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L’utilizzo dei social media e il benessere nella comunità LGBTQIA+

Craig e colleghi (2021) hanno indagato i potenziali benefici derivanti dall’uso dei social media tra gli adolescenti LGBTQIA+ sviluppando la Social Media Benefits Scale (SMBS), una scala utile per misurare gli impatti positivi dei social media sulla popolazione LGBTQIA+ e, potenzialmente, su altri gruppi stigmatizzati.

 

L’uso dei social network tra i giovani LGBTQIA+

I social media sono considerati mezzi di comunicazione tramite cui le persone possono generare contenuti, interagire e mantenere connessione con altri utenti già conosciuti o incontrare nuove persone (Carr e Hayes, 2015).

I social media di cui più spesso di sente parlare sono Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat e YouTube. Sia gli adolescenti che i giovani adulti sono assidui frequentatori di questi social, i quali gli consentono di sviluppare la loro identità, tra cui l’identità di genere e l’orientamento sessuale (Alhabash e Ma, 2017).

La letteratura in merito all’effetto dei social media sui giovani evidenzia risultati contrastanti: alcune ricerche suggeriscono che i social media apportano benefici sul benessere (Verduyn et al., 2017), altre indicano effetti dannosi (Reer et al., 2019), e altre ancora riportano effetti trascurabili (Utz e Breuer, 2017).

Sebbene gli studi che confrontano l’uso dei social tra gli individui LGBTQIA+ con quello dei loro coetanei siano limitati, la ricerca evidenzia come gli adolescenti LGBTQIA+ trascorrano molto più tempo online (Steinke et al., 2017) e che godono di benefici significativi nell’utilizzo dei social media (Craig et al., 2015).

In particolare, i social media possono facilitare la costruzione dell’identità fungendo da ambiente di apprendimento e offrendo ai giovani opportunità cruciali per esplorare, definire e condividere le loro identità LGBTQIA+ in un contesto caratterizzato da una relativa sicurezza e dal controllo sull’anonimato dell’identità (Fox e Ralston, 2016; Craig et al., 2020).

Questo perché gli utenti possono eventualmente bloccare altri utenti, scegliere quali aspetti della loro vita condividere con gli altri, ed evitare commenti e avances indesiderate, non possibile nella loro vita offline (Alhabash e Ma, 2017; Craig et al., 2020).

La partecipazione alle comunità online può consentire l’impegno nella condivisione di contenuti inerenti la comunità LGBTQIA+ e partecipare all’educazione e al sostegno emotivo e sociale di altre persone all’interno delle loro reti online (McInroy et al., 2019). Quindi internet può essere un modo efficiente per colmare le lacune di informazioni specifiche sull’identità (ad esempio, per accedere alle risorse per la salute sessuale), oltre che come un mezzo efficace per conoscere servizi ed eventi offline (DeHaan et al., 2013). Inoltre, tramite l’uso dei social media, gli adolescenti LGBTQIA+ possono avvicinarsi alla comunità che offre supporto sociale.

Craig e colleghi (2021) hanno indagato i potenziali benefici derivanti dall’uso dei social media tra gli adolescenti LGBTQIA+ sviluppando la Social Media Benefits Scale (SMBS), una scala utile per misurare gli impatti positivi dei social media sulla popolazione LGBTQIA+ e, potenzialmente, su altri gruppi stigmatizzati.

I benefici dei social network negli adolescenti LGBTQIA+

I risultati dello studio indicano che i benefici dei social media possono essere concettualizzati come multidimensionali e sono rappresentati dalle categorie: supporto emotivo e sviluppo, educazione generale, intrattenimento e informazioni specifiche sull’identità.

Nello specifico, le piattaforme in cui i singoli utenti sono incoraggiati a creare contenuti che possono essere condivisi pubblicamente (o almeno in modo più ampio rispetto a un gruppo interconnesso, come Instagram, Tumblr e Reddit) sono state spesso utilizzate per curare l’immagine e una rappresentazione di sé che si vuole rimandare agli altri utenti, controllando al contempo il proprio grado di divulgazione.

