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I siti di domande e risposte (Q&A): psicopportunità di apprendimento

Con l’avvento di Internet, c’è stato uno straordinario sviluppo di comunità virtuali. In particolare, esempi di comunità virtuali possono essere i siti di domande e risposte (Question and Answer sites – Q&A), appositamente progettati per aiutare gli utenti ad ottenere informazioni.

 

Nell’epoca della ‘datacrazia’ (De kerckhove, 2014), dove il mondo è governato dagli algoritmi, l’ambiente virtuale non è il male, ma il luogo dove si sviluppa l’intelligenza connettiva. La virtualizzazione può essere definita come il movimento contrario all’attualizzazione: essa consiste nel passaggio dall’attuale al virtuale (Levy, 1997). Secondo Mantovani (1995), invece, la realtà virtuale è considerata come ‘un ambiente di esperienza e di comunicazione’, ovvero una modalità di interazione che aggrega i naviganti online in comunità.

Le comunità tradizionali sono create spontaneamente quando i membri si concentrano sulle loro attività, negoziano significati che riguardano i loro interessi e la loro intera esistenza in uno spazio inter-soggettivo. Con l’avvento di Internet, c’è stato uno straordinario sviluppo di comunità virtuali. In particolare, esempi di comunità virtuali possono essere i siti di domande e risposte (Question and Answer sites- Q&A), appositamente progettati per aiutare gli utenti ad ottenere informazioni. La costruzione di questi contesti virtuali enfatizza la natura ‘transattiva’, poiché le intenzioni sono ‘negoziate secondo la legge della domanda e dell’offerta di significato’ (Mininni, 2010, 25). Queste comunità, essendo virtuali, mirano alla sincronicità e quindi all’abbattimento delle barriere spazio-temporali, ospitando, così, naviganti localizzati in diverse parti del mondo. Tenendo conto della complessità delle relazioni interculturali, basate sulla varietà linguistica e relazionale, i siti di Q&A diventano uno spazio idoneo sia per l’incontro delle culture che per la creazione di modi collaborativi di costruzione della conoscenza (Papapicco, Scardigno & Mininni, 2017). In particolare, poiché il linguaggio agisce come meta-artefatto nella co-costruzione della realtà, rappresenta, da un lato lo strumento di mediazione che permette alle persone di comunicare, dall’altro lato, può diventare oggetto di apprendimento collaborativo in siti Q&A, soprattutto quando l’oggetto discorsivo e le intenzioni di permanenza nelle comunità virtuali riguardano l’apprendimento di una seconda lingua (L2).

Un esempio di sito Q&A è Stack Exchange, che comprende oltre un centinaio di sezioni, organizzate per categorie. Ogni sezione in Stack Exchange è costituita da pagine contenenti una domanda inviata da un utente e un numero arbitrario di risposte presentate da altri utenti, in genere più esperti. Le domande possono avere una risposta accettata, votata dall’Asker originale, nel caso la risposta soddisfi la domanda/problema. Domande, risposte e utenti sono soggetti ad un processo di riconoscimento della reputazione online, per mezzo di badge (bronzo, argento e oro).

Attraverso i loro contributi, gli utenti guadagnano punti di reputazione e badge, che riflettono le competenze degli utenti e il loro status nella comunità (Calefato, Lanubile, Merolla, Novielli, 2015).

A sua volta, questo sistema di reputazione motiva gli utenti a generare contenuti di alta qualità. Stack Exchange è anche auto-moderato da membri della comunità. Per mantenere alta la qualità, i moderatori possono rimuovere le domande o le risposte perché inappropriate o irrilevanti. Ogni interazione su Stack Exchange è composta da domande, commenti alle domande, risposte e commenti alle risposte.

In particolare, il dominio dell’apprendimento della lingua italiana su Stack Exchange è una sezione di domande e risposte molto popolare tra gli utenti di diverse culture ed è proprio l’elemento culturale a determinare le differenze di interazione e collaborazione a seconda che la domanda sia posta in inglese, in quanto lingua franca o in italiano, cioè la lingua ‘oggetto’ della sezione di Q&A. Le interazioni sono, infatti, allo stesso modo collaborative, basate su processi logici che, però, non sempre portano al successo dell’interazione, Nella maggior parte dei casi, tale successo dipende dalla lingua in cui è posta la domanda: dallo studio, infatti emerge un senso di intolleranza nei confronti degli utenti che pongono le domande in inglese in una comunità virtuale per l’apprendimento dell’italiano come L2 (Papapicco, Scardigno & Mininni, 2017).

 

 

Lo sviluppo sessuale durante l’adolescenza: un’analisi delle influenze genetiche e ambientali

L’adolescenza è un periodo particolarmente importante per lo sviluppo della sessualità, sia nella prospettiva di uno sviluppo sano e normativo sia nella prospettiva di comportamenti a rischio (es. O’Sullivan & Thompson, 2014).

 

I metodi di ricerca incentrati sulla genetica del comportamento, sono particolarmente indicati per l’analisi dei contributi ambientali e genetici sulle varie dimensioni dello sviluppo sessuale; tuttavia, i principali studi presenti in letteratura, si focalizzano più sui comportamenti a rischio e sulle conseguenze negative sulla salute psico-fisica che questi comportano che sulla sessualità ‘sana’ (es. Zietsch et al., 2010). Inoltre, diversi aspetti della sessualità adolescenziale possono avere diversa eziologia e vanno considerate nel loro specifico contesto (Clark et al., 2019).

La sessualità adolescenziale è molto più variegata rispetto alle comuni interazioni che prevedono una penetrazione pene-vagina eterosessuale: infatti, accanto alle condotte a rischio suscettibili di disapprovazione sociale (es. rapporti vaginali o anali), vi sono molti altri comportamenti che sono visti positivamente (tenersi la mano in pubblico, uscire insieme per un appuntamento romantico). Ecco perché la sessualità adolescenziale è da considerarsi come un continuum ‘normativo’ (Clark et al., 2019) inquadrato nel contesto storico e sociale. I comportamenti meno normativi sono associati a un livello inferiore di funzionalità psicologica e con conseguenze negative a lungo termine (come gravidanze indesiderate), mentre quelli più normativi promuovono una regolazione psicologica positiva e un minor numero di condotte a rischio; inoltre, è stato dimostrato che i comportamenti normativi sono molto più comuni rispetto a quelli non normativi (Carver et al., 2003; Kost, et al., 2010; Stone & Ingham, 2002).

Un comportamento sessuale, tuttavia, non può definirsi staticamente fissato in un punto del continuum, ma può variare a seconda delle abitudini del gruppo sociale di riferimento, dell’identità dei giovani e della tempistica (per esempio il sesso prematrimoniale può essere o meno tollerato a seconda dell’età dell’individuo e del fatto che faccia parte o meno di una minoranza; Tolman & McClelland, 2011).

Il presente studio si focalizza soprattutto sulle tempistiche dei comportamenti normativi e non, partendo dal presupposto che le esperienze sessuali non possono essere prese in considerazione se non alla luce del loro contesto di sviluppo (es. Campbell et al, 2013).

La genetica comportamentale, prendendo in analisi soggetti geneticamente simili (come gemelli omozigoti o fraterni) si pone l’obiettivo di misurare le differenze individuali stimando il peso dell’ambiente e della genetica nel determinare queste diversità (Clark et al., 2019); come precedentemente citato, la maggior parte delle ricerche viene condotta per individuare i comportamenti a rischio piuttosto che per verificare lo sviluppo normativo della sessualità (es. Harden, 2014; Zietch et al., 2010).

Il presente studio si è posto l’obiettivo di proporre, utilizzando i metodi della genetica comportamentale, una visione più olistica dello sviluppo della sessualità adolescenziale utilizzando sia misure psicometriche che biometriche (ovvero le influenze eziologiche alla base dello sviluppo di un comportamento; Clark et al., 2019).

Il campione era costituito da 3,762 gemelli, reclutati dal Minnesota Twin Family Study (MTFS), uno studio longitudinale non ancora concluso nel momento del reclutamento (Iacono et al., 1999), di età compresa tra gli 11 e i 17 anni. Tutti i partecipanti sono stati invitati a partecipare a follow-up ogni 3-5 anni. Le abitudini sessuali sono state misurate tramite un’intervista, la Life Event Interview for Adolescent, e la frequenza dei comportamenti è stata misurata per età e genere. Sono stati presi in considerazione gli appuntamenti romantici, le rotture, i rapporti sessuali, la paura delle gravidanze e le gravidanze effettive.

I risultati hanno mostrato che i comportamenti normativi (come gli appuntamenti romantici) sono significativamente influenzati sia dalla genetica del singolo sia dall’ambiente e sono maggiormente influenzati dall’ereditabilità rispetto a quelli meno normativi (come le gravidanze indesiderate). Inoltre, i comportamenti più a rischio, ovvero quelli meno normativi, hanno mostrato grandi influenze dell’ambiente condiviso, come l’ambiente familiare. Infine, questi risultati mostrano che l’ambiente è in grado di moderare le predisposizioni genetiche, il che mette in luce l’importanza di promuovere un ambiente sano e una buona informazione riguardo alla sessualità giovanile (Clark et al., 2019).

 

Spesso nel citare gli articoli viene messo “es.”, non so se le è stato detto di farlo visto che ha scritto tante altre flash senza mai metterlo

Sulle cause dei disturbi alimentari: la genetica

I disturbi alimentari sono molto frequenti all’interno della popolazione. Al di là dei noti fattori di rischio di natura ambientale, psicologica o socio-culturali, studi sui gemelli hanno evidenziato l’importanza di fattori di natura genetica.

 

I disturbi alimentari comprendono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (detto anche binge-eating disorder). Nonostante la loro frequenza sia significativa – il 5-7,5% della popolazione adulta ne soffre – e nonostante le conseguenze potenzialmente devastanti dal punto di vista fisico, psicologico e sociale, solo da circa 30 anni si è iniziato a studiare queste patologie dal punto di vista biologico.

Al di là dei noti fattori di rischio di natura ambientale, psicologica o socio-culturali, studi sui gemelli hanno evidenziato l’importanza di fattori di rischio di natura biologica, cioè genetica. Gli studi sui gemelli sono eseguiti analizzando la frequenza di una patologia in coppie di gemelli omozigoti non separati alla nascita vs. la frequenza in coppie omozigote separate. Queste ultime condividono il patrimonio genetico, ma non l’ambiente in cui crescono, al contrario delle coppie non separate, che condividono entrambi. In questo modo può essere stimato il peso della componente genetica e di quella ambientale nel predisporre a una patologia. In particolare, il 48-74% (a seconda degli studi) della predisposizione alla anoressia nervosa, il 55-62% della predisposizione alla bulimia e il 39-45% della predisposizione al disturbo da alimentazione incontrollata è imputabile a specifiche varianti di geni. Non si può, pertanto parlare di cause dei disturbi alimentari, ma solo di fattori di rischio ambientali che, quando trovano un terreno fertile nella genetica individuale, possono predisporre al loro sviluppo. E’ necessario che un soggetto sia portatore di varianti specifiche in moltissimi geni per avere una predisposizione significativa, in quanto ciascuna singola variante di gene contribuisce in minima parte nella predisposizione genetica complessiva. Questo rende molto difficoltosa l’identificazione dei geni predisponenti – è necessario studiare il patrimonio genetico di moltissimi soggetti affetti (nell’ordine delle decine di migliaia), confrontandoli con altrettanti soggetti non affetti.

Ad oggi, pertanto, non è assolutamente chiaro quali geni possano essere implicati nella predisposizione ai disturbi alimentari. La maggioranza delle ricerche di identificazione di geni predisponenti è stata condotta sull’anoressia nervosa. La stragrande maggioranza dei geni candidati, identificati in studi su un numero di soggetti non particolarmente grande, non è stata confermata in studi successivi, con un numero di soggetti maggiore. Un recentissimo studio sull’anoressia, condotto da un consorzio internazionale di centri di ricerca su un campione molto grande, di circa 15000 persone, ha individuato geni già precedentemente associati a patologie autoimmuni, come l’artrite reumatoide, il diabete di tipo 1, l’asma, la vitiligine, l’alopecia areata; o ancora geni associati ad alti livelli di colesterolo HDL. Protettivi, invece, risultano geni associati ad obesità, alta glicemia e alta insulinemia a digiuno (Duncan et al., 2017). Una seconda fase dello stesso studio, che arriverà a esaminare più di 60.000 soggetti, è attualmente in corso. Questi risultati, ancorché preliminari, suggeriscono che la predisposizione biologica nei confronti dell’anoressia nervosa possa essere collegata ad alterazioni nelle comunicazioni tra sistema nervoso e immunitario, influenzate da dati metabolici, dipingendo un quadro di certo suggestivo (Baker et al., 2017).

Ad oggi, è in corso il reclutamento di un adeguato, ampio campione di soggetti per indagare i geni le cui varianti possono predisporre alla bulimia nervosa e al disturbo di alimentazione incontrollata.

Storicamente, i pazienti stessi, o i genitori e i familiari dei pazienti con disturbo alimentare, sono stati stigmatizzati, mettendo in relazione diretta i loro comportamenti con lo sviluppo della patologia. I disturbi alimentari però sono patologie complesse, alla cui insorgenza contribuiscono una miriade di fattori genetici e ambientali diversi. Uno stesso comportamento, noto per essere un fattore di rischio per lo sviluppo di DA (ad esempio, i genitori ipercritici), con una diversa genetica potrebbe non avere alcun effetto sullo sviluppo di un DA. Nessuno può essere considerato responsabile dello sviluppo del disturbo, né il paziente, né i suoi cari.

 

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I 7 passi del perdono, di Daniele Lumera – Perché perdonare?

Perdonare è un passo spesso difficile da compiere, più grande è la percezione del torto che abbiamo subito, più forte sarà il risentimento, il rancore e la voglia di vendetta che proveremo.Ma se perdonare può essere difficile, la consapevolezza che il perdono è prima di tutto un regalo che facciamo a noi stessi ci può aiutare.

 

Cominciamo con il definire due concetti chiave: il perdono è il venir meno di un sentimento di risentimento verso una persona che riteniamo averci offeso, di conseguenza perdonare significa rinunciare a recriminare su un’offesa subita.

Per parlare del perdono e delle sue implicazioni ci rifacciamo ad un libro, I 7 passi del perdono, che ci illustra perché perdonare può avere su di noi molteplici effetti benefici.

La prima cosa di cui tenere presente è che perdonare è una libera scelta e, in quanto tale, è espressione di libertà. Della nostra libertà.

Perché il perdono ci fa paura

Il primo passo da compiere per poter perdonare è superare l’idea che nel perdono sia insito un segno di debolezza da parte di chi lo concede. Istintivamente tendiamo a rifiutare l’idea del perdono perché lo consideriamo come un’incapacità di reagire, un modo di accettare passivamente un sopruso. Al contrario, il perdono dovrebbe essere vissuto come un modo per migliorare la qualità della nostra vita liberandola da quel rancore che ci tiene legati a chi ci ha offeso imprigionandoci nella condizione di vittime. Situazione che ha effetti estremamente negativi, ci fa vivere con umori ed emozioni molto bassi che possono arrivare addirittura a indebolire il nostro sistema immunitario.

Perdono e salute

Secondo alcuni scienziati il ricordo ossessivo di quello che ci ha fatto male è causa di malattie cardiache e disturbi mentali. Odio e rabbia, come è noto, aumentano la pressione sanguigna e con essa i rischi di attacchi cardiaci.

Lo stress che deriva dalle emozioni negative agisce sul sistema immunitario, in particolare sulle citochine che sono sostanze simili alle proteine, prodotte in corso di stress o inibizioni. Il perdono riduce lo stress prodotto dal rancore e influenza il sistema immunitario mediante il rilascio di anticorpi.

Perdonare per sentirsi liberi

L’effetto più rilevante del perdono è che ci libera dalla dipendenza emozionale verso chi ci ha offeso.

Se pensiamo di essere noi i soli responsabili di ciò che sentiamo, allora smetteremo di concentrare la nostra attenzione sull’altra persona e in quell’istante le toglieremo il potere sulle nostre emozioni.

Scaricare la responsabilità della nostra vita sugli altri non ci dà la possibilità di vedere ciò che andrebbe migliorato in noi, se sono gli altri i responsabili di ciò che proviamo, che sentiamo e che facciamo, sarà difficile cambiare perché per farlo dovremmo cambiare gli altri.

Il conflitto fra due persone nasce quando si pretende che il proprio punto di vista sia l’unico corretto. Si può avere ragione senza la pretesa di avere ragione. Nella pretesa di avere ragione è contenuto il seme del conflitto, nel processo del perdono è necessario che l’individuo smetta di focalizzarsi sulla pretesa di avere ragione e sulla necessità di trovare un giusto e uno sbagliato.

Se ci hanno fatto un torto e ci arrabbiamo, ci stiamo danneggiando due volte, il perdono non va vissuto come una concessione che facciamo all’altro, ma come un’esigenza interiore di liberarsi dal peso di quell’odio e da quel risentimento.

Perdonare non significa non reagire o dimenticare, ma liberare il ricordo di quello che ci ha offeso dalla carica di rabbia e dolore che porta con sé. Con il perdono non vogliamo giustificare l’altro, ma cercare di comprendere le ragioni e le condizioni di disagio che l’hanno portato ad agire così.

Se il perdono è autentico, saremo determinati e le nostre azioni saranno guidate da chiarezza e comprensione, a muoverci non sarà il senso di ingiustizia, né tantomeno il desiderio di vendetta, perdoneremo e poi agiremo come riterremo opportuno. Perdonare, infatti, non significa necessariamente riconciliarsi, se questo avverrà sarà un semplice effetto collaterale di una nuova armonia interna che abbiamo raggiunto, in ogni caso la nostra serenità non dipenderà più da questo.

Il perdono produce una condizione di liberazione, leggerezza, gioia e felicità molto intense.

Il rancore

Quando percepiamo la sensazione di aver subito un’offesa o un’ingiustizia, crescono in noi emozioni di diversa intensità che possono protrarsi nel tempo fino a dar luogo a pensieri ossessivi.

