a raggiungere un fisico ideale attraverso il sollevamento dei pesi unito a un regime alimentare speciale, sono aumentati anche gli individui che riportano insoddisfazione verso il proprio corpo (Mosley, 2009). La sensazione di inadeguatezza nei confronti del proprio corpo rappresenta la componente ossessiva della vigoressia, mentre la componente compulsiva riguarda il passare molto tempo in palestra, spendendo grandi quantità di denaro per integratori che risultano spesso essere inutili o addirittura pericolosi per la salute, con il rischio di sviluppare una dipendenza da alcune sostanze anabolizzanti, come gli steroidi. Sentendosi incapaci di raggiungere il fisico ideale, alcuni bodybuilder possono implementare nella loro dieta questi steroidi, con risultati inizialmente positivi, ma che poi si rivelano essere estremamente dannosi per l’organismo.

Bodybuilding e steroidi

 Gli Steroidi Anabolizzanti Androgeni (Anabolic Androgenic Steroids; AAS) sono infatti i più utilizzati dai bodybuilders, ma sono anche tra i più pericolosi (Jones et al., 2018). Essi sono dei derivati del testosterone sintetico e hanno una funzione principalmente terapeutica. Infatti, vengono usati per trattare disturbi ormonali come l’ipogonadismo e l’ipercortisolismo. Nell’ambiente del bodybuilding, gli steroidi vengono usati per la loro capacità di ridurre estremamente la fatica muscolare che segue l’allenamento. Sono utilizzati sia dagli individui che partecipano a competizioni di culturismo, sia dagli individui che praticano bodybuilding a livello amatoriale, con lo scopo di incrementare la forza e la massa muscolare, per tentare di raggiungere il proprio ideale di bellezza. Gli steroidi presentano una lunga serie di effetti collaterali a breve e lungo termine. Tuttavia, mentre gli effetti dopo un breve periodo di utilizzo sono spesso moderati e reversibili, gli effetti dopo l’uso per un periodo di tempo prolungato risultano essere frequentemente irreversibili e molto dannosi. Tra gli effetti dopo l’utilizzo per un breve periodo si possono riscontrare: aumento di peso, nausea, sbalzi di umore, acne e difficoltà nel mantenere un sonno continuo. Tra gli effetti di un utilizzo prolungato e/o di dosaggio intenso si possono riscontrare: acne diffuso, disfunzioni erettili, disturbi cardiovascolari, disfunzioni epatiche, aumento esponenziale del colesterolo, danni al fegato e problematiche ai tendini. Questi sono solo alcuni dei numerosi effetti negativi che tali sostanze hanno sull’individuo. Inoltre, è possibile che l’individuo sviluppi una dipendenza da queste sostanze e, nel momento in cui si interrompesse l’assunzione di steroidi, potrebbero presentarsi una serie di problematiche psicologiche, quali depressione o aggressività.

In conclusione, gli steroidi anabolizzanti sono uno strumento ampiamente diffuso nell’ambiente del culturismo; questo utilizzo frequente e incontrollato potrebbe essere correlato al fatto che anche molti influencer del culturismo ne fanno uso dichiaratamente mostrando solamente i lati positivi (come l’aumento della massa muscolare in breve tempo) mentre i lati negativi rimangono ignoti a molti utenti (Hilkens et al., 2021).

 

Verso l’immortalità digitale: il caso dei griefbot – Psicologia Digitale

I griefbots simulano una conversazione con una persona defunta utilizzando le tracce digitali lasciate intenzionalmente (su social media, e-mail, chat, ecc) o non intenzionalmente (come ricerche su siti web, registri di telefonate).

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 30) Verso l’immortalità digitale: il caso dei griefbot 

 

 Grazie alla raccolta delle tracce digitali è possibile far rivivere chi è venuto a mancare attraverso chatbot.

L’elaborazione del lutto è da sempre legata a luoghi, riti e azioni culturali condivise; pratiche come quella dell’“impersonatore” (in cui qualcuno si finge il defunto per farlo “parlare di nuovo”), delle sedute spiritiche, o ancora del “telefono del vento” (un monumento simile a una cabina telefonica in cui simbolicamente conversare con chi non c’è più), sono tutti esempi di risposte al bisogno di elaborare la perdita. Non poteva mancare la versione digitale di modi per comunicare e gestire il lutto. La thanatechnology (Sofka, 1997) è proprio l’insieme delle tecnologie che riguardano il lutto e la gestione della perdita. Accanto a forme di memoria digitali passive, come lapidi interattive (Bassett, 2015) o piattaforme che custodiscono messaggi rivolti ai posteri (Dilmaç, 2018), abbiamo forme di personificazione come avatar digitali e griefbot.

Il lutto online

Il digitale non fa niente di nuovo: elaborazione del lutto e connessione coi defunti sono un’esigenza espressa in tutte le epoche e culture. Quello che cambia sostanzialmente è il modo in cui questo viene fatto e come viene gestito.

