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Digital agency e ruolo degli adulti in adolescenza – Psicologia Digitale

Rientrano nell’espressione di agentività digitale tutti quei comportamenti in cui, in modo autonomo e deliberato, si agisce nel mondo digitale in base ad uno scopo autodeterminato. Insomma in parole povere: quando sentiamo di avere il controllo dei mezzi che stiamo utilizzando.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 32) Digital agency e ruolo degli adulti in adolescenza

 

 Essere una figura di riferimento oggi per gli adolescenti vuol dire trasmettere non solo messaggi educativi chiari ma anche fornirgli senso critico e capacità di giudizio.

Genitori, insegnanti, educatori: a loro spetta un compito davvero molto arduo. Accompagnare nel percorso di crescita i giovani è un lavoro complesso che deve adeguarsi all’epoca storica, al contesto socioculturale, alle specificità del gruppo e del singolo.

Richiede quindi di per sé un approccio dinamico e al passo coi tempi. Ma cosa fare quando i tempi corrono davvero veloci e i mezzi a disposizione dei ragazzi evolvono rapidamente?

Per esempio, il social che va di moda oggi tra gli adolescenti potrebbe non esserlo più in un anno o due; potrebbe nascere una nuova app, sito, modalità di scambio che ora non concepiamo neppure. È questa dinamicità uno dei grandi pregi di questa epoca digitale ma, al contempo, è anche uno dei principali fattori di incertezza e in alcuni casi addirittura di rischio: come fare a dare ai più piccoli gli strumenti adatti a gestire e gestirsi in questa moltitudine di stimoli?

L’alfabetizzazione digitale

Non è quindi sostenibile pensare di poter ‘insegnare’ ad usare uno specifico social e risolvere così questo problema (Nesi et al., 2020). Un approccio ‘classico’ è quello di dare delle specifiche direttive su cosa va fatto e cosa no: non condividere informazioni personali con persone che non conosci realmente; rifletti prima di pubblicare un contenuto, soprattutto se personale; non usare dispositivi in certe circostanze o orari; rimani connesso per un massimo di ore al giorno e via dicendo.

Questo non è errato e certamente è un primo, fondamentale passo. In famiglia, a scuola, nei luoghi di ritrovo con adulti che dettano confini utili con empatia e partecipazione: educazione e alfabetizzazione digitale sono importanti ma non bastano.

I messaggi che vengono trasmessi ai ragazzi in maniera esplicita (del tipo di fare o non fare una tale cosa) sono messaggi generici che non sono sempre applicabili.

Utili, corretti, validi, ma non sufficienti perché non flessibili abbastanza di fronte a sfide sempre nuove.

La chiave è non dare solo regole ed indicazioni ma fornire e sostenere la loro autonomia attraverso lo sviluppo di senso critico, capacità di giudizio e agentività.

L’agentività digitale

L’agentività si riferisce al sentirsi agenti attivi, sentire che le proprie intenzioni ed azioni possono avere un impatto. Che si tratti del singolo o di un gruppo, l’intenzionalità e la convinzione di poter avere un impatto sugli eventi sono la base di questo concetto teorizzato da Bandura (1982; 2017). Sentirsi in grado di poter influenzare attivamente contesto ed eventi a sua volta incide sul comportamento che sarà più o meno proattivo appunto perché si può poggiare o meno sulla fiducia nella propria capacità di influire su quello che accade. Così, al contrario, sentire di non avere un controllo sugli eventi incide negativamente sul comportamento che sarà allora più passivo e meno reattivo.

Come applicare questi concetti alla vita digitale?

L’espressione dell’agentività digitale negli adolescenti

L’agentività digitale o digital agency indica questo sentirsi agenti attivi online dove si esprime la propria intenzionalità sul contesto digitale.

Quali sono i comportamenti in cui gli adolescenti manifestano la loro agentività digitale?

Online gli adolescenti possono soddisfare e sperimentare dei bisogni tipici della loro fase di sviluppo: espressione di sé e dei propri interessi e valori, connessione con i coetanei e scoperta del mondo esterno.

La sfida si presenta quando ci si scontra con situazioni in cui tutto questo non dipende solo da se stessi oppure è necessario mediare tra i propri bisogni e quelli altrui. Per esempio quando un contatto pubblica una foto o un video senza autorizzazione; quando le impostazioni della privacy di una app non soddisfano i nostri bisogni di sicurezza, ecc.

Questi sono solo alcuni esempi di situazioni potenzialmente critiche.

Dati interessanti emergono dalla ricerca di Weinstein e James (2022) in cui i partecipanti hanno descritto alcune delle loro abitudini digitali, come ad esempio l’importanza della personalizzazione: del feed, decidendo a quali tipologie di contenuti esporsi; delle notifiche; delle tempistiche (se e quando mettere da parte lo smartphone); verificare post e video prima che vengano pubblicati; impostare filtri per la privacy; condividere o meno la posizione; gli esempi possono essere infiniti.

Rientrano nell’espressione di agentività digitale tutti quei comportamenti in cui, in modo autonomo e deliberato, si agisce nel mondo digitale in base ad uno scopo autodeterminato. Insomma in parole povere: quando sentiamo di avere il controllo dei mezzi che stiamo utilizzando.

Il ruolo degli adulti per costruire sane abitudini digitali

Quando si tratta dei più giovani la cosa più ovvia che viene in mente è che la responsabilità educativa ricade sugli adulti che fanno parte della loro vita quotidiana. In tal senso, sono proprio queste le figure cui fanno riferimento: genitori, insegnanti, educatori sono quelli che prendono decisioni che hanno un impatto sulla vita digitale dei ragazzi, come consentire o limitare l’uso dei dispositivi.

Riconoscere il loro ruolo crea le condizioni per stabilire delle strategie che possono aiutare a supportare la costruzione di un buon senso critico da parte degli adolescenti (Weinstein e James, 2022).

Questo può voler dire tante cose. Piuttosto che focalizzarsi sulla quantità di tempo speso online e porre limitazioni su questo, è più utile concentrarsi su ciò che l’adolescente fa durante questo tempo, esplorare quali sono le motivazioni e gli scopi che guidano le sue azioni, quali sono i suoi obiettivi e cosa gli fa bene e cosa meno; anticipare e discutere diversi scenari in cui potrebbe trovarsi, scenari ambigui, complessi, che possono essere fonte di stress.

Un dialogo aperto e sincero aiuta a diminuire l’ansia, promuove abilità comunicative, fa sentire agenti attivi e dà le basi per sviluppare autonomia.

Di pari passo con la crescita varia il livello di sostegno ed il grado di autonomia di cui i ragazzi hanno bisogno: se per i più piccoli è importante avere delle regole e dei limiti con una supervisione diretta, per i più grandi si può pensare ad un tutoraggio sempre meno legato alle regole in favore di dialogo e spazio per l’esplorazione.

In generale, è auspicabile che ci siano riflessioni a più livelli circa la funzione degli adulti: a loro spetta un ruolo che da un lato tuteli e dall’altro favorisca lo sviluppo di sane abitudini digitali.

 

Il mismatch evoluzionistico: quando biologia e cultura fanno a botte

Il contesto in cui viviamo si è modificato più velocemente di quanto possa aver fatto la nostra biologia, attraverso la selezione naturale; l’esito di tale discrepanza, definito mismatch evoluzionistico (o “ritardo del genoma”) ha reso il mondo in cui viviamo non sempre così “comodo” per le nostre caratteristiche consolidatesi nel corso dell’evoluzione.

 

Tendenze antiche, effetti moderni

Quando facciamo psicoeducazione con i nostri pazienti, spesso spieghiamo loro che le emozioni che provano non sono patologiche ma funzionali. La paura, ad esempio, serve a difendersi dai pericoli e a rimanere quindi in vita.

Se fosse davvero così, però, dovremmo temere ciò che davvero ci uccide: considerato che la principale causa di morte nei paesi industrializzati sono le cardiopatie, favorite da abitudini disfunzionali come la sedentarietà, il fumo, l’obesità e lo stress, oggi dovremmo spaventarci terribilmente di fronte a uno spritz con le patatine, fuggire a gambe levate di fronte a un pacchetto di sigarette, inorridire al solo pensiero di lavorare per ore seduti a una scrivania. Eppure, di fronte a questi elementi, letali per l’esistenza, la nostra fisiologia rimane silente, non percepiamo alcuna sensazione di allarme e di certo non si scatena in noi una reazione di attacco/fuga.

Dunque, ciò che raccontiamo ai pazienti è una sorta di favola ben confezionata?

No, affatto! Il nostro antico modo di reagire a un mondo un tempo più pericoloso, ma con dinamiche estremamente più semplici di quello attuale, perdura anche oggi: ci spaventiamo per un’auto che ci viene incontro, esattamente come avremmo fatto con una tigre dai denti a sciabola; ci disperiamo per una figuraccia e continuiamo a soffrire la solitudine esattamente come l’esclusione dal gruppo metteva a repentaglio la nostra vita centinaia di migliaia di anni fa; tendiamo a essere cooperativi con il nostro gruppo di appartenenza e un po’ più competitivi e timorosi con gli altri gruppi; sobbalziamo quando sentiamo un forte rumore o ci immobilizziamo di fronte a una fune che di primo acchito ci era parsa un serpente. Antichi retaggi della nostra specie continuano a vivere in noi, pur senza averne consapevolezza, e tali retaggi si manifestano in un mondo ben diverso da quello in cui sono emersi. Tendenze ancestrali che nel mondo odierno possono risultare inutili o talvolta dannose.

I nostri geni sono, in qualche misura, burattinai che ci fanno desiderare cose che a volte sono positive per loro ma negative per noi (come le relazioni extraconiugali o il prestigio acquistato a spese della felicità) (Haidt, 2020).

Scimmie culturali

Per milioni di anni, le specie si sono evolute adattandosi, “a rimorchio”, a un ambiente in lento cambiamento. Gli organismi che manifestavano mutazioni genetiche casualmente più adatte sono sopravvissuti e si sono riprodotti. Cambia l’ambiente, cambia la biologia. Ad un certo punto, però, questo equilibrio si è alterato: l’ambiente ha iniziato a modificarsi molto più rapidamente dei ritmi della selezione naturale, e la causa di questo cambio di passo è stato proprio l’essere umano. Infatti, il contesto in cui viviamo si è modificato, attraverso la cultura, più velocemente di quanto possa aver fatto la nostra biologia, attraverso la selezione naturale; l’esito di tale discrepanza, definito mismatch evoluzionistico (o “ritardo del genoma”) ha reso il mondo in cui viviamo non sempre così “comodo” per le nostre caratteristiche consolidatesi nel corso dell’evoluzione (Fistarollo e Faggian, 2022). Siamo pur sempre degli animali, per quanto particolari, che per il 99% del loro percorso evoluzionistico hanno vissuto come cacciatori-raccoglitori, evolvendosi lentamente in un ambiente, definito Environment of Evolutionary Adaptedness (EEA), il quale ha proposto pressoché le medesime pressioni evoluzionistiche relative all’acquisizione di cibo, all’evitamento dei predatori, ai requisiti di accoppiamento, alla cura della prole e ad altre sfide di sopravvivenza (Tooby e Cosmides, 2008).

La cultura umana, però, ha lo straordinario e unico potere di trasformare l’ambiente, e di conseguenza lo stile di vita degli umani stessi. Il primo enorme cambiamento è avvenuto all’incirca 10.000 anni fa, con la Rivoluzione Agricola: l’Homo Sapiens ha smesso i panni del nomade per iniziare una vita stanziale, basata perlopiù sull’agricoltura e sull’allevamento. Sono nati villaggi, paesi, città. Sono cambiati i ruoli, è iniziata un’organizzazione gerarchica della società. L’uomo ha iniziato a imprimere un’impronta ben visibile sull’ambiente. Ha modificato la propria alimentazione, il rapporto con alcune specie animali, lo stile di vita, la percezione del mondo. “Con l’avvento dell’agricoltura, le preoccupazioni circa il futuro iniziarono a ricoprire un ruolo di primo piano nel teatro della mente umana” (Harari, 2011).

Il secondo cambiamento, decisivo, è avvenuto con la Rivoluzione Industriale. In maniera estremamente rapida, gli esseri umani hanno iniziato a intrattenere un rapporto, costante e intimo, con le macchine. I ritmi della quotidianità si sono adattati a quelli del lavoro, nuove gerarchie e ruoli si sono ulteriormente definiti. È nato il cibo spazzatura, prodotto industrialmente. È esplosa la sedentarietà, le condizioni di lavoro disagevoli. La popolazione mondiale è aumentata a dismisura. È emerso il grave problema dell’igiene, con una nuova consapevolezza. Il contatto con la natura si è progressivamente estinto, fino a oggi. L’essere umano ha scoperto la solitudine; a proposito, ancora Harari (2011), “Milioni di anni di evoluzione ci hanno modellato a vivere e a pensare come membri di una comunità. Nel giro di appena due secoli, siamo diventati individui alienati. Non c’è niente che testimoni meglio di ciò l’incredibile potere della cultura”.

Per dare l’idea di quanto i cambiamenti apportati dalla Rivoluzione Industriale siano recenti, immaginiamo di collocare tutta l’evoluzione umana in una classica giornata di lavoro, dalle 9:00 alle 17:00; ebbene, la Rivoluzione Industriale sarebbe avvenuta all’incirca alle 16:59 e 58 secondi! Lo stile di vita odierno è dunque una recentissima eccezione nel nostro percorso evoluzionistico, a cui non siamo totalmente adatti. “È come se le persone del mondo attuale facessero girare software del ventunesimo secolo su un hardware vecchio di 50.000 anni” (Wright, 2004). Siamo una sorta di ibrido tra animali che lottavano per la sopravvivenza nella savana e animali culturali che sgomitano per un salto di carriera in aziende multinazionali. “Biologicamente, siamo più o meno lo stesso animale che vagava nelle savane del pleistocene: una scimmia africana cacciatrice, da branco. Culturalmente, però, siamo irriconoscibili” (Stewart-Williams, 2018). Abbiamo tendenze antiche collocate in ambienti ipertecnologici. “Viviamo in città e periferie, guardiamo la tv e beviamo birra, mentre siamo spinti da impulsi progettati per diffondere i nostri geni in una piccola popolazione di cacciatori-raccoglitori” (Wright, 1994).

Nuovi modi di stare male

Quali sono gli effetti del mismatch evoluzionistico sulla salute degli esseri umani? Quando assieme alla collega Silvia Faggian abbiamo posto questa domanda agli allievi di Studi Cognitivi, le loro risposte sono state estremamente calzanti! Una volta acquisito il concetto di mismatch, infatti, basta guardarsi attorno per notare come molto del disagio psico-fisico della nostra epoca sia da ricollegarsi al contesto ambientale e allo stile di vita moderno. Ormai da qualche decennio è infatti risaputo che “le malattie da civiltà” generano il 75% di tutte le morti nelle nazioni occidentali, malattie che sono rare tra le persone il cui stile di vita riflette quello dei nostri antenati pre-agricoltura (Eaton et al., 1988) e che una delle ragioni principali per le quali ci ammaliamo è proprio che “i nostri organismi sono impreparati a far fronte agli ambienti moderni” (Nesse, 2020).

