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Il ritiro scolastico come manifestazione del disagio giovanile – Report dal Convegno di Roma del 18 maggio 2019

Il disagio giovanile di oggi, richiede una risposta complessa, fatta dell’intergrazione di più professionalità presenti nell’ambiente scolastico e dalla cooperazione di tutti gli “attori” che ruotano attorno alla loro vita e che contribuiscono alla lora crescita.

Evento patrocinato dall’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini – Eticamente Onlus – Roma

 

Questo “disagio” o tutte quelle difficoltà che se trascurate possono condurre ad un disagio conclamato, richiedono dunque l’attiva collaborazione di operatori, insegnanti e famiglia.

Diverse sono oggi le “tipologie” di disagio giovanile, sicuramente ognuna di esse risente di fattori sociali e culturali, che contribuiscono all’evoluzione delle caratteristiche generali delle stesse. Fra queste tipologie rientrano: il bullismo, il cyberbullismo, il cutting, l’utilizzo di sostanze stupefacenti, la ludopatia sino allo sviluppo di eventi psicotici.

Il cervello adolescente…

I dati MIUR (2018) ci informano che 1 ragazzo su 4 abbandona la scuola e con essa “abbandona un’idea di futuro”. Questo abbandono rappresenta in moltissimi casi, l’inizio di un vissuto di emarginazione.

Oggi è indispensabile conoscere il processo maturazionale del cervello di un “adolescente” proprio per comprendere in che modo lo “stimolo esterno” viene interpretato e vissuto. In linea generale, il termine della maturazione delle diverse aree cerebrali avviene attorno ai 25 anni con la maturazione precoce delle aree cerebrali profonde, legate a comportamenti impulsivi e di ricerca di gratificazione immediata, rispetto alla maturazione delle aree prefrontali dedite al comportamento adattivo ed al controllo degli impulsi. Associato ad un precoce sviluppo del cervello “emotivo” si assiste durante l’infanzia e per tutta l’adolescenza, al fenomeno del “rimaneggiamento” delle connessioni cerebrali che vengono regolate dal principio dell’ “use it or lose it”. La capacità di ricevere stimoli adeguati permette l’ “uso” del rimaneggiamento delle connessioni cerebrali, a dispetto della perdita dello stesso. Tale rimaneggiamento viene osservato come fenomeno genetico estremamente influenzato dai fattori ambientali, che possono dunque agire nello sviluppo dei ragazzi, come fattori protettivi o come fattori di rischio nell’insorgergenza di disturbi psicopatologici. L’utilizzo di differenti “meccanismi cerebrali” è dunque parte di quella difficoltà “comunicativa” che l’adulto, genitore ed insegnante, ritrova nella dinamica col giovane adolescente. Questa comunicazione avviene attraverso lo scontro di due sistemi totalmente differenti fra loro, uno appartenente al cervello adolescente, l’altro al cervello adulto.

Gli eventi citati sono portatori di stress e capaci dunque di attivare quel sistema agonistico tale da indurre una reazione di “attacco \ fuga” da parte dell’adolescente, sostenuto dall’incapacità di trovare un adulto (insegnante, operatore, familiare), capace di “decodificare” per lui e con lui, aspetti di vita complessi, offrendo loro un’ “antagonista” alla gratificazione “semplice ed immediata” (ad esempio l’uso delle droghe), con un’alternativa reale e concreta (ad esempio uno spazio di ascolto).

Cosa significa stare a scuola?

Stare a scuola comporta fare una scelta sul proprio futuro, ancor più nel passaggio dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo grado. L’età in cui i ragazzi sono chiamati ad effettuare questa scelta per il loro “futuro” è all’incirca intorno ai 13 anni ed è spesso legata ad un contesto familiare, ovvero a tutte quelle risorse economiche, sociali ed educative che la famiglia offre al ragazzo per creare il suo percorso. Il contesto sociale a cui il ragazzo è chiamato ad inserirsi presenta oggi un nuovo aspetto che in passato era meno presente, ovvero una multiculturalità interna ai gruppi classe. I ragazzi vengono dunque a contatto con storie di vita, culture e religioni differenti dalle proprie in cui è richiesto un lavoro di “mediazione culturale” perché l’integrazione diventi un’esperienza arricchente degli uni con gli altri.

Dalle varie esperienze di docenti presenti, operativi in scuole del territorio romano, appaiono chiari dei bisogni specifici che la nostra scuola oggi porta con sé:

  • multidisciplinareità, che si traduce con una presenza stabile di uno psicologo scolastico negli istituti comprensivi per l’intera utenza scolastica, compresi dunque insegnanti e famiglie, unito a livello territoriale ai servizi (ASL);

  • richiesta di spazi stabili di ascolto presenti per la promozione del benessere e la prevenzione del born-out scolastico e professionale degli inseganti;

  • svecchiamento della didattica” mediante il superamento come unico strumento didattico della lezione frontale, a favore di strumenti digitali ed eventi esperenziali;

  • formazione degli insegnanti, di quegli aspetti emotivi, psicologici e relazionali che entrano in gioco nel processo di apprendimento e che possono, se opportunamente considerati, facilitare la didattica. Un docente riferisce che:

Noi sappiamo cosa dire, ma non conosciamo come dirlo. Per questo abbiamo bisogno di un supporto all’interno delle scuole e di una costante formazione su tutti quegli aspetti relazionali e psicologici!;

  • Orientamento e ri-orientamento, ovvero servizi che permettano al ragazzo di scegliere in maniera quanto più consapevole e personale il suo futuro, ma sopratutto di poter ri-orientarsi con lo stesso servizio, nel caso in cui il “primo percorso” si sia mostrato non gratificante o non rispondente alle sue reali aspirazioni e capacità.

Dal ritiro scolastico al completo abbandono della vita sociale: il fenomeno Hikikomori

La scuola non è solo luogo di apprendimento, ma lo è altrettanto per la crescita, lo sviluppo personale e dunque spazio per sperimentare la relazionalità. Benché esista un fenomeno di Hikikomori definito “primario”, dunque che nasce come scelta dell’individuo di allontarsi dalla società, rispetto ad uno “secondario” dove risulta più definito il fattore “scatenante” di questa scelta, il ministero della Salute Giapponese, dove il fenomeno nasce e ad oggi risulta ampiamente diffuso, definisce gli Hikikomori come fenomeno sociale e non come una malattia.

Il fenomeno ad oggi, ampiamente studiato anche in Italia, presenta un range di diffusione fra i 14 ed i 39 anni, con il manifestarsi dell’evento “iniziale”, o meglio dei diversi campanelli d’ “allarme” fra i 14 ed i 25 anni. Questa finestra temporale di vita non è del tutto causale se pensiamo alle diverse scelte che compiamo in quegli anni che ci proiettano, a medio ed a lungo termine, nella nostra vita da “adulti”.

Benché alla base dei comportamenti degli Hikikomori vi sia una scelta definita che è quella di ritirarsi dalla società, escludendola dalla propria vita, in realtà il processo avviene sempre in maniera graduale. I diversi “campanelli d’allarme” descrivono una traiettoria che parte da un “fenomeno sociale” e che può arrivare ad assumere i tratti di una reale “psicopatologia”.

Questa gradualità comprende:

Il mondo virtuale rappresenta un filtro relazionale di tipo emotivo che permette alla persona di sottrarsi alla pressione di realizzarsi, secondo canoni imposti e prestabiliti, nel mondo sociale. Benché ad oggi non esistano dati scientifici di una correlazione diretta fra causa ed inizio del processo graduale del fenomeno, di sicuro si riscontrano frequentemente, come idee alla base di questa “scelta” un rifiuto totale della società, di cui la scuola nella fase infanzia – adolescenza, risulta una parte molto importante. Essere vittima di bullismo, rifiutare la pressione sociale o esser “stati feriti ed umiliati” nella relazione con l’altro, sembrano essere dei dati molto frequenti che si ritrovano nella vita di questi ragazzi.

Dati presentati

A conclusione di questa importante giornata, riporto tre dati specifici che spero aprano una riflessione ed una azione imminente sulla mancanza in Italia di una legge che preveda l’inserimento dello Psicologo a Scuola come figura stabile dell’organico scolastico:

  1. il 46% degli abbandoni scolastici è attribuito a disturbi mentali quali ansia, depressione, abuso di sostanze. (…) I soggetti ad alto rischio clinico sono anche quelli che hanno il più alto rischio di abbandono scolastico;
  2. la causa principale potrebbe essere la demotivazione. Secondo M. Crepaldi, il nostro è un sistema standardizzato che tende a sopprimere le disposizioni personali (…);
  3. Spesso mi prendevano in giro e mi denigravano, favorendo il mio isolamento. Nessuno mi chiedeva mai come stessi.”

 

La Well-Being Therapy

La Well-Being Therapy pone enfasi sull’automonitoraggio degli episodi di benessere e tratta anche i pensieri o le credenze irrazionali che soggiacciono l’interruzione del benessere negli individui.

 

La Well-Being Therapy (WBT) è un tipo di terapia a breve termine, costituita da otto sessioni, ciascuna di durata approssimativa di 30/50 minuti (Ruini, 2014).

Questa strategia psicoterapeutica pone enfasi sull’automonitoraggio degli episodi di benessere e tratta anche i pensieri o le credenze irrazionali che soggiacciono l’interruzione del benessere negli individui (Belaise et al., 2006).

La Well-Being Therapy può essere applicata ai soggetti con disturbo d’ansia generalizzato (Belaise, et al., 2006), con disturbo da stress post-traumatico, nei casi di comportamenti suicidari (Johnson & Wood, 2016), ma anche nel disturbo ciclotimico o ad individui che si trovano nella fase residuale dei disturbi dell’umore (Ruini, 2014).

Well-Being Therapy e Disturbo Ciclotimico

Per quanto riguarda il disturbo ciclotimico viene considerato una forma lieve del disturbo bipolare in quanto è caratterizzato dall’alternanza di episodi di ipomania ed episodi depressivi che non soddisfano i criteri né del disturbo bipolare di tipo I né di tipo II (Akiskal, 2001; Akiskal, Djenderedjian, Rosenthal & Khan, 1977; DSM, 2014).

Studi recenti hanno dimostrato che l’unione della WBT e della terapia cognitivo comportamentale (CBT), nel trattamento del disturbo ciclotimico con la presenza di ansia, produce dei benefici che sono significativi e persistenti (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011).

Evidenze di trattamento: uno studio sperimentale

Nello specifico, uno studio condotto su 62 pazienti, suddivisi in due gruppi composti da 31 soggetti (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011) ha valutato l’efficacia di diverse modalità di trattamento del disturbo: al primo gruppo veniva applicata la CBT e la WBT, nell’altro invece un trattamento di gestione clinica. In entrambi i casi, la durata del trattamento è stata di 10 sessioni, ciascuna delle quali aveva una durata di circa 45 minuti.

Inoltre, ad entrambi i gruppi sono stati somministrati dei questionari sia subito dopo il trattamento sia a 1-2 anni dal trattamento. In particolare, sono stati somministrati: una versione modificata dell’Intervista Clinica per la Depressione (CID; versione modificata) (Paykel, 1985; Bech, Fava, Guidi & Paykel, 2011), che indaga 20 aree di sintomi e sono stati eliminati gli item relativi all’ostilità, al ritardo, all’agitazione e all’aspetto depresso; a ciascun item viene attribuito un punteggio che va da 1 (assenza di sintomi) a 7 (gravi sintomi invalidanti). Questa scala è adatta per valutare i sintomi subclinici dei disturbi dell’umore (Belluardo, Conti, Fava, Grandi & Rafanelli, 1998; Bech, Fava, Guidi & Paykel, 2011; Barocka et al., 1995), è anche in grado di misurare diversi aumenti o piccoli cambiamenti vicino alla fine normale dello spettro (Bech, Fava, Guidi, & Paykel, 2011; Bech, 2009).

Dalla versione completa del CID, è stato inoltre selezionato e valutato in modo separato l’elemento della reattività all’ambiente sociale (Bech, Fava, Guidi & Paykel, 2011), che si riferisce ai cambiamenti dell’umore e della sintomatologia, al miglioramento o al peggioramento della patologia in seguito a dei problemi ambientali (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011); in questo caso i punteggi vengono attribuiti su una scala a 7 punti e si possono disporre lungo un continuum. Agli estremi di questo continuum si individuano i cambiamenti che non sono dovuti all’ambiente, che corrispondono al punteggio 1, e la fonte della depressione dipende interamente da determinate situazioni specifiche, che corrisponde al punteggio 7. Infine, al centro di questo continuum si individuano tutti quei soggetti che presentano un punteggio 3, i quali possono avere dei miglioramenti limitati, determinati da fattori non specifici, come per esempio il supporto sociale (avere qualcuno con cui parlare) (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli, & Tomba, 2011). Questo strumento è stato utilizzato per misurare il cambiamento al momento del trattamento nel disturbo ciclotimico.

La Scala della Mania (MAS, Mania Scale) (Miklowitz, 2008), consta di 12 item i cui punteggi possono variare da 0 a 4 (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011).

Obiettivi e Risultati dello studio

Lo scopo di questo studio era quello di applicare la Well-Being Therapy con la CBT ad un campione di pazienti con disturbo ciclotimico e confrontare la sua efficacia con l’utilizzo di interventi clinici che non facessero ricorso alla CBT e alla WBT.

Attraverso la somministrazione delle scale sopra descritte, sono emerse differenze significative tra i due gruppi. In particolare, i pazienti che sono stati sottoposti alla Well-Being Therapy e alla CBT avevano maggiori miglioramenti rispetto a coloro i quali sono stati trattati con dei trattamenti di gestione clinica (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011).

Secondo gli autori dello studio, è dunque possibile affermare che la combinazione sequenziale di CBT e WBT ha avuto un effetto importante sul disturbo ciclotimico, infatti, sono stati osservati degli effetti significativi sui sintomi ciclotimici, attraverso la somministrazione del CID e del MAS, rispetto ai soggetti che sono stati sottoposti ad un trattamento di gestione clinica (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011).

Dagli studi follow-up di 1-2 anni dal trattamento è emerso che in più della metà dei casi trattati con la CBT e la Well-Being Therapy non era più presente una diagnosi di disturbo ciclotimico dopo il trattamento e si è verificata anche una riduzione della comorbilità ansiogena (in quanto i pazienti presi in esame presentavano delle comobilità ansiogene), al contrario, nell’altro gruppo i sintomi ciclotimici erano ancora presenti (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011).

Differenze nel trattamento tra primo gruppo e secondo gruppo

Per quanto riguarda i trattamenti applicati al primo gruppo della ricerca effettuata da Fava e collaboratori (2011) la Well-Being Therapy aveva come obiettivo quello di intervenire sulle dimensioni alterate del benessere psicologico di Ryff (Fava, 1999), invece, la CBT permetteva di individuare gli schemi mentali e i pensieri automatici disfunzionali (Beck & Emery, 1985) e ristrutturarli in modo più efficace (Belaise et al., 2006), nello studio precedentemente descritto è stata anche utilizzata per ridurre l’ansia.

L’obiettivo del trattamento era quello di ristrutturare i pensieri ed i comportamenti disadattativi ed aumentare i comportamenti adattativi (Fava, 1999), nello specifico: migliorare il benessere psicologico e sostituire le percezioni ipomaniche di breve durata con adeguati livelli di benessere (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011).

Per quanto riguarda il trattamento del disturbo ciclotimico, la combinazione CBT e WBT, consta di tre fasi: la fase iniziale, centrale e finale (Fava, Guidi, Grandi, Rafanelli & Tomba, 2011). Nella fase iniziale, che riguarda i primi due incontri, il terapeuta si concentra sulla sintomatologia del paziente e l’organizzazione del trattamento dipende dai sintomi e dai problemi che il paziente presenta. I pazienti svolgono un ruolo attivo, in quanto prima monitorano e successivamente annotano su un diario i loro episodi di sofferenza. I diari vengono utilizzati in tutta la durata del trattamento.

Nella fase centrale, che comprende tre incontri, se il paziente presenta degli episodi di ansia, come nello studio svolto da Fava e collaboratori (2011), vengono pianificate delle strategie di esposizione da svolgere a casa (Marks, 1987). Inoltre, durante questa fase il terapeuta valuta quali sono le aree del benessere che sono adeguate, quindi in cui non sono presenti i pensieri automatici e disfunzionali (Fava, 1999). Quando vengono individuati questi pensieri, il terapeuta può chiedere per esempio: “quali sono le prove a favore o contro questa idea?” oppure “stai pensando in termini tutto-o-niente?” (Beck, Rush, Shaw & Emery, 1979), quindi, utilizza delle strategie e delle tecniche per aiutare i pazienti a correggere i loro punti di vista distorti e le loro credenze disadattive, in particolare per quanto riguarda i sintomi depressivi, inadeguatezza, irritabilità (Ramirez Basco & Rush, 1996).

Infine, nell’ultima fase, composta da tre incontri, il paziente viene incoraggiato a svolgere l’automoniotoraggio dei momenti di benessere (Fava, 1999). In questa fase si agisce sulle dimensioni del benessere psicologico che sono alterate (Fava, 1999).

Conclusioni

Un aspetto che deve essere precisato, si riferisce al fatto che i pazienti non devono raggiungere elevati livelli di benessere in tutte le dimensioni, bensì devono raggiungere un livello di funzionamento equilibrato con l’ausilio della ristrutturazione cognitiva (Ruini, 2017).

Affrontare la morte di un caro amico: le variabili coinvolte nel processo di elaborazione del lutto

Nella maggior parte dei casi, il dolore è una risposta naturale al lutto, per questo di solito le persone si adattano alla loro perdita, ma il loro livello di adattamento e le corrispondenti risposte emotive, comportamentali, psicologiche e fisiche differiscono in base a molte variabili.

 

Ad esempio variano a seconda dell’età, dell’etnia, dei tratti di personalità, religiosità, resilienza, del supporto sociale e della relazione che avevano con il defunto. Gran parte della ricerca fatta finora sul lutto si è concentrata sulla morte di un parente di primo grado, spesso il coniuge.

Lutto: cosa accade quando perdiamo un caro amico

La letteratura mostra che le persone più giovani in lutto, di solito, presentano un dolore più pronunciato rispetto agli anziani, tuttavia gli anziani tendono a sperimentare una maggiore solitudine. Inoltre, la religione, generalmente, ha un impatto positivo sul dolore in quanto aiuta le persone a gestire gravi crisi come la morte, e di solito le comunità religiose forniscono spesso un supporto sociale per aiutare le persone a far fronte alla loro perdita.

I tratti della personalità svolgono un ruolo importante nel processo del lutto: chi ha un’autostima maggiore sarà capace di sopportare meglio lo stress, le emozioni positive aiutano gli individui a gestire l’ansia e la depressione derivanti dal lutto, chi ha un punteggio alto nel “nevroticismo” è solitamente più fragile e non si adatterà facilmente al lutto.

Per questo studio i ricercatori si sono voluti concentrare sulla morte degli amici, e non più sui famigliari, indagando le caratteristiche fisiche e psicologiche dei soggetti che avevano perso un amico, dal momento che si pensa che il trauma causato dalla morte di un amico intimo duri 4 volte di più. Lo studio, condotto dall’Australian National University (ANU), è stato pubblicato su Plos One.

Ogni qual volta si perde un caro amico è necessario riconoscere che vi è un tempo per poter piangere il proprio defunto, poiché questo è parte del processo del lutto.

La ricerca mostra come la morte di un amico intimo incida significativamente sul benessere fisico, psicologico e sociale di una persona, per un lasso di tempo fino a quattro anni. Al contrario studi precedenti, indicano come periodo circa 12 mesi.

Morte di un amico: uno studio longitudinale

Per lo studio si sono utilizzati i dati longitudinali di 26.515 australiani della Household, Income and Labour Dynamics in Australia Survey, di questi 9.586 avevano vissuto la morte di almeno un amico intimo.

I risultati mostrano che le persone che avevano subito un lutto di un amico e quelle non in lutto presentavano caratteristiche sociodemografiche molto diverse. Nello specifico le persone in lutto erano più anziane, meno istruite, più religiose, con risorse economiche precarie e livello di occupazione inferiore.

Emerge anche che chi era socialmente isolato, a seguito della perdita di un amico, soffriva di più provando un dolore maggiore che poteva durare anche per 4 anni.

Per quanto riguarda la differenza di genere le donne sono più predisposte a sviluppare sintomi depressivi in seguito a un lutto.

Concludendo il lutto porta spesso ad un disagio psicologico e le risposte degli amici al lutto sono influenzate dall’età della persona, dal genere, dalla religione, da fattori intrapersonali come la personalità e la salute mentale, nonostante fino ad oggi vi è stata una mancanza di dati solidi che dimostrano l’impatto della morte di un caro amico.

Lo studio presenta anche dei limiti, in particolare i risultati, basati su questionari autocompilati, potrebbero essere non del tutto veritieri, non si sa se la perdita subita sia semplice o complicata ed infine i dati non forniscono informazioni dettagliate sulla natura e le cause della morte che possono essere fattori di rischio importanti che guidano l’intensità del dolore.

