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Ansia per la matematica

Nonostante i vari risultati affermino che l’ansia per la matematica diminuisca significativamente le prestazioni matematiche, è importante chiarire la natura di questa relazione e identificare le abilità matematiche specifiche più fortemente colpite dall’ansia matematica

 

L’ansia per la matematica

 La matematica, rispetto ad altre materie accademiche, può suscitare forti reazioni emotive e varie difficoltà (Dowker et al., 2016). Molti studenti riportano poco interesse per questa materia, non sono consapevoli delle loro abilità matematiche e vivono la matematica come complessa e impegnativa. Ciò genera negli studenti ansia e frustrazione (Justicia-Galiano et al., 2017).

L’ansia per la matematica è un costrutto multidimensionale (Lukowski et al., 2019), definito come uno stato di agitazione causato dall’esecuzione di compiti matematici, caratterizzato da sentimenti di apprensione, preoccupazione, avversione e frustrazione. Esso rappresenta un problema diffuso in tutto il mondo per tutti i gruppi di età; circa il 93% degli adulti negli Stati Uniti riferisce di aver sperimentato l’ansia per la matematica (Blazer, 2011).

I risultati presenti in letteratura dimostrano che l’ansia per la matematica può svilupparsi sin dalla prima elementare (Sorvo et al., 2017), rendendo così più difficile l’acquisizione delle competenze matematiche nel tempo (Szczygiel, 2020). Inoltre, l’ansia per la matematica mostra correlazioni con performance matematiche più scarse (Paechter et al., 2017). Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, sebbene livelli moderati di ansia possono motivare uno studente a comprendere meglio i concetti, l’avere una bassa percezione delle proprie abilità può portare all’evitamento e a nutrire maggiori credenze negative sulle proprie competenze (Ashcraft, 2016). Inoltre, la letteratura sull’argomento ha identificato due dimensioni correlate dell’ansia per la matematica: l’ansia legata all’apprendimento della matematica e quella legata ai test (Hopko et al., 2016; Lukowski et al., 2019). L’ansia da apprendimento della matematica riguarda nello specifico lo svolgimento di operazioni matematiche, la manipolazione di numeri o l’acquisizione di concetti matematici in classe; mentre l’ansia da test di matematica è specificamente legata allo svolgimento di verifiche in classe (Hopko et al. 2016).

Nonostante i vari risultati affermino che l’ansia per la matematica diminuisca significativamente le prestazioni matematiche (ad es, Zhang et al., 2019), è importante chiarire la natura di questa relazione e identificare, in particolare, le abilità matematiche specifiche più fortemente colpite dall’ansia matematica.

Le componenti dell’ansia per la matematica

Uno studio di Commodari e La Rosa (2021) ha valutato come l’ansia per l’apprendimento della matematica, l’ansia per le verifiche di matematica e l’ansia accademica generale fossero correlate con le prestazioni in matematica in un campione di studenti della scuola primaria in Italia. I risultati hanno mostrato che l’ansia per la matematica era un predittore significativo di tutti gli aspetti delle abilità di calcolo (cioè, la conoscenza numerica, la precisione di calcolo, la velocità di calcolo e il calcolo scritto). Al contrario, l’ansia accademica generale non ha dimostrato di essere un valido predittore della performance aritmetica, confermando che l’ansia matematica è un costrutto specifico diverso dall’ansia accademica (Ashcraft, 2016). In particolare, l’ansia da apprendimento della matematica era significativamente associata al calcolo scritto, mentre l’ansia da test di matematica era significativamente associata agli altri aspetti della capacità di calcolo, cioè la conoscenza numerica, la precisione di calcolo e la velocità di calcolo.

 Questi risultati sono degni di attenzione e mostrano che la paura degli esami di matematica ha contribuito a determinare la qualità delle prestazioni di calcolo, influenzando la correttezza dei calcoli, la velocità di esecuzione e anche le abilità implicate nella comprensione. Ciò suggerisce che l’ansia da test di matematica intacca principalmente la capacità di elaborare correttamente e automaticamente le informazioni durante un calcolo, che è centrale per il successo in situazioni di verifiche di matematica. D’altra parte, l’ansia da apprendimento della matematica influisce soprattutto sulla capacità di calcolo scritto, che richiede il possesso di procedure che vengono acquisite nel processo di apprendimento in classe. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per chiarire meglio la relazione tra le dimensioni dell’ansia matematica e le diverse abilità matematiche.

Ciò è in linea con quanto la letteratura riporta in merito all’ansia, la quale produce preoccupazione e compromette le prestazioni relative a compiti con elevate richieste attenzionali o di memoria di lavoro (Shi e Liu, 2016), tipologia di memoria che gioca un ruolo importante nello svolgimento delle operazioni aritmetiche e di altri compiti matematici (Commodari e Di Blasi, 2014).

In aggiunta, in linea con altri studi che hanno mostrato differenze di genere nelle abilità matematiche (Szczygiel, 2020), i risultati dello studio di Commodari e La Rosa (2021) hanno dimostrato che i maschi hanno prestazioni di calcolo migliori rispetto alle femmine. Inoltre, sono state riscontrate differenze di genere anche per l’ansia sperimentata: le femmine hanno riportato un livello più alto di ansia per la matematica, sia per quanto riguarda l’ansia per l’apprendimento che l’ansia per i test, rispetto ai maschi.

Considerazioni conclusive

In conclusione, lo studio ha confermato la relazione significativa tra ansia per la matematica e prestazioni matematiche, in particolare in compiti che richiedono un impegno maggiore delle risorse attenzionali e della memoria di lavoro, come la precisione e la velocità di calcolo.

Tuttavia, studi futuri dovranno indagare ulteriormente la relazione tra ansia matematica, memoria di lavoro e prestazioni matematiche e chiarire quali processi sono coinvolti in questa relazione.

I risultati dello studio presentato sottolineano l’importanza di pianificare interventi educativi adeguati per controllare l’ansia per la matematica e migliorare l’apprendimento della matematica fin dai primi anni di scuola. Infatti, l’evidenza dell’impatto dell’ansia per la matematica sul rendimento scolastico dovrebbe favorire lo sviluppo della metodologia di insegnamento di questa materia. I momenti di valutazione, come le verifiche in classe, dovrebbero essere strutturate in modo tale da creare ambienti più flessibili così da non portare gli studenti a sentirsi eccessivamente sotto pressione, soprattutto durante i primi anni di acquisizione delle abilità di calcolo. La riduzione dello stress psicologico e della tensione legati al raggiungimento della matematica potrebbe produrre effetti positivi sulla precisione, la velocità di calcolo e aumentare il funzionamento del sistema numerico.

Gli eventi di vita alterano la flessibilità dei tratti di personalità?

Le ricerche sul cambiamento dei tratti di personalità e sugli eventi di vita correlati hanno prodotto dei risultati che evidenziano come alcune circostanze di vita possano portare a delle modificazioni personologiche.

 

I tratti di personalità

 È difficile quantificare la mole di ricerche esistenti sui tratti della personalità. Molti studi si focalizzano sui disturbi di personalità, sulla comorbilità esistente e sulle possibili conseguenze, mettendo a confronto soggetti che hanno seguito un percorso di terapia e persone che non hanno trattato tali problematiche nell’arco della vita.

Nonostante la loro natura relativamente stabile, i tratti cambiano se osservati su intervalli moderatamente lunghi (Lucas e Donnellan, 2011; Wortman et al., 2012; Roberts e DelVecchio, 2000; Ferguson, 2010) e la loro modificazione decresce all’aumentare dell’età (Bleidorn et al., 2016). I cambiamenti osservati hanno portato a molte speculazioni in merito ai processi alla base della modificabilità dei tratti. Tutte le principali teorie sullo sviluppo della personalità enfatizzano il ruolo dei geni e dei processi di maturazione intrinseca nella stabilità e nel cambiamento (McCrae e Costa, 2008; Roberts e Wood, 2006). L’enfasi viene posta sugli eventi di vita che hanno un impatto importante per ogni singolo individuo, come disoccupazione, matrimonio, genitorialità (Bleidorn, 2015; Hutteman et al., 2014; Kandler et al., 2012; Orth e Robins, 2014; Wood  e Smith, 2005; Scollom e Diener, 2006), oppure tutte quelle transizioni che portano a effetti irreversibili e duraturi, in quanto capaci di interrompere, reindirizzare o modificare le traiettorie di vita alterando i pensieri, le emozioni e i comportamenti (Orth e Robins, 2014; Pickles e Rutter, 1991).

Il cambiamento dei tratti individuati dal Big Five

Tuttavia, le ricerche sul cambiamento dei tratti e sugli eventi di vita correlati hanno prodotto dei risultati contrastanti. Specht e colleghi (2011) hanno esaminato gli effetti di 12 importanti eventi sui tratti del Big Five utilizzando i dati del German SocioEconomic Panel (SOEP; Wagner et al., 2007). I risultati di questo studio hanno mostrato che gli eventi di vita possono portare a dei cambiamenti nei tratti, anche se gli effetti possono variare considerevolmente in base alla dimensione analizzata. Ad esempio, mentre la coscienziosità è una dimensione sensibile a eventi di vita, quali la nascita del primo figlio, il divorzio o il pensionamento, al contrario il nevroticismo non è influenzato dagli eventi di questo tipo, ma sembra dipendere dall’impatto di eventi come la prima relazione romantica (Neyer e Lehnart, 2007) o il diploma scolastico (Bleidorn, 2012).

Sono state poste differenti domande per osservare più nel dettaglio come gli effetti degli eventi di vita differiscano tra loro sul cambiamento dei tratti o come i diversi tratti differiscano nella loro suscettibilità agli eventi stessi (Bleidorn et al., 2016). Per trovare una risposta, Bleidorn e colleghi (2016) hanno analizzato degli studi longitudinali svolti per comprendere come i tratti del Big Five cambiano in risposta a esperienze legate a eventi relazionali e lavorativi. Nello specifico, gli autori hanno adottato una definizione operativa specifica di eventi di vita, cioè “transizioni tempo-discrete che designano l’inizio o la fine di uno stato specifico” (Luhmann et al., 2012, p. 594) dove lo stato (ad esempio, “divorziato” per quanto riguarda lo stato relazionale) è inteso come un ruolo, una posizione, un certo grado o una condizione (Bleidorn et al., 2016). Gli eventi minori (come le difficoltà quotidiane), le esperienze che non comportano un cambiamento di stato (come essere vittima di un crimine), le transazioni non discrete nel tempo (come menopausa o psicoterapia) e i non-eventi (non trovare un compagno, non avere figli) non sono inclusi nella definizione di eventi in questo lavoro (Bleidorn et al., 2016).

 Gli autori ipotizzano una correlazione significativa tra gli eventi di vita legati all’ambito relazionale (ad esempio matrimonio o genitorialità) e i tratti che enfatizzano l’affettività, nonché tra gli eventi di vita lavorativi e tra i tratti correlati a comportamenti o contenuti cognitivi. La letteratura revisionata dagli autori (2016) appare limitata e confusa su matrimonio e genitorialità, in quanto più studi evidenziano come vi sia una flessibilità della dimensione del nevroticismo e un aumento dell’estroversione quando si indagano le prime relazioni affettive. Nonostante ciò, le dimensioni dell’effetto dei test utilizzati e i gruppi di controllo abbinati suggeriscono che tali risultati sono generalizzabili solo a determinati gruppi di età (Bleidorn et al., 2016). Altri studi riportano delle piccole variazioni sulle dimensioni della coscienziosità, del nevroticismo e dell’estroversione in relazione alla genitorialità, mentre uno dei test più recenti e rigorosi degli effetti della genitorialità nel Big Five non riporta differenze significative tra i genitori e un gruppo abbinato di persone senza figli (Bleidorn et al., 2016).

Per quanto riguarda la relazione tra tratti e lavoro, una solida scoperta mostra che il passaggio dalla scuola all’università è associato a un rapido aumento di apertura mentale, gradevolezza e coscienziosità, nonché a una diminuzione di nevroticismo nei giovani adulti (Bleidorn et al., 2016).

Prospettive future

Esistono pochi studi prospettici orientati a comprendere come variazioni affettive (il matrimonio, il divorzio o la fine di una relazione) e autorealizzative (come la disoccupazione, le promozioni e il pensionamento) nel corso del tempo possano modificare i tratti. Tale mancanza di letteratura suggerisce lo sviluppo di un progetto esteso che tenga conto della necessità di raccogliere almeno più di tre misurazioni longitudinali su ogni dimensione e su determinati eventi, requisito mancante nelle ricerche precedenti e utile ai ricercatori per verificare se l’impatto delle esperienze successive risulterà più forte, più debole o simile all’impatto del primo evento misurato (Luhmann e Eid, 2009; van Scheppinger et al., 2016).

Insoddisfazione per il proprio corpo: quanto influiscono l’autostima e i social?

L’ autostima positiva diminuisce la suscettibilità delle adolescenti all’insoddisfazione corporea, che, a sua volta, riduce la probabilità di innescare comportamenti a rischio per i disturbi alimentari.

 

Autostima e insoddisfazione corporea

Battistelli definisce l’autostima come “l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di sé stesso”. Secondo tale definizione, dunque, l’autostima è la concezione che la persona ha di sé, del suo valore e delle proprie capacità. Si tratta di un costrutto in continua evoluzione, comincia a strutturarsi nei primi anni di vita, a partire dalle prime relazioni che l’individuo instaura con le figure di riferimento e va poi evolvendosi nel tempo. Diverse ricerche hanno inoltre dimostrato che l’uso dei social media da parte degli adolescenti predice una maggiore insoddisfazione corporea, ma questa relazione è più debole tra gli adolescenti che hanno riferito una relazione positiva con i propri genitori.

