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L’eredità emotiva (2022) di Galit Atlas – Recensione del libro

Nato a partire dal dialogo intimo e profondo tra la psicoanalista Galit Atlas e i suoi pazienti, L’eredità emotiva: una terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma” intreccia storie di traumi inimmaginabili e verità nascoste alla personale vicenda di perdita e trauma dell’autrice, il tutto sostenuto da una robusta prospettiva psicoanalitica e arricchito dalla ricerca psicologica più aggiornata.

 

All’origine della nostra incompiutezza ci sono storie mai raccontate, suoni spesso messi a tacere (Atlas, 2022, p.22).

Il presupposto essenziale è lo svelamento dell’eredità emotiva presente in ognuno di noi, con la volontà di spezzare il silenzio, esplorare le diverse sfaccettature del trauma ereditato, il suo impatto, e le modalità di andare oltre. Infatti, secondo Atlas, tutte le famiglie sono segnate da qualche storia traumatica – segreti taciuti, eventi di vita non completamente svelati ma conosciuti, in modo criptico, da altri, esperienze ridotte al silenzio – che i nostri antenati trasmettono come eredità emotiva, lasciando una traccia nella mente delle generazioni successive.

Il tentativo di mettere fine al ciclo intergenerazionale della sofferenza è ben espresso nella citazione, tratta dal libro del profeta Geremia, con cui Atlas apre il libro, nel desiderio che in futuro “non si dica più: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’” (Ger 31,29), un’implorazione affinché i figli non debbano più sopportare le conseguenze delle vite dei loro genitori e l’auspicio che la nostra eredità emotiva possa essere elaborata e modificata (Atlas, 2022).

Ecco alcuni degli interrogativi a cui si tenta di dare risposta, nel percorso di liberazione di parti di noi tenute in ostaggio da traumi del passato:

Come ereditiamo, tratteniamo ed elaboriamo vicende che non ricordiamo o che non abbiamo vissuto in prima persona? Che peso ha ciò che è presente ma non completamente conosciuto? Possiamo davvero tenere segrete alcune vicende familiari, e che cosa trasmettiamo alla generazione successiva? (G. Atlas, 2022, p. 19).

L’autrice sottolinea come, a partire dagli anni Settanta, le neuroscienze abbiano confermato quanto scoperto dalla psicoanalisi, ovvero che il trauma dei sopravvissuti e persino i segreti più oscuri, mai svelati a nessuno, influenzano davvero le vite delle generazioni successive.

Infatti, un vasto corpus di ricerche evidenzia la maggiore probabilità di presentare sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) successivamente a eventi traumatici o dopo essere stati testimoni di un evento violento, in una fascia di popolazione con una eredità emotiva fortemente traumatica: i figli dei sopravvissuti all’Olocausto, i figli di persone ridotte in schiavitù e i figli dei veterani di guerra o di genitori che hanno sperimentato altri traumi rilevanti.

Inoltre, se per anni l’eredità genetica è stata concepita come un destino irrevocabile, attualmente il campo dell’epigenetica propone una cornice innovativa per comprendere come natura e cultura si compenetrino e come gli esseri umani reagiscano all’ambiente a livello molecolare, sottolineando come i geni abbiano una “memoria” che può essere trasmessa da una generazione all’altra (Atlas, 2022). La duplice implicazione di queste nuove ricerche riguarda la trasmissibilità intergenerazionale del trauma e la possibilità di cambiare e modificare gli effetti del trauma con il lavoro psicoterapeutico. A tal proposito, Stephen Stahl (2012), professore di psichiatria alla University of California (San Diego) sostiene che la psicoterapia possa essere concettualizzata come un “farmaco epigenetico”, perché modifica i circuiti cerebrali in maniera simile o complementare alle sostanze farmaceutiche.

“L’eredità emotiva: una terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma” si suddivide in tre sezioni, che ripercorrono gli effetti dei traumi ereditati dalle generazioni passate, partendo dai nonni per poi focalizzarsi sui genitori e, infine, sull’ultima generazione, quella dei figli.

La prima parte è incentrata sulla terza generazione di sopravvissuti, soffermandosi sul trauma di un nonno, sopravvissuto all’Olocausto, così come si presenta nella mente della nipote, sui fantasmi dell’abuso sessuale e gli effetti del suicido, come mito familiare irrisolto, nelle generazioni successive, sui residui di omofobia nella mente inconscia, sui segreti di un amore proibito, sull’infedeltà e la sua relazione con il trauma intergenerazionale. Di particolare rilievo il capitolo quarto, che introduce l’interessante metafora della radioattività del trauma, elaborata dalla professoressa Yolanda Gampel (2018) della Tel Aviv University per indicare i sintomi fisici ed emotivi, reminiscenze del trauma, che si diffondono nella vita delle generazioni successive, esito di una sorta di radiazione fisica ed emotiva di una catastrofe passata.

La seconda parte è incentrata sui segreti inconfessati della seconda generazione, quella dei genitori, quindi, esplora le verità indicibili risalenti all’infanzia e ai tempi antecedenti alla propria nascita. I segreti dell’infanzia vengono descritti come eventi informi e indefiniti alla base della nostra storia personale. Essi rappresentano gli scheletri della nostra esistenza, perché, pur rimanendo nascosti dentro di noi, sono proprio loro a plasmarci.

Atlas (2022) sottolinea come ciò che ereditiamo dai nostri antenati sono esperienze fantasmatiche, non completamente “vive” ma nemmeno del tutto “morte”; l’eredità emotiva prende la forma di fantasmi che vivono dentro di noi, nell’inconscio personale, spettri del non-detto e dell’indicibile, che ci perseguitano, impedendoci di vivere al massimo delle nostre possibilità.

Più in particolare, nella seconda sezione Atlas ripercorre le storie di perdita di un fratello e di una sorella, siano esse note o sconosciute, soffermandosi sull’impatto per i fratelli sopravvissuti, come l’esperienza di “congelamento emotivo” ossia di distacco emozionale dagli altri e da se stessi per sopravvivere alla perdita; propone una descrizione del lutto quale esperienza solitaria e privata, sviscera le sfaccettature della sofferenza per la perdita delle persone a noi care, della vita che avevamo con loro, del nostro vecchio Sé, rimarcando l’importanza di una mente Altra che ci aiuti a conoscere profondamente la nostra, per sentire e digerire la perdita e ciò che ne consegue a livello emotivo (la vergogna, la rabbia, l’identificazione con i morti, la colpa, persino l’invidia).

Si introduce il concetto di “bambini indesiderati”, frutto di gravidanze non desiderate, “persone che non sono state propriamente inviate in questo mondo” (Atlas, 2022), “ospiti indesiderati della famiglia” (Ferenczi, 1929), riportando la loro lotta incessante per rimanere in vita e non precipitare nel collasso emotivo (quello che Winnicott [1960] ha definito “falling forever”).

Infine, viene proposta un’analisi del trauma del soldato, soffermandosi sul desiderio inconscio di un paziente di guarire il trauma intergenerazionale dell’immigrazione arruolandosi nell’esercito, e si esplora il tema della paternità nell’interconnessione tra vulnerabilità e mascolinità, così come emergono nella relazione terapeutica.

Appare chiaro che venire a conoscenza di segreti sepolti e verità inconfessabili, per quanto delicato e doloroso sia, permette ai pazienti di smettere di vivere e incarnare quelle vicende nel proprio corpo, attraverso sintomi quali insonnia, mal di testa, pensieri ossessivi, incubi e fobie: “quando la nostra mente ricorda, il nostro corpo è libero di dimenticare” (Atlas, 2022, p. 126)

La terza parte del libro esplora i segreti tenuti nascosti a se stessi, le realtà troppo minacciose per essere conosciute o difficili da elaborare completamente, e la conseguente ricerca della verità, nei termini di un continuo processo di analisi delle nostre vite, di esplorazione del vero amore e della vera amicizia, di un lento processo di guarigione.

Guarire è un percorso denso di ambivalenza, colpa e vergogna. È un processo doloroso che riporta in vita i fantasmi del passato e sfida le nostre identificazioni interne nel percorso verso la liberazione (Atlas, 2022, p.227).

Nel corso degli ultimi capitoli, vengono tratteggiate storie di maternità, di lealtà e bugie, di abuso fisico, di amicizia e di perdita dolorosa, in una ricerca permanente di sé e della propria eredità emotiva, con la prospettiva ultima di rompere il ciclo del trauma intergenerazionale e crescere le generazioni successive con onestà, integrità e autenticità.

In definitiva, giungiamo alla conclusione che è la vita non analizzata degli altri che noi finiamo per vivere (Atlas, 2022, p. 262).

In una cornice psicoanalitica, viene esplorato l’uso che i pazienti fanno dei diversi meccanismi di difesa, come l’idealizzazione, l’identificazione con l’aggressore, la scissione, la proiezione: tendiamo a idealizzare quelli verso cui non vogliamo provare ambivalenza, spesso ci identifichiamo con il genitore abusante, scindiamo il mondo in buoni e cattivi per strutturarlo in modo sicuro e prevedibile, proiettiamo nell’altro sentimenti insostenibili per il sé e deneghiamo pensieri che, se resi consapevoli, ci provocherebbero un’ansia eccessiva (Atlas, 2022).

La rimozione e l’isolamento dell’affetto rappresentano i meccanismi di difesa emotiva centrale, in quanto proteggono l’individuo scindendo un ricordo dal suo significato emotivo, in modo tale che il trauma venga conservato nella mente come un evento “non particolarmente rilevante e importante”; di conseguenza, siamo protetti e anestetizzati dal provare qualcosa di troppo devastante ma al tempo stesso il ricordo traumatico resta isolato e inelaborato. Nei casi più drammatici, entra in campo il meccanismo della dissociazione, come reazione specifica al trauma, che rappresenta un violento attacco alla possibilità di comprendere il senso dell’esperienza, un attacco quindi all’essenza stessa della mente.

Nel corso delle tre sezioni, la psicoanalista Atlas ci accompagna in un viaggio impegnativo attraverso cui rivisitare i traumi familiari, svelare i segreti dell’infanzia, elaborare le perdite e l’impatto profondo che queste hanno avuto nella propria vita.

Sebbene i percorsi di guarigione differiscano fortemente l’uno dall’altro, come si evince dalle vignette cliniche presentate, tutti presentano un iniziale comune denominatore: la decisione, sofferta ma ferma, di cercare, di aprire la porta e camminare verso il dolore del passato, anziché voltargli le spalle.

Scegliamo di affrontare la nostra eredità emotiva e di essere agenti attivi nel trasformare il nostro fato in destino. (Atlas, 2022, p. 262)

Rivivere il dolore dei nostri antenati e disseppellire antichi segreti familiari costituisce, infatti, l’unico modo per sciogliere quel legame invisibile ma immobilizzante con il passato, al fine di poter, finalmente, immaginare un futuro possibile, ritrovare una traiettoria dal caos all’ordine, passare da uno stato di impotenza ad uno di agency, dalla distruttività del trauma alla ri-creazione della propria vita, alla realizzazione dei propri sogni.

 

I disturbi alimentari negli atleti di genere maschile

Gli atleti maschili cisgender riportano una maggiore possibilità di sviluppare dei disturbi alimentari rispetto alla popolazione maschile generale (Eichstadt et al., 2020). 

 

 Nonostante i disturbi alimentari siano sempre stati maggiormente presenti nella popolazione femminile, recenti ricerche riferiscono che circa il 25% della popolazione cisgender maschile soffre di questi disturbi (Eichstadt et al., 2020). I disturbi alimentari, infatti, non colpiscono esclusivamente il genere femminile, e col tempo i criteri per la diagnosi sono stati adattati anche ai pazienti di sesso maschile.

