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Parla con tuo figlio (2019) di Violetta Colonna: il linguaggio dei segni per comunicare con i neonati – Recensione del libro

Secondo l’autrice del libro Parla con tuo figlio il linguaggio dei segni e quello parlato potrebbero diventare complementari e aiutare i bambini nell’esprimere i propri bisogni tramite i gesti, imparare cose sul mondo e instaurare legami fatti di comprensione reciproca. I bambini hanno infatti un bisogno innato di sentirsi ascoltati e quindi sono felici di avere più mezzi che permettano loro di farlo.

 

Avete mai pensato a quanto può essere frustrante per un bambino che ancora non parla riuscire a comunicare con gli adulti?

Alla nascita i bambini possono utilizzare solo il pianto come modalità per trasmettere agli altri le loro necessità, segnale non sempre di facile comprensione da parte dell’adulto. Crescendo il bambino acquista la capacità di utilizzare prima i gesti, come l’indicare, e più tardi il linguaggio, esito finale di un complesso processo di apprendimento.

L’abilità di parlare è frutto di un percorso lungo e graduale, che lascia tuttavia il bambino nei primi mesi di vita senza lo strumento efficace della parola per poter comunicare con il mondo circostante. Il libro Parla con tuo figlio può offrire un valido aiuto in questo periodo di tempo, offrendo un nuovo modo di “parlare” con il proprio figlio, proprio quando il bambino non ha ancora acquisito questa abilità.

I bambini sono fortemente motivati a trasmettere messaggi alle persone che li circondano, ma nel periodo preverbale i genitori sono spesso costretti a provare ad indovinare cosa passa per la mente dei loro figli.

“Tutti siamo stati bambini, ma pochi di essi se ne ricordano” diceva Antoine De Saint Exupery nel suo Piccolo Principe. E questo vale anche per la fatica e gli sforzi che fanno i bambini nell’imparare nuove capacità come camminare e parlare. Quando un bambino pronuncia una parola, ha imparato a mettere la lingua in una certa posizione, le labbra in un’altra, controllare le corde vocali, regolare la respirazione, mettere insieme i suoni, associare a un oggetto un suono. Ci vuole tempo fino ai 3 anni prima che il bambino padroneggi la lingua in modo comprensibile e chiaro per tutti gli adulti.

Eppure tutti i bambini imparano a fare ciao-ciao con la mano, scuotere la testa per dire no e fare su e giù con la testa per dire sì. Questi sono esempi di segni semplici e facili che i bambini imparano ed usano per parlare del mondo in assenza di linguaggio verbale. Non poter esprimere i propri pensieri sul mondo fa sentire isolati e frustrati, motivo per cui spesso i bambini utilizzano capricci, urla, pianti, per trasmettere un messaggio, che spesso agli adulti risulta di difficile comprensione. Tra i 9 e i 12 mesi i bambini sono pieni di cose da dire, ma generalmente devono aspettare tra i 18 mesi e i 2 anni per possedere le parole che gli adulti capiscono.

Parla con tuo figlio.. dalle parole ai gesti

E dato che comunicare con successo con gli altri migliora la vita, perché non utilizzare il linguaggio dei segni quando il bambino non padroneggia ancora il linguaggio delle parole?

Come spiega il libro Parla con tuo figlio, diverse ricerche condotte in America, dove questo linguaggio è ampiamente utilizzato, hanno mostrato diversi benefici di questo approccio. Uno studio su 103 famiglie, di cui un terzo aveva utilizzato questo linguaggio, ha mostrato che i bambini che avevano potuto sfruttare questa possibilità di comunicare perché usata dai genitori, avevano 2 anni dopo migliori performance nei test di intelligenza, un vocabolario linguistico recettivo ed espressivo più ampio e una modalità di gioco più strutturata e simbolica.

Un beneficio riportato dell’utilizzo del linguaggio dei segni è permettere al bambino l’esperienza di essere capito con rapidità e precisione, favorendo la comprensione e la fiducia reciproca, diminuendo il senso di frustrazione e di conseguenza lacrime e capricci. Quando riusciamo a comunicare con gli altri ci sentiamo meno soli; l’autostima e il benessere nascono infatti dal sentirsi in grado di esprimersi, capiti e ascoltati.

È stato inoltre dimostrato che i bambini a cui sono stati insegnati i segni imparano a parlare prima e hanno un vocabolario più ricco a 2 anni. Come affermato nel libro, questo accade perché così come i bambini smettono di gattonare quando iniziano a camminare, dato che questo gli concede più libertà, smettono di usare i segni per parlare perché il linguaggio permette maggiore completezza, rapidità, complessità. Il linguaggio dei segni è considerato semplicemente un ponte che aiuta la transizione dall’assenza di linguaggio al linguaggio parlato.

È stato considerato anche un vantaggio a lungo termine sullo sviluppo cerebrale. Da una ricerca è infatti emerso che bambini che avevano utilizzato questo linguaggio in fase preverbale a 8 anni presentavano punteggi al test intellettivo WISC-III in media più alti di 12 punti rispetto ai coetanei. Probabilmente questo risultato è da attribuirsi a uno sviluppo più precoce delle capacità simboliche e delle abilità di astrazione, così come della memoria di lavoro, che permette di fare collegamenti tra concetti ed elementi. Sembra inoltre che questi bambini avessero una maggiore passione verso i libri, mantenuta anche nel tempo.

La premessa di questo approccio è che comunque i due linguaggi, gestuale e parlato, non si devono sostituire uno all’altro, ma aggiungere e diventare complementari. Aggiungendo i segni alle parole ogni volta che si parla di un argomento si aiutano i figli ad esprimere i bisogni tramite i gesti, imparare cose sul mondo e instaurare legami fatti di comprensione reciproca. I bambini hanno un bisogno innato di sentirsi ascoltati e quindi sono felici di avere mezzi che permettano loro di farlo.

Come utilizzare il linguaggio dei segni nella comunicazione con i propri figli

Nel libro Parla con tuo figlio si accenna a due possibilità di utilizzo del linguaggio dei segni: utilizzare il LIS (Lingua dei Segni in senso stretto), strada consigliata solo se si ha la possibilità di sfruttare questa lingua anche in altre situazioni, se si conosce già o se si vuole insegnarla come seconda lingua al proprio bambino, oppure secondo un approccio più flessibile, basato sui segni semplici o spontanei.

La seconda modalità prevede di utilizzare i segni che i bambini creano da soli, spesso più riproducibili e semplici dei segni LIS a livello motorio. L’approccio flessibile non tiene conto dei segni LIS, ma propone gesti con una stretta relazione con le esperienze quotidiane del bambino. Inoltre per comunicare spesso i bambini reclutano movimenti fisici che sono associati a caratteristiche dell’oggetto di cui sono impazienti di parlare (es. sniffare per “fiore” o allontanare le mani per “grande”). Per questo nel libro vengono illustrate figure dei segni per i concetti che si suppone il bambino voglia esprimere (es. muovere la mano avanti e indietro verso la bocca tenendo le dita chiuse per “mangiare”, oppure far ruotare in senso orario la mano con l’indice disteso davanti per “ancora”).

Quando iniziare ad usare il linguaggio dei segni?

Dopo i 6 mesi, in particolare quando il bambino inizia ad indicare le cose, interessarsi ai libri con le figure, scuotere la testa per il no, fare ciao-ciao. Vengono tuttavia poste alcune raccomandazioni dall’autrice: usare sempre il segno assieme alla parola e ripeterlo, così che il bambino ne capisca l’equivalenza, iniziare con pochi segni per allenarvi ad usarli, coinvolgere anche gli altri familiari, guidare con delicatezza le mani del bambino se non riesce a fare il segno da solo, inserire i segni nelle abitudini quotidiane (cambio pannolino, pasti, bagnetto), essere flessibili e accettare anche approssimazioni dei gesti, essere pazienti ed entusiasti rispetto all’uso dei segni. Guardare insieme un libro di figure, cantare canzoncine/filastrocche e fare giochi che includono i segni sono tutte attività divertenti da poter fare con il bambino.

Se verranno utilizzate queste indicazioni il bambino sarà portato progressivamente a guardare le mani dei genitori mentre fanno gesti, comprenderne il significato, imitarli, usare i segni per rispondere, usare i segni spontaneamente. Bisogna sempre concentrarsi sui segni che possono risultare utili per i bambini, proprio per questo alla fine del libro Parla con tuo figlio sono illustrati tutti i segni che potrebbero essere utilizzati nella vita quotidiana, suddivisi per sezioni: azioni, igiene e corpo, segni base, la famiglia, gli oggetti, gli animali, i colori, le emozioni, l’abbigliamento. Si scoprirà allora che per dire che si è stanchi basta mettere le mani piegate con i palmi rivolti verso le spalle e farle ruotare avanti e in basso, o per dire che si è arrabbiati si può far scivolare le mani dalle spalle verso il petto.

Comunicare le proprie emozioni è un passo fondamentale per la competenza emotiva e utilizzare questi gesti fin dai primi mesi mette sicuramente le basi per un adeguato sviluppo mentale ed emotivo.

L’autrice inoltre nella parte finale di Parla con tuo figlio dà importanti spunti basati sull’esperienza clinica rispetto alla cura dei bambini per quanto riguarda lo sviluppo fisico, il tempo libero, il gioco, lo sviluppo mentale, lo sviluppo verbale e sociale e la nanna.

In conclusione

Sappiamo bene che le basi dell’attaccamento si fondano proprio sui primi mesi di vita, e in particolare sulla capacità del genitore di comprendere gli stati mentali del proprio figlio. Se il bambino può trasmettere attraverso i gesti i suoi stati mentali, il compito del genitore di decodificarli sarà sicuramente più facile. E dato che, come sosteneva il filosofo Zygmunt Bauman “Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione”, dare ai figli altri strumenti per comunicare in modo efficace oltre al linguaggio parlato, e quindi leggere questo libro, dà certamente spunti fondamentali per la costruzione di questo legame.

Parla con tuo figlio è un libro utile per tutti i genitori interessati a comunicare con il proprio figlio prima dell’avvento delle parole, quindi per tutti i genitori.

Disturbo dell’interesse sessuale: la funzione della sexual concordance

Un nuovo studio indaga la relazione tra il funzionamento sessuale e la sexual concordance: le implicazioni potrebbero essere particolarmente rilevanti per la terapia del disturbo dell’interesse sessuale/arousal (SIAD – DSM 5).

 

Lo studio della sessualità umana è stato guidato per lungo tempo da un principio funzionalistico, volto cioè solo alla comprensione e trattamento di quelle condizioni che impediscano all’atto sessuale di essere generativo, non curandosi dei numerosi altri aspetti che interessano la vita intima della nostra specie e che ne determinano da ultimo il benessere sessuale.

Disturbo del’interesse sessuale: da Master e Johnson alla sexual concordance

Furono gli studi pionieristici di W. Masters e V. Johnson (Human Sexual Response, 1966), ad ampliare questa visione, individuando grazie ai dati raccolti da centinaia di pazienti, le fasi ricorrenti in ogni risposta sessuale umana, seppure con variabilità individuale. Così all’eccitazione segue una fase di plateau, culmina in orgasmo e si risolve gradualmente per riportare il corpo alla condizione pre-stimolazione. In seguito, Helen Kaplan (1974) suggerì l’importanza di una quinta fase, il desiderio sessuale o “drive”, che predisponesse l’individuo all’attività erotica agendo come facilitatore della stessa, in assenza della quale il soggetto avrebbe esperito un disagio.

Fin dai primi studi di Masters e Johnson, le tecniche sperimentali utilizzate non sono state limitate alle misure riportate dai soggetti in forma narrativa circa l’esperienza sessuale appena vissuta, ma si sono servite di strumenti tecnologicamente all’avanguardia per rilevare i cambiamenti fisiologici che accompagnano l’arousal nell’uomo. Diversi ricercatori contemporanei si sono proposti di indagare come la sexual concordance, ovvero la sincronia tra la risposta sessuale fisiologica e quella soggettivamente riferita, cambi tra i diversi individui e modulata da quali fattori.

Disturbo del’interesse sessuale: il nuovo studio sull’autopercezione dell’eccitazione

Tra questi, una nuova pubblicazione sul Journal of Sex and Marital Therapy, da parte di Suschinsky, Huberman, Maunder, Brotto, Hollenstein e Chivers (2019) riporta i dati ottenuti da uno studio condotto su 64 donne, proprio in relazione alla propria sexual concordance. L’importanza di questo costrutto apparirà più chiara se guardiamo all’importante riconcettualizzazione avvenuta nel campo clinico circa le difficoltà sessuali: infatti nel DSM 5 (APA, 2013) viene introdotto il Sexual Interest/Arousal Disorder (SIAD) i cui criteri diagnostici supportano un nuovo paradigma, secondo il quale la capacità di riconoscere i segnali di resposività all’attività erotica del proprio corpo giocherebbe un ruolo cruciale. Conseguentemente, è stato possibile ipotizzare come questo, in donne che avessero difficoltà nel riconoscere tali segnali somatici riconoscendoli come sessuali, potesse risultare in uno scarso desiderio sessuale. Nello studio di Suschinsky et Al. (2019), la misura della risposta fisiologica dell’attivazione sessuale è stata ottenuta mediante due indici di vasocongestione dei tessuti vaginali e clitoridei (Vaginal Photoplethysmography, VPP e Clitoral Photoplethismography, CPP) durante una proiezione audiovisiva di contenuto esplicito alla quale le partecipanti stavano assistendo. Al contempo, una misura dell’autopercezione dell’eccitazione raggiunta veniva espressa dalle partecipanti su di una scala da 0 a 100.

Disturbo del’interesse sessuale: i risultati

I risultati ottenuti, suggeriscono che a prescindere dal funzionamento sessuale più o meno buono del soggetto, le risposte genitali registrate predicevano con successo la percezione riportata dell’eccitazione sessuale (size effect medio-grande per la CPP e medio-piccolo per la VPP, in linea con la precedente letteratura). La concordanza sessuale maggiore è poi stata riscontrata in quelle donne che riportavano difficoltà sessuali, nello specifico quando modifiche nell’eccitazione percepita divenivano precursori della risposta fisiologica registrata. In futuro quindi, approcci terapeutici volti all’aumento dell’esperienza soggettiva ed emozionale dell’arousal sessuale potrebbero risultare efficaci nel migliorare il funzionamento sessuale dei soggetti in senso più globale.

Il ruolo chiave dell’autostima nella percezione del supporto sociale

Un recente studio ha mostrato che ricevere supporto sociale, da parte di amici e familiari, porta benefici per la salute fisica in soggetti che possiedono un’alta autostima.

 

In particolare, sembrerebbe che il supporto sociale vada a ridurre i segni di infiammazione cronica nei soggetti che hanno una buona visione di sé stessi. Al contrario, nei soggetti con una bassa autostima, il supporto sociale non sembrerebbe portare gli stessi benefici per la salute.

Autostima: influisce su quanto ci sentiamo supportati?

