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L’astrologia non funziona, ma ci crediamo. Un’analisi dei processi psicologici

Nella quotidianità si è spesso interrogati da amici, parenti o semplici conoscenti sul proprio segno zodiacale, ed allo stesso modo è molto comune trovare oroscopi su quotidiani, giornali, tv e internet. Tutto questo rientra nelle pratiche tipiche dell’Astrologia, una pseudoscienza particolarmente antica, che ancora oggi ha numerosi seguaci.

 

L’astrologia si basa sulla credenza che la posizione e i movimenti dei pianeti influenzino la personalità, i comportamenti e le azioni delle persone e che attraverso la ricognizione e l’interpretazione della posizione degli astri sia possibile prevedere il futuro individuale e collettivo (Zarka, 2009). Allo stesso modo, l’astrologia ritiene che in base alla posizione delle stelle e dei pianeti al momento della nascita sia possibile identificare un tema astrale (o tema natale) che permette di leggere e individuare le caratteristiche, attitudini e tendenze personali (Zarka, 2009).

Innumerevoli ricerche hanno dimostrato che l’Astrologia è una pseudoscienza basata su credenze e convinzioni prive di alcuna validità scientifica (Ben-Shakhar, & Barr, 2018; Smith, 2011; Zarka, 2009). Nonostante questo, dati della European Commission (2005) hanno evidenziato come il 13% dei cittadini europei considerino l’oroscopo una disciplina scientifica, mentre un’indagine della Doxa (1998) indica che circa il 30% degli italiani afferma di credere nell’astrologia, mentre il 40% circa afferma di credere che gli astri influenzino il carattere delle persone. Ad oggi le stime sul numero di persone che si affidano agli astrologi sono limitate, ma i rapporti Eurispes (2002; 2010) valutano tra i 10 e gli 11 milioni il numero di Italiani (intorno al 18%) che si rivolgono a consulti pseudoscientifici, con una media di 33.000 persone al giorno che chiedono consulti magici. Eurispes (2010) ha anche quantificato il numero di maghi e astrologi intorno alle 155.000 unità nel territorio italiano, inoltre “l’economia dell’occulto” è stata quantificata su cifre superiori ai cinque milioni di euro l’anno con tassi di evasione molto alti (Alibrandi, & Centorrino, 2014; Eurispes, 2002; 2010).

La psicologia si è occupata in diverse occasioni dell’astrologia, dimostrando da un lato l’infondatezza delle previsioni e dei profili caratteriali definiti attraverso l’oroscopo, dall’altro occupandosi della comprensione dei processi che portano le persone a crederci (Allum, 2011; Dean, & Kelly, 2003; Hamilton, 2001). In due larghi studi su un campione totale di oltre 15000 partecipanti, Hartmann, Reuter, e Nyborg (2006) hanno, infatti, verificato l’assenza di relazioni sia della data di nascita che del segno zodiacale con differenze nella personalità, e nei punteggi ai test di intelligenza, concludendo l’assenza di correlazioni fra caratteristiche psicologiche e le configurazioni zodiacali. In una grossa revisione di studi, Dean e Kelly (2003) hanno verificato il funzionamento delle pratiche astrologiche in situazioni controllate. Nello specifico, attraverso il confronto di quaranta studi che hanno testato l’affidabilità di circa 700 astrologi nell’associare i temi astrali di circa 1150 partecipanti ai corrispettivi profili personali e storie di vita, è emerso che gli astrologi tendono ad indovinare un numero di associazioni simile a quello che darebbe a caso un non astrologo. Altri test raccolti da Dean e Kelly (2003) hanno mostrato che chiedendo a dei partecipanti di scegliere l’interpretazione del proprio tema astrale tra un gruppo di profili resi anonimi, la percentuale di risposte corrette era assolutamente casuale, portando alla conclusione che non ci sono prove che la descrizione dell’oroscopo sia discriminante di una persona piuttosto che un’altra e che le descrizioni specifiche dei temi astrali possano in realtà adattarsi a tutti. Un’altra meta-analisi, riportata da Dean e Kelly (2003) su 25 studi che hanno coinvolto un totale di circa 5000 astrologi, ha approfondito il grado di accordo tra astrologi diversi nell’interpretare lo stesso tema astrale, con risultati di accordo simili a zero che enfatizzano l’arbitrarietà dell’oroscopo.

Risulta quindi paradossale come ci possa essere tutto questo interesse per l’astrologia nonostante non ci sia alcun fondamento scientifico a supporto di questa pratica. La psicologia ha quindi cercato di approfondire anche i meccanismi che portano le persone a crederci, notando come spesso chi utilizza l’oroscopo abbia la percezione che il profilo descritto si adatti perfettamente alla propria persona. Questo processo può essere facilmente spiegato attraverso l’effetto Barnum (Glick, Gottesman, & Jolton, 1989) o Effetto Forer (chiamato anche effetto di convalida soggettiva), che consiste in un fenomeno psicologico per cui le persone tendono a riconoscersi in affermazioni ed interpretazioni di personalità generali, molto comuni e vaghe, se sono convinti che siano state preparate appositamente per loro (Dickson, & Kelly, 1985). Uno studio classico su questa tematica è quello di Forer (1949) che ha condotto un esperimento con alcuni studenti del suo corso, chiedendo loro di compilare un test di personalità e di valutare quanto ritenessero che il profilo fornito individualmente dopo qualche giorno, fosse in linea con la loro personalità. Gli studenti fornirono punteggi molti alti di concordanza, nonostante, a loro insaputa, il professor Forer avesse fornito a tutti lo stesso profilo di personalità, creato con affermazioni generiche ed approssimative prese da un libretto di oroscopi acquistato in edicola (per maggiori dettagli sull’esperimento di Forer consulta l’articolo di State of Mind). Studi successivi (Dickson, & Kelly, 1985) hanno dimostrato che questo effetto è più forte se la persona che riceve la descrizione ritiene che l’analisi sia personalizzata ed esclusiva di sé e se chi effettua la descrizione viene percepito come “autorevole”. Allo stesso modo, le descrizioni ed interpretazioni costituite principalmente da tratti e caratteristiche positive tendono anche ad essere considerate maggiormente veritiere rispetto a quelle caratterizzate da aspetti negativi (Dickson, & Kelly, 1985), per questo motivo generalmente le previsioni astrologiche sono favorevoli e forniscono speranze che le rendono particolarmente attrattive riuscendo ad incuriosire anche alcuni scettici (Glick, et al., 1989).

Oltre l’uso di affermazioni generiche nelle quali è semplice riconoscersi, l’astrologia si fa forza della tendenza a verificare la vaga previsione astrologica a posteriori da parte degli utenti. Una frase generica come: “l’incontro con una persona cambierà la tua giornata”, potrebbe essere applicata a tantissimi contesti, persone e situazioni, ed è così vaga che è altamente probabile che si avveri, ma indipendentemente se l’incontro sia con un amico, parente, conoscente o collega si potrebbe poi giungere a confermare che quello che era stato predetto si è effettivamente avverato. Questo significa che chi va dall’astrologo o legge l’oroscopo potrebbe applicare inconsapevolmente un “bias di conferma” alle numerose dichiarazioni ambigue che riceve, trovando agganci a eventi accaduti nella propria vita che possano confermare previsioni astrologiche (Lindeman, 1998). Il bias di conferma, infatti, è un errore cognitivo che porta inconsapevolmente a ricercare, interpretare e attribuire maggiore credibilità alle informazioni che confermano le proprie idee, aspettative, ipotesi e credenze (Nickerson, 1998; Oswald, & Grosjean, 2004). Applicando questa forma di pensiero selettivo, è molto probabile che il cliente/lettore cercherà inconsapevolmente di adattare alla propria condizione le vaghe informazioni plausibili fornite dall’astrologo, ma dimenticando o trascurando quelle incompatibili. Allo stesso modo, in linea con gli studi sulla profezia che si auto-avvera (Jussim, 1986), chi crede all’astrologia e all’oroscopo, inconsapevolmente si comporterà in modo da far avverare le previsioni ricevute (Snyder, & Glick, 1986). Continuando con l’esempio precedente, se un ragazzo legge nel suo oroscopo che “l’incontro con una persona cambierà la tua giornata”, probabilmente in modo inconsapevole farà più attenzione alle relazioni con gli altri, cercherà di essere più socievole ed estroverso, aumentando le probabilità che l’oroscopo abbia ragione (per maggiori dettagli sulla profezia che si auto-avvera consulta l’articolo di State of Mind)!

L’astrologia condivide con le altre pseudoscienze la tendenza a fornire soluzioni facili alle difficoltà della vita, alimentando false speranze con ricette affascinanti e semplici da mettere in pratica (Ben-Shakhar, & Barr, 2018). Anche la promessa di sapere in anticipo il futuro riduce la paura e l’incertezza per quello che potrà accadere, e l’astrologia fornisce una serie di affermazioni piacevoli e lusinghiere in grado di offuscare la realtà dei fatti, specialmente in situazioni di particolare stress o difficoltà. Risulta quindi chiaro come l’astrologia basi il suo successo sullo sfruttamento a proprio favore di un insieme meccanismi psicologici che involontariamente fanno credere all’esistenza di qualcosa che non esiste (Lillqvist, & Lindeman, 1998). Alla luce di queste considerazioni, risulta fondamentale promuovere una cultura scientifica che permetta di discriminare le pratiche scientifiche da quelle pseudoscientifiche come l’astrologia, nonostante la popolarità ed il fascino illusorio che possano avere.

Ipnosi e terapia del dolore – Intervista al Professor Giuseppe De Benedittis

Le applicazioni dell’ipnosi, come trattamento in sé o come intervento complementare finalizzato alla gestione del dolore, coprono una nutrita varietà di ambiti per cui le ritroviamo nel dolore acuto e nel dolore cronico.

 

La terapia e la gestione del dolore, inteso e valorizzato come quinto segno vitale del paziente, hanno una storia relativamente recente.

Definendo il dolore come un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di tale danno (IASP, 1986) viene spontaneo chiedersi quale strumento o approccio possa comprendere ed integrare il più ampio numero di questi aspetti nel processo di cura.

I tentativi per arginare quest’esperienza spiacevole, di cui, solo nel tempo, è stata riconosciuta la complessità, hanno accompagnato la storia dell’uomo fin dalle origini con i metodi più particolari, arrivando all’attuale approccio multidisciplinare.

Per questo e altri quesiti siamo andati ad intervistare il Professor Giuseppe De Benedittis, psichiatra e psicoterapeuta, anestesiologo e neurochirurgo. Giuseppe De Benedittis è Professore Associato di Neurochirurgia presso l’Università degli Studi di Milano (1986), Direttore del Centro per lo Studio e la Terapia del Dolore dell’Università di Milano (1988-), Responsabile dell’U.O. “Terapia del Dolore” dell’Ospedale Maggiore Policlinico IRCCS di Milano (2000-), Docente nella Scuola di Specializzazione in Neurochirurgia (1981-), in Medicina Fisica e Riabilitazione (1981-) e in Malattie del Sistema Nervoso dell’Università di Milano (1995).

Le applicazioni dell’ipnosi, come trattamento in sé o come intervento complementare finalizzato alla gestione del dolore, coprono una nutrita varietà di ambiti per cui le ritroviamo: nel dolore acuto (in chirurgia, ostetricia, odontoiatria, nel trattamento dei grandi ustionati…) e nel dolore cronico (cefalee croniche primarie, algie orofacciali, algie muscolo-scheletriche, mal di schiena aspecifico, dolore neuropatico, dolore oncologico, dolori viscerali e urogenitali, dolore psicogeno).

Nel Blue Book, di cui il Professor De Benedittis è stato uno degli autori, oltre a una sistematizzazione della letteratura scientifica evidence based essenziale e relativa alle principali applicazioni dell’ipnosi in medicina/chirurgia, in psichiatria/psicoterapia, in medicina psicosomatica e in popolazioni speciali, ritroviamo anche utili riferimenti per orientare il pubblico interessato all’ipnosi, tramite parti psico-educazionali e riferimenti di centri e professionisti presenti sul territorio nazionale, divisi per regione e per competenza.

Questo libro sembra anticipare uno degli attuali propositi del board dell’International Society of Hypnosis di portare l’ipnosi ad essere riconosciuta a pieno titolo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità fra i trattamenti efficaci in primis nella gestione del dolore.

Ipnosi e terapia del dolore: indice dell’intervista 

0:39 Ipnosi e gestione del dolore hanno avuto uno stretto legame fin dalle origini dell’ipnosi stessa. Quali sono state le prime applicazioni e come si declina questo legame oggi?

1:52 Ha curato assieme al dott. Claudio Mammini e al dott. Nicolino Rago Blue Book – Una guida all’ipnosi evidence based, che sistematizza la letteratura scientifica dell’ipnosi in base al grado di efficacia. Che sviluppo vede per l’ipnosi clinica e l’ipnoterapia ericksoniana in tal senso?

4:11 L’attenzione pubblica si sta mostrando sempre più sensibile verso la fibromialgia. Quali trattamenti possono giovare a chi soffre di questa sindrome? E l’ipnosi che ruolo può avere?

6:23 Nel Blue Book viene spesso citata l’ipnoanalisi. Ci può spiegare meglio in cosa consiste, quali sono i vantaggi che la rendono efficace e come la utilizza nella sua pratica clinica?

9:20 Una delle sfide in cui è attualmente impegnato è far riconoscere all’Organizzazione Mondiale della Sanità le applicazioni cliniche dell’ipnosi nel campo della terapia dolore. Ce ne può parlare?

 

GUARDA L’INTERVISTA IN VERSIONE INTEGRALE:

 

Adolescenti senza tempo (2018) di M. Ammaniti – Recensione del libro

Adolescenti senza tempo offre un interessante contributo all’analisi del cambiamento negli anni del concetto di adolescenza, proponendo un viaggio che coniuga teorie del passato e nuove ricerche.

 

Nel libro Adolescenti senza tempo, Massimo Ammaniti, psicoanalista e professore onorario dell’Università la Sapienza di Roma, offre un ricco contributo nell’esaminare il cambiamento negli anni del concetto di adolescenza, a partire dagli studi dei primi anni del ‘900 ai giorni nostri.