Diamo una definizione degli stati d’animo che ostacolano il perdono:

  • Rabbia – è un istinto innato che porta a difendersi quando si è attaccati o ci si sente offesi. Si possono distinguere una rabbia primaria e una secondaria, utilizzata per rimuovere delle esperienze negative che sono sorte (es. in seguito ad uno spavento, mi arrabbio con chi mi ha fatto spaventare)
  • Odio – è un’emozione di estrema avversione che presenta impulsi aggressivi. Può essere legato a fatti razionali (es. verso qualcuno che ci ha offeso) o irrazionale (es. un pregiudizio)
  • Risentimento – è una rabbia sorda associata ad un senso di impotenza, meno duratura e profonda del rancore
  • Amarezza – senso di asprezza negativa associata al cinismo che deriva da una delusione o disillusione di un’aspettativa e crea sofferenza e dolore
  • Ostilità – un misto di rabbia, risentimento, disprezzo e disgusto di chi si aspetta un’aggressione o una frustrazione che arriverà dall’esterno (chi è già stato offeso e si aspetta di esserlo nuovamente)
  • Paura – può essere motivata (da un pericolo reale) e legata ad un istinto di sopravvivenza. Le paure innate derivano da forti stimoli fisici (es. un forte rumore), le paure apprese derivano da un’esperienza diretta. Esistono poi paure immotivate (es. che un elefante entri in casa)
  • Rancore – è la somma di più emozioni mescolate insieme: odio, paura, rabbia, colpa inespressa, umiliazione, vergogna. A differenza di rabbia e risentimento, è un’emozione che perdura nel tempo, “cova” nella mente della persona e si alimenta costantemente. L’origine di questa ruminazione può essere dovuta alla necessità che si avverte di riorganizzare il proprio vissuto per poterlo metabolizzare correttamente.

Conoscere, affrontare e fronteggiare queste emozioni è determinante nel processo verso un perdono autentico e la consapevolezza di essere artefici della propria vita. Nel perdono dobbiamo perdonare prima di tutto noi stessi per aver dimenticato il nostro potere, per averlo dato ad un’altra persona.

 

Il valore delle origini

Sembrerebbe che le caratteristiche di personalità del figlio e la sua intera vita siano segnate dai passaggi generazionali e che egli non possa sfuggire al suo destino, ma in realtà il figlio ha la possibilità di ribellarsi e trasgredire le regole che contraddistinguono i passaggi generazionali.

 

In molti romanzi dell’800 viene trattato il tema dell’abbandono e della riscoperta delle origini. Gli umili, i diseredati sono tali perché sono stati abbandonati in quanto figli di gente poverissima, che è costretta a lasciarli perché non se ne possono prendere cura, di persone malfamate, frutto di adulterio, figli di prostitute o bambini rapiti in tenera età.

Remì, il personaggio principale del romanzo Senza Famiglia di H. Malot da cui è stato tratto anche un fortunatissimo cartone animato, viene rapito in tenera età per ordine dello zio preoccupato dall’eredità della famiglia. Prima di ritrovare la madre passa attraverso varie vicende contraddistinte da sfortuna e non serenità: adottato, dopo essere stato abbandonato dai rapitori, dalla famiglia Barberin che cade in disgrazia ed è costretta a mandarlo via; affidato a Vitali, un ex celebre tenore che adesso è costretto a girare la Francia con uno spettacolo di strada, resta da solo per la morte per freddo dello stesso Vitali; rapito insieme all’amico Mattia dalla famiglia Driscoll quando si reca in Inghilterra alla ricerca della madre, avendo saputo che quest’ultima lo stava cercando. Solo con il ritrovamento della madre a Ginevra ritroverà la serenità e potrà diventare avvocato sposandosi con Elisa, conosciuta durante un suo breve affidamento alla famiglia Acquin dopo la morte di Vitali.

Il legame materno è fonte di sicurezza e serenità e, quindi, di un debito positivo che comporta altrettanta fiducia e serenità in Remì.

La bella Esmeralda, in Notre Dame de Paris di V. Hugo, in prigione ritrova la madre che è un’ex prostituta a cui gli zingari avevano sottratto la figlia. Il valore del legame materno viene messo in risalto dal tentativo della mamma di salvare la figlia destinata all’impiccagione e di morire per questo suo gesto.

Tutte le teorie, dalla psicanalisi alle teorie sull’attaccamento, sono concordi nel ritenere che il modo in cui la mamma instaura sin dai primi giorni la relazione con il suo bambino, determinerà il modo in cui quest’ultimo, negli anni a venire, si relazionerà con i coetanei e con la società tutta.

Kohut sostiene che:

nel momento in cui la madre vede il bambino per la prima volta ed entra in contatto con lui, ha inizio la potenzialità di un processo attraverso il quale si stabilisce il Sé di una persona (H. Kohut, 1978).

Winnicott afferma che, all’inizio della vita, ognuno esiste solo in quanto parte di una relazione e, le sue possibilità di vivere e svilupparsi, dipendono totalmente dal soddisfacimento del bisogno primario di attaccamento e appartenenza ad un Altro (madre/caregiver) che si prenda cura di lui e gli dia qual senso di sicurezza e intimità che sono basilari per la crescita (D. Winnicott, 1974). Sarà proprio in rapporto alla qualità affettiva di tale relazione primaria, da quanto la figura di attaccamento sarà disponibile, protettiva, affidabile, costante e capace di un contatto caldo e rassicurante, che dipenderà lo sviluppo sano del suo vero Sé. Da questo presupposto nasce la good enough mother, quella madre che sa regredire, diventare piccola come il suo bambino, per sintonizzarsi meglio su di lui, sul suo mondo interno e sui suoi bisogni.

Bowlby, al fine dello sviluppo del sé, individua tre stili di attaccamento: sicuro, evitante e ansioso. Egli sostiene che un attaccamento adeguato possa ridurre il verificarsi di situazioni patologiche future come la depressione e gli stati d’ansia. Le persone che sviluppano tali patologie hanno vissuto esperienze di disperazione, di angoscia e di distacco durante l’infanzia. Bowlby, inoltre, introduce il concetto di cicli di privazione e di resilienza per descrivere le persone che hanno vissuto esperienze angosciose e di privazione durante l’infanzia. In base alle sue ricerche notò che i soggetti che durante l’infanzia avevano vissuto esperienze di deprivazione e di abbandono tendevano, una volta adulti, a ripetere gli stessi tipi di comportamento, anche se il vissuto poteva essere attutito dalla presenza di un fratello e/o di un ambiente particolarmente favorevole che riuscivano a rispondere alle esigenze del bambino non soddisfatte dal caregiver.

Nel caso di Esmeralda, la comunità zingara è riuscita a sostituire la figura materna, tant’è che è perfettamente integrata e adotta comportamenti tipici della stessa comunità.

Stern mette in risalto che la relazione madre-bambino non è direzionale ma bidirezionale e il bambino nell’ambito di questo rapporto assume una parte attiva portando all’interno della stessa relazione elementi legati all’ambiente di vita: il sé e l’altro.

Bion, parlando della madre sufficientemente buona di Winnicott, sostiene che essa permette al bambino di esprimere le sue angosce, le tollera e le contiene senza angosciarsi a sua volta: in questo modo ella restituisce al figlio le emozioni di lui, filtrate dal contenimento e bonificate.

In sostanza la good enough mother riesce a trasmettere al figlio la fiducia e la speranza insita nella capacità di donare sapendo di poter essere ricambiati. Molte volte i genitori chiedono quali sono i comportamenti da adottare per essere buoni padri o madri, potremmo semplicemente rispondere di dare fiducia e speranza ai propri figli nei legami. L’importante non è non commettere errori, ma riuscire, come sostenuto da Bettelheim, a imparare dai propri sbagli, riflettere e riparare ben sapendo che il lavoro genitoriale è soggetto a molteplici frustrazioni. Per Winnicott l’errore è un elemento importante della genitorialità poiché è proprio dall’errore che bisogna ripartire quando si incontrano ostacoli e, per questo, diviene risorsa e forma di apprendimento che serve per ri-programmare altre scelte.

A volte però l’errore non viene riconosciuto tant’è che è stato introdotto il concetto di madre castrante, divorante, simbiotica, per dimostrare che i maschi adulti che hanno avuto cattivi rapporti con la propria madre tendono ad avere un rapporto non soddisfacente con le donne. Le madri castranti sono iperprotettive, inibenti, ansiogene, preoccupate, simbiotiche. Esse vedono il figlio come un eterno bambino anche se è già adulto, spesso si riferiscono a lui con vezzeggiativi tipici di una relazione infantile. Sono in genere madri che hanno bisogno che il figlio segua la loro visione del mondo e delle cose: hanno già in mente tutto il loro futuro dispiegato in un attimo, sono costantemente in ansia anche se il figlio sta semplicemente facendo il suo mestiere di figlio, ovvero esprimere la sua turbolenza infantile, fare dispetti, disubbidire. Le sfumature possono andare dalla freddezza della madre-soldato, alla fusionalità della madre simbiotica, ma in ogni caso abbiamo a che fare con relazioni malate e castranti. La madre simbiotica, in particolare, ha bisogno del contatto fisico con il figlio, le piace stropicciarlo, baciarlo, averlo per sé: ma un contatto così esasperato non è mai un reale istinto di donazione, è un modo per fagocitare, prendere, succhiare l’anima del figlio per farla tutta sua.

L’incapacità a donare porta i figli ad instaurare relazioni non incentrate sull’amore ma solo sul soddisfacimento delle proprie esigenze narcisistiche. G. Cortesi sostiene che:

se alle spalle – magari non ricordato, magari rimosso o negato, magari coperto dal mito di una madre idealizzata – c’è un accudimento materno o troppo divorante o troppo rifiutante e castrante (la carenza materna è sempre comunque espressione di una coppia genitoriale carente), quel maschio non riuscirà da adulto ad affidarsi al femminile, non saprà e – soprattutto – non potrà vivere la dolcissima avventura di tuffarsi nel magico e trasformante potere della femmina, affidandosi al suo abbraccio e penetrandone il mistero.

Le esigenze narcisistiche tendono al possesso dell’altro in contrapposizione al mancato possesso dell’amore materno e in quanto tali ad una relazione di coppia patologica.

Anche le esperienze di abbandono infantile comportano lo sviluppo di esigenze narcisistiche che comportano a loro volta relazioni tese al non riconoscimento delle esigenze dell’altro. Il bambino piccolo piange e si dispera non appena la madre si allontana sperimentando l’angoscia da separazione. La perdita della persona che ci accudisce rappresenta un lutto e viene vissuta come una grave minaccia alla propria esistenza, un’amputazione di una parte di sé. Spesso si accompagna alla percezione di non poter sopravvivere senza l’altro, e ad una visione catastrofica della vita e del mondo. Le esperienze di perdita e di abbandono nell’adulto possono rievocare antiche ferite, facendo riaffiorare costellazioni di angosce primitive, mai metabolizzate, confermando le aspettative di tradimento, inaffidabilità da parte dell’altro e un’immagine di sé come vulnerabile, destinato ad essere ferito, rifiutato nei rapporti. La separazione diventa non solo perdita dell’altro ma anche perdita di sé, come persona degna di amore. Il mondo diventa improvvisamente un deserto privo di senso, dove niente è stabile e ogni rapporto intimo porta con sé il fantasma dell’abbandono e del dolore insostenibile che comporta.

Frollo, l’arcidiacono della cattedrale in Notre Dame de Paris, viene destinato dalla sua famiglia di origine alla vita ecclesiastica e rinchiuso fin da piccolo nel collegio de Torchi nell’Université dove si mostra appassionato allo studio. Nella sua vita si occupa, con scarsi risultati, in maniera intensa e affettivamente significativa di tre persone: suo fratello Jean, dopo la morte per pestilenza dei genitori, il trovatello e storpio Quasimodo, la zingara Esmeralda. In tutti e tre i casi non riesce a stabilire rapporti affettivamente significativi poiché in apparenza viene tradito. Suo fratello Jean, a cui si era intensamente dedicato, scappa con gli odiati zingari. Quasimodo, che lui aveva accolto quando era stato abbandonato da tutti gli altri, non lo aiuta a conquistare l’amore di Esmeralda e lo uccide dopo la morte di quest’ultima buttandolo giù da una delle torri della cattedrale. Esmeralda lo rifiuta più volte preferendogli il capitano Phoebus, che lui pugnala alle spalle. Gli apparenti tradimenti sono la conseguenza del mancato riconoscimento dell’altro come persona in grado di esprimere le sue emozioni e sentimenti. In effetti l’arcidiacono li tratta come oggetti dei propri desideri così come lui stesso era stato oggetto dei desideri dei genitori. Non stabilisce con loro rapporti basati sull’amore ma, semplicemente, sull’obbedienza e la fedeltà assoluta. Nel momento in cui essi seguono la loro strada diventano oggetti d’odio: Jean si unisce agli zingari, Quasimodo si innamora di Esmeralda, Esmeralda si innamora di Phoenus. Emblematico è il piacere che Frollo prova nell’assistere all’esecuzione di Esmeralda di cui doveva essere innamorato.

Una trasmissione generazionale castrante, così come la madre castrante, ovvero il tentativo dei genitori di pianificare il futuro del figlio senza tenere conto delle sue esigenze, comportano una ferita narcisistica per cui il legame con l’altro diventa possesso per paura di essere abbandonati.

Frollo presenta tutte le caratteristiche presenti nel disturbo narcisistico di personalità. Le persone affette da tale disturbo tendono alla superiorità, necessitano di ammirazione, mancano di sensibilità verso gli altri e hanno un’alta considerazione di sé; abitualmente esagerano le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi. Credono di essere speciali, superiori, di dover essere soddisfatti in ogni loro richiesta e di avere diritto ad un trattamento speciale. Si aspettano che anche gli altri riconoscano il loro status di persone speciali e, nel caso in cui questo accada, li idealizzano. Viceversa se gli altri mettono in discussione le loro qualità reagiscono con rabbia, risultando incapaci di mettersi in discussione ed accettare le critiche. Spesso si accompagnano con persone che possono facilmente sottomettere e che li possono ammirare. Quando sono loro ad attaccarsi agli altri, ad innamorarsi degli altri, soffrono di ansia da abbandono e nel caso di un rifiuto reagiscono con rabbia, rancore e atteggiamenti depressivi. Essendo molto attenti al controllo, i legami di coppia sono spesso caratterizzati da gelosia di tipo ossessivo.

Sembrerebbe che le caratteristiche di personalità del figlio, così come la sua intera vita, siano segnate dai passaggi generazionali e che in qualche modo egli non possa sfuggire al suo destino. In realtà non è proprio così, avendo il figlio la possibilità di ribellarsi e trasgredire le regole che contraddistinguono i passaggi generazionali se questi non vanno nella direzione del raggiungimento dei propri obiettivi o del soddisfacimento delle proprie esigenze. Marius, nei Miserabili di V. Hugo, accetta di essere diseredato dal nonno materno per rivalutare il padre. Vissuto per 18 anni con il nonno materno nella convinzione che il padre lo avesse abbandonato, saputo che era gravemente malato lo va a trovare, trovandolo però già morto. Nella casa del padre trova il lascito testamentario nella raccomandazione di aiutare Thènardier, che gli aveva salvato la vita nella battaglia di Waterloo. Inoltre, dal guardiano della chiesa scopre che il padre andava a vederlo di nascosto ogni settimana in chiesa per non trasgredire il patto che aveva stipulato con il nonno. Il patto prevedeva che in cambio della rinuncia al figlio, tutto il lascito ereditario materno sarebbe andato a Marius. Tornato a casa, Marius rinuncia all’eredità del nonno litigando con lui e va via. Il nonno, nel tentativo di riconciliarsi con il nipote, tramite una zia gli manda dei soldi che puntualmente Marius rispedisce indietro.

L’accettazione e la non accettazione dell’eredità costituiscono l’asse su cui si gioca il conformarsi o trasgredire i percorsi delle famiglie di origine. Il cambiamento, l’evoluzione delle dinamiche generazionali passano attraverso il trasgredire.

Il termine trasgredire spesso ha avuto una valenza negativa in quanto nel suo significato originale vuol dire mettere in discussione le norme sociali e il non rispetto delle regole. Opposto al trasgredire è il conformarsi ovvero la totale accettazione delle norme e delle regole sociali. E’ chiaro che nel trasgredire vi è una forte spinta al cambiamento, al superamento dei limiti, a fare nuove esperienze uscendo da ciò che è considerato usuale e rassicurante. Se Prometeo non si fosse ribellato, non avesse trasgredito le regole di Zeus, gli uomini non avrebbero avuto in dono la memoria, l’intelligenza e, successivamente, il fuoco. La trasgressione, quindi, non solo ha una forte valenza positiva essendo volta al cambiamento, ma anche evolutiva.

Winnicott sostiene che i comportamenti trasgressivi sono la base per i processi di differenziazione del bambino dalla madre e per la costruzione del proprio sé. Molti studi e ricerche hanno messo in risalto i comportamenti trasgressivi durante l’adolescenza. La trasgressione consente all’adolescente di differenziarsi, di esprimere la propria unicità. Trasgredire significa non seguire le regole della massa; così facendo si distanzia e si rende autonomo. L’adolescente ha la necessità di provare a ‘sbattere le porte’ di quelle regole familiari che gli consentono di dare una misura ai suoi limiti e di poter valutare come e quando valicarli. Per far ciò ha bisogno d’interiorizzare le norme e le regole familiari. E’ proprio questo processo d’interiorizzazione che differenzia la trasgressione fisiologica da quella patologica. Se da un lato, infatti, vi è la trasgressione fisiologica che serve ad intraprendere il processo che porta all’acquisizione della propria identità e a mantenere l’ordine sociale, dall’altro, vi è la trasgressione patologica nella quale non sono avvenuti i processi di interiorizzazione dei modelli e delle norme. E’ dunque rimasta una struttura narcisistica e infantile di personalità.

Marius fa una scelta precisa tra due modelli, quello del padre, che ha sacrificato i suoi legami affettivi al fine di garantire l’eredità del nonno al figlio, e quello autoritario ed impositivo del nonno. Sceglie il modello paterno che è stato in grado di donare solo nella speranza e nella fiducia di poter essere ricambiato. Tale era la fiducia di poter essere ricambiato che gli lascia delle precise volontà testamentarie. Il nonno, al contrario, dona solo nella misura in cui l’altro accetta una totale obbedienza ai suoi dettami. In sostanza il nonno non nutre fiducia e speranza nel dono.