I partecipanti (N= 949), adulti sani, sono stati chiamati a compilare questionari self report per valutare l’autostima, il supporto sociale percepito ed alcune informazioni sociodemografiche che potevano influenzare i livelli di infiammazione corporea. È bene ricordare che l’infiammazione cronica è associata ad un maggior rischio per lo sviluppo di malattie come il cancro o il diabete (Ershler & Keller, 2000; Ridker, 2009); nel presente studio i livelli di infiammazione sono stati misurati attraverso il prelievo di un campione di sangue, per monitorare la presenza della proteina CRP, marker di infiammazione, e studiarne la relazione con il supporto sociale e l’autostima.

Autostima e percezione di supporto: i risultati dello studio

Dai risultati dello studio è emerso che nei soggetti aventi un’alta autostima, il supporto sociale percepito si correla con bassi livelli del marker di infiammazione (CRP). Al contrario, nei soggetti aventi una bassa autostima, la ricezione del supporto sociale è associata alla presenza di alti livelli della proteina CRP.

Questi risultati possono essere letti alla luce di studi precedenti (Murray, Rose, Bellavia, Holmes e Kusche, 2002; Marigold et al., 2007) che hanno mostrato come l’autostima è in grado di influenzare la percezione delle esperienze fatte dal soggetto. A tal proposito, è plausibile che un’alta autostima permetta di apprezzare maggiormente gli aiuti da parte di terzi che diventano una risorsa per il soggetto; mentre, una bassa autostima può predisporre l’individuo a percepire come più stressanti gli aiuti, poiché è possibile che l’individuo non si senta degno di ricevere supporto sociale o perché si ha la sensazione di chiedere troppo agli altri, in tal modo quella che dovrebbe rappresentare una risorsa per il soggetto si tramuta in uno stressor.

La Mindfulness nel trattamento dell’ADHD: recenti ricerche e adattamenti italiani

Negli ultimi anni sono state introdotte pratiche di meditazione mindfulness nel trattamento dei bambini con ADHD. La meditazione facilita la riduzione di comportamenti aggressivi, aumenta le capacità di riconoscimento delle emozioni, favorendo una funzionale attivazione emotiva, al fine di ridurre la vulnerabilità verso sintomi psichiatrici

Angela Dassisti

 

La psicologia ha spesso incontrato, tratto e adottato concetti della filosofia e delle arti orientali; la meditazione, in particolare, rappresenta una delle pratiche principali utilizzata in modo trasversale, impiegata in ambiti differenti e molteplici. La pratica mindfulness favorisce le capacità di osservazione dell’individuo, perché possa vivere “un maggior senso di chiarezza e di padronanza sulla sua vita” (Kabat – Zinn, 1990), promuovendo l’abilità di prestare attenzione alle sensazioni del proprio corpo, alle emozioni e ai pensieri nel “qui ed ora”, attraverso l’esercizio sistematico dell’auto-osservazione, con una sospensione intenzionale dell’impulso a definire, valutare e giudicare l’esperienza (Segal, Williams, & Teasdale, 2013).

Tale capacità ridimensiona il naturale “vagabondare della mente” e il rimuginio (Mrazek, Smallwood e Schooler, 2012; Mrazek, 2013; Schooler 2014), attraverso il riorientamento gentile dell’attenzione sull’oggetto di osservazione: il respiro e il proprio corpo. La meditazione sembra agire da fattore protettivo nei confronti di problematiche psicopatologiche (Cloniger, Svrakic e Przybeck, 1993; anche Crescentini et al, 2018), predisponendo la persona ad una maggiore autoregolazione del comportamento, estesa a diversi tipi di trattamenti psicoterapici (Baer, 2003; Segal, Williams, & Teasdale, 2002) e negli ultimi anni anche al disturbo da deficit dell’attenzione e dell’iperattività (ADHD).

Mindfulness: l’uso nel trattamento dell’ADHD

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e dell’Iperattività (ADHD) è caratterizzato dalla difficoltà di focalizzare l’attenzione in modo volontario e costante, dalla tendenza all’iperattività motoria e cognitiva e dalla difficoltà nella gestione emotiva. Le persone che soffrono di questo disturbo, mostrano incostanti o scarsi livelli motivazionali e tendono alla disregolazione emotiva, per cui spesso si presentano comorbilità con disturbi del comportamento, d’ansia o di personalità.

La meditazione può rappresentare uno strumento di integrazione terapeutica efficace (Bishop et al., 2004; Brown & Ryan, 2003; Davidson et al., 2003; Lazar et al., 2005; Schwartz & Begley, 2002; Segal et al., 2002) per regolare gli stati di attivazione cognitiva ed emotiva.

Il sistema attentivo, organizzato in diversi network che si attivano ed interagiscono nel corso dell’attività cognitiva, effettua un controllo esecutivo più o meno automatico a seconda del tipo di attività richiesta, della motivazione ad eseguirla e dell’emozione ad essa associata. Le difficoltà attentive presenti nell’ADHD sono variabili e differenti; per cui si osserva una difficoltà nella preparazione del compito (scarsa allerta fasico e bassa motivazione), estrema fatica a mantenere e orientare l’attenzione volontariamente (allerta tonico e attenzione sostenuta di tipo endogeno), aggravata dalle distrazioni esterne (focalizzazione automatica di tipo esogeno) e dalla tendenza a vagare con la mente (distrazione), soprattutto nel corso di un compito automatico o poco interessante (Default Mode Network, DMN).

Mindfulness e meditazione per l’ADHD: su cosa agiscono

Considerando tali caratteristiche (Posner  e Petersen, 1990; 2012; Tang e Posner, 2009, Malinowski, 2013) la meditazione faciliterebbe l’allenamento delle funzioni di focalizzazione, osservazione e consapevolezza della propria distrazione, influendo positivamente sulle abilità di riorientamento e disancoraggio dallo stimolo e sul funzionamento attentivo e cognitivo generale. L’allenamento a riportare la concentrazione in modo gentile e non giudicante su stimoli neutri, come il respiro o i movimenti lenti, infatti, aumenterebbe la consapevolezza di sé, il senso di efficacia e di padroneggiamento della propria mente, riducendo l’impatto di stati mentali particolarmente dolorosi e intensi, oltre che la frequenza di risposte disfunzionali. L’esercizio costante di osservare che la distrazione sopraggiunge ed è possibile riorientare l’attenzione su qualcosa di concreto come il respiro, infatti, aiuta l’individuo a prendere coscienza del funzionamento della propria mente (Klingberg et al. 2005) e distanza critica dai propri pensieri. Questo potrebbe contrastare efficacemente l’abituale deficit di auto-regolazione cognitiva ed emotiva, tipico dell’ADHD e dei disturbi ad esso associati (Biederman, 2004; Kessler et al., 2006).

In un recente studio di neuroimmagine (Tomasino, Campanella e Fabbro, 2016) è stato possibile apprezzare, in seguito ad un training orientato alla mindfulness, una maggiore attivazione del giro orbitale mediale dell’emisfero destro. Tale risultato sembra in linea con i cambiamenti osservati in numerosi studi longitudinali sull’uso della meditazione nell’adulto, che sembrerebbe facilitare modificazioni nell’attivazione della corteccia cingolata, prefrontale e parietale, dell’insula, dello striato e nell’attivazione dell’amigdala (Tang, Holzel e Posner, 2015), strutture coinvolte nell’autoregolazione dell’attenzione, delle emozioni e del rimuginio.

Mindfulness in età evolutiva: evidenze di efficcacia

L’interesse ed i risultati evidenziati dalle varie ricerche hanno esteso l’uso delle pratiche di meditazione agli interventi che riguardano adolescenti e bambini. Protocolli basati sulla mindfulness sono stati adattati ed utilizzati per bambini o per adolescenti con disturbi psicologici e disturbi del comportamento (Burke 2010; Zoogman et al 2015; Kallapiran et al 2015), soprattutto per la riduzione dell’aggressività, dei comportamenti autolesivi (in caso di autismo) e la ruminazione mentale (MYmind, De Bruin et al, 2015; Ridderinkhof e colleghi, 2017), estendendoli anche alla famiglia e agli operatori (Mindfulness-Based Positive Behavior Support, MBPBS, Singh et al, 2014).

Training basati sulla mindfulness della durata di circa 8 settimane, proposti ad adulti (Zylowska e colleghi, 2008), bambini (Van der Oord e colleghi, 2012), adolescenti, estesi anche alla famiglia (Van de Weijer-Bergsma e colleghi 2012; Haydicky et al 2015) convergono verso una comune riduzione della sintomatologia disattentiva ed un miglioramento nel controllo degli impulsi, in favore della qualità delle relazioni.

Meditazione Orientata alla Mindfulness (MOM) nei bambini con ADHD

Negli ultimi anni sono state introdotte pratiche di meditazione mindfulness anche nel trattamento dei bambini con ADHD (M. Thompson and J. Gauntlett-Gilbert del 2008). La meditazione facilita la riduzione di comportamenti aggressivi, aumenta le capacità di riconoscimento delle emozioni, favorendo una funzionale attivazione emotiva, al fine di ridurre la vulnerabilità verso sintomi psichiatrici (Singh et al., 2007). L’impiego di pratiche mindfulness nel lavoro con i bambini di età scolare, inoltre, sembra modificare in modo funzionale i processi di accuratezza ed inibizione della risposta, favorendo lo sviluppo di maggiori competenze di funzioni esecutive (Eva Oberle, 2012).

Uno studio ha coinvolto 47 studenti tra i 9 e i 14 anni  in un training di Mindfulness- Based Stress Reduction (MBSR), per la durata di 8 settimane con esercizi adattati all’età del campione (Van der Oord,  Bögels, and  Peijnenburg 2012). Tutti i partecipanti avevano eseguito prima e dopo il training test sull’attenzione. Ogni settimana seguivano un’ora di training in gruppo ed eseguivano esercizi a casa. Nel follow-up al termine del training tutti i partecipanti avevano ottenuto buoni risultati ed i bambini con ADHD raggiungevano migliori risultati nei test attentivi rispetto ai test iniziali.

Un ultimo protocollo di Meditazione Orientato alla Mindfulness (MOM, Fabbro, Crescentini, 2016), adattato ai bambini, è stato presentato in modo dettagliato nel libro di recente pubblicazione sull’applicazione clinica della Meditazione Orientata alla Mindfulness, (a cura di Crescentini C. e Menghini D., 2019), che comprende anche note ricerche internazionali sull’utilizzo della meditazione. Il protocollo è stato manualizzato per la popolazione in età evolutiva ed utilizzato in due ricerche italiane su campione clinico, con campione di controllo. La prima effettuata in collaborazione con l’Università degli studi di Udine (Fabbro e Crescentini, 2016; Crescentini C,, Capurso V., Furlan S, e Fabbro F. 2016), l’altra presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma (Santonstaso et al, in preparazione).

Al termine delle 8 settimane previste di training i bambini sono stati valutati in un follow up con gli stessi strumenti iniziali per verificare i cambiamenti. In tutte le aree indagate sono stati osservati apprezzabili miglioramenti nel gruppo di bambini che aveva seguito il training orientato alla mindfulness (MOM), ma nessuna variazione significativa nel gruppo di controllo, che aveva seguito un training sulle emozioni (lettura del libro “Sei folletti nel mio cuore”).

Come per i protocolli orientati alla mindfulness presentati ed utilizzati a livello internazionale anche la MOM adattata ai bambini (Fabbro, Crescentini, 2016, Crescentini 2017, Santonastaso et al, in preparazione) sembra fornire incoraggianti risultati, per una futura applicazione affiancata alle terapie cognitive classiche, all’interno di un intervento multimodale per la terapia dell’ADHD.

Mindufulness e meditazione: prospettive future per il trattamento ADHD

La peculiarità e variabilità dei profili ADHD, tuttavia, impongono una selezione sulla base del funzionamento del sistema attentivo e delle criticità caratteristiche del disturbo, con gruppi più numerosi, disponendo di maggiori misurazioni. Suggeriamo per la composizione del campione una valutazione delle singole capacità attentive (focalizzazione, allerta, attenzione sostenuta), delle abilità di inibizione, monitoraggio e pianificazione (funzioni esecutive), oltre a valutazioni dirette su aspetti psicoaffettivi e motivazionali, anche con l’ausilio di questionari proposti a genitori ed insegnanti. Sulla base di misurazioni più specifiche, infatti, si potrebbero creare gruppi con partecipanti con sintomatologia disattentiva e iperattiva/impulsiva prevalenti, con disregolazione emotiva o temperamento provocatorio, in modo da ottenere nei follow up indicazioni più chiare e puntuali. Disporre, inoltre, dei tempi di reazione (test computerizzati), delle misure dell’allerta e dell’attività di focalizzazione sostenuta, prima e dopo il training fornirebbe maggiori informazioni sui network e processi cognitivi in cui la meditazione interviene.

Un altro aspetto da non sottovalutare sarebbe l’organizzazione di training adatti a partecipanti disattenti, iperattivi ed impulsivi. Potrebbero essere, ad esempio più  brevi nella durata, ma con una frequenza maggiore, soprattutto nelle fasi iniziali del lavoro, per offrire subito la possibilità di raggiungere una maggiore esperienza nella meditazione e aumentare l’interesse e la motivazione nei partecipanti ADHD, che tendono ad abbandonare il training e a non eseguire gli homeworks.

Un altro aspetto rilevante, a nostro avviso, sarebbe il coinvolgimento della famiglia negli incontri di meditazione, sia come elemento determinante alla continuità del lavoro per tutta la durata del training, sia come parte integrante dell’intervento terapeutico stesso, a modificazione dell’ambiente di riferimento, per un cambiamento generalizzato e duraturo nel tempo.

Legami generazionali. Strumenti di assessment clinico (2018) di Vittorio Cigoli, Eugenia Scabini, Marialuisa Gennari, Giancarlo Tamanza – Recensione del libro

Legami generazionali illustra alcuni strumenti e tecniche volti a far luce su carattere e qualità dei legami familiari. Ciascuno di essi ha già una lunga storia e una consolidata tradizione di ricerca alle spalle.

 

Si tratta di: il Disegno Congiunto; il Family Life Space; l’Intervista Clinica Generazionale. Il filo rosso che precisa e distingue il volume consiste in una rivisitazione e in un ulteriore perfezionamento degli strumenti proposti, che trovano il loro principale utilizzo nel contesto dell’assessment clinico.

Accanto a questo aspetto, per così dire “obiettivo”, balza all’occhio un elemento di natura maggiormente soggettiva, emotiva e implicante, che è l’instancabile passione che gli autori testimoniano attraverso la loro costante riflessione. Una riflessione, o meglio un pensare per andirivieni, come raccomandava Edgar Morin, che ha attraversato interi decenni: del Disegno congiunto Vittorio Cigoli, allora con Umberto Galimberti e Marina Mombelli aveva già scritto nel 1988; del Family Life Space Giancarlo Tamanza con Carlo Gozzoli aveva scritto nel 1998; all’intervista Clinica Generazionale Cigoli e Tamanza avevano dedicato nel 2009, dopo anni di lavoro, un’ampia pubblicazione.

Legami Generazionali è dunque il frutto maturo di un lungo percorso di riflessione e di ricerca clinica, la cui matrice di pensiero è costituita dal Modello Relazionale Simbolico.

Legami generazionali: il modello di riferimento

Il libro si apre con un denso capitolo in cui Vittorio Cigoli e Eugenia Scabini illustrano il Modello Relazionale Simbolico, nelle sue origini e nelle sue specificità.