Sarebbe infatti anacronistico, per chi si relaziona con gli adolescenti di oggi, cercare chiavi di lettura nei libri di psicologia degli ultimi 50 anni, che fanno riferimento ad adolescenti contestualizzati in una società che non ha più nulla a che fare con la nostra società attuale. Per supportare questo punto di vista, Ammaniti accompagna il lettore in un viaggio interessante nelle teorie del passato, che parte dalla pubblicazione di Stanley Hall nel 1904 del suo manuale, che sancisce la nascita concettuale dell’adolescenza, per passare agli scritti di Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, dell’anno successivo, dove ha dedicato una parte alle trasformazioni della pubertà. In particolare si sofferma sulle teorie di Hall, confrontandole con le ricerche recenti sulla biologia e sullo sviluppo neurocerebrale che contraddistinguono questa fase della vita. L’aspetto contestualista viene proposto riprendendo il famoso studio di Margaret Mead sugli adolescenti dell’isola di Samoa e più recentemente l’idea di un cervello “culturalizzato” dell’antropologa Suparna Choudhury.

Il terzo capitolo è dedicato al famoso caso di Dora di Freud, che si legge sempre con grande piacere, per passare al quarto capitolo con gli scenari del dopoguerra, caratterizzati dall’irrompere di una gioventù ribelle e sovversiva, rappresentata nel mondo del cinema, con film che hanno segnato la storia come Gioventù Bruciata e Il seme della violenza, e nella letteratura degli anni ’50, con il famoso Il giovane Holden di J.D. Salinger. Da qui avviene una profonda linea di demarcazione nel modo giovanile, che inizia un movimento di separazione dal nido genitoriale, per avvicinarsi a un senso di identità gruppale, dove il ragazzo può sperimentare un nuovo senso di appartenenza, come viene raccontato nel quarto capitolo del libro insieme a storie di adolescenti, come il caso di Adriano.

Oggi sembra difficile, se non impossibile, inquadrare gli adolescenti nell’ottica delle generazioni precedenti. L’era digitale dei social network, a partire dalla generazione dei millennials, ha cambiato le carte in tavola nella costruzione del senso di identità di gruppo, lasciando spesso gli adolescenti di oggi smarriti e soli, con una grande difficoltà a costruire relazioni con i pari autentiche e nelle quali crescere attraverso un confronto costruttivo. Anche su questo tema vengono proposti diversi esempi clinici, con una chiave di lettura psicoanalitica e rivolta al bisogno narcisistico dei nuovi adolescenti di trovare un equilibrio tra il bisogno di identificazione e crisi di identità. Un’adolescenza che in alcuni casi sembra non avere mai fine. Il nono capitolo è dedicato alle caratteristiche ormonali e cerebrali tipiche di questa fase della vita, che possono portare in modo transitorio a un “disallineamento dello sviluppo” e che si può manifestare attraverso la messa in atto di comportamenti a rischio. Prendendo spunto da ricerche recenti, Ammaniti propone una disamina del comportamento digitale e dell’uso dei social network come canale per la ricerca di una nuova immagine di sé, mettendo in luce i rischi che ciò può comportare. L’ultimo capitolo è dedicato ai genitori, con i loro vissuti di smarrimento e senso di impotenza dai quali spesso vengono travolti, incapaci di trovare risposte di fronte a questi nuovi scenari.

Un libro molto interessante e ricco di spunti sui quali riflettere, su un argomento che appartiene a tutti noi, pur facendo parte di una generazione ormai démodé.

Riattivare i neuroni ‘’spenti’’ delle persone in stato di alterazione di coscienza? Potrebbe essere possibile grazie alle stimolazioni trans-craniche

Un recente studio mostra come alcuni tipi di stimolazione transcranica possano migliorare le funzioni uditive, visive, motorie e comunicative, ma non le capacità verbali di pazienti in stato di minima coscienza.

 

Quando parliamo di coscienza facciamo implicitamente riferimento alla vigilanza e alla consapevolezza: la prima riguarda la capacità della persona di rimanere deliberatamente sveglia, mentre la seconda si riferisce alla consapevolezza che l’individuo ha di se stesso e dell’ambiente circostante.

Può capitare che, dopo un trauma a livello cerebrale, si verifichi un’alterazione dello stato di coscienza. Le alterazioni di coscienza possono quindi riguardare la vigilanza, rappresentata da un continuum che va dalla veglia al coma, e la consapevolezza, nella quale abbiamo da una parte la piena consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante e all’opposto troviamo la totale assenza di queste facoltà cognitive.

Una delle alterazioni di coscienza maggiormente studiate in letteratura è lo stato di coma. Ippocrate lo definì come ‘’Il cadavere in sonno letargico”. La persona che si trova in questa condizione ha perso totalmente la consapevolezza di sé e dell’ambiente; anche la vigilanza risulta completamente assente, infatti il soggetto non può essere svegliato né con stimoli verbali né tramite stimoli dolorosi. È tuttavia diverso dalla morte cerebrale, dato che alcune funzioni cerebrali nello stato di coma rimangono attive (ad esempio, in alcuni casi il soggetto è in grado di respirare da solo) (Baruss, 2003).

Si parla di stato di minima coscienza (MCS) quando il soggetto mostra consapevolezza di sé e/o dell’ambiente minime, come ad esempio l’apertura degli occhi se stimolato, oppure seguire con lo sguardo uno stimolo visivo (Giacino et al., 2002). L’ MCS è una condizione clinica che si può verificare a seguito di danni cerebrali, o come evoluzione di stadi come il coma o lo stato vegetativo (presenza di vigilanza ma assenza di coscienza). Questa condizione è oggetto di molteplici studi sperimentali atti a trovare terapie efficaci: le due metodologie più indagate al momento sono la stimolazione transcranica a corrente diretta continua (tDCS) e la ripetuta stimolazione magnetica transcranica (rTMS).

Entrambe sono metodologie non invasive, più nello specifico:

  • tDCS: tecnica di neuro-modulazione, che consiste nell’applicare due elettrodi sullo scalpo della persona che genereranno una corrente elettrica continua di 1-2mA; la stimolazione può essere anodica, nel caso si volesse provocare un’eccitazione delle zone stimolate, e catodica, per inibire le zone stimolate (Sadleir et al., 2010).
  • rTMS: tecnica di neuro-modulazione, basata su una bobina che genera un campo magnetico che va a interferire con l’attività elettrica neuronale; anche in questo caso è possibile applicare una stimolazione ad alta frequenza per eccitare, oppure a bassa frequenza per inibire, determinate zone cerebrali (Paulus,2005).

I ricercatori Yicong Lin e Yuping Wang hanno condotto uno studio sperimentale atto a verificare l’effetto di una stimolazione anodica tramite la tDCS e di una stimolazione ad alta frequenza tramite la rTMS su pazienti in stato di minima coscienza. Si tratta di uno studio pilota, infatti il campione era composto da due soggetti con condizioni cliniche simili, quindi entrambi in stato di MCS.

I due partecipanti sono stati suddivisi uno nella condizione sperimentale (veniva quindi stimolato tramite tDCS e rTMS) e uno nella condizione di controllo (nessuna stimolazione). Al fine di valutare l’efficacia del trattamento, i ricercatori hanno misurato il grado di severità del coma tramite degli appositi strumenti, come la Glasgow Coma Scale (GCS) prima, durante e dopo il trattamento.

I risultati mostrano un miglioramento significativo, che perdura nel tempo nel soggetto che è stato sottoposto alla stimolazione: in particolare si registra un miglioramento nelle funzioni uditive, visive, motorie e comunicative; rimangono tuttavia invariate le capacità verbali (Lin et al., 2019).

In conclusione, la stimolazione tramite la tDCS e la rTMS risulta essere efficace e in grado di apportare dei benefici ai soggetti in stato di minima coscienza; tuttavia i ricercatori suggeriscono il bisogno di ulteriori studi, per perfezionare e comprendere al meglio come utilizzare le suddette procedure cliniche, per massimizzarne gli effetti terapeutici (Lin et al., 2019).

 

Modulare la coscienza stimolando l’epitelio olfattivo? È possibile!

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa ha indagato il legame tra respiro e coscienza, due mondi apparentemente lontani, ma incredibilmente vicini, come già testimoniato dalle tecniche del respiro lento meditativo che possono arrivare a provocare veri e propri stati alterati di coscienza.

 

Negli ultimi anni la meditazione si sta diramando sempre di più anche in occidente, i suoi potenti effetti sulla mente e sul corpo sono stati riconosciuti dalla comunità scientifica e gli studi a riguardo hanno subito un notevole incremento. C’è un elemento di grande interesse che caratterizza le pratiche meditative: il controllo volontario del respiro. Le tecniche di respirazione lenta vengono impiegate in maniera versatile, nel caso della meditazione queste tecniche provocano dei veri e propri stati alterati di coscienza (Goleman, 1997). Lo stato modificato di coscienza si caratterizza per una percezione sempre più fine di sé, un distacco da tutti gli altri eventi e una concentrazione al momento presente. Il connubio intrigante tra respiro e coscienza ha spinto un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa a indagare questo legame apparentemente lontano, ma incredibilmente vicino.

Quali sono gli effetti delle tecniche di respirazione lenta sul nostro cervello?

Una considerevole mole di studi ha messo in evidenza come la meditazione abbia la capacità di modificare l’attività cerebrale, grazie all’EEG sappiamo che porta ad un incremento dell’attività theta (4-8 Hz) in molte regioni cerebrali (Aftanas et al., 2001). La respirazione lenta, direttamente collegata alla meditazione, è anch’essa in grado di elicitare notevoli modificazioni: quando su modelli animali hanno stimolato l’epitelio olfattivo con ritmi lenti è stata ritrovata la stessa frequenza a livello corticale. Negli animali il ritmo della respirazione riesce a sintonizzare l’attività di scarica di neuroni lontani dalla corteccia olfattiva. Questi pattern straordinari non sono osservabili nel caso di respirazione con la bocca e nel caso della tracheotomia. Una visione fin troppo semplicistica ha portato all’errore di considerare i neuroni olfattivi semplicemente come rilevatori di odori, oggi possiamo affermare che le loro capacità vanno ben oltre, questi neuroni se stimolati riescono addirittura a rispondere a stimoli di natura meccanica (Grosmaitre et al., 2007). Come correliamo quello che la ricerca ha individuato tramite l’elettrofisiologia con quello che la persona percepisce durante la meditazione? Le oscillazioni lente dovute alla respirazione individuate a livello corticale si associano a ciò che la persona esperisce: aumento dell’attenzione verso l’interno, miglior focalizzazione su quanto accade al momento presente, abbassamento dei livelli d’ansia e di stress (Goleman, 1997).

È possibile ricreare quello che accade durante la meditazione?

Assolutamente sì! Un gruppo di ricerca dell’Università di Pisa, partendo dagli studi sulla meditazione, si sono focalizzati non tanto sulle tecniche meditative che hanno la respirazione lenta solo come effetto secondario, ma sono andati a indagare i correlati della respirazione lenta. Il loro lavoro nasce dall’ipotesi che l’accoppiamento respirazione-attività neurale sia in grado di modulare il comportamento e lo stato di coscienza nell’uomo. Quello che hanno fatto è stato ricreare una condizione simil-meditativa: per simulare la respirazione lenta della meditazione, hanno utilizzato un’apposita cannula nasale per stimolare periodicamente (8 secondi di stimolazione e 12 secondi senza stimolazione) l’epitelio olfattivo attraverso aria compressa inodore ad una frequenza di 0,05 Hz per 15 minuti. Questa frequenza specifica non è frutto del caso, ma è stata scelta in quanto replica le frequenze lente della respirazione nelle pratiche meditative (Arambula et al., 2001; Jerath et al., 2006). Per l’indagine sperimentale sono stati scelti 12 soggetti sani, ognuno ha preso parte a due sessioni diverse: una sperimentale che prevedeva la stimolazione nasale (detta “nasal stimulation”, NS) e una di controllo in cui la stimolazione era assente (detta “controllo session”, CS). Le due sessioni si sono svolte ad una settimana l’una dall’altra e in entrambi i casi i soggetti sono stati monitorati con l’EEG, successivamente i ricercatori hanno confrontato i dati raccolti ottenuti nelle due diverse fasi dell’esperimento.

Quello che emerge assume un’importanza enorme: unicamente nella fase post NS è stato registrato un aumento delle frequenze theta e delta nella corteccia orbitofrontale, prefrontale mediale (bilaterale per theta, destra per delta), giro paraippocampale, corteccia entorinale, corteccia cingolata destra e nel precuneo (Piarulli et al., 2018). Un altro aspetto importante che emerge dallo studio riguarda la direzione del flusso delle informazioni: nella condizione post stimolazione il flusso ha subito un’inversione rispetto alla condizione pre-stimolazione per la frequenza theta. Nella veglia la direzione del flusso delle informazioni è postero-anteriore, invece sia nel sonno REM che nel sonno NREM la direzione è antero-posteriore.

I soggetti hanno percepito qualcosa di diverso con la stimolazione nasale?

Le due sessioni a livello elettrofisiologico sono diverse tra di loro, i dati EEG indicano che accade sicuramente qualcosa nei soggetti, ma cosa hanno percepito veramente? Si sono accorti della differenza tra le due sessioni? I ricercatori sono riusciti a ricreare uno stato simil-meditativo?

Per indagare a fondo l’esperienza soggettiva vissuta da ogni singolo partecipante è stato utilizzato il Phenomenology of Consciousness Inventory (PCI). Questo strumento ha permesso di associare ai dati EEG il vissuto esperienziale dei partecipanti durante la stimolazione: queste persone hanno riportato di sentirsi come in uno stato modificato di coscienza, hanno percepito il tempo in maniera diversa e hanno notato un aumento dell’attenzione rivolta all’interno. Le sensazioni che emergono sono le stesse che provano coloro che praticano la meditazione, chi pratica determinate tecniche riesce a vivere uno stato modificato di coscienza e riesce anche focalizzarsi maggiormente su ciò che accade all’interno e non all’esterno. L’esperienza vissuta dai partecipanti allo studio si associa perfettamente con quanto registrato dall’EEG.

