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Procedure per individuare le persone che necessitano di cure psicologiche – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 11

In questo numero e nel prossimo affronteremo i quesiti relativi al Tema B proposti alla Giuria. Attraverso questo Tema gli Esperti hanno interrogato la Giuria sulle procedure e gli strumenti adatti ad individuare persone con disturbi d’ansia e depressivi. Scopriamo insieme di cosa si tratta e quali sono state le raccomandazioni emesse dal gruppo di questo tavolo di lavoro.

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 11) Procedure per individuare le persone che necessitano di cure psicologiche

 

Quesito B1: il modello di individuazione

È possibile e utile introdurre un modello di individuazione delle persone con un problema di ansia e/o depressione da avviare alle terapie psicologiche che sia strutturato su più livelli di gravità a cui corrispondono più livelli di intensità di trattamento?

La discussione sugli aspetti pratici di individuazione dei pazienti e delle terapie adatte ad essi è considerata un’attuale priorità del nostro sistema sanitario, data la significativa prevalenza annuale dei disturbi depressivi (6%) e dei disturbi d’ansia (5%; Gigantesco et al., 2013; WHO, 2017) e lo scarso accesso alle psicoterapie (circa l’8%; Barbato et al., 2016).

Inoltre, le caratteristiche cliniche dei DMC (Disturbi Mentali Comuni, ovvero ansia e depressione) implicano una grande eterogeneità, soprattutto in termini di gravità dei sintomi; perciò, dovrebbero essere considerati come “variabili dimensionali rispetto alle quali i singoli casi si collocano lungo un continuum di gravità” (ISS, 2022).

Alla luce dei diversi gradi di gravità osservati nella pratica clinica, il problema in Italia risiede nelle differenze riscontrate tra l’eterogeneità nelle caratteristiche di chi cerca aiuto per DCM e l’uniformità delle risposte dei Servizi sanitari.

Per esempio, secondo la letteratura italiana e internazionale (Mazzoleni et al., 2011; Waitzfelder et al., 2018), la depressione è trattata nell’80% dei casi con antidepressivi, sebbene la ricerca sull’efficacia e la sicurezza dei trattamenti indichi l’efficacia a breve termine delle terapie combinate (psicoterapia + farmacoterapia; Cuijpers et al., 2020) e l’efficacia della psicoterapia nella prevenzione delle ricadute (Fava, 2002). Inoltre, l’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei medicinali (2019) ha registrato un aumento costante del consumo di antidepressivi in Italia negli ultimi quindici anni, considerandolo attualmente un effettivo problema di salute pubblica.

Per i disturbi d’ansia, invece, esistono equivalenze empiriche tra trattamento farmacologico e psicoterapia, sia individuale che di gruppo, in particolare di tipo cognitivo-comportamentale (Bandelow et al., 2017; Barkowski et al., 2020).

Per tutti questi motivi, il modello di individuazione delle persone con DMC potrebbe essere strutturato sulla base dei livelli di gravità, con l’obiettivo di diversificare i trattamenti proprio sul livello di gravità rilevato, proponendo dunque intensità differenti. Diversificare l’intensità dei trattamenti in base alla gravità dei sintomi (modello chiamato stepped care) consente di trattare il maggior numero di persone e raggiungere il più alto grado di remissione dei sintomi (NCCMH, 2021).

Questo tipo di programma è stato già applicato, mostrando ottimi risultati, in Inghilterra (NCCMH, 2021).

Raccomandazioni B1

Il tavolo di lavoro sul tema B, in merito al quesito B1, raccomanda l’introduzione del modello stepped care per la valutazione e il trattamento dei disturbi ansiosi e depressivi.

In particolare, la valutazione deve essere multidimensionale, basata su strumenti psicometrici validati e condivisi. I pazienti devono essere valutati ad ogni livello di trattamento e ad ogni incontro con i medesimi strumenti, in modo da facilitare la comunicazione fra i livelli diversi di trattamento e guidare i clinici nella varie fasi decisionali dell’intervento. Inoltre, per valutare l’intero percorso di cura è essenziale elaborare dei rapporti annuali in un’ottica di miglioramento continuo dei Servizi (Clark et al., 2018).

Il trattamento, secondo il modello stepped care, deve prevedere una gradazione degli interventi in funzione dell’entità dei bisogni del paziente. Vi sono 3 livelli e ognuno rappresenta un intervento basato sulle evidenze empiriche, dal meno invasivo (“a bassa intensità”) al più organizzato e contenitivo (“ad alta intensità”), dipendentemente dalla gravità della sintomatologia. La mancata risposta a un intervento implica il passaggio a quello di livello superiore. Per esempio, nel I livello vengono proposti interventi psico-educazionali o gruppi di auto-mutuo aiuto, nel II livello viene erogata la psicoterapia, mentre nel III livello alla psicoterapia viene affiancata la farmacoterapia. Dunque, ai casi di gravità lieve, vanno riservati interventi a minore intensità come quelli contemplati nel I livello; invece, per i casi moderati o severi, le psicoterapie combinate con le terapie farmacologiche, devono essere l’intervento di prima scelta. A fronte di tali indicazioni, è importante considerare la preferenza del paziente per la scelta del percorso.

Data la complessa riorganizzazione che l’attuazione di tale programma comporterebbe, gli Esperti sostengono sia utile progettare e formalizzare il trattamento dei DMC in un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA), in collaborazione con stakeholder, operatori delle cure primarie e specialisti.

 

La cura dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali: l’intervento terapeutico integrato

Nella psicoterapia psicodinamica integrata applicata alla sofferenza psicologica dei pazienti affetti da malattie croniche intestinali, l’intervento del terapeuta ha lo scopo di favorire la funzione riflessiva del soggetto. 

 

Abstract

 Le malattie croniche intestinali, IBD, dall’inglese Inflammatory Bowel Disease, sono malattie infiammatorie croniche dell’intestino; sono patologie a carattere remittente e recidivante caratterizzate dall’alternarsi di periodi non prevedibili, anche se uno stile di vita sano può aiutare a prevenire le fasi acute.

L’eziologia delle malattie croniche intestinali è sconosciuta, ma numerose ricerche suggeriscono che il processo patologico multifattoriale sia determinato da una risposta immunitaria, da una componente genetica e da fattori ambientali.

Le malattie croniche intestinali impattano in maniera compromettente sulla salute, causando anche danni strutturali, e sulla qualità di vita dell’individuo che ne è affetto. Le limitazioni nelle attività della vita quotidiana, causate dalle malattie croniche intestinali, possono essere contenute attraverso la presa in carico globale del paziente da parte di una équipe interdisciplinare dedicata.

Seguendo il modello bio-psico-sociale, gioca un ruolo fondamentale la psicoterapia integrata poiché il paziente ritrova parte della propria autonomia e, attraverso l’acquisizione di nuove strategie di coping, favorisce il miglioramento in maniera globale.

La componente medica delle terapie con pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali

Con l’acronimo IBD (Inflammatory Bowel Disease) vengono abitualmente indicate le patologie intestinali croniche di tipo infiammatorio. All’interno di questa categoria si distinguono due realtà in apparenza piuttosto differenti tra loro: il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa (RCU). La prima di esse è una malattia infiammatoria dell’intestino alla quale ha dato una definizione il gastroenterologo statunitense Burrill Bernard Crohn, nel 1932, in collaborazione con i colleghi Ginzburg e Oppenheimer, dopo le ricerche condotte presso il Mount Sinai Hospital di New York. Quello che contraddistingue la malattia di Crohn è la reazione infiammatoria di carattere granulomatoso, reazione che interessa segmenti intestinali in modalità intermittente e disomogenea. Tale reazione colpisce dei tratti specifici e proprio da questa peculiarità deriva la definizione di enterite regionale o enterite segmentaria, una definizione che però non possiamo definire del tutto esatta né calzante, dal momento che la patologia può di fatto colpire potenzialmente ogni segmento del canale alimentare, dall’area stomatologica a quella dell’orifizio anale. Nella realtà dei fatti, l’area percentualmente più colpita è quella dell’ileo terminale (che è poi l’area nella quale si erano concentrate le indagini di Crohn e dei suoi collaboratori), oppure quella del colon. La RCU è invece una malattia infiammatoria cronica che interessa la mucosa di una porzione del colon o a volte l’organo nella sua totalità, in particolare nell’area rettale, e si caratterizza per la presenza di ulcerazioni dei tessuti che possono causare frequenti perdite di sangue e muco. L’infiammazione cronica della superficie del colon si riscontra nella maggior parte dei casi nell’ampolla rettale, e se si riscontra solamente in quella zona si può parlare di proctite ulcerosa. In realtà il livello più profondo della parete intestinale non viene interessato da questo fenomeno e la patologia rimane confinata al colon, avanzando progressivamente dalle porzioni distali, o periferiche, a quelle prossimali (ossia i punti convenzionalmente considerati come origine di un organo).

Il decorso patologico presenta in entrambi i casi descritti un andamento poco prevedibile, di carattere cronico e contraddistinto dal riacutizzarsi dei sintomi a momenti alterni; la terapia adottata è generalmente di tipo sintomatico, quindi fondata sull’utilizzo di medicinali antiflogistici che non siano steroidei (ossia simulatori dell’attività biologica degli ormoni naturali); i farmaci che trovano attualmente più largo utilizzo in questo campo sono gli immunosoppressori, i farmaci biologici e i corticosteroidi. Si fa ricorso all’intervento chirurgico nei casi più gravi e complessi, vale a dire in presenza di stenosi, ascessi o fistole (condotti attraverso i quali scorrono liquidi di origine patologica). L’eziologia delle malattie croniche intestinali non è tutt’oggi univocamente definita e sistematizzata. L’agente infettivo scatenante delle malattie croniche intestinali non è stato attualmente individuato, ma è stata riconosciuta in maniera unanime l’influenza dei fattori ambientali, genetici e delle abitudini individuali insane, come il tabagismo e una dieta povera di alcuni elementi (tra i quali in particolare lo zinco).

Inoltre, il dato offerto dall’aggregazione familiare, rappresentata dal cosiddetto parametro lambda, rileva il rapporto tra la frequenza di una certa patologia nei nuclei familiari e la frequenza riscontrata nel resto della popolazione. L’aggregazione familiare è un parametro da abbinare, ove possibile, agli studi di concordanza tra gemelli, al fine di comprendere se nella patologia esiste una componente genetica determinante e di poter stabilire il livello di ereditabilità.

Per quanto riguarda i fattori legati a stress ed elementi psicologici/psicosomatici, recenti studi hanno individuato il ruolo attivo giocato dai fattori di stress nella patogenesi delle malattie croniche intestinali. Bitton e i suoi collaboratori hanno ipotizzato una relazione direttamente proporzionale fra stress e malattie infiammatorie intestinali, mentre l’ansia e la depressione possono contribuire al deterioramento di MC e RCU (Bitton A, Dobkin P. 2008). Inoltre, non è infrequente osservare l’insorgenza della malattia a seguito di un evento traumatico.

I dati epidemiologici dell’MC e RCU rilevano che le malattie croniche intestinali sono largamente diffuse in America settentrionale e in Europa centro-settentrionale, e che la loro incidenza aumenta nelle aree più a sud di questi continenti. La loro incidenza suggerisce la presenza di un elemento culturale, determinato dai ritmi delle società altamente industrializzate, dove i livelli di stress sono da tempo documentati.

Il picco stagionale della malattia si registra nei mesi invernali, ciò suggerirebbe una correlazione di fattori non solo ambientali tout court ma anche climatici, probabilmente esacerbati dall’inquinamento atmosferico, come dimostra l’incidenza maggiore nelle aree urbane e maggiormente industrializzate.

Nell’Europa Occidentale e negli Stati Uniti la prevalenza della RCU è di circa 70-150 casi ogni 100000 abitanti, con un’ incidenza annua di circa 10-15 casi per 100000 abitanti. La prevalenza della MC è di circa 20-40 casi per 100.000 abitanti, con un’incidenza di 2 casi ogni 100000 abitanti all’anno.

La fascia di età maggiormente interessata dal fenomeno è quella tra i quindici ed i quarant’anni. L’insorgenza è più precoce nei soggetti di sesso maschile, mentre il decorso più prolungato, la gravità e la frequenza è maggiore nei soggetti di sesso femminile. Nell’ultimo decennio si è osservato un secondo picco d’incidenza dopo i cinquanta anni e fino ai sessantacinque circa, oltre alla frequenza diagnostica di malattie croniche intestinali in pazienti di età ancora più avanzata (in particolare RCU).

La Psicoterapia Psicodinamica Integrata (PPI) come prospettiva di cura

Le fondamenta della Psicoterapia Psicodinamica Integrata poggiano sull’alleanza terapeutica, ovvero la relazione fra il soggetto e l’altro (o, in altre parole, all’altro da sé). Sul piano etimologico, il suo significato è di diretta derivazione dal termine greco dýnamis, ossia forza, energia, in riferimento alle energie sprigionate da ogni scambio interpersonale. La narrazione della sintomatologia e le vicissitudini a essa legate trovano senso nell’ascolto del terapeuta, che, prendendosi carico della sofferenza riportata, conduce il paziente alla scoperta del significato simbolico del sintomo.

L’aspetto integrato della terapia fa in modo che al metodo eminentemente analitico vengano abbinati altri approcci, spesso derivanti dalla terapia cognitivo-comportamentale, dalla transazionale, dalla meditazione mediata e dal training autogeno. Infatti, i pazienti impegnati in una terapia di lunga durata, come quella psicodinamica, hanno bisogno di apprendere quanto prima delle strategie di coping che consentano la gestione delle criticità quotidiane.

Riportiamo a questo proposito l’opinione di Giuseppe Lago secondo il quale il cuore della cura non si può trovare né in ambito esclusivamente biologico né in ambito esclusivamente psicologico. Al contrario, è necessario immaginare una sorta di ponte, un ampio collegamento che risolva un dualismo che ha sempre arrecato danno allo studio dell’organismo umano. Il dualismo mente-corpo deve risolversi in un’attività funzionale unica, che deriva da due realtà che appaiono come scindibili, ma che in effetti si integrano nel funzionamento reciproco, fino a costituire una sola realtà «come accade per il campo visivo: unico, ampio, esteso e nitido risultato della funzione dei due occhi»  (Lago G. 2006). La Psicoterapia Psicodinamica Integrata agisce sulla mente in modo integrato, tenendo conto della plasticità neuronale (ossia la facoltà del cervello di recuperarsi e ristrutturarsi), ma anche della complessità e della creatività della mente umana. Nell’ambito della psicoterapia psicodinamica integrata, applicata alla sofferenza psicologica dei pazienti affetti da malattie croniche intestinali, l’intervento del terapeuta ha lo scopo di favorire la funzione riflessiva del soggetto.

 Nel momento iniziale della psicoterapia psicodinamica integrata, o fase empatica, non si applica alcuna forma di interpretazione, specialmente del materiale onirico. La fase empatica prevede piuttosto un’esperienza emozionale correttiva (Alexander F., French T.M. 1946), nel suo significato di riattualizzazione di contenuti emotivi (detti protomentali), già ben saldi nella memoria implicita dell’individuo, successivamente riorganizzati all’interno della nuova esperienza emotiva costituita dalla psicoterapia psicodinamica integrata (Lago G. 2006). Il paziente rivela proiettivamente le sue aspettative, basate su precedenti esperienze, e la risposta del terapeuta gli fornisce un modello di regolazione affettiva, che lo aiuta a portare a termine i processi riflessivi incompleti.

La successiva fase interpretativa getta le basi e si edifica sulla precedente fase empatica, con un rinforzo che sostanzia il vincolo di alleanza nell’ambito della terapia. In particolare, nel caso di individui affetti da patologie intestinali infiammatorie croniche, che vivono uno stato di rifiuto, vergogna, financo dissociazione dalla propria corporeità, le errate percezioni e credenze cognitive devono essere esplorate e sviscerate in maniera non giudicante. Infatti l’esperienza corporea di una persona affetta da malattie croniche intestinali è talmente disturbante e disorganizzante che le distorsioni cognitive possono assumere, in alcuni casi, proporzioni deliranti e mostrarsi refrattarie agli sforzi terapeutici.