Il modello risale ai primi anni novanta del secolo scorso, ed ha alla sua base sia la ricerca sociale sulla famiglia sia l’interesse clinico per i legami familiari.

A proposito della famiglia e dei legami, il modello evidenzia che le azioni e i sentimenti di un membro familiare influenzano gli altri membri, e che i parenti partecipano gli uni alla vita degli altri e sono parte di un insieme a cui viene dato il nome di corpo familiare (Cigoli, 1992). Aspetto principale e distintivo del familiare consiste nel suo carattere generativo e generazionale e di rete di parentela. Le sfide a cui la relazione familiare espone la persona sono di conseguenza viste dagli autori: nell’essere generati; nell’essere in trasformazione; nell’essere di passaggio tra le generazioni. Il familiare è così all’origine della persona quale “essere in relazione” e la visione clinica sottesa al modello relazionale simbolico è certamente relazionale.

Si tratta tuttavia di una visione complessa, attenta all’interazione e all’azione ma nondimeno ai sentimenti e alle intenzioni soggettive, che attinge sia ad autori di ambito sistemico, sia di ambito psicoanalitico. Il modello relazionale simbolico si discosta però dagli aspetti riduzionisti presenti in entrambi gli ambiti: non si accontenta del come ma indaga anche il perché (a differenza di un certo purismo sistemico), né teme di cimentarsi con aspetti tipicamente etici della vita umana, quali il carattere donativo dello scambio, e l’esigenza di fiducia, speranza e giustizia nelle relazioni (a differenza della psicoanalisi tradizionale e del pensiero freudiano).

La matrice simbolica infatti rivendica a chiare lettere alla propria base le qualità sia affettive che etiche che caratterizzano le relazioni familiari. L’affetto è per sua natura relazionale, qualifica la relazione, la provoca; mentre l’ethos la regola.

Sono le qualità etico-affettive che costituiscono la struttura portante della relazione di coppia (il coniugale); della relazione genitori-figli (il genitoriale); della relazione tra le stirpi (il generazionale).

Erik Erikson (1982) definiva la cura come l’interessamento per ciò che è stato generato per amore, per necessità o per caso e che supera l’ambivalenza in nome di un obbligo irrevocabile.

E’ questo particolare impegno a dar conto dell’umano, a prendersene cura, a rispettarne la particolare complessità, che è fatta di progetti, valori, responsabilità, eticità dello scambio, oltre che di sentimenti e di azioni, che orienta gli strumenti di assessment descritti nel volume.

Legami generazionali: gli strumenti

Gli strumenti proposti sono tecniche di assessment terapeutico, e rappresentano uno spazio-tempo intermedio tra l’esaminatore e l’esaminato, che li coinvolge entrambi. Costituiscono forme creative di manipolazione del contesto interattivo interpersonale che permette di considerare sia l’azione di ciascun componente la famiglia, sia quella di diadi, di triangoli, come pure dell’insieme complessivo.

Costante in tutte le tecniche descritte è l’attenzione a dar conto sia del livello individuale specifico sia del livello familiare congiunto e a illuminarne le connessioni e le influenze reciproche.

Comune è anche una lettura multidimensionale dei dati, come pure l’integrazione di analisi tipicamente cliniche e qualitative con metodi quantitativi. In particolare.

Per il Disegno Congiunto della Famiglia viene proposta una nuova griglia di analisi con due livelli di osservazione. Una riferisce al prodotto, ovvero al disegno fatto in quanto tale, e a ciò che ciascun membro ha fatto. L’altra riguarda il processo, ossia ciò che accade durante la realizzazione del disegno, e l’attenzione nei confronti dell’interazione (diadi, triadi, insieme complessivo). Le istruzioni, la consegna, l’analisi sono corredate da esempi clinici concreti, che rendono la descrizione dello strumento particolarmente puntuale e ne evidenziano la ricchezza delle implicazioni.

Da sottolineare oltre alla dimensione diagnostica e valutativa è anche l’aspetto terapeutico e prognostico del disegno congiunto.

Il clinico può infatti disporre all’esito dell’ incontro con la famiglia di una rappresentazione chiara e fondata delle relazioni familiari e della loro funzionalità o problematicità. Può anche ipotizzare rischi evolutivi diversi, e scelte di lavoro terapeutico diversamente orientate. La famiglia da parte sua è aiutata a comprendere oltre agli aspetti disfunzionali gli elementi di risorsa di cui dispone, e gli obiettivi di cambiamento da perseguire.

Per il Family Life Space, strumento grafico-simbolico particolarmente efficace in vista di un assessment relazionale della famiglia, viene proposta una nuova procedura di analisi metrica. Si tratta di un’integrazione che non intende sostituire l’analisi qualitativa tipica di questa tecnica, ma cercare di renderne più ricco e più controllabile l’utilizzo. Le informazioni grafiche e simboliche date dal FLS sono infatti tradotte anche in valori metrici, consentendo così di applicare ai dati raccolti algoritmi geometrici e statistici.

La spiegazione delle modalità di somministrazione e di analisi anche in questo caso è seguita da esempi clinici, che permettono di chiarire l’utilizzo e di comprendere le potenzialità dello strumento.

Appare di particolare interesse, e soprattutto di rilevante novità rispetto ad altri strumenti, la possibilità di applicare il FLS grazie alla nuova procedura di analisi metrica in studi estensivi sulle relazioni familiari, rispettando la natura specifica dell’oggetto indagato. Il FLS viene infatti a integrare in modo coerente elementi qualitativi e quantitativi offrendo tuttavia una produzione di informazioni originariamente relazionali, il che è assai raro in altre procedure, dove la misura complessiva di insieme viene ricostruita a posteriori attraverso manipolazioni statistiche.

L’Intervista Clinica Generazionale (ICG) è un’intervista strutturata e prevede un sistema preciso di codifica. Viene utilizzata sia nella ricerca clinica sulle relazioni familiari sia nelle situazioni di assessment relazionale-generazionale. Anche in questo caso dunque il suo utilizzo non è quello di un test, bensì di uno strumento di assessment terapeutico, volto a costruire un legame tra la coppia genitoriale e il clinico che la somministra e a favorire un percorso di comprensione e di cambiamento. La variante proposta in Legami generazionali comporta alcune modifiche rispetto al testo uscito nel 2009 ed è corredata di nuovi esempi clinici. La costruzione della ICG ha richiesto anni di lavoro ed ha visto impegnate numerose équipes cliniche e di ricerca psicosociale. In confronto ad altre interviste familiari la ICG è l’unica a valersi di una unità di codifica sia individuale che di coppia ed è l’unica a disporre di un sistema di misurazione combinato, sia qualitativo che quantitativo. Prevede inoltre un atteggiamento dell’intervistatore volto a favorire apertura e coinvolgimento nella coppia a cui viene somministrata e di conseguenza una produzione discorsiva ricca, non meccanicamente segnata da una sequenza rigida di domande e risposte.

Nella sua completezza l’ICG si compone di 23 aperture dialogiche e di due serie di stimoli grafico- pittorici (quadri d’autore), suddivisi in tre sezioni: la relazione con le origini, la relazione di coppia, il passaggio generazionale. La prima parte dell’intervista (quella relativa alle origini) è rivolta a ciascun partner sempre in presenza dell’altro; la seconda e la terza parte (coppia e passaggio) sono rivolte congiuntamente alla coppia. Il sistema di codifica consente di evidenziare forme diverse dei legami familiari (fecondo, critico, fallimentare) rispetto a ciascuno dei tre assi considerati, ovvero origini, coppia e generatività.

Anche le modalità interattive con cui la coppia affronta il compito costituiscono un’informazione importante sia in termini diagnostici che prognostici.

L’esempio clinico riportato nel testo riferisce a una situazione di consulenza tecnica di ufficio e mostra l’utilità dello strumento anche in un contesto tradizionalmente valutativo. La ICG permette infatti alla coppia di comprendere come la propria crisi sia un problema della relazione e non solo delle singole persone, favorendo uno sguardo relazionale inedito, che aiuta i partners a contenere la contrapposizione e le proiezioni reciproche.

Legami generazionali: molteplici usi del testo

Tutti gli strumenti proposti in Legami Generazionali mostrano quindi, in coerenza con il Modello Relazionale Simbolico che li ispira, come sia possibile declinare in senso collaborativo l’assessment clinico e la stessa valutazione peritale disposta dal giudice, che viene tipicamente vissuta come coatta. Il clinico, da parte sua, può godere del supporto di strumenti rigorosi, e tuttavia profondamenti etici, che fanno della condivisione, della partecipazione alla conoscenza e della presa di decisione responsabile inerente i legami, le basi dell’intervento clinico.

Si tratta di un libro ricco e senz’altro utile, che potrà essere un riferimento per gli studenti ma potrà piacere anche ai clinici esperti che lavorano con le famiglie e soprattutto agli psicologi che si occupano di valutazione della genitorialità, nell’ambito della consulenza tecnica o nel contesto dei servizi.

Al tema della valutazione, spesso vissuto male dai clinici a seguito della mancanza di domanda spontanea che lo caratterizza, Legami generazionali offre strumenti tecnici rigorosi e utili, ma offre a mio avviso anche una consapevolezza  fondamentale: l’intervento valutativo costituisce un fattore di cambiamento; l’intervento valutativo ha rilevanza terapeutica; l’intervento valutativo implica profondamente chi lo attua, e lo impegna a prendersi cura eticamente, oltre che professionalmente, della famiglia che incontra.

Storytelling e disagio mentale, la rappresentazione della follia nell’arte e nella letteratura – Podcast

È partito il 2 maggio il corso Storytelling e disagio mentale presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino. Il corso, che si concluderà il 7 giugno,  è tenuto da Alvise Sforza Tarabochia, docente e ricercatore in studi culturali italiani e direttore del dipartimento di lingue moderne alla University of Kent (Canterbury, GB), visiting professor presso l’ateneo torinese.

Il corso, aperto a tutti gli studenti, presenta la storia della rappresentazione dei disturbi mentali nelle arti visive, in letteratura, nelle scienze e nella cultura popolare. Si concentra in particolare sui principali topoi letterari e visivi che hanno governato la rappresentazione della follia, per esempio la fisiognomica, l’estrazione della pietra della follia, la marotte del buffone, ecc. Le lezioni si concentreranno inoltre su casi paradigmatici, come il rapporto fra psicoanalisi e letteratura, la rappresentazione del manicomio come luogo di segregazione e cura, i movimenti dell’’antipsichiatria’ e infine l’emergere di un discorso in prima persona della follia, attraverso testimonianze dirette e l’uso terapeutico dello storytelling.

Il corso nasce da una semplice considerazione: dai suoi albori l’umanità ha sempre parlato e rappresentato la follia, in tutte le sue forme e declinazioni. Questo ha prodotto dei grandi costrutti narrativi che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, la cui comprensione ci permette di chiarire i pregiudizi e gli stereotipi che ancora oggi affliggono la percezione del disturbo mentale.


Corpo, Immaginazione e Cambiamento. Terapia Metacognitiva Interpersonale (2019): quella nota, incomprensibile idea dell’integrazione mente-corpo – Recensione del libro

Il libro Corpo, Immaginazione e Cambiamento descrive il razionale e le modalità di utilizzo delle tecniche immaginative, corporee e drammaturgiche nel corso di una psicoterapia condotta secondo l’approccio della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI).

 

Per chi, come chi scrive, è nato professionalmente nuotando tra le rive del Costruttivismo Radicale e della Terza Onda della CBT, quel costrutto apparentemente univoco ed ostinatamente ripetuto di mente-corpo è parte del lessico quotidiano. Se ad un congresso di Costruttivismo Radicale, Cibernetica (o di altri ambiti con nomi esotici quali Enactivism, Autopoiesis, etc.) si rischia un vero e proprio linciaggio nell’utilizzare termini dualistici, la Terza Onda mostra una maggiore indulgenza che fa coesistere nei medesimi rendez-vous posizioni che spaziano da un comportamentismo duro e puro in cui relazione è una parolaccia a monaci zen invitati a simposi sul ruolo del silenzio in psicoterapia.

La cosa che lascia spesso basito chi cammina tra questi variopinti raduni è la ricorrente assenza di un trait d’union tra rigorose dissertazioni sullo sviluppo di un’epistemologia monistica seppur in assenza di alcuna tecnica coerente e l’affollarsi di pratiche corporee, immaginative ed esperienziali senza il ben che minimo razionale teorico sul funzionamento del paziente!

Tutto questa lunga digressione per introdurre la mia decisione di recensire il nuovo libro di Dimaggio, Ottavi, Popolo e Salvatore (2019): Corpo, Immaginazione e Cambiamento. Il primo e più rilevante giudizio che posso formulare su questo testo è infatti l’offrire al lettore italiano (e prossimamente anglofono) un tentativo coerente, rigoroso e dettagliatissimo di come il cambiamento terapeutico non possa non procedere lungo la via dell’integrazione mente-corpo. Che detta così sembra un’ovvia banalità, ma che poi quanto uno si cimenta… le cose sfuggono sempre di mano! Perché è facile parlare di mente-corpo, altra cosa è avere una concettualizzazione psicopatologica adeguata e delle tecniche con questa coerenti. L’escamotage che va per la maggiore negli ultimi anni è quello di una dimensione transdiagnostica che venga appunto basata sull’integrazione mente-corpo e chiuderla lì. E se consideriamo come il gruppo del Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale di Roma avesse sin dalla sua fondazione già pronto un fattore generale di psicopatologia (i.e. metacognizione; Dimaggio & Lysaker, 2010), appare ancora più apprezzabile lo sforzo di andar oltre e dar seguito a quel presupposto di integrazione di cui sopra.

Cosa ci racconta il libro Corpo, Immaginazione e Cambiamento

Ma procediamo con ordine. Rispetto alla prima formulazione manualizzata della TMI (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) possiamo intuire un lungo ed accurato lavoro di affinamento che è proceduto in parallelo alla pubblicazione di studi su casi singoli e randomizzati (Gordon-King, Schweitzer & Dimaggio, 2018; Popolo et al., 2019). Probabilmente alla incrementata chiarezza e rigore espositivo ha contribuito anche il lavoro di strutturazione della formazione alla TMI ed i molti corsi condotti.

La TMI 2.0 guida infatti il lettore a capire come lo schema interpersonale maladattivo porti allo sviluppo di schemi di coping e quindi al mantenimento dei sintomi. Al contempo la descrizione della procedura decisionale per le due macro-sezioni della formulazione condivisa del caso e della promozione del cambiamento non solo è stata approfondita, ma soprattutto viene declinata in oltre 450 pagine di tecniche, interventi e concettualizzazioni basate su una costante integrazione mente-corpo.

Per la gioia dei futuri lettori anglosassoni (e non solo) il libro Corpo, Immaginazione e Cambiamento include anche un capitolo introduttivo sulla descrizione del razionale e delle modalità di conduzione delle tecniche immaginative, corporee e drammaturgiche ed uno conclusivo sulle sequenze di tecniche da usare nel corso di una psicoterapia.