Tra i maschi in età universitaria, i comportamenti riguardanti i disturbi alimentari più frequenti risultano essere le abbuffate (7,9% della popolazione), l’esercizio eccessivo o compulsivo (4,4% della popolazione), il digiuno (4% della popolazione), l’autoinduzione del vomito (2,7% della popolazione) e l’utilizzo di diuretici o lassativi (1,6% della popolazione; Eichstadt et al., 2020). È importante notare che esiste una serie di fattori che può influire sul rischio di sviluppo di disturbi alimentari nella popolazione maschile, come i fattori psicologici, le aspettative riguardo al genere, l’accessibilità a numerosi contenuti riguardanti diete o esercizi, gli stereotipi di mascolinità e di muscolosità e i messaggi dei social media sulla forma del corpo ideale e sulla condanna del peso eccessivi.

La cultura dell’uomo sportivo nella società e lo sviluppo di disturbi alimentari

Gli atleti maschili cisgender riportano una maggiore possibilità di sviluppare dei disturbi alimentari rispetto alla popolazione maschile generale (Eichstadt et al., 2020).

In molti sport, dominati storicamente dal genere maschile come il calcio o il pugilato, l’atleta maschile è sempre stato percepito come stoico, infrangibile e dedito a raggiungere il massimo livello possibile, sacrificando il resto (Eichstadt et al., 2020). Ciò può essere dovuto a una cultura dello sport che implicitamente ha mantenuto saldo lo stereotipo dell’uomo forte e senza emozioni. Questa conformità dello sport verso la tradizionale visione dell’uomo come figura dominante, potente e capace di raggiungere un determinato status sociale, può aver gradualmente causato nella popolazione atletica maschile una forte insoddisfazione verso i propri muscoli e la loro forma, aumentando di conseguenza la probabilità di emettere comportamenti alimentari disfunzionali orientati all’aumento della massa muscolare e alla perdita di massa grassa.

In questo contesto, può essere molto difficile riconoscere la problematicità dei disturbi alimentari, che possono addirittura essere incoraggiati (Eichstadt et al., 2020). Infatti, la ricerca di aiuto potrebbe addirittura essere vista come un qualcosa di negativo, a causa della possibile vergogna verso lo stigma generale nei confronti degli atleti, come lo stereotipo citato precedentemente di uomo forte e stoico, o una visione negativa e prevenuta verso chi ha problematiche di salute mentale in generale.

 Un altro possibile motivo che potrebbe frenare un atleta maschile dal chiedere aiuto riguardo a una problematica alimentare potrebbe essere proprio il fatto che i disturbi alimentari sono visti nella società come complicazioni prevalentemente appartenenti al genere femminile, e ciò potrebbe ulteriormente contrastare un’intenzione di richiesta di aiuto da parte di un individuo che cerca di raggiungere l’ideale di atleta sportivo perfetto.

Le conseguenze dei disturbi alimentari nell’atleta

Il continuo investimento di tempo da parte dello sportivo nel seguire lo stile di vita atletico, oltre all’impegno fisico e psicologico richiesto dalla competizione, può incrementare la vulnerabilità verso i disturbi alimentari (Eichstadt et al., 2020).

Gli atleti, infatti, seguono normalmente diete rigide e regimi di allenamento intensivo al fine di ottimizzare la propria performance, con il rischio di entrare in uno stato di malnutrizione a causa del basso apporto calorico, comportando così un deficit di energia (Eichstadt et al., 2020). Ciò può causare una serie di effetti dannosi, come danni a diversi sistemi organici, minore densità minerale muscolare, riduzione del testosterone, fragilità nei tendini e nei muscoli, con conseguente aumento del rischio di infortuni, diminuendo così le performance atletiche.

Inoltre, è possibile che l’atleta arrivi a sviluppare un ciclo di comportamenti negativi, come un individuo che cerca di ridurre il proprio grasso corporeo e aumentare la massa muscolare utilizzando tecniche disfunzionali e dannose, come l’utilizzo di steroidi anabolizzanti.

Infine, anche il burnout e la sindrome da sovrallenamento possono aumentare la predisposizione allo sviluppo di disturbi alimentari.

I disturbi alimentari negli sport sono quindi una realtà nel mondo degli atleti maschili e, nonostante siano più frequenti di quanto si immagini, tendono a essere sottovalutati e mal diagnosticati (Eichstadt et al., 2020). I coach, gli allenatori e i medici professionisti dello sport dovrebbero essere maggiormente incoraggiati a monitorare gli atleti, controllando la possibile presenza di segni e sintomi che possono ricondurre a disturbi alimentari, e intervenire tempestivamente e con le modalità funzionali alla gestione di tali problematiche.

 

Accessibilità, efficacia e applicabilità dei trattamenti – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 9

Questo numero e i successivi costituiscono una nuova sezione della rubrica, che si concentra sulle domande poste dagli Esperti del Comitato Promotore e Scientifico alla Giuria. Saranno sintetizzate importanti informazioni contenute nella prima parte del documento della Consensus Conference, ovvero la Relazione per la Giuria, e le rispettive raccomandazioni suggerite. 

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 9) Accessibilità, efficacia e applicabilità dei trattamenti

 

 Il Gruppo di Esperti che si è occupato del Tema A ha affrontato questioni riguardanti l’accessibilità, l’efficacia e l’applicabilità delle linee guida e delle terapie per i disturbi mentali comuni (DMC), come ansia e depressione, in Italia.

Quesito A1: lo stato dell’arte

Qual è lo stato attuale delle conoscenze relativamente all’accesso delle persone con disturbi d’ansia e depressivi alle cure, alle evidenze scientifiche di efficacia teorica e nella pratica, e all’appropriatezza dei trattamenti, psicologici e non dei disturbi d’ansia e depressivi?

Gli studi disponibili, necessari per rispondere a tale quesito, risalgono agli inizi degli anni duemila e delineano purtroppo un quadro non roseo rispetto alla situazione europea e statunitense. Sebbene la maggior parte dei Paesi industrializzati garantisca l’accesso alle cure a tutti coloro che soffrono di disturbi mentali, dai dati emerge che molti pazienti con DMC non si rivolgono ai professionisti del settore né ai servizi sanitari in generale (Bebbington et al., 2000; Kessler et al., 1997; Wang et al., 2005). Inoltre, la porzione di pazienti che vi si rivolge spesso non riceve trattamenti adeguati (Bebbington et al., 2000; Kessler et al., 1997; Lepine et al., 1997; Young et al., 2001).

In merito alla situazione italiana, la migliore fonte risulta essere l’indagine europea ESEMeD (European Study of the Epidemiology of Mental Disorders; de Girolamo et al., 2005), l’unico studio sulla prevalenza dei DMC condotto in Italia. Lo studio ESEMeD rivela l’ampia diffusione di questi disturbi e la scarsa richiesta di assistenza medica specializzata pubblica o privata. Nello specifico, è stato stimato che, nell’arco di un anno, circa due milioni e mezzo di italiani soffrono di un disturbo d’ansia e oltre un milione di depressione maggiore; di questi, solo una modesta percentuale si è rivolta a specialisti nel corso dei 12 mesi, il 21% in ambito pubblico e il 17% in ambito privato. Inoltre, di coloro che richiedono aiuto, solo lo 0,39% (depressione) e lo 0,23% (sindromi “nevrotiche” o somatoformi) viene trattata nel corso di un anno (Di Cesare et al., 2019).

Ciò che gli Esperti sottolineano è che, sebbene ci siano pochi studi recenti in Italia, ad oggi non ci sono motivi per credere in un cambiamento significativo: l’accessibilità di persone che soffrono per DMC è bassa, l’offerta di cura risulta carente e “scollegata dai dati epidemiologici” (ISS, 2022).

Un altro aspetto che necessita di approfondimento riguarda le terapie psicologiche utilizzate in Italia e la loro appropriatezza nel contesto italiano.

 Nella loro relazione, gli Esperti suggeriscono di migliorare le risorse strutturali e organizzative presenti sul nostro territorio, quali il Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale (PANSM), i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e il Piano Nazionale Cronicità (PNC). Data l’organizzazione sanitaria del nostro Paese – approfondita nel numero 6 di questa rubrica – attualmente tali disposizioni si concretizzano in una realtà frammentata e diversificata, che a livello nazionale rende eterogenei i dati sugli accessi e le risposte psicologiche offerte per l’assistenza dei DMC. Perciò, le politiche sanitarie stanno indirizzando l’assistenza psicologica in modo trasversale ai diversi contesti del SSN, rafforzando la rete dei servizi di base (per es., case di comunità, consultori, ecc).

Considerata la complessità del problema – soprattutto alla luce della crisi psicosociale esito della pandemia – gli Esperti consigliano di creare un gruppo di lavoro con rappresentanti di organizzazioni istituzionali, di società professionali e stakeholder per la stesura di Raccomandazioni ministeriali, con l’obiettivo di costruire un’azione sistemica e strategie finalizzate alla prevenzione e al trattamento efficiente ed efficace dei DMC.

Raccomandazioni A1

Il Gruppo di Esperti che si è occupato di questo tema evidenzia alcuni punti su cui è bene intervenire nell’ottica di un miglioramento dell’offerta del SSN in materia di salute mentale.

  • Riconoscimento, classificazione e uniformità. Ansia e depressione dovrebbero essere riconosciute tempestivamente e classificate in base all’intensità dei sintomi, al fine di contenere l’eccesso di medicalizzazione nelle forme lievi che non lo richiedono. Inoltre, l’applicazione dei criteri diagnostici deve essere uniforme in modo da poter essere condivisa tra i differenti operatori e istituzioni coinvolte.
  • Prove di efficacia. L’impiego di trattamenti basati su prove di efficacia è raccomandato come trattamento di prima linea, compatibilmente con il livello di intensità dei sintomi riferiti e osservati.
  • Comunicazione. Al fine di creare una rete di servizi capace di fornire cure personalizzate e adeguate ai bisogni dei pazienti, dovrebbe essere sviluppato un sistema di comunicazione tra cure primarie e specialistiche territoriali e ospedaliere.
  • Monitoraggio. Promuovere lo sviluppo di un sistema di monitoraggio degli esiti degli interventi realizzati, sia in strutture pubbliche che private, è utile per l’accreditamento delle strutture che erogano trattamenti, la produzione di dati utili per generare nuove ipotesi di ricerca nel campo della pratica psichiatrica e farmacoterapica e la promozione di attività formative aggiornate.
  • Approfondimento di infanzia e adolescenza. È necessario l’approfondimento degli aspetti specifici relativi a infanzia e adolescenza, l’incremento della ricerca ad essi dedicata e lo sviluppo di nuovi modelli di ricerca e analisi degli esiti adatti a queste fasce d’età.
  • Omogeneità dell’offerta. Si raccomanda di promuovere iniziative volte ad attuare quanto appena evidenziato dagli Esperti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che si creino squilibri e frammentazioni.
  • Varietà dell’offerta. Poiché non vi sono differenze clinicamente significative nell’efficacia tra i singoli interventi, si consiglia di considerare attentamente l’erogazione di diverse psicoterapie strutturate, purché se ne valuti e monitori sistematicamente gli esiti.

 

Comunicare scorrettamente lo stress rappresenta un potenziale rischio iatrogeno?

Le scienze psicologiche e mediche che si occupano di Stress, sebbene con tutti i loro attuali limiti concettuali, ci offrono alcune indicazioni fondamentali per la nostra salute ed il nostro benessere. Tra queste preziose indicazioni vi è il fatto che esiste uno Stress Positivo ed uno Negativo e che ciò che pensiamo dello Stress determina la gestione di questo importante meccanismo psicofisico.