Ad oggi il tema della coscienza è tanto intrigante quanto complicato, la respirazione potrebbe essere un varco per far luce su questo mondo così difficile da comprendere. Questo lavoro è sorprendente perché permette di andare oltre il ruolo classico a cui siamo abituati della respirazione, inoltre, ci consente di capire quanto la sola respirazione sia in grado di aiutarci nell’arduo compito di comprendere la coscienza.

Change: sulla formazione e la soluzione dei problemi. (1974) di P. Watzlawick, J.H. Weakland, R. Fisch – Recensione del libro

Change è un testo ricco di contenuti teorici ed aspetti pratici e operativi, nel quale Paul Watzlawick, John H. Weaklend e Richard Fisch hanno messo in luce la loro capacità di scrivere in maniera coinvolgente, cominciando a formulare sul panorama della psicologia aspetti di un approccio terapeutico innovativo e originale.

 

Di teoria del cambiamento ce n’è a bizzeffe, ma è la prima volta che in una teoria del cambiamento viene assunto seriamente ad oggetto di analisi il cambiamento stesso per accertare sia come si verifica spontaneamente sia come si può provocarlo

Così recita la prefazione del testo Change scritta direttamente da Milton Erickson, un testo edito nel 1974, ma fortemente innovativo e attuale per contenuti e stile.

Paul Watzlawick, John H. Weaklend e Richard Fisch, in questa opera hanno messo in luce la loro capacità di scrivere in maniera coinvolgente cominciando a formulare sul panorama della psicologia aspetti di un approccio terapeutico innovativo e del tutto originale, come conoscere problemi attraverso le loro soluzioni, il concetto di tentate soluzioni, la distinzione tra cambiamento di tipo 1 e cambiamento di tipo 2, l’utilizzo dei paradossi; un testo contenente contributi teorici uniti ad aspetti pratici ed operativi.

Cambiamento1 e Cambiamento 2

Come ben si deduce dal titolo, il tema centrale del testo è il cambiamento unito all’approfondimento di ciò che lo può favorire così come ciò che lo può ostacolare.

Interessante nota descritta dagli autori diventa la presentazione di come il terapeuta, riuscendo a conoscere come si è formato e come si mantiene il problema del paziente, possa strategicamente utilizzare lo stesso comportamento come prescrizione paradossale per favorirne il cambiamento.

Il testo parte con la distinzione tra cambiamento1 e cambiamento 2. Il primo rimanderebbe al concetto di omeostasi, ossia la tendenza di ogni organismo vivente, compreso l’uomo, a mantenere una sorta di stabilità interna al sistema, aspetto che spiegherebbe anche la resistenza al cambiamento stesso, e cambiamento 2 invece quando il cambiamento sarebbe introdotto nel sistema dall’esterno risultando non familiare e anche “poco logico”, ma l’originalità, la deviazione dalle comuni norme e regole ordinarie della logica, sono ciò che contraddistingue lo stile di pensiero degli autori e che, secondo gli stessi, faciliterebbe il cambiamento.

Nei vari capitoli si susseguono diversi modelli originali come “più di prima” dove spesso sono proprio le tentate soluzioni (altro concetto coniato dalla Scuola di Palo Alto) messe in atto dalla persona nel tentativo di provocare un cambiamento ad aumentare e generare il problema, individuando anche le tre modalità più frequenti come: negare il problema, tentare di cambiare una situazione immutabile, agire un cambiamento ad un livello sbagliato. Ognuno di questi concetti viene sempre accompagnato da spiegazioni ed esempi che ne facilitano la comprensione da parte del lettore.

Dal terribile semplificateur all’utipista

Altra distinzione interessante che viene proposta in termini di genesi e/o mantenimento dei problemi, è quella del terribile semplificatore e dal suo lato opposto l’utopista dove, se da una parte il primo tende a non voler vedere i problemi e negarli come si diceva precedentemente, dall’altra parte l’utopista è colui che vede soluzioni dove non ce ne sono. Sia in un senso che nel suo opposto, l’abilità del terapeuta deve risiedere nel riuscire a contemplare, guardando attraverso gli occhi del paziente, anche strategie a volte bizzarre, apparentemente magiche o illogiche, che possano servire a sbloccare lo stallo del paziente.

I paradossi

Altro tema centrale all’interno del testo e strumento terapeutico poi all’interno dell’approccio strategico è il ricorso ai paradossi, come quello del Sii spontaneo, che come ben fanno notare gli autori, come potrebbe  una richiesta di un comportamento che per sua natura dovrebbe avvenire spontaneamente, realizzarsi su richiesta? E in merito a tale paradosso gli esempi variano dall’ambito delle problematiche di coppia, all’ambito delle problematiche tra genitori e figli, ritrovabile anche nelle dinamiche dei disturbi del sonno, nei disturbi della sfera sessuale o anche in ambito sociale.

Gli autori sottolineano poi come aspetti essenziali per favorire un cambiamento2 diventerebbe agire nel qui ed ora, provando ad interrogarsi più su che cosa mantiene il problema oppure su che cosa una persona ha messo in atto fino a quel momento per favorire il cambiamento (tentate soluzioni), piuttosto che sul perché, che rimanderebbe al passato, tempo in cui non si può più agire in alcun modo, se non con un altro strumento descritto all’interno del testo ossia la ristrutturazione. Tale tecnica, riportando la descrizione che gli autori forniscono all’interno del testo, consiste nel

dare una nuova struttura alla visione del mondo concettuale e/o emozionale del soggetto e porlo in condizione di considerare i “fatti” che esperisce da un punto di vista tale da permettergli di affrontare meglio la situazione anziché eluderla, perché il modo nuovo di guardare la realtà ne ha mutato completamente il senso.

Ed ancora

la ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che il soggetto attribuisce alla situazione

perché come affermava già Epitteto:

non sono le cose in se stesse a preoccuparci ma le opinioni che ci facciamo di esse.

La pratica del cambiamento

Nel capitolo nono gli autori, dalla loro esperienza clinica e di ricerca, giungono a formulare un processo a quattro gradini attraverso il quale affrontare problemi:

  • Una definizione chiara del problema in termini concreti;
  • Un’analisi della soluzione  finora tentata;
  • Una chiara definizione del cambiamento concreto da effettuare;
  • La formulazione e la messa in atto di un piano per provocare tale cambiamento.

Una messa a punto dunque di una strategia di problem solving, altamente funzionale ed efficace.

L’ultima parte del testo si arricchisce di esempi, offrendo anche spunti di tecniche e strategie paradossali applicate ad estratti di casi clinici per favorire il cambiamento e dove i titoli non possono non incuriosire o rimanere impressi nella mente del lettore; ne sono esempi il disoccultare l’occulto, pubblicizzare anziché nascondere, utilizzare la resistenza per abbattere la stessa, sabotaggio benevole ed il patto con il diavolo.

Un testo non recente, ma fortemente attuale, che con eleganza e maestria riesce a creare connessioni tra psicologa, filosofia, storia e discipline orientali, con aspetti innovativi senz’altro rispetto alle tradizioni psicoanalitiche che per molto tempo hanno dominato il mondo della psicologia e con contributi condivisi da altri orientamenti teorici come ad esempio, con la terapia cognitivo comportamentale con la quale condividono l’attenzione al presente, l’agire nel qui ed ora, il fornire un ruolo attivo al paziente e lavorare in termini di ristrutturazione, ognuno poi mantenendo le proprie specificità ed unicità. Un testo dunque che a mio avviso non può mancare nel bagaglio del professionista che opera per favorire il cambiamento.

 

Il dono nella cultura greca: dal dono al dono funesto

La pratica del dono, nelle culture arcaiche, come abbiamo visto, rientra nei comportamenti improntati alla reciprocità, ovvero all’obbligo di compiere, a fronte di un’azione, un’altra azione uguale in direzione contraria. Il dono è lo strumento con cui si creano i vincoli ospitali, che si passano in eredità all’interno del gruppo familiare. Questa pratica nell’antica Grecia veniva definita xenia, appunto ospitalità.

 

La pratica della Xenia veniva tutelata da Zeus xenios (protettore degli ospiti) il quale si fa anche garante della reciprocità ovvero che l’ospitante possa in futuro ricevere una eguale forma di assistenza.

La xenia si reggeva su un sistema di prescrizioni e consuetudini non scritte che si possono riassumere in tre regole di base:

  • il rispetto del padrone di casa verso l’ospite
  • il rispetto dell’ospite verso il padrone di casa
  • la consegna di un regalo d’addio all’ospite da parte del padrone di casa.

La strutturazione dello xenia creava un vincolo indissolubile tra ospitante e ospitato, tant’è che nell’Iliade, Glauco e Diomede, due guerrieri che militano su fronte opposti, sul campo di battaglia scoprono di essere legati dal vincolo dell’ospitalità. Infatti, Diomede, all’inizio del duello, indaga sulle origini di Glauco scoprendo che Oineo, padre di Diomede, aveva ospitato un tempo Bellerofonte, antenato di Glauco e si erano scambiati doni ospitali. A quel punto Diomede così si rivolge Glauco “io sono per te in Argo ospite caro, tu in Licia, se mai io giunga tra quel popolo”. A quel punto cessano le ostilità e si scambiano le armi.

Sempre nell’Iliade, vi è un caso di alterazione delle regole e del rituale dello xenia. Paride, che era ospite di Menelao, rapisce Elena non comportandosi da soggetto ospitato scatenando una guerra che durò parecchi anni delle città greche contro Troia, patria di Paride. Nell’Odissea, vi è un caso altrettanto significativo di ospitalità negata che contravviene alle norme comportamentali riconosciute. Ulisse da straniero bisognoso cerca di stabilire un vincolo relazionale chiedendo un dono ospitale a Polifemo. Quest’ultimo, negando ogni forma di ospitalità, risponde che lo avrebbe divorato per ultimo. Tra l’altro, al contrario di quanto avviene nelle regole dell’ospitalità in cui è il padrone di casa che offre doni agli ospiti, sono Ulisse e i suoi compagni che offrono in dono il vino a Polifemo. Il vino offerto risulta un dono avvelenato poiché serve per ubriacare Polifemo per poi poterlo accecare. Ulisse, nelle opere di Omero, è il creatore e fautore dei doni avvelenati. Nell’Iliade, infatti, crea e favorisce la costruzione del cavallo che serve a sconfiggere definitivamente i troiani.

Più tardi, Virgilio nell’Eneide fa dire a Laocoonte “timeo Danaos et dona ferentis” (Temo i greci anche quando/se portano doni) nel tentativo di dissuadere i troiani dall’accogliere il dono del cavallo e dal trasportarlo dentro le mura. Il dono senza un ricambio, ovvero quello a senso unico, è un dono ingannevole. Nella cultura Greca, vi sono tanti esempi di doni avvelenati. Sofocle nelle Trachinie racconta che Nesso, in punto di morte, aveva donato a Deianira un poco del suo sangue spacciandolo come un filtro amoroso. Quest’ultima, in preda alla gelosia, per riconquistare Eracle gli manda in dono una veste intrisa di questo sangue. Eracle muore in mezzo a dolori strazianti indossando la veste. La stessa sorte tocca alla futura sposa di Giansone, nella Medea di Euripide, che muore insieme al padre a seguito del dono ricevuto da Medea (una veste e una ghirlanda di fiori). In quest’opera c’è di più nel dono ingannevole. Medea, infatti, non solo attraverso un regalo malefico uccide la rivale in amore, ma per vendetta elimina i figli non dando all’ex marito la possibilità di una continuità generazionale. Euripide sembra voler dire che i doni ingannevoli e/o malefici servono a rompere i legami. Anche il dono di Zeus a Pandora contiene un regalo malefico onde potersi vendicare di Prometeo e degli uomini che avendo ricevuto il fuoco da quest’ultimo si mostravano gioiosi, baldanzosi ed alteri. Pandora, che in greco significa tutti i doni poiché ogni dio le fece un dono nel momento in cui stava per lasciare l’Olimpo, venne sulla Terra con un vaso donato da Zeus che, con una richiesta paradossale, le chiese di non aprirlo mai. Zeus sapeva benissimo che la sua richiesta avrebbe stimolato la curiosità di Pandora la quale, dopo essersi sposata, aprì il vaso e da lì uscirono tutti i mali. Alla fine, dal vaso uscì anche la speranza, che permise agli uomini di sopravvivere. La speranza, come vedremo in appresso, costituisce una delle caratteristiche e dimensioni fondamentali del dono in ambito generazionale.

Dal dono avvelenato, invece, nasce la patologia nelle relazioni. Scabini e Greco, individuano nel dono come forma di coercizione e controllo uno dei fattori scatenanti la suddetta patologia. Essi spiegano:

nelle relazioni familiari positive, le persone sentono di dovere molto agli altri, ma tale obbligazione è più dell’ordine della gratitudine che della coercizione. La patologia invece si annida là dove l’obbligatorietà è coatta, e dove il rapporto costi/benefici regge la relazione strutturalmente e non episodicamente. Infatti quando la coppia, o la famiglia, è ossessivamente centrata sul calcolo dare/avere, cioè sugli aspetti di controllo e reciprocità a breve termine, produce relazioni disturbate (1999).

Se il dono avvelenato o ingannevole comporta distruzione personale e sociale, il dono serve a legare, a creare legami. Nella cultura greca spesso gli dei donavano agli uomini e agli altri dei. Dionisio dona agli uomini l’ebbrezza e il vino; Demetra i cerali e il grano; Artemide gli animali selvatici e la caccia e così via. Gli dei donano per legarsi agli uomini o, al contrario, per legare gli uomini a loro. Zeus si adira con Prometeo perché aveva donato il fuoco agli uomini che erano diventati alteri nei confronti degli dei e, quindi, manda i mali con Pandora. Vi è anche uno scambio di doni tra gli stessi dei per fare legame. Hermes regala ad Apollo la lira per placare l’ira di quest’ultimo a cui aveva sottratto 50 vacche.

Il dono non serve semplicemente a riparare, ma, soprattutto, a difendere e ripristinare i legami. Un esempio, si trova nell’Iliade nella quale Achille offre la propria vita per vendicare l’amico Patroclo. Egli sapeva benissimo che affrontare Ettore significava o morire durante il duello o l’avverarsi della profezia di sua madre che la vittoria si sarebbe trasformata in una sconfitta poiché avrebbe comportato la sua futura morte.