In molti libri di psicoterapia troviamo le pratiche esperienziali o come una sorta di addenda che gli autori concedono alle mode contemporanee o come una procedura di extrema ratio quando tutto il resto non ha portato ai risultati attesi. Ed al contempo molti approcci primariamente esperienziali si chiudono spesso in se stessi credendosi la panacea di ogni male. Ecco il libro scritto da Dimaggio e colleghi presume o meglio incarna pienamente l’idea di un’integrazione tra mente e corpo. Per cui se il monitoraggio del paziente già in prima seduta appare limitato e limitante per quell’esperienza condivisa chiamata terapia, il corpo e l’immaginazione possono dar subito un valido contributo.

Leggendo ed ascoltando gli autori di Corpo, Immaginazione e Cambiamento emerge come la TMI 2.0 sia nata da continui tentativi, prove ed errori discussi e condivisi all’interno dell’équipe, con esperti di altri approcci ed orientamenti e con i pazienti stessi. Appare chiaro come la revisione della procedura sia il risultato di un processo bottom-up (simile a quello proposto ai pazienti) in cui l’ispirazione sta nell’esperienza terapeutica vissuta piuttosto che nella riflessione teorica elucubrata.

Verrebbe da dire che l’ideale di paziente a conclusione di una terapia come descritto dagli autori sia anche l’ideale di psicoterapeuta:

una persona che preferisce incuriosirsi all’esperienza vissuta invece che rimanere intrappolata in scenari mentali; che si rassicura il giusto e lascia ampio spazio all’esplorazione (Dimaggio et al., 2019, p. 442).

Pertanto, da lettore, mi auguro che questo non sia il manuale definitivo, quanto piuttosto un ottimo punto di partenza per future esperienze.

Paura e rabbia ridurrebbero il senso di agency

La minore percezione di responsabilità e di controllo delle proprie azioni, quando si sperimentano emozioni a valenza negativa, è una questione chiave nel diritto penale.

 

Ad esempio, in casi particolari, alcuni sistemi legislativi possono considerare la perdita dell’autocontrollo come un attenuante per le accuse di omicidio colposo.

A tal proposito, il presente studio ha dimostrato che stati emotivi a valenza negativa (rabbia, paura) diminuiscono effettivamente il senso di agency nei soggetti. Il senso di agency si riferisce alla sensazione soggettiva di controllare le proprie azioni. Dunque, la sua riduzione, oltre ad essere legata ad una minore percezione di controllo, è connessa ad una minor percezione del senso di responsabilità per l’agito commesso.

Paura e rabbia nel paradigma del legame intenzionale

Lo studio si è avvalso del paradigma del legame intenzionale per poter misurare il senso di agency dei partecipanti. Questo paradigma è in grado di rilevare il senso di controllo posseduto sulle proprie azioni, valutando la percezione della vicinanza temporale che si ha fra un’azione commessa e le sue conseguenze. Maggiore è la percezione della vicinanza temporale tra azione e conseguenza, minore è il controllo che si percepisce sulle proprie azioni. Al contrario, maggiore è la percezione della lontananza temporale fra azione e conseguenza, maggiore è il controllo percepito sulle proprie azioni.

Nella procedura standard che mostra questo effetto, ai partecipanti viene chiesto di pigiare un pulsante della tastiera, mentre si sta fissando un orologio avente una lancetta ruotante. Successivamente, viene chiesto il tempo indicato dalla lancetta dell’orologio nel momento in cui è stato premuto il pulsante.

In alcuni casi, uno stimolo uditivo si verifica dopo la pressione del tasto, in altri casi non si verifica alcun tipo di suono. I risultati mostrano che nelle prove dove alla pressione del pulsante segue uno stimolo rumoroso, i partecipanti tendono a percepire la pressione del tasto più tardi di quanto non facessero realmente e più tardi delle prove silenziose. Dunque, registrando un avvicinamento nel tempo dell’azione compiuta al rumore avvertito, indicativo di un minor controllo percepito.

Paura e rabbia: lo studio sulle ripercussioni in ambito legale

Nello studio qui presentato, al paradigma del legame intenzionale è stata applicata una variante. Sono stati eseguiti tre esperimenti in laboratorio, nei primi due al compito del legame intenzionale veniva associata una procedura di induzione della paura (stimolo doloroso dopo la pressione del pulsante) e nel terzo veniva associata una procedura di induzione della rabbia (perdita di denaro e frustrazione dopo la pressione del pulsante). I ricercatori hanno scoperto che nel momento in cui veniva indotto uno stimolo emotivo di paura o di rabbia, il legame intenzionale fra azione e conseguenza risultava ridotto, a conferma del minor controllo percepito sulle proprie azioni quando si è in preda a stati emotivi a valenza negativa.

In conclusione, se in alcuni sistemi legislativi la perdita di autocontrollo può fungere da attenuante della pena e la ricerca scientifica sembra sostenere tale tesi, d’altra parte non si può esulare da alcune questione etiche e legali più ampie. Difatti, la riduzione del senso di agency non è l’equivalente di una totale mancanza di responsabilità nella messa in atto delle proprie azioni.

La costruzione del legame adottivo: l’importanza dell’attaccamento

La teoria dell’attaccamento ha rappresentato, negli ultimi anni, una tra le cornici teoriche di riferimento più significative tra i modelli di sviluppo psico-affettivo del bambino per comprendere i processi emotivi dell’adottato.

 

L’attaccamento può essere definito come una relazione o legame affettivo che si instaura con una figura specifica, principalmente la madre o più in generale con tutte quelle figure che interagiscono in modo precoce e continuativo con il bambino. Questo legame, frutto di una serie di interazioni, può influenzare le reazioni future che il bambino avrà non solo con la figura principale di accudimento ma anche con altre figure significative (Battacchi, 2004).

Attaccamento: il legame che lega il bambino ai genitori

Questa di Bowlby è una grande scoperta in quanto si afferma per la prima volta che non è, come sosteneva Freud, la pulsione a dirigere la vita del bambino ma è il bisogno primario di attaccamento e sicurezza (Bowlby, 1969). Quanto detto da Bowlby fu confermato poi anche da Fairbairn (1952) che nel corso dei suoi studi venne in contatto con bambini che avevano avuto rapporti molto dolorosi con i loro genitori ma che nonostante ciò quando si vedevano presentare altri adulti che gli avrebbero certamente garantito un futuro migliore e si sarebbero presi cura di loro, li rifiutavano mostrando grande devozione verso i loro genitori naturali.

Se la libido cerca prima di tutto il piacere, gli oggetti libidici dovrebbero essere intercambiabili (Fairbairn, trad. it. 1952, pag. 25-26).

In virtù di questo bisogno primario di vicinanza e sicurezza vediamo come il comportamento di attaccamento viene attivato dalla separazione o, dalla minaccia di essa dalla figura di attaccamento e si attenua, invece, quando il caregiver è vicino. Il bisogno di vicinanza può variare in base alla natura della minaccia. La relazione di attaccamento può essere definita, sostanzialmente, dalla presenza di tre caratteristiche: la ricerca di vicinanza ad una figura “preferita”; l’effetto “base sicura”, ovvero la capacità della figura di attaccamento di garantire al tempo stesso uno stato di rilassamento e di benessere ed un trampolino per la curiosità e l’esplorazione dell’ambiente; la protesta per la separazione, identificata come la risposta primaria provocata nei bambini dalla separazione dei genitori (Bowlby, 1969). Un concetto chiave e che non può essere trascurato della teoria dell’attaccamento è quello di modello operativo interno (Bowlby, 1973, 1980). Si tratta di rappresentazioni interne che ogni individuo ha del mondo, delle proprie figure di accudimento, di sé stesso e delle relazioni che intercorrono tra tutti questi elementi. Scrive Bowlby (trad. it. 1973, pag. 259-260):

È plausibile supporre che ogni individuo si costruisca dei “modelli operativi” del mondo e di sé stesso nel mondo, con l’aiuto dei quali percepisce gli eventi, prevede il futuro e costruisce i propri programmi. Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica chiave è il concetto di chi siano le sue figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e del modo in cui si può aspettare che reagiscano.

Questi modelli operativi interni sono abbastanza stabili e persistenti e permettono che i pattern di attaccamento formatisi nell’infanzia vengano poi trasposti nella vita adulta e trasmessi alla nuova generazione (Holmes, 1994).

Attaccamento: i diversi tipi scoperti nella Strange Situation

La relazione di attaccamento bambino-caregiver può essere distinta in sicura ed insicura. Queste classificazioni si basano sullo studio di comportamenti di alcuni bambini tra i 12 e i 20 mesi di età osservati nel corso di una situazione sperimentale precisa, la Strange Situation, messa a punto da Mary Ainsworth (1978). Questa osservazione si propone di valutare il tipo di attaccamento che il bambino mostra di fronte a situazioni di stress moderato come l’assenza della figura significativa e la presenza dell’estraneo. La Strange Situation consiste in una sequenza di tre minuti in cui inizialmente madre e bambino giocano e vengono poi raggiunti da un estraneo. A quel punto la madre lascia la stanza e il bambino resta solo con la figura estranea. Trascorso qualche minuto, utile per esplorare le reazioni e il comportamento del bambino, la madre ritorna. In base al modo in cui i bambini reagiscono saranno classificati come bambini sicuri o insicuri. I bambini con attaccamento sicuro manifestano un chiaro desiderio di vicinanza, di contatto fisico e di interazione con la figura di accudimento; sono abbastanza autonomi nell’esplorazione dell’ambiente anche se  ricercano spesso la partecipazione attiva dell’adulto. Durante la separazione e di fronte alla presenza dell’estraneo possono mostrare segni di stress e disagio attribuibili all’assenza del caregiver. Quando la figura di accudimento fa il suo ritorno il bambino appare contento, la saluta con gioia e manifesta chiari segnali di voler interagire con lei. Il bambino sicuro promuove quindi in pieno quel concetto di base sicura di cui parlava Bowlby in cui il bambino, mosso dalla curiosità, si spinge nell’osservazione dell’ambiente circostante sapendo di avere però alle spalle un “porto sicuro” (il caregiver) qualora ne avesse bisogno.

Attaccamento insicuro: i tipi

Per quanto riguarda l’attaccamento insicuro questo viene distinto in evitante, ambivalente o resistente e disorganizzato/disorientato:

  • insicuro evitante: il bambino appare abbastanza autonomo nell’esplorazione dell’ambiente e concentrato più nelle attività che svolge che sulla presenza dell’adulto. Nelle separazioni mostra meno segni di disagio rispetto al bambino sicuro e il ritorno del caregiver viene accolto con evitamento a cui seguono spesso rimproveri. Si tratta di bambini che hanno sperimentato una relazione in cui le richieste di cura e protezione sono state solo parzialmente accolte dal genitore che ha preferito instaurare un rapporto basato sull’autonomizzazione e sulla distanza fisica;
  • insicuro ambivalente: è tipico di quei bambini che riescono a dedicarsi poco all’esplorazione dell’ambiente mostrando un notevole disagio di fronte alla separazione. Il ritorno del genitore non riesce comunque a consolarli mostrando una sorta di carenza nel poter disporre di una figura stabile di accudimento. I bambini alternano richieste di vicinanza e protezione a comportamenti estremamente passivi e resistenti. Questi bambini sperimentano un attaccamento mediamente protettivo caratterizzato dall’imprevedibilità del genitore;
  • insicuro disorganizzato: questo tipo di attaccamento è stato scoperto recentemente da Main (1991) e descrive un bambino che mostra dei comportamenti caratterizzati da una mancanza di coerenza logica nella relazione con il genitore. Generalmente questi bambini hanno sperimentato una relazione con un adulto disorganizzante che ha vissuto a sua volta esperienze traumatiche, di lutto o perdita che non è riuscito ad elaborare e che vengono quindi riattivate nella relazione con il figlio. Bowlby aveva notato che questi atteggiamenti contradditori evidenziavano in realtà sentimenti di rabbia, ansia e timore verso l’adulto che però non venivano manifestati liberamente per non alienarsi ulteriormente la figura di attaccamento. Tali atteggiamenti potrebbero essere interpretati anche come difese che il bambino attivava da un lato per evitare il dolore emozionale causato dall’allontanamento del caregiver e dall’altro per escludere rappresentazioni dolorose di sé e dell’oggetto (Solomon, George, 1999a).

Alla luce di quanto detto appare evidente come possa essere devastante e traumatico per un bambino l’abbandono, presupposto necessario per l’adozione. Vale la pena ribadire che se è vero che un attaccamento disorganizzato possa rappresentare una vulnerabilità per il soggetto è altrettanto vero che possono intervenire dei fattori riparativi e protettivi, come appunto l’adozione, che possono “cancellare” l’esperienza negativa precedente (Liotti, 1992b). In quest’ottica, l’adozione ha come obiettivo trasformare il bambino che è stato privato di un ambiente familiare in un figlio, garantendogli un legame. In questa accezione vediamo come l’adozione è essenzialmente un processo di separazione e di creazione di un nuovo legame con nuove figure di attaccamento che possono creare una “rete di salvataggio” per lo sviluppo futuro del bambino (Palacios, Román, Camacho, 2010).

Il ruolo dei genitori adottivi nella prospettiva dell’attaccamento

Howe (2001) ha descritto almeno tre differenti storie preadottive che questi bambini possono aver sperimentato:

  • good start/late-placed: si tratta di bambini che durante i loro primi due anni di vita hanno avuto delle relazioni positive con i loro caregiver che solo successivamente sono peggiorate portando il bambino a sperimentare vissuti di negligenza, abuso e maltrattamento. Queste esperienze possono influire sulla formazione di uno stile di attaccamento parzialmente sicuro con la presenza di aspetti ansiosi legati al timore di perdere il caregiver. Durante l’esperienza adottiva, proprio il timore di perdere la nuova figura di riferimento, può spingere il bambino a sviluppare sentimenti di dipendenza eccessiva verso il genitore;
  • poor start/late-placed: si tratta di bambini che fin dalla nascita hanno sperimentato relazioni qualitativamente scarse con assenza di cure e affetto; spesso hanno sperimentato abusi (anche sessuali), abbandono e trascuratezza. Tali esperienze li spingono a sviluppare una attaccamento insicuro sui tre versanti resistente, evitante e disorganizzato.
  • institutional care: in questo caso ci troviamo di fronte a bambini che sono stati istituzionalizzati fin dalla nascita e che non hanno mai avuto esperienze di relazioni affettive con un caregiver significativo. Come i poor start/late-placed possono sviluppare o assenza di legame verso i “nuovi” genitori o viceversa un bisogno incondizionato di affetto e cura. Proprio l’istituzionalizzazione sembra essere una delle esperienze più traumatiche e sfavorevoli che i bambini possono aver vissuto e sarà tanto più grave quanto più precocemente avviene. L’istituzionalizzazione potrebbe infatti causare il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento che può creare o ritardo nello sviluppo cognitivo o gravi disordini relazionali (Balbernie, 2010).