Le piattaforme di consumo di contenuti, come YouTube, Spotify e Pinterest, prevedono che gli utenti possano potenzialmente produrre e condividere contenuti, ma spesso è una percentuale relativamente bassa quella che sceglie di farlo. La maggior parte degli utenti accedono spesso a queste piattaforme per vedersi riflessi nei contenuti creati da altri, che possono essere una componente importante dei processi di sviluppo dell’identità, socializzazione e riconoscimento sociale.

In generale, quindi, i social media sembrano aiutare i giovani appartenenti a gruppi stigmatizzati a esplorare e sviluppare le proprie identità e relazioni sociali, mantenere un accesso a dimensioni di supporto emotivo, a trovare informazioni importanti, e a essere intrattenuti; ciò è in linea con le ricerche esplorative emergenti (Alhabash e Ma, 2017; McInroy et al., 2019).

Inoltre, questo studio ha analizzato alcuni benefici in base all’età: i partecipanti più giovani avevano maggiori probabilità di utilizzare i social media per migliorare il loro benessere in tutti e quattro i fattori rispetto alle loro controparti meno giovani. Ciò supporta studi precedenti sull’uso dei social media da parte dei giovani (Hausmann et al., 2017; McInroy et al., 2019), che mostrano come gli adolescenti siano più propensi a riferire un impatto più significativo da parte dei social media rispetto alle persone di età maggiore.

Questo studio si allinea nel panorama emergente della ricerca esplorativa sui benefici dei social media per il benessere dei giovani. I quattro fattori chiave nel contesto dei social media per gli adolescenti LGBTQIA+ (supporto emotivo e sviluppo, informazioni, educazione generale, intrattenimento) forniscono una comprensione più sfumata del ruolo della tecnologia emergente nel benessere di questa popolazione.

A livello clinico la SMBS ha il potenziale di valutare individualmente l’impatto dei social media sul benessere di una data persona, nonché le sue motivazioni d’uso. Questo può essere un punto di partenza per gli operatori che possono poi mettere appunto degli interventi individuali personalizzati per rafforzare gli aspetti positivi dei social media di un paziente e promuovere il suo benessere.

Tali approcci possono includere la collaborazione con i giovani per comprendere meglio l’impatto individuale dei social media e per educarli sui rischi e i benefici dell’uso dei social media nella loro vita quotidiana. L’obiettivo dell’impatto positivo sul benessere è una comprensione più completa dei social media e rappresenta un cambiamento nell’affrontare il loro uso tra una popolazione giovanile emarginata.

 

Navigare senza rotta. “Il Bordo, due favole border-line” (2022)

Il bordo, scomodo, insicuro, tremante, non esplora tutte le dimensioni dello spazio ed è in balia delle pulsioni, infarcito di emozioni incontrollate.

 

 

Il bordo delimita,

il bordo confina,

il bordo si abita.

Ma perché tracciare queste linee? Perché abitare un confine? Al di qua e al di là, cosa e chi esistono? Quale sarebbe il lato giusto verso cui orientarsi? Cosa frena dall’andare oltre o tornare indietro?

Neri esplora il bordo tramite due storie metaforiche dispiegate in forma di racconti. Quel bordo che non è solo una metafora, per quanto siano potenti una metafora spaziale o l’uso delle metafore nella metafora, quel bordo che è la vita di tante persone a cui non è concesso di superarlo.

Il bordo, scomodo, insicuro, tremante, non esplora tutte le dimensioni dello spazio ed è in balia delle pulsioni, infarcito di emozioni incontrollate, nell’impossibilità di rispecchiarsi in chi è al di qua o al di là di esso. I buoni e i cattivi, la luce e l’ombra, sono tutti separati da una linea, non esiste la terra di mezzo, come la diga non permette al fiume di immettersi in mare. E la norma non concede di abitare un non-luogo. I normali sono tutti da una parte o dall’altra, a giudicare l’imputato che vive sul filo, a imbastire un salvifico tiro alla fune. Il rischio è lo svuotamento.