L’adolescenza è un periodo compreso tra i 10 e i 19 anni (OMS, 2007), durante il quale si verificano diversi cambiamenti psicologici, sociali e morfologici (Miranda et al., 2011). Si tratta di una fase caratterizzata da maggiori responsabilità, richieste e cambiamenti nelle amicizie, indagini scientifiche indicano inoltre un aumento della percentuale di grasso corporeo durante l’adolescenza (Fortes et al., 2012). Questi e altri mutamenti possono influenzare l’immagine corporea.

L’immagine corporea si riferisce a un costrutto sfaccettato, che comprende percezioni, emozioni, sentimenti e pensieri diretti al proprio corpo (Slade, 1994). L’insoddisfazione corporea, classificata come una componente dell’immagine corporea, riguarda l’insoddisfazione per il proprio peso, l’aspetto e la forma fisica (Garner et al., 1981). Gli studi hanno mostrato una prevalenza di insoddisfazione corporea che varia dal 10% al 40% tra gli adolescenti (Flament et al., 2012). Nello specifico, sembra che tale prevalenza possa essere ancora più elevata tra le adolescenti di sesso femminile (De Castro et al., 2010).

L’autostima può essere definita come la misura in cui una persona si accetta e si piace (in un momento specifico o nel complesso) secondo standard definiti socialmente e personalmente, nonché crede di essere competente in specifici settori della vita che sono rilevanti per la sua identità personale e sociale (De Dominicis et al., 2022).

Flament e collaboratori (2012), indicano che la caratteristica principale dell’autostima è l’aspetto valutativo, che influenza il modo in cui l’individuo si pone i propri obiettivi, si accetta, valorizza gli altri e proietta le proprie aspettative per il futuro. Una buona autostima è considerata uno dei principali predittori di esiti favorevoli nell’adolescenza, con implicazioni in aree quali le relazioni interpersonali e il rendimento scolastico.  Al contrario, bassi livelli di autostima sembrano correlare con aggressività, comportamenti antisociali, delinquenza in gioventù e cambiamenti negativi nell’immagine corporea (Mirza et al., 2005).

Lo studio trasversale, condotto da De Sousa Fortes e collaboratori (2014) in Brasile, con adolescenti di genere femminile di età compresa tra i 12 e i 17 anni, ha messo in luce che il 30,6% delle adolescenti ha mostrato insoddisfazione corporea, così suddivisa: il 16,1% ha presentato un’insoddisfazione corporea lieve, l’8,9% un’insoddisfazione corporea moderata e il restante 5,6% ha manifestato un’insoddisfazione corporea grave. Per quanto riguarda l’autostima, i risultati hanno mostrato che il 56% delle adolescenti aveva una bassa autostima (Rosenberg Self Esteem Scale < 26). Anche altri studi hanno confermato questi risultati (De Castro et al., 2010; Miranda et al., 2011; Slade, 1994). Dunque, l’insoddisfazione corporea colpisce circa un terzo della popolazione di adolescenti brasiliane (Forte set al., 2013). Tuttavia, questa prevalenza è aumentata negli ultimi anni (Martins et al., 2010), rendendola un problema di salute pubblica. Secondo Flament e collaboratori (2012), i media sono i principali responsabili di questo fenomeno, poiché trasmettono immagini di corpi magri associati al successo, che tende a tenere gli adolescenti lontani dalla realtà e genera sentimenti di insoddisfazione per il peso, l’aspetto fisico e la forma corporea.

Secondo Caqueo-Urizar e colleghi (2011), le ragazze con un’alta autostima di solito non interiorizzano l’ideale socioculturale della magrezza e ciò comporta una riduzione dell’insoddisfazione corporea. Ad esempio, Flament e collaboratori (2012) hanno dimostrato che l’autostima positiva diminuisce la suscettibilità delle adolescenti all’insoddisfazione corporea, che, a sua volta, riduce la probabilità di innescare comportamenti a rischio per i disturbi alimentari. Allo stesso modo, Johnson e colleghi (2004) hanno osservato che l’autostima positiva spiega livelli più bassi di insoddisfazione per il peso e l’aspetto fisico tra le studentesse universitarie americane. Pertanto, le ragazze che apprezzano le loro qualità personali e si sentono in grado di svolgere compiti sembrano essere meno vulnerabili all’insoddisfazione corporea.

Per quanto riguarda l’autostima negativa, questa era anche associata all’insoddisfazione del proprio corpo. Altre prove scientifiche supportano questi risultati: lo studio di Flament e collaboratori (2012) ha suggerito che l’autostima negativa è un importante fattore predittivo di insoddisfazione corporea, secondo solo all’interiorizzazione dell’ideale della magrezza.

Considerando la letteratura scientifica e i risultati di questa ricerca, si può presumere che i sentimenti di inutilità e fallimento possano rendere gli adolescenti più suscettibili all’insoddisfazione per il loro peso, l’aspetto fisico e la forma corporea. A conferma di questi risultati, il gruppo di ricerca di Johnson (2004) e quello di Pisitsungkagarn (2013) hanno riscontrato una maggiore insoddisfazione corporea nelle studentesse universitarie e nelle adolescenti con bassa autostima rispetto a quelle con alta autostima.

Social media e insoddisfazione corporea

Un’attività che ha dimostrato di contribuire all’insoddisfazione corporea è l’uso dei social media (Holland e Tiggemann, 2016). Tuttavia, non tutti gli adolescenti sono suscettibili agli effetti dei social media sull’insoddisfazione corporea nella stessa misura.

La ricerca ha dimostrato che fattori individuali, come la tendenza a confrontarsi con gli altri (Kleemans et al., 2018) e il livello di alfabetizzazione mediatica (McLean et al., 2016), moderano gli effetti dei social media sull’insoddisfazione corporea.

Un quadro utile per studiare le influenze sull’insoddisfazione corporea è il modello socioculturale (Thompson et al., 1999). Secondo questo modello, gli adolescenti ricevono messaggi su come dovrebbe essere il loro corpo da diverse fonti, come genitori, coetanei e media. Questi messaggi possono, ad esempio, includere che è importante essere magri o muscolosi. Se gli adolescenti interiorizzano questi ideali di apparenza come standard per il proprio corpo, confronteranno il proprio corpo con questi. Qualora il loro aspetto non corrisponda agli ideali interiorizzati, ciò si tradurrà in insoddisfazione corporea.

Sebbene il modello socioculturale originariamente si concentrasse sulla comunicazione faccia a faccia e sui media tradizionali (ad esempio riviste e TV; Thompson et al., 1999), i messaggi sugli ideali di apparenza vengono ora comunicati anche attraverso i social media. Sui social media, gli adolescenti postano fotografie di se stessi e visualizzano foto di altri (Espinoza e Juvonen, 2011) e l’aspetto fisico gioca un ruolo importante in queste attività (Siibak, 2009). Gli adolescenti riferiscono di subire pressioni per “sembrare perfetti” sui social media e per questo motivo selezionano e modificano con cura i loro post (Chua e Chang, 2016). Inoltre, i ragazzi e le ragazze adolescenti che trascorrono più tempo sui social media ricevono più feedback sul loro aspetto (De Vries et al., 2016). Oltre a ricevere messaggi sul proprio corpo sui social media, gli adolescenti vedono immagini accuratamente modificate e i commenti che ricevono. Anche lo studio di Rousseau (2017) ha rilevato che la visualizzazione dei post degli altri sui social media, era indirettamente correlata all’aumento dell’insoddisfazione corporea attraverso il confronto sociale contemporaneamente tra le ragazze adolescenti e contemporaneamente e longitudinalmente tra i ragazzi adolescenti.

L’insoddisfazione per il proprio corpo è soggetta anche alle influenze dei genitori (Bearman et al., 2006). I genitori non solo trasmettono ai figli messaggi sugli ideali di apparenza, ma anche la stessa relazione genitore-adolescente gioca un ruolo nello sviluppo dell’insoddisfazione per il corpo degli adolescenti (Bearman et al., 2006). I ricercatori sostengono che quando gli individui si sentono sicuri nelle loro relazioni è meno probabile che pensino di doversi conformare agli ideali di apparenza per ottenere l’accettazione degli altri (Holsen et al., 2012).

Alta autostima o narcisismo?

Se da un lato i due costrutti si sovrappongono perché entrambi implicano autovalutazioni positive, dall’altro ci sono importanti differenze concettuali tra autostima e narcisismo: per esempio, un’elevata autostima non è caratterizzata da grandiosità, egocentrismo e arroganza (Hyatt et al., 2018); un’elevata autostima ha un effetto prospettico positivo sulle relazioni sociali, mentre il narcisismo ha un effetto negativo (Leckelt et al., 2015). Per il comportamento antisociale, sono disponibili studi non longitudinali che hanno esaminato contemporaneamente l’autostima e il narcisismo. Tuttavia, i dati mostrano chiaramente che un’elevata autostima è correlata a un comportamento meno antisociale, mentre il narcisismo è correlato a un comportamento più antisociale (Paulhus et al., 2004).

Pertanto è importante non confondere il narcisismo con un’elevata autostima perché i due costrutti sono concettualmente distinti e spesso hanno effetti molto divergenti (e talvolta opposti) sulle relazioni sociali, sulla salute mentale e sul comportamento antisociale (Back e Morf, 2018).

 

Pro-ana (2020) di Elisa Bisagni e Michele Facci – Recensione del libro

Il libro Pro-Ana propone una visione d’insieme sul tema: accanto alle insidie del mondo del web e dei social media, vengono descritte le potenzialità insite nell’utilizzo di blog, piattaforme social e siti online, capaci di arricchire la comunicazione con chi soffre di disturbi dell’alimentazione.

 

Il testo scritto da Elisa Bisagni e Michele Facci, psicologi specializzati nella cura dei disturbi dell’alimentazione (DA) e in generale nel supporto all’adolescente e al suo ambiente familiare, rappresenta uno strumento prezioso nella scoperta di un mondo affascinante quanto complesso.

I disturbi dell’alimentazione, infatti, non solo raffigurano un ambito nel quale formazione e consapevolezza degli operatori raramente sono diffuse in modo adeguato e omogeneo, ma anche quadri cangianti in grado di trasformarsi al mutare del mondo esterno e della società.

Come ben ci spiegano i due autori nel Capitolo I, i disturbi alimentari costituiscono disturbi multifattoriali caratterizzati da molteplici componenti personali, familiari e socio-culturali che interagiscono e fungono da fattori predisponenti, precipitanti e di mantenimento.

Per fare un esempio, l’immagine corporea, ovvero il modo di percepire le proprie forme, riveste un ruolo principe nella genesi e nella definizione del disturbo alimentare, tanto che una sua alterazione è annoverata come elemento utile alla diagnosi nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (American Psychiatric Association). Ora, le aspettative sulla forma fisica, così come il concetto stesso di corpo femminile e maschile sono mutati nel corso del tempo e questo cambiamento, esacerbato dal bombardamento verificatosi attraverso i media, ha determinato profonde conseguenze su come la popolazione mondiale, e in particolare le giovani donne, percepiscono il proprio corpo. Nel corso degli ultimi 15 anni, l’imponente sviluppo dei social media ha influenzato in maniera esponenziale i vissuti di soddisfazione – insoddisfazione corporea.

Il libro è utile e fruibile sia da esperti nel settore quanto da utenti, familiari e amici desiderosi di fare qualche passo verso la comprensione dell’universo di chi soffre di disturbi alimentari e apprendere strategie utili alla prevenzione.

Giungendo al cuore del volume, Elisa Bisagni e Michele Facci ci descrivono le comunità Pro-Ana, inneggianti alla magrezza, delineandone caratteristiche, storia e rischi connessi, senza tralasciare un breve cenno anche ai meno noti siti Pro-Mia, dove Mia rappresenta uno stile alimentare di tipo bulimico.

La novità del libro Pro-Ana consistono nella visione d’insieme sul tema. Accanto alle insidie del mondo del web e dei social media, vengono descritte le potenzialità insite nell’utilizzo di blog, piattaforme social e siti online, capaci di arricchire la comunicazione con chi soffre di disturbi dell’alimentazione e in generale con adolescenti e giovani adulti. In un quadro diffuso di difficoltà comunicative, tutti questi strumenti vengono proposti come un’alternativa possibile alla solitudine e alla difficoltà di dar senso al mondo.

Tra le pagine, molti sono gli spunti di natura scientifica e i richiami a dati ricavabili dalla letteratura nazionale e internazionale, nonché ai risultati preliminari di uno studio condotto in prima persona dagli autori all’interno di alcune strutture residenziali per il trattamento dei disturbi alimentari.

Il libro, “vibrante e appassionato” come lo definisce la presidentessa del Coordinamento DCA, è anche pragmatico e concreto. Permette di far luce sul D.D.L 189/2019 relativo, tra le altre cose, alla gestione dei siti Pro-Ana e Pro-Mia. Non demonizza l’utilizzo dei social e del mondo del web, ma suggerisce nuove sfide. Sempre incoraggiando una collaborazione multidisciplinare nella gestione dei disturbi alimentari, propone la creazione, ad opera di esperti, di piattaforme accattivanti che rispondano ad alcuni bisogni fondamentali soddisfatti talvolta nei siti Pro-Ana, come l’ascolto e il supporto. È infatti inutile, se non dannoso, demolire questi spazi online senza fornire un’alternativa sana e positiva.

Gli autori, riportando esempi concreti di interventi di promozione del benessere psicologico e prevenzione dei disturbi dell’alimentazione, auspicano un consensus a livello nazionale e la creazione di linee guida sul tema Pro-Ana.