Il lascito del valore del dono contraddistingue le successive scelte di Marius. Riesce a farsi approvare il matrimonio con Cosette dal nonno dopo aver cercato di offrire la propria vita, andando a combattere sulle barricate, per il suo amore che vedeva vacillare; viene salvato dal padre adottivo di Cosette che era colui che si opponeva al matrimonio della figlia; riporta Cosette sul letto di morte del padre adottivo da cui l’aveva volontariamente allontanata.

Il tema della trasgressione per potersi svincolare dalla famiglia di origine rientra anche nell’Eugenia Grandet di Honoré de Balzac. Eugenia trasgredisce i dettami del padre, un signore avaro il cui unico scopo della vita è accumulare nuova ricchezza, regalando il suo oro al cugino Charles di cui si era perdutamente invaghita e a cui aveva giurato amore eterno. Per questo suo gesto viene punita dal padre, ma ella non desiste dal continuare a donare pur mantenendo integro ed anzi aumentando il patrimonio paterno dopo la morte di quest’ultimo. Mantiene fiducia e speranza nel valore del dono, al contrario del padre che fa morire la moglie per dispiacere e perdona la figlia solo quando si rende conto che con la morte della madre erediterà metà del patrimonio. Balzac nella parte finale del romanzo di Eugenia scrive:

Oggi la mano di lei molce segrete afflizioni di ogni casa, ed ella s’avvia verso l’alto per una strada di benefici. La grandezza dell’anima copre i difetti dell’educazione e delle prime abitudini in questa donna che vive nel mondo e ad esso non appartiene, che era nata per divenire sposa e madre esemplare e non ha marito, né figlioli, né famiglia.

La mancata costruzione di una propria famiglia è il dono che deve concedere ad una vita di donazioni. Il trasgredire comporta qualche sacrificio, ma sicuramente cambia la storia generazionale delle famiglie.

Al contrario, sempre Balzac in Papà Goriot, denuncia gli effetti negativi della trasgressione in rapporto al contesto sociale. Le figlie di Goriot, Anastasie e Delphine, perfettamente inserite all’interno della emergente società borghese vanno a trovare il padre solo per chiedergli soldi in modo da soddisfare le loro esigenze. L’amore del padre per le figlie viene descritto in maniera patologica poiché egli non riesce a dire di no alle figlie ed anzi dilapida tutti i suoi risparmi, riducendosi a fare una vita di stenti, pur di soddisfarle. Il contesto è la matrice dei significati e, quindi, la trasgressione delle figlie di Goriot trova riscontro nei nuovi valori della società borghese in cui il possedere definisce l’essere. Gli affetti, in quanto valori dell’essere, sono meno importanti dei soldi come sinonimo di possesso. E. Fromm (1976) definisce questa tendenza come distonia dell’avere in cui il comportamento è orientato a raggiungere immediatamente gli obiettivi e coinvolgersi con persone che possono appagare velocemente i propri desideri. A tal proposito scrive:

Un Avere deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un Essere ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti.

La società borghese essendo essenzialmente consumistica deve essere per forza di cose rivolta al possesso e, quindi, tende ad esaltare l’avere. Goriot, pur godendo della nostra solidarietà in particolare per la solitudine in cui viene lasciato al suo funerale al quale le figlie non partecipano, comunque, non è una vittima ma contribuisce con i suoi comportamenti ad approvare il comportamento delle figlie. Contribuisce in maniera determinante alla rottura che le figlie fanno con la loro storia generazionale.

La distonia dell’avere è emblematicamente descritta da Zola nel personaggio di Nanà. Figlia di due operai che erano riusciti ad aprire una lavanderia e condurre una vita da benestanti per poi cadere in rovina, diventa un’attrice di teatro di successo. Per il suo desiderio di avere e di possedere lascia la carriera di attrice per dedicarsi a dilapidare il patrimonio dei suoi amanti. Nanà continua l’opera dei genitori utilizzando chiaramente altri mezzi. Il possedere, l’avere, producono anche in Nanà, come nelle figlie di Goriot, un distacco profondo dai sentimenti, un’incapacità ad amare rivolta anche a suo figlio Luigino. L’ascesa sociale da una situazione di povertà è un tema tipico del romanzo ottocentesco. Sempre in Papà Goriot  è presente la figura di Eugene de Rastignac un giovane studente universitario che lascia gli studi per inserirsi all’interno della bella società parigina. Eugene resta accanto a Goriot fino al suo funerale ed alla fine, dal cimitero, guardando i quartieri bene di Parigi lancia la sua sfida con la frase ‘E ora a noi due’.

 

Vitamina D e sintomi psicotici: la carenza di vitamina D rappresenta un fattore di rischio?

Un protocollo di ricerca pubblicato su Trials nel 2020, si è proposto di indagare l’effetto della somministrazione di Vitamina D nei soggetti con disturbi psicotici.

 

La vitamina D è un gruppo di pro-ormoni liposolubili, la cui principale fonte per l’organismo deriva dall’esposizione alle radiazioni solari e, in misura minore, dal cibo, in particolare dall’olio di pesce e dal tuorlo d’uovo.

La vitamina D è importante per il nostro organismo, principalmente regola la salute delle ossa ed è essenziale per la regolazione del calcio nel corpo; inoltre, esperimenti condotti sugli animali, hanno dimostrato come abbia anche effetti neuroprotettivi, proteggendo i neuroni dai danni infiammatori (McCann & Ames, 2008); d’altra parte, una carenza di vitamina D nei roditori porta a deficit come livelli alterati di neurotrasmettitori tipici della schizofrenia (Eyles et al., 2013).

Uno studio condotto su pazienti affetti da Parkinson ha dimostrato che, rispetto a coloro che assumevano il placebo, coloro che prendevano la vitamina D avevano una progressione degenerativa più lenta nei 12 mesi successivi alla somministrazione (Suzuki et al., 2013).

È noto in letteratura che le persone con disturbi mentali severi, come la schizofrenia e il disturbo schizoaffettivo, soffrono più spesso rispetto alla popolazione generale di disturbi cardiometabolici, obesità, diabete e ipertensione; è interessante notare che bassi livelli di vitamina D si associano a problemi cardiometabolici sia in persone con disturbo psicotico che nella popolazione generale (Eyles et al., 2013).

Nonostante la ricerca suggerisca che la vitamina D sia collegata alle funzioni cerebrali e alla schizofrenia, si denota una carenza di trial sperimentali che vanno a confermare quest’ipotesi. Attualmente, gli studi sugli effetti dati dalla carenza di questa vitamina, si sono concentrati principalmente sui sintomi fisici e non su quelli neurologici e cerebrali (Tiangga et al., 2008).

Un protocollo di ricerca pubblicato su Trials nel 2020, si è proposto di indagare l’effetto della somministrazione di Vitamina D nei soggetti con un disturbo psicotico (diagnosticato con ICD-10); il razionale di questa domanda di ricerca, oltre che dai risultati sopra riportati, trova le sue fondamenta anche nei dati statistici che denotano una maggior incidenza dei disturbi psicotici in coloro che sono nati in inverno e in alta latitudine, condizioni caratterizzate dalla scarsa presenza di radiazioni solari, e quindi da minori livelli di vitamina D (Gaughran et al., 2020).

Per rispondere a questa domanda di ricerca, è stato progettato un protocollo a doppio cieco parallelo con gruppo di controllo e gruppo placebo.

Il campione sarà composto da 240 pazienti, randomizzati 1:1 in uno dei due gruppi sopra citati, la sperimentazione durerà 6 mesi, al gruppo sperimentale sarà somministrata una dose di 120,000 IU al mese di vitamina D (colacalciferolo), mentre al gruppo di controllo verrà somministrato un placebo.

I sintomi psicotici verranno valutati con la scala Positive and Negative Syndrome Scale (PANSS), somministrata all’inizio della sperimentazione, a 3 e 6 mesi di follow-up.

Lo studio approvato dal comitato etico, inizierà nel 2020, la data precisa non è ancora stata esplicitata, tuttavia i ricercatori si aspettano che il gruppo sperimentale, riporterà un minor punteggio nella scala PANSS, quindi che i soggetti esposti alla condizione sperimentale, mostreranno meno sintomi positivi e negativi tipici dei disturbi psicotici, confermando in tal caso che, la somministrazione di vitamina D porti ad una riduzione sintomatologica psicotica (Gaughran et al., 2020).

 

Web In(dipendente): il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Cosa ci dicono i risultati

Lo studio ha indagato l’utilizzo di nuove tecnologie da parte degli adolescenti con riferimento al benessere, alla pratica di attività sportive/ludico ricreative e al sonno, concentrandosi su possibili relazioni significative tra i parametri considerati. Trascorrere del tempo in attività sportive o ludico/ricreative non online e stabilire delle buone regole rispetto al sonno potrebbe favorire il benessere dei giovani.

 

Il presente contributo è l’ultimo di una serie di articoli che hanno illustrato al pubblico un recente studio esplorativo nato all’interno del progetto Web (In)dipendente, realizzato per promuovere un uso responsabile del web da parte dei minori. Nel primo contributo gli autori hanno fornito una panoramica dei dati presenti in letteratura su tempo trascorso online, sonno e attività fisica tra i giovani. Nel secondo contributo si è entrati nel vivo dello studio esplorativo e ne sono stati illustrati metodi e strumenti. Nel presente articolo, terzo e ultimo della serie, verranno mostrati e discussi i risultati ottenuti.

 

Risultati

Tempo trascorso online

Il 96% degli intervistati ha dichiarato di connettersi almeno una volta al giorno e il 42% dichiara di aver iniziato ad utilizzare internet prima degli 11 anni. La maggior parte dei ragazzi (63.3%) trascorre almeno 3-4 ore al giorno in attività online e tra questi il 14.1% dichiara di essere sempre connesso. Il momento della giornata in cui i partecipanti sono maggiormente connessi è il pomeriggio (73.1%), seguito dalla sera (61%); un quarto dei ragazzi riferisce di essere online al mattino, mentre il 15.1% rimane connesso anche durante le ore notturne. Il 19% dei ragazzi va spesso a dormire tardi la notte per giocare a un videogioco, controllare messaggi o stare sui social network e, per le stesse ragioni, un ragazzo su cinque circa (19.8%) riferisce di essersi svegliato durante la notte. Il 30.9% afferma di essere abbastanza o molto distratto da altre attività, quali fare i compiti o uscire con gli amici, perché impegnato nell’utilizzo delle applicazioni e dei social; tre ragazzi su quattro (74.3%) interrompono una conversazione per rispondere al telefono, il 59.6% ammette di non ascoltare qualcuno che sta parlando perché sta chattando, navigando o giocando online; e ancora l’essere impegnato in queste attività induce il 71% delle persone ad andare a dormire più tardi rispetto a quanto ci si era prefissati. Alla maggior parte (69.7%) degli intervistati è capitato di avere discussioni in famiglia dovute al tempo trascorso online e tali discussioni sono significativamente superiori tra i ragazzi che si connettono di più.

Soltanto in un terzo (33.9%) delle famiglie dei ragazzi sono state stabilite delle regole per l’uso delle nuove tecnologie; quando presenti le regole sono rispettate dalla maggior parte dei soggetti (69.2%).

Benessere e utilizzo delle nuove tecnologie

Il punteggio del benessere psicologico medio sulla scala dell’OMS-5 è 13.2 (SD = 5.8); la percentuale di ragazzi che avrebbero necessità di indagare l’eventuale presenza di depressione è pari al 46% se si utilizza il criterio di punteggio OMS-5 <13. Come evidenziato nella tabella 1, le femmine hanno punteggi significativamente più bassi e non superano la soglia di 13 indicativa di benessere psicologico; inoltre, i ragazzi che vivono in città di dimensioni più piccole evidenziano un benessere psicologico significativamente più elevato e soltanto i partecipanti residenti in città di grandi dimensioni presentano punteggi al disotto del cut-off di 13.

Adolescenti e tecnologia: i risvolti della vita online sul benessere tab 1

Tab. 1 –  OMS- 5 Statistiche descrittive della scala: medie e deviazioni standard

Le correlazioni riportate in tabella 2 indicano che il tempo trascorso online correla positivamente sia con l’andare a dormire tardi sia con lo svegliarsi la notte per giocare a un videogioco, controllare messaggi o stare sui social network. L’OMS-5 correla significativamente con tutte le variabili considerate, in particolare la relazione è positiva con il praticare attività sportive, di volontariato o attività ludico/ricreative, mentre è negativa sia con il tempo trascorso online sia con l’andare a dormire e con lo svegliarsi la notte per giocare ad un videogioco, controllare messaggi o stare sui social network.

Adolescenti e tecnologia i risvolti della vita online sul benessere Tabella 2Tab.2 – Correlazioni tra le scale

 

Discussione

Tempo trascorso online e benessere

Nel campione del nostro studio è il 96% dei ragazzi a connettersi tutti i giorni, dato ben superiore al 72% della ricerca condotta nel 2018 dalla SIP (SIP – Società Italiana di Pediatria, 2019) e non emergono differenze significative tra maschi e femmine nel tempo trascorso online.

Il punteggio medio ottenuto alla valutazione del benessere con la OMS-5 è di 13.2 con il 46% del campione che, secondo le indicazioni dell’OMS dovrebbero fare un test specifico per indagare la presenza di uno stato depressivo.

Il dato evidenzia una significativa differenza di genere con le femmine che hanno un punteggio medio complessivo (11,92) sotto la soglia per la valutazione dello stato depressivo.

Le variabili che sono risultate significativamente connesse al livello di benessere con una relazione positiva sono il praticare attività sportive, ludico ricreative o volontariato, mentre il tempo trascorso online e l’andare a dormire tardi o svegliarsi la notte per giocare, controllare messaggi o stare sui social network correlano in modo negativo.

Un ulteriore dato emerso è la relazione significativa tra contesto abitativo e benessere tra piccola, media e grande città; più è grande il centro abitato minore è il punteggio sulla scala OMS-5.

Il sonno

Nel nostro campione il 61% dei ragazzi si connette la sera e il 15% dichiara di rimanere connesso anche durante le ore notturne. Il 19% dichiara di andare a dormire tardi la notte per giocare a un videogioco, controllare messaggi o stare sui social network e per le stesse ragioni il 19,8% riferisce di essersi svegliato la notte. Significativa la relazione tra chi va a letto tardi e chi si sveglia la notte.

Significativo, inoltre, il dato che evidenzia come il 71% dei ragazzi dichiara di andare a dormire più tardi rispetto a quanto prefissato se impegnati in attività online.

L’attività fisico/ricreativa

Nel nostro campione il 58,9% dei ragazzi è impegnato almeno 2 o 3 volte la settimana in attività sportive, di volontariato o ludico/ricreative non online. Solo il 25,5 % non pratica nessuna di queste attività. Il tempo trascorso online è risultato correlare negativamente con il tempo dedicato alle attività offline, mentre, rispetto alla relazione con il benessere, è emersa una relazione negativa tra il praticare attività non online e il punteggio sulla scala OMS-5. I ragazzi che non praticano alcuna attività offline hanno ottenuto un punteggio medio 11,7.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo indagato l’utilizzo di nuove tecnologie da parte dei giovani con riferimento al benessere, alla pratica di attività sportive/ludico ricreative, al sonno e abbiamo indagato se vi possano essere relazioni significative tra i parametri considerati.

I risultati mostrano come i ragazzi che praticano attività sportive ludico/ricreative dedichino meno tempo alle attività online e abbiano un punteggio di benessere percepito significativamente più alto. Rispetto al sonno, i ragazzi che vanno a dormire tardi sono anche quelli che si svegliano la notte per giocare a un videogioco, controllare messaggi o stare sui social network e sono quelli che stanno significativamente peggio rispetto al campione.

A prescindere dai due fattori analizzati, il fatto che il 46% del campione sia oltre la soglia di attenzione per la depressione rispetto al punteggio ottenuto al test dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ci sembra essere un dato estremamente significativo e da tenere in considerazione. Ancora più significativo il fatto che, mentre la media del campione maschile si colloca al di sopra di tale livello, la media del campione femminile è significativamente oltre il valore di cut-off.

Garantire del tempo in attività sportive o ludico/ricreative non online e stabilire delle buone regole rispetto al sonno ci sembra possa essere un valido consiglio per tutti i genitori in pieno accordo con le regole proposte dall’American Pediatrics Association che raccomanda alle famiglie di monitorare attentamente la presenza di almeno 1 ora al giorno di attività fisica e un sonno adeguato (8-12 ore a seconda dell’età) e sconsiglia l’utilizzo di dispositivi o schermi un’ora prima di coricarsi (AAP Council on Communications and Media, 2016).

Limitazioni

Il presente studio presenta alcuni limiti: la sua natura cross-sectional non permette di stabilire nessi causali tra le diverse variabili. Uno studio longitudinale consentirebbe infatti di rilevare eventuali modifiche negli atteggiamenti e nei comportamenti anche a seguito di eventuali percorsi formativi che mirino a promuovere buone pratiche sia rispetto all’uso delle nuove tecnologie che rispetto alle attività sportivo/ricreative e al sonno. Sarebbe inoltre auspicabile ampliare la ricerca e la numerosità del campione per verificare come contesti culturali differenti possano concorrere a determinare le abitudini legate all’uso delle nuove tecnologie.

 

Leggi gli altri articoli sull’argomento:

  1. Web (In)dipendente: il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Uno sguardo ai dati su tempo trascorso online, sonno e attività fisica – Pubblicato su State of Mind il 12 Febbraio 2020
  2. Web In(dipendente): il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Il progetto – Pubblicato su State of Mind il 19 Febbraio 2020
  3. Web In(dipendente): il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Cosa ci dicono i risultati – Pubblicato su State of Mind il 25 Febbraio 2020

Ipnosi in pillole (2018) di Marco Mozzoni – Recensione del libro

Ipnosi in pillole, il recente lavoro di Marco Mozzoni, psicologo psicoterapeuta specialista in ipnosi clinica, docente universitario e consulente scientifico del MIUR, può essere considerato il punto di convergenza delle traiettorie cliniche, educative, esperienziali e di ricerca appassionatamente percorse, nel corso degli anni, dall’autore.