Al di fuori dell’aula di tribunale, l’incontro profondamente sincero con l’altro, diventa la spinta verso il bordo-vissuto. Il transito diventa terra.

Gli eroi non sono quelli che superano i confini? E come chiamare allora chi ci rimane incastrato?

 

Nella mente degli astronauti. I fattori di rischio psicologico dei viaggi nello Spazio

L’obiettivo del presente articolo è quello di approfondire la letteratura scientifica riguardo all’impatto delle missioni spaziali sulla salute psicologica degli equipaggi.

 

Dal punto di vista fisiopatologico sono già state effettuate diverse ricerche che dimostrano quanto la presenza di particelle radioattive e della microgravità nello Spazio provochino importanti compromissioni a livello cardio-vascolare e vestibolo-cocleare. Dal punto di vista psicologico, invece, sono ancora da approfondire i rischi e gli effetti del volo spaziale. Sono noti fenomeni come le illusioni, la gestione delle emozioni, la fame sensoriale e l’“effetto panoramica”, ma in questo elaborato vengono anche analizzati gli effetti che la permanenza nell’ambiente extra-terrestre può indurre sulla cognizione, sulle emozioni e su processi come la memoria, la percezione e l’attenzione. Microgravità, radiazioni ionizzanti, assenza di ritmo circadiano, accelerazione, rumore, stress e isolamento sono solo alcune delle sfide a cui vengono sottoposti gli astronauti. Questi fattori richiedono un notevole sforzo di adattamento particolarmente complesso a causa del fatto che l’ambiente spaziale si contrappone alle tre principali costanti che hanno plasmato l’organismo umano: l’attrazione gravitazionale, l’alternanza del giorno e della notte e importanti relazioni interpersonali.

Questo articolo vuole richiamare l’attenzione sulla necessità di costruire una nuova branca della psicologia volta allo studio delle specifiche problematiche in vista del costante aumento dei voli nello Spazio e in previsione di un futuro turismo spaziale. Ogni argomento è stato approfondito attraverso articoli scientifici pubblicati su riviste specialistiche internazionali, anche grazie alle indicazioni da parte della NASA e dell’ESA, che si sono rese disponibili inviando materiale scientifico e consigliando riviste indicizzate che trattano l’argomento.

Radiazioni ionizzanti, microgravità e risvolti neuropsicologici

Numerose aree cerebrali risultano compromesse e alterate durante i voli nello Spazio (Oluwafemi, Abdelbaki, Lai, Mora-Almanza & Afolayan, 2021, pp. 27-29). I dati della NASA hanno dimostrato quali siano gli effetti negativi dell’esposizione neurocellulare alle radiazioni, evidenziando gravi danni a carico del sistema immunitario, nello specifico alle cellule Natural Killer (NK), un sottotipo di globuli bianchi in grado di riconoscere e distruggere le cellule tumorali (Jandial, Hoshide, Waters & Limoli, 2018, pp. 7-8).