 

Se queste premesse sono vere allora la comunicazione sia divulgativa che tecnica relativa allo Stress dovrebbe essere rivista alla luce delle suddette indicazioni scientifiche al fine di promuovere la salute ed il benessere umano ed evitare un danno causato da una pericolosa concezione dello Stress che promuoviamo attraverso un’errata comunicazione.

In particolare, i professionisti del benessere psicofisico umano (psicologi, medici, psichiatri, ecc.), coerentemente con le evidenze scientifiche attualmente disponibili, dovrebbero promuovere una corretta informazione sullo Stress per evitare un potenziale rischio iatrogeno causato da una pericolosa disinformazione che danneggia i destinatari della loro comunicazione.

Esistono implicazioni deontologiche di questo possibile rischio iatrogeno (dovuto quindi all’operato del professionista) legate alla disinformazione promossa dai professionisti nei confronti dei loro assistiti che, comunicando loro concetti potenzialmente dannosi quali “ridurre lo Stress”, “annullare lo Stress”, “combattere lo Stress”, “eliminare lo Stress”, “tecniche antistress”, “vincere lo Stress”, “superare lo Stress” e simili, promuovono in loro un potenziale danno psicofisico.

Queste espressioni sono accattivanti dal punto di vista comunicativo perché sono semplicistiche (quindi efficaci dal punto di vista anche commerciale), ma sono altresì fuorvianti, confusive e soprattutto non scientifiche.

Per i professionisti del benessere psicofisico le suddette espressioni (“vincere lo Stress”, “superare lo Stress”, etc.), ed in genere una comunicazione errata dello Stress, sono anche scorrette dal punto di vista deontologico perché, essendo scientificamente errate, promuovono una visione monolitica e polarizzata in senso esclusivamente negativo dello Stress che sappiamo essere pericolosa per la salute psicofisica umana.

La letteratura scientifica attualmente disponibile sullo Stress indica infatti che esso è un meccanismo psico-neuro-endocrino-immunologico fondamentale per il nostro benessere e la nostra salute psicofisica.

Il concetto di Stress maggiormente condiviso all’interno della comunità scientifica assume che esso corrisponda ad una caratteristica attivazione psico-neuro-endocrina-immunologica finalizzata a risolvere una situazione potenzialmente pericolosa per l’omeostasi dell’organismo.

Chrousos e Agorastos (Agorastos & Chrousos, 2021) sintetizzano così il concetto classico di Stress:

Lo stress è definito da uno stato di minaccia all’equilibrio omeodinamico da un’ampia gamma di sfide o stimoli intrinseci o estrinseci, reali o percepiti, definiti come fattori di stress. Per preservare questo stato omeodinamico ottimale all’interno di un intervallo fisiologico, gli organismi hanno sviluppato un sistema altamente sofisticato, il sistema dello stress, che serve all’autoregolazione e all’adattabilità dell’organismo mediante il re-indirizzamento dell’energia in base alle esigenze presenti.

Tale definizione, sebbene molto elegante, non coglie la reale complessità delle dinamiche che possiamo ricondurre al meccanismo dello Stress perché, come molte altre definizioni (McEwen, 2007; Sapolsky, 2006; Chrousos, 2009) si rifanno alla situazione in cui l’unica funzione dello Stress è quella di garantire e difendere attivamente l’equilibrio omeostatico (o allostatico) escludendo però la situazione in cui l’organismo sta aumentando la propria complessità bio-psico-sociale (Agnoletti, 2022; Agnoletti, in press).

Se così non fosse allora la definizione classica di Stress dovrebbe inglobare anche contesti in cui lo Stress non avrebbe esclusivamente una funzione strettamente biologica ma servirebbe anche per raggiungere scopi psicologici e socioculturali lontani logicamente dalla teleonomia biologica legata alla preservazione della sopravvivenza (Agnoletti, 2019a; McEwen & Akil, 2020).

Eustress e distress

Comunque, anche rimanendo all’interno del paradigma classico di Stress, è attualmente largamente condiviso dalla comunità scientifica il fatto che vi sia uno Stress Positivo (Eustress) ed uno Negativo (Distress) e che mentre il primo sottolinei il valore adattativo positivo per l’organismo (in qualità di meccanismo per assicurare la nostra sopravvivenza), il secondo evidenzia la potenziale pericolosità per il benessere e la salute umana di questo meccanismo se adottato in contesti evoluzionisticamente distanti da quelli originariamente previsti.

In altri termini sappiamo con sicurezza che lo Stress possiede sia un valore negativo, Distress, che positivo, Eustress, ma sappiamo anche con altrettanta solidità (Crum, Salovey, & Achor, 2013; Epel et al., 2004; Jamieson, Nock, & Mendes, 2012; Keller et al., 2012) che l’insieme di informazioni specifiche che possediamo a livello cognitivo relative al concetto di Stress determinano la probabilità di avere un impatto positivo o negativo per il nostro benessere e la nostra salute.

Ad esempio, nello studio del 2012 la dott.ssa Keller e colleghi (Keller et al., 2012), hanno misurato per otto anni a quasi trentamila statunitensi il livello di Stress e chiesto loro se pensassero che lo Stress influenzasse negativamente o meno la loro salute.

La ricerca ha dimostrato che ad alti livelli di Stress si associava un aumento del rischio di morte del 43% ma questo era vero solo per coloro che ritenevano che lo Stress potesse unicamente danneggiare la propria salute.

Le persone invece che riportavano ugualmente elevati livelli di Stress, ma che non lo consideravano unicamente come dannoso ma anche positivo, non avevano probabilità maggiori di morire anzi, la loro condizione si associava ad un rischio di morte più basso rispetto a qualunque altro individuo coinvolto nell’indagine, persino più basso rispetto coloro che avevano riferito di aver sperimentato poco Stress, ma che lo consideravano unicamente come dannoso.

In altre parole, i ricercatori hanno dimostrato che la dimensione cognitiva psicologica relativa al “cosa” crediamo dello Stress influenza la nostra aspettativa di vita cioè quanto vivremo e con quale qualità di vita, perché ad aumentare la probabilità di morire è la convinzione che lo Stress sia unicamente un fenomeno nocivo, non il “quanto” ci si sente stressati.

Considerando questa ed altre ricerche simili, la percezione dello Stress intesa come insieme di conoscenze cognitive relativamente al concetto di Stress che hanno conseguenze psico-neuro-endocrino-immunologiche sulla sua gestione psicofisica, risultano essere un fattore fondamentale nel determinare il benessere e la salute umana.

Dalla letteratura scientifica emerge quindi la necessità di considerare anche la natura cognitiva psicologica relativa al “cosa” pensiamo dello Stress per valutarne gli effetti psicofisici, quindi, continuare a considerare lo Stress e comunicarlo in termini di qualcosa solo da “annullare”, “combattere”, “vincere”, “superare”, “eliminare” etc., risulta essere riduzionistico ed impreciso oltre che ascientifico e pericoloso perché promuove un concetto che favorisce un rischio psicofisico ormai dimostrato.

Dal punto di vista tecnico, da parte dei professionisti del benessere e la salute umana, l’errata comunicazione del concetto di Stress si configura come un possibile rischio iatrogeno cioè come un danno arrecato all’assistito dovuto all’intervento errato effettuato dal professionista.

In particolare, gli psicologi e i medici, che studiano con molto interesse i potenti fenomeni dell’effetto placebo/nocebo (Benedetti, 2010; Benedetti et al., 2010; Benedetti, 2012), dovrebbero essere maggiormente attenti e sensibili nella comunicazione dello Stress che utilizzano con i loro assistiti proprio perché dovrebbero avere un’alta competenza, consapevolezza e responsabilità riguardo a queste tematiche.

 

L’alessitimia nell’Internet Gaming Disorder

In un confronto tra giocatori di videogiochi regolari e occasionali, i giocatori regolari hanno riportato livelli maggiori di alessitimia e difficoltà nella reattività alle emozioni.

 

Introduzione all’alessitimia

 L’alessitimia è un costrutto clinico (ovvero un concetto psicologico) che fa riferimento alla scarsa abilità nell’identificare e nel descrivere le emozioni, accompagnata da scarsa consapevolezza e interocezione (Runcan, 2020). È una difficoltà sia di tipo cognitivo, che rende difficile l’identificazione, l’analisi e la verbalizzazione dei sentimenti, sia di tipo affettivo, che rende difficoltoso discutere di sentimenti ed emozioni proprie o altrui. È quindi una problematica che interferisce con le modalità con cui l’individuo esperisce ed esprime normalmente le emozioni.

Esistono diversi tipi di alessitimia:

  • l’alessitimia primaria, ovvero il risultato dell’interazione tra fattori genetici e ambientali, è un fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di disturbi mentali;
  • l’alessitimia secondaria, ovvero la conseguenza di un disturbo mentale che causa difficoltà psicologiche o somatiche;
  • l’alessitimia organica, detta anche cecità emotiva acquisita, un sottotipo dell’alessitimia secondaria, presente nei pazienti con lesioni cerebrali (Runcan, 2020).

L’alessitimia sembra essere leggermente più frequente negli adolescenti rispetto ad altre classi di età, con una prevalenza del 8,5% negli adolescenti di 15-16 anni, del 7% nel genere maschile e del 10% nel genere femminile rispetto alla popolazione generale (Runcan, 2020).

Le cause dell’alessitimia negli adolescenti si possono collocare durante i periodi dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza; tra le varie cause, una di queste può essere la Dipendenza da Internet e l’Internet Gaming Disorder (Runcan, 2020).

La relazione tra alessitimia e Internet Gaming Disorder

I videogiochi sono il prodotto culturale più venduto al mondo (Bonnaire e Baptista, 2019). Tra coloro che passano il loro tempo con i videogiochi, gli adolescenti e i giovani adulti sono la classe di persone che ne fa un utilizzo maggiore. Per molti di loro, giocare ai videogiochi rimane un’attività puramente ricreativa, ma alcuni individui ne fanno un utilizzo eccessivo, e ciò può comportare conseguenze negative.

Infatti, è stato identificato un disturbo legato all’utilizzo eccessivo dei videogiochi, specialmente quelli online, denominato Internet Gaming Disorder. Molti clinici e ricercatori hanno riportato che diversi adolescenti presentano sintomi di un uso problematico dei videogiochi, similmente ad altri disturbi da dipendenza.

Sono state riscontrate molte similitudini tra i sintomi dell’Internet Gaming Disorder e altri disturbi da dipendenza, come ad esempio i particolari tratti di personalità come l’impulsività, la bassa autostima e la ricerca di sensazioni forti, elementi tipici dei disturbi da dipendenza e identificati anche nell’Internet Gaming Disorder.

Alcune ricerche hanno dimostrato anche una similitudine per quanto riguarda la difficoltà nella regolazione delle emozioni, che è stata riscontrata sia nei disturbi da abuso di sostanze, sia nel gioco patologico e, più recentemente, nell’Internet Gaming Disorder.

 In un confronto tra giocatori di videogiochi regolari e occasionali, i giocatori regolari hanno riportato una minore espressività emotiva, con livelli maggiori di alessitimia e difficoltà nella reattività alle emozioni. Infatti, sembra che la difficoltà nella regolazione delle emozioni sia un fattore di rischio importante per l’Internet Gaming Disorder.