Conclusioni

Possiamo ribadire nuovamente che le malattie croniche intestinali possono essere definite a tutti gli effetti delle malattie sociali. Dal momento che la patologia insorge nel periodo della vita in cui gli individui sono nel pieno delle proprie attività, condiziona pervasivamente l’esistenza dei pazienti e di quanti vivono loro accanto. In definitiva, la vita dei soggetti affetti da malattie croniche intestinali, e dei loro familiari, si configura attorno ai costanti monitoraggi clinici, agli interventi strumentali necessari per tenere la patologia sotto controllo e ai trattamenti terapeutici invasivi che la condizione del paziente rende indispensabili.

L’impatto sociale di queste categorie patologiche è quindi tutt’altro che trascurabile: pur non incidendo direttamente sull’aspettativa di vita dei pazienti, esse possono avere un’azione invalidante sulle abilità e le potenzialità complessive di chi ne è affetto (come ad esempio il rischio di lunghi congedi per malattia, le spese rese necessarie da interventi e ricoveri frequenti, la necessità di acquistare integratori e farmaci non mutuabili, oltre agli spostamenti per sottoporsi a cure in zone geografiche lontane da quella di residenza). Basandosi su recenti stime rese pubbliche dall’Unione Europea, un paziente costa allo Stato tra i tremila e i cinquemila euro l’anno. In Italia si contano circa 150mila pazienti IBD ufficiali, anche se il conteggio potrebbe arrivare a 250mila. È quindi intuitivo quanto siano elevati questi costi, ai quali si affiancano i costi indiretti (come, ad esempio, i servizi assistenziali).

Per quanto riguarda la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa, gli obiettivi terapeutici si possono riassumere in alcune specifiche categorie: dapprima, l’induzione della remissione, quindi il suo mantenimento; a seguire, la terapia farmacologica unita a quella psicoterapica. Si intende così raggiungere un sensibile miglioramento della qualità di vita e nello stesso tempo la prevenzione di recidive, complicanze o recrudescenze.

Per concludere, un’ulteriore importante finalità consiste nella prevenzione degli effetti collaterali delle terapie stesse, siano essi a breve o a lungo termine. È una recente acquisizione, del resto, la comprensione del fatto che le finalità ed i target clinici non sono in sé sufficienti a fornire un’esaustiva definizione dell’utilità e della reale efficacia dei differenti percorsi terapeutici.

Allo stato attuale, la valutazione dello stato patologico circoscritta ai sintomi ed alla misurazione delle evidenze cliniche, non si può in alcun modo ritenere completa. Esistono delle prove scientifiche, per quanto perfettibili e tuttora in fase di ricerca, grazie alle quali si può affermare che una terapia mirata alla mera remissione sintomatologica non ottiene una guarigione stabile e duratura. Al contrario, quando ad una reazione clinica positiva viene associata una reazione altrettanto incoraggiante sul piano biologico ed umorale, è possibile aspettarsi una fase regressiva della malattia più solida e durevole.

Questa non è altro che la concezione di deep remission, come recentemente teorizzata da Colombel, il cui senso profondo è l’affiancamento di un percorso parallelo a quello clinico, che tende alla normalizzazione dei marcatori biologici di infiammazione (Colombel J. F. et al 2014) ed alla cicatrizzazione parziale o totale delle lesioni luminali esaminabili e sondabili.

La gestione ottimale prevede quindi una mappatura minuziosa prima di qualunque tipologia terapeutica (Vermeire S. et al. 2013).

Se prendiamo in considerazione le più importanti e recenti acquisizioni sulle malattie croniche intestinali, non possiamo non notare che la ricerca traslazionale conduca all’enucleazione dei target terapeutici di maggior rilievo. Questo risultato agevola da un lato la creazione di prodotti farmaceutici più efficaci e dotati di migliori garanzie circa la sicurezza, e dall’altro l’individuazione di supporti psicologici sempre più adeguati e specificamente elaborati e strutturati.

Nell’ultimo ventennio, da questi percorsi di ricerca clinica sono scaturiti rilevanti contributi all’equipaggiamento terapeutico, alla diversificazione delle opzioni di presa in carico del paziente ed alla maggiore precisione della prognosi. Sul versante psicologico il progresso terapeutico si attesta sull’affiancamento di terapie di sostegno psicologico o di gruppi d’ascolto condotti da uno psicoterapeuta.

Negli ultimi anni, le recenti intuizioni dei meccanismi eziopatogenetici, nonché la scoperta di nuovi orizzonti terapeutici, hanno avuto il merito di introdurre cambiamenti sostanziali e positivi nel trattamento dei pazienti affetti da malattie croniche intestinali. Una gestione del paziente altamente individualizzata fornisce una variabile determinante nell’approccio globale alla patologia e pone il portatore, col suo bagaglio esperienziale, psicologico e col suo vissuto irripetibile, al centro del percorso terapeutico.

 

Esiste uno stress positivo che non serve a fronteggiare una minaccia per la sopravvivenza?

Lo Stress Positivo viene quasi sempre descritto come uno Stress che serve a preservare la nostra sopravvivenza attivando la famosa reazione “lotta o fuggi” per mobilitare le energie e le risorse necessarie per affrontare una situazione potenzialmente rischiosa.

 

La concezione classica dello stress

Nel paradigma attuale, allo Stress viene riconosciuto quindi anche un valore positivo, ma questa qualità positiva viene quasi esclusivamente riferita alla finalità biologica legata a situazioni particolarmente minacciose per l’organismo con il risultato che sostanzialmente tutti gli altri contesti in cui vi è un’attivazione del meccanismo dello Stress (del ramo endocrino e di quello nervoso), sia nel caso di una iper-attivazione troppo intensa che di una attivazione prolungata nel tempo (anche se meno intensa), vengono considerate “tout court” Stress negativo (Distress) perché disadattive.

Non è un caso che nel paradigma attuale dello Stress, lo Stress Acuto può essere positivo (Eustress), ma qualsiasi forma di Stress Cronico (quindi che perdura nel tempo) è considerato sempre Distress proprio perché l’attivazione prolungata nel tempo dello stesso meccanismo dello Stress viene sempre considerata svantaggiosa per la fitness dell’organismo.

Nel concetto tradizionale di Stress, derivante dall’iniziale definizione del fisiologo Hans Selye (Selye, 1976) focalizzata sugli aspetti patogenetici del meccanismo, viene assunta implicitamente una visione puramente quantitativa del fenomeno stressante, nel senso che esso può essere positivo solo nel contesto “acuto” (attivazione neuroendocrina breve e intensa) e solo all’interno della finalità strettamente biologica legata alla sopravvivenza (Agnoletti, 2020).

La prospettiva quantitativa dello Stress si sposa bene con il concetto che vede l’andamento dello Stress connesso linearmente, in maniera riduzionistica, con la produzione del cortisolo per cui, in maniera semplicistica, “più si è stressati, maggiore cortisolo viene prodotto dall’organismo” e quindi spesso la soluzione proposta al problema causato dal Distress risulta essere il rilassamento perché corrisponde ad una minore produzione di cortisolo.

Le evidenze scientifiche non sono concordi con questa semplicistica visione dello Stress (si veda ad esempio il fenomeno dell’adrenal fatigue), ma spesso la comunicazione, anche professionale, propone questa prospettiva che, malgrado sia accattivante e persuasiva, oltre ad essere imprecisa, è anche potenzialmente pericolosa.

Citando le parole di Chrousos e Agorastos (Agorastos & Chrousos, 2021):

Lo stress è definito da uno stato di minaccia all’equilibrio omeodinamico da un’ampia gamma di sfide o stimoli intrinseci o estrinseci, reali o percepiti, definiti come fattori di stress. Per preservare questo stato omeodinamico ottimale all’interno di un intervallo fisiologico, gli organismi hanno sviluppato un sistema altamente sofisticato, il sistema dello stress, che serve all’autoregolazione e all’adattabilità dell’organismo mediante il re-indirizzamento dell’energia in base alle esigenze presenti.

Una nuova prospettiva sullo stress positivo

Personalmente non sono concorde con questo paradigma che presenta più di qualche lacuna concettuale (Agnoletti, in press; Agnoletti, 2022a; Agnoletti, 2021a; Agnoletti, 2021b; Agnoletti, 2029) ma, al di là di questa riflessione, anche accettando per ipotesi che il paradigma attuale fosse completamente corretto, possiamo constatare che sia molti professionisti della salute psicofisica che molti studiosi dello Stress non si limitano a descrivere l’Eustress nel contesto di un possibile rischio per la sopravvivenza, ma utilizzano questo concetto anche in contesti nei quali non esiste un pericolo di vita (Sapolsky, 2006; Sapolsky, 2018; McEwen & Akil, 2020).

Esempi di questi contesti vanno dalla positiva funzione dello Stress nel fornire di energia e risorse finalizzate ad affrontare un esame importante o per raggiungere una performance sportiva o per descrivere la situazione in cui ricerchiamo attivamente un’intensa stimolazione psicofisiologica che troviamo emotivamente positiva.

Citando l’autorevole prof. Robert Sapolsky:

Sarebbe facile dire: – Ah! Eliminiamo lo stress dalla nostra vita! -. Ma questa è un’assurdità. Per un breve periodo, lo stress fa cose meravigliose per il cervello e lo adoriamo. Ci fa sentire bene. Siamo disposti a pagare per farci terrorizzare dalle montagne russe. Perciò la domanda diventa: – Quando lo stress è una buona cosa? -. Lo stress buono è ciò che chiamiamo stimolazione quando c’è una sfida da superare. Che cos’è che rende lo stress stimolatorio? (Davidson, Tenzin, Kabat-Zinn, 2011).

Un altro esempio di questo tipo di definizione di Stress positivo è quello espresso dall’Istituto Italiano Superiore della Sanità (ISS, 2020):

Lo stress è la risposta psicologica e fisiologica che l’organismo mette in atto nei confronti di compiti, difficoltà o eventi della vita valutati come eccessivi o pericolosi. La sensazione che si prova in una situazione di stress è di essere di fronte ad una forte pressione mentale ed emotiva […] Lo stress può essere positivo quando, ad esempio, aiuta a concentrarsi per un esame, dà la carica per affrontare una gara sportiva o un nuovo lavoro. In questi casi viene definito stress positivo o eustress. Diventa, invece, negativo quando dura nel tempo senza che si abbia la capacità di affrontare la situazione che l’ha provocato. In questi casi si determina un sovraccarico o carico allostatico, che logora le cellule, i tessuti e gli organi compromettendone le funzioni.

Chiaramente questa tipologia di descrizioni è incoerente con la visione ortodossa dello Stress concettualizzato unicamente come meccanismo di difesa biologico finalizzato all’omeostasi (Agnoletti, in press), ma è funzionale a spiegare alcuni comportamenti umani (e non) che non sono riconducibili ad un contesto pericoloso per la vita, ma dove c’è l’esigenza, da parte dell’organismo, di fornire energia e risorse per raggiungere uno scopo non legato alla difesa biologica.

Nella visione classica dello Stress, a mio avviso riduzionistica, l’unica soluzione allo Stress negativo sembra essere esclusivamente il rilassamento (vedi ad esempio il concetto di “Relaxation Response” del prof. Herbert Benson o le stesse tecniche di meditazione attualmente molto di moda anche in ambito clinico) perché rappresenta il suo contrario logico.

Risulta particolarmente interessante notare che in questa visione classica non vi è attualmente uno spazio logico ben definito dedicato allo Stress Positivo svincolato dalla sua funzione strettamente biologico difensiva.

In altri termini, almeno dal punto di vista comunicativo, vi è la generale contraddittorietà consistente nell’ammettere l’esistenza di uno Stress Positivo quale meccanismo di difesa biologico, ma anche di una tipologia di Eustress non ben definito, finalizzato ad una teleonomia non strettamente biologica (per esempio superare un test importante, migliorare una prestazione sportiva, ecc.).

Cosa si intende quindi con stress positivo?

Personalmente sono convinto che questa contraddizione concettuale relativa allo Stress comporti molteplici implicazioni anche cliniche sfavorevoli (Agnoletti, in press) perché fino a quando non si raggiungerà una chiara ed operativa definizione di Stress dove è misurabile la differenza tra Eustress e Distress, il modo di supportare un paziente non può che essere, almeno in parte, approssimativo (Agnoletti, 2022a; Agnoletti, 2022b).

Nell’inflazionata metafora che vede la zebra cercare di scappare dal tentativo predatorio della leonessa per descrivere il meccanismo “lotta o fuggi” innescato dalla zebra per salvarsi dall’attacco della leonessa, la maggior parte ai focalizza sulla condizione della zebra, ma quasi nessuno si chiede in che situazioni si trovi la leonessa.

La leonessa sicuramente non si trova in una situazione di rilassamento, ma altrettanto chiaramente non sta fornendo di energie e risorse il proprio organismo per salvarsi da un pericolo di vita, né tantomeno si trova in uno stato psicologico (cognitivo, emotivo e motivazionale) simile a quello della zebra.

Nel momento in cui la leonessa sta cercando di predare la zebra si trova in uno stato di Eustress? Personalmente sono convinto di sì, ma, al di là della mia opinione personale, è importante chiedersi come classifichiamo il suo comportamento, perché la risposta che forniremo rispecchia l’implicito concetto che abbiamo relativamente al “cosa” consideriamo Stress ed in cosa consiste la differenza tra Distress ed Eustress.

Alla domanda: “cosa intendi per Eustress?”, se la risposta è limitata al contesto di pericolo per la sopravvivenza, rispettiamo il concetto classico di Stress, ma non diamo spiegazione ai contesti, tra l’altro molto tipici per la specie umana, in cui l’organismo deve fornire energia e risorse anche per raggiungere scopi che non sono quelli strettamente biologici o comunque riservati alla sopravvivenza.

Se invece la risposta comprende anche i particolari contesti che esulano dal pericolo di vita, significa che utilizziamo il concetto di Eustress in un modo che non è più coerente con la funzione principale ed esclusiva di modalità “lotta o fuga” preziosa per garantire la nostra sopravvivenza.

Potremmo dire che, in base alla risposta che diamo alla domanda espressa poche righe fa, possiamo capire se siamo coerenti con il paradigma ad oggi largamente condiviso dello Stress, ma non diamo spiegazione a tutta una serie di comportamenti molto frequenti nella specie umana o se, al contrario, non siamo coerenti con la teoria classica dello Stress ed estendiamo questo meccanismo psicofisico anche per dar conto a vari comportamenti che nella specie umana fanno parte della sua complessità bio-psico-sociale.

Per le notevoli implicazioni, anche cliniche, che il concetto di Stress possiede per il benessere e la salute psicofisica umana risulta quindi fondamentale chiedersi come classificare i processi che forniscono energia e risorse all’organismo per raggiungere finalità che non sono direttamente riconducibili alla difesa reale o potenziale dell’omeostasi (e quindi della sopravvivenza).

Se questi processi non riconducibili alla difesa dell’omeostasi dell’organismo li attribuiamo al meccanismo dello Stress, siamo costretti a riconsiderare il paradigma stesso di Stress estendendo la sua logica ad aspetti anche non strettamente biologici, quindi che includono, in un’ottica integrata ed olistica, la complessità bio-psico-sociale.

Questa posizione comporta un rifiuto del paradigma puramente quantitativo dello Stress (Agnoletti, 2020; Agnoletti, 2022a) che prevede che la differenza tra Eustress e Distress sia interamente riconducibile al livello di produzione ottimale o subottimale di cortisolo.

La letteratura attualmente disponibile ha già ampiamente smentito questa visione semplicistica puramente quantitativa (Crum, Salovey & Achor, 2013; Jamieson, Nock, & Mendes; Keller et al., 2012; Lazarus & Folkman; 1984) facendo emergere la necessità di considerare la dimensione psicologica del significato attribuito allo Stress (Agnoletti, 2021a; Agnoletti, 2022b).

Nel caso in cui invece i processi suddetti, non riconducibili alla difesa dell’omeostasi dell’organismo, li attribuiamo ad un meccanismo diverso dallo Stress, allora dobbiamo accettare l’esistenza di un meccanismo completamente a sé stante rispetto allo Stress che necessita ancora di essere identificato.

