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Gioco d’Azzardo Patologico, comorbilità e metacognizione – Report

Report dalla presentazione del progetto di ricerca Gioco d’Azzardo Patologico, comorbilità e metacognizione tenutasi al Forum della Ricerca in Psicoterapia 2022.

 

 Recentemente si è svolto online il Forum Biennale di Ricerca in Psicoterapia, che ha visto protagonisti gli specializzandi delle Scuole del Gruppo Studi Cognitivi di tutta Italia con i loro progetti di ricerca, accompagnati da importanti ospiti internazionali.

La seconda presentazione della prima giornata di Forum, 6 maggio 2022, ha riguardato lo studio sul Gioco d’Azzardo Patologico (GAP), condotto dagli allievi di Studi Cognitivi di Genova N. Delfino, B. Giagnorio, F. Loffredo, E. M. Fiabane e dai didatti G. Caselli e G. Mansueto. La ricerca in questione si propone di esplorare il ruolo della metacognizione, del pensiero desiderante e della flessibilità psicologica rispetto al Gioco d’Azzardo Patologico e alle psicopatologie più frequentemente osservate in comorbilità.

Cos’è il gioco d’azzardo patologico?

Da circa due decenni il panorama scientifico ha iniziato a considerare le cosiddette “nuove dipendenze”, ovvero forme di dipendenza legate a comportamenti, come quelle relazionali, da internet o da gaming. Attualmente, il Gioco d’Azzardo Patologico è l’unica dipendenza non correlata a sostanze riconosciuta nel DSM-5 (APA, 2014). In Italia, il Report Drug del 2014, stilato dal dipartimento per le politiche antidroga, riporta che nella popolazione tra i 18 e i 79 anni il 4% ha un approccio problematico al gioco d’azzardo e circa il 2% sono giocatori patologici.

Nello specifico, il Gioco d’Azzardo Patologico implica un comportamento persistente e ricorrente di gioco d’azzardo maladattivo che comporta compromissione o disagio clinico per almeno 12 mesi, con sintomi come irritabilità nel momento dell’interruzione del gioco, preoccupazione per le passate esperienze di gioco, messa in atto di azioni connesse al gioco quando si è angosciati, oppure la richiesta di aiuto economico per problemi finanziari causati dal gioco. A livello metacognitivo, ovvero l’insieme di credenze riguardo la propria cognizione e le relative strategie di controllo, i comportamenti da Gioco d’Azzardo Patologico e la loro gravità sembrano associati a metacredenze negative, ovvero credenze circa gli effetti negativi di un comportamento cognitivo. Inoltre, alti livelli di distorsioni metacognitive sembrano essere associati a un aumento delle psicopatologie in comorbilità, che a loro volta sembrano predire alti livelli di Gioco d’Azzardo Patologico. Perciò, la terapia metacognitiva potrebbe essere un approccio promettente per il trattamento dei giocatori patologici.

Lo studio

In particolare, lo studio vuole verificare se i giocatori patologici mostrano maggiori sintomi psicopatologici e distorsioni metacognitive, nonché maggiore tendenza al pensiero desiderante (elaborazione verbale e immaginativa di una esperienza desiderata) e all’inflessibilità psicologica (reazione comportamentale caratterizzata da evitamento esperienziale), rispetto alla popolazione generale.

 Complessivamente, hanno preso parte al progetto 103 partecipanti, che non presentavano patologie neurologiche pregresse, d’età compresa tra i 21 e i 74 anni (età media 47). Il campione è stato suddiviso in due sottogruppi: uno clinico, che includeva persone con Gioco d’Azzardo Patologico, reclutate da servizi sanitari specifici per l’intervento sulle dipendenze; uno non clinico, rappresentato da individui non giocatori patologici, reclutati dalla popolazione generale e appaiati al campione clinico per età e scolarità, che fungeva da gruppo di confronto.

Sono stati somministrati dei questionari self-report per indagare i costrutti psicologici oggetto di studio, quali la sintomatologia psicopatologica (con la Symptom Checklist-90-R), il funzionamento metacognitivo (con il Metacognition Questionnaire 30), la tipologia e gravità del Gioco d’Azzardo Patologico (con la South Oaks Gambling Scale), la flessibilità psicologica (con l’Acceptance and Action Questionnaire-II), il pensiero desiderante (con il Desire Thinking Questionnaire).

Dalle analisi socio-demografiche è stato osservato che i partecipati inclusi nel gruppo clinico avevano un’età in media più elevata, un livello di scolarizzazione inferiore, un numero minore di lavoratori attivi e una percentuale maggiore di soggetti con problemi di alcool, rispetto al campione non clinico. Tali risultati sono in linea con il Report Drug (2014). Inoltre, secondo il Report le tipologie di gioco d’azzardo più diffuse tra i giocatori patologici sono il lotto, le lotterie, i gratta e vinci, le slot e il videopoker. Dunque, categorie di gioco meno legate all’abilità personale e più dipendenti dal caso, che sono state associate a una tipologia di pensiero detto “magico”, che fa riferimento alla convinzione di avere controllo su fattori totalmente casuali.

Rispetto ai comportamenti, alle credenze e alle variabili ambientali legate al Gioco d’Azzardo Patologico, è emerso che il 56,4% dei giocatori patologici ha affermato di aver vinto dei soldi quando in realtà aveva perso; il 76,9% è frequentemente tornato a giocare nel tentativo di recuperare i soldi persi; il 48,7% ha giocato somme che variano da 1.000 a più di 10.000 euro in un solo giorno; il 69,2% ha dovuto ricorrere a prestiti per giocare o pagare i debiti di gioco.

Inoltre, sono state osservate differenze all’interno dello stesso campione clinico, in base alla gravità della sintomatologia da Gioco d’Azzardo Patologico. Infatti, una maggiore gravità dei sintomi sono risultati associati a maggiori problemi interpersonali, disturbi del pensiero (come ideazione paranoide e psicoticismo), problematiche del sonno, tendenza all’immaginazione di situazioni di gioco d’azzardo (prefigurazione immaginativa), livello di pensiero desiderante. Tali risultati sono in linea con precedenti studi (per esempio, Mansueto et al., 2016), che indicano maggiori livelli di ansia, depressione, psicoticismo, difficoltà interpersonali, sintomi ossessivo-compulsivi e disturbi del sonno in pazienti con un quadro sindromico riconducibile a quello del Gioco d’Azzardo Patologico. Coerenti con altre ricerche condotte nel campo si dimostrano i dati emersi relativamente alle variabili della metacognizione, della flessibilità psicologica e del desire thinking, per le quali i giocatori patologici rivelano un maggiore bisogno di controllare i pensieri, una maggiore presenza del pensiero desiderante di tipo verbale e immaginativo, una maggiore inflessibilità cognitiva e una maggiore sfiducia nelle proprie capacità cognitive.

Concludendo la presentazione dello studio, gli autori individuano la condizione pandemica attuale come una criticità importante che ha potuto influire sui livelli sintomatologici indagati, sia nella popolazione generale che in quella con Gioco d’Azzardo Patologico. Pertanto, suggeriscono di ripetere lo studio in un altro periodo storico.

 

Giornata del Sollievo: l’impegno di AISLA – Comunicato Stampa

Giornata del Sollievo, l’impegno di AISLA in cure palliative, formazione e informazione. Umanizzare le cure, un dovere etico che deve trasformarsi in concrete pratiche cliniche

Comunicato stampa

 

 Milano, 25 maggio 2022 – Annualmente si celebra nel mese di maggio la “Giornata nazionale del Sollievo” con il proposito di sensibilizzare tutta la società civile al vissuto del sollievo dal dolore, sia fisico che emotivo. 

Fulvia Massimelli, presidente nazionale di AISLA, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, dichiara:

È fondamentale superare la retorica del dovere etico perché dobbiamo tutti impegnarci affinché si renda concreta la buona pratica clinica per una piena umanizzazione delle cure. È noto, infatti, che una malattia inguaribile porta con sé grande sofferenza, fisica, psicologica, sociale e spirituale. Questa condizione influisce pesantemente tanto sulla vita delle persone costrette a convivere con una malattia severa come la SLA, quanto su quella dei nostri cari che ci accudiscono quotidianamente. 

Promotrice dell’iniziativa è la Fondazione Ghirotti, insieme al Ministero della Salute e alla Conferenza delle Regioni.

La “Cultura del sollievo” è il cardine della giornata e della Legge 38/2010, una delle migliori leggi d’Europa e grazie alla quale per la prima volta viene garantito in Italia l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore nell’ambito dei Livelli Essenziali di Assistenza”. Stefania Bastianello, direttore tecnico di AISLA aggiunge:

La legge è ancora incompiuta. Manca ancora un decreto attuativo importante, che riguarda le tariffe da applicare uniformemente sul territorio nazionale. Il nostro Paese può contare su oltre 5mila volontari che integrano attivamente i servizi di cure palliative. Questo volontariato è particolare, significa avere competenze e capacità.

Il dato allarmante è che, nonostante siano passati oltre dieci anni dall’approvazione della legge nazionale, sono ancora troppo pochi i cittadini e le persone malate che conoscono le cure palliative e il loro diritto ad accedervi. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Osservatorio per il monitoraggio della terapia del dolore e delle cure palliative, in Italia solo il 45% delle persone conosce la normativa, oltre il 65% non è consapevole che le strutture sanitarie sono tenute a misurare e riportare il dolore e il 40% non è a conoscenza delle cure attuabili, anche se la quasi totalità delle sindromi dolorose sono trattabili.

 Promuovere e testimoniare, attraverso l’informazione e tramite iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, la cultura del sollievo è un filo che unisce molte realtà impegnate nell’assistenza. Con questo spirito le rappresentanze AISLA di Pistoia e Prato, in collaborazione con la AUSL Toscana Centro, hanno organizzato un momento di confronto con la dott.ssa Sabrina Pientini proprio sul tema delle Cure Palliative e SLA. L’incontro è pubblico e si svolgerà nel pieno rispetto delle raccomandazioni COVID. L’appuntamento è per sabato 28 maggio alle ore 17.30 presso il circolo MCL di Valdibrana. Necessaria la prenotazione contattando i volontari di AISLA ai numeri 335 74560041 oppure 347 3586947.

Considerato il particolare momento vissuto negli ultimi due anni e le ripercussioni che l’epidemia da COVID-19 ha avuto sul nostro Sistema Sanitario, è fondamentale valorizzare l’impegno profuso da tutti gli operatori sanitari del SSN quale testimonianza della vicinanza alla persona sofferente, la cui centralità e dignità sono cardini della “cultura del sollievo”. Questo l’obiettivo della giornata nazionale del sollievo, istituita nel 2001 e che quest’anno si celebra il 29 maggio.

 

Lessico Famigliare (2014) di Natalia Ginzburg – Recensione del libro

Lessico famigliare è un famoso romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg, vincitore, nel 1963, del premio Strega. L’autrice e voce narrante descrive dall’interno la vita della famiglia Levi, una quotidianità attraversata anche da eventi storici importanti e da personaggi di rilievo della cultura italiana. 

 

 I romanzi raccontano chi siamo, parlano di eventi ed emozioni universali che attraversano i popoli. È ampiamente condiviso che la letteratura ha un ruolo psicoeducativo importantissimo. Essa ci permette, attraverso le storie raccontate da altri, di narrare anche noi stessi grazie ad un riconoscimento emotivo sempre uguale ma anche sempre nuovo. Sempre uguale perché le emozioni e gli eventi che vengono narrati accomunano tutti gli esseri umani: il dolore della perdita, del lutto o dell’abbandono; la gioia e la rabbia che può attraversare un rapporto di amicizia o di fratellanza; il conflitto nelle relazioni e così via. La letteratura è transgenerazionale proprio perché può attraversare le generazioni mantenendo però un carattere contemporaneo.

Un esempio è Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale), un romanzo distopico di Margaret Atwood pubblicato nel 1985 e tornato alla ribalta ottenendo ancora più successo e consenso grazie alla omonima serie televisiva; tanto da aver avuto un seguito narrativo dopo più di trent’anni attraverso l’uscita de I testamenti.

Per contro la letteratura è sempre nuova perché le sfumature emotive che si rivelano, grazie alla storia raccontata, sono fortemente influenzate dal vissuto del singolo lettore nel qui ed ora, dalla sua particolare sensibilità rispetto alle vicende narrate e dall’aderenza che ritrova in esse.

Risulta evidente, dunque, che nella letteratura è possibile ritrovare le descrizioni delle dinamiche di accudimento con le figure significative nonché i tratti di personalità legati alle diverse organizzazioni di significato. Questo perché lo stile di accudimento, così come i tratti di personalità, rappresentano le basi e le fondamenta di ogni essere umano. Sono concatenate tra loro ed influenzano ogni tipologia di relazione. Per questo motivo i libri e le storie della letteratura sono un terreno fertile anche per la pratica clinica.

Di seguito mostreremo proprio l’emergere di tali contenuti all’interno di una narrazione che nulla ha che fare con la pratica clinica, ma dalla quale è possibile ricavare tutti gli elementi utili per creare un profilo di personalità e uno stile di accudimento.

Lessico Famigliare

Lessico famigliare è un famoso romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg, vincitore, nel 1963, del premio Strega.

L’autrice e voce narrante descrive dall’interno la vita della famiglia Levi, una quotidianità attraversata anche da eventi storici importanti e da personaggi di rilievo della cultura italiana.

La narrazione procede come un fiume, in maniera spontanea, priva di una trama e senza una ripartizione equa tra tutti i personaggi. Domina su tutti i componenti della famiglia e su tutte le personalità narrate, per tutto l’intero racconto, la figura del padre della scrittrice, Giuseppe. Un padre che, senza nessuna ombra di dubbio, ha lasciato un segno nella vita dell’autrice.

La figura del padre che si delinea nel racconto mostra delle caratteristiche di parenting riconducibili al controllo privo di affetto che ritroviamo all’interno dell’attaccamento ansioso evitante e dei tratti di personalità tipiche di una organizzazione di tipo ossessiva.

Questo significa che troveremo nella narrazione della Gilzburg un padre che utilizza un controllo opprimente, che impone regole rigide e il rispetto della disciplina come unica modalità di interazione con i figli e spesso anche con la moglie. Manca la dimensione affettiva ed emotiva del legame di attaccamento che anzi è caratterizzato da insensibilità, rigidità e una forte incoerenza educativa. Come è tipico dell’organizzazione ossessiva di personalità, scorgeremo un bisogno costante di avere la certezza di reagire in modo giusto agli eventi, l’inflessibilità anche in situazioni banali, l’ostinazione nel seguire innumerevoli norme morali. Il perfezionismo e il continuo perseguire scelte di valore è, nei soggetti con uno stile ossessivo di personalità, un’adesione puramente formale verso regole astratte percepite come assolute. L’idea di giustizia, di equità e di verità fine a sé stessa e scollata dall’unicità delle situazioni. La preoccupazione primaria rimane l’adesione formale alle regole come strategia di mantenimento dell’unità del sé. La ricerca continua di certezza porta a dubitare di qualsiasi cosa e di chiunque. Le attività diventano ripetitive diventando il più delle volte veri atteggiamenti superstiziosi e aspettative magiche di controllo. Vediamo meglio, attingendo direttamente al racconto, la concordanza tra la parte teorica e gli episodi narrati.

 L’autrice stessa scrive “vivevamo sempre, in casa, nell’incubo delle sfuriate di mio padre, che esplodevano improvvise, sovente per motivi minimi, per un paio di scarpe che non si trovava, per un libro fuori posto, per una lampadina fulminata, per un lieve ritardo nel pranzo, o per una pietanza troppo cotta.” Quando Alberto e Mario, due dei fratelli, litigavano furiosamente l’intervento del padre era “come ogni sua azione, violento. Si buttava in mezzo a quei due e li copriva di schiaffi. Io ero piccola e ricordo con terrore quei tre uomini che lottavano selvaggiamente.” Come nel caso del padre, anche la rabbia e la violenza che esplodeva tra i fratelli si innescava per futili motivi, come la precedenza per andare a lavarsi. Queste modalità violente di risolvere i problemi vengono vissute dai fratelli come assolutamente normali, tanto che l’autrice racconta: “Una volta che Alberto comparve a scuola con la testa fasciata, un professore gli chiese cosa era successo. Lui si alzò e disse: – Mio fratello ed io volevamo fare il bagno.

Chiamava i figli “salami” e “negri” perché nessuno aveva ereditato la sua passione per la montagna vissuta in verità come una vera ossessione più che un libero piacere; escluso Gino, il figlio maggiore, che l’autrice definisce come il “prediletto” dal padre e che lo soddisfaceva in ogni cosa. In realtà il padre rimane comunque insoddisfatto, nonostante gli innumerevoli sforzi del figlio. Infatti la Ginzburg racconta che “Gino si iscrisse poi in ingegneria e quando tornava a casa dopo un esame, e aveva preso trenta, mio padre chiedeva: – Come mai hai preso trenta? Com’è che non hai preso la lode? E se aveva preso trenta e lode, mio padre diceva – Uh, ma era un esame facile.”

Manteneva nei confronti dei figli e della moglie un atteggiamento svalutante, privo di condivisione dei momenti di allegria e spensieratezza. L’autrice racconta che da bambini, insieme alla madre, amavano recitare insieme una poesia e il padre si arrabbiava e “diceva che facevamo teatrino e che eravamo incapaci di occuparci di cose serie”.

Professore universitario, esplicitava la sua riluttanza verso qualsiasi argomento venisse trattato, “gli unici argomenti che tollerava erano gli argomenti scientifici, la politica e certi spostamenti che avvenivano in facoltà”. Non tollerava le barzellette che Natalia, la madre e i suoi fratelli raccontavano. Accettava di discutere solo di argomenti antifascisti. Si sentiva e diceva di essere poverissimo “lo accompagnò per tutta la vita la preoccupazione di trovarsi, da un momento all’altro, sul lastrico; preoccupazione irrazionale, che abitava in lui unita ad altri malumori e pessimismi.

Diffidente e sospettoso nei riguardi degli estranei “temendo che si trattasse di gente equivoca; ma appena scopriva con loro una vaga conoscenza in comune si sentiva subito rassicurato”.

Egli aveva con il cibo un rapporto a dir poco bizzarro. Infatti Natalia racconta che il padre mangiava moltissimo e molto in fretta, tanto da avere il piatto sempre vuoto. Tuttavia era convinto di mangiare poco e aveva trasmesso questa sua convinzione anche alla moglie che lo supplicava di mangiare di più. Sosteneva invece che il resto della famiglia mangiasse troppo ed il modo che metteva in atto per esprimere questo suo punto di vista era tutt’altro che pacato. “Lui invece sgridava mia madre perché trovava che mangiasse troppo – non mangiare troppo! Farai indigestione!