Il dono come modalità di legame è presente anche all’interno degli insegnamenti della filosofia. Eschine, un allievo povero di Socrate, si trovò in difficoltà poiché il maestro riceveva molti regali e lui non era in grado di fargliene e gli disse:

Non trovo nulla da offrirti che sia degno di te e per questo solo m’accorgo di esser povero. Perciò ti dono l’unica cosa che possiedo, me stesso. Ti prego di gradire questo dono, qualunque sia, e pensa che gli altri, pur offrendoti molto, hanno tenuto per se stessi molto di più.

Socrate rispose:

e perché il dono che mi hai fatto non dovrebbe essere prezioso, a meno che tu non abbia poca stima di te? Avrò, dunque, cura di restituirti te stesso migliore di come ti ho ricevuto.

Per Socrate il dono è la filosofia. Questa affermazione, come riportata nell’Apologia, la fa davanti ai giudici nel processo in cui viene accusato di non venerare gli dei della città e di corrompere l’educazione dei giovani. Alla fine del suo discorso afferma di essere il dono di dio per la città. Egli sostiene che il filosofo ha l’obbligo, attraverso le sue analisi ed elaborazioni, di dire la verità e donarla alla città. Socrate, nell’Alcibiade minore, affronta il legame tra gli uomini e gli dei attraverso l’atto del donare. Nel dialogo, egli convince Alcibiade che è pericoloso accettare doni dagli dei così come chiederli poiché, spesso, portano con sé sia il trionfo che la caduta come la morte. Achille, l’eroe dell’Iliade, riceve dagli dei sia il trionfo – le vittorie in battaglia –  sia la morte. Neanche il contro dono inteso come restituzione è utile a questa causa. I sacrifici di Priamo agli dei non evitarono a Troia di capitolare. Il dialogo si chiude con Alcibiade che incorona Socrate con la corona sacrificale. Quest’ultima rappresenta il controdono di Alcibiate che tende a sottolineare la grandezza del maestro che lo aveva convinto attraverso la maieutica (A. Tagliapietra, 1994). Socrate, ancora una volta, sottolinea una tendenza della cultura greca arcaica a guardare al dono con molto sospetto poiché esso può essere avvelenato.

La concezione del dono in Platone la possiamo rilevare nel Protagora, in cui attraverso il mito di Prometeo e Epitemeo mostra come Zeus dona agli uomini la giustizia e il rispetto per una convivenza felice. Gli uomini erano stati messi sulla terra ed Epitemeo si era incaricato di provvedere, come ordinato da Zeus, a distribuire tutte le risorse naturali affinché potessero sopravvivere. La distribuzione non fu equa e ad un certo punto si accorse che aveva distribuito le risorse agli altri esseri viventi, lasciando indifeso il genere umano. A quel punto intervenne Promoteo il quale rubò ad Efesto il fuoco e ad Atena la perizia tecnica e li diede agli uomini. Quest’ultimi crebbero, si moltiplicarono, iniziarono a costruire i loro utensili e le loro dimore, ma combattevano e guerreggiavano tra di loro. Zeus, accortosi della confusione e la barbarie che regnava nel mondo degli uomini, ordinò a Hermes di distribuire le virtù politiche sotto forma di giustizia e rispetto. Platone indica una via, il dono ha origine e si esplica attraverso la trascendenza e porta con sé esigenze di giustizia. Vedremo più avanti come le esigenze etiche costituiscono uno dei poli su cui si costruiscono i legami intra e intergenerazionali.

Anche Aristotele, nel libro IV Etica a Nicomaco, inserisce il dono all’interno delle virtù etiche dell’uomo. Nel definire la liberalità, la magnificenza, la magnanimità, il giusto amore per gli onori, la bonarietà, l’affabilità, la sincerità, il garbo e il pudore mette al centro l’atto del donare e del ricevere come modalità di giustizia. La liberalità è il punto d’origine che in sostanza definisce le successive virtù. Essa

è la medietà relativa al donare e al prendere beni materiali, l’uomo liberale donerà e spenderà per ciò che si deve e quanto si deve, allo stesso modo nelle piccole che nelle grandi cose, e questo farà con piacere; e prenderà di dove si deve e quanto si deve. Poiché, infatti, la sua virtù è la medietà relativa al donare e al prendere, il liberale farà entrambe le cose come si deve: al donare in modo conveniente consegue anche un prendere convenientemente, mentre un prendere diversamente è il suo contrario.

La magnificenza discende dalla liberalità ed è riservata solo a chi possiede grandi patrimoni poiché possono permettersi di donare in grande. Discende dalla magnificenza la magnanimità ovvero essa è riservata a colui che si stima degno di grandi cose e lo è veramente. La magnanimità è rivolta all’onore, ovvero all’accattivarsi la stima degli altri senza, comunque, eccedere. Aristotele, infatti, teorizza che l’uomo è teso alla ricerca dell’onore (amore per gli onori) e il donare e il ricevere sia un mezzo con cui poter raggiungere lo scopo. A partire da questa categoria, egli analizza una serie di qualità psicologiche (la bonarietà, l’affabilità, la sincerità, il garbo e il pudore), alle quali è difficile dare spiegazioni sul piano razionale poiché come egli stesso più volte afferma il mezzo non ha un proprio nome. Non essendo collegati a nessun dato di tipo oggettivo, emerge la soggettività come metro di giudizio inserita all’interno della contestualità e, quindi, possono essere definiti rispetto agli opposti. La bonarietà, ad esempio, è da collegare all’ira ed agli eccessi d’ira (irascibilità) e risulta piuttosto complicato stabilire quando essi sono giustificati dalle situazioni o meno. L’affabilità è il frutto dell’essere adulatore o scorbutico e litigioso; la sincerità della millanteria e dell’ironia; il garbo dell’essere buffoni o rozzi; il pudore della virtù o del vizio. La lettura e l’analisi di Aristotele delle virtù come medietà tra l’eccesso e il difetto ha avuto grandi riscontri nei secoli successivi tant’è che ancora oggi si è soliti dire in medio stat virtus. A mio parere, l’aver legato le virtù al donare indica che esse siano frutto del legame sia intersoggettivo (la liberalità, la magnificenza, la magnanimità) che intrasoggettivo (la bonarietà, l’affabilità, la sincerità, il garbo e il pudore). In sostanza, sia le esigenze individuali sia quelle sociali trovano riscontro all’interno della contestualizzazione del legame. Inoltre, ciò che appare come un limite, ovvero il descrivere le esigenze intrasoggettive che Aristotele rimanda alle passioni, pone l’esigenza di indagare e analizzare contemporaneamente sia le esigenze etiche che quelle pulsionali. Più avanti vedremo che il legame è costituito da esigenze etiche definite dalla lealtà e dalla giustizia e da esigenze pulsionali come la speranza e la fiducia.

“Che cosa ci troveranno in lui?” Il fascino di alcuni tratti tipici della psicopatia

Un recente studio (Brazil &Forth, 2019) cerca di mettere in luce i motivi per i quali il genere femminile è spesso affascinato da alcuni tratti tipici della psicopatia.

 

Fedeltà, sincerità, ambizione, gentilezza, bell’aspetto, posizione sociale e disposizione di risorse sono solo alcune delle numerose caratteristiche che le persone ricercano in un potenziale partner e dalle quali sono attratte nelle prime fasi di una relazione romantica; questo avviene perché coloro che, almeno in parte, possiedono le qualità sopracitate sono spesso considerati compagni di vita meritevoli, in grado assicurare un rapporto affettivo stabile e soddisfacente (Moor, 2010).

Che cosa accade però nel momento in cui una persona si limita a fingere di essere così? Siamo davvero in grado di riconoscere la differenza tra ciò che realmente è e ciò che mostra?

Individui particolarmente abili a fingere, a ingannare e a giocare con le “regole del corteggiamento” sono quelli che nel linguaggio comune vengono definiti psicopatici.

Ma chi è realmente uno psicopatico? Il four-facet model, illustrato per la prima volta da Hare (2003), individua in quattro dimensioni psicologiche le peculiarità di questo disturbo: a livello interpersonale, lo psicopatico mostra un’elevata tendenza alla manipolazione, alla menzogna e a costruire rapporti superficiali; a livello affettivo, è comune la mancanza di rimorso e di preoccupazione per gli altri; a livello di stile di vita, si mostra disinibito, impulsivo e alla costante ricerca di sensazioni forti; infine, i tratti antisociali, lo rendono noncurante delle regole e dell’autorità e dotato di una scarsa capacità (e volontà) di controllare la rabbia.

Brazil e Forth (2019), in uno studio pubblicato su Evolutionary Psychological Science, si sono concentrati sul quadro scientifico evolutivo per individuare le caratteristiche che rendono uno psicopatico attraente agli occhi dell’altro sesso, indagando la loro capacità di fingere qualità positive e di mostrarsi accattivante manipolando il punto di vista altrui.

Alcune ricerche hanno sottolineato come, a livello evolutivo, molti tratti tipici della psicopatia possano essere stati utili per ottenere benefici dal prossimo, in particolare nell’ambito sessuale: i comportamenti di aggressività sessuale, di coercizione, di prevaricazione dell’altro e la capacità di esagerare le proprie doti positive, hanno permesso agli individui di trovare partner sessuali e di riprodursi con più facilità rispetto ad altri uomini che non adottavano questi comportamenti (Book et al., 2018).

La sexual exploitation hypothesis of psychopathy (letteralmente “l’ipotesi dello sfruttamento sessuale della psicopatia”) postulata dagli autori dello studio afferma che i tratti tipici della psicopatia si siano mantenuti nel tempo poiché utili a livello evoluzionistico: la capacità di imitare ingannevolmente il “modello di uomo ideale” avrebbe infatti facilitato la conquista dell’altro sesso permettendo a individui psicopatici di essere considerati la scelta migliore in ambito sessuale/relazionale (Brazil &Forth, 2019).

Per indagare quest’ipotesi, sono state utilizzate due ricerche sperimentali: la prima, che prevedeva un campione di 46 uomini con un’età compresa tra i 17 e i 25 anni, analizzava alcuni correlati della psicopatia (come tratti antisociali, intelligenza sociale e orientamento sessuale); la seconda, con un campione composto da 108 donne, si prefiggeva lo scopo di indagare la sexual exploitation hypothesis of psychopathy in un disegno sperimentale che prevedeva l’osservazione durante appuntamenti con eventuali partner romantici (sono state quindi prese in considerazione l’abilità di mostrarsi ingannevolmente migliore, di rientrare nelle preferenze attese delle donne, ecc.).

I risultati hanno mostrato che l’ipotesi testata nei due studi, sia supportata a livello preliminare e suggeriscono una valutazione più accurata dell’abilità di manipolare dello psicopatico e della tendenza alla donna di trovare affascinante alcune sue caratteristiche peculiari sia necessaria e auspicabile. Nel mondo delle relazioni romantiche, quindi, sembra vi siano particolari gesti, toni della voce, mimica facciale ed espressioni che gli psicopatici sono in grado di falsificare e che rendono le donne più vulnerabili al loro sottile quanto deleterio fascino.

 

Metti una sera a cena … in 3D

Il settore delle biotecnologie alimentari si sta rinnovando molto rapidamente con il cibo finto, che sta coinvolgendo e appassionando scienziati, chef, studiosi, esperti di cambiamento climatico, imprenditori di tutto il mondo. La food experience del domani sicuramente cambierà il modo con cui le persone interagiscono con il cibo.

 

In passato la scuola francese era punto di riferimento per la formazione del gusto e dell’etichetta, successivamente il mondo ha preferito mangiare à l’italienne. La sua cucina si ispira alla Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO come bene protetto e inserito nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità nel 2010: oltre a essere salutare e dai sapori squisiti, la Dieta mediterranea è identità culturale, tradizione, radici di appartenenza, stile di vita, senso di comunità e ospitalità, paesaggio, competenze, pratiche, territorio.

Il cibo è sempre stato un mezzo incredibilmente potente per riunire le persone, celebrare, condividere, avviare una conversazione, stimolare idee. Grazie a tutte queste sfaccettature, il cibo, più di altri prodotti, per vocazione si presta allo storytelling come strategia di marketing di un brand (Fiocca, 2018). Oggi il processo di coltivazione, lavorazione e produzione del cibo diventa una storia da raccontare e che i consumatori desiderano conoscere. Il consumatore “etico” ha ulteriormente accentuato l’importanza dei valori positivi che un brand deve incarnare e che devono entrare nel racconto.

Il settore delle biotecnologie alimentari si sta rinnovando molto rapidamente con il cibo finto e, in particolare, con la carne artificiale, chiamata anche clean meat. Sta coinvolgendo e appassionando scienziati, chef, studiosi, esperti di cambiamento climatico, imprenditori di tutto il mondo. La food experience del domani sicuramente cambierà il modo con cui le persone interagiscono con il cibo. Un fattore di non poco momento sotto tanti profili, visto il crescente protagonismo del cibo oggi. Ci saranno impatti economici, tecnologici, etici, psicologici. Addio identità culturale, tradizione, radici di appartenenza, stile di vita, senso di comunità e ospitalità, paesaggio, competenze, pratiche, territorio… Ma, si sa, la vita è un trade-off: mentre si perdono alcune evocazioni e pezzi di storia, dall’altro si creano nuove e importanti opportunità.

Comunque, è necessaria ancora molta attività di ricerca per trasformare il battage e il dialogo scientifico in realtà. Molte sono le questioni aperte e, in primo luogo, quali tutele per il consumatore? Il cibo sintetico richiede norme per la sua produzione e trasformazione e gli studi in corso serviranno anche a definire le norme legislative, come le caratteristiche dei substrati, gli additivi chimici, le norme di sicurezza degli impianti. Quali industrie del comparto alimentare saranno influenzate dalle nuove tecnologie del cibo finto? Quali componenti di cibo potranno essere stampati in un futuro prossimo tramite la stampante tridimensionale? E quali aspetti dovranno essere presi in considerazione per garantire la sicurezza e il mantenimento del cibo ad esempio stampato in 3D? Queste sono molte delle questioni che verranno affrontate in occasione della “3D Food Printing Conference, 5th edition”, che si terrà nei Paesi Bassi (23-24 giugno 2020, Brightlands Campus Greenport, Venlo).