Personalmente sono più favorevole ad un concetto di Stress che includa anche le dinamiche non omeostatiche, sia per il principio chiamato “del rasoio di Occam”, relativo alla parsimonia esplicativa, sia perché questo paradigma è maggiormente coerente con molti dati già emersi dalla letteratura, convergenti con una visione dello Stress più complessa rispetto quella attualmente condivisa.

In linea con quanto espresso da Kurt Lewin, il famoso psicologo sociale, che disse: “Non c’è nulla di più pratico che una buona teoria” (Lewin, 1951, p. 169), sono convinto che riuscire a concettualizzare più correttamente e realisticamente lo Stress abbia importanti implicazioni pratiche, e cliniche, nel promuovere la salute ed il benessere.

Per questo motivo è auspicabile progredire definendo con maggiore precisione il fondamentale concetto di Stress così centrale per migliorare il benessere, la salute e la qualità di vita umana.

 

Le funzioni del rimpianto nel sesso occasionale

All’interno di ciascun genere, l’orientamento socio-sessuale – definito come le differenze nei prerequisiti impliciti degli individui per intraprendere attività sessuale al di fuori di una relazione impegnata – sembra influenzare l’entità del rimpianto a seguito del sesso occasionale.

 

Il rimpianto

Il rimpianto è un processo cognitivo-emotivo controfattuale, che si esprime tramite un’emozione avversiva pensando a quanto sarebbe stato meglio se le scelte comportamentali prese in passato fossero state diverse (Saffrey et al., 2008).

Alcune delle sue funzioni sono quella di influenzare il comportamento futuro rendendolo più adattivo e dare un senso agli eventi passati. La teoria della regolazione del rimpianto afferma infatti che il rimpianto esiste per regolare il comportamento (Pieters e Zeelenberg, 2007).

Sebbene la maggior parte degli studi presenti in letteratura non mostri differenze significative rispetto al genere riguardo al rimpianto, invece l’ambito sessuale è molto differente per donne e uomini. Questi ultimi sono soliti rammaricarsi frequentemente per le occasioni sessuali perse. Galperin e colleghi (2013) in uno studio hanno suggerito una funzione adattiva del rimpianto a breve termine: il rimpianto per le esperienze sessuali passate può ridurre le future scelte disadattive e motiva il miglioramento delle decisioni future.

La teoria delle strategie sessuali

La teoria delle strategie sessuali (Sexual strategies theory [SST]; Buss e Schmitt, 2017) è un approccio teorico che fornisce spiegazioni sulle differenze di genere basate sulla teoria dell’investimento parentale (Trivers, 2017). Secondo tale teoria i generi mostrano differenze comportamentali, soprattutto in ambito sessuale, a causa di un investimento asimmetrico nella riproduzione. Questo implica che il genere che investe più energie e si sacrifica maggiormente, sia poi più selettivo nelle scelte o preferenze (e.g., la disponibilità del partner a investire nella relazione) in quanto i costi legati alla produzione di prole sono stati maggiori. Negli esseri umani, le donne sono il genere che investe di più nella riproduzione poiché a loro spettano gestazione, parto, allattamento e molto altro.

Relativamente al rimpianto, quando è presente l’opportunità di avere un rapporto sessuale, la teoria delle strategie sessuali predice differenze di genere sia nel rimpianto per l’azione, sia in quello per l’inazione (Galperin et al., 2013).

Un rapporto sessuale breve e senza impegno, definito anche sesso occasionale, può comportare un aumento del successo riproduttivo sia per gli uomini sia per le donne. A causa dei costi asimmetrici accade tuttavia che, dal sesso occasionale, gli uomini hanno più vantaggi a livello di successo riproduttivo rispetto alle donne. Nel corso dell’evoluzione, però, l’inattività sessuale ha ridotto tale successo riproduttivo; questo ha provocato per gli uomini un aumento del rimpianto per non essersi impegnati in incontri sessuali non impegnati (rimpianto da inazione). Le donne, invece, siccome sostengono costi maggiori qualora si dovesse verificare una gravidanza indesiderata, la quale può derivare dal sesso senza investimento da parte del partner, è più probabile che si pentano maggiormente di averlo fatto (rimpianto da azione).

Queste ipotesi sono state confermate da diversi studi che hanno riscontrato che le donne più degli uomini hanno riportato il rimpianto per l’azione, mentre gli uomini più delle donne hanno riportato il rimpianto per l’inazione (Galperin et al., 2013).

Differenze di genere nel rimpianto sessuale

All’interno di ciascun genere, l’orientamento socio-sessuale –definito come le differenze nei prerequisiti impliciti degli individui per intraprendere attività sessuale al di fuori di una relazione impegnata (Gangestad e Simpson, 1990)– sembra influenzare l’entità del rimpianto: una socio-sessualità senza restrizioni nelle donne può aumentare le opportunità di sperimentare il rimpianto rispetto ad azioni sessuali a breve termine, attraverso un maggior numero di storie di una notte. Gli uomini con restrizioni, al contrario, rinunciano più frequentemente a opportunità sessuali a breve termine aumentando le probabilità di sperimentare rimpianto per l’inazione.

Si è detto che una delle funzioni del rimpianto è quella di predire scelte sessuali future più adattive; per le donne il rimpianto sembra essere guidato dalla qualità del partner e dall’eccitazione sessuale (Kennair et al., 2018), la scelta adattiva non è quindi necessariamente quella di ridurre il numero di avventure di una notte; anche un comportamento simile con partner migliori può ridurre i rimpianti. Il cambiamento comportamentale adattivo per gli uomini dopo aver sperimentato il rimpianto per l’inazione è invece più ovvio: cogliere più spesso le loro opportunità per aumentare il numero di avventure di una notte.

La prospettiva adattiva del rimpianto sessuale, dunque, suggerisce che quest’ultimo e la sua elaborazione possono predire i cambiamenti del comportamento sessuale in futuro (Galperin et al., 2013). A ciò si oppone la prospettiva della personalità, secondo la quale la socio-sessualità è responsabile di un comportamento stabile, nonostante il rimpianto sessuale tipico: gli uomini più “rigidi” continueranno ad avere meno rapporti sessuali a breve termine e continueranno a riportare il rimpianto tipico dell’inazione. Inoltre, le meta-cognizioni prediranno i livelli di elaborazione del rimpianto, senza alcuna associazione con i cambiamenti adattivi nel comportamento sessuale. Il sostegno a tali previsioni indebolisce l’ipotesi del rimpianto sessuale adattivo.

I cambiamenti indotti dal rimpianto

Uno studio di Kennair e colleghi del 2021 si è occupato di valutare se il rimpianto si traduca effettivamente in cambiamenti adattivi del comportamento. Nello specifico, gli autori volevano valutare se gli uomini che si pentono di aver rinunciato al sesso si impegneranno in un maggior numero di rapporti sessuali a breve termine dopo il rimpianto e se le donne che si pentono degli incontri a breve termine sceglieranno partner di migliore qualità, ridurranno il numero di avventure di una notte o si impegneranno in relazioni a lungo termine.

In due differenti periodi alcuni studenti (T1: 199 soggetti, 65% donne; T2: 222, 66% donne) hanno risposto ad alcune domande sul rimpianto per l’azione e il rimpianto per l’inazione nel sesso occasionale, insieme a possibili esiti, tratti intrapersonali e predittori contestuali.

I risultati non mostrano però prove evidenti dei cambiamenti funzionali proposti nel comportamento sessuale: il rimpianto per il sesso occasionale è risultato associato al genere dell’intervistato e ad alcune differenze individuali, come gli atteggiamenti socio-sessuali, l’elaborazione del rimpianto e le meta-cognizioni, ma l’effetto di questi predittori non era coerente nelle due ondate. Tra i predittori contestuali testati, il disgusto sessuale è quello che si è mantenuto maggiormente costante tra le due ondate.

In conclusione, il rimpianto è considerato un indicatore del valore e della qualità dell’incontro sessuale a breve termine, ma non ci sono prove di un effetto funzionale previsto sul comportamento sessuale. Sembra piuttosto che siano le misure intrapersonali a prevedere il rimpianto relativo all’ultimo incontro sessuale a breve termine.

 

Le abilità sociali nei bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale

Il disturbo dell’apprendimento non verbale (Nonverbal Learning Disability, NLD) si caratterizza per una compromissione delle abilità visuospaziali, ovvero non verbali, mentre rimangono preservate le abilità di natura verbale.

 

Tale disturbo non è incluso nel DSM-5 (APA, 2013), di conseguenza per la sua definizione e comprensione si fa riferimento al modello di Rourke (Rourke, 1995; Harnadek e Rourke, 1994) e ai più recenti studi e criteri proposti da Cornoldi e colleghi nel libro “Nonverbal Learning Disabilities” (Cornoldi et al., 2016). Il funzionamento dei bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale è stato approfondito nell’articolo “Il Disturbo dell’apprendimento non verbale: un nuovo disturbo tra i DSA”.

Le modalità in cui i deficit nelle abilità visuospaziali influenzano le altre aree possono essere varie. Alcuni studiosi hanno riscontrato che i bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale fanno più fatica nel mantenere ed elaborare informazioni in memoria di lavoro quando sono di natura visuospaziale (Mammarella et al., 2010). Un altro gruppo di lavoro si è focalizzato sulla difficoltà di immaginazione e di visualizzazione, e come queste possano influire significativamente sull’abilità di comprensione del testo (Mammarella et al., 2015).

Un’ulteriore area che risente delle difficoltà nell’elaborazione di informazioni visive e spaziali è quella del linguaggio, in particolare la parte pragmatica (Mammarella e Cornoldi, 2020), ovvero la capacità di utilizzare il linguaggio in modo efficace e appropriato nell’interazione con le altre persone. Nei bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale la forma linguistica non è deficitaria, in quanto le capacità verbali sono preservate, mentre la capacità di utilizzare il linguaggio in modo funzionale mostra delle cadute. Tra le limitazioni comunicative che manifestano questi bambini possiamo osservare: la mancanza di prosodia vocale, ovvero l’intonazione; una marcata verbosità che si manifesta con l’utilizzo di molte parole; una maggiore difficoltà nella comprensione inferenziale del linguaggio di materiali di tipo spaziale ed emotivo (Humphries et al., 2004), che include anche difficoltà nella comprensione di modi di dire, figure retoriche, metafore e umorismo (Smerud-Clikeman e Glass, 2008).

Disturbo dell’apprendimento non verbale e riconoscimento delle emozioni

La presenza di queste difficoltà a livello di comunicazione e linguaggio, secondo Rourke (1994), favorisce i feedback negativi da parte dell’interlocutore e una conseguente difficoltà di adattamento sociale. Inoltre, sempre Rourke (1994), ritiene che i bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale abbiano difficoltà di giudizio sociale per incapacità di formazione di concetti astratti, ma soprattutto sostiene che abbiano scarsa capacità di riconoscere emozioni, stati d’animo altrui e linguaggio non verbale. A questo proposito, lo studio condotto da Petti e colleghi (2003) si è occupato proprio di valutare la capacità di comprendere alcune emozioni di base, quali gioia, rabbia, tristezza, paura, espresse in tre modalità: con il volto, con la gestualità corporea (ma senza il volto) e verbalmente. È emerso che i bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale erano meno accurati nel riconoscere le emozioni quando venivano proposti volti e gesti corporei, soprattutto quando appartenevano ad adulti, rispetto ai gruppi senza difficoltà nelle abilità verbali (detti “di controllo”). Tuttavia, è interessante notare che quando i gesti del corpo e le emozioni facciali erano espresse da bambini, i soggetti con disturbo dell’apprendimento non verbale hanno mostrato minore difficoltà nell’identificarli correttamente. Secondo gli autori questo risultato è riconducibile a una maggiore familiarità con i volti dei bambini che esprimono emozioni.

In un altro studio (Semrud-Clikeman et al., 2014) è stato mostrato un video in cui erano rappresentate delle scene di interazione tra bambini con una caratteristica particolare: il contenuto verbale era mascherato, ovvero veniva distorto l’audio per impedire la comprensione delle parole specifiche, ma rimaneva riconoscibile l’intonazione del linguaggio (CASP; Magill-Evans et al., 1995). Questa tipologia di compito prevede che il bambino faccia affidamento solamente sulle informazioni non verbali nelle interazioni osservate. Anche in questo caso, in linea con lo studio precedente, i bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale sono stati in grado di riconoscere le emozioni quando queste venivano espresse da bambini, tuttavia hanno mostrato difficoltà significativamente maggiori nell’interpretazione dei segnali non verbali quali le espressioni facciali, il linguaggio del corpo e la prosodia.

Conclusioni

In conclusione, come hanno mostrato gli studi riportati, la capacità di identificare le emozioni specifiche in coetanei sembra essere preservata, tuttavia persiste la difficoltà nel decodificare e comprendere correttamente i segnali non verbali delle informazioni in entrata. Tale aspetto, insieme al deficit nel linguaggio pragmatico, possono avere ripercussioni sulla qualità delle interazioni, in termini di una scorretta identificazione delle intenzioni e del significato del comportamento non verbale dell’altro, mettendo in atto risposte incoerenti e inappropriate, ottenendo eventuali feedback negativi per mancata comprensione. Dunque, è di fondamentale importanza, che durante il trattamento dei bambini con NDL sia previsto un lavoro sul miglioramento di questi aspetti per potenziare le competenze sociali e relazionali, a cui associare attività mirate alla socializzazione per attenuare possibili conseguenze negative sia nel momento presente che nel periodo adolescenziale (Cornoldi, 2019).

 

Il ruolo della consapevolezza emotiva nella riuscita di una menzogna

Diversi studi in letteratura hanno individuato alcuni aspetti che costituiscono la buona riuscita di una menzogna, tra i quali l’elevato livello di abilità manipolatorie e creative e la consapevolezza emotiva.

 

Le caratteristiche della menzogna

L’inganno è definito come l’atto di far credere intenzionalmente a qualcuno un’affermazione o un fatto che l’ingannatore sa non essere vero (Ekman, 2009). L’intenzionalità è un requisito fondamentale in quanto sono esclusi dall’inganno tutti i casi in cui qualcuno fornisce informazioni false pur credendo onestamente e completamente che siano vere. Un ulteriore requisito affinché si possa parlare di menzogna vera e propria è quello dell’assenza di avvertimento. Per esempio, quando andiamo a teatro siamo consapevoli di essere ingannati per la durata di uno spettacolo da un attore che finge di essere qualcun altro (Vrij, 2002). Una bugia è quindi qualcosa di inaspettato e intenzionale che può essere verbale ma anche un’omissione (e.g., nascondere informazioni).

L’efficacia di un inganno può dipendere da molti fattori tra cui le caratteristiche e le abilità individuali di colui che mente. Tra tali caratteristiche è presente la consapevolezza emotiva, ovvero la capacità di descrivere, categorizzare, regolare ed esprimere con successo le emozioni nel corso della creazione di un inganno (Lane e Schwartz, 1987).

Sebbene la menzogna sia percepita dalla maggioranza degli individui come immorale, le persone riportano di dire bugie con frequenza quotidiana: gli studenti universitari affermano che un’interazione sociale su tre comporta l’utilizzo di una bugia e anche gli adulti dichiarano di mentire molto spesso (DePaulo et al., 1996). Nonostante esistano diverse metodologie e strategie volte a rilevare l’inganno, nessuna tra queste è completamente affidabile e l’accuratezza media è soltanto del 54% (Ekman, 2009). Tale percentuale è sorprendente in quanto, essendo le bugie così comuni, dovrebbe essere naturale per le persone sviluppare abilità nel riconoscerle.

Il processo del mentire è infatti estremamente impegnativo e faticoso, perché chi mente non solo inventa una storia dettagliata e convincente, ma deve anche controllare l’espressione delle proprie emozioni mentre la racconta (tra cui espressioni facciali e gesti) ed essere pronto a rispondere alle possibili domande dell’interlocutore.

Diversi studi in letteratura hanno individuato alcuni aspetti che costituiscono la buona riuscita di una bugia; tra questi sono stati identificati l’elevato livello di abilità manipolatorie e creative (Kashy e DePaulo, 1996). Altri, invece, sottolineano l’importanza dell’attrattività fisica, della simpatia e dell’espressività, poiché le persone espressive sono spesso considerate credibili e carismatiche e creano un’illusione di onestà abbassando la diffidenza dell’interlocutore (Friedman et al., 1988).