 

Un testo dall’obiettivo ambizioso: quello di porgere al lettore (che desideri accrescere il proprio benessere o fronteggiare i più diffusi disturbi psicologici), uno strumento fruibile e chiaro, che connetta sapere scientifico ed esperienza clinica, e che sappia offrire a chiunque voglia accostarsi all’ipnosi la possibilità di sperimentarla in prima persona.

Obiettivo che l’autore si prefigge di raggiungere coniugando in modo innovativo teoria e pratica e proponendo una sorta di viaggio esperienziale ‘in’ ipnosi, al netto delle spettacolarizzazioni commerciali, che parallelamente si traduce in un viaggio nell’essere umano. Perché, sottolinea Mozzoni, ‘l’ipnosi si fa prima a farla che a spiegarla’.

Tuttavia, prima di lasciar addentrare il lettore-apprendista di ipnosi ‘nell’officina’, l’autore dedica uno spazio alla conoscenza dei cosiddetti ‘attrezzi del mestiere’: e così il nostro corpo, i suoi organi, la mente conscia e inconscia, le funzioni e i disturbi psicologici trovano uno spazio chiaro e definito, nel quale poter essere attentamente osservati e conosciuti, quantomeno nei loro meccanismi essenziali.

Approcciate le nozioni basilari che ogni buon apprendista necessita di padroneggiare, inizia il viaggio.

Come un tuffo, Mozzoni conduce il lettore direttamente nell’esperienza – e nella maggior conoscenza – di sé: pagina dopo pagina, si entra in contatto con contesti e correlati fisiologici e psicologici di ansia, depressione, disturbi psicosomatici, fobie, trauma, dolore acuto e cronico, dipendenze, comportamento alimentare, mantenimento della salute, sistema immunitario, creatività.

La sensazione sperimentata nella lettura di questa parte del testo è che, per ogni argomento trattato, l’autore eliciti anche lo spirito di osservazione e la perspective taking facendo accomodare, via via, il lettore in diverse angolazioni prospettiche, che consentono di esperire diversi possibili punti di vista.

Dalle differenti prospettive assunte, ciascun tema trova una propria definizione o ridefinizione di significato, un correlato scientifico, una potenziale funzione adattiva.

Contemporaneamente, l’autore guida gli apprendisti, a questo punto naturalmente posti nella prospettiva di ‘osservazione di sé’, verso la sperimentazione di strategie mirate a rendere ciascuno agente principale della propria ‘cura’ e del potenziamento del proprio benessere.

Il tutto, in una cornice stilistica accogliente, elegante e discreta, proprio come chi voglia accompagnare con cura un ospite in un viaggio molto importante, rispettandone i tempi e le esigenze. Citando lo stesso Mozzoni: ‘procedi pure al tuo ritmo e, quando senti di aver fatto sufficiente esperienza, puoi fare subito da te’.

 

La “buona madre” e il mal-essere materno. Una riflessione sugli aspetti negativi della maternità

Il pensiero della Buona Madre ci riporta alla mente, inevitabilmente, quello della Cattiva Madre. Ovvero, l’aspetto ombra di un negativo presente in ognuno di noi, che nella madre assume connotati malefici, proprio in virtù del potere generativo di colei che in quanto dona la vita, non può sopprimerla, tantomeno attraverso l’eliminazione dei suoi stessi figli. Purtroppo, però, la mano della madre è quella che può accogliere, ma è anche quella che può sopprimere.

 

Un figlio si può uccidere in tanti modi, non solo cancellandone la vita, ma anche annientandone la capacità di crescere e di diventare un individuo autonomo e libero di fare le sue scelte. Ci sono madri infatti che soffocano ogni tipo di iniziativa dei figli e li inducono, attraverso i cosiddetti “sensi di colpa” a sentirsi perennemente in debito verso se stesse.

I classici dell’antica Grecia ci offrono l’opportunità di riflettere sull’aspetto malefico materno. La tragedia di Euripide, Medea, la madre che sopprime i propri figli per punire Giasone, il suo sposo, reo di essersi innamorato di un’altra donna. Euripide con la sua maestria nel tratteggiare le emozioni umane, evidenzia solo una delle tante motivazioni alla base del figlicidio. Ci propone la figura di una donna che antepone la gelosia per l’amato e il sentimento di rivalsa verso la rivale all’amore per i suoi figli. Medea, pur tra atroci sofferenze, in modo lucido e premeditato, si arma di lama e sgozza i figli durante il sonno. E’ una donna ferita e accecata dalla gelosia. Vuole condannare l’uomo che ha tradito il suo amore, con la più orrenda delle condanne: non poter più riabbracciare i suoi figli. Avrebbe potuto ucciderlo per vendicarsi, ma lei decide per una punizione perenne, vuole infliggergli una ferita che rimarrà sanguinante per il resto dei suoi giorni, a ricordargli l’onta e la colpa di cui si è macchiato.

La tragedia Euripidea ci mostra la lucida follia di un’ossessione squilibrata, una delle tante modalità malate di agire l’amore e di usarlo per sedare inquietudini e malesseri personali, che nulla hanno a che vedere con questo nobile sentimento. Un gesto che, seppure estremo e dal quale vorremmo prendere le distanze, appartiene a tante coppie che non riescono a gestire in maniera equilibrata i cambiamenti e le difficoltà della vita, ma continuano ad avvelenarsi, imbrigliandosi nelle maglie di rapporti connotati da ostinazioni ossessive e fatali.

In ogni madre c’è una donna, ma non sempre da ogni donna si disvela una madre, questo perché una donna non nasce madre, ma può decidere di fare la madre, senza che questa scelta possa nuocere alla propria femminilità ed al proprio modo di costruire la sua immagine di donna nel mondo.

La madre perfetta non esiste, perché i bisogni e le aspettative variano da persona a persona, così come non esiste il figlio perfetto. Questa considerazione è fondamentale per favorire la realizzazione della figura materna e quella di figlio o di figlia.

La “Buona” madre è colei che si prende cura del suo bambino con dedizione, facendolo sentire amato e importante. E’ la madre che attraverso il dono dell’abbraccio, insegna al figlio l’affettività e la costruzione dei sentimenti. Insegnare i sentimenti è il primo compito di una madre adeguata, poiché i sentimenti non sono un’acquisizione naturale. L’amore si insegna e una madre può farlo manifestando il proprio attaccamento al suo bambino. Educare all’affettività vuol dire costruire una modalità di comunicazione, che passa attraverso le sensazioni corporee, per produrre ed attivare la relazione emotiva.

La buona madre è colei che non solo insegna ad amare, ma che pone se stessa come strumento attraverso il quale il bambino costruisce i sistemi con cui sviluppa l’amore verso sé e verso gli altri. La cura e l’interesse che il bambino riceve dalla madre o da chi se ne prende cura, gli forniscono quei fondamenti sui quali affermare il suo valore, l’impronta che gli consentirà di sviluppare la sua personalità.

Una buona madre è colei che ha la capacità di far sentire il proprio figlio unico al mondo, di trasmettergli l’eccezionalità della sua presenza, la sua insostituibilità. Messaggi del tipo: “Tu per me sei indispensabile”, “Tu per me sei unico”, sono quelli che il bambino riesce a comprendere attraverso il linguaggio del corpo materno. Un bambino che è stato desiderato, è un bambino accettato e amato. Una madre accogliente fa sentire il suo amore al bambino in modo naturale, coccolandolo in maniera da fargli provare sicurezza.

Al contrario, non è accogliente la madre che esibisce il proprio figlio come un trofeo, che lo abbellisce e lo mostra al pubblico, aspettando di ricevere conferma della propria bravura. Un figlio va amato e curato nel silenzio e nella discrezione del rapporto di fiducia che una buona madre deve saper creare col figlio.

L’unicità di sapersi l’uno per l’altro, per ascoltarsi attraverso i suoni che promanano dai corpi, è un’esperienza unica per la madre e per il figlio. Con una carezza è possibile per una madre rinsaldare l’attaccamento al suo bambino, un semplice e naturale gesto d’amore.

Si può essere una buona madre, anche se non si è avuta una madre buona.

Ma è bene ricordare che la gravidanza, anche quando è desiderata e inseguita con frenesia, può riservare delle spiacevoli conseguenze, sia per la madre che per il bambino, essendo la possibile fonte di numerosi disturbi, proprio per gli aspetti gravosi che la connotano, sia dal punto di vista fisico che emotivo. Molto spesso lo stato di fragilità emotiva, vissuto dalla donna in questo momento della vita, non le viene riconosciuto dai familiari, per i quali l’attesa di un figlio assume esclusivamente caratteri di positività.

Il rischio di questa mancanza di considerazione del malessere sofferto, è quello di generare sensi di colpa che arrestano la naturale e progressiva acquisizione di competenze materne. Purtroppo, accade sempre più spesso che, all’interno delle famiglie, si riscontra un totale disconoscimento della fragilità psicologica connessa allo stato gravidico, con una conseguente negazione dell’angoscia anche da parte della donna, che arriva a non riconoscere più a se stessa la sofferenza provata. La mancata ammissione dei sintomi per imbarazzo o per vergogna, nonostante questi siano evidenti e invalidanti, comporta uno stress ulteriore, che si ripercuote sul suo equilibrio psichico già tanto provato.

In questo modo, paradossalmente, più non si accettano i disturbi e maggiormente questi si faranno sentire, aumentando anche la portata clinica dei sintomi. Infatti, il malessere se non curato, può comportare disturbi maggiori ed anche molto gravi, non solo durante la gravidanza, ma anche dopo la nascita del bambino.

In molti casi, il sentimento di depressione è quello a cui si assiste più frequentemente. Una gravidanza vissuta in modo fortemente stressante, non sempre dona alla madre quella felicità totalizzante che l’immaginario comune assegna alla donna, che può invece sentirsi triste, rabbiosa, pentita o inadatta al ruolo di madre.

Può infatti accadere che la donna, a seguito della gravidanza e in conseguenza del trauma da parto, sviluppi un forte disagio emotivo, connotato da stati di profonda tristezza e di mancanza di interesse per tutto ciò che la circonda, ma anche per tutto ciò che riguarda il bambino.

Persino il figlio può esserle indifferente, o, al contrario, rappresentare un soggetto su cui riversare estrema attenzione ed apprensione, con relativa pesantezza, sia emotiva che fisica. E’ frequente la condizione di sentirsi investita da uno stato di abulia profonda, in cui si alternano momenti di estremo nervosismo a momenti di ritrovato appagamento per la maternità sopraggiunta. La mamma viene ad essere così sopraffatta da una grande confusione, che manifesta manipolando i ruoli da svolgere, avvinta dal senso di incapacità.

In questo stato di cose tutto le appare difficile da poter sostenere, vive anche le cose più semplici come carichi insostenibili. La sensazione che nessuno possa capirla la annienta e le persone che le stanno intorno cominciano a diventarle insopportabili, con i loro consigli e il loro aiuto soffocante, ed anche verso il partner comincia a provare un senso di fastidio per il fatto di non sentirsi compresa. Il partner, il più delle volte, ha difficoltà a capire la complessità emotiva che sta vivendo la neo-mamma, molto spesso le problematicità della donna sono fraintese o considerate con molta superficialità e questo genera ancora più sofferenza, frustrazione e rabbia.

Il malessere può mostrarsi in vari modi, ma la modalità che più spaventa i congiunti sono gli attacchi d’ira istintivi e incontrollati, che si rivolgono verso il partner, i congiunti o verso il bambino stesso. Questo stato emotivo estremamente delicato che la donna vive come un profondo abbandono, se non viene seguito tempestivamente con un’adeguata presa in carico da parte di specialisti competenti, può comportare uno squilibrio psicofisico e nelle forme più gravi, a veri e propri stati psicotici deliranti, rivolti contro tutti indistintamente, che, col passare dei giorni, diventeranno sempre più pericolosi da gestire e più difficili da risolversi.

Proprio in virtù del disequilibrio che si viene a creare alla nascita di un figlio, spesso vi sono sconvolgimenti che agiscono anche a lungo termine, che minano la stabilità mentale di molte donne e di conseguenza la solidità della coppia, indebolendone la costituzione. Non sono rari i casi di coppie, che si separano poco dopo l’arrivo di un figlio.

L’intervento tempestivo di aiuto può scongiurare l’instaurarsi di un quadro clinico devastante, per questo motivo è importante non sottovalutare i primi segnali di insofferenza materna. La varietà dei sintomi depressivi, che emergono a seguito di una gravidanza, in psicologia vengono definiti disturbi dell’umore e vanno da un grado più lieve, a casi gravi di psicosi, che possono sfociare anche nell’omicidio. Il malessere può manifestarsi con un ampia gamma di disturbi, che vanno dalla patologia conclamata, in caso di depressione maggiore, alla schizofrenia, allo stato crepuscolare oniroide, alla psicosi post partum, al rifiuto o al maltrattamento del bambino, perché indesiderato o perché si è irritabile e sfinita. Nella peggiore evenienza, il disturbo può sfociare accidentalmente in omicidio o figlicidio. Il pretesto del terribile atto potrebbe essere attribuito al sentimento di vendetta verso il partner o determinato da un disturbo di personalità sottostante o anche dall’uso di alcol e droghe.

La percentuale di donne colpite da una lieve malinconia post partum, chiamata anche maternity blues, è abbastanza alta, ma questo lieve stato depressivo ha una decorrenza tollerabile, in quanto si risolve entro le prime settimane dalla nascita del bambino. La Depressione Post Parto è, invece, una patologia vera e propria, che se trascurata tende a divenire cronica ed invalidare la vita della neo mamma. Si esprime con una sintomatologia più intensa e disturbante e, poiché ha un decorso più lungo, si sviluppa con una successione di segnali che si amplificano col passare del tempo. Questo è uno dei motivi per cui viene spesso sottovalutata, poiché la donna cerca di farvi fronte come può, spesso nascondendo agli altri il proprio disagio, cercando di non mostrare la sua sofferenza, se non quando questa si manifesta con evidenti segnali di incontrollabile aggressività o di rifiuto sociale, fino ad arrivare al ritiro da ogni attività e relazione.

E’ fondamentale capire quando i sentimenti che la donna nutre per il figlio assumono un connotato negativo, quindi è necessario porre la massima attenzione a captare alcuni indicatori specifici che caratterizzano il comportamento materno, specialmente se questi indicatori si presentano associati tra loro.

La depressione post parto solitamente si manifesta durante la 3° o 4° settimana dopo il parto ed arriva ad evidenziarsi, come problema effettivo, dopo 3 o 6 mesi dalla sua comparsa, prolungandosi, a volte, per oltre un anno. In molti casi le donne maggiormente colpite da uno stato depressivo sono quelle con una personalità con bassa autostima o al contrario molto rigide e intransigenti, con tendenza al perfezionismo. Queste ultime spesso sviluppano una modalità reattiva di tipo violento.

Il desiderio di controllare e di avere sempre tutto sotto controllo, aggravato dai nuovi doveri da soddisfare, diventano trappole in cui si sentono incastrate, come la spirale di ossessività che le invade e da cui non riescono a liberarsi, se non con la perdita del controllo attraverso manifestazioni di ira incontrollata.

Lo sviluppo di fobie, legate alla propria incapacità di gestire la  nuova situazione familiare, è il disturbo che si evidenzia maggiormente, dando luogo ad una sintomatologia che si esprime attraverso attacchi di panico che limitano notevolmente la vita della donna. In questi casi si rende necessario un intervento terapeutico per ristabilire un sano equilibrio psicologico, che vada a mettere ordine in una mente confusa e aggrovigliata su se stessa.

Anche la giovane età della mamma può determinare uno stato di forte depressione, in quanto la mancanza di esperienza e il senso di inadeguatezza si aggiungono alla fragilità emotiva connessa all’età.

In tutti i casi esposti, il sostegno e l’aiuto della famiglia, ma soprattutto del compagno, sono fattori determinanti per scongiurare l’instaurarsi di una patologia clinica rilevante e per la risoluzione in tempi brevi del disagio emotivo di cui è vittima la neo mamma.

 

Sintomi depressivi e utilizzo di cannabis nei giovani adulti

Quando si ha a che fare con il Disturbo da Uso di Cannabis nei giovani adulti non si nota come questi siano propensi a manifestare sintomi depressivi. Esiste un rapporto di causalità tra questi due fenomeni?

 

I giovani adulti con un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, sono la categoria di popolazione con il più alto tasso di disturbo da uso di cannabis (CUD; Substance Abuse and Mental Health Services Administration, 2018). Inoltre, sono meno propensi rispetto alle altre fasce d’età a richiedere interventi psicologici finalizzati al trattamento del disturbo (Wu, Zhu, Mannelli, & Swartz, 2017).

I giovani adulti, sono anche più propensi a soffrire di episodi depressivi maggiori rispetto al resto della popolazione (SAMHSA, 2018). Uno studio condotto da Feingold e colleghi nel 2015 ha sottolineato una relazione bidirezionale tra utilizzo di cannabis e sintomi depressivi e ricerche successive (es. Hanna, Perez, & Ghose, 2017) hanno indagato sulla causalità di questo rapporto, individuando una propensione degli utilizzatori di cannabis a sviluppare, a causa della sostanza, disturbi depressivi.

Il presente studio (Mason, 2020) si è posto l’obiettivo di indagare, in un campione composto da 100 partecipanti con CUD tra i 18 e i 25 anni, l’influenza dei sintomi depressivi sull’efficacia del trattamento. I partecipanti erano infatti stati sottoposti, tramite un programma chiamato Peer Network Counseling-txt (PNC-txt; Miller & Rollnick, 2012), a un trattamento personalizzato che consiste in interviste motivazionali focalizzate sulle interazioni sociali e ambientali. Il campione è stato randomizzato in un gruppo sperimentale e un gruppo di controllo.

Sono stati presi in considerazione i dati demografici, l’utilizzo di cannabis nei trenta giorni precedenti al trattamento tramite PNC-txt, i test delle urine (precedentemente effettuato ai fini del trattamento) e i sintomi depressivi (Mason, 2020).

I risultati hanno mostrato che soggetti con un livello di depressione sotto-soglia, hanno ridotto la frequenza di utilizzo di cannabis nel corso dei tre mesi dello studio. Coloro che invece soffrivano di sintomi depressivi più gravi, non ha mostrato modificazioni nell’utilizzo di cannabis. Infine, coloro che sostenevano di aver ridotto l’utilizzo di marijuana (ovvero i partecipanti con depressione sotto-soglia) non mostravano, a tre mesi di distanza, risultati positivi al test delle urine.

