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L’ Attention Training Tecnique e i suoi effetti benefici sullo stress degli studenti universitari

Uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Psychology ha indagato gli eventuali effetti del Training Attentivo (Attention Training Tecnique – ATT) sullo stress, in un campione di studenti universitari di età compresa tra i 19 e i 43 anni.

 

Secondo il Self-Regulatory Executive Function model (S-REF) di Wells e Matthews (1994), le reazioni di stress sono dovute a pensieri rimuginativi sui quali ci concentriamo e che attivano la cosiddetta Cognitive Attentional Syndrome (CAS), ovvero una modalità di pensiero caratterizzata da processi di elaborazione dell’informazione focalizzati sul rimuginio.

Una tecnica sviluppata sulla teoria della CAS e utilizzata per intervenire sul pensiero rimuginante è l’ Attention Training Tecnique (ATT), il cui scopo è quello di dirigere l’attenzione su un compito uditivo. Inizialmente, il paziente viene invitato a concentrarsi su un suono dell’ambiente, come il ticchettio dell’orologio, senza lasciarsi distrarre da altri rumori (attenzione selettiva); secondariamente, il terapeuta induce il paziente a spostare l’attenzione su rumori più distanti come, per esempio, il rumore del traffico o il vociare delle persone per strada, senza lasciar andare del tutto il primo suono sul quale si era soffermato (cambio di attenzione; Wells, 1990).

Avendo l’ATT dimostrato la propria efficacia su disturbi dello spettro ansioso e depressivo, gli autori del presente studio (Myhr et al., 2019) si sono domandati se questi stessi effetti benefici si potessero ottenere anche sulle manifestazioni di stress, in particolare quello esperito dagli studenti universitari.

Le teorie di riferimento utilizzate nella ricerca sperimentale sono la Transaction Theory of Stress (Lazarus & Folkman, 1984), che vede nella situazione stressante una condizione che l’individuo non riesce ad affrontare efficacemente per la mancanza delle risorse necessarie e l’S-REF model che invece collega le manifestazioni di stress alla ruminazione, al rimuginio e alla sensazione del mancato controllo sui propri pensieri.

Lo studio si propone di indagare gli effetti dell’ Attention Training Tecnique sulla meta-preoccupazione di studenti universitari sotto stress; un gruppo sperimentale e uno di controllo, per un totale di 48 soggetti, sono stati reclutati al fine di analizzare l’ipotesi.

Ai partecipanti sono stati somministrati il Perceived Stress Scale 14 (PSS-14) e il Meta-WorryQuestionnaire (MWQ) per avere una misura rispettivamente dello stress percepito e del livello della meta-preoccupazione e sono state testate le differenze tra i due gruppi.

I risultati mostrano che vi è una differenza statisticamente significativa tra il gruppo che ha seguito l’ATT e il gruppo di controllo. Inoltre, il gruppo sperimentale, ha mostrato in seguito a 4 settimane di applicazione della tecnica, una diminuzione dello stress significativa e una diminuzione (non significativa) della meta-preoccupazione rispetto alla condizione iniziale.

Questi risultati preliminari aprono la strada a possibili ricerche future nel medesimo campo d’interesse, possibilmente con un campione più numeroso e variegato.

 

13 Novembre: la strage di Parigi e il Bataclan di Massimo Priviero

Era un venerdì, quel 13 novembre 2015. Anche a Parigi era una sera che si affacciava sul fine settimana, ma niente è andato come avrebbe dovuto. Le televisioni di tutto il mondo hanno seguito in diretta gli sviluppi di quella follia di cui tutti stati attoniti spettatori. Davanti a queste immagini che scorrono sui teleschermi la domanda è sempre “perché?”. Perché il terrorismo?

 

Era un venerdì, quel 13 novembre 2015. Anche a Parigi era una sera che si affacciava sul fine settimana, quando tutti cominciano a rilassarsi. Chi allo stadio a seguire una partita di calcio, chi a cena fuori con gli amici, chi a godersi un concerto.
Ma niente è andato come avrebbe dovuto andare.

Le televisioni di tutto il mondo hanno seguito in diretta gli sviluppi di quella follia di cui tutti ci siamo trovati ad essere attoniti spettatori.

L’effetto del terrorismo su ciascuno di noi

Davanti a queste immagini che scorrono sui teleschermi la domanda è sempre “perché?”. Perché il terrorismo? Cerchiamo di dare una risposta basandoci sul contributo del dottor Marco Cannavicci, psichiatra e criminologo, per conto del CEPIC (Centro Europeo Psicologia Investigazione e Criminologia).

L’atto terroristico, attraverso gesti eclatanti, spaventosi, volti a suscitare forti reazioni emotive, ha come obiettivo non tanto le singole vittime quanto tutta la comunità, tutta la popolazione che in qualche modo si identifica con le vittime. Vuoi per motivi di nazionalità, di cultura, di appartenenza religiosa. L’atto compiuto, amplificato dai media che diventano complici più o meno involontari di un progetto ben studiato, colpisce tutti noi modificando le nostre abitudini, le nostre reazioni, minano le nostre certezze, facendoci sentire insicuri anche a casa nostra.

La routine quotidiana viene spezzata e sostituita da un’insicurezza volta a minare i valori stessi della nostra società. Istintivamente si diventa più diffidenti, sospettosi, ostili verso quello che viene avvertito come una potenziale minaccia. E più avvertiamo che i rischi sfuggono al nostro controllo, più ci sentiamo minacciati, in pericolo, amplificando il nostro disagio. E soddisfacendo le aspettative di chi ha pianificato le aggressioni.

L’atto terroristico provoca in chi lo subisce una sottovalutazione del proprio ruolo e della propria possibilità di reazione e una parallela sopravvalutazione della forze e del potere di chi lo attua.

La suggestione inibisce il ragionamento

Di fronte alla prorompente ondata emotiva scatenata dall’atto terroristico si produce in chi ne resta coinvolto, anche solo come inerme spettatore, un condizionamento psicologico che dà luogo ad una suggestione collettiva, ossia un convincimento indotto da una forza esterna alla quale non si riesce ad opporsi con sufficiente fermezza.

Come ci spiega il filosofo John Dewey, la suggestione è una risposta istintiva, che sfugge al nostro controllo, e che si innesca in una situazione di sconvolgimento generando un’idea di soluzione che ci tolga dagli impicci.

Per arrivare ad una soluzione pratica, alla suggestione deve poter subentrare un processo di intellettualizzazione che approfondisca il pensiero iniziale osservando e mettendo a fuoco il problema. Da qui nascerà l’idea che anticipa la possibile soluzione. E’ il ragionamento che, verificando le ipotesi sulla base delle esperienze acquisite, indicherà quali conseguenze si verificheranno se l’idea verrà adottata.

Cosa fare?

Sempre dagli studi effettuati dal dottor Cannavicci (2019) emerge come la reazione più efficace agli atti terroristici sia di mantenere il più possibile la nostra quotidianità, le nostre abitudini, non consentendo che paura e smarrimento condizionino la nostra vita.

Difficile, certo, ma possibile. Un modo di affrontare la tragica notte di Parigi, e altre che le sono tristemente affini, ce lo propone una canzone, “Bataclan” appunto, che proprio quella sera ha preso vita e che ci viene raccontata dal suo autore.

Massimo Priviero racconta il suo “Bataclan”

 Accadde una sera di metà novembre. E avevo un concerto giusto il giorno dopo che, diversamente da quel che accadde per il novanta per cento dei casi, decisi di non annullare. Mi portai a casa l’emozione fragile e commossa di quella sera mentre cuore e testa continuavano a girare intorno all’attentato che c’era stato a Parigi. Parigi dolcissima. Carica di ricordi splendidi dei miei vent’anni quando ad esempio più volte mi era capitato di andarci e di mantenere i miei viaggi a prezzo ridotto suonando a qualche fermata di metropolitana. Dopo l’attentato, mi ritrovai a scrivere questa canzone quasi inevitabilmente e in modo del tutto naturale. Tuttavia non volevo che scoppiasse alcuna bomba. Mi sembrava stupido che questo accadesse quanto mi arrivava inutile una qualsiasi condanna che potevi facilmente fare riferendoti a un qualche criminale suicida. La dolcezza di un sentimento doveva vincere su qualsiasi morte, anche la più terribile, anche la più ingiusta. Vidi in televisione i genitori di Valeria (Solesin, la giovane vittima italiana), li sentii parlare della figlia con una nobiltà e con una serenità che mi commosse come poche volte mi era accaduto. Pensai che nessun accadimento avrebbe mai potuto vincere simile nobiltà. Pensai a quanto imbattibile è l’amore che lega una madre ad un figlio. Dunque delle bombe e degli spari non mi importava proprio più niente come non mi importava niente considerare quali mai potessero essere le misure giuste da prendere per fermare dei pazzi criminali. Non avevo conoscenza al riguardo. A quali potessero essere i modi migliori per arginare certe cose ci avrebbe pensato chi era preposto a farlo, inevitabilmente sbagliando come spesso i fatti hanno dimostrato. Tuttavia, amor vincit omnia è stato scritto. Oh, non mi riferisco all’amore da dare al fratello che ti spara in fronte, non credo neppure che sarei capace di farlo. Intendo ancora l’amore che nessuna morte può uccidere finché solo un frammento di questo potrà sopravvivere fors’anche in un angolo di memoria. Così pensando scrissi questo dialogo leggero tra Valeria e la sua mamma, così pensando mi venne di provare a fissare un sorriso bellissimo di una giovane donna partita senza paura per giocarsi le proprie carte di vita lungo un boulevard. Credo davvero che, in qualche modo, questa giovane vita non sia finita in una sera dentro ad un locale di Parigi. Immagino che questa continui, come se fosse stata fatta propria da tante altre giovani vite che si muovono per gli stessi boulevard in modo simile al suo. Un modo forte, bellissimo, carico di sole e desideroso in qualche misura di stringere la mano di chi si muove vicino a te. No, non credo affatto che la vita di Valeria Solesin sia finita una sera a Parigi in un locale chiamato Bataclan.

 

BATACLAN – LA CANZONE DI MASSIMO PRIVIERO:

 

Adottare comportamenti di sostenibilità ambientale. Cosa ci motiva?

Nonostante il forte interesse creato intorno alla problematica ambientale, non tutti condividono la necessità di cambiare le proprie abitudini e di impegnarsi in comportamenti a favore dell’ambiente (O’Brien, 2015). Per questo motivo la psicologia si è recentemente interessata ad approfondire quali fattori spingano le persone ad intraprendere condotte a supporto dell’ecologia.

 

Il 23 settembre 2019 la giovane attivista svedese Greta Thunberg ha tenuto un discorso sul clima particolarmente accorato al summit Onu, che ha fatto molto discutere i media di tutto il mondo (United Nations, 2019). In questo discorso, la giovane attivista ha rimproverato duramente i leader mondiali accusandoli di non fare abbastanza per fronteggiare l’emergenza climatica, e focalizzando l’attenzione sul fatto che la sostenibilità ambientale dovrebbe diventare la priorità delle politiche sociali di tutti i governi del pianeta (United Nations News, 2019).

Greta Thunberg è diventata il nuovo volto del movimento ambientalista di tutto il mondo, riuscendo a coinvolgere e sensibilizzare un numero sempre maggiore di persone intorno al climate change (SWG, 2019). Le nuove generazioni sembrano essere quelle che hanno recepito maggiormente la rilevanza di questa problematica (SWG, 2019), come dimostrato dalla straordinaria partecipazione degli studenti al 3° Global Strike For Future, un grande programma di eventi e manifestazioni di sensibilizzazione della popolazione mondiale sul tema dei cambiamenti climatici (Fridays for Future Italia, 2019).

La ricerca ha chiaramente dimostrato che i problemi ambientali sono il risultato del comportamento dell’uomo (Cook, et al., 2013; 2016; Trenberth, 2018), e che situazioni quali l’inquinamento dell’aria, l’aumento dei gas serra, la deforestazione, e la contaminazione delle acque sono conseguenze dirette dell’impatto degli esseri umani sulla natura (IPCC, 2014). Se in passato c’era meno consapevolezza della problematica ambientale, oggi sempre più persone decidono di apportare cambiamenti al proprio stile di vita assumendo comportamenti in linea con le richieste ambientali (Ballew, et al., 2019). Tuttavia, nonostante il forte interesse creato intorno a questa tematica, non tutti condividono la necessità di cambiare le proprie abitudini e di impegnarsi in comportamenti a favore dell’ambiente (O’Brien, 2015). Per questo motivo la psicologia si è recentemente interessata ad approfondire quali fattori spingano le persone ad intraprendere condotte a supporto dell’ecologia.

Alcuni studi basati sulla Self-Determination Theory (SDT; Ryan, & Deci, 2017), hanno iniziato ad indagare i fattori motivazionali che portano alla decisione di avere uno stile di vita a basso impatto ambientale. In una rassegna di studi, Pelletier, Baxter, e Huta (2011) hanno osservato che quando si è intrinsecamente motivati verso comportamenti a favore dell’ambiente si tende ad intraprendere con maggiore frequenza, continuità ed impegno attività quali: riciclo, riutilizzo prodotti, risparmio energetico e di risorse. La motivazione intrinseca, infatti, fa riferimento alla tendenza a svolgere una determinata azione per l’esclusivo piacere e la soddisfazione nel compierla (es. riciclare per il piacere di migliorare la qualità dell’ambiente) e si contrappone alla motivazione estrinseca che invece è caratterizzata dalla tendenza a fare qualcosa non per la condivisione o l’interesse dell’attività, ma per ottenere una conseguenza positiva o evitarne una negativa (es. riciclare per evitare una multa). Anche la motivazione estrinseca può promuovere l’uso di stili di vita eco-sostenibili, ma generalmente questa tipologia di motivazione è efficace solo nel breve periodo e tende a mantenere i comportamenti contingenti alla presenza dei fattori esterni (Ryan, & Deci, 2017). Riprendendo l’esempio precedente, se la motivazione è prettamente estrinseca, si potrebbe osservare una riduzione delle attività di riciclaggio appena le multe non vengono più fatte. Naturalmente, queste due tipologie di motivazione non sono categorie auto-escludenti, ma descrivono maggiormente un continuum, in cui ciascuna azione può essere guidata da una serie di motivi di natura più o meno intrinseca o estrinseca (Ryan, & Deci, 2017). Tuttavia, in generale, gli studi hanno messo in evidenza che, specialmente nei comportamenti a supporto dell’ambiente che risultano più difficili e quindi meno frequenti, è la motivazione intrinseca che riesce ad innescare il desiderio di intraprendere una determinata attività e che riesce a mantenerla stabile nel lungo termine, nonostante le avversità (Osbaldiston, & Sheldon, 2003).

Considerata l’importanza della motivazione intrinseca, risulta quindi cruciale identificare i fattori che possono promuovere questa forma di spinta verso uno stile di vita a basso impatto ambientale (Pelletier, 2002). Infatti, come è prevedibile, non tutti considerano la questione ambientale così fondamentale da apprezzare l’importanza di svolgere attività come differenziare i rifiuti, uscire a piedi, in bici, con i mezzi pubblici o acquistare prodotti eco-friendly. Tuttavia, in accordo con la teoria generale della SDT, i comportamenti eco-sostenibili che inizialmente sono motivati da fattori estrinsechi hanno la possibilità di essere internalizzati ed integrati con i propri valori diventando gradualmente più intrinsecamente motivati (Ryan, & Deci, 2017). Questo processo di internalizzazione ed integrazione è facilitato dalla presenza di contesti sociali che siano in grado di supportare la soddisfazione dei tre bisogni psicologi degli essere umani (autonomia, competenza e relazione).

Tra i contesti sociali che possono favorire o ostacolare l’internalizzazione dei comportamenti rispetto all’ambiente, risulta esserci l’organizzazione governativa di un paese che ha la responsabilità di definire e predisporre programmi di eco-sostenibilità a livello locale e nazionale (Pelletier, 2002). Diversi studi (Lavergne, Sharp, Pelletier, & Holtby, 2010; Marshall, Hine, & East, 2017) hanno mostrato che la percezione che i cittadini hanno delle politiche sull’ambiente del proprio governo è in relazione alla propria motivazione e ai comportamenti pro-ambiente riferiti. Nello specifico, se il cittadino percepisce che i programmi governativi per l’ambiente sono a sostegno dell’autonomia della comunità e degli individui, tende anche ad avere maggiore motivazione intrinseca ed anche un conseguente incremento di comportamenti eco-sostenibili. Al contrario, i governi percepiti come coercitivi nell’applicare i propri programmi a ridotto impatto ambientale sono associati a maggiore motivazione estrinseca da parte dei cittadini con una minore ricaduta sulla frequenza di azioni ecologiche. Oltre al supporto all’autonomia, diversi studi (Pelletier, & Sharp, 2008; Pelletier, & Aitken, 2014) suggeriscono che, per facilitare lo svolgimento di comportamenti pro-ambiente, i governi dovrebbero iniziare un percorso di sensibilizzazione centrato sull’impatto che il comportamento dei singoli individui possa avere sull’intera comunità. L’educazione ambientale dovrebbe quindi mettere in risalto le modalità che portano i singoli gesti ecosostenibili ad essere effettivamente d’aiuto per se stessi, ma anche per le future generazioni. Inoltre, per facilitare l’interiorizzazione di questi comportamenti eco-sostenibili, risulta indispensabile favorire la comprensione dei processi per cui un comportamento specifico possa effettivamente funzionare e spiegare le ragioni per cui sia importante implementarlo. Allo stesso modo, fornire un quadro ampio e completo di comportamenti eco-sostenibili da poter mettere in atto per salvare il pianeta può facilitare nel cittadino la volontà di trovare la forma più adatta per iniziare il cambiamento del proprio stile di vita.