Molti studi hanno dimostrato che i comportamenti da dipendenza sono associati con l’alessitimia (Bonnaire e Baptista, 2019). Inoltre, l’alessitimia sembra essere fortemente correlata anche con ansia e depressione, entrambi elementi che risultano essere presenti nell’Internet Gaming Disorder. Sembra inoltre che la popolazione maschile tenda a essere soggetta a questo disturbo molto più frequentemente rispetto al genere femminile, e questo potrebbe essere dato dal fatto che i maschi tendono a regolare di meno le loro emozioni, vivendole con meno intensità, oltre che a esprimerle meno spesso rispetto alla controparte femminile.

L’alessitimia sembra quindi essere un elemento spesso presente nell’Internet Gaming Disorder, e potrebbe quindi essere utile utilizzare dei test per valutare specificamente questa parte per poter effettuare un percorso di psicoterapia corretto (Runcan, 2020).

 

Lego® Serious Play®: il valore della creatività nell’apprendimento

Lego® Serious Play® (Kristiansen e Rasmussen, 2014) è uno strumento di pensiero, di comunicazione e di problem-solving, una metodologia utilizzata soprattutto (ma non solo) in contesti aziendali per l’accelerazione di processi decisionali, la riflessione condivisa e la creazione di consapevolezza su problemi comuni nel team di lavoro. 

 

Se ascolto dimentico
Se vedo ricordo
Se faccio capisco
(Antico proverbio cinese)

Questa metodologia nasce a inizio degli anni Duemila all’interno di Lego® Group Spa come strumento funzionale a risolvere la crisi che l’azienda sta attraversando. Gli studi sulle potenzialità della creatività compiuti nella business school svizzera International Institute for Management Development, con cui da subito inizia una proficua collaborazione, costituiscono l’orizzonte teorico di riferimento.

Il core process della metodologia si basa sul processo di costruzione mediante i mattoncini Lego®, che ogni partecipante è invitato a fare a partire dal tema proposto. Nella fase di condivisione del lavoro individuale emergono le storie, le narrazioni originali che ognuno porta. Dato che il tema scelto ha attinenza con una dimensione problematica e/o ritenuta fondamentale per il team di lavoro, l’esplorazione dello stesso permette di attivare un sentire comune e una riflessione condivisa che sono funzionali alla crescita e alla consapevolezza di ognuno all’interno del gruppo e al miglioramento della vita del gruppo stesso.

Lego® Serious Play®: Hand knowledge

La costruzione dei modelli con i mattoncini su un tema comune permette ad ogni partecipante di esprimere concetti che potrebbe non saper dire a parole, dato che attinge a una forma di conoscenza di cui spesso non si è consapevoli, basata sul legame tra percezioni, immaginazione e creatività, di natura intuitiva. Si tratta della conoscenza basata sulla costruzione con le mani, ‘conoscenza manuale’ o hand knowledge. Essa si fonda su modalità di pensiero concrete, sul “pensare con le mani”, per riprendere le parole di Maria Montessori (1936).

Kristiansen e Robert Rasmussen descrivono come all’interno dei corsi condotti con la metodologia Lego® Serious Play® sia estremamente funzionale dare indicazioni in tal senso ai partecipanti. Frasi come “Fidati delle tue mani!” o “Non pensare, costruisci!” sono sia un indirizzo della direzione da prendere, che non è quello del pensare tradizionalmente inteso (pensiero razionale, logico-astratto, matematico) sia un contenimento rassicurante in grado di sedare l’ansia di essere di fronte a un compito nuovo, da svolgere con metodologie non usuali. I partecipanti raccontano allora che, guidati dall’indicazione di iniziare semplicemente a costruire con i mattoncini, sono passati da uno stato di iniziale confusione all’intuizione della loro particolare e unica risposta alla domanda del facilitatore.

Lego® Serious Play®: Legame tra mano e cervello

Questo intimo legame fra mano e cervello è evidente anche nella fisiologia cerebrale umana: dagli studi di un famoso neurochirurgo, Wilder Penfield (Penfield e Boldrey, 1936), sappiamo che le aree cerebrali relative ad alcune parti del corpo sono più grandi di quelle relative ad altre. Egli ha infatti elaborato una mappa del cervello nella quale spicca per grandezza la parte deputata alla gestione sia sensoriale che motoria della mano. Appare evidente come, quando si costruisce con le proprie mani, si attiva una parte consistente del cervello.

Gli studi paleontologici confermano l’importanza della connessione tra mano e cervello: con la comparsa del pollice opponibile è stato possibile iniziare a costruire utensili funzionali alle varie attività, come ad esempio tagliare, spaccare, schiacciare, limare. L’ingrandimento del cervello corrisponde proprio a questo periodo nella storia evolutiva dell’uomo. La specie umana si è dunque evoluta anche grazie a questo collegamento tra la mano e il cervello, che ha permesso all’uomo di conoscere e interagire con il proprio ambiente, costruendo la propria conoscenza del mondo.

Lego® Serious Play® e apprendimento

Il metodo Lego® Serious Play® non è dunque “..solamente uno strumento di visualizzazione ma un modo di pensare, con gli oggetti e per mezzo delle mani, finalizzato a sprigionare energie creative, modalità cognitive e modi di vedere che gli adulti generalmente hanno dimenticato di avere mai posseduto” (Kristiansen e Rasmussen, 2014).

Si tratta di uscire dalle modalità tradizionali di contesti di apprendimento e lavoro, secondo le quali quando si riflette e si ragiona si utilizzano i canali tipici del pensiero verticale, logico-matematico, come quello verbale, sequenziale, logico, analitico. Si tratta di accedere a un altro tipo di pensiero: quello laterale, creativo-esplorativo, che procede in modo libero, per salti, seguendo linee inusuali e probabilistiche, in grado di aprire nuove possibilità di esplorazione. Nella metodologia Lego® Serious Play® questo tipo di pensiero viene attivato dall’agire concreto, dalla costruzione di modelli, componendo i mattoncini con le mani.

Il valore della metodologia Lego® Serious Play® consiste proprio nel permettere alle persone di attivare in modo completo tutte le dimensioni: cognitiva, affettiva, corporea. Si tratta di un modo completo di analizzare eventi, situazioni e difficoltà e di attribuire significati all’esperienza, attivando non solo processi razionali ma anche processi inconsci, emotivi e intuitivi.

 

Un dolore nascosto (2021) di Gaia Cusini – Recensione

Lo scopo che Gaia Cusini vuole raggiungere col suo libro Un dolore nascosto, indirizzato principalmente ai professionisti della salute mentale, è di rendere visibile il dolore vissuto dai figli di persone affette da disturbi mentali. Se il dolore non è più nascosto si potrà creare un ponte, una rete, tra le famiglie e chi si occupa di prevenzione e cura della malattia mentale

 

 Gaia Cusini è la vicepresidente e co-fondatrice dell’associazione CMIP (figli di genitori con disturbo mentale) ed è l’autrice del libro dal titolo “Un dolore nascosto”. L’opera della Cusini è stata pubblicata nel 2021 da Umbria Volontariato Edizioni nella collana no profit nata all’interno del Bando “Un invito a proporre idee e contenuti per pubblicazioni sulle tematiche sociali e di interesse per il volontariato, annualità 2018”. Quest’opera è stata presentata al salone del libro di Torino nel 2022.

Il manuale scritto dalla Cusini è una prosecuzione del lavoro, fatto dall’autrice, per la propria tesi di laurea in pedagogia. Lo scopo che Gaia Cusini vuole raggiungere, con questo libro, indirizzato principalmente ai professionisti della salute mentale, è di rendere visibile, parlandone, il dolore vissuto dai figli di persone affette da disturbi mentali. Se il dolore non è più nascosto si potrà creare un ponte, una rete, tra le famiglie e chi si occupa di prevenzione e cura della malattia mentale, come ben spiegato dalle parole dell’autrice:

Io faccio parte di una minoranza. Sono parte di coloro che grazie ad alcuni fattori protettivi e una quantità di resilienza enorme è emersa da qualcosa di troppo doloroso e difficile. Questo non è un vanto, sono una sopravvissuta e ho lottato fino allo stremo delle forze per questo. Non mi consola sapere che io ce l’ho fatta perché per una persona come me ce ne sono molte di più che invece non ce la fanno. E questa non è una colpa. Ognuno di noi ha il dovere morale di prenderne atto. Ma possiamo fare qualcosa perché sia meno difficile farcela. Possiamo parlarne. Possiamo mettere in campo tutti gli strumenti di prevenzione che abbiamo. (G.  Cusini)

Si stima (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) che nel mondo circa 480 milioni di persone soffrano di un disturbo mentale e che circa il 25% di queste hanno dei figli.

I bambini e i ragazzi, i cui padri o madri sono affetti da malattia mentale, non sempre ricevono un supporto che li aiuti a comprendere ciò che sta accadendo. A volte si ritrovano ad essere i caregiver dei propri genitori, altre volte debbono combattere con lo stigma che la malattia mentale sia ereditaria. Per loro è difficile elaborare i possibili traumi e vivere serenamente l’età dello sviluppo. La letteratura dimostra invece che, se si interviene tempestivamente, offrendo supporto, la probabilità che alcuni di questi ragazzi possano sviluppare, a loro volta, un disagio mentale si riduce.

Il manuale di Gaia Cusini è il risultato di un’approfondita ricerca condotta dall’autrice in modo rigoroso, il metodo utilizzato è quello fenomenologico eidetico con elementi della grounded theory. Uno spazio importante è riservato al concetto di resilienza e del suo sviluppo attraverso la valorizzazione delle caratteristiche positive, possedute da ciascuno, anche quando si vivono esperienze dolorose. L’opera della Cusini termina con un’appendice nella quale sono riportate una serie di interviste rivolte alle persone del primo gruppo di auto mutuo aiuto online italiano “Figli di Persone con Disturbo Mentale”, creato, nel 2011, da Stefania Buoni, presidente e co-fondatrice dell’Associazione COMIP.

Il manuale della Cusini è uno strumento di riflessione per tutti coloro che operano nell’ambito della salute mentale:

Non è una consolazione essere sopravvissuti ad una guerra. La consolazione è che altri non debbano affrontare quella guerra (G. Cusini).

 

Le cause e le funzioni del pianto nel disturbo borderline di personalità

Uno studio di Peter e colleghi del 2019 ha avuto come obiettivo quello di esaminare la frequenza del pianto, la propensione al pianto in situazioni positive e negative, la consapevolezza dell’impatto delle lacrime sugli altri, il grado di controllo sul pianto e l’inibizione del pianto in un gruppo di pazienti con disturbo borderline di personalità.

 

Le emozioni nel disturbo borderline di personalità

La letteratura scientifica ha spesso dimostrato che i pazienti con disturbo borderline di personalità (DBP) sono emotivamente instabili e iper-reattivi (Lobbestael e Arntz, 2015). Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), include tra i criteri per una diagnosi di DBP, un’instabilità affettiva marcata, caratteristica distintiva dei pazienti con tale disturbo (APA, 2013). La teoria biosociale postula che la disregolazione delle emozioni nel DBP include un’elevata sensibilità agli stimoli emotivi, delle reazioni emotive insolitamente forti, un’insorgenza frequente di diverse emozioni contemporaneamente e problemi nell’identificazione delle emozioni (Linehan, 1993). Tale instabilità emotiva spesso si riflette in alcuni comportamenti come un’elevata tendenza al pianto, sebbene gli studi abbiano trovato risultati discordanti su questo argomento: non tutti sono riusciti a dimostrare che i pazienti con disturbo borderline di personalità presentano un aumento delle risposte psicofisiologiche alle immagini negative (Domes et al., 2009); altri studi self report hanno suggerito che i pazienti borderline non presentano una maggiore reattività emotiva rispetto ad un campione non clinico (Kuo et al., 2016). Diversi autori, però, hanno riportato un livello più elevato di emozioni spiacevoli nei pazienti con DBP, rispetto a un gruppo di controllo clinico (Stein, 1996). Levine e colleghi (1997), applicando tecniche di induzione delle emozioni, hanno osservato una maggiore iper-reattività e una maggiore intensità delle emozioni negative nei pazienti con disturbo borderline di personalità.