Uno degli esempi più evidenti di mismatch evoluzionistico riguarda la grave epidemia di obesità e sovrappeso che, secondo proiezioni della World Obesity Federation, entro il 2025 dovrebbe coinvolgere un terzo della popolazione mondiale e rappresenta un fattore di vulnerabilità per un vasto numero di patologie (quali diabete, demenza, disturbi cardiaci, ecc; Blüher, 2019).

Perché stiamo diventando sempre più grassi?

La risposta è proprio nel mismatch evoluzionistico: centinaia di migliaia di anni fa il nostro meccanismo adattivo ci portava a cercare energia in un ambiente in cui era raramente possibile imbattersi in cibi dolci e ricchi di grasso. L’evoluzione ci ha così portati a percepire tali alimenti come estremamente palatabili e desiderabili, poiché ancestralmente rappresentavano una preziosa fonte di energia. Oggi, la medesima spinta agisce in un ambiente che offre un’estrema disponibilità di dolci industriali, cibi ad alto contenuto di grassi e bevande zuccherate.

Un meccanismo evoluto nel tempo, che aveva una funzione per la sopravvivenza (“mangia qualsiasi roba dolce ti passi sotto mano, non avrai molte occasioni!”), oggi si rivela disfunzionale in un ambiente cambiato troppo rapidamente (zuccheri disponibili ovunque) per consentirne la modifica (Fistarollo e Faggian, 2022).

Mismatch! Senza contare che gli uomini arcaici si muovevano molto più di noi (secondo alcune stime, percorrevano 8-12km al giorno), mentre oggi alcuni professionisti percorrono quotidianamente più strada con le dita sulla tastiera di quanto facciano a piedi (Cregan-Reid, 2018)!

Guardare indietro per guardare avanti

Nonostante siano in aumento le pubblicazioni sul tema dell’Evoluzione, si parla ancora poco di mismatch evoluzionistico (con una punta di orgoglio, il nostro “Come pesci fuor d’acqua” è il primo testo italiano a occuparsene). Come sostenevano gli psicologi evoluzionistici Cosmides e Tooby (1992), “Sebbene la maggior parte degli psicologi fosse vagamente consapevole che gli ominidi avessero vissuto per milioni di anni come cacciatori-raccoglitori, non si resero conto che ciò aveva implicazioni teoriche per il loro lavoro”. E invece le implicazioni ci sono, eccome!

Moltissime forme di sofferenza umana odierna sono esiti di tendenze ancestrali che collidono con la società moderna che abbiamo creato.

Dovremmo dunque tornare nelle caverne?

Rispondiamo con decisione: no!

Dobbiamo invece utilizzare la tecnologia, la conoscenza e il sapere psicologico per promuovere un nuovo equilibrio che ci consenta di godere dei frutti del progresso senza pagarne un prezzo eccessivo.

Da dove iniziare?

Probabilmente ricordandoci che nella nostra storia evolutiva si sono scolpiti dei bisogni ai quali non possiamo voltare le spalle: movimento, contatto con la natura, affrontare avversità, vita di gruppo, senso di appartenenza, ecc. Elementi che da sempre hanno contraddistinto, e continuano a farlo, il nostro benessere.

 

Regolare le emozioni (2021) di Stefano Canali – Recensione

Il libro “Regolare le emozioni” è stato scritto da Stefano Canali, ricercatore, docente universitario presso le Università di Roma Tre, Trieste e Cassino, coordina la Scuola di Neuroetica della SISSA e all’interno di ILAS è Responsabile dell’attività Neuroetica.

 

 Le riflessioni contenute nel libro nascono dal percorso educativo “Emozioni in regola”, realizzato nelle scuole primarie e secondarie di primo grado del Friuli Venezia Giulia e nei centri di aggregazione giovanile. Il percorso è pensato per professionisti di varie formazioni, in quanto è applicabile in diversi contesti, con diversi gruppi e in diversi setting.

Il manuale può essere utilizzato dai professionisti sia per fini di studio o aggiornamento, sia come guida per mettere in atto delle strategie educative innovative, con l’obiettivo di potenziare le funzioni esecutive dei bambini e dei ragazzi, incrementando sia l’abilità di controllo cognitivo che le capacità di autoregolazione emotiva e comportamentale.

Con il termine “funzioni esecutive” si intende quell’insieme di processi psicologici che consentono una gestione più efficace delle proprie emozioni, del proprio comportamento e delle abilità sociali. Promuovere un miglioramento di queste facoltà facilita pertanto lo sviluppo di fattori psicologici e di abilità in grado di prevenire disturbi del comportamento e situazioni di disagio che spesso emergono nei giovani.

A tal fine, il programma comprende una serie di attività mirate a lavorare sulla capacità di autocontrollo e di regolazione emotiva e dei training esperienziali sull’esecuzione di pratiche contemplative, per esempio della Mindfulness, per allenare l’attenzione, la consapevolezza e il controllo degli stati mentali. Inoltre, sono presenti momenti di formazione con lo scopo di ampliare il bagaglio di conoscenza dei partecipanti sulla struttura e sul funzionamento del sistema nervoso. Una maggior consapevolezza e conoscenza dei meccanismi sottostanti i processi psicologici permette loro una migliore gestione e regolazione delle proprie emozioni e comportamento.

Il manuale è strutturato in due parti: una prima in cui vengono esplorati i principi generali delle scienze e neuroscienze cognitive e una seconda, in cui sono descritte le diverse pratiche contemplative riportando le evidenze sperimentali della loro efficacia e le istruzioni per proporle ed eseguirle.

 Nella prima parte vengono affrontati temi come le emozioni, il controllo del comportamento, i comportamenti prosociali e la mindfulness, ai fini di istruire in merito a questi concetti, che verranno poi applicati dal punto di vista pratico, come spiegato nella seconda parte del manuale. Per quanto riguarda l’attuazione del percorso, il manuale espone in maniera molto completa tutti i vari passaggi: dall’esposizione delle regole del gruppo ai partecipanti, l’indagine delle loro aspettative e le rassicurazioni, agli obiettivi del programma fino alle basi teoriche e le istruzioni complete per mettere in atto ciascuna pratica proposta. Tra le pratiche troviamo quelle introduttive, che si focalizzano sull’alfabetizzazione emotiva, ovvero viene richiesto ad ognuno di descrivere come si sente in quel preciso momento, sul consapevolezza dei processi mentali, per imparare a riconoscere quando la mente si distrae, sull’esplorazione della memoria e altre ancora. A seguire vengono proposte pratiche ancora più specifiche come quelle per sviluppare l’attenzione, l’autoregolazione, l’autocontrollo e il benessere, la consapevolezza delle emozioni, e il potenziamento delle funzioni prosociali. L’autore suggerisce di seguire uno schema basato su incontri settimanali, anche se specifica che il percorso vada realizzato in funzione degli obiettivi dei destinatari.

In conclusione, il libro “Regolare le emozioni” è un vero e proprio strumento di apprendimento e una guida completa per l’attuazione di diverse attività, di cui vengono spiegati a pieno il razionale e descritte, passo a passo, tutte le istruzioni.

 

La sindrome dell’impostore negli studenti di psicologia

Una ricerca di Maftei e colleghi (2021) ha cercato di esplorare la prevalenza e i predittori della sindrome dell’impostore negli studenti di psicologia, scoprendo che vi erano differenze significative tra i partecipanti che hanno ottenuto punteggi elevati nella sindrome dell’impostore e quelli che hanno sperimentato aspetti correlati meno intensi.

 

Che cos’è la sindrome dell’impostore?

 La “sindrome dell’impostore” è uno specifico modello di cognizioni e comportamenti, caratterizzata dalla convinzione errata che gli individui in questione non siano intelligenti e che, anzi, abbiano “ingannato” gli altri, facendoglielo credere. Queste convinzioni sono amplificate dalla paura di essere “scoperti” e dalla tendenza ad attribuire il proprio successo a cause esterne come la fortuna, lo sforzo, il fascino o il trovarsi nel posto giusto al momento giusto (Chrisman et al., 1995; Clance et al., 1995).

Sebbene tale sindrome non sia concettualizzata come un disturbo mentale all’interno del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) o dell’ICD (Classificazione Internazionale delle Malattie), i sintomi clinici più comunemente riportati dalle persone che ne soffrono sono ansia generalizzata, bassa autostima, bassa percezione della propria competenza, autonomia e senso di connessione con gli altri (Schubert e Bowker, 2017).

Per gli individui che sperimentano la sindrome dell’impostore, la paura di fallire o di avere successo sorge di solito quando incontrano nuovi compiti o sfide. Per proteggere la propria autostima, quindi, ricorrono tipicamente a due meccanismi di coping: il perfezionismo e la procrastinazione. Da un lato, tendono a lavorare eccessivamente, alla perfezione, per compensare le loro paure; dall’altro, procrastinano proprio a causa di queste paure (Rohrmann et al., 2016).

La sindrome dell’impostore tra gli studenti di psicologia

Una ricerca di Maftei e colleghi (2021) ha cercato di esplorare la prevalenza e i predittori di questa sindrome negli studenti di psicologia, scoprendo che vi erano differenze significative tra i partecipanti che hanno ottenuto punteggi elevati nella sindrome dell’impostore e quelli che hanno sperimentato aspetti correlati meno intensi.

In primo luogo, i partecipanti che hanno ottenuto punteggi più alti per la sindrome dell’impostore hanno anche presentato livelli più elevati di disagio psicologico (come ansia e depressione, anche subcliniche) in linea con ricerche precedenti (ad es., Wang et al., 2019).

Il legame con la depressione non è stato affatto sorprendente, in quanto gli individui che soffrono di questa sindrome hanno una bassa autostima e una percezione distorta della propria competenza (Schubert e Bowker, 2017), oltre a un umore basso dovuto a pensieri negativi ricorrenti (ad esempio, la convinzione di non poter portare a termine un compito), mancanza di energia e scarso interesse per le attività quotidiane (Clance et al., 1995).

Anche l’ansia appare come un sintomo primario a causa della preoccupazione di mantenere e migliorare la propria immagine sociale. Una preoccupazione costante e incontrollabile, irritabilità e affaticamento sono alcuni aspetti del quadro sintomatologico della sindrome. Inoltre, l’ansia è generata anche da pensieri distorti (non sono in grado di portare a termine un compito) e soprattutto dalla paura delle conseguenze della mancata esecuzione del compito.

I partecipanti con livelli più alti di sindrome dell’impostore mostravano punteggi più elevati anche nella procrastinazione. In altre parole, gli individui che soffrono dei sintomi associati alla sindrome tendono ad adottare uno stile di risoluzione dei compiti procrastinante. Una spiegazione si trova nella teoria di Clane e Imes (1978), secondo cui l’ansia e la paura di svolgere un compito (specialmente uno nuovo), insieme al contesto, sono le cause principali della procrastinazione degli “impostori”. Nel loro caso, i nuovi compiti di solito inducono ansia, soprattutto quando la scadenza è vicina, aumentando le possibilità di adottare uno stile procrastinatorio per risolverli.

Tra procrastinazione e ansia è stata riscontrata una relazione positiva, suggerendo che i partecipanti che soffrono della sindrome dell’impostore tendono a procrastinare maggiormente, aumentando di conseguenza la loro ansia.

I predittori della sindrome dell’impostore

 Nel tentativo di analizzare i predittori della sindrome, è stato scoperto che solo la depressione era significativa; pertanto sembrerebbe che gli individui che hanno un alto livello di depressione tendono a soffrire maggiormente di sindrome dell’impostore. Questo può essere spiegato dal fatto che la depressione (così come l’ansia) può portare a dubitare di sé e sottoporre gli individui a meccanismi di coping disadattivi, come la procrastinazione o l’evitamento e ad una bassa autostima. Questi fattori possono influire in modo sostanziale sull’insorgenza e sullo sviluppo della sindrome dell’impostore, e sono sufficienti pochi pensieri dubbiosi perché si inneschi il circolo vizioso. Contrariamente a quanto gli autori si aspettavano, la procrastinazione non è risultata essere un predittore significativo della sindrome.

Il 56,15% dei partecipanti allo studio sperimenta i sintomi associati alla sindrome dell’impostore, un numero preoccupante in termini di implicazioni sulla vita personale, accademica, sociale e professionale futura di uno studente. Per esempio, uno studente che è quasi costantemente in difficoltà non può certo essere produttivo ed efficiente come potrebbe, a causa del costante disagio mentale. Uno studente che si percepisce come un impostore presterà più attenzione alla sua immagine sociale che al suo stato d’animo generale, alle relazioni sociali o ad altre variabili personali. Inoltre, la carriera professionale dei futuri psicologi potrebbe essere influenzata da questa sindrome: un “impostore” può non dare il massimo rendimento, non chiedere promozioni o sfruttare le opportunità, può avere problemi a parlare in pubblico o a stringere rapporti autentici con i colleghi. Per questo motivo, anche se eccellenti, gli impostori possono rimanere bloccati a un livello di base nel loro campo di lavoro a causa della paura del successo e del fallimento: potrebbero non cercare di assumere posizioni di leadership e in genere non saranno consapevoli del loro effettivo valore. Inoltre, potrebbero soffrire di burnout a un certo punto della loro carriera (Alrayyes et al., 2020).

Riassumendo, gli studenti con elevata sindrome dell’impostore tendono a procrastinare maggiormente, aumentando così anche i livelli di ansia e depressione. I risultati presenti e futuri in letteratura possono essere utili per progettare strategie di intervento efficaci, magari riducendo la procrastinazione attraverso programmi di intervento specifici, come quelli suggeriti da Tuckman e Schouwenburg (2004), incentrati sulla ristrutturazione cognitiva, sull’influenza sociale e sulla formazione. Tuttavia, la ricerca deve ancora svolgere molti passi in avanti per comprenderne le cause, prevenire e intervenire tempestivamente in relazione a questa particolare sindrome.

 

Come sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle psicoterapie? – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 19

Come informare e sensibilizzare le persone rispetto alla possibilità di fruire e beneficiare delle terapie psicologiche? In questo numero analizzeremo le raccomandazioni espresse dagli Esperti proprio in merito a questo aspetto. 

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 19) Come sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle psicoterapie?

 

Il nucleo centrale del lavoro della Consensus Conference (2022) è quello di ipotizzare delle soluzioni realizzabili per facilitare l’accesso alle terapie psicologiche per ansia e depressione, ovvero i Disturbi Mentali Comuni (DMC).

Come riportato in molti numeri di questa rubrica (per esempio il n.11 e il n.17), in Italia il problema dello scarso accesso alle cure psicologiche dipende sia dalla scarsa disponibilità di Servizi di salute mentale specifici e qualificati a gestire in modo efficace tali disturbi mentali, sia dalla scarsa richiesta di tali servizi da parte delle persone che ne soffrono. Negli articoli precedenti sono stati affrontati diversi aspetti ritenuti necessari per incrementare la disponibilità di tali Servizi (come l’adozione del modello di trattamento stepped care).