La sostenibilità ambientale è stata definita la sfida da vincere a tutti i costi per la sopravvivenza dell’umanità (Guterres, 2019). Per questa ragione, motivare le persone a cambiare le proprie abitudini per permettere la tutela dell’ambiente e la riduzione dei rischi per il clima e la salute umana è diventato un compito di cruciale importanza. La psicologia, attraverso anche i contributi della Self-Determination Theory, sta portando avanti un filone di studi volti a comprendere quali strategie mettere in atto per favorire questo cambiamento. Risulta quindi chiara la necessità di una collaborazione di tutte le parti in causa verso l’applicazione di un piano di azione condiviso e lungimirante, che ottenga non solo cambiamenti provvisori, ma che promuova una piena internalizzazione della questione ambientalista in modo da avere risultati a lungo termine.

Il dono nella cultura romana: dal dono al senso di appartenenza

I romani al pari dei greci tenevano in maniera particolare all’ospitalità, anche se presero delle contromisure di ordine normativo e legale. Infatti, gli ospiti dovevano avere un lasciapassare che se, l’ospite era straniero, era un documento che attestava la sua identità e del paese o tribù da dove proveniva. Se l’ospite, invece, era legato da un vincolo di ospitalità, così come in Grecia, era dotato da una tessera hospitalis costituita da un oggetto diviso in due.

 

L’ospitalità romana trovava il massimo dell’espressione a tavola dove venivano preparati grandi pietanze e veri e propri spettacoli dedicati agli ospiti. L’invito ad un banchetto era un modo per poter legare rapporti sociali e personali. A tavola si parlava di politica, di filosofia, di arte, di musica, etc. Si racconta che Lucullo, conosciuto per l’estrema cura con cui preparava i banchetti e per la qualità dei cibi, invitò a cena Cicerone poiché quest’ultimo insinuava che se qualcuno fosse andato a casa di Lucullo senza preavviso avrebbe trovato un misero pasto. Lucullo invitò seduta stante Cicerone a cena senza preavvertire i cuochi e i camerieri dicendo al suo servo semplicemente di preparare e servire la cena nella sala Apollo. Il servo capì che il padrone avrebbe avuto ospiti importanti e fece servire una ricca cena. Il dono, ancora una volta, serve a far legame ma, anche, a dimostrare il proprio rango.

La sistematizzazione e la descrizione del dono, nella cultura latina, si deve a Cicerone con il De Officiis e a Seneca con il De beneficiis. I due termini indicano rispettivamente il rapporto o la relazione che si viene a creare tra ricevente e donatore (officium) e quella tra donatore e ricevente (beneficium). A. Accardi sostiene che ambedue gli autori costruiscono le loro opere sul beneficium come simbolo fondante la società creando e mantenendo i legami interpersonali. Per Cicerone il beneficium deve ispirarsi all’utilitas communis, mentre per Seneca sono benevolentia e amor che soli possono garantire la salvaguardia della relazione e della reciprocità.

Il dono inteso come modalità e/o simbolo per creare legami trova riscontro con gli studi di Mauss e Malinoski e, quindi, attiene al donare-ricevere e ricambiare. L’ Accardi, nel suo libro, mette l’accento sul contraccambiare e su come Seneca sostenga che il beneficium stia nell’atto del donare anche quando non vi è nessuna restituzione. Se non c’è contraccambio non si deve smettere di donare poiché, come sostiene Seneca, nullum perit. Al contrario, il donare senza ricevere niente in cambio, porta a guadagnare virtù e sapienza. La perdita legata alla mancata restituzione, invece, inficia il legame poiché se dal beneficium ci si attende un ritorno vuol dire che si dona con ingratitudine. Per Seneca si deve donare con humanitas, senza nessun tipo di arroganza onde evitare, da un lato, di mettere in difficoltà il ricevente e, dall’altro, di inserire il beneficium all’interno di un contesto di tipo economico come una pratica usuraia. Inoltre, in caso di mancata restituzione, bisogna perdonare il ricevente.

M.Lentano (2005), partendo dai lavori di Seneca e Cicerone, mette in risalto l’atto del donare nella cultura e negli usi e costumi dell’antica Roma facendo rilevare la natura del legame che si determina tra donatore e ricevente. Se si dona in maniera arrogante, senza humanitas, il rischio è di scatenare nel ricevente una reazione violenta che può anche portare all’uccisione del donatore. Se si riceve senza contraccambiare si passa come uomini poco onorevoli. Il donare, quindi, crea un obbligo nel ricevente tant’è che accettare un dono non è cosi semplice perché crea un obbligo. Il termine officium, relativo al contraccambiare, indica un dovere vincolante alla stessa stregua di una norma giuridica. Cicerone afferma che ricambiare un beneficio è anzi il più necessario fra tutti gli officia. Lantano riporta un’analisi dello storico francese Floro, il quale sostiene che la caduta di Cesare sia dovuta alla sua eccessive donazioni che hanno creato parecchio malcontento nella popolazione, che ha visto messa in pericolo la sua libertà. Riporta anche la descrizione di Polibio riguardo alla corona civica, un riconoscimento militare dovuto a chi salvava la vita di un commilitone in battaglia. L’incoronazione veniva fatta dal soldato salvato, che in questo modo si legava per sempre con il suo salvatore da un rapporto di riconoscenza. A volte i soldati salvati si rifiutavano e venivano costretti con la forza ad incoronare il compagno. Il rifiuto era dovuto alla particolare condizione in cui si sarebbe trovato da quel momento in poi ovvero quella di servatus, che a Roma indicava una persona che si assumeva un debito perenne che non poteva contraccambiare. Addirittura, da quel momento in poi, il salvatore costituiva un secondo padre per il salvato. Cicerone a questo proposito scrive che per tutta la vita viene venerato come un padre dal suo beneficato e riceve da lui tutti gli onori riservati al proprio genitore. Sempre Lantano fa rilevare che nella cultura latina la figura del padre è il beneficium datae vitae che fa nascere un legame incondizionato e non risarcibile poiché le eventuali controprestazioni che quest’ultimo potrebbe erogare a vantaggio del padre dipendono tutte, in ultima analisi, da quel primo beneficio paterno, senza dunque mai poterlo appieno eguagliare. I benificia paterni non si limitano soltanto al dare la vita ma, come riporta Livio, anche all’introdurre alla vita sociale e garantire la libertà. Inserendolo nella vita sociale, lo introduce anche alla patria che costituisce una meta struttura nel senso che è un antico parente che precede anche il padre biologico e concede gli stessi beneficia di quest’ultimo. Concedendo gli stessi beneficia comporta che gli abitanti sono sottoposti agli stessa officia. Il primo di questi obblighi è quello di essere costretti a dare la vita per la patria, la quale, come il padre, dà la vita ma può anche toglierla. E la toglie sotto l’ effetto del beneficium ovvero rendendo obbligato il ricevente.

Più avanti parleremo di un rito sociale presente in Sicilia – la fuitina – e di una storia tra reale e racconto – la baronessa di Carini – in cui si nota come questi concetti abbiano avuto una lunga storia. Inoltre, più avanti, analizzeremo anche il possesso dei figli che per la cultura greca e romana erano dei padri e nella nostra sono delle madri, con tutte le aberrazioni legate a questi accostamenti. Vorrei far notare come il confine tra dono e dono avvelenato nella cultura romana è sottilissimo ed anzi possiamo anche affermare che, in funzione del legame tra donante e ricevente, il dono contiene in sé ambedue gli elementi ovvero sia il benefico sia il veleno.

Il dono della vita affidata al padre trova riscontro anche nei riti quotidiani legati ai lari e ai penati. Era compito del capofamiglia occuparsi dell’edicola in cui venivano custoditi e offrire ad ogni pasto il cibo, in particolare, il sale, che purifica e conserva, e il farro primo cereale coltivato dai romani. L’offerta chiaramente era di natura simbolica e richiamava le origini (il farro) e la conservazione della discendenza (il sale). La vita è un beneficio che va custodito e conservato lungo l’arco delle generazioni: la presenza dei lari e dei penati all’interno della casa non fa altro che richiamare il principio del dono della vita. La posizione occupata dell’edicola all’entrata della casa indica che la storia di quella famiglia e dei suoi membri va letta attraverso le generazioni. L’occupazione dello spazio non è mai casuale, anche se spesso ci appare in questo modo, ma è la modalità di esprimere i legami che, come sembra ovvio, in base alla distanza sono percepiti come vicini o lontani. Per i romani non è sicuramente casuale, quindi, collocare i lari e i penati all’inizio della domus, non solo come protezione, come spesso è stato interpretato, ma ad indicare anche il luogo da cui tutto ha origine.

La nostra storia generazionale non solo ci protegge dalle intemperie della vita, ma, allo stesso tempo, costituisce, in senso lacaniano, il luogo dell’altro nel quale possiamo riconoscerci. Ripercorrendo lo stesso legame che lega i padri alla patria, a Roma vi erano anche i lari e i penati pubblici, che con le stesse modalità lega a sé gli abitanti. Tutti noi ci riconosciamo nel nostro paese, nella nostra regione, nel nostro stato. Non è un caso che differenziamo gli italiani dai tedeschi, gli austriaci dagli inglesi e così via. Ci riconosciamo all’interno di un contesto simbolico condiviso a cui ci sentiamo di appartenere. Il senso della patria, infatti, costituisce un processo di riconoscimento e sviluppa il senso di appartenenza. E’ un legame tanto forte quello che ci lega alla patria che, così come siamo disponibili a dare la vita per la nostra famiglia, per i nostri parenti, allo stesso modo la mettiamo al servizio della patria. Nei romani, un popolo essenzialmente di guerrieri, il dare la vita per la patria costituiva un modo per ricambiare il dono della vita che avevano ricevuto dai loro padri e dalle generazioni precedenti. Tanti poeti hanno dedicato poesie alla patria da Petrarca, a Carducci, a Leopardi, a Brecht, a Ungaretti e così via. Alcuni sono andati oltre esaltando le loro origini come Foscolo con la poesia A Zante e S. Mazza con Signuri, vogghiu briviscriri linguarrussisi (Signore, voglio rinascere linguaglossese), dedicate alle città che sono stati costretti ad abbandonare. La distanza, la lontananza, non rompe il legame, al contrario lo ravviva e lo rafforza riempiendolo di nostalgia.

Il dono serve a stabilire legami facendoci appartenere a un territorio, a una famiglia, a una stirpe, a una nazione, alla patria. Già Maslow ha messo in risalto che la base motivazionale che muove il comportamento umano oltre che dai bisogni fisiologici è determinata dal bisogno di appartenenza. Baumeister e Leary sostengono anch’essi che l’individuo sente il bisogno impellente di appartenere e, quindi, di formare relazioni. La matrice prima del senso di appartenenza viene identificata nella famiglia razionalizzandola con la consanguineità. Eppure le famiglie, lungo l’arco della trasmissione generazionale, fanno un lavoro al fine di conglobare i nuovi membri all’interno della loro stirpe. Alla nascita si sceglie il nome da dare al nuovo arrivato che generalmente era (attualmente questa tradizione è andata persa) quello del nonno/a paterno/a o materno/a a seconda dell’ordine di nascita. Il nome crea un legame immediato, ti chiami come tuo ……. Per dare senso a questo legame, anche quando l’antenato era defunto, così come detto in articoli precedenti, in Sicilia, durante la commemorazione dei defunti, quest’ultimi portavano, come quelli in vita nelle feste comandate, i doni. Il nome ed il cognome indicano che apparteniamo ad una famiglia, di cui siamo l’incarnazione dell’intera storia, ad un luogo, ad un territorio. Le storie familiari raccontate dai nonni o dai genitori hanno lo scopo di inglobarci all’interno della storia della nostra famiglia in modo da rappresentare la continuità generazionale. Il dramma vissuto dalle coppie che non possono avere figli e, quindi, garantire la continuità generazionale è il rovescio della medaglia del senso di appartenenza. E’ lo stesso dramma che vivono oggi molte famiglie con figli adottati le quali tentano, tante volte inutilmente, di far entrare i bambini adottati all’interno della loro storia generazionale e inevitabilmente si scontrano con la ricerca delle proprie origini da parte degli stessi ragazzi, una volta diventati adulti. Pensiamo per un attimo al dramma esistente qualche hanno fa sulla mancata nascita del figlio maschio che in quanto portatore e trasmettitore del cognome della famiglia poteva garantire la continuità generazionale.

Il nome e il cognome, soprattutto quest’ultimo, connotano, non solo che apparteniamo a quella famiglia, ma la stirpe di provenienza. In Sicilia per indicare la stirpe ogni famiglia aveva un sopranome che indicava le caratteristiche di provenienza e le peculiarità. La particolarità del sopranome era che non si perdeva mai neanche dopo il matrimonio. Infatti, le donne dopo il matrimonio magari perdevano il loro cognome indicandosi come la signora …. con il cognome del marito, ma restavano comunque x o tali con il sopranome. Un esempio di quanto affermato lo possiamo trovare nel libro Genti di linguarossa di S. Mazza (1).

Il nome ed il cognome, inoltre, ci danno informazioni sul luogo e il territorio da cui proveniamo. In ogni territorio e luogo vi sono nomi tipici di quel posto. A volte basta sentire il nome per capire da dove possa provenire il nostro eventuale interlocutore. Ciò è maggiormente valido per i cognomi i quali sono distribuiti all’interno di un territorio e luogo particolare. Tra l’altro cercando attraverso il cognome possiamo risalire all’origine delle famiglie. Giustamente Cigoli sostiene che con l’eredità non si trasmettono solo beni materiali, ma anche e soprattutto una storia familiare, che lui stesso insieme a Scabini ha indicato come il famigliare.

 

Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959 – Recensione del libro

Nel quadro generale della Jung-Renaissance, la pubblicazione del carteggio tra Carl Gustav Jung e Erich Neumann rappresenta un evento importante per i cultori della psicologia analitica. Costituisce infatti una testimonianza dell’intenso rapporto tra Jung e colui che viene quasi universalmente riconosciuto come il suo più importante allievo.

 

Quella che potrebbe essere definita una vera e propria “Jung Renaissance” continua a riservare importanti sorprese. Dopo la pubblicazione del Libro rosso, dieci anni fa, sono apparsi, e sono stati rapidamente tradotti in italiano, nuovi epistolari e nuove trascrizioni dei Seminari, cioè delle lezioni che Jung teneva in forma privata per i suoi allievi (salvo quello su I sogni dei bambini, tenuto all’Università di Zurigo; sulle altre uscite recenti di opere junghiane, mi permetto di rimandare a Innamorati, 2018). Né questa ondata sembra avere termine, dato che grazie all’infaticabile lavoro di Sonu Shamdasani, il massimo esperto vivente di Jung, appariranno ben presto due ulteriori vere e proprie perle della collana degli inediti. Nel 2020, infatti, vedrà la luce la prima edizione del Libro nero, cioè di quella sorta di diario della pratica dell’immaginazione attiva, solo una parte del quale venne trascritta nel Libro rosso. Presumibilmente nel 2021, invece, saranno pubblicati i protocolli originali delle interviste che Aniela Jaffè condusse a Jung, per la redazione della cosiddetta autobiografia junghiana, cioè Ricordi, sogni, riflessioni (Jung, 1961). Come è noto, infatti, solo la primissima parte di quest’ultimo libro è direttamente riconducibile alla mano di Jung, mentre per il resto la sua segretaria Jaffé ricorse a propri appunti, basati su conversazioni che non vennero riportate, a quanto pare, in modo completamente fedele.

Nel quadro generale della Jung-Renaissance, la pubblicazione del carteggio tra Carl Gustav Jung e Erich Neumann rappresenta un evento importante per i cultori della psicologia analitica. Costituisce infatti una testimonianza dell’intenso rapporto tra Jung e colui che viene quasi universalmente riconosciuto come il suo più importante allievo. Edito per la prima volta in traduzione inglese nel 2015, l’epistolario Jung-Neumann ha avuto nella versione italiana una storia travagliata, prima di vedere definitivamente la luce quest’anno. L’editore Moretti & Vitali ha infatti pubblicato in prima istanza il libro nel 2016, con una copertina che recava “edizione italiana a cura di Luigi Zoja”. Ritirato rapidamente dal commercio, per imposizione della Fondazione Philemon, che cura le nuove edizioni junghiane, il libro è stato riedito quest’anno in una nuova veste, che riporta invece sotto il titolo “Edizione e introduzione a cura di Martin Liebscher”. Vale la pena di spiegare qual è la differenza tra il volume pubblicato tre anni fa e quello uscito quest’anno, in modo da comprendere la durissima reazione della Fondazione, di Shamdasani e di Liebscher di fronte alla “versione Zoja” del lavoro (Shamdasani, 2018; Liebscher, 2018).