Lo studio dimostra quanto sia importante concentrarsi sia sull’utilizzo di cannabis sia sugli eventuali sintomi depressivi quando si trattano giovani adulti con un CUD tramite una terapia focalizzata su interviste motivazionali (Mason, 2020).

 

Il coronavirus tra rabbia e paura

E così anche le rabbie che pur esse si legano a questi eventi: futili episodi o rischi di linciaggio? La donna cinese picchiata a Torino, la coppia cinese aggredita ancora a Torino e il filippino scambiato per cinese a Cagliari potrebbero essere episodi molto circoscritti o avere un significato. Una collega è stata testimone di tensioni in treno contro un viaggiatore cinese e ce ne ha parlato, chiedendoci di riflettere sulla rabbia. Riflettiamo.

La rabbia, rispetto alla paura, mostra somiglianze e differenze. È anch’essa come la paura un’emozione che segnala una minaccia, un pericolo. Essa però suggerisce una reazione differente. La paura porta alla fuga, la rabbia all’attacco. Le differenze risiedono nel tipo di soluzione proposta. A quali pensieri corrispondono queste differenze?

La prima osservazione è che la rabbia attribuisce il pericolo a persone da aggredire mentre la paura, portando alla fuga, è più impersonale. Ad esempio davanti a una sciagura naturale si fugge o ci si protegge ma non si aggredisce se non metaforicamente. L’aggressione parte invece da una attribuzione di intenzione a un altro essere vivente, animale o umano. L’aggressione valuta inoltre che il pericolo possa essere bloccato attaccando, e quindi emettendo un segnale di ostilità la cui funzione è fermare l’altrui intenzione ostile attraverso una comunicazione. Il comportamento aggressivo è un messaggio: fermati perché sono arrabbiato. Insomma la paura può essere impersonale, la rabbia è interpersonale.

Reagire al coronavirus con rabbia e non con paura significa quindi cercare un autore cattivo, una intenzione malevola, intenzione che naturalmente non può essere attribuita al virus, invisibile e inoltre troppo elementare come organismo per essere oggetto di un’aggressione sensata. L’aggressione si volge quindi verso gruppi umani a cui è addossata una intenzione malevola. Gli untori di Manzoni. In questo caso i cinesi, perché dalla Cina sembra provenire il morbo.

Reagire con rabbia comporta una serie di vantaggi che la fanno preferire emotivamente alla paura. La paura ci protegge dai pericoli soggettivamente ma non è un’esperienza molto esaltante. Al contrario, si lega a una valutazione di sé deprimente; si fugge perché si ritiene di essere più deboli del pericolo, impotenti e fragili. Non resta che scappare. Inoltre -come abbiamo già scritto- il pericolo è impersonale e quindi terrificante, al di là delle possibilità umane, incomprensibile e quindi divino. C’è poco da scherzare e nulla di gratificante.

La rabbia invece umanizza il pericolo riducendolo a proporzioni personali: qualcuno ce l’ha con noi e possiamo picchiarlo duro. Ne abbiamo la forza. E quindi la rabbia ci rafforza, ci potenzia perché ci dice che siamo in grado di affrontare il pericolo e respingerlo, debellarlo dimostrando la nostra potenza a noi stessi e a chi ci circonda, illuminandoci di gloria. La rabbia inoltre ha anche un altro vantaggio: essa può legarsi in qualche modo a un gratificante giudizio morale positivo per noi stessi. Perché con la rabbia non ci si limita a nasconderci come capita con la paura. Si tratta di agire sugli altri cambiandoli e solo chi ritiene di fare del bene può giustificare la sua azione aggressiva senza essere fermato dai dubbi. Ci si sente non solo più forti ma perfino più buoni con la rabbia. Solo le personalità machiavelliche si crogiolano nella forza cattivistica non giustificata dal bene. Le persone comuni come noi invece quando si arrabbiano provano più facilmente una sensazione di giustizia.

La rabbia però presenta anche una serie di rischi. Aggredire significa assumersi la responsabilità di fare del male al prossimo. Grande potere che porta a una responsabilità che infatti gestiamo giustificandoci: siamo i buoni, come l’uomo ragno. Passata però la furia aggressiva che ci fa sentire giusti potremmo scoprire di avere mal diretto i nostri attacchi. Facilmente si passa dalla rabbia alla colpa, la sua gemella ansiosa e impaurita.

La rabbia inoltre si esprime in episodi concitati che lasciano poco spazio al ripensamento: se fuggi e ti nascondi puoi sempre rimediare tornando indietro ed esporti al pericolo più coraggiosamente. Invece gli effetti dell’aggressione rabbiosa, una volta prodotti, non possono essere eliminati. Hai picchiato, non puoi far tornare indietro le botte. Al massimo si espia, magra consolazione soprattutto per la vittima che non sa che farsene dei nostri pentimenti. Insomma la rabbia fa versare quel latte sul quale è più inutile piangere.

In questi giorni inquieti in cui non sappiamo se stiamo oscillando tra la drammatizzazione di una banale influenza e la ripetizione della peste di Boccaccio e del Manzoni dobbiamo stare più attenti alla rabbia piuttosto che alla innocua paura. Se stessimo esagerando con la paura, poco male. Si tratterà di recuperare qualche giorno di lavoro o di scuola persi. Se esageriamo con la rabbia invece finisce che qualcuno si fa male e a qual punto ci sarà poco o nulla da recuperare.

Il dolore nell’intimità sessuale: il disturbo da dolore genito-pelvico e della penetrazione

Il Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione è una condizione che interessa dal 15 al 25% delle donne della popolazione mondiale, causando disagi intensi e pervasivi dal punto di vista fisico, psicologico e relazionale.

Alessandra Epis – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

Nel DSM IV-TR le disfunzioni sessuali riguardavano il dolore sessuale o un disturbo in una o più fasi del ciclo di risposta sessuale. La ricerca suggerisce che la risposta sessuale non sia sempre un processo uniforme lineare, ma che vi sia una distinzione tra alcune fasi ad esempio, il desiderio e l’eccitazione.

A differenza della precedente edizione, nel DSM5 (APA, 2013) i disturbi sessuali non sono più incorporati in una stessa categoria ma in tre categorie distinte: le Disforie di Genere, le Parafilie, le Disfunzioni Sessuali. Sono inoltre state aggiunte disfunzioni sessuali specifiche per genere e, per le donne, il Disturbo da Desiderio Sessuale e il Disturbo di Eccitazione Sessuale sono stati combinati in un unico disturbo: Disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile.

Di seguito i criteri:

A: Mancanza o significativa riduzione di desiderio/eccitazione sessuale come manifestato da almeno 3 dei seguenti problemi:

  • assente o ridotto interesse per l’attività sessuale;
  • assenti o ridotti pensieri o fantasie sessuali/erotiche;
  • nessuna iniziativa di attività sessuale e nessuna risposta ai tentativi da parte del partner;
  • assente o ridotto piacere ed eccitazione sessuale durante l’attività sessuale;
  • il desiderio non è scatenato da alcuno stimolo sessuale;
  • assenti o ridotti cambiamenti genitali e/o non-genitali durante l’attività sessuale.

B. I sintomi sono protratti come minimo per circa 6 mesi.

C. Il problema causa disagio clinicamente significativo o impedimenti.

D. La disfunzione sessuale non è meglio giustificata da un altro disturbo mentale non sessuale o dalle conseguenze di stress relazionale (e.g. violenze da parte del partner) o altri eventi traumatici e non è attribuibile agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o a una condizione medica generale.

Per aumentare la precisione e ridurre sovrastime, le disfunzioni sessuali in generale devono avere una durata minima di sei mesi, ad eccezione di quelle secondarie all’uso di sostanze psicoattive. Queste modifiche prevedono soglie utili per fare una diagnosi e distinguono transitorie difficoltà sessuali da disfunzioni più persistenti.

Per identificare l’esordio della difficoltà vengono utilizzati alcuni sottotipi:

  • permanente – se un problema sessuale è presente dalle prime esperienze sessuali;
  • acquisita – se i disturbi sessuali si sviluppano dopo un periodo di prestazione sessuale normale;
  • generalizzata – se le difficoltà sessuali non sono limitate a determinati tipi di stimolazione, situazione o partner;
  • situazionale – se le difficoltà sessuali si verificano solo con alcuni tipi di stimolazione, situazione o partner.

E’ stata abolita la distinzione tra disfunzioni legate a fattori biologici e a fattori psichici in quanto spesso entrambi questi aspetti ne prendono parte. Vengono inoltre presi in esame fattori inerenti il partner, la relazione, la vulnerabilità individuale, i fattori religiosi e culturali e i fattori medici.

La raccomandazione è comunque quella di considerare i sintomi sessuali come disturbi psichici solo dopo aver escluso ogni componente organica. La collaborazione tra diversi specialisti è quindi indispensabile.

Nel DSM 5 anche il vaginismo (contrazione dei muscoli perivaginali che impedisce la penetrazione) e la dispareunia (dolore nel rapporto sessuale nell’uomo o nella donna) che erano spesso coesistenti e difficili da distinguere, sono stati incorporati nel Disturbo da dolore genito-pelvico e della penetrazione.

Il Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione (DGP-P) viene classificato all’intero del DSM 5 come una disfunzione sessuale femminile caratterizzata dalla presenza persistente e ricorrente di uno o più dei seguenti problemi:

  • Incapacità di avere una penetrazione vaginale; questa difficoltà può presentarsi sia durante il rapporto sessuale sia in altre situazioni che prevedono penetrazione, come ad esempio visite ginecologiche o l’utilizzo dell’assorbente.
  • Marcato dolore pelvico e vaginale durante il rapporto o i tentativi di penetrazione vaginale; in alcuni casi il dolore può perdurare anche dopo la fine del rapporto o essere presente durante la minzione.
  • Marcata paura e ansia per la penetrazione vaginale o per il dolore pelvico e vaginale prima, durante o come risultato della penetrazione vaginale; questa paura è molto diffusa tra le donne che hanno provato regolarmente dolore durante il rapporto e in alcuni casi può portare a un marcato evitamento di situazioni sessuali o intime.
  • Marcata tensione e indurimento dei muscoli pelvici durante i tentativi di penetrazione vaginale.

B. I sintomi sono protratti come minimo per circa 6 mesi.

C. Il problema causa disagio clinicamente significativo o impedimenti.

D. La disfunzione sessuale non è meglio spiegata da un altro disturbo e non dovuto esclusivamente agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o a condizione medica generale.

“Perché un gesto così normale, come il rapporto sessuale mi provoca così tanta angoscia da bloccarmi totalmente?” si chiede la donna che scopre di avere questa dolorosa cintura di castità. “E perché proprio a me?” (Jannin et al., 2017)

Eziologia del disturbo

All’interno della categoria “Dolore Genito-Pelvico” sono raccolte numerose condizioni cliniche che hanno un’origine multifattoriale, biopsicosociale. Ghaly e Chien (2000) hanno individuato la presenza sia di cause organiche che non. Tali cause possono essere legate allo stato ormonale (menopausa, allattamento), alla neurologia (nevralgia, sclerosi multipla), alle infezioni (vaginosi batterica, candidosi), a disturbi sistemici (sindrome di Behcet, disturbo di Crohn), all’uso di alcune categorie di farmaci (terapie oncologiche, contraccezione ormonale), a problemi “meccanici” (traumi da penetrazione, poca lubrificazione, abrasione), alla salute ginecologica. In particolare, procedure chirurgiche o processi infiammatori organici, come l’endometriosi o la sindrome del colon irritabile, posso portare alla formazione di aderenze e cicatrici, le quali possono provocare dolore nelle aree interessate.

In merito alle cause non organiche risulta fondamentale indagare la presenza di una storia di abuso sessuale o emotivo e di sintomi ansiosi e/o depressivi. Grace e Zondervan nel 2006 e Pitt e colleghi nel 2008, all’interno delle loro ricerche, hanno riscontrato come le donne con DGP-P riportano di frequente disturbi del sonno, depressione, ansia oltre a interferenze nelle relazioni affettive intime.

Altre cause non organiche del disturbo possono riguardare difficoltà relazionali con il partner, come ad esempio scarsa comunicazione di coppia o diverso desiderio sessuale, la presenza nell’uomo di problemi sessuali, come la disfunzione erettile o l’eiaculazione precoce le quali possono causare difficoltà nella penetrazione, fattori stressanti (lutti, difficoltà lavorative, ecc.) o aspetti culturali o religiosi, che possono influenzare convinzioni e atteggiamenti rispetto alla sessualità (APA, 2013).

Prevalenza del disturbo

Il Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione è una condizione che interessa dal 15 al 25% delle donne della popolazione mondiale, prevalenza non nota in Italia data la mancanza di studi. Le lamentele associate al dolore vaginale e pelvico sembrano avere un picco nella prima età adulta e nel periodo premenopausa.

Le linee guida per il trattamento consigliano una combinazione di interventi educativi sulla gestione del dolore, fisioterapia del pavimento pelvico, terapia sessuale e approcci medici seguendo una strategia integrata multidimensionale.

È sempre fondamentale non limitarsi solo al trattamento sintomatico, ma analizzare le dinamiche di coppia e, soprattutto, le modalità di gestione del rapporto sessuale da parte del partner. (Davide Dèttore)

Utile sarebbe condurre ulteriori ricerche sui fattori cognitivi e meta-cognitivi del DGP-P al fine di una miglior comprensione dei meccanismi psicologici alla base del disturbo con l’obiettivo di sviluppare interventi mirati.

Il trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi sessuali in generale mira a fornire informazioni e tecniche volte ad aumentare la consapevolezza del proprio corpo e la comprensione dei fattori fisiologici e psicologici coinvolti nel rapporto sessuale oltre all’utilizzo di tecniche di rilassamento, esercizi di esposizione graduale insieme al partner, identificazione dei comportamenti disfunzionali che possono mantenere il problema e la loro sostituzione con strategie più funzionali.

 

Walt Disney e LIBET: tema doloroso e strategie volontarie dell’eroe Hercules – La LIBET nelle narrazioni

Hercules è un famoso film d’animazione della Walt Disney, distribuito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo nel 1997.

La LIBET nelle narrazioni – (Nr. 7) Hercules

 

Si tratta di uno dei più amati e conosciuti classici Disney; il primo ispirato alla cultura e mitologia greca, che ne esplora i valori e sentimenti e che ha come protagonisti dei, eroi, eroine e creature leggendarie.

Il protagonista rappresenta la versione animata e romanzata del semidio Hercules che, nonostante abbia una forza sovraumana in quanto figlio di Zeus, cresce sulla Terra e si relaziona con i comuni mortali per sfuggire alla maledizione del dio della morte Ade.

Risulta molto interessante la lettura del personaggio in chiave LIBET (Sassaroli, Caselli, Ruggiero, 2016). Infatti, tutte le recensioni lette sul film si focalizzano sui personaggi mitologici, sui meravigliosi spunti di cultura greca, sull’amore verso Megara e sulla forza fisica e d’animo dello straordinario eroe. È curioso pensare che il coraggioso combattente, che per anni ha ispirato e appassionato bambini e adulti, possa essere tanto umano da avere sperimentato anch’egli uno stato mentale doloroso (tema) per lui intollerabile, tanto da tentare di tenerlo lontano a tutti i costi mettendo in atto delle strategie semiadattive (piani) (Fig 1).

Il nostro amato eroe si ritrova, sin da piccolo, a vivere in contesti in cui la sua forza fisica lo rende impacciato, goffo e distruttivo. Hercules è diverso da tutti e viene ripetutamente rifiutato nel gioco e nella relazione. Tutto ciò lo fa sentire solo, non stimato da nessuno e sempre fuori luogo (si intravedono i temi del disamore e dell’inadeguatezza). Il piccolo figlio di Zeus, prima ancora di scoprire di essere tale, impara a sfuggire dalla tristezza legata a questa condizione inaccettabile mettendo in atto un piano prescrittivo, esercitando cioè il controllo su tutte le situazioni. Infatti, cerca di ricevere l’approvazione delle persone dosando e modulando costantemente la sua energia. Quando i genitori che lo hanno cresciuto gli comunicano le sue origini divine, Hercules decide di conquistare la stima del popolo e degli dei sviluppando al massimo tutte le sue potenzialità fisiche, affinché sia considerato come un dio e finalmente stimato da tutti. Pertanto si convince che la Terra non sia il suo posto e che essere visto come eroe sia fondamentale per lui in quanto figlio di Zeus. Inizia così ad allenarsi intensamente, aiutato dal satiro Fil. L’accoglienza da parte degli dei sul monte Olimpo rappresenta una possibilità di riscatto. La strategia di controllo si rivela efficace, poiché la folla inizia gradualmente a riconoscerlo come eroe. Tuttavia, nel momento in cui suo padre Zeus gli comunica che la forza fisica non basta per poter essere accettato del tutto tra gli dei, Hercules vede il fallimento dei suoi tentativi di riscatto (invalidazione del piano prescrittivo), si sente ancora una volta rifiutato e sprofonda nella disperazione (esordio della sintomatologia depressiva). La frustrazione durerà sino al momento in cui scoprirà il valore dell’amore, che gli consentirà di mostrare altre qualità.

Inquadrare i concetti del tema e del piano rende la visione del film più stimolante in quanto permette di comprendere in maniera più chiara il funzionamento psicologico del personaggio ed identificarsi ancor meglio con lui.

Hercules storia di vita del semidio Analisi in termini LIBET Fig 1

Fig. 1 Schema grafico del funzionamento di Hercules in termini LIBET 

 

 

Disturbi dello spettro autistico: dopo la diagnosi? Prospettive d’intervento in un progetto di vita

Effettuare un trattamento precocemente può contribuire a sviluppare modalità comunicative funzionali e un discreto livello cognitivo che permetterà di far acquisire al bambino una buona autonomia personale e sociale nel suo percorso di vita.

 

 Il precedente articolo La Diagnosi precoce nei Disturbi dello Spettro Autistico ha preso in considerazione la rilevanza della fase diagnostica: formulare una diagnosi precoce infatti promuove risultati più positivi in età scolare e assicura una migliore qualità di vita grazie alla maggiore opportunità di intervento precoce. In questo contesto la riflessione verterà sulle tipologie di trattamento in questi disturbi. Effettuare un trattamento precocemente può contribuire a sviluppare modalità comunicative funzionali e un discreto livello cognitivo che permetterà di far acquisire al bambino una buona autonomia personale e sociale nel suo percorso di vita.