 

La voce come “faccia uditiva”: riconoscimento emotivo e dell’identità

Una recente metanalisi evidenzia come la voce possa essere considerata una “faccia uditiva”, in quanto viso e voce sono utili per il riconoscimento di persone familiari, delle emozioni e della percezione del parlato.

 

La funzione comunicativa della voce

 La comunicazione umana coinvolge complessi modelli di segnali osservati nel viso, nel corpo e nella voce (Schweinberg e Burton, 2011). Mentre la comunicazione verbale spesso assume la forma di discorsi proposizionali, volti e voci comunicano facendo inferire determinate caratteristiche dell’interlocutore al ricevente come genere, età, stato emotivo, impressioni legate al livello di competenza e altri tratti (Bruce e Young, 2012; Schweinberg et al., 2014). Quando sediamo di fronte a un uomo robusto si può immaginare una voce bassa, con delle caratteristiche differenti da quelle che può avere la voce di un’adolescente esile; eppure, può capitare di interloquire con uomini dalla voce altisonante o con donne dalla voce molto profonda.

Mentre le regioni sensibili al volto sono aree cerebrali localizzate nel sistema visivo corticale (Kanwisher, 2017), le regioni cerebrali sensibili alla voce mostrano un’estensione nella corteccia uditiva (Pernet et al., 2015; Frühholz e Belin, 2019). Dopo una prima elaborazione sensoriale nella corteccia uditiva (PAC) e nella corteccia visiva primaria (PVC), a livello neurale si vede una regione estesa della corteccia temporale mediosuperiore che modula delle risposte unimodali selettive per la voce (Pernet et al., 2015; Frühholz & Belin, 2019), mentre la face fusiform area (situata nella corteccia occipitale laterale; Kanwisher, 2017) mostra risposte unimodali selettive per i volti. Nel complesso, possiamo stupirci quando parliamo con un uomo con una voce sottile o con una ragazza con la voce profonda perché nei circuiti neurali si osserva come le zone coinvolte nella percezione della voce abbiano un grado di specificità inferiore rispetto alle zone addette alla percezione dei volti (Young et al., 2020).

La voce come faccia uditiva

Young, Frühholz e Schweinberger (2020) hanno ripreso la letteratura riguardo a ciò che può essere comunicato da voci e volti per strutturare un modello che considera le contingenze quotidiane come determinanti un sistema di comunicazione bilanciato tra mittente e destinatario. Una recente metanalisi (Schirmer, 2018) evidenzia come la voce possa essere considerata una “faccia uditiva”, in quanto viso e voce sono utili per il riconoscimento di persone familiari (attraverso l’unità di riconoscimento vocale e facciale), delle emozioni (tramite l’analisi dell’affetto vocale o facciale) e della percezione del parlato (attraverso l’analisi del discorso vocale e del non verbale espresso dalla mimica): il riconoscimento percettivo di un’identità familiare converge su rappresentazioni episodiche multimodali e informazioni semantiche specifiche dell’identità. In particolare, durante un incontro sociale, il riconoscimento dell’identità ha richieste temporali relativamente basse, in quanto l’identità di una persona viene percepita come maggiormente stabile (Haxby et al., 2000) rispetto alle emozioni che, al contrario, possono cambiare da un momento all’altro (Young, 2018).

 La voce viene così definita una “faccia uditiva”, in quanto questi cambiamenti hanno importanti implicazioni sociali, il che significa che gli aspetti vocali e facciali devono essere costantemente monitorati e hanno richieste temporali elevate (Young, 2018). Studi neuroscientifici suggeriscono come il riconoscimento emotivo avvenga grazie alla corteccia temporale posteriore superiore (pSTC; Young, 2018; Calder e Young, 2005; Gao et al., 2019): la magnetoencefalografia evidenzia risposte interattive a volti e voci in quest’area entro i primi 200 ms dall’inizio dello stimolo emotigeno presentato (Hagan et al., 2009; 2013). Il riconoscimento identitario avviene grazie ai lobi temporali anteriori che, se danneggiati, manifestano dei deficit neuropsicologici che portano il soggetto al mancato riconoscimento identitario di un viso familiare (prosopagnosia) o di una voce (fonagnosia; Gainotti, 2014; Cosseddu et al., 2018; Young et al., 2020). Il riconoscimento emotivo ha una complessità moderata (esistono un numero limitato di emozioni basiche, alcune espresse anche se utili a nasconderne altre; Du et al., 2014) e la cui corretta interpretazione dipende dal contesto (Russell e Fehr, 1987; Barrett et al., 2019); mentre il riconoscimento dell’identità ha una complessità più elevata, in quanto si possono riconoscere centinaia di individui familiari dalle loro facce (Jenkins et al., 2019) e si può discriminare un sostanziale numero di voci (Maguiness et al., 2018).

Dato che esiste una sovrapposizione tra la struttura delle emozioni riconosciute dai volti e dal tono della voce, un meccanismo multimodale per integrare i segnali vocali (considerando i vincoli contestuali; Sander et al., 2018) e la mimica facciale rappresenta una soluzione funzionale alle richieste comportamentali (Young et al., 2020). Le differenze, l’impatto che hanno volti e voci nella quotidianità sociale e la loro unione permettono una ricca comprensione delle proprietà alla base dell’organizzazione della comunicazione verbale e non verbale.

 

Sparatorie di massa e comportamenti umani

L’ultima sparatoria americana di massa, oltre a darci angoscia e tristezza, ci conferma come certi problemi dipendono da caratteristiche ambientali non particolarmente complesse e sulle quali non è più utile ragionare alla ricerca di chissà quale profonda verità ma occorrerebbe solo agire. 

 

L’accesso all’acquisto di armi negli Stati Uniti d’America ha questa caratteristica: in quel paese, per tanti altri versi ammirevole, la possibilità di acquistare armi con la stessa facilità di qualunque altro bene, è alla base delle ricorrenti stragi. Riflettere per l’ennesima volta sulla società americana, sul significato culturale del possesso delle armi come segno di libertà individuale, eredità della ribellione all’antico regime al tempo della rivoluzione americana contro la corona britannica e così via, è oramai inutile. Quel che sappiamo è che in moltissimi stati degli USA possiamo comprare un fucile con la stessa facilità di una pizza e che questa possibilità trasforma le sparatorie di massa in un comportamento malato ma facilmente attuabile. Gli Stati Uniti hanno il più alto possesso di armi pro capite al mondo con 120,5 armi da fuoco ogni 100 persone. Tutti gli altri fattori comunemente discussi sono presenti anche in altri paesi (Healy, 2015; Christensen, 2017): che gli autori delle stragi abbiano spesso problemi psicologici, un passato di bullismo subito o esercitato in persone con fragilità psicologica, che siano i perdenti di una società particolarmente individualista e competitiva o ancora la presenza di fattori imitativi o infine il fallimento dei controlli della fedina penale da parte delle istituzioni governative e/o carenza di personale. Tutti questi fattori spiegano il disagio ma non la preferenza dei sofferenti per questi comportamenti disturbati; essi sono piuttosto meglio spiegati dalla possibilità che hanno queste persone sofferenti di andarsi a comprare al volo un fucile in un’armeria.

A sua volta la capacità della lobby americana delle armi di non far passare nessuna limitazione o quasi a questa diffusione delle armi non dipende solo da profonde ragioni culturali o sociali che pure esistono, ma anche e soprattutto da oggettivi rapporti di forza politici ed economici che permettono a queste organizzazioni di fermare le azioni legislative e governative che hanno tentato di regolare la vendita di armi.

Tutte queste considerazioni sembrerebbero suggerire che la psicologia ha poco da aggiungere e da aiutare per una situazione del genere. Non è del tutto vero. Esistono varie declinazioni della psicologia e della psicoterapia. Non vi sono solo le psicologie del profondo o i modelli integrativi sociali. L’esistenza di un elemento (dis)funzionale semplice esterno e ambientale, l’accesso all’acquisto di armi, è compatibile con uno strumento tanto semplice quanto efficace: l’analisi funzionale del comportamento.

Andare in un negozio e comprare un fucile con la stessa immediatezza di uno street food non spiega il disagio emotivo, sociale e mentale di queste persone ma spiega facilmente perché il disagio di costoro sfoci in uccisioni di massa. Questo semplice fattore ambientale e comportamentale non è più esplicativo delle varie analisi sociali e psicologiche dei profili degli autori dei massacri ma offre un mezzo di intervento molto più efficace. Invocare un cambiamento sociale o culturale da sinistra o maggiori cure e prevenzione da destra (che curiosamente questa volta non si schiera per soluzioni drastiche) rischia di essere poco efficace per eventi così imprevedibili e puntiformi. I profili dei massacratori mostrano spesso disagi emotivi e psicologici come il narcisismo e l’ideazione paranoide ed è chiaro che persone con problemi di tipo paranoideo o delirante non siano sempre diagnosticate (Grinberg, 2016; Campbel,, 2015). La cura di queste persone è doverosa ma dobbiamo essere consapevoli che non è questa la soluzione dei massacri di massa. L’imprevedibilità e la violenza del singolo episodio non consentono di fare alcuna prevenzione sulla base dei profili psicologici. Perfino nel caso in cui ci sia una diagnosi che ci dice che una persona sta ruminando aggressivamente sugli stranieri o contro il governo, non è possibile prevedere se e quando questi andrà a uccidere altre persone in una chiesa o in un ufficio.

Di conseguenza la soluzione è banale ma anche chiara: agire politicamente, affinché questa facilità finisca. Non sarà facile e non solo per una serie di complesse ragioni ancora una volta storiche, culturali, sociali e psicologiche ma anche per un semplice fatto: la capacità politica della lobby delle armi di condizionare il Congresso Americano. Possiamo solo sperare che questo scandalo delle stragi di massa negli Stati Uniti possa finalmente incrinare le coscienze e determinare un indebolimento politico di queste organizzazioni.

 

Autismo e Analisi Applicata del Comportamento (ABA) – Podcast State of Mind

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo “Autismo e Analisi Applicata del Comportamento (ABA)

 

 Che cos’è l’Applied Behaviour Analysis (ABA)? Nel 1987 Cooper, Heron e Heward la definiscono come “la scienza in cui procedure derivate dai principi del comportamento sono applicate sistematicamente per migliorare i comportamenti socialmente importanti ad un livello significativo e dimostrare sperimentalmente che le procedure utilizzate sono state responsabili del miglioramento del comportamento”.

Nel corso dell’episodio viene presentata l’Applied Behaviour Analysis (ABA), un metodo comportamentale utilizzato oggi soprattutto su soggetti con diagnosi dello spettro autistico.  Questa, come riportato dagli autori sopra citati, si basa sulla possibilità di insegnare le diverse abilità necessarie per una vita soddisfacente e quanto più possibile funzionale nelle sfide quotidiane. Si tratta di un insegnamento intensivo promosso sia in ambiente naturale che attraverso sessioni a tavolino, con precise tecniche di insegnamento. L’intervento è individualizzato per ciascun bambino ed i progressi sono continuamente monitorati. Il metodo ABA richiede la costante partecipazione attiva da parte di terapisti, educatori, e genitori adeguatamente istruiti e soprattutto di supervisori qualificati che creino programmi specifici per ciascun bambino.

L’episodio del podcast è condotto dalla Dott.ssa Daniela Chieppa, Psicologa, Psicoterapeuta.

 

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

Stile alimentare in infanzia: prevenire i disturbi alimentari

Vediamo di seguito quale contributo ha lo stile alimentare appreso durante l’infanzia e come possa diventare un fattore protettivo allo sviluppo di un disturbo alimentare.

 

 In medicina, per “prevenzione” si intende l’insieme di attività, interventi e azioni volti a ridurre la mortalità, la morbilità o gli effetti legati a determinati fattori di rischio o patologie. Dunque, lo scopo è quello di promuovere la salute sia del singolo individuo, sia della collettività. Per far sì che questo accada, vengono coinvolte molteplici figure professionali: non solo medici ma anche altri professionisti in ambito sanitario (es. fisioterapisti, dietisti, psicoterapeuti) e insegnanti, educatori o allenatori.

I livelli di prevenzione

La prevenzione, secondo il suo sistema di classificazione originario, ideato nel 1957 dalla Commission on Chronic Illness, veniva suddivisa in tre differenti livelli in base all’obiettivo da raggiungere:

  • Primario: si prefigge di ridurre l’incidenza, ovvero il numero di nuovi casi di un disturbo o di una malattia;
  • Secondario: si prefigge di ridurre la prevalenza, ovvero il tasso di casi stabiliti di un disturbo o di una malattia;
  • Terziario: si prefigge di ridurre la disabilità di un disturbo o di una malattia già presenti.

Tale divisione ha però, nel corso della storia, determinato molti pareri discordanti. Pertanto, sono stati proposti nuovi sistemi classificativi. Primo tra tutti quello di Gordon nel 1983, la cui prospettiva si basava sul “rischio-beneficio” e sul presupposto che il rischio individuale di ammalarsi debba essere messo a confronto con il costo, il rischio e il disagio dell’intervento stesso.

