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Ansia e Alimentazione

Esiste una forte correlazione tra ansia e alimentazione, infatti spesso la ricerca di cibo gratificante è correlata alla necessità di incrementare i livelli di serotonina, ma col tempo questo tipo di cibi impatta negativamente sul nostro apparato digerente.

 

L’ansia è la normale e innata risposta del nostro organismo che si prepara ad affrontare una situazione soggettivamente percepita come minacciosa attivando tutte le funzioni neurovegetative necessarie per l’attacco o la fuga (aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, tensione muscolare, sudorazione, rallentamento della digestione, aumento dell’attenzione e della vigilanza).

Entro un certo limite l’ansia rappresenta una risposta adattiva e funzionale, una reazione di difesa dell’organismo volta ad anticipare la percezione del pericolo prima che questo sia chiaramente identificato. Tuttavia quando risulta immotivata o sproporzionata rispetto all’evento scatenante o quando si protrae nel tempo ed è d’intensità tale da interferire con il normale funzionamento dell’individuo, l’ansia diventa patologica dando origine a sintomi psicologici (senso soggettivo di apprensione e di penosa attesa, inquietudine, nervosismo, insicurezza e timore, difficoltà di concentrazione, rimuginio), neurovegetativi (sudorazione, tachicardia, sensazioni di nodo alla gola e di soffocamento, vertigini, tremori, disturbi gastroenterici, alterazioni nel ritmo sonno-veglia) e motori (tensione, irrequietezza, agitazione) che determinano una limitazione delle capacità di adattamento dell’individuo e che possono sfociare in un disturbo d’ansia conclamato.

Spesso coloro che richiedono un intervento specialistico per un disturbo d’ansia, lamentano anche disturbi a carico dell’apparato digerente. Gli aspetti emozionali sono infatti fortemente correlati alle funzioni intestinali e la risposta agli agenti stressogeni può portare a una condizione di disbiosi intestinale che tende a ridurre l’assorbimento del triptofano, amminoacido essenziale che, essendo il precursore della serotonina, ne riduce la sua sintesi favorendo un amento dello stato ansioso.

Esiste inoltre una forte correlazione tra ansia e il modo di alimentarsi.

Molte persone riducono o rifiutano il loro cibo abituale sentendo talvolta addirittura l’incapacità di far arrivare qualche boccone nello stomaco; altri vanno a ricercare cibi di gratificazione (comfort food), spesso ricchi di carboidrati e grassi avendo sperimentato che possiedono un effetto calmante proprio sul sintomo ansioso; altri ancora mangiano di più in generale, identificando, forse, nel cibo, una sorta di supporto energetico.

La ricerca di cibo gratificante come dolci, biscotti, bibite zuccherate, cioccolata è correlata alla necessità di incrementare i livelli di serotonina e il nostro cervello, senza che ce ne rendiamo conto, ci indica dove possiamo trovarne i precursori.

Succede però che, in tempi più o meno brevi, questo tipo di cibi impatti sul nostro apparato digerente creando disagi digestivi o gonfiori a stomaco e addome fino a problemi di reflusso gastroesofageo, bruciori o sindrome dell’intestino irritabile in grado, a loro volta, di creare un circolo vizioso di aumento di ansia e stress. Inoltre i cibi caratterizzati da una forte presenza di zuccheri semplici e con elevato Indice Glicemico (IG, che misura la velocità di digestione e assorbimento dei cibi contenenti carboidrati e il loro effetto sulla glicemia) porta a forti oscillazioni della glicemia con conseguenti ripercussioni sull’energia a disposizione per tutte le cellule dell’organismo e in particolare quelle del sistema nervoso centrale. Un eventuale aumento di peso conseguente alimenta, poi, il circuito ansia-stress.

Da qualche anno molti studi stanno mettendo in evidenza il ruolo dei nostri batteri intestinali (microbiota) nella comunicazione cerebrale, in quanto capaci di inviare segnali direttamente dall’intestino al cervello attraverso svariati meccanismi:

  • innervazione intestinale: i microrganismi sembrerebbero influenzare l’attività nervosa utile a determinare l’attivazione del sistema immunitario
  • produzione di metaboliti: tramite questi ultimi, il microbiota sembrerebbe in grado di influenzare lo stato infiammatorio, i livelli di triptofano e di acido kinurenico (neuroprotettivi). Inoltre, produce direttamente neurotrasmettitori come GABA  e BDNF (brain-delivered neurotrophic factor).

Già da tempo molti studi hanno indagato sul ruolo del microbiota intestinale in relazione a dieta ed emozioni. Una dieta ad elevato contenuto di grassi può promuovere la ‘leaky gut sindrome’, aumentando la permeabilità intestinale (Cani et al., 2008, Hildebrandt et al., 2009, Kim et al., 2012) in maniera analoga allo stress (Gareau et al., 2008, Ait-Belgnaoui et al., 2014), e l’incremento di produzione di citochine da parte dei batteri le quali, a loro volta, sembrano in grado di sensibilizzare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA axis) verso un comportamento ansioso e depressivo.

Al contrario, cambiamenti della composizione del microbiota attraverso la dieta e supplementazioni di specifici probiotici, possono portare ad una migliore risposta allo stress.

Studi in vivo su modelli animali hanno indagato la comunicazione tra cervello e intestino andando a dimostrare come il microbiota intestinale sia alterato anche in condizioni di stress o di disturbi associati allo stress e di come si vada a perdere in parte la funzionalità della via metabolica degli acidi grassi a catena corta (SCFAs).

Gli SCFAs come acetato, propionato o butirrato, sono in larga parte prodotti in seguito alla fermentazione intestinale di alimenti ricchi di fibre e hanno da tempo dimostrato di apportare numerosi benefici all’ospite, sia a livello intestinale che sistemico raggiungendo perciò anche il cervello e, quando supplementati, hanno dimostrando di ridurre i livelli di ansia dopo il periodo di stress prolungato.

In alcune ricerche si è visto, in modelli murini, che la combinazione di due prebiotici come i frutto-oligosaccaridi (FOS) e i galatto-oligosaccaridi (GOS) sia in grado di modulare l’ansia e i comportamenti stress-correlati in animali sani. Lo studio evidenzia anche che questi prebiotici modificano l’espressione di geni specifici in zone chiave del cervello in grado di ridurre comportamenti ansiosi e depressivi suggerendo come il microbiota intestinale possa essere un importante target per la psichiatria nutrizionale.

 

Quando il comportamento di mio figlio può essere definito ‘problema’?

Quando il comportamento di mio figlio può essere definito ‘problema’? Quando possiamo parlare di vivacità e sana energia vitale e quando invece il comportamento merita un’attenzione in più?

 

Queste domande sono molto frequenti tra i genitori, che spesso, tra dubbi, ansie, paure e momenti di frustrazione, legati al complesso e difficilissimo ruolo genitoriale, carico di responsabilità, si ritrovano a fare i conti con situazioni che li mettono a dura prova per ciò che concerne l’educazione e la relazione con i propri figli. Spesso i bambini mettono in atto comportamenti insoliti, talvolta bizzarri, talvolta pericolosi, osservando tali comportamenti altrettanto spesso i genitori hanno difficoltà a capire se sono strettamente connessi allo specifico stadio dello sviluppo, o se è il caso di intervenire e di contattare uno specialista. Molto simili sono anche le domande che i genitori si pongono quando la segnalazione arriva da parte degli insegnanti.

Il comportamento può essere definito come il modo in cui un soggetto interagisce con il mondo circostante, quindi ogni parola, azione, reazione che mettiamo in atto caratterizza il nostro comportamento, ovvero il modo di rispondere alle sollecitazioni ambientali, fisiche e relazionali.

I nostri comportamenti hanno diverse funzioni e sono sempre orientati a: comunicare qualcosa, rispondere ad un bisogno, evitare certe situazioni, realizzare desideri, raggiungere obiettivi.

Quindi tutti i comportamenti sono orientati all’adattamento, alla comunicazione e al soddisfacimento di bisogni di varia natura (primari, di contatto, di riconoscimento, ecc).

Un comportamento può essere definito ‘problema’ quando:

  • è disadattivo
  • ostacola l’appredimento
  • ostacola lo sviluppo di nuove capacità
  • interferisce o ostacola il mantenimento di capacità già acquisite
  • è pericoloso per sé e per gli altri
  • interferisce con lo svolgimento di normali azioni quotidiane
  • interferisce con lo svolgimento di attività quotidiane e non solo

I comportamenti problema rappresentano un ostacolo all’adattamento funzionale e allo sviluppo di nuove capacità nonché all’apprendimento in quanto comportano per il bambino un sovraccarico psico-fisico eccessivo e sono correlati a stati ansiosi, di tensione, paura, disagio.

Un esempio di comportamenti problema possono essere le reazioni emotive eccessive in relazione a determinate situazioni, come crisi di rabbia per piccole frustrazioni, l’opposizione sistematica alle richieste dell’adulto o la rigidità di certe abitudini e rituali.

Un concetto fondamentale rispetto al comportamento problema è che se quest’ultimo è stato appreso è perchè senz’altro ha portato conseguenze positive e/o un vantaggio. In sostanza il comportamento problema, così come tutti i comportamenti, ha sempre uno scopo, è atto a comunicare qualcosa e rappresenta una modalità di adattamento, anche se disfunzionale (Pontis, 2018)

Il comportamento problema può dunque avere diverse funzioni: ottenere qualcosa, per esempio attenzioni, evitare qualcosa per esempio un compito, soddisfare un bisogno, comunicare un disagio.

La funzione del comportamento problema è legata alla situazione, il comportamento problematico è di fatto una manifestazione complessa e varia per azioni (fuggire, lanciare oggetti, aggredire gli altri, autolesionismo, ecc) ma non è necessariamente l’estrinsecazione di un disturbo psicopatologico, sebbene i comportamenti problema siano spesso correlati positivamente a disabilità intellettiva e autismo (Ianes & Cramerotti, 2002).

I fattori di rischio per l’insorgere di comportamenti problema sono:

  • difficoltà nel linguaggio
  • limitata abilità comunicativa
  • difficoltà di apprendimento
  • scarso repertorio comportamentale

Due suggestioni:

  • un comportamento che riceve in risposta conseguenze piacevoli ha maggiori probabilità di essere reiterato.
  • un comportamento che riceve una risposta sgradevole o che non riceve risposta ha meno probabilità di essere reiterato.

Il comportamento problema deve essere sempre contestualizzato, in quanto non è mai il comportamento in senso stretto ad essere un problema, quanto invece lo è l’effetto che quest’ultimo ha nella complessa interazione del bambino con l’ambiente (Haim Brezis, 1986).

L’osservazione e l’analisi funzionale del comportamento problema possono essere utili per cercare di capire che significato ha quel comportamento in quella determinata situazione e che scopo ha. E’ necessario registrare attraverso l’osservazione e l’intervista con insegnanti e genitori e/o figure di riferimento, la tipologia di comportamento, il contesto in cui si è verificato, cosa è accaduto prima dell’insorgere del comportamento e cosa è accaduto dopo. Un’analisi funzionale sistematica e attenta è necessaria per poi progettare degli interventi ad hoc che abbiano lo scopo di far estinguere il comportamento problema e/o sostituirlo con uno più funzionale all’adattamento (Brezis, 1986).

In definitiva, un’attenta osservazione e l’analisi funzionale del comportamento sono strumenti che possono aiutare per la progettazione di un intervento ad hoc mirato all’apprendimento e al rinforzo di strategie adattive più funzionali, ma è sempre importante non trascurare i significati che quel determinato comportamento ha per il bambino o la bambina e a che bisogni profondi risponde.

 

La Natura e l’arte del vivere con arte – Spunti di riflessione dalla lettura di “Piccola filosofia volatile” di Dubois e Rosseau

Un po’ come gli uccelli, anche noi, uomini, donne e terapeuti, dovremmo imparare a goderci ogni piccolo momento e a riconoscere e selezionare il nostro talento, per poi valorizzarlo sempre più, affinandolo con amore, studio e passione.

Premessa

In questi giorni un giovane uomo, che fa parte di un gruppo di lavoro di arte terapia, mi ha suggerito un testo da leggere ed io, che da sempre ho grande stima e attenzione verso tutto ciò che riguarda le letture dei miei pazienti, ho subito segnato il titolo che mi ha suggerito: Piccola filosofia volatile. 22 lezioni di serenità di E. Rosseau e P.J. Dubois, scritto rispettivamente da una giornalista laureata in filosofia e letteratura e da un ornitologo e scrittore.

Il testo è snello, di facile lettura, racchiude in sé un invito alla riflessione sul comportamento naturalistico degli uccelli: i nostri due autori, appassionati naturalisti, ad ogni capitolo tracciano un parallelo tra quello che la Natura sceglie in modo evolutivo per la specie come “il meglio” ed il comportamento umano.

I temi sono diversificati: accettare le fragilità, la parità (o meno) tra i sessi, le buone abitudini, il senso dell’orientamento, il coraggio, la famiglia, la fedeltà, la libertà, la paura, ed altri temi universali come il corteggiamento tra specie, la bellezza, il potere, etc. Per ultimo argomento, gli autori propongono anche il tema – tabù della morte: osservazioni, spunti e curiosità che davvero ci rendono simili e affini per scelte e comportamenti ad alcuni uccelli comuni nei nostri territori e quindi da noi conosciuti, o meno.

Leggere queste brevi storie ci fa riflettere.

Molto interessante il capitolo sull’arte del corteggiamento, che ci racconta come ogni specie, grazie alla selezione naturale, nel tempo ha declinato al meglio delle proprie possibilità un “talento”, ad es. il canto o una propria dote estetica, come il colore del piumaggio, potenziandone sempre più una sola però, spesso a discapito dell’altra. Pensiamo all’usignolo o viceversa al pavone. Come a dire che la Natura è generosa, ma giusta nell’elargire i proprio doni. Pensiamo all’usignolo e al pavone: sviluppare entrambe le caratteristiche, un canto raffinato o un piumaggio iridescente, non è dato. Esibirsi in passi di danza leggiadri o mostrare generosità verso la femmina portandole dei doni? Ogni uccello sceglie le migliori strategie di conquista, mostrando un gusto per la bellezza e il farsi belli, davvero sorprendenti e affascinanti in questi piccoli animali.

Bellissimo il capitolo su come contribuire alla bellezza nel mondo (pag. 69) che descrive la tattica del Giardiniere satinato, un uccello australiano con un piumaggio blu notte: l’uccello maschio, per invogliare la femmina a sceglierlo crea un nido molto elaborato, che forma una specie di pergola, disposto a terra e lo dipinge di blu! Eccone un breve estratto:

Il giardiniere satinato australiano

Sì, pare incredibile, ma questo uccello che vive in Australia dipinge il nido con una specie di pittura blu, ricavata da bacche (violette, blu e nere), mescolate alla sua saliva e a del carbone di legna, proveniente dagli incendi delle foreste (pag. 70). Sul bordo, poi, dispone una “costellazione” di oggetti blu: tappi di bottiglia, penne, pezzi di plastica di ogni genere, anche sassi, facendo bene attenzione a sistemare i più grossi davanti ed i più piccoli dietro, creando così un’illusione ottica che fa apparire alla femmina il nido più grande di quanto sia in realtà. Se questa non è arte della bellezza, si chiedono gli autori…io concordo con loro.

Che tristezza, osservazione del tutto mia personale, che il Giardiniere Satinato ad oggi usi la plastica (!) e non solo materiale naturale, per decorare il nido! Ma questa è un’altra storia che in questo testo non si affronta. Forse una riflessione a riguardo i nostri autori avrebbero potuto metterla, magari come nota… invece nel testo non compaiono mai accenni di tipo ecologista, probabilmente per scelta, per non appesantire i lettori, facendoli “volare bassi”, dopo aver letto cose così poetiche, lancio a chi leggerà il testo o questo articolo un interrogativo a riguardo…

Altri estratti interessanti possono essere (pag. 122) quello in cui ci si chiede cosa sia l’intelligenza e se, nel mondo degli uccelli, ci sia una sorta di trasmissione del sapere. Mitici i corvidi (cornacchie, etc.) che possono ricorrere a delle strategie per procacciarsi il cibo, utilizzando degli “utensili”, bastoncini, ramoscelli o altro, per aiutarsi nella ricerca. Alcune cornacchie (pag. 121) della Nuova Caledonia hanno addirittura costruito un “amo” torcendo un filo sottile per impadronirsi di qualcosa (dei vermi in un barattolo)!

Un video molto carino a questo proposito, dal titolo La sorprendente intelligenza dei corvi, si trova in rete ed è un esperimento volto a studiare l’intelligenza dei corvidi.

Anche i corvi cittadini sanno trarre vantaggio dalla vita urbana: hanno imparato a gettare delle noci sulla strada ad un incrocio, al semaforo verde, e ad attendere il semaforo verde successivo per recuperare i pezzi di noce, estraendoli dai gusci schiacciati dalle auto, il tutto con maggiore facilità, servendosi di questo escamotage e riuscendo a calcolare esattamente i tempi dei semaforo.

La ghiandaia poi, nel capitolo L’intelligenza è davvero quella che crediamo (pag. 120), dà prova di chiaroveggenza: in autunno nasconde semi e noci sottoterra, ma, se si accorge di essere “spiata” da un suo simile, finge solamente! Usa la simulazione, quindi, come gli esseri umani.

Infine, sempre riguardo l’intelligenza, va citata l’esperienza della gazza ladra, che davanti a uno specchio (pag. 122) si riconosce. Per capirlo, alcuni scienziati ne hanno tinto le penne della testa di rosso e questi uccelli, guardandosi riflessi, tentano di togliersi la macchia esattamente nel punto di colorazione differente.

Bellissimo anche il capitolo (pag. 47) Dove sta il vero coraggio, che spiega come l’uomo abbia scelto alcuni uccelli come simboli di forza, volatili come l’aquila ad es., quando invece, a ben guardare, sarebbe il piccolo pettirosso l’uccellino da scegliere per rappresentare questo sentimento. Il pettirosso, infatti, difende strenuamente il proprio territorio, è un guerriero appassionato e si proclama tale attraverso il canto (pag. 49), per quanto melodioso e malinconico. È chiaro però che un pettirosso, di massino 14 cm, sulla bandiera o su un’elsa di una spada avrebbe senz’altro meno “stile” di un’aquila reale con un’apertura alare di due metri e più. Ricordo, a questo proposito, per chi volesse saperne di più su questo stupefacente volatile,  il meraviglioso film Abel, il figlio del vento – storia di un’amicizia tra un’aquila e un bambino. Parlando di coraggio potremmo anche soffermarci sul gallo, emblema della Francia. Il maschio dell’oca, se c’è da dar battaglia, è molto più incisivo nel beccarci il polpaccio e né un gallo né una gallina superano la vigilanza di un’oca: quest’ultima è un vero cane da guardia! Il fatto è che spesso si confonde la forza con il coraggio.