Ma come informare e sensibilizzare le persone rispetto alla possibilità di fruire e beneficiare delle terapie psicologiche? In questo numero analizzeremo le raccomandazioni espresse dagli Esperti proprio in merito a questo aspetto.

La comunicazione con l’opinione pubblica

Quali iniziative si possono assumere per sensibilizzare l’opinione pubblica (e i potenziali utenti) circa l’efficacia e la disponibilità delle terapie psicologiche e per rendere praticabile l’effettiva scelta delle terapie psicologiche rispetto a quelle farmacologiche in chi le preferisse?

Gli Esperti (ISS, 2022) sottolineano che la tempestività della diagnosi psicologica può aiutare a prevenire gli esiti gravi di patologie ansiose o depressive, attraverso l’individuazione delle possibili cause e un progetto corretto di trattamento. Perciò, le terapie psicologiche non dovrebbero essere considerate l’ultima strada percorribile solo nel momento in cui le terapie farmacologiche non risultano efficaci per un dato problema.

Secondo il parere degli Esperti, le persone si informano attraverso quattro principali fonti in merito alle terapie psicologiche:

  • il web (strumento più utilizzato),
  • i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta,
  • le farmacie e le erboristerie, e
  • gli specialisti della salute mentale (come neuropsichiatri, psicologi e psichiatri).

Il web, infatti, oggi è diventato uno dei principali strumenti di conoscenza. L’idea è quindi quella di sfruttare questo canale e creare un portale ufficiale che sia di facile accesso, dove poter condividere anche dei documenti contenenti testi semplificati e abbreviati di documenti importanti e ufficiali (come questa Consensus Conference), per facilitarne la diffusione.

Si potrebbe inoltre sfruttare la popolarità degli altri canali di comunicazione, come stampa, radio, televisione, oltre che a contattare i testimonial più famosi, al fine di riuscire a comunicare con più fasce di popolazione. Infine, sarebbe molto utile anche contattare i medici di base e i pediatri di libera scelta per concordare delle iniziative volte a sensibilizzare e informare la popolazione, per esempio attraverso webinar o seminari.

Raccomandazioni

Le strategie di comunicazione attuabili individuate dagli Esperti per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle cure per ansia e depressione si articolano su più livelli.

Innanzitutto, la comunicazione deve essere diversificata e specifica in base al target di riferimento, utilizzando i social media presenti sul web (come Instagram e Facebook, ma anche siti web delle istituzioni come quello del Ministero della Salute, ISS, Società scientifiche), la stampa, la radio e la televisione (anche attraverso cartoni animati e pubblicità), coinvolgendo testimonial e influencer.

Gli strumenti di comunicazione per il pubblico generale potrebbero essere la diffusione social di video, podcast, news, spazi virtuali di comunicazione, eventi in presenza e virtuali. Nonché il coinvolgimento delle scuole, in cui proporre programmi di conoscenza e gestione delle emozioni mirati alle fasce di età 12-18. Per gli operatori sanitari, invece, potrebbe essere sfruttato uno spazio istituzionale in cui condividere strumenti di informazione rispetto alla salute mentale, per esempio toolbox relativi alla gestione dello stress.

I contenuti devono essere chiari e rigorosi dal punto di vista scientifico, semplificati e resi accessibili a partire da documenti scientifici affidabili e complessi. È consigliato organizzare webinar in modo che i cittadini possano porre domande e ricevere risposte da esperti riconosciuti anche in chat.

Indipendente temente dal canale, la strategia comunicativa di base deve prevedere coerenza e armonia tra tutte le istituzioni che si occupano di gestione della salute mentale ai diversi livelli, al fine favorire comportamenti corretti che promuovano scelte più appropriate, in modo da ridurre anche lo stigma.

La comunicazione sull’esistenza ed efficacia dei servizi disponibili deve essere continuativa e costante, in modo da contrastare anche le fake news. Deve essere, inoltre, soggetta a monitoraggio (rispetto alle preferenze di popolazione) mediante indagini e ricerche, nonché conseguentemente adattata a contesti ed eventuali cambiamenti.

In conclusione, gli Esperti che hanno partecipato alla Consensus Conference (ISS, 2022) fanno notare che lo scopo primario dell’informazione e della sensibilizzazione riguardo ai DMC è quello di rendere la comunità consapevole dell’esistenza di interventi validati ed efficaci, riducendo lo stigma legato ai disturbi mentali e alle cure psicologiche. Soprattutto, fanno notare che nel caso della salute mentale il “fai-da-te” non è mai la soluzione migliore, in quanto “non si sceglie da soli il tipo di terapia, ma ci si confronta con professionisti formati per valutare tutte le opzioni” (ISS, 2022).

 

Lo sviluppo morale

Lo sviluppo morale è un processo che si snoda dall’infanzia all’età adulta e che risente delle esperienze personali individuali. Esso presuppone cambiamenti a livello di sentimenti, pensieri, comportamenti relativi alla moralità e nelle modalità di percepire i concetti di giusto e sbagliato.

 

La teoria di Kohlberg sullo sviluppo morale

Lo sviluppo morale ha una dimensione intrapersonale, che regolamenta le attività di una persona quando non è impegnata in attività sociali, e una dimensione interpersonale, che regola le interazioni sociali e arbitra i conflitti tra le posizioni morali tra le persone. 

Lo psicologo Kohlberg propose una teoria sullo sviluppo morale secondo cui esso sarebbe un processo innato e universale, dal momento che tutto il genere umano condivide le strutture mentali che sottendono il ragionamento morale. Nello specifico, Kohlberg effettuò delle ricerche, basate sull’utilizzo dei dilemmi morali, come il dilemma di Heinz, per identificare tre livelli di ragionamento morale, suddivisi in due stadi ciascuno, per un totale di sei stadi sequenziali. Il dilemma morale è una situazione in cui si delinea una contrapposizione tra esigenze sociali e giuridiche e il desiderio individuale di soddisfare alcuni bisogni fondamentali di carattere puramente personale. Tale contrasto genera un conflitto cognitivo, che l’individuo sarebbe stimolato a risolvere attraverso le sue abilità di ragionamento morale. Il passaggio da uno stadio di pensiero corrente ad un livello di ragionamento superiore avviene quando l’individuo risolve il conflitto cognitivo derivante dalla contrapposizione descritta nel dilemma morale e sviluppa l’abilità di role taking, cioè la capacità di assumere una prospettiva più empatica, un punto di vista aperto, reversibile e diplomatico, condizione necessaria per lo sviluppo di un senso morale positivo.

I tre livelli di ragionamento morale secondo Kohlberg sono il livello 1 (pre-convenzionale), il livello 2 (convenzionale) e il livello 3 (post-convenzionale). Il dilemma di Heinz è sicuramente il più noto tra i dilemmi morali impiegati da Kohlberg per delineare i tre livelli di ragionamento morale. La situazione descritta dal dilemma morale di Heinz è la seguente: in Europa, una donna era ormai prossima alla morte a causa di una particolare forma di cancro. L’unica medicina che potesse salvarla, un composto a base di radio, era stata scoperta recentemente da un farmacista della medesima città. Avendo la medicina elevati costi di fabbricazione, il farmacista aveva deciso di farla pagare dieci volte tanto quello che gli era venuta a costare, cioè 4000 dollari in totale. Il marito della donna malata, Heinz, riuscì a ottenere attraverso i suoi sforzi e dei prestiti la metà del prezzo complessivo della medicina, per cui spiegò al farmacista la sua drammatica situazione e lo supplicò di vendergli il farmaco a un costo minore o di accettare l’idea che lo pagasse in seguito. Il farmacista non ascoltò minimamente le parole di Heinz, che, colto dalla disperazione, comincia a meditare di introdursi furtivamente nel negozio e di rubare il farmaco per salvare la moglie. La domanda sorge spontanea: Heinz dovrebbe rubare il farmaco?

I tre livelli di ragionamento morale descritti da Kohlberg

Livello pre-convenzionale: prevale nei bambini di età inferiore ai 10 anni, è un pensiero morale ancora piuttosto acerbo. Il bambino valuta il comportamento umano e i concetti di giusto e sbagliato in termini di premi e punizioni: chi rispetta la legge si comporta bene e merita di essere premiato, a chi la infrange spetta una punizione. È diviso in due sottostadi:

  • stadio I (moralità eteronoma): il bambino comprende che le leggi siano sacre e inviolabili, è una concezione della morale per cui la validità di un fondamento è garantita unicamente da un’autorità esterna ed è strettamente connessa all’idea della giustizia retributiva e alla logica dell’espiazione delle colpe. Il bambino pensa che Heinz dovrebbe lasciar morire la moglie, altrimenti sarà nei guai.
  • stadio II (individualismo): la morale è regolata dai concetti di scambio equo e strumentale e di individualismo. È giusto quel che implica uno scambio equo (“se Heinz venisse preso, dovrebbe restituire il farmaco e non sconterebbe una lunga pena probabilmente”). La morale ha ancora un taglio utilitaristico: il bambino pensa che gli individui tendano a perseguire i loro scopi e interessi, consentendo agli altri di comportarsi allo stesso modo.

Livello convenzionale: caratteristico della mentalità adolescenziale, plasmata da una forte motivazione al rispetto della legge e da concetti appresi tramite strutture sociali complesse, come la famiglia, lo Stato o gli amici, ma privi di soggettività. Gli individui si identificano in obblighi e convenzioni e ragionano attraverso principi morali stabiliti da qualcun altro. È diviso in due sottostadi:

  • stadio III (aspettative interpersonali reciproche, relazioni e conformità interpersonale): il giudizio morale si fonda su concetti di lealtà, altruismo, rispetto, bontà e fiducia. In questa fase gli adolescenti pensano che le intenzioni e le condotte di Heinz siano giustificate dall’amore nei confronti della moglie.
  • stadio IV (moralità volta al mantenimento del sistema sociale): la morale si fonda sulla comprensione dell’ordine sociale, sul dovere e sulla giustizia. Gli individui pensano che leggi e doveri vadano sempre adempiuti. Il furto di Heinz, quindi, non è moralmente sbagliato ma la legge è un sistema complesso che non è fatto per prestare attenzione a ogni caso particolare.

Livello post convenzionale: è il livello di ragionamento morale più elevato, che emerge nell’età adulta. È diviso in due sottostadi:

  • stadio V (contratto sociale o utilità o diritti individuali): a questo punto, gli individui tendono a pensare che il fatto che la moglie di Heinz sia gravemente malata giustifichi l’uomo a rubare il farmaco; il rispetto della legge è meno impellente del diritto alla vita umana. È in questa fase che gli individui si rendono conto che l’aderenza al codice legislativo sia un concetto relativo: seppur sia importante contribuire a mantenere un buon funzionamento del sistema sociale, non possono essere ignorati, negati o messi in discussione valori quali il diritto alla vita e alla libertà.
  • stadio VI (principi etici universali): lo stadio più alto della teoria in assoluto, quello in cui l’individuo apprende che ogni singola vita umana è sacra e ha la precedenza sugli altri valori. In questa fase vengono assimilati principi etici universali, i concetti di solidarietà, reciprocità, equità, uguaglianza e il rispetto della dignità di tutti; l’uomo comincia a scendere a patti con la legge, a mettere in atto condotte morali alternative, a osservare la realtà nella sua interezza e opera sulla base di un codice morale personale conforme alla sua sensibilità.

 

La Gabbia dei Matti – Recensione del Podcast

“La Gabbia dei Matti” è un podcast originale Storytel scritto e raccontato dal giornalista Gabriele Cruciata, che ha avuto la forza ed il coraggio di narrare in sei puntate un tema altamente scottante, ossia il disagio mentale in Italia, ripercorrendo la storia dei manicomi nel nostro paese, in modo particolare di uno di questi, il Santa Maria della Pietà di Roma, il più grande manicomio di Europa, in funzione tra il 1904 e il 1999.

 

 Questa narrazione accompagna la creazione di una serie di quadri terrificanti, assolutamente autentici, con molti particolari non certo contornati da fantasie o scene romanzate, ma assolutamente veritieri, in quanto forniti da chi davvero ha vissuto in prima linea una delle forme più crudeli e disumane di esperienza, ossia il trattamento della malattia mentale, trattamento che segna il destino di centinaia di persone, compresi tanti bambini, molti dei quali con l’unico “vizio” di essere troppo vivaci.

Si pensa erroneamente che la storia del disagio mentale nasca immediatamente correlato alla scienza, in realtà tutto comincia capitanato dalla religione, la quale considerava il vizio di mente come conseguenza di un peccato da espiare con la punizione e con la purga e non con un trattamento, al pari dei delinquenti rinchiusi nel medesimo posto, come se fosse un carcere per tutti, senza alcuna distinzione, carcere che però non aveva altro che carattere di segregazione e di condanna.

Alla religione, con il passare del tempo, si interseca anche la società stessa che cerca in tutti i modi di operare una forma di controllo su quella che viene considerata una forma di devianza: i folli sono considerati pericolosi e quindi è necessario rinchiuderli in quelle che Goffman definisce istituzioni totali, ossia strutture assolutamente appartate ed isolate dal resto del mondo, costretti a rimanervi giorno e notte, attenendosi a giornate sempre uguali, con rigide regole da seguire. Goffman parla di perdita del Sé, della propria identità, costretti ad essere degli attori in una scena teatrale assolutamente raccapricciante.

La legge Giolitti del 1904 sancisce il principio di internamento, rendendo effettivo un regolamento di carattere assolutamente repressivo: si entra in manicomio non perché affetti da un disagio mentale, ma per il principio di pericolosità sociale, pericolosità verso sé stessi e gli altri, non prendendo, però, assolutamente in considerazione né la durata di permanenza né il malato stesso, che perde ogni diritto civile dopo il suo ricovero, se ricovero si può chiamare. Si entra in manicomio e non se ne esce quasi mai.

