Il Disturbo dell’apprendimento non verbale: un nuovo disturbo tra i DSA

Disturbo dell'apprendimento non verbale (DSA): un sottogruppo di bambini meno capaci nei domini non verbali: difficoltà di apprendimento e di adattamento.

ID Articolo: 115918 - Pubblicato il: 01 dicembre 2015
Il Disturbo dell’apprendimento non verbale: un nuovo disturbo tra i DSA
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Stefania Pedroni – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena 

Disturbo dell’apprendimento non verbale: nell’area dei disturbi dell’apprendimento e dello sviluppo, vi è un sottogruppo di bambini competenti nella sfera verbale, ma meno capaci nei domini non verbali, in particolare nelle abilità visuo-spaziali. Questi individui incontrano una serie difficoltà di apprendimento e di adattamento.

 

Disturbo dell’apprendimento non verbale: un DSA non ancora classificato

Nell’area dei disturbi dell’apprendimento e dello sviluppo, vi è un sottogruppo di bambini competenti nella sfera verbale (con un alto Quoziente Intellettivo Verbale), ma meno capaci nei domini non verbali e in particolare nelle abilità visuo-spaziali (Mammarella e Cornoldi, 2014). Questi individui incontrano serie difficoltà di apprendimento e di adattamento, per le quali richiedono valutazioni cliniche e supporto psicologico. Tuttavia gli attuali sistemi di classificazione (DSM-5 e ICD-10) non riportano una specifica categoria diagnostica in grado di descrivere il loro funzionamento.

Johnson e Myklebust (1967) hanno coniato il termine Disturbo dell’apprendimento non verbale, cercando di identificare le caratteristiche e le difficoltà dei bambini che ne soffrono. Tuttavia al momento attuale, sebbene la maggior parte dei ricercatori e dei clinici siano concordi sul fatto che esista chiaramente il profilo del bambino con Disturbo dell’apprendimento non verbale (ad eccezione di Spreen, 2011), gli stessi non sono d’accordo sulla necessità di una specifica categoria clinica e sui criteri per una sua identificazione (Fine, Semrud-Clikeman, Bledsoe e Musielak, 2013).

 

Il profilo dei bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale

Per fare chiarezza su questo aspetto, Mammarella e Cornoldi (2014) hanno condotto un’analisi della letteratura, selezionando 35 articoli scientifici, pubblicati tra gennaio 1980 e febbraio 2012, che hanno descritto il funzionamento di bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale (NLD – Non verbal Learning Disorder). Tale rassegna aveva lo scopo di portare alla luce i criteri maggiormente usati per identificare i bambini con NLD e differenziarli da coloro che non presentavano NLD.

Sulla base dei risultati ottenuti, i ricercatori hanno proposto 5 criteri diagnostici utili a identificare i bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale:

  • Un basso profilo di intelligenza visuo-spaziale e un livello relativamente buono del Quoziente di Intelligenza verbale;
  • Difficoltà visivo-costruttive e della motricità fine;
  • Scarsi risultati scolastici in matematica rispetto a una buona abilità di lettura;
  • Deficit nella memoria di lavoro spaziale;
  • Difficoltà emotive e sociali.

Secondo gli autori (Mammarella e Cornoldi, 2014), per poter fare diagnosi devono essere presenti necessariamente il primo criterio e almeno due dei criteri dal 2 al 4, mentre il quinto potrebbe essere considerato come una possibile caratteristica associata. Infatti i problemi emotivi e sociali sono stati tra gli aspetti salienti per la selezione dei bambini inseriti nel gruppo con Disturbo dell’apprendimento non verbale in molte ricerche analizzate, ma nessuno studio ha riportato misure oggettive del funzionamento sociale, di cui solo alcuni aspetti sono stati indagati scrupolosamente, ovvero la comprensione delle emozioni, la percezione sociale e le abilità relazionali.