Liebscher, che collabora da anni fianco a fianco con Shamdasani, allo University College London, aveva compiuto un lavoro estremamente accurato nelle edizioni da lui curate in inglese e tedesco. Non soltanto aveva trascritto (e tradotto) gli originali (in parte dattiloscritti e in parte manoscritti), ma aveva corredato il lavoro di un ampio saggio introduttivo e di un ponderoso apparato filologico e esplicativo, basato anche su materiale inedito (lettere di Jung accessibili solo negli archivi), che francamente non abbisognava di alcuna modifica. Al contrario, Luigi Zoja, nella qualità di curatore della versione 2016 dell’epistolario in italiano, decideva di intervenire sul lavoro di Liebscher. Così infatti orgogliosamente scriveva Zoja:

Per l’edizione italiana è stato svolto un ampio lavoro sulle note: molte sono state riadattate, alcune spostate e oltre 150 sono state aggiunte (queste ultime sono contrassegnate con ndt). Nel tentativo di accompagnare il lettore durante l’intero percorso, l’ampio saggio di Martin Liebscher è stato spezzato in tre parti: i primi capitoli sono stati posti all’inizio del carteggio, quelli riguardanti la pausa dovuta alla guerra al centro, e l’ultimo, che tratta dell’eredità di Neumann, dopo l’ultima lettera (ed. 2016, p. 19).

Lo scopo implicito ma evidente di “spezzare” in tre l’introduzione originale era quello di giustificare l’aggiunta di un ulteriore saggio introduttivo (“Prefazione all’edizione italiana”, ed. 2016, pp. 23-39), firmato dallo stesso Zoja, la cui utilità risultava però francamente discutibile. Zoja, va ricordato, è una figura tutt’altro che secondaria nel panorama junghiano non solo italiano, ma anche internazionale. Già presidente dello IAAP (cioè dell’associazione mondiale che raccoglie gli analisti junghiani), è autore di libri degni della massima considerazione, tra i quali si può ricordare almeno Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri), dedicato alla paternità. Non è quindi del tutto incomprensibile che la sua prefazione inizi con le parole “In diverse occasione ho ricordato che la psicoanalisi è stata una delle grandi rivoluzioni del XX secolo”, parole che sotto la penna di molti altri apparirebbero un po’ fuori luogo, nel voler introdurre le lettere tra due geni della psicologia del profondo in modo autoreferenziale. Ciò che però colpisce è che le pagine seguenti non aggiungano granché al saggio di Liebscher (cui più volte rimandavano), salvo voler interpretare la prima parte del carteggio come una sorta di proseguimento dell’analisi di Neumann con Jung:

Se in modo semi-consapevole i due tentarono un nuovo esperimento nel proseguire una analisi per iscritto, mai tentativo così difficile raggiunse un risultato così profondo. Durante questo rapporto il transfert del paziente e il controtransfert (detto anche transfert dell’analista) raggiunsero intensità e profondità difficilmente eguagliate nella storia dell’analisi. E non casualmente, proprio come in un’analisi, le lettere di Neumann includono anche sogni e immaginazioni (ed. 2016, p. 31).

Strana analisi sarebbe, però, quella in cui l’analizzando: critica l’analista e le critiche non vengono interpretate in senso transferale (cioè sul piano del rapporto), ma obiettivo (cioè sul piano del contenuto); formula precise domande e riceve specifiche dirette risposte; imposta il dialogo sul piano culturale e non viene deviato sul piano personale. Che poi il rapporto tra un maestro e un allievo (per quanto originale) sia sempre e comunque riconducibile a un fenomeno di transfert, può essere certo ammesso; ma difficilmente si troveranno elementi proiettivi, tracce di idealizzazione (come di svalutazione, del resto) nelle parole scritte da Neumann: questi, anzi, mostra una notevole obiettività nei confronti di Jung.

Veniamo invece al “lavoro sulle note”, che essendo marcare “ndt” coinvolgono anche la traduttrice Elisabeth Zoja. Confrontando l’edizione 2016 con quella 2019 si osserva che il numero delle pagine rimane costante (448 contro 449; uguale il numero di sedicesimi stampati). Questo significa che per non ampliare la lunghezza del volume, dopo aver inserito venti pagine di ulteriore introduzione, si poneva il problema di tagliare una parte dell’apparato critico originale; problema ulteriormente appesantito dalle “oltre 150” note aggiunte per l’occasione alle 700 circa originali. A cosa serviva compiere un simile lavoro? Presumibilmente a simulare che la curatela italiana avesse arricchito in qualche modo il lavoro compiuto da Liebscher, cosa che viene smentita ampiamente da un confronto tra l’edizione italiana del 2016 e quella del 2019 (che in pratica ripristina tutte le note originali, pur se lasciando in essere una parte delle 150 a suo tempo aggiunte).

Non è nostra intenzione proporre un resoconto sistematico delle differenze tra le due edizioni. Oltre a costituire una fatica improba ciò risulterebbe in uno scritto di assurda lunghezza e nessuna utilità pratica per il lettore eventuale. Offriremo però un piccolo campione di quanto era stato tagliato e quanto era stato introdotto nella prima versione italiana del carteggio. Premettiamo che, salvo non venga diversamente specificato, si farà riferimento alla numerazione delle note contenuta nell’edizione 2019.

Prendiamo come primo esempio la lettera 4N, cioè la prima lettera di Neumann di una certa importanza. Nel corso del testo vengono nominati tre personaggi importanti: Toni Wolff, Gustav Bally e Gerhard Adler, ai quali Liebscher aveva dedicato tre lunghe note. Ebbene, Zoja decideva di tagliare dieci righe dalla nota su Toni Wolff (n. 156) e di eliminare totalmente le note su Bally (n. 157) e Adler (n. 166). Dei tre, il lettore di Jung è più probabile che conosca la prima, a lungo collaboratrice e amante di Jung; la parte tagliata della nota conteneva però, tra l’altro, un’informazione certo non secondaria: il fatto che Neumann e Wolff rimasero in contatto epistolare fino alla morte di quest’ultima. Bally viene nominato di passaggio da Neumann a proposito di una controversia che ebbe con Jung. La nota (oltre a identificare Bally nel contesto storico) chiariva che si trattava di uno scambio di idee pubblicato sulla Neue Zürcher Zeitung (Bally, 1934; Jung, 1934b) a proposito del presunto antisemitismo dimostrato da Jung nel controverso scritto Situazione attuale della psicoterapia (Jung, 1934a). Per quanto la questione sia accennata in parte da Liebscher anche nel saggio introduttivo, certamente si tratta di informazioni che il lettore non iper-specialista merita di trovare in questo contesto. Anche Gerhard Adler è personaggio piuttosto noto ai cultori della psicologia analitica, ma trovare qualche notizia sui rapporti che intrattenne con Neumann difficilmente può essere considerato superfluo. Altre note eliminate da Zoja riguardano il sionismo (n. 170) e il movimento chassidico (n. 169; la nota specifica ricorda tra l’altro come all’argomento Neumann dedicò una conferenza e forse parti di un manoscritto perduto). Altre note di Liebscher venivano invece inutilmente amputate; in particolare quella che tenta di chiarire cosa intenda in un certo passaggio Neumann per “prospettiva goethiana” (n. 84).

Prendiamo come secondo esempio la lettera 5N. Qui Neumann allude per diverse righe al “dottor Kirsch”, a un suo articolo del quale Jung “avrà sicuramente sentito parlare”, a una replica dello stesso Neumann e a un contatto epistolare tra Jung e Krsch. Non si capisce perché il lettore italiano dovesse essere privato delle note che identificano il personaggio cui si allude nell’analista James Isaac Kirsch (n. 186), di quale articolo si trattasse e in che modo Neumann avesse risposto (n. 187); nonché della prima nota che illustra l’esordio dei contatti epistolari tra Jung e Kirsch (n. 188). Anche soppressa risultava la nota su Eva Kirsch (n. 162), moglie di James e a sua volta analista. Neumann cita anche uno scritto di Hugo Rosenthal, pedagogista ebreo tedesco non particolarmente noto al pubblico italiano, cui Liebscher dedica giustamente un’altra nota (n. 190), anch’essa soppressa originariamente dagli Zoja. Questi invece inserivano, per esempio, nell’apparato relativo alla stessa lettera, una nota sulle “funzioni” (pensiero, sentimento, sensazione, intuizione) nei Tipi psicologici di Jung, una che accenna alle differenze tra interpretazione freudiana e junghiana dei sintomi nevrotici, un’altra che chiarisce cosa siano i Protocolli dei Savi di Sion (nell’edizione del 2016, sono rispettivamente le nn. 162, 167, 166). Nei primi due casi si tratta di questioni da una parte ben note al lettore di Jung, dall’altra non certo sintetizzabili efficacemente in poche righe. Quanto ai Protocolli, il cui infausto titolo è conosciuto da chiunque abbia minimamente approfondito la questione “antisemitismo”, ampie informazioni sono reperibili in rete senza alcuno sforzo.

Si sarebbe potuto almeno sperare che la curatela italiana, presentandosi come lavoro ulteriore rispetto all’edizione originale, proponesse una particolare accuratezza nel lavoro. Così però certamente non è. Un paio di esempi al riguardo sono le note 269 e 271 alla lettera 8N. Assenti nell’edizione 2016, tali note vengono ripristinate sciattamente in quella 2019. Vi sono infatti contenute citazioni da Engels, Marx e Heine, che vengono riportate in inglese. Trattandosi di autori di lingua tedesca e nella fattispecie di opere delle quali esiste una traduzione italiana edita, la scelta può essere tacciata almeno di superficialità (sono state riportate le citazioni come si presentano nell’edizione in lingua inglese del Carteggio).

Rispetto a questi marginali difetti, comunque, lo sforzo di ricostruire una versione del libro più conforme al lavoro originale di Liebscher è stato compiuto sostanzialmente con successo. Bisogna esprimere la massima gratitudine agli editori Moretti & Vitali per aver reso disponibile l’opera in italiano e per essersi accollati l’impegno di stamparla due volte, non certo per propria colpa. Sul contenuto di Psicologia analitica in esilio ci ripromettiamo di tornare, dando un seguito a questa recensione.

 

Soddisfare i propri bisogni psicologici all’interno o all’esterno della relazione con il partner: quali gli effetti sulla stabilità della coppia?

Nonostante i benefici legati alla soddisfazione dei propri bisogni all’interno della coppia, tale contingenza non risulta sempre possibile; in questi casi, l’individuo tende a rivolgersi a persone esterne alla coppia. Se questo porta in prima battuta dei benefici all’individuo, in quanto permette di aumentare la probabilità di vedere i propri bisogni soddisfatti, può però avere degli effetti negativi sulla relazione con il partner.

 

Perché gli esseri umani formano e mantengono relazioni con gli altri? A tal proposito sono state ipotizzate cause differenti, come il soddisfacimento di un bisogno di appartenenza, il raggiungimento di un senso di sicurezza simile a quello provato nell’intimità della relazione madre-bambino e il raggiungimento di vantaggi dal punto di vista evolutivo. Seppur in assenza di accordo rispetto a una singola causa specifica, risulta evidente che il formare e mantenere delle relazioni permette agli esseri umani di soddisfare bisogni psicologici fortemente legati al proprio benessere, quali intimità, appartenenza, crescita personale e sicurezza.

In particolare, la relazione con il partner, costituendo uno dei legami affettivi più intimi per l’individuo, risulta spesso la fonte primaria per il soddisfacimento di tali bisogni. Nonostante i benefici legati alla soddisfazione dei propri bisogni all’interno della coppia, tale contingenza non risulta sempre possibile, per una possibile assenza del partner, per l’impossibilità di quest’ultimo di essere di supporto per ogni tipo di bisogno o per la necessità del partner di soddisfare i propri bisogni individuali. In questi casi, l’individuo tende a rivolgersi a persone esterne alla coppia, quali familiari, amici, conoscenti o estranei, per soddisfare i propri bisogni psicologici. Se questo porta in prima battuta dei benefici all’individuo, in quanto permette di aumentare la probabilità di vedere i propri bisogni soddisfatti, può però avere degli effetti negativi sulla relazione con il partner.

In un articolo recentemente pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin, Machia e Proulx (2019) hanno approfondito tramite tre studi differenti quali potessero essere gli effetti del soddisfacimento dei bisogni psicologici all’esterno della relazione di coppia sulla qualità e sulla stabilità di quest’ultima.

Il primo studio si è basato sui dati di un campione di 4681 partecipanti facenti parte dello studio longitudinale Midlife in the UnitedStates (MIDUS). Nello studio è stato chiesto ai partecipanti di riportare il grado di supporto emotivo in termini di ore mensili fornito dal partner o da persone esterne alla relazione di coppia. Inoltre, sono stati selezionati nel database MIDUS dati per ogni partecipante relativi alla qualità della propria relazione di coppia e alla presenza di pensieri relativi al porre fine a tale relazione. Al termine delle analisi, Machia e Proulx (2019) hanno evidenziato che la ricerca di supporto emotivo all’esterno della relazione di coppia ha effetti particolarmente negativi sulla relazione stessa: infatti, a prescindere dal grado di supporto emotivo offerto dal partner, ricevere soddisfazione rispetto ai propri bisogni psicologici all’esterno della relazione è risultato associato al valutare la propria relazione di coppia come meno stabile.

Per approfondire i risultati del primo studio ne è stato condotto un secondo, nel quale è stato indagato se il ricevere soddisfazione rispetto ai propri bisogni da parte di persone esterne alla relazione rendesse le persone più consapevoli della presenza di altre opzioni relazionali valide a cui rivolgersi oltre al partner, minando quindi la qualità e la stabilità della relazione di coppia. Per il secondo studio sono stati reclutati 413 studenti universitari ai quali è stato chiesto di compilare questionari self-report strutturati per indagare la qualità percepita delle alternative relazionali rispetto al partner, i pensieri relativi al concludere la propria relazione di coppia e la fonte del soddisfacimento di propri bisogni psicologici specifici. Al termine delle analisi è stato evidenziato che, se il soddisfare i propri bisogni psicologici all’interno della relazione di coppia è risultato associato negativamente con la qualità percepita delle alternative, il soddisfare tali bisogni con persone che non fossero il partner risultava associato a una valutazione positiva di tali alternative. Quest’ultima associazione risulta confermata anche prendendo in considerazione il livello di sostegno affettivo ricevuto dal proprio partner. Inoltre, è stato evidenziato che il soddisfacimento dei propri bisogni psicologici da persone esterne alla relazione di coppia risultava associato indirettamente a pensieri relativi al concluderla, e tale associazione risultava mediata dalla percezione positiva delle alternative relazionali al partner.

Tali risultati hanno trovato piena conferma in un terzo studio, per il quale sono state reclutate 40 coppie alle quali è stato richiesto di compilare gli stessi questionari dello studio precedente una volta alla settimana per un mese. Tale disegno di ricerca è stato impostato per valutare la tenuta nel tempo delle associazioni evidenziate al termine dello studio precedente, le quali sono state riconfermate anche a livello longitudinale.

Rispetto ai risultati emersi nei tre studi condotti, Machia e Proulx (2019) ipotizzano che sia possibile che nel momento in cui un individuo si trova a dover soddisfare i propri bisogni psicologici all’esterno della relazione di coppia, realizzi la presenza di alternative relazionali al partner, il quale non risulta l’unica relazione su cui fare affidamento. Questo non si traduce necessariamente con la ricerca di un’altra relazione di coppia, ma percepire che è possibile soddisfare i propri bisogni con persone esterne alla coppia permette all’individuo di considerare in modo maggiormente positivo ipotesi alternative, quali essere single, uscire con gli amici o trovare un altro partner in futuro, in quanto la soddisfazione dei propri bisogni psicologici non ne risulterebbe compromessa.

 

Connect di M. Moretti: un programma di promozione e prevenzione basato sulla teoria dell’attaccamento

Ad oggi, Connect è l’unico programma di parenting basato sull’attaccamento per genitori di ragazzi adolescenti. E’ un programma focalizzato sul potenziamento degli elementi di base che costituiscono un attaccamento sicuro: la funzione riflessiva genitoriale, la sensibilità e la mind-mindedness dei genitori, la collaborazione condivisa e una regolazione affettiva reciproca a livello diadico.