Empatia: nuovi modelli

Perché di fronte ad una persona che si commuove alcuni di noi tendono a commuoversi allo stesso modo? E perché gli sbadigli sono contagiosi?

 

Una nuovissima ricerca del Max Planck Institute di Berlino e del Sante Fe Institute (Mafessoni & Lachmann, 2019) ha tentato di dare una risposta a questi interrogativi.

Empatia: i processi cognitivi sottostanti

Due autori, in particolar modo, hanno tentato di spiegare quali siano i processi cognitivi che sottostanno ad una grande varietà di risposte empatiche negli individui, specificatamente si sono concentrati su:

  • Contagio emozionale;
  • Sbadigli contagiosi;
  • Patologie psichiche come la ecoprassia (ovvero la ripetizione compulsiva dei movimenti che un dato individui osserva negli altri) e la ecolalia (ripetizione compulsiva dei discorsi sentiti).

Secondo Fabrizio Mafessoni, ricercatore post-dottorato presso l’Istituto Max Planck per l’antropologia evolutiva, infatti, i modelli teorici standard delle origini dell’empatia tendono a focalizzarsi su scenari basati sulla cooperazione tra simili.

Mafessoni, e il suo co-autore Michael Lachmann, un biologo teorico e professore all’Istituto Santa Fe, hanno esplorato la possibilità che i processi cognitivi sottostanti un’ampia gamma di risposte empatiche – tra cui i tre processi soprammenzionati – potrebbe evolversi anche in assenza di meccanismi che mirano a favorire la cooperazione tra individui.

Secondo i due autori gli esseri umani, e più in generale tutti gli animali, possono mettere in atto dei comportamenti volti a stimolare le menti dei propri simili, il che non vuol dire che riescano ad entrare all’interno della mente degli altri, le quali restano impenetrabili come delle scatole nere. Più semplicemente i due ricercatori affermano che alcuni comportamenti vadano a stimolare a livello cognitivo le menti degli altri individui. Tali atti stimolativi non sarebbero quindi volti a un qualche tipo di cooperazione tra individui.

Empatia: i vantaggi

Tali comportamenti sono vantaggiosi per gli umani, in quanto permettono ai soggetti che osservano un individuo agire un dato comportamento (ad esempio ridere o sbadigliare) di poter inferire quale sia il suo stato mentale.

È proprio questo il motivo individuato da Mafessoni e Lachmann per spiegare come e perché evolva il sistema empatico in questione: l’origine dell’empatia non risiederebbe nella semplice spinta a cooperare ma andrebbe ricercata nel bisogno degli individui di comprendere gli altri esseri umani.

Il loro modello suggerisce che i sistemi empatici non si evolvono solo perché gli individui sono disposti a cooperare. Si evolvono anche perché gli animali simulano gli altri per immaginare le loro azioni. Secondo Mafessoni:

L’origine stessa dell’ empatia può risiedere nella necessità di comprendere gli altri individui.

Secondo i due autori il loro studio potrebbe cambiare completamente il modo di pensare l’essere umano e gli animali. Effettivamente il loro modello riesce nell’intento di unificare in un singolo meccanismo cognitivo una grande varietà di fenomeni empatici. Certo è che, però, saranno necessari ulteriori studi ed approfondimenti per poter validare maggiormente tale modello.

Il Disturbo selettivo dell’alimentazione

La rilevanza clinica dell’ alimentazione selettiva riguarda soprattutto le conseguenze di tale condotta alimentare sul funzionamento psicosociale del bambino e sul suo sviluppo.

 

Disturbo selettivo dell’alimentazione e DSM 5

Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo (ARFID) è stato introdotto nel 2013 nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5), dove i disturbi della nutrizione dell’infanzia e i disturbi dell’alimentazione sono stati unificati nella stessa categoria diagnostica: i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (ossia ARFID, il disturbo di ruminazione e la pica).
 Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo (ARFID) si sostituisce al Disturbo della nutrizione nell’infanzia o prima giovinezza (FD) descritto nel DSM-IV TR. A differenza di quest’ultimo, l’ARFID non fa riferimento a un periodo dello sviluppo limitato, con il vantaggio di poter essere diagnosticato durante tutto l’arco di vita.

Inoltre, nel DSM 5 la compromissione del funzionamento non si limita a parametri di peso e sviluppo fisico, ma si estende anche a valutare eventuali carenze nutrizionali dovute ad un’ alimentazione selettiva esagerata. I Criteri diagnostici sono:

A – Un’anomalia dell’alimentazione e della nutrizione (ad es. assenza di interesse per l’alimentazione o per il cibo; evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo) che si manifesta attraverso una persistente incapacità di assumere un adeguato apporto nutrizionale e/o energetico associata con una o più delle seguenti:

  1. Significativa perdita di peso o nei bambini incapacità a raggiungere il peso relativo alla
 crescita
  2. Significativa carenza nutrizionale
  3. Dipendenza dalla nutrizione enterale o da supplementi nutrizionali orali
  4. Marcata interferenza col funzionamento psicosociale

B – Il disturbo non è connesso con la mancanza di cibo o associato a pratiche culturali.
C – Il disturbo non si manifesta esclusivamente nel corso di anoressia o bulimia nervosa e non vi è evidenza di anomalia nel modo in cui è percepito il peso e la forma del proprio corpo.
D – L’anomalia non è meglio attribuibile a una condizione medica o ad un altro disturbo mentale. Se il disturbo alimentare si manifesta nel corso di un altro disturbo, la sua importanza supera quella del disturbo di base e richiede attenzione clinica.

Ovviamente per poter diagnosticare il Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo è necessario escludere che l’ alimentazione selettiva non sia dovuta ad altre cause: la mancata disponibilità di cibo, fattori culturali, una malattia medica concomitante o un altro disturbo mentale che possano meglio spiegarlo (ad es. anoressia e bulimia nervosa), inoltre si deve poter escludere che l’evitamento del cibo abbia a che fare con il timore di ingrassare e con un eccessiva attenzione al corpo (peso e forma).

L’ARFID può esprimersi con motivazioni differenti e questo ha permesso di identificare tre diversi sottotipi: nel primo sottotipo il cibo viene evitato per un’apparente mancanza d’interesse per il mangiare o il cibo, si tratta di un disturbo emotivo di evitamento del cibo; nel secondo sottotipo l’evitamento del cibo è sensoriale, cioè l’evitamento del cibo è legato alle sue proprietà sensoriali: l’aspetto, il colore, l’odore, la consistenza, il gusto, la temperatura; nel terzo sottotipo l’evitamento del cibo è dovuto alla paura che mangiare possa avere conseguenze negative: come il non riuscire a deglutire e soffocarsi, il vomitare, dolori addominali e diarrea, reazioni allergiche. Anche nausea, reflusso e dolore addominale possono presentarsi in concomitanza del disturbo.
Questo tipo di suddivisione in sottotipi non è ancora stata validata, sebbene abbia un’utilità clinica.

Disturbo selettivo dell’alimentazione nell’infanzia

Con l’espressione alimentazione selettiva si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una gamma ristretta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altri cibi conosciuti o di assaggiarne di nuovi. Mangiano cinque o sei cibi differenti, spesso carboidrati come pane, patate fritte o biscotti. Quando il genitore tenta di ampliare la gamma di cibi il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito.

Molti bambini possono rifiutare il cibo in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore o la consistenza, e la richiesta d’aiuto è solitamente motivata dall’impatto che il fenomeno ha sul funzionamento sociale del ragazzino, come feste di compleanno, gite scolastiche o cene di classe. Generalmente, questi bambini presentano un peso ed un’altezza adeguati all’età e non manifestano preoccupazioni per il peso o la forma del corpo. Nella maggior parte dei casi il bisogno di adeguarsi al gruppo in adolescenza porta a una risoluzione spontanea del problema.

Secondo McCormick e Markowitz indicatori utili a identificare bambini con alimentazione selettiva potrebbero essere i seguenti comportamenti tipici:

  • il bambino mangia solo i cibi preferiti
  • si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo
  • assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti
  • consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà

Tali aspetti dell’ alimentazione selettiva emergono con evidenza nelle diverse definizioni fornite dalla letteratura:

  • Consumo di una varietà inadeguata di alimenti come conseguenza del rifiuto di un’ampia gamma di cibi familiari, così come di quelli sconosciuti. Tale selettività può comportare una forma di neofobia per il cibo, oltre al rifiuto per cibi con specifiche caratteristiche sensoriali.
  • Ridotto apporto di cibo, soprattutto di verdura, e rigide preferenze alimentari, che portano i genitori a preparare il pasto del bambino separatamente rispetto a quello del resto della famiglia.
  • Rifiuto di assumere cibi conosciuti o di assaggiarne di nuovi, abbastanza grave da compromettere il funzionamento e la routine quotidiana ad un livello che può risultare problematico per il bambino, i genitori o la loro relazione.
  • Consumo di un’insufficiente quantità o varietà di cibo come conseguenza del rifiuto di alcuni alimenti.
  • Numero limitato di alimenti nella dieta, rifiuto di assaggiare cibi non conosciuti, scarso apporto di verdura o di altre categorie alimentari, rigide preferenze alimentari e richiesta di una modalità particolare di preparazione dei cibi.

La rilevanza clinica dell’ alimentazione selettiva sembra dunque riguardare soprattutto le conseguenze di tale condotta alimentare. Mentre infatti un atteggiamento sospettoso e selettivo nella scelta dei cibi può avere avuto, a livello evolutivo, una funzione adattiva nella prima infanzia nel ridurre il rischio di assumere tossine, successivamente può rappresentare invece un limite ad una dieta variata, con conseguenti carenze a livello nutritivo.

Nonostante alcuni studi riportino una maggiore assunzione di alimenti altamente energetici, come dolci o snack, tra i bambini con alimentazione selettiva, la maggior parte delle ricerche evidenzia però una globale riduzione dell’apporto alimentare e un’alterazione della composizione nutrizionale della dieta, sottoforma di mancanza di varietà, ridotto apporto energetico, scarsa assunzione di frutta e verdura, carenza di vitamine e minerali, minore assunzione di fibre vegetali e cereali integrali. A ciò sembrerebbe associato un maggiore rischio di sottopeso e di ritardo nella crescita, così come di sovrappeso o di sviluppo di un vero e proprio disturbo della condotta alimentare (Bachmeyer, 2009).

Alimentazione selettiva nell’infanzia e interazione con i caregiver

L’alimentazione rappresenta un aspetto fondamentale dello sviluppo infantile, tanto da poter essere considerata una linea evolutiva verso l’affermazione dell’autonomia. È proprio all’interno dell’interazione madre-bambino durante l’allattamento, lo svezzamento e la transizione verso l’alimentazione autonoma che si colloca, infatti, l’acquisizione di abilità di auto-regolazione e di interazione sociale. Grazie all’interazione con il caregiver durante il momento dei pasti, in parallelo con lo sviluppo di capacità cognitive e motorie e la sempre maggiore differenziazione della vita affettiva, il bambino inizia a sperimentare la propria autonomia anche in campo alimentare.

È proprio all’interno di tale percorso evolutivo che si osservano le prime forme di difficoltà alimentari. Nella maggior parte dei casi esse sono transitorie, in quanto rappresentano l’espressione di difficoltà evolutive temporanee, di lieve entità e tendono a risolversi spontaneamente in tempi rapidi (Sameroff, Emde, 1989). In altri casi, le anomalie che si osservano possono persistere nel tempo e assumere un carattere di disfunzionalità, tale da configurarsi come veri e propri disturbi del comportamento alimentare o dei loro potenziali precursori.

Un ruolo di primaria importanza nell’origine e mantenimento di pattern alimentari anomali sembrano svolgere alcuni comportamenti errati e maladattivi da parte dei genitori. Diversi studi, infatti, hanno messo in luce alcuni aspetti disfunzionali della relazione genitori-figlio che possono rendere difficili i processi di mutua regolazione e di autonomizzazione del bambino durante l’esperienza dell’alimentazione (Ammaniti et al., 2004, Chatoor et al., 1997). Tra i vari aspetti che concorrono all’eziopatogenesi delle difficoltà alimentari in età evolutiva, la letteratura evidenzia inoltre anche il ruolo dell’imitazione di pattern alimentari disfunzionali in famiglia o nel gruppo dei pari, oltre a fattori di natura genetica come una specifica ipersensibilità sensoriale (Scaglioni et al., 2011).

Il ruolo del fattore percettivo nello sviluppo di un fenomeno come l’ alimentazione selettiva si evince dalle diverse fasi dello sviluppo alimentare normale: durante il primo anno di vita, dopo lo svezzamento, i bambini imparano ad apprezzare i cibi ai quali vengono esposti frequentemente, sulla base di informazioni di tipo visivo, gustativo e di consistenza. L’informazione sensoriale non è ancora integrata in una visione unitaria, per cui la familiarità di un alimento si basa sui dettagli sensoriali, senza capacità di integrazione o generalizzazione (es. il “biscotto” è solo quello fatto in un certo modo). Intorno ai 18-20 mesi di vita, con lo sviluppo della tendenza esplorativa, si colloca la fase nota come neofobia, durante la quale i cibi che non vengono considerati come sicuri, ovvero quelli non riconosciuti come familiari, perché nuovi oppure perché presentati in una modalità non riconosciuta come nota, possono elicitare una risposta di disgusto. Tale reazione assume un valore adattivo, proteggendo il bambino dall’assunzione di cibi tossici durante l’esplorazione. Generalmente, la fase della neofobia termina entro il terzo anno di età e solo raramente dura fino ai 5 anni. Progressivamente, i bambini iniziano a imitare il comportamento dei coetanei e ad avere una visione più integrata del cibo, cosi come degli oggetti in generale (es. includono nella categoria ‘biscotto’ diverse forme, colori, consistenze). Tuttavia alcuni bambini manifestano atteggiamenti neofobici ad un livello eccessivo e persistente durante lo sviluppo. Tali reazioni sembrano ritrovarsi con maggiore frequenza in bambini che presentano ipersensibilità agli stimoli sensoriali, principalmente quello visivo e olfattivo, e che presentano un pattern alimentare che può essere assimilato a quello dell’ alimentazione selettiva (Harris, 2012).

Secondo Davies e colleghi anche se fattori infantili come il temperamento, le condizioni organiche, le anomalie strutturali e i problemi e le sindromi dello sviluppo sono stati collegati alla patogenesi dei disturbi alimentari infantili, l’ambiente e i fattori genitoriali possono anche interagire per influenzare e mantenere tali problematiche. La ricerca che si è concentrata sulle influenze materne e del caregiver ha riscontrato che le madri di bambini con disturbi alimentari tendono ad essere più imprevedibili, coercitive, controllanti, insensibili, intrusive ed eccessivamente stimolanti; tendono ad essere meno flessibili e affettuose; hanno maggiori probabilità di usare punizioni fisiche o l’alimentazione forzata; presentano difficoltà nel cogliere i segnali del bambino; infine mostrano più rabbia e ostilità durante l’interazione con i loro figli. Gli studi clinici condotti su bambini con disturbi alimentari hanno mostrato alti livelli di depressione materna, ansia, disturbi alimentari, umore e disturbi della personalità. Quindi, piuttosto che concentrarsi sul bambino o sulla figura genitoriale, Davies e colleghi suggeriscono di definire il disturbo alimentare come un disturbo relazionale.

A sostegno di questo concetto, è stato dimostrato che le caratteristiche del bambino e del suo caregiver interagiscono in molti modi sullo sviluppo e sul mantenimento del disturbo: il comportamento eccessivamente rigido dei genitori in relazione alla crescita e al tipo di alimentazione del bambino, il mancato riconoscimento degli indizi di fame e sazietà, il comportamento caotico dei genitori, l’incapacità di esporre il bambino a una gamma di alimenti, l’incapacità di fornirgli un contesto alimentare appropriato, sono tutti fattori che influenzano lo sviluppo di non adeguati modelli di alimentazione.

Uno studio longitudinale del 2014 (Tharner et al.) su più di 2000 bambini americani si è proposto di individuare un profilo comportamentale dei bambini con alimentazione selettiva. I risultati hanno mostrato che i bambini che rientrano in questa categoria consumano meno quantità di alimenti come vegetali, carne, pesce, poco popolari anche tra i bambini che non hanno questo problema. Tuttavia si nutrono in modo simile agli altri bambini di alimenti quali prodotti raffinati e derivati dal grano, come cornflakes, panini, così come di latticini come lo yogurt e frutta. Dato interessante emerso da questo studio è inoltre il fatto che i bambini con alimentazione selettiva consumano maggiormente, rispetto agli altri, prodotti confezionati come biscotti, snacks o patatine.

I ricercatori si sono spiegati questo fenomeno ipotizzando che le madri di questi bambini siano maggiormente permissive nel lasciarli consumare cibi appetibili ma poco sani, per compensare il basso introito di altri alimenti. Questo potrebbe spiegare anche la scoperta che i bambini di 14 mesi che mostrano un’ alimentazione selettiva non hanno un BMI alterato rispetto ai bambini di pari età. Tuttavia, come notato in diversi studi (Dubois et al., 2007; Ekstein et al., 2010) quando raggiungono l’età di 4 anni, questi bambini hanno un BMI più basso e risultano spesso in sottopeso. Questa ricerca ha mostrato anche differenze nel comportamento materno di nutrimento: le madri dei bambini più esigenti esercitano una maggiore pressione a mangiare. L’insistenza genitoriale però, oltre ad essere una reazione normale e comprensibile al rifiuto del bambino a mangiare, può avere anche un effetto controproducente sul bambino, abbassando il livello di divertimento e piacere associato al pasto; oltre a ciò la pressione da parte dei genitori a mangiare può generare ulteriore resistenza, portando i bambini a detestare proprio quei cibi (Birch et al., 1982). Le associazioni tra il modo di comportarsi dei genitori e i problemi alimentari del figlio potrebbero dunque rappresentare effetti bidirezionali di pattern comportamentali che sono stati sviluppati nel corso della prima infanzia (Kreipe et al., 2012).

Non è inusuale inoltre ritrovare che l’ alimentazione selettiva o il comportamento alimentare schizzinoso corrano nelle famiglie, in parte perché questa condizione è biologicamente e geneticamente determinata, in parte perché questa condizione può essere esacerbata da triggers ambientali riguardo al comportamento alimentare. Uno studio recente (Finestrella, 2012) ha riscontrato infatti una forte associazione tra le abitudini alimentari della madre e del figlio e tra la neofobia della madre e del figlio. Comunque l’esposizione, il modellamento e l’imitazione possono derivare anche dai pari ed essere facilitati dalla frequenza all’asilo nido o della scuola dell’infanzia (Heim et al.2009). Gli effetti del peer modelling possono essere negativi se viene osservato rifiuto per la frutta e i vegetali (Hendy et al., 2000) e questi effetti possono essere difficili da invertire (Greenhalgh, 2009).

Un’altra importante indagine sull’ alimentazione selettiva dei bambini, anche per quanto riguarda le varianti non patologiche, ha portato a concludere che i bambini tendono a richiedere circa 15 esposizioni ad un cibo prima che si fidino ad assaggiarlo (Wardle, Cornell & Cooke, 2005) ed un’altra decina di esposizioni per sviluppare una vera e propria preferenza (Wardle et al. 2003). Una ragione di ciò è legata all’espressione della neofobia, che, come già detto, è una una risposta evolutiva normale che tutti i bambini presentano intorno ai 2 anni, sviluppata per assicurare l’evitamento di cibi potenzialmente pericolosi o tossici (Dowey et al., 2008). Perciò offrendo ripetutamente un cibo inizialmente rifiutato, i genitori giocano un ruolo cruciale nel trasformare un cibo non usuale in uno familiare, diminuendo quindi questa risposta innata. Sfortunatamente molte famiglie non sono consapevoli di questo fenomeno e non associano il rifiuto alimentare a una fase normale dello sviluppo. Diverse ricerche su neonati di 6-9 mesi (Maier, Chabanet, Schaal, Leathwood, & Issanchou, 2007) e bambini di 2- 5 anni (Carruth & Skinner, 2000; Carruth, Ziegler, Gordon, & Barr, 2004) hanno mostrato che i genitori tipicamente rinunciano ad offrire un cibo rifiutato dopo 5 tentativi, quindi troppo presto affinché un bambino possa abituarsi.

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione durante l’infanzia e successive problematiche

Molti autori hanno evidenziato una correlazione tra l’insorgenza infantile dei disturbi dell’alimentazione e successive difficoltà in età più avanzata. A tale proposito, Marchi e Cohen (1990) sottolineano la correlazione tra alimentazione selettiva nella prima infanzia e anoressia nervosa in adolescenza, mentre pica e difficoltà connesse ai pasti costituirebbero significativi fattori di rischio per lo sviluppo della bulimia nervosa. Sulla stessa linea, Kloter et al. (2001) associano comportamenti di rifiuto o avversione verso il cibo con lo sviluppo di disordini alimentari in età adulta. Inoltre, secondo Chatoor (2009) i disturbi alimentari con insorgenza infantile sono connessi anche a deficit nello sviluppo cognitivo, a problemi comportamentali e di ansia, oltre che a disturbi alimentari di varia natura in età più avanzate. Infine Whelan e Coopers, hanno dimostrato che le madri di bambini con problemi di alimentazione selettiva avevano un tasso marcatamente aumentato di disturbi alimentari attuali e pregressi.