Menzogna e intelligenza emotiva

Anche le emozioni hanno un ruolo significativo nel processo di menzogna: il bugiardo può provare molte diverse emozioni come il senso di colpa o la vergogna derivanti dall’inganno, oppure la paura di essere scoperto, o l’eccitazione nel portare a termine una bugia con successo. In uno studio, per esempio, Porter e colleghi (2011) hanno rilevato che i livelli di intelligenza emotiva (IE) erano correlati a espressioni emotive ingannevoli più efficaci. Gli individui con alti livelli di intelligenza emotiva non solo potevano falsificare le emozioni in modo più convincente, ma potevano anche mantenere l’espressione emotiva appropriata significativamente più a lungo. La consapevolezza emotiva sembra essere quindi rilevante nell’ambito delle menzogne. Lane e Schwartz (1987), con la teoria dello sviluppo della consapevolezza emotiva, hanno sostenuto che esistono differenze individuali nel processo cognitivo dell’eccitazione emotiva e, quindi, nella comprensione e differenziazione delle emozioni. Questo prevede che la cognizione abbia un ruolo specifico nella consapevolezza emotiva, ovvero quello di far apparire le emozioni che sperimentiamo come le raffiguriamo a noi stessi, molto legate al linguaggio che usiamo e leggermente diverse per ognuno.

La consapevolezza emotiva entra quindi in gioco quando si dice una bugia: l’obiettivo più importante è nascondere le proprie vere emozioni e fabbricarne di false; contemporaneamente però, è necessario controllare lo stato affettivo di coloro che devono credere alla menzogna.

Menzogna e consapevolezza emotiva

Uno studio di Wielgopolan e Imbir del 2021 aveva lo scopo di verificare il ruolo della consapevolezza emotiva nell’efficacia della produzione di una bugia. Nello specifico, gli autori volevano valutare se la consapevolezza fosse una delle abilità che rendono un bugiardo bravo e potesse spiegare una performance migliore della media in questa attività. Le ipotesi erano che esistessero differenze tra donne e uomini nei livelli di consapevolezza emotiva, auto-consapevolezza emotiva e consapevolezza delle emozioni altrui; che queste ultime fossero correlate negativamente con l’individuazione dell’inganno (da parte dei partecipanti) e con le loro migliori prestazioni e capacità di mentire; infine, che si potesse verificare il bias di verità, noto anche come effetto di veridicità (Levine et al., 1999), che prevedeva che i video sarebbero stati giudicati significativamente più spesso come veri piuttosto che falsi.

Ai partecipanti, reclutati da alcune università polacche, (Gruppo A: 40 soggetti; 20 uomini e 20 donne) è stato chiesto di completare la Levels of Emotional Awareness Scale (LEAS; Lane et al.,1990) e di registrare alcuni video che consistevano nella messa in scena di una verità o di una bugia, che sono stati poi valutati come veri o falsi da 400 altri soggetti reclutati per la ricerca (Gruppo B).

I risultati, coerentemente con le ipotesi, riguardo alle differenze di genere mostrano che le donne hanno un livello di consapevolezza emotiva significativamente più alto rispetto agli uomini. Ne consegue che le donne avrebbero una migliore capacità di utilizzare il linguaggio emotivo per differenziare, descrivere e anticipare le emozioni. Non vi sono tuttavia differenze significative tra donne e uomini nell’efficacia della menzogna.

Inoltre, si è riscontrata una correlazione tra i livelli di consapevolezza emotiva (generale, auto-consapevolezza e consapevolezza delle emozioni altrui) e l’accuratezza nel rilevare le bugie dei partecipanti: più alta era la consapevolezza emotiva tra i partecipanti del gruppo A, più bassa era l’accuratezza del gruppo B, indicando che il gruppo A era più bravo a mentire. Infine, come previsto, si è manifestato il bias di verità per cui i partecipanti hanno pensato molto più spesso che i video fossero veri piuttosto che falsi.

In conclusione, le bugie sono presenti nella vita di tutti i giorni con una frequenza molto elevata; possono fare danni considerevoli o essere innocenti bugie bianche. Studiare i correlati delle bugie riuscite, soprattutto nel contesto emotivo, può rappresentare un modo efficace per individuarle più facilmente.

 

Psicoterapia dinamico-esperienziale (EDT): sentire le emozioni e superare le resistenze

Quanti di noi conoscono questo mondo, quanti vorrebbero approfondirlo? In questo articolo cercherò di fare una breve panoramica sui modelli terapeutici della psicoterapia dinamico esperienziale.

 

Cosa sono le terapie dinamico esperienziali?

 In un contesto professionale saturo di specializzazioni e offerte formative molto variegate, che sembrano spesso strizzare l’occhio alle tendenze, vi sono ampie comunità professionali che si muovono con passo sommesso pur apportando alla materia contributi assolutamente significativi. I modelli di terapia dinamico esperienziale sono tra questi. Lo sviluppo, la ricerca e la formazione in questo approccio sono ormai da più di vent’anni spinti dalla International Experiential Dynamic Therapy Association (IEDTA).

Cerchiamo di capire insieme di cosa si tratta, partendo dal chiarire cosa si intende per terapie dinamico esperienziali. Per gli addetti ai lavori è chiaro che stiamo parlando di modelli che affondano le radici nel terreno concettuale delle terapie psicodinamiche ma, a differenza di approcci più classici, enfatizzano primariamente quattro principali aspetti.

Il focus sulle emozioni rimosse

Il primo, in assoluto il più importante, è il focus sull’esperienza viscerale delle emozioni rimosse. Questo è un aspetto radicale che induce diverse considerazioni. Possiamo definirli modelli focalizzati sulle emozioni, il che implica una visione dell’inconscio che prende forma a partire da esperienze intense e profonde di vissuti emotivi, che diviene obiettivo primario della terapia, sul quale solo in seconda istanza sviluppare una consapevolezza cognitiva e “pedagogica” del funzionamento interno del paziente (Davanloo, 1997). Tutti gli sforzi del terapeuta sono orientati quindi a facilitare l’esperienza emotiva muovendosi attraverso le difese del paziente e l’ansia inconscia. In secondo luogo lo spostamento dell’attenzione primariamente volta all’esperienza emotiva ha reso questi modelli integrabili all’interno di metodi terapeutici eterogenei. In effetti, in questi modelli, principi psicodinamici, aspetti delle più recenti terapie cognitivo-comportamentali ed elementi delle neuroscienze affettive, trovano un contenitore nel quale dialogare e contribuire reciprocamente allo sviluppo di una “scienza terapeutica”.

Il ruolo del terapeuta

Il secondo aspetto che concorre a caratterizzare l’approccio delle terapie dinamico esperienziali è il ruolo del terapeuta. Indubbiamente, a seconda del modello utilizzato, la posizione all’interno della relazione terapeutica cambia. In questo caso, vi è una significativa distanza dal mito della neutralità del terapeuta tipico degli approcci più classici, poiché ad esso viene attribuito un ruolo decisamente più attivo. Il terapeuta incoraggia costantemente il paziente ad affrontare i suoi sentimenti nel qui ed ora della relazione terapeutica, monitorando e avvalendosi dell’ansia inconscia per facilitare questo compito così complesso (Osimo, 2001). Anche questo aspetto apre a ulteriori questioni, la più importante delle quali è l’addestramento dello psicologo a leggere costantemente il momento esatto del processo nel quale si trova insieme al suo paziente; il fine è consentire interventi incisivi e mai casuali, anzi sempre meticolosamente coerenti con le risposte del paziente (Osimo, 2001). Ne consegue che la formazione diviene una parte complessa, infatti per essere efficace, sin dagli albori di questo approccio, nato dall’evoluzione dell’ISTDP (Intensive short-term dynamic pshychotherapy) di Davanloo, si è utilizzata la video registrazione della seduta, così che fosse possibile studiare empiricamente ciò che avviene nelle dinamiche relazionali terapeuta/paziente. Inoltre, l’esposizione a lavori registrati consente al terapeuta di superare le sue difficoltà e le sue resistenze e lo aiuta a saper far fronte agli intensi vissuti emotivi che spesso affiorano in seduta (Osimo, 2001). In ultima analisi, questo specifico aspetto della terapia dinamico esperienziale rende gli psicoterapeuti capaci di lavorare in maniera significativamente efficace nel transfert, evitando così l’instaurarsi della nevrosi da transfert e utilizzando in maniera chiara e precisa il proprio controtransfert.

Il lavoro sull’ansia inconscia e le difese

 Il terzo aspetto che contraddistingue la terapia dinamico esperienziale è sicuramente il lavoro sull’ansia inconscia e le difese. È proprio in quest’ambito che si creano le diverse ramificazioni che danno origine ai diversi approcci di terapie dinamico esperienziali. Come accennato, le terapie dinamico esperienziali sono tutte nate dal lavoro di Habib Davanloo. Caratteristica del modello ISTDP era il lavoro sulle difese. Davanloo abbandonò il meticoloso approccio analitico di attesa della nevrosi di transfert, terreno necessario alla costruzione di perturbazioni per mezzo dell’interpretazione, per abbracciare un approccio più diretto e di confronto con la resistenza del paziente che concepisce in termini “masochistici” (Davanloo, 1997). Con l’utilizzo di interventi diretti, talvolta empatici, talvolta risoluti, invitava i pazienti ad abbandonare le proprie difese favorendo l’insorgere di emozioni transferali complesse, utilizzate in seconda istanza come ponte per un accesso diretto all’inconscio. Su questo specifico punto i suoi allievi hanno poi sviluppato diversi modi di affrontare l’ostacolo della resistenza, integrando diverse modalità di lavoro, da quelle più squisitamente empatiche della terapia umanistica Rogersiana, al lavoro sull’attaccamento, alla maieutica emozionale e la validazione delle difese nel passato. Potremmo sintetizzare asserendo che il “core” del lavoro con la terapia dinamico esperienziale è il raggiungimento del vero Sé della persona attraversando le difese che sono concepite non solo come mezzo per proteggersi da impulsi ed emozioni contrastanti legate ai traumi del passato, ma anche come aspetto auto-sabotante e ostacolo al cambiamento e alla vicinanza emotiva (Abbass, 2015). Altro aspetto comune rimane l’utilizzo dell’ansia inconscia come via maestra di accesso alle emozioni sepolte. La terapia dinamico esperienziale utilizza diverse tecniche di gestione e regolazione dell’ansia, alcune delle quali prese in prestito da altri approcci, tra cui quelli più squisitamente psicocorporei (Abbass, 2015).

La brevità del percorso nella terapia dinamico esperienziale

Questo modo di lavorare nasce dall’esigenza, ad oggi ancora molto sentita nel campo di tutte le psicoterapie e in particolar modo in quelle psicodinamiche, di ottenere tempi di trattamento più brevi. Il quarto aspetto che accomuna la terapia dinamico esperienziale è appunto la brevità dei percorsi terapeutici. Il lavoro pionieristico di Davanloo fu spinto da questa esigenza in un momento di grandi cambiamenti sociali (anni 60-80) e si è successivamente evoluto con il lavoro dei suoi allievi.

Atteggiamento attivo del terapeuta, attenzione alle emozioni, lavoro diretto sulle difese, sono gli ingredienti per consentire un rapido accesso ai contenuti inconsci, favorendo un rapido sollievo dai sintomi e profondi cambiamenti della struttura caratteriale.

I modelli di terapie dinamico esperienziali

Oggi tra i modelli EDT più conosciuti troviamo la ISTDP, AEDP, APT, PBD-E, i cui maggiori esponenti sono Allan Abbass, Jon Frederickson, Patricia Coughlin, Diana Fosha, Kristin Osborn, Ferruccio Osimo. Per chi fosse interessato nel poter vedere sessioni di questo modello di lavoro, presto l’Italia ospiterà a Venezia il più grande evento in quest’ambito: la conferenza internazionale nell’ambito della psicoterapia, il convegno della IEDTA (International experiential dynamic therapy association).

 

Insegnare senza farsi male (2021) di Gaetano Cotena – Recensione del libro 

Il libro “Insegnare senza farsi male” racconta di come essere docenti e studenti consapevoli della propria dimensione relazionale ed emotiva all’interno di un sistema, quello educativo della Scuola, posto di fronte a cambiamenti inevitabili. 

 

Edito da Utet Università, De Agostini Scuola nel 2021 il libro “Insegnare senza farsi male” è scritto da Gaetano Cotena, psicoterapeuta e professore, con prefazione a cura di Laura Parolin, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Il libro racconta di come essere docenti e studenti consapevoli della propria dimensione relazionale ed emotiva all’interno di un sistema, quello educativo della Scuola, posto di fronte a cambiamenti inevitabili. Cosa fa di un docente, un insegnante? E di un insegnante, un buon insegnante? Quali caratteristiche sono chiamati ad avere insegnanti e alunni in un contesto quale quello scolastico in cui la componente didattica rappresenta una delle diverse tematiche che si costruiscono giorno per giorno nell’interazione tra gli studenti che apprendono e i docenti che potenziano tali menti?

Nel volume “Insegnare senza farsi male”, Cotena pone il focus dell’attenzione su quelle abilità emotive e relazionali utili al docente per vivere e far vivere in modo funzionale ed emotivamente consapevole il contesto scuola.

Suddiviso in sei parti e dodici capitoli, il libro fa parte della collana Formazione docenti pur non essendo rivolto solo alle figure guida delle Scuola, ma anche a chi nella scuola ci vive tutti i giorni ovvero gli studenti, a cui l’autore pensa rivolgendo esercizi pratici anche per l’intero gruppo classe, ad esempio fornendo quello che il libro chiama “Esercizio in classe per il docente”.

La parte prima è dedicata al significato del termine educare e ai suoi risvolti: teorici, pratici e biologici. Come detto in precedenza, questo libro non è rivolto e pertanto non parla solo della figura adulta di educatore o insegnante, ma anche di chi riceve il lavoro di tale figura, ecco dunque che viene presentata in questa prima parte del volume una parentesi sulla mente del bambino e dell’adolescente, sulla sua natura relazionale e su come l’interazione tra le persone passi dalle abilità di controllo legate al sé personale.

Con la parte seconda e terza l’autore propone un intervento all’interno dell’ambiente scuola partendo dall’importanza di costruire, che poi il lettore capirà durante la lettura diventare una co-costruzione, quella che viene definita una buona relazione, esponendo gli aspetti antropologici dell’interazione educativa. Finita tale spiegazione, ecco giungere all’attenzione del lettore la tematica fondamentale della gestione dell’emotività in classe, ovvero saper gestire e controllare quelle componenti emotive che fanno parte di tutti i gruppi sociali, non di meno quello del contesto classe.

Emozioni derivanti da riflessione e consapevolezza personale che diventano elemento aggiuntivo e di unione tra docente e alunni, i quali sono portati a porre attenzione e rispetto al sentire emotivo proprio, degli altri e del docente e a condividere tale stato. In questa parte del volume, due capitoli specifici sono dedicati totalmente a emozioni quali l’ansia e la rabbia e al modo in cui accoglierle e gestirle, non sono nel contesto classe, ma anche nel gruppo di lavoro adulto, ossia in sala professori.

La quarta parte del volume è dedicata principalmente alla riflessione personale del docente, chiamato ad analizzare i suoi temi di vita professionale e non a gestire quello che l’autore definisce “stress del docente” ed individuare così le modalità di prevenzione di tale condizione. Quale può essere il legame tra la storia personale del docente e il clima di classe? Forse, come suggerisce il libro, quello di riuscire a leggere i propri eventi come fattore di rischio o al contrario di arricchimento per la propria presenza in classe e per il proprio ruolo educativo. Il fine ultimo di questi capitoli dedicati alla tematica appare quello di fornire utili strumenti di lettura dei propri schemi cognitivi ed emotivi attivanti in determinate situazioni per prevenire situazioni stress-lavoro correlate.

La penultima sezione del libro invece è rivolta con un’estrema sensibilità e scelta degli argomenti agli studenti e a come il docente possa essere un mezzo attraverso il quale spingere i ragazzi verso la loro propria unicità e la ricerca della felicità. In questi capitolo gli esercizi pratici sono rivolti direttamente agli studenti e non più ai docenti. Riprendendo le parole dell’autore, “Educare attraverso l’essere” significa fornire una valenza personale a quella che viene chiamata educazione civica.

