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Gli stati di coping nel disco “Three Friends” dei Gentle Giant

Mentre le strategie di coping sono tutto ciò che il soggetto fa nel pratico per gestire un dolore interno, gli stati di coping sono delle disposizioni mentali storicizzate, degli assetti interni consolidati in cui il soggetto si muove, che servono per proteggersi o evitare di sperimentare gli stati somatici o le immagini di sé negative che in certi momenti possono emergere e causare sofferenza intensa e inaccettabile.

 

Si suggerisce l’ascolto dell’album “Three Friends” (Gentle Giant, 1972) durante la lettura.

In questo articolo parlerò degli stati mentali secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) prendendo come spunto un disco dei Gentle Giant. Particolare attenzione sarà dedicata agli stati mentali di coping. Gli stati di coping rappresentano tutto ciò che il soggetto fa per proteggersi da stati interni dolorosi e temuti (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) o per evitare esperienze che possono causare sofferenza. Quando diventano rigidi e ripetitivi, possono portare alla patologia (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019).

I Gentle Giant

I Gentle Giant sono stati una band inglese di rock progressivo, attiva dal 1970 al 1980. Hanno inciso 12 album. La loro musica è molto particolare: grande virtuosismo tecnico ma con costante attenzione alla melodia, tempi ritmici pluricomposti combinati a incursioni barocche, contrappunto e tempi fugati, sonorità rinascimentali, musica classica, folk, jazz e hard rock sanguigno. Tutti eccellenti pluristrumentisti, si scambiavano e suonavano vari strumenti con eguale maestria. Qualcuno all’epoca definì la loro musica: “Baroque ‘n’ Roll”.

Nonostante la grande fama negli anni ’70 (In Italia e negli USA in particolare, facevano sempre il tutto esaurito ai loro concerti) dopo lo scioglimento, avvenuto nel 1980, sono scivolati lentamente nel dimenticatoio, questo per vari motivi. Il primo è che non hanno mai avuto un singolo di successo (i loro dischi si dovevano ascoltare e apprezzare nella loro interezza), poi perché a differenza di tante altre band dell’epoca, non hanno mai fatto parlare di sé per atteggiamenti trasgressivi o eccessi da rock star. Non facevano poi un genere molto commerciale. Il motivo principale però, sta nel fatto che dopo il loro scioglimento, non ci sono mai state reunion e nessuno dei singoli membri ha continuato a fare musica a livello professionale. Quindi a differenza di altre band di successo degli anni ’70 che hanno continuato tra alti e bassi anche nei decenni successivi a fare musica (Pink Floyd, Yes, Queen, Deep Purple, Jetro Tull, ecc.), che si sono sciolte e poi riformate varie volte nel corso degli decenni (PFM, King Crimson, Van Der Graaf Generator, Emerson Lake and Palmer, ecc) o i cui singoli membri hanno continuato a fare musica spesso diventando delle celebrità (esempi lampanti sono Phil Collins e Peter Gabriel dei Genesis ma anche Sting dei Police), nel caso dei Gentle Giant non è avvenuto nulla di tutto questo. Con grande coerenza si sono sciolti nel 1980 di comune accordo e mai più si sono riformati, nonostante a tutt’oggi, siano ancora tutti vivi e stiano abbastanza bene.

Il disco “Three Friends” e la storia dei tre amici

Nel 1972 i Gentle Giant realizzarono il loro terzo disco e lo chiamarono “Three Friends”. È uno dei dischi più riusciti della band e più amati dai fans. È un concept album che racconta la storia di tre amici dall’età della scuola elementare alla maturità adulta (per concept album si intende quando tutte le canzoni di un disco sono legate tra loro e, come capitoli di un libro, trattano un unico argomento o raccontano una lunga storia. Esempi sono: “Tommy” degli WHO, “The Lamb Lies Down on Broadway” dei Genesis, “Felona e Sorona” de Le Orme, “Darwin” del Banco del Mutuo Soccorso, “YS” del Balletto di Bronzo o il più famoso “The Wall” dei Pink Floyd).

Il disco si apre con il brano “Prologue” che, come l’abstract di un articolo scientifico, preannuncia cosa succede nel disco. Il testo racconta di come dopo anni passati assieme tra lacrime e risate (“Three friends are made, three lives are laughs and tears”), questi bambini, da un giorno all’altro diventano adulti, il futuro arriva all’improvviso (“As time stands still the days change into years, and future comes without a care”) e non lascia scampo. Dopo decenni di separazione i tre amici si rincontrano e si raccontano le loro vite, quasi per spiegarsi, scusarsi o giustificarsi l’uno con l’altro (“Three boys are men their ways have drawn apart, they tell their tales to justify”). Il secondo brano, “Schooldays”, è una ballata delicatissima ed eterea, la musica evoca in modo sublime l’atmosfera celestiale e impalpabile dell’infanzia, dove il tempo e lo spazio sembrano coesistere e non esistere, un giorno è un anno e viceversa, le sensazioni sono intense e perduranti. La canzone racconta gli anni spensierati e felici trascorsi assieme. Il legame solido, morboso, quasi patologico dei tre amici ma anche la rottura drammatica e improvvisa della loro amicizia (“We made vows, they’re gone now, we made friends, we broke friends, no more friends”). Dopo questi due brani introduttivi si entra nel vivo della storia, le canzoni successive raccontano le vite dei tre protagonisti e degli specifici stati di coping da loro messi in atto nel corso della loro vita. Prima però, al fine di aiutare la comprensione, una breve esposizione degli stati mentali ricorrenti secondo la TMI.

Gli stati mentali secondo la TMI

I soggetti con disturbi o tratti rigidi di personalità possono oscillare costantemente tra varie forme di esperienze soggettive interne, stati mentali ricorrenti caratterizzati da pensieri, credenze, emozioni, attivazioni somatiche, idee, comportamenti o atteggiamenti rigidi, stereotipati e spesso non consapevoli (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Gli autori ne distinguono tre tipologie.

Gli stati dolorosi o temuti sono quelli che si possono presentare sotto forma di emozioni negative, risposte corporee di vario tipo (iperarousal o ipoarausal, sintomi fisici, d’ansia, depressivi, ecc) credenze e immagini negative di sé molto radicate e rigide. Ovviamente, dato che sono carichi di sofferenza, il soggetto fa di tutto per proteggersi ed evitarli (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013). Alcuni esempi possono essere il senso di indegnità, il sentirsi invisibili o inesistenti, non amabili, inadeguati o senza valore, colpevoli, cattivi o egoisti, soli o abbandonati, vulnerabili o in pericolo. Spesso quello che il soggetto fa per fronteggiarli è disfunzionale e peggiorativo (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Si tratta quindi di stati dolorosi che si possono riattivare in specifiche situazioni interpersonali (un litigio o un’incomprensione con un caro, una situazione sociale spiacevole, ecc.) o essere ininterrottamente presenti nella mente delle persone. Possono presentarsi sia sotto forma di idee, cognizioni su di sé che sotto forma di sensazioni fisiche, viscerali, somatiche ed emotive (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Spesso sono originati da esperienze relazionali precoci dolorose, traumi o altre relazioni interpersonali negative ripetute e continuative.

Gli stati di coping invece sono delle condizioni mentali, automatizzate, procedurali oppure consapevoli che i soggetti mettono in atto nel corso dell’intera vita o davanti a situazioni specifiche per proteggersi o gestire gli stati dolorosi reali, temuti o anche solamente percepiti. Gli stati di coping servono per proteggersi o evitare di sperimentare gli stati somatici o le immagini di sé negative che in certi momenti possono emergere e causare sofferenza intensa e inaccettabile. Quindi, mentre le classiche strategie di coping sono tutto ciò che il soggetto fa nel pratico per gestire un dolore interno (abbuffarsi, ubriacarsi, sesso compulsivo, attività fisica esagerata, pensieri perseverativi, ricerca di rassicurazioni, ecc), gli stati di coping, come dice stesso la parola, sono degli stati stabili, delle disposizioni mentali storicizzate, degli assetti interni consolidati in cui il soggetto si muove, uno specifico adattamento messo in atto quando sta per arrivare il dolore. Ad esempio, mi sento solo e abbandonato (stato mentale doloroso), vado in uno stato di coping di stordimento o di vuoto devitalizzato in cui mi abbuffo per stare meglio (strategia di coping). Oppure, altro esempio, il mio capo mi dà un compito nuovo, mi percepisco incapace e di poco valore (stato mentale doloroso), comincio a ruminare sul compito e cado in uno stato mentale di coping di workaholism e perfezionismo che mi spinge a svolgere straordinari, lavorare anche nei festivi e a pensare e ripensare alla riuscita del compito (strategia di coping).

Terzo gruppo, gli stati egosintonici ricercati, sono il risultato adattivo degli stati di coping e delle strategie. Rappresentano come vogliamo sentirci e percepirci. È quello che il soggetto ricerca per definire la sua identità e sperimentare stati mentali positivi (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013). Diventano nel corso del tempo dei valori, degli ideali da perseguire e mantenere (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Esempi possono essere il vedersi migliori degli altri (da un punto di vista morale, sessuale, economico, intellettivo, fisico, ecc), oppure percepirsi destinati a grandi cose o in diritto di accedere a posti di potere, di meritare sempre di divertirsi, provare piacere o gratificazione a ogni costo, ecc. Vediamo ora come si declinano gli stati mentali, con particolare attenzione a quelli di coping nelle storie dei nostri tre personaggi.

Tre vite, tre coping

Il terzo brano del disco, “Working all day”, racconta la storia del primo dei tre amici. Si tratta di un operaio intrappolato nel suo ruolo. La sua vita è ripetitiva e monotona, 30 anni è come se fossero 5. La musica evoca in modo perfetto questa tediosità quotidiana nonché il clima monotono da catena di montaggio tipico del lavoro operaio. È deluso, rassegnato e oppresso ma con la rabbia interna di chi ha subito un’ingiustizia o non può ribellarsi per cambiare le cose. Il protagonista aveva speranze di successo da giovane, ma ostacolato e scoraggiato dal padre, ha dovuto rinunciare ai suoi obiettivi (“When I was young I used to have illusions, dreams ain’t enough, papa was rough, he didn’t care for learning, hell life is tough”). Queste rinunce hanno prodotto tanta rabbia, amarezza e senso di ingiustizia. Lo schema interpersonale secondo la TMI (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019) potrebbe essere allora il seguente: “Sono capace ma non supportato, quindi bloccato, desidero autonomia, sostegno, apprezzamento ma se manifesto a mio padre (e ora a me stesso) i miei desideri lui potrebbe giudicare, scoraggiare, avere un atteggiamento pessimistico, colpevolizzare. Questo mi provoca tanta tristezza, senso di colpa e senso di oppressione”. Per non scivolare in uno stato mentale doloroso di indegnità, non amabilità o di colpa persistente, sviluppo come stato di coping rabbia autoprotettiva, disillusione, diffidenza e sottomissione rabbiosa rassegnata. Lo stato mentale egosintonico in questo caso è la superiorità morale, il disprezzo verso gli illusi, gli idealisti che credono nell’uguaglianza (“Easy to say that everybody’s equal then look around and see it ain’t true”) o verso il proprio capo e la vita stessa (“I eat the dust, the boss gets all the money, life ain’t just”). È più facile e meno doloroso per l’immagine di sé colpevolizzare gli altri e il destino che se stesso o il padre.

Il brano successivo, “Peel the paint” racconta la storia del secondo amico. Lui è diventato un pittore e vive isolato dal mondo, distaccato, chiuso tra le sue quattro mura a dipingere ma sostanzialmente infelice. Utilizza l’arte per modulare le emozioni, sia quelle positive che quelle negative, non si lascia andare ad esse, tutto è fermo, il tempo e lo spazio sono cristallizzati sulla tela e nel silenzio solitario (“Finding the pleasure and the pain in his art, lost in the hush, no need to rush, time waits for him”). L’atmosfera musicale del brano all’inizio è rarefatta, incorporea, impalpabile e sussurrata, proprio come l’animo dell’artista. Si comprende però che nemmeno l’arte basta a soddisfare il bisogno di risposte, a calmare le preoccupazioni, a sanare la sofferenza dei sogni infranti. Infatti ad un certo punto la musica cambia, diventa selvaggia, rock duro, il testo del brano dice la verità e mette in guardia il protagonista, sotto la “pittura” c’è la ancora la vecchia bestia (“You peel the paint, look underneath, you’ll see the same, the same old savage beast”). Tutto questo tentativo di proteggersi non è servito a nulla e il rischio di sprofondare è sempre in agguato (“Nothing’s been learned, no nothing at all, you don’t be fooled, get up before you fall”). Ci troviamo qui davanti a degli stati di coping di evitamento/isolamento protettivo e di vuoto devitalizzato (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013). Al fine di proteggersi dal mondo esterno e dagli altri, percepiti in qualche modo come malevoli o non rispondenti ai suoi bisogni di cura, apprezzamento, sicurezza, appartenenza o altro, il protagonista: “Sente il bisogno di isolarsi fisicamente e mentalmente con il fine di far cessare la sofferenza relazionale. Il paziente sperimenta paura e vergogna quando si allontana mentre prova transitoriamente sicurezza e riduzione dell’ansia quando evita la relazione” (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013, pag. 32) nella sua tana nascosta si sente al sicuro (Procacci, Popolo, Marsigli, 2011). Il dolore di questo personaggio è “sordo”, vive una sorta di anestesia esistenziale, è lontano dalle emozioni, lontano dalla vita e lontano dagli altri. Non comprende le intenzioni degli altri, non capisce se l’altro è disponibile o meno, se una battuta scherzosa di un amico è ironica o malevole, allora abbandona la partita e si isola perché non comprende le regole del gioco, “disaderisce” dagli altri (Salvatore, Dimaggio, Ottavi, Popolo, 2017) e si rinchiude nel suo mondo solitario di colori, tele, quadri e pennelli.

L’ultimo personaggio è un uomo di successo, il classico “colletto bianco”. La canzone si intitola: “Mister Class And Quality?”. È diventato un uomo ricco, arrogante, presuntuoso (“See the prizes I have showing”), manipolatore (“Choose my friends for my own ends”), borioso e vanaglorioso (“The world needs steady men like me to give and take the orders”), insensibile e disprezzante anche verso gli stessi suoi amici protagonisti di questa storia (“Never understood the artist or the lazy workers”). Il suo è un successo pianificato, studiato a tavolino (“Working hard to build my life and plan the way I’m going”), ha ottenuto il massimo dalla vita grazie alla sua astuzia (“House and car and pretty wife, they’ve all been won by knowing”). La musica del brano è molto dinamica, con ritmo veloce, lineare e sostenuto, rispecchia in pieno la determinazione altezzosa del personaggio. Lo schema interpersonale è chiaro, il soggetto è minacciato dall’idea di essere una nullità o di apparire piccolo e insignificante, il desiderio invece è quello di essere visto e apprezzato, in modo da essere riconosciuto nella propria identità. La paura che gli altri possano invalidarlo, disprezzarlo, non essere interessati a lui gli genera angoscia, senso di fallimento, umiliazione. Allo scopo di evitare questi stati dolorosi, il soggetto sviluppa un coping basato sul perfezionismo e sul workaholism, tutto va fatto nel migliore dei modi e ogni fine giustifica i mezzi, tutto è concesso al fine di raggiungere il proprio traguardo. Le uniche emozioni espresse sono la rabbia e il disprezzo (per proteggersi dall’angoscia del vuoto, dalla vergogna o dal senso di colpa), non c’è empatia, non c’è coinvolgimento affettivo o amoroso, l’altro deve stare a distanza o peggio ancora, essere manipolato a proprio piacimento e per i propri scopi (Dimaggio, 2016). Gli stati egosintonici desiderati sono la grandiosità, il consolidamento del potere, la superiorità da ogni punto di vista e un edonismo individuale materialistico e strumentale. Nonostante il successo, le donne e i soldi, come gli altri due amici, anche lui è solo.

Non bastano la rassegnazione rabbiosa dell’operaio, l’isolamento protettivo dell’artista e neanche i successi di Mister Class, erano bambini uniti e felici, adesso sono uomini soli e spenti. Nell’ultimo brano, quello che dà il titolo all’album: “Three friends”, avviene, almeno per una sera, il miracolo. La musica è avvolgente, corale, c’è un atmosfera drammatica ma calda e accogliente. I tre amici si rivedono dopo anni ed è un incontro dolce nella sua tristezza (“Sweet in sadness”). Tuttavia la gioia di rivedersi è tanta da andare oltre il passare del tempo e le differenze di classe (“In the end, full of gladness, went from class to class”). Lo stare assieme, di nuovo uniti, complici, vicini, permette loro di ritrovare quell’armonia, quella sintonizzazione reciproca, forse mai più sperimentata dai tempi dell’infanzia. Possono finalmente, essere se stessi, senza sovrastrutture, senza maschere, senza corazze protettive. Possono abbassare le difese, lasciare le strategie di coping, uscire dagli stati mentali in cui da decenni sono intrappolati e ritrovare almeno per una sera una sincera autenticità e vicinanza affettiva.

L’anedonia: cause e caratteristiche – Come è possibile perdere il piacere?

In maniera abbastanza ampia potremmo dire che l’ anedonia consiste nell’incapacità di desiderare la gratificazione. Infatti, i pazienti anedonici sarebbero tutti accomunati da una modalità inadeguata di rapportarsi all’ambiente, che si manifesterebbe anche con la tendenza all’isolamento.

 

Il termine anedonia è stato inventato alla fine dell’800 per descrivere un’insensibilità patologica al provare piacere, propria di alcune malattie psichiatriche.

L’ anedonia è, dunque, l’incapacità di provare piacere. Certamente, la mancanza o la perdita totale della capacità edonica non è l’aspetto più comune, tuttavia il termine è ormai largamente impiegato anche quando la perdita o l’assenza è solo parziale. L’incapacità di provare piacere può essere non soltanto un’esperienza pervasiva, ma anche limitata, confinata a un solo ambito (o a un numero limitato di ambiti), come quello del cibo o del sesso, delle interazioni sociali o delle relazioni, etc. 
L’ anedonia può essere, dunque, inquadrata come una forma di appiattimento dello stato emotivo, una sorta di coartazione generale dell’espressività emotiva.

In ambito psicopatologico è importante quindi considerare l’ anedonia un sintomo e non come un disturbo, poiché viene riscontrata in moltissime condizioni mediche e psichiatriche, dalle malattie neurodegenerative a disturbi psichiatrici come ad esempio i disturbi dell’umore, alcuni disturbi della personalità, i disturbi psicotici, i disturbi da uso di sostanze, etc.

Anedonia: tra sintomo e disturbo

Anzitutto l’ anedonia è una condizione riscontrabile nella depressione e nei disturbi dell’umore ed è fondamentale distinguere il sintomo dell’ anedonia dalla depressione intesa come disturbo. Infatti la depressione è costituita, oltre dall’ anedonia da una costellazione di sintomi variegati; viceversa il sintomo dell’ anedonia non implica necessariamente l’esperienza frequente e intensa di sentimenti di tristezza e autosvalutazione, ma implica la sensazione di aver perso la capacità di provar piacere per ciò che per l’individuo, prima, era fonte di piacere.

Tale condizione di anedonia è riscontrabile anche in altre aree psicopatologiche fra cui la schizofrenia e i disturbi psicotici. Nell’ambito dei disturbi psicotici, un aumentato rischio per lo sviluppo di episodi psicotici è stato correlato con l’ anedonia di tipo “sociale” da Chapman et al (1994). In uno studio longitudinale di follow-up, l’ anedonia sociale – intesa come la progressiva perdita dell’interazione sociale, e la mancata elaborazione dell’esperienza interpersonale predisporrebero l’individuo ad un aumentato rischio di psicosi. Altri ricercatori (Blanchard et al, 1998) hanno dimostrato maggiori livelli di anedonia fisica in pazienti schizofrenici rispetto ai soggetti normali e una correlazione positiva dell’ anedonia sociale con affettività negativa nel campione patologico.