Ritorniamo al Santa Maria della Pietà, oggetto di studio e di visite del giornalista Gabriele Cruciata: ha avuto diverse sedi a seconda dei diversi periodi e delle diverse disposizioni, fino ad approdare definitivamente nel quadrante nord della città tra Monte Mario e Monte Olimpico: una vera e propria cittadella di “matti”, una gabbia fatta di padiglioni con porte e finestre chiuse, una città nella città, raggiungibile solo con il prolungamento della linea 35, una sorta di muraglione a forma di U e attorno solo strada sterrata e campagna. Quelle mura nascondono segreti ignobili, schiacciano la sofferenza di tante persone lasciate vivere nella sporcizia, tra le proprie urine e feci, abbandonate a sé stesse e non solo, perché arriva anche la scienza, quella scienza che permette di sperimentare una macchina infernale: l’elettroshock. La società si evolve e, così, anche il sapere scientifico, con due nomi, negli anni’30, Ugo Cerletti e Lucio Bini, neurologi, l’uno fautore della teoria secondo cui le scariche elettriche potessero dare benefici non solo a pazienti con diagnosi di schizofrenia, ma anche per sindromi maniaco-depressive, l’altro costruttore di quella macchina che avrebbe dovuto scaricare impulsi elettrici in maniera controllata, ma che di controllato inizialmente aveva ben poco: i pazienti si ritrovano con molte bruciature alle tempie e con denti saltati, soprattutto a Collegno, dove Giorgio Coda, che sarà soprannominato “L’elettricista di Collegno”, applicò la terapia elettroconvulsiva a circa cinquemila pazienti, senza applicare gel isolante e senza anestesia: cinquemila pazienti avevano davvero bisogno di questo trattamento e soprattutto, come si può pensare che un uomo, per di più medico, potesse applicare una simile tortura ad un altro essere umano? La sua assoluta convinzione era quella che tali dolori disumani potessero far guarire il paziente: chi era davvero folle in questa dinamica infernale? Ed in questo podcast ce lo raccontano gli stessi infermieri e pazienti: verità cucite per anni trovano il modo di emergere in superficie e di raccontare una verità terribile, che ad ascoltarla è impossibile non fermare momentaneamente l’audio del podcast. Si parla di bambini considerati troppo vivaci o abbandonati dalle famiglie, si parla di omossessuali, di tossicodipendenti, di alcolisti, di masturbatori, si arriva a parlare di tutti coloro che venivano rinchiusi in manicomio, tutti indistintamente costretti a subire, come cavie, gli effetti di tale macchinario. Rimangono impresse le parole di uno di questi pazienti sopravvissuti: Alberto Paolini, che ha poi scritto il libro “Avevo solo le mie tasche”, entrato in manicomio nel 1948 a soli 16 anni, dopo un’infanzia infelice, dopo una guerra, con l’illusione di aver visto le crudeltà più assurde a causa di una madre che lo picchiava e lo legava al letto e che, invece, si dovette ricredere, perché il peggio lo avrebbe visto in manicomio; vi rimane per quarant’anni, senza avere alcuna diagnosi. Alberto ricorda quella brutta sensazione di ogni singolo paziente di “essere risucchiati di tutte le energie vitali” e non solo: svestiti, privati di ogni oggetto personale, perfino degli occhiali, delle penne, dei diari, della loro vita. E si aggiungono i farmaci, allora non dosati, utilizzati indistintamente come mezzo più di protezione degli operatori che di cura per i malati, uno stordimento generalizzato per sedare anche l’ultimo spiraglio di vitalità, non concesso, anzi combattuto.

Ma queste atrocità quanto tempo dovranno perdurare? Purtroppo si devono attendere gli anni ’60 per attenzionare l’opinione pubblica, per portare allo scoperto l’assurdità di un sistema illegale, disumano, ripugnante. Una serie di movimenti studenteschi e testi come “Manicomi come lager” di Angelo del Boca risvegliano da quel torpore durato per decine di anni: arriva in Parlamento la Legge Mariotti, nascono i CIM, centri di igiene mentale. Per quanto questi movimenti non vengano inizialmente supportati nella giusta misura si comincia a sentire un forte brusio di sottofondo: cominciano a stillarsi sempre più dubbi tra le persone, si comincia a bisbigliare anche nei corridoi del Santa Maria della Pietà, tra gli operatori. E da Gorizia, una piccola cittadina isolata e quasi emarginata, iniziano ad esserci i veri cambiamenti, grazie alla tenacia, alla volontà, all’impegno del Prof. Franco Basaglia, un uomo che riesce a segnare la storia nell’ambito della cura dei disturbi mentali: alto, colto, con un forte accento veneto, è riuscito a far approvare nel 1978 a Ferrara una legge in Parlamento che tutti noi oggi conosciamo come Legge Basaglia n.180. Si arriva alla fine di un percorso durato per vent’anni, con il triste destino per il Prof. veneto di non poter nemmeno vedere appieno i frutti del suo movimento: si spegne solo due anni dopo, a causa di un tumore al cervello.

Ma questo lungo percorso al Santa Maria della Pietà quando davvero comincia?

 Ce lo racconta Gabriele Cruciata attraverso le interviste all’ex infermiere Adriano Pallotta: comincia da solo tre operatori, lui compreso, il 18 dicembre 1974, una data che segna quella che può essere ben definita una rivoluzione, nel senso di evoluzione, di sconvolgimento di abitudini, oltre che di manifestazione di protesta: si redige un documento firmato dal Direttore dell’Ospedale Psichiatrico Due, il primo vero passo verso il processo di deistituzionalizzazione. Finalmente gli operatori possono lavorare insieme, si cominciano a compilare dei registri dove, accanto alle annotazioni cliniche, compaiono annotazioni di carattere umano. I pazienti possono mangiare in uniche tavolate, uomini e donne, che finalmente rientrano in possesso dei propri oggetti personali, come gli occhiali. Un episodio significativo che mi ha davvero commossa è stato quello partito dal Padiglione 16, dove lavorava Adriano Pallotta: viene fatta volontariamente sparire l’unica chiave che permetteva la chiusura della porta del padiglione. Insomma, tutto quello che, ad oggi, ci sembra nella normalità, solo quarant’anni fa era una novità, una conquista importante per tutti, ma soprattutto per i pazienti, per decenni sotto la morsa della disumanità.

Ma davvero è stata una conquista chiudere i manicomi? Se lo chiede in maniera provocatoria Gabriele Cruciata, all’alba del giorno dopo, nell’ultimo episodio del Podcast. Si parte da un episodio eclatante: nel 2021 ad Ardea un uomo esce dalla propria casa e uccide a sangue freddo due bimbi e un anziano, uomo che, pur avendo ricevuto un TSO, gira libero ed armato per le strade. Tutto questo come può essere possibile? Che cosa ne è rimasto della rivoluzione basagliana dopo oltre quarant’anni? Si prende spunto da queste scottanti domande per ripercorrere insieme a Ignazio Marino, senatore, celebre chirurgo dei trapianti, che ha effettuato visite a sorpresa in alcuni dei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari, la chiusura degli stessi. Il senatore da questi controlli ne ricava dei racconti spaventosi, come quello di un uomo trovato completamente nudo in un letto provvisto di un buco da cui far uscire le proprie urine e feci. Ma come si possono rinchiudere delle persone in strutture assolutamente non in grado di offrire loro delle cure adeguate? Si parla di ergastolo bianco, di una violenza fredda, come la definisce Enzo Traverso, più subdola, perché ha stretto contatto con “la logistica, con un intero sistema del tutto razionale, ben rodato, oleato, per consentire la violenza” (Gabriele Cruciata).

Anche le chiusure degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) subiscono un processo lento e difficile che approda nelle REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), strutture che dovrebbero avere funzione terapeutica e riabilitativa, ma che purtroppo, per alcune di loro, ancora rimane solo sulla carta. Oggi ne esistono circa trenta, ma il più delle volte, proprio per una disorganizzazione di fondo, hanno solo il potere di metter un rattoppo ad un problema, senza risolverlo. Ci sono stati troppi tagli alla sanità da rendere inefficienti molti servizi territoriali.

Ma oggi cosa ne rimane del Santa Maria della Pietà? Alcuni padiglioni sono adibiti ad ambulatori veterinari dell’Asl, altri sono stati momentaneamente adibiti ad iniziative interessanti, come gli Ostelli della Gioventù, in occasione del Giubileo del 2015, ma poi ben presto riportati ad uno stato di completo degrado e abbandono.

E che ne rimane di quella fontana così poco conosciuta che fu costruita dentro il Santa Maria della Pietà, con scarti di materiali, come mattonelle rotte ricavate dai bagni, assolutamente priva di canoni estetici, ma fortemente intrisa di significato? Un vero simbolo della voglia di libertà, di riconquista della propria dignità, di possibilità, di vita? Considerata brutta e non assolutamente paragonabile alle altre fontane ben note in Roma è stata abbattuta, distrutta. Hanno sradicato una testimonianza importante, ma probabilmente troppo ingombrante e troppo discordante da quello che oggi la società ci offre come modello di perfezione illusoria. Ma davvero noi esseri umani possiamo dimenticare una storia di orrori di questo tipo? Non lo dobbiamo e non lo possiamo fare anche grazie ad un racconto come questo che, se pur difficile da ascoltare tutto d’un fiato per la crudeltà dei contenuti, merita l’interesse di ognuno di noi, come spunto di riflessione per non cercare la via di fuga, ma avere il coraggio di affrontare con l’informazione e la consapevolezza. Si scappa spesso per scansare, per schivare situazioni scomode, ma questo è solo sinonimo di codardia. Per rispetto di tutti coloro che hanno vissuto in prima persona quell’orrore e per rispetto di coloro che ancora non ricevono le cure necessarie, non possiamo far finta che nulla sia successo. Si è parlato di rivoluzione per la chiusura dei manicomi e degli OPG, ma si deve altrettanto parlare di apertura verso maggiori possibilità di sostegno al disagio.

Ringrazio, come ha sempre fatto l’autore del podcast, alla fine di ogni episodio, il dott. Bruno Tagliacozzi, la dott.ssa Daniela Pezzi e il Prof. Ignazio Marino, grazie anche ad Adriano Pallotta, Alberto Paolini, al Prof. Natale Calderaro e a Massimiliano Taggi. E, non per ultimo, ringrazio te, Gabriele Cruciata, per questa assoluta, doverosa riflessione su una realtà che ci appartiene.

L’ autostima misurata in centimetri: la fitspiration e i suoi esiti psicologici su adolescenti e giovani adulti

La letteratura ci ha mostrato che le adolescenti di sesso femminile sono più vulnerabili dei maschi agli esiti psicologici negativi legati alla fitspiration (Easton et al., 2018), e che le giovani donne con bassa autostima, tratti ossessivi e perfezionismo rappresentano spesso le tipiche utenti che interagiscono con questi trend.

 

Social network e fitspiration

 Ad oggi, molti social media sono utilizzati come fonte di informazione per gli ideali di fitness (Smith e Sanderson, 2015, Goldstraw e Keegan, 2016) e, anche se tale fenomeno riguarda circa tutte le fasce d’età, è particolarmente comune tra gli adolescenti (10-19 anni) e i giovani adulti (20-24 anni) (Vaterlaus et al., 2015).

Nonostante siano già stati sottolineati gli aspetti positivi legati ai social media, non è da trascurare il possibile ruolo negativo dei social nella vita delle persone, soprattutto quando queste vengono continuamente esposte ad immagini corporee irrealistiche e irraggiungibili e confrontano il loro aspetto fisico con quello di coetanei e modelli (Tiggemann e Zaccardo, 2015)

Molto in voga ad oggi è l’emergere di nuove tendenze inerenti il fitness online, come la “fitspiration” (che nasce dall’unione di “fitness” e “inspiration”). La fitspiration è nata inizialmente su Instagram per poi diffondersi su altri social media; i contenuti tipici includono selfie, rappresentazione di corpi “prima e dopo”, che sottolineano i cambiamenti fisici in risposta all’esercizio fisico o ad altri comportamenti specifici quali l’alimentazione (Carrotte et al., 2017).

Prima del fenomeno della fitspiration, due tendenze simili sui social, note come “thinspiration” e “bonespiration”, erano stati molto criticati perché potenzialmente in grado di promuovere l’anoressia, data l’enfasi posta sull’estrema magrezza (Talbot et al., 2017).

Si potrebbe dire che, in una certa misura, la fitspiration è emersa come alternativa più salutare promuovendo messaggi come la cura di sé, una dieta salutare e motivando gli utenti a essere in forma (Tiggemann e Zaccardo, 2015, Talbot et al., 2017), invece di sostenere l’ideale di un’immagine fisica magra in sé.

Un’analisi del contenuto di Instagram relativa alla fitspiration ha riscontrato che la maggior parte delle immagini postate (63,7%) rappresentavano persone, soprattutto donne; il 25% delle immagini ritraeva soggetti che svolgevano attività fisica, il 19% conteneva cibi sani come frutta o frullati proteici, mentre le immagini rimanenti consistevano in citazioni positive, attrezzature da palestra e abbigliamento per l’esercizio fisico (Tiggemann e Zaccardo, 2018).

Gli aspetti negativi della fitspiration

Prichard e colleghi (2018) hanno sottolineato gli aspetti dannosi di questi fenomeni, riscontrando una diminuzione della soddisfazione corporea e un aumento dell’umore negativo in un campione di giovani partecipanti di sesso femminile, che era proporzionale al tempo trascorso con tali contenuti. Questo può essere dovuto al fatto che le tendenze di fitspiration sui social media sono associate alla promozione di corpi irrealistici e apparentemente sani che sono attraenti per gli occhi, che però non sembrano promuovere l’esercizio fisico per questioni legate alla salute, ma piuttosto per questioni di apparenza (Pilgrim e Bohnet-Joschko, 2019).

La letteratura ci ha mostrato che le adolescenti di sesso femminile sono più vulnerabili dei maschi agli esiti psicologici negativi legati alla fitspiration (Easton et al., 2018), e che le giovani donne con bassa autostima, tratti ossessivi e perfezionismo rappresentano spesso le tipiche utenti che interagiscono con questi trend.

Una revisione della letteratura a cura di Cataldo e colleghi (2021) ha cercato di riassumere tutti i dati disponibili in letteratura inerenti i potenziali effetti delle tendenze di fitspiration sulla salute mentale di adolescenti e giovani adulti, portando alla luce dei temi fondamentali tra cui quello dell’esercizio compulsivo. Sembra infatti che gli utenti di fitspiration riportino comportamenti disfunzionali come allenarsi anche quando ci si sente molto stanchi, malati o si è infortunati, e un conseguente senso di colpa quando la routine atletica viene interrotta (Blackstone e Herrmann, 2018).

I post pubblicati suggeriscono spesso di spingersi oltre il limite, ignorare il dolore o convertirlo in piacere, trasformando quindi il dolore in una qualche forma di motivazione (Deighton-Smith e Bell, 2018). Queste caratteristiche possono sottolineare il rischio di un esercizio fisico problematico e, insieme all’uso di farmaci potenzianti, sono state oggetto di attenzione.

Il 10% delle giovani donne che hanno partecipato a questi studi era infatti a rischio di “dipendenza da esercizio fisico”, a sua volta correlato a disturbi alimentari, ansia e altre forme di dipendenza (Colledge et al., 2020).

Fitspiration e insoddisfazione corporea

 Un altro elemento cardine è la relazione tra fitspiration e insoddisfazione corporea, che sembra generare di conseguenza umore negativo. La preoccupazione per l’immagine corporea e l’aspetto fisico rappresentano una caratteristica fondamentale del Disturbo Dismorfico Corporeo e della Dismorfia Muscolare (Cuzzolaro, 2018). È importante notare che le caratteristiche cliniche di tali condizioni sembrano sovrapporsi ad alcune tematiche promosse da fitspiration, come la preoccupazione per l’aspetto fisico e l’intenso desiderio di muscolarità (Cuzzolaro, 2018). Di conseguenza, alcuni fattori legati alla fitspiration, possono essere considerati come elementi potenzialmente in grado di contribuire allo sviluppo di disturbi dell’immagine corporea clinicamente rilevanti.