Attaccamento in caso di adozione: i “requisiti” dei genitori

Alla luce delle debolezze psicologiche del bambino late-adopted, assume molta importanza la qualità del parenting. È fondamentale infatti che i genitori adottivi posseggano caratteristiche di personalità e capacità di comprensione molto più elevate rispetto a quelle dei genitori biologici. La qualità del parenting di bambini che vivono in famiglie adottive dovrebbe soddisfare almeno cinque caratteristiche chiave (E. D’Onofrio, C. Serena Pace, V. Guerriero, G. Zavattini, A. Santona):

  1. promuovere la fiducia nella disponibilità: i genitori devono essere consapevoli della dipendenza fisica ed emotiva del bambino; devono mantenere sempre viva nella loro mente la presenza stessa del bambino a prescindere dalla sua presenza fisica; devono mostrare preoccupazione e disponibilità (verbale e non verbale) per il futuro del bambino. Solo se i genitori si mostrano sufficientemente sensibili il bambino potrà riacquistare la fiducia precedentemente persa mostrando un aumento nella sua capacità di esplorazione;
  2. promuovere la Funzione Riflessiva: prima di descrivere questa seconda caratteristica mi sembra necessario spendere poche righe per spiegare cosa si intende con Funzione Riflessiva. La Funzione Riflessiva è stata definita da Fonagy e Target (2003) come quella capacità che permette all’individuo di vedere sé stesso e gli altri in termini di stati mentali (sentimenti, convinzioni, idee e sentimenti) e di ragionare sui propri e altrui comportamenti in termini di stati mentali. Questa funzione assume importanza dal punto di vista clinico in quanto quegli individui che presentano deficit nella Funzione Riflessiva, possono sperimentare la realtà come priva di significato, trattare sé e gli altri come oggetti e strutturare i rapporti in termini molto concreti. Questa Funzione permette inoltre al bambino di riuscire a prevedere il comportamento degli altri e di rispondere in maniera adattiva a una serie di esperienze interpersonali. Fondamentale è il ruolo della figura di riferimento: un caregiver capace di riflettere su sé stesso e sull’esperienza interna del proprio bambino è in grado di creare una rappresentazione intenzionale del bambino. Questa immagine intenzionale viene poi interiorizzata dal bambino e va a formare il nucleo del suo sé mentalizzante (Fonagy, Steele H., Steele M., 1996). La capacità di regolare gli affetti e sperimentarne una vasta gamma è un diretto risultato della capacità di Funzione Riflessiva. I bambini adottati sono bambini che, seppur in maniera diversa, hanno subito un trauma e quindi molto probabilmente sono state vittime di una madre che non è riuscita a rispondere adeguatamente ai loro bisogni o che non si è sintonizzata con i loro ritmi impedendogli quindi una buona regolazione. Ecco perché è fondamentale che, durante la costruzione della nuova relazione, i genitori svolgano due funzioni importanti: aiutare il bambino a esprimere i propri sentimenti e desideri contenendo quei pensieri e emozioni caotiche e aiutarli ad avere una visione più sistematica e gestibile sia del mondo che di loro stessi. Così facendo i bambini saranno maggiormente capaci di riflettere sulle loro esperienze, di esprimere le loro difficoltà, di regolare le loro emozioni acquisendo una maggiore competenza sociale e interpersonale (Kretchmar, Worscham, Swenson, 2005);
  3. promuovere l’autostima: i genitori devono imparare ad accettare completamente e totalmente i bambini per quelli che sono sia quando danno risposte positive e, a maggior ragione, quando ne danno di negative. Può essere utile parlare con il bambino anche dei minimi progressi che ha raggiunto mostrandosi orgogliosi e soddisfatti. Un tale atteggiamento contribuirà a formare nel bambino un’immagine più equilibrata di sé e lo spronerà, molto probabilmente, a fare sempre meglio.
  4. promuovere l’autonomia e la self-efficacy: l’autonomia deve essere promossa comunicando ai bambini che le loro idee e i loro pensieri sono presi in considerazione e che nessuna decisione è stata già presa. In tal modo il bambino mostrerà maggiore fiducia nei suoi pensieri e nelle sue abilità di negoziazione;
  5. promuovere la family membership: è importante che i genitori riescano a includere il bambino all’interno di una famiglia in cui non ci sono legami biologici mostrando però sempre grande attenzione alle “diversità” culturali del bambino (nel caso di adozioni internazionali) e riconoscendo quanto desiderio ha il bambino di sentirsi incluso nella nuova famiglia;

Attaccamento nell’adozione: le difficoltà di lasciarsi alle spalle un abbandono

Alcuni autori hanno evidenziato che quando il bambino mostra rabbia, rifiuto o li allontana, i genitori adottivi dovrebbero cercare di comprendere le ragioni che ci sono dietro tali atteggiamenti, prima fra tutte il timore di un nuovo abbandono. Dovrebbero mostrare affetto e presenza fisica ed emotiva costante affinché il bambino possa interiorizzare un nuovo modello relazionale con un genitore amorevole, sensibile e attento che si contrappone al genitore precedente, freddo e rifiutante (Dozier, Sepulveda, 2004). Un’altra caratteristica importante è quella di riuscire a bilanciare i comportamenti amorevoli con quelli autorevoli nell’educazione del bambino. In particolare è importante che il genitore trasmetta al bambino la capacità di gestire la frustrazione e godere di fronte a emozioni e affetti positivi (Pace, Zavattini, D’Alessio, 2012). Attraverso l’adozione quindi, il bambino potrebbe riuscire a modificare i Modelli Operativi Interni formatisi attraverso le esperienze negative e trasformarli possibilmente in “sicuri”. Studi recenti sembrano confermare questa ipotesi (Verissimo, Salvaterra, 2006); è emerso in particolare che madri “sicure” riusciranno ad infondere, con molta probabilità, nei propri bambini una maggiore coerenza e favoriranno una rappresentazione positiva di sé, degli altri e delle relazioni. Viceversa, madri “irrisolte” non faranno altro che rafforzare l’aggressività dei propri figli (Kaniuk, Steele, Hodges, 2004). Inoltre è stato evidenziato che una buona capacità riflessiva e un attaccamento sicuro nella madre possono rappresentare dei fattori predittivi sia di una buona capacità meta cogntiva sia di una sicurezza dell’attaccamento del bambino (Fonagy, Target, 2001).

Spiritual Bypassing: la scorciatoia della spiritualità per non andare dallo psicoterapeuta

Attraverso il Bypass Spirituale si sviluppa l’illusoria convinzione che svolgendo determinate pratiche oppure seguendo un guru o un maestro spirituale, sia possibile superare le proprie problematiche emotive senza doverle necessariamente affrontare in una psicoterapia.

 

Gli psicologi e gli psicoterapeuti italiani conoscono bene quali siano i meccanismi di difesa messi in atto dalle persone con un qualsivoglia disagio per non affrontarlo ed elaborarlo. Tra i molteplici meccanismi difensivi messi in atto da un soggetto si annovera il ricorso alla scorciatoia spirituale.

Questo atteggiamento probabilmente è sempre esistito, ma è aumentato a dismisura negli ultimi decenni grazie all’incontro che l’occidentale medio ha avuto con le dottrine spirituali d’Oriente e soprattutto con le tecniche ad esse connesse: yoga, meditazione, qi gong, taijiquan ed altre.

Questo non significa ovviamente che ogni persona che pratica queste discipline abbia necessariamente un disagio irrisolto, ma come ci spiega lo psicologo statunitense Robert Masters nel suo prezioso testo Spiritual Bypassing, molti occidentali rimangono illusi da questa scorciatoia invece che affrontare e risolvere con un terapeuta le proprie problematiche interiori e solo dopo intraprendere un reale percorso spirituale.

Cosa si intende per Bypass Spirituale

In realtà il concetto di Bypass Spirituale fu coniato nei primi anni ’80 da John Welwood, uno psicoterapeuta e insegnate buddhista. Welwood intendeva identificare la tendenza ad usare idee e pratiche spirituali per aggirare o evitare di affrontare problemi emotivi, ferite psicologiche irrisolte e compiti di sviluppo non completati. Questa trappola comporta attivamente la ricerca di sensazioni spirituali come mezzo per evitare di elaborare il sottostante dolore psicologico reale.

Quindi il testo di Masters espone chiaramente questa nuova “sindrome” oramai sempre più diffusa, di scavalcare i propri disagi o problemi di carattere psicologico e quindi relazionale/comportamentale, immergendosi senza riserve nella pratica spirituale e nelle tecniche che da essa derivano.

Un vero e proprio “bypass” che il soggetto costruisce con l’incontro spirituale, rilegando i suoi veri problemi di natura in un angolo, ma pronti a ripresentarsi una volta abbandonata la pratica.

Attraverso il Bypass Spirituale quindi si sviluppa l’illusoria convinzione che facendo certe pratiche o utilizzando determinate tecniche, oppure seguire un guru o un maestro spirituale, possa condurre ad uscire fuori dalle proprie problematiche emotive e non le si debba più affrontare con una terapia ordinaria e comprovata, come ad esempio la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Possiamo dire che in definitiva il Bypass Spirituale avviene tutte le volte che: la pratica spirituale, invece di aiutare ad integrare le limitazioni umane, diventa un sostituto compulsivo per evitare di affrontare le questioni psicologiche, relazionali o emotive irrisolte.

Atteggiamenti comuni del Bypass Spirituale

In particolare possiamo rintracciare gli atteggiamenti comuni che si manifestano in un Bypass Spirituale:

  • Il soggetto partecipa ad attività spirituali per sentirsi superiore agli altri che non vi partecipano: si tratta solo di una trappola per l’ego e dell’ego in quanto partecipare a queste attività non è garanzia di sviluppo, né è impossibile trovare una persona più avanzata di noi in campi del tutto differenti.
  • Il soggetto utilizza la spiritualità come giustificazione per le proprie azioni socialmente inaccettabili: alcune frasi come “tutto è perfetto così com’è” o “la realtà è un’illusione” possono diventare una scusante per non mettere in discussione i propri comportamenti e non assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
  • Il soggetto ricerca la spiritualità perché “va di moda” o perché gli viene proposta da amici: l’esperienza spirituale autentica dovrebbe essere qualcosa di personale, che accade internamente al momento opportuno e non qualcosa che viene forzato dall’esterno frequentando raduni new age, lezioni di yoga o addirittura collezionando certificati e attestati di terapia alternative.
  • Il soggetto tende a criticare sempre le reazioni emotive e la rabbia altrui: tutte le emozioni e quindi anche la rabbia sono sentimenti naturali e risposte perfettamente giustificabili a molte situazioni specie nella cultura Occidentale. Si dovrebbe imparare a gestirle e non certo a sopprimerle. Entrare nell’ottica di una finta e recitata condizione di mitezza e puntando il dito contro chi reagisce agli impulsi emotivi è un altro sintomo del soggetto con affetto da Bypass Spirituale. In definitiva attraverso il Bypass Spirituale il soggetto tende a reprimere le emozioni spiacevoli con varie metodologie, invece che accoglierle e cercare di trasformarle. La conseguenza di questo atteggiamento è quella di provare avversione verso se stessi appena viene fuori il proprio lato d’ombra precedentemente ignorato.
  • Il soggetto è un fautore del pensiero positivo e tende a negare ogni possibile evento negativo reale. Ma gli aspetti negativi della vita non scompaiono solo perché vengono ignorati. Questo è un atteggiamento infantile. È necessario bilanciare l’ottimismo consapevole con la volontà di affrontare i problemi reali e non vivere in una condizione illusoria.
  • Il soggetto tende sistematicamente ad ignorare la scienza ufficiale: crede che tutti i problemi, anche gravi, possano essere risolti dalle discipline del benessere, con il pensiero positivo o la meditazione ed ignora la scienza ufficiale.
  • Il soggetto sviluppa una forte dipendenza da discipline come lo yoga, la meditazione e inizia a credere fortemente a riti effettuati in sistemi religiosi asiatici e ad idolatrare l’Oriente come unica via possibile di comprensione.
  • Il soggetto associa la ricchezza materiale ad un’esperienza estremamente negativa: ha dunque la tendenza a considerare il modello Occidentale capitalistico e consumistico come un sistema completamente negativo e privo di spiritualità.

La messa a fuoco e intervista motivazionale sembrano essere le tecniche psicoterapiche più adatte nell’affrontare la sindrome da Bypass Spirituale.

Traditi dal cuore (2015): come può il nostro cuore trarci in inganno? Comprendere la dipendenza affettiva per curare le ferite del cuore – Recensione del libro

Traditi dal cuore è un libro completo, ricco di contenuti ma anche di implicazioni cliniche per il trattamento della dipendenza affettiva. Rivolto ai professionisti, non lascerà delusi nemmeno quei lettori curiosi che sono alla ricerca di una prima risposta ai loro “tradimenti del cuore”.

 

Cosa si intende per dipendenza affettiva? Ce lo racconta sapientemente Luca Napoli, psicologo e psicoterapeuta toscano, che in Traditi dal cuore ci accompagna nella comprensione di questo disturbo e delle sue caratteristiche distintive partendo da un’attenta analisi dei dati presenti in letteratura sul tema della dipendenza affettiva.

Un compito non semplice quello dell’autore di Traditi dal cuore, ma oggi più che mai necessario in quanto la sofferenza e il dolore della dipendenza affettiva sempre più spesso sono protagonisti all’interno della stanza di terapia.

La scelta del titolo del libro non è casuale, è una premessa di ciò che troveremo al suo interno. Pagina dopo pagina il lettore è in grado di “sentire” parte di quel tradimento che, è vero, nasce nell’incontro con l’altro (che non a caso ha determinate caratteristiche) ma che in realtà è innanzitutto un tradimento del proprio cuore.

Chi è il dipendente affettivo?

Facendosi dunque aiutare da chi prima di lui ha parlato di amore e delle sue mancanze, Luca Napoli introduce ogni capitolo del suo libro Traditi dal cuore con frasi prese a prestito da poeti, filosofi o appassionati d’amore, che ci aiutano a tratteggiare chi può essere definito un dipendente affettivo.

Sembrerà scontato ma sono soprattutto le donne a soffrire di dipendenza affettiva, questo forse perché evolutivamente più portate a coltivare la dimensione della cura e dell’accudimento. Ma quando un amore diventa “malato”? L’amore si trasforma in dipendenza affettiva quando l’altra persona assume così tanta importanza da annullare se stesso, quando il benessere dell’altro è focus primario anche a scapito del proprio benessere. Così si smette di ascoltare i propri bisogni, desideri e necessità, si perde il contatto con quella che è la propria dimensione più intima e vera, per vivere unicamente in funzione dell’altro.

Questo meccanismo non è nuovo per il dipendente affettivo ma rappresenta un retaggio delle sue prime relazioni di attaccamento, nelle quali ha imparato che i suoi bisogni non sono importanti. Chi soffre di dipendenza affettiva è stato un bambino non visto nei suoi bisogni emotivi, per questo ha cominciato a percepirsi come una persona non degna di amore ed è nato in lui il germe di un profondo desiderio di essere visto e riconosciuto.

È qui che si viene traditi dal cuore. Nel tentativo di colmare questa ferita ancora aperta il dipendente affettivo cercherà un compagno che lo faccia sentire amato, al sicuro, finalmente visto.. in questo modo però la vicinanza dell’altro diviene una condizione necessaria alla propria sopravvivenza e per evitare la paura, o persino l’angoscia, dell’abbandono, ogni suo bisogno e desiderio passerà in secondo piano.