A seguito della diagnosi, l’equipe multidisciplinare che ha la presa in carico del caso deve fornire indicazioni sul panorama dei migliori interventi possibili nell’ambito dei Disturbi dello Spettro Autistico in riferimento alle Linee Guida sull’Autismo dell’ISS attualmente disponibili e si impegna a descrivere le modalità d’intervento attuabili. Un intervento risulta efficace se è capace di creare per ciascun individuo un “progetto di vita” e condizioni del vivere quotidiano che siano il più vicino possibile alle normali circostanze di vita reale nella comunità.

Dalla letteratura (Eldevik et al. 2009) e dalle Linee Guida, si individuano due tipi di modelli di intervento:

  • modelli di trattamento globali: set di interventi focalizzati organizzati intorno ad una struttura concettuale comune;
  • modelli di trattamento focalizzati: prevedono tecniche cognitivo-comportamentali specifiche per sintomi target.

Da un’attenta analisi delle linee guida stilate dall’American Psychiatric Association (APA) secondo l’Evidence Based Medicine, e dalle Linee Guida Autismo redatte dall’Istituto Superiore di Sanità (2011) emerge che la Terapia Cognitivo-Comportamentale rappresenta l’intervento di prima scelta per molti disturbi psichiatrici. Ad oggi gli interventi psicoeducativi per i disturbi dello spettro autistico, validati da evidenze empiriche e di letteratura, fanno riferimento a una cornice teorica di stampo cognitivo-comportamentale, finalizzati a modificare il comportamento generale per renderlo funzionale ai compiti della vita di ogni giorno (alimentazione, igiene personale, capacità di vestirsi) e tentano di ridurre i comportamenti disfunzionali. Nello specifico le Linee Guida Internazionali suggeriscono l’uso della terapia cognitivo-comportamentale per il trattamento dell’Autismo Lieve, per il trattamento della rabbia e la comorbidità con i disturbi d’ansia e dell’umore. La CBT, infatti può essere utile nel migliorare la gestione della rabbia e più in generale le capacità autoregolatorie e nel facilitare l’acquisizione di una maggiore flessibilità cognitiva e comportamentale.

Un programma di intervento di Terapia Cognitivo-Comportamentale è caratterizzato da: l’educazione emotiva, la ristrutturazione cognitiva, la gestione dello stress, l’automonitoraggio e la programmazione delle attività per esercitarsi e mettere in pratica le nuove strategie e abilità cognitive. Una parte centrale dell’intervento consiste nell’insegnamento di abilità comportamentali, cognitive ed emotive (coping skills) utili a modificare pensieri e comportamenti, causa di stati emotivi negativi, come ansia, depressione e rabbia. Considerate le note difficoltà di comunicazione e d’identificazione e comprensione dei propri e altrui stati mentali delle persone con autismo, sono stati proposti, nel corso degli anni, protocolli d’intervento standardizzati specificamente strutturati.

Nel tempo sono state inserite delle variazioni a questi protocolli standardizzati, attraverso l’introduzione di storie sociali e di supporti visivi, una maggiore enfasi posta sull’insegnamento di strategie di coping senza l’uso di linguaggio astratto, l’inclusione di interessi speciali, maggiore spazio dedicato all’insegnamento di semplici abilità sociali e strategie di rilassamento.

Gran parte degli interventi cognitivo-comportamentali seguono un approccio comportamentale, sono interventi intensivi precoci basati sull’applicazione della metodologia comportamentale ABA (Applied Behavioral Analysis). L’Analisi applicata del comportamento è un metodo che fonda le proprie radici nelle teorie di ottica comportamentista e si concretizza nell’applicazione sistematica dei principi individuati dalla scienza che studia il comportamento e le leggi che lo regolano. L’ABA, come riferito da Cooper, Heron, e Heward (1987; 2007) è un metodo educativo altamente individualizzato e interviene sulle competenze cognitive, linguistiche e di adattabilità. Prevede un’accurata programmazione degli interventi al fine di ampliare il repertorio dei comportamenti adattivi (linguaggio e comunicazione, gioco, socializzazione, autonomie personali, abilità scolastiche e attentive) e limitare quelli disfunzionali (autostimolazioni, aggressività, autolesionismo, ossessioni, ecc). Un aspetto fondamentale è il coinvolgimento dei familiari nell’intervento: i progressi sono migliori se tutto l’ambiente diventa educativo, l’intervento intensivo e programmato deve essere infatti utilizzabile sia da terapisti e professionisti, che dai genitori. Se invece i genitori non conoscono le finalità dei programmi, vi è il rischio che il bambino non generalizzi gli apprendimenti fatti con il professionista. La ricerca evidenzia l’efficacia e la validità di interventi precoci avviati entro i 4 anni di vita.

Le linee guida internazionali raccomandano, inoltre, interventi per l’educazione ai sentimenti e alle emozioni proprie e altrui e di facilitazione della comunicazione interpersonale. Particolarmente utile ed efficace è l’applicazione di specifici strumenti, quali ad esempio il CAT KIT, molto diffuso nei paesi anglosassoni, che favorisce l’educazione cognitivo-affettiva in soggetti fin dai 6 anni con livello cognitivo nella norma e in bambini più grandi se con disabilità intellettiva.

Il CAT KIT (Attwood, Scarpa, Wells, 2015), attraverso materiale con un semplice supporto visivo e tattile favorisce la comprensione degli aspetti affettivi e cognitivi coinvolti nella comunicazione, incoraggiandola e favorendola, permette inoltre la regolazione emotiva, la stimolazione delle abilità sociali e favorisce la comprensione della prospettiva altrui.

Vari studi (Bauminger, Shulman, Agam, 2003), condotti su interventi di gruppo basati sull’utilizzo di tecniche cognitivo comportamentali, hanno ampiamente dimostrato la validità della CBT e di interventi di gruppo per il potenziamento delle abilità sociali dei soggetti con ASD. Il gruppo rappresenta infatti, uno strumento per favorire l’acquisizione di life skills essenziali a garantire un’adeguata gestione delle proprie emozioni, maggiori abilità socio-relazionali e di teoria della mente, l’acquisizione di competenze di decision making e problem solving e di una maggiore flessibilità cognitiva.

Ulteriori aspetti da tenere in considerazione nella strutturazione di un intervento efficace sono il coinvolgimento della famiglia e della scuola.

Il parenting, il comportamento tra genitori e figli e la qualità del rapporto che ne deriva, non viene ridotto allo studio delle interazioni tra genitore e bambino, ma è influenzato da una molteplicità di fattori, che a livelli diversi influenzano le interazioni di essi.

Infatti solo alcuni fattori sono strettamente legati all’individualità di adulti e bambini (come la personalità, le credenze, gli atteggiamenti dei primi, il temperamento,…), mentre altri, anche se non direttamente prossimi al bambino (contesto lavorativo del genitore o degrado quartiere), possono influenzare i comportamenti educativi dei genitori nel corso delle interazioni ordinarie. Variabili psicosociali (sistemi di credenze, grado di accordo tra i coniugi, livello di stress o di soddisfazione familiare percepito,…) possono ulteriormente rendere complessa la gestione della vita domestica.

Il Parent Training è un programma di formazione rivolto a genitori di bambini/adolescenti che evidenziano problematicità emozionali e/o comportamentali, con la finalità di sviluppare maggiore consapevolezza e competenza nella risoluzione delle difficoltà inerenti i figli e di valorizzarne e rafforzarne le risorse (Fabbro, 2016), nel caso del disturbo autistico inoltre, va ad aumentare la conoscenza e la consapevolezza della famiglia circa le difficoltà del bambino, incrementare le abilità genitoriali nella gestione della vita quotidiana, ridurre il livello di stress, promuovere le capacità e le risorse della famiglia nella risoluzione dei problemi. Numerose evidenze scientifiche sostengono l’importanza di attuare percorsi di parent training già nei primi anni di vita. Le linee guida nazionali affermano che

I programmi di intervento mediati dai genitori sono raccomandati nei bambini e negli adolescenti […], poiché sono interventi che possono migliorare la comunicazione sociale e i comportamenti problema, aiutare le famiglie a interagire con i loro figli, promuovere lo sviluppo e l’incremento della soddisfazione dei genitori, del loro empowerment e benessere emotivo.

Altra protagonista dell’intervento è la scuola, con la quale è fondamentale creare una rete, condividere strumenti, usare le stesse metodologie.

I bambini con autismo imparano, ma in modo diverso rispetto ai loro coetanei (Vivanti, Salomone, 2016) ed è per questo che spesso le strategie educative convenzionali, quelle che funzionano per i bambini con sviluppo tipico, non risultano efficaci e conducono il bambino, la sua famiglia e i professionisti coinvolti nell’insegnamento verso situazioni frustranti e improduttive. Risulta quindi necessario che insegnanti, genitori e terapisti possano individuare le modalità giuste per quel bambino.

Obiettivo dell’intervento non deve essere quello di curare la diversità, ma di facilitare l’apprendimento di abilità che aiuteranno il bambino a godere delle stesse opportunità dei coetanei. A seconda dei casi, alcune caratteristiche dell’autismo possono essere di ostacolo o di aiuto per questo processo.

A prescindere dal quadro cognitivo di riferimento, la mancanza di flessibilità costituisce uno degli elementi che maggiormente interferisce con l’integrazione nel contesto di vita: i soggetti con ASD mostrano difficoltà clinicamente significative nell’affrontare i cambiamenti all’interno del loro ambiente. Tale rigidità e regolarità servono per attenuare l’ansia dovuta all’incapacità di prevedere e gestire le conseguenze degli eventi; infatti, per mantenere un certo controllo sulla propria vita, i soggetti con ASD richiedono un alto livello di prevedibilità su persone, oggetti e routine.

In età adulta vi è un’elevata variabilità nell’evoluzione del quadro clinico: in alcuni pazienti la condizione patologica rimane inalterata, mentre altri possono mostrare un modesto miglioramento con l’avanzare degli anni, con attenuazione dei problemi comportamentali e dei deficit sensoriali (Seltzer et al., 2004; Shattuck et al., 2007). Un elemento importante rimane il mantenimento della compromissione della sfera sociale, tipica dell’ASD, permangono quindi deficit di interazione e comunicazione sociale e una vasta gamma di comportamenti e interessi ristretti e molto particolari.

Pertanto, è opportuno che sia programmata la continuità assistenziale da parte dei servizi sanitari e un’integrazione tra i professionisti coinvolti nel passaggio dall’età evolutiva (UMEE-Centro Autismo Età Evolutiva) all’età adulta (UMEA-Centro Autismo Età Adulta), per una corretta presa in carico dell’utente, al fine di garantire cure adeguate in tutte le fasi di vita.

È nella fase di passaggio che risulta fondamentale impostare il “Progetto di Vita”, da realizzare in una collaborazione costante tra la persona con ASD, la sua famiglia, i servizi sanitari e sociali (Comune e ATS).

 

L’uso di antidepressivi durante lo sviluppo può compromettere il desiderio sessuale delle donne in età adulta

La letteratura dimostra che l’uso di antidepressivi potrebbe avere delle conseguenze negative sulle funzioni e sul desiderio sessuale, sia negli uomini che nelle donne.

 

Sebbene gli antidepressivi possano avere un impatto su tutti gli aspetti della funzionalità sessuale – dal desiderio, all’eccitazione e all’orgasmo, alla soddisfazione e al piacere sessuale – i loro effetti sul desiderio sono di particolare rilevanza nelle donne. Gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) sono una classe di farmaci che vengono generalmente utilizzati come antidepressivi ed è stato dimostrato che questa tipologia di antidepressivi può avere effetti negativi indesiderati sul desiderio sessuale. Alcuni studiosi ipotizzano che gli effetti negativi dell’uso di antidepressivi SSRI sulla sessualità possano continuare anche dopo l’interruzione degli stessi, suggerendo la presenza degli effetti a lungo termine che questi farmaci possono avere sulla struttura o sulla funzione di sistemi neurali importanti coinvolti nella funzione sessuale. In particolare, è stato ipotizzato che i trattamenti antidepressivi SSRI possano alterare circuiti cerebrali coinvolti nel desiderio sessuale, come la motivazione sessuale o il circuito di elaborazione della ricompensa. Nonostante la neuroplasticità cerebrale sia maggiore durante l’età nello sviluppo, ci sono evidenze di una significativa neuroplasticità dei circuiti della ricompensa anche negli adulti, la quale contribuisce al mantenimento dell’effetto antidepressivo anche dopo l’interruzione dei farmaci che, di conseguenza, può interferire sulla funzionalità sessuale.

Tierney e Lorenz (2020), hanno provato a rispondere alla seguente domanda: qual è l’effetto dell’uso di antidepressivi sullo sviluppo dei sistemi neurali coinvolti nelle funzioni sessuali? Lo scopo del presente studio è esplorare le differenze nel desiderio sessuale e nel comportamento sessuale in adulti che hanno fatto uso di antidepressivi vs adulti che non hanno fatto uso di antidepressivi nell’infanzia e nell’adolescenza, approfondendo gli effetti a lungo termine di questi farmaci.

Lo studio è tratto da un ampio sondaggio online di giovani adulti. Il campione finale comprendeva 610 partecipanti (66% donne), la cui età media era di 20 anni.

I soggetti hanno completato una batteria di test di screening relativi alle caratteristiche demografiche e salute mentale. Nello specifico, i test indagavano la presenza di sintomi depressivi e/o ansiosi, la durata di essi, l’età di insorgenza e l’eventuale cura farmacologica prima e dopo i 16 anni, incluso l’uso di SSRI. Per la valutazione del desiderio e del comportamento sessuale, i partecipanti hanno completato il Sexual Desire Inventory (Spector et al., 1996), il quale è composto da tre sottoscale: desiderio sessuale diadico, desiderio sessuale solitario (masturbazione) e desiderio sessuale diadico generale per una persona attraente. Inoltre, ai partecipanti veniva chiesto di indicare se attualmente sono coinvolti in una relazione sessualmente attiva, il numero di volte in cui si masturbano e la frequenza dell’attività sessuale con il proprio partner.

I risultati dimostrano che l’uso di antidepressivi nell’infanzia non era significativo nel predire il desiderio sessuale negli adulti di sesso maschile o la frequenza della masturbazione. Tuttavia, questa scoperta dovrebbe essere trattata con cautela in quanto vi era un numero molto limitato di uso di antidepressivi non-SSRI prima dei 16 anni di età.

Nelle donne, invece, vi è un effetto significativo dell’uso di SSRI nell’infanzia sul desiderio sessuale nell’età adulta. Nello specifico, le donne che hanno fatto uso di antidepressivi SSRI prima dell’età di 16 anni riportano un desiderio sessuale solitario (masturbazione) significativamente più basso e anche un minor desiderio generale per una persona attraente. Il desiderio sessuale nei confronti del proprio partner era simile sia per le donne che hanno fatto uso di SSRI nell’adolescenza sia per le donne che non ne ha fatto uso. Al contrario, non ci sono effetti significativi per chi ha fatto uso di antidepressivi non-SSRI nell’infanzia o nell’adolescenza sulle variabili sessuali in donne adulte. Pertanto, queste scoperte sembrano essere limitate all’uso dell’SSRI precedentemente ai 16 anni di età e non ad altre tipologie di antidepressivi e relative solo al desiderio sessuale solitario e masturbazione, non al comportamento sessuale con il proprio partner.

Questi risultati, in accordo con la letteratura precedente, evidenziano inoltre un effetto specifico dell’uso di SSRI sullo sviluppo dei sistemi di motivazione sessuale e ricompensa, ma non sullo sviluppo dei circuiti relativi all’interesse per le relazioni stabili. Dunque, è possibile che l’uso di SSRI durante l’età adolescenziale interrompa il normale sviluppo dei circuiti coinvolti nella funzionalità sessuale, in particolare quello della motivazione sessuale e della ricompensa, che, di conseguenza, possono costituire un importante fattore di rischio per una disfunzione del desiderio sessuale in donne adulte, dimostrando gli effetti a lungo termine dell’uso dell’antidepressivo SSRI. In altre parole, l’esposizione allo SSRI nello sviluppo può diminuire il desiderio intrinseco nelle donne, ma non alterare la loro reattività sessuale avviata dal partner.

I punti di forza del presente studio sono la numerosità del campione, l’uso di misure attendibili e l’attenta valutazione della storia della salute mentale del paziente durante l’infanzia. Tuttavia, ci sono anche diversi limiti: i partecipanti erano giovani adulti il cui sviluppo sessuale e sentimentale era probabilmente non completo; inoltre, il campione era costituito principalmente da studenti universitari, prevalentemente di etnia caucasica, che non possono essere rappresentativi dell’intera popolazione. Infine, non c’erano dati sulla durata del trattamento farmacologico o sulla dose, tutti fattori importanti per studi futuri.

 

La terapia focalizzata sulla compassione nel trattamento dei disturbi alimentari

Nell’eterogeneità dei disturbi alimentari, la vergogna e l’autocritica possono essere considerati due costrutti trasversali. I risultati ottenuti dalla Compassion Focused Therapy sono risultati promettenti, grazie all’implementazione delle abilità per migliorare la regolazione emotiva e alla promozione di una psicoeducazione sul funzionamento del corpo umano, sfatando il mito di una sua controllabilità.

Marta Ferrari – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

La Compassion Focused Therapy (CFT) o Terapia Focalizzata sulla Compassione è nuovo approccio psicoterapeutico che rientra nelle terapie cognitivo comportamentali di terza generazione mindfulness-based.

La genesi di questa terapia si è avvalsa di numerose osservazioni cliniche, degli studi sull’attaccamento, delle teorie evoluzionistiche e anche dei contributi delle neuroscienze cognitive.

Paul Gilbert (2007) iniziò ad osservare come alcuni pazienti depressi fossero particolarmente resistenti al trattamento. I pensieri di questi pazienti erano caratterizzati da una forte autocritica e da sentimenti di vergogna verso i propri stati affettivi negativi. Questa tipologia di pazienti, sebbene arrivasse a comprendere l’illogicità dei propri pensieri negativi ed arrivasse a metterli in discussione razionalmente, di fatto non modificava il proprio tono emotivo e il dialogo interno.