Tutti noi secondo mio padre mangiavamo troppo e avremmo fatto indigestione. Delle pietanze che a lui non piacevano diceva che facevano male; delle cose che gli piacevano diceva che facevano bene. Se veniva in tavola una pietanza che non gli piaceva s’infuriava – perché fate la carne in questo modo! Lo sapete che non mi piace. Se solo per lui facevamo un piatto che gli piaceva s’arrabbiava lo stesso. – Non voglio cose speciali, io mangio tutto. Non sono difficile come voi altri!

– Non si parla sempre di mangiare, è una volgarità! Tuonava se ci sentiva parlare fra noi di una pietanza o dell’altra.

– Come mi piace il formaggio, diceva immancabilmente mia madre quando veniva in tavola il formaggio; e mio padre diceva: Come sei monotona! Non fai che ripetere sempre le stesse cose. A mio padre piaceva la frutta molto matura perciò quando capitava una pera un po’ guasta la davamo a lui. – Ah mi date le vostre pere marce, begli asini.

– Le noci fanno bene. Eccitano la peristalsi.

– Anche tu sei monotono, – gli diceva mia madre. – Anche tu ripeti sempre le stesse cose. Mio padre allora si offendeva: – Che asina! – diceva. Mi hai detto che sono monotono. Una bella asina sei!”

Il timore di una indigestione però, non si tramutava in un reale allarme davanti ad una vera e reale indigestione, in questo caso il signor Giuseppe “sospettava oscure storie di donne”.

L’organizzazione ossessiva del padre tiene lontana la Ginzuburg dalla scuola “mio padre diceva che a scuola si prendono i microbi. Anche i miei fratelli avevano fatto le elementari in casa per le stesse ragioni.” Altro tratto ossessivo emerge nella proibizione di mangiare caramelle e nello specifico l’autrice racconta “mio padre diceva che rovinavano i denti, e non c’era cioccolata, o altri dolci da mangiare in casa nostra, perché era proibito mangiare fuori pasto.” Gli unici dolci che, a tavola, potevano essere mangiati dalla famiglia era delle frittelle molto economiche da preparare ma che, oramai, tutti avevano a nausea.

La lista delle cose che il padre dell’autrice non tollerava appare lunghissima, tra questi anche i segreti, “non tollerava vedere la gente assorta a parlare, e non sapere cosa si dicevano”.

La sorella Paola invece aveva timore del padre a tal punto da non tagliarsi i capelli per la “troppa paura”.

I segreti di famiglia

L’ambivalenza educativa portata avanti dal padre emerge prepotente quando l’autrice affronta il tema dei segreti di famiglia. In particolare sulla morte del fratello della madre, Silvio, aleggiava il mistero: “io ora so che si è ucciso ma non so il perché. Credo che quell’aria di mistero intorno alla figura del Silvio, la diffondesse soprattutto mio padre perché non voleva che noi sapessimo che in famiglia c’era un suicidio, e forse ancora per altre ragioni che ignoro.”

Oltre il suicidio di Silvio in casa vi era un’altra questione avvolta nel mistero che riguardava persone vicine alla famiglia e di cui spesso si parlava ed era il fatto che “Turati e Kuliscioff, non essendo marito e moglie, vivessero insieme. Anche in questa storia di mistero riconosco soprattutto l’intenzione e i pudori di mio padre, perché forse mia madre da sola non ci avrebbe pensato.” L’autrice racconta che sarebbe stato più facile mentire e dire che erano sposati invece le venivano date spiegazioni poco chiare sul perché questi loro due amici venivano nominati sempre in coppia. Così lei si chiedeva e chiedeva se fossero fratelli, marito e moglie, ma appunto le spiegazioni, lungi dall’essere chiare ed esaustive, la lasciavano sempre parecchio confusa rimandandole una sensazione di mistero e di non detto.

Conclusioni

I libri sono un (non) luogo in cui riconoscersi, al di là del tempo e dello spazio. Uno spazio indefinito in cui sperimentare l’empatia e il riconoscimento.

La narrazione di sé attraverso le storie narrate da altri, ma che possono diventare anche nostre. Possono interrogarci, permetterci di comprende dinamiche in cui noi siamo immersi e che a causa di tale profonda immersione non riusciamo a comprendere. Possono diventare chiavi per aprire mondi emotivamente sconosciuti.

Ecco perché diventa importante scegliere le storie giuste, per noi. Perché i libri possono essere un buon esercizio di consapevolezza.

 

Lo stigma dell’aborto per le ragazze adolescenti

Una recente ricerca che ha studiato le relazioni tra stigma, sostegno sociale, gravidanza e aborto tra adolescenti, ha dimostrato che le critiche della famiglia e l’isolamento sociale erano associati alla stigmatizzazione tra le adolescenti.

 

 Le ragazze minorenni oggi, in moltissimi Stati, per poter effettuare un aborto devono avere il consenso di un genitore o di chi ne fa le veci (Guttmacher Institute, 2013). Nei Paesi in cui tale consenso non è indispensabile, talvolta le adolescenti coinvolgono comunque un genitore, tipicamente la madre; altre volte, invece, decidono di farlo in autonomia poiché temono una reazione negativa dei loro genitori come l’abbandono, la violenza o una costrizione a continuare la gravidanza (Ehrlich, 2006). In Texas, ad esempio, le ragazze che non vogliono coinvolgere un genitore per abortire possono ottenere da un giudice un bypass del consenso se dimostrano che sono abbastanza mature e informate sulla loro decisione di interruzione della gravidanza. Questa procedura richiede però che abbiano la possibilità di parlare con un avvocato o con tutore ad litem nominato dal tribunale (un adulto che agisce nel migliore interesse del minore).

Lo stigma sull’aborto

Per comprendere il contesto sociale di alcuni Stati in cui le ragazze prendono la decisione di abortire è necessario esaminare le teorie dello stigma sull’aborto. Goffman (1986) propose che le persone che compiono o sono associate a comportamenti o identità ritenute “devianti”, nascondono la propria identità stigmatizzata per evitare di sperimentare discriminazioni. Un’adolescente che ha avuto o sta pensando di avere un aborto, per esempio, potrebbe sperimentare tre tipologie di stigma differenti: quello anticipato, causato dalla previsione di essere trattata diversamente dopo l’intervento; quello messo in atto, provando discriminazione e vergogna nei confronti degli altri, e infine quello interiorizzato, avendo appreso atteggiamenti sociali che vedevano l’aborto come una scelta deviante (Cockrill & Nack, 2013). La ricerca ha dimostrato infatti che alcune donne nascondono il loro aborto a causa dello stigma anticipato, altre invece si sentono giudicate quando rivelano il loro aborto a causa della vergogna o del giudizio. Uno studio di Kumar e colleghi (2009) ha ipotizzato che scegliere di interrompere una gravidanza può essere considerato “innaturale” in alcuni Stati poiché risulta essere contrario a tre norme di genere: la prima afferma che le donne sono di natura premurose e curative, la seconda che non devono avere desideri sessuali al di fuori della procreazione e l’ultima che tutte le donne diventeranno madri. Spesso le donne che scelgono l’aborto sono etichettate quindi come “irresponsabili” perché evitare la gravidanza è visto come una “responsabilità sessuale delle donne” (Luker, 1985).

 Oggi si hanno poche informazioni sul sostegno sociale ricevuto dalle adolescenti che scelgono di non coinvolgere un genitore nella decisione di interrompere una gravidanza. Diversi studi hanno dimostrato infatti che il sostegno sociale può aiutare a ridurre gli esiti psicologici negativi durante eventi di vita stressanti. L’aborto per alcune donne è categorizzato come un evento stressante a causa delle barriere di accesso e dello stigma. Alcuni autori hanno identificato quattro differenti tipologie di sostegno sociale: quello emotivo che nasce in seguito alle convalidazioni, quello informativo che si genera quando si condividono conoscenze, quello di compagnia tramite il trascorrere del tempo insieme e quello di materiale, grazie alla condivisione di risorse (Cohen e Wills, 1985). La mancanza di sostegno sociale sembra inoltre essere associata a una minore certezza decisionale e a emozioni negative (Sisson et al., 2017).

L’importanza del supporto sociale legato alla decisione di abortire

Durante il periodo dell’adolescenza il sostegno sociale di ogni ragazzo si amplia ma la famiglia sembra rimanere il nucleo necessario per un sano sviluppo adolescenziale. Una recente ricerca che ha studiato le relazioni tra stigma, sostegno sociale, gravidanza e aborto tra gli adolescenti, ha dimostrato che le critiche della famiglia e l’isolamento sociale erano associati alla stigmatizzazione tra le adolescenti (Wiemann et al., 2005). Un ulteriore studio ha scoperto che le ragazze in Ghana sperimentano un forte giudizio per l’attività sessuale, la gravidanza e l’aborto, che provocava segretezza su queste decisioni (Hall e al., 2018). I dati oggi indicano che quasi tutte le adolescenti che non includono i genitori coinvolgono almeno un’altra persona nella decisione di abortire, spesso le ragazze desiderano autonomia, ma cercano informazioni e consigli da persone di fiducia.

Dal momento che la maggior parte degli Stati richiede che le adolescenti minori coinvolgano un genitore per ottenere un aborto, e poco si sa sulle ragioni che le spingono a sceglierlo e sul sostegno sociale ricevuto da coloro che cercano di bypassare il consenso dei genitori, Coleman‐Minahan e colleghi nel 2020 hanno condotto una ricerca qualitativa per approfondire il tema tramite delle interviste. L’obiettivo degli autori era quello di esplorare perché le ragazze avessero scelto di abortire, se avessero coinvolto altre persone nella loro decisione e quali fossero le loro esperienze di sostegno sociale. I risultati mostrano che le partecipanti, nell’esplorare le loro opzioni di gravidanza, hanno coinvolto altre persone che le aiutassero a prendere una decisione. Inoltre, le ragazze hanno scelto di abortire perché la genitorialità avrebbe limitato le loro prospettive future e non avrebbero potuto soddisfare i bisogni di un bambino. Lo stigma che più ha influito nelle loro decisioni sembra essere quello anticipato, che ha fatto sì che le adolescenti nascondessero la propria scelta pur desiderando e necessitando sostegno emotivo e materiale. Alcune di loro, infatti, dopo aver rivelato la loro intenzione di abortire hanno sperimentato vergogna e abuso emotivo, aspetti che suggeriscono che le loro paure erano giustificate. In aggiunta, non tutti i partner maschili risultavano essere d’accordo con la decisione delle ragazze di abortire e alcuni non garantivano il loro sostegno; coloro che invece lasciavano che fossero le donne a prendere la decisione finale, venivano considerati come se evitassero la responsabilità di prendere parte al processo decisionale o di fornire sostegno emotivo.

In conclusione, in generale sembrerebbe che le adolescenti riflettano sulla loro decisione di abortire, coinvolgano gli altri e anticipino correttamente le reazioni dei loro genitori. Lo stigma sull’aborto influenza la rivelazione delle loro decisioni e limita il loro sostegno sociale. Le politiche statali che obbligano il coinvolgimento dei genitori possono non giovare al processo decisionale degli adolescenti e possono esporre loro ad abusi emotivi o fisici da parte dei genitori.

 

Le conseguenze psicologiche dopo la diagnosi da Sindrome di Rokitansky

A partire dalla diagnosi di Sindrome di Rokitansky, l’immagine di sé che si riformula è estremamente negativa, la ragazza si sente difettosa e imperfetta; questa considerazione di sé è fortemente legata alla rappresentazione simbolica dell’utero, segno di femminilità.

 

La Sindrome di Rokitansky

 La sindrome di Mayer-Rokitansky-Küster-Hauser, o più comunemente Rokitansky, è una rara malformazione congenita caratterizzata dalla mancanza dell’utero, che colpisce 1 donna su 4500, senza l’alterazione delle ovaie, genitali esterni e delle caratteristiche sessuali secondarie e del cariotipo. La sindrome si può presentare in due forme: o con la sola mancanza dell’utero, o associata a malformazioni di altri organi (Deng et al., 2019; Herlin et al., 2016).

La diagnosi ha serie ripercussioni sul benessere emotivo e psicologico della donna e questo fattore è influenzato anche dagli schemi mentali e dagli stereotipi di genere. L’identità sessuale viene messa in discussione e la vita sociale e sentimentale vanno a ridimensionarsi qualitativamente. L’aspetto più debilitante nel lungo periodo è l’infertilità, dovuta alla mancanza dell’utero (Deka e Sarma, 2010)

La diagnosi avviene quasi sempre durante l’adolescenza per via dell’assenza del menarca. Quest’ultimo, unito al periodo nel quale avviene la diagnosi e l’infertilità sono i fattori che maggiormente influenzano la salute psicosessuale della persona (Ragozzino et al., 2020).

A partire dalla diagnosi, l’immagine di sé che si riformula è estremamente negativa, la ragazza si sente difettosa e imperfetta; questa considerazione di sé è fortemente legata alla rappresentazione simbolica dell’utero, segno di femminilità. Il ruolo sociale di donna viene, in questo modo, messo in discussione ed è compromesso il senso di normalità e di appartenenza al gruppo delle coetanee (Holt e Slade, 2003)

Il menarca ha un ruolo centrale per la formazione e lo sviluppo dell’identità femminile poiché rappresenta la raggiunta maturità sessuale; quindi, l’assenza della prima mestruazione può far sentire le ragazze incomplete e diverse dalle loro coetanee (Holt e Slade, 2003; Patterson et al., 2016). L’assenza del menarca può essere percepita come la perdita di una parte del proprio corpo, crea una ferita narcisistica in una fase della vita dove la maturità cognitiva non è totalmente raggiunta. Questa, unita alla mancanza di esperienza e a una modalità di pensiero dicotomico, può portare la donna ad una autovalutazione negativa e ad un utilizzo di strategie di coping disfunzionali per affrontare questa nuova condizione (Gueniche et al., 2014; Wagner et al., 2016).

La comunicazione ai familiari nella diagnosi di Sindrome di Rokitansky

 Un altro aspetto rilevante è la risposta della famiglia alla diagnosi. Le reazioni della famiglia e dell’ambiente possono essere un ulteriore carico emotivo che aumenta lo stress dell’adolescente. Durante le visite mediche le pazienti possono sentirsi trascinate dagli eventi e per questo motivo alcune ragazze possono decidere di informare loro stesse famigliari e amici, sia per minimizzare l’effetto che la diagnosi può avere sulla famiglia, sia per riprendere il controllo della situazione e decidere cosa comunicare e a chi comunicarlo (Holt e Slade, 2003).

La comunicazione della diagnosi può avere un effetto anche sulle madri che possono diventare più premurose (Leithner et al., 2015) o prendere il controllo della situazione, sia durante le consultazioni mediche, sia per la divulgazione della diagnosi (Espie, 2012), mettendo in secondo piano le figlie. Inoltre, le madri potrebbero sentirsi in colpa e attribuirsi la responsabilità della condizione della figlia (Gueniche et al., 2014). Questo può influenzare significativamente l’atmosfera famigliare e il rapporto madre-figlia (Bargiel-Matusiewicz et al., 2013). Un’altra criticità che si può incontrare durante i colloqui è legata al tema della sessualità e dell’intimità, oltre all’utilizzo di termini tecnici che rendono maggiormente difficile la comprensione della patologia e le sue conseguenze (Holt e Slade, 2003).

Il tema dell’infertilità spesso è collegato a una perdita di attrazione fisica e fiducia tra partner. L’incapacità di concepire un bambino può comportare una distorsione dell’equilibrio psicologico sia della singola persona che della coppia e viene paragonata al lutto. Studi su donne sterili rivelano un aumento di sospettosità e ostilità che può influenzare la relazione con il partner (Malina et al., 2016). Per fare fronte a questo aspetto vengono proposte delle soluzioni mediche per l’infertilità quali la maternità surrogata, l’adozione e il trapianto dell’utero.

 

EMDR e dolore cronico (2021) di Mark Grant – Recensione del libro

Mark Grant nel suo libro EMDR e dolore cronico offre un attento inquadramento del dolore basato sul modello AIP (Modello di Elaborazione Adattiva dell’Informazione) e lo analizza secondo una revisione teorica del ruolo del trauma e dell’attaccamento traumatico collegato al dolore.

 

 Il dolore cronico rappresenta una sfida clinica persistente e trasversale a una varietà di disturbi e malattie. In Italia si stima che questa problematica interessi circa il 20-25% della popolazione. Viene a volte riconosciuto che il dolore cronico è causato da una combinazione di fattori fisici e psicologici e che il miglior approccio sia quello multidisciplinare, ma spesso l’intervento psicologico e  psicoterapeutico del dolore non viene considerato.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la psicoterapia EMDR evidence-based e prima opzione terapeutica nell’ambito dei disturbi da stress post-traumatico (PTSD). Il PTSD è spesso associato al dolore cronico: circa il 50% dei pazienti affetti da PTSD soffre anche di dolore cronico. I tipi di dolore più comunemente associati al PTSD includono nausea, dolori muscolari, mal di testa, mal di schiena, mal di stomaco, dolori genitali e dolori cronici diffusi (Baker et al. 1997; Arguelles et al. 2006).

Il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association nell’ultima versione DSM-5 con il termine disturbi somatoformi si riferisce a sintomi che suggeriscono una malattia fisica o una lesione, che potrebbe non essere pienamente spiegata da una condizione medica, riconoscendo quindi che i fattori psicologici possono avere un ruolo nel dolore.

In seguito ad una analisi approfondita delle caratteristiche e della natura del dolore cronico, sono emersi importanti parallelismi con il PTSD.

La terapia EMDR, seguendo la sperimentazione con rigore scientifico, amplia il raggio di azione e applicazione, offrendo ai clinici valide alternative ad approcci tradizionalmente utilizzati. Il presente lavoro dimostra come l’EMDR può essere applicato ad un contesto considerato prioritariamente somatico, come il dolore cronico, evidenziando l’importanza di un approccio multidimensionale ai disturbi somatici. Le persone che soffrono di questo disturbo possono presentare una complessa interazione di problemi tra cui PTSD, difficoltà di regolazione emotiva, problemi di identità ecc.

 Mark Grant, in questa sesta edizione del manuale, offre un attento inquadramento del dolore basato sul modello AIP (Modello di Elaborazione Adattiva dell’Informazione) ed inoltre lo analizza secondo una revisione teorica del ruolo del trauma e dell’attaccamento traumatico collegato al dolore. Il modello AIP è anche coerente con la teoria della neuroplasticità. È noto che il trauma e il dolore cronico comportano cambiamenti nella chimica, nella struttura e nel funzionamento del cervello e un fallimento dei processi omeostatici.

Il dolore può essere sia nocicettivo (correlato a danni tissutali) sia neuropatico (correlato a una combinazione di danno tissutale e nervoso). Il dolore nocicettivo e il dolore neuropatico non sono mutualmente esclusivi, il dolore nocicettivo spesso porta a dolore neuropatico. Un’altra differenza fondamentale tra i due è che il dolore neuropatico è di solito meno spiegabile in relazione a una patologia fisica o lesione.

Non tutto il dolore è legato a eventi traumatici, tuttavia il disagio fisico e la disabilità causata da un dolore incontrollato possono essere devastanti.