I significati e le funzioni del pianto

Il pianto emotivo umano è concettualizzato come la fuoriuscita di lacrime dall’apparato lacrimale in assenza di qualsiasi irritazione degli occhi, spesso accompagnata da vocalizzazioni, singhiozzi e aumento dell’attività di alcuni muscoli facciali (Patel, 1993). La fuoriuscita di lacrime avviene infatti solo negli esseri umani in risposta a eventi emotigeni positivi o negativi, poiché hanno un impatto considerevole sulla percezione del bisogno di sostegno e sulla disponibilità a fornire assistenza e conforto a livello automatico e pre-attentivo (Vingerhoets e Bylsma, 2016).

Alcuni autori hanno ipotizzato che il pianto umano avesse una funzione intra-individuale e una inter-individuale (Vingerhoets e Bylsma, 2016). La prima fa riferimento agli effetti che una persona può avere tramite il pianto, ovvero il recupero emotivo o l’esperienza di miglioramento e sollievo dell’umore che può seguire il pianto (Frey e Langseth, 1985), sebbene alcuni sostengano che non sempre il pianto porti a un miglioramento dell’umore ma che è più probabile che i benefici derivino da reazioni positive delle persone che assistono. In questo caso si tratta invece di funzioni inter-individuali, come evidenziato dalla teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1980) che sottolinea come il pianto sia un appello dei bambini alla madre o ad altri caregiver per ottenere la loro presenza e attenzione. Il pianto degli adulti svolgerebbe quindi la funzione di inibire gli impulsi aggressivi di coloro che osservano e di stimolare l’empatia e i comportamenti pro-sociali come risposte di cura o protezione, facilitando il legame sociale (Gračanin et al., 2018). Talvolta, però, il pianto può suscitare nell’altro rabbia e aggressività, se è considerato inappropriato o manipolativo.

 Oggi i dati suggeriscono che le differenze individuali nella tendenza al pianto dipendono dall’età, dal sesso, dalla personalità, dalle condizioni neurologiche e dalla psicopatologia. Un attaccamento ansioso e l’empatia, per esempio, sono associati ad un aumento della frequenza del pianto; diversamente accade per un attaccamento evitante che sembra invece diminuirla (Laan et al., 2012).

Il pianto nel disturbo borderline di personalità

Per approfondire le conoscenze e le funzioni del pianto, uno studio di Peter e colleghi del 2019 aveva come obiettivo quello di esaminare la frequenza del pianto, la propensione al pianto in situazioni positive e negative, la consapevolezza dell’impatto delle lacrime sugli altri, il grado di controllo sul pianto e l’inibizione del pianto, confrontando un gruppo di pazienti borderline, un gruppo di pazienti con disturbo di personalità appartenenti al cluster C (Cluster C-PD) e un gruppo di controllo non clinico. Gli autori ipotizzavano che i pazienti con DBP riportassero una frequenza di pianto più elevata rispetto ai gruppi di confronto a causa degli elevati livelli di nevroticismo e un’elevata comorbilità con i disturbi depressivi; avessero una maggiore propensione al pianto in situazioni negative per la loro ipersensibilità emotiva per i segnali negativi; avessero maggiori difficoltà nel controllare il pianto e una maggiore inibizione, per i problemi di regolazione emotiva caratteristici dei borderline; infine, che avessero una maggiore o minore consapevolezza e propensione al pianto in situazioni positive. 141 soggetti suddivisi nei tre gruppi sono stati reclutati e sono state sottoposte loro alcune misure per valutare la propensione, la frequenza, la consapevolezza dell’impatto interpersonale del pianto e l’inibizione e il controllo. I risultati mostrano che, i pazienti con DBP, rispetto al gruppo non clinico, hanno una frequenza di pianto più elevata, nonostante la predisposizione al pianto e il modo in cui gestiscono le lacrime siano simili tra i gruppi. Inoltre i pazienti borderline hanno una minore consapevolezza dell’influenza del pianto sugli altri probabilmente a causa della scarsa capacità di leggere adeguatamente le situazioni sociali. Questo risultato mette in discussione l’idea che il pianto nel gruppo borderline sia manipolativo; sembra invece più plausibile che a questi pazienti manchi la consapevolezza di come il loro pianto venga percepito. Contrariamente alle aspettative non sono emerse differenze significative nella frequenza tra i pazienti del Cluster C-PD e i pazienti DBP: a causa dell’iperreattività emotiva di questi ultimi, ci si aspettava una frequenza e una profondità del pianto più elevate che sono risultate invece uguali al Cluster C-PD.

 

L’Etologia

Nella concettualizzazione della teoria dell’attaccamento, Bowlby trasse interessanti spunti dalle formulazioni dell’evoluzionismo e dall’etologia, una branca delle scienze naturali che indaga e descrive, mediante studi osservazionali, il comportamento animale nel suo ambiente naturale.

 

La teoria dell’attaccamento

 John Bowlby (1907-1990), psicologo e psicoanalista inglese, è noto per aver formulato un’importante teoria, la teoria dell’attaccamento, secondo la quale fin dai primissimi anni di vita il bambino è biologicamente predisposto a legarsi in maniera indissolubile a una persona preferita e specifica, generalmente identificabile nella madre, che possa prendersi cura di lui e trasmettergli sicurezza, amore e senso di protezione. Il legame di attaccamento, che vincola profondamente il bambino a una figura di riferimento, si configura come un legame affettivo ed emotivo, particolarmente intimo e duraturo, che trova la sua origine in un periodo sensibile dell’età evolutiva, cioè il primo anno di vita. Il bambino ha un bisogno fondamentale di stare accanto a chi possa farlo sentire al sicuro, proteggerlo dai pericoli e fungere da base sicura, cioè un rifugio affettivo in cui il bambino può tornare e da cui può allontanarsi per esplorare il mondo ogni volta che lo desidera. Il legame di attaccamento si esprime attraverso dei comportamenti innati, di matrice biologica, che il bambino attua quando si sente in pericolo, ad esempio quando subentra il rischio che la figura di riferimento possa separarsi da lui, il cui fine è ottenere e mantenere costante la vicinanza affettiva e il contatto diretto con il caregiver. I comportamenti di attaccamento, come il pianto o la protesta nel momento della separazione, svolgono un’importante funzione adattiva, in quanto segnalano l’esistenza di un disagio e sollecitano le cure materne.

L’etologia e l’imprinting

Nella concettualizzazione della teoria dell’attaccamento, Bowlby trasse interessanti spunti dalle formulazioni dell’evoluzionismo e dall’etologia, o biologia comportamentale, una branca delle scienze naturali che indaga e descrive, mediante studi osservazionali, il comportamento animale nel suo ambiente naturale – procedura molto utile per la psicologia comparata, in quanto consente di effettuare parallelismi tra il comportamento animale e quello umano. Il massimo esponente dell’etologia fu Konrad Lorenz, il quale, effettuando studi e ricerche su oche selvatiche osservate nel loro ambiente naturale, arrivò a descrivere un fenomeno peculiare che si verificava nelle stesse oche, cioè l’imprinting. L’imprinting (dall’inglese “imprint”,”traccia”) si configura come un fenomeno innato, spontaneo e irreversibile, di carattere sociale e relazionale, in virtù del quale i cuccioli di alcune specie animali tendono a legarsi in maniera indissolubile al primo oggetto in movimento con cui entrano in contatto fin dalle primissime ore di vita. L’imprinting è una forma di apprendimento precoce, istintivo e specie-specifico, cioè caratteristico di una specie, per cui un individuo tende a manifestare un profondo attaccamento per un particolare individuo, che arriva a considerare come proprio genitore e a cui delega tutta la sua sopravvivenza psicobiologica. Tale apprendimento, una volta avvenuto, rimane fissato per sempre. Secondo la teorizzazione iniziale dell’etologo Lorenz, esisterebbe un periodo critico, cioè un periodo di tempo – circoscritto alle 48 ore successive alla nascita –  in cui il nostro cervello è particolarmente plastico, cioè sensibile alle esperienze ambientali e biologicamente predisposto a identificare come figura di riferimento il primo oggetto in movimento con cui l’individuo si relaziona fin dalle primissime ore di vita e stringere con esso un forte legame affettivo e con scopo adattivo. Se non avviene entro i periodi critici, tale forma di apprendimento può non verificarsi.

 Per avvalorare le sue ipotesi, Lorenz condusse un famoso esperimento, in cui raccolse venti uova di oca selvatica, per poi distribuirne una decina ad un’oca domestica e un’altra decina ad una tacchina. Dopodiché le inserì in un’incubatrice e attese che si schiudessero. Al momento della schiusa accadde qualcosa di singolare: i pulcini appena nati non cercavano né la tacchina né l’oca domestica e per nessuna delle due manifestavano comportamenti di attaccamento, cioè comportamenti innati, programmati geneticamente, che consentono l’ottenimento della vicinanza del genitore, piuttosto rivolgevano tali comportamenti – come l’atto di seguire – nei confronti dello stesso Lorenz, segno che l’imprinting possa vincolare anche individui appartenenti a specie animali differenti.

Il bisogno di vicinanza

Un altro importante contributo alla concettualizzazione del legame di attaccamento arriva dagli esperimenti di Harry Harlow (1905-1981) e della moglie Clara Mears Harlow, docenti all’Università del Wisconsin, che, studiando il comportamento dei piccoli di macachi rhesus, dimostrarono che l’attaccamento si fonda sulla ricerca di contatto fisico e sulle sensazioni tattili. Nel 1958, in un esperimento, dei cuccioli di macachi rhesus per sei mesi vennero allevati da una coppia di madri artificiali o surrogate, di cui una fatta di fili metallici, dotata di un biberon artificiale, tramite cui i piccoli potevano nutrirsi, e dal volto simile a quello di una scimmia vera e propria; mentre l’altra era coperta di un tessuto spugnoso, morbido e caldo, ma priva di qualsiasi fonte di nutrimento per i cuccioli. Gli sperimentatori calcolarono la quantità di tempo che le scimmie passavano in compagnia di ciascuna delle due madri, presto notarono che i piccoli tendevano a nutrirsi dal biberon della prima madre, quella più fredda e asettica, ma trascorrevano la maggior parte del tempo in compagnia della seconda, quella più calda e accogliente, in quanto essa trasmetteva ai cuccioli un senso di calore materno e di protezione. Si giunse alla conclusione che il bisogno di alimentazione sia meno impellente del bisogno di contatto fisico e di vicinanza, che sarebbe alla base di un solido legame di attaccamento e rappresenterebbe il senso di fiducia del piccolo nei confronti della madre, il senso di affiliazione, cioè il piacere che si avverte al contatto fisico con un individuo preferito e specifico, e la possibilità di esperire sicurezza attraverso sensazioni tattili.

 

ABC della sessualità: capire il mondo attorno a noi – Podcast State of Mind

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo ABC della sessualità: capire il mondo attorno a noi. 

 

In questo episodio sul tema della sessualità vengono fornite le nozioni di base che riguardano la sessualità: sesso assegnato alla nascita, identità di genere, ruolo ed espressione di genere, e l’orientamento affettivo e sessuale. Per comprendere maggiormente questi aspetti della sessualità è illustrato l’utilizzo del Genderbread Person nella versione italiana tradotta dal gruppo fluIDsex di Sigmund Freud University.