 

È ormai ben conosciuta la relazione tra la sicurezza dell’attaccamento nella relazione genitore-adolescente, la salute mentale e le funzioni socioemotive (Benson, Buehler & Gerard, 2008; Kobak, Zajac & Smith, 2009) ed è stato evidenziato a più riprese come un tipo di attaccamento sicuro sia associato ad una buona regolazione delle proprie emozioni e ad un processo di transizione sano verso l’autonomia durante l’adolescenza (Pascuzzo, Cyr & Moss, 2013). Anche se la maggioranza degli studi nell’ambito della teoria dell’attaccamento si sono concentrati sul significato delle relazioni d’attaccamento nella prima infanzia, o in età adulta, negli ultimi dieci anni si è assistito a un crescente interesse nell’applicazione della teoria dell’attaccamento alla comprensione degli adolescenti, anche per la promozione della salute mentale. Studi recenti indicano che, come i bambini più piccoli, anche gli adolescenti che hanno un tipo di attaccamento sicuro con i genitori vivono con meno stress il passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria, fanno meno esperienza della solitudine e della depressione, hanno meno probabilità di sperimentare l’uso di sostanze e sono più propensi a sentirsi sicuri e ad essere empatici con gli altri (Doyle & Moretti, 2001). Al contrario, l’attaccamento insicuro nell’adolescenza è associato ad una serie di problemi di salute mentale, tra cui anche l’abuso di sostanze psicoattive (Allen & Land, 1999). Anche se l’attaccamento ai genitori continua ad essere importante durante l’adolescenza, le funzioni del legame con i genitori cambiano. La vicinanza fisica al caregiver diventa meno importante rispetto all’infanzia e gli adolescenti si affidano sempre di più al gruppo dei pari quando sono in difficoltà. Ciò nonostante, gli adolescenti continuano a rivolgersi ai loro genitori come base sicura da cui negoziare l’autonomia ed iniziare ad esplorare. L’autonomia è facilitata dalla disponibilità, dall’impegno e dall’accettazione da parte dei genitori, in particolare a fronte dei conflitti e del processo di differenziazione dell’identità, caratteristici di questo periodo di sviluppo.

Partendo da questi presupposti teorici nasce il Programma Connect Parent Group (Moretti, Holland & Peterson, 1994; Moore, Moretti & Holland, 1998; Moretti, Holland & Moore, 2002), un programma di intervento evidence-based di sostegno della genitorialità che ha alla base la teoria dell’attaccamento. È stato sviluppato per offrire un programma attachment-based per genitori e altri caregiver di preadolescenti e adolescenti con seri problemi comportamentali e con altre difficoltà riguardanti la salute mentale, tra cui anche il disturbo da uso di sostanze (Moretti et al., 2004; Steele & Steele, 2018). Rifacendosi alle ricerche che mostrano come il supporto alla genitorialità rappresenti un rilevante fattore protettivo per lo sviluppo dei giovani, l’obiettivo del programma è quello di migliorare la sensibilità dei genitori, la sintonizzazione, l’empatia e di sviluppare una regolazione affettiva diadica efficace. Il programma mira, inoltre, a promuovere l’adattamento sociale, emotivo e comportamentale dei ragazzi. Ad oggi, Connect è l’unico programma di parenting basato sull’attaccamento per genitori di ragazzi adolescenti. E’ un programma focalizzato sul potenziamento degli elementi di base che costituiscono un attaccamento sicuro: la funzione riflessiva genitoriale, la sensibilità e la mind-mindedness dei genitori, la collaborazione condivisa e una regolazione affettiva reciproca a livello diadico.

Descrizione

Il programma ha una durata di 10 settimane, è proposto a cadenza settimanale ed è condotto in forma di gruppo (dove possono esserci massimo dieci partecipanti) da due professionisti certificati, denominati leader. L’obiettivo è quello di sostenere i genitori di pre-adolescenti e adolescenti con problemi comportamentali ed emotivi ad affrontare le tensioni e le questioni familiari con i figli in maniera più consapevole ed efficace. Ogni sessione ha la durata di 90 minuti e affronta argomenti chiave della comunicazione genitore-figlio sulla base di un insieme di contenuti e di procedure di conduzione specifiche. Ogni sessione inizia con la discussione su un aspetto dell’attaccamento specifico dell’adolescenza e su situazioni che comunemente mettono alla prova la relazione genitore-adolescente, viene condotta attraverso esempi, giochi di ruolo e didattica di contenuti presentati in forma esperienziale (Moretti et al., 2004; Steele & Steele, 2018). Connect introduce i genitori ai concetti tipici della teoria dell’attaccamento che vengono trattati ogni settimana, accompagnati da dispense per aiutare i genitori a riflettere su come questi si applicano al loro rapporto con i figli. Il modello che fa da base a questo programma di parenting si fonda su quattro passaggi fondamentali: ridurre i sentimenti di angoscia dei genitori; sviluppare la capacità riflessiva e la consapevolezza sull’attaccamento; incrementare le capacità dei genitori di fornire un rifugio e una base sicura; rafforzare il legame tra genitori e adolescenti (Steele & Steele, 2018).     

Evidenze

I partecipanti al progetto pilota erano 16 adolescenti (8 maschi; 8 femmine), di età compresa tra i 13 ed i 16 anni (M = 14.80, DS = 1,03) e i loro caregiver (13 madri biologiche, 1 matrigna, 2 madri adottive, 5 padri biologici, 3 padri adottivi). I ragazzi sono stati inclusi nel programma attraverso il loro invio da parte del Maples Adolescent Treatment Center, una struttura provinciale che risponde alle esigenze dei giovani con gravi disturbi comportamentali, di cui molti con disturbo da uso di sostanze. Gli adolescenti inclusi nel programma erano noti per avere una storia di problemi comportamentali molto gravi, come indicato dalle seguenti caratteristiche documentate sei mesi prima della loro ammissione al programma: il 44% non frequentava la scuola a causa della decisione di abbandonare l’istruzione (5 su 7); il 68% era stato cacciato da casa per qualche tempo; il 47% era stato accusato penalmente; il 31% era stato incarcerato; il 65% era stato segnalato per aver minacciato di uccidere o danneggiare qualcuno; il 53% aveva minacciato di uccidere o danneggiare gravemente se stessi (Moretti et al., 2004). Infine, i genitori hanno riferito che quasi un terzo (29,1%) degli adolescenti aveva fatto uso di alcol negli ultimi sei mesi e il 21,5% assunto droghe illecite (Moretti et al., 2015).

I genitori hanno completato una serie di test al momento dell’ammissione al programma e al suo termine, ma i ricercatori si sono focalizzati soprattutto su quanto emerso dalla Child Behavior Checklist (CBCL) di Achenbach e Edelbrock (1981), domande fatte ai genitori sul comportamento dei figli. Il CBCL è un test ampiamente utilizzato per problemi emotivi e comportamentali, del quale è stata dimostrata la validità e ai fini della valutazione sono state utilizzate tre scale: problemi comportamentali esternalizzanti, problemi comportamentali internalizzanti e problemi di comportamento totale. I genitori hanno compilato anche un questionario progettato per valutare le loro percezioni del gruppo genitoriale (Moretti et al., 2004) ed hanno utilizzato una scala di valutazione a quattro punti, da 1 (niente affatto) a 4 (molto), per valutare quanto utile trovassero l’educazione circa l’attaccamento: se il gruppo aumentava la loro comprensione del figlio, di se stessi e della propria famiglia; se avevano applicato le informazioni discusse nel gruppo sulla genitorialità con il proprio figlio; se si sentivano più efficaci nella genitorialità. I genitori hanno fornito, infine, un feedback scritto che riassumeva la loro esperienza del gruppo. I risultati hanno rivelato che i punteggi nel questionario effettuato dai genitori sono diminuiti significativamente in termini di esternalizzazione dei problemi e per quanto riguarda i problemi di comportamento totale nei figli. Nessuna differenza è stata trovata nella scala dei problemi di internalizzazione (Moretti et al., 2004). Per quanto riguarda il feedback dei genitori sul gruppo, la maggior parte dei genitori ha valutato positivamente il valore educativo dei concetti propri della teoria dell’attaccamento (utile nel 46% dei casi, molto utile nel 38%). I genitori hanno anche valutato positivamente il gruppo (utile nel 50% dei casi, molto utile nel 38%) nel migliorare la comprensione del figlio e nel migliorare la loro comprensione di se stessi come genitori (utile nel 33% dei casi, molto utile nel 46%). Allo stesso modo, la maggior parte dei genitori ritiene che il gruppo sia stato utile (50%) o molto utile (21%) nel comprendere la propria famiglia. La maggior parte dei genitori (87%) ha anche indicato di aver applicato le idee discusse nel gruppo alla genitorialità nella vita di tutti i giorni ed il 48% ha indicato che la relazione con il figlio era cambiata almeno in parte, mentre il 22% ha riportato importanti cambiamenti nella relazione. Anche l’efficacia percepita della genitorialità è stata valutata dai genitori come leggermente migliorata (64%) o notevolmente migliorata (14%) in funzione del gruppo. Alla fine, praticamente tutti i genitori (96%) si sono sentiti rispettati nel gruppo e la maggior parte (80%) si è sentita sicura e benvenuta. Le risposte scritte dei genitori hanno anche indicato che hanno trovato utile il gruppo. In particolare, i genitori hanno riportato l’utilità del gruppo nell’aiutarli ad ottenere una nuova prospettiva sulla loro relazione con l’adolescente e il proprio comportamento, suggerendo che esso abbia stimolato una maggiore capacità riflessiva (ibidem). I risultati del programma supportano l’utilità di un gruppo psico-educativo sull’attaccamento per genitori di adolescenti con gravi problemi comportamentali. Essi suggeriscono anche che il gruppo abbia contribuito a migliorare la qualità della relazione genitore-adolescente, fornendo le basi per un cambiamento positivo nel periodo post-terapia.

Sorprendentemente, pochi programmi per adolescenti hanno sostenuto approcci incentrati sulla teoria dell’attaccamento. Pertanto, i risultati di questo programma supportano la crescente consapevolezza che la teoria dell’attaccamento fornisce una struttura concettuale praticabile per lo sviluppo di efficaci programmi di intervento per gli individui in divenire.

La prevenzione del disturbo da uso di sostanze risulta essere fondamentale in età adolescenziale dove avviene spesso un primo incontro con le sostanze psicoattive (Ravenna, 1997). La famiglia risulta essere un importante fattore protettivo per l’adolescente e proprio sulla genitorialità alcuni programmi recenti hanno posto l’accento. In particolar modo, il programma Connect della Moretti, riprendendo concetti propri della teoria dell’attaccamento, li utilizza per rendere consapevoli i genitori di che importanza abbia una relazione positiva con i figli per il loro sviluppo e quanto la base sicura, fornita dai caregiver, possa essere una risorsa nell’affrontare questa fase di transizione verso l’autonomia (Moretti et al., 2004; Steele & Steele, 2018).

Attività fisica, sindrome depressiva e sindrome bipolare

Nell’ambito dell’attività fisica, si può ipotizzare che ci sia una differenza fra i pazienti che manifestano un episodio depressivo nell’ambito della sindrome bipolare e quelli che presentano una sindrome depressiva vera e propria.

 

Importante nell’ambito di un disturbo del tono dell’umore è saper distinguere fra un episodio depressivo vero e proprio e un episodio depressivo che compare nell’ambito di una sindrome bipolare. Il capire se il paziente è affetto da sindrome bipolare è particolarmente importante dal punto di vista farmacologico, in quanto, ad esempio, la somministrazione degli inibitori della ricaptazione della serotonina, farmaci di prima scelta nel trattamento della sindrome depressiva, possono determinare un viraggio dalla fase depressiva a quella maniacale. Inoltre, la sindrome bipolare ha un protocollo terapeutico psicofarmacologico differente. Molte ricerche sono state fatte per capire le differenze esistenti fra i diversi disturbi affettivi per poter fare una corretta diagnosi. Nell’ambito dell’attività fisica, si può ipotizzare che ci sia una differenza fra i pazienti che manifestano un episodio depressivo nell’ambito della sindrome bipolare e quelli che presentano una sindrome depressiva vera e propria. I primi mostrano in maniera meno marcata l’ipoattività, che raggiunge l’apice fra le 13 e le 15. I secondi palesano più marcata l’ipoattività al mattino. Essa decresce dalle 12 in poi, arrivando ad un maggiore grado di attività fra le 19 e le 22.

Keywords: attività fisica, sindrome depressiva, sindrome bipolare.

 

Generalmente, in ambito psicologico – psichiatrico, per fare diagnosi di un disturbo del tono dell’umore si rilevano i sintomi presentati dal paziente e si comparano con quelli presenti nel DSM 5.

Importante nell’ambito di un disturbo del tono dell’umore è saper distinguere fra un episodio depressivo vero e proprio e un episodio depressivo che compare nell’ambito di una sindrome bipolare. Chiaramente questo diventa facile da dirimere, laddove l’episodio depressivo ha fatto seguito ad un episodio maniacale o ipomaniacale. Il capire se il paziente è affetto da sindrome bipolare è particolarmente importante dal punto di vista farmacologico, in quanto, ad esempio, la somministrazione degli inibitori della ricaptazione della serotonina, farmaci di prima scelta nel trattamento della sindrome depressiva, potrebbe determinare un viraggio dalla fase depressiva a quella maniacale (Bowden, 2005). Inoltre, la sindrome bipolare ha un protocollo terapeutico psicofarmacologico differente.

Molte ricerche, con risultati deludenti, sono state fatte per capire se i disturbi affettivi siano associati a biomarcatori facilmente individuabili per poter fare una corretta diagnosi.

Altri studi hanno messo in evidenza che, frequentemente, associato ai disturbi del tono dell’umore, c’è un gene specifico, ma basare la diagnosi sull’aspetto genetico potrebbe essere fuorviante e difficoltoso (Cai e al., 2015).

Altre ricerche hanno considerato gli aspetti morfofunzionali del SNC e hanno rilevato che in questo tipo di disturbi ci sono delle alterazioni morfologiche e funzionali a carico dell’ippocampo e della corteccia orbitofrontale (Hori e al., 2016).

Un ulteriore filone di ricerca ha voluto investigare le eventuali differenze relative ai biomarcatori e alle alterazioni strutturali e funzionali del SNC che permettono di distinguere fra sindrome depressiva e un episodio depressivo della sindrome bipolare (Kinoshita e al., 2016). Allo stato attuale questo tipo di indagine ha prodotto scarsi risultati.

Successive ricerche hanno analizzato il livello di attività da prendere come indicazione utile per differenziare i diversi disturbi del tono dell’umore (Ono e al., 2015). Solitamente i disturbi affettivi sono accompagnati da alterazioni nell’ambito dell’attività fisica del paziente: infatti, ci può essere o un incremento o un decremento di essa. Solitamente nei pazienti affetti da un episodio depressivo, il livello di attività diminuisce (Burton e al., 2013), mentre nell’episodio maniacale o ipomaniacale si riscontra un’iperattività (Volkers, 2003). Nell’episodio depressivo che caratterizza la sindrome depressiva e il disturbo bipolare si notano delle differenze nell’attività fisica. Di fatto, nell’episodio depressivo della sindrome bipolare la diminuzione dell’attività fisica si manifesta nell’intera giornata, mentre nella sindrome depressiva l’ipoattività si contestualizza, soprattutto, nella prima parte della giornata (Bowden, 2005).

Una recente ricerca (Tanaka e al., 2018) ha ulteriormente confermato che i pazienti affetti da sindrome depressiva hanno una scarsa attività nelle prime ore del mattino e il livello di attività aumenta, seppure in maniera non marcata, dopo mezzogiorno per arrivare all’acume nell’intervallo temporale che va dalle 19 alle 22. L’episodio depressivo della sindrome bipolare ha un livello di minore attività nell’intera giornata, raggiungendo l’acume di ipoattività nella fascia oraria dalle 13 alle 15.

In conclusione, si può ipotizzare che ci sia una differenza nell’ambito dell’attività fisica fra i pazienti che manifestano un episodio depressivo nell’ambito della sindrome bipolare e quelli che presentano una sindrome depressiva vera e propria. I primi mostrano in maniera meno marcata l’ipoattività, che raggiunge l’apice fra le 13 e le 15. I secondi palesano più marcata l’ipoattività al mattino. Essa decresce dalle 12 in poi, arrivando ad un maggiore grado di attività fra le 19 e le 22.

 

Vivere con i robot (2019) di Paul Dumouchel e Luisa Damiano – Recensione del libro

La creazione di robot che interagiscono alla pari con gli umani fa parte di un settore emergente dell’intelligenza artificiale: la robotica sociale. Paul Dumouchel e Luisa Damiano propongono nel saggio Vivere con i robot spunti di riflessione sull’interazione uomo-robot.

 

La robotica sociale

La robotica sociale si occupa della creazione di robot che si sostituiscono a umani o animali senza prenderne il posto, ma solo in determinati momenti e circostanze particolari. Con la parola sociale si vuol proprio enfatizzare l’aspetto relazionale: questi robot sono pensati per interagire alla pari con le persone in un sistema cooperativo e funzionale allo svolgimento di specifici compiti, in particolare nei servizi di assistenza a persone con bisogni speciali. Si tratta per esempio di prendersi cura a domicilio di persone anziane che hanno perso l’autonomia, mantenendole in contatto con parenti e team di medici; oppure di caregiver artificiali che si prendono cura di bambini in assenza dei genitori o, ancora, di animali da compagnia (come Paro, il cucciolo di foca robotico che, al pari di qualsiasi cucciolo di animale domestico, si fa accarezzare, risponde al richiamo, fa versi e in breve non ha alcuna funzione specifica se non quella di sostituire animali da compagnia in ospedali e case di riposo).