Il dolore non è solo un’esperienza fisica, ma ha anche conseguenze esistenziali e gestire il dolore significa molto più che controllare il dolore.

La seconda parte del manuale descrive il protocollo per il trattamento del dolore cronico con EMDR che consiste in un processo in 8 fasi e comprende: Raccolta della storia, Preparazione, Assessment, Desensibilizzazione, Installazione, Scansione Corporea, Chiusura e Rivalutazione.

L’EMDR Pain Protocol è un adattamento del protocollo standard per il trattamento del trauma di Shapiro (1995). È stato testato dall’autore e da altri colleghi con una varietà di popolazioni cliniche affette da dolore cronico tra cui CLBP (chronic low back pain: dolore lombare cronico), mal di testa, dolore a seguito di incidenti, fibromialgia, disturbo di somatizzazione ecc.

Durante il percorso psicoterapeutico con l’EMDR, lo sviluppo di nuove competenze e il rafforzamento delle risorse e capacità di resilienza del soggetto, favoriscono una migliore modulazione della risposta allo stress, rendendo il corpo meno vulnerabile a condizioni infiammatorie o patogene.

La terza sezione del libro è costituita da risorse utili al trattamento. È disponibile materiale di pronto uso per il clinico coinvolto nella cura di tali sfidanti patologie e vi sono risorse utili per i pazienti. Le persone devono essere aiutate a capire e gestire il proprio dolore, aumentare la loro capacità di auto-cura, dormire meglio e gestire meglio gli aspetti fisici ed emotivi del loro dolore.

Oltre alle informazioni tecniche inerenti l’applicazione del protocollo, l’autore sottolinea l’importanza dello stile di vita della persona che soffre di dolore cronico, la dimensione del piacere, dell’attività fisica, il ruolo della resilienza.

L’esperienza ventennale di Mark Grant nell’ambito del dolore cronico, anche se rimane un problema impegnativo, suggerisce che l’EMDR risulta un metodo che può fare la differenza in molti casi. Gli psicoterapeuti EMDR troveranno sicuramente in questo testo un valido ampliamento delle proprie conoscenze cliniche e un pratico supporto nella loro attività terapeutica quotidiana.

 

Il Neuropsicologo del Benessere: intervista al Dott. R. E. Gavin, Scuola di Alta Formazione in Neuropsicologia del Benessere

Il Neuropsicologo del Benessere è un esperto in benessere psicologico, training neurocognitivo e performance, una figura professionale sempre più richiesta in numerosi ambiti d’intervento. Il dott. Roberto Emilio Gavin, responsabile scientifico della Scuola di Alta Formazione in Neuropsicologia del Benessere, ci spiega il valore che assume questa figura professionale nel mondo del lavoro.

 

Chi è il Neuropsicologo del Benessere?

Il Neuropsicologo del Benessere® è un professionista che applica le conoscenze in neuroscienze e neuropsicologia all’ambito della psicologia del benessere e della psicologia della performance.

È preparato sulle diverse tecniche di rilassamento, sulla mindfulness, sul biofeedback, coaching e training neurocognitivo.

Quali sono gli ambiti professionali dove opera il Neuropsicologo del Benessere?

Il Neuropsicologo del Benessere è in grado di operare in autonomia come libero professionista in strutture pubbliche, private e nel Sistema Sanitario Nazionale (SSN) per gli utenti, ma anche per il personale lavorativo. Essendo un operatore di training neurocognitivo, un esperto di salute e performance aziendale, personale e sportiva può offrire assistenza a professionisti e imprenditori in contesti di elevata competitività. È in grado di esercitare le sue competenze in consultori, aziende ospedaliere e comunità terapeutiche oltre che in studi professionali in qualità di Brain Trainer e Coach Motivazionale. Gli strumenti e le competenze che ha acquisito, inoltre, possono essere utilizzati come integrazione in percorsi clinici e di psicoterapia.

C’è differenza con il Neuropsicologo clinico?

È assolutamente necessario fare questa distinzione – afferma il dott. Gavin. Il Neuropsicologo del Benessere, infatti, non va confuso con la figura del Neuropsicologo dell’area clinica. Quest’ultimo si occupa principalmente di diagnosi e riabilitazione, mentre il Neuropsicologo del Benessere, con le competenze di cui sopra, trova spazio in un’area in forte espansione, quella della psicologia del benessere e della psicologia della performance.

Perché una Scuola di Alta Formazione in Neuropsicologia del Benessere e come formarsi in qualità di Neuropsicologo del Benessere?

La Scuola nasce con l’obiettivo di formare professionisti completi e autonomi. Per questo motivo, l’Alta formazione offerta dalla Scuola prevede esperienze pratiche accompagnate dallo studio di casi clinici, role playing ed esercitazioni su tecniche e strumenti utilizzati sul campo, con docenti altamente specializzati che operano nell’ambito della neuropsicologia del benessere da molti anni.

Per formarsi in quest’area è necessario seguire un percorso intenso articolato in 3 moduli per un totale di 210 ore. La scuola è accreditata dal Ministero della Salute e rilascia 150 ECM.

È l’unica Scuola di Alta Formazione in Italia che rilascia il titolo e l’attestato di “Neuropsicologo del Benessere®”, titolo depositato presso il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE).

Abbiamo visto che ogni anno assegnate una borsa di studio, ci dice qualcosa di più?

Fin dalla prima edizione abbiamo voluto dare la possibilità ai nostri studenti di poter accedere a una borsa di studio che copra parzialmente i costi della Scuola. Crediamo sia importante offrire opportunità formative a persone meritevoli che si dimostrano particolarmente interessati alle potenzialità offerte dalla Neuropsicologia del Benessere. Questo può aiutarci a diffondere il valore di una formazione in questa disciplina tra i giovani psicologi che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro.

Dove è possibile trovare informazioni sulla Scuola di Alta Formazione? Ci saranno nuove edizioni del percorso formativo?

È possibile accedere a tutte le informazioni relative alla scuola sul sito di APL – Psicologi della Lombardia. Qui potrete consultare il programma, il calendario del corso e i relativi costi. È prevista una nuova edizione del percorso formativo che partirà in autunno, per la quale è già possibile richiedere ed effettuare l’iscrizione.

Ci racconta i prossimi obiettivi della Scuola di Alta Formazione?

Visto il grande interesse per quest’area di intervento e la necessità di diffondere conoscenze e pratiche, abbiamo deciso di fondare la Società Italiana di Neuropsicologia del Benessere il cui obiettivo è quello di diffondere e promuovere cultura in ambito neuropsicologico. Stiamo inoltre collaborando con diverse realtà associative come la Federazione Italiana Mindfulness che riconosce ai nostri studenti le ore di formazione relative ai protocolli Mindfulness e ne prevede l’inserimento nell’Albo Nazionale Mindfulness. Il nostro obiettivo è creare un’ampia rete di società e associazioni sul territorio nazionale, oltre che avviare collaborazioni con docenti illustri e innovatori che possano dare importanti contributi e maggiore prestigio alla nostra Scuola e ai Neuropsicologi del Benessere.

 

Il fenomeno del cyberbullismo nel gaming online

Il cyberbullismo può causare molta sofferenza in chi lo subisce e, nonostante sia più frequentemente osservabile sui social network, può essere presente anche nell’ambiente del gaming online.

 

Cos’è il cyberbullismo

 Il cyberbullismo è una problematica che sta acquisendo sempre maggiore importanza, in quanto si tratta di un fenomeno che sta avendo una diffusione globale, poiché circa il 40% degli adolescenti riferisce di averlo subito almeno una volta (McInroy e Mishna, 2017). Mentre i social network hanno un’utenza composta maggiormente dal genere femminile, quello maschile domina l’ambiente del gaming, specialmente quello online. L’ambiente del gaming comprende una grande varietà di aspetti sociali che, in base anche alla tipologia di gioco (strategia, simulazione, di ruolo, fantasy), possono coinvolgere i giocatori in diversi modi. Ad esempio, la possibilità di giocare a un gioco multiplayer ingrandisce l’ambiente sociale a disposizione del giocatore. Con l’aumento dell’ambiente sociale, aumenta anche la possibilità di incontrare il fenomeno del cyberbullismo, descritto come l’atto di utilizzare dei dispositivi digitali per attuare il bullismo. Questo comportamento può essere espresso in diversi modi, come minacce e violenza verbale o psicologica.

Il cyberbullismo è un fenomeno che può causare molta sofferenza in chi lo subisce (McInroy e Mishna, 2017). Nonostante sia più frequentemente osservabile sui social network, il cyberbullismo può essere presente anche nell’ambiente dei videogiochi. È stato osservato che il cyberbullismo ha effetti altamente negativi sui gamers che ne sono soggetti, come bassa autostima, rischio di depressione e aumento d’ansia. Questo comportamento sembra essere perpetrato maggiormente dal genere maschile, specialmente nei casi in cui i videogiochi rendono possibile comunicare vocalmente con i propri compagni o nemici, attuando così comportamenti negativi come il trash talking (ovvero l’insieme di insulti, minacce e provocazioni nei confronti degli altri giocatori), con scopo intimidatorio. Inoltre, è stato osservato che questo fenomeno è frequentemente rivolto a persone di genere femminile o appartenenti alla comunità LGBTQ+.

Cyberbullismo nel gaming e comportamenti violenti

 Sono state trovate delle correlazioni tra il cyberbullismo nel gaming e comportamenti violenti nella vita reale (Fryling et al., 2015). Sembrerebbe infatti che le persone che subiscono cyberbullismo nell’ambiente del multiplayer online tendano a riportare un livello di ansia maggiore insieme ad aggressività e ostilità aumentate (Fryling et al., 2015). Ciò è comprensibile poiché la gran parte dei giocatori, al giorno d’oggi, investe molto tempo ed energie nel gaming e le vittime di comportamenti tossici e cyberbullismo possono risentire degli effetti di tali fenomeni anche mentre non stanno giocando (Kwak et al., 2015). I giocatori, infatti, riportano che il fenomeno meno preferito sia proprio il comportamento antisociale perpetrato da altri (Ballard e Welch, 2017).

Sembra che ci sia inoltre un collegamento tra il fenomeno del cyberbullismo e videogiochi violenti (Ballard e Welch, 2017). Anderson e Bushman (2002) hanno sviluppato il Modello dell’Aggressione Generale (General Aggression Model; GAM), secondo il quale suggeriscono che i videogiochi violenti forniscono dei modelli di aggressione che aumentano le possibilità di emettere comportamenti aggressivi sia fuori che dentro il contesto del videogioco. Ciò è dovuto al fatto che i videogiochi aggressivi: (1) forniscono e rinforzano modelli aggressivi; (2) incrementano l’affettività negativa e l’attivazione fisiologica dopo l’esperienza di gioco; (3) desensibilizzano la percezione della violenza (Anderson e Bushman, 2002). È importante evidenziare che, attualmente, il modello GAM non è stato ancora totalmente supportato da evidenze scientifiche.

Concludendo, il fenomeno del cyberbullismo nell’ambiente del gaming è una problematica importante, in quanto rovina frequentemente (spesso in modo grave) l’esperienza di gioco di molti gamers che vedono il gioco come momento di divertimento e relax (Fryling et al., 2015).

 

La CBT nel pubblico e nel privato – Report dal Forum di Ricerca in Psicoterapia

Diffondere la CBT nel pubblico e nel privato. Diverse esperienze in diversi paesi e sistemi: lo IATP, il sistema assicurativo USA e il progetto InTherapy – Report dal Forum della Ricerca in Psicoterapia 2022: Psicoterapia Efficace

 

 Durante la tavola rotonda che ha chiuso il Forum, i prof. Giovanni Maria Ruggiero, David Clark e Steven Hollon hanno portato importanti spunti di riflessione su cosa vuol dire una buona pratica terapeutica.

Il Forum della Ricerca in Psicoterapia è il consueto appuntamento biennale organizzato dalla rete di Studi Cognitivi Formazione che riunisce studenti, ricercatori e clinici delle diverse scuole radicate sul territorio italiano. Si tratta di un’importante occasione formativa e di scambio, non solo per la possibilità di discutere ricerche e casi clinici con professionisti di esperienza, ma anche per allacciare contatti con colleghi con diverse esperienze e background. Sia studenti che clinici affermati hanno avuto modo di presentare diversi lavori di ricerca.

Tra questi c’è stato spazio anche per gli interventi del prof. David Clark che ha parlato dello IAPT (Improving Access to Psychological Therapies, programma del servizio pubblico britannico per l’erogazione di CBT) e Steven Hollon, che ha approfondito la situazione statunitense, sicuramente meno strutturata rispetto ad altre realtà europee.

Proprio questi ultimi due, insieme al prof. Ruggiero, hanno tenuto la tavola rotonda che ha chiuso i due giorni del Forum. Le esperienze degli studiosi inglese e americano sono state rapportate all’esperienza italiana in generale e in particolare al progetto InTherapy.

Flessibilità e gruppo di lavoro nella buona pratica

Prima ancora di ragionare sulle migliori pratiche per diffondere la CBT nel pubblico come nel privato, va fatta una riflessione preliminare sul ruolo della formazione per lo psicoterapeuta.

Il percorso formativo degli psicoterapeuti è composto sia da una parte teorica che da una componente pratica, rappresentata dai vari tirocini e collaborazioni a vario titolo cui l’aspirante psicoterapeuta prende parte. Tuttavia c’è il rischio che una volta terminato il percorso formale di studi si finisca col lavorare isolati nel proprio studio. Chiudersi può portare a mancanza di aderenza rispetto alle pratiche cliniche più aggiornate e alla mancanza di riscontri esterni, di confronti costruttivi con colleghi.

Ed è per questo che è fondamentale considerare come parte integrante dell’esperienza del clinico fare training e supervisioni regolari con colleghi più esperti, usare scale di valutazione e revisione degli interventi attuati per monitorare costantemente il trattamento: proprio la misurazione apre gli occhi su cosa è efficace e quali strade è meglio intraprendere nel percorso terapeutico.

La pratica clinica è per definizione flessibile e dinamica, pur mantenendo l’esigenza di rimanere aderenti a protocolli e linee guida condivisi.

Come ricorda Hollon, il manuale di terapia cognitiva di Beck fu elaborato dal gruppo di lavoro della “Mood Clinic” di cui lui stesso fece parte; questo testo fu redatto a più mani e soprattutto integrando più idee, opinioni, osservazioni cliniche. I manuali sono fondamentali ma non sono che un punto di partenza per apprendere le procedure e avere un supporto mentre si applicano, prosegue Hollon, ma mai senza che la pratica sia condivisa e discussa con i colleghi con training, supervisioni, valutazioni come strumenti di apprendimento pratico da affiancare all’apprendimento mnemonico.

Anche secondo Clark i manuali sono necessari ma non sufficienti e non possono sostituire la pratica; devono, anzi, essere strumenti flessibili e non presi alla lettera con “to do list” sessione per sessione.

Clark, infatti, sostiene il cosiddetto approccio “learning by doing”, ovvero l’imparare attraverso il fare, attraverso l’esperienza diretta.

Rendere la CBT più accessibile: IAPT e InTherapy

Se da un lato gli psicoterapeuti devono mantenere un approccio flessibile, dall’altro lato emerge anche l’esigenza di avvicinare la CBT a persone che sono, per diversi e disparati motivi, lontani dal radar della presa in carico e che, invece, ne potrebbero beneficiare.

 Un discorso di questo genere tira in ballo anche le istituzioni che hanno il compito e il dovere di instradare i cittadini che ne hanno bisogno verso il giusto percorso di cura e, laddove necessario, supportandolo anche materialmente. Se esigenze di questo tipo non sono in alto nell’agenda delle autorità, bisogna portare evidenze e con dati alla mano mostrare quanto sia importante la psicoterapia: anche se sono ormai disponibili chiare prove empiriche della efficacia di varie psicoterapie per i disturbi mentali solo una minima parte di pazienti ne usufruisce.

L’esperienza di Clark nasce da questo tipo di riflessioni e ha portato allo IAPT (Improving Access to Psychological Therapies). Lo IAPT è un programma inglese che promuove l’accesso alla psicoterapia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale: più di 500.000 pazienti all’anno ne usufruiscono con più di 10.000 terapeuti all’attivo formati in trattamenti evidence based per la terapia della depressione e dei disturbi d’ansia. Questo programma consente a un gran numero di persone di ricevere un trattamento psicologico, persone che altrimenti non ne avrebbero avuto l’opportunità, con ricadute positive a lungo termine sul Servizio Sanitario Nazionale stesso: oltre due terzi dei pazienti guarisce.

Collegandosi allo IAPT, il prof. Ruggiero introduce il progetto InTherapy, attivo su tutto il territorio italiano. Si tratta di una rete di psicoterapeuti formati che garantisce ai pazienti supporto, sia in presenza che online, nel trattamento di diversi disturbi (non solo depressione e ansia). La forza di InTherapy sta proprio nella rete di professionisti che collaborano sia in fase di diagnosi che di monitoraggio e supervisione delle psicoterapie; inoltre, vi è una formazione continua per i professionisti e questo garantisce la qualità e l’aderenza alle procedure evidence based. Grazie a un network di terapeuti formati su diversi disturbi e trattamenti, ogni paziente può essere indirizzato alla terapia più adatta al suo specifico caso: proprio come discusso con Hollon e Clark, nell’ottica di adottare un approccio flessibile al paziente e al contempo non far venir meno il rispetto dei protocolli e l’aderenza alle più recenti procedure validate.

InTherapy è un progetto che rappresenta un modello innovativo di diffusione della CBT nel contesto italiano, tuttora privo di realtà simili.

Premiazione e saluti

Per concludere i due giorni del Forum si è passati alla premiazione dei lavori e ai saluti finali.

Come di consueto vengono premiati il miglior poster e la miglior presentazione orale; ai vincitori spetta l’iscrizione al Congresso Nazionale della CBT Italia che quest’anno si terrà a Firenze il 4-5 Novembre.

Per quanto riguarda la sezione dei poster è stato premiato il lavoro di Elena Allegretti, Martina Bellomo, Martina Giacomoni, Rebecca Gilmozzi, Alice Nannini, Irene Pifferi e Annalisa Oppo della sede di Firenze col lavoro “Valutazione dell’efficacia di due tecniche di defusione sul contenuto del Sé in modalità online: uno studio sperimentale”.

Il premio come miglior presentazione orale va a Giulia Anchora, Viviana Cereda, Marta Fanfoni della sede di Milano con lo studio “Metacredenze e processi cognitivi influenzano i sintomi depressivi e ansiosi nella Malattia di Parkinson”.

Il Forum si conclude con i ringraziamenti a tutta l’organizzazione che ha consentito di riproporre il Forum dopo un anno di stop a causa della pandemia e con la promessa di rivedersi in presenza nell’edizione del 2024. Anche se per la prima volta online, l’essenza e lo scopo del Forum sono rimasti inalterati: formazione, condivisione, dialogo, discussione, tutti elementi chiave nella formazione di futuri professionisti psicoterapeuti.