Sembrerebbe, inoltre, che bambini con alimentazione selettiva presentino frequentemente un’ipersensibilità tattile e gustativa e siano maggiormente a rischio di sviluppare sintomi psichiatrici (ansia generalizzata, ansia sociale, sintomi depressivi) sia come co-diagnosi, sia durante tutto l’arco di vita. A ciò si aggiungerebbe un maggiore rischio di stress nel caregiver e di effetti negativi sulle relazioni familiari e sociali (Zucker et al., 2015).

Sulla base di tali evidenze risulta fondamentale, per prevenire i disturbi dell’alimentazione nelle prime fasi della vita, che operatori pediatrici e medici in generale divengano consapevoli dei bambini a rischio e prestino attenzione non solo a quei bambini che “cadono dalla curva di crescita” ma anche a quelli con genitori affetti da disturbi alimentari o quelli i cui genitori mostrano una persistente difficoltà a dar loro da mangiare.

L’ alimentazione selettiva: come intervenire

Innanzi tutto è importante interrogarsi e porre un occhio attento verso le manifestazioni del disagio del bambino, su due livelli diversi, uno più relazionale e uno più comportamentale. Il comportamento alimentare del bambino, non può infatti essere inteso solo come qualcosa da educare o omologare, ma anche come qualcosa da comprendere.

L’ alimentazione selettiva, come la neofobia, potrebbero essere l’espressione di una possibile disarmonia della sfera affettiva del bambino, di una fatica, di un malessere o di una difficoltà evolutiva e hanno il valore di messaggio. È quindi importante che i genitori possano osservare, valutare lo stato emotivo del bambino e capire da quanto tempo è presente il comportamento che li preoccupa. Genitori attenti possono comprendere se si tratta di un comportamento transitorio legato a un momento di particolare stanchezza o fatica del figlio (ad esempio l’ingresso del bambino all’asilo nido, la nascita di un fratellino, il rientro della mamma al lavoro…).

Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti, che rischiano di fare dell’atto nutritivo uno strumento di potere. Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (“Se non mangi tutto chiamo il vigile che ti porta via”), ricattatori (“Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare”) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (“La mamma piange se tu non mangi”, “Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà” oppure “Se non lo mangi dopo non ti leggo la storia”).

È utile invece includere una terza persona nell’offerta dei cibi ai bambini piccoli, rendendo possibile ai padri o ad altre persone della famiglia di entrare nel menage alimentare, introducendo modalità e dinamiche relazionali diverse. Questo accorgimento permette anche di valorizzare il pasto come momento conviviale, in cui ci si siede tutti insieme e si rispettano le regole della tavola; questo aiuta a far sì che il pasto non diventi uno scodellamento di alimenti, degradando il valore dell’atto alimentare.

All’interno di questo approccio all’ alimentazione selettiva possiamo inserire diverse ricerche che indagano come alcuni pensieri e di conseguenza comportamenti dei genitori, possono influenzare le condotte alimentari del bambino. Uno studio del 2013 (Russell et al.) ha mostrato che i genitori dei bambini più riluttanti a mangiare e più selettivi, preferivano spiegazioni legate a preferenze di gusto, che venivano considerate stabili, innate e immodificabili; questo spiegava anche la bassa autoefficacia percepita da questi genitori rispetto alla possibilità di cambiare le preferenze alimentari dei figli. Gli autori ipotizzano che se queste famiglie credessero di avere il potere di cambiare la selettività dei loro bambini, si potrebbero creare nuove abitudini alimentari. Suggeriscono perciò di iniziare a diversificare le pietanze proposte nei colori, odori e consistenza, utilizzando gli alimenti che il bambino già mangia e rispettando le spontanee inclinazioni mostrate dai figli.

Un altro suggerimento fornito dagli autori è eliminare la pressione a mangiare, sia alta che bassa; passare dunque dall’affermazione “Assaggialo e se non ti piace non devi mangiarlo”, che però i bambini selettivi percepiscono come: “Se ti piace, lo devi mangiare” a una proposta come: “Assaggia questo minuscolo chicco e dimmi cosa ne pensi”.

L’ultimo consiglio dato da Russell e Worseley è di focalizzarsi sull’educazione alimentare più che sul mangiare; esplorare il cibo è infatti più facile quando è completamente slegato dall’alimentarsi. È importante parlare del cibo in termini di gusto, aroma, apparenza, consistenza, temperatura, suono, origine, prima che i bambini ne mettano un boccone in bocca. Più informazioni sanno, più coraggiosi saranno. Anche il cucinare insieme può essere un’attività utile; se infatti l’obiettivo non è solo quello di far mangiare al bambino ciò che è stato preparato, può aiutare i figli a prendere maggiore confidenza e familiarità con gli alimenti. Questa attività inoltre soddisfa le esigenze affettive, la spontanea curiosità del bambino, il desiderio di sentirsi grandi e importanti, l’imitazione dei genitori e anche l’appetito.

Alimentazione selettiva e ortoressia

Ortoressia è un termine comparso per la prima volta nel 1997 e utilizzato negli ultimi anni dagli esperti dell’alimentazione per segnalare un’attenzione eccessiva rispetto al consumo di cibi sani e naturali. A rendere problematico tale atteggiamento sono le caratteristiche ossessive di ruminazione mentale sul cibo e di ricerca, selezione e consumo degli alimenti. È una patologia inclusa nel DSM 5 nel Disturbo Evitante/Restrittivo dell’assunzione di cibo e rimanda ad uno stile di vita che ruota completamente e persistentemente intorno ad una corretta alimentazione, tanto da influenzare la quotidianità dell’individuo. La focalizzazione è sulla qualità del cibo, sulle norme di controllo, con conseguente evitamento di tutte quelle situazioni sociali che non lo consentono. Così accade che una pratica alimentare salutista finisca per avere esiti problematici come l’isolamento sociale o la carenza nutrizionale.

Dunque, come è possibile discriminare una filosofia di vita da un disturbo del comportamento alimentare, quale l’ortoressia? A rendere difficile questa distinzione è la sovrapposizione, parziale o totale, degli aspetti fenomenici e direttamente osservabili, poiché una scelta accurata e selettiva degli alimenti può avere a che fare con l’adesione ad alcune pratiche culturali, ma può anche riguardare un rapporto di dipendenza dal cibo.

Esistono indicatori per cogliere la differenza? L’utilizzo dell’etichetta ortoressia, adatto più che altro nella comunicazione tra professionisti, non deve indurre a credere che sia possibile fare generalizzazioni. Infatti, la complessità di ciascun individuo non può essere ricondotta a criteri standardizzati né ridotta alla descrizione di un sintomo. È comunque possibile fare riferimento a criteri psicologici che consentano di cogliere i campanelli d’allarme di uno stile alimentare patologico. Nel caso specifico, alla base dell’ortoressia può esserci la paura di ingrassare o di non essere in perfetta salute, talvolta connesse ad una percezione distorta della propria immagine corporea: la paura assume le caratteristiche di un’ossessione per il cibo, il quale perde spesso la sua funzione di appagamento e diventa un veicolo per esercitare controllo e alleviare la tensione.

A ciò si associa un allontanamento dalla dimensione del piacere che viene sostituita da quella del sollievo, possibile grazie alla rigidità delle regole e all’accuratezza della pianificazione alimentare. Comportamenti di questo tipo necessitano di una particolare attenzione agli ingredienti di ciascun cibo, di un’ispezione dettagliata delle etichette. Interviene inoltre una componente psicologica importante: entro una simbolizzazione del contesto del tipo “buono-cattivo”, gli alimenti non conosciuti o non accettati vengono vissuti come cattivi e in quanto tali minacciosi. Così, chi soffre di ortoressia arriva a privarsi di qualsiasi situazione sociale che possa ostacolare la conoscenza dei cibi e la ricerca di un’alimentazione sana e, sostanzialmente, quella che sembrerebbe una scelta finisce per diventare una gabbia, una torre di controllo e di rinuncia al confronto e allo scambio, a garanzia della propria sicurezza.

È bene evidenziare che non soltanto l’attenzione al cibo sano può avere alla base un disturbo del comportamento alimentare. Esistono infatti altre pratiche, sempre più condivise, che possono nascondere un disturbo pur non avendo nulla a che fare con una dimensione patologica. È il caso, ad esempio, del breatharianismo (o respirarianesimo), una pratica collegata all’ascetismo orientale e secondo la quale è possibile nutrirsi di solo “prana”, una specie di nettare prodotto dalla respirazione che consente di apportare al corpo le necessarie energie senza bisogno di mangiare e, in alcuni casi, di bere. Ancora, chi pratica sungazing (o HRM) riferisce la possibilità di nutrirsi esclusivamente di “sole”, attraverso l’osservazione diretta di quest’ultimo. Entrambe le pratiche prevedono il digiuno o una forte limitazione nell’assunzione di cibo e liquidi. Le conseguenze fisiche correlate possono essere la disidratazione, la perdita di peso e, nelle donne, l’amenorrea, condizioni riscontrabili anche nell’anoressia nervosa.

In generale, è possibile distinguere una scelta alimentare sana da una invece patologica? Quando uno stile alimentare può essere considerato “normale”? Se si pensa alla patologia secondo un modello dimensionale è impossibile parlare di normalità, dunque è impossibile discriminare in modo dicotomico sanità e patologia. È però possibile cogliere la problematicità e la disfunzionalità di alcune situazioni in base al grado di flessibilità che propongono e, in altre parole, un comportamento alimentare può essere considerato patologico quanto più assume caratteristiche di rigidità. Ecco allora che la stessa pratica alimentare può essere sana o patologica: la differenza starà nella modalità con cui viene messa in atto, nel significato che le si attribuisce, nei simboli che il cibo veicola. È importante quindi interrogarsi sulla funzione specifica che il cibo ricopre e porre attenzione a quei comportamenti che, seppure comuni o condivisi, possono essere importanti segnali se colti in tempo.

Nei disturbi del comportamento alimentare il cibo viene infatti utilizzato per comunicare un disagio difficile da esprimere altrimenti e in questo senso la riflessione proposta non ha il fine di demonizzare alcune pratiche alimentari piuttosto che altre, ma quello di accendere una luce sulla possibilità che alcuni disagi possano trovare nascondiglio e rifugio dietro un’appartenenza culturale legittimante e al tempo stesso rassicurante.

Equilibrio emozionale, affetti e cognizioni

L’ equilibrio emozionale è stato oggetto di studio e di interesse da parte di diversi autori (Wong, 2010); i quali hanno preso in considerazione gli affetti e le cognizioni (Schwartz, 1993). 

 

Questi due concetti si influenzano reciprocamente (Halgin & Whitbourne, 2008) e gli studiosi, per studiare l’ equilibrio emozionale, li hanno sovrapposti (Schwartz, 1993).

Nonostante tale sovrapposizione, è importante saperli distinguere:

  • gli affetti, si riferiscono ad emozioni, umori e sentimenti;
  • le cognizioni, corrispondono alle credenze, aspettative e ai pensieri (Schwartz, 1993).

Secondo il modello dell’equilibrio cognitivo, il benessere è dato da un equilibrio delle cognizioni positive e negative (Wong, 2010).

Equilibrio emozionale: gli studi

Dagli studi di Johnson e Wood (2016) è stato riscontrato che la condizione di salute è data dalla presenza di un equilibrio complesso tra le caratteristiche psicologiche positive e quelle negative.

La Fredrikson e Losanda ritengono che per la condizione di flourishing (prosperità/floridezza) e per superare la tossicità degli affetti negativi, dev’esserci un rapporto di 2.9:1 di emozioni positive a negative (Ruini, 2017).

Quindi, le esperienze di emozioni positive dovrebbero superare quelle negative con un rapporto di circa 3 (Ruini, 2017).

Tuttavia, le autrici hanno calcolato che un rapporto di 11.6 a 1 andrebbe a caratterizzare un’eccessiva elevazione dell’umore, che la trasforma in patologica, nonostante ciò questo modello è stato fortemente criticato e risulta essere empiricamente inconsistente (Ruini, 2017).

Equilibrio emozionale: come viene studiato

Gli approcci che studiano questo argomento hanno in genere misurato la frequenza, o in alcuni casi l’intensità, delle cognizioni e degli affetti, utilizzando delle strategie di assessment cognitivo-comportamentale (Merluzzi, Glass, & Genest, 1981), che comprendono: una lista di controllo di cognizioni / affetti positivi e negativi, su quali soggetti indicano (su scala Likert) la misura in cui hanno vissuto varie cognizioni e affetti dopo una specifica situazione stressante (Schwartz, 1993); un elenco dei pensieri, in cui i soggetti scrivono i loro pensieri e sentimenti in risposta a situazioni precedentemente sperimentate (Schwartz, 1993); ed infine esporre ad alta voce i loro dialoghi mentali, in modo tale che si possano registrare durante la situazione comportamentale (Schwartz, 1993).

Il rapporto o il saldo viene calcolato dalla somma degli elementi positivi e negativi approvati nelle liste di controllo o nella frequenza dei conteggi, che derivano dall’elenco dei pensieri o dai protocolli parlanti ad alta voce (Schwartz, 1993).

Una ricerca cognitivo-comportamentale, che ha utilizzato le suddette tecniche, ha valutato le cognizioni e gli affetti positivi e negativi, gli individui privi di patologia mantenevano approssimativamente un rapporto 1,7 a 1 tra cognizioni e affetti positivi e negativi e che le deviazioni da questo equilibrio erano associate alla psicopatologia (Schwartz, 1986).

Equilibrio emozionale e modello degli Stati della Mente (SOM)

Secondo il modello degli stati della mente (SOM, States of Mind) il benessere è dato anche in questo caso da un equilibrio tra le emozioni positive e negative; in percentuali la condizione di equilibrio emozionale, quindi anche di funzionamento psicologico (Wong, 2010), è data dal 62% di cognizioni o affetti positivi (Ruini, 2017).

Inoltre, il modello SOM propone cinque categorie di self-talk (Garamoni & Schwartz, 1989).

Il dialogo positivo SOM è considerato ottimale per l’adattamento psicologico ed è definito da un rapporto in cui i pensieri positivi sono rappresentati a .62 ± .06 (Treadwell & Kendall, 1996). La categoria del dialogo negativo è caratterizzata da rapporto positivo / negativo di .38 ± 0,06. Caratteristiche cliniche associate del Dialogo Negativo includono ansia moderata o depressione. La categoria Dialogo Interno di Conflitto (un rapporto pari a 0,5 ± 0,05) è associata a insicurezza, preoccupazione e mitezza, ansia o depressione (Treadwell & Kendall, 1996).

Il soggetto può inoltre presentare dei punteggi SOM o eccessivamente alti o eccessivamente bassi.

I soggetti che presentano punteggi eccessivamente alti (SOM ≥.69), rientrano nella categoria di monologo positivo; caratterizzato da affermazioni positive (Treadwell & Kendall, 1996). In questi casi possono essere presenti mania, grandiosità e impulsività (Treadwell & Kendall, 1996) e se protratto nel tempo potrebbe esitare nella negazione patologica (Schwartz, 1993).

I soggetti che, invece, presentano punteggi eccessivamente bassi (SOM ≤.31), rientrano nella categoria di Monologo negativo; caratterizzato da auto-affermazioni negative. In questi casi possono essere presenti sintomi di depressione grave o acuta (Treadwell & Kendall, 1996) e panico (Schwartz, 1993).

Gli esseri umani vengono percepiti come individui che si adattano e lo fanno per mezzo di complessi processi di feedback per risolvere le polarità in conflitto per mantenere un ottimale equilibrio tra stati estremi (Schwartz, 1993).

Il modello SOM considera la persona come un sistema che è in grado di autoregolarsi autonomamente, infatti, cerca di integrare le polarità positive e negative che sono in conflitto, per creare una condizione di equilibrio emozionale (Schwartz, 1993).

Una coscienza perfettamente equilibrata può concentrarsi principalmente sul presente, con proporzioni minori di consapevolezza distribuita tra passato e futuro (Schwartz, 1993). Le persone depresse possono proiettarsi eccessivamente (oltre che negativamente) nel passato, mentre le persone ansiose possono proiettarsi nel futuro (Schwartz, 1993).

Equilibrio emozionale: quando è positivo?

Gli approcci di equilibrio sono convertibili indipendentemente dal risultato ottenuto, tuttavia gli individui normali mantengono un preciso equilibrio tra positività e negatività (Schwartz, 1993).

Per affrontare eventi di vita stressanti in modo adeguato è opportuno che l’individuo presenti il 62% di emozioni e cognizioni positive (Schwartz, 1993).

Pertanto, si presume che in caso di patologia il valore può andare al di sotto o al di sopra del 62%; infatti sia negativo (valori minori del 62%) che eccessivamente positivo (valori maggiori del 62%) (Schwartz, 1993).

Questo modello riflette la teoria della mente di Lefebvre; la quale ritiene che gli esseri umani possiedono un computer interno che permette loro di regolare il rapporto delle proprie emozioni e dei propri pensieri positivi e negativi nei vari contesti in cui si trovano (Ruini, 2017).

I processi di regolazione emotiva sia positiva che negativa possono essere descritti funzionalmente utilizzando l’algebra di Bolean, in quanto si vuole dimostrare che la mente ha un “meccanismo algebrico interno” per modellare giudizi dicotomici come auto-altro e positivo-negativo che, in circostanze particolari, genera il valore teorico del 62% (Ruini, 2017).

Il bilancio tra affettività o cognitività positiva e negativa si ottiene con il rapporto di pensieri positivi con la somma di pensieri positivi e negativi (Wong, 2010), ottenendo la seguente formula: p/ [p + n] (Ruini, 2017).

Nello specifico, si può osservare che il rapporto da 1,7 a 1 delle cognizioni positive a negative osservate nella letteratura cognitivo-comportamentale (descritta all’inizio), se calcolato come rapporto tra cognizione positiva e cognizione positiva e negativa, si avvicina molto al valore 62% (Positivo / Positivo + Negativo = 1.7 / [1.7 + 1.0] = 1.7 / 2.7 = 0.629.., quindi 63%) (Schwartz et all., 1993).

Questi valori rappresentano l’esito probabile della risposta positiva individuale all’ambiente (Ruini, 2017).

Per poter calcolare i valori, che dipendono sia dalle situazioni sia dalle risposte personali, si utilizza 1, che riguarda gli stati mentali positivi e 0, invece, riguarda gli stati mentali negativi (Ruini, 2017).

Un certo numero di studi ha rilevato che le persone che presentano un valore di bilancio di .62 può rappresentare uno stato mentale anormale associato ad un affronto con successo di situazioni negative e stressanti (Fasiczka, et al., 2002).

Equilibrio emozionale: il Modello degli Stati Mentali Bilanciati

In risposta ai risultati precedentemente esposti, Schwartz (2002) ha sostituito il modello SOM originale con un modello degli stati mentali bilanciati (BSOM) riformulato e basato sul modello matematico di coscienza (Lefebvre, 1985, 1990), precedentemente descritto.

Un importante cambiamento nel modello riformulato è che l’insieme originale del dialogo positivo (.62) non viene più considerato un valore corrispondente al benessere dell’individuo (Wong, 2010).

Il nuovo modello distingue, infatti, dei valori che partono da strategie di un umore severamente negativo e basso (SOM= .50) a strategie con stress (SOM= .62), ad un normale funzionamento (SOM= .72), funzionamento ottimale (SOM= .81), umore fortemente positivo (SOM= .87), quest’ultimo caso è legato all’eccesso di positività che è associato con rifiuto, grandiosità e stati maniacali (Ruini, 2017).

Un crescente numero di ricerche ha confermato che l’eccesso di emozioni negative è problematico e caratterizza i pazienti che presentano depressione e ansia, tuttavia ci sono pochi studi in letteratura che indagano il ruolo tossico che ricopre un eccesso di emozioni positive e la mancanza di una relazione equilibriata con una negatività appropriata e funzionale (Ruini, 2017).

Nonostante la mancanza di ricerche su questo ambito un’adeguata presenza di emozioni positive sono degli elementi importanti per la condizione di flourishing (Ruini, 2017).

Il ruolo dell’olfatto nella relazione affettiva

Quale ruolo gioca l’ olfatto nel mantenimento di una relazione sentimentale? Gli esseri umani, cosi come le altre specie che abitano il pianeta, hanno avuto necessità di dispositivi endogeni in grado di fornire informazioni utili a decifrare l’ambiente circostante, per interagire con questo in funzione delle sue caratteristiche peculiari e per svolgere tutte quelle attività che ne assicurano la sopravvivenza.

 

Così, la conformazione dell’occhio di un’aquila le consente di percepire la variazione cromatica ed il movimento di una preda a più di 3,5 km di distanza; l’ecolocalizzazione consentita dal radar dei pipistrelli permette loro di muoversi e cacciare nel buio totale; l’udito sopraffino della tarma della cera (dai 30 ai 300kHz) si è evoluto per consentirle di sfuggire al suo predatore più temibile, captando frequenze inconcepibili per l’orecchio umano (che si assesta sui 30 kHz).