Uno dei campi applicativi più significativi è quello della mediazione terapeutica con bambini con bisogni speciali, in particolare bambini autistici, per i quali è fondamentale acquisire alcune competenze come comprendere le emozioni altrui e reagire in modo appropriato, ma anche riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, giocare rispettando il ruolo e il turno di ciascuno, imitare gli altri o imparare a cooperare. Negli anni Ottanta ha preso il via un importante progetto di ricerca sui cosiddetti giocattoli robotici terapeutici, robot creati per incoraggiare ed educare i bambini autistici all’interazione con gli altri, progetto che nel 2005 ha portato alla creazione di Kaspar. Kaspar è progettato per facilitare le interazioni tra bambini autistici e loro interlocutori – non solo altri bambini, con bisogni speciali o meno, ma anche terapisti, insegnanti e genitori, e come strumento terapeutico ed educativo volto a stimolare lo sviluppo delle competenze sociali di questi bambini. L’obiettivo a cui intende contribuire Kaspar è quello di supportare i bambini autistici nell’acquisizione e nel potenziamento di abilità sociali che per loro risultano problematiche.

Una relazione efficace: emozioni, zona perturbante ed etica dei robot

I robot sociali quindi entrano in relazione con i loro interlocutori umani. Cosa può rendere queste interazioni efficaci e convincenti, positive e durature? Come possono essere accettati come pari? Come può crearsi una forma di empatia? Non dimentichiamo che sono agenti artificiali che devono rapportarsi a persone con bisogni speciali, con delle difficoltà in una o più aree di funzionamento e, anzi, hanno lo scopo di favorire l’acquisizione di maggiori competenze proprio in quel dominio carente. L’aspetto e l’espressività dei robot sono punti fondamentali su cui gli Autori di Vivere con i robot si aprono a molte riflessioni. Allo stato attuale abbiamo due filoni di ricerca e applicativi, la robotica esterna e quella interna. La prima si occupa dell’espressione esteriore delle emozioni (pensiamo all’arrossire, al sorridere per esempio), mentre la seconda della produzione e regolazione fisiologica e psicologica delle emozioni. Questa suddivisione ha un risvolto applicativo: la robotica esterna si focalizza sullo sviluppo di robot antropomorfici che elicitino reazioni emozionali ed empatiche negli umani, il secondo approccio studia la creazione di una forma artificiale di regolazione affettiva che imiti quanto più possibile quella umana o animale.

Ma c’è la linea di demarcazione tra somiglianza e inquietudine che i ricercatori devono tener ben presente: è la cosiddetta zona perturbante, la uncanny valley, teorizzata negli anni Cinquanta da Masahiro Mori. Secondo questa ipotesi (che non è mai stata dimostrata scientificamente anche se da oltre quaranta anni è ritenuta valida dai ricercatori del settore) più i robot somigliano agli umani più è facile e confortevole interagire con loro, ma solo fino al raggiungimento di un certo grado di similarità, superato il quale il senso di familiarità si trasforma in inquietudine, disagio e ansia.

Gli Autori di Vivere con i robot si soffermano anche sull’aspetto etico: i robot sociali si trovano ad interagire con umani in situazioni che possono essere ambigue o incerte e devono operare delle scelte. Dotare i robot di moduli etici che ne vincolino le capacità di azione entro certe regole morali non deve sottrarci al rischio di riservargli un certo margine di azione e autonomia, pur entro limiti accettabili.

Noi e l’altro: la sfida della robotica sociale

La robotica sociale ci sfida all’esplorazione delle componenti messe in gioco nelle relazioni e nella socialità. Gli agenti artificiali dovranno essere sempre più autonomi nella coordinazione affettiva tra partner sociali che siano adulti, bambini, anziani o altri agenti artificiali, sia nel coordinare le azioni in funzione di un compito particolare sia nel coordinarsi reciprocamente nelle interazioni in funzione dell’altro.

Vivere con i robot di Dumouchel e Damiano è una acuta riflessione e analisi di teoria e pratica della robotica sociale: che svolgano la funzione di assistenti, facilitatori, educatori, i robot ci sostituiranno e affiancheranno sempre più spesso come partner sociali artificiali.

 

L’occhio umano coglie la fertilità nella donna che osserva: uno studio sui movimenti di esplorazione oculare

Per l’evoluzione di innumerevoli specie, tra le quali la nostra, è stata fondamentale la capacità di cogliere gli indizi di fertilità, che massimizzasse la probabilità che un corteggiamento e, auspicabilmente, l’accoppiamento, risultassero nel concepimento.

 

Tali indizi si presentano in una gamma estremamente variabile, a partire dallo sviluppo dei caratteri fisici che indicano l’inizio dell’età fertile (e.g. i caratteri sessuali secondari nell’uomo) e segnalano il dimorfismo sessuale, a quelli che segnalano il periodo di fertilità nei diversi momenti del ciclo mestruale o estrale, per segnalare ai potenziali partner il periodo di massima recettività sessuale.

Svariati studi hanno riscontrato come nella femmina umana le diverse fasi fertili siano accompagnate da sottili variazioni nell’aspetto estetico, da attribuirsi alle oscillazioni nei livelli di estradiolo e progesterone: le donne al picco della propria fase ovulatoria vengono in media giudicate come più attraenti (Roberts et al., 2004; Samson et al., 2011; Bobst and Lobmaier, 2012), sono riscontrabili cambiamenti nella forma del volto (Bobst and Lobmaier, 2012; Lobmaier et al., 2016; Oberzaucher et al., 2015), nella pigmentazione della pelle (Burriss et al., 2015; Jones et al., 2015) e nella simmetria dei tessuti adiposi (Manning et al., 1996; Scutt e Manning, 1996). Tuttavia, sebbene l’esistenza di tali variazioni sia appurata, alcune di esse possono essere troppo fini per venire percepite coscientemente da colui che osserva (e.g. la tonalità dell’incarnato), sebbene rimangano evidenze a sostegno del fatto che esse vengano computate ad un livello implicito, da ultimo influenzando gli atteggiamenti e comportamenti degli individui con i quali le donne vengono in contatto: ad esempio uno studio di Bobst e Lobmeier (2012) ha dimostrato come gli uomini tendano a sovrastimare le probabilità di ottenere un appuntamento con una donna nel picco fertile del proprio ciclo (Bobst and Lobmeier, 2012), oppure che le donne dimostrano in media una reazione di gelosia maggiore quando la pretendente al proprio partner si trova nella fase di fertilità, rispetto ad altri momenti del ciclo ovulatorio (Hurst et al., 2017).

Due possibilità sono state vagliate nel rendere ragione di queste differenze: da un lato l’ipotesi è che le persone processino le informazioni visive in entrata come di consueto e che i mutamenti che sono indizio della fertilità del soggetto abbiano un impatto soltanto a posteriori sul processo valutativo; alternativamente, è possibile che le differenze nelle caratteristiche estetiche influenzino le fasi precoci di scanning del volto condizionando il modo in cui tale esplorazione avviene o il tempo dedicato ad ogni fase perlustrativa. Un recente studio condotto da Necka e colleghi (2018) sembra portare indizi a sostegno della seconda ipotesi, rilevando come i soggetti si dimostrassero maggiormente disponibili verso altre donne nella fase più fertile del ciclo, basandosi sulla brevissima apparizione nel campo visivo (presentazione tachistoscopica di soli 500ms) dell’immagine dell’altra donna, supportando l’idea che le differenze assumano rilevanza già nelle fasi precoci di processing del viso.

Sempre Necka e colleghi hanno di recente condotto uno studio volto a comprendere come si modifichino i pattern di perlustrazione rivolta ai volti femminili (o scanpath) nelle varie fasi del loro ciclo mestruale, partendo dal presupposto che tali pattern, più che il tempo effettivo speso sui singoli elementi che lo compongono, rendono conto dell’accuratezza nel riconoscere volti già noti (Chuck et al., 2014).

Gli autori hanno analizzato i pattern di esplorazione di volti da parte di 54 soggetti di età compresa tra i 18 e i 23 anni, ai quali fossero state fornite istruzioni per lo svolgimento di un compito che celasse il vero intento degli sperimentatori e lo scopo dello studio; gli stimoli utilizzati, presentati ai partecipanti su di uno schermo per 1600ms, raffiguravano i visi con espressioni neutrali di 19 donne in differenti fasi del ciclo: da un lato i soggetti rappresentati si trovavano in tarda fase follicolare, ovvero nel momento più fertile (confermato dal rapporto tra estradiolo e progesterone misurato da un tampone salivare), in seguito la stessa donna veniva ritratta in una seconda immagine in fase luteinica mediana, corrispondente alla fase meno fertile del ciclo. Nell’analisi dell’esplorazione dello stimolo, si è deciso di dividere l’immagine presentata in quattro quadranti aventi come intersezione il naso del soggetto in essa raffigurato, definendole come AOI, o aree di interesse, valutando poi il tempo di fissazione dedicato ad ogni quadrante, le saccadi oculari, ovvero i rapidi movimenti di esplorazione devianti da un punto di osservazione e i riflessi di chiusura delle palpebre o blink. I pattern ottenuti sono stati codificati e analizzati da un software con lo scopo di rilevare le differenze eventuali nelle due condizioni dello stimolo: non sono state rilevate differenze significative nella frequenza con la quale ogni partecipante esplorasse ciascun quadrante, né nel tempo effettivo dedicato a tale esplorazione, rendendo irrilevante la fase di fertilità del soggetto. Un’analisi qualitativa dei movimenti oculari ha rivelato come i partecipanti tendessero a osservare la regione labiale molto precocemente nelle donne in fase ovulatoria, rispetto alle controparti in fase meno fertile; inoltre, l’esplorazione dei volti delle donne fertili comprendeva maggiori saccadi oculari su quadranti contigui sull’asse verticale, suggerendo un’attenzione maggiore rivolta alle relazioni di secondo-ordine tra i diversi elementi che compongono il volto umano.

I risultati dimostrano inoltre come i pattern esplorativi rivolti ai volti delle donne in fase fertile fossero meno variabili, tanto da poter essere usati per predire con moderata confidenza se il soggetto raffigurato in un’immagine appartenesse alla categoria fertile o non-fertile.

Le differenze riscontrate nei pattern di esplorazione del volto femminile suggeriscono che gli osservatori involontariamente modulano il proprio metodo di ricognizione visiva, accordando una maggiore attenzione a quelle relazioni spaziali tra le parti anatomiche del volto, in particolare quelle disposte sull’asse verticale, che sono state riscontrate, in studi condotti da altri, fondamentali per il riconoscimento dei volti (Goffeaux et al., 2009).

 

Voci: sulla differenza tra le allucinazioni uditive presenti in diagnosi di schizofrenia e in diagnosi di disturbo dissociativo

Alcuni studi hanno comparato le allucinazioni uditive di pazienti con disturbi di natura psicotica, a quelle sperimentate da pazienti provenienti da storie di post-trauma grave, arrivando a interessanti conclusioni.

 

Uno studio di riferimento è Auditory verbal hallucinations and the differential diagnosis of schizophrenia and dissociative disorders: Historical, empirical and clinical perspectives: tra gli autori Dolores Mosquera, che si sta imponendo sulla scena della ricerca in ambito di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e disturbi dissociativi come un riferimento di assoluto spessore e di grande impatto scientifico.

In questo studio, è stato tentato un lavoro di ricapitolazione e review della letteratura inerente alcuni diagnosi specifiche, in relazione al tema allucinazioni uditive. Al di là dei quadri psicotici franchi, dove i soggetti sono colpiti da allucinazioni uditive che si manifestano attraverso la presenza di voci, esistono altri quadri diagnostici non afferenti allo spettro psicotico all’interno dei quali si osserva la presenza di sintomi di questo tipo, con caratteristiche simili: il disturbo di personalità borderline, disturbi dissociativi (DID: disturbo dissociativo d’identità), il PTSD.

Questo studio ipotizza inoltre una diversa concettualizzazione del sintomo delle voci, visto come SEMPRE proveniente da un disturbo dissociativo originario e trans-diagnostico alle varie forme di psicopatologia che lo “contengono”. Gli autori propongono in questo senso una lettura dell’allucinazione uditiva come di un sintomo di natura dissociativa, con però natura e potenza differenti a seconda dei diversi quadri.

L’articolo in primis distingue due diverse concettualizzazioni di disturbo dissociativo, tra loro in contrasto, usate a volte in modo sovrapposto:

  • la visione del disturbo dissociativo come un disturbo da disaggregazione (usando i termini originali usati da Janet) della personalità (a seguito di un trauma, la personalità si scinde in due o più parti, che poi proseguono il loro sviluppo in modo parallelo). Questa è la concettualizzazione “narrow” (stretta) del disturbo
  • la visione del disturbo dissociativo come stato mentale alterato/assorto/assorbito: questo modo di pensare il disturbo dissociativo è una visione definita nell’articolo “broad”, ovvero più ampia, dato che comprende in sé tutte le forme di alterazione della coscienza che si riscontrano nei quadri gravi di post trauma (come la depersonalizzazione, la derealizzazione, l’assorbimento totale di alcune forme eccessive di “daydreaming”).

Quello che è evidente, è che quando si parla di disturbo dissociativo, parliamo sia di una che dell’altra cosa, ossia della frammentazione della personalità, ma anche dell’alterazione dello stato della coscienza, la cui continuità e permanenza nel “qui ed ora” diventa “intermittente”.

Come secondo aspetto approfondito, gli autori tentano di de-enfatizzare la correlazione tra presenza di voci e disturbi psicotici, portando numerose evidenze letterarie a corroborare la loro tesi. In fase iniziale di concettualizzazione, Bleluer stesso descrisse la malattia mentale che avrebbe in seguito preso il nome di schizofrenia, come il risultato di uno “split” che avrebbe scisso la mente, “disunendola”: l’elemento delle allucinazioni uditive sarebbe apparso come centrale solo più tardi, con il lavoro di Schcneider e i suoi sintomi di primo e secondo rango, divenuti in seguito altamente connotanti la presenza di un disturbo psicotico. Gli autori vogliono mettere in evidenza come il sentire le voci sia da intendersi come un sintomo trans-diagnostico, non necessariamente da ascriversi al SOLO quadro di schizofrenia.

In più, attraverso il riferimento allo studio Hallucinations: A Systematic Review of Points of Similarity and Difference Across Diagnostic Classes (Waters & Fernyhough, 2017),  gli autori sottolineano come usare le caratteristiche stesse delle allucinazioni (provenienza esterna o interna) come marker per formulare diagnosi, pare essere un gesto azzardato, dato che pur in differenti quadri clinici, la natura fenomenica del sintomo parrebbe essere la stessa:

  • la natura del sintomo voce nel disturbo psicotico, nel disturbo borderline di personalità e nel PTSD, sembrerebbe essere la stessa, senza distinzioni significative (a recent review of AVH phenomenology, which was not limited to direct comparison studies, likewise concluded that AVH in PTSD and schizophrenia were experienced in quite similar ways);
  • la fenomenologia delle allucinazioni uditive nel disturbo schizofrenico, comparate a quelle osservate nei quadri di disturbi dissociativi gravi (DID), sembrerebbe invece presentare alcune differenze significative. In particolare in coloro che soffrono di DID, le voci sembrerebbero variare in maggiore intensità e presenza. Inoltre, nel DID sarebbero maggiormente comuni le voci “bambine” e le voci “mandatorie”, cioè aventi caratteristica di comando.

Gli autori in questo articolo usano il sintomo target voci per disquisire a proposito della differenza tra schizofrenia, disturbo borderline e disturbo dissociativo dell’identità. Ciò che questo articolo vuole suggerire e che dovrebbe essere tenuto a mente in senso clinico, è che la presenza di voci non necessariamente indica un disturbo psicotico, ma potrebbe essere anche essere letto come il segno di un disturbo di natura dissociativa in atto (likewise, the Schneiderian symptoms of voices conversing and voices commenting are not only not unique to schizophrenia, they are more common in DID).

Aspetti clinici

L’articolo, infine, si chiude con alcune riflessioni cliniche a riguardo del lavoro da fare con i pazienti uditori di voci:

  • per prima cosa, è opportuno indagare lo stato mentale del paziente all’epoca dell’esordio del sintomo (la prima voce);
  • è importante mettere a fuoco i trigger del sintomo: quale stato mentale/emozione, o quale persona in particolare, o ancora quale circostanza o luogo, è in grado di elicitare il sintomo;
  • dobbiamo chiederci, insieme col paziente: qual è l’obiettivo della voce, cosa ci vuole dire o dove ci vuole condurre con la sua presenza;
  • in particolare nei casi di disturbo dissociati­vo, è frequente un senso di maggiore alienità dell’allucinazione uditiva (voci bambine, voci imperative o molto ripetitive): in questi casi va ancor di più suggerito un tentativo di dialogo con la voce e un approccio empatico (la voce andrebbe considerata non come un sintomo da eliminare, ma qualcosa con cui entrare in relazione).