Tale sistema è stato successivamente rivisto dall’Institute of Medicine ed è tuttora adottato dalla maggior parte di coloro che si occupano di prevenzione. Oggi, dunque, la prevenzione si divide in:

  • Prevenzione universale: rivolta all’intero gruppo di una determinata popolazione, senza che quest’ultima sia stata identificata in base al rischio individuale (es. tutti gli studenti di una classe);
  • Prevenzione selettiva: rivolta a individui o a un sottogruppo di una determinata popolazione il cui rischio di sviluppare una malattia o un disturbo è significativamente al di sopra della media a causa di alcuni fattori di rischio, psicologici o sociali (es. individui con parenti di primo grado affetti da un disturbo dell’alimentazione);
  • Prevenzione indicata: rivolta a individui ad alto rischio, identificati in quanto presentano sintomi, segni o marcatori biologici minimi (prodromi) ma attribuibili a una malattia o disturbo, pur non soddisfacendo i criteri diagnostici (es. individui che seguono una dieta per controllare il peso e modificare la forma del corpo).

La prevenzione dei disturbi alimentari

Per quanto concerne la prevenzione dei disturbi dell’alimentazione, tale classificazione è piuttosto complicata da mantenere; specialmente perché alcuni comportamenti non salutari di controllo del peso possono essere sia fattori di rischio sia prodromi. In ogni caso, negli ultimi anni e in numerosi paesi europei (e non), molto impegno è stato profuso per creare programmi di prevenzione dedicati a queste problematiche. Le campagne sono rivolte principalmente alla scuola, il luogo ideale per raggiungere il maggior numero di adolescenti che sono coloro che, come dimostrato dagli studi, si trovano nella fascia di età maggiormente a rischio. Lo scopo degli interventi, di cui si sta testando l’efficacia, è quello di ridurre i fattori di rischio, i sintomi dei disturbi alimentari e prevenire l’aumento di peso.

Oltre a ciò, per ridurre l’impatto che tali problematiche hanno al giorno d’oggi, si può provare a “giocare di anticipo” e lavorare fin dall’infanzia attraverso l’implementazione di un corretto e protettivo stile alimentare in modo da ridurre i cosiddetti fattori di rischio potenziali; fattori di rischio che, se presenti, aumentano il rischio di sviluppare un disturbo.

Vediamo di seguito quale contributo ha lo stile alimentare appreso durante l’infanzia e come possa diventare un fattore protettivo allo sviluppo di un disturbo alimentare.

Lo stile alimentare in infanzia come fattore protettivo per i disturbi alimentari

1. Promuovere un corretto stile alimentare. Nel biennio 2017-2018 è stato effettuato l’ultimo monitoraggio Istat, pubblicato poi nell’anno successivo dall’Istituto Nazionale di Statistica. Ciò che è stato evidenziato è che solo il 12% dei bambini e degli adolescenti in Italia consumi ogni giorno le porzioni di frutta e verdura raccomandate dalle Linee Guida. Inoltre, elevato e non trascurabile è il consumo di bevande gasate e zuccherate, merendine e snack salati. Ciò va in netto contrasto con la ricerca, che invece ha più volte dimostrato come la promozione di un corretto e flessibile stile alimentare, fin dall’infanzia, sia un fattore protettivo allo sviluppo di un eventuale  disturbo alimentare.

2. Mantenere un peso e un appetito salutari durante l’infanzia e prevenire il sovrappeso. I dati della ricerca dimostrano come un peso adeguato durante l’infanzia correli con una minore incidenza di anoressia nervosa. Allo stesso modo, sia il basso peso sia la sovralimentazione, e di conseguenza l’eccesso ponderale durante l’infanzia, aumentano la probabilità di sviluppare un disturbo dell’alimentazione. Infatti, diversi studi hanno dimostrato che sovrappeso e obesità sono fattori prognostici predittivi per abbuffate e Binge Eating, insoddisfazione corporea e conseguimento di diete, anche drastiche, per controllare il proprio peso. Per ottenere un buon controllo del peso può essere utile l’implementazione dell’alimentazione regolare, ovvero la ripartizione dell’intake alimentare in cinque pasti giornalieri: colazione e due pasti principali (pranzo-cena) intervallati da due piccole merende. Per attuare ciò, può essere inoltre molto importante farsi aiutare da un professionista specializzato in alimentazione infantile e sensibile alla problematica alimentare. Le diete, infatti, aumentano di ben otto volte il rischio di sviluppare un disturbo alimentare.

3. Essere un buon esempio. Secondo la teoria dell’apprendimento vicario o sociale, ideata da Albert Bandura, i bambini imparano imitando il comportamento degli altri. Ciò accade anche in ambito alimentare, in cui l’educazione a un corretto stile alimentare e di vita può avvenire anche (e soprattutto) per trasmissione indiretta: attraverso l’esempio l’appunto. In tal modo, il momento del pasto e la scelta alimentare non si caricano di giudizio ma acquistano naturalezza e libertà. Dunque, attraverso la condivisione e la convivialità si possono promuovere corrette abitudini alimentari quali, ad esempio, la giusta composizione dei pasti o la frequenza di consumo dei vari alimenti. Per far questo è bene che tutte le figure di riferimento collaborino tra loro trasmettendo le medesime Linee Guida. È però importante che il buon esempio non venga dato unicamente dai genitori, ma anche dai nonni, dalle tate e dall’ambiente scolastico e sportivo; ovvero da tutte le figure significative che ruotano attorno ai bambini.

4. Favorire un clima sereno a tavola. Le discussioni durante il momento del pasto e il mangiare con un’atmosfera poco piacevole possono essere dei predittori per lo sviluppo di disturbi alimentari in età adulta, specialmente di anoressia nervosa. Pertanto, è bene evitare qualsiasi forma di conflitto ed è fondamentale creare un clima sereno e disteso. Inoltre, è importante evitare di discutere di argomenti che possono evocare gli ambiti della dieta e del corpo.

5. Consumare il maggior numero dei pasti in famiglia. La ricerca ha dimostrato una correlazione positiva tra consumo di pasti in famiglia e miglior benessere psicologico, e dunque un ridotto rischio di sviluppare un disturbo alimentare. Pertanto, è bene promuovere la convivialità e la socialità dei pasti. Inoltre, il pasto e la sua fase di preparazione possono diventare importanti momenti di educazione alimentare. Per questo motivo è fondamentale coinvolgere i propri figli sia nella scelta e l’acquisto delle materie prime sia nella loro trasformazione.

6. Non utilizzare il cibo come punizione, premio o ricompensa. Sia la demonizzazione di alcuni alimenti additati come dannosi sia l’uso di cibi a mo’ di premio sono due comportamenti, tra di loro opposti, che andrebbero evitati. Tali atteggiamenti possono infatti condurre a un’alimentazione selettiva o all’impiego del cibo per gestire stati emotivi. Definire un alimento “cattivo” e “nocivo” porta infatti alla sua stigmatizzazione e all’erronea credenza che gli alimenti si suddividono in buoni (da consumare) e cattivi (da evitare), interiorizzando in questo modo regole dietetiche rigide.

7. Riconoscere e trattare l’alimentazione schizzinosa e i problemi digestivi. Attraverso studi retrospettivi su persone affette da anoressia nervosa (AN), è emerso che le problematiche digestive in infanzia sono due volte maggiori tra soggetti con AN rispetto al gruppo di controllo. Dall’altra parte, la selettività alimentare può generare stress e nervosismo all’interno della famiglia che a volte si traduce in una maggior pressione a mangiare. Tale comportamento, secondo la ricerca, può però sfociare in una maggiore pressione al controllo del peso e delle forme corporee e al digiuno: considerati campanelli d’allarme della presenza di un disturbo alimentare. Pertanto, anche in questo caso, può essere utile ed essenziale rivolgersi a un professionista che tratti la selettività coinvolgendo le figure significative e donando loro strategie funzionali di gestione.

8. Evitare le diete drastiche. Frequentemente le diete sono fattori di rischio e/o fattori scatenanti l’esordio di un disturbo alimentare e spesso sono intraprese in infanzia e in giovane età a seguito dei cambiamenti fisici che, biologicamente, avvengono con la pubertà. Ad oggi, la ricerca ha dimostrato che tali regimi dietetici possono portare a un recupero ulteriore di peso (con conseguente insoddisfazione corporea), all’aumento degli episodi di perdita di controllo, ad alterazioni metaboliche e a restrizione cognitiva. Pertanto, è sempre bene scoraggiare l’inizio di diete drastiche volte alla perdita del peso, specie se il soggetto è normopeso e se attuate senza il supporto di uno specialista attento alla problematica alimentare.

9. Non stigmatizzare l’obesità. Nella società attuale, lo stigma nei confronti delle persone in sovrappeso o in stato di obesità è purtroppo ancora molto forte. Non di rado capita che i soggetti in eccesso ponderale vengano derisi; questo si verifica in qualsiasi ambiente, dalla scuola al lavoro e persino nelle strutture sanitarie. Tale stigma ha purtroppo effetti negativi sulla persona che lo subisce. Esperienze stigmatizzanti danneggiano il benessere psicologico delle persone che lo subiscono aumentando il rischio, per esempio, di depressione e ansia. Inoltre, chi interiorizza lo stigma nei confronti del peso e dell’obesità, tende a peggiorare la propria condizione di salute generale adottando comportamenti non salutari e consolidando le problematiche alimentari. Per questo motivo, sarebbe opportuno evitare qualsiasi commento su peso e obesità, anche se riferito in buona fede.

Considerazioni conclusive

Come riportato in precedenza e come dimostrato dalla ricerca, le cause dei disturbi alimentari non sono ancora note e i fattori di rischio individuati sono unicamente di tipo potenziale. Non esistono infatti fattori di rischio causali, la cui assenza sarebbe in grado di diminuire il rischio di sviluppo della problematica. Dunque, ciò che è possibile fare, in attesa di avere altri dati, è lavorare sulla prevenzione e sulla creazione di un ambiente il più possibile protettivo.

 

ADHD in età adulta e il gioco d’azzardo

L’ADHD è un disturbo che può proseguire o essere diagnosticato in età adulta ed è importante tenere presente che il quadro sintomatologico è ben diverso da quello che si osserva nell’età infantile.

 

Cos’è l’ADHD o disturbo da deficit di attenzione e iperattività

 L’ADHD si colloca all’interno del DSM-5 nella categoria dei disturbi del neurosviluppo, ossia quei disturbi che descrivono una serie di condizioni che hanno esordio e manifestazione nelle fasi dello sviluppo. L’ADHD è caratterizzata da livelli invalidanti di disattenzione, disorganizzazione e/o iperattività-impulsività. In particolare, la disattenzione provoca una significativa difficoltà nello svolgimento dei compiti, mancanza di perseveranza e disorganizzazione: non è causata da un atteggiamento di sfida o dalla mancanza di comprensione. L’iperattività comporta un livello di attività motoria e di agitazione eccessivo, che si traduce nell’incapacità di rimanere seduti, nel rispettare i turni all’interno di una conversazione e nell’intromissione nelle attività altrui. Infine, l’impulsività descrive azioni affrettate, che avvengono in modo immediato, senza alcuna premeditazione e che hanno insito un potenziale dannoso per l’individuo stesso. L’impulsività si traduce chiaramente in un’incapacità di ritardare la gratificazione e di conseguenza nel desiderio di una ricompensa immediata (DSM 5).

L’ADHD in età adulta

Erroneamente si è pensato per anni che l’ADHD fosse esclusivamente un disturbo dell’età infantile/adolescenziale, che necessitava di un trattamento temporaneo, per poi risolversi con l’età adulta. La realtà è ben diversa: circa il 60% delle persone a cui è stato diagnosticato questo disturbo in età infantile, continua a presentare la sintomatologia anche in età adulta, ovviamente con manifestazioni e conseguenze diverse (Auriemma, F., 2016).

L’ADHD è un disturbo che può proseguire o essere diagnosticato in età adulta ed è importante tenere presente che il quadro sintomatologico è ben diverso da quello che si osserva nell’età infantile:

  • Disattenzione: fa riferimento a un’importante difficoltà nel mantenere l’attenzione, difficoltà che si traduce come distraibilità, ipersensibilità agli stimoli esterni e un deficit attentivo (ossia mantenere l’attenzione su compiti lunghi e potenzialmente non interessanti per il soggetto). Negli adulti è un sintomo che si manifesta in particolare modo nella mancata attenzione ai dettagli e nelle funzioni esecutive, tra cui le abilità decisionali e la memoria di lavoro. Quest’ultima ha delle ripercussioni importanti nello svolgimento delle attività quotidiane nella vita di una persona adulta (Mencacci & Migliarese, 2021).
  • Iperattività: questo è un sintomo che si modifica estremamente nelle diverse fasi della vita. In età adulta non si fa tanto riferimento all’iperattività comportamentale, come si nota in un bambino con ADHD che non riesce a controllarsi da un punto di vista motorio, quanto invece a una “tensione ed agitazione interna, irrequietezza, e incapacità di rilassarsi” (Ibid.) Possiamo quindi dire che l’iperattività nell’adulto diventa evidente laddove c’è una verbalizzazione accelerata, un’incapacità a rispettare i turni di parola e una forte disorganizzazione (Ibid.)
  • Impulsività: fa riferimento alla tendenza comportamentale che porta il soggetto adulto, con un disturbo da deficit di attenzione e iperattività, a cercare la ricompensa immediata e ad essere incapace nell’inibire comportamenti inadeguati o indesiderati (Ibid.). È interessante evidenziare che i comportamenti dettati dalla impulsività sono quelli che portano a una difficile distinzione tra ADHD e disturbo bipolare o altri disturbi perché si traducono, ad esempio, in relazioni sentimentali che si interrompono e si sostituiscono velocemente, in licenziamenti ingiustificati e in condotte rischiose (sensation seeking) e irresponsabili (es. spendere eccessivamente).

ADHD e comorbidità con il gioco d’azzardo

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività viene considerato come un prototipo di disturbo dell’impulsività, sintomo centrale della sintomatologia; pazienti in questa condizione spesso mostrano altre forme di impulsività legate ad altri disturbi (Davtian et al., 2012).