La pressione legata alla fitspiration per ottenere forme corporee irrealistiche e irraggiungibili contribuisce inoltre a generare un senso di inadeguatezza nel momento in cui gli individui non riescono a raggiungere tali obiettivi (Raggatt et al., 2018) generando diminuzione dell’autostima, depressione e ansia: “Quando vedo account di fitness in cui tutte le ragazze sono snelle e toniche, penso: ‘È difficile amarmi quando ho questo aspetto‘ ” (Easton et al., 2018).

Altri elementi considerevoli legati a questo movimento sono la preoccupazione per il consumo di cibo sano e l’alimentazione restrittiva, il monitoraggio delle calorie e digiuni che possono portare a un’alimentazione inadeguata, con conseguente compromissione del funzionamento quotidiano e l’utilizzo di sostanze e integratori (per il miglioramento delle prestazioni e dell’immagine), spesso in assenza di controllo medico.

In ultimo, quando l’attività fisica diventa non solo una priorità, ma un comportamento compulsivo, la sfera sociale può essere influenzata negativamente a causa di conflitti interpersonali o isolamento, portando a una diminuzione della qualità della vita attraverso tutti gli aspetti discussi in precedenza.

Conclusioni

In conclusione, i risultati suggeriscono che le tendenze di fitspiration espongono i giovani all’auto-oggettivazione e a comportamenti non sicuri, aumentando il rischio di sviluppare sintomi psicopatologici e condizioni clinicamente significative come disturbi alimentari, disturbi dell’umore e dell’ansia, abuso di sostanze. A causa delle potenziali conseguenze negative che la fitspiration può avere sugli sugli adolescenti, è importante sviluppare interventi specifici per questa età, sostenendo gli aspetti positivi della fitspiration, come il miglioramento della salute, delle prestazioni fisiche e riducendo la pressione legata all’immagine corporea.

Disforia di genere e disturbo da travestimento: la storia delle due diagnosi secondo il DSM – FluIDsex

La disforia di genere riguarda una buona percentuale della popolazione transgender, ovvero coloro che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita, ma esistono anche persone transgender che invece non riportano alcun disagio significativo.

 

Dal Transessualismo alla Disforia di Genere

 La Disforia di Genere negli adolescenti e negli adulti è definita come una marcata incongruenza tra l’identità di genere di un individuo e il genere assegnato alla nascita, ovvero tra il genere esperito o espresso, a cui sente di appartenere, e quello che gli viene attribuito sulla base dei propri genitali (American Psychiatric Association [APA], 2013; Cooper et al., 2020). Affinché possa essere effettuata una diagnosi di disforia di genere, questa condizione deve essere presente per un periodo di almeno sei mesi e deve causare un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento in vari ambiti di vita, come quello sociale, lavorativo o altre aree importanti.

La disforia di genere è una condizione che riguarda una buona percentuale della popolazione transgender, ovvero coloro che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita. Tuttavia, esistono persone transgender che esperiscono disforia di genere, nel senso che provano una forte sofferenza derivante dall’incongruenza di genere, e altre che invece non riportano alcun disagio significativo (Cooper et al., 2020).

Il Transessualismo è stata la prima etichetta diagnostica relativa al genere a essere inclusa nel DSM – il DSM-III – all’interno della macro-categoria dei Disturbi Psicosessuali (Zucker, 2015). Con l’avvento del DSM-IV la terminologia è mutata in Disturbo dell’Identità di Genere, il quale, insieme alle Disfunzioni Sessuali e ai Disturbi Parafilici, faceva parte della categoria Disturbi sessuali e dell’Identità di Genere. Infine, con il DSM-5 è stato dedicato un capitolo a parte per la Disforia di Genere: con questa nuova espressione viene posta l’attenzione sulla sofferenza clinica piuttosto che considerare l’identità transgender problematica in sé, e sembra risultare meno stigmatizzante senza il termine “disturbo”. Inoltre, sebbene l’impostazione dei nuovi criteri sia ancora principalmente binaria in quanto si fa riferimento a “l’altro genere” (nonostante sia un passo avanti rispetto a “l’altro sesso” del DSM-IV-TR), il DSM-5 sembra essere più inclusivo nei confronti della varianza di genere, per aver aggiunto la dicitura “qualche genere alternativo diverso dal proprio genere assegnato” (Richards et al., 2016; Galupo et al., 2021). In linea con ciò, con la nuova diagnosi si parla di “incongruenza” tra il genere esperito/espresso e il genere assegnato e non più di “identificazione cross-gender”, un’espressione riduttiva rispetto alla diversità di genere esistente. In questo modo vengono accolte anche le persone non-binary, appartenenti alla popolazione transgender in quanto non si riconoscono nel genere assegnato, ma che si identificano al di fuori del binarismo di genere uomo-donna (Reisner e Hughto, 2019), che qualora provassero disforia possono essere altrettanto diagnosticati.

Dal Travestitismo al Disturbo da Travestitismo

Il travestitismo, nella sua concezione più comune, fa riferimento al cross-dressing, l’atto di vestirsi con abiti socialmente ritenuti adeguati e specifici del genere opposto (Florentina Lescai, 2020).

Vi sono testimonianze sull’esistenza di questa pratica in periodi storici e contesti culturali diversi. Ad esempio, nell’Italia del ‘900 il travestitismo era solo una delle tante modalità di espressione che veniva adottata dai Femminielli di Napoli per manifestare la propria identità (Clemente, 2020).

Tuttavia, il travestitismo può essere messo in atto con diversi scopi. Infatti, nell’ambito clinico si parla di Travestitismo in termini di “parafilia”, ovvero quando un individuo riesce a raggiungere l’eccitazione sessuale sempre, o quasi sempre, solo se indossa abiti considerati tipicamente maschili o femminili, oppure se si immagina protagonista di tali fantasie erotiche, impersonando al contempo sia se stesso che la persona che vuole rappresentare tramite l’abbigliamento, il trucco e l’acconciatura.

 Dall’altro lato, parliamo di un disturbo parafilico, il Disturbo da Travestitismo, nel caso in cui tale comportamento causi un profondo disagio e/o una compromissione del funzionamento in vari ambiti di vita, soprattutto sociale e lavorativo, da almeno sei mesi (APA, 2013; Florentina Lescai, 2020). È importante che il disagio provenga da loro stessi e non sia solo l’esito della disapprovazione da parte della società. Il DSM-5 prevede anche due specifiche: con feticismo (quando l’eccitazione sessuale deriva dal toccare materiali, tessuti o abiti) e con autoginefilia (quando l’eccitazione proviene dal pensiero di essere effettivamente, somigliare o essere vestito come una donna). Tendenzialmente è una condizione che riguarda soprattutto gli uomini e raramente le donne (Beech et al., 2016).

Facendo un passo nel passato, tale disturbo nel DSM-III era chiamato Travestitismo, mentre con il DSM-III-R si passò a Feticismo di Travestitismo, con l’obiettivo di fare maggiore chiarezza sulla terminologia, in quanto al tempo il termine travestito veniva utilizzato anche nei confronti delle drag queen e delle persone transgender, finché non si diffuse il termine transessuale. Tuttavia, solo il passaggio alla diagnosi di Disturbo da Travestitismo con il DSM-5 ha permesso di distinguere la parafilia del travestitismo (interessi sessuali atipici) dal disturbo parafilico, una condizione che causa un notevole disagio (Blanchard, 2010). Inoltre, il DSM-5 non limita più la diagnosi agli uomini cisgender eterosessuali ma la apre a più generi e più orientamenti sessuali.

Due diagnosi a sé stanti ma con un passato in comune

Sebbene nel linguaggio comune spesso termini come transessuale o transgender e travestito vengono usati come sinonimi, nell’ambito della clinica occorre effettuare una netta distinzione in quanto rimandano a due condizioni totalmente differenti.

Una prima distinzione tra travestitismo e transessualismo fu effettuata con il DSM-III, nel quale il transessualismo era un criterio di esclusione per la diagnosi di travestitismo. In seguito, il DSM-III-R affermava che per coloro il cui arousal sessuale tendeva a scomparire nel corso del tempo e il cross-dressing mutava in una strategia di gestione dell’ansia, la diagnosi appropriata era Disturbo dell’Identità di Genere dell’Adolescenza o dell’Età Adulta, Tipo Non Transessuale [GIDAANT]. Se, invece, l’uomo sentiva emergere nel tempo il bisogno persistente di essere ed apparire come donna nella quotidianità, desiderando una terapia ormonale o un intervento chirurgico gender-affirming, doveva essere fatta diagnosi di transessualismo. Il DSM-IV, invece, eliminò il transessualismo come criterio di esclusione per la diagnosi e propose la specifica “Con Disforia di Genere”, dato che essa non esclude l’eccitazione sessuale da cross-dressing, da poter usare “se la persona ha un disagio persistente con il ruolo o l’identità di genere” ma non soddisfa a pieno i criteri del disturbo dell’identità di genere (Blanchard, 2010).

In conclusione, ad oggi dal DSM-5 si evince che coloro che soffrono del disturbo da travestitismo non avvertono una reale incongruenza tra il genere percepito e quello attribuito, né hanno il desiderio di vivere effettivamente all’insegna del genere in cui si identificano, diversamente da coloro con disforia di genere. Tuttavia, se vengono soddisfatti tutti i criteri dei due quadri clinici possono essere effettuate entrambe le diagnosi (Florentina Lescai, 2020).

 

Come diventare indistraibili (2020) di Nir Eyal con Julkie Li – Recensione

“Come diventare indistraibili” è un libro che affronta una tematica molto attuale che riguarda tutti noi: la concentrazione.

 

 Tale concetto, che in psicologia viene più propriamente chiamato “attenzione”, riguarda esattamente la selezione degli stimoli da considerare. Va da sé che per selezionare deve avvenire uno scarto, cioè bisogna resistere alle numerose tentazioni del giorno d’oggi per potersi definire indistraibili.

Quante volte la nostra attenzione può essere mediamente catturata durante una giornata? Questa è la domanda che può spingere il lettore a una riflessione sull’argomento trattato da Nyr Eyal in questo libro.

Non solo nella vita lavorativa, ma anche in quella privata le fonti di distrazione non mancano e, anzi, sembrano in continua crescita. Restare concentrati è diventata quindi una sfida sempre più ardua vista la complessità del mondo che ci circonda e la numerosità di input a cui siamo quotidianamente esposti.

Le fonti di distrazione sono infatti oggettivamente sempre più frequenti, dagli impegni, alle richieste frenetiche da parte degli altri, alle notifiche, al web; siamo bombardati da input ai quali è tutt’altro che facile sottrarsi. Per tale motivo può essere molto difficile sia effettuare una selezione, sia riuscire a procedere in ordine di priorità.

Come spiega l’autore, Nir Eyal, al giorno d’oggi il surplus di stimoli è talmente vasto che è praticamente inevitabile venire distratti. È per questo motivo che difendere la propria attenzione diventa una vera e propria necessità per poter perseguire i propri obiettivi, da quelli più semplici a quelli più importanti.

Il testo in questione prende quindi in considerazione gli attuali problemi di distrazione, nonché le soluzioni, sia degli adulti, sia dei più piccoli, fornendo consigli utili anche ai genitori per poter aiutare i propri figli a restare concentrati.

L’autore rivela i segreti per diventare capaci di raggiungere i propri obiettivi tramite un modello a quattro fasi, basato su evidenze scientifiche.

 Comprendere e analizzare le fonti di distrazione, regolare le emozioni connesse alle medesime, imparare a gestire il disagio e a tollerarlo, visualizzare il compito da svolgere immaginandolo diverso, assurdo o quasi giocoso, sono alcune delle strategie che l’autore propone nel testo.

“Come diventare indistraibili” mostra come ricavare il meglio dalla tecnologia, senza lasciare che si porti via il meglio di noi.

Trovo interessante come in questo libro il focus venga direttamente posto sul come difendere la propria concentrazione, e questo rende bene il concetto del periodo storico in cui viviamo: restare concentrati è una sfida!

Ampi riferimenti vengono rivolti alla tecnologia e, più nello specifico, a come controllarla, tramite specifiche strategie, senza invece perdere il controllo in preda alle distrazioni.

Questo libro aiuta i lettori a sviluppare una capacità indispensabile che sembra quasi un superpotere visto il periodo in cui viviamo: non lasciarsi mai distrarre!

 

Come lo stress condiziona la percezione dei bisogni e i comportamenti di sostegno tra partner

Per comprendere meglio come lo stress possa minare gli scambi di supporto efficaci nelle relazioni, uno studio di Neff e colleghi del 2021 ha esaminato se lo stress esterno degli individui fosse associato alla loro capacità di percepire accuratamente i bisogni di supporto del partner e di fornire sostegno quando necessario.

 

L’impatto dello stress nelle relazioni di coppia

 La qualità delle relazioni dipende, con il tempo, anche dalla capacità dei partner di sostenersi reciprocamente in modo efficace (Bradbury e Karney, 2004). Fornire sostegno, però, talvolta può essere un processo difficile e complesso, sebbene gli scambi di aiuto siano un indice indispensabile per il funzionamento di una relazione sana. Questo accade perché non è sufficiente fornire supporto, ma è necessario che chi lo riceve lo consideri soddisfacente e adatto alle sue esigenze.

Alcuni autori hanno identificato diverse fasi che costituiscono il successo delle prestazioni di supporto (Verhofstadt et al., 2008). La prima di queste è accorgersi che il partner ha un problema e necessita quindi di aiuto. Successivamente è necessario valutare la situazione, analizzare le strategie di coping del partner e fornire un sostegno specifico per quella determinata circostanza. Infine, bisogna che l’aiuto venga fornito in modo abile e reattivo, affinché sia vantaggioso per colui che lo riceve. Se per qualsiasi ragione una di queste fasi non è svolta correttamente, la prestazione di sostegno può non andare a buon fine.

La maggior parte delle ricerche sul tema presenti in letteratura si sono concentrate sull’ultima fase, interrogandosi se lo stress di colui che fornisce sostegno potesse influire sulla prestazione e renderla qualitativamente inferiore.

Una ricerca di Bodenmann e colleghi del 2015, per esempio, ha trovato che i mariti sottoposti a elevati carichi di stress fornissero un supporto meno caloroso, empatico e affettuoso alle mogli. Altri studi hanno dimostrato, invece, che uno stress cronico può essere associato anche al fornire una quantità di supporto inadeguata rispetto alle esigenze e ai desideri dei destinatari: alcuni partner che sperimentavano livelli elevati di stress, spesso hanno fornito più supporto del necessario e avevano maggiori probabilità di offrire un sostegno eccessivo per le circostanze (Brock e Lawrence, 2014).