 

Linguaggio inclusivo nel rapporto terapeutico – Podcast

È online l’episodio del Podcast Terapeuti al Lavoro dal titolo ‘Linguaggio inclusivo nel rapporto terapeutico’.

 

 È disponibile sulle principali piattaforme Terapeuti al Lavoro, il podcast realizzato da State of Mind dedicato ai professionisti della salute mentale, che raccoglie i più interessanti webinar di formazione su vari temi della psicoterapia e della psicologia clinica

Lo scopo di questo episodio è quello di fornire suggerimenti per costruire un linguaggio inclusivo ed aiutare a migliorare il rapporto con gli altri.

Che impatto ha il linguaggio sulla salute mentale delle altre persone? Come si può far stare bene una persona con il solo uso del linguaggio? Scopo di questo episodio è quello di capire come il linguaggio, e la sua evoluzione, ha un ruolo importante sulla salute mentale di ogni persona. Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un forte cambiamento sociale che richiede a sua volta un adeguamento del linguaggio. Gli specialisti forniscono alcuni suggerimenti che possono essere facilmente messi in pratica per costruire un linguaggio più inclusivo che può aiutare a migliorare il rapporto con gli altri.

L’episodio del podcast è condotto dalla Dott.ssa Greta Riboli e dal Dott. Luca Daminato.

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

L’altruismo può migliorare il benessere degli adolescenti

Il benessere soggettivo al giorno d’oggi è molto importante anche per gli adolescenti, in quanto accresce la loro autostima e contribuisce a uno sviluppo ottimale della loro salute fisica e mentale.

 

Lo studio del benessere soggettivo

 Lo studio del benessere soggettivo (Subjective Well Being; SWB) è iniziato a partire da metà del XX secolo dopo che l’essere umano ha contemplato il concetto di felicità per moltissimi anni. Intorno agli anni ’70 il SBW è diventato uno dei principali obiettivi in economia e sociologia, sebbene gli studiosi abbiano opinioni differenti su tale concetto. I principali punti di vista sono tre. Il primo, adottato dai seguaci di Bradburn (1969), vede il benessere soggettivo come il risultato di un bilanciamento tra emozioni positive e negative, quando le emozioni positive sono maggiori, gli individui sperimentano maggiore benessere soggettivo. Il secondo vede invece il benessere soggettivo non solo come una forma di piacere e soddisfazione, ma anche come un’esperienza positiva all’interno della quale si utilizza il potenziale interno di ciascun individuo (Ryff, 1996). L’ultimo filone, abbracciato da Diener e i suoi successori, lo definiscono come un indicatore della soddisfazione della vita di ciascuno secondo determinati standard autodefiniti e della salute mentale (Diener & Suh, 2000).

Il benessere soggettivo a livello strutturale è composto principalmente dalle esperienze emotive, che comprendono sia quelle positive che quelle negative, e da una componente cognitiva che valuta queste ultime e la soddisfazione della propria vita per la maggior parte del tempo o in un determinato periodo di tempo (Cui, 2019). Altri studiosi hanno identificato invece tre componenti del benessere soggettivo: esperienze di emozioni positive, obiettivi stabiliti e partecipazione a svariate attività che arricchiscono la vita (Seligman, 2018).

La pressione, l’ansia e la depressione colpiscono molte persone oggi e ostacolano il miglioramento del benessere, soprattutto con il rapido sviluppo della società e la crescente concorrenza nel mondo del lavoro.

Come intervenire per migliorare il benessere soggettivo

Un possibile intervento per migliorare il benessere soggettivo delle persone è il metodo Positive Psychological Intervention (PPI) che include sia interventi focalizzati su un singolo fattore (per esempio, i punti di forza del carattere) sia su più fattori che possono contribuire ad accrescere il benessere personale (Schueller, 2014).

I ricercatori fino ad oggi hanno condotto numerosi studi per comprendere come può essere definita una vita felice, trovando che il materialismo, ovvero enfatizzare l’importanza di possedere cose materiali e grandi ricchezze, era sempre correlato negativamente al benessere soggettivo. Le persone che hanno più valori materialistici provano infatti più emozioni negative e sperimentano meno soddisfazioni durante il corso della propria vita (Dittmar & Hurst, 2018). Gli individui che sono concentrati sul denaro, l’immagine di sé e le preoccupazioni sullo status sociale non pensano al futuro e agli altri. Gli atti di altruismo possono invece essere un modo per incrementare il benessere soggettivo in quanto possono portare ad avere delle ricompense interne (Harman, 2014).

Benessere soggettivo e altruismo

L’altruismo implica prestare attenzione agli interessi degli altri senza considerare i propri interessi e senza cercare ricompense (Schlosser & Levy, 2016). Inoltre, costituisce la base del comportamento pro-sociale e ha tre principali caratteristiche: gli atti di altruismo sono destinati a dare agli altri qualcosa in termini di ricchezza, benessere emotivo, qualità della vita o salute fisica e mentale; non prevede la ricerca di ricompense e implica empatia, responsabilità sociale, fiducia interpersonale e socialità (Davis, 2015).

Il benessere soggettivo al giorno d’oggi è molto importante anche per gli adolescenti, in quanto accresce la loro autostima e contribuisce a uno sviluppo ottimale della loro salute fisica e mentale. Tuttavia, diversi studi hanno dimostrato che con l’età il benessere soggettivo tende a diminuire causando diversi problemi che spesso si protraggono anche in età adulta.

 Quindi, migliorare il loro benessere è molto importante e l’altruismo potrebbe contribuire a tale miglioramento, dato che in diversi studi è risultato correlare positivamente con il benessere soggettivo (Lu et al., 2019). Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che gli atteggiamenti e i comportamenti altruistici possono migliorare il sistema immunitario dei partecipanti e il loro benessere soggettivo. Haberman (2013) ha osservato che i livelli di benessere soggettivo erano più elevati tra gli anziani che partecipavano ad attività altruistiche, soprattutto intergenerazionali. Diverse ricerche hanno scoperto che l’altruismo degli adolescenti è un predittore significativo degli effetti del benessere soggettivo (Yang et al., 2019) e sembra che i comportamenti altruistici degli adolescenti messi in atto sulle piattaforme internet abbiano degli effetti positivi diretti e indiretti sul benessere soggettivo (Zheng et al., 2016).

Lu e colleghi, nel 2021, hanno condotto un Intervento Educativo Integrativo di Altruismo (IEIA) con l’obiettivo di verificare se potesse effettivamente migliorare il benessere degli adolescenti concentrandosi sui cambiamenti nel benessere soggettivo in due dimensioni: soddisfazione della vita ed esperienza emotiva. L’IEIA utilizzato era basato su diverse attività psicologiche integrate da attività pratiche, incontri di classe a tema, corsi e attività seguite da una formazione dei genitori e dalla creazione di piattaforme sociali per attività altruistiche. Il loro campione era costituito da 280 partecipanti (138 ragazzi e 142 ragazze; età media: 14,53 anni) a cui hanno somministrato la Multidimensional Students’ Life Satisfaction Scale (Huebner, 1994) che valuta cinque domini di soddisfazione della vita e la Scala della Felicità (Diener, 1984) per valutare le emozioni positive e negative prima e dopo l’intervento. I risultati del pre-test non mostrano differenze significative tra il gruppo di controllo, che non ha partecipato all’intervento, e quello sperimentale. Tuttavia, dopo l’intervento, la soddisfazione della vita e le emozioni positive del gruppo sperimentale in termini di amicizia, risultati accademici, libertà, risultati scolastici e sociali sono state valutate significativamente più alte di quelle del gruppo di controllo. Tali risultati mostrano quindi che un intervento sperimentale può migliorare la soddisfazione della vita e le emozioni positive degli adolescenti.

Conclusioni

In conclusione, l’altruismo può essere un modo efficace per migliorare il benessere soggettivo degli adolescenti. È necessario pertanto creare ambienti che favoriscano l’altruismo, arricchire i programmi di educazione altruistica, svolgere servizi di volontariato a beneficio degli altri ed esplorare costantemente nuove modalità di educazione altruistica che siano coerenti con le caratteristiche dello sviluppo fisico e mentale degli adolescenti; le risorse sociali possono essere un modo per aumentare la frequenza della partecipazione degli studenti in attività altruistiche.

 

Covid e stato mentale

Il Covid-19 sollecita ciascuna vulnerabilità in modo trasversale e colpisce tutte le psicologie: attiva il fobico, scompensa l’ossessivo, stimola il paranoide complottista, sfida il narcisista e confonde il rabbioso.

 

 Il contagio da Covid-19 è in primis di tipo psichico. Infatti, ad oggi diversi studi hanno documentato come la pandemia abbia avuto un significativo impatto psicologico, determinando un incremento della sofferenza, un peggioramento della qualità di vita, dei rapporti affettivi e interpersonali, sia nella popolazione clinica che in quella generale, (Femia et al., 2020; Wang et al., 2020; Qiu et al., 2020; Cullen et al., 2020; Giallonardo et al., 2020).

Ancora prima di contrarre il virus, ci suggestioniamo, ne sentiamo i sintomi, ci preoccupiamo, ci allarmiamo, ci iper-proteggiamo, attuiamo un comportamento iper-prudenziale con inibizione e controllo.

Nonostante sia questo lo stato mentale sperimentato, ancora non diamo la giusta importanza alle evidenti conseguenze psicologiche che viviamo e ai costi morali che stiamo in diversi modi pagando. Minimizziamo e tendiamo a negare lo stato psicologico di sofferenza e disagio; non vogliamo scoprirci deboli e sofferenti?

Trascuriamo forse l’impatto virale di questa pandemia sulle nostre menti: siamo allarmati, stanchi, demoralizzati e sempre attivi a controllare sintomi, contagi, contatti a rischio, contatti occasionali, monitoriamo in modo selettivo i nostri sintomi e le nostre sensazioni fisiche (stanchezza, tosse, spossatezza, sudorazione, confusione) un ragionamento emozionale quasi come avviene in alcuni quadri fobici ed ipocondriaci.

Non riusciamo a riprendere un ritmo di vita normale, un’ombra ci segue e questa rappresenta i nostri comuni timori: malattia, isolamento, morte, responsabilità, contagio, ostracismo sociale, abbandono, solitudine.

Il Covid-19 sollecita ciascuna vulnerabilità in modo trasversale e colpisce tutte le psicologie: attiva il fobico, scompensa l’ossessivo, stimola il paranoide complottista, sfida il narcisista e confonde il rabbioso.

Alcuni si confermano la credenza secondo cui il mondo è malevolo e il futuro nefasto, altri si convincono che vi sia un controllo supremo che vigila, gestisce, boicotta, controlla, e altri ancora si scoprono finalmente fragili e bisognosi.

Insomma, nessuno ne esce immune, persino chi mette in moto tutta la più abile resilienza. Sta durando da troppi anni e la sua cassa di risonanza è davvero potente.

In questi giorni in Cina vengono sacrificati animali, cani e gatti, vengono sequestrati e/o abbandonati ed uccisi: una crudeltà infinita che risponde tanto ad uno spietato bisogno di sopravvivenza quanto ad una irragionevole paura che dilaga e si espande, generando comportamenti di evitamento, lavaggio e aggressività. Questo virus stimola lo stato mentale del contaminato e la tendenza a vivere emozioni di colpa e disgusto con conseguenti ragionamenti di matrice ossessiva o comportamenti fobici e di evitamento.

Alla ricerca di immunità mettiamo in atto evitamenti, condotte di tipo preventivo e in taluni casi distruttive cercando di neutralizzare il rischio di contagio da Covid-19.

Questi comportamenti corrispondono ad un proliferare di problemi ulteriori: scarso contatto sociale, impoverimento dei rapporti affettivi, degli scambi e isolamento; condizioni, queste, che si sommano al problema primario senza riuscire ad annullare il rischio del contagio.

 Il lockdown ha funzionato senza alcun dubbio, il lavoro da casa altrettanto, eppure attualmente, ora che la maggior parte della popolazione è stata vaccinata, le eccessive misure di prevenzione sembrano avere più rischi che vantaggi; forse dovremmo ristrutturare le nostre credenze a riguardo e gestire in modo più funzionale le nostre paure e generalizzazioni.

Inoltre, il Covid-19 sembra determinare una stanchezza prolungata, una sorta di nebbia mentale che ci porta a sentirci deboli e vulnerabili.

In taluni casi sembra essere un vero e proprio fattore di scompenso. In tanti riportano un incremento o un esordio di disagio e sofferenza psicologica; riferiscono spesso emozioni negative di tristezza, ansia con problematiche di angoscia, solitudine, rabbia e correlati comportamentali disfunzionali fra cui insonnia e ritiro sociale.

Sarebbe dunque il caso di iniziare a studiare le conseguenze emotive e psichiche connesse al contagio e al virus Covid-19.

Questo virus ha certamente scosso le nostre menti, riattivato le nostre più sopite paure, sottoponendoci ad altissimi livelli di stress. Minaccia i nostri bisogni di base e i nostri scopi in generale, dal bisogno di vicinanza, al gioco, alla necessità di essere autonomi, forti e indipendenti.

La pandemia sembra avere generato uno stato mentale generalizzato e condiviso di allarme e disagio psicologico che ha messo tutti in contatto con le più profonde debolezze e per molti ha rappresentato elemento di rottura, cambiamento, fallimento.

Una variante dopo l’altra, insomma un’inarrestabile minaccia che ci colpisce in modo imprevedibile, alle volte scompare ed ecco che poi spunta nuovamente, colpendo i più fragili, scombussolando programmi, scomponendo equilibri, generando conflitti e in alcuni casi risorse e cambiamenti.

Rimaniamo accettanti e stoici, ma forse proprio per favorire l’elaborazione dell’evento doloroso, sarebbe opportuno riconoscersi le emozioni e le debolezze senza fingersi ironici, forti e potenti.

 

La funzione risoggettivante

Alcune modalità primitive di deflessione dell’angoscia fondate sull’attacco al legame e fenomenologie correlate di transfert antilibidico perverso: la funzione risoggettivante.

 

Sommario

La prima parte del presente lavoro tenta di raccogliere e commentare alcuni dei principali tipi di transfert considerati in linea di principio intrattabili o difficilmente trattabili, definiti come “antilibidici” ovvero “perversi” in quanto inconclusivi e deneganti l’Oggetto e con esso la figura dell’analista ed i suoi apporti, con particolare riferimento al problema della difficile conclusione del trattamento.

L’Autore tenta di unificare e connettere una serie di relazioni causali con i loro possibili sviluppi in una prospettiva interpretativa, ma anche in qualche modo predittiva, sebbene ancora embrionale.

Particolare attenzione è dedicata alla distinzione tra gli aspetti fenomenologico/descrittivi e quelli che sembrano rappresentare il vero tessuto profondo del problema, anche ricorrendo ad esempi clinici adatti ad un tentativo di tipizzazione.

Nella seconda parte viene proposto un approccio terapeutico atto a focalizzare il lavoro della coppia analitica sui movimenti specifici di “de-soggettualizzazione” e “de-oggettualizzazione” che caratterizzano tali situazioni, e si tenta di rispondere alla domanda: “E’ possibile parlare con il nostro paziente dei motivi che rendono impossibile la sua analisi?”

In tale contesto viene proposto di concettualizzare ed isolare una specifica funzione, definita “risoggettualizzante”, che comprende tutti gli interventi atti ad evidenziare il significato e le modalità con cui le parti scisse dell’ Io del paziente si oppongono attivamente alla vicinanza, per quanto riguarda la capacità di accettare la presenza mutativa di un oggetto-terzo con cui sviluppare una relazione non distruttiva o distrutta,  e la separazione, per quanto riguarda la capacità di tollerare la perdita dello stesso oggetto, finalmente concepito come altro avendo avuto accesso alla posizione depressiva.

Parole-chiave: Transfert, anti-libidico,  transfert perverso, attacco al legame, de-oggettualizzazione, de-soggettualizzazione,  separazione, analisi interminabile.

Introduzione

Nella prima parte del presente lavoro ho inteso raggruppare e commentare alcune delle principali tipologie di transfert considerate in linea di principio analiticamente difficilmente trattabili, da alcuni definite “anti – libidiche” o tout court “perverse”, in quanto inconclusive e deneganti l’oggetto, e, con esso, anche la figura del  terapeuta ed i suoi apporti.

Perfettamente consapevole di quanto possa essere lacunosa ed imprecisa una tipizzazione del genere, mi è sembrato tuttavia utile contribuire a fare il punto su quanto già conosciamo dell’argomento e tentare, a partire dallo studio della letteratura nonché dall’esperienza personale e quella di altri colleghi, di ricapitolare e connettere una serie di rapporti causali con i loro possibili sviluppi in una prospettiva interpretativa, ma anche in qualche modo predittiva, sia pure a livello ancora del tutto embrionale. Particolare attenzione ho voluto dedicare alla distinzione tra gli aspetti fenomenologico – descrittivi e quella che mi è apparsa invece la vera trama profonda del problema, anche ricorrendo ad alcuni esempi che per la loro non – eccezionalità meglio si prestavano ad un tentativo del genere.

Nella seconda parte cercherò invece di delineare un atteggiamento terapeutico volto a focalizzare il dialogo della coppia analitica sugli aspetti specifici di de-soggettualizzazione e/o de-oggettualizzazione che sembrano essere le chiavi di lettura di questi percorsi. La domanda cui tenterò di rispondere è la seguente: “È possibile parlare con il nostro paziente degli aspetti che rendono impossibile (ovvero interminabile) la sua analisi?”

Spero che questo modesto tentativo possa contribuire in qualche misura ad una migliore comprensione  dell’argomento, a mio avviso fondamentale per gli sviluppi futuri della nostra scienza e professionalità, e ad implementarne il dibattito. Spero altresì di sollecitare in questa direzione l’attenzione degli studenti e dei neofiti, aiutandoli in qualche modo a riconoscere per tempo alcune tra le situazioni più spinose e problematiche del nostro lavoro. La seconda parte del contributo, per forza di cose, è principalmente rivolta ai colleghi più esperti.