A questi già gravi effetti si sommano anche criticità nelle prestazioni cognitive e sensomotorie degli astronauti provocate dalla microgravità (Clark, Newman, Oman, Merfeld & Young, 2015, pp. 6-8), condizione denominata anche weightlessness, ovvero assenza di peso o gravità zero (G0). In un contesto di microgravità, il carico che le forze di attrazione esercitano su un individuo e la percezione stessa di gravità sono assenti, pertanto il corpo è come se galleggiasse nell’ambiente (Grimm, 2019, pp. 2-4). Una conseguenza fisiopatologica diretta esercitata dalla microgravità è l’aumento della pressione intracranica (ICP, Intracranial Pressure), causa primaria dei cambiamenti strutturali dell’encefalo (Michael, 2018, pp. 76). I rischi a lungo termine dell’ICP consistono in forti mal di testa e alterazioni della vista, ma anche tinnito pulsante, atassia, disturbi della memoria e disfunzione cognitiva (McGeeney & Friedman, 2014, pp. 446-447). Infatti, è stata riscontrata una condizione descritta come VIIP (Vision Impairment and Intracranial Pressure, disturbi della vista e della pressione intracranica): si tratta di una sindrome dovuta allo spostamento del liquido cefalo-rachidiano causato dal prolungato aumento dell’ICP, che viene evidenziata nei due terzi degli astronauti, la cui maggioranza ha dichiarato un calo del visus al ritorno sulla Terra, persistente anche dopo diversi anni (J. A. David et al., 2012, pp. 66).

La NASA ha fatto diversi investimenti sullo studio dei rischi acuti e cronici (post-missione) relativi all’insorgenza dei deficit del SNC. Dalle ricerche è stato confermato l’effetto negativo della permanenza nello Spazio, capace di indurre fenomeni di erosione della struttura neuronale e dell’integrità sinaptica in specifiche regioni del cervello (Parihar et al., 2016, pp. 10-13). I neuroni ippocampali e corticali mostrano significative riduzioni della complessità dendritica (Mogilever et al., 2018, pp. 17) mentre una minore densità dendritica si trova nel midollo spinale e in altre regioni del cervello. Inoltre, negli astronauti che hanno partecipato a voli di lunga durata si è verificato un restringimento significativo del solco centrale, uno spostamento verso l’alto del cervello all’interno della scatola cranica, un restringimento degli spazi subaracnoidei in cui scorre il liquido cerebrospinale e una riduzione significativa di materia grigia, comprese le ampie aree cerebrali corrispondenti ai poli temporali e frontali (Dwain et al., 2016, pp. 55).

L’apparato cardio-circolatorio e il sistema vestibolo-cocleare

In assenza di gravità il cuore degli astronauti cambia forma assumendo un aspetto più sferico del 9,4%. Nelle missioni della durata di circa 6 mesi la forma sferica sembra essere temporanea in quanto, poco dopo il ritorno sulla Terra, il cuore riprende la sua forma originale allungata grazie alla forza di gravità (Otsuka et al., 2019, pp. 6-7). Gli eventuali disturbi cardio-circolatori legati a questa nuova condizione necessitano di ulteriori approfondimenti.