A conclusione del volume una bellissima lettera riassuntiva di tutte le tematiche affrontate nel corso del libro rivolta all’insegnante che si vorrebbe e un paragrafo dedicato all’importanza della parola grazie.

Un libro rivolto principalmente agli insegnanti e ai loro alunni, ma direi anche a tutte le persone che si occupano di relazione con bambini e adolescenti e a chiunque voglia riflettere sulle proprie abilità emotive personali e al ruolo di queste componenti nell’interazione con l’altro. Linguaggio adatto ai più con alcuni spezzoni necessariamente esposti utilizzando linguaggio più tecnico, filo conduttore chiaro e semplice degli argomenti.

Un volume corposo ma ricco di spunti pratici: gli esercizi proposti all’interno delle pagine permettono di sperimentare quanto esposto nel capitolo e diventano strumenti di lavoro importanti per il docente da applicare fin da subito nel contesto classe.

 

Pratichiamo la Teoria: l’ ACT in azione – Podcast Terapeuti al Lavoro

È online l’episodio del Podcast Terapeuti al Lavoro dal titolo Pratichiamo la Teoria – Ciclo di incontri formativi – ACT (Acceptance and Commitment Therapy) in azione

 

L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una forma di psicoterapia di recente diffusione che fa parte delle psicoterapie cognitivo-comportamentali note come approcci di “terza generazione”. Per quanto l’acronimo rimandi alla descrizione dei punti centrali del modello, va letto come una parola unica “act”, che non a caso richiama il verbo inglese to act (agire).

L’ACT è stata sviluppata da Steve Hayes e i suoi collaboratori nel 1986 e da allora è stata oggetto di numerosi studi arrivando a rappresentare oggi una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia verificate sperimentalmente; parliamo quindi di una psicoterapia cosiddetta evidence-based. Secondo l’ACT, così come secondo la terapia di terza ondata, più lottiamo per cercare di respingere la tristezza o una qualsiasi emozione negativa, evitandola, più questa aumenta, amplificando così la nostra sofferenza. Il tentativo di controllo degli eventi interni, e a maggior ragione dei cosiddetti “sintomi”, non fa altro che intensificarne la portata ma soprattutto, in chiave ACT, ci allontana dal perseguire quei valori che farebbero diventare la nostra vita ricca e soddisfacente. Parliamo quindi di una terapia sul benessere che non ha nella riduzione della sintomatologia l’obiettivo primario, ma essa diventa una conseguenza per il cambiamento di prospettiva rispetto ai propri pensieri. L’obiettivo dell’episodio è quello di introdurre i partecipanti ai principi dell’ACT, sottolineandone il ruolo e con particolare riguardo agli interventi tecnici applicativi, anche all’interno di una terapia in ottica LIBET.

L’episodio è condotto dal Dott. Luca Calzolari, Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, didatta dal 2015 presso le Scuole di specializzazione del network di Studi Cognitivi.

 

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La teoria dell’attaccamento

La teoria dell’attaccamento è una teoria concettualizzata dallo psicologo e psicoanalista inglese John Bowlby (1907-1990) e derivata da una serie di studi osservazionali di carattere sperimentale incentrati sulla forte relazione esistente tra madre e bambino e sui processi che favoriscono lo sviluppo dei legami affettivi nel contesto familiare. 

 

Tale teoria si prefigge l’obiettivo di indagare il modo in cui si forma e, nel corso del tempo, si sviluppa il legame di attaccamento, come esso influisca sulla maturazione psicobiologica del bambino, sul suo sviluppo personologico, sulla strutturazione di abilità sociali, su peculiari competenze emotive (la capacità di regolazione degli stati affettivi, la comprensione degli stati emotivi propri e altrui, l’espressione delle emozioni, la tolleranza alla frustrazione, la reattività allo stress, la resilienza, ecc), sulla creazione di rapporti interpersonali, di relazioni sociali e sentimentali, e sulla rappresentazione che il bambino costruisce di sé, dell’altro e del mondo circostante.

Bowlby colloca il periodo di formazione del legame di attaccamento in un lasso di tempo specifico, detto “periodo sensibile”, che circoscrive al primo anno di vita. Per legame di attaccamento si intende un particolare vincolo di carattere affettivo ed emotivo – selettivo, intimo, intenso e indistruttibile – che lega indissolubilmente il bambino a una figura di riferimento preferita e differenziata (generalmente la madre o un caregiver) che possa prendersi cura di lui e trasmettergli amore, protezione e calore umano. Il legame di attaccamento, quindi, non è un rapporto di dipendenza, quanto piuttosto una relazione primordiale, basata sulla ricerca, da parte del bambino, di una sicurezza fisica ed emozionale, di un senso di protezione, vicinanza e conforto, che resta immodificabile per tutto il corso della vita, seppur sia possibile stringere legami molto forti con altri individui durante tutto l’arco della nostra esistenza.

Le funzioni del legame di attaccamento

Nello specifico, Bowlby teorizza l‘attaccamento come un sistema di motivazione intrinseca e primaria, cioè una predisposizione biologica del bambino verso una persona che possa prendersi cura di lui: siamo geneticamente portati a cercare amore, a stare accanto a chi ci fa sentire al sicuro, a stringere relazioni di natura affettiva. L’attaccamento è per Bowlby un termostato, cioè un sistema di controllo, teso a mantenere costante una certa condizione, ovvero la presenza di una figura affettiva forte e significativa, nonché un sistema psicobiologico che assicura all’individuo successo riproduttivo e sopravvivenza biologica. Secondo Bowlby, Il bambino mira a soddisfare un bisogno fondamentale che motiva le sue condotte: cioè la ricerca di un contatto fisico e di una vicinanza emotiva con una figura che gli infonda protezione e benessere. Tale figura assolve una funzione importante, quella di base sicura: affinché tra bambino e caregiver si possa costruire un solido legame di attaccamento ed esso consenta al piccolo di intraprendere percorsi evolutivi positivi e sviluppare delle efficaci risorse interiori, affettive, emotive, cognitive e delle buone competenze sociali, è necessario che il bambino si fidi della figura con cui si relaziona fin dai primissimi mesi di vita, cioè che l’attaccamento si fondi su un reciproco senso di fiducia e che il caregiver costituisca l’equilibrio adeguato perfetto tra il bisogno primario di sicurezza che nutre il bambino e la sua motivazione, parimenti innata, di esplorare il mondo, conoscere l’ambiente circostante, esperire la realtà attorno a lui e interagire con gli altri. Il caregiver, quindi, ha un importante compito evolutivo, cioè quello di offrire al bambino un rifugio affettivo, ma anche di consentirgli di relazionarsi con la realtà in maniera graduale e propositiva, per ottimizzare la qualità del suo sviluppo.

L’attaccamento si esplica attraverso dei comportamenti innati, messi in atto dal bambino per sollecitare le cure materne e attirarne l’attenzione; tali comportamenti possono essere di segnalazione (come il pianto o il riso) o di avvicinamento (come l’atto di aggrapparsi alla madre e di seguirla). Il sistema di attaccamento, in particolare, si attiva nel momento in cui il bambino percepisce una sensazione di disagio, di minaccia o di pericolo, quando non si sente al sicuro (per esempio quando si trova in presenza di un estraneo) o quando desidera che qualche suo bisogno venga soddisfatto (per esempio quando ha fame). I comportamenti attuati dal bambino svolgono quindi un’importante funzione adattiva, in quanto segnalano al caregiver l’esistenza di una situazione di disagio e di stress e lo esortano a rispondere alle richieste del piccolo. Un esempio eclatante di comportamento di attaccamento con scopo adattivo è certamente la protesta che il bambino emette nel momento in cui viene separato dalla madre: la separazione dalla figura di riferimento è un evento per lui stressante, spesso fonte di ansia, angoscia, rabbia e paura; il pianto che ne deriva serve pertanto a richiamare la madre e a spingerla ad accorrere il prima possibile.

Le fasi di costruzione del legame di attaccamento

La costruzione del legame di attaccamento – profondo vincolo affettivo che unisce indissolubilmente il bambino al caregiver fin dai primissimi anni di vita – avviene nell’arco di quattro fasi specifiche individuate dallo stesso Bowlby: preattaccamento, sviluppo dell’attaccamento, attaccamento ben sviluppato, relazione di attaccamento regolata in funzione dell’obiettivo.

  • Prima fase – preattaccamento (0-2 mesi): in questa fase i comportamenti di segnalazione messi in atto dal bambino non sono né intenzionali né selettivi e il bambino manifesta una risposta sociale indiscriminata, una certa selettività percettiva (tendenza a focalizzare l’attenzione sui volti umani) e una forma di pre-adattamento sociale, cioè una motivazione innata all’esplorazione dell’ambiente e al contatto con gli altri.
  • Seconda fase – sviluppo dell’attaccamento (2-7 mesi): la ricerca di contatto diventa selettiva, cioè rivolta in maniera preferenziale verso una sola persona. Il bambino comincia a comprendere le principali caratteristiche della relazione diadica e mette in atto comportamenti di segnalazione. Bambino e caregiver in questa fase raggiungono un’armonia interattiva, caratterizzata dalla presenza di una mutua regolazione reciproca degli stati emotivi, affettivi e dell’attenzione, una forma di sincronizzazione in termini di interazione e risposte comportamentali.
  • Terza fase – attaccamento ben sviluppato (7-24 mesi): in questa fase si comincia a parlare di vero e proprio legame di attaccamento, cioè un legame selettivo e preferenziale. Il bambino rivolge le sue richieste affettive su una specifica figura di riferimento, che considera come fonte della sua sopravvivenza psicobiologica; sente il bisogno di vicinanza affettiva, di contatto fisico, ma desidera anche esplorare il mondo attorno a lui: il caregiver ha il compito di coniugare le due dimensioni volitive del bambino. Il bambino comincia a organizzare i rapporti in termini di relazioni durevoli, a sperimentare l’ansia da separazione, cioè la paura che il caregiver possa allontanarsi da lui e abbandonarlo, e la paura dell’estraneo, cioè un senso di diffidenza nei confronti di una figura non familiare.
  • Quarta fase – relazione d’attaccamento regolata in funzione dell’obiettivo (>24esimo mese): la relazione tra la figura di affidamento e il bambino assume connotazioni di reciprocità e bidirezionalità, in quanto operano in vista di scopi comuni, come la ricerca di una vicinanza interattiva, e il bambino inizia a comprendere maggiormente le esigenze della madre e a tollerare le separazioni precoci con meno ansia e angoscia. In questa fase avviene lo sviluppo di quelli che Bowlby definisce “Modelli Operativi Interni” (MOI).

Il termine MOI identifica un modello mentale che il bambino costruisce di sé e della figura di attaccamento. I modelli operativi interni si sviluppano grazie all’acquisizione, da parte del bambino, di importanti conquiste cognitive, come la capacità di simbolizzazione dell’esperienza sensoriale, cioè l’abilità di rappresentarsi in maniera semplicistica gli eventi e di manipolare gli oggetti e gli stimoli esterni senza operare concretamente su di essi. Questo vuol dire che la maggiore resilienza che manifesta il bambino quando si separa dalla madre è dovuta al fatto che in questa fase egli sia capace di sentire la madre vicina a sé anche quando non è fisicamente presente, di crearsi una raffigurazione mentale del ricongiungimento tra di loro e di pensare che, anche se in un determinato momento si trovano l’uno lontano dall’altra, presto la madre tornerà da lui e lo accoglierà nuovamente. I MOI si configurano come rappresentazioni mentali della relazione che il bambino ha fin dai primissimi mesi con la figura di riferimento e si strutturano attraverso regolari e ripetute esperienze affettive e relazionali che intercorrono tra di loro: sono pertanto astrazioni delle dinamiche interattive tra bambino e genitore che vanno a incardinarsi nella struttura psichica del piccolo. I MOI sono schemi mentali, di natura affettiva e cognitiva, tramite cui il bambino categorizza la relazione diadica; essi rispecchiano la personale visione che il bambino ha del suo rapporto con il caregiver, ma non sono unicamente circoscritti alla relazione diadica primordiale, in quanto vengo presto generalizzati a tutti i legami sociali e i rapporti interpersonali che il bambino comincia a sperimentare –e che sperimenterà nel corso della sua esistenza–, andando a confluire in quello che gli psicoanalisti contemporanei definiscono “inconscio rappresentazionale”. Altresì i MOI rappresentano meccanismi inconsci, stabili e resistenti al cambiamento, nonché una mappa conoscitiva del mondo, tramite cui il bambino si costruisce un modello di riferimento che orienti in maniera generale la sua comprensione del funzionamento delle relazioni e del mondo, fortemente condizionata dalla percezione che ha del suo rapporto con la figura di riferimento. I MOI consentono al bambino di strutturare le sue conoscenze, di organizzare azioni e ricordi, di filtrare gli input sensoriali, di offrire alla realtà una sua personale interpretazione, di esperire e scandagliare il mondo circostante, di relazionarsi con il caregiver e con gli altri, di interagire e di porsi nei confronti di altre persone. I MOI permettono al bambino anche di formulare ipotesi, congetture e supposizioni circa il comportamento umano e gli stati emotivi propri e altrui, di crearsi aspettative circa la sua vita sentimentale, relazionale e interpersonale, di direzionare le sue esperienze presenti, di configurare il suo futuro, di veicolare le sue impressioni, le sue sensazioni e i suoi processi percettivi. I MOI sono il prodotto di un processo inconscio di internalizzazione e interiorizzazione del legame di attaccamento e rappresentano importanti strutture di memoria, dal momento che, secondo i teorici dell’attaccamento, il modo in cui in età adulta ci relazioniamo con gli altri è particolarmente influenzato dal modo in cui è andata a snodarsi la relazione con la figura di riferimento e il bambino l’ha vissuta e interpretata.

 

Il narcisismo di morte e l’illusione della Non Vita

L’introiezione dell’oggetto, mortifero e mortificante, della madre depressa può portare a un investimento illusorio nel Sé, fonte di un narcisismo siderale in cui l’iperinvestimento sul Sé cela il tentativo di nascondere un Sé interrotto, o ancor peggio inesistente.

 

La depressione e la rinuncia al Sé: il ruolo della “madre morta”

 Un vissuto depressivo è strettamente connesso alla disfunzionalità del contesto diadico. È infatti la madre che, con un atteggiamento contenitivo, riesce a dar vita ad un ambiente emotivo sintonizzato, permeato di un’interattività trasformativa cui il bambino può letteralmente aggrapparsi, in una sorta di grasping somatopsichico che lo sottrae ad angosce di frammentazione e annichilimento (Bick, 1963).

Il bambino cerca continuamente la madre, come fonte di vita e di scoperta del Sé: ella svolge un ruolo ausiliario, foriero di rassicuranti percezioni affettive maturate attraverso il canale sensoriale, quelle isole mnestiche destinate ad essere ricercate, come un’allucinazione gratificante, per il resto della vita (Mahler, 1968). Un abbraccio contenitivo, uno sguardo reciprocante, un contatto supportivo: sono i micro momenti diadici che il bambino afferra con volontà introiettiva, nutrendosi letteralmente della presenza della madre, per trarre dalla stessa il senso e la sicurezza del Sé (Bick, 1963).

Ma una madre assente e distaccata non è in grado di fornire questo aspetto securizzante. Una madre che non nutre emotivamente – ad esempio una madre depressa- è un oggetto che recide ogni tensione relazionale con il figlio, costringendolo a fronteggiare un abbandono traumatico, che non è possibile riparare se non con soluzioni altrettanto traumatiche e disfunzionali. Ella è una madre che resta in vita e muore psichicamente, tramutandosi da un oggetto vivo ad un Non Oggetto, abulico e inanimato, che impregna di sentimenti di lutto e mancanza la relazione stessa (Green, 1983).