Nell’ambito dell’abuso di sostanze alcuni autori (Koob, 1997) attribuiscono all’ anedonia il ruolo di “rinforzo negativo” nell’astinenza da sostanze d’abuso, che si fonderebbe su di una “disregolazione omeostatica edonica” di origine dopaminergica.

L’ anedonia rientra anche in diversi disturbi neurologici; ad esempio nel quadro clinico della patologia di Parkinson, è spesso in correlazione con acinesia, anedonia e disturbi cognitivi, associando inoltre il quadro clinico con un diminuito turnover dopaminergico nei gangli della base.

A livello teorico e clinico quindi può essere definita sia come tratto sia come stato. Quando ci si riferisce al tratto si intende un’incapacità permanente di provare piacere che può essere presente fin dall’infanzia ed è riconosciuta anche dal paziente stesso. Mentre, lo stato può essere definito come una pervasiva, non reattiva, compromissione della capacità di provare piacere per cose specifiche in un determinato momento.

Anedonia sociale VS Anedonia fisica

È possibile distinguere principalmente tra due tipologie di anedonia: l’ anedonia sociale, tale per cui l’individuo manifesta un significativo disinteresse e mancanza di piacere verso le relazioni sociali, con anche comportamenti di evitamento e isolamento sociale; l’ anedonia fisica, che include in particolare l’assenza di piacere e il disinteresse verso il cibo e verso altri tipi di attività.

In maniera più ampia possiamo dire che l’ anedonia consiste nell’incapacità di desiderare la gratificazione. Infatti, i pazienti anedonici sarebbero tutti accomunati da una modalità inadeguata di rapportarsi all’ambiente, che si manifesterebbe anche con la tendenza all’isolamento.

In particolare la funzione psicologica dell’esperienza del piacere e della gratificazione è quella di segnalare all’individuo il soddisfacimento di un bisogno e quindi di sottolineare quali comportamenti sono associati alle ricompense e alla soddisfazione dei bisogni dell’individuo. Pertanto la sensazione di gratificazione e piacere sono dei “marcatori” che segnalano quali comportamenti sono rilevanti per gli individui in termini di benessere e sopravvivenza. È l’esperienza del piacere che induce ad apprendere questi comportamenti e a rimetterli in atto di fronte a stimoli che ne rievocano l’esperienza.

Restano, tuttavia, ancor oggi non del tutto chiari i meccanismi eziopatogenetici alla base dell’insorgenza dell’ anedonia. Assodando che le vie dopaminergiche non sono gli unici circuiti cerebrali ad essere coinvolti, pare che a determinare la complessità psicopatologica del sintomo vi sarebbero diversi e molteplici fattori causali (genetici, ambientali, culturali, sociali), i quali, interagendo tra loro, contribuerebbero (tutti assieme) alla sua insorgenza clinica.

Anedonia e Apatia

In termini differenziali è importante distinguere l’ anedonia dall’apatia, seppure siano sintomatologie spesso co-occorrenti. Per apatia si intende la perdita o la riduzione della motivazione rispetto ad uno stato precedente, associato ad un decremento dei comportamenti goal-directed, dell’attività cognitiva ed emotiva; gli individui affetti da apatia hanno difficoltà nell’intraprendere nuovi comportamenti o iniziative. Invece, come già descritto precedentemente, l’ anedonia consiste in una marcata e consistente diminuzione dell’interesse o piacere per la maggior parte delle attività quotidiane; gli individui smettono di provare piacere per alcune attività o smettono di ricercare attività piacevoli come se mancassero di motivazione (Husain & Roiser, 2018).

Sia l’apatia che l’ anedonia sono sintomi co-occorrenti in diversi disturbi come il morbo di Alzheimer e di Parkinson, la schizofrenia e il disturbo depressivo maggiore (Pelizza & Ferrari, 2009).

Sia l’ anedonia che l’apatia possono essere misurate attraverso specifiche scale cliniche in grado di quantificarle (Kaiser, Lyne et al., 2017; Bischof, Obermann et al., 2016) come ad esempio la scala per l’ anedonia fisica e sociale, la Snaith-Hamilton Pleasure scale (SHAPS; Nakonezny, Carmody et al., 2010).

I processi neuropsicologici dell’ anedonia

Secondo alcuni ricercatori (Husain & Roiser, 2018) a livello neurocognitivo l’ anedonia, e anche l’apatia possono essere concettualizzate come deficit a seguito di interferenze nei meccanismi neurali che processano la ricompensa; in particolare il deficit risiederebbe nei processi che motivano l’individuo o l’animale a mettere in atto un’azione o un comportamento – come i potenziali benefici o ricompense per il comportamento vengono valutati dal sistema rispetto al costo dello sforzo richiesto per raggiungerli.

A livello di funzionamento cerebrale è da sottolinearsi che l’esperienza del piacere implica l’attivazione di un complesso insieme di processi neurochimici e di diversi pattern di aree cerebrali. Nella fase anticipatoria della sensazione di piacere, si riscontra l’attivazione delle aree dopaminergiche, mentre il coinvolgimento degli oppiodi endogeni entra in gioco durante l’esperienza stessa del piacere.

A livello neurale (neuroanatomico e neurotrasmettitoriale), diversi studi hanno tentato di analizzare il complesso meccanismo psicologico della ricompensa e dell’ anedonia; tali ricerche sono principalmente studi su animali da laboratorio, studi anatomo-patologici post-mortem, e studi di neuroimaging sull’uomo. Un significativo corpus di studi indica quindi come circuiti neuronali principalmente coinvolti nella ricompensa siano quelli appartenenti al sistema mesocorticolimbico.

Partendo da paradigmi comportamentali, nasce quindi l’ipotesi dopaminergica della ricompensa e dell’ anedonia di Wise che sostiene che le caratteristiche di rinforzo di stimoli incondizionati, quali il cibo, l’acqua, il sesso ed alcune droghe d’abuso, ed il piacere condizionato elicitato da rinforzi secondari, sarebbero mediati da cellule del sistema dopaminergico mesocorticolimbico, in particolare mesencefalico (corpi cellulari originatisi nell’Area Ventro-Tegmentale, le cui proiezioni terminano nel Nucleus Accumbens e nella corteccia prerfrontale). Infatti, in particolare sembrano coinvolte nella capacità di provare piacerre aree come i gangli basali cortico-ventrali, che includono la corteccia orbitofrontale, la corteccia anteriore cingolata, il corpo striato ventrale, il nucleo pallido ventrale, l’area ventrale tegmentale, il nucleo accumbens e la corteccia prefrontale mediale.

In tal senso questo complesso sistema di aree e di vie neurali, con il coinvolgimento anche di aree corticali, sono alla base della pianificazione e motivazione per l’attuazione di specifiche condotte orientate verso degli scopi: il sistema sdella ricompensa è quel sistema che consente quindi la promozione della motivazione per attuazione di condotte finalizzate al raggiungimento della gratificazione e del piacere.

Alcune evidenze scientifiche sottolineano in particolare che nel caso dell’ anedonia vi sarebbe una disfunzionalità a carico della corteccia prefrontale mediale.

Nel complesso fenomeno dell’ anedonia, tuttavia le vie dopaminergiche non sono le uniche ad essere coinvolte per quanto riguarda gli aspetti neurofunzionali. È palusibile ipotizzare che la complessità neurochimica che caratterizza l’ anedonia rifletta l’esistenza di un’eziopatogenesi complessa e caratterizzata da diversi fattori (ambientali, sociali, genetici), che interagiscono contribuendo all’insorgenza di tale condizione.

Approcci computazionali alla comprensione dell’ anedonia

Accanto alle neuroscienze, approcci alternativi che recentemente stanno guadagnando popolarità per la comprensione dei processi sottostanti l’ anedonia sono i modelli computazionali (Adams, Huys & Roiser 2015) che sfruttano la ricchezza dei dati osservati (ad esempio tramite modelli di comportamento che basano su prove per errori) per fornire informazioni su quei processi che sottostanno le differenze individuali.

Per esempio, un compito percettivo detto “responsività alla ricompensa” (rewar responsiveness; Henriques, Glowacki et al., 1994) che misura i bias verso la selezione di stimoli più frequentemente associati con le ricompense, somministrato sia ad un gruppo di controllo che ad un gruppo clinico di individui affetti da depressione, ha evidenziato delle differenze nelle risposte al test tra i due gruppi. L’applicazione dei modelli computazionali ai dati raccolti ha evidenziato come i sintomi dell’ anedonia non siano associati alle differenze nella discriminazione percettiva o nell’apprendimento per errori ma siano al contrario associati con un brusco abbassamento del valore atteso della ricompensa al momento della decisione (Huys, Pizzagalli, Bogdan & Dayan, 2013).
In aggiunta, questi modelli, dal momento che aiutano a differenziare i processi cognitivi che sono coinvolti nei compiti legati alla ricompensa, mostrano che l’apprendimento apparentemente è risparmiato nell’ anedonia e che le differenze nei comportamenti legati alla motivazione e alla ricompensa sono associati ad altri processi di tipo neurotrasmettitoriale.

Uno studio di Le Bouc e colleghi (2016) ha evidenziato come i miglioramenti nei sintomi dell’ apatia da parte dei pazienti affetti da morbo di Parkinson, in cura dopaminergica, fossero associati con un aumento della sensibilità alla ricompensa, mentre uno studio di Meyniel, Goodwin e colleghi (2017) ha mostrato come soggetti non patologici mostrassero un maggior sforzo a seguito della somministrazione di SSRI e quindi dell’aumento della serotonina, come se in loro si fossero ridotti i costi degli sforzi per raggiungere la ricompensa.

Esperienza artistica e mente incarnata – Il dare forma in Terapia espressiva

Nella pratica delle Terapie Espressive la creazione artistica aiuta a dare forma e parola all’esperienza interna, facilitando l’incontro e il confronto con la realtà affettiva, incarnata, della propria e altrui mente.

Lorena Garzotto

 

Un intervento integrato di Arte Terapia e Danzamovimento Terapia sostiene i pazienti con difficoltà di regolazione emotiva a contattare stati emotivo-sensoriali perturbati e frammentati, a oggettivarli, tollerarli, e infine a modularli, rinforzando il senso di sé e la capacità di pensare e sentire allo stesso tempo.

Keywords: terapia espressiva, gruppo, mente, disregolazione, borderline

 

Terapie espressive e mente incarnata

Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev’essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma non so distinguere la forma… (Proust, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann: Combray)

Le parole dei poeti sanno comunicare l’intensità e le sfumature dell’esperienza interiore. Perché è talvolta difficile descrivere l’inafferrabile turbinio dei colori smossi, dare voce e forma a ciò che accade internamente: immagini, frammenti di pensiero, sensazioni, stati fisici e mentali, non sono sempre facili da districare e definire. Ciò è particolarmente problematico per le persone emotivamente disregolate (che possono avere una diagnosi di disturbo borderline, disturbo post-traumatico, disturbo dissociativo), ma le loro reazioni estreme ci aiuteranno a chiarire e comprendere i processi attivi in ognuno di noi. Sostengo qui che le forme estetiche della creazione artistica, legate al corpo e ai sensi, alle forme primitive del mentale, all’esperire in prima persona (Varela et al., 1991), possono costituire un mezzo privilegiato di accesso alla mente e al sentire, per trovare una maggiore distanza e capacità di pensare, per organizzare e comunicare la propria esperienza interiore in modi più articolati e mentalizzati. I linguaggi espressivi, ricchi di sensorialità ma anche di ‘senso’, rispecchiano l’incerto, lo sfumato, e aiutano a connettere il sentire e il pensare; contemporaneamente offrono materiale per la narrazione di sé (Robbins, 1998; Della Cagnoletta, 1998) e sostengono quindi la capacità riflessiva.

Benchè ci proviamo da lungo tempo è infatti complicato capire cosa c’è nella mente (Allen e Fonagy, 2006): poiché la conosciamo attraverso la nostra stessa mente, essa non può essere “oggettivo” oggetto di studio, ma porta sempre tracce della nostra soggettività. Conosciamo allo stesso modo le menti altrui, di cui dobbiamo inferire intenzioni e convinzioni, soprattutto quando funzionano in modo molto diverso dalle nostre:

in quanto clinici a orientamento psicodinamico noi mentalizziamo continuamente […]. Questo rende particolarmente difficile la comprensione di quelle persone che hanno una capacità di mentalizzazione limitata, che non utilizzano la loro capacità per comprendere gli altri in quanto entità mentali distinte, o che costruiscono rappresentazioni distorte, confuse e che confondono gli stati mentali propri e degli altri (Bateman e Fonagy, 2004, p. 73).

La mente qui non viene intesa come funzione meramente cognitiva ma come realtà incarnata, emergente dalla sensorialità, dall’affettività intersoggettiva. E se partiamo dal presupposto che essa è

il risultato delle esperienze evolutive del corpo (Allen e Fonagy, 2006, p. 14)

incorporata nell’intero organismo e radicata nel mondo (Damasio, 1999), il corpo ci può aiutare a trovare una strada per conoscerla, rinsaldarla, e per riacquistare fiducia nelle sue capacità. Le neuroscienze usano la bella espressione psiche incarnata, embodied, e mettono in risalto la centralità del corpo nell’esistere e nel pensare, come anche la sua funzione regolatrice dell’esperienza sensomotoria, delle emozioni, e della cognizione (Gallese, 2009; Schore, 2003).

Conosciamo e riconosciamo bottom up: sensazioni, percezioni, ritmi, gesti precedono il pensiero e il linguaggio e li fondano (Iacoboni, 2008), informandoci rispetto a un modo possibile di intendere il mondo e attribuire significati e valori (Macagno, 2013, p. 9).

Gesti come l’afferrare (un oggetto, un concetto) ci mettono in rapporto al mondo prima del pensiero e della parola, permettendoci di incorporarlo.

Terapie espressive psicodinamiche e processo del dare forma

In questa prospettiva le Terapie Espressive (TE) (2) offrono strumenti preziosi per contattare l’esperienza del paziente, e per ripercorrere o ricreare quel passaggio così indefinito tra esperienza e pensiero, tra corpo e mente: esse facilitano il processo di creazione attraverso linguaggi che appartengono a quel limitare, che sono in contatto con l’informe, il disorganizzato, il vuoto, ma hanno anche la capacità di organizzare, attraverso il corpo e le immagini, il flusso di impressioni, di stati indifferenziati, impulsi, verso una forma significativa e condivisa. Le parole di Proust raccontano mirabilmente quegli stati intermedi, i percorsi sensoriali del nostro essere-nel-mondo, carico di memorie, percezioni, emozioni: percorrere quei sentieri è un modo di lasciare che qualcosa emerga, “tocchi la superficie” e arrivi alla coscienza. L’arte espressiva, integrando esperienza e sua rappresentazione e comprensione, tiene insieme diverse modalità di pensiero. Perché ogni linguaggio, come la danza, la pittura, il teatro, la musica, la poesia, ha un doppio registro, quello cognitivo-conoscitivo, più verbale, narrativo, e quello più immaginativo, sensoriale, emotivo, collegato all’inconscio corporeo. Un atto artistico-creativo può dare accesso a livelli profondi, intuitivi, a forme di conoscenza di sé, della propria storia e anche della propria sofferenza psichica (Alessandrini, 2010), una conoscenza incarnata, quindi integrata. Schore (2011) sottolinea come “l’intuizione è collegata all’inconscio, ed è spesso affidabile ed accurata. Deriva da rappresentazioni implicite immagazzinate, come immagini, sentimenti, sensazioni fisiche, metafore (notare la somiglianza con cognizione del processo primario). L’intuizione è espressa non in linguaggio letterale, è incarnata in un ‘sentire di pancia’” (p. 88, mia trad.).

Terapie espressive: il valore dell’integrazione

Questa integrazione di diversi livelli di esperienza è da sempre patrimonio delle Terapie Espressive (TE). Arte terapia, Danzamovimento Terapia, Teatroterapia, Musicoterapia, ecc., mettono insieme il creare con il sentire, il riflettere, l’ascoltare. Affondano le radici nel bisogno antichissimo dell’essere umano di conoscere il mondo e di crearne di nuovi, di parlare di sé, di creare bellezza e di goderne, e di condividere nel gruppo. Nelle danze tribali e nelle caverne, nel grezzo contenitore decorato di piccoli segni belli la mente umana ha sempre creato e rappresentato se stessa e la propria visione del mondo prima ancora del linguaggio (Boccalon, 2010). Questo bisogno di esprimere e creare è stato integrato nella pratica teorico-clinica delle Terapie Espressive come potenziale terapeutico e riabilitativo, e il mezzo artistico-espressivo è diventato strumento di relazione terapeutica, di analisi e intervento. L’espressione grafico-pittorica, corporea, sonora, permette di esprimere qualcosa senza averla già chiara in mente (Waller, 1993), e aggirando le difese del codice verbale, offre una forma a contenuti mentali ancora privi di lessico. E’ quindi un oggetto esterno, di cui si può parlare in quanto accessibile ai sensi e alla coscienza. La creazione, osservata insieme, interrogata nella concretezza della sua estetica (forma, energia, intensità, colore, tratto, spazialità), è un polo che sollecita risonanze, pensieri, ulteriori esplorazioni e possibili trasformazioni: l’immagine, come la danza, ha infatti caratteristiche del reale, ma è anche non reale, e può essere modificata (Luzzatto, 2009, p. 138). Stando dove i pazienti si trovano, cercando di sentire, accogliere, contenere il paesaggio sovraccarico, o apparentemente vuoto, il terapeuta espressivo esplora insieme a loro la possibilità di esprimere creativamente in modo essenziale e tollerabile ciò che sentono, delineandone così i confini. Perché in fondo, anzi in principio,

dare e prendere forma è un bisogno primario del Sé in quanto espressione della sua tensione alla permanenza e della sua personale ricerca di equilibrio tra essere e divenire, tra stabilità e cambiamento (Belfiore, 1998, p. 19).

Il fare delle Terapie Espressive comporta il muoversi nello spazio, il dare origine a qualcosa, comporta il sentire, il pensare, l’emozionarsi: l’offerta di esperienze, di materiali artistici, di oggetti, porta attenzione al sentire attraverso il creare, piuttosto che al prodotto, è al servizio del processo di sperimentazione di sé e di autoconoscenza. Il fare esperienze, siano esse quotidiane, o spirituali, emotive, cognitive, fisiche, interpersonali, avviene nel corpo, col corpo, ed ha a che fare col qui e ora. Il corpo è il luogo in cui tutto avviene, è una trama sottesa a tutte le interazioni e le creazioni: anche l’utilizzo di materiali artistici, o materiali usati “artisticamente”, di suoni, permette di “danzare”, di esprimere una certa attitudine, di parlare di sé, nel guardarli, nello sceglierli, nel raggiungerli, nel lasciare tracce, nel manipolarli, nel respingerli, nel passarli ad altri. Gesti e ritmi, il modo in cui il paziente si rapporta allo spazio della stanza e del foglio, ai materiali, agli altri, a sé, costituiscono già una narrazione, un’informazione. La metodologia delle Terapie Espressive si può sintetizzare con: fare esperienza sentita attraverso il corpo-movimento, i materiali, osservare/osservarsi, riflettere, interrogarsi condividendo. In un ambiente “sufficientemente buono”, che accoglie e contiene, il creare forme estetiche attiva la sensazione di esistere radicata nel corpo che precede il senso di sé (Winnicott, 1965), e rinforza il sé agente (Stern, 1985, Allen e Fonagy, 2006). Il processo creativo può essere trasformativo in modo subliminale, preconscio, in quanto le forme che emergono aprono di per sé possibilità espressive nuove; ma qui mi soffermerò in particolare sulla funzione mentalizzante (come capacità di accedere alla propria e altrui mente) delle Terapie Espressive con pazienti che presentano dei deficit in questa capacità. Presenterò esperienze di gruppo (3), che cercano di integrare la visione psicodinamica attenta agli stati primitivi, al simbolico, alla consapevolezza, e alla relazione, con apporti cognitivisti.