Infine, per concludere questi brevi estratti, che spero invoglino alla lettura, posso citare il capitolo in cui si descrive il concetto di filosofia di vita serena: La gallina al bagno. O sull’arte di vivere intensamente (pag. 63). Qui abbiamo la descrizione della abluzioni di terra della gallina comune, che le usa per liberarsi dai parassiti e pulire il piumaggio; vive momento per momento, godendosi il suo rituale. Il messaggio è chiaro: godiamo con intensità delle piccole cose di ogni giorno, liberando la mente e gustandoci ogni attimo. Carpe diem è un invito ad essere presenti, qui ed ora. Anche quando noi stessi ci laviamo, provare un genuino piacere per l’atto stesso della pulizia. La gallina, se è stressata non si cura, non si lava senza gioia, piuttosto se ne sta immobile, muta, oppure si agita gridando. Questo uccello ci insegna la felicità del momento.

Meta osservazioni tecniche

Tutti questi meravigliosi esempi di natura ci fanno riflettere, per questo la Piccola filosofia volative è un libro che accompagna in modo lieve, anche chi sta male, ed è adatto anche ad essere ripreso più e più volte in mano, come un testo filosofico, quasi zen, che solleciti il pensiero sereno e le buone prassi, che possa essere usato anche per iniziare una piccola conversazione o un laboratorio di arte terapia.

Il paziente che me lo ha suggerito, un giovane ragazzo intelligente, si è illuminato quando mi ha consigliato questo testo, perché esso ne ha alleviato la sofferenza del vivere nei momenti di sconforto.

Credo che quando un paziente ci racconta un’esperienza personale che lo entusiasma vada assolutamente ascoltato, accolto, anche dal punto di vista terapeutico, perché davvero le persone (non solo i pazienti) andrebbero maggiormente valorizzate nei loro contributi relazionali, ma, soprattutto, perché ognuno ha qualcosa di bello da poter condividere: un pensiero, un’esperienza, etc.,

Questo “donare”, ha un valore terapeutico sicuramente maggiore che non il “ricevere”. Noi psicoterapeuti e arteterapeuti, come tutte le figure professionali che lavorano per il benessere del prossimo, siamo sempre portati verso il “dare”, ma altrettanto importante è sapere valorizzare conversazioni, suggerimenti, atti, modi di porsi, che possono far sentire una persona degna di valore, non per retorica, o solamente per “strategia tecnica”, ma per reale atto di umiltà e apertura verso l’altro. E’ una questione di sensibilità e curiosità verso il sapere e l’essere umano che chi lavora “bene” in questo campo dovrebbe possedere. Un po’ come gli uccelli, anche noi uomini e donne, (e terapeuti), dovremmo dapprima riconoscere e selezionare il nostro talento e poi lavorare per valorizzarlo sempre più, affinandolo con amore, studio e passione.

All’incontro successivo, io e il mio paziente abbiamo discusso del testo in questione su un terreno comune di condivisione: sapere che ho fatto mio un suoi consiglio di lettura, lo ha dapprima stupito (spiazzato sarebbe più corretto), poi rassicurato e infine gli ha regalato la gioia di poter essere utile, un altro concetto molto importante per l’essere umano dal punto di vista empatico, anche in terapia.

La fiducia, capitale umano sempre più raro, si basa anche su piccoli atti di gentilezza: a mia volta io ora, parlando di questo libro, creo una catena di rimando che può trovare eco nei lettori più sensibili o interessati alla Natura, perlomeno posso dire di aver regalato qualche piccolo spunto inedito costituito da esempi di comportamento animale preso da un “piccolo libro di filosofia volatile”.

Una volta una persona mi ha detto che c’è sempre da imparare dagli altri. Io credo che sia assolutamente vero. Il segreto è aprirsi all’altro senza pregiudizi e non essere presuntuosi. Il professionista che fa la differenza è quello umile, ma che fa della ricerca costante il suo strumento, mettendola poi “al servizio” come sapere. Lo scambio è valore, soprattutto se il lavoro è passione, come dovrebbe essere.

Critiche

Un piccolo appunto a questo testo però lo devo presentare: gli autori avrebbero potuto inserire alcune immagini, almeno degli uccelli meno conosciuti che citano. Io ho cercato in rete delle immagini, ad es. dell’uccello australiano Giardiniere (ricordate, quello che raccoglie oggetti blu per la femmina) e sono rimasta incantata da cotanta bellezza, forse perchè sono molto “visiva” occupandomi anche di arte e arte terapia creativa, ma ho avvertito fortemente, nel testo, questa mancanza. Inoltre, leggere e osservare, un po’ come i bambini con le fiabe o i fumetti, è un piacere maggiore, anche perché in molti casi, oltre a quello del Giardiniere australiano, la Natura supera in bellezza l’immaginazione.

Spunti creativi

Il libro è comunque bellissimo, Lancio uno spunto creativo a chi leggerà questo articolo, si potrebbe personalizzarlo con dei disegni ad acquerello (o collage, etc.), magari proprio degli uccelli in questione citati nel testo a fianco o sotto: immaginate un disegno “trasparente” al di sopra della parte stampata, realizzato da voi, che ne consenta comunque la lettura, o negli spazi dove non ci sono scritte, come per esempio accanto al titolo o lungo i margini. Questa modalità artistica può rendere un libro un dono personalizzato da regalare o arricchire in modo terapeutico il testo, anche per noi stessi.

Lavorare in arte terapia (e non solo), con questo piccolo testo sarà un buon modo per trarre spunto da una “suggestione” evocativa dalla quale partire e regalare agli ascoltatori, anche bambini, piccoli sogni di filosofia volatile.

 

La sorprendente intelligenza dei corvi – VIDEO:

 

Attrazione sessuale: siamo in grado di riconoscerla?

La letteratura mostra come esista una discrepanza oggettiva tra i due sessi nel determinare il grado di attrazione dimostrata da un potenziale partner: le donne sembrano sottostimare l’interesse sessuale di potenziali partner, mentre nell’uomo vi sarebbe la tendenza a sovrastimare quello delle femmine.

 

Nella specie umana la scelta di un partner (sessuale o non) si basa su di una mutua selezione tra due individui, al contrario di tante altre specie animali per le quali questa scelta viene generalmente operata dalla femmina basandosi sulla fitness genetica degli esemplari maschi e testimoniata da caratteristiche fisiche o da skills utili alla sopravvivenza del singolo che, per estensione, garantirebbero quella della coppia e della loro progenie.

Da un punto di vista evolutivo, considerando semplicemente l’obbiettivo della riproduzione, imprescindibile per la preservazione della specie, risulterebbe quindi più rischioso per un maschio perdere l’occasione di accoppiarsi con una femmina interessata, piuttosto che l’inverso (Trivers, 1972): l’esito di una gravidanza alla quale non segua la formazione di una coppia, comporterebbe che tutto il peso delle cure parentali, particolarmente gravose nella specie umana, ricada sulla femmina, aumentando i rischi per la sopravvivenza della madre e della prole.

Per questo motivo è stato postulato che vi sia una pressione differente nei due sessi sulla selezione del partner, che ha fatto sì che nel corso dell’evoluzione si sia sviluppata un’inclinazione differente nel percepire l’interesse sessuale dimostrato dalla controparte: l’Error-management theory (Haselton&Buss, 2000) suggerisce che si sia evoluto un bias, ovvero una distorsione cognitiva divergente nei due sessi, per favorire l’errore che risulti meno “costoso” per l’individuo, tale da portare le donne a sottostimare l’interesse sessuale di potenziali partner, mentre nell’uomo vi sarebbe la tendenza opposta a sovrastimare quello delle femmine.

L’esistenza oggettiva di una discrepanza tra i due sessi nel determinare il grado di attrazione dimostrata da un potenziale partner è stata ampiamente documentata in letteratura (Abbey, 1982; Farris et al.,2008; Fletcher et al., 2014; Perilloux et al., 2012); tuttavia, per quanto la cornice teorica dell’Error Management sembri spiegare adeguatamente i risultati ottenuti negli studi condotti, i ricercatori mettono in guardia circa la possibilità che vi siano altri fattori che possano fungere da mediatori nello spiegare le differenze individuali rilevate. Lemay e Wolf (2016) hanno ad esempio riscontrato come gli individui che si percepiscono come più attraenti abbiano anche una tendenza a sovrastimare l’interesse sessuale di un potenziale partner e si è trovato che gli uomini tendano in media ad avere una percezione di sé stessi come maggiormente attraenti rispetto alle donne (Feingold& Mazzella, 1998; Hayes et al., 1999). È stato inoltre dimostrato come vi sia una correlazione tra l’interesse sessuale che un individuo prova per un’altra persona e la percezione che egli avrà dell’interesse sessuale dimostrato nei suoi confronti, fenomeno che è stato interpretato come una sorta di “proiezione” del proprio interesse sugli altri: l’ipotesi inversa, ovvero che l’essere apprezzati da qualcuno ingeneri un maggior interesse sessuale verso questa persona, è stata esclusa per assenza di causalità inversa (Lemay&Wolf, 2016).

Da ultimo, l’orientamento sociosessuale, ovvero la propensione verso una strategia di accoppiamento orientata sul breve termine piuttosto che l’aspirazione ad un legame di coppia stabile nel tempo, sembra modificare l’apertura alla possibilità di incontri sessuali occasionali: gli uomini dimostrerebbero una propensione maggiore delle donne verso una strategia di accoppiamento sul breve termine (Gangestad& Simpson, 2000) ed un’apertura maggiore verso incontri sessuali occasionali (Penke&Asendorpf, 2008); inoltre, Howell e colleghi (2012) hanno riscontrato come un obbiettivo a breve termine fosse associato in entrambi i sessi ad una sovrastima dell’interesse sessuale da parte di potenziali pretendenti, sebbene altri abbiano riscontrato questo effetto solo negli uomini (Perilloux et al., 2012).

Un team di ricercatori australiani (Lee et al., 2020) ha condotto una ricerca per determinare con quanta accuratezza le persone fossero in grado di valutare l’interesse sessuale da parte di un potenziale partner, indagando anche il ruolo di potenziali moderatori come la percezione della propria avvenenza, il proprio interesse sessuale e l’orientamento sociosessuale nello spiegare le differenze di genere riscontrare in letteratura.

I 1226 partecipanti hanno compilato inizialmente il Sociosexual Orientation Inventory (SOI revised; Penke & Asendorpf, 2008) per indagare la propensione verso il sesso occasionale, in seguito è stato loro chiesto di giudicare la propria attrattività, valutando l’avvenenza del proprio viso, del proprio corpo, la piacevolezza della propria personalità e dando da ultimo un punteggio globale complessivo di attrattività.

La procedura prevedeva poi che ogni soggetto partecipasse ad una sessione di speeddating della durata di tre minuti, al termine del quale era loro richiesto di esprimere il proprio grado di interesse verso la persona appena conosciuta, così come il grado di interesse percepito da parte del potenziale partner.

Le analisi statistiche hanno rivelato come in generale i soggetti si dimostrassero abbastanza accurati nel determinare l’attrazione provata da un potenziale pretendente (trackingaccuracy) e che nessuno dei tratti personologici analizzati (sesso, età, orientamento sociosessuale e giudizio sulla propria avvenenza) risultasse associato ad una migliore performance in questo senso. I dati sembravano inoltre confermare la tendenza generale (mean-level bias) negli uomini a sovrastimare l’interesse sessuale dei propri partner; tuttavia, quando nel modello si sono considerati anche l’interesse sessuale espresso dal soggetto stesso e i vari moderatori, si è riscontrato come le differenze di genere si annullassero, venendo spiegate dalle differenze individuali nell’orientamento sociosessuale e dalla percezione della propria avvenenza: soggetti più orientati verso il sesso occasionale e quelli che si consideravano più attraenti, a prescindere dal sesso di appartenenza, avevano una tendenza maggiore a percepire attrazione sessuale a loro rivolta. Da ultimo, è emerso un effetto significativo dell’interesse provato dal soggetto stesso nei confronti del potenziale partner, supportando l’idea che gli individui “proiettino” il proprio interesse sulla controparte, finendo per sovrastimarne l’interesse reale.

Gli autori interpretano i risultati ottenuti non tanto come frutto di un bias evolutosi per favorire una strategia d’accoppiamento distinta nei due sessi, come suggerito dall’Error Management Theory, bensì come il risultato di una tendenza generale dell’essere umano ad estendere i propri stati mentali agli altri, come già riscontrato nel caso del false-consensus bias o nell’assumed-similarity bias (per una rassegna vedi Marks & Miller, 1987).

 

Il Covid-19 come fenomeno psicosociale. Quale responsabilità degli psicologi

L’emergenza epidemica prodotta dal virus Covid-19 pone, nell’epoca dell’infosfera e della tecnosfera globalizzata e pervasiva che stiamo attraversando, questioni del tutto nuove e al contempo fa emergere vecchi se non vecchissimi schemi antropologici. Il vecchissimo e il nuovissimo s’intrecciano in uno strano miscuglio rendendo confuso un quadro già di per sé torbido.

 

Decido di parlarne occupando lo spazio (vuoto) di analisi psicosociale esplorando tre punti: 1. il vertice professionale e di responsabilità di uno psicologo e psicoterapeuta alle prese con i propri pazienti; 2. L’aspetto funzionale e disfunzionale delle fenomenologie psicopatologiche; 3. Il piano comunicativo e i suoi attuali squilibri.

La responsabilità sociale dello psicologo

Innanzitutto mi sono posto la questione relativa alla responsabilità professionale: come incontrare il disagio pre-esistente dei nostri pazienti in collisione con le angosce e le conseguenze pratiche dell’espansione dell’epidemia in corso, sia considerando il fenomeno virale effettivo, che la viralità mediatica come epifenomeno conseguente al primo? Trovarsi, prima o poi, nelle zone di quarantena o limitrofe, con limitazioni dei movimenti e della comune vita sociale e il relativo impatto psicologico sulla popolazione di post traumatic stress, rabbia, depressione, frustrazione, noia, confusione, etc., come confermato da una recentissima review sull’argomento quarantena (Brooks et al., 2020 – ved. bibliografia).

Ma anche soltanto gestire le ansie di chi, momentaneamente lontano dalle zone di contagio, vede un pericolo incombente giungere da ogni canale mediatico e dai discorsi che tutti fanno per strada e nelle famiglie. Tutto questo e molto altro ancora ci interroga su come affrontare e discutere con i nostri pazienti la problematica situazione in corso (a seconda della dislocazione geografica e della prossimità o meno di focolai e quarantene) cercando di mantenere una posizione realistica, emotivamente equilibrata, scientificamente informata, comunicativamente rassicurante, ma al tempo stesso non sottovalutante, istituzionalmente coerente con le indicazioni sanitarie e con la situazione in rapido itinere e mutamento, in grado di trasmettere l’effettiva realtà del problema in corso senza allarmare, ma senza sottovalutare. Allo stesso tempo occorre saper tracciare ed indicare i confini temporali di esperienze così angoscianti e fornire supporto e comprensione nonché strategie di occupazione del tempo e della convivenza creative e se possibile anche innovative. Talora, come nelle storie del periodo bellico, la riduzione delle libertà e delle possibilità di vita rappresentata dalla condizione di emergenza può convertirsi in occasione di incontro con sé, con il prossimo e con risorse inattese e inesplorate.

Se invece pensiamo ad alcune vulnerabilità emotive e cognitive di alcuni nostri pazienti, essi, per svariate ragioni personali, possono rivelarsi non in grado di processare un cambiamento di questa portata, nonché non in grado di elaborare una complessità informativa oggettivamente e poi anche soggettivamente incalcolabile, come quella di una epidemia in corso nella propria città. Basta pensare a tutti i pazienti ansiosi (fobici, panicosi, ipocondriaci, evitanti, paranoidei, depressi, solo per fare qualche esempio) e possiamo immaginare come sia automatica per alcuni di loro la risposta di fuga e riparo oppure il vissuto di catastrofe incombente o viceversa di negazione. Un festival di difese indotto da una condizione esterna.

In un’ottica e prospettiva più allargata, ovverosia che tenga conto della funzione sociale della nostra professione, il nostro compito e la nostra responsabilità non si riducono alla ricerca di equilibrio e correttezza professionale verso il numero ristretto e privato dei nostri pazienti, ma riguarda più ampiamente la cifra comunicativa che ciascuno di noi ha, in quanto professionista della salute e promotore di benessere pubblico, nei confronti della cittadinanza e della società tutta. Questo allargamento di prospettiva e di responsabilità ci obbliga a prendere posizione e a approfondire temi che generalmente (e secondo me erroneamente) rimarrebbero al margine del nostro mansionario percepito.

Ci obbligano cioè ad affrontare il tema della mente come fenomeno sociale e storico e di quelle interfacce che troppo spesso escludiamo (per pigrizia? per ignoranza? per riduzionismo?) nel nostro comune lavoro clinico. Non solo quindi contenere, proteggere, se vogliamo protesicamente, le vulnerabilità dei nostri singoli pazienti, ma comunicare, informare, condividere riflessioni e soluzioni di piccoli e grandi problemi a livello sociale e pubblico.

Il Covid-19, per quanto possa apparire paradossale, ci svela la natura sociale della mente e ci svela allo stesso tempo quanto lavoro abbiamo da fare su questo versante e ci aiuta indirettamente ad aprire nuovi territori delle nostre professionalità.

Si pone perciò come urgenza per uno psicologo informato della propria funzione sociale, che voglia fornire una corretta visione e comunicazione pubblica del rischio, il problema di quali fonti informative e scientifiche utilizzare, con quale autorevolezza, come utilizzarle, con quale capacità di sintesi personale processare i dati, come sviluppare e poter mettere insieme competenze trasversali che, in un caso come questo del Covid-19, esorbitano di molto il nostro background formativo: competenze epidemiologiche, sociometriche, matematiche, biologiche, mediche, storico-scientifiche, ma soprattutto la capacità di maneggiare sistemi complessi anche in chiave previsionale.

Ciò che invece avviene nella nostra, come in tutte le altre professioni ad alta esposizione sociale, è il deludente polarizzarsi sulle diatribe mediatiche dell’allarmismo versus banalizzazione/sottovalutazione del fenomeno, con una netta prevalenza (personalmente percepita) a favore del partito della negazione e sottovalutazione. Chiaro segno di una mancanza di dimestichezza a fronte della assoluta novità di quanto sta accadendo accodandosi verso un riduzionismo emotivo di natura difensiva del tutto inadeguato.