Lo stress può essere provocato da diverse esigenze incontrate dalle coppie, come difficoltà sul lavoro, problemi logistici o problemi finanziari non previsti, che modificano le dinamiche relazionali e costituiscono un fenomeno noto come stress spillover (Randall e Bodenmann, 2009). Quest’ultimo è caratterizzato da un aumento di ansia, irritabilità o stress causati da imprevisti al di fuori della vita quotidiana casalinga, che si ripercuotono nelle interazioni con il partner (Buck e Neff, 2012). Inoltre, la gestione di emozioni negative derivanti dallo stress richiede molte risorse cognitive che spesso condizionano l’efficacia delle interazioni con il partner, causando critiche, rabbia e impazienza (Williamson et al., 2013).

Lo stress è responsabile quindi di comportamenti disadattivi che intaccano la qualità delle relazioni nel tempo. Per superare i periodi difficili è probabile che i partner debbano imparare a fornirsi aiuto reciprocamente, per alleviare l’angoscia e implementare le strategie di coping in situazioni di stress elevato, ma talvolta è proprio lo stress di chi fornisce supporto a rendere la sua offerta meno rispondente alle esigenze di chi la riceve, provocando un effetto paradossale: gli scambi di sostegno nelle coppie sono particolarmente importanti nei periodi di stress, ma la gestione dello stress può rendere più difficile per i partner fornire un sostegno efficace l’uno all’altro.

 Nella vita di tutti i giorni, lo stress può interferire anche con le fasi iniziali del processo di supporto in quanto le persone stressate possono non accorgersi dei bisogni di supporto del partner o avere difficoltà a sfruttare le energie e le risorse per fornire aiuto. Per accorgersi che l’altro ha bisogno di sostegno, gli individui devono essere in grado di cogliere il disagio del partner, i sottili segnali di ricerca spesso indiretti e ambigui (Barbee et al., 1996) e determinare se e quale supporto è effettivamente desiderato in quel momento. In questo processo è spesso necessaria l’accuratezza empatica, definita come la capacità di comprendere accuratamente gli stati interni degli altri (Verhofstadt et al., 2008) che è frequentemente ostacolata dallo stress.

La gestione dello stress nelle relazioni di coppia

Per comprendere meglio come lo stress possa minare gli scambi di supporto efficaci nelle relazioni, uno studio di Neff e colleghi del 2021 ha esaminato se lo stress esterno degli individui fosse associato alla loro capacità di percepire accuratamente i bisogni di supporto del partner e di fornire sostegno quando necessario.

121 coppie sposate hanno completato un’indagine che valutava il loro stress cronico e un diario giornaliero che valutava il loro stress quotidiano, il loro bisogno di supporto, le loro percezioni del bisogno di aiuto del partner e la loro offerta.

I risultati evidenziano le molteplici vie attraverso le quali lo stress può compromettere l’offerta di sostegno all’interno delle relazioni. I dati emersi dal diario mostrano che gli uomini che hanno sperimentato un maggiore stress cronico hanno valutato i bisogni della partner in maniera poco accurata. In aggiunta, nei giorni nei quali sembravano essere più stressati, sebbene si accorgessero del bisogno di sostegno da parte della compagna, non riuscivano a fornirlo. Questo, tuttavia, non è accaduto per le donne, le quali riuscivano ugualmente a offrire il sostegno necessario. Questi dati sono coerenti con la letteratura precedente che indica che lo stress inibisce la risposta empatica maggiormente negli uomini (Bodenmann et al., 2015). Il modello “tend-and-befriend” delle risposte biocomportamentali allo stress (Taylor et al., 2000), afferma che le donne si sono evolute per mettere in atto comportamenti più prosociali, affiliativi e di cura quando gestiscono circostanze stressanti.

I risultati sono quindi coerenti con l’idea che fornire sostegno sia un comportamento impegnativo che è difficile applicare in condizioni stressanti; talvolta i coniugi possono essere troppo stressati per sostenersi a vicenda. Inoltre, è emerso che lo stress non è dannoso solo per la qualità del supporto fornito, ma può condizionare anche le prime fasi delle prestazioni di supporto: le persone stressate hanno difficoltà a identificare quando il partner ha bisogno di supporto e, anche quando sono in grado di farlo, hanno meno probabilità di agire sulla base di queste informazioni e di offrire un sostegno adeguato. È necessario quindi prestare maggiore attenzione alle prime fasi del processo di supporto, come identificare quando il compagno necessita di aiuto, e imparare a gestire la possibilità di fornire sostegno anche in condizioni di stress personale.

 

L’uso dell’EMDR come metodologia al di là del trauma

Lo scopo di questo articolo è quello di trattare l’utilizzo della metodologia dell’EMDR nei casi di sofferenza psicologica che hanno un’insorgenza non traumatica.

 

 L’EMDR è un metodo terapeutico ideato nel 1987 dalla psicologa statunitense Francine Shapiro e riconosciuto come tale nel 2005 (Logie, 2014). Recenti evidenze scientifiche suggeriscono che l’EMDR può essere utile per promuovere la salute, in relazione a diverse patologie.

L’EMDR (“Eye movement desensitization and reprocessing”) è una metodologia terapeutica incentrata sui movimenti oculari per desensibilizzare e rielaborare i vissuti traumatici che il paziente ha affrontato nel corso della sua vita (Shapiro, 2001).

Questo trattamento richiede al paziente di elaborare l’evento disturbante vissuto in passato eseguendo i movimenti oculari proposti dal terapeuta (Roos et al., 2017). Nel mentre, viene richiesto al paziente di “lasciare che qualunque cosa accada” e di porre l’attenzione verso quello che sta succedendo. Il risultato è la desensibilizzazione del paziente rispetto all’evento disturbante e delle associazioni cognitive che ne derivano (Logie, 2014).

Attraverso la meta-analisi di 38 studi randomizzati controllati è stato osservato che l’EMDR è uno dei trattamenti più efficaci per trattare pazienti con PTSD (Logie, 2014), ma sembra essere utilizzabile anche in caso di sofferenza di origine non traumatica.

EMDR e sofferenze di origini non traumatiche

Difficoltà psicologiche dei pazienti oncologici

Le cellule presenti nel nostro corpo seguono un ciclo di vita costante. Quelle nuove sostituiscono quelle che sono invecchiate, morte o danneggiate ma, nel caso del cancro, le cellule danneggiate non vengono sostituite ma si dividono e si moltiplicano (Humanitas, 2019).

Nei pazienti con diagnosi di cancro è possibile che ci sia un alto livello di stress causato da molteplici fattori, come la difficoltà a trovare un trattamento efficace, il decadimento fisico e l’incremento degli oneri economici (Baker et al., 2016), ma anche la gravità della malattia, le conseguenti e possibili disfunzioni corporee, gli effetti collaterali del trattamento, possibili menomazioni fisiche e, talvolta, la fase terminale della malattia e/o recidiva (Jarero et al., 2015).

Il report di Portigliatti Pomeri e colleghi (2021) sottolinea che la metodologia dell’EMDR è molto efficace in pazienti con il cancro.

Uno studio del 2016, verificando l’efficacia dell’EMDR sulla qualità della vita nei genitori di bambini malati di cancro, ha mostrato che l’uso dell’EMDR porta a una significativa riduzione dell’ansia e della depressione e aumenta la fiducia. Gli autori suggeriscono che tale intervento possa essere applicato anche a persone che sono sopravvissute al cancro (Jarero et al., 2016).

Disturbo depressivo maggiore

Questo disturbo si caratterizza per sintomi come forte tristezza, diminuzione dell’interesse o del piacere, significativa perdita di peso, insonnia o ipersonnia, mancanza di energia, sentimenti di autosvalutazione eccessivi o inappropriati, ridotta capacità di concentrazione e frequenti pensieri di morte (American Psychiatric Association [APA], 2018).

 Ostacoli e i suoi collaboratori (2018) hanno pubblicato il primo RCT (randomised controlled trial) che confronta la metodologia dell’EMDR con la CBT (cognitive behavioral therapy) in pazienti con episodi depressivi ricorrenti e hanno riferito che entrambi gli interventi sono efficaci nel ridurre i livelli clinici di depressione, sebbene al termine della fase di intervento è stato osservato un aumento statisticamente significativo nel gruppo sottoposto al trattamento con EMDR (Ostacoli et al., 2018).

Anche Hase e colleghi (2018) hanno confrontato l’efficacia dell’EMDR combinato con la psicoeducazione nei pazienti che soffrivano di depressione, mostrando un miglioramento significativo in quei pazienti che si sono sottoposti alla psicoeducazione e che hanno ricevuto in aggiunta il trattamento EMDR (Hase et al., 2018).

Molti pazienti con disturbo depressivo maggiore sperimentano pensieri suicidari che portano alla riduzione della qualità della vita (Gao et al., 2019) e, a tal proposito, la terapia di desensibilizzazione e rielaborazione con il movimento oculare sembra essere un intervento valido nel trattamento dei pensieri suicidari (Merlis, 2018).

Infine, i risultati dello studio di Gauhar hanno mostrato l’efficacia dell’EMDR nel trattare i sintomi della depressione nei pazienti con disturbo depressivo maggiore, nel migliorare la qualità della vita e nell’eliminare i pensieri spiacevoli (Gauhar, 2016).

Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

La caratteristica principale di questo disturbo è la presenza di compulsioni e ossessioni.

“Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti che sono vissuti come indesiderati, mentre le compulsioni sono comportamenti o azioni mentali ripetitive che un individuo si sente obbligato a compiere in risposta a un’ossessione o secondo regole che devono essere applicate rigidamente” (American Psychiatric Association [APA], 2013, p. 271).

Mazzoni e i suoi collaboratori nel 2017 hanno applicato un intervento combinato composto da EMDR e ERP (Exposure and Response Prevention) a tre pazienti affetti da DOC che non avevano giovato del trattamento cognitivo-comportamentale applicato precedentemente. I risultati mostrarono che nel post-trattamento si era verificata una riduzione della sintomatologia su due di questi pazienti su tre (Mazzoni et al., 2017).

Nel 2016, Keenan e collaboratori hanno trattato quattro pazienti DOC che avevano vissuto esperienze traumatiche e quattro che non avevano vissuto esperienze traumatiche. Vennero applicate 8 sedute di EMDR focalizzandosi sul trauma nei primi quattro pazienti e sulla “Not Just Right Experience” negli altri quattro. In ognuno di loro i sintomi si sono ridotti, anche se in maniera più evidente nei pazienti con trauma (Keenan et al., 2016).

In contrasto, Marsden e collaboratori, nel 2017, tramite un disegno di ricerca randomizzato, hanno confrontato l’efficacia dell’ERP, somministrato in 16 sedute a 26 pazienti, e quella dell’EMDR, somministrato a 29 pazienti. I risultati non mostrarono alcuna differenza in nessuna misura di outcome adottata (punteggi ai test somministrati e percentuale di drop-out) tra i due gruppi al post-trattamento e al follow-up dopo sei mesi (Marsden et al., 2017).

Disturbi dell’alimentazione

Nelle prime settimane di lockdown, dovuto al tentativo di arginare la diffusione di Covid-19, molte persone hanno vissuto la cosiddetta “insicurezza alimentare”, che ha sviluppato in loro il bisogno incontrollato di comprare cibo per sé e le proprie famiglie (Loopstra, 2020), anche a causa delle lunghe code davanti ai supermercati, la scarsità di alcuni tipi di cibo e scaffali vuoti.

In aggiunta, le persone hanno vissuto esperienze stressanti correlate al loro stato di salute e a quella dei loro affetti (ad esempio, malattia e/o morte di parenti e amici e il poter avere un contatto con loro solo telefonicamente), sia allo stato di vita generale. Studi hanno mostrato come la possibile insorgenza dei disturbi alimentari e le ricadute possano essere influenzati da esperienze di vita stressanti (Degortes et al., 2014).

I disturbi alimentari sono una delle patologie più a rischio per le conseguenze dello stato d’emergenza (Reger et al., 2020). Tra le principali categorie diagnostiche riferite a tali disturbi vi sono l’anoressia nervosa, il disturbo da alimentazione incontrollata e la bulimia nervosa.

I sintomi che caratterizzano l’anoressia nervosa sono l’intensa paura di ingrassare o prendere chili, la limitazione dell’assunzione di calorie e la non accettazione del proprio peso e forma del corpo (APA, 2018).

È stato svolto uno studio pilota per confrontare l’efficacia dell’utilizzo della pratica dell’EMDR e della CBT come trattamento per le persone affette da anoressia nervosa (Zaccagnino et al., 2017) per un periodo di dodici mesi. I pazienti hanno ricevuto 48 sessioni di terapia individuale con uno psicoterapeuta della durata di 50 minuti. Tale studio ha preso in esame i cambiamenti nello stato mentale di pazienti con anoressia nervosa dopo circa un anno di psicoterapia EMDR o CBT in termini di attaccamento, coerenza narrativa e funzione riflessiva. I risultati presentati suggeriscono che l’EMDR è un trattamento potenzialmente efficace per trattare l’anoressia nervosa, pur considerando la piccola dimensione del campione utilizzato (ibidem, 2017).

In conclusione, sono necessari ulteriori studi che testino l’applicabilità dell’EMDR ai contesti appena discussi.

 

Le nuove tecnologie possono migliorare l’accessibilità alle cure psicologiche? – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 18

Gli Esperti del Tavolo di Lavoro D della Consensus Conference si sono interrogati sull’impatto e sulle potenzialità di implementazione delle nuove tecnologie nella pratica clinica specificatamente al trattamento di ansia e depressione, altresì detti disturbi mentali comuni (DMC).

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 18) Le nuove tecnologie possono migliorare l’accessibilità alle cure psicologiche?

 

 Come indicato dalla World Psychiatric Association (2017), con il termine ombrello “e-mental health” si fa riferimento a tutte le attività relative agli interventi per la cura dei disturbi mentali integrati con le nuove tecnologie. Sinonimi di e-mental health sono “telepsicologia” e “telepsichiatria”, che delimitano campi di azione più specifici. 

Quesito D3: il ruolo delle nuove tecnologie

Che ruolo possono avere le nuove tecnologie e la tele-psicologia nel migliorare l’accessibilità e l’appropriatezza dei trattamenti per ansia e depressione?

Le attività che vengono svolte online nel campo della e-mental health comprendono le comunicazioni telefoniche mediante messaggi individuali o di gruppo, le app scaricabili sullo smartphone per l’autodiagnosi e il monitoraggio dei sintomi tramite questionari, le attività di psicoeducazione, nonché le videoconferenze tra operatori sanitari oppure tra clinico e paziente ai fini di consultazione o monitoraggio. Inoltre, il National Institute for Health and Care Excellence (NICE, 2006) ha stilato delle linee guida rispetto alla teoria cognitivo-comportamentale erogata attraverso un computer (Computerised Cognitive-Behaviour Therapy; c-CBT) applicata ad ansia e depressione. Il tema delle terapie online, come la c-CBT o la computerised Psychoterapy (c-Psychoterapy), è un tema ampiamente esplorato dagli studiosi dagli inizi degli anni 2000.

Secondo Myers e Turvey (2013) è utile implementare l’uso della e-mental health per migliorare l’accessibilità alle cure psicologiche in modo da massimizzare le risorse disponibili, nel caso in cui ci sia carenza di specialisti e la qualità dei servizi a distanza sia avanzata e l’efficacia degli interventi sia consolidata.  