 In questo articolo ci si soffermerà sul legame tra l’ADHD e il gioco d’azzardo, prendendo in considerazione due peculiarità del disturbo da deficit di attenzione e iperattività: l’impulsività e la disregolazione emotiva. Liu e colleghi (2013) hanno trovato che i soggetti impulsivi hanno più probabilità di impegnarsi in attività rischiose, mossi dal desiderio di alleviare uno stato psicologico di under-arousal, o sotto-eccitazione, tipico dell’ADHD. Il Gambling o Gioco d’azzardo costituisce un’attività rischiosa proprio perché, citando il DSM, “comporta nel rischiare qualcosa di valore nella speranza di ottenere qualcosa di maggiore” (DSM-5); è stato concettualizzato in termini di impulsività, termine che generalmente fa riferimento a comportamenti e processi cognitivi inappropriati, prematuri, scarsamente ponderati e che si traducono a lungo andare in risultati indesiderati (Chamberlain et al., 2015). La comorbidità tra gambling disorder (GD) e ADHD può sembrare paradossale perché gli individui con ADHD mostrano difficoltà a mantenere l’attenzione, mentre un iper-coinvolgimento di quest’ultima è richiesto negli ambienti di gioco (Mestre-Bach et al., 2019). Tuttavia, è stato sottolineato precedentemente che i deficit di attenzione nell’ADHD possono cessare quando il compito è altamente gratificante e interessante per il soggetto

Secondo uno studio, i pazienti che presentano sintomi di ADHD riportano un’età inferiore di esordio del gambling, dato significativo in quanto l’età d’esordio è associata alla gravità sia del comportamento di gioco, sia delle conseguenze: più è precoce l’esordio, maggiore sarà la gravità (Aymamí et al., 2015).

A causa delle difficoltà nella regolazione emotiva, gli individui con gambling disorder o ADHD tendono ad utilizzare strategie disadattive, come sopprimere le emozioni, l’evitamento, rimuginare e catastrofizzare, quando si trovano a fronteggiare emozioni negative (Mestre-Bach et al., 2019). Davtian et al. (2012) ha confrontato due gruppi di individui con disturbo di gambling, con e senza ADHD in comorbidità, trovando che coloro che erano affetti da ADHD erano più inclini a presentare ansia, preoccupazione, depressione, isolamento sociale e bassa autostima. Questo ritrovamento ha portato gli autori a considerare il gioco d’azzardo come un possibile meccanismo adattivo finalizzato a regolare gli stati emotivi negativi e lo stress in coloro che presentano il disturbo da gioco d’azzardo e ADHD.

Un altro parallelismo significativo è quello riportato da Theule et al. (2016): gli individui affetti da gioco d’azzardo patologico presentano deficit nelle funzioni esecutive, elemento che tipicamente si nota negli individui con ADHD; inoltre, sembra che i modelli di comportamento seguiti dai giocatori ricordino quelli dell’ADHD, tra cui la tendenza a preferire la gratificazione immediata rispetto a quella ritardata (Ibid.).

Questi dati sono rilevanti per le scelte terapeutiche; si deduce che la terapia per l’ADHD possa essere utile anche per i soggetti con problemi di gioco, in quanto interventi centrati sulla gestione dell’impulsività. Conoscere la co-occorrenza di queste due condizioni offre utili informazioni in termini di pianificazione del trattamento per individui con problemi di gioco. (Theule et al., 2016)

In conclusione, L’APA (2013) sostiene che la disattenzione e l’iperattività clinicamente significative possono fungere da fattori di rischio per la progressione del disturbo da gioco.

 

Una nuova psichiatria (2021) di E. Arreghini e V. Casetti- Recensione

Nel loro volume Una nuova psichiatria. La Disruptive Psychiatry: innovazione e proposte concrete, Arrenghi e Casetti propongono la possibilità di un completo rimodellamento dei servizi pubblici psichiatrici.

 

 Il dibattito sulla necessità di rendere più moderna la psichiatria dei servizi pubblici italiani è senz’altro attuale ed effettivamente è più che legittimo interrogarsi sull’efficacia dei servizi di salute mentale, sui loro costi e sulla loro possibile evoluzione. Il libro pone dunque un tema rilevante, con riflessioni e prospettive operative per immaginare una possibile ristrutturazione nell’ambito della salute mentale nel nostro paese, secondo un modello che viene definito Disruptive Psychiatry.

Il termine “disruption” in sé non è nuovo ed è collegato al nostro modello di evolvere, di crescere e cambiare. Oggi è sempre più utilizzato nei convegni e nel dibattito nel mondo dell’economia. Il suo significato è «rottura» e indica cambiamenti improvvisi nel modo di fare, pensare o interpretare ciò che ci circonda. Il mondo scientifico usa da secoli la formula del «cambiamento di paradigma» per riferirsi a un insieme di teorie e assunti scientifici che non risulta più valido perché è intervenuto qualcosa che ha stravolto il senso dato fino a quel momento, mettendo in discussione le conoscenze e le prassi precedenti. Comunque, il successo attuale del concetto ed il suo utilizzo più frequente sono in riferimento alle innovazioni della tecnologia digitale. La disruptive innovation ad esempio, è l’effetto di una nuova tecnologia, o di un nuovo modo di operare in un modello di business, che conduce alla modifica radicale della logica fino a quel momento in vigore nel mercato, introducendo comportamenti e interazioni nuove e rivoluzionando quindi le logiche correnti. Nel mondo aziendale il termine fa quindi riferimento a cambiamenti in qualche modo inaspettati nel modo di funzionare di un business, dovuti soprattutto alle potenzialità offerte dalla tecnologia. Ne sono esempio Amazon, che diventa fornitore di contenuti televisivi mentre sinora era considerato un venditore di prodotti on-line; oppure WhatsApp, che muta il modo di comunicare tra le persone e rivoluziona il mercato dei gestori di telefonia. Tuttavia, l’impatto di una innovazione di rottura è, in qualche modo, imprevedibile: si può definire “disruptive” solo a posteriori, dopo che ne è stato riconosciuto in modo diffuso il valore. Tornando al nostro tema, dunque, di questo occorre tener conto ed è tutto da verificare se le proposte illustrate dagli autori avranno effettivamente il potere di suscitare un profondo mutamento operativo nella psichiatria italiana, oppure resteranno solo idee su carta.

Parlare quindi di Disruptive Psychiatry appare molto ambizioso, e forse un po’ esagerato, anche perché gli autori si propongono fautori di un vero e proprio nuovo paradigma, i cui riferimenti teorici evidentemente non possono essere contenuti in un’opera di poco meno di 100 pagine, ma è pur vero che il testo propone un completo rimodellamento dei servizi pubblici.

Tra le proposte contenute nel volume, la più importante è senz’altro rappresentata dalla conversione dei Centri di Salute Mentale (C.S.M.) in recovery colleges: essi andrebbero collocati all’esterno degli ospedali e dovrebbero essere completamente svuotati dei compiti di cura, sia ambulatoriale sia in Day Hospital, secondo il modello inglese. Da tali strutture dovrebbero essere assenti gli psichiatri e non dovrebbe essere erogato alcun trattamento medico-psichiatrico (pur essendo parte dell’organizzazione dei servizi psichiatrici). Secondo il modello proposto nel libro, la loro funzione sarebbe quella di offrire opportunità formative, quindi di educational support, con un accesso libero e scelto dai pazienti a seconda delle loro esigenze. Dovrebbero essere il luogo dove non siano gli psichiatri a decidere, surrettiziamente, quali siano i bisogni del paziente, ma dove offrire un modello formativo sui possibili bisogni del paziente, “limitandosi” a proporre strumenti e conoscenza perché il singolo persegua le proprie necessità.

 Ulteriore proposta innovativa riguarda i trattamenti medico-psichiatrici. Secondo il modello, essi devono tornare nei luoghi deputati alla cura di tutti i cittadini che si rivolgono ai servizi per qualsiasi specialità medica, ovvero gli ospedali e gli ambulatori delle aziende sanitarie. Gli ambulatori delle Unità Operative di Psichiatria dovrebbero essere suddivisi in sub-specialità per offrire trattamenti specializzati a pazienti con specifici disturbi con la collaborazione di diversi professionisti della salute mentale. Gli psicologi lavorerebbero anche come case-managers a seconda dei diversi casi in cura, offrirebbero il trattamento psicoterapico che ha ricevuto più evidenze per lo specifico disturbo da trattare, mentre gli assistenti sociali supporterebbero i pazienti nel loro percorso di recovery, difendendone i diritti di cittadinanza.

Riguardo al ricovero ospedaliero, esso, laddove necessario, potrebbe avvenire in due ambiti chiaramente separati. Il primo sarebbe il reparto ordinario di psichiatria, a cui afferisce la maggior parte dei pazienti che, analogamente ai degenti di tutti gli altri reparti, non potrebbero essere sottoposti, in rispetto alle norme giuridiche, ad alcuna forma di contenzione. Il secondo sarebbe costituito, invece, da una sezione distaccata, se possibile attigua ai reparti di medicina d’urgenza, in cui i pazienti in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) sarebbero trattati in conformità alla legge finché le loro condizioni cliniche lo richiederanno.

L’ultima proposta riguarda le spese sanitarie e le risorse dei servizi di salute mentale che dovrebbero essere ripartite secondo criteri epidemiologici, privilegiando i disturbi clinici più frequenti e con maggiore impatto economico-sociale. Per gli autori, la vera emergenza è costituita dalla depressione, di cui soffrirebbero, nelle diverse forme, nel mondo circa 300 milioni di persone (OMS, 2017).

Completa il volume la descrizione di quattro casi clinici presentati sinteticamente: prima si racconta come sono trattati oggi e poi come potrebbero essere trattati in modo più efficace, secondo il nuovo modello della disruptive psychiatry.

La lettura del volume risulta interessante, anche se appare un po’ ambizioso il progetto di presentare, in circa ottanta pagine, un vero e proprio nuovo paradigma per la psichiatria pubblica. Inoltre, colpisce la praticamente inesistenza di contributi italiani, soprattutto recenti, nella pur estesa bibliografia.

Gli autori sono uno psichiatra, Ermanno Arreghini, e una psicologa, Valentina Casetti, entrambi operanti a Trento.

 

Funzioni esecutive, metacognizione e difficoltà emotive nei DSA – Report

Report della Presentazione del Forum di Ricerca in Psicoterapia 2022 dal titolo Funzioni esecutive e metacognizione: quali differenze in bambini e preadolescenti con DSA e non nello sviluppo di difficoltà emotive?

 

 Lo studio è stato condotto a San Benedetto come tesi di specializzazione: l’argomento oggetto d’indagine è la relazione tra le funzioni esecutive, la metacognizione e i disturbi d’ansia in un campione di soggetti con o senza DSA, che andavano dai 9 ai 13 anni.

La presentazione comincia con una spiegazione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) così come definiti dai criteri del DSM-5: i DSA comprendono la dislessia, la discalculia, la disgrafia e la disortografia. Le cause dei DSA vanno ricercate principalmente nelle disfunzioni neurobiologiche che interferiscono con il processo di acquisizione di lettura, calcolo e scrittura. Sono inoltre rilevanti nel loro sviluppo i fattori ambientali come il contesto familiare e scolastico, contribuendo al maggiore o al minor livello di disadattamento.

Gli autori pongono l’accento sull’importante relazione esistente tra funzioni esecutive, ovvero le abilità cognitive necessarie per programmare, mettere in atto e portare a termine un comportamento o un compito, DSA e fattori emotivi che incidono sullo sviluppo del disagio psicologico. Infatti, attualmente, la letteratura sottolinea come i bambini con DSA abbiano una visione significativamente negativa di loro stessi e una bassa autostima rispetto ai bambini senza questo disturbo.

Nel corso degli anni diverse ricerche hanno approfondito lo studio dei processi cognitivi in soggetti con DSA per prendere in esame anche i fattori emotivi che potenzialmente hanno rilevanza per lo sviluppo dell’individuo e che possono determinare situazioni di disagio. I bambini con DSA, così come riporta la letteratura, hanno una visione di se stessi peggiore rispetto ai bambini senza tale disturbo. Hanno inoltre la tendenza ad avere livelli più elevati di ansia. Una bassa autostima è un fattore di rischio per lo sviluppo di depressione o, nei casi meno gravi, sentimenti di inadeguatezza persistenti.

Gli autori proseguono con una breve spiegazione della metacognizione come struttura cognitiva sovraordinata di cui fanno parte la consapevolezza delle proprie capacità cognitive e l’abilità di controllarle e direzionarle. Il Self Regulatory Executive Function Model (S-REF) di Wells illustra come le credenze metacognitive, positive e negative, e i processi metacognitivi siano considerati cruciali nel determinare il benessere emotivo o gli stili di pensiero disfunzionali degli individui.

Processi quali il rimuginio, la ruminazione e il tentativo di sopprimere i propri pensieri attivano delle strategie di coping disfunzionali che determinano il mantenimento di uno stile specifico di elaborazione cognitiva, riconosciuto come Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS).

Studi recenti hanno cercato di ampliare il modello della metacognizione di Wells anche all’età evolutiva, applicandolo a bambini e adolescenti in età scolare. I risultati hanno mostrato che i disturbi internalizzati mostrati dai bambini, in adolescenza evolvono in una preoccupazione eccessiva e incontrollabile che permane in età adulta.