 

Disturbo dell’apprendimento non verbale e i problemi di adattamento sociale

L’importanza di possedere adeguate abilità sociali per potersi relazionare agli altri in modo efficace, ha condotto i ricercatori a studiare questo ambito con interesse. Una possibile spiegazione della relazione tra problemi di adattamento sociale e Disturbo dell’apprendimento non verbale è stata proposta da Galway e Metsala (2011): le difficoltà nelle abilità visuo-spaziali interferiscono con la percezione dei segnali non verbali negli scambi relazionali (Petti et al., 2003). E’ teoricamente significativo il fatto che i bambini che hanno deficit nei compiti di organizzazione visuo-percettiva, abbiano difficoltà anche nell’interpretazione di segnali sociali non verbali, spesso lievi e passeggeri, come espressioni facciali e vari segni paralinguistici fonti di informazioni importanti (per esempio gesti e umorismo), (Petti et al., 2003). Una quantità significativa di comunicazione avviene tramite il linguaggio non verbale (Nowicki e Duke, 1992), per questo in letteratura si è ragionato sul fatto che i bambini con deficit nell’interpretazione di segnali non verbali possano avere problemi nelle interazioni ed essere a rischio di problemi emotivi e sociali, come è stato evidenziato nella rilevazione di un aumento della psicopatologia in persone con Disturbo dell’apprendimento non verbale (Petti et al., 2003).

Galway e Metsala (2011) nella loro ricerca sperimentale hanno esaminato le relazioni tra le abilità nella risoluzione di problemi interpersonali, le abilità visuo-spaziali e l’adattamento psicosociale (descritto da genitori e insegnanti). Il loro studio ha evidenziato come i bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale mostrino difficoltà in molti aspetti nella risoluzione dei problemi interpersonali, paragonati ai bambini della stessa età con sviluppo tipico: in particolare codificano meno segnali sociali e sono più scarsi nell’interpretare emozioni basate su questi indicatori. La percezione sociale non verbale è stata misurata utilizzando scenari video-registrati di situazioni di vita reale, ecologicamente più validi rispetto a immagini statiche.

Le difficoltà a livello non verbale nella percezione sociale che vengono documentate, forniscono supporto empirico allo studio di Rourke (1995), secondo cui i bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale hanno problemi a identificare e riconoscere alcune espressioni di emozioni e altri sottili indicatori non verbali nelle interazioni sociali.

 

Un aspetto interessante dello studio riguarda il fatto che, quando venivano presentati oralmente aneddoti sociali, non emergevano differenze tra i gruppi relativamente all’identificazione di elementi interpersonali della storia, di riconoscimento delle emozioni dei personaggi o di formazione di opinioni sugli aspetti relazionali.

 

Messaggio pubblicitario Il contributo dello studio di Galway e Metsala (2011) è stato quello di scoprire correlazioni significative tra le abilità visuo-spaziali e le abilità di percezione e interpretazione dei segnali non verbali. Questi risultati suggeriscono che deficit nelle abilità visuo-spaziali conducono a deficit di percezione sociale, anche se un rapporto di causa-effetto non è ancora stato confermato empiricamente (Petti et al., 2003). Un aspetto interessante dello studio riguarda il fatto che, quando venivano presentati oralmente aneddoti sociali, non emergevano differenze tra i gruppi (bambini con e senza Disturbo dell’apprendimento non verbale) relativamente all’identificazione di elementi interpersonali (e non interpersonali) della storia, di riconoscimento delle emozioni dei personaggi o di formazione di opinioni sugli aspetti relazionali. Le difficoltà che emergevano quando i bambini dovevano interpretare le emozioni basandosi su video-registrazioni (scenari non verbali), non venivano riscontrate in queste storie verbali. Secondo gli autori questo poteva essere spiegato col fatto che le abilità verbali, ben sviluppate nei bambini di entrambi i gruppi, permettevano rappresentazioni adeguate del problema a partire da aneddoti verbali. Questo potrebbe essere considerato come un possibile e importante punto di forza nella risoluzione di problemi interpersonali nei bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale (Galway e Metsala, 2011).