Per quanto riguarda il sistema vestibolo-cocleare, in caso di microgravità, viene a mancare la verticalità come fonte di riferimento e il sistema percettivo deve riadattarsi. Se le forze gravitazionali cambiano, l’adattamento alla nuova condizione richiede accomodamenti della postura e del sistema motorio con aggiustamenti da parte dell’apparato vestibolare determinando disturbi quali: nausea, conati di vomito, diarrea, inappetenza, cefalea e malessere diffuso, che si ripresentano una volta ritornati sulla Terra. Si parla infatti della “sindrome da adattamento allo Spazio” (Robert, Kennedy, Julie & Daniel, 1999, pp. 23-25), (SAS, “sindrome da adattamento spaziale” o “mal di Spazio”). La SAS può manifestarsi anche al rientro a Terra, in tal caso è definita “Sindrome da sbarco” (ESA, 2019, pp. 1-2). Queste informazioni, giunte nell’encefalo, vengono elaborate e integrate con quelle fornite dal cervelletto e dalla corteccia cerebrale (centro del pensiero e della memoria), (Sarkar et al., 2006, pp. 549-550). Ma se gli input sensoriali ricevuti sono in conflitto tra loro, si può determinare la cosiddetta “cinetosi” (o “malattia del movimento”) che include una serie di disturbi che si manifestano quando ci si trova su un mezzo di trasporto (Zhang et al., 2019, pp. 2). Questa problematica deriva dall’invio al cervello di messaggi contrastanti da parte degli organi dell’equilibrio: orecchio interno, occhi, muscoli e articolazioni. Circa il 70% degli astronauti soffre di cinetosi spaziale (SMS), (Koch et al., 2018, pp. 687-688). Conseguentemente gli astronauti tendono a privilegiare gli indicatori corporei rispetto a quelli visivi per indicare le coordinate di uno stimolo, si parla infatti di “orientamento retinico”, ovvero una tipologia di orientamento che dipende dal parallelismo e dalla verticalità tra la retina dell’osservatore e la posizione di un oggetto complesso (Doorn, Gardoni & Murphy, 2019, pp.125). La percezione, l’orientamento di se stessi e del mondo, è fondamentale non solo per l’equilibrio (Manckoundia, Mourey, Pfitzenmeyer, van Hoecke & Pérennou, 2017, pp. 786-789) ma anche per molte altre sfere della percezione, compresi il riconoscimento dei volti e degli oggetti. L’assenza di gravità influisce sull’informazione vestibolare, e il sistema nervoso centrale deve adattarsi per riorganizzare il controllo delle funzioni come la postura, la coordinazione occhio-mano, l’orientamento spaziale e la navigazione (Cebolla et al., 2016, pp. 8-9). Gli effetti comportamentali che scaturiscono da questa nuova condizione consistono in disturbi d’ansia, attacchi di panico, agorafobia, calo dell’attenzione selettiva e disturbi di memoria (J. A. David et al., 2012, pp. 78- 79).

Le illusioni spaziali e la confusione mentale

Lo Spazio cosmico è fonte di frequenti e bizzarre illusioni. Come avviene durante i lanci nello spazio, l’assenza di peso è preceduta da un’accelerazione, forza potentissima che incolla il cosmonauta allo schienale del sedile. Ma l’organismo si oppone a questa forza: i muscoli reagiscono tendendosi per staccare il corpo dal sedile. Quando l’assenza di peso si manifesta improvvisamente, i muscoli restano tesi per inerzia ed è in quel momento che il cosmonauta prova la sensazione, inevitabile ma erronea, di volare sulla schiena o di trovarsi in posizione supina. Se invece i muscoli della schiena si decontraggono gradualmente, il passaggio all’assenza di peso non genera simili illusioni. Tuttavia, quando il sistema nervoso è incapace di inibire l’informazione alterata proveniente dall’apparato otolitico, le rappresentazioni erronee possono persistere abbastanza a lungo (Koppelmans et al., 2013, pp. 203-204). La natura delle illusioni spaziali è determinata dal ruolo e dal contributo secondario ai vari tipi di input sensoriali dovuti all’orientamento spaziale. È possibile dunque che, in condizioni di microgravità, emergano errori percettivi e illusioni che poi si risolveranno al ritorno sulla Terra. Dalle risposte fornite a una serie di questionari somministrati a 104 astronauti, uno studio di Kornilova (1997) ha rilevato come nel 98% dei casi venisse riferita una qualche forma di illusione circa la propria posizione, il proprio movimento e il movimento degli oggetti circostanti (Kornilova, 1977, pp. 433-435). In particolare, può cambiare la percezione dell’orientamento del proprio corpo: se sulla Terra la verticale soggettiva è legata alla posizione della testa e del corpo, in orbita anche i piedi possono essere percepiti come parte superiore del corpo. Questo fenomeno viene chiamato “illusione dell’inversione” (inversion illusion) ed è dovuto alla distribuzione dei fluidi che lasciano le estremità inferiori per dirigersi verso il cervello (Mammarella, 2020, pp. 78-79). È emerso, inoltre, che anche la percezione della profondità è alterata, parlando in questo caso di “percezione illusoria” (Moore et al., 2019, pp. 13-14). Inoltre, in alcuni individui viene riferita anche un’alterazione dello schema corporeo, vale a dire della rappresentazione della sua forma e delle sue dimensioni, della grandezza assoluta e relativa delle diverse parti dell’organismo e dei movimenti degli arti (Young & Zabini, 2017, pp. 67-68). Questa reazione psichica ricorda la “Sindrome della fine del mondo”, dovuta alla sensazione di sentirsi leggeri come una piuma e di galleggiare nell’aria (Gagarin & Lebedev, 2016, pp. 196-197).