Sono presentate, quindi, tutte le terminologie utilizzate per descrivere l’identità sessuale: gender fluid, non-binary, gender nonconforming, fluidità sessuale, poliamore e molto altro. Lo scopo di questo episodio del podcast è quello di condividere una terminologia comune per poter capire il mondo attorno a noi e la sua veloce evoluzione.

L’episodio è condotto dalla Dott.ssa Greta Riboli, Psicologo, Educatore Pedagogico, Docente presso Sigmund Freud University Milan & Wien e dal Dott. Luca Daminato, dottore in Psicologia, dottorando di ricerca presso Sigmund Freud University Milan.

 

 

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

Quale legame tra ossitocina, Maternity Blues, anestesia epidurale e affaticamento dopo il parto

Sebbene non siano state mai condotte analisi sull’associazione tra esiti del parto e ossitocina, le esperienze delle donne con o senza anestesia epidurale possono variare notevolmente a livello fisico (e.g. dolore da travaglio, dolore perineale) e nell’affaticamento dopo il parto. 

 

I cambiamenti indotti dall’ossitocina

 L’ossitocina  (OT) è l’ormone coinvolto nel travaglio e ha molteplici funzioni tra cui l’induzione delle contrazioni uterine e della fuoriuscita di latte materno; influenza anche la fisiologia materna e il comportamento durante il parto (Uvnäs Moberg et al., 2019). Può essere endogena ed essere quindi prodotta nel cervello, oppure somministrata esternamente per via intravascolare (OT sintetica). Solitamente, durante la gravidanza, i livelli plasmatici di ossitocina variano dalla fase iniziale a quella finale, sebbene alcuni studi dimostrino che i livelli rimangono stabili nel corso della gravidanza (Prevost et al., 2014). Inoltre esercita effetti antidolorifici, antinfiammatori e riparatori, eleva la soglia del dolore, riduce lo stress attivando il sistema nervoso parasimpatico e riducendo l’attività del sistema nervoso simpatico. Infine, può stimolare anche comportamenti prosociali, migliorare le relazioni interpersonali (Kosaka et al., 2016). Per le numerose funzioni che svolge, l’ossitocina è spesso associata a vari aspetti della salute mentale, come la depressione post-partum e il Maternity Blues (MB). Alcuni studi hanno infatti dimostrato come il livello plasmatico di ossitocina e la depressione post partum, misurata tramite la la Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS; Cox et al., 1987), fossero associati: più alto era il punteggio dell’EPDS, più basso era il livello di ossitocina (Stuebe et al., 2013). L’EPDS non include però il Maternity Blues il quale è definito come uno stato di ansia transitoria e/o di lieve umore deflesso che si manifestano dai 3 ai 10 giorni dopo il parto. I sintomi del Maternity Blues comprendono tra gli altri tendenza al pianto, ansia, agitazione, nervosismo, disforia, insonnia, senso di inadeguatezza, umore lievemente deflesso e distraibilità. Inoltre può causare anche alcuni sintomi fisici tra cui affaticamento, perdita di appetito e mal di testa (O’Hara & McCabe, 2013). L’incidenza è tra il 50 e l’80% delle donne e nella maggior parte dei casi non richiede un trattamento ma scompare spontaneamente di solito in una decina di giorni, sebbene in alcuni casi possa trasformarsi in depressione post partum (Okano et al., 1991). Uno studio di Jomeen (2004), ha mostrato infatti come l’ansia da gravidanza, lo stress legato alla genitorialità, il temperamento del bambino, la relazione con il partner, il maternity blues e la mancanza di sostengo sociale, siano tutti fattori di rischio per la depressione post-partum.

Maternity blues e ossitocina

Uno studio pilota di su 15 donne primipare (Shishido et al., 2019) che ha valutato i punteggi di maternity blues e i livelli salivari di ossitocina, ha mostrato l’esistenza di una correlazione negativa significativa tra i punteggi di stanchezza e i livelli salivari di ossitocina a 1-2 giorni e 4-5 giorni dopo il parto. Questi risultati evidenziano quindi la necessità di chiarire in modo specifico l’associazione dei cambiamenti del livello di ossitocina con l’affaticamento post-partum e il maternity blues a seconda della diversa modalità di parto. Sebbene non siano state mai condotte analisi sull’associazione tra esiti del parto e ossitocina, le esperienze delle donne con o senza anestesia epidurale possono variare notevolmente a livello fisico (e.g. dolore da travaglio, dolore perineale) e nell’affaticamento dopo il parto.

Parto e ossitocina

 Uno studio di Shishido e colleghi del 2021 aveva come obiettivi quelli di approfondire l’associazione tra la modalità di parto (con anestesia epidurale o senza anestesia epidurale) e le variazioni del livello di ossitocina salivare longitudinale nelle donne primipare dalla trentaseiesima settimana gestazionale a 4-5 giorni dopo il parto e l’associazione di queste variazioni con il maternity blues e l’affaticamento post partum. Le partecipanti selezionate erano donne in gravidanza primipare con presentazione cefalica, che avevano in programma un parto vaginale, di età compresa tra i 20 e i 40 anni, 29 delle quali hanno partorito con anestesia epidurale e 29 senza. Gli autori hanno quindi eseguito misurazioni di campioni di saliva in quattro differenti momenti: 36-37 settimana gestazionale, 38-39 settimana gestazionale, 1-2 giorni dopo il parto e 4-5 giorni dopo il parto. Hanno valutato i dati basali utilizzando diversi strumenti tra cui lo State-Trait Anxiety Inventory (STAI; Spielberger, 1970) per valutare l’ansia di stato e di tratto; la scala di Stein (1980) per valutare il maternity blues; e una scala analogica visiva (VAS) per valutare la stanchezza dopo il parto. I risultati mostrano che i livelli medi di ossitocina salivari sono aumentati significativamente da 36-37 settimane gestazionali fino a 1-2 giorni dopo la nascita, per poi diminuire dopo il 3-4 giorno. Inoltre i cambiamenti nei livelli di ossitocina salivari dalla tarda gravidanza al primo post partum sono risultati diversi tra le donne con e senza anestesia epidurale: le prime avevano un livello medio di ossitocina significativamente più alto a 1-2 giorni dal parto rispetto a 36-37 settimane gestazionali; tale livello a 4-5 giorni dal parto era significativamente più basso. Le donne con anestesia epidurale avevano inoltre più maternity blues rispetto alle donne senza e i loro livelli di ossitocina hanno mostrato una debole associazione con il maternity blues a 4-5 giorni dal parto. Infine il livello di ossitocina subito dopo la gravidanza sembra essere diminuito nel gruppo con l’anestesia epidurale ed essere correlato negativamente con il maternity blues e l’affaticamento post partum. I risultati suggeriscono quindi che le donne sottoposte ad anestesia epidurale necessitano attenzioni ulteriori specifiche di supporto per il riposo e la cura del bambino nel post-parto.

 

She-Hulk e la DBT che non fa venire le chiappe sode (ma aiuta a gestire la rabbia)

Grazie alla Terapia Dialettico Comportamentale (DBT), She-Hulk imparerebbe a identificare la rabbia, la sua funzione e le sue manifestazioni, oltre a riconoscere le situazioni ambientali in cui è più a rischio di trasformazione.

 

L’autobus in ritardo, il caffè che si rovescia sulla camicia, la scia di semafori rossi quando avete fretta…  L’occhio comincia a tremare, la mandibola si serra, il sangue sale al cervello. In sottofondo la voce di Dave Grohl vi accompagna in un crescendo musicale che prelude all’inevitabile. E poi, l’esplosione:

You know you make me breakout
Make me breakout
I don’t wanna look like that
I don’t wanna look like that
Know you make me breakout

Sbroccate malamente, urlando, lanciando roba, sbattendo porte, tirando pugni al muro, mentre la vena vi pulsa pericolosamente. Avete un problema di rabbia, e questo è chiaro, ma poteva andarvi peggio: potevate essere l’incredibile Hulk.

Bruce Banner sa bene quanto possa essere pericoloso un Hulk in preda all’ira, sia per sé stesso sia per gli altri. Ecco perché nella prima puntata della serie tv She-Hulk: Attorney at Law, appena scopre che la cugina Jennifer Walters ha i suoi stessi poteri, si offre di insegnarle modi efficaci per gestire l’emotività ed evitare che si trasformi nella versione incazzata spaccatutto della Principessa Fiona. E cosa le propone?

Terapia Dialettico Comportamentale: ci permette di detenere due verità opposte allo stesso tempo. Prima esercitiamo la consapevolezza con delle tecniche di Yoga.”

“Non ti facevo appassionato di queste cose mente – corpo – spirito!”

“La Terapia Dialettico Comportamentale è una psicoterapia di base scientifica, è clinica, non è spirituale! […] Si tratta di presenza, di accettare la tua situazione…”

“Quindi non è per avere un culo bello sodo!”

[…]

“Vedo che non sei pronta per la DBT…”

Mindfulness, dialettica e skill training: un mix perfetto per provare a controllare le emozioni esplosive!

Bruce Banner correttamente puntualizza che la Terapia Dialettico Comportamentale (Dialectical Behavior Therapy, DBT) è un trattamento evidence based. Sviluppata da Marsha Linehan negli anni 70 per trattare i pazienti con disturbo borderline di personalità, la DBT associa terapia individuale e skill training, integrando tecniche di meditazione caratteristiche delle pratiche spirituali orientali zen a un approccio cognitivo-comportamentale; tuttavia non è un approccio spirituale, ma una vera e propria forma di psicoterapia che si fonda su una visione del mondo, appunto, dialettica.

In una realtà dinamica e complessa che presenta ben più di 50 sfumature di grigio, abbracciare una visione dicotomica bianco o nero, oscillare continuamente tra opinioni, posizioni, punti di vista contradditori o arrocarsi su uno dei due poli, è fonte di grande sofferenza e conseguenze nefaste: basta un piccolo sgarro per mandare all’aria l’intera dieta e abbuffarsi “perché tanto ormai…”, basta un minimo errore per decretarsi un completo fallimento, basta una lieve mancanza da parte dell’altro per sentirsi non amati e decidere di non volerci più avere nulla a che fare.

Il fallimento del processo dialettico è l’incapacità di riconoscere che paradossalmente gli opposti possono coesistere e che, per esempio, un amico può volerci bene anche se non è disponibile h24, o che abbiamo fatto un buon lavoro anche se non è perfetto; è l’impossibilità di raggiungere una sintesi che ci permetta di fare un passo avanti verso il cambiamento.

Quindi la Terapia Dialettico Comportamentale si pone l’obiettivo di aiutare a “vedere sia il bianco sia il nero, e a raggiungere un livello di sintesi dei due opposti in maniera tale da non disconoscere la realtà dell’uno o dell’altro” (M. Linehan, 1993).

Un’ulteriore caratteristica dei pazienti borderline è la vulnerabilità emotiva: scattano facilmente alla minima occasione con una reazione emotiva estrema, esagerata e di lunga durata, che li porta a mettere in atto comportamenti così impulsivi e disfunzionali che Hulk, a confronto, è un dilettante.

Per questo motivo la Terapia Dialettico Comportamentale prevede uno skill training per imparare a regolare i livelli affettivi in maniera funzionale. Per esempio, grazie alla DBT, She-Hulk imparerebbe a identificare la rabbia, la sua funzione e le sue manifestazioni, oltre a riconoscere le situazioni ambientali in cui è più a rischio di trasformazione. Grazie alla mindfulness Jennifer riuscirebbe a esperire la rabbia senza giudicarla come un’emozione cattiva o sbagliata e senza tentare di inibirla o bloccarla, ma accettandola e validandola.