Questi ultimi restavano iper-analitici, iper-critici, freddi, distaccati, svalutanti, andando a compromettere anche l’esposizione e l’esecuzione degli homeworks. Era come se questi pazienti comprendessero il razionale dell’intervento, ma faticassero a sentirlo proprio. Secondo Gilbert, in questi pazienti così iper-critici ci sarebbe uno squilibrio nei sistemi di regolazione delle emozioni, acquisito durante le prime esperienze di attaccamento. Fu così che i primi interventi di Gilbert si focalizzarono sull’incoraggiare e insegnare a questi pazienti come sviluppare una voce calda e gentile che suggerisse loro pensieri alternativi e li incoraggiasse durante lo svolgimento dei compiti e delle esposizioni, con l’obiettivo di attivare uno dei tre sistemi di regolazione emotiva, il sistema di consolazione o calmante, in modo che regolasse le altre emozioni basate sul senso di minaccia (rabbia, disgusto, vergogna, paura).

Gilbert individua infatti tre sistemi di regolazione affettiva:

  1. Il sistema di protezione dalla minaccia (safety system): è il responsabile del sistema attacco-fuga, il cui scopo è garantirci la sopravvivenza attivandosi in presenza di una possibile minaccia con l’obiettivo di mantenere o ripristinare una condizione di sicurezza. Questo sistema è il responsabile di emozioni come rabbia, ansia, disgusto, tristezza, gelosia, invidia e vergogna. Associati a questo sistema sono anche alcuni stili cognitivi caratterizzati da una maggior attenzione selettiva di fronte a una potenziale minaccia, un tipo di ragionamento di tipo conservativo e comportamenti di evitamento e protettivi.
  2. Il sistema di ricerca di stimoli e risorse (drive and excitement system): è un sistema legato ad emozioni positive ed energizzanti connesse al sistema dopaminergico. È il responsabile di quelle sensazioni di soddisfazione che ci derivano dall’aver raggiunto un obiettivo, vinto una gara, ecc… in questo caso il soggetto è molto autocentrato e ritiene che le cose procedano per il verso giusto fino a quando sono in sintonia con le proprie aspettative, i bisogni e i desideri.
  3. Il sistema calmante (soothing system): è il responsabile di emozioni piacevoli e di benessere quali la calma, la tranquillità, l’appagamento e il rallentamento che sperimentiamo quando non ci sentiamo minacciati. Sono emozioni positive ben diverse da quelle regolate dal sistema precedente perché non dipendono dal fare qualcosa, ma sembrerebbero strettamente connesse all’aspetto relazionale e sociale del sentirsi in connessione con qualcuno. Questo sistema sarebbe inoltre connesso anche a un maggior rilascio di ossitocina, che è a sua volta in grado di stimolare queste sensazioni piacevoli.

Basandosi su questa concettualizzazione quindi, Gilbert e colleghi si focalizzano sullo squilibrio che sarebbe presente in alcune persone tra questi tre sistemi, con l’obiettivo di sviluppare il sistema calmante che in molti pazienti risulta ipoattivo. L’ipotesi è quella secondo cui un implemento del sistema calmante porterebbe a una miglior gestione da parte del paziente dello squilibrio presente negli altri due sistemi.

Il Sé compassionevole rappresenta quindi il principale motore del funzionamento del sistema calmante e il suo sviluppo verrebbe favorito da una serie di tecniche ed esercizi propri della Terapia Focalizzata sulla Compassione quali il reality check, il posto sicuro e la creatura compassionevole, la lettera compassionevole e l’esercizio della mindfulness.

Cos’è la compassione?

In base agli studi condotti, Gilbert e colleghi arrivano ad una nuova definizione di compassione, in parte mutuata dagli insegnamenti buddisti, ma che al contempo si radica scientificamente nei più moderni contributi neuroscientifici, ovvero:

Compassione è l’abilità di esperire in modo accettante emozioni difficili, di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali, di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore e di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé (Hayes, 2012; Dahl, e coll. 2009).

La compassione si può insegnare e si può apprendere attraverso un addestramento, il Compassionate Mind Training, che aiuta i pazienti ad esercitare alcune competenze fondamentali:

  • L’attenzione compassionevole
  • Il ragionamento compassionevole
  • Il comportamento compassionevole
  • L’immaginazione compassionevole
  • La sensazione compassionevole
  • L’emozione compassionevole

Attualmente, prospettandosi come terapia integrativa rispetto ad approcci più tradizionali CBT o come valida alternativa nei casi di pazienti particolarmente resistenti, la CFT viene utilizzata per un gran numero di disturbi in quanto il suoi target sono sintomi negativi (auto-criticismo, senso di colpa, vergogna) transdiagnostici ad un’ampia gamma di disturbi: disturbo da stress post traumatico, disturbi dell’umore, dolore cronico e disturbi alimentari.

Una recente revisione sull’argomento, mira infatti a valutare l’impiego della Terapia Focalizzata sulla Compassione per i disturbi alimentari (CFT-E).

Terapia Focalizzata sulla Compassione e Disturbi dell’alimentazione

Da numerose ricerche condotte negli ultimi anni sappiamo che le preoccupazioni riguardo all’alimentazione e al peso sono associate a livelli più alti di autocritica e vergogna, inversamente proporzionali all’autocompassione. I pazienti con disturbo alimentare spesso sperimentano vergogna per il proprio peso, il proprio aspetto, le proprie condotte, senso di inadeguatezza e inferiorità, sensi di colpa, fino a provare odio verso se stessi.

Numerosi studi hanno ipotizzato che la vergogna possa avere un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento dei disturbi alimentari. Sono infatti largamente diffuse le posizioni secondo cui i disturbi alimentari sarebbero una sindrome socialmente determinata, enfatizzata dall’attenzione crescente data al mito della magrezza e della performance. Nell’eterogeneità dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, la vergogna e l’autocritica possono essere considerati due costrutti trasversali, in quanto sono presenti e rappresentano delle spinte all’azione nei diversi disturbi. I pazienti con disturbi alimentari spesso si criticano aspramente, si vergognano e hanno un dialogo interno intransigente, rigido e umiliante.

Non stupisce quindi che la Terapia Focalizzata sulla Compassione possa aver guadagnato interesse nel trattamento di questa tipologia di pazienti, nella misura in cui la terapia incoraggia un approccio verso noi stessi più gentile e accogliente, soprattutto rispetto alle proprie sofferenze.

Rifacendoci alla concettualizzazione dei tre sistemi di regolazione affettiva, è ragionevole pensare che nei pazienti con disturbi dell’alimentazione vi sia uno squilibrio nei tre sistemi in favore del sistema di ricerca di stimoli e risorse e che questo potrebbe attivarsi per regolare il sistema di minaccia attraverso la ricerca dell’orgoglio associato al controllo sul peso e sulla forma corporea.

Infatti numerosi studiosi hanno recentemente discusso circa uno dei più importanti criteri diagnostici per l’anoressia nervosa, ovvero la ricerca della perdita di peso, che non sarebbe motivata da una paura o un evitamento di diventare grassi, ma piuttosto dal piacere che si ottiene dalla perdita di peso.

I pazienti con disturbi alimentari potrebbero inoltre essere bloccati nel sistema della minaccia e rispondere a questo squilibrio con comportamenti aggressivi o evitanti, quali le abbuffate, il purging, l’iperattività e la restrizione. Difatti le difficoltà nella regolazione emotiva sono considerate un fenomeno transdiagnostico nello spettro dei disturbi alimentari e, di conseguenza, le abilità di regolazione emotiva sono considerate uno dei target dei trattamenti. Uno degli obiettivi della CFT in questo senso è quello di implementare quelle abilità che migliorino la regolazione emotiva, riequilibrando i tre sistemi di regolazione affettiva e abbassando i livelli di autocriticismo.

Partendo dal riconoscimento della relazione esistente tra vergogna, odio verso se stessi, autocriticismo e disturbi alimentari, Goss e Allan (2010) hanno ipotizzato che la sintomatologia alimentare potrebbe avere una funzione ben precisa, ovvero quella di fungere da regolatore emotivo, soprattutto per quelle emozioni negative connesse al sistema della minaccia. Potrebbe darsi che in questi pazienti il sistema calmante sia sottosviluppato e sia difficile accedervi, nella misura in cui gli altri due sistemi sono diventati iperattivati e interconnessi in un circolo vizioso che conduce ad altra sofferenza.

Pertanto, nella CFT-E ovvero nella CFT adattata al trattamento dei disturbi alimentari, uno degli obiettivi è quello di promuovere la psicoeducazione sul funzionamento del corpo umano, sfatando il mito di una sua controllabilità. Nello specifico la CFT- E assiste i pazienti nell’acquisire una maggiore consapevolezza su come i loro corpi funzionino e a sviluppare una più compassionevole accettazione del proprio corpo e dei propri bisogni fondamentali: nutrirsi, fare attività fisica e riposarsi. In questo modo i pazienti sono guidati verso una normalizzazione del fenomeno dell’alimentazione, ovvero del nutrirsi adeguatamente e regolarmente. La normalizzazione dell’alimentazione è uno degli obiettivi comportamentali principali della CFT-E e viene ottenuta attraverso le esposizioni ai cibi, la creazione di piani alimentari e la costruzione attiva della motivazione al cambiamento nelle condotte alimentari. Un altro obiettivo comportamentale della terapia è che il paziente sviluppi strategie alternative di gestione dei sistemi di minaccia e ricerca di stimoli e risorse. Ciò si ottiene attraverso lo sviluppo di un sé compassionevole che può essere attivato come auto-aiuto nelle situazioni sociali altamente stressanti per il paziente, inclusa l’accettazione di vivere in una società in cui la dieta e l’aspetto fisico sono spesso al centro dell’attenzione.

La CFT-E è stata inizialmente sviluppata come un programma di gruppo che integrava aspetti della terapia standard per i disturbi alimentari (Fairburn) e della CFT. Il programma prevede tre fasi principali, la psicoeducazione, la costruzione di abilità e la fase di guarigione. Durante la fase di psico-educazione vengono presentate molte informazioni che aiutano il paziente a sviluppare un’analisi funzionale del proprio disturbo alimentare. Viene poi indagata la motivazione a intraprendere un trattamento e introdotto il programma, spiegando ai pazienti obiettivi e svolgimento.

La fase di costruzione di abilità è stata pensata per aiutare il paziente ad acquisire quelle abilità che gli permetteranno di affrontare le sfide insite nel processo di guarigione dal disturbo alimentare. Queste abilità includono: il riconoscimento delle emozioni, la tolleranza alla frustrazione e alle emozioni negative, lo sviluppo del sistema calmante attraverso tecniche di respirazione e immaginative e lo sviluppo del sé compassionevole, attraverso il dare e ricevere compassione nel gruppo.

La fase di guarigione si focalizza sull’utilizzare queste nuovo sé compassionevole, acquisito nella fase precedente, per affrontare le sfide centrali della guarigione dal disturbo alimentare, incluso l’affrontare tutte quelle distorsioni cognitive che possono inficiare il recupero, favorendo così una prevenzione delle ricadute. Infine, l’obiettivo della CFT-E è quello di sviluppare il sé compassionevole e usarlo per:

  • sviluppare sensibilità, consapevolezza e comprensione rispetto ai modi in cui le emozioni e la sintomatologia alimentare sono interconnessi
  • sviluppare empatia verso se stessi e verso i problemi che i pazienti hanno cercato di risolvere ricorrendo al disturbo alimentare
  • sviluppare la consapevolezza rispetto alle sfide insite in un percorso di cura;
  • sviluppare la motivazione a prendersi cura di se stessi;
  • sviluppare la sicurezza e il coraggio necessari per offrire comprensione, supporto e incoraggiamento a se stessi e agli altri membri del gruppo.

Le ricerche sulla CFT—E e sulla sua efficacia sono ancora agli stadi iniziali, tuttavia i risultati di un’integrazione tra la terapia cognitiva standard e la CFT sono incoraggianti e hanno portato a revisioni del trattamento. Nel complesso questa integrazione contribuisce ad aumentare gli strumenti a disposizione dei pazienti per affrontare situazioni difficili durante il percorso di cura e per avere un approccio più compassionevole verso se stessi e i propri problemi. Inoltre la CFT-E si concentra nel favorire una maggiore comprensione del funzionamento della fisiologia del proprio corpo e dell’alimentazione, restituendo ai pazienti maggiore fiducia rispetto alla capacità dei nostri corpi di autoregolarsi rispetto al peso. Ciò potrebbe incoraggiare i pazienti ad abbandonare quelle condotte maladattive volte alla restrizione e al controllo del peso, in favore di un’alimentazione più adeguata e regolare, atta a rispondere a un mero bisogno fisiologico.

Nelle ricerche condotte finora, la CFT-E ha mostrato risultati promettenti, soprattutto per pazienti con diagnosi di bulimia nervosa. Tuttavia, considerata la giovane età di questa terapia, sono necessarie ulteriori ricerche per validarne l’efficacia e per valutarne i possibili sviluppi.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale dei Disturbi Alimentari maschili: una riflessione sul trattamento della preoccupazione per la forma del corpo nell’uomo

Il modello transdiagnostico dei disturbi alimentari si è rivelato come probabilmente valido per i pazienti maschi, tuttavia potrebbe risultare utile all’interno dei protocolli terapeutici tener conto delle differenze di genere riguardanti la percezione dell’immagine corporea.

 

Introduzione

Numerosi dati provenienti dalla ricerca hanno mostrato come la Terapia Cognitivo Comportamentale Migliorata (CBT-E – enanched), basata sulla teoria transdiagnostica, risulti efficace per il trattamento di tutte le categorie diagnostiche di disturbi del comportamento alimentare, in particolare per la bulimia nervosa, e una possibile alternativa al trattamento basato sulla famiglia per i pazienti adolescenti (Dalle Grave et al., 2013; 2014). Tuttavia, come spesso accade nel campo di ricerca dei disturbi alimentari, i campioni considerati soffrono di una grande disparità di genere a sfavore dei maschi. Lo scopo di questo articolo è quello di proporre una riflessione su quali sfide possono presentarsi nell’applicazione del protocollo CBT-E con i pazienti maschi e in particolare nel trattamento della valutazione eccessiva della forma del corpo, dove è possibile identificare le maggiori differenze nell’espressione clinica tra pazienti di genere maschile e femminile. Infatti se per le femmine risulta utile trattare certe forme di body check collegate alla paura di ingrassare, per i maschi la questione potrebbe essere diversa e legata al perseguimento degli ideali muscolari.

Il corpo nella clinica dei disturbi dell’alimentazione: drive for thinness e drive for muscularity

Uno degli aspetti centrali dei disturbi del comportamento alimentare riguarda l’insoddisfazione per il proprio corpo. Sebbene tale disagio possa essere individuato con una certa frequenza tra i ragazzi appartenenti alla cultura occidentale, in particolare tra le giovani di genere femminile, nella sua espressione più estrema è considerato come una caratteristica peculiare dei disturbi dell’alimentazione. In particolare si riscontrano notevoli elementi dispercettivi legati all’immagine corporea, quest’ultima definibile come la ‘rappresentazione mentale del corpo’ (Shilder, 1950) e le cui componenti fondamentali sono il corpo ideale, il corpo percepito, l’oggettiva forma del corpo e l’immagine corporea socialmente accettata, dipendente dal contesto culturale di appartenenza (Siciliani, Siani e Castellazzi, 2007). L’elemento che accomuna i disturbi del comportamento alimentare è una grave distorsione dell’immagine corporea, dove il corpo percepito viene considerato molto lontano dal corpo ideale, quest’ultimo influenzato dal proprio contesto sociale. Se nelle femmine sofferenti di un disturbo alimentare tale corpo ideale ruota intorno all’idealizzazione della magrezza e all’eccessivo assillo per le diete (il cosiddetto impulso alla magrezza, drive for thinness) per i maschi la questione potrebbe essere per certi aspetti più eterogenea. Sebbene in letteratura è possibile individuare alcuni casi di disturbi alimentari maschili ‘classici’ e caratterizzati da drive for thiness, simili per espressione clinica a quelli della controparte femminile (Morton, 1689; Whytt, 1764; Willan, 1790), in tempi più recenti la patologia sembra evolversi verso altre direzioni. Per molto tempo si è ritenuto che i giovani maschi fossero meno esposti alle pressioni sociali relative all’immagine corporea e di conseguenza più protetti rispetto all’insorgenza di disturbi dell’alimentazione. Tuttavia negli ultimi anni si è assistito ad una crescente iper-mascolinizzazione dell’uomo (Ricciardelli et al., 2010) e a un aumento dell’insoddisfazione per il proprio corpo tra i maschi (Pope, Philips & Olivardia, 2000), in cui gioca un ruolo rilevante il progressivo incremento di modelli oggettivanti veicolati dai media riguardanti il corpo maschile, con riferimenti all’esaltazione della forza fisica e la dominanza sessuale (Cafri et al., 2005). Tutto ciò ha portato il genere maschile a essere sempre più esposto a disordini alimentari caratterizzati non tanto da un impulso alla magrezza, come accade per la controparte femminile, ma piuttosto da un impulso a mettere su muscoli e diventare sempre più ‘grossi’ (drive for muscularity). In altre parole gli uomini con una percezione distorta dell’immagine corporea credono di essere troppo gracili e sottili anche quando in realtà possiedono un corpo già muscoloso e atletico, si vergognano del proprio aspetto fisico e, di conseguenza, evitano attività sociali e lavorative, preferendo investire la maggior parte del loro tempo in estenuanti attività fisiche in palestra e a condurre regimi alimentari estremamente rigidi (Ferrari e Ruberto, 2012). Tale manifestazione clinica sembrerebbe per certi versi opposta a quella delle femmine con anoressia nervosa, tanto che in un primo momento questo disturbo venne definito come ‘Anoressia Inversa’ (reverse anorexia), oggi meglio conosciuta come Vigoressia o Dismorfia Muscolare (Pope et al., 1993).