Definizione del problema

Nella letteratura concernente la terapia di casi difficilmente analizzabili sono ricorrenti le tematiche della  conclusione, sempre così asintotica e problematica, oltreché naturalmente degli esiti, spesso tutt’altro che attendibili, di questi trattamenti. La constatazione è indubbiamente vera, il problema sussiste ed ha una sua  pesante ricaduta sulla fiducia dei pazienti, sullo stress dei terapeuti e sulla rappresentazione collettiva della figura dello psicoterapeuta e dello psicoanalista, i quali logicamente, dal loro punto di vista, si pongono  il  problema di ben condurre e portare a buon fine il proprio compito. Tuttavia, al cospetto di problemi talmente  delicati ed importanti, io credo che dovremmo permetterci una riflessione di ordine più generale, rappresentabile come segue: a) In questi casi così complessi, il problema reale è davvero quello della conclusione del trattamento (e, più latamente, della terminabilità stessa dell’analisi), o non piuttosto quello della sua effettiva efficacia? La questione può essere approfondita, ed assumere la seguente forma: b) Se il concludere in queste situazioni è così difficile, cosa non siamo ancora riusciti a modificare nell’intimo dei nostri pazienti? Da ciò consegue una ulteriore domanda: c) Ciò che non siamo riusciti a modificare è davvero in sé inamovibile, o la sua apparente inamovibilità è dovuta ad una qualche nostra forma di cecità? E se quest’ultima ipotesi è vera, il ragionamento ci porta ad un’ultima questione, inevitabilmente anche in qualche misura provocativa: d) Tale cecità va addebitata ad una pura insufficienza della teoria o della tecnica, o non piuttosto ad una nostra visione unidirezionale e talvolta “perversa” di queste ultime?

Esposizione del problema

Le personalità che stiamo per prendere in esame, pur nelle loro diversità epifenomeniche, hanno fondamentali tratti profondi in comune. Tutte soffrono di un rapporto con l’oggetto interno severamente disturbato, governato da una profondissima invidia che determina per un verso una radicale sfiducia nell’esterno vissuto come persecutorio, e d’altro canto l’incostanza di qualunque forma di autostima, essendo danneggiate in maniera più o meno grave le strutture  primarie che danno l’impulso a vivere ed a relazionarsi. Nei casi in esame, queste parti difettuali rimangono celate, ed a lato di queste l’Io costruisce nel tempo una serie di strutture compensatorie che consentono al soggetto di vivere in apparenza normalmente e di avere una serie di rapporti apparentemente soddisfacenti, e, molto più spesso di quanto comunemente non si creda, anche di un certo successo, pur essendo sostanzialmente fittizi. Su un piano dinamico profondo, infatti, è negata ogni forma di separatezza, poiché nel passaggio verso la posizione depressiva la condizione di alterità si è evidentemente rivelata insostenibile. Il soggetto permane pertanto in una situazione di scissione autoerotica totipotente di refusione materna che difende strenuamente, e dalla quale l’oggetto/altro è bandito e rimpiazzato attraverso un feticcio. Sul piano transferale, ma prima ancora su quello umano e quotidiano, pertanto, il problema di questi pazienti è quello di evitare in ogni modo possibile una vicinanza “vera” che possa in qualche modo  modificare questo antico (dis -) equilibrio attraverso un rapporto mutativo con un oggetto – altro. In questa ottica, nel presente lavoro prenderemo dunque in considerazione cinque tipi di transfert, definibili, in una concezione allargata e non solo inerente la sessualità, come  “perversi”, e precisamente:

  • Transfert ostile/ antilibidico
  • Transfert  “osservativo”
  • Transfert dubbioso/confusivo
  • Transfert fondato sulla “dispersione dei sentimenti”
  • Transfert fondato sulle distorsioni del  Sé.

Il transfert Ostile/Antilibidico

Vorrei anzitutto prendere in esame questa configurazione transferale perché, a mio parere, essa esemplifica, comprende e sottende in qualche modo tutte le altre che seguiranno. Mi riferisco ad un tipo di atteggiamento pervicacemente ostile in pazienti peraltro assai tenacemente attaccati al terapeuta, che portano in seduta solo la rabbia, la lamentela e la recriminazione. Nella lunga e sempre complessa ricostruzione dei loro vissuti, queste persone si descrivono rapportarsi all’altro (che peraltro frequentano, spesso anche con apparente naturalezza) costantemente con riserva e sempre in attesa di disillusioni ed aggressioni, nel proprio intimo svalutandolo e aggredendolo ogni volta spietatamente. Specularmente, è sempre presente l’idea di essere perseguitati da un destino maligno ed avverso insieme ad un’autopercezione di piccolezza, indegnità ed impotenza, contrapposte a figure idealizzate onnipotenti e  irraggiungibili, e come tali odiate e pericolosissime, tra le quali viene naturalmente collocata in maniera più o meno evidente anche quella del terapeuta. La parte cosciente di questo complesso di sentimenti costituisce la fonte di maggior sofferenza da parte del paziente, e pertanto dovrà essere accolta con estrema attenzione e delicatezza in quanto rappresentante attuale di  precocissimi conflitti con figure genitoriali vissute come profondamente distanti, ostili e contraddittorie, odiate ma al contempo idealizzate. In ragione della qualità delle esperienze patite, delle fantasie su queste costruite, e delle circostanze contingenti, l’unica forma di espressione possibile da parte di questi soggetti è pertanto un interminabile “J’accuse” nei confronti delle figure significative, cui esibire continuamente la propria sofferenza ed i propri fallimenti, conseguenza del loro comportamento sbagliato e crudele di genitori incapaci. L’esperienza del dolore e della rabbia cosciente, tuttavia, non costituisce qui l’essenza ultima del problema, che invece si sustanzia e rivela piuttosto nel circulo vitioso che proprio per le sue caratteristiche intrinseche condanna il paziente ad una intima inflessibile conflittualità con i propri oggetti interni, e pertanto ad una sofferenza senza fine, in cui persino i successi vengono vissuti in chiave di rivendicazione maniacale di disprezzo, trionfo e dominio. Dal punto di vista del terapeuta si tratta sempre di un lavoro lungo e talora sfibrante, in cui il silenzio empatico non basta, e dove l’esortazione, la rassicurazione o, peggio, l’apologo ottengono effetti esattamente opposti a quelli desiderati, mentre il paziente rivendica a gran voce il suo diritto al dolore ed alla lamentela e ci rimprovera di essere incomprensivi e ipocriti, di tacere, di non averlo ancora  “guarito” e così via. Nel corso del tempo sono venuto a conoscenza di molte situazioni in cui il problema  è stato affrontato in termini di resistenza e come tale interpretato o “confrontato” al  paziente. L’unico risultato che in tal modo si è ottenuto è stato quello di farlo sentire profondamente incompreso, ancor più malato e sbagliato, e dal suo punto di vista assolutamente a ragione, giacché in tal modo è stata completamente fraintesa quella che era la sua vera “domanda”, e si è perso completamente di vista il fatto che il soggetto con questo tipo di problema è intrappolato in ungioco perverso la cui posta, del tutto inconsapevolmente, è proprio la ratifica dell’incompetenza del terapeuta (così come, originariamente, dei genitori) che gli consentirebbe di trionfare passivamente anche su di lui, inverando con ciò la sua “coazione di destino”. L’esperienza mi ha insegnato anche che, sia che si affronti direttamente il problema, sia che si adotti una linea attendista di puro ascolto empatico, è comunque sempre necessario molto tempo, a volte moltissimo, perché il discorso possa essere compreso a fondo, e con ciò sottrarsi alla tirannia del paradosso che lo governa per orientarsi in direzioni più proficue; e questo perché il soggetto ha appreso ad appagarsi (né d’altro canto avrebbe potuto fare diversamente) del beneficio, del tutto temporaneo ed ingannevole, dell’evacuazione della rabbia originaria proiettata sulle figure significative, ed oggi sul terapeuta.

Tra le tante modalità espressive di questo sentimento così dannoso assume particolare rilievo per il nostro tema la  c.d. “Sindrome di Penelope”, forse la più evidente tra le diverse manifestazioni dell’ostilità rigettante inconscia nei confronti dell’oggetto, ove il paziente distrugge ogni volta, di seduta in seduta, le nuove acquisizioni, quasi che gli fosse impossibile conservarle e renderle operanti, ovvero si rifiutasse di tenerne conto, ricominciando ogni volta da  capo.

Dopo diversi anni di lenta e faticosissima analisi, una paziente di circa cinquant’anni, al termine di una lunga  catena associativa osservò che il senso complessivo della prima parte della seduta poteva riassumersi in un  semplice “tanto non mi cambi”. Le dissi che anche io avevo colto lo stesso messaggio e le sottolineai garbatamente il problema senza aggiungere altro. L’argomento rimase sullo sfondo per diverse sedute, ed io mi limitai a sfiorarlo, in maniera attentamente non provocativa, quando il discorso lo consentiva, finché fu lei stessa a riprenderlo perché “voleva capirlo meglio”; e solo da quel momento in poi poté iniziare, assai lentamente, ad oggettivare questo suo aspetto ferocemente oppositivo ed immobilizzante, riattivando una serie di connessioni che precedentemente aveva colto più volte ma che non era mai riuscita ad utilizzare.

Rimanendo ancora nell’ambito del transfert ostile, una nota a parte, a mio parere, meritano quei soggetti che in seduta si lamentano con particolare accanimento di qualcuno (partner, figure parentali, colleghi, personaggi significativi del presente o anche del passato), ritenuto causa agente di tutti i loro problemi o malesseri. Nella mia esperienza, molte di queste situazioni traggono in inganno lo psicologo di primo livello e lo inducono a prescrizioni di terapie sistemico – relazionali del tutto inutili nei casi in oggetto, giacché il problema non è affatto quello che il paziente crede e vorrebbe farci credere, ma attiene piuttosto al tema qui in discussione, nel caso specifico complicato da un sovrapporsi di operazioni proiettive e di spostamento che non possono certo essere ridotte senza un’attenta ed approfondita analisi del transfert. Direi, anzi, che in circostanze del genere ci si offre l’opportunità di un importante differenziale patognomonico: in situazioni meno severe, di norma, dopo un periodo di ambientazione (e comunque sempre dopo essere stato attentamente ascoltato nelle sue lagnanze), il paziente riesce, sia pure con difficoltà, a convincersi che il vero motivo dell’incontrarsi non è una terapia di coppia o familiare in assenza delle controparti, e/o che il terapeuta non è un avvocato matrimonialista né un esperto in questioni lavorative o sindacali. Quando invece sembra che sia incapace a comprenderlo, e osserviamo ripresentarsi tali argomenti “evasivi” in coincidenza con temi per lui particolarmente implicanti e dolorosi, legittimamente dovremo pensare alle prime manifestazioni di una ben più complessa e strisciante reazione terapeutica negativa, e conseguentemente disporci ad affrontarla attraverso un’approfondita analisi del transfert. Se questa operazione riesce, nel corso del tempo il soggetto potrà iniziare – assai gradatamente – ad oscillare tra momenti in cui ancora prevalgono le parti scisse distruttive ed altri di relativa consapevolezza e talvolta persino di grata partecipazione, che ci segnalano il progressivo svincolarsi di elementi costruttivi dalla trappola dell’invidia. Sarà dunque in questi momenti più facile intervenire, mostrando al paziente i suoi differenti stati d’animo e consentendogli di riconoscere finalmente il suo funzionamento scisso, anche riconnettendolo alla sua storia personale.

Il Transfert Osservativo

Il Transfert Osservativo, che giustamente altri colleghi hanno paragonato ad una situazione di “supervisione” in cui la parte sana dell’Io si lega affettivamente al terapeuta mentre la parte scissa vi si sottrae rendendosi inanalizzabile attraverso l’intenzione profonda non di curare la parte malata, ma piuttosto di apprendere come gestirla ma con l’intima riserva di non dovervi rinunciare.

Questa configurazione evoca tipicamente la perversione sessuale, in particolare esibizionistico/ voyeurista, dove il piacere alimenta ed incoraggia la scissione escludendo l’incontro, evento temibile che sarebbe qui errato riferire all’angoscia di castrazione essendo invece imputabile principalmente alla negazione dell’oggetto – altro.

Da poco avevo accolto un paziente che aveva visto troncata la propria analisi a causa della morte improvvisa del terapeuta. Ciò che lo aveva convinto a riprendere il lavoro analitico era stato un sogno, avuto circa sei mesi dopo la drammatica interruzione, in cui si alzava da un letto su cui vedeva giacere un uomo nudo, morto, e frettolosamente si rivestiva per andarsene. Gli era stato subito chiaro che il morto era il suo analista, ed immediatamente si domandò il perché di quella rappresentazione così particolare. Cosa non era andato per il giusto verso nella loro relazione? Cosa faceva in quel letto, invece di analizzare? La cosa non lo convinceva affatto, e fu con questa domanda che si presentò al mio studio.

Personalmente, ritengo utile qui operare una ulteriore distinzione. Esistono persone ormai incallite nei loro contorti percorsi libidici profondi, i quali “giocano” con le loro perversioni in perfetta egosintonìa, le esibiscono con naturalezza e quasi le propongono al terapeuta, ed altri che invece le subiscono e sinceramente si dolgono di non riuscire a farne a meno. La differenza, anche dal punto di vista dell’aspettativa dei risultati, non è di poco conto.

Un mio paziente, anche lui sulla cinquantina, aveva avuto un percorso terapeutico alquanto complesso e discontinuo, e in più di un’occasione si era lamentato del fatto che i suoi precedenti analisti, arrivati ad un certo punto, “non erano stati in grado di indicargli la via”. Nella sua sofferta narrazione, peraltro puntuale ed onesta, raccontava di averli “provati un po’ tutti”: a suo dire, alcuni continuavano a riproporgli l’Edipo e l’angoscia di castrazione, mentre altri sembravano inerti e privi di strumenti di fronte alla sua depressione ed alle sue perversioni, sessuali e non. Si sentiva umiliato ed incurabile, e soprattutto incompreso nella sua volontà di  capire il problema e tentare di risolverlo, e non riusciva ad accettare l’idea che nessuno riuscisse ad indicargli, come diceva lui, “da che parte guardare”. Dopo diversi anni di lavoro, poiché lui stesso più volte aveva accennato ad una ricorrente percezione di non completa partecipazione alle cose, ed ad una sua peculiare forma di vergogna corporea accompagnata da un sottile “pudore dei sentimenti” che sperimentava in segreto con se stesso fin da bambino, gli proposi di indagare insieme su questi aspetti evitando di ricorrere a teoremi e definizioni già note. Dopo alcuni mesi avevamo raccolto una quantità di informazioni preziose, e fu lui stesso, ad un certo punto, a rendersi conto che, aldilà di tutti i suoi sinceri sforzi intellettuali, recava  in sé una profondissima riserva, una sempre vigile incapacità all’abbandonarsi, una ”distanza” che gli impediva una  piena alleanza terapeutica, e ciò gli consentì di osservarla e discuterla come essenza centrale, tragica, del suo problema.

Il Transfert Dubbioso/Confusivo

Il dubbio cronico, così come anche la confusione nel pensare e nell’esporre, costituiscono forme negate di aggressività distruttiva nei confronti di un oggetto primario percepito come inattendibile e crudele. La rabbia scissa è qui celata sotto le spoglie dell’incertezza, dove oggetto e soggetto vengono alternatamente incolpati ed assolti, distrutti e recuperati in una rimuginazione infinita che non  consente di pervenire ad un pensiero  chiaro e ad un’opinione certa e definitiva su questioni emotivamente e/o affettivamente significative, situazione che tende a contaminare tutto il vissuto ed è potenzialmente in grado di mutilare un’intera esistenza.

Una giovane donna proviene da una famiglia rigidamente gestita da una madre descritta da più parti come “un  carabiniere”, che a vent’anni ancora la “mette in punizione” e decide delle sue scelte in maniera inappellabile. Il padre è persona tutto sommato debole, e nella famiglia svolge un ruolo di puro procacciatore di risorse. Dopo un corso di studi superiori, la giovane inizia l’Università e conosce un uomo di sette anni più grande ma ancora senza un lavoro definito con cui intraprende una relazione assai intensa, ferocemente osteggiata dalla famiglia. In un primo tempo il rapporto sembra fiorire, ed in questo periodo la ragazza ha la prima esperienza  sessuale completa, e trova la forza per contrapporsi ai diversi ostacoli e divieti imposti dalla madre con la connivenza e la partecipazione del marito e dell’altro figlio; ma dopo un paio d’anni la spinta individuativa si esaurisce e il malessere tracima nella relazione iniziando a minarla mettendo in dubbio lo stesso sentimento. I rapporti sessuali si rarefanno o, quando hanno luogo, lei sostiene di “non sentire nulla”, anche se i due sembrano comunque ancora legati da un grande  affetto. A questo punto, però, il partner di lei commette un gravissimo errore: pur innamorato, ma esasperato da una relazione divenuta penosa e insoddisfacente, tradisce la donna e glielo confessa, sottraendole così l’unico punto certo cui aggrapparsi. Lei progressivamente vira sull’immagine idealizzata di un altro uomo “più nobile, più alto e più magro”, ed inizia a tradirlo a sua volta. La relazione nonostante tutto ancora non si estingue, ed alla fine i due addirittura si sposano. Lei cerca l’aiuto di un professionista, ma ben presto il dubbio si insinua anche lì, e la terapia viene interrotta. Un secondo tentativo con un clinico più esperto, ma probabilmente giunto troppo in ritardo, non riesce ad incidere più di tanto sulla comprensione del vero problema. La giovane abortisce per cinque volte nel corso di ben diciassette anni di relazione, di cui sette di matrimonio. Dopo ancora qualche anno i due si lasciano nella più completa reciproca incomprensione. A diversi anni di distanza ho avuto indirettamente notizie di questa persona: per quanto mi è stato dato sapere, ha avuto diversi partner ma non si è più sposata, non ha avuto figli e non ha nemmeno finito l’Università. Lui è diventato un professionista di riconosciuto valore.

Nel transfert, l’atteggiamento descritto si traduce in una sorta di silenziosa, corrosiva ed ingravescente intima riserva che impedisce la piena e fiduciosa adesione al progetto terapeutico e lo mina dall’interno in tutti i modi possibili, giacché il paziente cerca più un punto di vista certo e rassicurante, talora una vera e propria “assoluzione”, che non l’elaborazione del suo tema centrale. Nella mia esperienza, diversamente da altri tipi di transfert perverso che hanno bisogno di molto tempo per evidenziarsi e maturare, tale atteggiamento dovrebbe essere colto il più precocemente possibile per non dare il tempo a questo vero e proprio “sabotatore interno” di fare proseliti tra le parti sane dell’Io. Aldilà di questa precisazione puramente “strategica”, comunque, anche in questo caso come negli altri qui riassunti la questione non si esaurisce di certo liquidandola come resistenza, bensì problematicizzandola, esponendo cioè con chiarezza la situazione al paziente in maniera attiva e creativa, e chiedendo la sua partecipazione nel farsene carico e nel venirne a capo, a pena della non riuscita della terapia; mentre d’altro canto la consapevolezza da parte del paziente che il terapeuta ha colto la vera essenza del problema contribuirà a ripristinarne almeno in parte la fiducia. Io chiamo questo particolare aspetto della mia attività terapeutica, di cui peraltro mi avvalgo esclusivamente nei  casi in oggetto, e che adatto di volta in volta alla situazione obiettiva, “funzione  risoggettivante”,  argomento su cui riferirò meglio più avanti.