Come avviene, dunque, una corretta comunicazione pubblica del rischio? E cosa sta avvenendo da alcune settimane qui in Italia su questo?

Rimando a questo proposito la lettura di un’eccellente riflessione di Pietro Saitta (2020 – ved. bibliografia) che interroga molti piani comuni a questo mio articolo: l’autorevolezza delle fonti scientifiche, l’autorevolezza delle istituzioni, il caos mediatico, etc.

Il catalogo delle psicopatologie come repertorio antropologico

Un secondo punto che vorrei sollevare, come articolazione del primo, parte dalla constatazione che, a partire da alcune delle stesse (giustissime) raccomandazioni contenute nel decalogo governativo per difendersi dal Covid-19, ciò che emerge alla mia (personalissima) attenzione è che questo virus sta mobilitando aspetti della natura umana evolutivamente sedimentati che assomigliano moltissimo ad un repertorio di difese e contromosse che stranamente, ma poi neanche tanto, a loro volta somigliano al catalogo delle principali forme di psicopatologia. Cosa vuole dire questo e cosa implica?

Prendiamo alcuni punti del decalogo, ripeto sacrosanto e doveroso: lavati (spesso) le mani; pulisci le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol; non toccarti occhi, naso e bocca con le mani. Sono notoriamente aspetti tipici del repertorio ossessivo-compulsivo. Ed ancora: evita contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute; è chiaramente l’espressione di un comportamento fobico-evitante (con sfumature paranoidee dal momento che conoscere la condizione di infezione del prossimo è quasi sempre un’inferenza indebita). Un mio paziente, ad esempio, è stato cacciato dal corso di teatro solo perché tossiva (e siamo a Roma dove non c’è alcuna epidemia al momento).

Allargando il campo di osservazione, alcuni comportamenti di massa di incetta di viveri e oggetti percepiti come salvifici (mascherine e disinfettanti), per fortuna meno frequenti di quanto si pensi, raccontano di memorie manzoniane di assalto ai forni o di follie collettive che abbiamo potuto osservare solo in alcuni film catastrofistici americani. Fenomeni di panico collettivo che associamo subito alla distruttività di folle calpestanti e distruttive.

La quarantena, inoltre, evoca scenari del tutto inediti alle nostre generazioni (almeno in Italia) e convoca situazioni e abitudini completamente sconosciute, almeno se si parla di masse. Rimanere isolati in casa, non poter frequentare luoghi pubblici o ridurre drasticamente la vita sociale rimanda immediatamente ad una deriva depressiva, se non addirittura ai sintomi negativi di alcune psicosi. Nell’immaginario collettivo si ferma la vita, si cade in una passività e in una solitudine senza ritorno. Settimane se non mesi in uno stato di reclusione domiciliare come se si scontasse una pena (ibidem).

Ci ritroviamo in questa inedita e duplice situazione di gestire da un lato un repertorio comportamentale sulla carta disadattativo (fatto di gesti circospetti e compulsivi) che transitoriamente appare invece come adattativo e a scoprire al contempo angosce e difese primitive che emergono come fortemente compromettenti le capacità critiche e di valutazione della realtà in rapido mutamento.

Da un lato quindi osserviamo come questa nuova condizione di pericolo soggettivo e collettivo attivi sepolte funzioni adattative, anche ataviche, pescando nelle profondità di un repertorio antropologico, dove la fuga, la mimesi, l’isolamento, la paura espressa e condivisa gruppalmente, persino la risposta di allarme (arousal) e la diffidenza paranoicale diventano paradossalmente pensieri e comportamenti del tutto funzionali psicobiologici e psico-evoluzionistici all’eccezionalità della situazione.

Il caos mediatico e la diffusa irrazionalità

Dall’altro, la variabile legata alla saturazione dell’infosfera, con dibattiti mediatici e l’invasione totale dello spazio mediatico da voci contrastanti e rumorose, deforma completamente il quadro generale e compromette la capacità di comprensione e di previsione del fenomeno anche per persone mediamente dotate di intelligenza e cultura scientifica. L’emotività della situazione aumenta ulteriormente questa compromissione creando le comuni dicotomie e polarizzazioni tra allarmisti e negazionisti. Si ripropongono posizioni complottiste che si fanno strada nell’opinione pubblica.

Se l’eccesso di angosce e di allarmismo produce il classico fenomeno del contagio psichico e i fenomeni di massa sopra citati, l’eccesso di negazionismo vede la clamorosa sottovalutazione dei dati epidemiologici e come estrema conseguenza il frequente comportamento di elusione delle quarantene (e successiva espansione del contagio) come la recente cronaca sta ripetutamente dimostrando attraverso le numerose infrazioni alla quarantena delle zone-focolaio alle quali stiamo assistendo.

Da un lato il panico del nemico nascosto e invisibile rappresentato dal virus, dall’altra l’angoscia della caduta depressiva o psicotica nella totale passività della quarantena, della vita sociale ed economica che si ferma, producono alternativamente fughe all’indietro o in avanti che diventano dei boomerang psichici, ma anche dei comportamenti disfunzionali rispetto alla stessa diffusione del virus.

La compromissione delle capacità di comprensione del fenomeno in corso dovuto rispettivamente al caos mediatico e alla super-complessità del fenomeno stesso e delle sue innumerevoli e in parte imprevedibili o ineffabili variabili, riduce drasticamente il numero di persone in grado di comprenderlo (in senso etimologico, cum-prendere). Non si tratta infatti di intercettare le singole statistiche epidemiologiche, le valutazioni sociometriche (già di per sé di una certa complessità metodologica), o le previsioni virologiche, ma si tratta di interpolare su una scala di complessità molto maggiore fattori biologici legati alla struttura del virus, le sue possibili mutazioni e la sua reale aggressività, il suo sviluppo in aree geografiche e sociopolitiche totalmente difformi (pensiamo ai diversi sistemi sanitari e alle caratteristiche socioantropologiche delle popolazioni implicate), il contesto climatico ed ecologico delle varie zone del pianeta, l’imprevedibile risposta delle singole popolazioni alla quarantena e alle linee guida, la velocità della ricerca di trovare risposte terapeutiche o meno, le variabili economiche e politiche conseguenti e così via. Uno scenario di questo tipo necessita di modelli matematici di osservazione e di previsione e tutto questo, ripeto, riduce drasticamente il numero di persone in grado di capire e di intervenire adeguatamente (anche a livello alto istituzionale). Possiamo quindi immaginare per deduzione come il baraccone mediatico possa allegramente sguazzare in questo mare magno di indecifrabilità e, come in questi casi, i fattori emotivi individuali e collettivi siano alla fine le variabili principali che determinano la selezione della notizia e della fonte informativa alla quale emotivamente agganciarsi. Si diffondono e si seguono le notizie che assomigliano alle nostre prevalenti difese psichiche con buona pace del rapporto con realtà e con la razionalità.

Questa situazione psicosociale, legata alla comparsa di un’epidemia virale in corso in questo momento storico, mette in crisi lo stesso sistema della ragione contemporanea, dei principi di razionalità e della catena di giudizio, di azione e di responsabilità sia delle istituzioni sia dei singoli professionisti della salute. Pone dunque la necessità di sostenere una nuova forma di razionalità e di governo delle emergenze e del rischio che sia in grado di gestire nuove complessità e che sappia allo stesso tempo regolare il chiasso mediatico che oscura e confonde azioni pubbliche e private.

 

ADHD e Autismo: EEG a confronto

Misurazione e comparazione tra le registrazioni dell’Attività Elettrica dell’Encefalo su un campione di bambini (6 – 10 anni) con diagnosi di Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (AD/HD) e Disturbo dello Spettro Autistico (ASD).

Introduzione

La superficie dell’encefalo è sede di potenziali bioelettrici spontanei che si modificano a seconda dello stato di riposo o di attività del soggetto. I potenziali di superficie sono, principalmente, il risultato dell’attività dei neuroni corticali piramidali disposti in corrispondenza dell’area corticale sottostante l’elettrodo, durante analisi EEG. Una parte della letteratura sostiene che alcuni sintomi dell’autismo potrebbero derivare da un’alterata connettività cerebrale. Studi di Neuroimaging su individui affetti da autismo hanno messo in evidenza la presenza di profili di “sincronizzazione” cerebrale che differiscono da quelli presenti nei gruppi di controllo. L’ADHD non è fra i disturbi dello spettro autistico, ma ha alcuni degli stessi sintomi. Infatti, a differenza della versione precedente del manuale diagnostico DSM IV, la versione più recente (DSM-5) consente invece di diagnosticare entrambi in una persona.

Strumenti e metodi

Per effettuare il confronto tra tre gruppi di bambini maschi (6-10 anni) è stato utilizzato il Brain Monitor, un valido ed apprezzato apparecchio che funziona attraverso un software per la rilevazione ed analisi delle onde cerebrali su due canali (Analisi EEG). Questo strumento permette di rilevare in tempo reale sincronizzazione dell’attività elettrica cerebrale tramite due elettrodi posti sui lobi frontali e due vicino alle zone postero auricolari. Il software proprietario permette di avere la visualizzazione delle onde cerebrali ed anche la loro analisi mediante la Trasformata di Fourier. Inoltre, sono state utilizzate Scale SDAG (Cornoldi, Gardinale, Masi, Pettenò): Scala Genitori (per individuazione di comportamenti disattenzione e iperattività nel bambino) e Scala Insegnanti (per individuazione di comportamenti disattenzione e iperattività nel bambino).

Risultati

I risultati ottenuti mostrano che la percentuale di sincronizzazione emisferica nell’arco di dieci minuti di registrazione, nelle locazioni frontale 1 (F1) e frontale 2 (F2) del gruppo di controllo, è vicino ai valori medi posti fra 60% e 90%, mentre i gruppi AD/HD e ASD, oltre a presentare valori medi inferiori al 40%, presentano indici di dispersione con valori molto distanti dagli indici di posizione, tra cui sono stati evidenziati numerosi picchi negativi (ossia al di sotto della linea mediana di zero) per prolungati periodi di tempo. Inoltre, nello specifico, è stato riscontrato che il gruppo con AD/HD, nella valutazione elettroencefalografica, ha evidenziato percentuali negative di sincronizzazione in quantità sensibilmente minori rispetto alle registrazioni di sincronizzazione negative riscontrate nel gruppo con ASD.

Conclusioni

I risultati riportati indicano, in entrambi i casi (AD/HD e ASD), alterata sincronizzazione dell’attività elettrica fra i due emisferi cerebrali e, di conseguenza, come riportato in letteratura, ciò potrebbe essere causa di situazioni di forte stress/ansia e una alterata comunicazione dovuta ad una anomala connessione funzionale tra i due emisferi. La situazione richiede l’applicazione di adeguate terapie per ripristinare un corretto funzionamento fra la parte razionale e verbale (sinistra) e la parte emotiva ed intuitiva (destra) del cervello.

EEG relative ai soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD)

IMM1. EEG soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD)

IMM2. EEG soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD)

IMM3. EEG soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD)

MM4. EEG soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD)

IMM5. EEG soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD)

EEG relative ai soggetti con Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

IMM1. EEG soggetti con Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

IMM2. EEG soggetti con Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

IMM3. EEG soggetti con Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

IMM4. EEG soggetti con Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

IMM5. EEG soggetti con Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

 

I legami di coppia

Amore e relazioni: il peso delle proprie esperienze di vita e dell’eredità di generazioni precedenti nel vivere serenamente un rapporto di coppia. Un’attenta analisi attraverso riferimenti letterari.

 

In uno dei capitoli precedenti ho scritto che l’ethos del legame di coppia non riesce a reggere l’urto del pathos. La norma che viene messa in crisi, per dirla con Cigoli, è che il contesto nel quale si inseriscono le relazioni di coppia si

regge sull’obbedienza dei figli e sulla loro capacità di generare.

A proposito del romanzo borghese Cigoli afferma che:

ciò che passa nello scambio generazionale è il diritto a frequentare il mondo dei sentimenti.

Teresa Raquin, nell’omonimo romanzo di E. Zola, è destinata ad andare in moglie al cugino Camillo, fino a quando non arriva Lorenzo dal quale si sente attratta e innamorata. In forza di questo amore i due decidono di uccidere Camillo che costituiva un ostacolo alla loro unione. Pian piano l’amore tra i due si trasforma in insofferenza e odio tanto da arrivare ad uccidersi a vicenda sotto gli occhi compiaciuti della zia di Teresa – mamma di Camillo – che l’aveva cresciuta. La trasgressione nella scelta della persona da amare può portare all’odio e alla morte.

Nella Sposa di Lammermoor di Scott, Lucy Ashton uccide il marito, che la madre gli aveva imposto, la prima notte di nozze. Il non poter accedere al pathos porta alla follia. In effetti, Lucy dopo l’omicidio del marito sprofonda nella “pazzia” e muore da lì a breve.

Il tema della follia, ovvero del morire per amore, è presente anche in Cime Tempestose di Emily Bronte. Catherine Earnshaw non regge allo stress legato alla contesa tra l’amato Heathcliff e il marito Edgar e muore dando alla luce la figlia Caty. Catherine si trova nella stessa posizione di Lucy, anche se in questo caso l’imposizione al non sposare Heathcliff viene dalla sua educazione e, quindi, dall’interno piuttosto che da un’imposizione esterna. Dopo aver conosciuto Edgar, Heathcliff gli appare come un uomo rozzo e dai modi poco eleganti al contrario del futuro marito.

In Cime Tempestose un altro tema che viene messo in risalto è il rapporto tra odio e amore. Heathcliff ama Caterina e, in forza di questo amore, odia praticamente tutti gli altri.

Eibl-Eibesfeldt (1970), etologo allievo di Lorenz, nelle sue ricerche sulla filogenesi e psicogenesi dell’odio, sostiene che i comportamenti aggressivi e litigiosi e l’odio sono in stretto rapporto con il territorio, con il contesto. Tali comportamenti sono dettati dall’esigenza di farsi riconoscere, di dire io ci sono, di affermare la propria identità.

Heathcliff vive tre situazioni di abbandono che mettono in crisi il proprio sé: era stata abbandonato dai suoi genitori e viene portato a casa ed adottato dal papà di Caterina; viene ridotto a bracciante agricolo, alla morte del padre adottivo, dal fratellastro Hindley; viene scaricato e marchiato da Caterina che gli preferisce il più elegante Edgar. La storia di Heathcliff è un susseguirsi di costruzione di una nuova identità e di cadute all’indietro. In sostanza non riesce a crearsi una identità stabile. Solo Catherine costituisce, fino a quando non lo abbandona, per Edgar un punto di riferimento stabile. Dal momento dell’abbandono il suo unico scopo di vita diventa il bisogno di affermarsi. In questa corsa il sentimento principale che lo contraddistingue è l’odio. Si arricchisce lontano da cime tempestose, ritorna e, dopo aver mandato al fallimento il fratellastro Hindley, compra il casale del padre adottivo, sposa Isabelle, sorella minore di Edgar, pur non amandola, fa sposare il figlio Linton con Caty, figlia di Catherine, in modo che quest’ultimo possa ereditare le proprietà di Edgar, con la morte del figlio Linton, che peraltro lui non ha mai amato, eredita anche le proprietà di Edgar. E’ con quest’ultimo atto che completa la vendetta e riesce finalmente ad affermare se stesso.

Eibl-Eibesfeldt (1970) sostiene che per limitare l’aggressività e l’odio tutte le organizzazioni sociali, compresa la famiglia, hanno bisogno di una gerarchia di rango. Tale convinzione le proviene dall’osservazione del comportamento dei polli:

Se si pongono insieme polli di diversa provenienza, subito essi cominciano a combattere l’un con l’altro: gli scontri, però, diminuiscono di vivacità nel corso di alcuni giorni e infine il gruppo vive pacificamente insieme. Se si osserva più attentamente, si constata che nel corso degli scontri è stata stabilita una gerarchia di rango: i polli combattono a turno e si distribuiscono nella gerarchia a seconda delle vittorie e delle sconfitte; un pollo a che abbia vinto i polli b, c e d  sarà loro superiore: avrà accesso prioritario al cibo, al posto preferito di appollaiata e potrà anche beccare un individuo di rango inferiore se questo gli contesta la precedenza al cibo.

L’adozione di Heathcliff sconvolge l’organizzazione della famiglia Earnshaw. Si crea un legame molto forte tra l’adottato e Catherine e una forte rivalità con l’altro fratello Hindley, che il padre è costretto a mandare in collegio per chiudere la contesa e ridurre i conflitti. Di fatto la famiglia ha tutte le caratteristiche di quelle che in terapia familiare vengono definite famiglie disimpegnate, in cui le azioni dei suoi membri non producono ripercussioni reciproche, come se si muovessero in orbite isolate, tra loro scollegate. In queste famiglie vi è scarsa attenzione reciproca e scarsi tentativi di impegnarsi nel gioco comune. In termini psicologici, all’interno di queste famiglie manca quel tipo di comunicazione che permette la definizione di sé e dell’altro, ma ci si limita ad un passaggio di informazioni, non andando oltre i confini assai limitati degli scambi indispensabili per la difesa e la sopravvivenza. Manca ogni ragione di comunicare per il mero amore di comunicare. Ciò va contro il principio secondo cui, per mantenere la propria stabilità emotiva, ogni individuo ha sempre bisogno che gli altri gli rimandino un feedback di ciò che è o, magari, di ciò che può divenire. Tale feedback si manifesta, solitamente, in tre modi: attraverso la conferma, il rifiuto o la disconferma. Nella famiglia Earnshaw la disconferma diventa il modo principale di trattare l’altro. Il padre disconferma il ruolo del figlio mandandolo in collegio. Quest’ultimo alla morte del padre riduce Heathcliff al ruolo di bracciante, dicendogli apertamente tu non fai parte della famiglia. La stessa cosa fa Catherine scegliendo Edgar non tanto per amore, ma solo e semplicemente perché considera il fratellastro rozzo e poco elegante.

La mancanza di una gerarchia ben definita scatena una guerra tra i fratelli il cui presupposto è l’annullamento dell’altro e la conferma della propria identità. Lo scopo è la conquista del territorio, ovvero la tenuta di cime tempestose. L’odio generazionale, quindi, può essere letto come il tentativo di difendere il proprio sé, la propria persona, per paura di passare inosservati all’interno della storia familiare.

Nella vicende familiari di Cime Tempestose, come nella famiglia Hugo, è possibile cogliere delle ridondanze generazionali, come la scelta di Caty, che al pari della madre, tra i due figli di Heathcliff sceglie Linton perché più educato e gentile del fratello. E’ straordinario come nelle storie delle famiglie è possibile cogliere queste simmetrie che contraddistinguono i passaggi generazionali, così come le asimmetrie indicano le trasgressioni che fanno sì che la storia familiare possa essere innovata. Caty dopo la morte del marito, sposa il fratello di quest’ultimo guardando più ai sentimenti che all’educazione.