Terapie espressive: uno degli obiettivi è la mentalizzazione

Come osserva Gabbard, uno dei compiti della psicoterapia è creare un senso della mente nel paziente (2006): da questo punto di vista le Terapie Espressive a indirizzo psicodinamico hanno una posizione speciale, per la loro capacità di muoversi tra processi inconsci e consapevolezza, tra corporeità e pensiero, e di facilitare l’incontro col mentale, non solo osservandolo, ma ‘vedendolo all’opera’. La consapevolezza è il sentire, o riconoscere, che qualcosa sta succedendo dentro il proprio corpo, quella che Damasio chiama “the feeling of what happens” (1999), capacità che chiede un testimone interno per osservarsi. Mentalizzare ha a che fare con

una comprensione ‘vissuta’ dei propri sentimenti, che includa e superi la consapevolezza intellettiva (Allen e Fonagy, 2008, p. 8)

un’attitudine non puramente “mentalista”, perché coltiva l’essere presenti, essere osservatori e agenti del processo di creazione, stando contemporaneamente nel flusso dell’esperienza.

Terapie espressive: esperienze vissute

Una giovane paziente, Michela, comunica sia verbalmente sia col corpo (piedi incrociati, gambe chiuse, braccia davanti all’addome, kinesfera 4 ristretta) il suo grande disagio rispetto allo stare in gruppo e a muoversi. Dopo aver parlato brevemente di come il corpo racconti le nostre storie, i nostri blocchi, e dopo che le altre hanno espresso difficoltà nella sua accettazione, e hanno nominato il chiudersi, proviamo a fare un (apparentemente) semplice lavoro di ascoltare e sentire il corpo nella sua fisicità: prestando grande attenzione alla tollerabilità di questa esperienza diretta propongo prima di percepire la propria postura da seduti, poi una camminata per sentire piedi, ginocchia, lo spostamento del peso, delle anche. Lavoriamo quindi sul chiudere-aprire della testa, delle spalle, della spina dorsale, e chiedo di associare a stati d’animo, pensieri, immagini. Infine metto una musica su cui possibilmente a occhi chiusi, per evitare sguardi facilmente percepiti come giudicanti, i pazienti possono creare individualmente i propri movimenti di chiusura-apertura. Notando la bella intensità della loro danza chiedo se si sentono di guidare il gruppo scegliendo una piccola sequenza, questa volta naturalmente guardandosi, quindi esponendosi. Nel dover scegliere un pezzo e riproporlo si attiva la loro capacità di creare e osservarsi, di stare dentro all’esperienza ma anche di mentalizzarla. Nel guidare le danze nel gruppo si crea uno scambio sentito, di movimenti autentici, che mi emozionano. Ma una cosa interessante è che Michela esprime solo la polarità dell’estrema chiusura, si accuccia a terra e nasconde la testa tra le ginocchia. Senza sofferenza, ma con intenzione consapevole, come vedremo poi nella riflessione finale, quando validata su questa scelta, dirà che aveva paura che fosse sbagliato quello che faceva, ma era quello che sentiva. Sentire di che cosa il nostro corpo-mente ha bisogno è un grande passaggio di consapevolezza, permettersi di seguirlo è una grande validazione di sé, nel segno della fiducia. La danza di Michela, il suo gioco, hanno chiarito un suo bisogno, e hanno dato occasione al gruppo di riflettere sull’importanza di concedersi ascolto, accettazione, e scelta.

Terapie espressive: dalla concretezza dell’esperienza al pensare.

In un tempo di feconde connessioni tra diverse branche del sapere, tra neuroscienze e psicologia, corpo e mente, filosofia e scienze sociali, questo articolo nasce dal fascino che esercita su di me il tema del confine, delle trasformazioni, dei passaggi tra sensorialità e mente, delle diverse forme che può assumere il mondo interno nel suo rappresentarsi artistico. Ma definire il modo in cui avviene il passaggio al simbolico nel lavoro con le Terapie Espressive, inciampa in enormi difficoltà linguistiche. Il linguaggio, pur generato

da memorie procedurali di esperienze radicate nell’esperienza corporea (Fonagy e Target, 2007, p.19)

reifica infatti l’immediatezza del sentire e se ne distanzia necessariamente: dalle strutture corticali, più ‘alte’ ed elaborate, stenta a rendere la vaghezza dell’esperienza soggettiva, balbetta nel dare parola all’ineffabile/sfuggente del protomentale, alle esperienze sensomotorie, alle variazioni degli stati di coscienza di cui è fatto il vivere, in normalità e in patologia. Nell’indagare il passaggio tra corpo vissuto e mente, il pensiero logico astratto forse aiuta poco, il racconto dell’esperienza offre un sentiero. Tratto quindi il tema della funzione dei linguaggi espressivi come accesso al mentale anche attraverso esempi di lavoro integrato di Arte e Danzamovimento terapia con gruppi di pazienti che presentano gravi deficit nella capacità di riconoscere gli stati mentali, di stare in contatto con sé, con gli altri, con il corpo, e utilizzano modalità disadattive per gestire stati estremi di attivazione emotiva, come già raccontato con Michela.

In una proposta in cui i pazienti potevano creare una forma (senza altre indicazioni) a partire da materiali di vario genere, una paziente, che mi colpiva per certe sue attitudini corporee sconnesse, frammentate, prive di un centro corporeo organizzatore, scelse del filo di ferro per realizzare una matassa aggrovigliata, su cui poi a fatica cercava di applicare dei fermagli aperti con la punta rivolta all’esterno. Disse che la matassa doveva difendersi dal mondo. Mi sembrava la metafora di un sé che cercava una forma che lo organizzasse e un materiale che lo proteggesse, ma che nell’avvilupparsi si manifestava pieno di aperture, impossibile da difendere. Era probabilmente la rappresentazione di una difesa da vissuti di intrusione legati ad abusi precoci, subiti in una relazione primaria di tipo neglect e abusante, con cui la paziente stava entrando in contatto a frammenti. Non è stato possibile affrontare il tema portato in quel momento per la brevità del ricovero e la mancanza di sufficienti continuità e fiducia per lavorarci, ma osservo che una rappresentazione sintetica e significativa come questa può aprire molte possibilità di riflessione e di consapevolezza, vicine al ‘senso’ del paziente. Nel rappresentare qualcosa che neppure lei conosceva, la paziente aveva dato vita ad una forte immagine personale, perché, come dicono Allen e Fonagy (2006), la mente è fondamentalmente immaginativa […] e il mentalizzare è una forma di attività immaginativa, […] che ci introduce in un regno che sta tra la realtà oggettiva e la fantasia” (p. 51).

Terapie espressive: disregolazione emotiva e funzione riflessiva

Mi dondolavo chiusa
come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
è un’arte, come ogni altra cosa

(Sylvia Plath, Lady Lazarus 1981)

Vivere, e sentire, può essere così intenso da fare male a chi è senza “pelle emotiva” (Linehan, 1993). Possono bruciare uno sguardo, una parola, o la loro mancanza. Rapidamente travolti dagli stati emotivi e dall’incandescenza delle sensazioni, i pazienti con grave disregolazione emotiva, spesso diagnosticati come borderline, non riescono a rappresentare e comunicare verbalmente gli stati mentali, e li gestiscono con comportamenti impulsivi, autolesivi o disorganizzati. Anche modalità di funzionamento più evolute possono regredire verso reazioni più disadattive nei momenti accesi. I pazienti con PTSD (disturbo da stress post-traumatico) possono passare dall’evitamento più totale di emozioni, ricordi, sensazioni, legati a eventi traumatici, per paura di tornare a riviverli, all’esserne completamente travolti al punto da non riconoscere che sono avvenuti nel passato. E’ molto importante per loro acquisire abilità di riconoscimento, distanza, gestione, come anche accettazione e non giudizio, perché la loro reazione è stata adattiva, la migliore che hanno saputo trovare allora. L’espressione artistica che non è valutata per il prodotto ma per quello che racconta di sé, ha una grande valenza da questo punto di vista.

Regolare le emozioni, in particolare gestire affetti intensi, è fondamentale per avere accesso alla funzione riflessiva (Garzotto, 2016). Questo implica concepire se stessi e gli altri come dotati di stati mentali, cioè credenze, bisogni, desideri, sentimenti: compito complesso per gli esseri umani, ma necessario per coltivare l’attenzione, l’autoregolazione e la competenza sociale (Bateman e Fonagy, 2004), per comprendere il comportamento proprio e altrui e vivere in modo adattivo. La mente è una costruzione intersoggettiva, una conquista evolutiva, che coinvolge profondamente il corpo nei suoi aspetti simbolici e presimbolici. La prima tappa della sua formazione è già nel neonato: la capacità di discriminare per somiglianze e differenze, di costruire schemi sensomotori, scoprendo, attraverso la risposta contingente del care giver, l’effetto delle proprie azioni sul mondo fisico. Attraverso vie transmodali (sensorialità tattile, gestuale, visiva cinestesica) (Stern, 1985), che sono anche neuronali (Gallese, 2009), all’interno della relazione primaria emerge l’embrione del sé corporeo separato, dell’intenzionalità, e della mente (Stern, 1985; Bateman e Fonagy, 2004). Il bambino inizia precocemente a fare ipotesi su di essa sulla base sicura di un care giver che tiene a mente (Allen e Fonagy, 2006). La storia di accudimento carente o disorganizzato che troviamo spesso nell’anamnesi dei pazienti disregolati, si correla a gravi deficit nella capacità riflessiva. Per Bateman e Fonagy (2004) la

presenza latente di un’espressione più primitiva della soggettività governata da modalità di rappresentazione di stati interni e da un tipo di relazione tra l’interno e l’esterno che è possibile osservare normalmente nel funzionamento mentale dei bambini piccoli, […] insieme a una disorganizzazione profonda della struttura del Sé, spiegano molte caratteristiche della personalità borderline (p. 133).

La mancanza o la labilità di un filtro che consenta di contenere ed elaborare le esperienze spiega a loro avviso l’intenso transfert, la forte impulsività, soprattutto autodiretta, gli stati di disforia, la disregolazione, e il fallimento della mentalizzazione: tutti aspetti che costituiscono un problema per il paziente e una sfida per i clinici. Per le neuroscienze in tale fallimento è coinvolta la disconnessione della corteccia prefrontale, che presiede alla valutazione, alla decisione, al controllo, per cui i pazienti restano in balia di attivazioni sensoriali e di sequestri emozionali. La capacità di prestare attenzione in modo intenzionale è una delle funzioni colpite dal trauma interpersonale, per cui i pazienti perdono la capacità di stare nel corpo, vivono solo nell’esterno, in uno stato di sovraeccitazione, oppure si perdono dentro, si isolano, si deprimono (A. Grey, comunicazione personale).

Ma superando una visione strettamente psicopatologica, possiamo dire che il disturbo borderline non rappresenta solo una patologia individuale: le sue manifestazioni disregolate e impulsive rispecchiano un profondo disagio sociale delle cosidette civiltà avanzate, che si esprime nell’ “isterizzazione” del vivere contemporaneo, dei legami, del comunicare, in cui la ricerca di eccitazione, di riempimento, prevale su ascolto, tenerezza, relazione, sul vuoto buono che permette di soffermarsi e pensare (Correale, 2007).

Nella clinica, il vissuto del vuoto che spesso caratterizza i pazienti borderline richiama la mancanza di buoni oggetti interni, la carente funzione di simbolizzare, di sentire se stessi come dotati di una mente che con-tiene. Un lavoro sensomotorio, in direzione bottom-up, in questi ultimi anni viene sempre più considerato necessario per accedere a funzionamenti primitivi, difficilmente raggiungibili dalla parola (Ogden, 2006). Nel vuoto di un lessico smarrito o mai nato, in Terapia Espressiva portare attenzione alla sensorialità, lasciare un segno, o far parlare il proprio corpo in una danza, una forma, attiva uno spazio mentale per sentire, sentirsi, pensare, prestare attenzione. Il fare della creazione artistica è una dimensione potente, perché coinvolge tutte le aree della persona.

Terapie espressive: il potere delle relazioni e del rispecchiamento

Nella relazione terapeutica il rispecchiamento e il gioco hanno una parte fondamentale, costituiscono materiale di ‘prima mano’ nel lavoro in TE: nel rispecchiare attraverso la sintonizzazione intermodale (Stern, 1985) il terapeuta intenzionalmente ma anche attraverso intuizioni della sensibilità somatica incontra l’altro nel luogo in cui si trova, nei materiali, nei segni e nei gesti, nella postura, nello sguardo, nel silenzio, nel respiro, nella direzione del corpo nello spazio, nella qualità del movimento, nella parola incarnata, che diventano potente validazione emotiva. E’ la presenza di una mente che dà credito alla mente dell’altro:

Possiamo considerare la sensibilità a espressioni facciali comunicative come una forma prototipica di mentalizzazione implicita (Bateman e Fonagy, 2004, p. 98).

Il rispecchiamento, pratica elettiva delle Terapie Espressive confermata dalle scoperte delle neuroscienze (Berrol, 2006), offre l’esperienza di essere visti e ascoltati, da una distanza che rispetta la separatezza, e un modello per gestire e modulare stati potenzialmente destabilizzanti. La sintonizzazione affettiva in terapia e nello sviluppo modula le emozioni negative, ma ha anche l’importante funzione di generare e amplificare emozioni positive (Schore, 2003). Fiducia ed empatia si basano su sistemi di autoregolazione basilari nelle relazioni, il flusso di forma e di tensione5, usati in Danzamovimento terapia per sintonizzarsi attraverso le variazioni della forma del corpo (adjustment), che sostiene la fiducia reciproca (Kestenberg, 1990), e del tono muscolare (attunement) che sostiene l’empatia. Dal proporsi “simile a te” vengono poi introdotte eventualmente variazioni, che portano possibilità nuove di movimento ed espressione.

Il fare arte è un’attività profondamente legata al gioco, attività umana primaria nel processo di dare origine alla mente; la dialettica tra mondo interno ed esterno (Stern, 1985; Belfiore e Colli, 1998) che prende forma nell’area transizionale (Winnicott, 1971) permette nel corso dello sviluppo di arrivare a differenziare la realtà dal fare finta (Bateman e Fonagy, 2004). Ma c’è qualcosa di più, che avviene a livello neuronale e ci accompagna in tutta la nostra vita di relazione. Il neuroscienziato Stephen Porges (2013) nella teoria polivagale parla di funzione sociale e regolatoria del gioco, “esercizio neurale” di co-regolazione dello stato fisiologico e dell’ingaggio sociale, caratterizzato da reciprocità, vocalizzazioni prosodiche, vicinanza e contatto fisico, dall’alternarsi di movimento e immobilità, dalla presenza di pause dinamiche caratteristiche degli scambi madre-neonato ma anche della danza. In particolare la sua dimensione “faccia a faccia” ha la capacità di ridurre le primitive reazioni difensive attacco-fuga, o lo spegnimento (che ci accomunano agli altri animali nell’ancestrale cervello rettiliano), e di rassicurarci di essere al sicuro, di poter entrare nella dimensione sociale dell’immobilità senza paura. La muscolatura del viso, dell’orecchio, lo sguardo, ci permettono di comunicare e di ricevere informazioni sulla sicurezza dell’ambiente umano che ci circonda. La capacità di giocare appare molto ridotta nelle persone con patologia psichica, e la relazione terapeutica, per le sue caratteristiche simili a quelle del gioco, può aiutare a riattivarla (Porges, 2013): la Terapia Espressiva ha una carta in più nel recupero del come se, nel creare forme, danze, suoni, nell’offerta di uno spazio per sperimentare, per mettersi in gioco creando cambi di prospettiva, nuovi collegamenti, possibilità espressive, aperture di senso, trasformazioni. E possibilità di riconoscere e validare i propri bisogni adattivi.

Terapie espressive: dare un posto alle emozioni

I pazienti si mettono in gioco, sperimentano, con tutta l’incertezza del non conosciuto, ma con il senso di creare. Le Terapie Espressive (TE) rispetto al solo codice verbale offrono strumenti attivi per affrontare tematiche relazionali e blocchi, come la difficoltà ad esporsi, a esprimere e gestire emozioni, a organizzare le azioni, a prendere iniziative. Nel cerchio iniziale di un gruppo, che è un momento di accoglienza, di raccolta e definizione di stati d’animo, Petra, Laura, Carla, Giovanna, nominano stanchezza, chiusura, fatica, stati confermati dall’ascolto-osservazione del linguaggio corporeo da parte della terapeuta. Francesca racconta del proprio abuso di sostanze, e osserva con disinvolta leggerezza, e un atteggiamento di negazione, che le altre sono molto giù, mentre lei non prova mai tristezza, è dipendente, passa da una dipendenza all’altra. Non si identifica nella sofferenza delle compagne:

Forse in questo ricovero sono nel posto sbagliato, mi sento inadeguata, sono euforica. Io non mi sento mai triste, piango perché mi sono abbuffata, non per un vero motivo.

Ha una storia durissima: nata dopo due sorelline morte, si è fatta carico della madre depressa, senza trovare una sponda sicura di sostegno e accudimento per sé, con la loro ombra sulle spalle e la richiesta implicita di riparare il lutto materno. Questo suo scenario interiore lo porta nel gruppo e in reparto, dove è molto sensibile agli stati altrui, e se ne prende cura. Dopo essere stata una bravissima bambina, a quattordici anni ha iniziato ad assumere sostanze e a fare vita sregolata. Le compagne, dai labili confini interpersonali, per contagio emotivo si irrigidiscono e si chiudono (flusso di forma e della tensione bloccati, sguardi fissi; v. nota 5) di fronte alle uscite della ragazza, che richiamano dolorose storie personali. Appare subito evidente che non sono per nulla disposte ad aprirsi alla sperimentazione, a coinvolgersi su una minima proposta di lavoro, come succede spesso con questo tipo di pazienti di fronte a temi sofferti e attivanti, né sono in grado di riflettere su quanto sta accadendo nella propria mente o nel corpo. Invitate a farlo, con fatica riescono a rintracciare e nominare, tra tanti stati emotivi indefiniti, il fastidio, la rabbia, la voglia di tagliarsi, l’ansia e il dolore che in loro si sono risvegliati. E già il nominare questi stati le attiva ancora di più. Il freezing è una delle reazioni tipiche di questi pazienti, insieme all’attacco, alla fuga, o allo spegnimento (Ogden, 2006), che comunque sono reazioni fisio-psicologiche che accomunano tutti gli esseri umani con diverse gradazioni.