Come guarire le ferite del cuore

Sembra impossibile poter cambiare questi schemi di comportamento, copioni che agiscono indisturbati e operano ad un livello inconscio attraverso l’azione di quelli che Bowlby e gli altri studiosi dell’attaccamento hanno definito modelli operativi interni (MOI). Eppure non è impossibile! La seconda sezione del libro Traditi dal cuore è dedicata proprio alla descrizione della pratica clinica sviluppata da Luca Napoli e dal suo gruppo di lavoro nel trattamento di chi soffre di dipendenza affettiva.

Si tratta di un percorso di 8 tappe, che ha lo scopo di portare il dipendente affettivo a prendere contatto con se stesso, ritrovarsi innanzitutto, per poi comprendere il proprio modello di funzionamento (sopra descritto) e potersi dunque sperimentare in modalità relazionali differenti.

Attraverso un lavoro che si basa sul modello bioenergetico e che fa del corpo e delle emozioni i propri principali strumenti d’azione, il terapeuta aiuterà il dipendente affettivo a spostare il proprio baricentro dall’esterno (l’altro) all’interno (di sé). È così che il dipendente affettivo ha modo di riscoprirsi in ciò che lo rende unico, che gli piace, ma anche e soprattutto che vuole e di cui ha bisogno. Guardarsi dentro gli consente di prendere coscienza di quella ferita interiore che da lungo tempo porta con sé e di prendersene cura senza più chiedere aiuto all’altro. Libero finalmente da questa dipendenza, può sperimentare un nuovo modo di amare e una relazione che sa di autonomia e reciprocità.

La strada da percorrere sembra chiara, non dobbiamo tuttavia dimenticarci che la dipendenza affettiva rientra all’interno della categoria diagnostica delle nuove dipendenze, di cui condivide le caratteristiche peculiari, che la rendono a tutti gli effetti una dipendenza seppur senza sostanza. Lavorare con chi soffre di dipendenza affettiva comporta dunque un costante impegno nella motivazione al trattamento e nella presa di consapevolezza del proprio problema, solo successivamente potremo utilizzare le tecniche descritte con ricchezza di particolari ed esempi clinici presenti all’interno del libro Traditi dal cuore.

Linguistica senza parole

La linguistica e in particolare la semantica, ovvero quella branca che studia i significati dietro ai processi di comunicazione, generalmente spiega la nascita delle rappresentazioni linguistiche come frutto di un meccanismo specifico del linguaggio, codificate lessicalmente nel significato delle parole. Ma potrebbe essere che questi meccanismi non siano così specifici.

 

“The Martian language might not be so different from human language after all”
Avram Noam Chomsky

 

Qualsiasi tipologia di interazione presuppone una certa misura di “comunicazione”. Il linguaggio è una forma estremamente complessa di sistema comunicativo. Il suo scopo è il processamento dell’informazione. Ciò è oggetto di studio della linguistica e, in particolare, della branca che studia i significati dietro ai processi di comunicazione, la semantica, che riguarda quindi la relazione fra significanti, come le frasi, e cosa questi denotano. Generalmente queste modalità di funzionamento sono ritenute specifiche del linguaggio e codificate lessicalmente nel significato delle parole. Sono state elaborate diverse tipologie di inferenze linguistiche, caratterizzate dalla loro funzione all’interno del discorso e dal loro comportamento in frasi complesse.

Viene fatta un’importante distinzione fra lingue naturali, originate spontaneamente nelle varie culture, e lingue artificiali, costruite per uno scopo, come ad esempio la lingua logica, progettata per testare ipotesi sul funzionamento del linguaggio attraverso la costruzione di frasi inequivocabili. A differenza della logica, le lingue naturali non veicolano le informazioni in modo dipendente unicamente dal significato “da dizionario” dei lemmi, ma portano con sé un ampio repertorio di possibili tipologie inferenziali, come implicazioni, presupposizioni, supplementi e inferenze di omogeneità, considerate comunque di natura lessicale e fruibili attraverso l’apprendimento delle parole.

Apprendimento delle caratteristiche linguistiche: un nuovo studio

Un recente studio (Tieu, Schlenker, & Chemla, 2019) ha sfidato la concezione classica, illustrando come apprendimento e interpretazione delle parole potrebbero avere una natura non lessicale. I ricercatori hanno utilizzato espressioni composite, formate da frasi e da rappresentazioni non linguistiche e non familiari, sia gestuali che attraverso animazioni, allo scopo di verificare se l’apprendimento delle caratteristiche linguistiche possa verificarsi nello stesso modo usando stimoli iconici, per tutte e quattro le tipologie principali di inferenze linguistiche (implicazioni, presupposizioni, supplementi e omogeneità).

I risultati mostrano come questi stimoli non lessicali presentino lo stesso comportamento inferenziale delle parole. Poiché i gesti e le animazioni erano linguisticamente nuovi ai partecipanti, e quindi non potevano essere sostituiti da vocaboli precedentemente appresi. La complessa strutturazione di queste rappresentazioni suggerisce che, essendo dotate di un’architettura strutturale extralinguistica, le proprietà arbitrarie delle parole immagazzinate nella nostra memoria facciano parte un processo generale adattivo di produzione di significato, che non divide le informazioni su base semantica.

Ciò ha profonde implicazioni per la natura stessa del linguaggio.

It takes two to tango: i sistemi motivazionali interpersonali, in Milonga

sistemi motivazionali interpersonali sono tendenze universali, biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva, che regolano la condotta in funzione di particolari mete e sono in stretta relazione con l’esperienza emotiva.

 

La magia dell’insight. Quel momento prezioso, unico, sorprendente in cui il cuore si dischiude a un’epifania su noi stessi. Dal punto di vista neurobiologico un gruppetto di sinapsi si elettrizza contattando un altro gruppetto di sinapsi, vicine o lontane. In quell’istante mistico i due emisferi cerebrali comunicano con innata armonia creando un’intuizione destinata a conservarsi nel tempo. Quel momento unico in cui corpo e mente sanno. Quella mattina in cui ti volti nel letto, la osservi dormire accanto a te sapendo che tra un momento aprirà gli occhi e pensi “la amo”. “Fran!” Per dirla alla Baricco. “Porca Paletta era così!” Per dirla come me.

Lo sanno le mani e la pelle. Prima ancora delle parole.

Parlo della differenza tra sapere e sentire. Il gap che incastra tante psicoterapie, quando diciamo o ci sentiamo dire: “Dottore, ho capito tante cose di me, ma allora perchè continuo a stare male?”.

La scoperta dei sistemi motivazionali attraverso il tango

Ho visto mio padre sapere. Sapere con il corpo. Il giorno in cui lo accompagnai in milonga. Luci soffuse e atmosfera retrò da balera bagnata di Fernet. Tavolini circolari a bordo pista e vestiti luccicanti. Papà toglie gli occhiali prima di avvicinarsi alla sua dama. Precede tutto questo il rito di mirada e cabeceo: uno sguardo con un 50% di possibilità si appoggia a un altro sguardo. Lo sguardo è ricambiato. Si balla. Maschilsta? Antico? Anacronistico? Forse. Ma è parte del gioco. Il rituale è parte del gioco e permette alla donna di rifiutare con eleganza partner non desiderati, sostiene il silenzio necessario a una pratica poetica come la seduzione. Nessun contatto se non quello visivo.

Dicevamo che mio padre toglie gli occhiali. Non ricordo quando ha iniziato a perdere diottrie. L’invecchiamento dei propri genitori è un tabù.

I due si incontrano a bordo pista, un punto invisibile che ogni coppia riconosce per uno strano codice non scritto. Ed è lì che avviene la trasformazione. Mio padre diventa un uomo. Non più papà, ex marito, colonnello, non più nonno, compagno, collega, pensionato, non più. Solo uomo. Nessun mal di schiena. Nessun referto del cardiologo. La lentezza dei movimenti è surreale, le mani si cercano, si modellano. I corpi si trovano. Sembrano sapersi già, quei corpi. Sembrano privi di imbarazzo nel trovarsi a contatto, le braccia, la fronte. Il petto. A quante persone avete ascoltato il respiro? A quante avete respirato nell’orecchio? Sono a bordo pista, tutti osservano le mie Dottor Martens mentre sorseggio vino rosso e a pochi metri da me mi sembra di non conoscere l’uomo che 20 anni fa mi raccontava la storia di un fagiolino sfuggito alla pentola. Carezze poche, in casa mia, abbracci anche meno. Eppure lui è lì, dondola sulla musica. E ha un corpo. Dio, mio padre ha un corpo. Il tempo di accorgermene e quel corpo ne sposa un altro. Per quattro canzoni non esisterà, se non tra le braccia di questa elegante sconosciuta.

La tanda è l’unità di misura temporale che scandisce la serata: ogni quattro pezzi un intermezzo in cui approfondire la conoscenza o cambiare partner.

Mi piace pensare alle quattro canzoni che compongono la tanda come alle quattro stagioni. Perchè è bello incontrarsi al sole di primavera, ma aspettiamo di vedere come sarà amarci in autunno, con il ghiaccio tra i capelli. Aspettiamo l’inverno. Non si cambia dama prima che siano trascorse tutte e quattro le stagioni. Dopo ogni tanda una cortina, un pezzo di altro genere che segna la fine di una storia, il preludio di ogni nuovo racconto.

Abbracciarsi in una città come Torino non è per niente banale. Ma questo abbraccio ha qualcosa di diverso. Privo di bramosia e malizia è un inno alla reciprocità e all’individualità. Perchè in questo abbraccio, in cui ho a che fare con un corpo che non conosco, dovrò ricordarmi di sostenere e rispettare me stesso e l’altro. È una promessa non detta che si scambiano le mani e si ricordano i respiri.

In poco più di un quarto d’ora i nostri sperimenteranno tutti i sistemi motivazionali interpersonali di cui l’evoluzione della specie ci ha dotato. In profondo equilibrio tra loro.

Attaccamento/Accudimento: concetto di base sicura, Bowlby (1969) fiumi di appunti, libri ed esami. Poi arriva questo abbraccio e ti è improvvisamente chiaro tutto il concetto di rendere sicura l’esplorazione. Perchè queste braccia mi sostengono e al tempo stesso mi permettono il movimento. In un gioco di impulsi dove qualcuno propone e qualcuno interpreta, l’abbraccio è mobile, dinamico, si adatta alle esigenze del corpo e della musica, del contesto. A volte è morbido, altre più saldo, forte. Per 15 minuti mi accompagnerai senza mai lasciarmi, lungo una pista gremita di gente: ti prometto che non urterai nessuno, ti prometto che avrò cura di te. Ti prometto di seguirti. Se saprai sostenermi.

Chiunque abbia mai indossato un tacco 10 sa che l’equilibrio è un concetto faticoso quanto effimero. Sospese da terra dobbiamo imparare di nuovo a camminare. Ma non parliamo di questo, parliamo di affidarsi. Che è vero che “una sana autonomia nasce da una sana dipendenza” l’ho imparato qui. E infine, ci si ascolta il respiro. E non c’è niente di più intimo di un respiro. Un bambino che sogna adagiato sul nostro petto. Avete presente? Andiamo avanti.

Sessualità: ci seduciamo. ci sospiriamo nelle orecchie, ascoltiamo una canzone divenendo un corpo solo. Ci scambiamo le mani, la pelle, l’odore, in silenzio. Stiamo facendo l’amore forse molto molto meglio della notte scorsa. Ma è solo un tango. Quattro minuscole stagioni musicali e saremo di nuovo due avventori di questo locale senza niente in comune. Senza niente da dirsi. A parte questo.

Cooperazione: ricerchiamo un piacere condiviso possibile solo passando da “io” e “tu” a un “noi”. Pesi. Il tango fonda il movimento sulla percezione del peso dell’altro nel suo spostarsi da una gamba all’altra. Soltanto pesi. Ancora trovo incredibile che un abbraccio dia così tante informazioni da permettere a colui che guida di sapere dove si trova il tuo peso, momento dopo momento. Una specie di mindfulness di coppia dove la consapevolezza di me si arricchisce della consapevolezza dell’altro. E viceversa. Lei chiude gli occhi, lui chiude gli occhi. Sembrano due adolescenti che si tuffano dalla scogliera, sicuri del loro abbraccio e della loro follia. Lei lascia andare il suo corpo tra le braccia di lui, ma resta presente, concentrata, integra. Sa cosa sta facendo. Saprebbe spiegarlo? no. Ma il suo corpo interpreta la melodia come se non esistesse altro.

Se balli per dimostrarmi la tua bravura. Non è tango.
Se balli per rimorchiarmi. Non è tango.
Se balli per qualcuno seduto pochi metri più in là. Non è tango.
Se balli e non mi ascolti. Non è tango.
Se balli e mi rimproveri. Non è tango.
Se non mi rispetti non è tango.
Nel tango la miscela per una relazione priva di violenza.
Eppure non ce lo insegnano a scuola.
It takes two to tango.

Agonismo: giocare. Solo con l’evoluzione del sistema limbico, la predazione, nei mammiferi, si apre alla possibilità di un agonismo rituale, per sancire ruoli, potere e appartenenenze. Non esiste nulla di più serio. Avete presente i bambini alle prese con trattori, tazzine, scettri lunari e inseguimenti? Non esiste nulla di più reale di quell’esplosione in lontananza, di quella sirena, di spari e robot. Persino l’acqua nella tazzina ha esattamente il gusto del tè. Provate a chiamarli per la cena. Provate a interromperli. Il gioco richiede una presenza che investe corpo e mente indissolubilmente. È il tipo di allenamento che con fatica recuperiamo nel tai-chi e attraverso il teatro. Ricreazione sensoriale. E dire che ci veniva così bene, a 8 anni.

Ci stiamo sfidando come se fosse vero, intrecciamo le gambe, vicini, lontani, poi di nuovo vicini.  Sfidiamo noi stessi, a ogni passo un po’ più uniti, un po’ più precisi, a ogni marca più sofisticati.

Ci sfidiamo a essere il meglio, per l’altro.

Appartenenza: in questa sala mio padre conosce tutti. Nessuna differenza tra il banchiere e l’assessore, tra l’operaio e la casalinga, tra l’avvocatessa e la parrucchiera. Tangueri. Si sono dati un nome, e si riconoscono in questo. Come tifosi, coscritti, amici del Fight Club. Ma a differenza di quest’ultimo ne parlano, perchè ne vanno fieri e nessuno si fa male, calli a parte.

C’è un segreto, dentro ogni tanda. Qualcosa che sappiamo solo noi due. E che per quindici minuti ci raccontiamo senza parlare, stiamo costruendo una storia, tra le pause e gli assoli del bandoneon. Parlerà di addii, di amori non corrisposti, di condivisione e speranza, di dolore. Di tutto e di niente. Riconnettendo l’innato bisogno rettiliano di calore e sicurezza all’esplorazione congiunta e a un linguaggio e un significato condivisi. I tre cervelli di MacLean fanno festa tra il fruscio delle gonne e il brusio dei tacchi sul linoleum.

Nella terapia sensomotoria riconnettiamo il corpo alle emozioni, ai bisogni e ai desideri, per sentire e sapere. Lo fa anche il tango, ma con molta più sfacciata eleganza. Riempendo pance vuote, come quella di mio padre, sulla soglia della pensione.