Indicazioni per i pazienti

In questo articolo vengono fornite alcune indicazioni di massima per pazienti che sentono le voci che debbano imparare in qualche modo a convivere con un sintomo di questo tipo:

  • é importante che il paziente si ascolti senza portare a compimento le indicazioni dettate da una voce imperativa, o senza drammatizzare o prestare attenzione eccessiva al contenuto della voce stessa. Una voce ignorata tenderà a presentarsi con più forza: per questo occorre che le si presti la dovuta attenzione, senza però troppo assecondarla;
  • per quanto riguarda il messaggio portato dalla voce, dobbiamo chiederci che attitudine, la voce, rappresenti (per esempio, un’attitudine protettiva per il sé, un’attitudine invece aggressiva verso gli altri), oppure che parte del sé voglia esprimere; gli autori sottolineano come spesso la funzione ultima di una voce sia protettiva (si veda Tabella 1);
  • il trattamento migliore, per pazienti con voci, è un trattamento mirato a migliorare il rapporto tra la persona stessa e le sue stesse voci: occorre dunque praticare un lavoro di accettazione.

TABELLA 1 allucinazioni uditiveTabella 1: possibili funzioni/goal delle voci

Conclusioni

L’ipotesi che gli autori formulano, in definitiva, è quella di considerare il sintomo delle voci come un aspetto dissociativo ANCHE nei quadri psicotici diagnosticati come schizofrenia. Questo è in continuità con l’idea storicamente difesa da Bleuler a riguardo della schizofrenia, considerata come stadio finale di un processo di “splitting” della mente, ovvero di dis-unione. Il sintomo delle voci sarebbe in questo caso trans-diagnostico e indicativo di uno stato di dissociazione in atto nella mente dell’individuo, che si manifesterebbe tuttavia in modi peculiari e differenti nella storia del singolo individuo.

 

Disturbo borderline di personalità e adolescenza: uno studio sulla valutazione del rischio suicidario

Il suicidio di per sé non è una malattia, ma il disturbo mentale è il fattore più frequente associato al suicidio. Qual è il rischio di suicidio in adolescenti con Disturbi di personalità, in particolare il Disturbo Borderline?

 

Valutare la predittività del rischio è particolarmente difficile a causa delle molteplici variabili che fanno parte della storia soggettiva di ciascun individuo. Inoltre, un riscontro comune rilevato tra i casi di suicidio è la comorbilità di più disturbi. Il suicidio di per sé non è una malattia, ma il disturbo mentale è il fattore più frequente associato al suicidio. In questo articolo viene trattato il rischio di suicidio di persone con Disturbi di personalità, in particolare il Disturbo Borderline.

Disturbi di personalità

Tra i vari disordini di personalità noti nella pratica clinica, il più frequente è certamente il Disturbo Borderline di Personalità (BPD) che comporta suicidalità e comportamento aggressivo come criteri essenziali di malattia. Le persone affette da uno o più disturbi di personalità tentano o portano a compimento il suicidio, così come gli individui con diagnosi di una malattia depressiva (Gerson, J. Et al., 2002). Una rassegna degli studi psicologici ha rivelato che circa il 57% degli individui che aveva completato il suicidio ha avuto una diagnosi di disturbo di personalità (Isometsa, E.T. 2001). La presenza di uno o più disturbi di personalità rappresenta una significativa sfida per i professionisti ed i servizi di salute mentale, sia perché i comportamenti distruttivi spesso manifestano la natura permanente del disturbo, sia perché è probabile che siano stati visti da un professionista nel mese precedente al loro suicidio. Una serie di fattori rende il rilevamento e la gestione del rischio del suicidio estremamente difficile (Erlangsen, A., et al., 2011).

Nonostante la gravità del disturbo, pochi studi hanno esaminato il BPD negli adolescenti e l’applicazione di questa diagnosi per questa fascia di età rimane controversa. I pochi studi che hanno esaminato i suicidi di adolescenti affetti da disturbo borderline di personalità ne hanno evidenziato una più elevata probabilità di precedenti tentativi suicidari portati a termine (Brent et al., 1993), presentano inoltre caratteristiche quali: maggiore impulsività ed aggressività, vita sessuale più attiva ed eventi di vita stressanti (Horesh, Nachshoni, Wolmer, e Toren, 2009; Horesh, Orbach, Gothelf, Efrati, e Apter, 2003) rispetto ad adolescenti affetti da disturbo depressivo maggiore. Alcuni studi su pazienti adolescenti suggeriscono che le persone affette da disturbo borderline hanno una maggiore probabilità di presentare altre comorbidità diagnostiche, come disturbo da abuso di sostanze, disturbo della condotta (Grilo,Becker, Fehon, Edell, e McGlashan, 1996), disturbo bipolare (Kutcher, Marton, e Korenblum, 1990), e deficit di attenzione iperattività (Miller et al., 2008). I fattori di rischio più significativi per il comportamento suicidario identificati nella popolazione anziana sono: la malattia fisica, l’isolamento sociale, i problemi di relazione ed il lutto o una perdita (Hawton,K. Et al., 2006). Come si può intuire, sarebbe estremamente difficile identificare il rischio individualmente sulla base dei problemi quasi universali presenti in questa popolazione, come quelli sopra elencati (De Leo,D. et al., 2000 ).

Il Disturbo Borderline di Personalità (BPD) è fortemente associato con il suicidio e con i comportamenti autolesivi e inoltre prevede una significativa compromissione funzionale in un certo numero di domini (Bender et al.,2001; Skodol et al., 2005; Yen et al., 2003). L’applicazione della diagnosi di BPD per questa fascia di età rimane controversa. Diversi fattori contribuiscono alla riluttanza verso tale diagnosi, come: lo sviluppo della personalità, la cui formazione continua per tutta l’adolescenza (Meijer, et al., 1998);  lo stigma del disturbo della personalità e lo sforzo di non applicare questa etichetta all’adolescente (Chanen. et al, 2004). Altri studi hanno riportato che le caratteristiche BPD degli adolescenti sono comparabili sintomatologicamente a quelle degli adulti (Becker, et al.,2002; Miller et al.,2008; Westen et al., 2003). La diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità negli adolescenti sembra meno stabile di quella degli adulti (Bondurant et al., 2004), anche se va comunque notato che la stabilità di diagnosi BPD negli adulti è stata recentemente messa in discussione (Grilo et al, 2004;. Shea et al., 2002; Zanarini et al.,2005).

BPD nella suicidalità degli adolescenti (Yen, Kerry Gagnon and Spirito)

Il presente studio ha preso in esame un campione di adolescenti ad alto rischio di suicidio, cioè ricoverati nell’unità psichiatrica infantile di un ospedale psichiatrico ed esaminato la prevalenza di Disturbo Borderline di Personalità nei soggetti che presentavano ricoveri consecutivi correlati a comportamenti suicidari. Sono stati confrontati soggetti con e senza BPD sulla base di caratteristiche, della storia di comportamenti suicidari, della comorbidità, della regolazione degli affetti e dell’aggressività per stabilire se i soggetti affetti da disturbo borderline abbiano un unico profilo clinico, distinto da quello di altre comorbidità psichiatriche ad alto rischio.

Campione

I partecipanti erano 119 adolescenti (32% maschi), di età compresa tra i 12 e i 18 anni (media = 15.3, SD = 1,4), reclutati dal febbraio 2006 al Marzo 2010 e che erano stati ricoverati in un ospedale psichiatrico per avere un elevato rischio di suicidio. Dei 119 partecipanti, 104 hanno partecipato anche all’intervista di follow-up dopo sei mesi.

Misure

A tutti i partecipanti sono state somministrate questionari per la raccolta delle informazioni demografiche, diagnosi, storia dei comportamenti suicidari e delle ideazioni autolesive. Quando è stato possibile, le interviste sono state somministrate anche ai genitori. In dettaglio:

  1. Schedule for affective disorders and schizophrenia for schoolaged children present and lifetime versions (K-SADS-PL) (Kaufman et al., 1997): è un’intervista diagnostica semi-strutturata che fornisce una valutazione affidabile e valida della psicopatologia del DSM-IV nei bambini e negli adolescenti. È stata utilizzata per determinare la diagnosi psichiatrica, l’attuale funzionamento psicosociale e il trattamento, la storia di abuso, e la storia familiare di malattia alla baseline. Comprende anche una valutazione semi-strutturata della gravità dell’ideazione suicidaria, dei pensieri ricorrenti di morte, della gravità degli atti suicidari, della letalità dei tentativi di suicidio e tendenze ad atti autolesivi non-suicidali.
  2. Childhoo interview for borderline personality disorders (CI-BPD): è un questionario diagnostico per la valutazione dei disturbi della personalità del DSM-IV (DIPD-IV) adattata ad un intervistato in età adolescenziale (Zanarini, Frankenburg, Sickel, & Young, 1996). Ogni criterio dei disturbi di personalità del DSM è stato valutato con più domande e codificato come assente, sottosoglia o presente. Il questionario diagnostico per la valutazione dei disturbi della personalità del DSM-IV, confrontato con altre interviste strutturate per la valutazione dei disturbi della personalità, presenta un’eccellente affidabilità inter-rater e test-retest (coefficiente kappa per il BPD = 0.94 e 0.85 rispettivamente), una buona consistenza interna (alfa di Cronbach = 0.80), affidabilità inter rater (k = 0.89) e validità convergente e concorrente (Sharp, Ha, Michonski, Venta,& Carbone, 2012).
  3. Beck Scale for Suicide Ideation (BSS) (Beck &Steer, 1991): è un questionario costituito da 21 item ideato per rilevare e misurare la gravità dell’ideazione suicidaria sperimentata nella settimana precedente negli adulti e negli adolescenti. I partecipanti rispondono agli item utilizzando una scala Likert a tre punti. Tale scala presenta un’eccellente coerenza interna (alfa di Cronbach= 0.92) e validità di contenuto/costrutto/concorrente in campioni di degenti adolescenti (Kumar &Steer, 1995; Steer R.A. , 1995 )e la storia familiare di malattia alla baseline. Comprende anche una valutazione semi-strutturata della gravità dell’ideazione suicidaria, dei pensieri ricorrenti di morte, della gravità degli atti suicidari, della letalità dei tentativi di suicidio e tendenze ad atti autolesivi non-suicidali.
  4. Suicide Ideation Questionnaire (SIQ) (Reynolds,1988): è uno strumento di 30 item auto-riportati progettato per valutare i pensieri suicidari vissuti dagli adolescenti durante il mese precedente. I partecipanti rispondono agli item utilizzando una scala Likert a 7 punti che va da 0 (non ho mai avuto questo pensiero) a 6 (quasi ogni giorno). La scala è stata sviluppata sulla base di prove su campo con oltre 2400 Campione. Presenta un’eccellente consistenza interna (alfa di Cronbach = 0.97).
  5. Functional assessment of self-mutilation (FASM) (Lloyd-Richardson et al., 2007): è uno strumento che valuta se un individuo ha avuto comportamenti di autolesionismo intenzionale (taglio o bruciature di pelle) nell’anno precedente. Il questionario consiste di due parti. La prima consiste in un elenco di comportamenti autolesivi in cui gli intervistati segnalano se hanno ricevuto cure mediche e con quale frequenza. La seconda parte può essere completata solo se è presente auto-mutilazione e si compone di 22 item che valutano i motivi di autolesionismo su una scala Likert a quattro punti (0 = mai, 3 = spesso). Il FASM è stato somministrato con successo a campioni adolescenti (Guertin, Lloyd-Richardson, Spirito, Donaldson, e Boergers, 2001; Lloyd-Richardson et al., 2007).
  6. Affect Intensity measure (AIM) (Larsen &Diener, 1987): è un questionario di 40 item auto-riportati con risposte su una scala Likert per la valutazione dell’intensità di una risposta affettiva dell’individuo. È costituita da tre sottoscale: intensità negativa, influenza positiva e reattività negativa (punteggi più alti indicano maggiore intensità/ reattività). L’Affect intensity measure ha alta affidabilità test-retest (0,81 per un intervallo di 3 mesi) e adeguata validità convergente e discriminante, ottima coerenza interna (alfa di Cronbach = 0.86).
  7. Aggression Questionnaire (AQ) (Buss& Perry, 1992): è un questionario di 34 item ampiamente utilizzato per valutare l’ostilità ed aggressività. È costituita da cinque sottoscale: aggressione fisica, aggressione verbale, rabbia, ostilità ed aggressione indiretta. Inoltre è previsto anche un punteggio totale. L’Aggression Questionnaire era somministrato sia nell’adolescente che nel genitore: in questo studio, ci riporterà dati sull’aggressività e sulla disregolazione comportamentale. Presenta una ottima coerenza interna (alfa di Cronbach per il rapporto del genitore = 0.95; per il bambino = 0.93).
  8. Emotion Regulation Checklist-Adapted (ERC) (Shields& Cicchetti, 1997): è un questionario di 24-item che può essere completato dai familiari adulti dell’adolescente. Questi soggetti sono invitati a valutare su scala Likert a 4 punti (1=quasi sempre, 4=quasi mai) l’intensità della responsabilità, la negatività, la reattività e l’intensità emotiva. Presenta buona coerenza interna (alfa di Cronbach di = 0.76).

Risultati

 Il 40% dei soggetti soddisfa i criteri di Disturbo Borderline di Personalità (gruppo BPD). I criteri riportati più frequentemente sono stati: comportamenti autolesivi (91,7% in Gruppo BPD, 70,8% nel gruppo non affetto da BPD), impulsività (85,4% nel gruppo BPD, 40,3% nel gruppo non affetto da BPD) e instabilità affettiva (85,4% nel gruppo BPD, 36,1% nel gruppo non affetto da BPD). Notevoli differenze tra i due gruppi sono state osservate per due criteri: disturbo nei rapporti (66,7% nel gruppo BPD vs. 5,6% nel gruppo non affetto da BPD) e rabbia (89,6% in BPD gruppo vs. 23,6% nel gruppo non affetto da BPD). Il gruppo BPD aveva un tasso di tentativi suicidari e una probabilità di uno storico di tentativi di suicidio più elevati del gruppo non affetto da BPD. I pazienti affetti da Disturbo Borderline di Personalità tendono ad avere livelli più alti di ideazione suicidaria ed i suicidi di adolescenti con BPD sono i più frequenti e gravi. I nostri risultati indicano che i comportamenti autolesivi, sono altamente prevalenti tra i suicidi adolescenti indipendentemente dalla diagnosi e meno specifici di BPD. Non sono state riscontrate differenze nei livelli di letalità nei tentativi di suicidio riportati da BPD vs. gruppi non affetto da BPD. Inoltre, non vi erano differenze significative nella prevalenza di comportamenti autolesivi e grado di ideazione di suicidio tra i due gruppi.

Nel gruppo BPD sono state riscontrate anche comorbilità. I tassi di disturbo depressivo maggiore, disturbi dirompenti e qualsiasi disturbo da stress (disturbo da stress post-traumatico, stress acuto) erano significativamente differenti tra i due gruppi BPD e non affetto da BPD. Il costrutto che differiva sostanzialmente di più tra quelli con e senza BPD era l’aggressività. In particolare gli adolescenti con BPD sono stati valutati da i loro genitori come aventi più rabbia, ostilità e aggressione indiretta, tratti che sono coerenti con il costrutto BPD. Inoltre, escludendo il criterio di comportamento autolesivo, l’impulsività era il criterio di BPD più frequentemente riportato da coloro che hanno soddisfatto i criteri per BPD. Tale differenza nei punteggi di aggressione può spiegare il più alto rischio di tentativi di suicidio associato con BPD (come indicato da alti tassi di tentativi passati e maggiore probabilità di un tentativo di suicidio). Differenze non significative sono state osservate nella disregolazione affettiva rispetto ai suicidi degli adolescenti senza BPD .

Conclusione

I risultati del presente studio dimostrano che, rispetto ad altri adolescenti suicidari, il profilo clinico del Disturbo Borderline di Personalità è unico e suggerisce un aumento del rischio dei comportamenti suicidari. Pertanto il Disturbo Borderline di Personalità dovrebbe essere considerato nella valutazione del rischio di suicidio per gli adolescenti, in quanto il disturbo borderline di personalità è prevalente tra i suicidi adolescenti; i pazienti con disturbo borderline presentano più gravi condotte suicidarie, contrastando una percezione comune secondo cui i tentativi di suicidio di questi pazienti sono manipolativi o alla ricerca di attenzione e, quindi, meno gravi. I pazienti con disturbo borderline di personalità tendevano ad avere livelli più alti di ideazione suicidaria e i suicidi di adolescenti sono i più frequenti e gravi. I risultati indicano che i comportamenti autolesivi, sono altamente prevalenti tra i suicidi negli adolescenti indipendentemente dalla diagnosi: nel campione di adolescenti valutato, il più alto indice di diagnosi di comorbidità è stato osservato con disturbo depressivo maggiore e disturbo post-traumatico da stress, sindrome da deficit di attenzione e iperattività e disturbo oppositivo provocatorio. In particolare la dimensione di opposizione, è stata particolarmente predittiva di disturbo borderline in adolescenza (Burke &Strepp, 2012; Speranza et al., 2011). Gli adolescenti con Disturbo Borderline di Personalità sono stati valutati dai loro genitori con maggiore rabbia, ostilità e aggressività. Una limitazione importante del presente studio è la mancanza di una più approfondita valutazione dell’impulsività, per quanto l’impulsività sia un costrutto che sembra essere associato con vari gradi di rischio di comportamento suicidario (Yen et al., 2009).