Per lungo tempo si è guardato alla nostra specie come svantaggiata dal punto di vista sensoriale, se messa a confronto con l’arsenale altamente performante di altri animali: è questo il caso per quanto riguarda la nostra capacità olfattiva.

Olfatto: quanto è sviluppato il nostro rispetto a quello degli animali?

Le dimensioni del nostro bulbo olfattivo sono notevolmente ridotte se confrontate con quelle delle altre specie, motivo che ha spinto il neurologo Paul Broca nell’Ottocento, ad ipotizzare un’atrofizzazione di tale area in favore dei lobi frontali, sedi del linguaggio e del pensiero, evolutivamente più recenti e pivotali nell’evoluzione della nostra specie. Studi di genomica dei primi anni duemila sembrarono ulteriormente supportare tale concezione, riscontrando come su 1000 geni che codificano recettori olfattivi, solo 390 diventassero realmente attivi, rimanendo tutti gli altri degli “pseudogeni” non trascritti. Contrariamente a tali premesse, oggi riconosciamo all’Uomo una capacità osmica che è stimata sul triliardo di tracce olfattive, ampliando non solo la gamma di odori riconosciuti, ma anche le informazioni che tali tracce veicolano e da ultimo, il ruolo che l’ olfatto possa giocare nella nostra esistenza.

Olfatto: quanto incide nella scelta del partner

Una recente review a opera di Mahmut & Croy (2019) ha avuto il merito di raccogliere le conclusioni di innumerevoli studi che si sono proposti di indagare il ruolo degli odori corporei nelle varie fasi di una relazione sentimentale, sia in soggetti dall’ olfatto inalterato che in individui anosmici o iposmici (condizioni congenite o acquisite). Il primo stadio, quello della selezione del partner, favorisce l’utilizzo delle informazioni veicolate dagli odori corporei, grazie anche alla vicinanza fisica ricercata attivamente dai membri della coppia in questa fase. Lübke, Hoenen & Pause nel 2012 hanno riscontrato come individui dal differente orientamento sessuale mostrassero pattern di attivazione cerebrale maggiori nell’annusare una maglietta impregnata del sudore di un individuo compatibile con le proprie preferenze, discriminando con successo un potenziale match; oltre al sesso del potenziale partner, il sudore contiene altre informazioni rilevanti nella scelta di un compagno, come il suo profilo immunologico, ovvero la capacità di combattere i patogeni inscritta nel suo DNA: in natura viene generalmente favorito l’accoppiamento tra esemplari con un Complesso Maggiore di Istocompatibilità (MHC) dissimile.

Wedekind, Seebeck, Bettens e Paepke (1995), così come Havlíček, Roberts e Flegr (2005) hanno confermato la capacità delle donne umane di discriminare tale caratteristica basandosi su tracce olfattive; inoltre, diversi studi (Wedekind et al., 1995; Roberts, Gosling, Carter & Petrie, 2008; Sorokowska, Pertowski, Schafer, Kromer, Schmidt, Sauter…et Croy, 2018) hanno scoperto come tale capacità risulti mediata nella popolazione femminile dall’assunzione di contraccettivi orali ormonali. Sebbene sia ancora dibattuto il ruolo del testosterone maschile nell’influenzare la preferenza osmica nella donna, sembrerebbe chiara una netta tendenza nello scegliere gli odori corporei di uomini dall’aspetto “dominante”, preferenza che fluttua in funzione dello stato coniugale della donna in questione e dalla fase dell’estro in cui essa si trova. Conversamente, Singh & Bronstad (2004), Havlíček, Dvořáková, Bartoš & Flegr (2006), Gildersleeve, Haselton, Larson & Pillsworth (2012), hanno riscontrato come l’uomo abbia una netta preferenza per l’odore delle donne che si trovino in fase ovulatoria rispetto a qualsiasi altra fase del ciclo mestruale.

Olfatto: ci aiuterebbe a scegliere un partner sano

Ancora, il sudore contiene informazioni sullo stato di salute dell’individuo, così come riscontrato da Olsson, Lundström, Kimball, Gordon, Karshikoff, Hosseini, Sorjonen, Olgart Höglund,Solares & Soop (2014), che hanno iniettato endotossina (composto che segnala la presenza di un infezione) in soggetti altrimenti sani, ottenendo quella che può essere vista come una “risposta immunitaria comportamentale”, ossia una risposta di evitamento dei presunti malati da parte dei soggetti sperimentali. In soggetti con anosmia e iposmia sia congenita che non, sono stati riscontrati tassi di depressione e di disagio sociale maggiore rispetto ai soggetti normodotati, così come un ridotto desiderio sessuale (Gudziol, Wolff‐Stephan, Aschenbrenner, Joraschky & Hummel, 2009; Schäfer, Mehler, Hähner, Walliczek, Hummel & Croy, 2019). Questo è in linea con la letteratura, che vede gli incontri sessuali valutati più positivamente da parte di quei partecipanti con un’acuità olfattiva maggiore (Bendas, Hummel, Croy, 2018).

La fase di mantenimento ha invece un focus differente, incentrato sulla costruzione dell’intimità emotiva, investimento relazionale sul lungo termine e senso di sicurezza: gli studi riportati da Mahmut e Croy decretano come la maggioranza degli individui (77%) abbia in questa fase valutato l’odore del proprio partner come gradevole o molto gradevole (Croy, Frackowiak, Hummel & Sorokowska, 2017), preferendolo inoltre all’odore di estranei (Sorokowska, Pietrowski, Schäfer, Kromer, Schmidt, Sauter,… & Croy, 2018), tanto da avere un effetto calmante e rassicurante, se usato in modo consolatorio, ad esempio annusando indumenti o cuscino del partner in sua assenza (McBurney, Shoup & Streeter, 2006). Un ulteriore ruolo degli odori potrebbe essere quello di mediare la sintonizzazione emotiva tra gli individui: Prehn-Kristensen, Wiesner, Bergmann, Wolff, Jansen, Mehdorn, Ferstl & Pause (2009) hanno riscontrato come essere esposti a del sudore prodotto durante uno stato ansioso elicitasse nei soggetti sperimentali un’attivazione di quelle regioni che modulano una risposta empatica (e.g. insula, corteccia cingolata), contrariamente a quanto avvenisse in presenza di sudore da sforzo; o come dimostrato da Gelstein, Yeshurun, Rozenkrantz, Shushan, Frumin, Roth & Sobel (2011), l’esposizione al solo odore di lacrime di soggetti femminili pare essere in grado di deflettere l’arousal, abbassare il livello di testosterone e in generale di ridurre l’attivazione delle aree che modulano l’attivazione sessuale nell’uomo.

Olfatto: quando finisce una relazione sentimentale, anche l’odore ha il suo peso

Sebbene ancora non vi siano stati studi specifici sul ruolo degli odori corporei nella fase di interruzione di un rapporto, l’expertise di terapeuti di coppia e psichiatri riporta aneddoticamente di come sul termine della relazione sentimentale sia estremamente comune che un partner non tolleri più l’ odore del (ex)compagno: potrebbe in questo caso trattarsi di un “effetto alone negativo”, laddove caratteristiche temperamentali e personologiche che risultano insostenibili rendono intollerabile anche l’ odore della persona stessa. Basandoci sulla letteratura fin qui citata, la gradevolezza di un odore può essere influenzata da oscillazioni ormonali (ad esempio un contraccettivo orale), indizi di malattia ed altri fattori, ma è facile intuire come l’esperienza soggettiva di disgusto, seppure non computato razionalmente, possa da ultimo spingere all’evitamento del contatto fisico e dell’intimità sessuale (Andrews, Crone, Cholka, Cooper & Bridges, 2015), con prevedibili ripercussioni nefaste sul rapporto, incrementando inoltre la possibilità di ingaggiare in relazioni extra-diadiche.

Il mondo Occidentale sembra aver ingaggiato una guerra contro gli odori, che vengono quotidianamente neutralizzati e coperti da fragranze artificiali per il corpo, per gli indumenti, per gli ambienti: i risultati raccolti da Mahmut e Croy (2019), svelano invece, con le dovute limitazioni dovute ai rispettivi disegni sperimentali, come l’ olfatto giochi un ruolo cruciale nella nostra vita sociale ed interpersonale, che resta ancora ampliamente da svelare in ricerche future.

I mille volti del drop out

I pazienti se ne vanno. Succede. Non possiamo fingere che nessuno ci abbia mai lasciati così all’improvviso, magari in malo modo e soprattutto che la cosa sia passata sottecchi.

 

Il drop out è, infatti, il fenomeno secondo il quale il paziente abbandona la terapia prima che essa si concluda o comunque prima che si raggiungano gli obiettivi prefissati e può succedere tanto in terza seduta tanto alla 101esima.

Interruzione prematura della terapia: come si sente il terapeuta?

Quello che possiamo chiederci, però, è come ci sentiamo noi terapeuti quando questo si verifica. Abbandonati? Arrabbiati? In colpa? Intimoriti? Beh, ognuna di queste emozioni la dice lunga, su di noi ovviamente. Se, infatti, riuscissimo ad identificare l’emozione che ne segue e ci lasciamo guidare da essa verremmo a capo di cose interessanti. Ma fermiamoci e ragioniamo un attimo: il drop out è un evento che riguarda tutti e due gli elementi della relazione terapeutica. Quando il fidanzato ci molla, è davvero sempre e solo colpa sua? Quando il coinquilino se ne va perché non gli piace più condividere l’appartamento con noi, siamo davvero certi che non abbiamo contribuito a questo addio oppure era davvero solo una sua esigenza di spostarsi in una casa più grande?

Al di là di come l’addio in questione risuoni dentro noi, e delle modalità con sui esso si è esplicato, l’aspetto più importante riguarda la sua gestione. Nella mia pratica clinica ho provato ad identificare diversi tipi di drop out: ci sono pazienti che spariscono e non rispondono più al telefono (a volte tornano dopo mesi ma altre volte no); ci sono quelli che riferiscono che non vogliono più proseguire con le sedute e poi ci sono quei pazienti che richiedono la pausa di riflessione.

Drop out in terapia: alcune esperienze

G. era una mia paziente con Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Nella concettualizzazione del caso, come spesso accade, avevamo notato due schemi, uno sovra e uno sotto ordinato. G. aveva lavorato molto sul suo bisogno di sentirsi apprezzata ma nel comprendere che dietro quel bisogno ve ne era un altro che viaggiava sul sistema motivazionale dell’attaccamento, la terapia ha preso una piega diversa e G. ha cominciato a vacillare per il troppo dolore e mi ha chiesto una pausa. Mi sono chiesta, in primis, se fosse un problema relazionale, ovviamente. Ma sinceratami che non ci fosse alcuna rottura non ho potuto fare altro che validarla. Mi sono assicurata che avesse compreso e consolidato gli obiettivi raggiunti fino a quel momento e che fosse consapevole di cosa ci fosse dietro quella decisione. Ho sentito G. alcune volte tramite messaggio dopo l’interruzione, ma la terapia ad oggi è sospesa. Con M. è successo più o meno lo stesso: nel mezzo del lavoro sulle memorie traumatiche di una infanzia basata su abusi e violenza, mi dice che vuole fermarsi. Con lui, però, abbiamo ripreso dopo un mese. Meglio di prima, direi. T., invece, dice che non vuole più continuare la terapia, che si sente devitalizzato in questo periodo e non tollera il percepirsi così anche nelle nostre sedute. A quel punto lo invito per una seduta, eventualmente conclusiva per capire insieme a lui il motivo di quella scelta; non era importante che riprendesse davvero la terapia ma che fossimo coscienti di quello che era successo. Ed infine, considerato che la terapia è pur sempre una relazione di aiuto che si muove sul registro della responsabilità della cura, sentivo che era mio dovere dire cosa ne pensavo io, se fossi d’accordo o meno. Ovviamente se il terapeuta è in grado ed ha la possibilità di ricondurre tutto questo materiale allo schema del paziente (Dimaggio et al, 2013) restituirebbe un’ultima seduta davvero importante perché tradurrebbe l’intenzione di lasciare la terapia in base ad aspetti di un funzionamento interno. Ricordo che una volta, con una comunicazione del genere, un paziente mi disse che non si era mai sentito compreso come in quel momento e decise di non andarsene più: notare che quel voler mollare era legato ai suoi coping e lo aiutò a rivedere la procedura.

Drop out: può essere questione di motivazione

Poi ci sono i pazienti che puf…non vengono alla seduta concordata, non avvisano e non c’è più modo di sentirli dopo l’interruzione. Lì restiamo con mille dubbi su mille aspetti e le pensiamo un po’ tutte: problema relazionale? errore tecnico? studio brutto? poltroncina scomoda? altro terapeuta? problemi a lavoro o economici? Beh, possiamo rifletterci un po’, provare ad escludere almeno le prime due opzioni ma non ne avremo mai la certezza così come non sapremo mai perché il paziente in questione non ha condiviso con noi quello che aveva maturato nella sua mente prima ed agito in terapia poi. Anche rispetto a questo ci potrebbero essere mille spiegazioni: vergogna? Paura? Paura di cosa? Del giudizio? Di ferirci? Di deluderci? Oppure semplicemente scarsa motivazione (questo lo si vede bene nei pazienti inviati da terze persone) o sintomatologia troppo attiva? Questi ultimi fattori, e gli studi lo dimostrano bene, impattano notevolmente sulla compliance al trattamento quindi, a quel punto, potremmo farci ben poco.

Infine, ci sono i pazienti che ammettono, apertamente, che la terapia non gli piace, che non si sentono a loro agio, che non vedono miglioramenti. Possono addirittura dirci che siamo noi a non piacergli. Anche lì, in primis, se abbiamo abbastanza elementi, proviamo a riportare la questione sul funzionamento. Se ce la giochiamo bene e siamo bravi ad esplorare insieme al paziente, forse alla fine non se ne va davvero. Un’ultima situazione che a volte ho vissuto è quella con il paziente che vuol cambiare terapeuta: dopo averne esplorato le motivazioni, consigliare un eventuale collega, ha sempre avuto un notevole impatto nel paziente che sente che non ci mettiamo a difendere la nostra posizione a denti stretti.

Drop out: quando l’errore è del terapeuta

Per finire, c’è lui, il drop out da errore terapeutico. Come dimenticare quel mio paziente con cui, presa dalla mia necessità di dare prova della mia bravura, gli mostrai il suo ruolo nei cicli interpersonali senza avergli neppure ancora parlato di schema. Eppure so bene che i cicli interpersonali sono un argomento da tenere in riserva per fasi avanzate di terapia!!! Lì me lo potevo aspettare. Il paziente spostò per tre volte appuntamento e poi mi disse che sarebbe partito per lavoro per un tempo indeterminato. In quel caso, però mi ha ricontattato e l’ho rivisto dopo 10 mesi. Ripartimmo da lì, dal mio errore. Dalla sua depressione dopo aver creduto che fosse colpa sua se gli altri lo allontanavano e dal mio spiegargli cosa fosse successo nella mia mente in quella seduta. Ripartimmo da quell’evento, incorso 10 mesi prima ma ancora vivo come se fosse accaduto la settimana precedente. È in casi come questo che mi viene in mente Gazzillo che ci rincuora quando dice che siamo comunque esseri umani e non macchine perfette e nell’incontro con l’altro possono succedere tante cose tra le quali anche la mancata sintonizzazione (Gazzillo, 2016).

Questo è il mondo degli abbandoni terapeutici. Un unico fenomeno, mille chiavi di lettura. Il fascino della psicoterapia mi stupisce ancora. Quello che sento molto forte è la necessità di provare a tollerare frustrazioni ed incertezze, di mettersi sempre in gioco e di essere davvero aperti mentalmente. Tanta supervisione, in questi casi, aiuta e non poco per sviluppare una buona capacità di disciplina interiore. Unitamente a questo aspetto, credo che la riflessione principale debba soffermarsi sugli aspetti del funzionamento del terapeuta e su quello del paziente che a volte si incastrano meravigliosamente ed altre volte, invece, in modo problematico. Questione di cicli interpersonali, direi! A questo punto potremmo chiederci addirittura se esistono delle classi di pazienti con cui abbiamo più difficoltà a lavorare. Se ad esempio tutti i pazienti evitanti droppano, forse ci sarà un qualche fattore che non riusciamo a tenere sotto controllo. Individuarlo è il primo step, cercare di risolverlo e di non incapparci potrebbero essere i successivi.

Relazione tra Disturbo Schizotipico di Personalità e schizofrenia: dati di neurobiologia e neuropsicologia

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (2014) vengono classificati all’interno dei disturbi dello spettro della schizofrenia e altri disturbi psicotici tutti quei disturbi che presentano anomalie psicopatologiche in almeno uno dei seguenti ambiti: allucinazioni, deliri, pensiero disorganizzato (eloquio), comportamento motorio grossolanamente disorganizzato o anormale e sintomi negativi.

Marcuzzo Cinzia, Prezza Chiara, Tresso Nicole

 

Schizofrenia: le caratteristiche del disturbo

La schizofrenia è definita dai seguenti criteri diagnostici:

A. Due (o più) dei seguenti sintomi, ciascuno presente per una parte di tempo significativa durante un periodo di 1 mese. Almeno uno di questi sintomi deve essere 1), 2) o 3)

  1. Deliri
  2. Allucinazioni
  3. Eloquio disorganizzato
  4. Comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico
  5. Sintomi negativi

B. Per una significativa parte di tempo dall’esordio del disturbo, il livello del funzionamento in una o più delle aree principali è marcatamente al di sotto del livello raggiunto prima dell’esordio

C. Segni continuativi del disturbo persistono per almeno 6 mesi. Questo periodo deve comprendere almeno 1 mese di sintomi che soddisfano il criterio A e può comprendere periodi di sintomi prodromici o residui. Durante questi ultimi periodi, i segni del disturbo possono essere evidenziati soltanto da sintomi negativi o da due o più sintomi elencati nel criterio A presenti in forma attenuata

D. Il disturbo schizoaffettivo e il disturbo depressivo o il disturbo bipolare con caratteristiche psicotiche sono state esclusi

E. Il disturbo non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o a un’altra condizione medica

Le persone con diagnosi di schizofrenia possono presentare affettività inadeguata, un umore disforico, un ritmo sonno-veglia disturbato e mancanza di interesse per l’alimentazione o rifiuto del cibo. Comune è anche la presenza di deficit cognitivi che possono interessare la memoria dichiarativa, la memoria di lavoro, il linguaggio e le funzioni esecutive. Tali deficit possono comportare importanti compromissioni funzionali e professionali. L’esordio del disturbo generalmente avviene tra la tarda adolescenza e i 45 anni.

Disturbo Schizotipico di Personalità: le caratteristiche

Pur rientrando tra i disturbi dello spettro della schizofrenia, il disturbo schizotipico di personalità si distingue dalla schizofrenia per i sintomi sottosoglia che sono associati a caratteristiche di personalità persistenti. Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (2014), un disturbo di personalità può essere definito come un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione. Il disturbo schizotipico di personalità è definito dai seguenti criteri diagnostici:

A. Un pattern pervasivo di deficit sociali e interpersonali caratterizzato da disagio acuto e ridotta capacità riguardanti le relazioni affettive, da distorsioni cognitive e percettive ed eccentricità di comportamento, che inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  1. Idee di riferimento
  2. Convinzioni strane o pensiero magico che influenzano il comportamento e sono in contrasto con le norme culturali
  3. Esperienze percettive insolite, incluse illusioni corporee
  4. Pensiero ed eloquio strani
  5. Sospettosità o ideazione paranoide
  6. Affettività inappropriata o limitata
  7. Comportamento o aspetto strani, eccentrici o peculiari
  8. Nessun amico stretto o confidente
  9. Eccessiva ansia sociale

B. Non si manifesta esclusivamente durante il decorso della schizofrenia, di un disturbo bipolare o depressivo con caratteristiche psicotiche, di un altro disturbo psicotico o di un disturbo dello spettro dell’autismo.

Il disturbo schizotipico di personalità può manifestarsi per la prima volta nell’infanzia e nell’adolescenza attraverso solitudine, scarse relazioni con i coetanei, ansia sociale, rendimento scolastico inadeguato, ipersensibilità, pensieri e linguaggio peculiari e fantasia bizzarre.

Schizofrenia e disturbo schizotipico: aspetti in comune e differenze

La relazione tra disturbo schizotipico di personalità e schizofrenia è stata oggetto di molti studi: studi di familiarità genetico-epidemiologici, studi fattoriali e dimensionali, studi neurobiologici e neuropsicologici (Bellino, Rinaldi, Brunetti, Cremasco & Bogetto, 2013). Ad esempio lo studio di Moreno Samaniego (et al., 2011) ha rilevato nei familiari di pazienti psicotici elevati livelli di caratteristiche schizotipiche, ciò ha permesso di ipotizzare l’esistenza di una familiarità per il disturbo.