Se la rabbia fosse di un’intensità tale da spingerla sull’orlo della trasformazione, avrebbe a sua disposizione un set di comportamenti da adottare per abbassare il livello emotivo di She-Hulk a un normale livello di rabbia e scongiurare il disastro: allontanarsi dalla situazione, autoconsolarsi, distrarsi, migliorare il momento presente o mettere in atto comportamenti diametralmente opposti alla rabbia per modificarne la percezione, sono alcune delle abilità che vengono insegnate durante lo skill training.

Ma She-Hulk non ha bisogno di alcun percorso DBT: a differenza del cugino, è perfettamente in grado di gestire rabbia e super poteri.

Invece, per avere un culo sodo, nulla può la Mindfulness. L’unica soluzione è farsi il mazzo in palestra (e di fronte alla cruda verità, arrabbiarsi è del tutto inutile).

 

Maltrattamento infantile nella depressione con pattern stagionale

Il Disturbo affettivo stagionale unipolare (DAS), diagnosticato come Disturbo Depressivo Maggiore con Pattern Stagionale (APA, 2013), ricorre più spesso durante i mesi autunnali e invernali per poi regredire durante la primavera e l’estate (Rosenthal et al., 1984). 

 

L’eziologia del Disturbo affettivo stagionale

 Dato che le persone affette da Disturbo affettivo stagionale trascorrono più del 40% dell’anno a soffrire di depressione, che influisce negativamente su molti aspetti della vita quotidiana (Rosenthal et al., 1984), l’identificazione di trattamenti migliori per il Disturbo affettivo stagionale rappresenta un’importante sfida per la salute pubblica (Rohan et al., 2009)

La maggior parte degli studi passati sull’eziologia del Disturbo affettivo stagionale si è concentrata sui meccanismi biologici (Rohan et al., 2009). L’ipotesi più accreditata è che la diminuzione dei livelli di luce durante l’inverno possa alterare i ritmi circadiani e i livelli di neurotrasmettitori (James al., 1985). Tuttavia, sono stati ipotizzati e testati anche meccanismi cognitivi e comportamentali come fattori di rischio (Rohan et al., 2009), sottolineando per cui che il Disturbo affettivo stagionale non è un disturbo esclusivamente biologico.

Ad esempio, gli atteggiamenti disfunzionali e lo stile di pensiero ruminativo possono agire come vulnerabilità cognitive per l’insorgenza della depressione (Young et al., 2008), suggerendo analogie tra il Disturbo affettivo stagionale e la depressione non stagionale. Nella depressione non stagionale, l’esposizione a traumi, come il maltrattamento infantile, combinata con una diatesi sottostante può portare alla depressione dell’adulto (Liu, 2017).

Il legame tra maltrattamento infantile e Disturbo affettivo stagionale

Una meta-analisi di 261 studi ha infatti rilevato che l’esposizione al maltrattamento infantile è correlata a probabilità due volte maggiori di depressione in età adulta (Mandelli et al., 2015). Nonostante la relazione tra maltrattamento infantile e depressione adulta non stagionale sia già stata accertata (ad es, Heim & Binder, 2012), non è ancora stato studiato un possibile collegamento tra il maltrattamento infantile e la depressione stagionale. È interessante notare che l’abuso fisico e sessuale infantile è associato a sintomi neurovegetativi come iperfagia, aumento di peso e ipersonnia (Levitan et al., 1998) che sono sintomi comuni nel Disturbo affettivo stagionale.

Visto che alcuni studi hanno dimostrato che il maltrattamento infantile influisce sullo sviluppo cerebrale nell’infanzia attraverso un’alterazione della neurotrasmissione, con effetti duraturi nell’età adulta (Rutter, 2004), si potrebbe ipotizzare che una maggiore sensibilità allo stress dovuta all’esperienza del maltrattamento potrebbe aumentare la vulnerabilità alla depressione in risposta a fattori di stress in età adulta (Kendler et al., 2004).

Sulla base di quanto riportato, uno studio di Wang e colleghi (2021) è il primo studio che ha avuto come obiettivo quello di esaminare le associazioni tra il maltrattamento infantile (analizzato retrospettivamente) e la gravità dei sintomi depressivi nel Disturbo affettivo stagionale.

Disturbi del sonno e stile di pensiero come mediatori della relazione tra maltrattamento infantile e Disturbo affettivo stagionale

 I risultati confermano l’ipotesi dei ricercatori, confermando quindi che gli individui che hanno riportato retrospettivamente più maltrattamenti infantili presentano una maggiore gravità dei sintomi depressivi nel Disturbo affettivo stagionale. È emerso inoltre che l’insonnia, l’ipersonnia, le convinzioni stagionali e il rimuginio hanno mediato l’associazione tra il maltrattamento infantile e la gravità dei sintomi del Disturbo affettivo stagionale. Per ciascuna di queste associazioni l’effetto medio era: insonnia (26%), convinzioni stagionali (25%), rimuginio (24%), ipersonnia (10%). Tutti questi elementi contribuiscono in modo indipendente all’associazione tra maltrattamento infantile e gravità della depressione nel Disturbo affettivo stagionale, anche se l’ipersonnia può contribuire a questa associazione in misura minore. Nonostante queste associazioni, essendo uno studio trasversale, non si possono trarre inferenze causali, per cui altri studi prospettici dovrebbero approfondire questi risultati.

L’insonnia come mediatore tra il maltrattamento infantile e la gravità dei sintomi del Disturbo affettivo stagionale è coerente con la teoria della sensibilità allo stress, secondo la quale gli individui che hanno subito maltrattamenti infantili sperimentano un’elevata sensibilità allo stress poco dopo gli episodi di maltrattamento, precludendo il senso di sicurezza necessario per il sonno (Bernier et al., 2013), (sebbene il sonno durante l’infanzia non sia stato valutato in questo studio).

I risultati supportano anche la letteratura precedente che suggerisce che l’ipersonnia nel Disturbo affettivo stagionale può essere un riflesso dell’evitamento e/o dell’aumento del tempo trascorso a letto (Kaplan & Harvey, 2009). Data la co-occorrenza di insonnia e ipersonnia nel Disturbo affettivo stagionale e nella depressione non stagionale (Soehner et al., 2014), è possibile che l’insonnia e l’ipersonnia, piuttosto che profili sintomatici distinti, siano processi correlati che possono rafforzarsi a vicenda. Per esempio, l’insonnia precoce potrebbe estendersi all’ipersonnia mattutina (per esempio, rimanere a letto più a lungo), che potrebbe poi precipitare nella difficoltà di iniziare il sonno la notte successiva.

In questo studio, inoltre, le credenze stagionali hanno predetto maggiormente l’associazione tra maltrattamento infantile e gravità della depressione nel Disturbo affettivo stagionale rispetto alle tipiche credenze depressogene disadattive.

In aggiunta, i risultati hanno mostrato che la componente della ruminazione media la relazione tra il maltrattamento infantile e la gravità della depressione nel Disturbo affettivo stagionale, estendendo al Disturbo affettivo stagionale le precedenti ricerche sulla depressione non stagionale (ad es, Raes & Hermans, 2008). I risultati delle credenze stagionali e del rimuginio come mediatori sono coerenti con i modelli cognitivi della depressione, secondo i quali gli individui che hanno subito maltrattamenti nell’infanzia (quando i loro schemi cognitivi tendono a essere malleabili) sviluppano stili cognitivi depressogeni, aumentando il rischio di depressione in età adulta (Liu, 2017).

Considerazioni conclusive

In conclusione, questo è il primo studio presente in letteratura che dimostra come il maltrattamento infantile riportato retrospettivamente sia associato alla gravità della depressione nel Disturbo affettivo stagionale. La maggior parte delle ricerche passate sull’eziologia di questo disturbo si è concentrata su meccanismi biologici legati ai livelli di luce ambientale ambientali e solo più recentemente sulle teorie psicologiche (Rohan et al., 2009). L’inclusione di un ruolo del maltrattamento infantile nell’eziologia del Disturbo affettivo stagionale può aprire nuove strade di ricerca utili per la comprensione e per il trattamento del disturbo.

 

Conoscere se stessi (2022) di Stephen M. Fleming – Recensione

Fleming nella prima parte del libro “Conoscere se stessi” inizia un viaggio, che durerà per tutta la sua opera, fatto di esperimenti che ci illustrano come la nostra mente lavora quando la percezione del mondo o di un problema non è esaustiva o completa.

 

 Martin entra in studio trafilato, evitando il mio sguardo, va ad occupare l’angolo più remoto del divano. Ha l’aria stanca. Spesso è così quando passa le nottate a studiare.

“Non so se sono pronto per l’esame.”

Esordisce il ragazzo che viene da qualche mese in terapia e da qualche tempo ha un blocco nello studio. Ci vediamo abbastanza da sapere che Martin, il tempo sui libri, lo passa eccome, ma di andare a fare un esame non se ne parla.

Trascorriamo spesso intere sedute a discutere della materia che sta preparando, tanto quasi da avere io stesso la sensazione di cominciare a capirci qualcosa. Ma è come se Martin, per qualche motivo, non avesse accesso a determinate informazioni sulla sua preparazione, tanto da pensare di non presentarsi agli esami che prepara nelle notti trascorse su i libri.

Non è certo una situazione insolita in una seduta di terapia, anzi favorire l’accesso alla consapevolezza delle proprie capacità personali è, praticamente, una ricorsività. Avere una buona lettura delle proprie possibilità ci permette di compiere scelte in grado di farci esporre a una prova, fare un tentativo. Insomma è qualcosa che potrebbe fare la differenza tra il successo e l’insuccesso.

Ma che cosa ci impedisce di sapere se abbiamo studiato abbastanza per un esame?

Questa è una delle domande che fa riferimento al tassello di un puzzle molto più complesso e articolato e ci indirizza verso la comprensione di una funzione unica della nostra mente: la metacognizione.

Cos’è la metacognizione? Una domanda alla quale, Stephen M. Fleming, uno dei maggiori esperti mondiali di metacognizione, risponde diffusamente e con grande precisione, nella sua opera. L’autore attraverso le pagine di “Conoscere se stessi” ci porta negli studi del MetaLab, all’University College di Londra, del quale è direttore. Siamo nel campo delle neuroscienze dove si indagano le funzioni della mente umana e la loro architettura neurale. Gli studi legati alla consapevolezza del sé (l’autoconsapevolezza), passano per un crocevia di conoscenze dove si intersecano i saperi della psicologia, della psicoterapia, della medicina, della biologia evoluzionistica e della computer science. Dalla posizione di neuroscienziato Fleming ci illustra un prezioso aggiornamento scientifico in grado di aprire nuove e fondamentali riflessioni su un argomento sempre più in auge nell’evoluzione della psicoterapia moderna e ancor più del sapere umano.

A cosa serve l’autoconsapevolezza? È senz’altro una delle domande centrali da porsi mentre si mettono insieme i “mattoni” della comprensione di un aspetto così sofisticato e trasversale.

La condizione che descrivo del mio paziente Martin rientra perfettamente in uno degli esempi che fa l’autore. Tutto ciò che è analizzato dagli studi sulla metacognizione prende spunto dalla vita reale, ed è usato per rappresentare quanto la capacità di pensare il pensiero è parte integrante e fondamentale della nostra quotidianità.

È possibile accettare la testimonianza di un testimone oculare? Dovrei ascoltare i consigli del mio medico? Queste sono alcune delle domande a cui una mente difficilmente potrà dare risposta senza coinvolgere la metacognizione.