Lo penso seduta qui, al mio tavolo. Ho terminato il mio vino. Guardando mio padre e l’elegante signora ho sentito un moto di fiducia nuovi e autentici. Forse perchè sono abituata a vedere mio padre preoccupato (del quartiere in cui vivo, dei miei viaggi intercontinentali, del mio lavoro, delle placche alla gola) e invece qui lo riscopro privo di paure ed esitazioni. Mi sento affascinata e al contempo incoraggiata a danzare, seppure non conosca i passi e gli anfibi non permettano la cosa. E mi sento simile a lui, per la prima volta. Naturalmente, orgogliosa, non lo dico. Aggiungendo l’orgoglio agonistico alla lista dei sistemi motivazionali sperimentati, a bordo pista, nello spazio di una tanda. In perfetto equilibrio tra loro.

Penso ai miei maestri e sussurro senza parlare: ho capito. Eccola là, la mia epifania. Fran!

Nella nostra modernità liquida, per dirla alla Bauman, i social network ci hanno permesso di ricercare sensualità, competizione, amore, condivisione e appartenenza senza nemmeno toccarci. Senza necessariamente incrociare lo sguardo del nostro interlocutore. Per cui ti sfido, ti amo, ti cerco, costruisco insieme a te sfiorando la sola tastiera qwerty del mio telefonino. Senza incontrarsi. Alcune sostanze stupefacenti permettono la stessa cosa, sdoganando dosi semiperfette di neurotrasmettitori potentissimi.

Certo qui si suda di più.

Ma ne vale la pena.

Chiedetelo a mio padre.

Edward R. Watkins e La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione (2018) – Recensione del libro

La ruminazione come forma di evitamento. Presupposto essenziale alla Rumination-Focused Cognitive-Behavioral Therapy (RFCBT) descritta nel volume di E.R. Watkins, La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione. Ma cosa evitiamo?

 

La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione: la ruminazione come processo disfunzionale

Dario, 28 anni, studia ingegneria. Ha dato tutti gli esami, è un ragazzo brillante. Sono due anni che non riesce a laurearsi perché la tesi è ancora soltanto nella sua testa. Procrastina e procrastina. Ha paura di crescere, di “fare il salto”. Teme di non farcela ad assumersi le responsabilità di una vita adulta. “E se poi non trovo lavoro? E se sarò soltanto un fallito con una laurea?”.

Micaela, 34 anni, in crisi con il marito da circa un anno. Non parlano. Nessuno dei due chiede cosa stia accadendo. Le sue giornate sono grigie perché pensa e ripensa a quanto si sente sola e non amata. “Se dovessi parlarne temo di scoprire che lui abbia un amante e non potrei sopportarlo, ne sarei devastata”.

O ruminiamo o agiamo. La ruminazione ostacola l’azione, ma limita i rischi. Il rischio di fallire, di sentirci umiliati, di sentirci persone che non vorremmo essere.

Un altro elemento essenziale per la Rumination-Focused Cognitive-Behavioral Therapy (RFCBT) è appunto considerare la ruminazione una modalità di pensiero astratto, in opposizione a forme concrete di problem solving. Il malessere deriva da pensieri ripetitivi che non hanno risposta. La terapia cambia le domande. Dal “perché non sono stato preso per quel lavoro? Sono un idiota” al “Come posso incrementare le mie possibilità di inserimento lavorativo? Dove posso fare domanda di lavoro? Questa volta non ce l’ho fatta ma non sarà sempre così”. Dal “perché mi ha lasciato? Nessuno mi amerà mai” al “cosa posso fare per stare meglio? Dove posso incontrare persone nuove? Questa relazione è andata male ma niente mi vieta di incontrare qualcuno più adatto a me”. Insomma il domandarsi “perché” rispecchia un tentativo di capire le situazioni e darne un senso, lavoro il più delle volte impossibile. Il “come” ci pone invece verso la risoluzione del problema.

Andare nel concreto, evitando l’astratto, la generalizzazione, è un punto importante che ormai diversi filoni terapeutici stanno affrontando. Nella mia formazione ritrovo questa modalità negli insegnamenti della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI, Dimaggio et al., 2013). “Dove stava? Con chi? Ah quindi era sabato? Mi può descrivere il posto? E lei come si sentiva fisicamente? Ha notato a cosa stava pensando? E che emozioni provava?”. Domande di questo tipo mi riportano nella scena momento per momento e mi aiutano a ricostruire gli schemi interpersonali patologici. Spesso mi aiuto con le tecniche di imagery come suggerisce anche il testo di Watkins.

La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione: i contributi di mindfulness e Compassion Focus Therapy

Nella RFCBT domande simili sono essenziali per l’Analisi Funzionale attraverso la quale si identificano contesti e situazioni in cui si attivano comportamenti più o meno desiderati. Questo lavoro permette di capire cosa innesca la ruminazione e cosa può aiutare a bloccarla in modo da creare nuove associazioni contesto-risposta. Il trattamento lavora alla ricerca di azioni alternative alla ruminazione che coinvolgono molto il paziente in modo da portare tutta la sua attenzione sull’attività che sta svolgendo. Un ritornare al momento presente in accordo con i principi della Mindfulness (Kabat-Zinn, 1990). Il paziente non riflette più in termini di valutazione su di sé, ma vive l’esperienza corporea e sensoriale nella quale è inserito. La terapia intende trasferire quell’essere assorti nei pensieri (ruminazione) nell’essere coinvolti in un’attività in linea con i propri desideri e/o valori.

Un altro elemento presente nella RFCBT è la compassione, caratterizzata da assenza di giudizio, e per questo in totale contrapposizione alla ruminazione. Svilupparla verso se stessi è spesso un’impresa ardua. A differenza della Compassion Focus Therapy (CFT, Gilbert, 2010), precisa l’autore, nella RFCBT ci si focalizza sulle esperienze passate di compassione. Da lì si parte con gli esercizi immaginativi e la messa in atto di comportamenti compassionevoli (rispondendo a domande del tipo: “se mi prendessi più cura di me, quali attività incrementerei?”; “se mi prendessi più cura di me, quali attività ridurrei?”).

A mio avviso il testo è interessante anche perché trasversale. La ruminazione è un processo molto simile al rimuginio ed entrambe le modalità sono frequenti in diversi disturbi, da quelli d’ansia a quelli di personalità.

La RFCBT ha uno stampo decisamente pratico, strutturato e il testo descrive nel dettaglio tutte le fasi del trattamento. I numerosi casi clinici e la trascrizione dei dialoghi sono utilissimi a comprendere i diversi passaggi; le dispense a fine libro sono materiale prezioso che il clinico può utilizzare nel suo lavoro.

Un testo insomma molto concreto in linea con il trattamento suggerito!

Efficacia delle terapie orientate metacognitivamente nel disturbo schizotipico di personalità

L’attenzione degli psicoterapeuti non è mai andata davvero al cosiddetto Cluster A dei disturbi di personalità (DP). In particolare il disturbo schizotipico di personalità (DSP), nonostante tassi di prevalenza che oscillano tra il 3.9% ed il 4.6% (APA, 2014), appare un DP a cui prestare ben poca attenzione.

 

Eppure nel modello alternativo dei Disturbi di Personalità (AMPD; First, Skodol, Bender & Oldham, 2018) il Disturbo Schizotipico di personalità (DPS) è tra i sei disturbi rimasti.

In parallelo cresce l’interesse per la schizotipia, ovvero un’organizzazione di personalità (definita appunto organizzazione schizotipica di personalità – OSP) connessa a fattori di rischio genetici per l’insorgenza dei disturbi dello spettro schizofrenico e che quindi spazierebbe lungo un continuum tra normalità e manifestazioni psicopatologiche diverse (Lenzenweger, 2010). A fronte della prevalenza del Disturbo Schizotipico di personalità, del fatto che sia stato mantenuto nel modello alternativo dei Disturbi di Personalità del DSM-5 e della ricerca sui processi psicopatologici che ne sono alla base, cosa troviamo nel mondo della psicoterapia? Pochissimo. Una review sistematica pubblicata lo scorso anno riporta soli tre studi con poche e deboli evidenze: uno studio randomizzato, uno studio clinico con valutazione pre-post, uno studio su caso singolo (Kirchner, Roeh, Nolden & Hasan, 2018).

Lo studio randomizzato (Nordentoft et al., 2006) confrontava una psicoterapia multifamiliare integrata (prettamente un intervento psico-educativo) rispetto ad un trattamento standard (ovvero consulenze psichiatriche e terapia farmacologica). Lo studio non randomizzato testava l’efficacia di un intervento psicodinamico assieme ad uno psicoeducativo (Karterud et al. 1992). Lo studio su caso singolo valutava un intervento psicoeducativo su un paziente con disturbo ossessivo-compulsivo ed in comorbilità un Disturbo Schizotipico di personalità (McKay & Neziroglu, 1996). In tutti e tre i casi vi era una limitata riduzione dei sintomi psicopatologici, ma soprattutto alla fine dell’intervento la diagnosi di Disturbo Schizotipico di personalità sussisteva. Relativamente al trattamento nessuno degli studi riportati descriveva un’operazionalizzazione dello stesso specifica per il Disturbo Schizotipico di personalità, riportando interventi o esclusivamente psico-educativi (e quindi non psicoterapeutici) o integrazioni di diverse componenti difficili da distinguere nella valutazione dell’efficacia.

Metacognizione e Disturbo Schizotipico di Personalità

Il Disturbo Schizotipico di personalità (DSP) viene alternativamente riferito allo spettro schizofrenico o ai Disturbi di Personalità (DP). Caso unico all’interno del DSM-5 (APA, 2014), il DSP compare infatti sia come specifier dello spettro schizofrenico e di altri disturbi psicotici sia come DP specifico nella sezione II. Possiamo facilmente comprendere come rappresenti un’organizzazione di personalità che causa una compromissione personale, sociale e lavorativa rilevante e, in generale, un’alterazione del funzionamento metacognitivo. Numerosi studi riportano infatti come la metacognizione sia fortemente compromessa tanto nello spettro schizofrenico quanto nei PD (Dimaggio & Lysaker, 2011). E come interventi focalizzati sulle funzioni metacognitive siano efficaci sia nei disturbi psicotici (Lysaker & Klion, 2019) che nei DP (Dimaggio, Ottavi, Popolo, & Salvatore, 2019).

Dati Preliminari di Efficacia

Viste le evidenze raccolte nel corso degli anni sulla Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI; Dimaggio et al., 2019) e sulla Metacognitive Reflection and Insight Therapy (MERIT; Lysaker & Klion, 2019), abbiamo condotto una cases series sull’efficacia di questi due trattamenti. I pazienti elegibili che afferivano a Tages Onlus venivano sistemicamente valutati in base ai criteri di inclusione ed esclusione. Il progetto prevedeva che ai pazienti con diagnosi di Disturbo Schizotipico di personalità sarebbe stato offerto un trattamento di 6 mesi e sarebbero stati assegnati in modo random o a TMI o a MERIT. I primi due pazienti che hanno rispettato i criteri di inclusione ed hanno accettato di partecipare allo studio sono stati dunque randomizzati. Entrambi i pazienti sono stati trattati presso il Centro di Psicologia e Psicoterapia di Tages Onlus e la terapia è stata condotta dallo stesso terapeuta (Simone Cheli), a sua volta formato e supervisionato da Giancarlo Dimaggio e Paul Lysaker per gli interventi rispettivamente basati su TMI e MERIT. Il protocollo di ricerca prevedeva una valutazione di ingresso, una terapia di 6 mesi, una valutazione al termine dell’intervento e ad un mese di follow-up. Entrambi i pazienti hanno mostrato una riduzione significativa della sintomatologia generale, con un Reliable Change Index tra 10.10 e 5.85. Soprattutto hanno evidenziato come i criteri per la diagnosi di Disturbo Schizotipico di personalità non sussistessero più. Permanevano solo alcuni aspetti psicopatologici nella valutazione dimensionale alla SCID-5-PD (First, Williams, Benjamin & Spitzer, 2017). Inoltre, l’intervento ha mostrato elevatissimi tassi di aderenza (nessuna seduta è stata annullata, solo alcune sono state spostate nella stessa settimana) ed un miglioramento significativo della metacognizione. L’articolo è stato recentemente accettato da Personality and Mental Health (Cheli, Lysaker & Dimaggio, 2019).

Pur riconoscendo tutti i limiti inerenti al disegno di ricerca (una case series con solo 2 pazienti e quindi un campione limitatissimo e senza gruppo di controllo), si tratta del primo studio di psicoterapia disegnato specificamente per il Disturbo Schizotipico di personalità e che ha riportato successi significativi sui problemi centrali di tale disturbo.

Prospettive Future

Se consideriamo come le stime di prevalenza per quel variegato insieme di genotipi, fenotipi ed endofenotipi che corrispondono al costrutto di schizotipia si attestano attorno al 10%, forse la comprensione dell’organizzazione schizotipica di personalità – OSP ed i suoi sviluppi psicopatologici (Lenzenweger, 2006) dovrebbe ricevere maggiori attenzioni da parte dei clinici. Sino all’ormai prossima pubblicazione del nostro studio sull’uso della TMI e della MERIT (Cheli et al., 2019) esistevano solo 3 articoli su trattamenti rivolti a pazienti con Disturbo Schizotipico di personalità (Kirchner et al., 2018). Abbiamo pertanto avviato tre studi finalizzati ad estendere i dati preliminari raccolti fino ad oggi sull’efficacia di approcci basati sulla metacognizione per l’OSP:

  • Uno studio correlazionale finalizzato a testare un modello di funzionamento psicopatologico sull’insorgenza dell’OSP (Cheli, 2019) in giovani adulti sani. Un’estesa batteria di test psicometrici è in corso di somministrazione al fine di analizzare gli effetti di mediazione e moderazione tra le variabili indagate.
  • Una cases series rivolta a pazienti con DSP diagnosticato secondo il modello dell’AMPD (First et al., 2018). I pazienti (ad oggi 3 già reclutati) sono trattati con TMI nella versione manualizzata in Dimaggio et al., 2019, con specifici interventi rivolti ai sintomi psicotici come definiti in Salvatore et al. 2017.
  • Una cases series rivolta a due pazienti con recente esordio psicotico (Disturbo Psicotico Breve), uno dei quali è stato assegnato in maniera random ad un trattamento tramite TMI (Dimaggio et al., 2019), uno tramite MERIT (Lysaker & Klion, 2019).

Per la case series, oltre agli usuali indici sintomatologici verranno condotte specifiche interviste finalizzate alla diagnosi del funzionamento di personalità secondo il modello AMPD (First et al., 2018), del funzionamento metacognitivo (Lysaker et al., 2010) e del rischio di insorgenza di un disturbo psicotico (Schultze-Lutter, Addington & Rurhmann, 2016). Inoltre in un sottogruppo di soggetti dello studio correlazionale condurremo un’intervista sulla metacognizione per meglio indagare questo cruciale fattore. Quel che ci aspettiamo è di ampliare la nostra conoscenza dei meccanismi di insorgenza e mantenimento delle manifestazioni psicopatologiche dell’OSP. To be continued…

Bere durante la gravidanza è sicuro per il bambino?