 

Niccolò Fabi, il cantautore della gentilezza – Recensione dell’album Tradizione e tradimento (2019)

Tradizione e tradimento: un disco con arrangiamenti elaborati, ma anche portatore di messaggi profondi, al passo con la third wave della psicoterapia cognitiva, da assaporare nota dopo nota, ovviamente nel momento presente.

 

Cominciamo ad insegnare la gentilezza nelle scuole, che non è dote da educande, ma virtù da cavaliere (N. Fabi)

Credo che questa frase della canzone Prima della tempesta possa ben rappresentare lo spirito dell’ultimo disco di Niccolò Fabi, che definirei cantautore gentile. Quando parlo di gentilezza la mia mente volge lo sguardo ovviamente al mondo buddista, dove appunto la gentilezza amorevole (metta) rappresenta una delle quattro qualità incommensurabili dell’animo umano, lodata spesso dal Dalai lama (“La mia religione è la gentilezza”). Seppure non credo Niccolò Fabi frequenti i sentieri del Dharma, o almeno non ho mai letto dichiarazioni in tal senso, mi sono convinto, soprattutto leggendo i suoi testi, che il livello di consapevolezza e maturità di questo artista sia davvero molto alto e in ulteriore crescita, disco dopo disco. Appartiene ormai a un macabro immaginario collettivo la dolorosa vicenda umana dell’artista che nel 2010 ha perso una figlia di tre anni per meningite fulminante, ma che in quell’occasione ha dato prova di incredibile resilienza, trasformando la tragedia in un’occasione di condivisione e bene comune creando la Fondazione Parole di Lulù, impegnata in numerosissime attività benefiche (a partire dal commovente concerto con tanti artisti amici pochi mesi dopo il decesso).

Già in passato ci ha regalato canzoni-faro come Costruire  (“costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione”), che ho spesso usato anche in contesti terapeutici per i messaggi salutari che veicola. Tre anni fa era uscito l’ultimo album Una somma di piccole cose (2016), un disco prevalentemente acustico e bellissimo, a partire dal titolo delicato e pregnante.

Tradizione e tradimento è un disco con arrangiamenti più elaborati, che fa un uso sapiente e non fastidioso dell’elettronica e che soprattutto contiene delle canzoni bellissime. Ho notato che diversi brani includono delle ampie parti strumentali, che fanno “respirare” letteralmente le canzoni, dando anche il tempo di metabolizzare i testi.

Il disco si apre con la canzone Scotta che mi ha colpito per la frase “quando non si gira dall’altra parte l’arte non è una posa”, in linea con gli intenti costruttivi e ristrutturanti del messaggio di Fabi, insieme a una serie di bellissime immagini della splendida semplicità del quotidiano (“una caraffa di acqua e limone, un bacio accanto a un gelsomino”), che sono un po’ il marchio di fabbrica a mio avviso della suo stile lirico.

I temi spaziano dalla pace, come in A prescindere da me (“chi tace non è vero che acconsente solamente che il rifiuto non sempre trova le parole anche io modestamente non capisco ma resisto e ammutolisco dal disgusto”), all’ineluttabilità del movimento e del cambiamento delle cose (Amori con le ali), al dramma delle migranti del Mediterraneo (Migrazioni).

Merita una menzione speciale il brano Io sono l’altro, che può interessare molto gli psicoterapeuti come una sorta di inno all’empatia (“quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi mi dici”), e che è stato lanciato come primo singolo con un bellissimo video stile minimal-emotional.

Tradizione e tradimento è un disco davvero bello di un artista al passo con la third wave della psicoterapia cognitiva (ma forse lui di questo non è consapevole), da assaporare nota dopo nota, ovviamente nel momento presente.

 

TRADIZIONE E TRADIMENTO – GUARDA IL VIDEO DEL BRANO “IO SONO L’ALTRO”: 

Kummerspeck? Nessuna prova di aumento di peso dopo la fine di relazioni sentimentali

Nel presente studio, che ha coinvolto i ricercatori di Penn State, è stato approfondito il concetto tedesco di “kummerspeck”, che si riferisce all’eccessivo peso acquisito a causa del consumo emotivo e compulsivo di cibo.

 

È vero che la rottura di una relazione sentimentale può essere dolorosa e traumatica, ma “affogare il dolore” nel gelato per un giorno o due è davvero così dannoso per il nostro corpo?

Nel presente studio, che ha coinvolto i ricercatori di Penn State, è stato approfondito il concetto tedesco di “kummerspeck”, che si riferisce all’eccessivo peso acquisito a causa del consumo emotivo e compulsivo di cibo.

Van Strien e colleghi (2015) sottolineano che mangiare in risposta allo stress è un fenomeno biologico ed evolutivo, in quanto lo stress è associato all’attivazione dell’asse surrenale ipotalamo-ipofisario (HPA), che prepara il corpo alla lotta o alla fuga ed in genere diminuisce l’appetito (Papadimitriou&Priftis, 2009). Se la fine di una relazione può causare marcato stress, i ricercatori ipotizzano che l’alimentazione emotiva (abbuffarsi di cibo per ridurre l’umore negativo) può quindi portare a scelte alimentari non salutari e all’aumento di peso sia per uomini che per donne (Konttinen, Männistö, Sarlio-Lähteenkorva, Silventoinen & Haukkala, 2010; Leehr et al., 2015). In realtà, l’attuale studio dimostra che gli umani moderni non tendono ad ingrassare dopo una rottura relazionale.

Il team di ricerca ha condotto due studi per verificare la teoria secondo cui le persone potrebbero avere maggiori probabilità di ingrassare dopo la rottura di una relazione. Dunque, le ipotesi dello studio sono:

  1. i partecipanti esibiscono Kummerspeck in risposta allo scioglimento delle relazioni;
  2. questo effetto è più evidente nelle donne.

Nel primo esperimento, sono stati reclutati 581 partecipanti (261 uomini e 320 donne), con un’età media di 30,8 anni, i quali dovevano completare un sondaggio online sull’aumento o perdita di peso avvenuto entro un anno dalla rottura della relazione sentimentale. Lo strumento utilizzato è il “Sociosexuality”, il quale misura l’interesse in una relazione stabile, indagando nello specifico l’orientamento verso la monogamia rispetto al sesso occasionale (Penke e Asendorpf, 2008).

In conclusione, la maggior parte dei partecipanti (62,7%) non ha riportato variazioni di peso. I ricercatori sono rimasti sorpresi da questo risultato e hanno deciso di eseguire uno studio aggiuntivo e considerare altri fattori che possono contribuire alla variazione di peso dopo l’interruzione di una relazione sentimentale.

Per il secondo esperimento, sono stati reclutati 261 nuovi partecipanti (193 donne e 68 uomini) con un’età media di 28,76 anni; per effettuare un sondaggio diverso e più ampio rispetto a quello utilizzato nel primo studio. Nel nuovo sondaggio si è chiesto ai partecipanti se avessero mai sperimentato la rottura di una relazione a lungo termine e, di conseguenza, se avessero guadagnato o perso peso. Il sondaggio indagava anche quali fossero gli atteggiamenti dei partecipanti nei confronti del loro ex partner, quanto fosse impegnata la relazione, chi aveva avviato la rottura, se i partecipanti tendevano a mangiare emotivamente e quanto i partecipanti godono del cibo in generale. Per testare una propensione esistente per il consumo di cibo a scopo di “sedazione” emotiva, sono stati usati due items del questionario EADES (Ozier et al., 2007), nello specifico “mangio quando sono triste” e “mangio quando sono arrabbiato”.

Tutti i partecipanti (100%) hanno riferito di aver riscontrato una rottura delle relazioni. Nello specifico, la maggior parte dei partecipanti (86,2%) ha riferito di non essere ingrassato dopo la fine della relazione. Non vi era alcuna relazione tra sesso e segnalazioni di aumento di peso. Allo stesso modo, la maggior parte dei partecipanti (76,9%) ha riferito di non aver perso peso dopo la rottura della relazione e non c’è stata alcuna relazione tra la perdita di peso e il sesso. I partecipanti di sesso femminile che rispondono positivamente all’aumento di peso dopo il termine della relazione rivelano punteggi più alti di consumo emotivo rispetto alle donne che hanno risposto in modo negativo; questa differenza non è stata rilevata tra i partecipanti di sesso maschile. Infine, non c’è stata nessuna differenza significativa nei punteggi tra donne e uomini in relazione alla perdita di peso in seguito al termine del rapporto. Per quanto riguarda tutti gli altri elementi della relazione che sono stati indagati, non sembrano correlare all’aumento di peso in seguito alla rottura, e non sono state evidenziate differenze per il genere. L’unico dato che sembra essere significativo riguarda la credenza comune, ossia le persone (48,3%) più comunemente credevano che gli uomini non sperimentassero alcun cambiamento di peso; ma sostenevano, invece, che le donne sarebbero ingrassate dopo lo scioglimento della relazione (45,3%).

Dato che gli autori notano l’assenza generale di Kummerspeck nel presente studio, può semplicemente accadere che esista un rischio maggiore di mangiare troppo per far fronte alle emozioni di rottura negativa nelle donne che già usano il mangiare come meccanismo di coping. Infatti, le donne con una tendenza generale a mangiare per compensare il tumulto emotivo hanno sperimentato un cambiamento di peso dopo la rottura della relazione. In studi futuri, sarebbe interessante poter studiare questo fenomeno in campioni clinici. Ad esempio, le persone che possiedono livelli più elevati di ansia da attaccamento spesso hanno difficoltà a ridurre le capacità di regolazione emotiva (Shakory et al., 2015; Wilkinson, Rowe, Robinson &Hardman, 2018).

Questo studio ha avuto diversi punti di forza. L’età media in entrambi i campioni era di circa 30 anni, rappresentando quindi un buon modello dei massimi anni riproduttivi (Dunson, Baird & Colombo, 2004); e la maggior parte dei partecipanti riferiva di avere relazioni ed esperienze di rottura. Tuttavia, ci sono limiti a questa ricerca. I dati raccolti dai partecipanti sono self-report, di conseguenza le risposte sono suscettibili a pregiudizi di accettabilità e desiderabilità sociale. Inoltre, ai partecipanti sono state poste domande relative a un periodo compreso tra gli ultimi due anni e potrebbero avere difficoltà a richiamare e comunicare accuratamente le informazioni. Un’altra limitazione è la capacità di richiamare dettagli immediati post-relazione. Molti possono sentirsi così sconvolti dall’esperienza della rottura che non sono consapevoli del loro eccesso di cibo e dell’aumento di peso, o potrebbero essere in uno stato di negazione. In altre parole, le emozioni negative che derivano dalla conclusione della relazione potrebbero non consentire alla persona di percepire accuratamente i propri cambiamenti comportamentali e fisici in quel momento e, di conseguenza, non sono in grado di ricordare accuratamente quelle esperienze.

 

L’importanza di una corretta informazione per tutelare l’auto-immagine corporea nelle donne sottoposte a chirurgia della mammella

Si stima che in Italia, ogni anno, vengano impiantate più di 10.000 protesi mammarie, tuttavia esiste una certa diffidenza verso questo dispositivo. Tali sentimenti negativi sono legali al primo caso delle protesi difettose scoppiato in Francia nel 2011. A far precipitare nel panico centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo è stata la decisione di richiamare 30mila donne portatrici di protesi per rimuovere, in via cautelativa, gli impianti.

Stefano Giudici, Ilaria Bagnulo, Alessandro Toccafondi, Marco Tanini

 

Il 16 ottobre si è celebrato il ‘Bra Day 2019’ (Breast reconstruction awareness Day), la giornata internazionale per la consapevolezza sulla ricostruzione mammaria, a cura di Beautiful After Breast Cancer Italia Onlus e della Società Italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva-rigenerativa ed estetica (Sicpre). Scopo dell’iniziativa è stato quello di informare adeguatamente le donne che si devono sottoporre a chirurgia della mammella contro l’allarmismo diffuso sulla possibilità che le protesi mammarie possano far insorgere un raro tipo di neoplasia.

L’ immagine corporea

La percezione del proprio corpo è una fonte essenziale di autocoscienza e identità personale e contribuisce alla regolazione del comportamento ed al mantenimento della salute fisica e mentale (Adriano Mauro E 2019).

Dall’inizio di questo secolo il corpo come rappresentazione, cosiddetto “corpo virtuale”, ha cominciato ad essere sempre più oggetto di studio da parte di discipline molto diverse fra loro. Dagli svariati studi effettuati: psichiatrici (Kolb L 1953, Schoenfeld W.A 1966), psicosociali, (Garner D. 1980), psicodinamici (Federn P. 1952), neurologici, (Casper RC. 1979), sociologici (Galimberti U 1983), sono emersi teorie e concetti in parte sovrapponibili, come ad esempio l’idea di corpo percepito, corpo rappresentato, corpo situato, corpo vissuto, corpo identificato, percezione corporea, corpo erogeno, corpo fantasmatico, confini corporei, immagine corporea, immagine posturale, idea di corpo e schema corporeo.

È Schilder a coniare, nel 1935, l’espressione immagine corporea, definendola come: l’immagine del nostro corpo che ci formiamo nella mente, e cioè il modo in cui il corpo appare a noi stessi (Schilder, 1935). Si tratta del primo tentativo di integrare l’aspetto fisiologico e neurologico relativo allo schema corporeo con l’aspetto più psicologico: la rappresentazione del corpo non è più quella descritta dall’anatomia, bensì risulta dall’esperienza dell’individuo nella sua interazione con l’ambiente. Nel 1988, Slade definisce l’immagine corporea come l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo, vale a dire la rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo.

In questo senso l’immagine corporea, quale fonte fortemente connotante del concetto di sé, della propria connotazione sessuale e del concetto di bellezza può essere alterata a causa di malattie, traumi o interventi chirurgici che generano un’improvvisa e significativa modifica al proprio corpo (Giambra V. 2016).

Il sostegno alla corretta informazione

Il 16 ottobre si celebra il BRA Day, la Giornata internazionale per la consapevolezza della ricostruzione mammaria (Breast Reconstruction Awareness Day), in questo contesto è stato presentato il manifesto ‘Donna x donna’, un’iniziativa per informare correttamente le donne sullo stato dell’arte della ricostruzione mammaria e diffondere notizie corrette a fronte di allarmismi circa le protesi al silicone.

La dimensione del fenomeno

Si stima che in Italia, ogni anno, vengano impiantate più di 10.000 protesi mammarie, tuttavia esiste una certa diffidenza verso questo dispositivo. Tali sentimenti negativi sono legali al primo caso delle protesi difettose scoppiato in Francia nel 2011. A far precipitare nel panico centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo è stata la decisione transalpina di richiamare 30mila donne portatrici di protesi per rimuovere, in via cautelativa, gli impianti.

Il linfoma anaplastico a grandi cellule

Il motivo di allarme è dovuto ad una rarissima forma neoplastica, il linfoma anaplastico a grandi cellule (Alcl) legato, appunto, all’impianto delle protesi mammarie.

Si tratta di una rara forma di neoplasia a prognosi favorevole, se diagnosticata precocemente.

In base a quanto raccolto dal database del Ministero della Salute Italiano, negli ultimi 8 anni sono stati registrati 41 casi di Alcl su 411.000 protesi impiantate. Questo vuol dire che il rischio di ammalarsi di Alcl è dello 0,001%.

Sono circa 35.000 le donne che, ogni anno, in Italia si sottopongono a un impianto di protesi mammaria: il 63% con finalità estetiche, il 37% ricostruttive. Tale fenomeno è monitorato dal Ministero della Salute che ha attivato un Registro nazionale di questi dispositivi impiantabili, e a breve diverrà obbligatorio segnalare a questo ogni impianto di protesi mammaria. (Ministero Salute).

Il linfoma anaplastico a grandi cellule, oltre ad essere una forma estremamente rara è anche risolvibile se affrontato in tempo. Di solito è sufficiente rimuovere la protesi e la capsula fibrosa che si forma intorno ad essa. La sola terapia chirurgica di solito è risolutiva.

Le protesi che maggiormente si associano all’insorgenza di questa patologia sono quelle “testurizzate”, ovvero con la superficie ruvida anziché liscia, tuttavia questo dato non è certo perché in alcuni casi di insorgenza della neoplasia si è provveduto alla rimozione della protesi senza segnalare di quale tipo si trattasse.