Come ha fatto Stanislav Petrov nel 1983 a scongiurare la terza guerra mondiale decidendo che le incerte informazioni che arrivavano dai satelliti russi erano un’interferenza dovuta al riflesso del sole e non dei missili americani? Con questo esempio Fleming ci fa comprendere quanto sia evolutivamente fondamentale l’uso della nostra autoconsapevolezza la quale ci permette di rintracciare e stimare il grado di incertezza nella percezione del mondo che ci circonda.

“Senza la capacità di stimare il grado di incertezza, è improbabile che riusciremmo a percepire il mondo”.

Ebbene si! Per prendere la giusta decisione spesso è fondamentale avere delle incertezze, sapere di non sapere, come diceva Socrate.

Fleming nella prima parte del libro inizia un viaggio, che durerà per tutta la sua opera, fatto di esperimenti che ci illustrano come la nostra mente lavora quando la percezione del mondo o di un problema non è esaustiva o completa.

Scopriremo appunto quanto possa essere necessaria l’incertezza per non cadere nelle illusioni a cui il nostro cervello è esposto. A tal proposito potremmo dire che ciò percepiamo del mondo è una sorta di “allucinazione controllata”, ovvero un’ipotesi plausibile di cosa possa esserci fuori da noi (Anil Seth), ma per svariati motivi dobbiamo essere pronti a mettere in discussione se non vogliamo prendere delle cantonate e compiere scelte sbagliate.

Affermando che il nostro cervello ha l’interessante proprietà di essere sensibile all’incertezza e quindi dubitare, abbiamo appena descritto il primo mattone della struttura della nostra metacognizione, che ci spinge a cercare nuove soluzioni o nuovi indizi per agire in modi diversi sulla realtà.

Sono abbastanza certo che questa prima componente non risulti solo a me familiare. È qualcosa che avviene in terapia quando il paziente inizia a mettere in discussione le sue idee sul mondo o su se stesso.

Ma questo è solo l’inizio. Fleming, sempre con il supporto di una salda evidenza sperimentale, ci guida verso un altro mattone della nostra autoconsapevolezza.

Avete mai provato a salire su una scala mobile spenta? Avrete sicuramente notato che il nostro cervello deve inibire il movimento di assestamento che attiviamo in pratica (e ormai inconsapevolmente) ogni volta che prendiamo una scala mobile funzionante. Questo aspetto di monitoraggio continuo delle nostre azioni è il secondo mattone che Flaming descrive: la capacità di monitorare le nostre azioni. Trovo centrale sottolineare un aspetto molto interessante, ovvero che tali processi non sono sempre presenti alla nostra coscienza.

…noi deleghiamo compiti bene appresi ai livelli inconsci e subordinati di controllo dell’azione, e interveniamo solamente al bisogno”.

Vediamo come è strutturata la funzione di automonitoraggio. Essa si divide tra metacognizione implicita (che potremmo definire inconscia) e metacognizione esplicita (che potremmo definire consapevole). La prima è quella che ci avvicina di più al mondo animale, ma è la metacognizione esplicita a renderci unici.

Per quale ragione abbiamo acquisito una straordinaria capacità di diventare consapevoli di noi stessi?

La prima risposta che mi è venuta in mente sorridendo: altrimenti noi terapeuti avremmo dovuto inventarci un altro lavoro.

Ci stiamo dirigendo verso il terzo mattone della metacognizione: la teoria della mente.

Il modello che Fleming ha sviluppato insieme a Nathaniel Daw (esperto di modelli computazionali) si ispira al lavoro del filosofo Gilbert Ryle il quale sosteneva che riflettiamo su noi stessi applicando gli stessi strumenti che utilizziamo per comprendere la mente altrui.

Per riconoscere che una credenza potrebbe essere falsa, dobbiamo destreggiarci tra due modelli del mondo distinti. In qualche modo il cervello umano ha risolto come farlo, acquisendo una capacità insolita di pensare su se stesso“. Ma dove risiede questa funzione? Studi di neuroimaging funzionale ci permettono di osservare quali aree celebrali si attivano quando ci è chiesto di pensare a noi stessi: la corteccia pre-frontale (PFC) mediale e la corteccia parietale mediale sono quelle più coinvolte.

Ma cosa ci permette di formulare invece un giudizio su noi stessi? Questa risposta mi potrebbe aiutare a riflettere su cosa può accadere al mio paziente Martin.

La risposta potrebbe essere “avere una buona sensibilità metacognitiva”. Tutti noi in pratica siamo in grado di quantificare quanto le nostre autovalutazioni ci possano condurre verso il successo o meno.

Il problema è che la nostra metacognizione può essere vulnerabile agli stati emotivi oppure subire delle illusioni. “Come ogni strumento potente, la metacognizione è insieme creatrice o distruttrice.

Il mio paziente Martin, pensando di non aver assimilato bene l’esame, potrebbe decidere di non andare a sostenerlo perdendo tempo prezioso per il suo progetto di studi. Viceversa, percependoci troppo sicuri dinnanzi a una prova, potremmo esporci a una prestazione imbarazzante.

Come ci si protegge da tali illusioni? Semplice (apparentemente), coltivando una conoscenza della nostra metacognizione, imparando a conoscere le sue fragilità, i suoi punti deboli e come invece coltivarla rendendola una risorsa.

Anche questo punto mi sembra sempre molto familiare al contesto della terapia, non trovate?

Nella seconda parte del libro Flaming sottolinea appunto quanto la metacognizione possa costituire una base fondamentale per l’apprendimento e come quindi sia fondamentare comprendere come evitare di incorrere in quelli che definisce “deficit metacognitivi”.

Quando ci poniamo in una condizione di insegnamento verso gli altri, assumiamo una prospettiva che ci permette di percepire il nostro grado di preparazione su un dato argomento, di conseguenza quindi sviluppiamo una conoscenza più solida sull’argomento. “Gli uomini mentre insegnano, imparano” (Seneca).

Ma torniamo nuovamente a Martin. Secondo quanto affermato da Fleming, cosa possiamo fare per tutelarlo dalle illusioni e distorsioni della sua metacognizione?

Flaming afferma che “Quando gli studenti sono incoraggiati ad adottare una prospettiva in terza persona sul proprio apprendimento e a insegnare agli altri, saranno con meno probabilità vittime di distorsioni metacognitive”.

Ed ecco qui allora che, memore di quanto la nostra metacognizione possa essere più funzionale in uno spazio di relazione sicuro, ho avuto modo di appendere sorprendenti nozioni sulle materie di studio del mio paziente.

 Ma che cosa ci fa modificare un’idea? Probabilmente il sopraggiungere di nuove informazioni. Ma questo è sempre sufficiente? In clinica abbiamo salde esperienze su quanto una tipologia di pazienti tenda a restare ancorata a personali visioni del mondo, lungi dal considerare punti di vista alternativi. Flaming presenta una serie di studi dove viene illustrata l’importanza della metacognizione al fine di mettere in ragionevole discussione le nostre certezze. Riflettere su come sappiamo di sapere ci mette in condizione di valutare quanto siamo realmente sicuri.

Una nota fondamentale è che questo non può avvenire restando da soli. L’ambiente e le interazioni ci permettono di confrontarci e accrescere la nostra autoconsapevolezza.

Quando acquisiamo una nuova capacità accade che la nostra mente tende ad essere attenta ai particolari. Premi la frizione, inserisci la prima, alza lentamente il piede dal pedale fino al punto di attacco ecc… Sono abbastanza sicuro che nessuno di noi andando a lavoro ormai ripete questa minuziosa procedura. Si chiama “amnesia indotta dall’abilità (Beilock). L’attenzione è sicuramente un grande vantaggio in fase di apprendimento, ma è meno utile quando utilizziamo la nostra esperienza nella routine. Non ci stupirà sapere che non tutti i grandi ex atleti divengono formidabili allenatori. Saper effettuare bene un compito e saperlo raccontare descrivendolo agli altri non sono sempre capacità che viaggiano insieme. I sessatori di pulcini, ad esempio, sviluppano la capacità di discriminare il sesso dei piccoli volatili, attraverso un affiancamento all’esperto senior; è così che acquisiscono tale abilità sorprendente, difficilmente trasmissibile attraverso un’articolata spiegazione.

Ma saper costruire un racconto delle nostre capacità è fondamentale per la nostra autoconsapevolezza. Questo aspetto diventa molto interessante se ci si occupa di problematiche cliniche in cui la nostra autonarrazione (quello che pensiamo di stare facendo) si discosta in modo importante da quello che stiamo realmente facendo (il nostro comportamento) e quindi da ciò che di fatto accade nella realtà. Questa è una caratteristica tipica dei deliri associati alla schizofrenia.

Il filosofo Frankfurt fa una divisione tra desideri di ordine superiore e di ordine inferiore. Secondo il filosofo quando le due dimensioni coincidono, la nostra autonarrazione è coerente, quindi ciò che vogliamo e ciò che scegliamo coincidono.

Immaginiamo per esempio quanto le nuove tecnologie possano rendere fragile il rapporto tra desideri di ordine superiore e inferiore, dove il voler leggere questa recensione è il vostro desiderio superiore. Ma siccome sono consapevole della mia prolissità e della mia difficoltà nel fare articoli più sintetici, la vostra mente sarà stata distratta e tentata più volte di guardare il telefonino, un social e via dicendo, cercando magari un collegamento con i vostri amici, ovvero il desiderio di second’ordine. Se volessimo difendere il desiderio superiore, la consapevolezza della presenza o del sopraggiungere, dentro di noi, di un conflitto, potrebbe permetterci di compiere delle azioni volte a tutelare il desiderio superiore (leggere l’articolo) come, ad esempio, lasciare il telefono fuori dalla stanza. Esattamente cosa ho fatto io per scrivere questa recensione, facendo un intervento sulla mia agentività.

La parte finale del libro ci conduce al problema dell’autoconsapevolezza nell’era delle macchine, dove il rapporto con la tecnologia è ormai divenuto parte integrante della nostra realtà.

Flaming sostiene che “talvolta, scaricare il controllo sui sistemi automatici può essere pericoloso.

Una tecnologia sempre più complessa che risponde ai nostri bisogni potrebbe farlo a discapito della nostra autoconsapevolezza che si impoverirebbe.

Quanti di voi hanno inveito almeno una volta contro il correttore automatico del telefono? Ora immaginate questo in un panorama dove è un algoritmo intelligente a scegliere il film da vedere questa sera o ancor peggio chi invitare a cena.

Se affidassimo interamente, in futuro, questi nostri bisogni a forme di Intelligenza Artificiale (AI) la nostra autoconsapevolezza, affievolendosi, potrebbe trasformare bisogni fondamentali della nostra vita in tecno-dipendenze.

La realtà è che fortunatamente i sistemi di silicio non hanno una vera e propria metacognizione.

A questo problema l’autore ipotizza due strade:

  • Progettare una forma di autoconsapevolezza nelle macchine;
  • Assicurare che, quando ci interfacceremo con future macchine intelligenti, lo faremo così da impiegare l’autoconsapevolezza umana.

Una soluzione suggerita è quella di creare un’interfaccia uomo-macchina in grado di poter monitorare l’operato delle macchine, ma la scienza (forse per fortuna) è ancora lontana da questo.

In conclusione questo libro ha un forte potere di sensibilizzazione sull’importanza della metacognizione, affermando quanto sia importante coltivarla e rafforzarla, ma ancor più quanto sia necessario conoscerla e comprenderla per preservarla. La nostra autoconsapevolezza è quanto mai minacciata dalla corsa alla produttività e dall’uso sfrenato della tecnologia, caratteristiche dell’epoca moderna.

Sollevando il velo, anche solo per un momento, sul funzionamento della metacognizione, possiamo acquisire un nuovo rispetto per la fragilità e il potere della mente riflessiva.”

 

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