Sebbene ancora agli albori, il settore della carne sintetica ha fatto passi da gigante. La prima degustazione televisiva di un hamburger nato in laboratorio è avvenuta nel 2013. La carne di manzo cucinata era stata fatta crescere partendo da un campione di tessuto muscolare prelevato da una mucca. Le cellule staminali sono state poi coltivate e tagliate in modo tale da diventare filamenti successivamente stratificati per formare un tessuto che avesse la consistenza della carne bovina. Ha guidato la ricerca Mark Post, professore di fisiologia presso l’Università di Maastricht.

La carne sintetica parte quindi da cellule staminali muscolari (di maiale, pollo, manzo, anatra, ecc.) che vengono poste in un particolare contenitore (bioreattore) insieme a un substrato liquido di coltura, che generalmente è siero di sangue fetale, o a una soluzione sintetica di sostanze chimiche per ottenere una composizione simile al siero. In tali condizioni le cellule vengono alimentate in modo che possano svilupparsi e moltiplicarsi fino a formare uno strato di fibre.

La carne artificiale allevata in laboratorio, oltre a richiedere un processo lungo e costoso, non ancora è in grado di imitare né il gusto della carne né la sua consistenza fibrosa. La carne in vitro presenta, di conseguenza, problemi di tempistiche di realizzazione e di scalabilità economica significative, viene fatta crescere con un “mangime” a base di siero bovino fetale. Insomma, sempre con altre risorse animali. E’ un settore ancora lontanissimo dalla produzione industriale.

Alcune start-up – soprattutto statunitensi – vendono già carne artificiale, come la “carne impossibile”, di origine vegetale, ma dal gusto molto simile alla carne originale. Impossible Foods e Beyond Meat sono le maggiori imprese. La differenza rispetto ai normali hamburger vegetali, in vendita già da parecchio tempo, è che gli hamburger di Impossible Foods e Beyond Meat sono destinati a chi mangia abitualmente carne – e al cui gusto non rinuncerebbe mai -, anziché ai consumatori vegetariani, abituali fruitori degli hamburger di soia e quinoa.

Gli “hamburger impossibili” sono prodotti unendo tra loro ingredienti di origine vegetale, ma scelti e assemblati in modo da riprodurre il più possibile la consistenza, le sembianze e il sapore della carne, anche durante la fase di cottura. Per farlo, le imprese su cui sono impegnate hanno investito anni a studiare campioni di carne in laboratorio, scandagliando tutti i mutamenti chimici alle varie temperature, provando centinaia di ingredienti diversi per riprodurre perfino il sangue tipico degli hamburger poco cotti (che poi non è davvero sangue ma mioglobina, una proteina simile).

L’“Impossible Burger”, il più famoso prodotto di questo tipo, attualmente viene venduto anche negli oltre 7.000 ristoranti della catena Burger King degli Stati Uniti. Secondo Impossible Foods, per essere prodotto l’“Impossible Burger” richiede circa l’87 per cento di acqua in meno, il 97 per cento di terra in meno e l’89 per cento di emissioni in meno rispetto agli hamburger di manzo. Le sue proprietà nutritive, afferma l’azienda, sono uguali o superiori al corrispettivo animale.

A differenza di Impossible Foods, Beyond Meat – che oggi vende i suoi prodotti in moltissimi supermercati in tutto il mondo ed è quotata in Borsa – si è servita di un approccio diverso: usa ingredienti vegetali senza modificarli in laboratorio. L’hamburger è composto da piselli, riso, fagioli indiani verdi, amidi vegetali, olio di cocco e barbabietola rossa, che serve a dare l’impressione del tipico colore rosso della carne di manzo.

Il The New Yorker ha dedicato un ampio articolo sull’argomento, fornendone lo stato dell’arte.

In Italia non esistono ancora gli hamburger di Impossible Foods, mentre sono disponibili gli hamburger di Beyond Meat nelle catene Well Done e The Good Burger, e le polpette nella catena The Meatball Family.

Un salto in avanti – iperbolico – è avvenuto con Giuseppe Scionti, ingegnere biomedico italiano, passato dai laboratori nel campo dei biomateriali e dell’ingegneria tissutale del Politecnico della Catalogna fino a fondare una sua startup, Novameat, brevettando una tecnologia innovativa per l’industria alimentare. Il brevetto di Scionti è il risultato dei suoi studi scientifici sulla rigenerazione dei tessuti. La sua biostampante tridimensionale è in grado di generare tessuti artificiali che assomigliano a quelli umani e animali, imitando la loro struttura originale a livello sia macroscopico sia microscopico. Si tratta quindi di carne a base vegetale in tre dimensioni con la consistenza fibrosa associata alla bistecca e alle altre pietanze di carne. Tuttavia, pollo, manzo, maiale hanno consistenza differente. Di conseguenza, ciascun prodotto richiede uno studio istologico della carne di partenza. Le proprietà meccaniche vengono esaminate altrettanto attentamente e quindi riprodotte nella carne sintetica.

I prototipi finora sviluppati dalla Novameat sono due: il petto di pollo e la bistecca di manzo. Attraverso una biostampante 3D, egli ottiene un succedaneo della carne di manzo e di pollo senza carne sebbene con i suoi medesimi sapori e, comunque, evitando i significativi effetti collaterali degli allevamenti intensivi.

La ricerca più recente infatti punta il dito sull’industria del bestiame e sugli allevamenti intensivi. L’impatto ambientale della filiera della carne è appunto elevatissimo, sia in termini di emissioni di gas serra sia di consumo delle risorse (quelle idriche e i terreni coltivabili). L’agricoltura consuma più acqua di qualsiasi altra attività umana, e di questa circa tre quarti sono destinati agli allevamenti. Circa un terzo delle terre coltivabili del mondo è usato per produrre mangimi per l’allevamento. In particolare, tra i vari tipi di allevamento, è quello dei bovini il più dannoso per l’ambiente a livello mondiale, perché causa una liberazione di metano nell’atmosfera che moltiplica l’effetto serra.

Gli scienziati ritengono che entro il 2050, quando la popolazione mondiale si sarà avvicinata ai dieci miliardi di persone, la domanda di carne raddoppierà. Entro quella data, si legge nel Rapporto della Banca Mondiale e dell’ONU – “Creating a Sustainable Food Future” -, sfamare la Terra si tradurrà nella distruzione della maggior parte delle foreste, nell’eliminare migliaia di nuove specie e nel rilascio di quantità di gas serra da superare la soglia di sicurezza. In più, contribuirà ad aumentare i migranti climatici, cioè le persone che saranno costrette a lasciare la propria casa e la propria terra di origine per circostanze ambientali. Quindi, viene offerto… su un piatto d’argento un succedaneo “eco-friendly” e “cruelty-free”.

Tuttavia, per quanto riguarda le emissioni gassose, c’è da considerare che nel mondo la maggiore la concentrazione di bovini (ritenuti i maggiori responsabili della emissione di gas serra) si trova in India dove, essendo considerati sacri, non sono utilizzati ai fini alimentari e non sono macellati.

La carne ottenuta con la tecnica della biostampante 3D non è un organismo geneticamente modificato, poiché il brevetto usa solo biomateriali come le proteine vegetali, i carboidrati, le vitamine, i grassi vegetali che permettono di produrre la carne. Essendo le proteine utilizzate già presenti in natura, il brevetto non richiede lo stravolgimento dell’ecosistema. In particolare, l’inventore argomenta in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera:

Grazie a una particolare tecnica mista ereditata dalla biomedicina, le proteine vegetali possono essere organizzare a livello nanometrico come se fossero fibre muscolari. Si può così ottenere una bistecca stampata in 3D con la consistenza fibrosa tipica della carne animale. Del tutto priva di OGM.

I materiali di origine vegetale possono derivare sia da piante sia da alghe. Anche il problema della sicurezza alimentare sembra essere superato poiché i materiali utilizzati sono quelli già approvati dalle autorità europee e dalla Food and Drug Administration americana.

Sebbene il futuro della carne sintetica rimanga tutto da decifrare, l’avvento delle biostampanti tridimensionali e la costante riduzione del loro prezzo potrebbero rivoluzionare la nostra concezione di cibo. Gli alimenti prodotti attraverso questa tecnologia possono essere pastorizzati e confezionati per essere trasportati nelle zone più remote.

Una prospettiva intrigante, tanto da attirare le attenzioni della FAO, commenta l’autore di un articolo su la Repubblica. Ad esempio, la carne sintetica di origine vegetale può contribuire a contrastare la carenza di specifici nutrienti nei paesi più poveri. La sua distribuzione sarebbe più pratica ed efficace rispetto a quella degli attuali “beveroni”, peraltro difficili da far accettare alla popolazione. Sotto questo aspetto, tale modo di nutrirsi diventa fattore che contribuisce a ridurre i gap delle disuguaglianze e a ridurre la fame nel mondo. La bistecca è un pezzo di muscolo, possiede elementi, come le terminazioni nervose, che ai fini alimentari non servono a nulla. Una carne vegetale contiene invece esclusivamente gli ingredienti necessari al nutrimento.

Quindi: sarà una bistecca vegan che costerà di meno, che concorrerà a evitare gli sprechi alimentari, che sarà “ecocompatibile”, di aiuto ai paesi più poveri, che eviterà la crudeltà verso gli animali di allevamento intensivo e la loro morte. Sicché, una bistecca con un’“etica multidimensionale”. Per gli umani, per gli animali, per l’ambiente. Insomma la carne stampata a tre dimensioni costituisce l’ottimizzazione di un prodotto.

Quando arriverà sulle nostre tavole? Non presto, sebbene la rivoluzione alimentare sia ormai avviata. Afferma l’inventore che il vantaggio della carne “stampata” è che cerca di indurre un cambiamento nelle abitudini alimentari della popolazione, senza rappresentare un sacrificio, … ma circa il sacrificio sarà tutto da vedere!

Succede a volte di assaggiare dei piatti che ci lasciano sensazioni positive. Non è questione di “magia del cibo” e nemmeno di vedere un impulso primario soddisfatto. La risposta sta nel nostro cervello. Il termine coniato negli Stati Uniti è “comfort food”, cioè quel cibo che fornisce felicità a livello psicologico. Sono per lo più cibi collegati al passato e alle nostre memorie, ma anche alla cultura, valori, religione in cui si è cresciuti. In Italia classici esempi, sono la torta della nonna o il ragù della mamma. Sono piatti che ci ricordano tempi felici oppure una specifica persona della nostra vita. Quando assaggiamo un cibo che ha fatto parte della nostra infanzia, è molto probabile che il ricordo di quei momenti riaffiori velocemente, lasciandoci una sensazione di buon umore, felicità o nostalgia. Gli elementi in questo tipo di memoria (autobiografica) sono immagazzinati in modo inconscio, ma possono produrre effetti sul comportamento. Ad esempio, la sazietà sensoriale specifica è quel fenomeno che fa sì che alla fine di un’abbondante cena, quando non si ha più appetito, rimane sempre un po’ di spazio per il dolce. Inoltre, le immagini, il profumo, l’idea, il parlare di cibo producono, tra i tanti altri effetti, la salivazione (la famosa “acquolina in bocca”).

Probabilmente, il cibo sintetico ci farà perdere questo patrimonio interiore, sebbene la carne finta, nelle alternative vegetali, rifletta le preferenze etiche di molti consumatori. Chissà se questa futuristica food experience avrà veramente un futuro e la nuova cultura alimentare attecchirà.

Il paniere del consumatore è destinato a diventare un paniere di “novel food” contenente stampe tridimensionali, cibo riprodotto in vitro, altro cibo sintetico, nonché insetti. E sì, la FAO da anni promuove gli insetti come “proteina del domani”, una risposta efficace e a basso impatto ambientale al crescente bisogno di cibo conseguente all’aumento della popolazione terrestre.

Il consumatore ne guadagnerebbe senz’altro in efficienza, ma allo stesso tempo perderebbe pezzi di sé – attraverso una rimodellizzazione delle sue preferenze. Inoltre, il cibo sintetico sarà ugualmente buono? Come reagirà il consumatore al trade-off efficienza vs. gusto, tradizioni tramandate, evocazioni, antichi profumi del cibo che fu? La strategia del food storytelling diventerà particolarmente impegnativa, ma anche affascinante! Dovrà suscitare empatia, galvanizzare sentimenti, coinvolgere, far immedesimare il consumatore in un portatore dei valori etici che connotano questa nuova fase dell’alimentazione.

Certo, il pianeta ringrazia… il romanticismo un po’ meno.

Guardando il menù del ristorante: “Amore, preferisci la bistecca di manzo di rape o di cavolfiore? Se vuoi, il piatto del giorno è il petto di pollo di alghe”. Lei si rivolge al cameriere: “Mi andrebbe una braciola di maiale di carciofi”. Interviene, allora, il cuoco – un ologramma: “Mi dispiace, non la stampano ancora!”

 

Forum della Ricerca in Psicoterapia: il video della Poster Session – Riccione 2019

Stimolare una riflessione su come la concettualizzazione, la condivisione, la strategia e la tecnica interagiscano tra loro all’interno del processo terapeutico: il Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia”

 

Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia” 10-11 maggio 2019, Riccione. Il Forum della Ricerca in Psicoterapia è un convegno biennale organizzato dalle scuole Studi Cognitivi, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Scuola Cognitiva di Firenze, Psicoterapia e Scienze Cognitive in cui gli allievi delle diverse scuole hanno l’opportunità di presentare e discutere i propri lavori di ricerca e casi clinici e ricevere revisioni da parte di ricercatori e clinici di comprovata esperienza. Quest’anno il Forum della Ricerca in Psicoterapia ha avuto come obiettivo quello di stimolare una riflessione su come la concettualizzazione, la condivisione, strategia e tecnica interagiscano tra loro all’interno del processo terapeutico. Il Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia” ha il fine di promuovere un confronto tra le diverse prospettive cognitive, una maggiore interazione tra clinica-formazione-ricerca, una riflessione critica sui progressi scientifici nell’ambito della psicoterapia cognitiva, la realizzazione di disegni di ricerca che possano avere rilevanza in ambito clinico e un’analisi critica della concettualizzazione e gestione dei casi clinici.