Nella congelata e rabbiosa immobilità del gruppo sento e penso che un lavoro corporeo attivo possa entrare in sintonia con i loro stati mentali, e nello stesso tempo possa aiutare a trasformarli, riducendo lo stato di attivazione e rimettendo in circolazione energia costretta. Forse può anche riaprire lo scambio tra le persone e creare spazio riflessivo. Ricorro a un oggetto che faccia da tramite, che permetta di restare separati ma metta anche in relazione, a un gioco che in questo sovraccarico non chieda impegno mentale, e che possa esprimere l’aggressività sottostante in modo ludico: opto per i lanci tra le partecipanti di un elenco telefonico, uno degli “strumenti” che ogni tanto mi capita di proporre. So che con il suo peso sollecita trasformazioni nell’uso pieno del corpo, nell’adattamento della postura, del tono muscolare, del respiro, crea movimento nell’immobilità e dinamiche comunicative e reazioni. E in effetti si aprono gesti, corpi, sorrisi, intenzioni. Gli oggetti sono importanti in interazioni come queste, perché distolgono l’attenzione diretta dal corpo, fonte spesso di disagio, e la portano fuori, allo scambio con gli altri, e alla concretezza dei sensi.

Oltre al gioco, alla vitalità, alla relazione (ma Petra quando ci siamo alzate in piedi se n’era andata: nella seduta successiva riuscirà a collegare la postura eretta alla rabbia provata poco prima al bar rispetto al cibo, suo grande problema di gestione emotiva. Per lei, bambina abusata, è molto difficile esporsi, esserci, agire in modo aggressivo, diretto, come nel lanciare, e tende a ritirarsi, a rivolgersi contro di sé), l’esperienza suscita in Carla anche un’inaspettata reazione emotiva nell’essere sfiorata sul viso dalle pagine dell’elenco, come noto da una sua sospensione del corpo e in un’espressione sorpresa e incuriosita. Nella condivisione finale si dice stupefatta dal piacere e dal desiderio di essere colpita ancora, che collega onestamente al sesso. Anche Francesca fa un suo collegamento spontaneo, il ricordo delle botte da parte del fratello quando si comporta male, come anche dai suoi fidanzati: su questa considerazione scoppia in pianto. Ha bisogno di essere picchiata, afferma tristemente, è l’unico modo che ha di sentire che uno la ama, ne combina di tutti i colori e vuole essere punita per essere sicura che uno ci tiene a lei. Ora piange su di sé, su questa cosa che la sua mente sa essere sbagliata, perché non difende il diritto delle donne, dice, perché è sottomessa, ma non può farne a meno. Singhiozza desolata, la testa china, con un dolore che si tocca, la tristezza non più negata. Un’emozione viva, pulsante, e nel gruppo l’accogliamo in silenzio. Mi lancia solo uno sguardo tra le lacrime e i lunghi capelli, un contatto cercato, che sento importante, e che ricambio. Uno scambio esperienziale in uno spazio gruppale protetto ha attivato ricordi ed emozioni, ha offerto occasione di espressione consapevole e di trasformazione dei vissuti, e di incontro tra diverse menti. L’azione creativa, spontanea e non pensata, rimanda ad altri livelli di realtà, a motivazioni, desideri, pensieri emozioni e sensazioni, che da automatici e impliciti diventano così oggetto di riflessione e di conoscenza. Creando collegamenti, l’esperienza estetica (come forma, sensorialità, come sentire) attraverso la mediazione terapeutica, apre la porta all’affettività mentalizzata.

Terapie espressive: riparare con il corpo

Come dicevo la capacità di giocare sostiene la funzione riflessiva, perché permette di stare dentro all’azione, alla relazione, anche divertendosi a volte, e di regolare nelle interazioni gli stati di attivazione fisica, i comportamenti e le emozioni (Skarderug, 2009). L’autoregolazione è la capacità di controllare gli impulsi, di rimandare l’azione o iniziarla, ma anche di modulare, calmare le risposte sensomotorie, somatiche, emotive, che influiscono sul funzionamento affettivo e cognitivo (Schore, 2009). I processi attentivi giocano un ruolo cruciale fin dai primi anni di vita, quando il care giver aiuta a controllare lo stress eccessivo, ad es. distogliendo il bambino dal proprio disagio e spostando l’attenzione su altro (Bateman e Fonagy, 2004). Una buona sintonizzazione nella relazione primaria permette lo sviluppo della capacità di controllo volontario, necessario per la vita sociale.

Le esperienze sensomotorie e grafiche utilizzate nelle Terapie Espressive possono essere usate per distrarre l’attenzione dall’incandescenza del troppo sentire per riorientarla sul concreto del foglio, del corpo, dell’azione, del colore e del materiale: toccare, prendere, dirigere il pennarello, premere, sentire il foglio in mano, spostarsi nello spazio, fare un’azione con uno scopo in mente, possono creare momenti meno accesi per fare spazio ad esperienze nuove ed al pensare. I materiali, le immagini, la danza, come elemento esterno, aiutano a organizzare e trasformare gli stati mentali, rinforzandone la consapevolezza, la capacità di osservarli e gestirli. In Danzamovimento terapia, pratica olistica e integrata, cercare una posizione piacevole, di autoaccudimento, invece di lasciarsi pervadere dalla passività dolente e ritirata, trasformare la tensione rabbiosa e inibita in movimenti che portino fuori, come lo scuotere insieme un grande telo, o ‘danzare la rabbia’ quando è possibile e tollerabile, oppure trovare modi diversi di attraversare la stanza, offrono la possibilità di nuove espressioni, a volte consapevoli e controllate, a volte più spontanee, che permettono di sottrarsi alla trappola del silenzio, dell’isolamento, della paura, della ripetizione, del congelamento emotivo, dell’informe incomunicabile. Usare il colore, immaginare e rappresentare un paesaggio, dare forma grafica alle emozioni sentendole-ricordandole prima nel corpo, sono potenti mezzi per diventare consapevoli della propria interiorità-mente. Le pratiche (immaginative, artistiche, corporee) che si muovono tra interno ed esterno sono profondamente riparative, aiutano a incuriosirsi di sé, a validare la propria esperienza superando il giudizio, l’autosvalutazione, che sempre tormentano questi pazienti.

Il lavoro sui processi corporei bottom up è di fondamentale importanza per aiutare a stabilizzare le reazioni, per restare all’interno della finestra di tolleranza (Ogden, 2006)6. L’obiettivo delle Terapie Espressive con questi pazienti non è quindi la libera espressione catartica, quanto ristabilire una forma di fiducia e controllo sulle espressioni-reazioni del corpo, un senso di sicurezza e di autocura (Herman 1992), che in seguito permetteranno di sperimentare gli stati di arousal evitando di ricorrere a modalità autodistruttive (Ogden, 2006). Il movimento può abbassare l’arousal, raffreddare l’attivazione, per riprendere poi a pensare su quanto accaduto nel corpo-mente (Allen e Fonagy, 2006): non si riesce a pensare o a prendere decisioni quando si è troppo attivati emotivamente. Movimenti intensi o tranquillizzanti possono aiutare a regolare in modi diversi la tensione e l’agitazione, mentre movimenti attivanti permettono di uscire dall’ottundimento dell’ipoarousal; pratiche di respirazione e radicamento, camminate consapevoli sono utili per ricentrarsi e stare nel presente. Danzare con una musica aiuta a stare con se stessi, a essere spontanei, a non rimuginare, a lasciar fluire, a permettersi piccoli assaggi di spontaneità; proporre una breve sequenza agli altri permette di acquisire consapevolezza degli stati legati all’esporsi, al giudizio, all’immagine corporea, all’autostima. Esperienze che i pazienti vengono invitati ad ascoltare e gestire tollerando i disagi.

La capacità riflessiva e regolativa di ognuno di noi si modifica nel contesto, diminuisce con un sovraccarico emozionale, o con l’attivazione del sistema di attaccamento; in Terapia Espressiva la stessa espressione artistica, e soprattutto il movimento spontaneo, la danza, possono attivare stati vicini all’inconscio corporeo (Robbins, 1998; Boccalon, 2010), talvolta unheimlich, perturbanti. Come già detto può essere utile spostare l’attenzione dal corpo, spesso investito negativamente, attraverso l’utilizzo di attività grafiche, oltre che di oggetti. Ma anche questo può essere destabilizzante per la tipica labilità emotiva di questi pazienti, che possono fare un disegno e poi esserne turbati, oppure come è successo con una foto di radici che spuntavano dalla terra, scelta da una ragazza, che ha suscitato forti emozioni di dolore e rabbia associate al passato, alle radici che sentiva di non aver avuto. Quindi per il terapeuta espressivo è importante riconoscere, accogliere, monitorare e modulare continuamente le reazioni del gruppo. Nei momenti in cui i gravi pazienti borderline perdono la capacità di prestare attenzione agli stati mentali come difesa da uno stato di sofferenza, invitarli a osservare e sentire insieme il linguaggio del corpo (quando è possibile, quando c’è lo spazio mentale per farlo) aiuta a cogliere le reazioni di disagio, a non lasciarle inosservate nell’implicito, quindi a mentalizzarle e regolarle (Schore, 2008; Gallese, 2009). Focalizzare sulle sensazioni aiuta a uscire dal pensiero catastrofico e giudicante. E’ diverso infatti dirsi “sento una pressione, calore al petto, un tremito”, da “sono in ansia, sono terrorizzata, non finirà più”. Un lavoro esperienziale aiuta anche ad essere consapevoli dei piccoli momenti di piacere sensoriale, che spesso ci sfuggono, orientati come siamo a cogliere il negativo, la difficoltà. Con pazienti disregolati è quindi utile un holding attivo (v. Migone, 1991; Allen e Fonagy, 2006) che incoraggia a stare dentro l’esperienza, a tollerarla, a focalizzare, a prendere le distanze, definire, nominare; che amplia o restringe i temi di ricerca, propone alternative, sostiene il fragile sé nel reggere la sofferenza, o pensa per i pazienti raccontando cosa succede (Correale, 2009). O che aiuta a risvegliare dall’ottundimento, fungendo da ‘compagno vivo’ nel richiamare a vita, come bene descrive Anne Alvarez (1999). Una modalità attiva e recettiva (Robbins, 1987), flessibile alle situazioni cangianti ed emotivamente cariche, all’alternanza rapida degli stati di incandescenza, frammentazione, e pervasivo senso di vuoto, è fondamentale nel lavoro con questi pazienti. Il radicarsi, pensare col corpo (Laban, 1950) aiuta il terapeuta espressivo a reggere le forti emozioni senza perdersi, a tenere uno spazio in modo molto fisico; attraverso l’attitudine corporea e la rappresentazione interna di uno spazio mentale contenitivo, gli consente di mantenere aperto il contatto tollerando il non conosciuto e l’incertezza, come pure i fallimenti comunicativi e di sintonizzazione. La riparazione delle rotture è ancora più importante del mantenimento di un continuo livello di comunicazione-interazione, sostiene Tronick (2007), sia nello sviluppo che in terapia: esperienze di recupero dal disagio costruiscono fiducia nell’altro e nella propria efficacia di regolazione. Gli strumenti del terapeuta espressivo sono l’empatia somatica e il rispecchiamento, la familiarità con le immagini, con stati psico-corporei primitivi, col testimone interno (J. Adler, 2006), con l’osservazione dei parametri di movimento Laban-Kestenberg per cogliere livelli di competenza, difficoltà, bisogni dei pazienti, e tollerabilità dell’esperienza. Nell’accogliere e sostenere, regolare gli stati debordanti, la sofferenza, le oscillazioni emotive dei pazienti, è fondamentale che il terapeuta si prenda cura di sé, del proprio benessere, della propria integrità, della proprio disagio o impotenza.

Terapie espressive: regolare le emozioni attraverso il corpo

Da notare che a causa dei gravi disordini nell’attaccamento di questi pazienti (v. Liotti, 2006) nello spazio gruppale è ridotta la valenza carica di aspettative e possibili minacce di una relazione diadica. Nel cerchio finale quando si osservano, si interrogano le cose create, il momento di attenzione congiunta muove spesso un’attitudine quasi rituale di ascolto, rispetto, curiosità, di interesse per la mente dell’altro: punti di vista e alternative e possibili (“Io pensavo che lei fosse agitata, ma ho capito che era in pena”), sguardi che si orientano insieme. Il semplice stare nel cerchio finale sul pavimento, a condividere osservazioni, immagini, pensieri, è un’esperienza di scambio, ascolto, di menti in contatto. Il messaggio è che si possono vivere le proprie reazioni senza esserne travolti, che

le parole, i pensieri e il dialogo sono strumenti di comunicazione notevolmente più efficaci dell’azione”, e che la relazione è un luogo in cui “è possibile giocare con le idee (Bateman e Fonagy, 2004, p. 253);

che si può reggere il dolore, la tristezza, la rabbia. Un atteggiamento terapeutico di curiosità, ascolto, scoperta, che costruisce ipotesi e le modifica insieme ai pazienti, è di fondamentale importanza per sostenere la funzione esplorativa, riflessiva, regolativa.

La mamma è sempre la mamma… o forse no? Come i pensieri attuali possono modificare i nostri ricordi affettivi

Un recente studio pubblicato su Clinical Psychological Science ha evidenziato che, quando i nostri ricordi cominciano a diventare meno definiti, tendiamo ad affidarci alla valutazione attuale che facciamo di una persona per ricordare quali emozioni provassimo nei suoi confronti in passato.

 

Per quanto disturbante, tale tendenza risulta reale anche per persone di fondamentale importanza nel corso dell’arco di vita: le figure genitoriali.

Memoria: come viene influenzata da pensieri ed emozioni

Numerose ricerche hanno dimostrato come la memoria non permanga inalterata nel tempo ma venga costantemente ricostruita da una combinazione di tracce di ricordi e pensieri attuali (per una review si veda Loftus, 2005). E’ stato più volte messo in luce che questa malleabilità permette l’impianto in memoria di fatti mai avvenuti durante l’infanzia (falsi ricordi) tramite informazioni suggestive, ripetizioni o tecniche immaginative guidate. Una distorsione mnestica più sottile e meno nota, che riveste una forte rilevanza soprattutto all’interno del setting terapeutico, è legata alla memoria delle emozioni.

I pensieri attuali non influenzano solo il ricordo di emozioni semplici, ma anche quello di emozioni complesse, quali il dolore legato a un lutto (Safer, Bonanno, & Field, 2001).

Memoria e ricordi sulla mamma: lo studio

Patihis e colleghi (2019) hanno voluto indagare se anche il ricordo di un’emozione complessa come l’amore provato nei confronti della propria madre durante l’infanzia possa essere modificato da una valutazione attuale della sua figura. Durante il primo esperimento dello studio sono stati reclutati online 301 partecipanti, i quali sono stati assegnati alla condizione sperimentale o a un gruppo di controllo. Ad alcuni soggetti del gruppo sperimentale è stato richiesto di riportare in forma scritta caratteristiche positive delle proprie madri, quali la capacità di dimostrare calore, generosità, competenza e di fornire una guida. Ai restanti soggetti è stato invece richiesto di riportare in forma scritta la mancanza nelle proprie madri di tali caratteristiche. I partecipanti del gruppo di controllo hanno riportato alternativamente caratteristiche delle proprie insegnanti o non hanno ricevuto istruzioni in tal senso. In seguito, i partecipanti di entrambi i gruppi hanno compilato un’inchiesta che andava a valutare i pensieri attuali dei partecipanti rispetto ad alcune caratteristiche delle proprie madri, quali la capacità di dimostrare calore e generosità. Infine i soggetti hanno compilato il Memory of Love Towards Parents Questionnaire (MLPQ), il quale andava ad indagare l’affetto che i partecipanti ricordavano di aver provato nei confronti delle proprie madri durante differenti periodi del proprio sviluppo (in particolare prima elementare, prima media e prima liceo), oltre ai sentimenti attuali nei confronti della figura materna. Gli individui hanno ricompilato tale questionario a due settimane e a quattro settimane dalla sessione iniziale.

Memoria, pensieri attuali ed emozioni: i risultati dello studio

Al termine dell’esperimento è emerso che l’aver riportato in forma scritta la presenza o l’assenza di caratteristiche materne positive ha influenzato sia i sentimenti attuali dei partecipanti, sia i loro ricordi affettivi: infatti coloro che hanno riportato la presenza di caratteristiche materne positive hanno anche ricordato di aver provato maggiore affetto nei confronti della propria madre durante la prima elementare, la prima media e la prima liceo, rispetto ai partecipanti che avevano riportato l’assenza di tali caratteristiche nella propria madre. Tali effetti sono stati riconfermati al follow-up a quattro settimane per quanto riguarda i ricordi relativi al periodo della prima elementare, ma non hanno trovato conferma per i ricordi relativi ai due periodi successivi dello sviluppo. I ricercatori hanno condotto un secondo esperimento, a cui hanno partecipato online altri 302 partecipanti, che ha confermato gli stessi risultati del primo. Tale esperimento ha inoltre evidenziato che i partecipanti non mostravano differenze significative nella valutazione attuale delle proprie figure materne prima di ricevere la richiesta di riportare in forma scritta la presenza o l’assenza di loro determinate caratteristiche positive.

Questo sottolinea che l’effetto del compito non era da imputarsi alla presenza di differenze preesistenti tra i partecipanti. Infine, gli effetti legati alla procedura applicata al gruppo sperimentale non sono stati riconfermati al follow-up a otto settimane eseguito dai ricercatori. Lo studio esaminato riveste particolare importanza in quanto ha messo in luce come la nostra valutazione attuale di coloro che ci circondano, anche di figure centrali come quelle genitoriali, possa modificare il ricordo dell’amore provato nei loro confronti durante l’infanzia. Tali ricordi rivestono fondamentale importanza all’interno della memoria autobiografica dell’individuo, e la consapevolezza che anche ricordi affettivi così centrali a livello identitario possano essere malleabili, per quanto disturbante, è fondamentale per la prevenzione di questo tipo di distorsione mnestica, soprattutto all’interno del setting terapeutico.

L’interazione della cannabis terapeutica con le benzodiazepine

Un recente studio preliminare ha mostrato che pazienti in cura farmacologica con benzodiazepine, ai quali era stata prescritta parallelamente l’utilizzo di cannabis terapeutica, hanno interrotto la preesistente terapia con benzodiazepine.

 

Le benzodiazepine sono una classe di psicofarmaci aventi proprietà sedative, utilizzati prevalentemente per curare i sintomi legati all’ansia.

Inoltre, risultano essere fra le sostanze psicoattive maggiormente prescritte, nella popolazione generale, a fronte della rapida potenza di azione. Tuttavia, non esulano da effetti indesiderati che predispongono facilmente allo sviluppo di una dipendenza fisica e psicologica (Trinka & Brigo, 2015). Questo studio si pone l’obiettivo di indagare la relazione presente fra assunzione di benzodiazepine e utilizzo di cannabis terapeutica.

Cannabis terapeutica e benzodiazepine: lo studio

Per la realizzazione del presente studio sono stati reclutatati 207 partecipanti da una clinica medica canadese, specializzata nella prescrizione di cannabis terapeutica per la cura di varie condizioni mediche. Al momento del reclutamento i pazienti stavano assumendo benzodiazepine e si è proseguito con la prescrizione, parallela, di cannabis terapeutica. Per monitorare la relazione fra benzodiazepine e cannabis è stato chiesto ai pazienti di presentarsi a tre visite di follow-up entro i sei mesi successivi. Dei 207 pazienti, solo 146 si sono sottoposti alle tre visite di follow up, permettendo la realizzazione del presente studio.

Cannabis terapeutica e benzodiazepine: i risultati

Dai risultati è emerso che: alla prima visita di follow up ben 44 pazienti (30,1%) avevano interrotto la terapia con benzodiazepine; alla seconda visita, ulteriori 21 pazienti avevano interrotto l’assunzione di benzodiazepine, per un totale di 65 pazienti (44,5%); alla terza visita un altro paziente, 66 pazienti totali (45,2%) aveva sospeso l’assunzione delle benzodiazepine. Dunque, i pazienti che avevano avviato una terapia con cannabis medica hanno mostrato consistenti tassi di interruzione delle benzodiazepine nel corso delle tre visite di follow up.