Il bambino non si arrende subito a questo rifiuto: all’inizio cerca di ripristinare l’attenzione della madre, prova a rianimarne la vitalità, si sforza di ristabilire un contatto oculare con lei, ricorre persino a tentativi autoconsolatori. Solo dopo aver dato fondo a tutti i possibili espedienti l’infans realizza l’assenza psichica dell’oggetto materno; ed anche allora, pur di non separarsene completamente, accetta di interiorizzarne la presenza così come la percepisce. Fredda, abulica, avitale.

L’introiezione di questo oggetto, mortifero e mortificante, causa una serie di conseguenze devastanti:

  • la rinuncia ad una reciprocità relazionale, che comporta l’impossibilità di investire affettivamente e di instaurare una relazione che non sia meramente opportunistica;
  • la percezione di aver perduto definitivamente tutti gli oggetti buoni, da cui  si originano la negazione della dipendenza e l’incapacità di rispecchiarsi affettivamente nell’altro;
  • l’introiezione di un oggetto privo di vita, che si incista nel bambino come un Sé alieno e sabotante;
  • l’identificazione distruttiva con questo oggetto, che provoca l’interruzione dell’idioma del Sé (Bollas, 1999) e la demolizione dello stesso nucleo identitario;
  • un investimento illusorio nel Sé, fonte di un narcisismo siderale in cui l’iperinvestimento sul Sé cela il tentativo di nascondere un Sé interrotto, o ancor peggio inesistente.

La madre morta aveva portato via, nel disinvestimento di cui era stata oggetto, l’essenza dell’amore di cui era stata investita prima del suo lutto: il suo sguardo, il tono della sua voce, il suo odore, la traccia delle sue carezze. La madre amata del tempo che fu “era stata sepolta viva, ma la sua stessa tomba era scomparsa. Il buco che stava al suo posto faceva temere la solitudine, come se l’oggetto rischiasse di sprofondarcisi anima e corpo (Green, 1983, p. 280).

L’origine della madre morta e i “fantasmi nella culla”

I motivi di una depressione materna possono essere molteplici, e non tutti facilmente identificabili: ad esempio una gravidanza non desiderata o stressogena, angosce persecutorie, un vissuto abbandonico che la presenza del bambino spinge a ridestare dalla dimensione inconscia in cui era stato sepolto. A volte la madre è coinvolta in un rapporto di coppia frustrante, o porta con sé il lutto di una perdita affettiva lacerante (un genitore scomparso durante l’infanzia o un aborto recente); oppure la gravidanza enfatizza gli effetti patologici di un disturbo depressivo pregresso.

In ogni caso la depressione compromette la potenzialità responsiva della dimensione genitoriale, trasformando la madre in un oggetto affettivamente e materialmente deficitario.

Un umore flesso e anedonico raggela ogni velleità di vicinanza verso il bambino, disegnando i confini di uno spazio relazionale gelido e incolmabile. In molti casi è lei stessa a caricare il figlio di richieste compensative, adultizzandolo con responsabilità del tutto inadeguate. In altre occasioni lo percepisce come un oggetto estraneo, malvagio, o un intruso che si ciba delle sue risorse e dal quale si sente letteralmente invasa.

Non v’è nulla, nella genitorialità depressa, della maternità significante che dà la vita.

L’infans diventa la meta incidentale di pulsioni rabbiose, ab origine destinate verso oggetti abbandonici o irreversibilmente perduti; lutti evitati, oggetti parziali, lati sincretici della personalità tornano a farsi avanti con irruenza, frapponendosi nello spazio tra la madre e la culla. Ma anche traumi non risolti, introietti persecutori, vissuti di un’esperienza filiale inappagata possono riemergere con finalità rabbiosa e rivendicante.

 Sono quelli che Selma Fraiberg (1975) definisce suggestivamente come i “fantasmi nella stanza del bambino”: null’altro che rievocazioni di un vissuto doloroso, frammenti mnestici che hanno preso residenza nella mente della madre, impedendole di varcare con pulsioni affettive lo spazio psichico del figlio; il retaggio di un’eredità crudele, una sorta di lascito tormentoso che condanna all’eterna ripetizione di se stesso, dando vita ad un dolore senza tempo (Fraiberg, 1975; 1977).

Le transazioni di investimenti, affetti e fantasmi disegnati nella relazione diadica affondano le radici in un passato materno prelogico e presimbolizzato, scrutabile in un estrinsecarsi “trigenerazionale” (Lebovici, 1983). Quindi non è coinvolto soltanto il vissuto infantile della generazione materna, ma anche quello delle due generazioni precedenti, il cui contenuto di segreti, fantasie e aspettative, può aver contribuito ad influenzare la genitorialità, finanche determinandone la natura.

Sulla spinta di questo passato “presentificato” la madre inscrive il bambino in un circuito generazionale, abdicando alla propria funzione diadica; dunque il bambino non è più figlio suo, ma di tutta la famiglia. Comprese le “generazioni non generative” che l’hanno preceduta, e che con il loro contenuto persecutorio, costantemente in azione e retroazione, ne hanno precluso l’aspetto vitale.

Narcisismo di morte

La mancata interiorizzazione di un oggetto attendibile diviene un fantasma psichico persecutorio, inscindibilmente connesso a Tanatos (Freud, 1922; Spitz, 1958).

La trasformazione nella vita psichica, al momento del lutto improvviso per la perdita della madre che disinveste bruscamente suo figlio, è vissuta dal bambino come una catastrofe […] perché l’amore è stato perduto di colpo, senza segno di preavviso (Green, 1983, p. 138).

Il disamore per la madre si tramuta in amore per il Sé, ma si tratta di un investimento affettivo sterile, perché incapace di recepire l’alterità e di costruire una gratificante dimensione relazionale simmetrica e scambievole, in cui l’amore deriva da un’intenzione arricchente condivisa, e non da un’autoerotizzazione fantasticata.

L’aspettativa relazionale è assente, non esiste amore né tensione oggettuale, ma solo l’onnipotenza emergenziale di un Sè deluso dagli oggetti primari.

È quello che Green chiama il narcisismo di morte (1983), intendendo con questo termine lo stato emotivo che, al di là di un senso di infallibilità supervalutante, nasconde il fantasma di un legame ferito che impedisce la resilienza e l’elaborazione di un dolore arcaico.

Il Sé morto del narcisista è il Sé del bambino la cui istanza vitale è stata negata dalla madre.

Egli si compiace del proprio vuoto e cerca di arricchirsene, ma la sua esistenza è il frutto di una mera apparenza (Bollas, 2022). Per sopravvivere al no della madre, egli è stato costretto a negare la sua stessa esistenza. A renderla un Non Oggetto. A de vitalizzarla, a trasformarla in una Non-Cosa, assente e tuttavia capace di distruggerlo.

A dispetto dell’onnipotenza dietro cui si trincera, il narcisista non cessa di essere quel bambino rifiutato, ucciso da una madre che, con la sua morte, lo ha privato della vita. E con questa non vita egli si rivitalizza, contagiando col proprio istinto mortifero un’esperienza vitale originata da un Non Essere, da un incontro mancato, da una fallita evoluzione. E dunque soltanto apparente.

Nel narcisismo di morte tutto deve essere negato, per esistere veramente: l’altro, affinché la sua presenza non invada i fragili confini dell’Io, polverizzandone l’illusoria onnipotenza (il c.d. Narcisismo Anale, Green, 1983); la dipendenza oggettuale, di cui si rifiuta il valore grato e gratificante; lo stesso Sé, considerato una Non Cosa, in quanto originato da un autoinganno, la menzogna compensativa di un rifiuto distruttivo.

E se anche l’affetto deve essere negato, perché frutto di una bugia crudele, ecco che il narcisista riempie il vuoto emozionale ricorrendo all’iperproduzione intellettiva, un’identità “riflettente” ma non riflessiva, un iperinvestimento epistemologico con cui analizza i sentimenti in una prospettiva autoptica, al solo fine di controllarne il flusso imprevedibile. Ma il pensiero stesso del narcisista è un Non Pensiero. Un’altra menzogna, un’altra mera apparenza: privato di un idoneo apparato per pensare – ove il pensiero corrisponde ad uno strumento di contenimento, rielaborazione e trasformazione (Bion,1962), le sue speculazioni raziocinanti non sono che l’illusoria conversione di un pensiero non pensabile, di un’angoscia senza nome evacuata in una Ragione irrazionale.

Tra narcisismo libidico e narcisismo di morte

Il narcisista reputa il Sé onnipotente, ed è solo sul Sé che imbastisce la propria dimensione inter ed intrapsichica. Potremmo definirla una reazione difensiva, potenzialmente adattativa: il bambino investe nel Sé per non lasciarsi travolgere dall’assenza materna. Lo stesso Reich (1933) sostiene che il carattere sia una forma di protezione narcisistica, e che le struttura difensive stabilite durante l’infanzia siano finalizzate a fronteggiare più o meno adattivamente i vissuti ansiogeni di separazione. Ma in questo narcisismo c’è ben poco di adattivo. Ben poco di salvifico. Esso prende le sembianze di una corazza isolata, raggelante, in cui l’amore per il Sé non è autentico amore, e neppure il Sé iperinvestito è reale, perché indebolito da vissuti frustranti e privativi che ne hanno impedito la coesione.

In termini adattivi il narcisismo comporta effetti valorizzanti, arricchenti e confermativi. È un modo per esaltare il Sé riconoscendosi nell’altro, e per trovare in questo riconoscimento un appagamento vitale, una gratificazione reciproca.

Nel narcisismo libidico, pur essendo presente un’autoidealizzazione, è possibile individuare degli elementi utili alla costruzione di una sana autostima. Il narcisismo di morte, al contrario, è foriero di un’onnipotenza illusoria, costruita sulla base di un introietto materno abbandonico che ha sabotato, con la sua presenza-assenza, ogni tensione vitale. Per quanto presente, l’idealizzazione è rivolta alle parti non vitali del Sé, quelle che negano le relazioni oggettuali positive e i bisogni di dipendenza, sotto la spinta di un Sé improduttivo originato dall’introiezione della madre morta (Rosenfeld, 1987).

Alla base del narcisismo di morte latita pertanto una pulsione subdola e occulta, non integrata con quella di vita, che “si oppone ad ogni progresso, e che implica una profonda attrazione per la morte e la distruttività….spesso il narcisista crede di aver distrutto per sempre il suo Sé capace di amore e di affettuosa sollecitudine per gli altri, e che nulla e nessuno possa cambiare questa situazione” ( Rosenfeld, 1987, p. 102).

Questa immobilità nichilistica, questa desertificazione dell’Io, si ripete drammaticamente nel setting terapeutico, rendendo difficile la costruzione di una relazione reciprocante e produttiva (Green, 2011). L’attaccamento identificativo alla madre morta – proposto come una coazione a ripetere – rende questi analizzandi refrattari ad ogni accesso comunicante, facendo naufragare l’operato del terapeuta in un controtransfert frustrato e avvilente: “Sono pazienti che nel trattamento mostrano un’assoluta indifferenza, come se nulla li toccasse, e a qualsiasi spiegazione del terapeuta rispondono: “E allora? Cosa me ne faccio? E con questo? Ciò significa che tutto ciò che arriva dal terapeuta viene immediatamente distrutto. Non succede niente, e il paziente dice: faccia qualcosa, se ci riesce. Si può andare avanti così per anni” ( Kernberg, 2020, p. 19). E ancora:

Questi analizzati, pur in pieno calore, si lamentano di sentire freddo. Hanno freddo sotto la pelle, nelle ossa, si sentono paralizzati da un brivido funereo, avviluppati in un loro sudario (il nucleo congelato dell’amore per la madre morta). Non sono più costoro a vivere, ma è l’altro morto a vivere in loro, e ciò dà origine ad un’illusione generativa (Green, 1983, p. 223).

Ecco la trappola, l’inganno più illusorio del narcisismo. Il Sé onnipotente cela la terrifica realtà di un Non Sé.

Ma è proprio nella fedeltà a questa pulsione antievolutiva che il narcisista trova il senso della non Vita, è in questa dipendenza dall’oggetto cattivo che si sente vicino a quella “madre morta” della quale non è riuscito a liberarsi. Piuttosto che separarsene completamente egli ne ha introiettato l’aspetto mortifero. Piuttosto che non sentirsene amato ha scelto di gratificarsi con il suo Non Amore.

“Tutto il dolore viene dal vivere”, sostiene Hanna Segal (1993). La vita stessa è una lotta, un compromesso continuo tra la pulsione di vita e quella di morte ( Freud, 1922).

Il narcisista ha scelto quest’ultima, e il senso nichilistico e annullante di cui Tanatos si fa portatore. Animato da inconsce fantasie di autodistruzione, rabbiose e ferine, solo distruggendo se stesso e l’altro egli sente di esistere: perché solo questa pulsione annichilente gli permette di dar vita a quella Non Madre che ha stabilmente interiorizzato, rendendola un fattore ostruttivo e distruttivo del Sé.

Non v’è nessun alone di vita nel narcisismo. Esso incarna piuttosto il vessillo di una sconfitta vitale. Il simbolo di una vita generata dalla morte.

 

Scrittura e lettura di messaggi alla guida: i predittori nei giovani adulti

Sia l’impulsività che la FOMO sono state correlate all’uso problematico del cellulare, che è stato associato positivamente anche all’uso del cellulare durante la guida.

 

L’uso del cellulare tra i giovani adulti

 L’uso problematico del telefono è particolarmente diffuso tra i giovani adulti (di età compresa tra i 18 e i 24 anni), che presentano livelli molto elevati di utilizzo e dipendenza da telefono cellulare (Deloitte, 2017). Questo gruppo è anche più propenso all’uso del cellulare in macchina, compreso l’invio di messaggi durante la guida (Texting While Driving [TWD]; Cazzulino et al., 2014), causa di molti incidenti stradali addirittura mortali (Bureau of Infrastructure, Transport and Regional Economics, 2018). È quindi particolarmente importante esaminare i fattori che influenzano la guida rischiosa in questa fascia d’età.

I ricercatori hanno ipotizzato che alcuni fattori che possono aumentare la tendenza a scrivere e leggere messaggi durante la guida sono l’impulsività, la paura di essere esclusi (Fear Of Missing Out; FOMO) e il coinvolgimento nell’uso del telefono (Mobile Phone Involvement; MPI).

L’impulsività si riferisce in generale all’agire senza riflettere e senza considerare le conseguenze (Magid et al., 2007). La ricerca ha mostrato che l’impulsività è un fattore di rischio per l’invio di messaggi durante la guida (ad esempio, Hayashi et al., 2017).

Esistono però molteplici concettualizzazioni dell’impulsività. Ad esempio, Dawe e Loxton (2004) hanno identificato la rush impulsivity (impulsività avventata) e la reward sensitivity (sensibilità alla ricompensa) come due fattori correlati a una serie di comportamenti di dipendenza. L’impulsività avventata si riferisce a “una tendenza a impegnarsi in comportamenti avventati e spontanei in cui un individuo ha la tendenza a non considerare il rischio o le conseguenze future” (Dawe et al., 2004, p. 1398), il che significa che un individuo può non essere in grado di esercitare il controllo, nonostante le conseguenze avverse. La sensibilità alla ricompensa deriva dalla teoria della sensibilità al rinforzo di Gray ed è la tendenza a mettere in atto comportamenti in presenza di stimoli gratificanti (Gray, 1970).

É probabile che una persona con un livello più alto di ricerca della ricompensa potrebbe essere più incline a leggere un messaggio a causa dell’anticipazione della ricompensa derivante dal legame sociale, mentre una persona con un livello più alto di impulsività avventata potrebbe essere più propensa sia a leggere che a inviare un messaggio durante la guida, incurante dei rischi aggiuntivi.

La FOMO è invece la paura che gli altri stiano vivendo esperienze divertenti o gratificanti senza di noi ed è correlata a un maggiore desiderio di connessione sociale (Przbylski et al., 2013). Nonostante sia stata già riscontrata un’associazione tra FOMO e guida distratta in generale, la possibile relazione con l’invio di messaggi durante la guida non è ancora stata studiata.