Rispetto ad efficacia e sostenibilità – intesa come il rapporto risorse/efficacia – delle terapie online alcuni studiosi (Lokkerbol et al., 2014; Sztein et al., 2018) ritengono tali caratteristiche dimostrate, seppur siano necessari ulteriori evidenze scientifiche. Infatti, altri ricercatori (Etzelmueller et al., 2020) hanno osservato che gli esiti clinici ottenuti con gli interventi psicologici online sono comparabili a quelli ottenuti con gli interventi psicologici erogati in presenza. Sembra positivo anche il rapporto costi/benefici. 

In riferimento al trattamento dei sintomi depressivi, recenti meta-analisi (Karyotaki et al., 2017, 2018) mostrano che l’auto-aiuto guidato online comporta dei benefici per le persone che ne soffrono. 

Attualmente la ricerca si sta concentrando sull’integrazione dei moduli di trattamento online alla terapia in presenza, sviluppando protocolli di trattamento specifici (Kooistra et al., 2019).

 Dunque, può essere utile e fattibile offrire supporto psicoeducazionale e psicologico (in particolare c-CBT), nonché incoraggiare il supporto informativo e lo scambio in videoconferenza tra operatori sanitari (come medici di base, psicologi, psichiatri, ecc). Perciò, gli Esperti della Consensus Conference (2022) ritengono che sia necessario formare e incrementare le competenze dei professionisti per sostenere l’offerta a distanza e fornire regole chiare e trasparenti sull’accessibilità telefonica e moduli online a professionisti che operano nei Servizi. 

Raccomandazioni D3

La diffusione delle terapie online ha sicuramente il potenziale per offrire un adeguato supporto da remoto, in particolar modo per i disturbi da lievi a moderati, e può aiutare a ridurre lo stigma verso i disturbi mentali e l’accesso al trattamento. 

Perciò, gli Esperti raccomandano di promuovere l’introduzione delle nuove tecnologie e della e-mental health come parte integrante del trattamento dei disturbi d’ansia e depressivi in tutti i livelli dei Servizi di salute mentale, basandosi sempre sulle migliori pratiche e prove di efficacia più aggiornate e adeguate a specifici obiettivi terapeutici.

Inoltre, è importante considerare gli ostacoli che possono impedire l’effettiva attuazione degli interventi a distanza e la loro efficacia, come le preferenze dei pazienti e una sufficiente condivisione degli obiettivi terapeutici, nonché occuparsi attivamente della loro gestione e strutturare un adeguato monitoraggio dei risultati, così da consentire una migliore implementazione della ricerca nella pratica clinica.

Infine, gli Esperti, come già specificato dall’Ordine Nazionale degli Psicologi e dall’Ordine dei Medici, sollevano la necessità di “accompagnare lo sviluppo di questi sistemi di offerta a distanza, web based, a una riflessione etica che tenga in considerazione problemi quali l’equità, l’accessibilità, la privacy e il consenso informato” (ISS, 2022).

 

Quando non è solo un capriccio: la fobia scolastica, un disturbo di cui parlare

La fobia scolastica è descritta come una manifestazione d’angoscia, che può essere accompagnata dal panico, e impedisce la presenza scolastica nelle forme abituali.

 

L’esperienza scolastica positiva

 L’esperienza scolastica riveste una grande importanza nel processo di crescita dell’individuo e richiede un notevole investimento di energie cognitive, emotive e relazionali.

Si può definire un’esperienza scolastica positiva quel percorso in cui si favoriscono nell’alunno sentimenti di autoefficacia, stima di sé e gratificazione per i propri successi; in cui si acquisiscono regole sociali e si costruiscono punti di riferimento valoriali; in cui si instaurano relazioni significative con le figure adulte e con i pari.

È importante, infatti, che il giovane riesca a sperimentare nel contesto della scuola fiducia nelle proprie risorse e capacità, imparando così a gestire le sfide che la vita, anche al di fuori, gli presenterà.

Il sistema scolastico deve rappresentare, pertanto, un luogo sicuro in cui poter esplorare, sperimentare e costruire parti di sé. Tuttavia, non sempre questo succede; a volte andare a scuola può trasformarsi in un vero e proprio incubo.

Sempre più frequentemente si verifica negli alunni una particolare resistenza ad andare a scuola, o a rimanerci, che può esprimere fatica a relazionarsi con i compagni, timore di non essere capiti e accettati, paura di sbagliare e di fallire.

È importante sottolineare che situazioni di ansia e frustrazione sono fenomeni comuni e naturali. Per questo è opportuno distinguere atteggiamenti di preoccupazione tipici di qualsiasi percorso di crescita e di sviluppo, da condizioni cliniche più severe e persistenti.

La fobia scolastica

La fobia scolastica, sebbene non compaia come sindrome a sé stante nei manuali diagnostici, viene inclusa nella più generale categoria delle fobie. È descritta come una manifestazione d’angoscia, che può essere accompagnata dal panico, e impedisce la presenza scolastica nelle forme abituali (De Masi, F., Moriggia, M., & Scotti, G., 2020).

Si tratta, quindi, di un vero e proprio disturbo che si traduce in comportamenti problematici, fino ad un progressivo rifiuto e ritiro dalle attività scolastiche. Infatti, di fronte allo stimolo fobico (in questo caso rappresentato dalla scuola) l’individuo mette in atto comportamenti evitanti, che possono produrre una marcata compromissione funzionale sia sul piano emotivo che sociale. L’angoscia è intensa e prolungata e si accompagna a sintomi somatici, come mal di testa, mal di pancia, palpitazione, tensione muscolare, etc.

La sua insorgenza sembra spesso immotivata in quanto si tratta, nella maggior parte dei casi, di studenti con buona resa scolastica. L’esordio si presenta solitamente in seguito ad eventi percepiti come particolarmente stressanti, che si sono verificati a casa o a scuola. Tra questi si può annoverare la propria malattia o quella di un membro della famiglia, la separazione tra i genitori, relazioni conflittuali in famiglia, problemi con il gruppo dei pari o con un insegnante, oppure il ritorno a scuola dopo una lunga interruzione. Altri momenti particolarmente critici sembrano essere i passaggi da un grado scolastico all’altro (Redazione APC, n.d.). Si stima che le tappe evolutive, come l’ingresso nella scuola elementare (5-6 anni) o alle scuole medie (10-11 anni), siano momenti delicati in cui questo disagio può presentarsi (De Masi, F., Moriggia, M., & Scotti, G., 2020).

 Nei più piccoli, può essere utile indagare la fobia scolare alla luce di una forte ansia da separazione nei confronti dei caregivers (per esempio, genitori o nonni). In altri casi può indicare un maggiore timore del giudizio dei compagni e dell’insegnante. Tipicamente, nei più piccoli si esprime con insistenti capricci, scoppi d’ira, crisi di pianto e/o sintomi somatici ricorrenti (De Masi, F., Moriggia, M., & Scotti, G., 2020)..

Negli adolescenti è invece maggiormente correlata ad una costante apprensione verso i successi scolastici o a dinamiche ostili con i pari e può tradursi in frequenti assenze o addirittura nell’abbandono del percorso di studi (ibidem).

Non si tratta quindi di un banale capriccio o di una mancata motivazione allo studio, tantomeno di difficoltà nell’apprendimento, ma di un vero e proprio disagio più complesso caratterizzato da ansia e paura generalizzata, pervasiva e invalidante. È un’esperienza di grande turbamento, la cui disperata ricerca di equilibrio può condurre anche a forme patologiche più severe nel futuro.

Intervenire sulla fobia scolastica

Spesso, di fronte a tali comportamenti, il genitore assume una posizione drastica e severa, perché esasperato e preoccupato a sua volta. Tuttavia, i tentativi di costrizione aggravano ulteriormente la situazione; la fobia può diventare così intollerabile al punto da sfociare, per esempio, in condotte aggressive e auto-aggressive.

È necessario, pertanto, individuare tempestivamente i sintomi del rifiuto scolare e mirare ad un intervento preciso in un prospettiva ecologica di collaborazione e co-responsabilità (Rubbino, 2017).

È infatti auspicabile un lavoro di rete tra insegnanti, famiglia e psicoterapeuta, affinché si possa perseguire una strategia comune di obiettivi condivisi, al fine di ristrutturare un’esperienza scolastica positiva, di apprendimento e crescita.

Sebbene sia necessario dunque un intervento psicologico e psicoterapeutico, grande responsabilità è affidata anche alla scuola, la quale deve offrire un clima favorevole, che faccia attenzione alle esigenze del singolo.

 

Le differenze nella regolazione emotiva nei pazienti con disturbi alimentari

L’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono disturbi alimentari che presentano comportamenti maladattivi, come la restrizione del consumo di cibo e le condotte compensatorie di espulsione, in termini di strategie per gestire l’emotività.

 

 L’anoressia nervosa (AN) e la bulimia nervosa (BN) sono disturbi che appartengono alla categoria dei disturbi alimentari (DA; APA, 2014). Spesso, in individui che soffrono di disturbi alimentari, è presente una forte difficoltà nella regolazione delle emozioni (Perthes et al., 2021). La regolazione delle emozioni è l’abilità di regolare l’intensità, la durata e la tipologia di emozione applicando strategie cognitive o comportamentali, che possono essere categorizzate come adattive (per esempio, rivalutazione di una situazione, problem solving, perdono e accettazione) o disadattive (per esempio, ruminazione, ritiro, comportamento aggressivo e autosvalutazione personale). Le strategie disadattive sono strettamente correlate con il funzionamento di molti disturbi mentali.

Le strategie adattive a disadattive di regolazione emotiva nei disturbi alimentari

È stato osservato che l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono disturbi che presentano comportamenti maladattivi, come la restrizione del consumo di cibo e le condotte compensatorie di espulsione, in termini di strategie per gestire e regolare l’emotività (Perthes et al., 2021). Nella quotidianità di un individuo che soffre di anoressia nervosa o di bulimia nervosa, sembra che tali strategie disadattive non solo aiutino a regolare l’emotività, ma riducono le emozioni negative e tendono ad aumentare quelle positive. È stato osservato che gli individui affetti da disturbi alimentari possono esperire ed esprimere le emozioni in maniera differente rispetto agli individui sani.

Ad esempio, la paura di essere giudicati negativamente, componente fondamentale nei disturbi d’ansia, è spesso presente anche nei disturbi alimentari, così come i sintomi depressivi (Perthes et al., 2021).

È stato osservato che pazienti adolescenti con disturbi alimentari e depressione in comorbidità mostrano un maggior numero di sintomi di disturbi alimentari rispetto a pazienti che hanno in compresenza i disturbi d’ansia (Hughes et al., 2013). In aggiunta, sembra che i pazienti affetti da disturbi alimentari mostrino grandi difficoltà nell’attuare strategie adattive per la regolazione emotiva, difficoltà che sembra aumentare quando sono presenti in comorbilità anche disturbi depressivi o di ansia (Perthes et al., 2021). Ad esempio, la tristezza potrebbe essere soppressa attraverso la restrizione alimentare e il vomito, e i pazienti che soffrono di anoressia nervosa possono restringere ulteriormente l’assunzione di cibo dopo aver esperito tristezza (Perthes et al., 2021). Sembra inoltre che individui affetti da disturbi alimentari abbiano grandi difficoltà nella gestione della rabbia (Perthes et al., 2021).

Disturbi alimentari e regolazione emotiva in adolescenza

La finestra evolutiva dell’adolescenza presenta spesso delle difficoltà emotive, proprio perché è la fase in cui si sviluppa l’abilità di regolazione delle emozioni (Perthes et al., 2021). Infatti, sono state osservate maggiori difficoltà nella gestione delle emozioni in adolescenti affetti da disturbi alimentari, rispetto ad adolescenti sani. Perthes e colleghi (2021) hanno ipotizzato che gli adolescenti affetti da disturbi alimentari utilizzano in modo diverso le strategie adattive e disadattive di regolazione delle emozioni (Perthes et al., 2021). In particolare, hanno ipotizzato che gli adolescenti affetti da disturbi alimentari utilizzano meno strategie adattive e più strategie disadattive, applicandole come risposte ad ansia, rabbia e tristezza, rispetto ad individui senza disturbi alimentari.

 Per questa indagine, sono stati reclutati 197 partecipanti di genere femminile, in un range di età dai 12 ai 20 anni (Perthes et al., 2021). 118 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di anoressia nervosa e 32 di bulimia nervosa, mentre il gruppo di controllo era costituito da 47 individui non affetti da disturbi alimentari. Sono stati somministrati dei questionari per misurare la severità dei sintomi dei disturbi alimentari e per misurare quante e quali strategie adattive e disadattive venissero utilizzate in risposta alle emozioni di ansia, rabbia e tristezza.

I risultati suggeriscono che gli adolescenti che soffrono di disturbi alimentari utilizzano maggiormente strategie disadattive quando esperiscono emozioni di rabbia, ansia e tristezza (Perthes et al., 2021). Inoltre, è stato osservato come la regolazione della rabbia e della tristezza sia particolarmente difficile per gli adolescenti, indipendentemente dalla presenza di disturbi alimentari. Sorprendentemente, è stato osservato che gli individui affetti da disturbi alimentari non riportano una particolare difficoltà nella regolazione emotiva dell’ansia. Una possibile spiegazione potrebbe essere che il disturbo alimentare concentra le paure specifiche dell’individuo verso altre direzioni e, in confronto, gestire l’ansia potrebbe non risultare così complicato. La difficoltà nella regolazione delle emozioni potrebbe quindi essere un fattore transdiagnostico da considerare, quando si tratta delle cure rivolte ad adolescenti con disturbi alimentari.

Sarebbe necessario replicare il presente studio utilizzando campioni sperimentali (ovvero, con partecipanti con anoressia nervosa e bulimia nervosa) e di controllo (senza disturbi alimentari) bilanciati in termini di numerosità campionaria. Inoltre, dato che la ricerca di Perthes e colleghi (2017) si è concentrata solo su ansia, rabbia e tristezza, sarebbe interessante che future ricerche indagassero altre emozioni che sono state associate ai disturbi alimentari, come disgusto, colpa e vergogna.

 

La figura del serial killer 

Criminologi e psicologi sono d’accordo nell’affermare che, di solito, il comportamento di un serial killer è esito di un grave trauma, o una serie di esperienze traumatiche, vissute durante l’infanzia o l’età preadolescenziale e proseguite negli anni.

 

La figura del serial killer

 L’omicidio, ma anche la tortura, si trovano in cima agli atti antisociali che l’uomo può commettere, eppure non tutti i soggetti omicidi mostrano una personalità antisociale. Tale personalità, se confrontata con la popolazione generale, è significativamente rappresentata in qualsiasi campione di criminali che commettono un omicidio (Vitale, 2015).