Il Transfert Promiscuo

Il transfert promiscuo è da taluno definito, a mio parere inesaustivamente, “di fuga”, fondato sulla continua  sostituzione dell’oggetto e sulla “dispersione dei sentimenti”. L’incostanza e la mutevolezza degli attaccamenti rende questo tipo di paziente difficilmente trattabile, giacché la sua personalissima coazione a ripetere consiste proprio nel distruggere ogni potenziale legame significativo prima che possa consolidarsi come tale. Nella storia di queste personalità è quasi sempre possibile rinvenire severe delusioni subìte precocemente da parte di genitori percepiti come indifferenti e più o meno inconsciamente sadici, tali da indurre il bambino a non affidarsi ed a non dipendere mai più da nessuno.

Una giovane e piacevole signora chiese il mio aiuto per una serie impressionante di fallimenti sentimentali. Viveva con un uomo ormai da parecchio tempo, ma dissapori ed incomprensioni iniziavano ormai a susseguirsi in maniera assai disturbante, sì da indurla a pensare di tornare a vivere da sola con la figlia. Iniziò a raccontare la sua storia, e ben presto si evidenziarono un padre completamente assente ed una conflittualità spietata con la madre, tale da indurla ad abbandonare la casa dei genitori all’età di quattordici anni. Aveva inizialmente vissuto di espedienti, ma dopo molti anni era finalmente riuscita ad approdare ad una condizione di relativo benessere aprendo una piccola attività: la vicenda sembrava dunque essersi finalmente risolta per il meglio, tranne per questi aspetti di inconcludenza ed insofferenza affettiva per i quali la signora era venuta in terapia e che le “distruggevano la vita”. Sembrava contenta di venire in seduta ed era spigliata e loquace, ma io percepivo che il suo raccontarsi aveva un che di sfuggente e sottilmente imprendibile, un che di distante che lasciava una sensazione come di “lavorare con la sabbia”, senza  riuscire a lasciare un segno stabile né un sedimentato del detto. Infastidito e preoccupato da questa sensazione così particolare e spiacevole, proposi la questione al mio supervisore di allora che mi suggerì di proporle di vederci con maggior frequenza per poterla seguire meglio in un momento talmente delicato della sua vita. Il provvedimento si rivelò ben presto un gravissimo errore. La reazione fu immediata, il clima delle sedute cambiò radicalmente e la donna si ritirò su posizioni esplicitamente difensive. Io stesso d’altro canto, all’epoca molto meno esperto, non trovai altra  soluzione se non quella di arroccarmi su argomentazioni tecniche, peggiorando ulteriormente le cose. Dopo altri due incontri la paziente mi avvertì che non sarebbe più venuta, cosa che infatti puntualmente accadde.

Avendo avuto in seguito più volte l’occasione di trattare situazioni simili, ed avendo sperimentato altre diverse  modalità di approccio, la mia netta impressione è che l’unico modo possibile per avvicinare questo tipo di  problematica sia esattamente l’opposto di quello che la tecnica generale raccomanderebbe – segnatamente, una cadenza più serrata delle sedute ed un particolare rigore nella gestione degli aspetti contenitivi del setting. E’ indubbiamente condivisibile che in situazioni meno severe ed in altri contesti storici e culturali certe logiche precauzioni possano o potessero raggiungere il loro scopo: di certo però, in questi casi, ed a maggior ragione in un tessuto socioculturale come quello attuale, in cui concetti quali “libertà” e “regola” sono interpretati in maniera talmente soggettiva e confusa, tali accorgimenti tecnici rischiano di ricalcare esattamente ciò che questo tipo di paziente teme di più, cioè essere ricondotto ed imprigionato all’interno di una situazione sadica e vessatoria, evocativa di quella dalla quale era riuscito a svincolarsi a prezzo di distorsioni e fratture interne dolorosissime. Per questi motivi mi sono convinto che l’unico modo possibile per approcciare questo tipo di personalità consista nell’offrire uno spazio espressivo in cui liberamente raccontarsi, sottoponendola al minor numero di condizioni possibile, senza peraltro fare “concessioni” che alterino la giusta asimmetria del rapporto, ma semplicemente adeguandosi alla situazione oggettiva, evitando di chiedere al paziente ciò che questi non è, almeno attualmente, in grado di dare. Il compito dell’analista in tali contigenze non si esaurisce tuttavia in queste misure precauzionali: se il paziente ce ne lascia il tempo, occorre essere pronti a cogliere i segni di un abbandono precoce della terapia (un sogno caratteristico di tali situazioni è la ripetuta rappresentazione di un litigio tra persone significative) interpretando il vissuto transferale in modalità insatura e chiarendone i risvolti anche in relazione alle prime vicende familiari del soggetto, e questo deve essere fatto al più presto e nella maniera più chiara e rassicurante possibile, con l’intendimento profondo di facilitare l’alleanza terapeutica ed evitando di mettere il paziente alle strette, assumendo piuttosto un atteggiamento “enzimatico” di riflessione e  poi di problematicizzazione.

Svalutazione del Sé / Falso Sé

Le reazioni transferali fondate sulle distorsioni del Sé sono a mio parere le più complesse e per certi versi le più interessanti e sorprendenti. Stupiscono e lasciano sovente “spiazzati” le modalità, a loro modo creative, con cui questi pazienti hanno appreso a proteggersi dalle irruzioni penetrative e violente delle persone per loro significative anche a costo di uscire temporaneamente fuori dai limiti del pensiero logico per poi rientrarvi con la massima naturalezza. Nell’esempio che segue si può ben cogliere il funzionamento scissionale del  soggetto, in questo caso singolarmente vicino al livello di coscienza.

Il paziente, un militare di circa quarant’anni, inviatomi da un collega psichiatra con una diagnosi di “personalità  infantile” con la puntualizzazione “non psicotica”, aveva subito in maniera annichilente il rapporto con il  padre, un uomo dalle idee chiare su tutto e che si era “fatto da sé” sotto ogni riguardo, soverchiando completamente  qualsiasi compensazione materna ed inducendo nel figlio un legame di rabbiosa quanto impotente sottomissione e dipendenza. In seduta, questo paziente tendeva ad esprimersi in terza persona, e solo dopo diversi anni aveva trovato il coraggio di farsi carico delle cose di cui parlava. La sua narrazione era tuttavia ancora elusiva, spersonalizzata e talvolta semidelirante: la sua infanzia era singolarmente ricca di  dimenticanze, di vuoti e di assenze, e lo stesso rapporto con la madre era stato completamente rimosso. Sorpreso nella prima giovinezza a masturbarsi, il ragazzino aveva strutturato la percezione di essere “immondo” (sic), ed un tale terrore del rimprovero paterno da inibirsi completamente qualsiasi tipo di rapporto  con l’altro sesso, tanto da essere ancora vergine alla sua età. Ma era andato ben oltre le pure faccende sessuali. Sentendosi – e ritengo a ragione – perennemente osservato e valutato a tutto campo dal padre, pur rendendosi perfettamente conto dell’illogicità di certe sue operazioni mentali, se da un lato lo aggrediva continuamente con domande reiterate sciocche e petulanti, dall’altro si “infilava nella sua mente” per carpire il segreto della sua forza, per ispirarsi a lui e per evitare i suoi terribili rimproveri anticipandone il pensiero. Infine, poiché doveva conciliare queste fantasie idealizzanti con la sua spaventosa angoscia di castrazione, si costringeva a pensare che il padre, come anche il sottoscritto,”veri uomini che non pensano a certe sciocchezze immorali”, non avessimo o non avessimo avuto una vita sessuale.

Quest’uomo aveva portato avanti sin da piccolissimo una sua silenziosa rivolta, ben esemplificata in un sogno di inizio analisi; anzi, era stato proprio in ragione di questo che avevo sperato in un esito positivo del trattamento. “Sono in  divisa, al cospetto del Presidente della Repubblica. Mentre lo guardo, intimorito, mi accorgo che i calzini che indossavo non erano d’ordinanza. Dovevo essermi sbagliato nel vestirmi per partecipare alla cerimonia”.

Nonostante le mie speranze, la rivolta, nata silenziosa, tale sarebbe rimasta ancora per lungo tempo, e, in barba a tutte le mie buone intenzioni, si sarebbe indirizzata anche contro il nostro lavoro sotto la forma di una negata, ostile e terrorizzata immobilità. Il paziente fingeva di non capire ciò che andavamo dicendo, ma, messo alle strette, ammetteva esplicitamente di aver capito perfettamente tutto e di star facendo, come diceva lui stesso, il “pesce in barile”. Ogni nuova acquisizione o scoperta veniva di volta in volta soffocata da fiumi di sintomi, e messa in discussione da contorsioni logiche al limite del delirante, della cui natura del tutto irrazionale il paziente si  dichiarava tuttavia perfettamente consapevole, rivendicandole al tempo stesso come “unica soluzione possibile”. Dopo diversi anni, approfittando del fatto che il padre gli aveva detto che il nostro lavoro lo aveva “molto migliorato”, cominciò ad accennare di voler concludere il trattamento, profondendosi in ringraziamenti per il mio aiuto e asserendo di essere “fermamente deciso ad abolire la sessualità dalla sua vita”, ma al contempo dichiarando con tranquilla naturalezza che sapeva benissimo che non era possibile e che quindi non ci sarebbe mai riuscito. Proprio alla fine di una seduta che pensavo sarebbe stata una delle ultime, ebbi un agito, e mi lasciai scappare un moto di stizza dicendogli: ”Ma Lei se ne frega proprio della ragione!” Mi guardò perplesso e fece un cenno di assenso con il capo, dopodiché se ne andò. La seduta successiva, sorprendentemente, il suo atteggiamento era mutato. La difesa stolida aveva ceduto, e il  paziente  iniziò a confidarmi i suoi reali timori e perplessità rispetto ad un eventuale cambiamento in maniera assai più ragionevole e concreta del consueto. La sua analisi è tuttora in corso… ma forse sarebbe meglio dire che è finalmente iniziata.

Devo confessare di essermi a lungo interrogato su questo caso, ed ancor oggi di non aver trovato una risposta  soddisfacente sul come avrei potuto diversamente, e con quali esiti, condurlo. L’impressione, chiarissima, è che le regole apparentemente complesse ma in realtà naturali e logicamente congruenti della teoria e della tecnica analitica fossero ogni volta aggirate da una parte di personalità rotta a tutte le strategie più mimetiche, e che sotto le spoglie di un’apparente stolidità agisse un acuto osservatore dotato di grande predittività tattica ed intelligenza che solo il mio involontario intervento di confrontazione, imprevedibile quanto violento, era riuscito a sorprendere, peraltro senza alcun merito specifico da parte del sottoscritto, ma in maniera una volta tanto significativa.

La “funzione risoggettivante”

È esperienza condivisa dalla collegialità psicoanalitica la constatazione della complessità, delicatezza ed aleatorietà implicita a percorsi terapeutici come quelli qui descritti, come già detto con particolare riguardo al tema della conclusione. Anche la stessa letteratura, di fronte a queste situazioni, si limita per lo più a rileggere  e descrivere, sin troppo spesso incorrendo in diligenti ricapitolazioni del noto in un’esegesi a volte assai raffinata ma che di rado riesce a suggerirci, se non altro in via ipotetica, qualcosa di più. Per tentare di chiarire queste difficoltà sono state chiamate in causa motivazioni diverse, dalla “debolezza” al “non – lavoro” dell’Io, tutte sostenute con  argomentazioni importanti e sottili che indubbiamente rappresentano un potente sforzo di comprensione. Tuttavia, il descrivere un fenomeno non conduce necessariamente a chiarire le personalissime ragioni del perché accada nella situazione data. Riprendendo quanto affermato in premessa al presente lavoro, a suo tempo mi sono chiesto invece se non fosse possibile, ed eventualmente in che modo, riattivare in funzione di pensiero le risorse del  paziente a favore del lavoro analitico.

L’origine di un tale interrogarsi risale all’inizio degli anni ’80, e nasce da una discussione con un mio supervisore di allora a proposito dell’interpretare o meno l’invidia primaria. Persona degnissima e di grande valore, egli sosteneva che l’invidia del paziente non dovesse essere interpretata, a pena di un’ulteriore implementazione di questa, con conseguenze catastrofiche sull’intero processo. Io obiettavo con forza che tuttavia un capitolo così ingombrante e potenzialmente immobilizzante del lavoro non poteva comunque essere lasciato all’intuizione del soggetto, e che una teorizzazione di tale importanza doveva invece essere indicata, spiegata e partecipata al paziente perché potesse avvalersene. La risposta fu che dovevo “decidere se fare il freudiano o il kleiniano”, il che, per inciso, contribuì non poco a ridimensionare, salutarmente, la mia idealizzazione giovanile della figura del didatta. Ho ritrovato situazioni analoghe assai spesso nel corso della vita: ogni volta sembrava che, in funzione dell’area di appartenenza, certi temi non potessero essere accolti e discussi, quasi fossero un tabù, e che seguire un filone di pensiero dovesse necessariamente escludere le scoperte dell’altro; e mi tornava continuamente alla memoria quell’affermazione straordinaria di Freud per la quale “ha diritto a chiamarsi psicoanalista chiunque lavori sul transfert e sulla resistenza, anche se arriva a risultati diversi dai miei”. Solo molto più tardi avrei compreso appieno quanto l’appartenenza possa pesare anche sulla riflessione scientifica, e quanto l’asseverazione ed il ribadimento delle certezze, o presunte tali, confluisca e diventi elemento  cementante il narcisismo secondario, entrando con ciò a far parte stabilmente del Sé adulto: un atteggiamento  certamente comprensibile e tutto sommato legittimo nelle questioni banali, ma che costituisce una formidabile  ipoteca nei confronti del nuovo, o perlomeno del nuovo non scelto da noi. Per avere un quadro complessivo e più preciso della questione ripresi attentamente in considerazione l’intera storia del movimento psicoanalitico, e  giunsi a pormi la domanda se certe divisioni e determinate apparenti inconciliabilità teoriche non fossero in gran parte da imputare più a difficoltà di comunicazione tra precursori che non a dati oggettivi. Da allora la mia ricerca personale culturale e teorica volge più al riconciliare che non a dividere: e così, ad esempio, arrivo al convincimento che la perversione sessuale sia epifenomeno di ben altre più intime e profonde “perversioni”, il cui vero senso è da ricercarsi in un Io mai stabilmente costituito ed anzi continuamente autoaggredito in quanto percepito come povero, inferiore e mutilato, irrimediabilmente sconfitto e pieno di vergogna e di rabbia. Se tali premesse sono corrette, non dovrebbe meravigliarci più di tanto che taluni dei nostri pazienti si attardino per anni a rimpiangersi ed a compiangersi, consumandosi nel corpo a corpo con un oggetto interno bramato ma al contempo rifiutante e rifiutato, né che altri, pur chiedendo disperatamente aiuto, non possano accoglierlo ed anzi tentino di prenderne in ogni modo possibile le distanze in quanto rappresentante di un altro che non riescono a far proprio non avendolo mai pienamente riconosciuto; o che, ancora, in queste disperate solitudini la mente cerchi le soluzioni più bizzarre pur di non entrare in contatto con la propria intima tragedia. Né dovrebbe stupirci, infine, che queste persone non riescano ad elaborare né una vera vicinanza né un distacco conclusivo dal proprio terapeuta, perché – volendo semplificare in modo estremo – si sta troppo bene, accuditi da un fantasma cui puoi dire tutto senza il timore del giudizio, che ti ascolta senza parlare più di tanto, con cui puoi anche litigare ma che sta sempre attento a non ferirti e che forse, chissà, ti vuole anche un po’ di bene, pur con tutti i tuoi ignobili difetti. Nella lamentata difficoltà a concludere questi trattamenti, destinata a concretizzarsi il più delle volte in una separazione imposta, io vedo piuttosto una conclusione assente, un non – esito dovuto ad una insufficiente elaborazione del tema ultimo, che consiste, per quanto ho potuto osservare, in una ferma opposizione di una parte scissa dell’Io a consentire l’accesso sulla  scena psichica del terzo separante, e ciò in ragione: 1) sul versante materno, delle circostanze specifiche che hanno perturbato e interrotto il naturale transito dalla dipendenza assoluta all’esperienza della continuità del Sé, al sano costituirsi come soggetto e sino alla rottura della relazione diadica primaria, e 2) della  presenza di un padre reale che non si è  prestato ai suoi compiti di accoglimento, di guida e di idealizzazione, ovvero si è mostrato disinteressato, anempatico o addirittura rigettante, tale da generare a sua volta nel bambino una reazione di ripulsa e di parziale refusione con l’oggetto primario, sebbene in  forma scissa.

Il compito dell’analista è di far sì che tutto questo coacervo di emozioni e sentimenti possa essere portato alla luce e diventi oggetto di pensiero, estraendolo dal magma indifferenziato e antichissimo che lo ha generato. Nel mio lavoro quotidiano, io ho trovato utile concettualizzare ed isolare una funzione specifica che ho denominato “risoggettivante”, che comprende tutto il complesso degli interventi che si propongono di evidenziare il senso e le modalità attraverso cui  la parte scissa dell’Io del paziente 1) si oppone attivamente ad una vera vicinanza,  non potendo accettare la  presenza “mutativa” di un oggetto – terzo con cui intessere una relazione non distrutta o distruttiva; e conseguentemente 2) non può nemmeno acconsentire ad una vera separazione, esito ultimo ed inevitabile del riconoscimento e dell’accoglimento della parte scissa in un Io finalmente integrato, permanendo invece in una sorta di “attaccamento evitante” viscerale e simbolico, destinato a protrarsi all’infinito. Mi propongo, in altri termini, di richiamare gradatamente alla coscienza e di implicare più direttamente quella parte dell’Io che si oppone all’integrazione cogliendone le segrete personalissime motivazioni, portandole alla luce ed aiutando il paziente ad elaborarle: riconsegnare cioè all’Io del soggetto una parte che, a mio modo di vedere,  non è né assente, né debole né sopita, ma anzi attivissima e ferocemente risoluta a non evolvere, che recita – anche qui semplificando – “Voglio stare nella fusione ed essere accudito fin quando mi parrà, perché mi sono state negate delle cose per me fondamentali e devo riaverle a qualunque costo”, senza mettere però in conto che si tratta di una fusione pericolosissima con un oggetto bramato ma al contempo odiato, distrutto e tossico, destinato a promuovere sofferenze inaudite che possono durare tutta una vita. Perdendo di vista questi aspetti e non intervenendovi, pertanto, l’analista potrebbe diventare persino una figura iatrogena, come talvolta abbiamo visto, purtroppo, accadere.