Sia l’impulsività che la FOMO sono state correlate all’uso problematico del cellulare (Elhai et al., 2016). Il costrutto del “coinvolgimento nel telefono cellulare” (Mobile Phone Involvement; MPI) si riferisce al coinvolgimento cognitivo e comportamentale con il proprio telefono, come pensare spesso al telefono e controllare le chiamate perse (Walsh et al., 2010), che a livelli estremi può essere paragonato ad una dipendenza. L’ MPI è stato associato alla nomofobia (Aruumosa-Villar et al., 2017), ovvero la paura di rimanere senza la possibilità di utilizzare il proprio cellulare, ed è stato associato positivamente anche all’uso del cellulare durante la guida, compreso l’invio di messaggi (Hill et al., 2019).

Quali fattori determinano l’uso del cellulare durante la guida?

 Data l’influenza dell’MPI sul comportamento alla guida e le potenziali associazioni con la rush impulsivity, la sensibilità alla ricompensa e la FOMO, è possibile che gli effetti dell’impulsività e della FOMO sul comportamento alla guida siano indiretti, attraverso la loro relazione con l’MPI.

A testare questa ipotesi è stato uno studio di Brown e colleghi del 2021.

I risultati hanno mostrato che l’impulsività, la sensibilità alla ricompensa e la FOMO sono stati tutti predittori significativi dell’invio di messaggi alla guida, mentre l’impulsività e la sensibilità alla ricompensa – ma non la FOMO – sono stati predittori significativi della lettura di messaggi durante la guida.

Come ipotizzato dagli autori, l’impulsività avventata, la sensibilità alla ricompensa e la FOMO hanno avuto tutti effetti indiretti significativi sull’invio di messaggi durante la guida attraverso l’MPI.

Uno degli aspetti chiave del coinvolgimento nel telefono è l’integrazione del dispositivo nella vita quotidiana. I giovani che sono fortemente dipendenti dal telefono cellulare non riescono a mettere un limite all’utilizzo del cellulare neanche alla guida, sfociando quindi nel pericoloso comportamento di messaggiare durante la guida. Ricerche future che indagheranno le variabili di personalità legate all’MPI consentiranno di indirizzare interventi verso i soggetti più vulnerabili ai comportamenti a rischio.

I risultati di questo studio non hanno riscontrato alcuna influenza significativa per il genere, anche se alcuni studi presenti in letteratura hanno rilevato una maggiore propensione degli uomini a utilizzare il telefono durante la guida (Walsh et al., 2008). Altri studi (Struckman-Johnson et al., 2015), invece, pur non avendo riscontrato differenze di genere su un campione di studenti universitari, hanno trovato diversi predittori tra i gruppi di genere. Le ricerche future potrebbero esaminare i diversi fattori predittivi tra i gruppi di genere, oltre a valutare l’influenza del genere sul messaggiare durante la guida.

Sebbene le variabili prese in considerazione in questo studio si siano dimostrate tutte predittori del messaggiare durante la guida, esse spiegavano solo una piccola parte della varianza complessiva, per cui la ricerca futura dovrebbe considerare altre variabili non incluse in questo studio.

Nel complesso, i risultati dello studio presentato suggeriscono che l’impulsività avventata, la sensibilità alla ricompensa e la FOMO influenzano la tendenza a messaggiare durante la guida e che questa influenza avviene attraverso la loro relazione con l’MPI. Ricerche future potrebbero esaminare l’influenza di queste variabili su altre forme di utilizzo del cellulare durante la guida.

È necessario attuare interventi per contrastare la guida distratta tra le persone più vulnerabili a questo comportamento rischioso, affrontando il problema dell’eccessivo utilizzo del telefono cellulare.

 

Stupro a Piacenza, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna: “Pubblicare il video è stato un ulteriore abuso”

Gli psicologi: “Chi condivide immagini o commenta senza competenze è corresponsabile di violenza”

Ufficio stampa Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna

 

Bologna, 24 agosto – «Diffondere il video dello stupro è un atto gravissimo, che rende corresponsabili di violenza». Così l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna interviene su quanto avvenuto a Piacenza, dove nei giorni scorsi una donna è stata violentata in strada e ripresa in un video che ha successivamente fatto il giro della rete.

Perché è stato pubblicato il video di uno stupro durante una campagna elettorale? Chi si intendeva far vedere, la vittima o lo stupratore? E se si voleva far vedere quest’ultimo, l’intenzione era forse quella di mettere in risalto le sue origini per dare forza a un programma politico? – si chiede Carmelina Fierro, consigliera dell’Ordine regionale e coordinatrice della Commissione Pari Opportunità dello stesso Ordine – Mi chiedo anche che cosa si intendesse far provare in chi avrebbe visto le immagini. Soprattutto, perché non ci si è chiesti come si possa sentire una vittima di fronte all’amplificazione di una violenza subìta, se non ulteriormente violata e vittimizzata?.

Dott.ssa Carmelina Fierro

FIG. 1 – Dott.ssa Carmelina Fierro: consigliera e coordinatrice della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine regionale

Pubblicare il video, spiega Fierro, è un fatto inaccettabile, che in questo caso vede responsabile non più solo lo stupratore, ma tutti coloro che hanno diffuso le immagini.

La violenza sulle donne e alle donne non può portare a disattente narrazioni e ancor meno a strumentalizzazioni di questo tipo – continua la consigliera – La “vittimizzazione secondaria”, spesso insita in ogni atto di violenza alle donne, è inammissibile e soprattutto occorre conoscerla. Smettiamola con improvvisazioni o supposizioni e affidiamoci a chi ha formazione e competenza specifica.

Fondamentale è anche lavorare sulla prevenzione attraverso progetti educativi e culturali. Proprio su queste tematiche l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna ha istituito per il secondo anno un premio di duemila euro per una tesi di laurea su “La violenza: impatti, significati e vissuti di chi assiste”.

Crediamo che sia importante promuovere cultura e azioni atte a contrastare gli stereotipi di genere e fenomeni di discriminazione – conclude Fierro.

 

Linee guida in psicoterapia e quesiti non trasmessi alla Giuria – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 10

Inizialmente, il tema A su accessibilità, efficacia e applicabilità dei trattamenti si articolava in tre sotto-temi: il primo lo abbiamo visto nello scorso numero della rubrica (Tema A1); il secondo interrogava gli Esperti sulle migliori linee guida internazionali a cui riferirsi per il contesto italiano (Tema A2); il terzo sollevava la necessità di traduzione delle stesse linee guida.

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 10) Linee guida in psicoterapia e quesiti non trasmessi alla Giuria

 

Gli Esperti, alla luce delle informazioni raccolte nella Relazione, hanno ritenuto opportuno trasmettere solo il Quesito A1 alla Giuria. Tuttavia, in questo articolo abbiamo pensato di offrire ai nostri lettori una panoramica anche di questi due temi, di grande importanza nella pratica clinica.

Di linee guida si sente parlare spesso, in questa Consensus Conference, così come nella letteratura scientifica. Ma, in sintesi, di cosa si tratta?

In psicologia clinica e psichiatria, quando si parla di “linee guida”, si fa riferimento a una serie di indicazioni cliniche di gestione, in termini diagnostici e/o trattamentali, di specifici disturbi o classi. Tali indicazioni sono esito dell’esame di numerosi studi empirici e metanalisi, operato da gruppi di esperti appartenenti a società scientifiche o organismi governativi (per esempio, il National Institute for Health and Care Excellence; NICE), e sono annoverate in documenti dedicati che prendono il nome, appunto, di Linee Guida. Rappresentano dunque una guida per le scelte dei clinici, assicurando un alto livello di efficacia nella riuscita del trattamento o del percorso diagnostico.

Quesito A2

Tra le linee guida disponibili a livello internazionale, limitatamente agli specifici disturbi d’ansia e depressivi, quali conviene siano prese a riferimento, soprattutto in relazione alla loro generalizzabilità al contesto italiano?

Per fornire informazioni alla Giuria in merito a tale quesito, le linee guida internazionali disponibili riguardo ansia e depressione sono state esaminate dal gruppo di esperti sulla base di stringenti criteri di valutazione.

Questi hanno riguardato, innanzitutto, il numero di studi inclusi a supporto delle indicazioni e l’autorevolezza delle banche dati online usate per trovarle (per es., PsycINFO, MEDLINE, Cochrane Library); nonché il numero di citazioni, la diffusione e la notorietà di quella specifica linea guida.

Significativa rilevanza è stata attribuita alla data di pubblicazione, ovvero l’aggiornamento più recente del documento, considerando che l’Istituto Superiore di Sanità (2019) determina che una linea guida ha una validità di 3 anni dalla data di pubblicazione, dopodiché dovrebbe essere aggiornata con una revisione sistematica della letteratura.

L’ultimo dei criteri, non meno importante, ha riguardato l’indipendenza delle istituzioni e l’assenza di conflitti di interesse.

Dopo aver esaminato le linee guida disponibili secondo i criteri appena menzionati, riguardo i disturbi d’ansia gli esperti hanno indicato le seguenti come riferimento:

  • National Institute for Health and Care Excellence (NICE), 2017-2020;
  • American Psychiatric Association, 2009-2013;
  • American Psychological Association, 2017.

Invece, per i disturbi depressivi hanno giudicato che vadano prese come punti di riferimento le seguenti:

  • National Institute for Health and Care Excellence (NICE) (Regno Unito), 2018 e 2019;
  • American Psychological Association, 2017;
  • American Academy of Pediatrics (AAP), 2018;
  • American College of Physicians (ACP), 2016;
  • Orygen Youth Health Clinical Program (Australia), 2017.

Riguardo all’aspetto della loro generalizzabilità al contesto italiano, gli esperti ritengono che il loro uso sia possibile a fronte di una adeguata formazione sulle specifiche tecniche psicoterapeutiche raccomandate da tali linee guida, destinata a operatori della salute mentale e dei Servizi territoriali.

Quesito A3

Per una maggior conoscenza e diffusione, è necessario un lavoro di traduzione in italiano delle linee guida prese a riferimento o di parti di esse? Sono opportune integrazioni o commenti?

Sebbene per una migliore conoscenza e una maggiore diffusione sarebbe utile la traduzione delle linee guida appena citate, gli Esperti hanno convenuto che sia sufficiente un loro riassunto, unitamente ad una integrazione di dati provenienti da studi scientifici specifici (per es., metanalisi). Ciò è dovuto anche all’ingente costo dei diritti di traduzione.

Per questi motivi, nella Relazione per la Giuria (consultabile nell’Allegato 4, p. 52), è stata inserita una sintesi integrata delle linee guida del NICE, dell’American Psychological Association e dell’American Psychiatric Association, operata dagli esperti della Consensus Conference, con l’obiettivo di fornire un riferimento per i professionisti in merito al trattamento dei disturbi d’ansia e depressivi.

Inoltre, è stata aggiunta una selezione dei documenti emessi dal NICE (consultabile nell’Allegato 5, p. 65), poiché identificati come riferimenti idonei alla divulgazione e a una futura e auspicabile traduzione.

In conclusione, in seguito a un attento esame, gli esperti hanno individuato una serie di linee guida inglesi, americane e australiane che possono essere prese come riferimento per la pratica clinica nel nostro Paese per disturbi ansiosi e depressivi. Sebbene sarebbe utile una traduzione di tali linee guida, i costi risultano proibitivi; pertanto, nel documento finale, sono sintetizzate alcune indicazioni fondamentali ed è raccomandata una formazione specifica per il personale sanitario rispetto alle tecniche definite in tali documenti. Tuttavia, gli esperti sostengono che l’adozione automatica delle linee guida selezionate risulta impossibile nel contesto italiano, per via della funzione assistenziale dei Servizi territoriali di salute mentale e della diffusione della psicoterapia privata.

 

La riabilitazione cognitiva: dai presupposti neurofisiologici all’intervento clinico

Il concetto fondamentale su cui si fonda la riabilitazione cognitiva, è che l’inattività porta alla perdita della funzione (Mazzucchi A. 1999; Bocardi M. 2014), quindi l’obiettivo clinico prioritario della riabilitazione è mantenere la funzione e di conseguenza l’autonomia del paziente corrispondente ad essa.

 

Ogni essere umano esercita continuamente le proprie funzioni cognitive per portare a termine qualsiasi tipo di compito. Quando si verifica, a seguito di un danno neuronale, una perdita più o meno grave della memoria, dell’attenzione o della capacità di ragionamento, funzioni che permettono di eseguire i vari compiti e di relazionarsi con il mondo, si parla di deficit cognitivo. Questo può riguardare una singola funzione, come ad esempio il deficit della sola capacità di memoria, definito deficit isolato, oppure può colpire più funzioni contemporaneamente, il deficit allora si definisce generalizzato (Denes G. et al. 2019).

La presenza di un deficit cognitivo di una certa gravità genera una perdita di autonomia del soggetto. Questi pazienti possono rimanere nella propria abitazione ma assai spesso vengono istituzionalizzati. In entrambi i casi la loro qualità di vita è legata alla possibilità d’intraprendere un percorso di riabilitazione cognitiva. Esistono alcuni presupposti neurofisiologici che rendono possibili gli interventi riabilitativi nel deficit cognitivo.

I presupposti neurofisiologici della riabilitazione cognitiva

Il sistema nervoso centrale possiede la capacità di modificare la propria organizzazione e funzione, questa capacità è detta plasticità cerebrale e permette al sistema nervoso di adattarsi alle richieste funzionali (Denes G. 2016).

Il cervello possiede alcuni neuroni capaci di attivarsi e prendere le funzioni di altri neuroni, quando questi ultimi subiscono un danno. Sono i neuroni della così detta riserva cognitiva che sono in grado di creare nuove connessioni neuronali, cioè dei percorsi alternativi ai percorsi danneggiati, attraverso i quali avviene l’elaborazione delle informazioni ( Chicherio C., Ludwig C., Borella E. 2012).

Il concetto fondamentale, su cui si fonda la riabilitazione cognitiva, è che l’inattività porta alla perdita della funzione (Mazzucchi A 1999; Bocardi M 2014).

È per questo motivo che l’obiettivo clinico prioritario della riabilitazione è mantenere la funzione e di conseguenza l’autonomia del paziente corrispondente ad essa. Le attività riabilitative che riguardano le funzioni di base della vita quotidiana, come ad esempio lavarsi e vestirsi, possono definirsi attività naturali, mentre altre attività come quelle eseguite nei laboratori potranno risultare per il paziente con deficit cognitivo, meno naturali ma a volte più stimolanti. La stimolazione può anche, in presenza di un deficit cognitivo, produrre la formazione di nuovi circuiti che possono contribuire ad aumentare, pur se di poco, la riserva cerebrale esistente (Woods B., Aguirre E., Spector A. E., Orrel 2012).

Riabilitazione cognitiva e motivazione del paziente

Qualsiasi attività, compresa quella di tipo riabilitativo, non può essere svolta se la persona non è adeguatamente motivata (Mazzucchi A. 1999; Bocardi M.2014). Ogni azione l’essere umano compia richiede l’investimento di tempo ed energia e né l’uno né l’altra sono infinite. Questo è il motivo per cui, se non c’è un buon motivo per investire tempo ed energia in un’attività, questa non viene svolta dalla persona. Il risultato visibile del funzionamento di questo principio, nelle persone affette da deficit cognitivo, è dato dal fatto che se il malato non comprende il significato e quindi il motivo dell’azione avrà delle resistenze a svolgerla (Beck 1993). Inoltre si ritiene vantaggioso utilizzare, nei singoli progetti riabilitativi, come mezzo principale il “fare” poiché, in presenza di un deficit cognitivo, occorre usare un modo di ragionamento concreto (Associazione Italiana Terapia Occupazionale).

Tutti i concetti utilizzati debbono essere vicini alle conoscenze materiali del paziente, i concetti astratti possono essere capiti ed elaborati, ma quando questo risulta difficoltoso per il paziente, bisogna tradurre in termini concreti.

L’utilizzo della stimolazione e riabilitazione cognitiva si fonda sulla convinzione che gli interventi riabilitativi, possono promuovere effetti fisiologici positivi (Bernardi L., Sleight P., Bandinelli G. et al 2001). In alcuni casi è stato possibile dimostrare gli effetti fisiologici di alcuni interventi di tipo non farmacologico (Bernardi L., Sleight P., Bandinelli G. et al 2001). Anche se la dimostrazione scientifica non è sempre possibile per tutti gli interventi utilizzati in riabilitazione cognitiva, la spiegazione del perché un intervento riabilitativo non farmacologico può comunque generare degli effetti fisiologici positivi è legata al concetto che in ogni individuo le variabili fisiche, psichiche e sociali devono considerarsi racchiuse in un sistema complesso da trattarsi come un tutt’uno (Engel G. 1977)

 

Imagery rescripting di Remco Van der Wijngaart (2022) – Recensione

Il saggio “Imagery rescripting” di Remco Van der Wijngaart descrive in modo molto chiaro le origini storiche della tecnica dell’imagery rescripting e il suo attuale utilizzo.