Entrando nello specifico dello studio, gli autori hanno rilevato che i bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale possiedono lo stesso repertorio di comportamenti assertivi dei loro pari a sviluppo tipico, ma non credono che queste risposte condurranno a risultati di successo. Quindi scelgono meno spesso una di queste loro condotte competenti come la migliore soluzione a un problema. Una possibile spiegazione per gli stessi ricercatori riguarda il fatto che i bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale possono avere difficoltà a generalizzare a partire da casi singoli in cui hanno ottenuto risultati positivi. Quindi potrebbero avere difficoltà a costruire un concetto corrispondente a ‘comportamenti che portano a risultati positivi’. Questo potrebbe confermare l’indicazione di Rourke (1995), che ha suggerito che la formazione di un concetto generale è un’area di difficoltà nei bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale e lo studio di Schiff, et al. (2009), che ha verificato che questi bambini hanno difficoltà con il ragionamento analogico. Lo studio rappresenta un passo iniziale verso un’analisi più esauriente dei processi cognitivi in bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale.

 

Disturbo dell’apprendimento non verbale, Sindrome di Asperger & ADHD

Alla luce di queste prime evidenze, Galway e Metsala (2011) suggeriscono che gli interventi e gli approcci terapeutici potrebbero includere strategie che mirano a favorire interpretazioni più positive del comportamento degli altri, elaborare risposte a un problema che abbiano più probabilità di essere efficaci e lavorare verso la messa in atto di tali risposte. In contesto educativo, il lavoro di gruppo e un training su queste abilità potrebbe dare beneficio ai bambini con Disturbo dell’apprendimento non verbale. Per esempio gli insegnanti potrebbero aiutarli a individuare i comportamenti (in situazioni sociali) che più probabilmente hanno un esito favorevole e di conseguenza lavorare su come eseguire il comportamento in modo competente. Potrebbe essere praticato un training preventivo in aggiunta a un supporto fornito durante il corso dell’interazione sociale.

Nell’esperienza clinica degli autori (Galway e Metsala, 2011), essi hanno osservato che adulti e pari potrebbero attribuire motivazioni negative ai comportamenti problematici dei bambini con disturbo dell’apprendimento non verbale. Un importante passo verso il miglioramento delle esperienze scolastiche di questi individui, potrebbe essere l’aiutare il personale scolastico a comprendere meglio il disturbo dell’apprendimento non verbale in generale, oltre alle specifiche aree di difficoltà di ogni determinato bambino con disturbo dell’apprendimento non verbale.

Comprendere le interazioni sociali è cruciale per lo sviluppo della competenza sociale, secondo lo studio di Semrud-Clikeman et al. (2010), uno dei primi a utilizzare misure dirette e indirette della percezione sociale per esplorare possibili differenze tra bambini con differenti disturbi: disturbo dell’apprendimento non verbale, sindrome di Asperger, ADHD misto, ADHD con predominanza di disattenzione e un gruppo di controllo a sviluppo tipico.

Lo scopo di questo studio era quello di valutare la percezione e il funzionamento sociale in bambini con sindrome di Asperger e disturbo dell’apprendimento non verbale, usando misurazioni dirette e indirette. Una caratteristica che definisce la sindrome di Asperger (AS) è la difficoltà nelle relazioni sociali (America Psychiatric Association, 2000). Gli individui con tale sindrome hanno problemi con gli altri, hanno difficoltà nella comunicazione reciproca e sono pedanti nelle loro abilità linguistiche (Klin, Volkmar, Sparrow et al., 2000). Inoltre la presenza di interessi stereotipati e ristretti, la difficoltà a condividere il piacere per le attività o gli oggetti e un’aderenza inflessibile alle routine o ai rituali sono stati riconosciuti come aspetti importanti nella diagnosi della sindrome di Asperger (American Psychiatric Association, 2000). Sottolineare frequentemente le difficoltà sociali in questi individui porta a vissuti di incomprensione e successivo ritiro, in particolare nelle interazioni sociali nuove e inaspettate (Adolphs et al., 2001).

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