La sfera emotiva degli astronauti

L’adattamento allo Spazio pone vincoli dirompenti per la salute fisica e mentale degli astronauti in termini di isolamento e confinamento. Può accadere che le emozioni mobilitino le risposte psichiche, permettendo di portare a termine imprese a prima vista irrealizzabili. Ma esse possono anche produrre l’effetto contrario, paralizzando la volontà e facendo perdere ogni capacità a coloro che ne sono preda, rendendoli irresoluti e incapaci di agire (Gorbunov et al., 2017, pp. 255-257). Si tratta infatti di una situazione che esige uno sforzo di volontà teso a dominare la crescente inquietudine e a permettere una giusta valutazione di ciò che sta accadendo (Mulcahy, Blue, Vardiman, Castleberry & Vanderploeg, 2016, pp. 883-884). Queste reazioni si possono manifestare in modo diverso da un individuo all’altro. Alcuni ai quali il pericolo causa un vero e proprio shock emozionale rischiano di perdere la lucidità mentale; altri accusano un deterioramento generale dell’attività pratica, sebbene nell’insieme il comportamento resti razionale; altri ancora conservano una perfetta padronanza di se stessi, dando prova di presenza di spirito e di prontezza (vengono definiti: “amanti delle sensazioni forti”). La loro reazione in presenza di un pericolo costituisce “l’eccitazione da combattimento”, uno stato capace di provocare l’intensificazione dell’attività psichica nell’uomo che, dopo aver superato le difficoltà e la paura, prova una soddisfazione del tutto particolare (Ferrand, Ruffault, Tytelman, Flahault & Négovanska, 2015, pp. 723-724).

Un resoconto dettagliato della NASA sugli effetti dell’isolamento e del confinamento distingue tra una condizione comportamentale negativa non patologica e un eventuale disturbo di natura psichiatrica. La prima si riferisce ai cambiamenti a carico dell’umore, della cognizione e delle relazioni interpersonali, mentre il secondo riguarda disturbi diagnosticati secondo i criteri del DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). Tra i sintomi e i disturbi psichiatrici manifestati più frequentemente ci sono i deliri, il disturbo di adattamento (spesso chiamato anche “depressione situazionale”) e condizioni di nevrastenia caratterizzate da stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, problemi di appetito e di sonno.

La fame sensoriale

In condizioni normali l’uomo non ha quasi mai occasione di trovarsi in mancanza di stimoli. I diversi fenomeni provenienti dall’ambiente circostante vengono percepiti dagli organi di senso e gli impulsi nervosi trasmettono fedelmente al cervello l’informazione corrispondente. L’uomo è ben lontano dall’essere cosciente di tutti gli stimoli che agiscono sui suoi sensi, ma essi sono indispensabili per il normale funzionamento del cervello. Migliaia di immagini diverse passano costantemente davanti ai suoi occhi, in ogni momento. Una quantità di rumori di ogni tipo si succede senza interruzione creando una base sonora ininterrotta. La pelle percepisce i cambiamenti della temperatura e gli spostamenti d’aria, ma durante i voli spaziali l’assenza di stimoli permanenti può originare seri problemi funzionali (NASA, 2021, pp. 3). In questo caso esiste la situazione di “fame sensoriale”, provocata dall’insufficienza degli stimoli ambientali ricevuti dal cervello. Analizzando i risultati degli esperimenti effettuati in una camera di silenzio, si è riscontrato che questa “fame” mette a dura prova i processi psichici dell’uomo.