Sarebbe difficile in questo breve spazio enunciare un “metodo”, oppure elencare una serie di esempi su come porre in essere la “funzione risoggettivante”, ma confido che una riflessione attenta su quanto vado esponendo possa valere se non altro a introdurla con una certa efficacia, e mi limito dunque qui a ricapitolarne il nodo centrale, così come posta nell’incipit: “È possibile parlare con il nostro paziente degli aspetti che rendono impossibile (e/o interminabile) la sua analisi?” Affogare lo spazio analitico – così come del resto tutta la propria vita – in un mare di recriminazioni e di autocommiserazioni, sterilizzarlo nel dubbio ossessivo o nella rivolta rabbiosa, tenerlo a distanza pur giocando sadicamente al suo interno, o stravolgerlo attraverso spericolate acrobazie mentali, non possono a questo punto essere intesi come meri atteggiamenti difensivi quali erano originariamente e come si presentano nel paziente nevrotico, ma meriterebbero piuttosto, a mio parere, di essere considerati e trattati come veri e propri stati della vita psichica, di cui vanno enucleate le ragioni ed il senso, indicandoli e problematicizzandoli al paziente, perché possa, Deo concedente, sottrarsene.

L’atteggiamento terapeutico “risoggettivante” comporta da parte dell’analista un’acuta capacità di sintesi nel ricongiungere il pregresso al “qui ed ora”, estrapolando il significato complessivo di una storia e cogliendo il  senso del nostro intervenire, nel momento dato, in quella storia; e soprattutto, una acquisita abilità a cogliere quel che accade sotto e prima delle parole attraverso un’abitudine al “salto di livello” logico che si affina solo con l’esperienza ed il metodo, e che talora per essere compreso deve parzialmente prescindere persino dalle libere associazioni, o perlomeno dallo “strato superiore” di queste. Questo modo di procedere, che, ribadisco, adotto solo nei casi in oggetto, merita almeno due considerazioni, la prima riguardante la tecnica, e la seconda che coinvolge anche la rappresentazione che noi analisti abbiamo di noi stessi e della nostra professionalità. 1) La posizione di attesa del terapeuta, che pure è e rimane l’unica possibile nei trattamenti “classici”, ci colloca però in una situazione di cronico svantaggio rispetto alle segrete alchimie mentali della parte scissa dell’Io del paziente, laddove la funzione risoggettivante richiede invece una quantità discreta di iniziativa da parte dell’analista, e una certa dose di adduzione, comportante un aumentato margine di possibile errore rispetto alla classica interpretazione “di rimessa”; e, 2) La funzione risoggettivante mette in discussione, anche se solo in contingenze ben determinate, la visione dell’analista come puro ed ineffabile specchio opaco in attesa delle scoperte del suo paziente, o altrimenti in flagrante violazione del principio di astinenza se non addirittura in odore di manipolazione del transfert, ma introduce piuttosto nella terapia un momento attivo lucidamente  ponderato e dosato in cui scientemente il clinico propone alcune informazioni strutturanti, prodotto di una metariflessione mirata e specifica che, vorrei sottolineare, non si concretizza in roboanti pamphlet, né in sofisticate elucubrazioni metapsicologiche, quanto piuttosto in una maieutica, spesso riassunta in una frase, o in una spiegazione semplice e chiara, o meglio ancora in una confrontazione con aspetti profondi di cui il paziente non è consapevole ma che, se ben proposti, non tarda a riconoscere come propri.

Anche sulla questione del timing, cioè sul quando intervenire in maniera più attiva per confrontare ed illustrare al paziente le sue dinamiche profonde antilibidiche, o proporgli il problema, o, ancora, aiutarlo a comprendere,  non è possibile almeno per ora essere più precisi. Come ho tentato di spiegare nella prima parte del lavoro, vi sono situazioni in cui il tema può essere problematicizzato precocemente, altre in cui emerge lentamente, e altre in cui non emergerebbe mai, portando l’analisi avanti all’infinito, se non fossimo noi terapeuti ad accorgercene ed a proporlo. Come si può vedere, l’intera concettualizzazione è ancora assai grezza ed embrionale, anche se, avendola sperimentata per diversi anni, posso dire di aver osservato aspetti assai interessanti.

Il tema della legittimità dell’intervento attivo da parte dell’analista è complesso, e certamente, non possiamo aspettarci che argomentazioni talmente delicate possano essere prese in considerazione con sempre eguale disponibilità e simpatia. Ci consoleremo tuttavia pensando che, almeno per quanto ci consta, Freud era tutt’altro che impenetrabile e passivo nel condurre le sue sedute, e ricordando come già nel 1913, nei “Nuovi Consigli”,  paragonava lo svolgimento dell’analisi ad una partita a scacchi di cui si potevano postulare solo le prime mosse, confessando schiettamente il  timore che il neofita, pur applicando alla lettera i suoi suggerimenti, potesse egualmente “trovarsi ben presto nei guai”, per cui avvertiva di doversi limitare a tracciare le linee di “un trattamento mediamente appropriato”; ma non poteva astenersi dal precisare anche che “la straordinaria diversità delle costellazioni psichiche di cui siamo costretti a tener  conto, la plasticità di tutti i processi psichici e la quantità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti, sono  tutti elementi che si oppongono ad una standardizzazione della tecnica” (Ibidem).

Conclusioni

Credo fermamente che lo studio approfondito delle situazioni transferali solitamente ritenute intrattabili in analisi sia potenzialmente in grado di aprire nuovi straordinari orizzonti alla teoria ed alla tecnica. A mio parere, l’assunto dal quale dobbiamo comunque partire in questi casi così problematici è che chi detta legge non è l’Io cooperante ma le sue parti scisse, e che quindi, volenti o nolenti, siamo costretti a trovare un modo per venirvi a patti. Certamente per poter sconfiggere forze potenti e primitive quali quelle che hanno promosso la scissione dell’Io e la negazione dell’oggetto – altro dobbiamo poter contare su risorse fuori dal comune per ambedue i componenti la coppia analitica: pazienza, intelligenza, plasticità, desiderio incondizionato di conoscere e di comprendere; ma tutto questo da solo non basta, a meno di non affidarsi al caso e alle buone intenzioni. Più produttivo mi è apparso, invece, affrontare questi  temi così complessi a partire dalle risorse disponibili, e segnatamente dallo studio delle dinamiche di personalità, il che dà ragione della  prima parte del presente contributo. Su tali assunti, nella seconda parte ho tentato di suggerire una direzione, un “dove  guardare” atto, forse, a favorire, se e dove possibile, un avvicinamento ed una mediazione con le parti  dell’Io  rigettanti  o forcludenti.

Concludendo, osserviamo che, se utilizzate passivamente e senza rispetto per il divenire della conoscenza, alcune concettualizzazioni “storiche” del pensare psicoanalitico possono “pervertirsi” e limitare severamente le indicazioni all’uso dello strumento, rischiando anzi talvolta di contribuire nel ridurlo a feticcio. Temi fondanti, quali la resistenza al trattamento o la stessa reazione terapeutica negativa, se chiamate in causa semplicemente perché il paziente non reagisce come ci aspetteremmo, o come vorremmo che reagisse, indirettamente asseverano e ribadiscono che il trattamento è di per sé perfetto e imperfettibile, la qual cosa con ogni evidenza è infalsificabile ed antiscientifica, etichettando il soggetto come incurabile invece di porsi il problema di come curarlo. Non v’è dubbio che le modalità di non – rapporto con l’oggetto sopra descritte abbiano anche una potente valenza difensiva, ma limitarsi a rilevarne solo questo aspetto preclude la possibilità di indagarne e penetrarne la natura attuale di “status”, negandone al contempo la vera essenza tragica, che invece rappresenta, almeno a mio parere e per la mia esperienza, la reale “domanda” profonda del nostro paziente, al di là e prima delle sue perversioni e dei suoi comportamenti perversi.

 

Incantato. Dentro gli attacchi di panico (2022) – Recensione del libro

Incantato. Dentro gli attacchi di panico è uno spaccato quotidiano e autentico sul disturbo d’ansia, un romanzo pensato e composto per raccontare un punto di vista personale sul lento percorso di accettazione del proprio malessere psicologico.

 

 Il testo rappresenta un mattoncino importante nella lotta contro lo stigma sociale che circonda la salute mentale, a partire dal titolo che si serve della polisemia dell’aggettivo incantato per rimandare al blocco, nel quale spesso ci si ritrova arrestati quando si soffre di un disturbo d’ansia, e alla fascinazione derivata dai risvolti positivi che un malessere del genere può comportare.

Il protagonista è Lorenzo, un giovane insegnante la cui vita viene sconvolta dall’arrivo improvviso di attacchi di panico, invalidanti e ricorrenti, a cui si aggiungono un’ossessiva ruminazione mentale, in un turbinio di interrogativi esistenziali senza chiara risposta – Che senso ha la vita? Che cos’è il tempo? È possibile essere felici nel presente? –, e il terrore di essere sull’orlo della pazzia.

Lorenzo tenterà diverse strade e attuerà vari escamotage, con la credenza di potercela fare da solo e risolvere razionalmente ciò che definiva il suo “disordine emotivo”.

 Sarà lungo il percorso di accettazione e presa di coscienza della problematica psicologica che lo attanaglia, difficile la decisione di rivolgersi ad un professionista della salute mentale – inizialmente, uno psichiatra, soltanto dopo una psicoterapeuta – una scelta sofferta, elaborata dopo una serie di accertamenti medici e tante elucubrazioni mentali.

Ecco un breve stralcio della prima seduta psicologica:

Sì, ma non pensavo che la psicoterapia potesse davvero aiutarmi, così ho rimandato. Pensavo di poter risolvere il problema da solo.

E come ci hai provato? 

In tantissimi modi: ho ridotto le uscite, evitando determinati luoghi, ho cambiato un bel pezzo della mia alimentazione, diminuito l’alcol e l’uso di cannabis, e pensavo di non tornare più in classe.

Il percorso si rivelerà faticoso ma inaspettatamente utile per Lorenzo. Dovrà rielaborare un profondo vissuto di vergogna – non mi perdonavo per quello che mi stava accadendo – e affrontare un importante disorientamento identitario in base al quale si chiederà più volte dove sia finito il solito Lorenzo.

In conclusione, Incantato. Dentro gli attacchi di panico è un racconto scorrevole e di piacevole lettura, che offre una fotografia realistica sulla quotidianità stravolta dall’arrivo di un disturbo d’ansia, con le conseguenze psicologiche, socio-relazionali e lavorative che ne derivano.

 

Il ruolo dei disturbi alimentari nella relazione di coppia

Le coppie nelle quali è presente un disturbo alimentare hanno riportato uno stress relazionale significativo, oltre a una ridotta frequenza di interazioni definite positive, come una comunicazione efficace e assertiva o il passare del tempo insieme.

 

 La presenza di disturbi alimentari sta aumentando sempre più anche in individui di età adulta (Dick et al., 2013). Ciò aumenta il numero di coppie, sposate o non, in cui almeno uno dei due partner è affetto da un disturbo alimentare, prevalentemente persone di genere femminile. La presenza di un disturbo alimentare nella diade relazionale può causare una serie di problematiche che possono compromettere la qualità della relazione (Dick et al., 2013). Il legame tra rapporti sentimentali e disturbi alimentari è tuttora oggetto di indagine, in quanto molti clinici ritengono che la relazione tra donne con un disturbo alimentare e i loro partner possa avere un ruolo chiave riguardo all’esordio e al mantenimento dei sintomi (Arcelus et al., 2012).

I disturbi alimentari e le relazioni interpersonali

Gli individui con un disturbo alimentare riescono ad inserirsi a livello sociale similmente a coloro che non presentano tale diagnosi, ma faticano maggiormente a mantenere un legame con le altre persone (Kirby et al., 2015). Ciò è dovuto al fatto che il disturbo alimentare non provoca stress solamente in chi ne è affetto, ma anche nelle persone che lo circondano. Le coppie dove è presente un disturbo alimentare hanno riportato uno stress relazionale significativo, oltre a una ridotta frequenza di interazioni definite positive, come una comunicazione efficace e assertiva o il passare del tempo insieme.

È stato osservato che le coppie in cui almeno un membro è affetto da un disturbo alimentare tendono ad avere un numero maggiore di argomenti di discussione rispetto alle altre coppie (Dick et al., 2013). Tuttavia, le discussioni tra i partner sembrano essere emotivamente più intense, soprattutto su argomenti come la vita sessuale, il temperamento dell’altro o il livello di affetto dimostrato. Anche la comunicazione relazionale sembra essere più complicata, a causa del frequente senso di segretezza che ruota attorno ai disturbi alimentari, poiché l’individuo che ne soffre ha timore che parlando della propria problematica alimentare possano essere rivelati altri eventi particolari e/o traumatici (per esempio abusi in infanzia), o perché teme di esperire emozioni negative come la rabbia o la paura di essere umiliato.

Difficoltà nella coppia in base al tipo di disturbo alimentare

Le difficoltà relazionali causate dalla presenza di disturbi alimentari si configurano in modo differente in base alla loro tipologia di disturbo.

 Individui che soffrono di Anoressia Nervosa tendono ad essere emotivamente evitanti e faticano ad esprimere i propri sentimenti: ciò rischia di compromettere sia la loro capacità di esprimere i propri bisogni, sia la capacità di tollerare lo stress relazionale (Kirby et al., 2015). Le persone con Bulimia Nervosa mancano generalmente di skills di comunicazione costruttiva e tendono a essere spesso impulsivi, entrambi fattori che possono compromettere la stabilità relazionale. Partner che soffrono di Binge-Eating Disorder esperiscono emozioni in maniera intensa e riportano difficoltà con gli ambienti restrittivi tipici della relazione sentimentale, ciò può contribuire a percepire l’esperienza interpersonale come fortemente stressante. Caratteristica comune di tutti i disturbi alimentari è il forte senso di vergogna verso la propria immagine corporea, con conseguente aumento di ansia in situazioni intime in cui normalmente si mostrerebbe il proprio corpo.

Inoltre, i cambiamenti ormonali causati dai disturbi alimentari comportano una riduzione della libido, con conseguente diminuzione di interesse verso il rapporto sessuale e la possibilità di generare dubbi nel partner riguardo l’intenzione da parte dell’altro di essere ingaggiato nella relazione (Kirby et al., 2015).

Disturbi alimentari e vissuto dei partner

Spesso, anche i partner riferiscono difficoltà nel gestire una relazione con una persona che soffre di disturbi alimentari, in quanto la vita di coppia in questo caso viene vissuta come estremamente complicata (Kirby et al., 2015). Molti partner riportano sensazioni di impotenza nei confronti del proprio compagno e alcuni possono diventare timorosi rispetto alla possibilità di comunicare o fare qualcosa che possa essere percepito come dannoso o controproducente per l’altro. La voglia di aiutare il proprio partner con un disturbo alimentare, ma senza sapere come fare, viene frequentemente vissuta come un aspetto che rischia di causare un forte stress che può inficiare ancora una volta il benessere della coppia.

Proprio per il fatto che i disturbi alimentari e le relazioni sentimentali spesso si influenzano mutualmente, può essere utile cercare un supporto psicologico anche per il partner.

 

PTSD nei bambini terremotati. Il protocollo CBT – Angoli Clinici

State of Mind presenta la nuova stagione di Angoli Clinici in formato podcast: un ciclo di appuntamenti alla scoperta di alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia.

 

 È online la nuova stagione di Angoli Clinici in formato podcast.

In ogni episodio la Dott.ssa Rossana Piron intervista un esperto del team di Studi Cognitivi, per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo.

Un argomento diverso ogni settimana. Nel secondo episodio si parla del protocollo CBT per i bambini terremotati con la Dott.ssa Forresi.

 

Dove ascoltare il secondo episodio:

 

“Parla come mangi” non di come mangi. Effetti di diet talk e body talk

Diet Talk e Body Talk sembrano essere possibili fattori di rischio per lo sviluppo di Disturbi dell’Alimentazione.

 

“Ma tu mangi i carboidrati anche a cena?”

“Ma sei dimagrita? Come stai bene!”

“Questo non lo mangio, troppo calorico!”

“Starebbe meglio con qualche kg in più, è troppo magra!”

 Quante volte avete sentito queste frasi? Quante volte siete stati voi stessi a pronunciarle?

Questi, sono solo alcuni esempi di due fenomeni sempre più diffusi, il Diet Talk e il Body Talk. Con questi termini si intende la tendenza a fare riferimento, in modo frequente all’interno delle conversazioni, alla dieta, al controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo, propri e altrui, con un’accezione negativa, vale a dire dipingendoli come qualcosa da dover controllare e giudicare nell’ottica di raggiungere un determinato aspetto fisico e/o uno specifico stile alimentare.

Diet Talk e Body Talk nella società occidentale

Non stupisce il fatto che questi fenomeni si siano fatti negli anni sempre più frequenti, in quanto si inscrivono all’interno di una “cultura della dieta”, dalla quale la società occidentale è ormai ampiamente permeata: avere un fisico magro e/o muscoloso, riuscire a mantenere una dieta e delle regole alimentari ferree e praticare una rigida attività fisica viene generalmente visto come una dimostrazione di forza e determinazione e, di conseguenza, di valore personale (Rossi, 2021). L’importanza della magrezza e il giudizio negativo sull’eccesso di peso promuovono il controllo sull’alimentazione, reso ancora più popolare dalle innumerevoli alternative di diete per perdere peso proposte negli ultimi decenni (Faw et al., 2021).

Tuttavia, la dieta non è sempre una pratica benigna: il ruolo dannoso dell’iniziare una dieta per quanto riguarda i disturbi alimentari è stato riconosciuto in molti studi su campioni adolescenziali. La presenza di una dieta nella storia personale, sommata a un’insoddisfazione per il corpo, aumenta la proporzione di giovani a rischio di sviluppo di un disturbo dell’alimentazione (Hill, 2009). Il ruolo dei fattori socio-culturali nella patogenesi di queste problematiche è sempre più oggetto di interesse nella ricerca scientifica. Questi fenomeni sono stati in parte attribuiti all’idealizzazione della magrezza nella cultura occidentale, dove il cambiamento culturale degli ultimi decenni ha portato ad un aumento della tendenza ad ambire a controllare peso, forma del corpo e alimentazione (Nasser, 1988).

In questo senso, appare evidente come le pratiche verbali descritte siano potenzialmente dannose, in quanto propongono e rafforzano un’idea errata e potenzialmente pericolosa dell’alimentazione, rischiando di innescare un atteggiamento che guarda all’alimentazione e al proprio aspetto fisico con un’accezione negativa. Questo atteggiamento rischia di essere un fattore precipitante per lo sviluppo di un disturbo dell’alimentazione. In queste patologie, infatti, l’attenzione verso il peso e le forme del corpo, alla quantità e alla qualità degli alimenti introdotti viene portata patologicamente all’estremo e diventa tanto importante nella quotidianità dell’individuo, da rappresentare un vero e proprio (se non l’unico) metro di valutazione di sé come persona (Rossi, 2021).

Fattori di rischio per i disturbi dell’alimentazione

Nello specifico, i disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione e/o da comportamenti connessi all’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale (Dalle Grave, 2018).

Le cause specifiche dei disturbi dell’alimentazione non sono ancora note in modo chiaro; i dati ottenuti ad oggi dalla ricerca più recente sembrano suggerire che essi siano innescati dalla combinazione di una predisposizione genetica e fattori di rischio di tipo ambientale. Tuttavia, la ricerca ha individuato numerosi fattori di rischio potenziali.