Considerando l’importanza della correlazione genetica tra disturbo schizotipico di personalità e schizofrenia e quindi la presenza di una presumibile condivisione di alterazioni biologiche, sono stati svolti numerosi studi per ottenere evidenze di tipo neurobiologico. Attraverso l’uso di tecniche di brain-imaging si è cercato quindi di evidenziare elementi comuni fra i due disturbi. Diversi studi hanno riportato anomalie cerebrali simili, ma attenuate, confrontando soggetti con disturbo schizotipico di personalità e soggetti con schizofrenia: differenze nella forma del corpo calloso (Downhill et al., 2000) anomalie talamiche (Byne et al., 2001).

Il gruppo di lavoro composto da Dickey e collaboratori (1999) ha rilevato un minor volume della materia grigia nel giro temporale superiore sinistro in pazienti con disturbo di personalità schizotipico e in pazienti schizofrenici, un’area importante per l’elaborazione del linguaggio. Nel 2002 hanno deciso di indagare due componenti del giro temporale superiore: il giro di Heschl e il Planum temporale (Dickey et al., 2002).

Hanno acquisito le scansioni MRI di 21 soggetti con disturbo di personalità schizotipico (diagnosi effettuata sulla base dei criteri del DSM-IV) che non usavano farmaci neurolettici e di 22 soggetti di controllo simili per età.

Tutti i soggetti erano destrorsi, di età compresa tra i 18 e i 55 anni, non avevano una storia di malattia neurologica né una dipendenza da alcol o droghe, non presentavano una storia di disturbo psicotico o disturbo bipolare. Inoltre, i soggetti di controllo non dovevano presentare una storia di malattia mentale né difficoltà di apprendimento. Ai partecipanti è stata somministrata una batteria di test che includeva: Il California Verbal Learning Test, il Test di Memoria Logica della Wechsler Memory Scale Revised (utilizzati come test verbali per le correlazioni con le rilevazioni effettuate sull’area di interesse) e il Il Thought Disorder Index, una misura della gravità del disturbo del pensiero.

Il volume della materia grigia del giro di Heschl di sinistra era inferiore del 21% nei soggetti con disturbo schizotipico della personalità rispetto ai soggetti di confronto. Non c’erano differenze di volume tra i due gruppi nel giro di Heschl di destra o nel Planum temporale bilaterale.

Sono state eseguite correlazioni tra le rilevazioni effettuate sulle regioni cerebrali di interesse e i risultati dei test neuropsicologici dei due gruppi. Per quanto riguarda il Test di Memoria Logica è stata identificata una correlazione significativa tra la scarsa performance nella prova di memoria differita e il ridotto volume del giro di Heschl sinistro, nei soggetti con disturbo di personalità schizotipico. Non è emersa, invece, alcuna correlazione tra il Thought Disorder Index, il California Verbal Learning Test e le rilevazioni neuroanatomiche.

Questo risultato è simile ad una precedente scoperta degli autori che avevano individuato un minor volume della materia grigia del giro di Heschl di sinistra e del Planum temporale sinistro in pazienti con un primo episodio di schizofrenia. Nei pazienti con schizofrenia cronica invece era il Planum temporale sinistro, e non il giro di Heschl, ad essere ridotto.

Schizofrenia e disturbo schizotipico: funzionamenti e neuroanatomia

In accordo con studi precedenti, gli autori concludono sottolineando come il volume ridotto di materia grigia nel giro di Heschl possa essere un marker di vulnerabilità per i disturbi dello spettro della schizofrenia.

Anche studi di tipo neuropsicologico hanno messo in evidenza che soggetti con disturbo schizotipico di personalità ottengono ai test punteggi intermedi tra soggetti normali e soggetti schizofrenici. Diversi studi hanno cercato di determinare quali fossero i deficit cognitivi e hanno individuato deficit di working memory, difficoltà di apprendimento verbale e di attenzione e anche deficit di memoria episodica (Siever et al. 2002).

Mitropoulou e colleghi (2005) rilevano come il deficit di working memory sia un deficit centrale nei disturbi dello spettro della schizofrenia. Nel loro studio il campione di soggetti è stato suddiviso in tre gruppi: 1) soggetti che soddisfano i criteri diagnostici per il disturbo schizotipico di personalità; 2) soggetti che soddisfano i criteri diagnostici per un disturbo di personalità non correlato alla schizofrenia (ossia un disturbo diverso da quello schizoide, schizotipico e paranoide); 3) soggetti sani. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti alla medesima valutazione neuropsicologica che includeva 10 prove in grado di indagare diverse funzioni cognitive quali la working memory sia verbale che visuo-spaziale, la memoria a breve termine, la memoria a lungo termine e le capacità attentive. Inoltre, è stato somministrata la WAIS-R per ottenere un punteggio circa il funzionamento cognitivo globale. Complessivamente, i pazienti con disturbo schizotipico di personalità hanno ottenuto delle prestazioni peggiori rispetto ai pazienti con disturbo di personalità non correlato alla schizofrenia. Nello specifico, i pazienti con disturbo schizotipico di personalità hanno ottenuto prestazioni scadenti nei test che indagano la working memory e la memoria sia a breve che a lungo termine.

In conclusione, i pazienti con disturbo schizotipico di personalità hanno mostrato una compromissione cognitiva di grado moderato rispetto ai soggetti sani (con prestazioni scadenti in 7 prove su 11). Tali differenze si sono rivelate statisticamente significative per le prove di working memory. Questo studio sembra quindi dimostrare come il deficit di working memory sia un deficit centrale dei disturbi dello spettro della schizofrenia.

Dall’analisi della letteratura emerge quindi che il disturbo schizotipico di personalità potrebbe condividere una comune vulnerabilità con disturbi psicotici cronici quali la schizofrenia.

Il padre è nudo (2018) di Stefano D’Andrea – Recensione del libro

Il padre è nudo ovvero Tutto quello che gli uomini non dicono sulla paternità racconta con sincerità, ironia e qualche tratto caricaturale l’esperienza da genitore di Stefano D’Andrea.

 

Il libro, che parla di genitorialità al maschile, tratta l’argomento in modo diverso dal solito: siamo abituati a leggere di maternità (nelle riviste femminili, nelle pubblicazioni scientifiche, nei dibattiti sulla figura della donna come madre) ma ancora poca è l’attenzione data alla paternità.

Questo romanzo costituisce un piacevole e non scontato apri-pista.

Il padre è nudo: struttura e contenuti insoliti

Una particolarità del libro che ho trovato divertente è la struttura: ogni brano, o mini-capitolo che dir si voglia, si riferisce ad uno specifico momento pre o post nascita della piccola Margherita, figlia dell’Autore del libro. Come dire: la paternità è un evento con il quale posso rileggere tutta la mia vita; attraverso di essa do un significato diverso anche a ciò che ero e facevo prima che mia figlia nascesse. Forse è ciò che ha fatto l’autore, diventato padre dopo i 40 anni, che ha trovato un vuoto di confronto e condivisione, anche con amici e coetanei, rispetto a come sia, per un uomo, diventare padre. Che cosa cambia nella vita diventando padre? In questo libro lo si evince dalla descrizione di abitudini concrete che nascondono grandi cambiamenti: ad esempio l’uso degli spazi in casa, come e dove ci si sedeva prima e dopo della nascita della figlia.

Di tanto in tanto i capitoli del libro sono intervallati da brevi racconti di altri papà: altri deliziosi scorci di esperienze, con la felicità e l’ansia che li accompagnano.

Il padre è nudo: da persona a genitore

Anche se si è costretti a fare dei balzi temporali per seguire la narrazione, si ha modo di farsi un’idea della persona che è Stefano: le sue debolezze, le sue paure, le sue difficoltà, i suoi gusti e le passioni. Troviamo tracce di un elevato timore delle malattie, di una articolata e riconosciuta strategia di controllo che va a braccetto con anni di attacchi di panico, tutti elementi che rendono il racconto in prima persona davvero intimo, umano: potrebbe essere ognuno di noi ad avere le stesse difficoltà di Stefano. In una certa misura, probabilmente sono le stesse paure ed emozioni che in modo diverso accompagnano ogni genitore.. ed ogni padre:

Poi decido di fare un figlio e dal 7 gennaio 2016, data di nascita di Margherita, e per un tempo destinato a durare fino al mio ultimo respiro, la mia vita viene immersa nel timore che le succeda qualcosa.

Il padre è nudo: le difficoltà della paternità

Leggendo Il padre è nudo, ci si imbatte in alcuni grandi temi della genitorialità: ad esempio, la responsabilità (enorme, totale, anche soverchiante) della sopravvivenza di un altro essere umano nelle azioni quotidiane; il cibo ed il significato di nutrire e dell’alimentazione come veicolo di legame di attaccamento.

Sullo sfondo dei racconti si intravede la quotidianità non facile dell’essere genitori oggi: il lavoro precario, le difficoltà economiche, la mancanza di supporto e tutele alla maternità che servono in un paese davvero civile. Oltre all’interrogarsi sul futuro di nostra figlia/o, sull’essere umano che diventerà e sulle scelte che farà, che potremo condividere o che faremo fatica ad accettare:

Ma se io avrò la fortuna di vedere mia figlia felice, qualsiasi cosa la renda così sarà comunque la cosa migliore capitata sulla terra, per quanto mi riguarda.

Il padre è nudo è una lettura gradevole e interessante per chiunque si appresti ad allargare la propria famiglia perché offre, finalmente, un punto di vista inedito sulla paternità.

L’attività microcircuitale che sottende la coscienza

Come è possibile spiegare il fenomeno della coscienza all’interno dell’esperienza? Numerosi autori hanno cercato di avanzare ipotesi più o meno accreditate.. la risposta potrebbe essere nascosta all’interno del nostro cervello.

 

Una delle teorie più accreditate sul fenomeno della coscienza è la Integrated Information Theory che, partendo dalle proprietà fenomenologiche dell’esperienza, ha postulato le caratteristiche richieste da un substrato fisico perché questa si manifesti. Per Giulio Tononi, che ha proposto questa teoria, due sono le componenti necessarie: il livello di informazione e quello di integrazione (Massimini & Tononi, 2018).

Il matematico Claude Shannon ha definito l’informazione come una riduzione dell’incertezza, dipendente dal repertorio di stati alternativi a quello in esame. Ad esempio, se una moneta cade su un lato avrebbe avuto solo un’altra possibilità, atterrare sull’altro, un dado che cade mostrano una delle sue facce ne avrà invece altre cinque, la mente umana molte di più.

Tuttavia, in quest’ambito la sola informazione è inutile se non integrata. I sensori di una fotocamera digitale possono sembrare una singola entità, ma sono invece un complesso di fotodiodi indipendenti. L’insieme dei sensori può essere tagliato in due, tre o in ogni sua parte senza cambiare l’output del singolo fotodiodo, che può funzionare come unità indipendente, non connessa causalmente alle altre. Una fotocamera non ha un livello informazionale maggiore di quello della sola somma delle sue parti.

Il cervello funziona in modo diverso. Quando entra in un determinato stato lo fa come un unico sistema integrato, infatti possediamo un unico stato cosciente. I circuiti neuronali formano un irriducibile sistema complesso, non divisibile nelle sue varie parti se si vogliono mantenere le sue proprietà. Il circuito cerebrale che sottende la coscienza dovrà essere quindi capace di generare stati ampiamente differenziati, come una singola entità, in grado di integrare le informazioni. Inducendo un sonno profondo senza sogni, ad esempio somministrando anestetici, vi è una disgregazione della connettività cerebrale, in particolare nei collegamenti ricorrenti e reciproci della via talamocorticale. Sarebbe proprio la perdita di coordinazione funzionale fra le varie aree cerebrali a impedire le condizioni necessarie perché vi siano livelli sufficienti di integrazione ed informazione.

Cosa si nasconde sotto la coscienza?

Un recente studio (Wenzel, et al., 2019) è riuscito a identificare le dinamiche microcircuitali coinvolte in questo processo. I ricercatori, partendo dall’ipotesi che l’abilità di discriminazione contingente fra varie possibili alternative sia sottesa da micro-pattern di attività di insiemi neuronali attivati all’unisono, definiti microstati, hanno svolto le analisi su topi, attraverso diversi protocolli di microscopia a due fotoni, e su pazienti epilettici, portatori di diversi microelettrodi subdurali e a penetrazione, durante perdita di conoscenza indotta dall’anestesia.

I risultati mostrano una correlazione fra lo stato di sonno anestetico, la diminuzione della gamma dei microstati discriminabili e la frammentazione dell’attività simultanea degli assemblamenti cellulari, che si riduce all’attivazione di singoli neuroni, sia nel modello animale che nei soggetti umani.

La ricerca potrebbe aver dimostrato come la riduzione di integrazione microcircuitale fra questi gruppi di neuroni possa spiegare la disgregazione della connettività funzionale su larga scala osservata durante il sonno profondo, essendo proprio i microstati gli elementi costitutivi della coscienza. Ciò ha un impatto profondo sulla scienza e la filosofia, dando finalmente una forma alla capacità di esperire: un politopo complesso con miliardi di dimensioni, costituite dal repertorio di stati a cui il cervello può accedere e sottese dall’attività integrata di piccoli insiemi cellulari coordinati e connessi fra loro.

Prefigurare un “Sé futuro” migliore ci rende più felici nel tempo?

Secondo un recente studio sembrerebbe che la felicità con l’avanzare del tempo sia fortemente correlata alle previsioni del proprio Sé futuro rispetto al presente.

 

Solitamente quando ci si mette nell’ottica di pensare a chi saremmo in futuro, c’è chi ha una visione di cambiamento sia in positivo che in negativo e c’è chi invece crede che tutto sommato rimarrà comunque se stesso.

Felicità: aumenta se ci immaginiamo migliori in futuro?

Alcuni ricercatori dell’Università della California Los Angeles (UCLA), si sono chiesti come queste previsioni riguardo il proprio Sé nel futuro possano avere o meno un impatto sulla felicità quando si è raggiunta una certa età – quindi il Sé futuro prefigurato si è in qualche modo consolidato.

Lo studio portato avanti dai ricercatori ha coinvolto 4.936 statunitensi, con età tra i 20 e i 75 anni, che hanno risposto ad una serie di domande circa alcuni tratti sul Sé attuale e sul Sé futuro. In più è stato indagato il benessere soggettivo, attraverso un questionario, in due fasi principali: una baseline ed un’altra dopo 10 anni.

In generale si potrebbe pensare che chi ha un’immagine di Sé positiva o negativa, prefigurerebbe un Sé futuro migliore rispetto all’attuale per poi sentirsi meglio rispetto a quello che è nel presente, e quindi più felice col passare del tempo; ma questo studio ha riscontrato l’effetto contrario. Infatti dai risultati si evince che coloro che avevano previsto un cambiamento minimo di alcune caratteristiche sia in positivo che negativo, dopo dieci anni in generale erano più soddisfatti di chi inizialmente prevedeva un Sé futuro decisamente migliore o decisamente peggiore di quello presente.

Felicità: essere se stessi oggi e domani

Per concludere, questa ricerca si inserisce in un nuovo filone di letteratura psicologica che sembrerebbe suggerire che la somiglianza tra il Sé futuro e quello attuale apporti dei benefici nei processi decisionali dando vita a risultati migliori a lungo termine. I ricercatori di questo studio hanno deciso di non fermarsi qui ed hanno intenzione di andare oltre, cercando di scoprire il perché alcun persone pensano di cambiare nel tempo ed altro invece no, indagando anche quali eventi di vita possono incidere o meno in questi processi cognitivi che portano a pensare ai diversi possibili “futuri Sé ».

I disturbi dissociativi e l’amnesia dissociativa

Nel DSM 5 i disturbi dissociativi, tra cui anche l’ amnesia dissociativa, sono riportati in prossimità dei disturbi legati a traumi o a stress intensi, pur non facendone parte. Questo tuttavia sottolinea lo stretto rapporto tra queste classi diagnostiche. 

 

L’ amnesia dissociativa fa parte di un gruppo di condizioni cliniche chiamate disturbi dissociativi.

Secondo il DSM 5, i disturbi dissociativi sono caratterizzati da una discontinuità nella normale integrazione della coscienza, della memoria, dell’identità, della percezione, della rappresentazione del corpo e del comportamento. I sintomi dissociativi possono potenzialmente compromettere ogni area del funzionamento psicologico, sociale, relazionale e lavorativo di una persona.

I disturbi dissociativi comprendono:

I disturbi dissociativi si manifestano frequentemente a seguito di traumi, e molti dei sintomi, compreso l’imbarazzo, la confusione circa i sintomi o il desiderio di nasconderli, sono influenzati dalla stessa esperienza del trauma.

Amnesia dissociativa: cos’è?

La caratteristica che definisce l’ amnesia dissociativa è l’incapacità di ricordare importanti informazioni autobiografiche che dovrebbero essere ben conservate nella memoria e comunemente ricordate facilmente. L’ amnesia dissociativa differisce dall’ amnesia permanente causata da danni neurologici o tossicità che impediscono la ritenzione o il richiamo delle memorie, questo significa che l’ amnesia dissociativa è sempre potenzialmente reversibile. Nell’ amnesia dissociativa, infatti, i ricordi esistono ancora ma sono profondamente sepolti nella mente della persona e non possono essere recuperati. Tuttavia, possono riemergere da soli o dopo essere stati innescati da trigger ambientali.

Ci sono diversi modi in cui l’ amnesia dissociativa può manifestarsi:

  • L’ amnesia localizzata è l’incapacità di ricordare eventi per un tempo limitato, è la forma più comune di amnesia dissociativa e di solito si manifesta nelle ore successive all’evento stressogeno/traumatico.
  • nell’ amnesia selettiva l’individuo riesce a ricordare alcuni, ma non tutti, gli eventi di un periodo limitato nel tempo; quindi può ricordare una parte di un evento traumatico, ma non altre.
  • L’ amnesia generalizzata è rara e comporta una completa perdita di memoria della storia di una persona; gli individui con amnesia generalizzata possono dimenticare anche la propria identità.
  • Nell’ amnesia sistematizzata l’individuo perde la memoria di una specifica categoria di informazioni (ad es. tutti i ricordi relativi alla famiglia di origine o alla propria infanzia o relativi a una persona in particolare).
  • Nell’ amnesia continua, l’individuo da un certo momento in poi dimentica tutti i nuovi eventi man mano che si verificano.

L’ amnesia dissociativa non si verifica necessariamente immediatamente dopo l’inizio dell’evento stressante, può verificarsi dopo molte ore o persino giorni. A volte appaiono dei flashback dell’evento, come nel disturbo da stress post-traumatico, ma in questo caso non si sa che questo contenuto è reale.

Nella maggior parte dei casi, ci sono problemi comportamentali, affaticamento, disturbi del sonno, depressione e abuso di sostanze.

Amnesia dissociativa e fuga dissociativa: perdita dell’identità da stress

La fuga dissociativa è considerata una sottomanifestazione dell’ amnesia dissociativa, la persona si allontana da casa e dal luogo di lavoro, abbandonando la sua città e la famiglia, non è in grado di ricordare il proprio passato, e manifesta confusione circa l’identità personale. Questo può durare poche ore ma anche anni: in alcuni casi la perdità dell’identità è così grave e prolungata che la persona può assumere una nuova identità parziale o completa, con una nuova famiglia e un nuovo lavoro.

In alcuni casi la fuga dissociativa può essere la manifestazione del desiderio mascherato di “fuga” da una situazione avversa, anche se in nessun caso si tratta di una simulazione di malattia. Durante l’episodio di fuga dissociativa, il soggetto può presentare comportamenti normali e non attiranti l’attenzione.

Quando l’episodio finisce, la persona si ritrova in un luogo sconosciuto, non sapendo come ci sia arrivato. Di solito non ricorda cosa è successo durante l’episodio, sebbene inizi a recuperare la memoria degli eventi antecedenti l’episodio di fuga dissociativa. A volte il recupero della precedente identità avviene gradualmente, ma alcuni dettagli potrebbero non essere mai recuperati.

Amnesia dissociativa e Trauma

L’ amnesia dissociativa è stata associata a uno stress travolgente, che può essere il risultato di eventi traumatici (guerra, incidenti o le calamità naturali) che la persona ha vissuto o alle quali ha assistito.

La disorganizzazione dell’attaccamento è considerata l’esperienza primaria che determina la predisposizione a sintomi dissociativi: sono comuni storie traumatiche di abusi, maltrattamenti e trascuratezza. L’ amnesia dissociativa è stata osservata in tutte le fasce di età ed è più probabile che si verifichi quando le esperienze infantili avverse (ace) sono in numero maggiore, più frequenti e gravi.

La rimozione dalle circostanze traumatiche alla base dell’ amnesia dissociativa può comportare un rapido ritorno di memoria. La perdita di memoria degli individui con fuga dissociativa può essere particolarmente refrattario.

Nel DSM 5, i disturbi dissociativi sono riportati in prossimità dei disturbi legati a traumi o a stress intensi, pur non facendone parte. Questo tuttavia sottolinea lo stretto rapporto tra queste classi diagnostiche. Sia il disturbo acuto da stress che il disturbo da stress post-traumatico presentano sintomi dissociativi, tra cui amnesia, flashback e depersonalizzazione/derealizzazione.

L’essere esposti ad un’esperienza traumatica, ovvero che comporti un pericolo di vita (da definizione del DSM), attiva in noi il sistema di difesa, un sistema molto arcaico incaricato di proteggerci dalle minacce ambientali che agisce con estrema rapidità ed al di fuori della consapevolezza.