Il rapporto d’amore tra Catherine ed Heathcliff assume le caratteristiche dell’amore bordeline che è contraddistinto da un alternarsi continuo di sentimenti d’amore e di odio.

I comportamenti di Catherine sembrano contenere tutte le caratteristiche di una persona bordeline. E’ profondamente innamorata di Heathcliff e all’improvviso lo lascia per sposare Edgar. Nel momento in cui l’innamorato parte, cade in una profonda depressione, così come quando Heathcliff si sposa con Isabelle. L’amore bordeline contiene tutte le sopraddette caratteristiche, ovvero all’inizio è contraddistinto da una travolgente passione e da una intensità emotiva che difficilmente troviamo in una normale relazione. Generalmente un bordeline seduce, mostrandosi molto amorevole, dimostrando sentimenti esagerati che non prova, drammatizzando eventi e aspetti della sua vita al fine di manipolare chi gli si avvicina. Quando l’altra persona si lega, il borderline lo idealizza e lo fa sentire l’essere più importante del mondo; contemporaneamente gli fa il vuoto intorno, allontanando tutte le persone significative per l’altro in modo da tenerlo solo per sé, anche con la menzogna e l’inganno. La luna di miele, comunque, dura poco poiché subito dopo porta un violento attacco al legame cercando in tutti i modi di rompere la relazione. Spesso inizia a mettere in risalto i lati negativi del partner ed inizia ad attaccarlo profondamente. L’intensità dell’attacco è inversamente proporzionale alla forza con cui si sente legato all’altro. Subito dopo la tempesta però ritorna la quiete ed il soggetto bordeline tende a ritornare passionale fino al prossimo attacco di rabbia.

Il motto che sembra perseguire l’amore bordeline è: ti odio perché tu mi ami. In un film di Truffaut, La Mia Droga si Chiama Julie, tratto dal romanzo Vertigine Senza Fine di Wlliam Irish, la protagonista si sposa con un uomo che l’adora. Ella lo porta alla rovina economica per fuggire con l’amante che invece la sfrutta. Il marito la perdona, ma più la perdona più lei si accanisce arrivando a pensare di ucciderlo.

I suddetti comportamenti rimandano ancora una volta alla trasmissione generazionale. Le problematiche legate all’amore bordeline, in particolare, sono state correlate con l’attaccamento disorganizzato. Main e Salomon (1986 -1990) hanno aggiunto ai tre tradizionali partner di attaccamento (sicuro, insicuro-evitante e insicuro-ambivalente) un quarto partner, appunto quello disorganizzato-disorientato. I bambini con questo tipo di attaccamento presentano un’alterata rappresentazione del sé e dell’altro che spesso comportano dei vissuti duplici e contraddittori. I bambini si sentono contemporaneamente attratti e spaventati dalla figura di attaccamento. O’Connor (1987), Radke-Yarrow (1995) e Lyons-Ruth (1996) hanno messo in risalto che questi bambini provengono da famiglie caotiche e maltrattanti, oppure con madri gravemente depresse o bipolari o alcoliste o adolescenti ed economicamente svantaggiate. E’ chiaro ed evidente che un genitore alcolista, maltrattante e abusante incute nel bambino, a causa dei suoi comportamenti, paura perché costituisce per lui una reale fonte di pericolo, ma nello stesso tempo egli si sente attratto di suoi genitori.

Main ed Hesse (1992) hanno individuato una figura di attaccamento “spaventata-spaventante” che spesso si trova immersa nel suo dolore e nel suo mondo interiore a seguito di qualche esperienza dolorosa vissuta nel passato. E’ il caso di genitori che hanno traumi e lutti non risolti nel proprio passato. Lyons-Ruth, Bronfman e Atwood (1999) hanno introdotto il concetto di “diatesi relazionale” per porre l’attenzione sugli eventi traumatici specifici occorsi nella storia della figura di accudimento con quella sui processi relazionali disregolati e non-reciproci tra genitore e figlio, caratterizzati da ostilità e impotenza. In sostanza si tramandano alle generazioni successive i nuclei conflittuali non risolti. Il “ti odio perché tu mi ami” così si lega alla paura di essere abbandonati, maltratti e/o traditi. L’amore bordeline, da un lato, tenta di mettere alla prova la forza della relazione e la qualità dei sentimenti e, dall’altro, è la risultante della paura di rivivere esperienze dolorose. Rompo la relazione prima che tu mi abbandoni.

Al contrario, vi è anche il “ti odio perché tu non mi ami” come ne Il Rosso e il Nero di Stendhal, nel quale il giovane precettore Julien muore sulla ghigliottina a seguito del tentativo di uccidere la sua precedente amante, Madame de Rènal, che lo aveva denunciato come truffatore per la nuova relazione con la marchesa Mathilde de la Mole.

Cercare di sfuggire alle proprie origini per entrare in una classe sociale più alta comporta esporsi ad enormi rischi. Julien è figlio del proprietario di una segheria, ma è un amante degli studi di letteratura latina e di teologia. Sotto la guida del curato della sua parrocchia studia e questo gli permette di farsi assumere come precettore dalla famiglia Rènal. Qui nasce una relazione con la padrona di casa che verrà scoperta dal marito a seguito di una lettera anonima. Julien è costretto a lasciare il lavoro, rifugiandosi in seminario per proseguire gli studi teologici. Per la sua brillantezza intellettuale viene assunto come segretario di casa dal Marchese de la Mole dove si innamora della figlia Mathilde. Quest’ultima oscilla tra l’amore per Julien e la conservazione della sua posizione sociale fino a quando non annuncia al padre la sua volontà di sposare il segretario del quale è incinta. Saputo del matrimonio, Madame de Rènal scrive una lettera al Marchese raccontando la relazione avuta con il futuro sposo in cui l’accusa di truffa. Il Marchese, che aveva acconsentito alle nozze della figlia, crede alle accuse e caccia di casa Julien. Quest’ultimo, nel tentativo di vendicarsi, spara in chiesa a Madame de Renal, ferendola, e viene condannato a morte. Malgrado i tentativi di Mathilde e della stessa pentita Madame de Renal di salvarlo, la condanna viene eseguita.

Howe sostiene che

Julien Sorel è un uomo che muove una sua guerra segreta alla società e questa guerra lo turba tanto, non avendo egli una solida base di principi, da costringerlo a passare metà del suo tempo a combatterla contro le sue amanti e contro se stesso.

Non avere una solida base di principi vuol dire non conoscere o disconoscere, come nel caso di Julien, la propria storia generazionale, nel non riconoscersi all’interno della propria stirpe. Se sul non conoscere Stendhal non scrive niente, sul disconoscere impernia tutto il romanzo. Julien scappa dal padre, che gli rinfaccia i soldi spesi per averlo fatto studiare, e da una realtà provinciale in cui il giudice di pace e il vicario si scontrano per quattro colonne di marmo eppure non riesce a scrollarsi di dosso le sue origini. Esplicativa è la frase che egli pronuncia alla giuria in tribunale durante il suo processo:

Signori, non ho l’onore di appartenere alla vostra classe …..” .

Il dramma per Julien è che:

la sua principale protesta contro la società è che essa lo coarta: egli è amareggiato, soprattutto, perché essa non gli vuol permettere di abbandonare, e forse tradire, la propria classe sociale (Howe).

 

Stili di attaccamento, sessualità e relazioni di coppia

Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Social and Personal Relationships ha indagato la relazione tra stili di attaccamento precoci, relazioni di coppia e sessualità (Busby et al., 2020). 

 

In tempi recenti, diversi studiosi hanno potuto constatare la relazione esistente tra la sessualità degli adulti e gli stili di attaccamento sviluppati in età precoce (es. Birnbaum & Reis, 2019; Hazan & Diamond, 2000). La sessualità è naturalmente fondamentale nelle relazioni umane e alcuni aspetti di questa sono stati associati a diversi stili di attaccamento (Mikulincer & Shaver, 2016). Alcuni autori hanno ipotizzato che la sessualità sia una delle principali modalità attraverso le quali le persone entrano in relazione tra loro ai fini di sviluppare legami più o meno rilevanti (Birnbaum & Reise, 2019; Hazan & Diamond, 2000).

Gli stili di attaccamento appresi durante l’infanzia, non influenzano solo le modalità con cui gli adulti si rapportano l’uno con l’altro, ma anche i rapporti sessuali che esulano dalle relazioni romantiche o che le precedono (per esempio, dopo quanto tempo si decide di avere rapporti sessuali dopo il primo incontro o il numero di partner sessuali avuti nella vita; Busby et al., 2013).

Tuttavia, in letteratura vi sono risultati incoerenti sul rapporto tra stili di attaccamento e sessualità, risultati dovuti principalmente al fatto che la maggior parte degli studi condotti traggano i loro dati da campioni prevalentemente universitari e non clinici (Sprecher, 2013).

Mary Ainsworth e colleghi, nel 1978, hanno sviluppato la teoria secondo la quale l’attaccamento infantile verso la principale figura di riferimento (solitamente la madre) dipendeva dal fatto che quest’ultima fosse reattiva/responsiva o non disponibile rispetto ai tentativi del bambino di avvicinarsi a lei e di cercare in lei conforto e vicinanza. Nel caso in cui la madre fosse stata responsiva e presente, il bambino avrebbe sviluppato un attaccamento sicuro, in caso contrario, avrebbe sviluppato un attaccamento insicuro e potenzialmente patologico.

Tuttavia, è anche stato dimostrato che la correlazione tra attaccamento infantile e adulto non è particolarmente significativa (Fraley, 2019): per questo motivo gli autori suggeriscono che possano esserci altri fattori alla base della connessione tra i due tipi di attaccamento (ovvero quello infantile e quello adulto).

L’attaccamento degli adulti si può interpretare come un continuum tra ansia ed evitamento (Mikulincer & Shaver, 2007) dove per attaccamento ansioso ci si riferisce a un’iperattivazione del sistema comportamentale, mentre per attaccamento evitante a una disattivazione dello stesso sistema. È stato dimostrato che individui con attaccamento ansioso o evitante avevano più possibilità di rimanere single a lungo in età adulta (Adamczyk & Bookwala, 2013) rispetto a coloro che in questo continuum si posizionavano nel mezzo, ovvero gli individui con un’attivazione comportamentale non patologica.

Diversi studiosi si sono anche concentrati sull’associazione tra l’età del primo rapporto sessuale e l’attuale stato relazionale, individuando nella precocità dei primi rapporti una correlazione con il rimanere single più a lungo (Vancour & Fallon, 2017).

Il presente studio ha indagato la correlazione tra i diversi stili di attaccamento e la qualità delle relazioni romantiche, considerando anche variabili legate alla sessualità, come l’età del primo rapporto e il numero di partner sessuali, occasionali e non, dei soggetti (Busby et al., 2020).

Il campione era composto da due gruppi di soggetti: il primo gruppo, contava 4834 partecipanti di un’età compresa tra i 30 e i 37 anni, ed è stato analizzato per comprendere le influenze dell’attaccamento infantile sui primi rapporti sessuali e sul numero dei partner; il secondo gruppo, composto da 2106 coppie sposate, è stato preso in esame per comprendere l’influenza degli stili di attaccamento di entrambi i componenti della coppia sulla soddisfazione relazionale e sessuale.

I risultati hanno mostrato che nel primo gruppo lo stile di attaccamento insicuro (sia ansioso che evitante) in età precoce era positivamente correlato con il numero di partner sessuali occasionali e con la preferenza per la vita da single nei soggetti maschili e femminili. Nel secondo gruppo, gli stili di attaccamento erano significativamente associati alla soddisfazione relazionale e sessuale della coppia indipendentemente dal genere (Busby et al., 2020).

Il presente studio ha quindi sottolineato non solo che lo stile di attaccamento ansioso ed evitante può avere ripercussioni su alcuni comportamenti sessuali, come l’età del primo rapporto e il numero di partner sessuali, ma che influisce anche sulla possibilità di essere coinvolti in relazioni romantiche stabili o, al contrario, sul desiderio di rimanere single (Busby et al., 2020).

Text Anxiety: come possiamo intervenire? L’analisi della letteratura ci guida nell’implementazione degli interventi

La diffusione della Text Anxiety, ossia l’ansia sperimentata da un individuo in una situazione di tipo valutativo, ha notevoli ricadute sulle prestazioni scolastiche dei giovani.

Marta Chemello – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Nel precedente articolo (Chemello, 2019) si è affrontata la tematica della Text Anxiety, o ansia da test, illustrando le caratteristiche del fenomeno, gli strumenti valutativi attualmente disponibili e le variabili ad esso correlate. Scopo del seguente articolo è approfondire quali siano le modalità d’intervento maggiormente funzionali riportando i risultati di una metanalisi e di una review inerenti le differenti modalità d’intervento sul fenomeno in questione.

L’ansia da test sembra infatti avere una prevalenza tra il 10% e il 40% (Gregor, 2004) ed è ormai confermata la sua significativa ricaduta sulla prestazione scolastica (Rana & Mahmood, 2012). Appare quindi necessario individuare modalità efficaci per prevenire il fenomeno e intervenire sullo stesso.

Al fine di comprendere il razionale degli interventi proposti è opportuno ricordare la definizione di Text Anxiety, ossia

uno stato spiacevole caratterizzato da sensazioni di tensione e apprensione, worry e attivazione del sistema nervoso autonomo, che sopravviene quando l’individuo si trova di fronte a situazione di tipo valutativo. (Spielberger, 1972)

A tal proposito una metanalisi condotta da Ergene (2003) consente ai clinici di conoscere quali caratteristiche dell’intervento risultino maggiormente efficaci. L’autore sostiene come le azioni promosse al fine di ridurre l’ansia nei contesti valutativi si sono evolute nel corso degli anni: inizialmente infatti la maggior parte delle proposte era focalizzata sugli aspetti fisiologici ed emotivi dell’ansia, proponendo interventi volti a ridurre l’attivazione fisiologica attraverso metodologie comportamentali; solo in un secondo momento invece l’attenzione è stata rivolta ad approcci cognitivi ed integrati. Ecco quindi una panoramica delle differenti tipologie d’intervento riscontrate in letteratura:

  • approccio comportamentale: desensibilizzazione sistematica, training di rilassamento, biofeedback, modeling, induzione dell’ansia e training finalizzati alla riduzione della stessa;
  • approcci cognitivi: Terapia Razionale Emotiva Comportamentale e ristrutturazione cognitiva;
  • approcci cognitivo-comportamentali: integrazione delle tecniche precedentemente menzionate e stress-inoculation training;
  • integrazione di elementi cognitivo-comportamentali con training mirati al potenziamento delle competenze inadeguate sia in fase di studio che di valutazione.

Nella metanalisi considerata sono stati inclusi 56 studi pubblicati tra il 1973 e il 1998 che hanno principalmente applicato l’intervento all’interno del contesto universitario. I moderatori inclusi nello studio comprendono: l’approccio dell’intervento, il tipo di tecnica utilizzata, la modalità di erogazione dell’intervento, la durata della terapia, il livello scolastico di appartenenza e l’attuale stato di pubblicazione. Ciascuno studio incluso nella metanalisi è stato codificato secondo le differenti variabili moderatrici da parte di 3 differenti ricercatori in seguito ad uno specifico training.

Per quanto concerne l’approccio scelto nell’intervento è possibile notare un elevato effect-size prodotto sia da parte degli interventi cognitivi o comportamentali associati a specifici skills training sia nell’utilizzo di approcci esclusivamente comportamentali. Altri approcci quali la terapia gestaltica, la meditazione e l’esercizio fisico non hanno invece prodotto un effect size soddisfacente.

L’utilizzo di approcci differenti si traduce in diverse tecniche applicative che presentano differenti livelli d’efficacia. Un elevato effect size è stato riscontrato nell’utilizzo della ristrutturazione cognitiva, negli interventi cognitivi e/o comportamentali combinati a skills training, nei training per la gestione dell’ansia e nella desensibilizzazione sistematica. Una moderata dimensione dell’effetto è stata invece prodotta nel caso di training di rilassamento, nell’ipnoterapia, nella terapia razionale emotiva, nello stress inoculation training e nel caso di interventi focalizzati su altre abilità.

Un’ulteriore variabile di notevole rilevanza nell’implementazione di un intervento è la modalità di svolgimento delle attività, se di gruppo oppure individuale: anche in questo caso l’effect size maggiore è stato prodotto da quegli interventi che combinano attività individuali a quelle di gruppo; un intervento che invece preveda un percorso esclusivamente individuale dimostra un’efficacia limitata.

Per quanto concerne il tempo dedicato all’intervento è emersa una maggior efficacia degli interventi di durata compresa tra i 201 e i 350 minuti; allontanandosi da tale range temporale, sia in eccesso che in difetto, la dimensione dell’effetto diventa sempre più debole.

Infine, sono stati considerati i differenti livelli di istruzione nei quali si sono svolti i training notando come effect size di media intensità siano presenti unicamente a livello universitario. Quest’ultimo risultato va tuttavia interpretato con cautela poiché solo una piccola porzione di studi è stata svolta in livelli d’istruzione inferiori.

Riassumendo, è quindi possibile affermare che tale metanalisi ha offerto un’importantissima ed esauriente panoramica sulle modalità d’intervento maggiormente efficaci, eleggendo le metodologie combinante come quelle maggiormente supportate scientificamente. Appaiono tuttavia significative limitazioni: la prima concerne la limitata rappresentatività dei campioni considerati poiché la maggioranza degli studi presentava soggetti afferenti al mondo universitario, impedendo pertanto di trarre conclusioni rispetto a quali siano gli interventi maggiormente idonei in livelli di istruzione inferiori. In secondo luogo non sono stati considerati studi più recenti che abbiano quindi contemplato l’utilizzo di ulteriori metodologie d’intervento.

Tuttavia una recente review della letteratura (Von der Embse, Barteria & Segool, 2013) ha avuto come obiettivo quello di colmare questa lacuna, identificando e descrivendo i risultati di 10 studi realizzati tra il 2000 e il 2010 che hanno avuto come partecipanti bambini e ragazzi frequentanti le scuole primaria e secondaria. Dagli studi esaminati emerge come l’intervento cognitivo comportamentale sia efficace non solamente nella riduzione dell’ansia legata alla situazione valutativa ma anche nella riduzione di altre sintomatologie ansiose compresenti. Un altro studio ha invece confermato quanto emerso dalla precedente metanalisi, ossia che ad avere una maggiore efficacia sono gli interventi combinati, nel caso specifico quelli che associano tecniche cognitive al rilassamento; sarebbe tuttavia interessante comprendere quali specifiche componenti degli approcci multimetodo determinino il successo del trattamento.