Trattandosi di uno studio preliminare è bene sottolineare che: non sono stati indagati i meccanismi fisiologici alla base di questi risultati; non si può parlare di causalità diretta fra prescrizione di cannabis e interruzione della terapia con benzodiazepine; non si intende suggerire che la cannabis possa essere usata come alternativa alla terapia con benzodiazepine. Tuttavia, i consistenti risultati di questo studio non possono essere ignorati e le sopracitate limitazioni potrebbero porre le basi per lo sviluppo di ricerche future che indaghino il valore terapeutico della cannabis.

L’assemblea annuale della Consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale

Si è ritrovata mercoledì 27 maggio, l’assemblea annuale della Consulta delle scuole di psicoterapia cognitiva e comportamentale, l’organo che intende rappresentare gli interessi e i progetti di questi istituti.

Inaugurata dal presidente Paolo Michielin, l’assemblea ha proposto una mattinata rievocativa, un bilancio del tempo trascorso con la partecipazione di Fulvio Giardina, Nicola Piccinini, Mario Bertini e Nino Dazzi che hanno raccontato le vicissitudini storiche del processo di istituzionalizzazione delle scuole di psicoterapia. Istituzionalizzazione che ha potato un mercato selvaggio e lussureggiante: prima della legge del 1989 c’erano più di mille scuole non regolamentate. Rischio però risorgente, visto che al giorno d’oggi il numero delle scuole sta di nuovo moltiplicandosi: si tocca la cifra di quattrocento istituti riconosciuti!

Il manuale di accreditamento tra pari

In tarda mattinata è passati alla parte operativa. Roberta Stoppa, Fabio Giommi e Susanna Pizzo hanno esposto l’esperienza di elaborazione e collaudo di un manuale di accreditamento tra pari, ovvero tra scuole di psicoterapia. L’operazione è importante perché introduce un elemento di selezione e qualificazione delle scuole che si aggiunge alle forze spontanee del mercato. Purtroppo queste forze, come giustamente aveva notato il prof. Dazzi nella sua presentazione, sono insufficienti e stanno portando a un inarrestabile moltiplicazione delle scuole. Un modo per limitare il rischio di crescita tumorale delle scuole sono le procedure di controllo di qualità, tra le quali l’accreditamento.  Gli istituti che hanno partecipato a questa  operazione sono il Nous di Milano, Studi Cognitivi e Psicoterapia Cognitiva e Ricerca anch’essi di Milano, l’ITCC di Padova, la SCINT di Roma e l’Istituto Miller di Genova e Firenze.

Organizzazione dei Tirocini per le Scuole di Specializzazione in Psicoterapia

Negli interventi successivi Carla Maria Vandoni e Giuseppe Romano hanno discusso i problemi di organizzazione dei tirocini, nota dolente data la nota difficoltà a reperire questo tipo di servizi per gli allievi. Nell’ultimo intervento Cecilia Volpi e Giuseppe Romano hanno illustrato le ricerche effettuate in questi anni sul livello di soddisfazione personale ed economica incontrato dagli allievi nella loro carriera come psicoterapeuti. I risultati positivi confortano sula bontà dello sforzo di professionalizzazione in atto dal 1989, anno ufficiale di nascita dell’attuale legislazione delle scuole di psicoterapia.

Nella discussione finale la Consulta ha ricevuto apprezzamento per il lavoro svoto e ulteriore incoraggiamento a proseguire il suo sforzo di rappresentanza degli interessi della psicoterapia cognitiva e comportamentale in Italia.

 

Ironia: alla scoperta della comunicazione ironica – Introduzione alla Psicologia

Il linguaggio è un fenomeno comunicativo sociale caratterizzato dalla presenza di diverse forme pragmatiche tra cui le metafore, gli idiomi e anche l’ ironia (Vidal, 2006).

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Comunicare in maniera ironica consente di esprimersi in maniera persuasiva, in quanto mostra ciò che nasconde e nasconde ciò che dice (Anolli, Ciceri, & Infantino, 2000).

Ironia: cos’è

L’ ironia è una comunicazione obliqua che deriva dalla sinergia del codice verbale e di quello non verbale nel processo di produzione di un significato comunicativo. L’ ironia è veicolata da strategie aventi come scopo una comunicazione implicita, non volta a nascondere, ma a mostrare contenuti in maniera velata (Anolli, Ciceri, & Infantino, 2000). Il messaggio ironico deve essere chiaro, ma non evidente (Muecke, 1969; Muecke, Irony. critical idiom series, 1970), ed è tipicamente usato in abito umoristico o per addurre alla comunicazione un effetto emotivo.

La flessibilità semantica delle lingue naturali ha permesso all’ ironia di svilupparsi come metodo per la gestione graduale degli stati interni, preservando un’immagine di sé di un certo tipo, e per giocare con la natura multimodale del linguaggio (Bachtin, 1975; Ducrot, 1972; Mizzau, 1984).

Nel processo vocale ironico le frasi possono essere più nasali, la velocità del discorso diminuisce, le parole sono allungate, le sillabe sono pronunciate in modo esagerato, gli accenti sono più energici e vi è una forte caricatura empatica della comunicazione (Cutler, 1974) (Haverkate, 1990) (Kreuz & Roberts, 1995).

Secondo la pragmatica, l’ ironia è un commento contestuale che rompe una regola sociale, esprimendo non solo un’idea, ma anche un’attitudine verso quell’idea (Wilson & Sperber, 1992; Sperber & Wilson, 1981).

L’ ironia, dunque, non è un costrutto omogeneo, ma può essere divisa in base alle sue qualità, ovvero per cosa è stata usata. E’ possibile infatti prendere in giro una persona usando parole positive (ironia sarcastica) (McDonald & Pearce, 1996) o fare complimenti con parole negative (ironia gentile). La prima può essere considerata una forma socialmente corretta di aggressione, in cui non vi è una perdita di controllo, mentre la seconda è più una strategia di affiliazione (Knox, 1961).

Un’altra divisione può essere compiuta in base al codice verbale o a quello vocale (Wakusawa, et al., 2007; Shibata, Toyomura, Itoh, & Abe, 2010), da cui deriva una congruenza o meno tra forma e significato (Herbert & Gerrig, 1984). Un’altra variabile è la forza semantica e contestuale, ovvero quando il significato si evince principalmente dal testo e quando invece può essere derivato dal contesto. L’ ironico sceglierà una modalità fra le diverse strategie per raggiungere il suo obiettivo, modificandole sulla base del complesso gioco relazionale in atto tra due o più interlocutori (Anolli, Ciceri, & Infantino, 2000).

La “sequenza ironica”  può andare a buon fine quando gli interlocutori mostrano una certa quantità di background condiviso e conoscono l’evento focale oggetto dell’ ironia. A questo punto la frase ironica può essere espressa con intenti comunicativi. Una mancata ricezione del messaggio ironico può derivare dal malinteso che si crea o dal fingere di non capire l’ ironia della comunicazione (Anolli, Ciceri, & Infantino, 2000). Ciò prevede buoni processi emotivi e di mentalizzazione atti all’integrazione di processi sociali (Bohrn, Altmann, & Jacobs, 2012).

Inoltre, le aree cerebrali che sottendono questo processo sono la corteccia prefrontale dorsomediale e rostromediale, il giro frontale inferiore e il giro temporale superiore, convolte in una rete che permette l’attivazione semantica (nelle regioni parietali), l’integrazione dei significati (nelle regioni temporali), e nelle regioni frontali (Reyes-Aguilar, Valles-Capetillo, & Giordano, 2018).

Comunicazione ironica e variabili demografiche

In sostanza, la comunicazione ironica può essere utilizzata come termine ombrello che racchiude al suo interno numerosi stili di comunicazione ben diversi l’uno dall’altro. A tal proposito, uno studio recente (Ruch et al., 2018) attesta la presenza di otto stili comici diversi: divertimento, umorismo, sciocchezza, arguzia, ironia, satira, sarcasmo e cinismo, suddivisibili empiricamente. Le persone utilizzano una comunicazione ironica che può variare sia quantitativamente (es: utilizzo di più o meno umorismo) che qualitativamente (diverse forme di umorismo). Inoltre, è interessante evidenziare come alcune caratteristiche demografiche come sesso, età e livello di scolarizzazione possano influenzare qualitativamente la scelta dei vari stili comici. Per quanto riguarda il sesso, è stato visto che le donne rispetto agli uomini tendono ad usare maggiormente l’umorismo mente gli uomini la satira, il cinismo ed il sarcasmo. Per quanto riguarda l‘età, gli anziani rispetto ai giovani tendono ad usare maggiormente l’umorismo, mentre i giovani utilizzano maggiormente sarcasmo, cinismo. Infine sembrerebbe che ad un più alto livello di scolarizzazione corrisponderebbe un maggior utilizzo di ironia (Ruch et al., 2018).

Ironia: le funzioni psicologiche

La comunicazione ironica assolve a diversi processi psicologici:

1.  Rispetto delle convenzioni:  il commento ironico permette di evitare la critica degli altri, affrontando contenuti che, altrimenti, andrebbero taciuti.

2.  Confine per proteggere lo spazio personale: l’ ironia consente di conservare dignità e contegno, per tutelare il proprio spazio personale

3. Ambiguità relazionale nel rinegoziare i significati: la comunicazione ironica si basa sul presupposto che per essere compresi al meglio è necessario essere fraintesi.

4. Intonazione della voce: la comunicazione ironica si fonda su un gioco vocale caratterizzato da contrasti fra aspetti linguistici e paralinguistici. A differenza della menzogna, in cui le parole sono false, nell’ ironia le parole sono finte, cioè negano palesemente ciò che appare. L’ ironista non vuole ingannare, ma essere chiaro senza essere evidente ed esplicito.

5. Copione: la comunicazione ironica è un gioco tra parti che interagiscono all’interno di un copione, composto da 4 fasi:

  • Premessa: grazie a conoscenze reciproche interpersonali condivise dagli interlocutori, definisce la cornice di riferimento all’interno del quale si colloca lo scambio ironico.
  • Evento focale: l’oggetto del commento ironico, costituisce il fulcro attorno al quale si articola l’intera conversazione.
  • Commento ironico, costituisce l’intento della comunicazione ironica avente scopi comunicativi diversi.
  • Effetto ironico: interpretazione del commento da parte del destinatario che potrebbe essere frainteso, non capito nel suo reale significato, disconosciuto; si comprende il significato ma non si condivide
  • Touché, l’ ironia è colta e il destinatario si mostra divertito o ferito e risponde a sua volta a seconda della circostanza.

Ironia e mentalizzazione

Per comprendere la comunicazione ironica è necessario che il ricevente sappia distinguere ciò che l’emittente dice letteralmente, da ciò che intende trasmettere sulla base del contesto di riferimento (Champagne-Lavau e Stip, 2010). Dunque, l’ ironia può essere definita come un esercizio di mentalizzazione che si affida alla capacità di elaborazione del contesto (Schnell et al.,2016). Secondo alcuni autori, a deficit di elaborazione del contesto spesso sono legati deficit di mentalizzazione (Baez et al., 2013).  Difatti, un recente studio ha mostrato come pazienti affetti da disturbi dello spettro della schizofrenia manifestino deficit di mentalizzazione e di elaborazione del contesto che sono evidenti in compiti di comprensione dell’ ironia (Del Goleto et al., 2016). Parallelamente, individui affetti da disturbi dello spettro autistico, aventi una ridotta capacità di interpretare i segnali comunicativi in termini di stati mentali, sembrerebbero avere un deficit di comprensione della comunicazione ironica. Questo deficit sarebbe spiegato dall’incapacità di saper leggere l’incongruenza fra segnali verbali e non verbali (Nuber et al., 2018).

 

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Il Legame e il dono – Dall’individualità alla coppia

Abbiamo visto in precedenza, e le teorie sono quasi tutte d’accordo, che il dono serve ed è necessario a creare legami tra gli individui e/o tra i gruppi.

 

Il termine legame deriva dal verbo latino “ligare” che nella sua indicazione neutra diventa, “ligame”.

L’etimologia di legare vuol dire stringere con una fune, catena e/o vincolo. Non vi è dubbio che nell’accezione del dono è quest’ultimo significato che ci dà la dimensione del legame come modalità di vincolo.

Il dono, infatti, crea un vincolo tra donante e ricevente.

Dono: i legami nella coppia come nella chimica

In chimica, la scienza che ha studiato in maniera approfondita i legami della materia, si distinguono due tipi di legami:

  • Legami forti, primari o intermolecolari in cui una forza elettrostatica tiene uniti più atomi creando una molecola;
  • Legami deboli, secondari o intramolecolari sono quelli che si formano tra molecole creando cristalli ionici o cristalli di tipo metallico.

Il legame chimico si forma attraverso l’interazione con cariche elettriche complementari (legame ionico) e/o attraverso la cessione di elettroni con cariche equivalenti e con cariche di elettronegatività bassa (legame covalente).

E’ importante rilevare che in chimica il legame è frutto di un’interazione tra atomi che si scambiano elettroni nelle loro orbite esterne. Un altro importante presupposto del legame chimico è la lunghezza: ovvero la forza del legame è direttamente proporzionale alla sua distanza.

I legami umani presentano parecchie similitudini e analogie con ciò che avviene alla materia cosi come analizzato e studiato nei processi chimici. Anche nella società umana troviamo legami forti e primari che sono costituiti dalla famiglia che è unita da vincoli di pathos ed ethos (la coppia) e assumono le caratteristiche di un legame covalente nella generatività. Lewis, a proposito del legame covalente, sostiene che gli atomi formano legami perdendo, acquistando o mettendo in comune un numero sufficiente di elettroni, in modo da raggiungere, se possibile la configurazione elettronica dei gas nobili.

Anche per formare una famiglia si perde, si acquista e si mette in comune. Minuchin sostiene che per realizzare i compiti specifici che spettano loro, i coniugi necessitano di capacità di complementarità e reciproco accomodamento, cioè devono sostenere il modo d’agire dell’altro in molti campi, cedendo parte del loro individualismo per riguadagnarlo nel rapporto di coppia. Possono favorire reciprocamente la creatività, l’apprendimento e la crescita. Sostanzialmente per arrivare al noi (acquistare) i membri della coppia devono praticare la complementarietà (mettere in comune) e cedere una parte di se stessi (perdere). Il concetto di complementarietà ci porta al legame ionico che appunto prevede l’interazione tra cariche elettriche complementari.

Dono: il legame di coppia nella comunicazione

Watzlawick, in Pragmatica della comunicazione umana, come quinto assioma della comunicazione fa riferimento a relazioni simmetriche e complementari. Secondo quest’autore la comunicazione e, quindi, la relazione può essere basata sull’uguaglianza o sulla differenziazione. Nella relazione complementare i partecipanti al processo comunicativo assumono posizioni diverse definite one-up e one-down, che non hanno nessuna connotazione forte – debole, ma indicano semplicemente la posizione in cui si trovano i comunicanti. La relazione si interrompe nel momento in cui nelle relazioni simmetriche e complementari, si inseriscono messaggi di squalifica e disconferma. Infatti, la relazione simmetrica (comunicazione tra pari) è funzionale fino a quando ambedue i partecipanti confermano l’altro nella sua posizione. Al contrario, se si tende a sconfermare l’altro, ponendosi in posizione di superiorità , si arriva all’escalation simmetrica poiché l’altro tende a recriminare e a porsi in posizione ancora più avanzata. L’escalation simmetrica segue la legge del “tanto più tanto più” ovvero più tu mi sconfermi nella mia posizione tanto più io non riconosco la tua. La stessa cosa avviene nella complementarietà, se i due comunicanti vogliono assumere, ambedue, la posizione one-up poichè è più complicato che vogliano assumere, come si può facilmente intuire, la posizione one-down. La relazione, quindi, è funzionale quando avviene uno scambio tra pari o quando i partecipanti si scambiano o riconoscono le posizioni in maniera complementare.

Vorrei ricordare a questo proposito, che a metà degli anni ’70 Sciascia, in un’intervista al Corriere della Sera, disse, ricevendo non so quante critiche e alcuni arrivarono addirittura a gridare allo scandalo, che la società siciliana è tipicamente matriarcale. Com’è possibile che nella terra della mafia in cui le donne, secondo l’iconografia classica data dai mass media, stanno in una posizione dimessa sempre vestite di nero, siano il fulcro della famiglia? Dice Dacia Maraini, a questo proposito

Una volta abbiamo discusso pubblicamente con Sciascia, sui giornali, sopra quello che lui chiamava il “matriarcato” delle donne siciliane. La sua idea era che sotto questo grande sventolio di pistole, fucili, carabine, ci fosse un fermo disegno di ordine, tenuto stretto alle basi (e quindi nella struttura familiare) da esperte mani di donna.

La visione di Sciascia sta proprio all’interno della complementarietà della comunicazione e della relazione. Non necessariamente per determinare il processo comunicativo bisogna stare in posizione one-up: le donne siciliane erano o sono talmente abili che riuscivano e riescono a determinare la relazione “scegliendo” di stare one-down. La complementarietà comunicativa non è una lotta per il potere, ma semplicemente un modo per far funzionare il sistema. Quando la comunicazione diventa lotta per il potere entriamo nell’area della disfunzionalità e il rischio è di rompere la relazione.

Dono e relazione di coppia: il punto di vista di Freud

In sostanza, per legare la famiglia (mettere in comune) si deve perdere, anche assumendo posizioni complementari, nella consapevolezza che perdendo si acquista. E’ ciò che fa l’atomo per formare la molecola: cede i suoi elettroni in modo da poter acquistare un nuovo stato. E’ ciò che succedeva nel potlach descritto da Mauss: cedo i miei beni, donandoli, per entrare in relazione con gli altri al fine di far comunità. Il problema nell’atto del donare non è tanto, quindi, l’obbligo di restituzione, su cui tanto si è dibattuto, ma come ci insegna anche la chimica, il fine o lo scopo ovvero il cedere con la consapevolezza di acquistare un nuovo status in cui il legame diventa vincolo reciproco.

In effetti, in chimica gli atomi, pur mantenendo le loro specificità, si fondono per creare una nuova sostanza. Due atomi d’idrogeno e uno d’ossigeno si fondono al fine di creare l’acqua. Allo stesso modo, due individui mettono insieme le loro storie generazionali per formare una nuova coppia, una nuova famiglia. Cancrini e Harrison, propongono un particolare ciclo vitale della coppia in tre fasi:

  • Nella prima fase, di unione-fusione, si ha la fusione dei due e l’individuazione della coppia rispetto al resto del mondo.
  • Nella seconda fase, che è tipica della quotidianità, c’è un confine permeabile tra la coppia e l’esterno, ed è il momento in cui si creano le regole e si stabilizza la relazione.
  • Nella terza fase, si ha la separazione.

Per Freud la scelta del partner riflette e tende a duplicare la relazione simbiotica tra madre e bambino. La fusione di cui parla Cancrini è possibile mutuarla da ciò che Freud scrive a proposito dell’innamoramento. L’amore per Freud è una patologia che svuota l’io di libido per rivolgerla a un altro: l’io non vive più per se stesso ma appoggiandosi all’altro che, come scrive in Introduzione al Narcisismo, è il risultato della proiezione di ciò che si vorrebbe essere. Con il concetto di narcisismo primario, nella coppia non ci sarebbe nessuna reciprocità poiché ognuno ama ciò che ha proiettato di se stesso nell’altro. Infatti, in Introduzione alla Psicoanalisi, egli sostiene che l’uomo non ama una persona reale ma un essere ideale inesistente. In questo modo la fusione avviene solo con elementi intrapsichici e, in effetti, non vi è nessuna reciprocità perché l’altro è visto come un contenitore su cui proiettare l’ideale di sé o del genitore di sesso opposto. L’atto di reciprocità si ha solo nella sessualità poiché l’altro diventa oggetto d’investimento della pulsione sessuale. Il legame, però, diventa duraturo nel momento in cui la pulsione sessuale è inibita alla meta. Per Freud la pulsione nell’atto sessuale si scarica immediatamente dopo, mentre la pulsione inibita non può, per fattori culturali e sociali, essere investita. L’innamoramento e l’amore sono un misto tra pulsione alla meta e pulsione inibita.