Di fronte a un pericolo si attivano in noi 4 risposte del sistema di difesa: freezing (congelamento), fight (attacco), flight (fuga), faint (svenimento/distacco). Il freezing è un’immobilità tonica che permette di non farsi vedere dal predatore mentre si valuta quale strategia (fight: attacco o flight: fuga) sia la più adatta per la situazione specifica. Quando nessuna di queste strategie sembra avere qualche possibilità di riuscita l’unica ed estrema risposta possibile è il faint, la brusca ed estrema riduzione del tono muscolare accompagnata da una disconnessione fra i centri superiori e quelli inferiori. È una simulazione di morte, ovviamente automatica e non consapevole, perché in genere i predatori preferiscono prede vive. In questa situazione, per mezzo di attivazione del sistema dorso-vagale, vi è un distacco dall’esperienza e sono possibili sintomi dissociativi.

Se, come accade negli individui con sviluppo traumatico, l’attivazione del sistema di difesa perdura a lungo, questa attivazione si trasforma da risposta evolutivamente adattativa a risposta disadattativa, perché impedisce un normale esercizio della metacognizione ed in generale delle funzioni superiori della coscienza, non permettendo l’integrazione di quella memoria traumatica che rimane, tuttavia, iscritta nel corpo (Tagliavini, 2011).

Le esperienze traumatiche disgregano le funzioni integratrici superiori. La disgregazione porta dunque al manifestarsi di fenomeni dissociativi e i sintomi dissociativi (di distacco/di compartimentazione) ne sono il risultato.

Negli ultimi anni si è a lungo discusso sul ruolo adattivo della dissociazione nel trauma. L’ipotesi più diffusa sembra essere quella che vede i sintomi dissociativi come protettivi rispetto al trauma, altri autori sostengono che la dissociazione sia disgregazione di coscienza e intersoggettività a cui segue, come fenomeno secondario e spesso fallace, la protezione dal dolore (Liotti e Farina, 2011). Inoltre la dissociazione non solo non sarebbe una protezione dal dolore, ma un’esperienza al limite dell’annichilimento, dalla quale la mente deve difendersi per non sprofondare nell’abisso.

L’amnesia dissociativa e teoria della dissociazione strutturale

I teorici della dissociazione strutturale (Van der Hart, Nijenhuis & Steele, 2006) sottolineano la presenza di differenze qualitative tra i diversi tipi di esperienze dissociative e di caratteristiche tra loro non sovrapponibili; le esperienze dissociative non sono sempre il segno di un fallimento integrativo delle funzioni mentali, mentre nei disturbi dissociativi veri e propri c’è sempre invece una divisione del sé, con diversi modi di vedere se stessi e il mondo, diversi sentimenti e comportamenti.

I tre livelli di dissociazione strutturale secondo Van der Hart e colleghi (2000) sono:

  1. Dissociazione primaria, caratterizzata dalla presenza di una personalità prevalente capace di portare avanti la vita quotidiana (ANP), mantenendo insieme i ruoli principali per la persona (es: madre, moglie, lavoratrice, figlia, amica…), e una sola parte emotiva (EP), che conserva nella forma primordiale la reazione emotiva legate al trauma, rimettendola in atto solo quando una situazione trigger lo rende necessario.
  2. Il secondo livello è la dissociazione secondaria, in cui è presente una sola personalità principale (ANP), ma diverse parti emotive (EP) ognuna delle quali conserva una diversa modalità difensiva (attacco, fuga, freezing, morte apparente) legata al trauma, e comporta invece il verificarsi di reazioni emotive e comportamentali diverse e talora contrastanti di fronte a situazioni percepite come pericolose.
  3. Infine la dissociazione strutturale terziaria è caratterizzata dalla presenza di due o più personalità che agiscono e si muovono nella vita quotidiana (ANP), non consapevoli l’una dell’altra, e più EP che reagiscono istintivamente alle situazioni trigger, interne o esterne, ognuna mettendo in atto una modalità difensiva diversa. Questo livello corrisponde alla forma più grave, il Disturbo dissociativo dell’identità (DDI).

In tutti e tre i livelli tra le ANP e le EP c’è una barriera di amnesia dissociativa, un’impossibilità cioè per la ANP di riconoscere le diverse parti emotive come proprie e una impossibilità delle parti emotive di accedere alla vita quotidiana.

Come viene diagnosticata l’amnesia dissociativa?

Se sono presenti sintomi di amnesia dissociativa, il medico inizierà una valutazione eseguendo un’accurata anamnesi e un esame fisico. Anche se non esistono test di laboratorio per la diagnosi di disturbi dissociativi specificamente, il medico può utilizzare vari test diagnostici come neuroimaging, elettroencefalogramma (EEG), o esami del sangue per escludere malattie neurologiche o effetti collaterali dei farmaci, come causa dei sintomi di amnesia dissociativa. Alcune condizioni, comprese le malattie del cervello, il trauma cranico, intossicazioni da droghe e alcol e la privazione del sonno possono portare a sintomi simili a quelli di disturbi dissociativi, tra cui l’ amnesia.

Se non viene riscontrata alcuna malattia fisica, la persona può essere indirizzata a uno psichiatra o psicoterapeuta che potrà avvalersi test psicologici per caratterizzare meglio la natura dell’esperienza dissociativa.

Trattamenti per l’ amnesia dissociativa

Il primo obiettivo del trattamento per l’ amnesia dissociativa è di alleviare i sintomi e controllare qualsiasi problema comportamentale. Il trattamento mira quindi ad aiutare la persona ad esprimere ed elaborare in modo sicuro memorie dolorose, sviluppare nuove capacità di coping che aiutino a ristabilire il funzionamento e migliorare le relazioni. Il miglior approccio terapeutico dipende dall’individuo e dalla gravità dei sintomi. Oltre alla psicoterapia individuale, i pazienti possono beneficiare d’interventi specifici come la terapia dialettico-comportamentale DBT (Linehan, 1993a, 1993b), la desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (EMDR; Shapiro, 2001), la psicoterapia sensomotoria (Ogden et al., 2006), le terapie di gruppo.

Non esistono farmaci specifici per trattare i disturbi dissociativi. Tuttavia, i farmaci possono essere utili ad alleviare la concomitante sintomatologia depressiva o ansiosa e i problemi di insonnia, così come l’impulsività o l’irritabilità, al fine di raggiungere una maggiore stabilizzazione emotiva.

Mentre potrebbe non essere possibile evitare l’ amnesia dissociativa, può essere utile iniziare il trattamento sulle persone non appena iniziano ad avere sintomi. L’intervento immediato a seguito di un evento traumatico o di un’esperienza emotivamente dolorosa può aiutare a ridurre la probabilità di disturbi dissociativi.

L’aggressione con l’acido e la sicurezza pubblica: quali strumenti per fermare l’escalation violenta

Il presente articolo analizza il recente caso di cronaca in cui Sara, una donna di trentotto anni, ha aggredito Giuseppe, un uomo di ventinove anni, conosciuto in chat, gettandogli dell’acido sul volto.

Simona Galasso, Deborah Natalie Wahl, Maria Elisabetta Ricci – Gruppo di Lavoro sulla violenza nelle relazioni intime, Ordine Psicologi Lazio

 

Diciotto giorni prima dell’aggressione Giuseppe aveva denunciato Sara raccontando gli insistenti atti persecutori subiti e la sua concreta paura che la donna potesse diventare ancora più violenta sia nei suoi confronti sia nei confronti di persone a lui vicine.

Soffermandoci sull’iter che segue la richiesta di aiuto (e.s. la denuncia-querela), fino all’effettivo intervento delle istituzioni giudiziarie, ci si chiede se esistano strumenti giuridici idonei a scongiurare il pericolo che avvengano fatti simili e, se sì, se vi sia modo di evitare tragedie come queste. Cos’è andato storto in questo caso, considerato che già dalla denuncia emergeva un quadro sintomatico di elevato rischio di agiti violenti?

Dal punto di vista della valutazione del rischio di recidiva violenta la narrazione della vittima, insieme ai dati riscontrabili (referti del pronto soccorso, registrazioni audio, registrazioni video, messaggi rintracciabili, relazioni delle forze dell’Ordine, ecc.) sono una fonte di informazioni preziosa per determinare la presenza e la rilevanza di fattori di rischio.

Dai giornali sappiamo che la vittima, in questo caso l’uomo che ha denunciato, ha raccontato diversi episodi di passata violenza nei suoi confronti. Per gli autori di una tra le più diffuse metodologie di valutazione e gestione del rischio di violenza (HCR-20v3), la violenza è definita come l’effettivo, tentato o minacciato serio danno fisico o psicologico procurato intenzionalmente ad un’altra persona in modo non consensuale. È quindi considerato un atto violento: il tentativo anche non riuscito di nuocere; una minaccia, ossia un comportamento o un’espressione verbale che ha lo scopo deliberato di incutere timore del possibile danno fisico che la vittima subirebbe; lo stato di terrore, di confusione, di annichilimento che altera la stabilità della vittima, la sua integrità e il suo benessere.

Le trasmissioni televisive e i giornali, che fanno riferimento alla denuncia, raccontano di una donna che ha minacciato di morte, ha tagliato più volte le ruote della macchina, ha aperto diversi profili falsi sui social per minacciare la vittima, perseguitandolo anche con messaggi, telefonate ed appostamenti. È di pochi giorni fa la notizia che due donne vicine alla vittima avevano anch’esse sporto denuncia contro Sara per atti persecutori.

Premesso che gli stalker non sono tutti uguali, dall’analisi dei dati a disposizione, sotto il profilo psicologico nel presente caso appaiono da subito evidenti due fattori di rischio particolarmente importanti per definire l’imminenza del rischio di commettere atti violenti: l’instabilità psicologica e l’ideazione violenta.

Per instabilità psicologica si intende la difficoltà di mantenere un funzionamento stabile in ambito affettivo, comportamentale e cognitivo. È quel particolare funzionamento psichico in cui gli stati interni diventano incontrollabili e così intollerabili da costringere la persona a liberarsene nel modo più psichicamente primitivo ossia agendo aggressivamente contro ciò che crede essere la causa del proprio male.

Per ideazione o intento violento si intende il desiderio esplicito e dichiarato di volere arrecare danno a qualcuno. Il pensiero è orientato in modo quasi costante e a volte ossessivo sull’altro che è vissuto come unica causa del profondo disagio. L’altra persona è vista come un nemico da punire o da eliminare per sollevarsi finalmente dalla rabbia e dall’odio.

Nel presente caso, sin dalla querela-denuncia si poteva delineare così un profilo psicologico di una tipologia di stalker con uno stato mentale fortemente alterato per cui poteva ritenersi altamente probabile che la donna, nel giro di poco tempo (giorni, settimane, a volte ore), avrebbe potuto mettere in atto un comportamento violento.

Le autorità giudiziarie, riguardo a comportamenti minacciosi e persecutori, si sono dotati di strumenti di contrasto che hanno consentito innanzitutto di rendere questi comportamenti penalmente perseguibili (con un minimo di sei mesi ad un massimo di cinque anni di reclusione) attraverso l’introduzione nel 2009 dell’art. 612 bis del codice penale, del reato di atti persecutori comunemente detto “stalking”.

Tuttavia, prima di poter irrogare una pena al colpevole (quale, a titolo esemplificativo, la detenzione in carcere), occorre prima accertare la sua responsabilità penale. Il luogo deputato a ciò è il processo che si svolge secondo fasi e tempi incompatibili con l’urgenza con cui occorre intervenire a tutela della vittima nei casi più gravi.

Quali mezzi ha dunque l’Ordinamento per proteggere l’incolumità della persona che denuncia prima che il processo giunga alla sua naturale conclusione?

Il primo che viene in mente, pensato proprio per le vittime di stalking, è quello previsto dall’art. 8 del d.lgs. n.11/2009 (convertito con L. n. 38/2009): il c.d. “ammonimento”. La persona oggetto di atti persecutori può presentare istanza al Questore chiedendo un suo intervento finalizzato a dissuadere il persecutore. In questo caso il Questore convoca l’aggressore, lo ammonisce e, se l’aggressore non modificherà la sua condotta, il fatto che sia stato previamente ammonito rappresenterà un’aggravante – corrispondente ad un aumento di pena – in caso di condanna. Detto istituto non prevede dunque una limitazione dei movimenti dell’aggressore, ma prevede il ricorso ad un soggetto terzo, in posizione autoritaria rispetto al persecutore, quasi a voler controbilanciare la posizione di debolezza della vittima.

Abbiamo detto all’inizio che, tuttavia, gli stalker non sono tutti uguali. Appartenere ad esempio ad un contesto sociale o familiare in cui l’autorità giudiziaria non è riconosciuta, non ha un peso nella decisione di mettere in atto un comportamento violento, potrebbe vanificare l’efficacia dell’ammonimento; l’instabilità dell’aggressore potrebbe essere tale da fargli ignorare l’ammonimento, oppure potrebbe fargli soltanto sospendere il comportamento violento per un periodo molto breve.

In fase di indagine, una volta acquista la denuncia, esistono altri strumenti finalizzati a garantire maggiore sicurezza alla vittima: le cosìddette misure cautelari personali (cfr. artt. 273 e ss. codice di procedura penale). Queste possono essere disposte prima del processo dal Giudice delle Indagini Preliminari su richiesta del Pubblico Ministero, quando vi sono (i) gravi indizi di colpevolezza e (ii) esigenze cautelari tra cui spicca il pericolo di reiterazione del reato (cfr. artt. 273 e 274, lett. c) c.p.p.).

Tra le misure cautelari personali risaltano il provvedimento di allontanamento dalla casa familiare (cfr. art. 282 bis c.p.p.), il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (cfr. art. 282 ter c.p.p.), misura introdotta anch’essa con la legge sullo stalking, gli arresti domiciliari (cfr. art. 284 c.p.p.) e la custodia cautelare in carcere (cfr. art. 285 c.p.p.). Ora, se il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa può essere ritenuto una misura non particolarmente incisiva, forse poco più dell’ammonimento, si consideri che ai sensi del comma 3 dell’art. 280 c.p.p., la custodia in carcere può essere disposta “nei confronti di chi abbia trasgredito alle prescrizioni inerenti ad una misura cautelare”.

Oltre all’ammonimento e alle misure cautelari, a nove anni dalla legge sugli atti persecutori, con la legge n. 161/2017 è stata estesa l’applicabilità delle misure di prevenzione, quali la sorveglianza speciale (già previste per gli indiziati di reati di mafia – cfr. d.lgs. n. 159/2011), agli indiziati di stalking considerandoli a tutti gli effetti come soggetti socialmente pericolosi.

In virtù della legge 161/2017, oggi le Forze dell’Ordine o la Procura, a cui arriva la denuncia dalle Forze dell’Ordine, possono proporre l’applicazione di misure di prevenzione al Tribunale che deciderà entro 30 giorni dal deposito della proposta (cfr. art. 7, lett. 1, d.lgs. n. 159/2011 ).

Occorre considerare che gli istituti giuridici precedentemente menzionati vengono adottati non in automatico, bensì in base ad un iter scandito da tempi e fasi, inteso a consentire il bilanciamento tra il diritto alla libertà personale e quello alla sicurezza individuale e sociale.

A titolo esemplificativo, una delle prime applicazioni della legge 161/2017 è della sezione misure di sorveglianza del Tribunale di Milano. il 21 febbraio del 2018 la Procura di Milano chiede l’applicazione della misura di sorveglianza e il 9 ottobre 2018 la misura viene applicata. Gli otto mesi di tempo tra la proposta della misura e la sua applicazione potrebbero essere un lasso di tempo troppo lungo e risultare fallimentare.

Sebbene i tempi di adozione siano più celeri, lo stesso discorso può farsi anche con riferimento all’ammonimento e alla misura cautelare nei casi come questo in cui sono intercorsi diciotto giorni tra la denuncia e l’atto violento più grave. In questi diciotto giorni la stalker ha continuato a perseguitare l’uomo e le persone a lui vicine.

L’escalation non è stata interrotta e la donna ha avuto il tempo di maturare la decisione di colpire, di programmare l’acquisto dell’acido e definire il piano per aggredire l’uomo.

È vero altresì che non tutte le denunce per stalking sono vere, non tutte le denunce sono corredate da prove sufficienti a ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza, non tutti gli stalker passano all’atto o comunque richiedono lo stesso tipo di intervento, ma soprattutto chi opera questa valutazione è, di norma, sepolto da un numero di querele e denunce superiore alla sua capacità di gestirle nei tempi necessari per una prevenzione efficace.

Ultimo, ma non per importanza, chi opera tale valutazione non dispone di criteri e strumenti psicologici in grado di valutare ad esempio: l’imminenza del prossimo atto violento; l’oggetto della successiva aggressione che potrebbe essere diverso dalla persona che denuncia (per esempio figli, parenti, amici, colleghi di lavoro, ecc.); lo stato mentale dello stalker che potrebbe vanificare molti dei provvedimenti; la rete sociale dell’aggressore che potrebbe essere decisiva nel destabilizzarlo o aiutarlo nel suo intento criminoso; la vulnerabilità da un punto di vista psico-sociale della vittima che potrebbe non essere in grado difendersi in modo adeguato. Questi infatti sono alcuni degli aspetti che la letteratura scientifica psicologica ci dice essere fattori di rischio di recidiva violenta.

È evidente che il tempo è una variabile decisiva su cui agire per fermare l’escalation violenta di questi soggetti. Se l’ideazione violenta e l’instabilità psicologica sono presenti e rilevabili sin dalla denuncia-querela, è lecito ritenere che il successivo atto violento – anche più grave del precedente come in questo fatto di cronaca – possa avvenire anche in prossimità della denuncia.

Il fenomeno della violenza ha tempi, modalità e contesti anche molto differenti. Conoscere le dinamiche delle persone violente, determinare la differenza tra una dinamica ed un’altra, evidenziare la presenza di alcuni fattori di rischio e l’interazione tra loro, può sicuramente ridurre drasticamente i tempi di intervento, contribuendo a scegliere gli strumenti, anche legislativi, più efficaci riducendo il numero delle vittime e i danni nei loro confronti. Questa operazione di valutazione e gestione del rischio di recidiva violenta non è però soltanto una mera rilevazione delle informazioni, ha alla base una teoria della mente che consente di organizzare tutti i fattori di rischio, dargli un senso rispetto alla particolarità del singolo soggetto, valutare la probabilità di una prossima violenza ed infine di trovare il modo migliore per gestire il suo comportamento violento.

Appare in conclusione chiaro come la gestione di persone violente abbia necessità di un lavoro congiunto. La stessa valutazione e gestione del rischio è sì un processo psicologico, ma non può essere realizzata che con la collaborazione di altre figure professionali.

 

Imparare a vedere: l’importanza delle esperienze visive precoci nell’organizzazione del sistema visivo

Ogni cosa che impariamo a riconoscere, che sia essa un oggetto con determinati forme e colori, che sia animato o inanimato o che sia un volto, in qualche modo va a modificare il nostro cervello.

 

In particolare sembrerebbe che un’ampia gamma di stimoli visivi possieda di diritto il suo “posto” e la sua elaborazione all’interno del cosiddetto “flusso visivo centrale”, cioè all’interno di un processamento gerarchico che si estende dalla corteccia visiva primaria alla corteccia temporale ventrale (VTC), in cui è presente una localizzazione cerebrale corrispettiva per ciascun stimolo visivo (Janini, & Konkle, 2019).

Come il nostro cervello apprende a vedere

Già negli anni ’80 lo studio di Ungerleider (1982) aveva mostrato come le risposte di VTC fossero necessarie affinché si concretizzasse l’abilità di riconoscimento visivo resa possibile grazie ai suoi pattern di risposta distribuiti che contengono informazioni circa oggetti e categorie e che ne rendono quindi possibile la loro percezione dal momento che le risposte delle sue specifiche zone sono corrispondenti alle categorie stesse (Parvizi, Jacques, Foster et al., 2012).

Grazie alle attuali tecniche di neuroimaging funzionale siamo in grado di misurare come il cervello nel corso del tempo, grazie all’esperienza, abbia imparato ad organizzare tutti gli stimoli visivi che vede e che provengono dall’esterno e a modificarsi plasticamente sulla base di essi con il fine di realizzare le abilità di riconoscimento visivo.

Le origini di queste abilità infatti sembrano essere particolarmente legate alle esperienze e a ciò a cui il bambino è esposto durante l’infanzia, anche se permangono ancor’oggi numerosi dubbi riguardo la natura specifica delle esperienze infantili che di fatto consentirebbero l’organizzazione funzionale gerarchica della topografia spaziale di VTC. Da un punto di vista neuro scientifico, non sappiamo se ad essere determinante sia il modo in cui vengono visualizzati gli stimoli quali volti o luoghi o se invece siano gli attributi visivi, l’immagine stessa degli stimoli (Janini & Konkle, 2019).