Per quanto concerne l’impiego delle sole tecniche di rilassamento, nella review in esame vengono proposte con buoni risultati all’interno della scuola primaria; lo stesso dicasi per la desensibilizzazione sistematica implementata senza l’affiancamento di ulteriori strumenti.

L’analisi di studi più recenti ha inoltre consentito di introdurre nella “rosa” di tecniche a disposizione dei clinici anche il biofeedback che consente all’individuo di ottenere un feedback on-line relativamente alle proprie reazioni fisiologiche inconsapevoli e di modificarle conseguentemente. Tale metodologia è stata applicata sia in maniera indipendente sia in associazione alla terapia cognitivo-comportamentale dando in entrambi i casi esito positivo.

Ulteriori studi riportati si sono invece focalizzati sull’implementazione dell’intervento con una tipologia di studenti che molto frequentemente sperimenta ansia da valutazione, ossia gli alunni che manifestano eterogenee forme di difficoltà scolastica. In questa circostanza sono sembrate rilevanti attività mirate al potenziamento delle specifiche competenze carenti, le quali hanno contribuito ad una miglior performance e ad una associata riduzione dell’ansia durante il compito stesso.

Dalla letteratura emerge quindi come le tecniche ad oggi disponibili per intervenire sull’ansia legata ai contesti valutativi siano molteplici; tuttavia, solo in sporadici casi essi sono stati applicati a livelli scolastici inferiori, nonostante si rendano auspicabili non soltanto interventi a livello selettivo, ma anche di tipo preventivo andando oltre le difficoltà che spesso si pongono nel contesto scolastico nell’identificazione dei disturbi internalizzanti (Weems et al., 2010). Relativamente alle metodologie applicate, in futuro potrebbe inoltre rivelarsi interessante considerare nuove modalità d’intervento che integrino l’influenza processualista della “terza onda”.

 

La genitorialità incarcerata

La vita prima del carcere diviene un ricordo lontano e la vita dentro la prigione diviene la nuova realtà con cui fare i conti. Questo cambiamento non è lineare, soprattutto se si è genitori.

 

Il penitenziario deve rispettare i diritti inviolabili dell’uomo, nonostante rimanga una struttura detentiva. Il secondo articolo della nostra Costituzione, infatti, sancisce che ‘La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale’. Tra questi diritti inviolabili dell’uomo ritroviamo sicuramente il diritto all’affettività e alla sessualità (Della Bella, n.d).

Tra le varie modalità per attuare questi principi, i detenuti hanno a disposizione i colloqui e la possibilità di mantenere una corrispondenza telegrafica ed epistolare, come sancito dagli articoli, rispettivamente, 37 e 38 della legge 230/2000.

Il diritto all’affettività inevitabilmente comporta anche il diritto alla genitorialità: poter mantenere legami con i propri figli rimane un diritto imprescindibile dell’essere umano. In Italia ci sono 27.355 detenuti che hanno uno o più figli e che si vedono costretti a cercare di mantenere il ruolo paterno o materno dal luogo detentivo (Associazione Antigone, 2019).

Quanto detto ci permette di comprendere quanto debba essere difficile essere un genitore in carcere, vedere i propri figli poche volte a mese, in spazi angusti e freddi, che limitano l’interazione e non aiutano la vicinanza emotiva.

Gli spazi del carcere risultano anaffettivi, impermeabili agli affetti e all’emotività, che sembra essere cancellata. La detenzione, però, si pone come obiettivo anche quello della ri-educazione, che non può svilupparsi senza esplorare anche queste parti del sé, legate ai sentimenti e agli affetti (Augelli, 2012).

La genitorialità in carcere si vede spesso privata del diritto all’affettività, in quanto l’istituto penitenziario attua un meccanismo di spoliazione che priva i detenuti, non solo dei loro effetti personali, ma anche dei loro affetti. La distanza dal mondo esterno, la chiusura in un sub-universo carcerario con regole proprie, orari definiti, tempi vuoti, condivisione totale con gli altri internati, portano a una lenta alienazione dell’individuo che lentamente perde anche la propria identità affettiva, necessaria e fondamentale per il reinserimento nella società (Iori, 2014).

Per il figlio, il genitore rappresenta una figura di riferimento e di attaccamento, una fonte di supporto non solo materiale ma anche affettiva. Risulta chiaro come sia estremamente complesso continuare a porsi come una figura di riferimento, anche a causa dello stigma che si va ad imporre sulla figura del detenuto.

Il genitore imprigionato va verso una doppia perdita, una legata alla propria libertà individuale e una legata alla quotidianità del rapporto con il figlio. L’incontro tra i due avviene, come già stato detto, in luoghi lontani dalla familiarità della propria casa, in ambienti che possono spaventare e distanziare piuttosto che riavvicinare (Margara, Pistacchi e Santoni, 2005).

I colloqui, unico momento di riunione familiare, diventano un momento focale per il detenuto, che può cercare di ricucire rapporti bruscamente interrotti e rompere silenzi imposti. Le stanze per i colloqui, in quest’ottica, non favoriscono la riparazione, essendo spazi chiusi, piccoli, sovraffollati, rumorosi e costantemente sorvegliati.

Oltre alla componente fisica delle stanze per i colloqui, bisogna sottolineare un’ulteriore difficoltà che si pone ai genitori: la frammentarietà e discontinuità dei contatti con i propri figli e familiari. Questo porta alla costante interruzione della narrazione che si sviluppa sia tra il genitore e il figlio, sia dentro il sé del detenuto. Le complesse pratiche burocratiche necessarie alle visite e la mancanza di tempi prolungati per gli incontri, fanno sì che si creino lunghi momenti di vuoto e di silenzio. La burocrazia per la richiesta del colloquio, perfettamente inserita nella macchinosità degli istituti penitenziari, spesso rischia di snaturare l’incontro, togliendo qualsiasi forma di naturalezza e spontaneità (Augelli, 2012).

La reclusione porta con sé una grande trasformazione nella percezione del sé che l’individuo ha precedentemente creato. La vita prima del carcere diviene un ricordo lontano e la vita dentro la prigione diviene la nuova realtà con cui fare i conti. Questo cambiamento non è lineare, soprattutto se si è genitore. I genitori detenuti, improvvisamente allontanati dai propri figli, si vedono appesantiti da sentimenti di impotenza, inadeguatezza e senso di colpa (Musi, 2012), derivati anche dall’etichetta sociale loro attribuita, che mina profondamente il sentimento di efficacia e di legittimazione del soggetto. L’incarcerazione altera la natura bidirezionale del rapporto, in quanto viene meno la continuità e la costante e reciproca comunicazione (Cassibba, Lunchinovich, Montatore e Godelli, 2008).

Essendo la popolazione maschile detenuta estremamente superiore a quella femminile, ritroviamo molti più casi di paternità in carcere.

I padri detenuti modificano il proprio ruolo, andando spesso ad assumere una tendenza al dispotismo. Questa funzione autoritaria nei confronti dei figli nasce come una strategia compensatoria rispetto ad una grande fragilità. I padri cercano di avere un maggiore controllo sulla vita dei propri figli per ottenere rispetto e considerazione, e quindi per auto-legittimarsi ad essere padri. Anche la percezione dell’affetto cambia; infatti, l’accondiscendenza e l’obbedienza dei figli diviene sinonimo di affetto e vicinanza, come spiega Bouregba (citato in Cassibba et al, 2008). I padri inoltre tendono ad una forte idealizzazione del rapporto con i propri figli, che viene visto come estremamente positivo, quasi ad annullare il riconoscimento di una dimensione conflittuale e di difficoltà. La forte idealizzazione porta anche a una distorsione dell’immagine del figlio, che non si sente riconosciuto dal proprio padre.

Alla luce di quanto detto si nota come questi rapporti, che dovrebbero essere forti e stabili, siano in realtà fragili e deboli. Non sono soltanto i genitori a doversi confrontare con nuovi sentimenti ma anche i figli vengono appesantiti da sentimenti quali la rabbia, la delusione e la nostalgia (Musi, 2012). L’incarcerazione relega fisicamente l’individuo e lo sottopone ad un distacco emotivo forzato, a pesanti silenzi e a forti nostalgie.

Il carcere, però, non è più un luogo di mero contenimento ma è diventato uno spazio di ri-educazione del reo. In quest’ottica non si può prescindere dall’educazione all’affettività che permette di andare incontro ad un processo di umanizzazione, portando l’individuo a riappropriarsi della propria identità e della propria umanità. L’educazione all’emotività si inserisce nel più ampio progetto del carcere alla ri-educazione (Augelli, 2012). Questa nuova visione della genitorialità in carcere e della finalità degli stessi istituti penitenziari, ha portato il 21 marzo 2014, alla stesura della Carta dei figli dei genitori detenuti, protocollo d’intesa siglato tra il Ministero della Giustizia, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e la Onlus Bambinisenzasbarre (Tomaselli, 2014). Questo documento ha ufficializzato i diritti dei figli dei detenuti, che fino a quel momento non erano tutelati formalmente. Questo Protocollo rappresenta un importante cambiamento della percezione del rapporto con i figli; si inizia a dare sempre più importanza al diritto che hanno i figli nella relazione. Inizia ad esserci un tentativo sempre maggiore di umanizzazione delle carceri; infatti, nonostante il Protocollo sia in difesa dei diritti dei bambini, cercando di tutelare i loro diritti, si va anche a rispettare il diritto alla genitorialità in carcere e il diritto agli affetti e all’emotività dei detenuti.

 

Tonya Harding – “I, Tonya” (2017) – La LIBET nelle narrazioni

‘I, Tonya’ è un recente film di Craig Gillespie, vincitore di un premio Oscar, che narra la storia biografica di Tonya Maxine Harding, famosa ex pattinatrice olimpica statunitense.

La LIBET nelle narrazioni – (Nr. 8) Tonya Harding

 

Le vicende di vita raccontate ripercorrono un lungo arco temporale, dai 4 ai 44 anni della protagonista, e si basano su interviste fatte ai vari personaggi della pellicola. Data la natura biografica della pellicola è possibile inquadrare la personalità di Tonya in chiave LIBET, estrapolando numerosi elementi che vanno a comporre una concettualizzazione del caso.

Tonya (nome di battesimo: Tonya Maxene Price) nasce nel 1970 a Portland, in Oregon; è la quinta figlia della madre LaVona, ed è nata dal suo quarto matrimonio. Appare subito evidente allo spettatore quanto Tonya sia nata e cresciuta in un contesto socio-economico piuttosto povero e culturalmente poco stimolante; lei stessa afferma di essere nata povera e contadinotta. La situazione non migliora con il passare degli anni, dato che già all’età di 15 anni si trova costretta a ritirarsi da scuola per potere investire ogni risorsa nel pattinaggio artistico su ghiaccio, non assicurandosi dunque un’istruzione appropriata e perdendo la possibilità di coltivare rapporti amicali con i propri coetanei.

Sicuramente nemmeno l’ambiente genitoriale e famigliare è stato in qualche modo protettivo, o almeno parzialmente validante; la madre viene infatti mostrata come una donna fredda, socialmente isolata e totalmente distaccata da un punto di vista emotivo, a tratti crudele (‘un mostro’). In quasi tutte le scene in cui è presente LaVona, questa svaluta la figlia fino ad aggredirla ed abusarla in modo reiterato sin dall’infanzia, sia verbalmente sia fisicamente, dicendole frasi quali ‘sei solo una piccola perdente schifosa’; il suo unico scopo appare quello di rendere Tonya una vincente nel pattinaggio, spronandola attraverso continue critiche e rinfacciandole l’impegno economico di cui si è fatta carico per consentirglielo. Il culmine viene raggiunto quando, a seguito di una delle solite sfuriate fra le due, la madre le lancia un coltello che si conficca nel braccio di Tonya. Il padre, invece, appare come una figura genitoriale più adeguata, sebbene non affettuosa; abbandona però LaVona e Tonya quando quest’ultima è ancora una bambina, e di lui non si fa più alcun cenno durante tutto il film. La protagonista afferma di volergli bene, e che avrebbe preferito andarsene con lui, piuttosto che rimanere da sola con la madre.

Come già accennato, fin dalla prima infanzia Tonya subisce diversi abusi, come lei stessa afferma, in primis dalla madre, e poi durante l’adolescenza dal fratellastro, ‘Chris il viscido’, che la molesta sessualmente; anche a scuola viene considerata diversa, una poveraccia. Il personaggio di Tonya è rappresentato dapprima come una bambina timida e inibita, mentre da adolescente viene dipinta con una personalità fortemente rabbiosa. È a 15 anni, nel pieno dell’adolescenza, che conosce il suo primo fidanzato nonché futuro marito, Jeff. Il loro rapporto, inizialmente tenero ed affettuoso, diviene repentinamente violento; Jeff infatti inizia ad abusare fisicamente di lei, sia durante la loro convivenza sia durante il matrimonio, conclusosi per tale motivo nel 1992, dopo varie separazioni. Tonya sembra accettare da un certo punto di vista le percosse, che riceve da tutta la vita, probabilmente tramite strategie pseudorazionalizzanti o di controllo ottenuto con l’auto-attribuzione di responsabilità, con pensieri quali ‘anche mamma mi picchia e mi vuole bene, quindi forse è colpa mia’.

Leggendo il personaggio in chiave LIBET, sebbene le esperienze traumatiche infantili e adolescenziali subite da Tonya possano far subito supporre una sua sensibilità nell’area della minaccia terrifica, appare maggiormente plausibile che abbia sviluppato una vulnerabilità ascrivibile al tema doloroso del disamore; infatti il bisogno esistenziale che esplicita come per lei fondamentale è quello di essere amata. Tale bisogno è talmente importante da rendere prioritario e necessario il fatto di avere qualcuno vicino a sé, anche se negativo per la sua persona. Anche l’amore della gente spettatrice del pattinaggio è assai rilevante per Tonya, che raggiunge l’apice della felicità quando diviene la prima pattinatrice americana ad eseguire un salto triplo axel durante una competizione ufficiale; ciò l’ha fatta sentire brava, apprezzata in quanto riconosciuta come non solamente degna, ma addirittura la migliore nell’unica cosa che sa fare. Non dimentichiamo che la figura genitoriale di riferimento per Tonya è stata una madre costantemente ed inelegantemente criticista nei suoi confronti; è dunque verosimile che Tonya possa essersi sensibilizzata anche al contatto con uno stato mentale di indegnità. Durante quasi tutta la durata del film traspaiono processi di metacontrollo che sottolineano l’intollerabilità dello stato mentale del sentirsi da sola e non amabile, ad esempio quando torna a casa dal marito nonostante ciò sia assolutamente non tutelante la sua incolumità; inoltre, il fatto di essere brava le permette di ottenere un po’ di quell’amore e apprezzamento di cui necessita.

Oltre alle sopraccitate strategie di pseudorazionalizzazione, che si palesano attraverso un locus of control esternalizzato, e a strategie prescrittive che si concretizzano in auto-colpevolizzazioni (ruminazione autocritica nei momenti in cui riceve percosse), Tonya si protegge dalla minaccia di entrare in contatto con la propria sensibilità assumendo costantemente un atteggiamento rabbioso e aggressivo, con evidenti difficoltà di autoregolazione emotiva; nel corso del film la si vede spesso in collera praticamente con ogni persona con la quale si relaziona, persino con i personaggi accudenti nei suoi confronti, come ad esempio la sua allenatrice. Inoltre, utilizza le sigarette per autoregolarsi nei momenti di stress e tristezza. Quasi tutte queste strategie si configurano, secondo la concettualizzazione LIBET, in un piano semiadattivo di tipo immunizzante. Anche nei momenti di bassa minaccia, infatti, Tonya modifica il proprio stato mentale con una finalità difensiva.

Tale piano immunizzante non riesce a proteggere la protagonista nei momenti in cui rimane (o si sente) sola e non apprezzata, per esempio quando lascia il marito, quando la giuria non le assegna punteggi consoni alla sua prestazione poiché ritiene la sua immagine non adeguata a rappresentare il pattinaggio artistico americano, oppure quando il pubblico perde l’amore che ha per lei a causa dell’aggressione che Jeff architetta nei confronti di un’altra pattinatrice. È in queste occasioni che Tonya viene rappresentata con tono dell’umore depresso, che raggiunge il culmine nel momento in cui viene bandita a vita da ogni competizione della Federazione di pattinaggio degli Stati Uniti; in questa occasione Tonya riconosce di aver perso tutto ciò che la definisce come persona, ovvero la possibilità di esprimere la sua dote nel pattinare: ‘So solo pattinare, non sono niente se non posso…’.

Nel film non viene mai rappresentato un vero e proprio esordio sintomatologico, o un periodo prolungato di sofferenza dovuta ad un disturbo psichiatrico quale la depressione, ma appare evidente come vi siano situazioni che causano a Tonya uno scompenso sul versante depressivo, quando le sue strategie non risultano adattive nel proteggerla dalle proprie sensibilità. Inoltre, il fatto che Tonya abbia un locus of control tipicamente esterno rende difficile per lei sperimentare strategie cognitive e comportamentali alternative e maggiormente adattive; ciò potrebbe essere una delle variabili di mantenimento del disagio.

Una concettualizzazione del caso di Tonya in chiave LIBET, chiaramente approssimativa, realistica ma non necessariamente veridica, consente una lettura ad ampio raggio di tale personaggio. Ciò risulta fondamentale per coglierne il funzionamento e per comprendere la logicità dei comportamenti, delle emozioni e dei pensieri che il film fa trasparire; infine, nell’ottica di un’ipotetica psicoterapia, una concettualizzazione di questo tipo permetterebbe di raccogliere un’infinità di dettagli utili per il percorso terapeutico, concentrati non solamente sulla sintomatologia acuta che ha portato la persona a richiedere un aiuto, ma anche sulle vulnerabilità personologiche premorbose.

 

L’odore del partner migliora la qualità del sonno

Stando ad uno studio pubblicato sulla rivisita Psych Central condotto dalla University of British Columbia (UBC), il profumo del proprio partner migliorerebbe la qualità del sonno.

 

Il sonno è definito come uno stato di riposo contrapposto alla veglia; si tratta di uno stato in cui si verifica una momentanea sospensione di coscienza durante il quale avviene un recupero energetico sia a livello fisico che psichico. Durante il sonno le funzioni neurovegetative rallentano e i recettori sensoriali abbassano la soglia di attivazione; contrariamente a ciò che comunemente si pensa, si tratta di un processo fisiologico attivo, che comporta la costante interazione tra sistema nervoso centrale e sistema nervoso autonomo; un adeguato sonno è fondamentale per il sostegno della vita (Hobson, 2005).