Dono nella coppia: perdere per guadagnare

Lalli, sostiene che il narcisismo primario è una pura invenzione di Freud. In effetti, l’uomo è un “dividuo” che per completarsi ha bisogno di un’altra persona, cioè ha bisogno di formare una coppia che riproduca quella madre-bambino. La differenza con Freud è significativa poiché madre- bambino formano una coppia e non vivono in simbiosi . Altra differenza significativa nelle teorizzazioni di Lalli è data dall’affermazione che la coppia è formata da due soggetti che mettono in gioco i loro bisogni di sicurezza, di riconoscimento reciproco, di esaudimento dei bisogni e dei desideri. Egli non mette in dubbio che su questo processo influiscono motivazioni e istinti consci e inconsci, ma esiste una complementarietà e una reciprocità. In questo modo entra in conflitto anche con i sostenitori delle relazioni oggettuali i quali vedono il legame di coppia come, per dirla con Dicks , “l’incastro di due mondi interni” o con Sandler “un’attualizzazione delle relazioni di ruolo”. Zavattini , sostiene che il matrimonio o un legame significativo e duraturo può essere interpretato, in senso regressivo o propulsivo, come il tentativo di risolvere le tematiche interne individuali. In questo senso vi sarebbe un affido reciproco di aspetti del proprio mondo interno che, in maniera propulsiva, serve a conoscersi, a crescere e, in maniera regressiva, può portare a processi deliranti. Ancora una volta si perde per acquistare.

Lalli, comunque, va la di là di queste definizioni e nella reciprocità e nella complementarietà del rapporto di coppia inserisce il concetto di riconoscimento reciproco, di cui ho parlato nel capitolo precedente quando Caillè nel processo del donare fa rifermento appunto all’esigenza di farsi riconoscere attraverso il dono. Il bisogno di riconoscimento porta ad affidarsi (donarsi) e ricevere, in contraccambio, il dono del riconoscimento in un processo che per definizione è circolare o, di scambio reciproco. In sostanza, il riconoscimento comporta il conoscere e donare il riconoscimento. Honneth sostiene che il bisogno umano di riconoscimento attiene alla sfera antropologica e il suo esplicarsi in aspettative di riconoscimento è determinato storicamente . Ricoeur, afferma che il problema del riconoscimento sta nella complementarietà dei termini riconoscere ed essere riconosciuti e trova la sua definizione all’interno del riconoscimento reciproco. Riconoscere si collega al problema dell’identità e si manifesta attraverso una serie di passaggi graduali che vanno dal riconoscere qualche cosa in generale, al riconoscere qualcuno, al riconoscere se stessi e, infine, al riconoscimento reciproco. E’ nel riconoscimento reciproco, quindi, che l’uomo ritrova la sua identità poiché ci conosciamo (riconoscere se stessi) solo attraverso il riconoscimento reciproco. Quest’ultimo, comunque, non deve essere inteso in senso hegeliano per cui s’instaura una relazione schiavo-padrone ma, piuttosto, nell’accezione di G.H. Mead che, in Mente, sé e società, mette in risalto come la conoscenza di se stessi è possibile solo attraverso l’acquisizione e l’esperienza dell’altro . In questo modo il riconoscimento reciproco presuppone una relazione simmetrica ovvero a pari a pari. Per Ricoeur, così come descritto in un articolo precedente, il riconoscimento reciproco trova significazione nell’atto del donare libero e gratuito.

Adolescenti e Dipendenza da internet (2018) di Marino S. – Recensione del libro

Attraverso le storie di Elena, Marco, Silvia, Giulia, Giuseppe e Chiara, l’autrice di Adolescenti e dipendenza da internet fornisce al lettore esempi pratici che consentono di uscire da una dimensione puramente teorica nell’approcio al problema della dipendenza da internet, guidandolo nella comprensione della complessità di questo problema che affligge giovani ed adulti.

 

In Adolescenti e dipendenza da internet, attraverso un linguaggio semplice e chiaro, la dottoressa Santina Marino, psicologa e membra di unità nazionale italiana di tecniche autogene, ci accompagna in un viaggio complesso. La complessità di questo viaggio è data da due aspetti principali: da un lato si riscontra l’imprevedibilità del periodo adolescenziale, caratterizzato da una molteplicità di cambiamenti sia a livello biologico sia a livello cognitivo; l’altro elemento che rende complesso questo percorso, è la dipendenza da internet.

Adolescenti e dipendenza da internet nasce da un genuino interesse nei confronti della nuova società, dominata dal capitalismo e da un netto impoverimento del mondo interiore dell’individuo, caratterizzato quest’ultimo da un crescente bisogno di conferme, da un’incapacità di tollerare la frustrazione e da una difficoltà ad elaborare il lutto.

Adolescenti e dipendenza da internet: contenuti e struttura del libro

Gli obiettivi che si pone l’autrice sono: in primo luogo, quello di fornire gli strumenti per ad un pubblico vasto (psicologi, assistenti sociali, educatori ed insegnanti) per il trattamento di condizioni di lieve gravità di dipendenza da internet. In secondo luogo, attraverso le storie di Elena, Marco, Silvia, Giulia, Giuseppe e Chiara, l’autrice ha fornito al lettore degli esempi pratici per evitare che il libro Adolescenti e dipendenza da internet venga percepito come un agglomerato o un insieme di nozioni teoriche, ma anche per far comprendere, a livello pratico, la complessità di questo problema che affligge giovani ed adulti.

Nella prima parte è stata trattata la storia di internet, com’è nato e a cosa serve; ha inoltre differenziato i social media dai social network, elencandone le caratteristiche distintive e i vantaggi e gli svantaggi del loro utilizzo. Infine, l’autrice chiude questa prima parte descrivendo la Net Generation ed annoverando i principali sintomi della dipendenza da internet, con un rimando ai principali studiosi che hanno analizzato questa New Addiction.

Nel secondo capitolo, viene invece descritta l’adolescenza, intesa come un momento complesso e caratterizzato da diversi cambiamenti attraverso l’analisi e il contributo di diversi autori. Nel presente capitolo, attraverso un rimando alle principali teorie, la dottoressa Marino è riuscita ad intrecciare le fasi dello sviluppo cognitivo con l’utilizzo di internet. Da questo intreccio l’autrice è riuscita a far comprendere ai lettori in modo semplificato la complessità di questo fenomeno.

Nella penultima parte, viene fornita la definizione di new addiction e nello specifico viene posta una particolare enfasi alla dipendenza da internet e ai sintomi connessi a questa condizione, quali sono gli aspetti eziologici ed il trattamento di questa dipendenza.

Infine, nell’ultima parte di Adolescenti e dipendenza da internet, l’autrice fornisce gli strumenti, ad insegnanti, agli educatori ed ai genitori, su come individuare e trattare sia le forme “lievi” di dipendenza, sia le forme più “gravi”, con l’obiettivo di saperle distinguere e saperle trattare e nel caso in cui si dovessero presentare forme di dipendenza da internet gravi, procedere con l’invio da uno specialista.

 

Perché preferiamo la birra o il caffè?

Tutte le persone hanno delle preferenze per determinati tipi di alimenti o bevande, in fondo chi non ha la sua bevanda preferita, senza la quale non riuscirebbe ad iniziare bene la giornata? Il caffè per esempio..

 

Alcuni ricercatori, però, non si sono limitati ad osservare o descrivere le preferenze degli individui per alcune bevande specifiche, ma hanno cercato di scoprire quali potessero essere le cause per cui alcune persone amano determinate bevande che altri invece odiano.

Questo è quello che una recente ricerca (Zhong et al., 2019) ha tentato di fare.

Lo studio

Gli autori dello studio in questione hanno ipotizzato che fossero delle variazioni nei geni relativi al gusto ad influenzare le nostre preferenze per determinate bevande (in particolar modo caffè, birra e coca-cola). I risultati della ricerca non vanno però a confermare l’ipotesi posta da Zhong e collaboratori: sembra piuttosto che sia il gene relativo alla sensibilità a determinate sostanze psicoattive (come la caffeina o l’alcol) a determinare le preferenze per tali bevande.

Secondo i ricercatori statunitensi, dunque, non è tanto il sapore di tali bevande che attrae le persone e le spinge a consumare, ma piuttosto l’effetto che tali bevande hanno sulla psiche.

Lo studio è stato effettuato utilizzando due gruppi sperimentali:

  • Gruppo sostanze amare (caffè, tè, birra, vino rosso, liquore)
  • Gruppo sostanze dolci (bevande artificialmente zuccherate, succhi zuccherati)

Il campione oggetto di studio contava 336,000 soggetti reclutati attraverso una banca dati inglese: UK Biobank. Dopo aver studiato le preferenze e la prevalenza relativa alla consumazione di tali bevande in questi soggetti, sono stati incrociati i dati associandoli a determinati geni del loro genoma (i dati relativi al genoma erano anch’essi contenuti nella banca dati).

I risultati ottenuti sembrano dimostrare che le preferenze per alcuni tipi di bevande siano influenzate dal sistema di comportamento-ricompensa di coloro che le bevono.

Pertanto, secondo gli autori, essere riusciti ad isolare i geni che determinano tali preferenze, permette di individuare quali siano gli individui più a “rischio”. Isolando gli individui più a “rischio” di preferire bevande contenenti alcune sostanze psicoattive (zucchero, caffeina, alcol) sarebbe possibile intervenire sulla dieta di queste persone per poter promuovere comportamenti più salutari evitando tali bevande.

Comportamento sessuale, microbiota e rischio di infezione da HIV

Un gruppo di ricercatori dell’Anvirus University del Colorado Medical Campus ha indagato se le abitudini sessuali di una persona possono influenzare il microbiota ed il sistema immunitario, aumentando potenzialmente il rischio di infezione da HIV.

 

Il gruppo di ricerca è composto da Brent Palmer, professore associato di medicina nel dipartimento di immunologia clinica della CU School of Medicine, e da Sam X. Li e Chaterine Lozupone dottori di ricerca presso l’Università del Colorado Anschutz Medical Campus.

Microbiota intestinale e comportamenti sessuali: il ruolo nel rischio di trasmissione dell’HIV

Il microbiota rappresenta l’insieme dei microbi presenti nel tratto gastrointestinale, capace di influire sul cervello svolgendo un ruolo particolare nell’insorgenza di diversi sintomi psichiatrici.

Negli ultimi anni è stato riconosciuto l’importante ruolo ricoperto dal microbiota nel guidare e modellare il sistema immunitario. Recenti studi hanno indagato le differenze di microbiomi presenti in gruppi di uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) piuttosto che i microbiomi di uomini che hanno rapporti sessuali con donne (MSW) (Noguera-Julian, 2016; Armstrong et al., 2018).

Nel presente studio viene però indagato il ruolo del microbiota come mediatore tra i differenti comportamenti sessuali e l’attivazione delle cellule T associate al rischio di trasmissione dell’HIV.

I partecipanti del presente studio sono 35 uomini sani (divisi in gruppo di uomini che hanno rapporti sessuali con uomini ed in uomini che hanno rapporti sessuali con donne). Campioni di feci dei partecipanti sono stati trapiantati in soggetti animali (topi). I topi che hanno ricevuto i campioni di feci degli uomini che hanno rapporti con uomini hanno mostrato una maggiore evidenza di attivazione delle cellule T CD4 +, le quali, qualora essi fossero soggetti umani, li metterebbero effettivamente a rischio più elevato di infezione da HIV.

Microbiota e rischio trasmissione HIV: i risultati dello studio

Tali risultati forniscono evidenza del diretto collegamento tra composizione del microbiota e attivazione immunitaria rispetto all’HIV degli uomini che hanno rapporti con altri uomini. Tali risultati forniscono inoltre una base per indagare il microbioma intestinale come fattore di rischio per la trasmissione e infezione da HIVsostiene l’autore senior dello studio, Brent Palmer.

Comprendere meglio la strutturazione del microbiota si riscopre passaggio importante, in quanto, potendo influenzare direttamente il sistema immunitario, esso favorisce un maggiore rischio di infezione, ma ulteriori studi dovrebbero comprendere le modalità di funzionamento del processo.

Inoltre, gli autori ipotizzano che una serie di altri comportamenti, tra cui una particolare dieta, possano favorire l’infiammazione ed attivare le cellule T, ma il tutto risulta ancora da indagare in futuri studi.

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

7 giorni di Mindfulness (2018) di M. B. Toro: come portare la mindfulness nella nostra vita quotidiana? – Recensione del libro

In 7 giorni di mindfulness l’autrice, Maria Beatrice Toro, sottolinea la necessità di tornare a vivere il momento presente, di essere consapevoli di ciò che ci accade e di allentare la presa degli automatismi della nostra mente che tende a proiettarci nel futuro o a riportarci nel passato.

 

Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla velocità: dobbiamo rispondere subito ai messaggi, postare immediatamente quello che accade, siamo pieni di impegni che ci costringono a correre per far fronte a tutto. Questo atteggiamento apparentemente ci rende attivi e produttivi ma in realtà ci espone a molti rischi e soprattutto al rischio di agire al di fuori della nostra stessa consapevolezza.

Dovendo fare molte cose e spesso in contemporanea, la nostra mente deve necessariamente fare ricorso a modelli e schemi di risposta automatici che spesso si attivano anche quando sarebbe necessaria una valutazione più approfondita.

Ci capita così di mangiare senza concederci di ascoltare il sapore, il profumo, di guardare senza vedere realmente o di sentire qualcuno che ci sta parlando senza ascoltarlo.

In 7 giorni di mindfulness l’autrice, Maria Beatrice Toro, sottolinea la necessità di tornare a vivere il momento presente, di essere consapevoli di ciò che ci accade e di allentare la presa degli automatismi della nostra mente che tende a proiettarci nel futuro o a riportarci nel passato. La capacità di vivere il momento presente in una parola può essere definita come atteggiamento mindfulness i cui aspetti salienti sono l’attenzione al “qui e ora” e un atteggiamento non giudicante, di accettazione e gentilezza verso di sé e verso gli altri. La mindfulness non cambia gli eventi della vita ma cambia il modo con cui la affrontiamo con importanti effetti sul nostro benessere e sulla nostra salute come numerose ricerche hanno dimostrato.

Come fare per iniziare a praticare la mindfulness?

L’autrice di 7 giorni di mindfulness propone in modo molto chiaro e fruibile, riflessioni e proposte di semplici meditazioni giornaliere di pochi minuti che rappresentano un primo e valido approccio alla mindfulness.

Il percorso è suddiviso per giorni della settimana e, partendo dal respiro, consente di dedicare consapevolezza al gusto, alla vista, al movimento, al tatto, all’olfatto.

Ci sono poi indicazioni su come trasformare una maggiore consapevolezza personale in azioni concrete da mettere in atto tra cui l’importanza di “fare ordine” non solo tra gli oggetti ma anche nelle relazioni.

Talvolta è necessario imparare a dire di “no” per essere davvero rispettosi verso se stessi e per non consentire agli altri di mancarci di rispetto.

In questa valutazione un atteggiamento mindfulness è una guida estremamente preziosa.

Impariamo a conoscere la mente dell’altro osservandolo e simulandone le scelte

Lo studio ha rivelato come i primati siano in grado di apprendere il valore da attribuire ad uno stimolo, sia tramite esperienza diretta sia dall’osservazione sociale di un loro simile che compie tale attribuzione; inoltre lo studio ha rivelato che l’amigdala sarebbe la struttura chiave per tale apprendimento vicario..

 

Sappiamo che è possibile inferire e comprendere i processi di attribuzione mentre l’altro decide, ottenendo così un modello previsionale di quella che potrebbe essere la sua futura scelta, semplicemente osservandolo (Van de Waal, Borgeaud et al., 2013).

Apprendimento: quali reti neurali si attivano?

Questa capacità cognitiva di apprendere tramite l’osservazione dell’altro per predirne le scelte e i conseguenti comportamenti costituisce un elemento chiave e tra i più sofisticati in particolare per i comportamenti sociali.

Nonostante i numerosi progressi fatti in questo ambito di ricerca, tuttavia poco ancora si sa a proposito delle basi neurali che sottostanno a tali comportamenti sociali; non è ben chiaro infatti quali siano gli specifici meccanismi neurali che sono in grado di “tradurre” le attribuzioni di valore fatte da un altro nella rappresentazione mentale delle stesse per poter poi prevedere le sue decisioni.

Banalmente non conosciamo in profondità quei meccanismi che consentono di comprendere quale tipo di attribuzione di valore sta compiendo una persona durante un processo di scelta, tale per cui sarà possibile successivamente predirne la decisione in modo corretto.

Inoltre non è ancora chiaro se la comprensione dei processi di attribuzione di valore dell’altro avvenga tramite l’apprendimento per osservazione o se esista tra pattern neurali un codice condiviso che permette di derivare l’attribuzione di valore sia tramite apprendimento vicario e allo stesso tempo dalla propria esperienza diretta (Yates, 2019).

Apprendimento: teorie e conoscenze ad oggi

Alcune teorie cognitive, tra cui quella della simulazione di Shanton & Goldman (2010), ipotizzano che per la comprensione delle decisioni dell’altro sia necessaria la simulazione, cioè la riproposizione dei medesimi meccanismi di decision making che genererebbero i propri stati mentali.

Da un punto di vista di circuiti neurali, i processi di decision making coinvolgono una mutua competizione di tipo inibitorio tra network sottostanti la codifica della scelta, scelta che rappresenterà l’esito di una competizione derivante dal confronto e dalla computazione dinamica fatta dal sistema attraverso la valutazione dei suoi diversi pro e contro.

A seguito di questa computazione, il sistema attribuirà poi alla scelta un valore positivo o negativo e deciderà sulla base di questo se implementarla tramite comportamento oppure inibirla (Hunt, Kolling, Soltani et al., 2012).

Tuttavia le evidenze finora a disposizione non stabiliscono se tale descrizione neurale dei meccanismi di decision making e di computazione del valore di una scelta possa altrettanto rappresentare la medesima modalità attraverso la quale siamo anche in grado di simulare la scelta di un altro partner in interazione con noi all’interno di un contesto sociale (Yates, 2019).

Apprendimento attraverso la previsione del comportamento altrui: lo studio

A questo proposito, per identificare i meccanismi neurali sottostanti l’apprendimento vicario dell’attribuzione di valore e la capacità di prevedere le scelte dell’altro tramite esso, Grabenhorst, Báez-Mendoza, Genest, Schultz e colleghi del dipartimento di fisiologia e neuroscienze dell’Università di Cambridge in associazione con il Center of Brain and Cognition dell’ Universitat Pompeu Fabra di Barcellona e il Massachusetts General Hospital di Boston, si sono serviti di un gruppo di primati sottoposti rispettivamente a due compiti: uno di decision making basato sulla ricompensa e un secondo di apprendimento vicario in cui un primate osservava il suo simile mentre era intento nel primo compito.