 

Allievi e Ricerca – Il video dalla Poster Session
del Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 di Riccione:

 

Smart cities, le città del futuro tra innovazione e sostenibilità – Psicologia Digitale

Città in cui le persone sono al centro del progetto di sviluppo, dell’economia sostenibile, delle tecnologie integrate, in cui le risorse naturali vengono gestite consapevolmente da tutti attraverso l’azione partecipativa. Dove efficienza fa rima con produttività, funzionalità e alto valore sociale. Le smart cities sono le città di domani.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 3) Smart cities, le città del futuro tra innovazione e sostenibilità

 

Ci sono delle parole nuove, inglesismi che, nonostante diventino di uso comune, hanno confini sfocati e definizioni incerte. Smart city è fra queste. Argomento popolare tra studiosi come tra addetti ai lavori (urbanisti, tech company), ad oggi ha raccolto più di 100 diverse definizioni, che ora si focalizzano sull’aspetto prettamente tecnologico, ora sulle implicazioni politiche o ancora sull’aspetto della sostenibilità ambientale. Ma una smart city è questo e molto altro ancora.

Smart cities: che cosa sono e come funzionano

Secondo Prado Lara e collaboratori (2016) una smart city viene definita in base ad alcuni elementi che, insieme, concorrono a precisare cosa è e come funziona. 
Sicuramente un primo elemento fondante è l’integrazione delle tecnologie digitali più avanzate, con l’adozione di strategie economiche e sociali fondate su infrastrutture moderne. In secondo luogo, è necessario puntare sulla diffusione delle conoscenze, delle competenze distintive e del know-how (sulla cosiddetta knowledge economy), sull’innovazione e sulla competitività in modo da creare ambienti creativi e favorevoli all’imprenditorialità. Ancora, si tratta di una città che promuove la green economy e uno stile di vita sostenibile, nel rispetto della qualità della vita e delle risorse naturali del luogo. Infine, altro elemento importante è la partecipazione attiva dei cittadini che devono sentirsi parte ed essere coinvolti nei progetti di sviluppo.

Dalla smart city agli smart citizens: il cittadino al centro del progetto

La maggior parte degli studi e delle riflessioni fatte finora si è focalizzata su quali sono gli elementi chiave della smart city. Come ci ricordano Jing e colleghi (2018), la letteratura raramente tiene in conto l’elemento più importante di una città: le persone. Se è l’ambiente-città ad essere ripensato non si può non considerare che al centro di tutto ci sono i cittadini, coloro che co-creano e vivono la città. Sempre secondo Jing e colleghi (2018) la questione è più complessa di come possa apparire: non si tratta solo di innovazione, tecnologie e sostenibilità, ma anche e soprattutto di rendere tutte queste facilmente gestibili ed attuabili dalle persone. Gli smart citizens hanno a disposizione una mole ingente di informazioni da diversi canali contemporaneamente, dall’automonitoraggio grazie agli wearable devices (ad esempio, il fit bit) alle notizie disponibili in qualsiasi momento on line.

Come e quali informazioni è possibile gestire efficacemente? Ancora, grazie a Internet e alla potenza delle nuove reti 4.5g (a breve in arrivo la 5g) possiamo interagire in tempo reale con chiunque senza bisogno di un incontro faccia a faccia, ma quanto queste interazioni sono realmente qualitative? Infine, le smart cities si fondano sulla partecipazione attiva dei cittadini. Ma quante volte, ad esempio, quei click che dispensiamo tanto facilmente quando siamo online si trasformano in azioni concrete? Per esempio, basti pensare al fenomeno dello slacktivism: in italiano viene tradotto come attivismo da tastiera o attivismo da poltrona, un modo per descrivere la pratica di sostenere una causa politica o sociale mediante petizioni o adesioni a pagine online, che poi si traducono in un impegno concreto molto limitato se non, nella maggior parte dei casi, nullo.

Cosa ci aspetta

Nel 2017 è stata annunciata la costruzione di Neom, la prima città totalmente smart finanziata dal principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Dopo diversi progetti pilota come quello di Rio de Janeiro che hanno visto le prime implementazioni di tecnologie nel contesto cittadino già nel 2010, ora l’Europa promuove il progetto EU Smart City con il quale punta ad incentivare le principali città europee a diventare sempre più smart.

La ricerca futura si indirizzerà ad analizzare come il comportamento delle persone, sia individuale che gruppale, ne sarà influenzato.

L’aspirazione è creare spazi urbani totalmente ridisegnati: città creative perché re-immaginate, re-inventate collettivamente, ecosostenibili e tecnologicamente avanzate. Le persone al centro di tutto, la qualità di vita, l’espressione del massimo potenziale, l’incentivo alla conoscenza condivisa, lo sviluppo che nasce proprio dai singoli e dalla loro partecipazione, tutto questo è smart city.

 


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY

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Diventare un Trauma Therapist secondo Kathy Steele – Report dal 7° Congresso Biennale della Società Europea per il Trauma e la Dissociazione (ESTD)

Al 7’ Congresso Biennale della Società Europea per il Trauma e la Dissociazione (ESTD), tenutosi a Roma dal 24 al 26 ottobre 2019, Kathy Steele, una delle massime esperte mondiali di trauma, ha ipnotizzato la platea con il suo intervento su come diventare, o meglio, crescere come trauma therapist.

 

Kathy Steele, riprendendo le parole di Milton Erickson relativamente a come la voce del terapeuta sia interiorizzata dal paziente, sottolinea come in realtà avvenga anche il contrario, anche il paziente entra nel terapeuta patients go with us in mind, but also in body, non solo nella mente ma anche nel corpo. Un trauma therapist deve fare quindi i conti con il proprio corpo, essere consapevole delle proprie reazioni e del proprio vissuto, con le risposte difensive che si attivano in noi di fronte ai nostri pazienti.

Un terapeuta incarnato, una incarnazione di corpo e mente, un’unità delle parti in continua costruzione quello che sono qui oggi è diverso da quello che sarò tra 5 minuti o tra 5 anni.

Un terapeuta radicato nel suo corpo è capace di integrare le proprie sofferenze con il proprio vissuto e accettare il paradosso del dolore più cerchiamo di evitare il dolore più soffriamo, più cerchiamo di accoglierlo meno sofferenza avremo. Questo è quello che il trauma therapist deve far suo e trasmettere ai propri pazienti, pazienti che sentono un dolore di cui tentano di sbarazzarsi non capendo che invece in tal modo lo bloccano, lo trattengono fino ad arrivare alla disperazione.

Ciò accade anche al terapeuta che spesso sperimenta emozioni ‘fastidiose’ come la frustrazione del non riuscire ad aiutare il suo paziente: anche questo va accettato, accolto, rimanendo stabile nella variabilità emotiva cui le situazioni di vita lo espongono.

Un concetto questo strettamente correlato a quello di attaccamento e di accudimento, per cui a volte il terapeuta nel suo ruolo ‘salvifico’ cerca il ‘miracolo’ e continua a stare con il paziente nella stessa modalità anche in assenza di miglioramenti, convinto che il legame si crei se si è presenti a sufficienza. Ciò può bloccare in realtà terapeuta e paziente in una relazione disfunzionale, simile a un attaccamento insicuro. Il terapeuta timoroso del compito da affrontare con il paziente o spaventato da ciò che il paziente potrebbe fare se viene superato il limite, rimane incastrato in un legame disfunzionale, in una modalità di soccorso che lo porta a dimenticarsi di sé. Questo è il costo del caring.

Il trauma therapist deve invece radicarsi nella propria esperienza per contrastare la pressione creata dal paziente traumatizzato e pensare coerentemente se e come portare avanti la terapia, come andare oltre definendo limiti e priorità, eventualmente decidere di non vedere più il paziente inviandolo altrove.

Un accento posto quindi sulla accettazione della vulnerabilità, fallibilità, umanità del terapeuta come fulcro per un ingaggio incarnato con il paziente e requisito fondamentale per lavorare con il trauma e la dissociazione.

Un terapeuta incarnato, come ci insegna Steele è un terapeuta compassionevole, connesso, vulnerabile e resiliente, è un terapeuta che è innanzitutto una ‘Persona’, che si prende cura di sé e della propria vita al di fuori della professione, che abbraccia le proprie negatività e che nel lavoro con il trauma è focalizzato sul processo piuttosto che sul contenuto.
 

La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive (2018) di P. Gilbert – Recensione del libro

La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive, un chiaro e utile testo che offre al professionista la possibilità di confrontarsi con aspetti essenziali per il benessere, come quello di sviluppare una mente compassionevole. Ma cosa intendiamo per compassione? E come possiamo svilupparla?

 

Una sensibilità verso la sofferenza di noi stessi e degli altri, unita ad un profondo impegno nel tentare di alleviarla (Dalai Lama)

Il testo di Paul Gilbert, di cui l’edizione italiana curata da Nicola Petrocchi, rappresenta un testo che offre al professionista la possibilità di confrontarsi con aspetti essenziali per il benessere, come quello di sviluppare una mente compassionevole, descrivendo le abilità che la stessa comprende, offrendo un ampio ventaglio di tecniche ed esercizi.

Sviluppata nel 2005 ad opera di Paul Gilbert, la Compassion Focus Therapy  (CFT), si presenta come terapia multimodale che unisce diversi contributi di differenti approcci della terapia cognitivo comportamentale, uniti a filosofie orientali e insegnamenti buddisti integrati da teorie evoluzionisti, psicologia sociale e contributi delle neuroscienze relativi alle scoperte sulla regolazione affettiva ed il modo in cui sistemi cerebrali antichi e moderni interagiscono fra loro. Dialogo socratico, la scoperta guidata, esperimenti comportamentali, l’esposizione, esercizi di immaginazione, esercizi di respirazione, la scrittura espressiva, la mindfulness e tanti altri, ampiamente descritti, diventano le tecniche utilizzate nel lavoro con il paziente.

Il testo sembrerebbe sottolineare come la finalità della CFT diviene quella di lavorare su un cambiamento che non ha a che fare solo con il cambiare pensieri, ma l’esigenza, come sottolinea P. Gilbert, di lavorare sulle emozioni al fine di non spiegare il cambiamento al paziente, ma di fare sentire il cambiamento, attraverso un atteggiamento compassionevole, gentile, non giudicante e accudente. Vergogna, autocritica e senso di colpa diventano emozioni secondarie sulla quale si lavora principalmente cercando di accoglierle e bilanciandole attraverso lo sviluppo del sé compassionevole.

Per comprendere il perché ed in che modo opera la CFT, nel capitolo 6 vengono presentati e descritti tre sistemi di regolazione affettiva, ossia:

  • Sistema di protezione dalla minaccia, che opera attraverso l’attivazione di particolari strutture cerebrali, come l’amigdala e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, responsabile del sistema attacco-fuga, volto a garantirci la sopravvivenza, mobilitandoci di fronte a una possibile minaccia, al fine di mantenere o ripristinare una condizione di sicurezza. Responsabile di emozioni come rabbia, ansia, disgusto, tristezza, gelosia, invidia, vergogna.
  • Sistema di ricerca di stimoli e risorse modulato dall’eccitamento, legato ad emozioni positive ed energizzanti connesse al circuito dopaminergico che ci consente di sperimentare sensazione di benessere e piacere; il soggetto è più propenso a credere che la sensazione di benessere sia legata al fare. Un sistema attivante che spinge alla realizzazione di scopi.
  • Sistema calmante, appagamento e sicurezza, un sistema che genera in noi sollievo, quiete e serenità. Caratterizzato da stati emotivi come la calma, la tranquillità, l’appagamento ed il rallentamento che sperimentiamo quando non ci sentiamo in pericolo, ci sentiamo apprezzati, accuditi; sembrerebbe strettamente connesso all’aspetto relazionale e sociale del sentirsi connessi agli altri, ed inoltre connesso anche a un maggior rilascio nell’organismo dell’ossitocina, una sostanza in grado di produrre sensazioni appaganti e calmanti.

L’autore sottolinea come, aspetti come quelli descritti sopra, diventano importanti da spiegare ai nostri pazienti al fine di favorire la comprensione del funzionamento del nostro cervello, della nostra mente e facilitare il passaggio dal senso di colpa, all’assunzione della responsabilità per il proprio benessere. La CFT lavorerà al fine di bilanciare i tre sistemi di regolazione affettiva e non soltanto di stimolare il sistema calmante connesso alla compassione.

Nella seconda parte del testo si entra nel vivo della pratica della compassione. Esercizi di focalizzazione e di immaginazione sono i principali strumenti utilizzati, insieme al training sulla respirazione calmante, per allenare qualità compassionevoli come la saggezza, la forza, il calore, la gentilezza e l’assenza di giudizio/condanna. Luogo sicuro, sviluppare il sé compassionevole, esercizio della sedia compassionevole, mettere in scena le proprie emozioni, tra le tecniche svolte in immaginazione che vengono descritte nel testo volte a fare sperimentare le diverse sensazioni che si accompagnano ad un immagine piuttosto che un’altra e riuscire a sviluppare dentro di sé un sistema calmante.

Attraverso la CFT i pazienti potranno imparare dunque a:

  • accettare le emozioni per quello che sono;
  • essere compassionevoli e comprensivi verso se stessi, riducendo l’attitudine alla personalizzazione alla vergogna, spostando il focus verso la compassione;
  • riconosce l’autocritica disfunzionale e riqualificarsi sulla compassione di sé;
  • sviluppare la compassione che scaturisce da noi stessi ed è rivolta verso gli altri, la compassione rivolta verso noi stessi e la compassione che arriva dagli altri e che è a noi rivolta.

Un testo che in modo chiaro ci consente di affacciarci sul panorama della Terapia Cognitivo Comportamentale di terza generazione, dove nulla viene superato o sostituito, ma arricchito, integrato e personalizzato e che ci consente di cogliere, da angolature diverse, la complessità della mente e del cambiamento, dove si evidenzia come per poter cambiare sia necessario creare un rapporto armonico tra cervello antico e moderno, che passi dalla consapevolezza, dall’accettazione e dalla compassione, aspetti innati nell’uomo, ma che vanno coltivati con impegno e costanza.