Dagli anni ’50 sono state distinte varie forme di omicidio. Il National Institute of Justice, nel 1988, ha elaborato una prima descrizione del concetto di omicidio seriale: ovvero l’assassinio di due o più soggetti, commessi in maniera separata e, di solito, da un unico autore. I crimini possono essere messi in atto in un intervallo che può variare da solo poche ore a diversi anni, e il movente è da ricercare nella soddisfazione di un solo bisogno psicologico dell’assassino. Le caratteristiche della scena del delitto, il comportamento omicida, il rapporto con la vittima e la violenza utilizzata, riflettono le componenti caratteristiche dell’autore (Lucarelli e Picozzi, 2015).

Il termine serial killer venne usato per la prima volta intorno agli anni ‘70 da due profiler, membri dell’FBI, Ressler e Douglas. Venne coniato per distinguere chi uccide ripetutamente nel tempo, intervallato da pause (cooling off time), dai soggetti che commettono i cosiddetti massacri (mass murderer). La prima volta che si parlò di killer seriali negli Stati Uniti fu per casi come quelli di Ted Bundy, il figlio di Sam (David Berkowitz) e altri casi emblematici (Douglas et al., 2008).

Inoltre, Ressler e Douglas, insieme alla psichiatra Ann Burgess, pubblicarono il Crime Classification Manual, ovvero un trattato sui delitti violenti, dove la classificazione di tali delitti si basa sul movente del criminale (Douglas et al., 2008).

Il passato del serial killer

Il pluriomicida non è un normale cittadino o il vicino di casa che un giorno decide, improvvisamente, di iniziare a uccidere. Criminologi e psicologi sono d’accordo nell’affermare che, di solito, il comportamento di un serial killer può essere esito di un grave trauma, o una serie di esperienze traumatiche, vissute durante l’infanzia o l’età preadolescenziale e proseguite negli anni. A tal proposito, per spiegare il manifestarsi del comportamento del serial killer, risultano essere molto importanti i traumi subiti dall’individuo in ambito familiare ed extrafamiliare durante la giovane età.

Alle spalle dell’omicida, soprattutto di quello seriale, possono nascondersi genitori violenti o poco presenti, ma anche famiglie disgregate e spesso violente, dove i ruoli non sono ben definiti. Di solito, la famiglia dell’assassino seriale viene vista come una “famiglia multiproblematica”.

Quindi, alcuni assassini seriali hanno subito maltrattamenti psicologici e fisici, abusi sessuali, e altre esperienze traumatiche; altri, invece, possono essere semplicemente predisposti alla violenza, che è presente in loro fin dalla nascita. Tuttavia, tipicamente è intorno al trauma subito che si struttura la personalità di un futuro serial killer (Lucarelli e Picozzi, 2015).

Serial killer e psicopatia

 Parlare di serial killer prevede l’affrontare il tema della psicopatia, che ricopre un ruolo importante, in quanto è il disturbo mentale che –come abbiamo già detto– si può riscontrare più di frequente in questi assassini. L’individuo psicopatico è descritto come: intelligente, razionale e tranquillo. Inoltre, egli è incapace di provare vergogna o rimorso per le proprie azioni e risulta essere inaffidabile. È incapace di amare, infatti risulta freddo e indifferente ai sentimenti di fiducia e gentilezza. Di solito è iper-reattivo agli effetti dell’alcool, ha tendenze suicide, ha relazioni sessuali vissute in modo impersonale, è incapace di porsi obiettivi a lungo termine e mostra comportamenti antisociali immotivati (Chiung, 2018).

La sessualità nei serial killer

Per quanto riguarda invece le ricerche incentrate sulla sessualità dei serial killer, le loro preferenze e perversioni sono cresciute moltissimo. Si presume, infatti, che la motivazione che possa innescare comportamenti antisociali nel serial killer sia anche sessuale. È stato osservato che gli assassini seriali riferiscono tassi maggiori di parafilia rispetto a coloro che uccidono una sola volta, soprattutto quando si tratta di feticismo e travestitismo (Bruzzone, 2007).

Possibili segnali precoci del futuro serial killer

In generale, sono stati ipotizzati alcuni segni premonitori del comportamento omicidiario seriale, quali: isolamento sociale, difficoltà di apprendimento, comportamento irregolare, problemi di autocontrollo e con le autorità, attività sessuale precoce e bizzarra, ossessione per il fuoco, il sangue e la morte. Difatti, alcuni serial killer durante l’infanzia esibiscono uno o più segnali di pericolo e avvertimento noti come triade di MacDonald o triade omicida, cioè: piromania, crudeltà verso gli animali (zoosadismo) ed enuresi notturna. Questi sono una serie di indicatori (i cosiddetti red flags) di una probabile futura condotta fortemente deviante, che si manifestano durante il periodo evolutivo (Ressler et al., 1988).

Tale triade, però, è stata recentemente messa in discussione, in quanto è risaputo come bambini e adolescenti spesso accendano fuochi o uccidano animali per diversi motivi (noia, frustrazione, desiderabilità sociale o curiosità). Pertanto, è difficile affermare che queste variabili siano realmente correlate all’eziologia dei serial killer.

 

Percorsi per la salute mentale: verso una direzione condivisa – Comunicato Stampa

Venerdì 30 settembre 2022, in occasione della presentazione della nuova Scuola di Terapia Cognitiva e Comportamentale di Rimini, si è tenuta la tavola rotonda “Percorsi per la salute mentale: verso una direzione condivisa”

 

L’evento ha avuto luogo presso la Sala del Giudizio dei Musei Comunali di Rimini e ha visto la presenza, per l’apertura dei lavori, dell’Assessore alle Politiche per la Salute Dott. Kristian Gianfreda. Il primo ’intervento dal titolo: “Formulazione del caso LIBET e strategie di intervento: un caso clinico” è stato condotto dalla Dott.ssa Sandra Sassaroli, Presidente e fondatrice del Gruppo Studi Cognitivi, che ha illustrato alcuni degli elementi fondanti del modello di cura che viene insegnato nella scuola di specializzazione.

“Questo pomeriggio è stato un momento di confronto raro e utilissimo tra professionisti afferenti a diverse realtà come le Università, i Centri di Salute Mentale e le Scuole di Specializzazione in Psicoterapia: chiamati a confrontarsi per un dialogo fruttuoso che porti verso una direzione condivisa.”

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Sandra Sassaroli - Percorsi per la salute mentale verso una direzione condivisa 1600x900
Dott.ssa Sandra Sassaroli

La tavola rotonda, che ha visto confrontarsi importanti esponenti della psicologia, della psicoterapia e della psichiatria italiana, è stato un interessante momento di scambio e confronto in cui la cura della salute mentale è entrata in relazione con i servizi attualmente offerti in Emilia Romagna. Si è esaminato il contributo della psicoterapia cognitivo-comportamentale nel mondo della salute mentale e l’importanza della costruzione e del mantenimento del networking tra le realtà presenti sul territorio.

Il disagio emotivo e psicologico tra i giovani è in forte crescita in Emilia Romagna con una richiesta di supporto psicologico e psicoterapeutico. I giovani Romagnoli soffrono oggi di problemi di ansia con conseguenze sulla performance scolastica e lavorativa. Per questo il comune di Rimini tra i pochi in Italia ha attivato un bonus psicologico a integrazione dei servizio già offerto dal sistema nazionale.

L’evento è stato organizzato in occasione dell’inaugurazione della nuova scuola di psicoterapia di Rimini, affiliata a Studi Cognitivi Formazione, che coordina l’attività di un gruppo di 10 scuole di specializzazione in psicoterapia riconosciute dal Ministero Università e Ricerca e che in 20 anni di attività ha formato 1700 psicoterapeuti di cui il 96% ad oggi pratica la professione.

Hanno partecipato al dibattito:

  • Dott. Andrea Tullini – Direttore di Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche – Ausl Romagna – Rimini.
  • Dott. Riccardo Sabatelli – Direttore CSM Centro Salute Mentale – Ausl Romagna – Rimini.
  • Dott.ssa Cinzia Giulianelli – Responsabile Struttura Semplice Neuropsichiatria Infantile Ospedale Infermi – Rimini.
  • Dott. William Giardi – Direttore Unità Operativa Complessa Servizio Minori I.S.S. di San Marino.
  • Dott. Gabriele Raimondi – Presidente Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna.
  • Dott. Marco Menchetti – Professore associato di Psichiatria Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’ Università di Bologna.
  • Dott.ssa Sara Giovagnoli – Psicologa e Professoressa Associata del Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari” dell’Università di Bologna.
  • Dott.ssa Sandra Sassaroli – Presidente del Gruppo Studi Cognitivi e Direttore del Dipartimento di Psicologia Sigmund Freud University – Milano.
  • Dott. Gabriele Caselli – Direttore della Scuola di Specializzazione Psicoterapia e Scienze Cognitive, Professore di Psicologia Clinica, Sigmund Freud University.

Hanno moderato l’incontro:

  • dott.ssa Roberta Stoppa – Psicologa, Psicoterapeuta CBT. Direzione organizzazione e sviluppo delle Scuole del Gruppo di Studi Cognitivi. Consigliera di indirizzo generale in Enpap
  • dott.ssa Valeria Valenti – Psicologa Psicoterapeuta CBT Referente formativo STCC Rimini

L’evento è stato organizzato in occasione dell’inaugurazione della nuova scuola di psicoterapia di Rimini, affiliata a Studi Cognitivi Formazione, che coordina l’attività di un gruppo di 10 scuole di specializzazione in psicoterapia riconosciute dal Ministero Università e Ricerca e che in 20 anni di attività ha formato 1700 psicoterapeuti di cui il 96% ad oggi pratica la professione.

La mission di Studi Cognitivi Formazione è di elevare il livello della psicoterapia nei territori in cui opera grazie alla sinergia di ricerca scientifica, didattica e pratica clinica. Il progetto didattico si avvale di un gruppo di ricerca di fama internazionale che ha all’attivo oltre 150 pubblicazioni e che continua a contribuire allo sviluppo della disciplina.

Il Gruppo Studi Cognitivi è leader in Italia nel campo della psicoterapia. Il gruppo è specializzato primariamente nell’alta formazione, nella ricerca, nella divulgazione scientifica e nell’erogazione di servizi clinici nel campo della salute mentale principalmente tramite il progetto inTherapy.

inTherapy è la prima rete nazionale italiana di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale capace di dare una risposta scientifica, altamente qualificata, trasparente e rapida alla sofferenza psicologica, facilitando l’accesso a forme di supporto basate su evidenze scientifiche. inTherapy si avvale di un modello clinico centralizzato e di una rete di professionisti formati e certificati da Studi Cognitivi. L’obiettivo di inTherapy è quello di identificare il percorso terapeutico ottimale per il paziente, mettendo al suo servizio le competenze e la specializzazione dei singoli terapisti o dei centri clinici in base alla valutazione psicodiagnostica, tenendo conto delle esigenze logistiche e delle preferenze del paziente.

 

I risvolti psicologici del Quiet Quitting

Il mondo del lavoro post-pandemico è caratterizzato da emergenti fenomeni che impattano sul benessere psicologico. Dopo la Great Resignation, con cui si fa riferimento ad un aumento notevole di dimissioni (Papapicco, 2022), il ritorno a forme di lavoro ibride o presenziali, è precursore di un nuovo fenomeno: il Quiet Quitting.

 

Cos’è il Quiet Quitting?

 Si tratta di un neologismo, nato sui social, in particolare su TikTok, che pone nuovamente al centro le Risorse Umane post-moderne. Ma cosa si intende esattamente con Quiet Quitting? E che impatti può avere? Facendo riferimento alla traduzione letterale ‘abbandono silenzioso’ si pone la Risorsa Umana sotto una luce negativa, considerando il fenomeno come la volontà dei lavoratori di svolgere il minor lavoro possibile. Estendendo il significato, invece, si può notare come al centro del fenomeno non ci sia il lavoratore, inteso come persona che produce, ma come essere umano. Invero, ciò che viene messo a tema con il Quiet Quitting è, ancora una volta, un migliore equilibrio tra vita lavorativa e privata. In questo modo, la Risorsa Umana, con il Quiet Quitting, decide di dedicarsi alle attività strettamente legate alla mansione, senza impegnarsi in progetti extra, direzionando le energie residue ad altri aspetti della vita.

Si tratta, quindi, di un fenomeno che parte dal basso e che, inevitabilmente, spinge a riconsiderare i rapporti tra management e lavoratori. Questo può avere forti impatti psicologici, soprattutto se, nel ripensare questo rapporto, ci si sofferma solo sul significato letterale del fenomeno. In questa luce, le considerazioni su cui ci si potrebbe soffermare sono legate alla motivazione del lavoratore.

La motivazione al lavoro

Innanzitutto, la motivazione al lavoro è quella spinta che genera nelle Risorse Umane la determinazione a svolgere un’attività e sentirsi continuamente ingaggiate nel portare a termine il singolo compito (Kanfer & Chen, 2016). La motivazione al lavoro si basa su tre fattori: necessità; obiettivi attuali del lavoratore e obiettivi dell’organizzazione; relazioni emotive e atteggiamenti che costituiscono il clima aziendale (Lazaroiu, 2015). Partendo da questa definizione, Nicolescu e Verboncu (2008) hanno individuato quattro tipologie di motivazione a lavoro, in contrasto tra loro.

 Motivazione positiva vs negativa: la motivazione positiva mira ad aumentare gli sforzi e il contributo diretto dei dipendenti, al fine di raggiungere gli obiettivi dell’organizzazione, con l’intento di amplificare la loro soddisfazione. La motivazione negativa, invece, mira ad aumentare gli sforzi e i contributi dei dipendenti per il raggiungimento degli obiettivi organizzativi.

Motivazione intrinseca vs estrinseca: la motivazione intrinseca, che può essere interna, diretta e individuale, è la motivazione che la persona persegue in una o più attività strettamente cognitive (ad esempio l’ambizione). La motivazione estrinseca consiste nel fare sforzi per ottenere risultati che conducono a reazioni formali e informali, economiche e morali-spirituali, facendo in modo che la persona lavori sotto l’influenza di fattori esterni.

La motivazione per spiegare il Quiet Quitting

La motivazione, nelle sue definizioni, può essere la base di partenza per ripensare il fenomeno del Quiet Quitting, considerando gli impatti psicologici. Una focalizzazione maggiore sulla motivazione, da parte del management, può aiutare a comprendere altri aspetti psicologici collegati, come la soddisfazione lavorativa, la performance e tutto il recente tema delle politiche di compensazione e benefit. Una soluzione per aumentare la focalizzazione sul lavoratore e sulla sua motivazione, al fine di prevenire risvolti negativi nell’epoca post-pandemica, può derivare da un ascolto attivo delle esigenze della Risorsa Umana, occupandosi del lavoratore come persona (Papapicco e Quatera, 2021). L’ascolto attivo aiuterebbe sia nel ripensare la suddetta relazione tra il management e le Risorse Umane, sia nel rendere continuamente flessibile un possibile intervento di prevenzione di fenomeni come il Quiet Quitting. In tal senso, l’ascolto attivo, psicologicamente inteso, aiuterebbe a non ragionare in maniera categoriale, ma supportare il manager nella comprensione dell’unicità della Risorsa Umana.

 

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