Il sonno è costituito da alterazioni regolari tra fasi non-REM e REM (Rapid Eyes Movment): le fasi non-REM sono costituite da 4 stadi dove l’ultimo stadio (il quarto) rappresenta lo stato di sonno più profondo, dopo di esso si verifica il passaggio alla fase REM, stadio in cui si denota una alta attivazione cerebrale e una proficua produzione onirica (Hobson, 2005).

L’insonnia è un disturbo della sfera del sonno, caratterizzato dall’incapacità di dormire nonostante se ne percepisca il bisogno fisiologico; si tratta di una condizione debilitante per l’individuo dato che la mancanza di riposo porta ad un distress significativo nella vita della persona, oltre ad incidere negativamente sulle sue capacità cognitive. Infatti possono verificarsi difficoltà di apprendimento, umore irritabile e mancato consolidamento della memoria (Roth & Roehrs, 2003). Si stima che il 10% della popolazione adulta soffra di insonnia (Roth & Roehrs, 2003).

Stando ad uno studio pubblicato sulla rivisita Psych Central condotto dalla University of British Columbia (UBC), il profumo del proprio partner migliorerebbe la qualità del sonno.

Lo studio è stato condotto su 155 soggetti, divisi in due condizioni sperimentali: al gruppo di controllo è stata data una maglietta da indossare durante la notte con un odore neutro, mentre al gruppo sperimentale è stata data una maglietta precedentemente indossata dal proprio partner (Pedersen, 2020).

I soggetti sono stati monitorati durante la notte tramite l’actigrafia, una metodica che permette di monitorare i movimenti durante la notte, mentre la mattina dovevano compilare un questionario self-report che indagava la qualità del sonno di quella stessa notte (Pedersen, 2020).

I risultati mostrano che i partecipanti che hanno dormito con la maglietta avente l’odore del proprio partner, mostravano una qualità del sonno migliore, rilevata da entrambi i metodi di misurazione (questionario e actigrafia); gli effetti osservati, sembrano essere paragonabili agli effetti dati dall’assunzione orale di melatonina, ormone fondamentale per il sonno; attualmente i ricercatori stanno conducendo uno studio sperimentale per comprendere se l’odore dei propri genitori possa aumentare la qualità del sonno della prole (Pedersen, 2020).

Storia della “corona” infame. Isteria collettiva tra ipocondria, psicoanalisi e psicologia delle masse

La psicosi da coronavirus è un fulgido esempio dell’influsso dei fenomeni collettivi sul comportamento individuale e di come l’emotività atavica del singolo può divenire un fenomeno pandemico, e viceversa.

 

Viviamo in un’epoca impregnata di narcisismo e perciò ipocondriaca. Nella visione kohutiana del narcisismo, frustrato o covert, una non ottimale sintonizzazione affettiva con le figure di accudimento, la presenza variabile e non troppo stabile di molte di queste, neglet e, talvolta, frustrazioni vissute come abbandono o paura dal bambino, possono causare una scissione ‘verticale’ della personalità tra la grandiosità apertamente manifesta, volta a mostrare a se stessi e all’altro una visione di sé positiva se non perfetta, e la parte vulnerabile, caratterizzata da bassa autostima, tendenza alla vergogna e appunto, ipocondria. Ma andiamo con ordine, perché la nostra società sembra così permeata da narcisismo e perché proprio l’ipocondria è un tratto del narcisismo ipervigile?

Siamo ormai figli del boom economico vissuto tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, cresciuti tra tate, nonne, mamme e soprattutto, la baby-sitter per eccellenza che ha allevato ormai diverse generazioni: la televisione, che ora va trasformandosi in smartphone e tablet per i post-millennials. La tv ha da sempre offerto un ottimo passatempo e un escamotage per intrattenere i più piccini, tagliando via tuttavia ogni valenza affettiva che potevano avere il gioco e le attività condivise tra pari e con gli adulti. Il bambino impara a ‘bastare a se stesso’, a sentirsi onnipotente e a non aver bisogno di altri se non i suoi strumenti, ad autoregolarsi non più tramite lo sguardo e l’emotività co-creata, ma tramite oggetti fisici esterni, da lui facilmente manipolabili. Basti pensare alla mole di piccoli ADHD e iperattivi che giunti a scuola non riescono a stare seduti, a porre attenzione e ad ascoltare, ma che starebbero ore e ore immobili davanti ad uno schermo dai 5 ai 77 pollici. Col passare degli anni, quello strumento da manipolare diventa manipolatore, suggerendo quali ultimi giochi acquistare prima, il modo di pensare, sentire, agire poi, a scapito delle relazioni reali e dell’intersoggettività condivisa. Ed ecco come una notizia in tv si trasforma in psicosi collettiva, odio e paura nei confronti dell’altro, e porta a rintanarsi nelle proprie case, circondati dai propri cari apparecchi elettronici a seguire ciò che viene da loro continuamente propinato.

Per quanto riguarda l’ipocondria, è stata da sempre vista dalla psicoanalisi come la manifestazione degli ‘oggetti interni cattivi’, sentimenti e pensieri troppo difficili da sopportare e negati alla coscienza, che si concretizzano in sintomi somatici e paura della ‘malattia’ proveniente dall’esterno, che ‘contamina’ il nostro io vissuto come fragilmente integro, puro ma vulnerabile. Gli ultimi sviluppi della infant research sottolineano, inoltre, le implicazioni biologiche della diade madre-bambino e di come la presenza della madre sia fondamentale per la crescita del piccolo, poiché, se non vi è, muore. Sperimentare l’angoscia dovuta alla separazione tra sé e la madre, la possibilità che questa non vi sia per nutrirlo, genera la paura della morte, presente in maniera equilibrata in uno sviluppo sano, frustrata ed esponenzialmente elevata nei tratti narcisistici.

L’isteria sociale scatenata nell’ultimo mese a causa del coronavirus, può essere un ottimo esempio di come questi presupposti teorici si manifestino della realtà di oggi, sino a scatenare quasi una ‘caccia all’untore’ di manzoniana memoria. Banalizzare il tutto dando le colpe al progresso economico e tecnologico, tuttavia, risulterebbe infondato: tali fenomeni non hanno fatto altro che reiterare, sviscerare e amplificare modi di sentire da sempre esistiti. Freud stesso diceva che

è raro trovare un ambito in cui il nostro modo di pensare e di sentire sia cambiato così poco dai tempi primordiali… come nella relazione con la morte.

La paura della fine è la causa primaria dell’angoscia, messa in moto dalla pulsione di morte che minaccia l’organismo fin dalla nascita.

Le masse vanno guidate con lo studio di ciò che le impressiona e le seduce, scriveva Le Bon, il padre della psicologia della folla, e cosa può impressionare più della paura di morire. Rifacendosi al pensiero di Le Bon, Freud definisce la massa come un’entità provvisoria costituita da elementi eterogenei saldati insieme per un istante, anonima e irresponsabile, attraverso cui l’individuo acquisisce un senso di potenza invincibile che gli permette di agire istinti altrimenti frenati, sentendosi al tempo stesso protetto e ‘contagiato’ da qualsiasi emozione circoli all’interno della massa. La psicosi da coronavirus è un fulgido esempio dell’influsso dei fenomeni collettivi sul comportamento individuale e di come l’emotività atavica del singolo può divenire un fenomeno pandemico, e viceversa.

Ritornando al caro vecchio Manzoni, Storia della colonna infame è un celebre saggio storico ambientato nel 1630, in cui lo scrittore descrive la psicosi collettiva scatenata dall’epidemia di peste e sfociata nel processo a due presunti untori, giustiziati tramite il supplizio della ruota e marchiati ad infamia perenne con la costruzione della colonna sui resti dell’abitazione di uno dei due innocenti. Surreale come 290 anni dopo, una presunta epidemia causata da un virus sconosciuto riattivi nelle masse lo stesso irrazionale sentire. Sino a qualche giorno fa gli untori erano i cinesi, o meglio gli asiatici, che creavano il vuoto attorno su metro e mezzi pubblici, offesi e talvolta aggrediti, riuscendo addirittura a bloccare interi convogli per uno starnuto (vedi Freccia Roma-Lecce del 21 febbraio). Oggi, ahi ahi, sono gli italiani, e altri stati europei già minacciano di chiudere le frontiere. Per il centro-sud gli untori sono i milanesi e guai a viaggiare con qualcuno che abbia un vago accento del nord. Per le masse, vi sarà sempre un untore su cui sfogare e in cui identificare le proprie pulsioni distruttive, un capro espiatorio da sacrificare per poter preservare la propria integrità, finché sul patibolo potremmo finirci noi, con tutta la nostra irrazionale paura di morire.

 

Rimuginio e ruminazione: una possibile base neuroscientifica nel Default Mode Network

Rimuginio e ruminazione sono due processi cognitivi messi in atto dall’individuo nel tentativo di gestire la propria attivazione emotiva (con i relativi correlati fisiologici) e fanno parte di quella mole di strategie di coping ritenute disfunzionali se eccessivamente utilizzate.

 

Più precisamente il rimuginio (worry) viene definito come un pensiero ricorrente negativo, astratto, per lo più verbale, i cui contenuti riguardano il futuro e la cui emozione prevalente è rappresentata dall’ansia (rimuginio ansioso, appunto); la ruminazione è anch’essa un processo di pensiero di tipo perseverante, negativo, che concerne informazioni rilevanti per il sé, tuttavia il focus attentivo è rivolto all’analisi di eventi passati, sia in chiave depressiva (ruminazione depressiva) che rabbiosa (ruminazione rabbiosa).

Sono stati proposti diversi modelli per spiegare l’origine e il mantenimento di questi due processi di pensiero negativo e perseverante il cui effetto paradossale è quello di esacerbare l’attivazione emotiva anziché ridurla. Tra i più noti e utilizzati in psicoterapia troviamo il Modello Metacognitivo di Wells (2012) che si basa sulla Self-Regulatory Executive Function (S-REF) e sulla Cognitive-Attentional Syndrome (CAS), dai cui principi sono stati proposti trattamenti efficaci per molti disturbi sintomatici (in particolare per il disturbo d’ansia generalizzato e i disturbi depressivi). Secondo tale approccio, gli individui hanno credenze metacognitive positive circa l’utilità del worry e della rumination poiché sono mossi dalla convinzione che mettendo in atto questi processi otterranno un certo sollievo (es: “sarò preparato al peggio”, “analizzare il passato mi permetterà di comprendere perché mi senta così”); tuttavia esistono una serie di credenze metacognitive negative che concernono l’incontrollabilità e la pericolosità (es: “non riesco a smettere di rimuginare, è più forte di me”, “rimuginare mi farà diventare pazzo”). Indipendentemente dalla natura positiva o negativa delle metacredenze sopracitate, rimuginio e ruminazione sono considerati fattori di mantenimento rilevanti in molti disturbi psicologici.

Dimaggio e colleghi (2019) parlano inoltre di rimuginio/ruminazione interpersonale secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) che, a proposito di strategie di coping maladattive, si prefigge di aiutare i pazienti a ridurre e gestire in modo più funzionale situazioni i cui stimoli attivanti riguardano principalmente la sfera relazionale. Nello specifico gli autori parlano di Pensiero Ripetitivo Interpersonale (PRI), inserendolo in quelle che essi definiscono strategie di coping attivanti le quali vengono utilizzate allo scopo di ridurre l’emotività negativa ma che, di contro, falliscono quasi nell’immediato (a differenza delle strategie deattivanti che, distogliendo momentaneamente l’attenzione dallo stato doloroso, possono nel breve termine arrecare sollievo, seppur transitorio).

Per quanto riguarda le basi neuroscientifiche di rimuginio e ruminazione è stato identificato il Default Mode Network (da ora DMN) come una delle possibili reti neurali implicata in questi due processi di pensiero. Il DMN, con sede in aree corticali tra loro connesse (aree parietali, temporali mediali e laterali e corteccia prefrontale mediale), è stato recentemente considerato correlato a stati di riposo, attraverso paradigmi sperimentali in cui ai partecipanti veniva chiesto di non eseguire alcun compito mentre veniva registrata loro l’attività cerebrale (Greicius, 2009), osservando un’attivazione di tale circuito; viceversa, in contesti in cui i soggetti erano impegnati in un compito cognitivo si è riscontrata una deattivazione di DMN. Inoltre, è stata osservata un’attivazione incrementata durante attività legate alla riflessione su se stessi e teoria della mente, introspezione, pianificazione del futuro e processi di regolazione emotiva (Buckner, 2008). Il ruolo di DMN, in particolare la sua attivazione durante stati di riposo e la sua deattivazione durante attività orientate all’obiettivo, potrebbe considerarsi un’aspetto relativo alla sopravvivenza: attenuare l’attività autoreferenziale nel cervello permetterebbe di concentrarsi sul compito in modo più efficace, diminuendo così interferenze causate da stati interni all’individuo. Il fallimento di questa operazione è particolarmente evidente in soggetti con Depressione Maggiore (Sheline, 2009), disturbo che, tra le varie problematiche riscontrate, è caratterizzato da una forte componente di ruminazione.

Rimuginio e ruminazione sono processi di pensiero che si manifestano indipendentemente da stimoli esterni, o quanto meno possono essere attivati da trigger esterni, ma il loro perdurare prescinde dall’ambiente esterno, dal momento che il focus è per lo più spostato su processi correlati al sé, quindi interni all’individuo: ruminare, ad esempio, in modo depressivo o rabbioso presuppone un’analisi sul sé in rapporto all’evento passato che ha innescato l’emozione sgradevole, ed anche rimuginare sugli scenari futuri (spesso in chiave catastrofica) implica un’attenzione focalizzata sui possibili eventi che potrebbero creare distress al proprio sé. Sebbene, infatti, si possano elicitare anche sperimentalmente processi di pensiero ripetitivi e negativi, mostrando ad esempio immagini -stimolo capaci di attivare worry o rumination, è il modo in cui il soggetto “maneggia” i propri pensieri a fare la differenza ed il tempo che impiega nel tentativo di padroneggiarli:  il risultato che si ottiene spesso è quello di attività mentali ripetitive, negative, astratte utilizzate come strategie di coping per tentare di autoregolarsi emotivamente. Resa chiara pertanto la natura autoreferenziale di rimuginio e ruminazione, non stupisce che esistano dati di neuroimaging che informano sul ruolo di DMN , come quelli provenienti da una ricerca di Servaas e colleghi (2014) che hanno osservato non solo un’attivazione di DMN durante il worry, ma anche una deattivazione simultanea di aree visive che suggerisce una interruzione di immaginazione visiva (il rimuginio infatti è per lo più di natura verbale).

Dunque, considerate le ricerche in tale ambito, che stanno via via incrementando i dati a supporto di un coinvolgimento di DMN nei processi di rimuginio e ruminazione, è necessario avvalersi delle attuali conoscenze per rendere la clinica e i trattamenti proposti più incisivi ed efficaci da un punto di vista neuroscientifico; spiegare, ad esempio, a chi si rivolge ad un percorso di cura i meccanismi cerebrali sottostanti la sintomatologia riferita, può divenire un intervento psicoeducazionale importante al fine di fortificare un senso di fiducia e coinvolgimento attivo ed incrementare così nei pazienti motivazione e compliance alla psicoterapia.

 

Nostalgia del “dica 33”

E’ fondamentale che il personale sanitario, professionisti della cura, eserciti l’arte della compassione, ovvero della sensibilità verso la sofferenza nostra e dei nostri pazienti, dobbiamo parteciparne e sentirci impegnati nel cercare di alleviarla.

 

Ammalarsi gravemente, ancor più se trattasi della malattia presumibilmente definitiva, rappresenta un evento traumatico nella vita di una persona poiché, in modo non annunciato e frettoloso, siamo messi a confronto con la dissoluzione delle consuetudini, l’annientamento delle abitudini e delle routine familiari e sociali, fondamento identitario.

Lo spazio ed il tempo si disintegrano, l’idea del morire non è più qualcosa su cui magari fantasticare a tempo perso, ma diventa la concreta compagnia di ogni minuto e la si percepisce in modo fisico, immediato, attraverso il dolore mentale e fisico che accompagna la malattia.

Quello che fino al giorno prima era importante, magari fonte di cruccio, di preoccupazione, di rabbia o di dolore viene dimenticato, un’amnesia quasi dissociativa prende il sopravvento e si fa strada la sensazione soggettiva e grave di sentirsi estranei, del tutto estranei al resto del mondo.

Il neo-malato grave si colloca in un limbo in cui i rumori dell’esistenza quotidiana, di cui fino a poc’anzi era partecipe, giungono attutiti e progressivamente sbiadiscono di significato.

La routine della malattia impone suoi tempi e modi di vivere: i discorsi si centrano e ruotano, anche per ore, su quei fatti banali a cui mai prestiamo troppa attenzione, le linee di febbre, l’astenia, le necessità fisiologiche, il cibo troppo o troppo poco, i bisogni primari che diventano imperiosi e dilaganti.

E’ la rivincita del corpo che, forse prima trascurato, si impone prepotentemente con mille rivendicazioni pressanti e inesauribili.

I familiari, i coniugi, le persone care, devono comunque mantenere un rapporto con la realtà, ne sono obbligati, rapporto fatto di interazioni con luoghi, negozi, farmacie, supermercati, uffici o altro, con abilità, guidare la macchina, cucinare, riposare e con ruoli e funzioni sociali, tra tutte il lavoro.

Il malato, al contrario, si trova in una corsia di ospedale, in attesa di intervento, chirurgico o altro.

Sta in un mondo a parte privo di ogni responsabilità, destituito di potere ma anche di doveri se non quello di sottoporsi, docile, alle cure.

Ancora i primi giorni sembra mantenere una sua formale dignità legata alla sua identità precedente ma, con i primi interventi di cura, le prime interazioni con gli operatori sanitari o semplicemente con l’avvento del pigiama ventiquattr’ore il malato trasloca in un ruolo, quello di malato, appunto, che annebbia perfino il proprio nome e cognome o la vita com’era fino al giorno prima. Com’eravamo.

Cominciano con il non chiamarti per nome o per cognome, ma diventi il numero del letto o della stanza; ti appellano con nomignoli di ogni genere, a Roma teso’ che sta per tesoro, oppure cocco nelle sue infinite variazioni diminutive e sempre, invariabilmente, ti danno del tu.

L’ospedale, i suoi orari, il suo funzionamento generale pare sia pensato per essere un luogo quanto più confortevole possibile per gli operatori e questo ha un senso solo nella misura in cui gli operatori sanitari sono quelli che ci passano la vita, al contrario dei pazienti che lo frequentano per tempi più o meno brevi.