Tra i fattori di rischio generali, vale a dire condizioni non modificabili, che aumentano in generale, per tutta la popolazione, il rischio di sviluppare i disturbi dell’alimentazione, vi è il vivere in una società occidentale ove si è verificata, a partire dagli anni ‘50, la trasmissione dell’ideale di magrezza. Uno studio ha dimostrato come l’Indice di Massa Corporea (IMC) delle modelle sia passato da un valore medio leggermente sotto il 20 negli anni ‘50 a un valore medio di 18 nel 2001 (la fascia di normopeso è compresa tra un IMC di 19 e un IMC di 24,9). Anche se non si può dimostrare un nesso causale tra evoluzione dell’ideale sociale di magrezza e sviluppo dei disturbi dell’alimentazione, la diminuzione del peso delle modelle è andato di pari passo con l’aumento dell’incidenza dell’anoressia nervosa. Non è inoltre infrequente che la perdita di peso e l’autocontrollo richiesto per seguire una dieta in modo ferreo, possano essere rinforzati da vari fattori sociali. Il messaggio martellante dei media è che la magrezza estrema sia un segno di bellezza, successo, autocontrollo e riconoscimento (Dalle Grave, 2018).

Tra i fattori di rischio individuali, vale a dire condizioni che colpiscono in modo specifico gli individui che sviluppano un disturbo dell’alimentazione, rientrano esperienze di derisione per il peso e la forma del corpo, preoccupazioni per il peso e la forma del corpo e l’aver fatto una dieta. Su quest’ultimo, è stato dimostrato che la dieta negli adolescenti normopeso costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione. In un campione di studentesse di Londra di 15 anni quelle che facevano una dieta, rispetto ai controlli, avevano un rischio otto volte maggiore di sviluppare un disturbo dell’alimentazione nell’anno seguente. Risultati simili sono stati osservati in uno studio eseguito su adolescenti australiani in cui i soggetti a dieta, rispetto a quelli non a dieta, avevano un rischio 18 volte superiore di sviluppare un disturbo dell’alimentazione nei sei mesi seguenti. In questa ricerca è stato evidenziato che il rischio era elevato anche nei soggetti che seguivano una dieta lievemente ipocalorica (Dalle Grave, 2018).

Diet talk e body talk nei disturbi dell’alimentazione

Una meta-analisi condotta nel 2013 ha mostrato come i commenti e l’atteggiamento dei pari e della famiglia possano influenzare il comportamento alimentare, l’insoddisfazione per il corpo e sintomi bulimici sia in adolescenti maschi che femmine. Questo sottolinea il potente ruolo delle interazioni sociali nel condizionare le pratiche alimentari e le preoccupazioni per il peso e per la forma del corpo. In questo senso, il gruppo dei pari e i familiari possono modellare lo stile alimentare e l’atteggiamento verso la propria immagine corporea, in maniera negativa ma, anche, al contrario, incoraggiando un atteggiamento maggiormente benevolo (Marcos, 2013).

 Uno studio eseguito nello stesso anno, effettuato su un campione di 203 adolescenti, ha investigato come il Body talk, cioè i commenti sul corpo, sia in negativo che in positivo, e la co-ruminazione sul tema siano collegati all’immagine corporea percepita, a possibili distorsioni su di essa, a problematiche con l’alimentazione, al benessere psicologico generale ed infine alla qualità delle relazioni interpersonali. Lo studio ha dimostrato che il riferirsi al corpo con un’accezione negativa era correlato negativamente alla soddisfazione per il corpo stesso, ad alti livelli di autostima, ed era al contrario correlato positivamente all’importanza data all’apparenza fisica, a pensieri negativi sul corpo, a problematiche alimentari e a depressione. L’auto-accettazione e il “Positive Body talk” erano invece correlati negativamente a distorsioni cognitive rispetto al proprio corpo, e correlati positivamente a soddisfazione per il proprio corpo, ad un’autostima più elevata e ad una migliore qualità delle relazioni interpersonali. Infine, la co-ruminazione sul corpo era correlata alla presenza di distorsioni cognitive sul corpo stesso, a condotte alimentari problematiche e ad una migliore qualità delle amicizie (Rudiger & Winstead,2013). Quest’ultimo dato appare di particolare interesse in quanto potrebbe suggerire che la tendenza a riferirsi a peso, forma del corpo e alimentazione possa fungere da collante per le relazioni sociali tra adolescenti, costituendo così un’arma a doppio taglio, che da una parte favorisce la nascita di legami sociali, ma dall’altra questi ultimi affonderanno le proprie radici in tematiche potenzialmente dannose per il benessere fisico e psicologico degli individui stessi.

I risultati di questi studi, che sono solo alcuni di quelli effettuati negli ultimi anni sul tema, indicano la negatività del Diet talk e del Body talk, sia a livello del benessere individuale che delle relazioni interpersonali.

Questo sottolinea l’importanza di trattare con sensibilità questi aspetti, in primis in famiglia, che costituisce l’ambiente di apprendimento primario, ed inoltre di prestare attenzione a questi temi in ottica più allargata, disincentivando commenti o atteggiamenti che stressino l’attenzione su cibo e forma del corpo, così come la tendenza a fare commenti, anche benevoli, in questo ambito, nell’ottica di ridurre potenziali stimoli che inneschino il desiderio di raggiungere un peso non fisiologico e, soprattutto, di diminuire la centralità che quest’ultimo ha nell’autodefinizione di sé. Occorre inoltre prestare particolare attenzione alle modalità non adeguate con cui soprattutto le adolescenti possono cercare di controllare peso e forma del corpo.

La prevenzione risulta particolarmente importante in questo momento storico in cui l’ANSA segnala, complice la pandemia, una grossa crescita dei disturbi alimentari tra i più giovani, con circa 3 milioni di italiani che soffrono di anoressia e bulimia, di cui il 95% donne e soprattutto ragazze tra i 15 e i 19 anni.

Paura. Lezioni di sopravvivenza dalla natura selvaggia – Recensione

L’etologo Daniel Blumstein ci accompagna in un affascinante viaggio attraverso il mondo della paura, per comprendere meglio come e quanto la nostra paura e i nostri comportamenti di difesa condizionino non solo la nostra vita, ma anche quella dei nostri discendenti e delle generazioni successive.

 

Perché abbiamo più paura dell’attacco di uno squalo che di un incidente d’auto, quando ogni anno muoiono molte più persone a causa degli incidenti stradali di quante non siano attaccate da tutti i carnivori del pianeta?

Perché siamo attratti da sport estremi o abbiamo dovuto attendere che una legge ci imponesse l’obbligo prima di allacciare le cinture di sicurezza sulle nostre auto?

Perché siamo più colpiti da una singola storia drammatica rispetto a continue notizie di tragedie collettive ai vari angoli del mondo?

Per capire perché e come noi esseri umani reagiamo alle situazioni spaventose, dobbiamo comprendere la nostra storia evolutiva. Siamo i discendenti di progenitori che hanno saputo vincere le sfide della sopravvivenza e hanno permesso ai loro geni, e dunque ai nostri geni, di arrivare fino ad oggi.

Ogni specie ha la sua singolare storia evolutiva, ma condividiamo con gli animali numerosi meccanismi neurofisiologici, tanto che diversi fattori di stress e di predazione inducono nelle diverse specie, umani compresi, risposte molto simili.

L’etologo Daniel Blumstein ci accompagna in un affascinante viaggio attraverso il mondo della paura, esplorando le risposte fisiologiche e i comportamenti evolutisi centinaia di milioni di anni fa, per comprendere meglio come e quanto la nostra paura e i nostri comportamenti di difesa condizionino non solo la nostra vita, ma anche quella dei nostri discendenti e delle generazioni successive.

L’autore propone interessanti riflessioni e ipotesi, supportate da un lungo lavoro di studioso sul campo e da una solida letteratura, su come si possa utilizzare la conoscenza del comportamento antipredatorio animale per imparare a convivere meglio con la nostra paura e per migliorare le nostre decisioni in condizioni di minaccia reale o percepita.

Vi siete mai chiesti se la paura ha un volto? O un odore, un suono?

Blumstein prende in esame studi ed esperimenti scientifici che, uniti alla sua lunga e prolifica carriera di etologo sul campo, ci insegnano come gli animali, nella loro storia evolutiva, abbiano imparato a riconoscere specifici segnali visivi, olfattivi e uditivi, che indicano la presenza effettiva o potenziale di un predatore e a modificare di conseguenza il loro comportamento.

La paura può essere scatenata da stimoli, anche apparentemente innocui o minimi, che in passato sono stati per la specie segnali attendibili di minaccia.

Perché, per esempio, basta la vista di un piccolo ragno a far saltare sulla sedia una buona quota di persone? Pare che la capacità di riconoscere la figura di un ragno come qualcosa di specifico e rilevante sia presente già nei neonati, che rispondono con attenzione e attivazione alla vista di un semplice disegno stilizzato che ricordi la forma di un ragno, cosa che non fanno di fronte a forme analoghe di altri oggetti, piante o animali.

Allo stesso modo certi suoni, come i rumori forti, le grida o in generale i suoni non lineari, inducono una reazione di paura tanto da influenzare perfino il successo riproduttivo degli individui. Vivere in un ambiente in cui sono presenti molti versi di predatori, infatti, induce nelle prede uno stress cronico e influisce negativamente sulla crescita, sull’accudimento dei piccoli e dunque sulla sopravvivenza della popolazione presente in quell’area.

Cosa ancora più interessante, questo non accade solo alla presenza di una minaccia reale, ma è un effetto della paura indotta dai segnali acustici, visivi o olfattivi. Numerosi studi, come riporta l’autore, hanno infatti dimostrato come sia sufficiente la paura di un predatore a innescare una serie di comportamenti antipredatori con effetti a cascata sulle generazioni successive e sull’intero ecosistema.

Quest’osservazione ha implicazioni molto importanti per noi umani. Anche noi siamo molto influenzabili e manipolabili dall’esposizione a immagini e suoni spaventosi. Pensiamo a cosa succede quando andiamo al cinema a vedere un film dell’orrore: la musica è appositamente studiata per indurre nel pubblico una reazione di paura. Ma se la paura è parte del piacere e addirittura ricercata nell’andare al cinema, le conseguenze dell’uso strumentale di una certa retorica, che sfrutta l’effetto spaventoso di suoni e immagini per influenzare l’uditorio, sono potenzialmente più pericolose.

L’ansia e la paura sono innate, e di solito adattative, ma certamente hanno un costo. Un animale troppo vigile, attento a ogni possibile minaccia, o che scappa al primo segnale di pericolo, perde un’importante occasione di alimentazione, di riproduzione o legata ad altre attività sociali fondamentali per il benessere dell’individuo e della specie. E’ necessaria una sottile e continua valutazione di costi e benefici, l’abilità di trovare il migliore equilibrio possibile tra il rischio di morire di fame e il rischio di essere mangiati.

La selezione naturale opera secondo una logica economica e gli animali che sono in grado di rispondere adeguatamente alle minacce utilizzando il minimo delle risorse necessarie, lasceranno una discendenza più numerosa di quelli che hanno una reazione eccessiva. Il comportamento ottimale è quello che produce la massima “fitness”, ossia il massimo successo riproduttivo in quello specifico ambiente, sia che si tratti di fuggire immediatamente, sia che si tratti di aspettare e valutare meglio la reale portata del pericolo.

Ma esiste una strategia di sopravvivenza migliore delle altre?

Gli animali che rischiano di più, ovvero che usano le loro energie per una crescita rapida e prematura, riproducendosi presto, hanno una maggiore probabilità di morire in giovane età.

Quelli che, invece, adottano strategie che rallentano la loro crescita, ritardano la riproduzione e dedicano una quota maggiore di energia alla crescita di ogni piccolo, aumentano la loro sicurezza e la percentuale di sopravvivenza.

Questo significa che una delle due strategie è intrinsecamente migliore delle altre?

Dipende. Come prima cosa dipende dal contesto. E, infatti, in natura le troviamo entrambe: in ambienti pericolosi e poveri di risorse la prima è certamente una strategia vincente, mentre in ambienti più sicuri e relativamente liberi dai predatori, troviamo più frequentemente il secondo tipo di strategia.

Lo stesso si riscontra nella nostra specie: si pensi alle differenze fra paesi in via di sviluppo, in cui i pericoli sono certamente maggiori, maggiore è la mortalità infantile e minore è l’aspettativa di vita, e paesi industrializzati, in cui è garantita una maggiore sicurezza all’individuo e alla popolazione con effetti sulle energie dedicate a ogni figlio, sull’età di riproduzione e sull’aspettativa di vita.

Come gli animali, anche noi cerchiamo di gestire costi e benefici, basandoci sulle nostre percezioni rispetto ai rischi e alle ricompense. In questo tipo di valutazione possiamo contare sull’esperienza dei nostri antenati, che hanno saputo prendere le giuste decisioni e hanno permesso alla nostra specie di prosperare sul pianeta, ma la nostra capacità di giudizio è fallibile e spesso commettiamo errori. Siamo fin troppo sensibili alla manipolazione di chi alimenta le nostre paure irrazionali, come quella verso chi è diverso da noi, o chi, per ottenere consensi politici, pone eccessiva enfasi su fatti veri ma meno rilevanti, sostenendo per esempio la nostra erronea percezione che gli autori di reati siano prevalentemente stranieri.

Siamo una specie straordinariamente irragionevole e le nostre valutazioni del rischio non sono per nulla obiettive, ma sono influenzate da vari fattori, come l’età, il fatto di essere soli o in gruppo, la probabilità che un evento occorra, l’entità dei danni e in generale il tipo di conseguenza, compresi i benefici attesi. La percezione del rischio, inoltre, è soggetta a veri e propri bias: siamo molto più colpiti dal perdere 100€ che dal guadagnare la stessa cifra (bias di avversione alla perdita); è più probabile che a farci paura sia qualcosa di ignoto, piuttosto che qualcosa per noi molto familiare; siamo più propensi ad accettare (e a sottovalutare) i rischi se li scegliamo volontariamente rispetto a quelli che ci sono imposti e siamo portati a sopravvalutare le nostre capacità di tirarci fuori da un problema.

La valutazione del rischio, inoltre, è influenzata dall’esperienza.

Il disturbo da stress post-traumatico è l’esempio più clamoroso di come sia sufficiente una sola brutta esperienza per influenzare profondamente il nostro senso di sicurezza e di benessere.

Anche l’apprendimento sociale è un potente amplificatore che permette la diffusione rapida e ampia di conoscenze che possono aumentare la probabilità di sopravvivenza.

Come ben argomenta Blumstein, gli animali, umani compresi, funzionano secondo una logica bayesiana (dal teorema del matematico Bayes), ovvero possiedono una qualche conoscenza a priori della probabilità che un evento accada e modificano poi questa previsione in base alle esperienze, adattando di conseguenza il loro comportamento. Ma animali ed esseri umani possono lasciarsi sopraffare dalla paura se imparano a temere le cose sbagliate e, se è vero che in linea di massima un approccio prudenziale e conservativo è adattativo, è anche vero che vedere un predatore in ogni cosa ha dei costi esorbitanti, che superano notevolmente i benefici. Pensiamo ad esempio alle malattie autoimmuni, in cui il sistema immunitario identifica come pericolosi stimoli innocui, attaccando il nostro stesso organismo, o le reazioni eccessive a una minaccia che portano all’intensificarsi progressivo di violenze sempre più fuori controllo e distruttive. Siamo molto sensibili a messaggi che fanno leva sulla nostra paura, che siano messaggi plausibili oppure no: la nostra percezione della verità può essere modificata dalla ripetizione continua di falsi messaggi, anche quando le persone sono consapevoli che si tratta di messaggi non veritieri. E’ il fenomeno della “verità illusoria” e ne siamo stati testimoni per esempio nel 2003 quando il governo statunitense accusò ripetutamente l’Iraq di Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa: non era vero, ma condusse comunque a una guerra devastante.

Forse mai come ora, almeno per chi di noi ha meno di 80 anni, sentiamo così forte e presente la paura. Da un paio d’anni è uno spettro con cui abbiamo dovuto convivere ogni giorno, che ha minato la sicurezza che la tecnologia aveva progressivamente garantito alla nostra specie.

Nelle ultime settimane, poi, le terribili notizie della guerra in Ucraina hanno ulteriormente destabilizzato il nostro fragile equilibrio e ci hanno portati a doverci necessariamente confrontare con la paura e la precarietà della nostra stessa sopravvivenza.

E’ un libro di forte impegno “politico”, quello di Blumstein, non nella sua accezione propagandistica, ma in quella più letterale e profonda, legata al promuovere valori e impegno sociale attraverso la diffusione di conoscenze e l’attivazione di una riflessione critica.

La paura è un forte motivatore in situazioni più lineari, ma occorre molta attenzione nelle situazioni più complesse, in cui siamo chiamati ad andare oltre il nostro desiderio di relazioni causali semplici e dunque soluzioni semplici.

Stiamo vivendo un’epoca piena di sfide complesse a cui la nostra storia evolutiva non ci ha preparati a rispondere. Il repentino e progressivo cambiamento climatico è un esempio di come il nostro comportamento abbia modificato l’ambiente in cui viviamo in un modo estremamente rapido, se valutato in termini evolutivi, e radicale. Non abbiamo gli strumenti per valutare appieno questo impatto sulle nostre vite e su quelle delle generazioni successive, perché la nostra specie non ha avuto abbastanza tempo per generare risposte adeguate a una molteplicità di nuove minacce che essa stessa ha creato. Tuttavia, rileva l’autore, se i nostri comportamenti sono stati la causa di questi nuovi problemi, possiamo cambiare i nostri i comportamenti nella direzione di nuove soluzioni.

A partire dallo studio del comportamento di altre specie, con cui condividiamo larga parte del nostro sistema neurofisiologico, Blumstein avanza le sue interessanti ipotesi su come si possa sfruttare la conoscenza delle risposte animali ad eventi spaventosi per imparare a convivere meglio con la nostra paura e a migliorare i nostri processi decisionali in condizioni di minaccia reale o percepita.

La paura è un elemento inevitabile e non eliminabile della nostra vita. Non solo è impossibile annullare i rischi o la paura che ne consegue, ma da qualche parte dentro di noi conserviamo il desiderio di sfidare noi stessi e andare alla ricerca di nuovi rischi che risveglino un po’ di adrenalina anche quando potremmo vivere una vita più sicura.

Dobbiamo dunque imparare ad accettare e a gestire le nostre paure, valutando i dati e le fonti d’informazione, invece di reagire secondo un riflesso condizionato. La paura, quando mediata dalla riflessione critica, può aiutarci a progettare sistemi resilienti e a trovare soluzioni intelligenti e innovative in situazioni complesse.

Può essere una compagna di viaggio fastidiosa e talvolta intollerabile, ma la paura è anche “una bussola che, se ben tarata, ci allontana dal pericolo e ci dirige verso l’opportunità” [p. 251].

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