Diversi tentativi teorici sono stati elaborati per cercare di individuare i principi che descrivessero lo sviluppo dell’organizzazione topografica spaziale nelle aree visive; tuttavia quello che sembra rimanere inerente a tutti questi è l’idea che le dimensioni fisiche o percepite dello stimolo esterno vengano mappate su una dimensione fisica specifica lungo la superficie corticale associata all’elaborazione visiva (Gomez, Barnett, & Grill-Spector, 2019).

Esperienze visive precoci: lo studio fatto su persone che seguivano il cartone Pokèmon

Un’altra questione rimasta irrisolta riguarda quale caratteristica dell’informazione visiva “costringa” lo sviluppo e la topografia dell’organizzazione cerebrale della corteccia visiva.

Al fine di dare una risposta a tutte queste questioni rimaste senza risposta poc’anzi descritte, Jesse Gomez, Barnett e Grill-Spector, appartenenti al dipartimento di Psicologia dell’Università della Pennsylvania e collaboratori al programma di neuroscienze della Stanford University School of Medicine, in uno studio recentemente pubblicato su Nature Human Behaviour, hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale su un gruppo di soggetti adulti che da bambini hanno avuto un’esperienza visiva prolungata nel tempo con il videogioco dei Pokemon.

La scelta di utilizzare le immagini dei Pokémon è stata legittimata dal fatto che questi rappresentano una categoria unica di stimoli in quanto, contrariamente ad oggetti, luoghi o volti, non possiedono un corrispettivo nel mondo esterno e pertanto i loro attributi e caratteristiche, come ad esempio le loro dimensioni in un ambiente reale, possono soltanto essere inferiti, nonostante in qualche modo assomiglino ad animali presenti nel mondo reale e siano anche’essi animati (Janini & Konkle, 2019).

Ciò li ha resi degli stimoli particolarmente adatti per comprendere se una prolungata esperienza individuale ad essi durante i giochi d’infanzia risultasse poi in una nuova rappresentazione in VTC presente nel cervello adulto e se la localizzazione di questa risposta potesse essere predetta da una specifica dimensione visiva dell’immagine del Pokémon (Gomez, Barnett, & Grill-Spector, 2019).

Lo ricerca ha confrontato le evidenze di fMRI ottenute su due gruppi di partecipanti adulti, il primo maggiormente esperto nel gioco, che tra i 5 e gli 8 anni è stato esposto in modo prolungato e costante ad esso, e l’altro “non esperto” composto dallo stesso numero di adulti con la medesima età ma che non hanno mai avuto modo di giocare con i Pokémon da bambini.

Tutti i soggetti dei due gruppi sono stati sottoposti ad un compito di valutazione visiva tramite l’osservazione di 8 immagini per ciascuna categoria quale volti, corpi, pseudo parole, cartoni animati, Pokemon, auto e corridoi, all’interno dello scanner.

Le immagini funzionali ottenute hanno mostrato come la precoce e prolungata esperienza visiva al gioco dei Pokemon abbia determinato nelle regioni del solco occipitotemporale (OTS) del cervello adulto dei cambiamenti su larga scala: nel gruppo degli esperti, durante il riconoscimento visivo dei Pokemon, OTS ha infatti manifestato maggiormente risposte selettive a tale categoria rispetto al gruppo “non esperto”.

Ciò ha potuto far concludere che una prolungata esperienza durante l’infanzia potrebbe aver innescato l’emergere di una nuova rappresentazione in VTC per una nuova categoria di oggetti (i Pokemon) supportata da una consistente topografia funzionale (Gomez, Barnett, & Grill-Spector, 2019).

I risultati dello studio

In secondo luogo, per quanto riguarda il diverso peso del contributo di specifici attributi dell’oggetto nel determinare lo sviluppo e l’organizzazione su larga scala della corteccia visiva, le evidenze ottenute hanno messo in luce come la visione di un Pokemon di ridotte dimensioni sia stato l’unica fattore in grado di predire la localizzazione in modo preferenziale di tale categoria in un’area specifica della corteccia rispetto ad altri attributi dei pokémon quali la loro curvatura, forma o animazione (Gomez, Barnett, & Grill-Spector, 2019).

In conclusione dello studio e sulla base dei suoi risultati, è possibile desumere in due punti fondamentali le ragioni dell’esistenza di un’area cerebrale (OTS) selettiva per il riconoscimento selettivo dei Pokèmon e di una determinata funzionale organizzazione topografica spaziale.

Innanzitutto, a parere degli autori, ciò che noi osserviamo potrebbe essere intrinsecamente associato ad un bias retinico di eccentricità per il quale ad esempio giocare a pokèmon su uno schermo piccolo da bambini determinerebbe anche la comparsa di quest’ultimi in dimensioni ridotte a livello cerebrale perché precedentemente comparsi su una piccola porzione della nostra vista.

Ne consegue che oggetti di differenti dimensioni hanno differenti bias di eccentricità sulla base dei vincoli fisici attraverso i quali noi interagiamo con loro.

In seconda battuta, sarebbero i bias di eccentricità a determinare lo sviluppo di una localizzazione preferenziale delle aree associate a specifiche categorie.

Vista e sistema visivo: l’importanza delle prime esperienze

Infatti dai primi stadi del processamento visivo, alcune regioni cerebrali elaborano le informazioni che si sono posizionate al centro dello sguardo e altre quelle più periferiche; successivamente queste “distorsioni” retiniche passerebbero anche nella corteccia visiva in cui si realizza la rappresentazione dell’oggetto.

Lo studio di Gomez e colleghi ha infatti sottolineato come lo sviluppo dell’area cerebrale selettiva per i Pokèmon sia avvenuto nella corteccia precisamente nella zona in cui provengono le informazioni retiniche cadute nel centro dello sguardo, non a caso accanto a quella selettiva per i volti, mentre quelle adibite per la rappresentazione di scene in corteccia sono localizzate più in periferia (Janini & Konkle, 2019).

I dati di questa ricerca illustrano come siano cruciali e potenti le esperienze visive precoci nel determinare l’organizzazione del nostro sistema visivo agendo sulla malleabilità e plasticità del sistema stesso e come la modalità con la quale vediamo ed interagiamo con uno stimolo esterno durante l’infanzia influenzi lo sviluppo e la localizzazione della rappresentazione dello stesso nel cervello.

Da queste conclusioni ne deriva la possibilità che la mancata condivisione di determinati stimoli tra soggetti durante l’infanzia a causa di una malattia, di una deprivazione o di differenze culturali, possa produrre da adulti un’atipica o unica rappresentazione di quegli stimoli, generando disabilità sociali o nell’apprendimento.

Il bullismo tra gli adolescenti: il fenomeno guardato da vicino

Circa un decimo degli adolescenti di tutto il mondo, almeno una volta nella vita, sono stati vittime di violenza sia fisica che psicologica da parte dei loro compagni di scuola, comportamenti tipici del bullismo.

 

Studi precedenti suggeriscono che le esperienze di bullismo degli adolescenti sono correlate a comportamenti a rischio, a problemi di interiorizzazione e ad una percezione di supporto sociale deficitario.

Bullismo tra gli adolescenti: i dati OMS

Lo studio condotto dalla Martin Luther University Halle-Wittenberg (MLU) è stato pubblicato sul giornale scientifico Children and Youth Services Review.

Partendo dal modello diatesi-stress per le esperienze di bullismo proposto da Hymel e Swearer, i ricercatori hanno indagato se variabili legate al genere degli adolescenti, ai fattori di stress dei bulli o delle esperienze di vittimizzazione, correlassero con comportamenti a rischio, con una internalizzazione dei problemi e con relazioni con i pari prive di sostegno e supporto.

Per lo studio hanno confrontato i dati forniti dalla OMS, riguardanti circa 3000 adolescenti, che sono stati monitorati in tre tempi di misurazione diversi. I partecipanti allo studio provenivano da diversi paesi, come USA, Germania e Grecia.

I ricercatori hanno scelto queste nazioni proprio perché gli USA vengono considerati una cultura individualista, la Grecia una cultura collettivista ed infine la Germania è stata considerata la giusta via di mezzo.

I dati della OMS fornivano informazioni riguardanti qualsiasi forma di bullismo, sia subito che perpetrato, ma anche dettagli sul consumo di alcol e tabacco, disturbi psicosomatici, le modalità con cui riuscivano a confidarsi e confrontarsi con i loro amici ed infine il sostegno sociale dei loro compagni di classe.

Bullismo tra adolescenti: l’analisi dei dati

I risultati dello studio hanno evidenziato che i comportamenti e i problemi degli adolescenti sono simili in tutti e 3 i paesi, poiché circa il 9% dei ragazzi e delle ragazze hanno subito ripetutamente attacchi fisici o psicologici da parte di altri studenti.

Un altro dato importante che emerge è che gli adolescenti sia maschi che femmine, che sono stati vittime di attacchi sia fisici che verbali da parte dei pari, mostrano gli stessi comportamenti a rischio, come il consumo di alcol e di sigarette.

In particolare, le ragazze tendono ad internalizzare i problemi e ad avere problemi sintomatici come mal di stomaco e mal di testa.

Inoltre, un fattore sorprendente riguarda il fatto che sia i bulli che le loro vittime mostravano situazioni problematiche nei loro ambienti (famiglia, scuola, ecc,), in più entrambi avevano difficoltà a confrontarsi e confidarsi con i loro amici e con i loro compagni di classe, poiché non si sentono supportati a sufficienza.

Per il futuro, sarebbe utile ed interessante migliorare la comunicazione tra gli adolescenti per far sì che si crei un clima in classe di confronto e di supporto reciproco, nel caso si verifichino episodi di bullismo.

Ricordando Niki Lauda, grande sportivo e trapiantato: l’abitudine alla sfida sportiva può migliorare la compliance ed il coping dei pazienti trapiantati?

E’ venuto ieri a mancare il celebre pilota di Formula 1 Niki Lauda. Reduce da un bruttissimo incidente, sorprese il mondo delle corse con il suo rapidissimo ritorno in pista. Ha subito due trapianti di rene e un trapianto di polmone. La triste notizia ci spinge a interrogarci se la forma mentis di uno sportivo abituato a gareggiare possa essere di aiuto nell’ affrontare e superare le difficoltà della vita.

Ilaria Bagnulo, Vittoria Falchini, Federica Benifei, Marco Tanini, Alessandro Pacini, Luciano Boccalini

 

Introduzione: il trapianto d’organo

Il trapianto d’organo, essendo in grado di prolungare nonché migliorare la qualità della vita del paziente, rappresenta un’efficace terapia nel caso di specifiche gravi patologie. Di contro, il prelievo e la donazione di organi presentano problematiche di tipo biologico, psicologico, sociale, morale, come anche religioso. La fase pre-trapianto e la fase post-trapianto possono suscitare problemi di tipo emotivo nonché psicologico quali ansia, paura, angoscia, depressione, che possono sfociare in difficoltà relative all’immagine di sé, alla propria accettazione ed al reinserirsi nella propria vita familiare, sociale e lavorativa.

Affinché vi sia una miglior ripresa post intervento con conseguente miglioramento della qualità della vita, sono necessarie una valutazione della situazione personale, familiare e sociale del paziente nonché una preparazione psicologica della persona, in modo da poter programmare un percorso riabilitativo in base alle risorse ed ai limiti del paziente (Trabucco G. 2005).

In particolare, il rigido regime post-trapianto che la persona si trova a dover affrontare può interferire con l’andamento clinico e la qualità della vita della persona, influenzando negativamente la compliance dei pazienti trapiantati. Difatti, la fase post trapianto può far emergere alcune problematiche quali la difficoltà dei pazienti a seguire le indicazioni dategli nonché a mettere in atto strategie per fronteggiare al meglio tale fase. Si tratta di una sfida che la persona si trova a dover affrontare (Trabucco G. 2005).

Prendendo spunto dalla vicenda del pilota Niki Lauda, sottoposto a due trapianti di rene e uno di polmone in seguito ad un incidente nel 1976, ci siamo domandati se l’abitudine alla sfida sportiva e, dunque, l’essere sottoposti alla ricerca continua di strategie per superare i propri limiti e il doversi adeguare ad un regime di vita particolare, possano contribuire a migliorare il coping delle persone trapiantate e, conseguentemente, ottenere una maggiore aderenza ai trattamenti e quindi un miglioramento nella loro qualità della vita.

La storia di Niki Lauda

Andreas Nikolaus Lauda, meglio noto come Niki Lauda, nasce il 22 febbraio del 1949 a Vienna. Dopo l’incidente del Nürburgring, Niki Lauda ha dovuto affrontare due trapianti di rene (il primo avvenuto nel 1997 con donatore vivente il fratello e il secondo nel 2005 con rene donato dalla moglie) ed un trapianto di polmone a causa di un alveolite emorragica trattata prima con ECMO, inserito nella lista trapianti, si è reso disponibile un organo ed è stato trapiantato il 1/8/2018 esattamente 42 anni dopo l’ incidente (Mensurati M. 2016)

Niki Lauda e l’incidente del Nürburgring

Lo scenario e quello del circuito del Nürburgring che si snoda intorno al Castello di Nürburg, in Germania, una pista di 22,8 chilometri piena di curve, in cui erano già morti 131 piloti di diverse categorie in meno di cinquant’anni.

Il l primo agosto del 1976, nel mezzo della stagione agonistica, la pioggia ha reso insidioso il circuito, Niki Lauda propose di non correrlo durante la riunione pre-gara dei piloti, spiegando che le condizioni della pista non erano ottimali a causa del maltempo e che i rischi erano molto alti. A maggioranza i piloti decisero però di gareggiare, bocciando la sua proposta.

Dopo il primo giro (erano necessari quasi sette minuti per farne uno) la pista si era relativamente asciugata e ci fu grande concitazione ai box per cambiare le ruote alle auto e mettere quelle da asciutto. La gara è un testa a testa fra Lauda e Hunt. Al terzo giro: poco dopo la curva Ex-Muhle e il tornante Bergwerk, Niki Lauda perde il controllo della sua monoposto, la Ferrari 312 T2 sbanda in una curva a sinistra a causa di un cedimento strutturale favorito dalle condizioni della pista. L’auto colpsce in pieno una roccia a lato del circuito e si ferma in fiamme in mezzo alla pista. Niki Lauda, privo del casco saltato via durante l’impatto, viene tamponato dalle auto di due piloti in arrivo, Harald Ertl e Brett Lunger e si incendia. Il pilota austriaco, ancora cosciente, viene così avvolto dalle fiamme (Ferrari opera omnia 2007).

Il punto dell’ incidente, lontano dai box non era presidiato da commissari di gara, sono pertanto gli stessi piloti, Ertl e Lunger, a soccorrere Niki Lauda, insieme con altri due piloti arrivati in zona. Guy Edwards, Brett Lunger, Harald Ertl e Arturo Merzario scendono dalle auto interrompendo la gara per soccorrere Lauda.

Prima di essere estratto, il pilota riporta ustioni di primo grado alle mani e di terzo grado al volto, una frattura dello zigomo, ma soprattutto è stato esposto ai fumi tossici spigionati dall’ incendio dell’ autovettura che ha respirato per diversi minuti. Contrariamente a tutte le aspettative, appena 42 giorni dopo il rogo del Nürburgring, Niki Lauda si ripresenta in pista. Quell’anno avrebbe vinto il suo storico rivale James Hunt, ma la stagione successiva fu tutta per l’austriaco che vince il secondo dei suoi tre titoli mondiali (Marcacci P. 2017).

Il coping

Coping: “to cope with”, forse in modo un po’ troppo semplicistico e riduttivo, viene spesso tradotto con termini quali fronteggiare, reagire, affrontare, riferendosi a quelle strategie cognitive, emotive e comportamentali che l’essere umano mette in atto per far fronte e gestire eventi stressanti, reali o percepiti come tali (Spagna et, al. 2014).

Sebbene sia stato lungamente studiato, quello di coping è un concetto che a tutt’oggi non vede una definizione univoca. Termine di chiara matrice anglofona, è stato lo psicologo americano Richard Lazarus negli anni 60 del novecento ad introdurlo nel panorama della psicologia con una cospicua mole di ricerche volte a definirne le componenti.

In particolare, lo psicologo definisce le così dette strategie di coping (1991) come veri e propri sforzi cognitivi e comportamentali posti in essere dall’essere umano in merito a richieste specifiche, interne o esterne che siano, valutate come eccessive od eccedenti rispetto alle proprie risorse.

In tale processo, Lazarus (1966; 1968; Lazarus e Folkman, 1984) sottolinea l’importanza dei fattori cognitivi, riconoscendone la supremazia rispetto alle variabili genetiche ed ai contesti di natura socioculturale.

Altri autori hanno invece messo in evidenza i limiti di un approccio troppo individualistico, evidenziando che le situazioni stressanti sono vissute all’interno di un contesto interpersonale altamente articolato, in cui un ruolo di particolare rilievo è rivestito dagli “altri significativi” e che le loro risposte esercitano un’influenza non trascurabile sul modo in cui l’essere umano affronta una determinata situazione stressante (Manne e Zautra, 1989;Marin, Holtzman et al., 2007).

In presenza di una malattia ingravescente ed invalidante, ad esempio, gli “altri significativi” ed in particolar modo il partner non sono solo fonti di supporto (o all’opposto di ulteriore fatica), ma anche partecipanti attivi che influenzano il processo di gestione dello stress, a partire dalla valutazione della situazione fino alle strategie di coping che l’individuo può mettere in atto per far fronte a tutto ciò che la condizione di malato cronico comporta (Acitelli, Badr, 2005).

Quale delle due correnti di pensiero si assurge a discapito dell’altra?

È bene in questa sede sottolineare che nonostante gli studi e le ricerche abbiano visto il confronto e l’alternarsi nel corso degli anni dei due approcci distinti, il primo che ha posto l’accento sugli aspetti innati e stabili della personalità, versus un secondo filone di ricerca che ne ha invece enfatizzato i contesti situazionali, nessuno dei due si è affermato sull’altro in maniera marcata. Entrambi gli aspetti si configurano infatti come di primaria importanza e concorrono nel delineare tale costrutto, oggi considerato multidimensionale. Sulle strategie di coping influiscono infatti la personalità di chi le mette in atto e non da ultimo la natura dello stress ed il contesto in cui lo stesso si è verificato (Carver et al., 2010). Ed è proprio nell’evento stressante che è possibile rintracciare quel leitmotiv, un comune denominatore che accomuna il mondo dello sport e quello dei trapianti.

Sono ormai note ai più le esperienze di campioni ritornati a svolgere attività sportive professionistiche ad alti livelli dopo il trapianto, si citano in questa sede Niki Lauda, campione di automobilismo, Jonah Lomu (campione di rugby), Alonzo Mourning (giocatore di basket), Ivan Klasnic (campione di calcio). Non da ultimo, i pazienti con un trapianto di fegato che hanno scalato vette di seimila metri oppure trapiantati di cuore che hanno saputo completare manifestazioni di alto impegno agonistico, quali l’Ironman Triathlon (3,8 km di nuoto,180 km di ciclismo, 42,2 km di corsa) (Haykowsky et al., 2009).

Lo sport e lo stress

Se è pur vero che diversi studi hanno dimostrato che lo sport determini benefici sull’umore, riducendo gli stati d’ansia (Bodin, Torunn, Martinsen, Egil, 2004) e che, in generale, fin dai tempi antichi l’attività fisica viene considerata come parte integrante del concetto di salute, quando lo sport non è più fine a sé stesso ma diventa un lavoro o lo si pratica a livello agonistico, l’atleta dovrà in un certo qual modo confrontarsi con l’ansia e con lo stress nelle loro diverse declinazioni.

Nonostante siano spesso intrisi di significati negativi, ansia e stress sono al contempo connaturati di valenze positive e, nella pratica sportiva, possono aiutare gli atleti ad avere un buon grado di concentrazione nell’esecuzione della prova ed essere quindi funzionali al raggiungimento dell’obiettivo. A queste accezioni si affiancano quelle più controproducenti per l’atleta e che possono condurre ad un possibile decremento della sua prestazione. Per tali ragioni, ansia e stress sono i fenomeni più studiati in ambito sportivo. Edmonds et al. (2008) hanno effettuato una ricerca sugli aspetti emozionali delle gare automobilistiche utilizzando un simulatore di guida. Lo studio era finalizzato a verificare l’utilità e l’efficacia dell’apprendimento di strategie di autoregolazione emozionale prima di una competizione, mediante tecniche di biofeedback (Hanin, 2000) e con riferimento agli stati emozionali individuali. I risultati hanno confermato l’efficacia di tali strategie, ma al contempo è stata evidenziata la necessità di considerare approcci strettamente individualizzati.

Tra i metodi più usati dagli atleti per fronteggiare ansia e stress, affinché non inficino le loro prestazioni sportive ci sono le tecniche di rilassamento e meditazione corporea, che hanno dato negli anni i risultati migliori (Tamorri et.al., 2004). Nella maggior parte delle procedure utilizzate ci si prefigge l’obiettivo di eliminare gli effetti debilitanti dell’ansia e dello stress, cercando di abbassare il livello di arousal dell’organismo. Non sempre però tali metodiche sono in grado da sole di determinare gli effetti sperati, poiché questi dipendono anche e soprattutto delle reazioni soggettive agli stimoli stressanti. Pertanto, alle tecniche di rilassamento e a meditazione corporea si affiancano anche quelle di matrice somatica o cognitiva (Tamorri et. al., 2004).