Il fenomeno è comunque estremamente raro, tanto che la FDA americana non ha ritenuto di dover ritirare le protesi “ruvide” come invece è avvenuto in Francia.

L’ allarmismo che si è diffuso a causa di queste notizie ha spinto Beautiful After Breast Cancer Italia Onlus insieme alla Società Italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva-rigenerativa ed estetica (Sicpre) ad elaborare un manifesto informativo per informare correttamente le donne che devono essere sottoposte a chirurgia della mammella.

Conclusioni

Le emozioni che si scatenano a seguito di una diagnosi che ancora oggi fa molta paura, come quella del cancro al seno, sono molteplici e spesso molto intense. La chirurgia della mammella, sebbene negli anni sia divenuta molto meno demolitiva, può ledere in maniera profonda l’autoimmagine femminile della donna. Oltre ad una diminuzione di invasività della chirurgia, si è ottenuto un netto miglioramento delle tecniche ricostruttive sul piano dell’outcome estetico.

È importante informare adeguatamente le donne candidate alla chirurgia in modo da poterle tranquillizzare e consentirgli di fare una scelta consapevole sul sottoporsi o meno a tecniche di chirurgia ricostruttiva

Anoressia Nervosa e Neuroscienze – Introduzione alla Psicologia

L’Anoressia Nervosa fa parte dei Disturbi dell’Alimentazione e della nutrizione ed è caratterizzato, secondo il DSM-5, da una restrizione dell’apporto energetico relativo al fabbisogno quotidiano che induce una evidente perdita di peso, in relazione a sesso ed età. Queste persone mostrano, inoltre, una evidente paura di aumentare di peso e un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, nonostante una significativa magrezza.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Alla forma e al peso sono attribuiti dei significati importanti che agiscono direttamente sull’autostima e sul proprio valore personale. Quindi per ottenere i propri obiettivi in termini di peso è necessario si eserciti una forma costante di controllo sul cibo ingerito e di conseguenza sul peso.

Il controllo del peso restituisce una sensazione di autonomia e indipendenza e questo implica la messa in atto di comportamenti ritualizzati, preferenza per cibi e bevande dal basso apporto calorico, una tendenza ad alimentarsi molto lentamente, e, talvolta a sputarli.

Il corpo è vissuto da queste persone come il nemico contro cui combattere, i cui bisogni non sono né avvertiti né, tantomeno, soddisfatti.

In più, le persone con anoressia nervosa svolgono un’eccessiva attività fisica, una tendenza ad esporsi al freddo, oltreché la propensione a cucinare per gli altri e incoraggiarli a mangiare.

Evitano inoltre le situazioni sociali e mostrano un evidente calo dell’umore.

Neuroimaging e anoressia

In studi di Neuroimaging relativi all’Anoressia Nervosa è stata evidenziata la presenza di anomalie strutturali e funzionali in aree del cervello coinvolte nell’elaborazione della ricompensa (Kaye et al., 2013). In particolare, sono state evidenziate anomalie relative al cingolato anteriore, coinvolto nella valutazione emotiva e nella selezione della risposta, alla corteccia orbitofrontale, un’area centrale rispetto al legame tra cibo o altri tipi di ricompensa e risposta edonica, e lo striato ventrale, il quale include il nucleus accumbens. Lo striato ventrale è un’area centrale rispetto alla codifica del piacere di una ricompensa e alla sua salienza motivazionale, definita come il processo attraverso il quale uno stimolo è convertito da una rappresentazione neurale a un incentivo desiderato e attraente per il cui ottenimento una persona è predisposta a impegnarsi. I circuiti neurali che includono tali aree risultano coinvolti anche nella compulsività, e rivestono quindi una possibile significatività transdiagnostica.

Il Default Mode Network, rete neurale distribuita in diverse regioni, corticali e sottocorticali, si attiva generalmente durante le ore di riposo e di attività passive. Essa comprende regioni cerebrali quali il cingolato posteriore, il precuneo e parti della corteccia prefrontale. Tale network risulta maggiormente attivo a riposo piuttosto che durante compiti che implicano un coinvolgimento attentivo, e per questo si reputa che sia associato al pensiero indipendente da stimoli e alla riflessione esercitata su di sé (Raichle et al., 2001). In uno studio relativo allo stato di riposo/non attività (resting state) in pazienti guarite da Anoressia Nervosa è stata evidenziata una maggiore funzionalità connettiva tra il Default Mode Network, il precuneo e la corteccia prefrontale dorsolaterale (Cowdrey, Filippini, Park, Smith, &McCabe, 2012), evidenza che supporta l’ipotesi rispetto alla quale i network relativi allo stato di riposo/non attività che coinvolgono il processamento di informazioni autoreferenziali e il controllo cognitivo possano essere disfunzionali nell’Anoressia Nervosa (Lee et al., 2014). I risultati di studi relativi allo stato di riposo/non attività in pazienti con Anoressia Nervosa o in remissione supportano l’ipotesi che un maggiore controllo sul processamento della ricompensa, mediato da neurocircuiti modulatori top down, quali la corteccia prefrontale dorsolaterale (Kaye et al., 2009), potrebbe essere un fattore chiave nel mantenimento dell’Anoressia Nervosa (Cowdrey et al., 2012). La presenza di maggiore attività in regioni deputate al processamento di informazioni autoreferenziali risulta coerente con la presenza di ruminazione rispetto al controllo dell’alimentazione, del peso e della forma corporea, fattore che viene considerato coinvolto nel mantenimento dell’Anoressia Nervosa (Kaye et al., 2009).

E’ stato suggerito che le patologie legate ai processi di ricompensa emergano quando due distinte componenti, il Wanting motivazionale e il Liking edonico, diventano funzionalmente separate (Berridge et al., 2010). Ad esempio, nell’abuso di sostanze stupefacenti, è stata evidenziata la presenza di un maggiore desiderio dello stimolo associato a ricompensa, che può avvenire anche in presenza di una diminuzione del piacere tratto dallo stesso stimolo. Questo può portare ad un desiderio compulsivo di cercare e di assumere la sostanza, in assenza di qualsiasi piacere derivante dalla stessa  (Everitt& Robbins, 2005). Nell’Anoressia Nervosa, una simile dissociazione tra Wanting e Liking rispetto alla ricompensa costituita dal cibo potrebbe contribuire alla persistenza delle compulsioni legate al controllo estremo dell’alimentazione, del peso e della forma fisica (Robbins et al., 2012).

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

 

 

Ansia per la matematica

L’ansia per la matematica è molto diffusa e può contribuire all’insuccesso dello studente, soprattutto quando le competenze sono già abbastanza deboli; è fondamentale che venga gestita nel migliore dei modi perché potrebbe essere svantaggiosa per tanti bambini.

 

Il ruolo del sentimento nella vita mentale è stato a lungo trascurato dalla ricerca; trascorso quasi un secolo di disinteresse scientifico, oggi le emozioni hanno conosciuto una sorta di rinascita, dopo che il cognitivismo le aveva dichiarate escluse dal suo ambito di indagine (Ledoux, 2014). Ma un modello della mente che esclude le emozioni è un ‘ben povero modello’ (Goleman, 1996).

Come ci insegnano le neuroscienze, il nostro cervello è un intreccio di pensieri ed emozioni e studiare i primi senza le seconde non darà mai una visione esatta della mente, che è più della semplice cognizione (Mingazzini, 2006).

L’emozione dell’ansia, in ambito scolastico, è stata spesso indagata in relazione alla disciplina matematica: la letteratura riporta infatti come questa materia eliciti vissuti emotivi negativi negli studenti (Lucangeli et. al., 2003).

L’innovazione concettuale portata dal modello metacognitivo ha consentito di mettere in luce come il successo in matematica non dipenda solo dall’effettiva abilità, ma anche dall’atteggiamento nei confronti della disciplina e che questo riguardi non solo l’alunno, ma anche il sistema scuola-famiglia con cui interagisce.

Daniela Lucangeli (2015) nell’intervento tenuto al XVI convegno nazionale dell’Istituto di Ortofonologia, sottolinea l’importanza delle emozioni che sottendono l’apprendimento:

Se un bambino mentre apprende fa fatica e sperimenta un’emozione di paura, tutte le volte che rimetterà in memoria quell’apprendimento metterà in memoria sia quella fatica che quell’emozione. Stabilizzerà quindi nel circuito di riorganizzazione che le neurofunzioni attivano sia l’apprendimento che il mantenimento dell’emozione disfunzionale.

Il disagio emotivo nell’apprendimento della matematica interessa un’ampia parte della popolazione scolastica: molti bambini e adulti manifestano agitazione o sintomi di malessere fisico durante lo svolgimento di un compito di matematica; questo può essere dovuto ad alcuni aspetti caratteristici della materia. La paura di sbagliare può essere attribuita al fatto che in matematica l’errore è generalmente indiscutibile, dato che esiste una sola risposta corretta, il timore di non sapere come procedere viene aggravato dall’impossibilità di ricorrere a strategie che di solito vengono usate per migliorare la propria prestazione in altri ambiti: diligenza, ordine, maggior impegno (Cornoldi, Zaccaria, 2015).

L’ansia per la matematica è molto diffusa e può contribuire all’insuccesso, soprattutto quando le competenze sono già di per se stesse abbastanza deboli; è fondamentale che venga gestita nel migliore dei modi perché può essere devastante per tanti bambini. Il ripetersi di emozioni negative come tristezza, ansia e paura associate all’apprendimento di questa materia portano all’evitamento del compito e alla rinuncia (Marsale, et al., 2013).

Nel nostro sistema educativo, quindi, ci sono forti emozioni sulle quali si basa l’apprendimento: il senso di colpa e la paura che nascono come sentimenti di autoregolazione, possono limitare fortemente l’azione se vengono vissute con impotenza e scarso livello di autostima.

Gli obiettivi (Cornoldi, Zaccaria, 2015) per un programma per la gestione dell’ansia sono:

  • riconoscere che l’ansia per la matematica è comune: analizzare meglio la propria ansia e scoprire che gli altri non ne sono esenti;
  • superare alcune idee stereotipate sulle difficoltà in matematica: riflessione di gruppo, ruolo dell’impegno;
  • individuare valide motivazioni per lo studio della matematica: sentire che è alla portata di tutti;
  • individuare situazioni che provocano uno stato di ansia;
  • individuare strategie utili per gestire situazioni d’ansia: provare con strategie immaginative. Individuare la propria strategia e metterla in pratica.

Resta indubbio che un lavoro metacognitivo efficace sulla matematica dovrebbe coinvolgere credenze e comportamenti non solo dei bambini, ma anche di insegnati e genitori.

Cercando di adottare didattiche efficaci nel potenziamento delle abilità cognitive alla base del calcolo, gli alunni in difficoltà possono acquisire le giuste competenze e sperimentare successo e nuova motivazione ad apprendere.

Davide Marsale, con Daniela Lucangeli e altri ricercatori (2013), hanno trovato nei giochi di prestigio interessanti spunti, hanno cercato di creare una condizione che interroghi il sistema cognitivo, susciti meraviglia e curiosità verso il mondo dei numeri e della logica e soprattutto stimoli la voglia di capire e di provare.

Queste strategie sono efficaci sia dal punto di vista scientifico che didattico.

Imparare a modulare le propria attività cerebrale? Oggi è possibile grazie al neurofeedback

Roland Zhann e Jorge Moll hanno ideato uno studio sperimentale atto a valutare l’efficacia del neurofeedback nell’insegnare la modulazione della connettività tra due particolari aree cerebrali a soggetti con disturbo depressivo maggiore in remissione, e verificare di conseguenza eventuali effetti benefici dati dall’auto-modulazione.

 

Il neurofeedback è una procedura clinica nata dal biofeedback atta ad insegnare al soggetto che la utilizza l’automodulazione dei propri processi fisiologici o neurocognitivi.

Inizialmente si compievano solo misurazioni fisiologiche tramite il biofeedback: vengono applicati degli elettrodi sulla cute della persona, che ha di fronte a sé uno schermo raffigurante gli indici fisiologici, come temperatura corporea e tensione muscolare.

Grazie all’osservazione diretta dei propri livelli fisiologici, il soggetto ha la possibilità di trovare strategie atte ad agire sulla funzione presa in esame in quel momento, imparando così a modularla.

Con l’avvento del neurofeedback è possibile fare lo stesso osservando tuttavia le onde cerebrali tramite l’utilizzo di un elettroencefalogramma (EEG) e l’attivazione cerebrale tramite l’uso della risonanza magnetica funzionale (fMRI) (Sato et al., 2008).

Il neurofeedback è quindi una tecnica che consente di insegnare al soggetto come modulare la propria attività cognitiva, osservando la rappresentazione di quest’ultima in tempo reale.

In letteratura sono presenti molteplici studi che sottolineano gli effetti positivi su patologie mediche e psichiatriche date dall’utilizzo di queste tecniche; in particolare il biofeedback sembra essere efficace in patologie come emicrania, ipertensione essenziale, asma e ansia. L’efficacia di questo trattamento sta nella capacità dell’individuo di apprendere come agire su quegli indici fisiologici che favoriscono l’insorgere della patologia (Zhan et al., 2019).

Il corpo umano mette costantemente in atto meccanismi di autoregolazione in maniera automatica, senza che noi ce ne accorgiamo; questo processo è regolato dal nostro sistema neurovegetativo ed endocrino. Tuttavia non sempre la consapevolezza sulle nostre alterazioni fisiologiche è assente. Ad esempio, dopo uno sforzo fisico prolungato, si potrebbe percepire un aumento della propria frequenza cardiaca; una volta percepita siamo in grado di agire su di essa con varie strategie, per esempio concentrandoci sulla respirazione. Analogamente, tramite il biofeedback, è possibile imparare a modulare i livelli fisiologici di cui solitamente non percepiamo l’alterazione (Rao, 2008).

Il neurofeedback è stato sperimentato anche in capo psicopatologico: è noto in letteratura che quando i soggetti con una storia di disturbo depressivo maggiore (DDM) iniziano a fare esperienza di sentimenti come il senso di colpa, mostrano una connettività minore tra due particolari zone cerebrali, quali il lobo temporale destro anteriore (ATL) e l’area cingolata subgenuale anteriore (SCC); inoltre, stando alla teoria dell’impotenza appresa, la vulnerabilità al disturbo depressivo maggiore è data dalla tendenza a incolpare se stessi per un fallimento, con conseguente riduzione dei livelli di autostima (Abramson et al., 1978).

Partendo da questi presupposti teorici, Roland Zhann e Jorge Moll hanno ideato uno studio sperimentale atto a valutare l’efficacia del neurofeedback nell’insegnare ai partecipanti la modulazione della connettività tra la ATL e la SCC, e verificare di conseguenza eventuali effetti benefici dati dall’auto-modulazione.

Con il fine di verificare questa ipotesi, i due ricercatori hanno condotto uno studio sperimentale su un gruppo di 28 soggetti con un disturbo depressivo maggiore in remissione. Per condurre la sperimentazione, si sono avvalsi del neurofeedback tramite risonanza magnetica: questa tecnica consente di vedere la propria attività cerebrale in tempo reale. In particolare è stata mostrata ai soggetti la connessione tra le aree ATL e SCC; accanto all’immagine del proprio encefalo, veniva mostrato un termostato, rappresentante il livello di attivazione della connessione tra le due zone cerebrali prese in esame.

Prima di sottoporsi al neurofeedback, i soggetti dovevano pensare a un evento che evocasse loro senso di colpa, e associarlo a una parola; in seguito quest’ultima veniva mostrata in fase di sperimentazione mentre erano sottoposti al neurofeedback (Zhan et al., 2019).

Inizialmente, quando veniva elicitato il senso di colpa tramite lo stimolo visivo (la parola precedentemente associata all’emozione in questione), si osservava un calo della connettività tra la ATL e la SCC. A quel punto si chiedeva ai partecipanti di trovare delle strategie per aumentare la connettività tra queste due aree: il loro compito era quindi quello di cercare di aumentare la temperatura del termostato rappresentante la connettività tra le due zone cerebrali (più aumentava, più c’era connettività tra la ATL e la SCC, e di conseguenza meno senso di colpa). Per influenzarne i livelli i soggetti dovevano trovare delle strategie mentali che andassero ad agire su di esso, (pensando ad un immagine in particolare o concentrandosi su cosa provavano in quel momento ecc), ogni partecipante aveva carta bianca per quel che riguarda le strategie da adottare per aumentare la temperatura del termometro.

I risultati dello studio perso in esame mostrano che, tramite il neurofeedback, i soggetti possono imparare a modulare la connettività tra le zone cerebrali deputate al senso di colpa. Così facendo, imparano a gestire questa emozione e a evitare un calo della propria autostima, traendo così dei benefici per prevenire eventuali ricadute.

Le implicazioni di questo studio sono principalmente di tipo clinico, tuttavia i ricercatori sottolineano la necessità di ulteriori studi sperimentali prima di introdurre il neurofeedback come possibile terapia per il disturbo depressivo maggiore (Zhan et al., 2019)

 

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