All’interno di questa cornice teorica, lo studio presentato si pone l’obiettivo di analizzare, in un campione di 40 bambini e preadolescenti tra i 9 e i 13 anni, con e senza diagnosi di DSA, quali siano le variabili che vanno a influenzare maggiormente lo sviluppo di difficoltà emotive. L’ipotesi è di rilevare punteggi migliori nei test finalizzati a valutare le funzioni esecutive nel gruppo di controllo, un livello significativamente maggiore di ansia nel gruppo sperimentale e una differenza significativa nell’area della metacognizione tra i due gruppi.

I soggetti hanno compilato due questionari self-report: lo Screen Child Anxiety Related Emotional Disorders (SCARED), per valutare la sintomatologia ansiosa e il Metacognition Questionnaire for Children (MCQ-C) per valutare i processi metacognitivi. Tutti i soggetti hanno inoltre completato alcuni test per la valutazione delle funzioni esecutive (e.g., Test della Torre di Londra, Test delle Campanelle Modificato).

 I risultati hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi in diverse aree riguardanti le funzioni esecutive (e.g., memoria di lista immediata e differita, abilità di problem solving, attenzione selettiva e sostenuta). Per quanto riguarda la sintomatologia ansiosa, i bambini e gli adolescenti con DSA mostrano un punteggio totale significativamente maggiore del gruppo di controllo e un maggior punteggio nella sottoscala del disturbo d’ansia sociale. Per quanto riguarda la valutazione dei processi metacognitivi, il gruppo sperimentale ha ottenuto un punteggio significativamente maggiore del gruppo di controllo nelle sottoscale che indagano le credenze positive e le credenze di superstizione, punizione e responsabilità.

I risultati hanno inoltre mostrato che, nel campione preso in considerazione, all’aumentare delle metacredenze si riduce la prestazione nelle prove che valutano le funzioni esecutive, mentre aumenta il livello di ansia.

Le funzioni esecutive risultano essere più deboli nel gruppo DSA, questo potrebbe rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di problematiche psicologiche, in quanto l’esecuzione di un compito richiede l’utilizzo di diverse risorse cognitive. Questo potrebbe innescare un circolo vizioso nel quale il bambino, riportando risultati negativi nello svolgimento di un compito, avrà la sensazione di essere incapace o impotente, peggiorando ancor più la prestazione e influenzando anche la motivazione e i livelli di ansia. L’ansia a sua volta inciderà sulla prestazione, sull’emotività e sul comportamento in maniera negativa.

I bambini con DSA, infatti, presentano un concetto di sé più negativo rispetto ai bambini senza il disturbo e tendono a sperimentare più ansia e minor autostima.

Per quanto riguarda la metacognizione, i risultati hanno confermato l’ipotesi iniziale degli autori: infatti nel gruppo sperimentale il livello di metacredenze è più elevato. Come mostrano le forti correlazioni tra le variabili oggetto d’indagine, le metacredenze come “preoccuparmi mi aiuta a sentirmi meglio” o “se me ne preoccupo adesso non dovrò farlo in futuro” incidono sia sulle funzioni esecutive sia sull’ansia sperimentata dal soggetto.

Per le ricerche future, concludono gli autori, si potrebbe porre maggiore attenzione al ruolo delle funzioni esecutive e della metacognizione nei piani di intervento e di trattamento per i DSA e potrebbe essere utile intervenire sui contenuti metacognitivi, così da favorire il miglioramento delle funzioni esecutive e una diminuzione dell’ansia.

 

Figli di Internet (2022) di M. Lancini e L. Cirillo – Recensione

Gli autori di Figli di Internet analizzano la relazione con internet da parte degli adolescenti in funzione della particolare fase evolutiva che stanno attraversando, tenendo presente gli ostacoli e i conflitti che affrontano in questo momento di crescita.  

 

 Il libro Figli di Internet di Matteo Lancini e Loredana Cirillo (Erikson, pag. 144) si propone come uno strumento di informazione e sostegno a genitori e personale educativo sul tema della relazione e utilizzo dei dispositivi elettronici da parte di preadolescenti e adolescenti. Non delle semplici istruzioni per l’uso, ma il tentativo di guidare verso una riflessione critica su un tema così complesso.

Gli autori propongono un atteggiamento esplorativo della relazione dei giovani con il mondo virutale che passa attraverso l’“attitudine a porsi delle domande che tengano conto della complessità in cui viviamo e in cui vivono i nostri figli e studenti”.

Sul fronte delle domande lasciano aperta la strada su come “leggere, interpretare, approcciare e gestire gli aspetti psicologici e affettivi implicati nel rapporto con i videogiochi” affrontando poi il tema del sexting, dei selfie, dei social network e del cyberbullismo.

Gli autori cercano di analizzare le questioni della relazione con internet da parte degli adolescenti in funzione della particolare fase evolutiva che stanno attraversando, tenendo presente gli ostacoli e i conflitti che  affrontano in questo momento di crescita.

Un approccio volto a capire come si pongono nei confronti di un particolare modo di entrare in relazione con il mondo mediatico, per comprendere i simboli e i significati che sottendono questi comportamenti.

La relazione con i dispositivi e il mondo virtuale è intersecata, infatti, non semplicemente con la sfera educativa e quindi “con il rispetto delle regole e con la buona o cattiva educazione impartita dai genitori e dal contesto”, ma con il loro percorso di crescita, la loro storia e gli eventi affettivi e relazionali nel contesto sociale dei pari, della famiglia, della scuola. Pertanto è fondamentale collocare questo tema nell’ambito del contesto sociale di riferimento e dei modelli educativi e relazionali che influenzano e condizionano i comportamenti dei preadolescenti e adolescenti nelle modalità di gestione di  Internet.

Gli autori iniziano il loro excursus dall’analisi dei compiti di sviluppo dell’adolescente per cercare di comprendere e interpretare, sino a gestire gli aspetti psicologici e affettivi nella relazione con i media.

Pertanto esortano gli adulti ad un atteggiamento di coerenza basato sulla comprensione, piuttosto che sul divieto.

L’adolescenza è un periodo della vita che si confronta con aspetti molto complessi dell’identità che portano il ragazzo e la famiglia ad affrontare conflitti inerenti al percorso di crescita personale. Oggi in questo percorso un aspetto determinante è la relazione nella rete ben espressa dagli autori come onlife: vita reale e virtuale oggi sono così intrecciate e connesse che è difficile delimitare dove inizia una e finisce l’altra. In particolare sono cambiati i modelli di riferimento, i soggetti di identificazione a volte sconosciuti agli stessi genitori perché su mondi virtuali lontani dai loro.

Il compito dei genitori diventa quindi un percorso di fruizione consapevole dove si costruisce insieme un equilibrio che coinvolge prima di tutto i genitori.

 Il primo lavoro coinvolge gli adulti come modello di un modo di entrare in relazione con il mondo virtuale: l’attenzione è verso il condizionamento che i ragazzi vivono osservando gli adulti vivere internet. Sottolineano che non è possibile sollecitare un uso regolato di internet se loro stessi sono totalmente assorbiti da questo mondo: i figli osservano una modalità di vivere uno strumento che è parte della vita e la vivono. Per questo è meglio considerarla una parte della vita e renderla un tema di cui parlarne in famiglia a partire dall’esperienza di ciascuno.

Non è pensabile, pertanto che l’uso di internet possa essere oggetto di divieti, bensì di mediazioni basate sulla comprensione delle sue funzioni, significati e finalità. L’obiettivo è quello stabilire un dialogo che coinvolga quella esperienza, tenendo presente che oggi è uno strumento e un contesto presente nella vita famigliare.

L’ultimo capitolo è completamente dedicato al tema del ritiro sociale, delle sue diverse forme, della vergogna, dei ragazzi definiti hikikomori, delle funzioni delle rete in queste situazioni. Parallelamente gli autori offrono degli strumenti per gestire queste situazioni e per prevenire queste forme di disagio psicologico.

Figli di internet è un libro accessibile e discorsivo, che permette ai genitori di comprendere gli aspetti psicologici e sociali che si intersecano attorno all’uso dei dispositivi e della vita on line e di toccare con mano il significato che ha essere nati e cresciuti “onlife”.

 

Una panoramica sull’Internet Gaming Disorder

La perdita del controllo del tempo passato ai videogames ha rivelato una serie di conseguenze negative; a causa del forte impatto che ha sulla salute mentale delle persone, questa perdita di controllo è stata definita Internet Gaming Disorder.

 

 Al giorno d’oggi, Internet è uno strumento fondamentale per la comunicazione, l’intrattenimento, lo studio e le relazioni sociali (Tas, 2017). L’insieme di queste caratteristiche, unitamente al fatto che il web è ormai accessibile a tutti, ha reso Internet un must per l’umanità. Tuttavia, grazie all’estrema facilità di accesso alla rete, sempre più persone trascorrono gran parte del loro tempo online per condurre varie attività, di lavoro o per il tempo libero. Una grande parte di popolazione, soprattutto di adolescenti, passa il proprio tempo libero giocando ai videogiochi online.

Internet Gaming Disorder e videogiochi

Infatti, il continuo sviluppo di internet ha coinvolto anche il mondo dei videogiochi, che oggi sono diventati un importante strumento di connessione con il resto mondo (Ko, 2014). I giocatori ora possono essere coinvolti sia socialmente sia competitivamente con molte altre persone, indipendentemente da dove si trovino (Ko, 2014). Tuttavia, la perdita del controllo del tempo passato ai videogames ha rivelato una serie di conseguenze negative. A causa del forte impatto che ha sulla salute mentale delle persone, questa perdita di controllo è stata definita Internet Gaming Disorder (IGD; Ko, 2014). Gli adolescenti che passano molto tempo online sono a rischio di sviluppare dipendenza dall’uso di internet e dei videogiochi (Tas, 2017). Ciò può comportare una serie di problematiche interpersonali e intrapersonali (Tas, 2017).

L’uso intensivo e incontrollato di internet e in particolare dei videogiochi può portare a problematiche fisiche, psicosociali e cognitive (Tas, 2017). Infatti, la dipendenza da videogiochi è stata associata alla presenza di significativi livelli di stress, ansia e sintomi depressivi (Loton et al., 2016). Inoltre, fenomeni come iperattività, problematiche emotive, psicosi e nevrosi sono risultati essere più frequenti negli individui con dipendenza da gaming (Tas, 2017). Nella letteratura riguardante l’Internet Gaming Disorder, è stato osservato come la dipendenza da internet impatti negativamente la carriera scolastica degli individui, creando situazioni problematiche a scuola, per esempio l’assenza di concentrazione in quanto l’attenzione è rivolta ai pensieri sul gaming (Tas, 2017). Di conseguenza, la condotta scolastica cala drasticamente e i voti peggiorano a causa della bassa performance (Tas, 2017). Inoltre, gli studenti, ricercando gratificazioni nel gaming, creano un circolo di eventi che va a rinforzare il legame tra dipendenza da Internet e bassa prestazione scolastica (Tas, 2017).

L’aspetto cognitivo dell’Internet Gaming Disorder

 L’abuso di internet può avere anche delle implicazioni a livello cognitivo (King e Delfabbro, 2014). Queste cognizioni maladattive si dividono in due sottotipi: i pensieri riguardo al sé e i pensieri riguardo al mondo. I pensieri riguardo al sé comprendono una serie di pensieri negativi sulla propria persona, come mettere in dubbio le proprie capacità e la percezione di sé stessi come poco efficaci, accompagnati anche da bassa autostima. L’individuo ha una visione di sé fortemente negativa e usa internet come mezzo per raggiungere una posizione sociale o ricevere dei feedback dagli altri. Alcuni pensieri possono essere “sono inutile nella vita reale, ma online sono qualcuno” oppure “sono capace solo online”. Le distorsioni cognitive riguardanti il mondo comprendono quei pensieri che possono essere legati al modo di essere in una società digitale. Alcuni pensieri possono essere “internet è l’unico posto dove posso sentirmi al sicuro” oppure “nessuno mi ama offline”. Entrambe queste tipologie di cognizioni distorte, insieme ai comportamenti disfunzionali, possono mantenere o addirittura intensificare la dipendenza dal gaming.

L’Internet Gaming Disorder è un psicopatologia che ha bisogno di ulteriori studi per poter essere definita come tale (Petri et al., 2015). Infatti, sebbene non esistano ancora dei trattamenti validati per l’Internet Gaming Disorder, alcuni approcci si sono dimostrati apparentemente efficaci (Gentile et al., 2017). Lo strumento che ha dimostrato maggiore efficacia sembra essere la terapia cognitivo comportamentale integrata con approcci diretti alla famiglia, includendo anche un percorso volto a esplorare la componente motivazionale (Gentile et al., 2017).

 

L’umorismo in terapia – Angoli Clinici

State of Mind presenta la nuova stagione di Angoli Clinici in formato podcast: un ciclo di appuntamenti alla scoperta di alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia.

 

È online la nuova stagione di Angoli Clinici in formato podcast.

In ogni episodio la Dott.ssa Rossana Piron intervista un esperto del team di Studi Cognitivi, per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo.

Un argomento diverso ogni settimana. Nel terzo episodio si parla di umorismo in terapia con il Dott. Antonio Scarinci.

 

Dove ascoltare il terzo episodio:

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione (DOCR) nel rapporto genitore-figlio

I sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione nel rapporto genitore-figlio consistono in pensieri indesiderati, immagini intrusive o impulsi che riguardano difetti percepiti del proprio figlio.

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione (DOCR)

 Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è un disturbo psicologico invalidante caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni a vario contenuto (Abramowitz et al., 2017). Recentemente, una tipologia clinica del DOC, definita Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione (DOCR), ha ricevuto particolare attenzione sia in ambito di ricerca sia in ambito clinico (Doron et al., 2016). Il DOCR è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni che hanno come oggetto le relazioni significative: quella di coppia, quella tra genitore e figlio e quella tra individuo e Dio (Doron et al., 2014).