La sindrome alcolica fetale (Fetal Alcohol Spectrum Disorder FADS) è stata riconosciuta come una delle principali cause di disabilità intellettiva, con conseguente deficit cognitivo significativo, nel 2-5% dei bambini.

 

Uno studio recente, condotto in USA, ha rilevato che il 10.2% delle donne in gravidanza consuma alcol.

Tipicamente, la maggioranza delle donne continua a bere ed espone il proprio feto all’alcol almeno nelle prime fasi della gravidanza, di solito durante le prime 4 settimane.

Gravidanza e alcool: le associazioni con le abilità cognitive del bambino

Nonostante recenti affermazioni suggeriscano che i rischi legati al consumo di alcol, durante la gravidanza, siano ritenuti esagerati, un recente studio di meta-analisi dimostra un’associazione dannosa tra l’esposizione all’alcol prenatale e le abilità cognitive del bambino.

Lo studio, pubblicato su Chaos: An Interdisciplinary Journal of Nonlinear Science, è stato condotto dalla University of New Mexico Health Sciences Center di Albuquerque, e ha cercato di indagare se gli adolescenti, esposti all’alcol nell’utero della madre, mostrassero alterazioni delle connessioni cerebrali, cui sono collegate prestazioni cognitive compromesse.

I partecipanti allo studio, tutti adolescenti, sono stati suddivisi in due gruppi: il primo comprendente 21 soggetti sani, mentre il secondo era composto da 19 soggetti esposti all’alcol in età prenatale.

Per misurare le connessioni cerebrali si è utilizzata una tecnica di imaging cerebrale, la magnetoencefalografia (MEG) in associazione a una tecnica computerizzata sofisticata, la Cortical Start Spatio-Temporal multidipole analysis.

Gravidanza e alcool: i risultati dello studio

I risultati dello studio evidenziano una compromissione dei circuiti cerebrali dei soggetti con sindrome alcolica fetale, nello specifico, nelle connessioni del corpo calloso, la parte del cervello che interconnette i due emisferi cerebrali.

Di solito, questo tipo di alterazioni nel corpo calloso si evidenziano nei soggetti con schizofrenia, sclerosi multipla, anomalie dell’elaborazione sensoriale come l’autismo, depressione e Alzheimer.

Per concludere, il consiglio di non bere durante la gravidanza è tuttora applicabile, infatti, come dimostrato dalla ricerca, l’esposizione prenatale all’alcool può portare sia ad alterazioni delle connessioni del corpo calloso sia ad un decadimento cognitivo, derivante dal consumo di alcool occasionale o costante.

Inoltre, lo studio rivela una forte correlazione tra connettività funzionale interemisferica e le prestazioni cognitive sia per i soggetti sani che quelli con sindrome alcolica fetale.

Per tanto è difficile stabilire una quantità “sicura” di consumo di alcool da parte delle madri in gravidanza.

Economia, etica e psicologia: comportamento economico e motivazionale delle scelte del consumatore

Se il rapporto tra Psicologia ed Economia è da sempre risultato difficile, in realtà sono stati svariati i tentativi di avvicinamento. L’ approccio comportamentale all’ Economia rappresenta oggi un ambito di notevole interesse e sviluppo, che potrebbe rappresentare il punto di contatto tra Economia, Etica e Psicologia.

Armando Biamonte

 

Il rapporto tra Economia e Psicologia è da sempre risultato difficile.

In realtà possiamo evidenziare svariati tentativi di contatto tra due le discipline.

Lo studio del comportamento offre la possibilità di fuggire dalla trappola dell’interpretazione: l’approccio comportamentale all’ Economia rappresenta oggi un ambito di notevole interesse e sviluppo, che potrebbe rappresentare il punto di contatto tra Economia, Etica e Psicologia.

La teoria della scelta razionale

La teoria della scelta razionale rappresenta, il primo passo verso l’approccio comportamentale all’ Economia, dove sarà l’essere umano a scegliere attraverso la propria razionalità.

Per rispondere a qualsiasi domanda sul processo decisionale di un individuo si è passati da un punto di vista in cui la razionalità la faceva da padrone, attraversando anche un punto di vista in cui l’utilità raccoglieva al suo interno preferenze e gusti del consumatore, fino a giungere alla necessità di un terreno d’unione tra diverse discipline, in grado di creare nuovi rapporti proprio tra Psicologia ed Economia.

Dietro al comportamento di scelta del consumatore si nascondono bisogni e motivazioni che nulla hanno a che fare con il prodotto ma con il bisogno emotivo che desidera essere soddisfatto.

La teoria della scelta razionale ha dimostrato i suoi punti di forza nell’analisi del comportamento dei piccoli gruppi fino ad assumere sempre maggiore consistenza nell’analisi del comportamento individuale delle persone all’interno di un panorama istituzionale. Sostiene Collins:

bisogna considerare il termine scelta razionale come essenzialmente una metafora e non come una descrizione dei processi mentali consci.

L’approccio dell’ Economia Comportamentale

L’ Economia Comportamentale ha il merito di partire dalle teorie classiche, accettandone la validità, ma, allo stesso tempo, le mette in discussione.

Il 1979 con la pubblicazione del lavoro di Daniel Kahneman, Psicologo (1934), premio Nobel per l’ Economia nel 2002  e di Amos Tversky, Psicologo (1937-1996), The Prospect Theory, rappresenta il momento storico fondamentale dell’ Economia Comportamentale.

La teoria del consumatore razionale tende a concentrarsi sulle situazioni nelle quali è possibile confrontare i diversi vantaggi determinati dalle alternative a disposizione.

Se gli approcci economici tradizionali hanno il merito di aver affrontato per primi l’analisi del comportamento del consumatore, gli approcci più moderni cercano di affrontare i temi tradizionali dell’ Economia attraverso le prospettive teoriche che appartengono ad altre discipline scientifiche.

L’approccio comportamentale all’ economia si muove su un doppio filone: da una parte ci si focalizza sui processi cognitivi legati al processo di scelta con un approccio che prende il nome di Economia Cognitiva, e dall’altro si muove su un percorso caratterizzato dalle scelte che per loro natura sono condizionate dall’ambiente sociale.

Per poter effettuare un’analisi del comportamento del consumatore e un’analisi su come le decisioni vengono prese dagli individui, sono state analizzate la teoria definita “discovered preference hypothesis” (inteso come ipotesi di costruzione delle preferenze) di Smith, Plott e Binmore, l’esperimento noto come il “dilemma della malattia asiatica” di Kahneman e Tversky, nonché i classici giochi del Dilemma del Prigioniero e del Bene Pubblico utilizzati come modelli di riferimento proprio nell’approccio allo studio comportamentale.

Il rapporto tra Economia e Psicologia è da sempre risultato difficile

Andando a curiosare nella storia delle due discipline emergono delle analogie e dei rapporti.

È interessante notare come lo sviluppo storico delle due discipline prosegue quasi su un binario parallelo: se la corrente classica dell’ Economia inizia attorno alla prima rivoluzione industriale del ‘700 e alla seconda rivoluzione industriale del 1870, anche la moderna Psicologia Scientifica nasce e si sviluppa tra il 1850 e il 1870.

L’economia ha da sempre dato importanza ai fenomeni sociali, spostandosi da una analisi economica “micro” ad una “macro”, muovendosi cioè dal comportamento individuale per arrivare ai fenomeni sociali.

Lo studio delle norme e delle convenzioni sociali costituisce quindi un ambito di studio dell’aspetto comportamentale dell’ economia che, sempre attraverso l’applicazione di disegni sperimentali, indaga la cooperazione, l’altruismo, l’equità sociale ed il rispetto di norme sociali: comportamenti che pervadono le attività umane e che si apre in questo modo all’interdisciplinarietà, trovando punti di contatto e di dialogo tra l’ economia e le altre scienze comportamentali.

Le norme sociali, così come sono definite dalla teoria economica, sono standard di comportamento taciti, non sanciti necessariamente da norme giuridiche, ma condivise nella società.

Se il rapporto tra Psicologia ed Economia è da sempre risultato difficile, in realtà svariati sono i tentativi di avvicinamento.

Nel 1902 lo psicologo Tarde scrive un libro dal titolo “Psicologia Economica” dove si occupa soprattutto del concetto di scelta razionale.

Successivamente al secondo conflitto mondiale, la Psicologia Economica riscuote notevoli interessi soprattutto grazie allo psicologo Katona che nel 1975 scrive il testo “Psychological Economics”.

J. M. Keynes sosteneva l’importanza di riportare l’ economia verso valori più giusti, diventando scienza morale. Secondo l’autore:

i governi di oggi devono operare per incentivare la circolazione delle informazioni e devono anche dare maggiore importanza all’incertezza dei mercati. Infatti l’incertezza è presente in tutti quei mercati che influenzano maggiormente la stabilità e la crescita di una economia. È proprio l’incertezza che causa stati di boom e di recessione. La conclusione di quest’opera rappresenta un augurio ed una raccomandazione dell’autore agli economisti futuri. Questi dovrebbero essere uomini di cultura generale, più attenti allo studio delle materie sociali che a quelle scientifiche.

La resurrezione cerebrale: il ripristino della circolazione cerebrale e delle funzioni cellulari ore dopo la morte; esperimento su 32 teste di maiale.

Il sottile confine tra vita e morte affascina da secoli l’uomo e le scienze. Le innovazioni in tema di rianimazione hanno consentito che condizioni estremamente critiche divenissero trattabili e reversibili rendendo ancora più labile la separazione tra il concetto di vita e morte (Gottardello A, Tanini M.2019).

Marco Tanini, Ilaria Bagnulo, Emanuele Ginori, Vittoria Falchini, Alessandro Pacini

 

Resurrezione cerebrale: il confine tra vita e morte

La morte è stata sempre identificata con la cessazione di funzioni quali il respiro e il battito del cuore, solo recentemente è stato introdotto il concetto di morte cerebrale.

La definizione “legale” di morte è data dalla L. 578/1993 che, all’art. 1, specifica che “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”.

A livello biochimico è noto che i mitocondri dei neuroni restano funzionali fino a 10 ore dal decesso, questo ha fatto ipotizzare che una adeguata riperfusione del cervello, dopo la morte, potesse riattivare il metabolismo cellulare (Tatarkova Z 2016).

Resurrezione cerebrale: lo studio

Un recentissimo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature del 17/4/19: Restoration of brain circulation and cellular functions hours post-mortem (tradotto: Ripristino della circolazione cerebrale e delle funzioni cellulari ore dopo la morte). In questa ricerca alcuni scienziati della Yale School of Medicine, nel quadro della NIH Brain Initiative, hanno connesso i cervelli prelevati a dei maiali in un mattatoio, ad un sistema di perfusione esterna in grado di sostituire la circolazione sanguigna. Questa tecnica ha permesso di ripristinare alcune funzioni fondamentali delle cellule cerebrali, come la capacità di produrre energia consumando zuccheri e producendo anidride carbonica.

Nello specifico sono state prelevate da un mattatoio le teste di 32 maiali, da queste è stato estratto il cervello e sottoposto a perfusione artificiale connettendo i principali rami arteriosi ad una macchina chiamata BrainEx. È opportuno ricordare che tale connessione è avvenuta a ore di distanza dalla morte.

Con questo sistema, i ricercatori sono riusciti a ripristinare ex-vivo la circolazione sanguigna e mantenere in vita i neuroni del cervello di maiale, parecchie ore dopo la morte dell’animale.

Resurrezione cerebrale: il sistema BrainEX

Con un sistema di pompe viene artificialmente irrorato con sangue artificiale a 37°C l’intero cervello isolato di maiale. Il sangue artificiale – costituito da una soluzione acellulare a base di emoglobina – apporta ossigeno e nutrienti al parenchima cerebrale, sostenendo il metabolismo e le funzioni cellulari. Insieme all’ emoglobina vengono somministrati anche sostanze protettive, stabilizzanti e agenti di contrasto. Tale soluzione viene chiamata BEx perfusato.

Resurrezione cerebrale: i risultati

Il sistema BrainEx in 6 ore ha ripristinato la perfusione nei principali vasi arteriosi riducendo la morte cellulare e ripristinando alcune funzioni cellulari, compresa la formazione di connessioni tra i neuroni (sinapsi). L’esperimento non ha risvegliato l’attività elettrica dei neuroni, ma solo un attivo metabolismo cerebrale.

Sebbene i neuroni si siano dimostrati in grado di condurre uno stimolo elettrico trasmesso dall’esterno, il team di ricercatori non ha rilevato una coordinazione nella scarica dei potenziali d’azione: il tipo di attività elettrica organizzata associata a percezione e consapevolezza. I neuroni non hanno dunque mostrato nessun segno di coscienza.

I ricercatori hanno scelto di non utilizzare la perfusione artificiale per lunghi periodi e non hanno usato strumenti per cercare di ottenere una coordinazione degli impulsi elettrici per la scarica dei potenziali d’ azione come ad esempio l’ elettroshock.

Resurrezione cerebrale il primo esperimento su cervelli di maiale img

IMM. 1 – Immunofluorescenza di una sezione di cervello di maiale a 10 ore dalla morte in condizioni naturali (a sinistra) e in caso di perfusione con BrainEx (a destra) iniziata quattro ore dopo il decesso. I neuroni sono in verde, gli astrociti in rosso; i nuclei cellulari in blu. (Cortesia Stefano G. Daniele & Zvonimir Vrselja; Sestan Laboratory; Yale School of Medicine)

Resurrezione cerebrale: utilizzo clinico

Il lavoro dimostra che il cervello, in condizioni opportune, ha capacità di recupero metabolico e neurofisiologico dal danno ischemico e anossico maggiori di quanto comunemente supposto. Offre l’indubbio vantaggio di consentire lo studio di un cervello di grandi dimensioni in uno stato di minima funzionalità per valutare l’ efficacia di terapie per combattere il danno ipossico ischemico. In condizioni normali, lo studio di un cervello post mortem è ostacolato da processi coagulativi nel microcircolo, dalla morte cellulare e dalla liberazione di sostanze tossiche date dalla lisi cellulare. Per eliminare tali inconvenienti si utilizza il congelamento che consente esclusivamente analisi di tipo microscopico.

Questo tipo di perfusione offre, al contrario, la possibilità di studiare un cervello senza gli artefatti legati alla morte e con un metabolismo cellulare in atto; è bene specificare che non si tratta di un un cervello vivente, ma è un cervello attivo a livello cellulare.

Resurrezione cerebrale: problemi bioetici

È bene ricordare che questa metodica ha consentito un ripristino della funzionalità cellulare ma non dell’ attività cerebrale. Avere delle cellule vitali non corrisponde al recupero di una, anche minima, funzione cerebrale.

La metodica descritta prevede l’ estrazione del cervello e la connessione al sistema di perfusione, pertanto, se anche fosse ipotizzabile un trattamento terapeutico, ci dobbiamo chiedere se sarebbe giusto tentare di ripristinare la coscienza in un organo espiantato dal proprio corpo.

Molto utile, al contrario, è l’ utilizzo di tale metodica per lo studio del danno ipossico-ischemico a livello neuronale.

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