Però questa centratura sull’operatore diviene talmente estrema che i malati si sentono di troppo, temporanee intromissioni che interrompono le chiacchiere sui pettegolezzi più recenti, gli accesissimi dibattiti sindacali, i nervosismi quotidiani; un po’ infastidiscono le loro necessità, le lamentele, le attenzioni o le semplici domande che di tanto in tanto trovano il coraggio di porre, con tanta maggior sfiduciata insistenza tanto meno sono ascoltati.

Per non dire dei familiari che, sempre dal punto di vista della routine ospedaliera, sono ancora più fastidiosi, mal tollerati, vengono rapidamente espulsi allo scadere degli orari di visita, senza cogliere per nulla l’opportunità che rappresentano in una situazione, su quello siamo tutti d’accordo, di cronica carenza di personale.

Ogni familiare, infatti, aiuta il proprio congiunto ma anche gli altri malati, per quella solidarietà e comprensione che nasce spontanea nelle situazioni di sofferenza condivisa.

Basterebbe dare loro poche informazioni e consigli, per avere una gran quantità di mano d’opera, certamente scarsamente formata, ma fortemente motivata e, soprattutto, disponibile a ciò che più di ogni altra cosa tutti gli operatori sanitari sembrano fuggire in modo quasi fobico: il contatto, la relazione con il malato che viene trattato, come in ogni istituzione totale, come un numero di letto, una diagnosi, un oggetto su cui praticare degli interventi, il più rapidamente possibile, per correre altrove.

 Il o la caposala decide quanto tempo il parente potrà trattenersi, vigila fermamente sulla regola “solo uno nella stanza” e ti rassicura dicendoti che ci sono gli operatori, infermieri e Oss, per le pratiche quotidiane di cui ha necessità il malato. Quando poi arrivi, al minuto spaccato per cui hai avuto il permesso, trovi il tuo caro che ti aspetta come la manna dal cielo perché da ore, troppe, sta aspettando cure, igieniche o sanitarie, per cui ha suonato e risuonato il famoso campanello. Vengono, lo spengono e ti dicono “mo’ arriviamo teso’ ” e rispariscono nel nulla del corridoio, verso cui sono rivolti gli sguardi ansiosi dei pazienti.

Si tratta, certamente, di un tentativo comprensibile di prendere le distanze dal dolore per non esserne contagiati, credendo erroneamente che sia questa la soluzione più giusta per sé, per il proprio equilibrio e benessere, ma si trasforma in disappunto, in irritazione verso chi di tanto dolore è la possibile fonte di contagio e, soprattutto, non funziona e priva completamente l’operatore di un’abilità fondamentale per chi abbia avuto l’ardire di scegliere una professione di cura: la capacità di ascoltare.

Nell’ospedale, in tutte le stanze, i corridoi, gli ambulatori, gli ascensori, dovunque, campeggia un cartello, evidentemente il più recente per la vivacità dei colori e per essere in sovrapposizione a quelli più vecchi e sbiaditi, che recita: “E’ reato aggredire fisicamente e verbalmente il personale sanitario di qualsiasi categoria: i trasgressori saranno puniti a norma di legge”.

Colpisce che ci sia bisogno di un tale cartello come, per parlare di attualità, della scorta alla senatrice Segre.

Forse troppo idealisti, la prima aspettativa che abbiamo di un ospedale è quella di un posto dove i professionisti della cura abbiano l’impellente vocazione di alleviare la sofferenza altrui, magari con il sorriso sulla bocca mentre, di contro, i malati ringraziano, riconoscenti all’infinito, i loro benefattori.

Ma ben presto ci si rende conto che non è così anzi, al contrario, il paziente si trova nel bel mezzo di una doppia guerra: una, che potremmo definire territoriale, tra gli operatori signori dell’ospedale ed i pazienti, con i loro familiari, truppe d’invasione. L’altra, che potremmo definire civile, tra le varie categorie, (caste?) di operatori.

A queste due grandi battaglie si intrecciano le consuete conflittualità personali quotidiane, le antipatie, le piccole ritorsioni che, tuttavia, ovunque presenti nei posti di lavoro, non rappresentano una peculiarità ospedaliera.

Le stesse caste cui in precedenza facevamo riferimento, si definiscono proprio sulla distanza che hanno con il malato: più se ne è lontani, più si è importanti nella gerarchia ospedaliera.

Il primario è un’entità astratta, un  “deus ex machina” della cui esistenza si può, talvolta, legittimamente dubitare, che si limita a qualche apparizione settimanale durante la quale attraversa il reparto come una folata di vento, seguito da alcuni medici di ruolo, cioè assunti dal SSN e da una nuvolaglia di specializzandi che lo seguono con i camici svolazzanti, i fonendoscopi a tracolla come pregiatissime sciarpe, una sfilza di penne multicolore nel taschino, perlopiù parlottando tra loro delle faccende tipiche della loro interminabile e ritardata adolescenza sociale.

Passano in rassegna i malati ma comunicano esclusivamente tra loro, mentre il paziente viene del tutto ignorato, al punto che può dubitare di essere presente.

Non si parla direttamente con lui, tanto meno con il familiare, che viene prontamente fatto uscire dalla stanza portando con sé miriadi di domande che si era accuratamente preparato a cui nessuno darà mai una risposta; i medici commentano tra loro gli ultimi esami o le analisi, accennano ad altre possibili pratiche cui sottoporre la persona ma si guardano bene dall’agire quella pratica, evidentemente antiquata, desueta e forse considerata dannosa che si chiamava visita medica.

Sembra essere un vero e proprio tabù, come se visitare un paziente, nel senso di toccarlo, auscultarlo, guardarlo fossero azioni primitive, di altri tempi pretecnologici.

Dopo troppi giorni di polmonite la primaria dichiarò, rimanendo come al solito sulla porta, che ci voleva la consulenza con lo pneumologo. Sollievo, finalmente qualcuno ti visiterà e potrai fare quei grossi respiri a bocca aperta, mentre il tuo polmone viene auscultato per sentire se si riempie dell’ossigeno per vivere. Passa un giorno, la febbre è alta, passa il secondo, stai proprio male e c’è preoccupazione in chi ti sta accanto che, finalmente, ha avuto il permesso dal caposala di occuparsi di te, da sola mi raccomando! per tutta la giornata.

Dopo altri giorni, trovi il coraggio per chiedere alla più buona delle infermiere che hai individuato, che però già si è irrigidita perché te ne stai un po’ approfittando, che fine ha fatto lo pneumologo?

Dopo una serie di ostacoli a catena, tipo devi chiedere al caposala che ti dice devi chiedere al medico che ti dice devi chiedere al medico più importante e così via, finalmente uno ti risponde: “E’ già passato”.

Ti scusi ma, a meno che non sei proprio fuori di testa, tu non l’hai visto, certo che non l’hai visto è passato e ha visto le lastre! Ed ha stabilito la terapia! E tu che un po’ ti stai arrabbiando, perché nessuno ti ha detto niente, finalmente dici “Guardare le lastre equivale a visitare un paziente, professore?” dove la parola professore viene pronunciata con un leggero ma non troppo sarcasmo, che il professore avverte e scontroso ti risponde che hanno troppo da fare per visitarti e va bene così.

Non va bene così.

A volte qualche giovane specializzando mostra un po’ di interesse per la persona sofferente ma, dall’atteggiamento degli altri, capisce rapidamente quanto quella sensibilità sia sconveniente e rappresenti un ostacolo alla professione iperspecialistica a cui si sta avviando.

Si baratta la competenza tecnica con l’umana sensibilità e i giovani imparano rapidamente, a volte sembrano una grottesca imitazione degli anziani, ormai incalliti nel loro gelido distacco; inefficiente protezione contro il dolore e non prevenzione, ma semmai concausa del burnout perché il dolore e l’idea stessa della morte non si possono ignorare, ma semmai elaborare con il risultato di aumentare la propria partecipazione compassionevole al destino di sofferenza di tutti i viventi, nessuno escluso.

I medici dunque non conoscono i pazienti ma esclusivamente i loro esami clinici che portano in genere alla prescrizione di ulteriori accertamenti, con l’unico scopo di essere inattaccabili da un punto di vista medico legale in caso di successivo contenzioso: la medicina difensiva governa sovrana.

I dottori, quando non sono annoiati o sbrigativi, sono spaventati, appesantiti dalle costose assicurazioni che devono pagare, vedono in ogni paziente un potenziale querelante e ciò crea un circuito di diffidenza e timore reciproco che inquina totalmente la relazione di cura che, più che un’alleanza, pare una tregua armata.

Altro effetto non secondario di questa iperprescrizione di esami strumentali, che vengono richiesti per FARE diagnosi, non per confermarla o falsificarla, è la morte della semeiotica medica, il medico che guarda i segni, tocca, palpa, stringe, odora e, talvolta, assaggia il paziente.

Questo sta portando all’impoverimento della professione medica.

Quando la diagnosi sarà il frutto di un algoritmo che mette in sequenza una serie di esami strumentali a cui far seguire un protocollo terapeutico standardizzato, un ulteriore algoritmo, il tutto magari gestito da un’intelligenza artificiale certamente più aggiornata e meno soggetta ad errori ed interferenze emotive di qualsiasi medico, per quanto quest’ultimo si sforzi di assomigliare ad una macchina, di medici non ci sarà più alcun bisogno. Le macchine fanno le macchine meglio degli umani e quando l’umanità sarà vista come un ostacolo saranno le macchine ad esser vincenti.

Il medico si sente minacciato dal paziente, si attiene scrupoloso a linee guida e protocolli, con ciò rinunciando ad una personalizzazione della cura che avvilisce l’intuito clinico e l’unicità di ogni paziente.

Il paziente e i familiari si sentono trasparenti, non visti, mai ascoltati.

A volte c’è una domanda davvero urgente da fare o un momento di crisi del proprio caro, o una difficoltà importante: allora si mette da parte il proprio naturale riserbo, si forza il desiderio di non disturbare e si trova il coraggio di affrontare uno di questi medici svolazzanti. Si chiama, si chiede la presenza.

Il medico entra, il viso è già molto teso, gli occhi sono sfuggenti, si capisce che è stato disturbato ma può concedere qualche minuto. Il non verbale è molto chiaro e il paziente e il parente sono già in uno stato di soggezione, vogliono scusarsi, balbettano.

Il medico non ascolta, dopo le prime parole interrompe sbrigativo, colpisce l’alterigia con cui pensa di sapere già qualcosa che deve essere ancora comunicato, lui sa, tu no, la risposta non corrisponde alla domanda poiché la domanda non si è riusciti a farla ma tant’è, nemmeno il tempo di una debole protesta che lui è già fuori dalla stanza, svanito nel nulla.

Stavi proprio male, quel giorno, il colorito era marrone, faticavi a parlare, non riuscivi ad alzarti in piedi.

Una lunga, interminabile domenica, chiami e chiami perché da un momento all’altro sono comparsi pure i dolori all’addome, ma vengono, controllano i parametri, i parametri sono a posto e se ne vanno. 

I parametri saranno pure a posto ma tu stai per morire e quindi ogni tanto chiami e chiami.

In serata uno dei tanti dottori ti apostrofa, anche piuttosto sbrigativo e lui, che è chirurgo, finalmente trova il modo di fare lo psicologo pronunciando la celebre frase “non hai niente, sei stanco di essere ricoverato, devi solo tornare a casa”.

Il giorno dopo operato d’urgenza, finalmente sono d’accordo anche loro sul fatto che stai per morire.

Un tempo accanto al medico c’era l’infermiere, in posizione subordinata per ciò che riguardava la responsabilità della cura ma un vero punto di riferimento per il dottore o il primario e, sicuramente, per il paziente, per quanto riguardava la concretezza della cura.

L’azione dell’infermiere rappresentava la cura trasformata in operatività, segni fondamentali e costanti attraverso i quali veniva applicato il pensiero medico, una sinergia armonica.

Ora c’è una frammentazione da catena di montaggio, persino i parametri vitali (pressione arteriosa, temperatura, glicemia, saturazione…) sono rilevati da operatori diversi che passano quando hanno tempo e mai, proprio mai, rivelano al paziente il valore misurato.

Dopo la lotta di liberazione dai medici, con la nascita di un’apposita laurea che prevede, anche lì, varie specializzazioni, livelli e ruoli dirigenziali, gli infermieri hanno creato una propria catena gerarchica indipendente da quella medica, da cui si differenziano a volte con una malcelata ostilità.

Hanno una loro professionalità, rappresentata da un preciso mansionario, di cui vanno gelosissimi, che consiste specificatamente nella somministrazione delle terapie e poi c’è la mitica figura del caposala, protettivo verso i suoi ed autoritario verso tutto il resto del mondo, che rappresenta la gestione dell’ordine pubblico all’interno del reparto, vale a dire il rispetto delle regole e di ciò che è ammesso o vietato.

E sebbene possa sembrare strano, anche per la somministrazione delle terapie non è assolutamente necessario un contatto diretto con il paziente: si possono mettere e togliere flebo, inserire aghi, misurare pressioni o temperature o quant’altro, senza scambiare una parola, senza guardare negli occhi, senza rispondere ad una domanda, come se l’altro non esistesse.

Di nuovo, la mancanza di una relazione con il paziente, come per i medici, sembra essere diventato un indicatore di importanza nella gerarchia ospedaliera.

Ci si stupisce della capacità, automatica, seppure innaturale, di distogliere lo sguardo mostrando sempre e solo insofferenza, fretta, dopo che un paziente o un parente rivolge timidamente una semplice domanda, magari con un sorriso.

Non è facile non emettere alcun segno verbale o non verbale come se l’interlocutore non esistesse. Watzlawick scriveva, nella sua famosissima Pragmatica della comunicazione umana, che è impossibile non comunicare, dimostrando con ciò di non essere mai stato ricoverato.

Pazienti e parenti hanno l’impressione costante di invisibilità oppure, nel migliore dei casi, di dare un po’ fastidio, intrusi nell’esistenza quotidiana del “villaggio reparto” all’interno del “paese ospedale”.

Bisogna con fatica rammentarsi che, in verità, sono i pazienti i datori di lavoro degli operatori che affollano quel villaggio che è anche casa nostra.

L’alterigia regna sovrana, i medici sono un po’ preoccupati quando, a loro volta, devono fare qualche richiesta agli infermieri, c’è quel fenomeno curioso dello scaricabarile, “questa cosa non tocca a me ma tocca a lui, oppure tocca al prossimo turno, oppure domani, oppure adesso c’ho troppo da fare”, incontri e scontri sempre con il paziente presente, tanto non esiste, è invisibile.

Popper, nel suo La società aperta e i suoi nemici, parlando della scuola scriveva che la prima riforma decisiva a costo zero, vera rivoluzione, sarebbe consegnare direttamente a casa lo stipendio a tutti quegli insegnanti che lavorano solo per avere uno stipendio, proibendo loro di avvicinarsi ai ragazzi.

Forse la stessa cosa potrebbe valere per la sanità, più in generale per tutti quei lavori che hanno in primo piano una relazione interpersonale, ancor più se di aiuto.

Gli ultimi del villaggio sono gli ex portantini, oggi operatori socio-sanitari che, dovendo occuparsi dell’igiene, della pulizia e dei bisogni fisiologici dei pazienti, sono costretti a toccarlo e, con ciò, ad avere una qualche forma di relazione.

Tra loro sopravvive una qualche forma di umanità, fuori dalla dinamica istituzionale del distacco cercato ed esibito.

Ricordiamo che, teorizzata e portata poi avanti dal genio di Franco Basaglia, la riforma psichiatrica prese le mosse primariamente dai portantini dell’ospedale Santa Maria della Pietà di Roma, il più grande manicomio d’Europa; evidentemente, più dei medici e degli infermieri, imprigionati pregiudizialmente nelle loro procedure scientifiche, avevano mantenuto intatta la capacità tutta umana di indignarsi per i contesti disumanizzanti in cui vivevano i pazienti.

I colori dell’ospedale: dopo le critiche amare e frutto della generalizzazione di un’esperienza personale, una proposta

Per usare la terminologia cromatica del modello di Paul Gilbert e della Compassion Focused Therapy pensiamo che occorra puntare ad un ospedale sempre più green, un luogo dove tutti, operatori, che lavorano anche con fatica, e pazienti, che soffrono, possano sentirsi tranquilli, calmi, in connessione e sicuri.

Come operatori sanitari dobbiamo uscire dall’assetto difensivo del distacco a tutti i costi, che si traduce nel vissuto pregiudiziale “più sono distaccato e mi difendo, più vivo bene” perché questo assunto è falso proprio e soprattutto per il benessere dell’operatore, prima ancora che per i pazienti.

Come professionisti della cura dobbiamo esercitare l’arte della compassione, ovvero della sensibilità verso la sofferenza nostra e dei nostri pazienti, dobbiamo parteciparne e sentirci impegnati nel cercare di alleviarla.

Essere compassionevoli comprende quelle emozioni e pensieri che si traducono in comportamenti finalizzati a prendersi cura, soccorrere, proteggere, sentire la sofferenza altrui ed essere in grado di tollerarla.

La nostra cultura attuale, al contrario, sta privilegiando sempre più le formule competitive e aggressive come terapia per vivere meglio, un sistema red dove le persone reagiscono con rabbia, ansia, disgusto o paura ad una realtà esterna vissuta come perennemente minacciosa e popolata di spietati competitor.

Difendiamo i nostri confini personali come se fossimo perennemente in guerra, ma è una guerra tutta interiore perché siamo così impegnati a difenderci che non abbiamo il tempo né di ascoltare né di guardare chi o cosa abbiamo davanti.

Siamo convinti che se reagiamo per primi siamo vincenti, se manifestiamo indifferenza siamo liberi, abbiamo paura della nostra umanità e quindi ci chiudiamo nelle gabbie della protervia e dell’ira.

Pensiamo ad un ospedale aperto, che integri ed utilizzi volontari e, soprattutto, familiari e sia in più forte continuità con l’assistenza domiciliare, con il day hospital e il day surgery.

La formazione degli operatori sanitari ai concetti di compassione ed empatia ridurrebbe il disagio dei pazienti, ma forse ancor di più il burnout degli operatori.

L’ospedale deve interagire col paziente, ponendolo al centro come protagonista delle sue cure e dei suoi interventi.

In tal modo si potrà arginare l’iperspecializzazione, la frammentazione del malato in un insieme di organi affidati a diversi specialisti e la conseguente, comprensibile fuga verso la medicina alternativa, che ancora prova interesse per la persona, oltre che per la malattia di cui quella persona è portatrice.

Si tratta in primo luogo di riparare l’alleanza terapeutica tra paziente e curante.