Mi piace concludere con un augurio trovato all’interno del testo e che ognuno di noi potrebbe rivolgere a se stesso:

Che tu possa stare bene. Che tu possa essere felice. Che tu possa essere libero dalla sofferenza.

 

Come nasce uno stereotipo?

Come nasce uno stereotipo? O meglio, quando nasce? Riusciamo, fin dalla più tenera età, a riconoscere a colpo d’occhio una persona brillante? Se ci dicessero di immaginarci una persona molto intelligente, quali caratteristiche dovrebbe avere?

 

Uno studio recentemente pubblicato su Journal of Social Issue, cerca di dare una risposta a questi delicati quesiti, partendo da un campione formato da 203 bambini di diversa etnia, con un’età compresa tra i 5 e i 6 anni.

I bambini iniziano a identificarsi e ad adottare le caratteristiche del proprio genere addirittura dall’età di 2 o 3 anni (Gelman, Taylor, & Nguyen, 2004). Come mai questo avviene così presto nella vita? Perché i bambini sono particolarmente sensibili agli stimoli che ricevono dalle figure di riferimento: in poche parole, impariamo facilmente ciò che è più comune per i maschi e ciò che lo è per le femmine e tendiamo a identificarci con le persone del nostro genere. Così iniziano a formarsi nella mente i primi stereotipi, che concernono la dimensione più concreta della vita, per esempio, quali giochi sono adatti ai maschi e quali colori alle femmine (Serbin, Poulin-Dubois, Colburne, Sen, & Eichstedt, 2001).

Due o tre anni dopo (intorno ai 5-6 anni d’età), gli stereotipi di genere passano dalla dimensione concreta a quella più astratta: così i maschi iniziano a essere, nell’immaginario comune, più bravi delle femmine nella matematica, nelle scienze e, in generale, in tutte quelle materie in cui è richiesta una mente brillante e intuitiva (Cvencek et al., 2011). Questa tipologia di preconcetti rimane pressoché invariata anche durante età adulta, andando a intaccare la vita lavorativa e le prospettive di carriera delle donne impegnate in campi professionali dove le abilità intellettive hanno un grande peso (es. Bian, Leslie, & Cimpian, 2018).

Nonostante le numerose ricerche svolte su questo argomento, sono ancora pochi i dati in nostro possesso sull’associazione tra stereotipo di genere e gruppo etnico, in quanto l’analisi è stata portata avanti soprattutto con osservatori e osservati della medesima etnia: un dato interessante in questo ambito, ricavato dallo studio di Livingston e colleghi (2012), ha mostrato che solo gli uomini caucasici sono considerati più brillanti delle donne della medesima etnia, mentre, nel caso delle popolazioni nordafricane accade l’esatto opposto.

Nello studio qui riportato, Jaxon e colleghi (2019), si sono posti l’obiettivo di indagare gli stereotipi di genere tenendo in considerazione il gruppo etnico dei bambini sia nel caso in cui il partecipante dovesse giudicare una persona della stessa etnia, sia nel caso in cui dovesse farlo su una persona di etnia differente.

I 203 bambini che hanno partecipato allo studio, dei quali il 37,7% era bianco, il 4,9% di colore, il 29,9% ispanico e il 6,1% asiatico, sono stati sottoposti a due prove differenti: la prima prova, il training task, consisteva nella spiegazione dei bambini di quello che per loro significava brillante e con l’eventuale correzione da parte degli esaminatori nel caso la risposta non fosse del tutto corretta; la seconda prova (stereotype task) mirava a comprendere gli stereotipi di genere nei partecipanti.

I risultati hanno mostrato che i bambini, a prescindere dalla loro stessa etnia, tendevano ad associare il termine molto brillante più agli uomini caucasici che alle donne della stessa etnia e alle donne di colore piuttosto che agli uomini del medesimo gruppo etnico. Questi risultati, in linea con la precedente letteratura, dimostrano come, nonostante il gruppo etnico dell’osservatore, gli uomini caucasici vengano considerati fin dalla giovanissima età più intelligenti e brillanti di tutti gli altri, seguiti dalle donne di colore.

La cognizione sociale nei disturbi dell’umore – Parte II: le basi neurali della cognizione sociale nella depressione

Il funzionamento sociale dei pazienti con disturbo depressivo maggiore è da sempre considerato un aspetto clinico fondamentale e recentemente molti studi di neuroscienze hanno cercato di individuare i correlati neurobiologici coinvolti.

La cognizione sociale nei disturbi dell’umore – Le basi neurali della cognizione sociale nella depressione (Nr. 2)

 

Il disturbo depressivo maggiore (MDD) è caratterizzato da episodi di flessione significativa del tono dell’umore, della durata di almeno due settimane, con perdita di interesse o piacere, maggiore intensità e labilità affettiva, alterazioni a livello psicomotorio e neurovegetativo, nonché da un’importante compromissione del funzionamento a livello sociale ed interpersonale. E’ il disturbo mentale maggiormente diffuso (prevalenza lifetime di circa il 7%) e costituisce un’ ”emergenza globale” secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il funzionamento sociale dei pazienti con MDD è da sempre considerato un aspetto clinico fondamentale e recentemente molti studi di neuroscienze si sono concentrati su uno dei principali domini della social cognition (Couture et al, 2006), la comprensione emotiva, cercando di individuare i correlati neurobiologici coinvolti. Nei soggetti sani la ricerca ha già evidenziato come gli stimoli cognitivo-affettivi vengano processati da un complesso network neurale che sottenderebbe le competenze di social cognition (Adolphs, 2001; 2009; Altshuler, Ventura, Van Gorp et al. 2004; Olson, Plotzker & Ezzyat, 2007).

La letteratura evidenzia come la Depressione Maggiore sia associata a compromissioni nella dimensione della social cognition e di conseguenza ad un peggior funzionamento socio-cognitivo, in particolare nella comprensione ed elaborazione delle emozioni, soprattutto facciali.  Maggiormente in discussione è la questione che riguarda la persistenza e l’eventuale gravità di tali compromissioni socio-cognitive anche nelle fasi di remissione dalla sintomatologia depressiva.

Complessivamente infatti gli studi che hanno utilizzato la fMRI evidenziano nei pazienti depressi una compromissione nelle capacità di identificazione ed elaborare delle emozioni facciali, che correlerebbero con talune alterazioni strutturali e funzionali, tipiche della fase di umore deflesso, la quale tende però a mantenersi anche durante le fasi eutimiche (vds. review Turchi et al., 2017). Stesse evidenze scientifiche riguardano gli studi che hanno utilizzato altri paradigmi rispetto all’elaborazione delle emozioni facciali o che hanno analizzato dal punto di vista neurale pazienti con MDD in resting state, i quali mostrano anomalie fronto-limbiche persistenti anche nei periodi liberi da sintomi depressivi (vds. review Turchi et al., 2017).

Nello specifico gli studi evidenziano una serie di alterazioni sia a livello corticale che sottocorticale, che nella connettività funzionale fra queste regioni. Tali alterazioni rappresentano complessivamente una diminuita capacità regolatoria di tipo top down, ad opera delle strutture corticali su quelle limbiche deputate al riconoscimento ed alla rielaborazione delle emozioni, sia negative che positive, durante i task di elaborazione delle emozioni espresse dai volti. Su questa linea anche le sopra riportate alterazioni a livello di connettività funzionale, che mostrano una compromissione nel funzionamento della stessa in soggetti con vulnerabilità alla depressione. Anche gli studi che hanno utilizzato paradigmi diversi sottolineano la presenza, in pazienti con MDD in fase depressiva, di bias cognitivi negativi durante l’elaborazione emotiva anche in campioni di bambini e adolescenti.

La ricerca evidenzia inoltre una difficoltà di regolazione anche bottom up, la quale si manifesta in particolare nell’iperattivazione dell’amigdala durante il riconoscimento dell’emozione di tristezza (mood congruity effect) oppure, in pazienti con MDD grave o moderato, nel valutare l’espressione emotiva di volti neutri come tristi, ed in associazione ad un bias della funzione attentiva che riguarda un’estensione selettiva dell’attenzione nei confronti delle emozioni di tristezza e rabbia. Sembra inoltre che vi siano delle dificoltà di regolazione riguardo all’emozione della colpa, che unitamente all’autosvalutazione, tende a persistere anche in fase eutimica. In linea con questi risultati alcuni studi evidenziano un’ipoattività nell’amigdala durante l’elaborazione di emozioni facciali a valenza positiva, il che potrebbe indicare una difficoltà nel processare le emozioni positive piuttosto che quelle negative (vds. review Turchi et al., 2017).  Si pensa che tali meccanismi, mood congruity effect, svolgano un ruolo di amplificazione e mantenimento dell’episodio depressivo. Infatti, una persona depressa tenderà ad identificare l’emozione con maggiori capacità ed entrerà maggiormente in risonanza emotiva quando incontrerà nell’altro l’emozione della tristezza e questo potrebbe concorrere sia allo slatentizzarsi di episodi depressivi che all’aumentare della loro durata ed intensità amplificando di fatto il vissuto di tristezza, tanto che qualche autore l’ha proposta quale possibile “marcatore di tratto” per la vulnerabilità al MDD, in accordo con il modello cognitivo della depressione (Abramson, Seligman & Teasdale, 1978).

Questa particolare sensibilità responsiva nei confronti della tristezza non potrà inoltre essere opportunamente regolata dai controlli cognitivi discendenti a causa della diminuita attivazione corticale e di connettività funzionale di cui abbiamo già parlato (vds. review Turchi et al., 2017). E’ possibile che una lunga storia clinica, con conseguente compromissione interpersonale e sociale, possa sottendere una generale compromissione delle funzioni metacognitive, ma si è altresì ipotizzato che sia proprio questa compromissione a contribuire all’aumentato rischio di incorrere in episodi depressivi più gravi svolgendo in definitiva un ruolo di variabile inter-dipendente.

E’ interessante sottolineare come, nonostante in molti casi tali anomalie possano essere adeguatamente regolate da meccanismi corticali discendenti di ipercompenso, i quali diventano sempre più efficienti tanto più il soggetto si allontana dall’episodio depressivo, la letteratura più recente tende ad evidenziare, anche dopo la remissione sintomatologica, la persistenza di anomalie residuali a carico delle regioni neurali deputate al processamento degli stimoli carichi emotivamente in un’importante quota di soggetti (vds. review Cusi et al., 2012 e Turchi et al., 2017). Tale funzionamento regolatorio non pare infatti ugualmente efficace fra i soggetti affetti da MDD e ci potremmo ragionevolemente attendere che i soggetti con episodi depressivi ricorrenti non riescano a ripristinare in modo stabile livelli di efficacia buoni. Inoltre è probabile che la tendenza ad interpretare attraverso una lente negativa eventi ed emozioni esterne, fin dalla prima infanzia, possa rappresentare un ulteriore elemento di vulnerabilità in grado di concorrere negativamente al decorso della patologia, nonché di favorire nuovi episodi depressivi in età adulta, così come proposto da T. A. Beck (2008) a proposito del concetto di cognitive vulnerability.

E’ quindi ipotizzabile che possano esistere alterazioni neurofunzionali le quali potrebbero costituire una base di vulnerabilità piuttosto che rappresentare la conseguenza degli episodi depressivi, in linea con quanto evidenziato da Liu et al. (2013), i quali hanno mostrato iperattivazione del giro mediale frontale sinistro non solo nel campione clinico costituito da pazienti con MDD, ma anche nei loro fratelli sani, concludendo che questo possa essere considerato un tratto endofenotipico di vulnerabilità per la depressione maggiore.

In ottica futura riteniamo importante approfondire ulteriormente il collegamento fra alterazioni comportamentali ed il livello neurobiologico riguardanti la social cognition nel MDD, anche e soprattutto dal momento che non solo i trattamenti di farmacoterapia, ma anche la CBT, sono in grado di svolgere un’azione di normalizzazione e reversibilità dei substrati neurali deputati all’elaborazione emotiva. Sembra infatti che la CBT possa svolgere un’azione attivante delle regioni associate alla regolazione delle emozioni ed all’elaborazione cognitiva di livello superiore, mentre il trattamento farmacologico possa svolgere un’azione attivante delle regioni sottocorticali e prefrontali (Cusi et al., 2012; Turchi et al., 2017).

Altri interessanti aspetti da approfondire potrebbero riguardare lo studio del ruolo rappresentato da altre variabili che fanno parte della social cognition, tra cui l’empatia (Preston e de Waal; 2001; Gallese; 2003), la Teoria della Mente (Baron-Cohen, Leslie e Frith, 1985) ed il sistema dei neuroni specchio (Gallese et al.; 1996; Rizzolatti et al.; 1996).

Ragionare tutti insieme su questi aspetti ed approfondirli in maniera scientifica risulterebbe molto utile anche per poter ipotizzare delle integrazioni, dal punto di vista della psicoterapia, che permettano o favoriscano l’abilitare o la riabilitazione del funzionamento sociale dei nostri pazienti con MDD, con relative rispercussioni sulla loro qualità di vita e sul loro livello di funzionamento globale nel real world, a loro volta fattori prognostici protettivi.

 

La cognizione sociale nei disturbi dell’umore:

 

Joker: il manifesto del narcisismo in chiave Kohutiana – Recensione

Joker offre una critica all’opulenta società odierna, raffigurata in una allegoria tragi-comica, in cui gli ultimi vengono abbandonati a loro stessi per poi essere giudicati per il male commesso.

 

Attenzione! L’articolo contiene spoiler

Sin dai primi istanti, il nuovo film di Phillips su uno degli antieroi per eccellenza dell’universo DC comics trascina lo spettatore in un vortice di emozioni quasi fisiche per la potenza evocata: vergogna e umiliazione, tristezza e disagio, nichilismo che diventa rabbia, fino all’apoteosi della rivincita del sé grandioso attraverso il riconoscimento della nuova vita, creativa e criminale, appena iniziata.

C’è una battuta, in particolare, che separa la pellicola in due parti.