Il tutto è stato compiuto registrando l’attività neurale dell’amigdala dei primati durante l’esecuzione del compito di decision making sulla base del fatto che l’amigdala è risultata essere la struttura sottocorticale principale coinvolta nell’attribuzione della salienza e del valore ad uno stimolo esterno neutro (Yates, 2019).

I compiti sperimentali hanno previsto la partecipazione di due primati posizionati uno di fronte all’altro: il primo, impegnato nel compito di decision making, è stato addestrato ad ottenere per ogni trial una ricompensa premendo solo il pulsante corrispondente al cue visivo che aveva la più alta probabilità di fargli ottenere del cibo.

I cue ai quali l’animale rispondeva erano presentati in modo sequenziale ed erano associati a probabilità diverse di ottenere una ricompensa.

La scelta dell’animale di premere il pulsante corrispondente al cue visivo che rilasciava la ricompensa di cibo, tralasciando l’altro, è ben descritta dai modelli di apprendimento per rinforzo che stimano i valori soggettivi che l’animale attribuisce agli stimoli presentati e anticipanti la ricompensa sulla base della scelta dell’animale stesso osservata.

Il secondo animale, definito “osservatore”, è stato invece istruito ad osservare semplicemente i comportamenti dell’altro (Grabenhorst, Báez-Mendoza, Genest, Schultz et al., 2019).

Nel trial successivo, per investigare come l’osservatore attribuiva valore ai cue visivi e per verificare se si fosse verificato in lui di conseguenza una simulazione delle scelte dell’altro per ottenere la ricompensa tramite osservazione, i ricercatori hanno successivamente invertito i due ruoli: l’osservatore ora diventava “decisore” nel primo compito e viceversa.

Apprendimento attraverso la previsione del comportamento altrui: i risultati

Lo studio di Grabenhorst e colleghi (2019) ha mostrato come l’animale che prima aveva solo osservato ha appreso a rispondere al valore di ricompensa associato ad uno specifico cue visivo in molto meno tempo rispetto all’altro animale durante il compito e che l’animale aveva osservato in modo prolungato sia il partner che il cue visivo che l’altro avrebbe poi scelto, indicando come questo avesse rapidamente imparato a scegliere il cue visivo con alta probabilità di ricompensa traendo le informazioni salienti sul valore di ricompensa del cue dall’altro animale.

Da tale apprendimento avvenuto per osservazione, l’osservatore ha poi riproposto la scelta compiuta dal simile per ottenere cibo.

In associazione a ciò, le analisi delle registrazioni dell’amigdala durante il compito di decision making hanno evidenziato un incremento nell’attivazione dei suoi pattern neurali sia nel momento in cui l’animale selezionava il cue con valore intrinseco maggiore – quello che anticipava con più probabilità la ricompensa – sia quando lo stesso animale poi osservava l’altro simile compiere la stessa scelta.

In quest’ultima condizione, i ricercatori hanno osservato come l’attività dei neuroni dell’amigdala si modificasse prima ancora che il partner osservato premesse il bottone e ottenesse la ricompensa, suggerendo che l’amigdala abbia “tracciato”, tramite osservazione della scelta dell’altro, il valore di ricompensa di quello specifico cue visivo come se ne avesse già avuto esperienza in precedenza e consentisse ora all’animale di utilizzare quelle informazioni ottenute dall’altro per simularne la scelta (Grabenhorst, Báez-Mendoza, Genest, Schultz et al., 2019).

In conclusione, lo studio ha rivelato in primo luogo come i primati siano in grado di apprendere il valore da attribuire ad uno stimolo sia tramite esperienza diretta sia dall’osservazione sociale di un loro simile che compie tale attribuzione; inoltre lo studio ha rivelato che l’amigdala sarebbe la struttura chiave per tale apprendimento vicario in quanto, contenendo diverse tipologie di neuroni, può “tracciare” la salienza di uno stimolo esterno – rispondendo alla domanda “che valore ha quello stimolo?” – può al contempo rilevare l’importanza sociale del partner osservato che sta compiendo la scelta, ed infine può convertire il valore attribuito dal partner all’oggetto per simularne e predirne così la scelta – “cosa sceglierà il mio partner?”

Dal momento che l’amigdala rende possibile sia l’apprendimento tramite esperienza diretta che tramite osservazione sociale vicaria, essa potrebbe fornire la base fisiologica che consente di integrare le proprie e le altrui esperienze (Yates, 2019).

Da questi dati gli autori dello studio hanno potuto generare un modello computazionale che descrive l’esistenza di due sistemi per la codifica del valore di uno stimolo all’interno dell’amigdala: uno più legato al Sé per compiere le proprie decisioni senza utilizzare le informazioni provenienti da un altro (cosa dovrei scegliere?) e un secondo sistema legato all’Altro che ne simula la scelta (cosa sceglierà il mio partner?).

Possiamo dire di essere di fronte ad un ulteriore passo verso la comprensione degli stati mentali dell’altro grazie alla scoperta dell’esistenza di neuroni amigdalici che ne simulano la scelta?

La rivincita dell’autocontrollo

Le nuvole non hanno sapore. Possono diventare conigli ed elefanti, golfi e dinosauri ma stesi sul prato occhi all’aria, le guardate quanto vi pare e non vi viene fame.

Articolo pubblicato su il Corriere della Sera il 14 aprile 2019

 

Mettete un bambino di fronte a dei dolci. Gli dite: puoi averne uno adesso o se mi chiami col campanello dopo che esco, ma se aspetti che io torni nella stanza, senza suonare, ne avrai due. Per il bambino lasciato nella stanza il compito può essere o impossibile: uno e subito, o una piacevole tortura, oppure la scoperta del potere della fantasia. Se i bambini, negli esperimenti dello psicologo Walter Mischel, si figuravano i dolci come soffici nuvolette, inodori, insapori, le desideravano meno e resistevano di più. Aumentava il loro autocontrollo.

Si chiama Test del Marshmallow. L’avessero sviluppato in Italia avrebbe avuto un altro nome, i nostri bambini non trovano desiderabili quelle palle gommose e morbosamente dolci. Al di là dei gusti americani, è un esperimento fondamentale. Misura l’autocontrollo, la capacità di aspettare, di frenare la dannata impulsività, l’antecedente di quella che il mio maestro Antonio Semerari chiama mastery metacognitiva.

È molto più che lo sfizio di uno psicologo giocherellone. Un gruppo di bambini di 4 anni fu testato a partire dal 1968 e seguito per 25 anni. Quelli che resistevano di più alla tentazione della gratificazione immediata hanno incontrato un futuro migliore: sono stati più capaci di raggiungere obiettivi a lungo termine, hanno assunto meno droghe e sono stati meno aggressivi. La capacità di controllarsi e ritardare la gratificazione li ha anche protetti da una tossina: la sensibilità al rifiuto. A fronte del timore di essere respinti hanno retto meglio.

L’ambiente ha un ruolo enorme nell’influenzare la capacità del bambino di rinunciare a un dolcetto subito per averne due dopo. Figli di madri ipercontrollanti – “Amore, fai questo e quello, ascolta mammina” – resistevano meno. Figli di madri che favorivano l’autonomia arrivavano più facilmente al secondo biscotto. È anche una questione culturale? Forse no. Mischel studiò due comunità in un villaggio di Trinidad. Convivevano pacificamente sui due lati della strada di un villaggio: indiani e africani. Un gruppo aveva visioni stereotipate dell’altro. Agli occhi degli indiani gli africani vivevano solo nel godimento del presente: cicale. Agli occhi degli africani gli indiani gioivano poco, troppo impegnati a lavorare in attesa di un piacere in un futuro lontano: formiche.

Mischel testò i loro bambini. I primi risultati sembravano coerenti con lo stereotipo. I bimbi indiani aspettavano meglio. Poi però scoprì che il problema era l’assenza dei padri. Nella comunità africana molti padri erano andati via. Il problema era lì: i ragazzi che sceglievano il premio subito erano quelli che avevano perso la fiducia nel futuro, un padre scomparso, una promessa di ritorno che nessuno manterrà. Non dipendeva dall’etnia.

È chiaro che l’impulsività non è solo una questione di genetica? E a regolare l’impazienza si impara. Con l’esercizio. Se i vostri bambini non resistono all’odore del primo biscotto, niente paura, potete insegnarglielo. E negli adulti? Coi miei colleghi diamo una mano a quelli che non hanno avuto le istruzioni corrette per capire che la gallina domani è meglio dell’uovo oggi. Il mio collega Paolo Ottavi fa così: chiede alla ragazza che è stata lasciata da poco di focalizzare sul momento in cui ha controllato il profilo Facebook dell’ex, cercando tracce della sua presunta relazione con la nuova protagonista. La ragazza evoca l’immagine: una serata in birreria, le sale una gelosia che neanche Otello, e insieme vengono struggimento, tristezza e brama di riaverlo lì subito. Come nota Mischel, bisogna lavorare sulle immagini calde. A quel punto Paolo la invita a dedicare una parte dell’attenzione ai rumori ambientali. Poi di riportare la mente alla scena del crimine. Poi ancora ai rumori. Le emozioni calano di intensità. Ancora una volta in birreria, risale la gelosia. Ora porta l’attenzione alle sensazioni fisiche e poi ancora ai rumori ambientali. L’esercizio non è risolutivo, ma la ragazza scopre di avere una dote stupenda: potere sulla propria mente, dominio sull’arroganza del desiderio.

Un giorno di giugno al paese i miei mi mandarono da zia Esterina: “Ti deve dare lu ‘ntartieni”. Chiesi cosa fosse, risposero che me lo avrebbe spiegato zia. Andai a casa sua. Sorrise, mi disse di aspettare. Dopo un po’ mi rimandò dai miei: “Ce l’hanno loro adesso”. Tornai fiducioso: “Zia Esterina mi ha detto che lu ‘ntartieni oggi è qui”. Mia madre e mia nonna deviarono il discorso. A fine giornata non avevo ricevuto né lu ‘ntartieni né spiegazioni sulla sua forma, contenuto e scopo. Non so come, me ne fu svelata la natura solo tempo dopo. Un maledetto trucco per sviare i bambini che cercano attenzione. Lo presi come un tradimento ma tenni la reazione per me in silenzio. Capii anni dopo. Era una strategia per insegnare l’attesa e, per quanto truffaldina, aveva funzionato. Quando mi sono dato alla scienza ho capito che la pazienza nel ricercare un concetto indefinito, sopportare il tempo che serve finché non si chiarisca, nasceva da quel gioco senza soluzione. Trattenersi dall’afferrare subito. Coltivare la fantasia nel doloroso tempo dell’astinenza. È il motivo per cui tra una nota e l’altra dei brani di Ludovico Einaudi passa tantissimo tempo?

Scrivo a Borges, gli suggerisco di includere lu ‘ntartieni nella prossima edizione della sua zoologia fantastica. Per oggi ho dilazionato a sufficienza la gratificazione. Stasera pizza e birra, Walter Mischel approverebbe.

 

Benessere: quando una difficoltà è “solo” una difficoltà!

Tendiamo a vedere la prevenzione o la promozione del benessere come qualcosa di astratto o come qualcosa che essendo distante dalla diagnosi, non merita attenzione. In realtà ignoriamo un nostro diritto: quello di poter “star meglio” anche quando non si sta “male”.

 

Non è solo un disturbo o una diagnosi clinica ad essere fonte di “problemi” o a richiedere l’intervento di uno psicologo. Comunemente ritieniamo che l’operato professionale dello psicologo sia circoscritto all’ambito clinico, in cui l’attività di diagnosi e trattamento diventano le azioni tecnico-professionali maggiormente attuate.

Quando una “difficoltà è solo una difficoltà” possiamo occuparcene in un’ottica professionale che vede nell’intervento psicologico la possibilità di promuovere benessere ed agire a scopo preventivo, come suggerito dall’articolo 1 della legge 56/89.

Cosa si intende per benessere e prevenzione?

Sviluppando la precedente dichiarazione del 1946, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come:

… uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia (1998).

In questa definizione possiamo cogliere molteplici ed importanti aspetti, ovvero:

  • le variabili coinvolte nel costrutto di benessere sono diverse ma integrate e definiscono uno stato dinamico, dunque “in continuo cambiamento”
  • la malattia non è l’unico parametro per definire la presenza o l’assenza di benessere
  • la promozione del benessere è al contempo una forma di prevenzione primaria

Tendiamo a vedere la prevenzione o la promozione del benessere come qualcosa di astratto o come qualcosa che essendo distante dalla diagnosi, non merita attenzione. In realtà ignoriamo un nostro diritto: quello di poter “star meglio” anche quando non si sta “male”.

“Siamo in difficoltà col nostro bambino!”

“Non posso allontanarmi dal mio bambino, piange continuamente!”
“Non riesce a dormire nel suo letto ed ogni notte si sveglia per dormire nel lettone!”
“Fa continuamente capricci e non rispetta alcuna regola!”

In assenza di una diagnosi, una difficoltà “resta una difficoltà”, ma non per questo non possiamo occuparcene. Molti sono gli interventi che seguono un modello comportamentale e psicoeducativo, ovvero interventi psicologici che rispondono non esclusivamente ad un’esigenza che nasce per la presenza di una specifica psicopatologia, ma anche dal desiderio di migliorare il rapporto genitore-figlio.

Il parent training ad esempio, intervento psicologico nato dall’ambito clinico, ma oggi non più circoscritto ad esso grazie ai recenti contributi, estende la sua applicazione anche ad aspetti di ordinaria quotidianeità, ad esempio: fare i compiti, definire delle regole, regolare le abitudini alimentari e del sonno.

Promuovere il benessere in queste situazioni ordinarie permette di prevenire forme di conflitto o disfunzioni relazionali che possono alterare l’intero assetto familiare ed in maniera differente i singoli componenti. L’intervento del parent training nello specifico porta con sé caratteristiche che rivoluzionano l’immaginario, spesso errato, dell’intervento psicologico:

  • chi usufruisce dell’intervento è al contempo responsabile e fautore del processo psico-educativo in cui i due assi familiari sono coinvolti (genitore-figlio, genitore-genitore);
  • chi usufruisce dell’intervento affina conoscenze specifiche che lo guidano nella risposta comportamentale più idonea a soddisfare il bisogno o la richiesta “implicita” del figlio, a seconda della sua specifica fase di sviluppo (infanzia o adolescenza);
  • chi usufruisce dell’intervento non è necessariamente portatore di una diagnosi, in questo caso il bambino o l’adolescente, ma è un nucleo familiare che porta alla luce una difficoltà di relazione e gestione di dinamiche emotivo-comportamentali che uniscono l’agire del bambino o dell’adolescente alla reazione del genitore;
  • l’intervento agisce su un piano comportamentale attraverso un intervento che è in fase iniziale di tipo psico-educativo, ovvero tiene conto di dinamiche: comportamentali, cognitive, psicologiche ed educative.

Questo approccio restituisce ai genitori la responsabilità di aiutare i figli nel loro sviluppo, con conseguenze positive quali la diminuzione dello stress, che essi sperimentano affrontando i piccoli drammi quotidiani, l’aumento dell’autostima e la fiducia nel trovare soluzioni… (Benedetto, 2017).

Dovendo la promozione del benessere diventare una forma preventiva del disagio conclamato, ma anche uno strumento di “vita quotidiana”, l’intervento si avvale di fasi psico-educative, homeworks ed osservazioni ecologiche portando tanto le osservazioni del professionista, quanto gli strumenti acquisiti dal genitore, ad essere presenti e “vissuti” non solo in un’ambiente controllato, ma anche in un contesto ecologico, ovvero di vita reale.

È un diritto di ciascuno potersi occupare dei “piccoli drammi quotidiani”, mantenendo vivo il desiderio di non porre esclusivamente rimedio all’ “errore educativo” ma di considerare le diverse dimensioni psicologiche in atto (autostima, affettività, funzionalità del gruppo familiare).

Oltre il rimedio educativo: fra regole e cognizioni

Sia durante l’infanzia che nel periodo adolescenziale la possibilità di definire delle regole per i propri figli, può diventare un compito complesso e difficoltoso. Spesso esiste una “polarizzazione” nel reputare la regola educativa come una limitazione allo sviluppo del bambino. Paradossalmente

vivono maggiori esperienze di libertà quei fanciulli che si muovono in un ambito delimitato da alcune regole di base – ragionevoli e condivise – piuttosto che quelli che dispongono di un’apparente libertà (…) (A.O. Ferraris, A. Oliverio 2002).

La ragionevolezza e la condivisione, affondano le proprie radici in aspetti specie-specifici di quel nucleo familiare, ovvero:

  • condizioni sociali
  • autostima del ruolo genitoriale
  • cognizioni alla base dello stile educativo

Le condizioni sociali di un nucleo familiare determinano la possibilità di conoscere quali reali risorse o difficoltà quel nucleo familiare deve affrontare quotidianamente. Spesso elementi che sembrano “distanti” dalla gestione del rapporto genitori-figli (ad esempio il burn out lavorativo, un problema di salute, difficoltà coniugali …) possono incidere in maniera indiretta sulla funzione genitoriale.

L’autostima del genitore benché non sia un’ “eredità diretta” dell’autostima del bambino, diventa, quando c’è un fattore protettivo nell’affrontare numerose difficoltà. La percezione di sé come autoefficace nel ruolo genitoriale determina delle cognizioni “positive” alla base di una scelta educativa, essenziale nei momenti di difficoltà.

La reazione del genitore nasce da un comportamento pratico agito (ad esempio: rimproverare, urlare, incoraggiare …) e da una quota di emozioni (positive o negative) connesse. Questa reazione non è esclusivamente legata al comportamento del figlio, ma resta in parte ancorata al proprio sistema cognitivo, alla “propria credenza.

Le convinzioni dei genitori rispetto alle proprie capacità educative hanno una grande influenza sui comportamenti concreti con i figli (Benedetto, 2017).

Benchè i bambini ed i ragazzi vadano incontro ad una graduale autonomia dal genitore, il loro non è mai un completo rapporto di “dipendenza”, il bambino anche nei primissimi mesi, a partire dalle teorie di Bowlby, viene descritto in una relazione di attaccamento

ciò significa che il bambino acquista un ruolo attivo nell’instaurarsi della relazione (…) (A. Lis, S. Stella, G.C. Zavattini 1999).

Questo ruolo attivo è capace di generare risposte nell’adulto che a sua volta è connesso non solo al bambino o all’adolescente, il figlio, ma al contempo alle proprie cognizioni, al proprio grado di autostima, al proprio senso di autoefficacia, alle proprie cognizioni nonché alle condizioni sociali di vita.

Il valore di un’interazione quotidiana determina dunque la qualità di un rapporto diadico (genitore–figlio) che si innesta all’interno di una relazione che è, al contempo, coniugale e genitoriale (co-genitorialità) e con variabili riconducibili al benessere dell’inidviduo.

Perciò..

Quando una difficoltà è “solo” una difficoltà, possiamo occuparcene in un’ottica di benessere e prevenzione, perché “stare meglio o saper agire meglio” è un diritto che viene prima che merita tutta la nostra attenzione.

Il Focusing. L’arte di ascoltare il corpo

Nell’ambito della Psicoterapia, il Focusing è un metodo di conoscenza introspettivo, fondato sull’integrazione mente-corpo, che insegna a prestare ascolto alle sensazioni che il corpo trasmette nel momento in cui si indirizza l’attenzione verso l’interno di se stessi e ci si concentra su tematiche rilevanti della propria vita.

 

In particolare il Focusing, dall’inglese “mettere a fuoco”, attraverso l’ascolto attento e consapevole delle proprie sensazioni corporee, può aiutare le persone ad affrontare situazioni problematiche o questioni irrisolte attraverso la naturale predisposizione del corpo ad attivarsi in un processo di autoguarigione e risoluzione.