È quindi assai variegato ed articolato il panorama dei programmi specifici di allenamento a cui gli atleti possono attingere per allenare le così dette coping skills, con l’obiettivo di riuscire a gestire meglio la loro performance, non solo durante le competizioni sportive ma anche e soprattutto quando si trovano a dover fronteggiare un evento di più ampia portata come l’infortunio ed a limitarne le conseguenze emotive negative post-evento.

Un “evento critico”, per definirsi tale, deve avere un impatto sufficientemente stressante, tanto da sopraffare la capacità di reazione di norma efficace di un individuo o di un gruppo. (De Felice, Colaninno, 2003).

Le principali caratteristiche di un infortunio o di una malattia ed i loro effetti fisici e psicologici vengono riuniti sotto il concetto di distress (Heinonen et al. 2005; Beanlands et al. 2003; Trask et al. 2002). Anche il processo di adattamento alla condizione di soggetto infortunato o di persona malata vengono studiati come reazioni di coping, ognuna delle quali pare inscriversi in un contesto intriso di storia e significati personali legati al soggetto interessato, sia esso infortunato o affetto da malattia (Kirsh, McGrew, Dugan&Passik, 2004; Watson et al.2004; Johnson, Vickberg et al. 2001).

Gli studi sul coping evidenziano il rapporto tra l’esperienza di malattia e l’efficacia delle strategie messe in atto dal soggetto per far fronte alla condizione di persona malata (Schulz-Kindermann et al. 2002). Un’altra serie di studi focalizza invece l’attenzione sui processi di interazione tra distress e coping (Holzner et al. 2001).

Conclusioni

Il trapianto d’organo si configura come un evento stressante per chi lo esperisce, le profonde implicazioni che comporta, con il conseguente impatto emotivo e psicologico dell’intervento, possono costituire una situazione traumatica che interrompe il senso di continuità e integrità personale, elicitando intense emozioni. È infatti possibile che si instauri una vera e propria crisi psicosomatica che esige dal paziente la mobilitazione di tutte le sue risorse nel processo di integrazione del nuovo organo estraneo, il quale può determinare un’alterazione della rappresentazione di sé e del senso di identità ( Dew et al. 1999; Griva et al., 2002).

Per far fronte agli effetti psicologici dei vissuti traumatici, che l’esperienza del trapianto può comportare, è efficace l’aver acquisito esperienze positive di sé e degli altri, ciò consente infatti di utilizzare strategie per la riduzione dello stress (De Pasquale et al.,2014; Stukas et al., 1999).

 

Crediamo che l’esempio di Niki Lauda possa rientrare appieno tra le esperienze positive che possono aiutare le persone che hanno subito o subiranno un trapianto a continuare ad andare avanti, non fermandosi alle difficoltà ma continuando a correre, più forti di prima (ndr).

Disturbo Psicopatico di Personalità: caratteristiche distintive e differenze rispetto al Disturbo Antisociale di Personalità

In letteratura e nella pratica clinica la Psicopatia (o Disturbo Psicopatico di Personalità – DPP)  viene a volte confusa con il Disturbo Antisociale di Personalità (DAP) e può accadere che i due termini vengano erroneamente utilizzati come sinonimi. È importante invece mantenere distinti i due disturbi sul piano concettuale per le loro specificità e deficit, in modo da orientare in modo più efficace il trattamento.

 

La psicopatia (o Disturbo Psicopatico di Personalità – DPP) è un Disturbo di Personalità caratterizzato da comportamento antisociale e distacco affettivo ed interpersonale (Benning, Patrick, Blonigen, Hicks, e Iacono, 2005).

Dal punto di vista dei sistemi di classificazione internazionale dei disturbi mentali, il Disturbo Psicopatico di Personalità è stato incluso nella sezione III dei “Modelli Emergenti e Misure” del DSM 5 (APA, 2013). Il DSM IV-TR (APA, 2000) includeva soltanto il Disturbo Antisociale di Personalità.

In letteratura e nella pratica clinica il Disturbo Psicopatico di Personalità (DPP)  viene a volte confuso con il Disturbo Antisociale di Personalità (DAP) e può accadere che i due termini vengano erratamente utilizzati come sinonimi. È importante invece mantenere distinti i due disturbi sul piano concettuale per le loro specificità e deficit, in modo da orientare in modo più efficace il trattamento. Pur avendo diversi punti di similarità, di cui il fondamentale è un pattern durevole di comportamenti antisociali che iniziano durante l’infanzia, il Disturbo Psicopatico di Personalità implica specifici e distintivi deficit emotivi e interpersonali.

La Psicopatia (Disturbo Psicopatico di Personalità): che cos’è?

L’attuale concettualizzazione della psicopatia è stata influenzata dagli studi di Cleckley (The Mask of Sanity, 1941), il quale elencò 16 criteri diagnostici che potevano essere utilizzati per identificare le persone con il Disturbo Psicopatico di Personalità. Particolare enfasi veniva posta sulle scarse abilità affettive ed interpersonali dello psicopatico (superficialità, incapacità di amare, mancanza di rimorsi, mentire patologico) e sul suo comportamento antisociale (scarso controllo degli impulsi, assenza di pianificazione, incapacità di apprendere dalle esperienze passate, delinquenza, stile di vita parassitario).

Questa nozione di psicopatia è stata poi operazionalizzata negli anni seguenti con messa a punto della Psychopathy Checklist (Hare, 1991), la quale comprende 20 items atti a misurare queste due dimensioni del disturbo.

La psicopatia risulta essere dunque un disturbo caratterizzato da una costellazione di caratteristiche affettive, interpersonali e comportamentali specifiche, quali:

  1. Loquacità/fascino superficiale: disinvoltura e loquacità nella conversazione, capacità di dare risposte pronte, divertenti e intellingenti, o di raccontare storie improbabili ma convincenti su di sé che lo mettono in buona luce (anche se ne emerge un fascino superficiale);
  2. Senso grandioso del Sé: opinione eccessivamente elevata del proprio valore e delle proprie qualità, che lo porta a risultare arrogante e supponente;
  3. Bisogno di stimoli/propensione alla noia: il soggetto sperimenta facilemente la noia e tende per questo a mettere in atto comportamente rischiosi;
  4. Menzogna patologica: tendenza a mentire come modalità frequente nelle interazioni con gli altri e con un’ottima abilità nel mentire;
  5. Manipolazione: per conseguire un proprio scopo personale può far uso di inganni, menzogne e frodi manipolando gli altri;
  6. Assenza di senso di colpa: assenza di emozioni morali quali colpa e vergogna e di preoccupazione per le conseguenze negative delle proprie azioni;
  7. Affettività superficiale: può dimostrare freddezza emotiva oppure mostrare un’espressione teatrale, superficiale, recitata e di breve durata delle emozioni;
  8. Deficit di empatia: mancanza di empatia, insensibilità e disprezzo per le emozioni e il benessere degli altri, visti unicamente come soggetti da manipolare per il proprio vantaggio;
  9. Deficit del controllo comportamentale: discontrollo comportamentale, bassa tolleranza della frustrazione con comportamenti aggressivi di fronte alla critica e al fallimento, associati ad un’elevata irritabilità e disregolazione della rabbia;
  10. Comportamento sessuale promiscuo: comportamenti e condotte sessualmente promiscue;
  11. Mancanza di obiettivi e piani realistici a lungo termine: difficoltà nel formulare ed eseguire piani realistici a lungo termine;
  12. Elevati livelli di impulsività;
  13. Delinquenza in età giovanile con una storia di comportamenti antisociale in età adolescenziale;
  14. Problematiche comportamentali precoci: gravi problemi comportamentali in età infantile (comportamenti persistenti di menzogna, furto, rapina, frode, piromania, assenze scolastiche ingiustificate, bullismo, vandalismo, fughe da casa, attività sessuali precoci).

Considerando l’analisi fattoriale del costrutto della psicopatia misurato attraverso al scala PCL-R (1991) si evidenziano 2 fattori correlati. Il primo fattore descrive le caratteristiche emotive e interpersonali tipiche del Disturbo Psicopatico di Personalità: il primo corrisponde ad uno stile arrogante e menzognero e distacco emotivo-esperienza emotiva deficitaria, il secondo fattore fa riferimento invece alle condotte impulsive e antisociali ed è fortemente associato alla criminalità.

Da alcuni studi di Hare (2003) emerge che solo il secondo fattore del costrutto definibile “antisocialità’” correla positivamente con il Disturbo Antisociale di Personalità, mentre il primo fattore relativo allo stile emotivo interpersonale sembra essere tipico e correla positivamente solo con Il Disturbo Psicopatico di Personalità e non con il Disturbo Antisociale di Personalità.

In termini di schemi cognitivi – che si caratterizzano come rigidi e inflessibili – il soggetto con psicopatia valuta se stesso come forte e autonomo, mentre l’altro è percepito come debole, sfruttabile e manipolabile per raggiungere i propri scopi. È frequente un bias di attribuzione di intenzioni malevoli degli altri; presenta pertanto ipervigilanza all’intenzionalità malevola dell’altro e tendenza ad aggredire minimizando la possibilità di essere vittimizzato.

A livello emotivo, è evidente un deficit in termini di competenza emotiva relativamente a diversi aspetti. Alcuni studi hanno evidenziato una riduzione dell’espressione e riconoscimento prosodico vocale non verbale delle emozioni negli individui con psicopatia.  Altri studi hanno suggerito che gli individui con psicopatia avrebbero un deficit di risposta emotivo selettivo, riguardante la paura ma non altre emozioni: in tal senso, ricerche sugli indici fisiologici delle emozioni dimostrano una ridotta risposta elettrodermica a stimoli minacciosi negli individui psicopatici (Herpetz et al., 2001), mentre non mostrano deficit nell’esperire altre emozioni, incluse quelle positive.

In ogni caso, il deficit a carico dell’empatia appare centrale nella psicopatia. Considerando gli aspetti cognitivi ed emotivi dell’empatia, la letteratura suggerisce che le disfunzioni negli psicopatici non sono a carico degli aspetti cognitivi dell’empatia di riconoscimento di stati mentali, pensieri, desideri, credenze e intenzioni (tipicamente misurati attraverso compiti e test di Teoria della Mente, quali l’Advanced Theory of Mind Test oppure il Reading the Mind in the Eyes’ task). D’altro canto, facendo riferimento alle componenti emotive dell’empatia sembrano significativi i deficit a carico del riconoscimento delle emozioni nell’altro (es. attraverso espressioni facciali).

Il deficit empatico è implicato nell’insorgenza e mantenimento della psicopatia poiché l’altro viene visto dal soggetto con psicopatia come oggetto da utilizzare per i propri scopi, con scarsa o assente esperienza di emozioni morali come la colpa e e il rimorso.

In generale, gli psicopatici non mostrano alcuna preoccupazione riguardo gli effetti che le loro cattive azioni possono avere sugli altri, o addirittura su loro stessi. Spesso commettono crimini impulsivi e non pianificati, persino quando la probabilità di essere scoperti e puniti sono elevate. Alla base di tali comportamenti sembrerebbe esserci un’incapacità di apprendere informazioni associate alle punizioni e di rispondere in maniera appropriata ad esse. Ad esempio sono stati trovati deficit in compiti di condizionamento avversivo (Flor, Birbaumer, Hermann, Ziegler, e Patrick, 2002) ed in compiti di apprendimento passivo dell’evitamento (Blair e colleghi, 2004; Newman e Kosson, 1986), una ridotta capacità di riconoscere espressioni facciali negative (Blair e colleghi, 2004) e una risposta elettrodermica deficitaria in risposta ad espressioni vocali negative (Verona, Patrick, Curtin, Bradley e Lang, 2004).

Essendo incapaci di imparare dalle punizioni, le persone con psicopatia manifestano spesso comportamenti impulsivi, perseveranza ed una sostanziale incapacità di inibire la scelta di opzioni precedentemente vincenti nel momento in cui un cambiamento della situazione le renda svantaggiose (Whiteside & Lynam, 2001).

In letteratura si è osservato che la storia di attaccamento dei soggetti con psicopatia  è caratterizzata da esperienze di parenting disfunzionale tra cui: a) stile genitoriale incoerente e instabile: le regole sono scarse, instabili, il genitore non fornisce in modo stabile, coerente, significativo e contingente un feedback per regolare il comportamento aggressivo del bambino (spesso gestito in modo coercitivo); b) stile genitoriale autoritario ed eccessivamente severo e coercitivo; c) trascuratezza e scarso monitoraggio; insufficiente condivisione ed espressione affettiva; elevata emotività espressa. Dalla storia evolutiva di attaccamento, emergono e si mantengono schemi e credenze su sé e gli altri che predispongono alla modalità di funzionamento della psicopatia, come la percezione degli altri come ostili e rifiutanti e la tendenza alla dominanza, coercizione e manipolazione dell’altro.

Psicopatia e processi di decisione

Van Honk, Hermans, Putnam, Montagne e Schutter (2002) hanno esaminato, in partecipanti con alti e bassi tratti di psicopatia, le performances in un famoso task sperimentale, l’Iowa Gambling Task. I risultati hanno dimostrato come i partecipanti con alta psicopatia non imparassero dai feedback negativi (perdita di denaro) che ricevevano durante il compito e manifestassero quindi comportamenti maladattivi, confrontati con i non psicopatici.

Newman, Patterson e Kosson (1987) hanno chiesto a psicopatici e non psicopatici incarcerati di eseguire un compito monetario del tutto analogo all’Iowa con l’obiettivo di esaminare le loro risposte perseverative. Anche in questo caso gli psicopatici compivano scelte non vantaggiose e perdevano maggiori somme di denaro durante il compito. Blair, Morton, Leonard e Blair (2006) hanno studiato la capacità di decision making in persone con psicopatia usando il Differential Reward/Punishment learning task, nel quale i partecipanti dovevano scegliere tra due oggetti che erano associati a differenti livelli di premio o punizione. I dati, anche in questo caso, hanno rivelato una significativa difficoltà, negli psicopatici, nello scegliere tra oggetti con diversi livelli di premio o punizione.

Altri ricercatori recentemente hanno somministrato l’Ultimatum Game ed il Dictator Game ad un gruppo di psicopatici e ad un gruppo di controllo. Nell’Ultimatum Game un primo giocatore decide come dividere una somma di denaro tra sé e un secondo giocatore, mentre quest’ultimo può decidere se accettare o meno la divisione proposta. Nel caso in cui egli rifiuti l’offerta, entrambi i giocatori non riceveranno la somma di denaro. Nel Dictator Game, invece, il primo giocatore decide come dividere la somma di denaro, mentre il secondo giocatore semplicemente riceve la parte di denaro decisa dal primo. I risultati hanno mostrato come gli psicopatici accettassero in minor misura le offerte valutate come ingiuste e non eque in questi due giochi, ottenendo di fatto a fine gioco una minore somma di denaro rispetto ai non psicopatici. In uno studio più datato Blanchard, Bassett e Koshland (1977) hanno indagato la sensibilità a premi e ricompense in un gruppo di psicopatici incarcerati, rispetto ad un gruppo di controllo, ai quali veniva chiesto di effettuare una scelta tra ricevere un premio nell’immediato, seppur piccolo, oppure ricevere un premio tre volte maggiore ma con un ritardo di qualche ora o qualche giorno. Gli psicopatici mostravano una minore capacità di ritardare la gratificazione rispetto al gruppo di controllo.

I dati riscontrati in questi diversi studi permettono di trarre alcune osservazioni e riflessioni su un disturbo così complesso e ricco di sfaccettature. I comportamenti impulsivi, irresponsabili, privi di pianificazione potrebbero essere in parte spiegati dalla sostanziale incapacità dello psicopatico di frenare la necessità di ricompensa e gratificazione immediate, di resistere alla tentazione di provare emozioni ed esperienze forti, e dalla sua insensibilità di fronte a feedback negativi o punizioni, come si è potuto rilevare nei diversi studi con compiti di decision-making. Le conseguenze negative, nel breve e lungo periodo, che la messa in atto di questi comportamenti può portare sono di notevole impatto non solo nella vita dello psicopatico, ma anche delle persone che gli stanno attorno e nella società in cui vive.

Psicopatia e moralità

Kohlberg (1958) per primo trovò che ragazzi aventi storie di antisocialità usavano in modo consistente ragionamenti morali di tipo preconvenzionale, suggerendo quindi l’idea che fattori esperienziali e ambientali negativi potessero contribuire a determinare un arresto dello sviluppo morale a livelli più immaturi della norma.

L’ipotesi che l’arresto a forme di giudizio morale preconvenzionali sia correlato alla manifestazione di condotte devianti ha trovato evidenza clinica anche in relazione alla personalità psicopatica.

Una spiegazione che è stata avanzata per giustificare le differenze di ragionamento morale riscontrate tra soggetti psicopatici e non è quella che i due gruppi funzionino secondo diversi livelli di sviluppo cognitivo ed in particolare secondo forme più immature nel primo caso rispetto al secondo.

L’approccio di Kohlberg allo studio dello sviluppo morale prevede infatti una considerazione centrale dei processi di tipo cognitivo, proponendo un parallelismo fondamentale fra gli stadi dello sviluppo intellettivo e quelli dello sviluppo del pensiero morale. In questa prospettiva, la maturazione di strutture cognitive sempre più complesse viene considerata una condizione necessaria per l’emergere di livelli morali sempre più avanzati: così un individuo che ad esempio non abbia superato lo stadio delle operazioni concrete potrà raggiungere solo le prime fasi del giudizio morale.

A conferma dell’esistenza di una relazione tra le scarse capacità morali rilevate nei soggetti psicopatici ed una corrispettiva immaturità cognitiva, nello studio di Campagna e Harter (1975) sono stati testati i partecipanti con la Wechsler Intelligence Scale for Children, con il risultato che, all’interno di ciascuno dei due gruppi, i ragazzi con migliori punteggi di intelligenza cognitiva manifestavano anche più elevati livelli di ragionamento morale e viceversa. In particolare, i soggetti psicopatici risultavano avere punteggi significativamente più bassi dei controlli a tutti e sei i subtest verbali della scala, riflettendo una generale carenza nelle abilità di concetto, di astrazione e di simbolizzazione.

Il fatto quindi che i ragazzi risultati meno intelligenti ad una valutazione cognitiva fossero anche quelli con maggiori difficoltà di natura morale ha supportato l’idea di un fattore di tipo cognitivo alla base dello sviluppo morale e di una carenza in entrambe le funzioni negli individui con psicopatia.

In generale, le ricerche sulle capacità di ragionamento morale in individui con psicopatia che hanno utilizzato sia il paradigma di Kohlberg sia quello di altri studiosi (ad esempio, Turiel) delineano un’immagine dell’individuo con psicopatia come essenzialmente mancante di un’adeguata moralità e perciò insensibile ed inosservante dei principi dell’etica comune. In particolare in una prospettiva cognitivo-evolutiva, si ritiene il soggetto psicopatico carente nelle funzioni meramente intellettive che dovrebbero consentirne lo sviluppo sul piano della socializzazione morale, suggerendone un arresto ad un’organizzazione cognitiva al secondo livello epistemologico di Kohlberg, ossia basata su un orientamento individualistico di tipo premio-punizione: si può dunque considerare che lo psicopatico sia guidato da valutazioni meramente egoistiche rispetto alle conseguenze dei propri comportamenti, senza saper invece tenere in debito conto quei principi interiori che normalmente impediscono l’attuazione di gravi condotte etero-lesive.

Caratteristiche neurobiologiche del Disturbo Psicopatico di Personalità

Diversi studi in letteratura hanno evidenziato caratteristiche neurobiologiche specifiche del Disturbo Psicopatico di Personalità riguardanti l’attivazione di aree e strutture implicate nella regolazione emotiva e delle relazioni interpersonali, come l’amigdala, le strutture limbiche e la corteccia prefrontale ventromediale (vm PFC).

In particolare, alcuni studi di neuroimaging dimostrano l’associazione tra disfunzioni a carico dell’amigdala e psicopatia, sia in termini di attivazione funzionale che di caratteristiche struttuali anatomico-morofologiche.

Anche disfunzioni a carico della corteccia prefrontale ventromediale (vm PFC)  correlano con la psicopatia, come evidenziato da studi su pazienti neurologici con lesioni focali e da studi sperimentali sul decision making. Infatti la rilevanza di tale correlazione fa riferimento all’interazione della corteccia prefrontale ventromediale con altre regioni cerebrali corticali e sottocorticali coinvolte nella cognizione sociale e nei processi decisionali, nella regolazione emotiva e dell’aggressività.

La disfunzione dell’amigdala in relazione alla psicopatia, si può leggere attraverso due ipotesi interpretative: la prima che evidenzia la correlazione tra deficit empatico del soggetto psicopatico con l’anomalia nel funzionamento dell’amigdala (Blair, 1995); la seconda che evidenzia come la disfunzione dell’amigdala si manifesta nella bassa reattività agli stimoli minacciosi e dannosi ( e di conseguenza con bassa sensibilità alle punizioni e alle norme morali).

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