Abbiamo accompagnato Arthur Fleck per più di metà film nei toni scuri e sfuggenti, tra le umiliazioni, la tristezza e il fallimento, fino a che il protagonista non reagisce a un sopruso con la violenza, nei confronti di giovani ricchi borghesi, scatenando l’ammirazione degli ultimi e dei derelitti. In tv non si parla d’altro. A quel punto, la rivelazione, davanti a una psicologa/assistente sociale monocorde e inespressiva che non lo sta ascoltando.

Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente, ma esisto, e le persone iniziano a notarlo! (Arthur Fleck)

Cresciuto con una madre che non ha mai riconosciuto i suoi reali stati emotivi, credendolo sempre felice nonostante gli abusi a causa della risata compulsiva che caratterizza storicamente il personaggio, è il rispecchiamento della società nella crudeltà e nell’efferatezza che rende Arthur Fleck il Joker che tutti conosciamo, trasformando, parole sue, la tragedia che sino a quel punto era la sua vita, in una commedia.

Da quel momento, tra rabbia e delirio, il carico per lo spettatore si fa più leggero, i toni diventano più chiari, colorati, delineati: ecco a voi, signori e signore, la folle crudele creatività del Joker, rappresentata nella macabra danza sugli scaloni di Gotham City, rinato dalla cenere e destinato a fare cose grandi, anche se malvagie. Da reietto di una società improntata al successo, di cui Wayne è il portavoce, il Joker distrugge il proprio ideale dell’io, rappresentato dal comico televisivo Murray che lo ha tradito e deluso, fino a diventare egli stesso l’idolo di una folla grottesca che mette a ferro e fuoco la città, lo acclama e lo imita indossando la maschera e il trucco da clown. Egli stesso ora è diventato, per dirla con Kohut, il leader carismatico in cui la gente si riconosce, circondato da gregari che non ha cercato, ma che spontaneamente si porgono al suo servizio.

Uno di questi, alienato nel pensiero distruttivo, uccide il simbolo della società del benessere in cui la maggior parte stenta a riconoscersi. In un vicolo buio, perdono la vita il signore e la signora Wayne, davanti a un piccolo Bruce inerme. Senza volerlo, è il Joker e la concatenazione di eventi da lui messa in moto a creare la sua nemesi: la privazione dall’affetto dei genitori, il senso di colpa per essere sopravvissuto, la rabbia e il bisogno di riscatto, porteranno il narcisismo del giovane Wayne a forgiare il futuro giustiziere della notte, Batman.

Un perfetto caso clinico, quindi, in cui le numerose ferite narcisistiche definiscono la scissione verticale tra la grandiosità infantile apertamente manifesta e la parte debole, improntata alla vergogna e all’impotenza, che sembrano quasi impossibili da coesistere nella stessa persona, tanto da sfociare in questo caso nella psicosi. La mancanza d’ascolto e di riconoscimento, in particolare, sono il lasciapassare verso l’odio e la rabbia distruttiva che abbiamo visto compiersi nell’entrata in scena ad effetto del Joker televisivo.

Lungi dall’essere un’apologia del male, il film di Phillips interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix in odore di Oscar, è una critica all’opulenta società odierna raffigurata in una allegoria tragi-comica, in cui gli ultimi vengono abbandonati a loro stessi per poi essere giudicati per il male commesso, il modo purtroppo naturale e catartico che alcuni trovano per far fronte a ciò che hanno vissuto, in cui si chiede, come scritto nel diario di Arthur, “a chi ha una malattia mentale di comportarsi come se non ce l’avesse”.

Neuroscienze del bilinguismo (2018) di E. Cargnelutti e F. Fabbro – Recensione del libro

Come si può definire il linguaggio? Quali aree cerebrali coinvolge? Che cos’è il bilinguismo? Esistono differenze tra chi parla una sola lingua e chi più di una? Il libro Neuroscienze del bilinguismo ci porta alla scoperta del linguaggio all’interno del cervello bilingue.

 

Da definizione, il termine bilingue indica coloro che utilizzano alternativamente e senza difficoltà due diverse lingue. Ma chi può definire con certezza scientifica concetti come lingua e dialetto? In effetti una definizione univoca non esiste, vengono classificati come bilingui chi conosce, comprende e parla due o più lingue e/o dialetti. Secondo gli studi, inoltre, esistono diversi tipi di bilinguismo, i soggetti bilingui hanno mostrato di possedere un’aumentata capacità delle funzioni esecutive e un minor decadimento cognitivo.

Quindi esistono differenze cerebrali nei soggetti bilingui rispetto a chi parla una sola lingua?

Neuroscienze del bilinguismo presenta una panoramica dei principali argomenti che riguardano il bilinguismo. Con una struttura simile al libro Cervello bilingue edito nel 1996, il testo, pur essendo dedicato, come sottolineano gli autori, a un vasto pubblico anche non specializzato, appare in alcuni punti arduo anche se l’intento di non utilizzare eccessivamente un linguaggio tecnico, se non dove necessario, è stato mantenuto.

Il libro è ben organizzato e diviso in due parti: nella prima un’introduzione generale al tema del linguaggio, mentre la seconda è dedicata specificatamente agli aspetti neuroscientifici del bilinguismo. Più precisamente, i capitoli iniziali argomentano sulla definizione scientifica del linguaggio, cercando di rispondere alla domanda posta in apertura di questa recensione. Si passa poi a definire che cos’è e chi sono le persone bilingui, fino a addentrarsi nella localizzazione a livello cerebrale e delle diverse strutture coinvolte nella produzione e comprensione del linguaggio.

Domanda: così come per il linguaggio esiste anche per l’acquisizione di una seconda lingua un periodo critico? La risposta la trovate nel testo, nel frattempo una cosa altrettanto interessante riguarda il fatto che diversi studi hanno evidenziato come l’età di acquisizione della nuova lingua (chiamata L2 per distinguerla dalla L1 cioè la lingua madre) influenzi il livello di competenza, grammaticale e di pronuncia, della lingua stessa.

La seconda parte del libro appare per certi versi più impegnativa, riguarda infatti l’aspetto dei disturbi del linguaggio nei soggetti bilingui. Appare chiaro che la situazione nei bilingui risulta leggermente diversa e più complicata rispetto a monolinguismo, perché bisogna valutare la capacità alterata e residua in entrambi i sistemi linguistici.

I disturbi del linguaggio in particolare le afasie, presentate ampiamente nel testo, ricoprono una grande importanza, perché permettono di ottenere informazioni aggiuntive circa l’organizzazione dei sistemi linguistici all’interno del cervello. L’afasia è un disturbo che inficia la capacità di esprimersi e comprendere ed è causata da un danno alle aree cerebrali deputate al linguaggio. Le afasie nei soggetti bilingui possono mostrare diversi sintomi e caratterizzarsi in maniera diversa a seconda che influenzino una sola oppure tutte le lingue conosciute, questo aspetto è presente tanto nei soggetti adulti quanto nei bambini.

Il testo affronta anche altri argomenti legati ai disturbi del bilinguismo: come si manifesta il decadimento nei soggetti bilingui e in caso di disturbi psichiatrici? In questi casi L1 e L2 subiscono delle modificazioni particolari per ragioni differenti ascrivibili in un caso al ruolo della memoria e nell’altro all’aspetto emotivo.

I capitoli finali sono dedicati agli studi neuroscientifici del cervello bilingue. Ricerche effettuate con neuroimaging o tecniche elettrofisiologiche permettono di capire che cosa avviene all’interno del cervello quando un soggetto utilizza una lingua piuttosto che l’altra.

Che rilevanza può avere questo testo e in generale studiare il bilinguismo? Oggi più che mai stiamo assistendo a una contaminazione tra culture diverse e modificazioni geo-sociali, tutto ciò porta al fatto che l’acquisizione di una seconda lingua sarà all’ordine del giorno. Conoscere approfonditamente i meccanismi implicati nel bilinguismo ci permette di acquisire nozioni utili sia in campo educativo che clinico, ricordando sempre che ogni individuo rappresenta un caso a sé.

In conclusione Neuroscienze del bilinguismo è un libro ben organizzato, ogni capitolo infatti presenta come incipit un breve riassunto che guida il lettore alla conoscenza dell’argomento che si affronterà, inoltre il testo presenta anche esempi di casi clinici. Libro impegnativo, ricco di molte nozioni soprattutto per chi approccia per la prima volta al bilinguismo. Nonostante l’intento espresso in apertura del testo, complessivamente appare un libro di settore, per così dire, ma non per questo fuori dalla portata anche dei non addetti ai lavori.

Buona lettura, enjoy the reading, buena lectura, gute Lektüre, bonne lecture, lexim i mirë.

 

Spectatoring: mediatore nell’associazione tra la preoccupazione circa l’aspetto del pene e la funzionalità sessuale maschile

Diversi studi hanno riscontrato come negli uomini la soddisfazione circa l’aspetto del proprio pene sia seguito non soltanto da una visione più positiva della propria sessualità, ma anche da un miglioramento dell’esperienza erotica stessa, arrivando anche ad amplificare la percezione di competenza sessuale.

 

Nei momenti di intimità sessuale la dimensione corporea assume sicuramente un ruolo centrale: in particolare, le cognizioni e valutazioni egoriferite circa l’aspetto del corpo. La preoccupazione specifica per l’aspetto dei genitali è stata riscontrata in letteratura come associata a sintomi depressivi e bassa autostima, da ultimo risultando nell’evitamento delle situazioni che esporrebbero l’individuo a mostrare il proprio corpo nudo, con prevedibili conseguenze sul piano relazionale e sessuale nella coppia, oltre che per un senso più generale di valutazione personale (Tiggemann, Martins & Churchett, 2018; Veale et al., 2015).

Diversi studi hanno riscontrato come negli uomini la soddisfazione circa l’aspetto del proprio pene sia seguito non soltanto da una visione più positiva della propria sessualità, ma anche da un miglioramento dell’esperienza erotica stessa, da ultimo amplificando nell’individuo la percezione di competenza sessuale. Tuttavia, è facile realizzare come normalizzare degli standard irrealistici o distorti circa l’aspetto che i genitali “dovrebbero” avere possa portare gli uomini, in particolare quelli che nutrono delle preoccupazioni circa l’estetica dei propri genitali, a provare sentimenti di inadeguatezza, così come testimoniato dall’aumento vertiginoso delle richieste di interventi per migliorare l’estetica dei genitali o la prestazione sessuale (Veale et al.; 2016).

Da diversi studi è emerso che gli uomini che percepiscono il proprio corpo o genitali come inadeguati hanno più probabilità di sperimentare difficoltà erettili così come maggiori difficoltà nel raggiungere l’orgasmo (Johnson et al., 2014; Veale et al., 2016; Veale et al., 2014). E’ stato teorizzato da Janssen e colleghi (2000) come alla base delle difficoltà sperimentate durante il sesso vi possa essere un’interferenza cognitiva che disturba il focus attentivo degli uomini insicuri del proprio aspetto; il risultato sarebbe quindi quello di distogliere l’attenzione dai cue erotici coadiuvanti l’eccitazione dell’individuo, come ad esempio stimoli contestuali erotici o gli indizi di attivazione fisica, finendo per amplificare le ansie circa la prestazione sessuale. Al pari di ogni altro processo di elaborazione dell’informazione infatti, l’attenzione appare fondamentale per un adeguato funzionamento sessuale, portando all’esperienza cosciente dell’individuo gli indizi fisiologici rilevati in risposa agli stimoli eccitanti e attivando un feedback positivo sull’arousal (Janssen et al., 2000).

Nella clinica delle difficoltà sessuali è stato dimostrato come gli uomini disfunzionali tendano a focalizzarsi sulle emozioni negative e sulle proprie paure proprio durante l’attività erotica, talvolta interferendo con l’erezione stessa e conseguentemente alimentando il circolo ansioso circa la prestazione sessuale (Barlow, 2002). Alla luce di tale modello è possibile immaginare che gli uomini che si preoccupano per l’aspetto dei genitali possano sperimentare una simile distrazione quando si trovano in intimità, esposti al giudizio proprio e del partner.

Lo spectatoring è stato concettualizzato come una forma di fissazione cognitiva sulle percezioni di sé negative durante l’attività sessuale, focalizzazione su stimoli esterni irrilevanti rispetto alla situazione che comporta difficoltà nell’eccitazione così come nel raggiungimento dell’orgasmo. Il risultato è quello della sensazione di assumere una prospettiva in terza persona, giudicante, che osserva da fuori l’atto sessuale. Il fenomeno si declina in due accezioni differenti, quella di imbarazzo sessuale, ovvero un’autovalutazione circa la percezione che l’altro potrebbe avere, oppure il self-focus sessuale, ovvero un aumento dell’attenzione sul comportamento, la performance o l’attivazione fisica che finisce per deviare l’attenzione dagli stimoli erotici che elicitano la risposta sessuale (Janssen et al 2000) Wiegel et al., 2007).

Un recente studio condotto da Wyatt, de Jong & Holden, che ha coinvolto 549 uomini impegnati in una relazione stabile e sessualmente attiva, si è proposto di indagare se il fenomeno dello spectatoring, risultante delle preoccupazioni riguardo all’aspetto dei genitali maschili, potesse agire come interferenza cognitiva influenzando la funzionalità sessuale in termini di mantenimento dell’eccitazione e raggiungimento dell’orgasmo. Ai partecipanti sono stati somministrati dei questionari self-report volti ad ottenere una misura della preoccupazione circa l’estetica dei genitali, sulle due diverse sottoscale dello spectatoring, l’imbarazzo sessuale e il self-focus sessuale, riportando inoltre una misura delle difficoltà sessuali riscontrate nel mese precedente rispondendo alle due sottoscale relative alla funzionalità erettile e alla funzione orgasmica estratti dall’International Index of Erectile Functioni (Rosen et al., 1997).

In accordo con le aspettative degli autori, dall’analisi statistica è emerso che coloro i quali sperimentavano una preoccupazione maggiore circa l’aspetto o le dimensioni del proprio pene avevano probabilità maggiori di sperimentare imbarazzo sessuale e self-focus negativo durante l’attività sessuale.

A loro volta questi due aspetti dello spectatoring si sono dimostrati predittori di maggiori difficoltà nel mantenere l’erezione e nel raggiungere l’orgasmo, sebbene maggiori studi siano necessari per confermare la natura causale di questa relazione.

 

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