Prendendo in considerazione le ossessioni che si manifestano nella relazione di coppia (quella maggiormente indagata dalla letteratura) è possibile distinguere tra sintomi centrati sulla relazione e sintomi centrati sul partner (Doron et al., 2014). I primi consistono in dubbi e preoccupazioni circa i sentimenti del partner nei propri confronti, i propri sentimenti nei confronti del partner e l’adeguatezza della relazione stessa. I secondi riguardano, invece, preoccupazioni ossessive circa difetti percepiti nel proprio partner in sei principali ambiti: aspetto fisico, abilità sociali, moralità, stabilità emozionale, intelligenza e competenza (Doron & Derby, 2017; Doron et al., 2017).

I sintomi ossessivo-compulsivi che si presentano nel contesto del rapporto con il proprio figlio sono simili ai sintomi centrati sul partner che emergono nel contesto della relazione di coppia. Consistono in pensieri indesiderati (per es., “Mio figlio è abbastanza intelligente?”), immagini intrusive (per es., il ricordo di una situazione in cui il proprio figlio ha fallito) o impulsi (per es., di intervenire in un’interazione sociale in cui il bambino è coinvolto) che riguardano difetti percepiti del proprio figlio nei medesimi ambiti sopracitati (Doron et al., 2017). Tali esperienze intrusive sono egodistoniche: possono contraddire le convinzioni del genitore (per es., “Tutti i figli dovrebbero essere accettati, a prescindere dai loro difetti”) o la propria esperienza soggettiva (per es., “So che mio figlio ha molti amici, ma non posso smettere di preoccuparmi per le sue abilità sociali”), provocando senso di colpa e vergogna. Sono pertanto associate a comportamenti compulsivi. Ad esempio, il genitore può ricercare rassicurazioni riguardo le competenze del figlio, confrontarlo con altri bambini, o controllarne compulsivamente i comportamenti (Doron et al., 2017).

Strumenti di assessment del Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione

Esistono due strumenti self-report di valutazione dei sintomi del DOCR nel rapporto genitore figlio: il Partner Related Obsessive Compulsive Symptoms Inventory Parent-Child (PROCSI-PC; Doron et al., 2017) e il Parent-Infant Partner-focused Relationship Obsessive Compulsive Symptoms Inventory (PI-PROCSI; Ratzoni, Doron, & Frenkel, 2021). Il PROCSI-PC e il PI-PROCSI sono composti rispettivamente da 28 e 21 item, a cui si risponde utilizzando una scala Likert che varia da 0 (per niente) a 4 (moltissimo; Doron et al., 2017; Ratzoni et al., 2020). Il PROCSI-PC valuta le ossessioni e le compulsioni dei genitori nei confronti dei difetti percepiti del proprio figlio relativamente ad aspetto fisico, moralità, stabilità emozionale, intelligenza, abilità sociali e competenza. Esempi di item contenuti nel questionario sono: “Il pensiero che mio/a figlio/a non sia abbastanza intelligente mi infastidisce molto; Quando sono con mio/a figlio/a trovo difficile ignorarne i difetti fisici” (Doron et al., 2017). Il PI-PROCSI, invece, costituisce un adattamento degli item del PROCSI-PC affinché possano riferirsi ai figli neonati. Nel PI-PROCSI sono stati quindi aggiunti alcuni item con lo scopo di valutare le ossessioni circa i pattern di alimentazione, di sonno-veglia e di sviluppo del neonato (Ratzoni et al., 2021). I risultati dell’analisi fattoriale confermativa hanno messo in luce la presenza di due fattori generali di ordine superiore: le preoccupazioni ossessive per l’attuale sviluppo e le preoccupazioni ossessive per il futuro sviluppo del figlio. È poi emerso che lo strumento ha una struttura a sette fattori: cinque di questi si riferiscono alle preoccupazioni per l’attuale sviluppo (compulsioni legate allo sviluppo, distress associato alle ossessioni legate allo sviluppo, aspetto fisico, pattern di alimentazione e ritmi sonno-veglia, impulso di confrontare il proprio figlio con altri bambini) mentre i due rimanenti fanno riferimento alle preoccupazioni per il futuro sviluppo (moralità futura, competenza futura; Ratzoni et al., 2021).

Al fine di valutare se i sintomi del DOCR genitoriale potessero avere un impatto sui figli è inoltre stato sviluppato il Parent-Child Related Obsessive Compulsive Inventory for Children (PROCSI-SELF; Doron et al., in process), un questionario self-report composto da 28 item che valuta la presenza di ossessioni e compulsioni riguardo difetti percepiti su se stessi relativamente agli stessi sei ambiti di preoccupazione genitoriale misurati dal PROCSI-PC (Ben-Zvi et al., 2017).

Per nessuno di questi strumenti esiste, ad oggi, alcuno studio di validazione nel contesto italiano.

Conseguenze personali e relazionali del disturbo

L’età d’esordio del DOCR è sconosciuta (Doron et al., 2014). Tuttavia, da un recente studio (Ratzoni et al., 2021) è emerso che i sintomi del disturbo che si manifestano nel rapporto genitore-figlio possono emergere nel periodo del post-partum, andando ad impattare sul bonding materno e sulla qualità delle interazioni neonato-caregiver. In particolare, è stato riscontrato che le ossessioni e le compulsioni materne relative all’attuale sviluppo del figlio (misurate attraverso il PI-PROCSI) erano associate negativamente all’espressione di calore e di emozioni positive nei confronti del neonato (bonding). Inoltre, è stata riscontrata una relazione indiretta significativa tra le ossessioni e le compulsioni materne circa il futuro sviluppo del neonato e la diminuzione, nei figli, di comportamenti interattivi diretti nei confronti del caregiver. Più nello specifico, tali elevate preoccupazioni materne misurate a 4 mesi dalla nascita attraverso il PI-PROCSI, erano associate, a 10 mesi, ad una bassa frequenza di lodi dei comportamenti dei figli che, a loro volta, predicevano l’evitamento da parte degli stessi dei comportamenti interattivi nei confronti delle madri (Ratzoni et al., 2021).

 Uno studio condotto da Doron e colleghi (2017), che ha preso in considerazione un periodo successivo a quello del post-partum, ha riscontrato che i sintomi del disturbo sono associati, nei genitori, ad altri sintomi ossessivo-compulsivi e a sintomatologia depressiva. È inoltre emerso che i sintomi del DOCR correlano con lo stress genitoriale e che interferiscono con il funzionamento personale, occupano tempo e sono fonte di disagio significativo (Doron et al., 2017).

Ben-Zvi e colleghi (2017) hanno invece osservato che i sintomi del DOCR possono avere ripercussioni anche sulla salute mentale dei figli. L’elevata preoccupazione genitoriale nei confronti dei difetti percepiti nel proprio figlio è risultata infatti associata alla preoccupazione del figlio per i propri difetti nelle stesse aree oggetto di preoccupazione genitoriale. Tale effetto è stato riscontrato nella maggior parte dei domini oggetto di preoccupazione dei genitori. I risultati hanno mostrato una correlazione positiva moderata tra il punteggio totale del PROCSI-PC e il punteggio totale del PROCSI-SELF e correlazioni significative tra quattro sottoscale dei due strumenti: aspetto fisico (r = 0,53), moralità (r = 0,57), intelligenza (r = 0,25) e competenza (r = 0,25; Ben-Zvi et al., 2017).

Meccanismi di insorgenza e di mantenimento

È stato ipotizzato che specifici ambiti del sé con elevato valore per l’individuo (per es., la moralità) siano in relazione con il contenuto delle ossessioni (Bhar e Kyrios, 2007). È infatti più probabile che siano le intrusioni che minacciano il sistema di valori e l’autostima di un individuo a trasformarsi in ossessioni poiché in questo caso la persona è portata ad attivare cognizioni e comportamenti volti a compensare le carenze percepite (Bhar e Kyrios, 2007; Rachman, 1997). Per quanto riguarda il DOCR, Levy e colleghi (2020) hanno proposto che l’elevata sensibilità nei confronti di un dominio del sé con elevato valore per il genitore (per es., l’aspetto fisico) potrebbe determinare una maggiore vigilanza nei confronti del dominio stesso, facilitando la rilevazione di eventi che minacciano il dominio e l’insorgenza di pensieri intrusivi dominio-specifici relativi a sé stessi (per es., “sono brutto”) e agli altri (per es., “non ha un bell’aspetto”). La co-presenza di tale sensibilità e della dipendenza della propria autostima dal valore percepito del figlio, potrebbe aumentare la vulnerabilità ai sintomi del DOCR (Levy et al., 2020). A conferma di questa ipotesi, nello studio in questione è stata riscontrata un’interazione tra la vulnerabilità dei genitori in due domini del sé (aspetto fisico e intelligenza) e la dipendenza della propria autostima dal valore percepito del figlio nel predire ossessioni e compulsioni relative a difetti percepiti nei figli nel dominio dell’aspetto fisico e dell’intelligenza (Levy et al., 2020). In particolare, l’associazione tra vulnerabilità nei domini di aspetto fisico e intelligenza e sintomi del DOCR era significativa solamente nei genitori che presentavano un’alta dipendenza della propria autostima dal valore percepito del figlio (Levy et al., 2020). Sempre per quanto riguarda i meccanismi di insorgenza del disturbo, alcuni studi che hanno indagato il DOCR nel contesto della relazione sentimentale hanno riscontrato che l’attivazione delle convinzioni disfunzionali associate al DOC (in particolare, sovrastima del pericolo, intolleranza all’incertezza, importanza attribuita ai pensieri e al loro controllo e perfezionismo) ha un ruolo anche nello sviluppo di ossessioni e compulsioni del DOCR (Doron et al., 2014; 2012a; 2012b; Melli et al., 2018). È probabile che lo stesso avvenga anche per quanto riguarda il DOCR nel rapporto genitore-figlio (Doron et al., 2017; Levy et al., 2020). Alcune convinzioni disfunzionali relazione-correlate potrebbero poi contribuire in modo specifico allo sviluppo e al mantenimento del DOCR andando ad aumentare il disagio esperito al presentarsi delle intrusioni (Doron et al., 2012a). Tali convinzioni possono riguardare, ad esempio, il timore di essere inadeguati come genitori e la sovrastima dell’impatto che le singole esperienze quotidiane possono avere sul successivo sviluppo e successo dei figli (Doron et al., 2017). Come avviene per le altre tipologie cliniche del DOC, infine, le compulsioni e le risposte disfunzionali alle ossessioni svolgono un ruolo cruciale nel mantenimento del DOCR (Doron et al., 2014).

Indicazioni per il trattamento

La psicoterapia dovrebbe favorire nel paziente la consapevolezza dell’influenza che la percezione dei difetti del figlio ha sulla propria autostima e sostenere il senso di competenza nell’esercizio della propria genitorialità (Levy et al., 2020). Levy e colleghi (2020) mettono inoltre in luce l’appropriatezza dell’utilizzo di alcune tecniche cognitivo-comportamentali per intervenire clinicamente sulle ossessioni e compulsioni del DOCR. A tal proposito citano il perspective taking (per es., “Giudichi i tuoi amici sulla base del valore dei propri figli?”) e la messa in discussione di alcune convinzioni disfunzionali (come ad esempio quella relativa all’incapacità di tollerare l’imbarazzo associato alla percezione dei difetti del figlio) attraverso l’utilizzo di esercizi di esposizione. Il trattamento delle convinzioni disfunzionali associate al DOCR e delle vulnerabilità del sé, infine, potrebbe includere anche l’assegnazione di homework basati sull’impiego di applicazioni evidence-based come la GG relationship doubts (GGRO; Levy et a., 2020; Roncero et al., 2018; 2019).

 

L’arte tra bocca e cibo (2022) di Anna Maria Farabbi – Recensione

Il testo L’arte tra bocca e cibo fornisce un’affascinante lettura e parallelismo tra la bocca, come ricerca espressiva di parola, e la funzionalità primordiale del cibo e del nutrimento.

 

 Viene fornita una visione a cavallo tra le testimonianze personali ed artistiche di undici autori e il delicato argomento dei disturbi dell’alimentazione. L’elaborato, scritto in stile saggistico, si apre con l’autrice stessa, Anna Maria Farabbi, poetessa e narratrice. L’autrice racconta, in maniera esaustiva, lo scopo e il focus del testo, prendendo in considerazione aspetti non clinici del tema, ma ampliando il suo significato a condizioni etnoculturali e concependo il tutto in chiave descrittiva. Riferisce di aver ideato lo scritto come una ruota, con assenza di gerarchia tra autori ma con un occhio centrale attorno cui tutti ruotano, ovvero i disturbi dell’alimentazione. Il tutto è arricchito da contenuti artistici, sonate popolari, quadri o filmografia scaricabili tramite QR CODE a fine di ogni saggio.

L’interesse dell’autrice è partito dalla frequentazione di un centro di riabilitazione dei disturbi dell’alimentazione e dalla curiosità di riscoprire, attraverso la parole, l’universo in cui sono immersi i pazienti con tale disturbo. È da qui che nasce l’idea di elaborare un racconto che non si limiti ad un’autobiografia o ad un racconto episodico di eventi, ma che metta in campo le personali sofferenze degli autori che hanno avuto a che fare, per esperienza diretta o indiretta, con la problematica alimentare.