La sensazione è la prima realtà autentica, non ancora verbalizzata, con cui entriamo in contatto e rappresenta il linguaggio comunicativo che il corpo utilizza al fine di dare risposte concrete a questioni rilevanti. Può accadere che alcuni problemi si manifestino attraverso blocchi interiori o atteggiamenti che fanno sentire in trappola e senza una via di uscita; in tali casi il corpo può rappresentare una risorsa preziosa nel momento in cui impariamo a riconoscere i segnali che ci trasmette con l’ausilio del Focusing.

La nascita del Focusing

Il Focusing è stato ideato negli anni ‘60 da Eugene Gendlin, filosofo e professore di Psicologia presso l’Università di Chicago, fu allievo e collaboratore di Carl Rogers, psicologo umanistico fondatore della “terapia non direttiva”.

Nel corso della sua esperienza clinica, Gendlin rilevò che i pazienti che traevano maggiore beneficio dalla psicoterapia erano quelli che mostravano un’abilità innata a percepire i segnali provenienti dal corpo. Tali pazienti vennero da lui definiti “natural focuser”.

Secondo Gendlin, la capacità di entrare in contatto con i propri segnali corporei era efficace a livello terapeutico, nella misura in cui innescava un processo di trasformazione dell’esperienza in cui si allentavano nodi e criticità; il paziente poteva trarne un beneficio attivando nuove risorse/strategie e intravedendo maggiori possibilità di risoluzione. Al contrario, i pazienti che non mostravano tale abilità innata di ascolto dei segnali corporei risultavano nel complesso trarre minore beneficio dalla psicoterapia.

Per Gendlin, la chiave intorno alla quale ruota l’intero processo di Focusing è il “felt-sense”, in italiano la “sensazione sentita”: una sensazione corporea ricca, complessa e significativa che è possibile sperimentare in relazione ad una tematica rilevante della propria vita. La sensazione sentita è un’esperienza fisica che si presenta inizialmente vaga, indefinita e difficile da decifrare ma attraverso il processo di Focusing può essere riconosciuta e acquisire un’identità.

Nel momento in cui la sensazione sentita viene riconosciuta e identificata, si verifica un’attivazione corporea che innesca una reazione, dando origine ad alcuni successivi cambiamenti che possono manifestarsi concretamente in sensazioni di sollievo, liberazione, calore, leggerezza e benessere interiore.

Imparare a riconoscere la “sensazione sentita”: le sei fasi del processo di Focusing

Gendlin riteneva che la capacità innata mostrata da alcuni individui di focalizzarsi sulla sensazione sentita potesse essere acquisita con l’apprendimento. A tale riguardo sviluppò una tecnica per insegnare il Focusing portandolo al di fuori del setting clinico e diffondendone la pratica in vari contesti. Nel 1978 Gendlin pubblicò il libro“Focusing” nel quale illustrava un metodo strutturato in sei fasi finalizzato a percepire le reazioni significative del proprio corpo e a riconoscere la sensazione sentita favorendo l’attivazione di un processo di sviluppo personale. Nel 1985 fondò l’istituto di Focusing, attualmente Istituto Internazionale di Focusing, con l’obiettivo di diffondere la conoscenza e l’uso di tale pratica presso le comunità accademiche e professionali.

Le sei fasi del processo di Focusing elaborate da Gendlin sono le seguenti:

  • Fase 1: Creare uno spazio

Durante la prima fase è importante creare una condizione di silenzio e rilassamento che favorisca un atteggiamento di ascolto indirizzato verso il proprio interno, prestando attenzione alle sensazioni trasmesse dal corpo. In tale fase si riflette sulla propria vita e ci si pongono degli interrogativi quali ad esempio: “Cosa è più importante per me in questo momento?”, “Cosa mi preoccupa?”, “Cosa provo in questo preciso istante?”

All’emergere di una preoccupazione è necessario non identificarsi con essa ma limitarsi ad individuarla, “sì, c’è qualcosa, posso sentirlo”, ponendosi in una condizione di ascolto dei segnali corporei percepiti. Riuscire a mettere uno spazio tra se stessi e il problema ovviamente non risolve il problema ma aiuta a non identificarsi con esso, quindi: “Io riconosco di avere un problema, ne sono consapevole, lo vedo e riesco a tenerlo a distanza”.

L’atteggiamento con cui ci si pone in ascolto delle proprie sensazioni corporee non deve essere giudicante ma di comprensione e accettazione.

  • Fase 2: La sensazione sentita (felt-sense)

Nel momento in cui ci si focalizza su una questione specifica tra le tante che arrivano alla coscienza, è fondamentale ascoltare la risposta che il corpo rimanda senza analizzarla, mantenendosi a distanza e ascoltando la sensazione che essa produce a livello corporeo.

La questione oggetto del nostro interesse sarà costituita da molti elementi che è possibile avvertire nella loro globalità. Focalizzandosi sul punto esatto del corpo in cui tali elementi si concentrano, si giunge a percepire il nucleo della questione e si impara a captare la sensazione sentita di tutto ciò. La sensazione inizialmente è vaga e indistinta e rappresenta il modo in cui l’organismo ha percepito l’esperienza nel suo insieme. La capacità di focalizzarsi sulla sensazione sentita consente di intervenire sull’esperienza stessa modificandola.

  • Fase 3: La simbolizzazione

In tale fase è importante rimanere concentrati sulla sensazione sentita in modo da lasciarsi guidare nell’individuazione della parola, frase o immagine che possa rappresentare il simbolo per descriverla nel modo più adeguato. Il simbolo potrebbe essere rappresentato ad esempio da un aggettivo quale spiacevole, pesante, teso, bloccante ecc..

  • Fase 4: La risonanza

Si dovrà successivamente ripercorrere il passaggio tra la sensazione sentita (fase 2) e il simbolo che si è scelto per descriverla (fase 3), al fine di verificarne la reciproca risonanza. Nel momento in cui si trova la perfetta rispondenza tra sensazione e simbolo si manifesta di solito un segnale fisico che può essere una forma di sollievo o di rilassamento. Bisogna lasciare che la sensazione sentita e il simbolo siano entrambi liberi di modificarsi fino a quando non si raggiunge una perfetta coincidenza con la qualità della sensazione stessa.

  • Fase 5: Porre domande

Nella quinta fase del Focusing si interroga direttamente la sensazione sentita, ponendo domande quali ad esempio: “Qual è il significato di questa sensazione?”, “Perché si presenta in questo modo?”, “Cosa c’è in questa sensazione?”.

È importante non forzare la risposta lasciando che sia il corpo a reagire dando origine ad un cambiamento che può essere avvertito come un leggero sollievo o rilassamento.

  • Fase 6: Accoglienza

La risposta prodotta dal corpo che dia origine ad un cambiamento deve essere accolta positivamente. È importante soffermarsi per qualche istante su tale cambiamento poiché ne seguiranno altri che aiuteranno la persona ad affrontare la questione, ponendosi in modo nuovo e attivando nuove strategie di fronteggiamento di cui in precedenza non era consapevole.

A questo punto il processo di Focusing può considerarsi avviato.

In sintesi

Le sei fasi descritte non si sviluppano secondo una successione rigida ma la descrizione dei passaggi è indicativa della dinamica con cui si svolge l’intero processo.

Il Focusing è una modalità gentile, accettante e non giudicante di porsi in ascolto delle sensazioni corporee al fine di attivare un processo indirizzato al superamento di determinate situazioni problematiche a partire dai segnali trasmessi dal corpo. A conclusione di una seduta positiva di Focusing otteniamo dunque una migliore comprensione di noi stessi unitamente ad una nuova visione delle tematiche rilevanti della nostra vita, accrescendo l’autoconsapevolezza e il benessere psicofisico. Il Focusing può fornire un efficace sostegno alla persona nel favorire il superamento di blocchi interni, nel promuovere il problem solving, il processo decisionale, la creatività e il cambiamento.

Praticare la via del Focusing significa essere in grado di sfruttare la saggezza del nostro corpo:

Il corpo sa in che modo guarire e vivere. Se avrete la pazienza di ascoltarlo per mezzo del Focusing vi indicherà la direzione giusta (E.T. Gendlin).

Rallentiamo… e scegliamo! Child training per l’ADHD (2018) – Recensione del libro

All’interno del contesto specialistico italiano il programma presentato in Rallentiamo… e scegliamo è il primo Child Training italiano per l’ ADHD fondato sui principi dell’ ACT, una terapia comportamentale basata sulla Relational Frame Theory (RFT, teoria scientifica del linguaggio e della cognizione umani).

 

Il Disturbo di Attenzione e Iperattività (DDAI o ADHD) è un disturbo cronico e pervasivo dell’età evolutiva caratterizzato da disattenzione, iperattività e impulsività e secondo le linee guida SINPIA del 2002 un intervento terapeutico adeguato deve basarsi su un approccio multimodale, che combini insieme interventi psicosociali e terapie mediche, e sulla definizione di un programma terapeutico individualizzato, che avvenga sempre attraverso il coinvolgimento, non solo del bambino, ma anche di genitori e insegnanti.

L’approccio psicoeducativo è costituito da interventi “accomunati dall’obiettivo di modificare l’ambiente fisico e sociale del bambino al fine di modificarne il comportamento” (SINPIA, 2002). All’interno del trattamento risultano quindi utili percorsi di Parent Training per i genitori e di Teacher Training per gli insegnanti, allo scopo di aumentare la comprensione delle caratteristiche del bambino con ADHD e di individuare le strategie più utili per una gestione funzionale delle difficoltà che tali caratteristiche comportano, e programmi di Child Training rivolti ai bambini con ADHD e finalizzati a potenziare le loro abilità sociali e la loro competenza emotiva.

In questa cornice trova posto il workbook Rallentiamo… e scegliamo a cura di Laura Vanzin e con il contributo di Valentina Mauri, Angela Valli e Margherita Fossati.

La matrice teorica alla base del libro Rallentiamo… e scegliamo

Rallentiamo… e scegliamo è un manuale che nasce con lo scopo di essere usato come libro di esercizi e nel quale viene proposto un metodo di auto-aiuto, perciò rivolto a professionisti e non, fondato scientificamente, offrendo un modello di terapia psicologica per bambini e ragazzi con le difficoltà collegate all’ ADHD.

All’interno del contesto specialistico italiano il programma presentato in Rallentiamo… e scegliamo è il primo Child Training italiano per l’ ADHD fondato sui principi dell’ACT, una terapia comportamentale basata sulla Relational Frame Theory (RFT, teoria scientifica del linguaggio e della cognizione umani).

Le autrici hanno scelto tale approccio in funzione delle caratteristiche che l’ ADHD presenta: una scarsa consapevolezza dell’ambiente e dei suoi elementi, a causa della tendenza a spostare frequentemente il proprio focus attentivo, e una forte reattività emotiva impulsiva indipendente dall’emozione sperimentata (rabbia, tristezza, gioia, etc.). Infatti in presenza di comportamenti impulsivi risulta fondamentale dilatare il tempo tra impulso e azione, creando uno spazio temporale che consenta al soggetto di poter individuare le alternative a disposizione e di scegliere cosa agire, riducendo così gli automatismi disfunzionali e aumentando la consapevolezza. L’ ACT con i suoi sei processi terapeutici fondamentali – quali: contatto con il momento presente (essere qui adesso), defusione (osservare il proprio pensiero), accettazione (aprirsi), sé come contesto (pura consapevolezza), valori (sapere quello che è importante) e azione impiegata (fare quello che serve) – favorisce la flessibilità psicologica, ossia l’abilità del soggetto di essere nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alla propria esperienza e di intraprendere azioni guidate dai propri valori: “essere presente, aperto e fare ciò che conta” (Fare ACT, 2015).

Modalità di intervento e approccio terapeutico

I numeri dell’intervento di Vanzin e colleghe sono:

  • gruppi di massimo 4/5 soggetti di età compresa tra gli 8 e i 13 anni con diagnosi di ADHD
  • per ciascun gruppo 2 conduttori e se possibile un osservatore
  • 4 incontri individuali tra i conduttori e il bambino con i genitori, così organizzati: uno preliminare per presentare il programma e le sue caratteristiche; due durante il percorso per monitorarne l’andamento e uno finale di restituzione
  • 25 incontri di gruppo a cadenza settimanale

Ogni incontro ha la durata complessiva di un’ora e mezza suddivisa in 75 minuti per svolgere le attività descritte nel “Programma di child training”, descritto successivamente, e 15 minuti in cui i conduttori si dividono per spiegare ai genitori i contenuti della sessione svolta e gli eventuali “allenamenti” (attività da svolgere a casa per allenarsi su quanto appreso) previsti per la settimana, mentre i bambini conteggiano i punti guadagnati e svolgono un’attività di gioco.

In ogni incontro è prevista l’assegnazione di punti che servono per ottenere i premi, questa operazione è un efficace sistema di rinforzo che consente al bambino di cogliere il legame tra l’emissione di un comportamento e il rinforzo che ne consegue ed inoltre supporta il livello motivazionale.

Nel workbook Rallentiamo… e scegliamo vengono fornite anche chiare indicazioni relativamente a comportamenti negativi (es. un comportamento aggressivo o particolarmente provocatorio) che i bambini potrebbero manifestare all’interno del gruppo. Tale argomento conclude la parte introduttiva e di spiegazione generale del percorso, nel capitolo successivo “Programma di child training” si dà ampio spazio alle attività suddivise per incontro. Ogni attività è descritta dettagliatamente indicandone obiettivi specifici, materiali e modalità ed è interessante notare che è anche segnalato chiaramente il comportamento target che si vuole elicitare nel bambino con eventuali suggerimenti per effettuare un monitoraggio immediato, come ad esempio nell’incontro 2 all’attività n.3 il comportamento target è illustrato come: “ascolto in silenzio del racconto (fare delle pause durante il racconto per accertarsi che i bambini stiano ascoltando e abbiano compreso quanto letto)”. Il monitoraggio immediato rappresenta una verifica istantanea dell’apprendimento in itinere del bambino, in aggiunta a questo vi è una valutazione del percorso globale determinata dal confronto tra questionari clinici (es. CBCL 6-18 e le scale Conners’) da somministrare pre e post intervento.

Il manuale si chiude con il “Libretto della token economy” da consegnare a ciascun partecipante, poiché è esplicitato il sistema dei punti e l’elenco dei premi e contiene una tabella da compilare con i punti guadagnati e spesi ad ogni incontro.

In conclusione

L’intervento mostrato da Vanzin e colleghe in Rallentiamo… e scegliamo si pone come scopo il miglioramento della qualità di vita di bambini con ADHD attraverso attività volte a migliorare l’attenzione e la capacità di focalizzarsi su un’attività per volta, potenziare l’autocontrollo e la capacità di indirizzare efficacemente il proprio comportamento, ridurre le risposte impulsive e aumentare le scelte comportamentali consapevoli orientate verso i valori personali. Tutto ciò ha ricadute positive sul benessere psicologico del bambino e quindi sulle sue abilità sociali e sull’immagine di sé.

Il programma si presenta come esperienza di gruppo, ma le autrici suggeriscono anche l’alternativa di un setting individuale, infatti con gli opportuni accorgimenti può essere agevolmente adattato per terapie individuali e personalmente ritengo che alcune attività, eventualmente tutte se adeguatamente adattate alle caratteristiche del singolo bambino, possano inoltre rappresentare una valida alternativa all’interno di percorsi terapeutici per difficoltà differenti dall’ ADHD.

Ortoressia nervosa: quali i fattori di rischio?

Nel corso degli ultimi anni l’attenzione rispetto al tema dell’alimentazione è progressivamente aumentata, portando una parte più ampia della popolazione ad interrogarsi più frequentemente sulla qualità della propria dieta.

 

Il mantenimento di un’alimentazione sana ed equilibrata è infatti uno degli elementi fondamentali per il raggiungimento di uno stile di vita salutare. Questo tipo di preoccupazione può però portare in alcuni casi ad esiti dannosi sul piano fisico e sociale.

Ortoressia nervosa: disturbo dell’alimentazione o ossessivo-compulsivo?

L’ ortoressia nervosa (ON), descritta per la prima volta dal medico Steven Bratman (1997), è una condizione caratterizzata da un’ossessione patologica rispetto all’assunzione di solo cibo sano. Contrariamente alle persone affette da anoressia nervosa (AN), il pensiero prevalente non è la forte restrizione di apporto calorico in vista del mantenimento di un basso peso corporeo, ma la qualità e la preparazione del cibo assunto. L’obiettivo principale per coloro che riportano questa condizione è il raggiungimento di un senso di purezza e salute, che porta ad una restrizione progressiva degli alimenti considerati sani, arrivando in alcuni casi alla completa eliminazione di alcuni gruppi alimentari (es. carne, pesce, latticini, uova) o di alimenti considerati dannosi per la salute (es. farinacei contenenti glutine, alimenti non biologici).

Tale comportamento risulta causa frequente di perdita di peso e malnutrizione. Inoltre, coloro che riportano ortoressia nervosa impiegano una parte sempre maggiore del proprio tempo nell’acquistare, pianificare e preparare pasti equilibrati e sani, comportamento che può diventare interferente rispetto ad altre aree di funzionamento, impattando sulla loro qualità di vita. Queste persone arrivano inoltre ad evitare progressivamente situazioni che comportano il dover mangiare con gli altri, andando ad inficiare l’ambito relazionale. L’ ortoressia nervosa è una condizione emersa recentemente, di difficile definizione in termini clinici: è infatti in corso una discussione rispetto alla sua definizione come disturbo dell’alimentazione o come una specifica forma di disturbo ossessivo-compulsivo, e quindi non è stata ancora inclusa all’interno dei principali manuali diagnostici, come l’ICD-10 e il DSM-5.

Ortoressia nervosa: la review sui fattori di rischio

L’università di York ha recentemente effettuato una prima review esaustiva volta ad individuare quali possano essere i principali fattori psicosociali predisponenti allo sviluppo di ortoressia nervosa. L’obiettivo principale della ricerca è stato di esaminare criticamente i risultati emersi da ricerche che abbiano analizzato i fattori psicosociali associati positivamente all’ ortoressia nervosa, determinando la natura delle dinamiche psicopatologiche a essa sottostanti e offrendo spunti per future ricerche di approfondimento. La review è stata condotta analizzando tutti gli articoli pubblicati sull’ ortoressia nervosa fino al 31 dicembre del 2018 su due importanti database (PsycINFO e MEDLINE/Pubmed). I dati sono poi stati confrontati e amalgamati, evidenziando i fattori psicosociali predisponenti allo sviluppo di tale condizione emersi più frequentemente in studi considerati validi dal punto di vista metodologico.

La review di McComb e Mills ha messo in luce che i fattori psicosociali associati positivamente all’ ortoressia nervosa sono risultati la presenza di una storia pregressa di disturbi dell’alimentazione, di tratti ossessivo-compulsivi, di pensieri negativi e di preoccupazioni rispetto alla propria immagine corporea, di tendenza al perfezionismo, di un regime dietistico e di motivazione al raggiungimento di uno stato di magrezza. L’importanza di questo studio risiede nella possibilità di un migliore riconoscimento e di prevenzione di tale condizione, la gravità e la presenza della quale vengono spesso sottostimate da coloro che lavorano in ambito sanitario.

La differenza tra una pianificazione equilibrata della propria alimentazione e un’ossessione patologica rispetto all’assunzione di cibo sano può infatti non essere immediatamente evidente, portando alla mancata rilevazione di una condizione di disagio significativo. Risulta quindi importante sottolineare che il mantenimento di una dieta sana ed equilibrata può essere un comportamento che, se attuato con modalità rigide e portate all’estremo, può essere malsano.

 

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