L’espressione del lutto online diventa qualcosa di condiviso, di collettivo, non più relegato solo alla sfera privata (Wagoner e Brescó, 2021). Il nostro lutto diventa visibile, ma rimane visibile e presente anche il defunto: sulle pagine commemorative di Facebook è possibile vedere il profilo, leggere i post precedenti e inviare messaggi (Moyer e Enck, 2020). C’è chi sostiene che la cancellazione del profilo è un po’ come perdere di nuovo la persona amata (Kasket, 2012).

Questa presenza online di chi non c’è più crea e legittima nuove forme di elaborazione del lutto in cui il defunto è ancora presente (anche a chi non lo conosce, ma è pur sempre un profilo) e con cui si può in qualche modo ancora dialogare.

Cosa sono i griefbot

Una chatbot è un’applicazione basata su AI (intelligenza artificiale) che è in grado di intrattenere una conversazione con un essere umano. Tipicamente, i chatbot vengono usati per rispondere a richieste di informazioni generiche su siti che offrono servizi o e-commerce, ma ci sono anche versioni più evolute capaci di simulare una conversazione su specifiche tematiche, come i chatbot che simulano un dialogo con uno psicoterapeuta.

I griefbots fanno proprio questo: sono in grado di simulare una conversazione con una persona. Che siano tracce digitali lasciate intenzionalmente (su social media, e-mail, chat, ecc) o non intenzionalmente (come ricerche su siti web, registri di telefonate), i griefbot sono programmati per apprendere da tutte le impronte digitali lasciate da un defunto (Savin-Baden e Burden, 2019).

Queste piccole briciole digitali sono come “narbs”, cioè “narrative bits”, bit narrativi, piccoli frammenti di una narrazione che, una volta messi insieme, ricostruiscono l’identità digitale di una persona (Mitra, 2010; Paul-Choudhury, 2011).

Rispetto ad altre forme di commemorazione online differiscono per due aspetti: la comunicazione è bidirezionale (il griefbot non solo risponde ma può avviare una conversazione autonomamente) e lo spazio di interazione è privato poiché si tratta di una chat 1to1, uno a uno.

Il processo di lutto nella digital afterlife

I griefbot simulano una conversazione privata. Sono quindi un’imitazione di come parlerebbe una persona sulla base di tutti i dati raccolti su quest’ultima. Essendo una simulazione basata su una grande mole di dati, la replica è abbastanza raffinata. Quanto nel corso dell’interazione ci illudiamo, in tutto o in parte, di avere proprio a che fare con quella persona reale?

Secondo Brinkmann (2018) è sufficiente il fatto di sapere che si tratta di una copia a non farci cadere nella trappola dell’illusione di realtà e a generare un distacco. Saperlo o meno invece, secondo Elder (2020), non muta il fatto che la risposta emotiva è profonda e significativa e i messaggi del griefbot potrebbero essere interpretati inconsciamente come qualcosa di “vero”, dato che sono, dopo tutto, basati sull’impronta digitale del defunto.

Questa permanenza in una sorta di limbo tra distacco e presenza della persona cara è di aiuto o, peggio, ostacolo nell’elaborazione del lutto? Se l’utilizzo di griefbot porta benefici dipende comunque da più fattori: come e quanto viene utilizzato, il tipo di legame con il defunto, l’età in cui avviene il lutto, se si è nelle fasi iniziali del processo.

Va infine ricordato che stiamo parlando di tecnologie sviluppate da aziende private. In quanto tali, la gestione della digital afterlife si fonda sulla possibilità di riuscire a monetizzarla. La necessità di ottenere un ritorno economico spinge a incoraggiare le interazioni (con notifiche push, per esempio) e questo può avere un impatto nell’evolversi del processo di lutto. Prodotti come Eterni.me, creato nel 2014, in cui si può creare il proprio avatar da lasciare ai posteri, non sono prodotti che nascono con un intento terapeutico (Öhman e Floridi, 2018).

La questione etica: i nostri resti digitali

Che si tratti di griefbot o di testamenti digitali (vere e proprie istruzioni su cosa fare della nostra eredità digitale), le nostre tracce, i nostri resti digitali sono parte della nostra identità (Öhman e Floridi, 2018). Ma a proposito di identità, un nostro surrogato digitale creato sulla base del nostro comportamento online ci rispecchierebbe davvero? Essendo basati appunto solo su dati online, viene tagliata fuori una fetta fondamentale della nostra vita: come siamo offline.

Soprattutto, lo vorremmo davvero? Vorremmo davvero che ogni nostra briciola, ogni nostra piccola traccia – ogni narb – che abbiamo disseminato online venisse riutilizzato dopo la nostra morte? Potrebbero essere resi noti aspetti di noi e della nostra vita che avremmo voluto lasciare privati.

Queste sono domande cruciali da porsi considerando che le nostre tracce digitali diventano sempre più numerose e dettagliate e dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’impatto che possono avere anche dopo la nostra morte.

 

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