Una tra i primi autori è la Dott.ssa Paola Bianchini filosofa, psicologa e psicoterapeuta. La visione della scrittrice in esame si distanzia da quella clinica ma, con linguaggio solenne, apre lo scenario alla visione del dolore e della storia che i pazienti portano in quella che poi diventa la quotidianità del professionista. Anche in questo caso il focus è sulla parola e sull’abilità della stessa di comunicare anche quando non espressa e arricchita di silenzi.

Il riferimento al disturbo alimentare è espresso così: “è ossessione per il peso: la paura è nel peso della scelta ovvero nel peso dell’identità” e si mostra la ferita identitaria da cui nasce il disturbo, che si serve del corpo per poi manifestare il suo disagio.

Marco Bellini, poeta, esprime nei suoi versi l’ascolto empatico di dolore e di dignità emotiva della persona che ha scelto di raccontarsi a lui. Con versi decisamente forti di contenuto, come il titolo stesso “dita in gola”, apre lo scenario alla bulimia ed alla “donna trasparente piena di voce inascoltata.”

Si passa poi attraverso l’analisi del testo di sonata popolare , “La cena della sposa” ad opera di Giancarlo Palombini, docente di Etnomusicologia che descrive l’aspetto consumistico e transculturale del cibo attraverso l’abbondanza e la descrizione popolare della tradizione.

Il racconto intenso e travolgente di Sara Fruet, pittrice, medico coaching alimentare e biodinamica craniosacrale, che attraverso la pittura ed il suo tratto descrive le varie tappe del disturbo alimentare: dapprima perfezionistico e controllante, dai tratti precisi e colori scuri, fuori controllo, per poi diventare denso e colorato, libero e ricco di sfumature. Esemplificativo di ciò è la fig. 1.a e 1.b e il seguente estratto: “E mentre i confini del mio corpo iniziavano ad occupare più spazio, le tele diventavano sempre più grandi, i colori più brillanti, il gesto più ampio. Non più un sussurro. Ma un racconto a voce bella alta e sicura”. Il dettagliato racconto traspare di consapevolezza e dignità nel dolore ed apre le porte alla possibilità di cambiare e addentrarsi nel percorso di guarigione.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI:

L'arte tra bocca e cibo (2022) di Anna Maria Farabbi - Recensione del libro FIG 1.A

L’arte tra bocca e cibo – Fig. 1.a

L'arte tra bocca e cibo (2022) di Anna Maria Farabbi - Recensione del libro FIG 1.B

L’arte tra bocca e cibo – Fig 1.b

Ed è di carattere femminile anche il racconto di Mariafrancesca Garritano, ballerina, che ben descrive il processo di interiorizzazione dell’ideale di magrezza e della sensazione di inadeguatezza dettata dall’ambiente.

La testimonianza di Marco Pozzi, regista cinematografico che racconta la storia della nascita del suo film Maledimiele e la dispercezione corporea che lentamente si trascina verso l’essere invisibile.

 Invece Pietro Marchese, scultore e insegnante, porta nella scultura il suo messaggio di riflessione rispetto alle generazioni attuali con la scultura Light (fig.2). Nella sua carriera di insegnante è capitato di assistere a profondi dilemmi perfezionistici e correlati al Disturbo alimentare dell’anoressia. Riferisce di aver utilizzato una figura forte che mirasse a perturbare e notare l’ossimoro e che riportasse al problema attuale in maniera silenziosa, fa intravedere l’infelicità di chi pensa di non poter reggere il confronto con le icone della bellezza e di bravura.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO L’IMMAGINE:

L'arte tra bocca e cibo (2022) di Anna Maria Farabbi - Recensione del libro FIG 2

L’arte tra bocca e cibo – Fig 2

L’arte della sofferenza è mostrata anche da Alberto Terrile, fotografo, che immortala il volto tirato di una donna che ha perso la figlia per anoressia, discendendo in una sofferenza condivisa ed estremamente realistica (fig.3).

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO L’IMMAGINE:

L'arte tra bocca e cibo (2022) di Anna Maria Farabbi - Recensione del libro FIG 3

L’arte tra bocca e cibo – Fig 3

Un’arte dal tratto diverso è anche quella che narrata da Ludovic Debeurme, fumettista, pittore e illustratore che, nell’intervista, spiega le ragioni che stanno alla base di “Lucille”, uno dei suoi ultimi lavori in cui il tema centrale è quello dell’anoressia. Il tema, caro all’autore, descrive il legame tra corpo e spirito e la complessa relazione tra il proprio corpo e lo spazio circostante in un momento delicato della vita quale essere l’adolescenza.

Come chiusura circolare del testo, posizionato probabilmente volutamente come ultimo capitolo, compaiono i racconti autobiografici di Sara Fruent, precedentemente citata, ed Elvira Aglini, narratrice e generosa testimone del progetto ideato da Anna Maria Farabbi, e del suo personale vissuto.

In conclusione il libro in esame, prende in considerazione molteplici dimensioni e declinazioni del disturbo alimentare che partono dalla persona per estendersi alla rete relazionale nella quale è immersa, offrendo importanti punti di vista diversi. Si articola in due parti principalmente: la prima, ovvero quella che offre una visione prettamente metaforica e artistica, e la seconda ovvero quella in cui vengono messe in campo le personali esperienze di due autrici che ben delineano l’acuzia del dolore ed il processo di presa di coscienza e consapevolezza di sé e del mondo. Si tratta di una lettura interessante ed inaspettata che coinvolge il lettore soprattutto nella sua dimensione dinamica e variegata, di lessico, di immagini ed esperienze. Ho trovato particolarmente interessanti le testimonianze e le varie interviste fatte agli autori, complessa invece, nel linguaggio e nel tono solenne, la prima parte, scritta in termini saggistici, che potrebbe deviare in parte dal tema centrale in cui si articola tutta la tematica alimentare.

Risulta, invece, ben definita e strutturata l’idea di trattazione circolare degli argomenti, in quanto l’autrice apre il testo con la prefazione che ben spiega il progetto ed il ruolo di ogni autore, chiudendosi poi con la testimonianza di un partecipante lì, dove tutto è iniziato, ovvero nell’associazione “Il Pellicano”.

Molto al passo con i tempi ed estremamente utile è anche il corredato multimediale, scaricabile tramite QRcode.

Considero il testo una lettura consigliata di livello medio alto, di più facile comprensione a coloro che hanno, o hanno avuto, esperienza diretta o indiretta in tale patologia. È arricchente e stimolante ed offre una visione poliedrica del disturbo dell’alimentazione che incuriosisce per aver considerato, probabilmente per le prime volte, l’aspetto più artistico della sua espressione.

 

Folie à deux: il disturbo psicotico condiviso in bambini e adolescenti

L’interazione tra la vulnerabilità genetica e l’impatto di vivere con un adulto che soffre di un disturbo psicotico sembra essere centrale nel disturbo psicotico condiviso.

 

La descrizione del disturbo psicotico condiviso

 I disturbi psicotici comprendono principalmente sintomi come deliri, allucinazioni, pensiero e linguaggio disorganizzati che indicano perdita di contatto con la realtà (APA, 2013). Il Disturbo Psicotico Condiviso (DPC), o folie à deux, è stato descritto per la prima volta nel 1877 e consiste nel trasferimento di credenze deliranti e/o comportamenti anormali da un caso “primario” (induttore) a uno o più “secondari” (indotto/i). Di solito si verifica in una persona o in un gruppo di persone (spesso in famiglia) che sono legate a un individuo con disturbo delirante o con schizofrenia (Vigo et al., 2019).

I tassi di incidenza del disturbo sono bassi, tra l’1,7 e il 2,6% (WHO, 1992). Molti casi, però, sono probabilmente sottodichiarati e quindi sottodiagnosticati, motivo per cui la sua reale prevalenza rimane difficile da stimare.

In letteratura si trovano diversi casi di folie à deux in famiglia, specialmente di delirio condiviso tra genitori e figli (Ilzarbe et al., 2015). Spesso, bambini e adolescenti coinvolti nel disturbo psicotico condiviso, adottano le credenze deliranti dei loro caregiver al fine di assicurare una coesistenza pacifica tra tutti i membri della famiglia (Vigo et al., 2019).

Il disturbo psicotico condiviso tra ambiente e genetica

I contributi genetici e ambientali di questo disturbo non sono ancora chiari. I primi studi si sono maggiormente concentrati sulle relazioni instaurate dalle persone coinvolte. Alcuni fattori di rischio possono essere: la presenza di un membro della famiglia dominante, relazioni familiari dipendenti e ambivalenti, frequenti crisi familiari, violenza domestica, comportamenti violenti e isolamento sociale (Gralnick, 1942; Tseng, 1969). Altri studi si sono focalizzati sulla storia psichiatrica e sulle comorbidità dei soggetti coinvolti. Molti hanno sottolineato un’alta prevalenza di schizofrenia in questa popolazione e un’elevata presenza di comorbilità psichiatrica nei soggetti indotti, concludendo che una predisposizione genetica alla schizofrenia o a disturbi psicotici fosse necessaria nello sviluppo della psicosi condivisa (ad es., Scharfetter, 1970; Silveira & Seeman, 1995). Così, le circostanze psicosociali potrebbero rappresentare un innesco di un episodio psicotico transitorio in un paziente vulnerabile ad alto rischio di psicosi.

Per meglio comprendere gli aspetti ancora poco chiari legati a questa patologia in bambini e adolescenti, una revisione sistematica di Vigo e colleghi (2019) si è concentrata sulla condizione della folie à deux nelle famiglie con minori di 18 anni, tenendo in considerazione il rischio genetico familiare associato e i fattori di rischio ambientale. I risultati hanno dimostrato che nella maggior parte delle famiglie con bambini e adolescenti coinvolti nella folie à deux vi era un’alta prevalenza di isolamento sociale, che poteva potenzialmente rafforzare la relazione patologica tra le persone coinvolte. Inoltre, molti di questi giovani non hanno contatto con un adulto sano all’interno della famiglia, elemento che è stato riportato in precedenza da Rutter e colleghi (1974) come un fattore protettivo. Nonostante l’isolamento sociale in queste famiglie sia stato ampiamente descritto in letteratura (ad es, Berner et al., 1986), rimane ancora poco chiaro se esso rappresenti una causa o una conseguenza della condizione. Una possibile spiegazione potrebbe essere che le famiglie che hanno sviluppato sintomi psicotici possono essere più sospettose, come tratto predisponente, e quindi meno propense a stabilire relazioni esterne.

Per quanto riguarda il contributo genetico, gli induttori hanno presentato tassi più alti di storia psichiatrica rispetto agli indotti, con diagnosi prevalente di schizofrenia (disturbo che mostra un’alta ereditarietà), ma nessuna differenza nella storia psichiatrica familiare; dovrebbe essere preso in considerazione che gli indotti sono spesso parenti di primo grado degli induttori, che nella maggior parte dei casi hanno ricevuto una diagnosi finale di disturbo dello spettro schizofrenico.

 Alla luce di quanto riportato, emergono ancora due domande chiave: gli indotti avrebbero sviluppato sintomi psicotici anche senza un contatto intimo con gli induttori? E ancora, i giovani con disturbo psicotico condiviso dovrebbero essere considerati soggetti con alto rischio di sviluppare la schizofrenia in futuro? È importante sottolineare che gli studi sui giovani ad alto rischio genetico di psicosi hanno riportato probabilità più alte di sviluppare psicosi rispetto alla popolazione generale (Myles‐Worsley et al., 2007), ma non tutti i giovani che fanno parte di queste famiglie (esposti a fattori di stress ambientale e portatori di vulnerabilità genetica) sviluppano sintomi psicotici. L’interazione tra la vulnerabilità genetica e l’impatto di vivere con un adulto che soffre di un disturbo psicotico sembra dunque essere centrale nella folie à deux. Distinguere gli effetti genetici da quelli ambientali in questi casi può aiutare a prevenire lo sviluppo di psicosi nelle persone più giovani che sono a rischio.

Inoltre, in contrasto con la letteratura precedente che ha dimostrato che le donne erano più spesso soggetti indotti (ad es, Silveira & Seeman, 1995), i risultati di questa revisione hanno mostrato che nei casi di delirio condiviso che coinvolgevano bambini e adolescenti, le donne sembrano essere per lo più induttori. Questo risultato può essere dovuto alla tendenza osservata per le famiglie monoparentali ad essere capeggiate da una donna (Silveira & Seeman, 1995) o alla relativa vulnerabilità dei bambini e dei giovani rispetto alle loro madri.

Il trattamento del disturbo psicotico condiviso

In conclusione, per quanto concerne il trattamento, studi precedenti raccomandavano la separazione fisica come trattamento di elezione (Mentjox et al., 1993). Tuttavia, nella revisione condotta da Layman e Cohen (1957) comprendente 140 casi di folie à deux, in un solo caso l’indotto si è ripreso spontaneamente dopo la separazione, coerentemente con altre revisioni più recenti, dove è stato mostrato che la separazione dal caso primario era un trattamento insufficiente (Arnone et al., 2006). Questo risultato è supportato anche dalla revisione qui presentata, che non mostra alcuna associazione statistica tra remissione dei sintomi e separazione. Quando sono coinvolti bambini o adolescenti, è opportuno tenere in considerazione che la separazione potrebbe addirittura essere traumatica (Drucker & Shapiro, 1982).

Mentjox e colleghi (1993) suggeriscono che l’intervento dovrebbe concentrarsi sulla separazione psicologica, piuttosto che fisica, promuovendo l’indipendenza tra i diversi membri e tenendo conto delle caratteristiche individuali delle persone coinvolte. Un approccio che coinvolge interventi psicologici può essere più adatto per i bambini e i giovani che presentano principalmente sintomi psicotici nel contesto della folie à deux.

 

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