Modello transdiagnostico e disturbi alimentari della sfera maschile

Prima di entrare nel merito della CBT-E applicata ai pazienti maschi è necessario chiarire cosa si intende per modello trandiagnostico, sul quale il protocollo si basa, quando si parla di disturbi del comportamento alimentare. La teoria cognitiva comportamentale transdiagnostica considera i disturbi dell’alimentazione come una categoria diagnostica unica piuttosto che disturbi distinti come suggerisce la classificazione DSM 5 (Fairburn, Cooper & Shafran, 2003). Tale assunto deriva da due importanti osservazioni: in primo luogo tutti i disturbi del comportamento alimentare condividono lo stesso nucleo psicopatologico non rilevabile in altre patologie psichiatriche, il quale si esprime in schemi comportamentali simili, secondariamente si rileva come tali patologie si mantengano stabili nel tempo, con migrazioni diagnostiche tra disturbi alimentari, ma senza evolvere in altri quadri psicopatologici. Infatti non è raro che pazienti con una diagnosi iniziale di anoressia nervosa evolvano nel tempo verso la patologia bulimica (Cooper & Dalle Grave, 2017). Più nel dettaglio il nucleo psicopatologico specifico di questi disturbi si riferisce all’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e dell’alimentazione, da cui derivano i comportamenti che contribuiscono a mantenere il disturbo alimentare i quali includono il controllo del peso, la restrizione alimentare, il vomito autoindotto, l’abuso di lassativi e le varie forme di body-check. Inoltre possono interagire nel mantenimento della patologia uno o più meccanismi aggiuntivi, quali il perfezionismo clinico, l’intolleranza alle emozioni, la bassa autostima nucleare e difficoltà interpersonali (Cooper & Dalle Grave, 2011). Arrivati a questo punto ci si potrebbe chiedere se tale modello possa essere applicato alla comprensione dei disturbi alimentari della sfera maschile e in particolare per quelle forme inverse, dove l’espressione clinica si manifesta con il timore di non essere abbastanza muscolosi. Attualmente sono poche le ricerche che hanno indagato la questione nel dettaglio, ciò potrebbe essere dovuto all’esiguità del campione maschile all’interno della clinica dei disturbi alimentari e a questioni relative all’inquadramento diagnostico degli uomini che manifestano distorsioni dell’immagine corporea. Infatti la Dismorfia Muscolare non rientra tra i disturbi del comportamento alimentare inclusi nel DSM 5, ma è inclusa come specificatore del Disturbo di dismorfismo corporeo all’interno del capitolo ‘Disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi correlati’. Tuttavia alcuni autori contestano la scelta del DSM 5 di includere tale disturbo tra quelli ossessivo-complusivi e suggeriscono che la manifestazione sintomatologica (distorsione dell’immagine corporea, rigidità dei regimi alimentari, condotte compensatorie) sia piuttosto sovrapponibile a quella dei disturbi alimentari e più nel dettaglio simile all’Anoressia Nervosa (Murray et al., 2012). Ulteriori dati a conferma di tale ipotesi potrebbero arrivare da recenti ricerche in cui è stato applicato il modello trandiagnostico alla comprensione dei disturbi alimentari nei maschi. Murray e collaboratori (2013) hanno testato le capacità predittive del modello trandiagnostico per la dismorfia muscolare sottoponendo questionari self-report a 119 studenti universitari, il 17% di questo campione proveniva da un precedente studio e soddisfaceva tutti i criteri diagnostici per il disturbo. I risultati di tale studio mostravano come i costrutti del modello, quali perfezionismo, intolleranza alle emozioni e bassa autostima fossero predittivi per la presenza di dismorfia muscolare, mentre le difficoltà interpersonali non mostravano medesimi livelli di significatività. Analogamente Dakanalis e colleghi (2014) hanno riportato come nel complesso il modello risultasse valido per i disturbi alimentari maschili anche se con alcune differenze rispetto alla controparte femminile. Nel dettaglio risultava che l’intolleranza alle emozioni fosse l’unica variabile di mantenimento direttamente collegata alla restrizione alimentare, mentre il perfezionismo clinico, la bassa autostima e le difficoltà interpersonali la influenzavano indirettamente attraverso la preoccupazione per la forma del corpo e il peso, evidenziando l’impatto di tale nucleo psicopatologico nel mantenimento del disturbo nei pazienti maschi. Inoltre, anche se è stato rilevato un legame tra abbuffate e conseguenti condotte compensatorie, non vi sono evidenze di rapporto causa-effetto tra restrizione alimentare e comportamenti di abbuffata. Tali studi, seppur limitati di numero, suggeriscono che la CBT-E potrebbe essere applicata in modo efficace nel trattamento dei disturbi alimentari nei maschi.

Il trattamento della preoccupazione per la forma del corpo nell’uomo

Come già sottolineato in precedenza, la preoccupazione per l’immagine corporea rappresenta uno dei fattori chiave nel mantenimento dei disturbi alimentari e la CBT-E riserva un ampio spazio per affrontare tale caratteristica clinica. Per quanto riguarda gli uomini con disturbo alimentare tale componente risulta essere diversa dalle femmine in quanto, come suggerisce Fairburn (2018):

i pazienti maschi tendono ad essere particolarmente preoccupati della propria muscolatura e della corporatura ma meno del proprio peso.

Ciò detto risulta importante per il trattamento identificare correttamente in cosa consiste la valutazione eccessiva del corpo nell’uomo, quali forme di body-check vengono messe in atto e comprendere quale possa essere il corrispettivo del ‘sentirsi grassa’ nel paziente maschio. Negli uomini che soffrono di insoddisfazione corporea è possibile trovare un’intensa spinta a sviluppare massa muscolare, in particolare mirano ad avere braccia più grosse (Miller, Coffman & Linke, 1980) e a ottenere il cosiddetto ‘corpo a V’ (V shaped body), con spalle molto larghe e muscolose, per passare ad un addome stretto e privo di grasso, che si assottiglia fino ad arrivare alle gambe snelle (Parks and Read, 1997). Tuttavia questi ragazzi, nonostante arrivino ad essere muscolarmente ipertrofici, si percepiscono sempre troppo magri e poco tonici, con un costante timore di regredire rispetto ai risultati ottenuti e un’intensa spinta a migliorare la propria muscolatura. I comportamenti di controllo delle forme del corpo nei maschi con disturbo alimentare riguardano perlopiù lo stato della propria muscolatura, in particolare si esprimono attraverso il confronto con altri uomini, il pizzicare i muscoli, il fletterli davanti allo specchio per valutarne la grandezza e la definizione, con particolare attenzione a braccia e addome, e il chiedere conferma rispetto alla loro rigidità (Walker et al., 2009).

È stato dimostrato che più è alta la preoccupazione relativa alla muscolarità, maggiore è la frequenza di comportamenti di body check e che, inoltre, tali comportamenti aumentano ancora di più l’insoddisfazione per il proprio corpo generando un circolo vizioso (Didie et al., 2010; Walker et al., 2012). Si consideri poi che nei maschi potrebbe prevalere la preferenza a chiedere ad altri un feedback sullo stato della propria muscolatura, piuttosto che attraverso il confronto indiretto come l’osservazione degli altri o l’uso dello specchio, la richiesta avverrebbe chiedendo un commento circa lo stato del proprio fisico o facendo toccare i propri muscoli ad altri, inoltre il valore di tale riscontro sembrerebbe proporzionale alla grandezza e definizione muscolare di colui che fornisce il giudizio (De Sousa Fortes et al., 2017); non è infatti raro che queste persone limitino le proprie interazioni sociali a persone che possono vantare masse muscolari simili o superiori alla propria. Una delle componenti maggiormente affrontate all’interno del protocollo CBT-E, relativa al trattamento della preoccupazione per il peso e la forma del corpo, riguarda il ‘sentirsi grassa’. La sensazione di ‘sentirsi grassa’ viene concettualizzata all’interno del trattamento di derivazione transdiagnostico come aspetto dell’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo. Nelle pazienti donne il ‘sentirsi grassa’ è un fenomeno meno stabile di altri aspetti del disturbo alimentare, con fluttuazioni di intensità tra un giorno e l’altro, e potrebbe derivare da un etichettamento errato di certe emozioni o sensazioni corporee (Fairburn, 2018). Tuttavia, come precedentemente detto, il timore espresso dagli uomini nel contesto dei disturbi alimentari riguarda solo in parte la paura di prendere peso e la locuzione ‘sentirsi grasso’ potrebbe non riflettere correttamente la propria esperienza. È invece plausibile ritenere che tale sensazione sia da rimandare alla percezione alterata della propria muscolarità e al sentirsi flaccidi, deboli e poco definiti. Non è ancora chiaro quali parole e sensazioni potrebbero descrivere tale vissuto nell’uomo, ma potrebbe essere individuato un corrispettivo fenomenologico maschile nella sensazione di ‘sentirsi appannato’. Tale terminologia, in voga tra i cultori dello sviluppo muscolare, si riferisce, come spiega De Pascalis (2013):

ad un immaginario velo di grasso che si distribuirebbe sulla muscolatura rendendola meno definita e quindi più appannata. […] sotto il profilo fisiologico questa considerazione non ha fondamento alcuno.

Questo fenomeno sembrerebbe manifestarsi in modo fluttuante durante il giorno, in maniera analoga al ‘sentirsi grassa’, a seguito di uno ‘sgarro’ alimentare o a un comportamento di check corporeo. A tal proposito Murray e Griffiths (2015) hanno descritto il trattamento di un ragazzo di 15 anni che riportava un’intensa insoddisfazione per la propria muscolatura e che, quando percepiva quest’ultima come poco definita, ricorreva a una particolare condotta compensatoria: attraverso l’utilizzo di trucchi cosmetici, ‘ombreggiava’ i muscoli addominali per modificarne la visibilità, per ‘farli sembrare più profondi e farli risaltare di più’.

Conclusioni e prospettive future

Il trattamento della preoccupazione per la forma del corpo, all’interno di un trattamento di derivazione transdiagnostica, potrebbe essere centrale nel trattamento degli uomini con disturbo alimentare, in modo analogo a quanto accade per le pazienti di genere femminile, ma risulta necessario tener conto delle differenze di genere che ruotano intorno al concetto di corpo ideale. È opportuno considerare che, all’interno della clinica dei disturbi alimentari, gli uomini potrebbero manifestare tale disagio in virtù di una tensione verso un corpo dalla muscolatura ipertrofica. Se nelle pazienti femmine l’ideale attorno a cui ruota il corpo desiderato è rappresentato dalla bellezza del corpo magro, nell’uomo tale aspirazione potrebbe essere rivolta alla forza fisica e alla dominanza dell’altro (Ricciardelli et al., 2010). Tuttavia, nonostante tali differenze, il modello transdiagnostico sembrerebbe adattarsi bene anche a queste varianti psicopatologiche tipicamente maschili, ma le evidenze in questa direzione sono ancora poche e future ricerche in ambito clinico dovrebbero approfondire e confermare questi risultati. Le indicazioni all’interno del protocollo CBT-E riguardanti la preoccupazione del peso e della forma del corpo sono ampiamente trattate per le pazienti di genere femminile, ma risultano esigue per il trattamento dei maschi. Future prospettive di ricerca dovrebbero approfondire i comportamenti di body-check e le esperienze riguardanti l’immagine corporea negli uomini con disturbo alimentare, in modo da fornire linee guida valide per il loro trattamento. Recentemente è stato dimostrato che le componenti cognitive ‘Preoccupazione per il peso e la forma del corpo’, ‘Paura di ingrassare’ e ‘sentirsi grassa’ nel trattamento dei disturbi alimentari possono predire l’esito della terapia CBT-E (Calugi & Dalle Grave, 2019), quindi potrebbe risultare di particolare utilità clinica approfondire tali caratteristiche nel contesto della drive for muscularity.

 

Il contributo della ricerca e della clinica in tema di BES e DSA. Lavori in corso… – Report dal Convegno Regionale AIRIPA Puglia – Basilicata 2020

Il 18 gennaio 2020 si è svolto presso l’Ordine dei Medici di Foggia, il secondo convegno regionale AIRIPA Puglia – Basilicata (Associazione Italiana per la Ricerca e l’intervento nella Psicopatologia dell’apprendimento).

 

Durante il convegno il GDL Nazionale di Psicologia Scolastica ha presentato i dati dell’indagine 2018, ‘Lo psicologo scolastico: il punto di vista dei docenti’, nel poster a cura della prima autrice, la Dott.ssa Francesca Rendine (Fig. 1).

Il convegno ha rappresentato un momento formativo e di aggiornamento sui temi della psicopatologia dell’apprendimento da un punto di vista clinico, ma anche da un punto di vista scolastico evidenziando sin da subito la necessità di una stretta e continua comunicazione fra la clinica ed il mondo scuola, come garanzia del benessere nei processi di apprendimento.

 

Psicologia scolastica Report del convegno regionale AIRIPA 2020 Fig 1

Fig. 1 Presentazione del poster sull’indagine ‘Lo psicologo scolastico: il punto di vista dei docenti’

 

L’azione del clinico, a favore e supporto del contesto scolastico, inizia con la stesura di diagnosi che contengano anche un profilo di funzionamento come base su cui la scuola possa tagliare una didattica realmente inclusiva. Questo comporta che la scuola, d’altra parte, si apra alla presenza di più professionalità al suo interno e si avvalga di periodi formativi secondo i propri bisogni.

Nei vari interventi si è parlato di apprendimento metacognitivo, di esigenze formative, dell’utilizzo di nuove tecnologie ed in ultimo, non per importanza, della figura dello Psicologo Scolastico.

Apprendimento metacognitivo

Oggi numerose ricerche indicano l’efficacia di un apprendimento di tipo metacognitivo che preveda stimoli molteplici da offrire agli alunni, in cui il ‘mapping’, che porta alla ricerca della soluzione non sia solo un percorso predeterminato e circoscritto alla risoluzione del compito. Aumentare la capacità di compiere inferenze negli studenti di oggi significa lavorare su un’abilità trasversale capace di dare ‘forma e sostegno’ ai processi di elaborazione profonda. La metacognizione porta con sé un senso di autoefficacia che mette in luce variabili relative al processo di apprendimento come esperienza non solo didattica ma anche cognitiva, emotiva e relazionale.

L’importanza della formazione e della comunicazione tra clinici e insegnanti

E’ proprio sull’aspetto relazionale che la ricerca evidenzia il ruolo del modellamento dei comportamenti in ambito scolastico e familiare. L’attenzione verso gli aspetti relazionali richiama in gioco numerose tematiche, in primis, le crescenti esigenze formative per rispondere a bisogni scolastici oggi sempre più complessi.

Dal fronte scuola, l’inclusività deve essere realizzata mediante azioni concrete che riguardano la formazione da destinare agli insegnanti inerente ai BES e i DSA o ancor meglio ai disturbi del neurosviluppo in generale.

‘Se è vero che la scuola non crea disturbi del neurosviluppo, una cattiva gestione degli stessi è capace di indurre sintomi secondari’, dalla riflessione di uno dei relatori appare chiaro il bisogno di definire, in maniera chiara e costante, una comunicazione tra clinici appartenenti al territorio ed enti scolastici per una gestione rispettosa degli studenti e degli insegnanti in termini di persone e di diritti tutelati da specifiche leggi.

Utilizzo delle nuove tecnologie

Di grande interesse sia per l’ambito scolastico che per la gestione quotidiana della crescita dei ragazzi è l’utilizzo delle nuove tecnologie, che ben si intreccia con il processo di apprendimento.

‘Il genitore dovrebbe essere un sussurratore dell’amigdala del suo bambino’, una riflessione che spinge il relatore a prestare attenzione senza per questo demonizzare gli indici di rilevanza nella gestione dell’uso delle nuove tecnologie, oggi presenti a scuola, a casa ed in ambito clinico-riabilitativo.

Fra gli indici risulta di estrema rilevanza l’età di esposizione, secondo cui tanto più è precoce l’esposizione tanto più impedisce lo sviluppo di numerose competenze, quali: fono-lessicali, attentive e di modellamento comportamentale. Si evidenziano ulteriori variazioni quali: modifiche del ritmo sonno-veglia, abilità motorie ridotte, predilezione per processi di pensiero rapidi, modifiche delle dinamiche socio-relazionali.

Se alcuni cambiamenti delineano, nella ricerca, il definirsi di profili cognitivi sempre più rispondenti ad una società odierna ‘veloce’, d’altra parte è illusorio pensare di privare le nuove generazioni di questi strumenti. Un possibile pensiero realistico sarebbe quello di evitare un uso esclusivo delle stesse e di riequilibrare con esso uno spazio in cui si possa coltivare ancora una forma di ‘pensiero lento’.

A tal proposito risultano estremamente interessanti le possibilità di: costruire ambienti ‘free technology’, rinnovare la didattica e progettare e sviluppare nuove tecnologie la cui base sia una solida teoria psicologica. Quest’ultimo fattore potrebbe arginare la produzione di strumenti non idonei a bambini e ragazzi.

Lo Psicologo Scolastico

Particolarmente interessante è stato l’intervento che delinea una totale assenza di normativa che regoli in Italia la presenza dello Psicologo Scolastico, figura spesso affidata a progetti che rispondono ad emergenze contingenti con risorse temporali ed economiche del tutto inadeguate. Tali interventi inoltre tagliano fuori dall’operato dello Psicologo Scolastico ogni genere di intervento preventivo.

La figura dello Psicologo Scolastico si avvale di attività in linea al contesto in cui opera, dunque non svolge alcun tipo di attività clinica (nessun tipo dunque di diagnosi), nè avvia percorsi di cura specialistica (nessun tipo di psicoterapia). Questi aspetti sono determinanti nel definire non solo l’operato dello Psicologo Scolastico ma anche un titolo specifico idoneo al contesto che è quello di Psicologo e non di Psicoterapeuta, il cui scopo è offrire servizi di Psicologia Scolastica.

La Psicologia Scolastica promuove dunque il benessere di tutti gli utenti del mondo scuola attraverso:

  • la prevenzione di comportamenti a rischio;
  • la formazione degli insegnanti;
  • la gestione dei bambini che presentano BES o hanno ricevuto una diagnosi di DSA.

In queste attività, come in tante altre di pertinenza psicologica, si evince il ruolo specifico di professionista del sociale che lo psicologo va a rivestire nel contesto scolastico utilizzando tecniche e strumenti che garantiscano il benessere di tutti gli utenti, supportando in primis le dinamiche relazionali tra insegnanti, alunni e famiglie ma soprattutto avvalendosi di azioni specifiche che permettano la crescita-sviluppo degli studenti non solo da un punto di vista didattico.

 

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