In tal senso ci piace immaginare una grande iniziativa che, a partire dalla sollecitazione delle società scientifiche e dalle scuole di psicoterapia, che possiamo considerare esperte della materia, venga fatta propria dal Ministero della Salute che convochi gli Ordini delle Professioni di cura e le Associazioni dei malati ad una specie di “Stati generali della relazione di cura” allo scopo di lavorare insieme per elaborare una sorta di Patto per la cura in cui curanti e curati esprimano richieste ed impegni, diritti e doveri, in un confronto/contratto reciproco.

Crediamo che la psicologia e la psichiatria possano essere promotrici di questo urgente cambiamento, per la riflessione approfondita sull’importanza della relazione terapeutica e che questo sia ovviamente utile ai pazienti ma ancor più agli operatori sanitari che potrebbero forse trasformare, in parte, un lavoro indubbiamente faticoso e oneroso in gratificante.

Già in passato la psichiatria è stata avanguardia e modello per il resto delle branche mediche: la famosa legge 180/76 che eliminò la centralità dell’ospedale psichiatrico, avviando la psichiatria territoriale fu il modello sul quale, pochi mesi dopo, fu varata la riforma del Sistema Sanitario Nazionale, legge 833/76.

Finalmente a casa dopo più di un mese di degenza. Sei ancora un malato, molto malato, ma sei nel tuo luogo sicuro. Ti riprendi la dignità, ti riprendi il diritto di soffrire senza colpa.

E ti commuovi quando la tua dottoressa, il tuo medico di base, viene a visitarti a casa, tira fuori il fonendoscopio, ti alza la maglietta e ti tocca pure. Respiri, respiri profondi a bocca aperta, col dito a martelletto ti batte sulla schiena e dice il proverbiale “dica trentatrè” che credevamo perduto.

 

Le bugie dei genitori e gli effetti sul funzionamento psicosociale dei figli

In tutte le culture viene messa molta enfasi nell’insegnare l’onestà ai bambini, tuttavia è altrettanto noto come sia estremamente comune che i genitori ricorrano a menzogne di vario genere per ottenere comportamenti desiderati dai loro figli. Quali sono le conseguenze di tale tendenza sul funzionamento psicosociale di questi ultimi?

 

E’ intuitivo immaginare come non sempre sia facile determinare la bontà delle intenzioni di chi dice una bugia: ad esempio, nel caso del barbuto signore che porta i regali ai bambini, pochi potranno affermare che l’intento sia quello di ingannarli, quanto piuttosto di donare una magica illusione; diverso sarà il caso di qualcuno che tradisce il proprio partner e decide di non confessare il misfatto, dove il confine tra il beneficio per destinatario della bugia e quello del suo perpetratore è assai più labile e dipende in larga parte dalla scala valoriale di chi si trova a giudicare.

In tutte le culture viene messa molta enfasi nell’insegnare l’onestà ai bambini, tuttavia è altrettanto noto come sia estremamente comune che i genitori ricorrano a menzogne di vario genere per ottenere comportamenti desiderati dai loro figli (Heyman et al., 2013; Santos et al., 2017), tanto che è stata coniata un’espressione per definire questo stile genitoriale detto “parenting by lying” (n.d.t: educare con la menzogna, Heyman et al., 2013).

Essere sottoposti a questa modalità educativa proprio durante il processo di socializzazione, fase contraddistinta dall’acquisizione di quelle che sono le norme sociali condivise, solleva l’eventualità che i bambini possano inferire attraverso l’osservazione che sia socialmente accettato mentire (Bandura, 1969), da ultimo condizionandone il comportamento. Quest’idea sembra venire confermata ad esempio da uno studio sul comportamento morale nei bambini, che ha rilevato come fosse più probabile che i bambini mentissero, se prima del test lo sperimentatore aveva mentito a sua volta (Heys & Carver, 2014).

Alcuni studi hanno messo in relazione il ricorso alle bugie da parte dei bambini con disturbi esternalizzanti come comportamenti dirompenti (Gervais et al., 2000) e problemi di condotta (Warr, 2007), ed internalizzanti come isolamento sociale e ansia dovuti alla vergogna e al senso di colpa per aver mentito (Keltner & Buswell, 1996). Solo uno studio, tuttavia, si è preposto di indagare la correlazione tra le bugie subite durante l’infanzia, il ricorso alle menzogne in età adulta e la presenza di eventuali outcome maladattivi, sebbene i risultati ottenuti non erano generalizzabili all’intera popolazione in quanto relativi ad un campione esclusivamente femminile (Santos et al., 2017).

Per ovviare a questa limitazione un nuovo studio condotto da Setoh e colleghi (2020) ha selezionato un campione sessualmente eterogeneo, composto di 378 soggetti residenti a Singapore, dei quali un’alta percentuale (88,7%) è risultato essere di nazionalità cinese, ma nel quale erano tuttavia presenti altre minoranze etniche (4,2% indiani, 3,7% malesi, 3,4% di altra nazionalità) tali da rispecchiare la multiculturalità della città-stato e permettere di estendere i risultati ottenuti cross-culturalmente.

Per avere una misura del grado di menzogne subite da parte dei propri genitori, i soggetti hanno compilato un questionario self-report (Heyman et al., 2013) che indagava quattro diverse categorie di bugie. I partecipanti potevano rispondere a ciascuno dei 16 item positivamente, negativamente o affermando di non ricordare, questo per vagliare la possibilità che gli eventi riferiti all’infanzia non fossero richiamati alla memoria nitidamente dai soggetti ormai adulti.

Per indagare le bugie dette dai soggetti ai propri genitori, si è utilizzato un questionario che valutava la frequenza delle menzogne riguardanti attività e azioni, bugie prosociali ed esagerazioni aspecifiche riguardo ad eventi o circostanze, per i quali veniva espressa una valutazione da 1 (=mai) a 5 (=molto spesso).

In ultima battuta, si è ricorso all’Adult Self-Report (ASR – Achenbach, 2013) per indagare le diverse misure di disturbi esternalizzanti, come ad esempio aggressione, violazione delle regole o comportamenti intrusivi, e disturbi internalizzanti come sintomatologia ansiosa, depressiva e di ritiro sociale, col fine di avere un indice del funzionamento generale dell’individuo nel suo adattamento psicosociale. Inoltre sono stati controllati la presenza di tratti subclinici di psicopatia, intesa come la tendenza a comportarsi egoisticamente e in maniera manipolatoria in situazioni sociali, considerabile un tratto psicopatologico primario, così come la presenza di comportamenti dirompenti o impulsivi.

A conferma delle ipotesi dei ricercatori, i risultati hanno mostrato che ad una maggiore esposizione al “parenting by lying” corrispondeva un maggior numero di bugie riferite in età adulta. Una spiegazione plausibile, come già accennato in precedenza, è che i bambini apprendono dai propri genitori che è accettabile mentire venendo esposti alle menzogne come metodo educativo. In alternativa, potrebbe entrare in gioco un aspetto relazionale importante, laddove la disonestà dei genitori richiamerebbe ed autorizzerebbe una risposta analoga da parte dei bambini, per ricambiare la fiducia tradita (Jones et al., 1991). L’adattamento psicosociale meno funzionale in termini di condotte esternalizzanti ed internalizzanti così come per i tratti della psicopatia, si registrava in concomitanza con una tendenza maggiore al ricorrere alle bugie in età adulta. Si è riscontrato come il mentire ai propri genitori in età adulta rappresentasse un mediatore nella relazione tra lo stile genitoriale improntato alla menzogna e gli outcome maladattivi considerati, a conferma di come proprio la frequenza delle bugie dette possa rappresentare un tratto distintivo della psicopatia nei bambini e negli adolescenti (Levenson et al., 1995). Particolarmente interessante è il dato emerso dalla path analysis che ha riscontrato sia un effetto diretto, che indiretto, nella relazione tra le menzogne subite da bambini e disturbi esternalizzanti, anche controllando la variabile delle menzogne dette ai genitori: in altre parole, lo stile genitoriale che si serve di bugie per impartire un’educazione potrebbe facilitare l’insorgere di condotte esternalizzanti che vadano oltre il semplice iniziare a dire bugie, ma che compromettano il funzionamento psicosociale globale del soggetto.

Studi futuri dovranno occuparsi di determinare la direzionalità degli effetti riscontrati, così come cercare di minimizzare le possibilità di errori nel richiamo di ricordi risalenti all’infanzia, magari adottando un metodo sperimentale longitudinale che consenta una visione più puntuale ed accurata. Da ultimo, si potrebbe prendere in considerazione se gli effetti maladattivi sul funzionamento dell’individuo siano generalizzati a tutte le bugie subite dal bambino o se questo effetto sia circoscritto ad un determinato tipo di menzogne, come quelle atte a ristabilire la gerarchia di potere ma non, ad esempio, quando esse venivano usate per ottenere collaborazione da parte del bambino.

 

Daniel Freeman e l’Oxford VR. Un impegno virtuale per la salute mentale del Regno Unito

Daniel Freeman, psicologo, professore e ricercatore presso la University of Oxford ha co-fondato l’Oxford VR, un’azienda spin-off dell’Università stessa che utilizza tecnologie immersive automatizzate per la terapia, allo scopo di sviluppare dei trattamenti clinicamente validati e convenienti da un punto di vista economico.

 

Daniel Freeman aprirà con una lectio magistralis la prima European Conference on Digital Psychology che si terrà a Milano il 19 e 20 Febbraio 2021 organizzata dalla Sigmund Freud University

 

Barnaby Perks è il CEO di Oxford VR e fondatore di Ieso Digital Health. Ha iniziato la sua carriera nella ricerca di ingegneria biomedica basata sul NHS (National Health Service, UK) prima di lavorare in società che sviluppano prodotti di tecnologia assistiva per persone con esigenze speciali complesse.

Come da sito dell’Oxford VR: ‘Our mission is to deliver evidence-based psychological treatments using state-of-the-art immersive technology’ (Oxford VR).

Oxford VR sviluppa programmi relativi ad interventi basati su protocolli di trattamento con tecnologia immersiva su disturbi depressivi, disturbi ansiosi, disturbi ossessivi-compulsivi e psicosi.

I trattamenti realizzati sono automatizzati e utilizzano un coach virtuale per consentire un maggiore accesso alla terapia, come riportato nello studio citato nel precedente articolo sullo studio del 2018 di Freeman e colleghi.

In realtà virtuale immersiva il team di Oxford riesce a ricreare simulazioni degli scenari in cui si verificano difficoltà psicologiche. Con una media di sole due ore di trattamento, la nostra terapia immersiva si è dimostrata efficace nel ridurre i timori dei pazienti del 68% (Freeman et al., 2018).

Ad oggi il team ha elaborato i seguenti programmi, con l’impegno di affrontare l’intera gamma dei disturbi psicologici, in particolare dedicandosi di recente a quelli più complessi e costosi (psicosi).

  • Paura delle altezze
  • Impegno sociale
  • Psicosi

Paura delle altezze

Nel programma per la fobia delle altezze il coach virtuale utilizza la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) protocollata e basata sull’evidenza. E ad oggi la terapia VR dell’Oxford VR è disponibile nel Regno Unito per i pazienti del NHS attraverso il servizio Improving Access to Psychological Therapies (NHS IAPT) e a livello privato presso l’Oasis Talk, ambulatorio che fornisce terapie psicologiche alle persone di Bristol e del South Gloucestershire.

Durante il programma il coach virtuale (creato tramite la motion capture ed il doppiaggio di un attore) dà informazioni di base sulla fobia dell’altezza.

La ragione per cui abbiamo paura delle altezze è perché pensiamo che succederà qualcosa di brutto. E che ci fa sentire ansiosi. Poi finiamo per evitare altezze, perché fanno paura. Ma vi mostrerò come guardare a quei pensieri in un modo nuovo (Freeman et al., 2018).

Il coach chiede in seguito ai pazienti informazioni precise sui dettagli della propria fobia, indagando se il timore sia legato alla paura di cadere, alla paura che l’edificio crolli, e così via. Appurando successivamente quanto il paziente crede da 0 (‘non credo che succederà’) a 10 (‘sono assolutamente certo che succederà’) al proprio pensiero (o B per i più avvezzi alla CBT).

Successivamente il coach sprona il paziente ad indagare quanto le proprie paure siano accurate, spronandoli a mettere in dubbio le proprie credenze nell’ambiente virtuale:

Ricordate: stiamo esplorando qui. Siamo mettendo alla prova le nostre aspettative. Stiamo scoprendo cosa accade quando ci avventuriamo in una situazione che normalmente cercare di evitare.

Impegno sociale

Il programma di impegno sociale dell’Oxford VR è stato sviluppato per aiutare le persone a sentirsi più sicure e più fiduciose nelle situazioni sociali. Durante la terapia, gli utenti sono guidati da un allenatore virtuale attraverso una serie di attività graduate in ambienti che riflettono le situazioni quotidiane. La tecnologia VR immersiva permette all’utente di sperimentare situazioni che trovano preoccupanti in un ambiente sicuro e controllato. Così come nel caso delle altezze i pazienti possono provare a disputare cognitivamente i propri pensieri e vivere certe situazioni consapevoli del fatto di essere in virtuale. Completando i compiti, gli utenti imparano che possono affrontare le situazioni e che a poco a poco i risultati si trasferiscono anche al mondo reale.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL VIDEO

Psicosi

Guidato dall’Università di Oxford e dall’Oxford Health NHS Foundation Trust, Oxford VR è un collaboratore integrale di gameChange, un progetto da 4 milioni di sterline finanziato dal National Institute of Health Research (NIHR) del Regno Unito. GameChange si compone di tre fasi principali, le quali verranno meglio illustrate nel prossimo articolo.

  • Oxford VR produrrà un trattamento automatizzato in sei sessioni, facile da usare, coinvolgente e adatto alle esigenze dei pazienti;
  • Realizzazione di un ampio studio clinico multicentrico in un trust del NHS in tutto il Regno Unito per dimostrare i benefici del trattamento VR;
  • Pacchetto di implementazione e la roadmap per l’implementazione del trattamento in tutto il NHS.

Si consiglia di tenere monitorato il sito perché il team Oxford VR è in continua implementazione e nel frattempo si suggerisce la visione di questo video sugli effetti della terapia VR per la paura delle altezze.

 


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY

ISCRIZIONI APERTE >> Clicca qui per scoprirne di più

Contatti per informazioni: [email protected]

Digital Perspectives in Psychology 2021: clicca qui per saperne di più

 

 

COVID-19: la ri-costruzione delle reti sociali della diffusione

Negli ultimi giorni, anche in Italia si sono accesi i primi focolai del virus 2019-nCoV, ridefinito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) COVID-19, comunemente conosciuto come Coronavirus.

 

Si tratta di un virus influenzale di cause ancora sconosciute sviluppatosi nella città cinese di Wuhan (Hui et al., 2020). In Italia, dopo la comunicazione della positività di un paziente al virus, si sta procedendo con la ricostruzione della rete sociale di chi risulta aver contratto il virus. Ma è così semplice ricostruire una rete sociale?

Per rispondere a questa domanda, in psicologia esistono diversi filoni di ricerca, tra cui un campo di studi comprendente quelle che sono state definite “Teorie del Mondo Piccolo” o “Small World”. Il nome di questo filone di studi deriva dalla tipica esclamazione “Oh, ma com’è piccolo il mondo!”, che si esprime nel momento in cui ci si rende conto che due conoscenti, che si ipotizza siano socialmente lontani, si conoscono fra loro. L’idea di base di questo filone di ricerca riguarda il fatto che le persone non hanno soltanto legami diretti con amici, parenti e conoscenti, ma sono incapsulate in un sistema complesso di reti di relazione che le connettono in maniera indiretta a persone sconosciute. Attraverso questi canali indiretti, prendono vita diversi processi sociali. Gli studi sull’effetto in questione miravano a mettere a fuoco tre aspetti:

1) quanti passaggi sono necessari per connettere due individui che non si conoscono;

2) lo studio dei processi sociali che si attuano grazie alle catene di conoscenza;

3) gli aspetti psicologici secondo cui gli individui si rappresentano la propria rete sociale e quali emozioni ne derivano (Cavazza, 2012).

Per quanto riguarda il numero dei passaggi, secondo la “Teoria dei Sei Gradi di Separazione”, se una persona distante un grado di separazione dalle persone che conosce personalmente e due gradi di separazione dai soggetti conosciuti dalle persone che conosce personalmente, è distante al massimo sei gradi di separazione da ogni persona presente sulla terra. In pratica, ogni persona è collegata a una qualsiasi altra da una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari. Negli anni Sessanta, lo psicologo Stanley Milgram (1967) verificò sperimentalmente questa ipotesi: aveva inviato una lettera a un campione di cittadini (starting people) chiedendo loro di inoltrare il messaggio contenuto nella lettera ad un suo amico, un agente di cambio di cui non conosceva l’indirizzo. Per questo chiedeva alle starting people di inviare, a loro volta, la lettera con il messaggio ad un proprio conoscente (target person), che ritenevano fosse più vicino socialmente all’agente di cambio. Nonostante la stranezza della richiesta, la maggior parte dei messaggi arrivò a destinazione e il numero di passaggi necessari era di sei intermediari. L’effetto Small World è rinvenibile in moltissime reti sociali (Schnettler, 2009).

Lo studio dei processi, invece, resi possibili dai legami diretti e indiretti fra le persone sono: la diffusione delle informazioni, il contagio dei comportamenti e la ricerca di risorse. La diffusione è un processo necessario per la realizzazione della condivisione delle informazioni ad un target esteso. E’ proprio la diffusione che orienta, a sua volta, la ricerca di risorse. La possibilità di attingere alla propria rete di conoscenze è alla base anche del capitale sociale, dato che gli individui possono trovarsi al centro di numerosi legami o essere isolati. La posizione di un individuo nel suo mondo sociale si accompagna ad una maggiore o minore possibilità di godere di risorse e di raggiungere obiettivi (Cavazza, 2012).

La dimensione psicologica dell’effetto Small World è stata fino ad ora meno studiata (Cavazza, 2012). L’ampiezza dei gruppi sociali e le numerosità dei rapporti stabili e diretti che le persone sono in grado di mantenere non sono influenzate soltanto dalle caratteristiche ambientali, ma sono una funzione della neocorteccia cerebrale dei primati. Il numero dei neuroni neocorticali limiterebbe la capacità di elaborare informazioni e questo è un fattore che limita a sua volta la capacità di gestire contemporaneamente un numero troppo alto di relazioni. Il numero massimo di relazioni gestibili contemporaneamente è 150 (Dunbar, 1992). Altre ricerche mostrano, tuttavia, che le persone hanno molta difficoltà nel ricordare e nel ricostruire accuratamente la propria rete sociale (Dunbar, 2010).

 

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