 

 È possibile riscrivere le proprie memorie passate e gli eventi futuri in modo che possa verificarsi un esito diverso rispetto a quanto già accaduto o che potrebbe accadere?

La risposta di Remco Van der Wijngaart, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale dell’International Society of Schema Therapy e autore del saggioImagery rescripting, teoria e pratica” è affermativa.

Il saggio, edito da Giovanni Fioriti Editore, raccoglie una panoramica dettagliata e approfondita della tecnica dell’imagery rescripting sviluppata all’interno del modello della Schema Therapy e che ha lo scopo di esplorare in immaginazione un’esperienza significativa passata o futura e rielaborarla “correggendone” il vissuto emotivo doloroso.

Questa tecnica terapeutica sta guadagnando gradualmente maggiore popolarità e sta acquisendo nuove e comprovate evidenze scientifiche della sua utilità ed efficacia nell’aiutare le persone a riattribuire un significato alternativo e più funzionale alle esperienze di vita precoci di abuso, trascuratezza e frustrazione dei bisogni primari.

Il modello teorico sottostante questa tecnica è quello della Schema Therapy, che enfatizza il ruolo della relazione terapeutica come fondamentale strumento di cambiamento e riparazione emotiva delle esperienze infantili traumatiche (Arntz e Jacob, 2013). Infatti, nella relazione terapeutica, attraverso la figura del terapeuta, è possibile (1) recuperare eventi infantili traumatici nei quali il bambino, ora paziente adulto, ha esperito una frustrazione dei propri bisogni emotivi fondamentali per mano del genitore e (2) riscrivere in immaginazione, tramite l’intervento del terapeuta, il decorso dello stesso.

Le possibilità di “riscrivere” il decorso di un’esperienza negativa con l’immaginazione sono infinite e fantasiose in quanto le potenzialità dell’immaginazione sono esse stesse infinite e fantasiose: gli antagonisti della scena infantile recuperata possono essere contrastati, le vittime consolate, salvate e trattate con compassione sia dalla parte adulta sana del paziente che dal terapeuta che si “insinua” nel ricordo della persona per ristrutturare cognitivamente l’evento passato, aiutarlo a riconoscere, validare ed esprimere i suoi bisogni, accettare la realtà e favorire un processo di elaborazione della sua sofferenza emotiva.

Il saggio di Van der Wijngaart (2022) descrive in modo molto chiaro le origini storiche della tecnica dell’imagery rescripting a partire dagli anni 80 del 900’ dove già cominciavano ad affermarsi le prime tecniche di immaginazione e visualizzazione all’interno del panorama cognitivo e comportamentale, fino all’introduzione della tecnica in diversi protocolli per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico (Ehlers et al., 2000), d’ansia sociale (Clark et al., 2006), degli incubi notturni e dei disturbi di personalità (Young et al., 2003). L’autore inoltre fornisce un’ampia rassegna di metanalisi e degli studi più significativi che comprovano l’efficacia di tale tecnica all’interno dei protocolli terapeutici per la riduzione sintomatologica.

 La parte più corposa e interessante del saggio viene dedicata alla spiegazione dell’applicazione della tecnica esemplificata tramite vignette di casi clinici che ben rendono i suoi passaggi e varie fasi di implementazione all’interno dei diversi momenti del percorso terapeutico – dall’assessment diagnostico alla prevenzione delle ricadute; il tutto per fornire al lettore competente la possibilità di utilizzare questo strumento nella sua pratica clinica.

Il lettore viene accompagnato per mano nell’apprendimento della tecnica e nella sua familiarizzazione tramite apposite “scalette d’intervento” a partire dall’indagine della sofferenza attuale riportata dalla persona ricollegata a una dolorosità che affonda le sue radici storiche nella sua storia di vita infantile.

In questo excursus vengono offerte liste di domande e istruzioni per comprendere il momento più opportuno per implementare la tecnica e i bisogni su cui focalizzarsi, per recuperare l’evento più significativo e riscrivere l’esperienza soggettiva della persona in quello stesso evento.

Inoltre, vengono forniti suggerimenti per bypassare alcuni degli ostacoli più frequenti che potrebbero verificarsi con persone poco addestrate all’immaginazione o molto attivate emotivamente dall’esercizio.

A mio parere, l’ultima parte del saggio merita una menzione speciale in quanto si focalizza sulla possibilità di utilizzare la tecnica dell’imagery rescripting anche per anticipare e prepararsi agli eventi futuri, non ancora accaduti ma potenzialmente problematici che potrebbero attivare vecchi schemi, credenze, reazioni e comportamenti poco utili. Tale possibilità è offerta dal fatto che l’anticipazione di un evento futuro attiva le medesime aree cerebrali coinvolte nella visualizzazione degli eventi passati (Schacter et al., 2012) favorendo la rielaborazione e la motivazione al cambiamento: infatti, visualizzare reazioni e comportamenti alternativi, non ancora accaduti, che si potrebbero mettere in atto in una situazione attivante, permetterebbe di sperimentare in anticipo i suoi effetti, di facilitare il problem solving per eventuali difficoltà e prevedere vantaggi e “gratificazioni” emotive a seguito del nuovo repertorio immaginato.

Il saggio di Van der Wijngaart è caldamente consigliato ai lettori competenti, incuriositi e interessati all’applicazione di questa tecnica con i propri pazienti anche al di fuori di una specializzazione strutturata nell’ambito della Schema Therapy.

 

Il ruolo delle credenze religiose in pazienti oncologici in stadio avanzato

Uno studio di Kavak Budak e colleghi (2021) ha cercato di determinare l’effetto delle credenze religiose e della spiritualità in generale sulla depressione e sulla mancanza di speranza nei pazienti oncologici in fase avanzata. 

 

 La prevalenza del cancro aumenta di giorno in giorno; nel 2012, sono stati registrati un totale di 14,1 milioni di nuovi casi di cancro e 8,2 milioni di persone sono morte. I tumori più diagnosticati nel mondo sono quelli al polmone (13,0%), al seno (11,9%) e al colon (9,7%). Se l’incidenza del cancro continuerà ad aumentare a questo ritmo, si prevede che nel 2025 si verificheranno 19,3 milioni di nuovi casi all’anno (Globocan, 2012).

Le conseguenze psicologiche nei pazienti oncologici

Il cancro può causare inoltre gravi problemi mentali (Wilson et al., 2007). Jadoon e colleghi (2010), ad esempio, riportano che i pazienti con cancro sperimentano angosce che richiedono un trattamento psichiatrico e la depressione è il disturbo più comune. La depressione, assieme alla mancanza di speranza, possono portare a molte problematiche nei pazienti oncologici, come il suicidio, l’isolamento sociale e la solitudine, compromettendo gravemente la loro qualità della vita. Per questo motivo, è essenziale prevenire i problemi psicologici nei pazienti oncologici (Massie, 2004).

La letteratura ci ha dimostrato che le malattie aumentano i bisogni spirituali degli individui, così come i loro bisogni fisici, mentali e sociali (Weis e Boehncke, 2011). Il paziente ha bisogno di maggiore supporto spirituale nei casi che richiedono un lungo processo di trattamento e guarigione e che compromettono la qualità della vita, come nel caso del cancro. In studi precedenti (Koenig, 2004; Singer et al., 2010) è stato rilevato che la spiritualità aumenta le esperienze positive, le speranze e la capacità di trovare un significato alla malattia.

Alla luce dei risultati promettenti, uno studio di Kavak Budak e colleghi (2021) ha cercato di determinare l’effetto del credo religioso e della spiritualità in generale sulla depressione e sulla mancanza di speranza nei pazienti oncologici in fase avanzata.

I risultati ottenuti dimostrano una differenza statisticamente significativa tra età e depressione nei pazienti oncologici che hanno partecipato allo studio: all’aumentare dell’età è aumentato il livello di depressione per questi pazienti. Si potrebbe pensare che le opinioni negative dei pazienti anziani, riguardo l’essere un peso per i loro parenti, non guarire e temere la morte, possano aumentare i loro livelli di depressione.

 La depressione inoltre era maggiore in coloro che avevano un livello di istruzione più avanzato e in coloro che avevano un reddito più basso. L’aumento del livello di istruzione nei pazienti oncologici può causare più pensieri negativi, in quanto renderà più facile raggiungere le informazioni sulla malattia, il decorso della malattia e il suo trattamento; esso aumenta in generale il livello di conoscenza. Questi pensieri negativi dei pazienti possono influire negativamente sulla loro salute mentale e aumentarne di conseguenza la sintomatologia depressiva. Per quanto concerne il reddito, invece, in linea con i risultati di Dedeli e colleghi (2008), un reddito basso può influire sulla depressione a causa del trattamento costoso e a lungo termine della malattia, che può aumentare le emozioni negative.

Anche lo stato occupazionale ha mostrato delle differenze significative: i punteggi di depressione si sono rivelati più alti in coloro che erano disoccupati. Lavorare e impegnarsi in qualcosa, infatti, è risultata essere una situazione motivante per i pazienti oncologici. I pazienti oncologici che non possono lavorare e impegnarsi in altre attività possono essere maggiormente colpiti dalla negatività della malattia, poiché concentrano tutta la loro attenzione sul corpo, aumentando la depressione.

Gli effetti positivi delle credenze religiose nei pazienti oncologici

Nello studio presentato le credenze religiose dei pazienti erano elevate e il tipo di atteggiamento religioso è risultato un fattore importante per spiegare la depressione e la mancanza di speranza nei pazienti oncologici nello stadio avanzato della malattia.

Nello studio è stata determinata una correlazione positiva significativa tra i punteggi medi totali della scala della depressione e della mancanza di speranza. Con l’aumento della mancanza di speranza nei pazienti oncologici, è aumentata anche la depressione. I sentimenti negativi dei pazienti che perdono la speranza con il decorso della malattia, come la disperazione e l’impossibilità di trarre piacere dalla propria vita, aumentano di conseguenza i livelli di depressione.

Con l’aumento delle credenze religiose dei pazienti, però, i livelli di depressione e disperazione sono diminuiti, in linea con la letteratura (Dutkova et al., 2017; McCoubrie e Davies, 2006). Gli autori hanno osservato che i pazienti con alti livelli di spiritualità si sentono mentalmente sollevati, portando ad una diminuzione della depressione e ad un aumento di speranza. Non casualmente, infatti, le cure palliative nei pazienti oncologici avanzati comprendono anche dimensioni spirituali.

Riassumendo, quindi, dallo studio in questione è emerso che i livelli di depressione e disperazione dei pazienti oncologici erano moderati se le loro credenze religiose erano elevate, influenzando di conseguenza i loro punteggi di depressione e speranza.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute è lo stato di benessere in termini fisici, mentali e spirituali. Pertanto, è possibile mirare alla salute olistica dell’individuo mettendo in pratica tutti i tipi di assistenza, compresa quella spirituale. Perciò, è importante che medici e infermieri, che sono direttamente a contatto con i pazienti giorno e notte, non ignorino il bisogno di assistenza spirituale dei pazienti.

 

Da dove nasce la Sindrome di Stoccolma?

La Sindrome di Stoccolma (Stockholm Syndrome, nota anche come Terror Bonding e Traumatic Bonding) è un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta nella vittima nei confronti del carnefice, in casi di violenza fisica, verbale e/o psicologica. 

 

Le origini della Sindrome di Stoccolma

 La vittima della Sindrome di Stoccolma arriva a provare un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore e, a volte, può provare anche amore e totale sottomissione volontaria, instaurando così una specie di alleanza e solidarietà con il suo carnefice (Biagini et al., 2010).

L’origine del nome di tale patologia risale alla rapina presso la Sveriges Kreditbanken di Stoccolma, avvenuta nel 1973. I rapinatori erano due galeotti evasi dal carcere, che si barricarono con quattro ostaggi nei sotterranei della banca. Al contrario di quanto ci si possa aspettare, in quell’occasione le vittime temevano più la polizia dei sequestratori. E, addirittura, dopo il rilascio, gli ostaggi si erano così affezionati a loro tanto da difenderli anche a seguire, durante il processo. Il termine fu coniato a seguito di quell’occasione dal criminologo e psicologo Nils Bejerot, che aiutò la polizia con la negoziazione durante la rapina, e dall’agente FBI Conrad Hassel.

Lo psicologo nei giorni successivi tenne alcune sedute con le vittime, e alcuni racconti lo colpirono molto. Gli ostaggi manifestavano infatti un senso positivo verso i propri sequestratori, che vennero visti come coloro che gli avevano ridato la vita e si sentivano in debito nei loro confronti. Da qui deriva il nome che oggi porta questa patologia.

Il rapporto vittima-carnefice nella Sindrome di Stoccolma

I casi di letteratura scientifica che parlano di tale sindrome, ad oggi, sono pochi (Julich, 2005; Cantor e Price, 2007; Namnyak et al., 2008).

Inoltre, questa non è inserita in nessun sistema internazionale di classificazione psichiatrica e, quindi, non esistono criteri universali veri e propri per classificarla.

Ci sono però dei segnali che ci permettono di identificare la condizione Sindrome di Stoccolma. Come già accennato, vi sono sentimenti di amore e amicizia per l’aggressore da parte della vittima, che ripone anche fiducia verso lo stesso. Inoltre, la vittima prova paura per le figure autoritarie (come la polizia); prova sentimenti di colpa per l’aggressore quando viene arrestato e, infatti, arriva a mentire per proteggerlo. Infine, non riconosce di avere una patologia e non vuole farsi aiutare.

Questo tipo di reazione sembra essere una risposta emotiva automatica ed inconscia al trauma, che può colpire soggetti di ogni sesso, età e senza distinzione socioculturale.

 La condizione patologica si può verificare in particolari situazioni di stress: quando vi è una grave e forte minaccia per la propria vita; in un contesto che comporta terrore e si percepisce anche un minimo sentore di gentilezza da parte dei sequestratori; in situazioni in cui non vi sono prospettive di salvezza se non grazie al proprio aguzzino e, infine, quando vi è impossibilità di fuga (Graham et al., 1995).

Le fasi della Sindrome di Stoccolma

Generalmente tale sindrome si articola in 3 fasi. Come abbiamo già accennato in precedenza, in un primo momento si presentano sentimenti positivi per l’aggressore, circa tre giorni dopo l’inizio del rapimento/sequestro; in seguito, si presentano i sentimenti negativi verso le autorità; infine, si costituisce una reciprocità di sentimenti positivi tra vittima e carnefice (Strentz e Ochberg, 1988).

Sebbene questo legame affettivo vittima-aggressore potrebbe sembrare un fenomeno misterioso, può essere spiegato facilmente. Infatti, in situazioni di forte stress, gli individui sono predisposti ad instaurare rapporti con altri soggetti per combattere le aggressioni esterne. Quindi, il sequestratore che non maltrattata in nessun modo la sua vittima, ma anzi la comprende ed assiste, diventa un alleato per combattere l’evento stressante.

Anche nel senso opposto, cioè dal punto di vista dell’aggressore, avviene lo stesso. Unica condizione imprescindibile è che lo stesso non abbia una personalità di tipo antisociale, ossia un quadro patologico che il DSM-5 (APA, 2013) definisce come insieme di inosservanza e violazione dei diritti altrui, che di norma si manifesta durante l’adolescenza o nella prima infanzia e continua durante l’età adulta. Diversamente, un sequestratore con un disturbo antisociale della personalità, non ha interesse nella vittima e non prova nessun senso di colpa. Anzi, è pronto ad abusare e perfino uccidere i propri prigionieri se ciò è nei suoi interessi.

In conclusione, la Sindrome di Stoccolma è una condizione psicopatologica possibile, anche se molto rara. Non esiste un piano terapeutico specifico per chi ne soffre, infatti, è il tempo a ristabilire la normalità psichica della vittima.

 

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