Si è visto come la musica sia un eccellente antidoto contro la fame sensoriale esercitando un potente effetto emotivo, generando il buon umore e aumentando le capacità lavorative. È emerso che ascoltare la musica trovandosi in orbita consente di registrare variazioni dell’attività fisiologica negli astronauti, permettendo di valutarne lo stato emozionale (Jurij Gagarin, Vladimir V. Lebedev, 2021, pp. 78-83).

Viaggiare nello Spazio presenta molti aspetti positivi e in alcuni casi può favorire la crescita personale. Molti viaggiatori spaziali sono tornati a casa con una visione più positiva di loro stessi e del loro ruolo sul pianeta. Dal cosmo la Terra può essere vista come bellissima e unica, senza confini politici evidenti o conflitti internazionali. Alcuni astronauti nello Spazio hanno riferito esperienze trascendentali, intuizioni religiose e un migliore senso dell’unità del genere umano. A volte il fascino e l’incanto dello Spazio hanno causato gravissimi problemi durante le missioni spaziali. Ad esempio, un cosmonauta rimase così estasiato dalla vista dello Spazio che iniziò a fluttuare fuori dalla navicella dimenticandosi di mettersi in sicurezza attraverso un cavo e un altro alterò il sistema giroscopico della navicella lasciando la sua postazione di lavoro per avere una migliore visuale della Terra. Ma la maggior parte delle esperienze nello Spazio sono state positive e non così strazianti (Tarnas & Tranquilli, 2012, pp. 56-60).

Sulla soglia dell’astronave: l’effetto panoramica

L’effetto panoramica, chiamato anche “effetto della veduta d’insieme” (in inglese Overview Effect) riferito da alcuni astronauti durante il volo spaziale, è un cambiamento cognitivo della consapevolezza causato dall’osservazione della Terra dall’orbita o dalla superficie lunare (Lineweaver & Chopra, 2019, pp. 112). Questo effetto si riferisce all’esperienza di vedere in prima persona la realtà della Terra dallo Spazio, percepita come una piccola, fragile sfera della vita, “appesa nel vuoto”, avvolta da una sottile atmosfera che la protegge dall’ambiente esterno (Appleyard, 2017, pp. 118).

Dallo Spazio gli astronauti sostengono che i confini nazionali svaniscono, i conflitti diventano irrilevanti mentre appare evidente e imperativa la necessità di creare una società planetaria volta a proteggere questo “pallido punto azzurro nello Spazio” (Yaden et al., 2016, pp. 6-7). Risulta particolarmente interessante evidenziare come la reazione degli astronauti deriverebbe soprattutto dal guardare la Terra in tutta la sua bellezza e in tutta la sua fragilità (Voski, 2020, pp. 109-110). Semplificando, dallo Spazio il nostro pianeta appare come piccolo, fragile e indifeso: un posto dove tutti i conflitti umani appaiono secondari e futili rispetto all’enormità dell’Universo (Weibel, 2020, pp. 418).

In relazione all’auto-trascendenza, gli autori affermano che nel caso di questo effetto si prova un senso di unione con il pianeta Terra e tutti i suoi abitanti derivante da uno stimolo visivo particolarmente sorprendente. Sempre secondo Yaden, dallo Spazio gli astronauti percepiscono la Terra come non l’hanno mai vista prima, inducendoli a fantasticare con l’immagine stessa e, di conseguenza, modificando il loro modo di guardare le cose e il mondo (David B. Yaden & Andrew B. Newberg, 2020, pp. 106-110). È stato ipotizzato però anche il rovescio della medaglia, una potenziale condizione psicologica chiamata Earth-out-of-view ovvero il fenomeno del non poter vedere più la Terra, che si potrebbe manifestare nel corso di un futuro viaggio verso Marte. Non vedendo più la Terra, l’equipaggio perderebbe il suo punto di riferimento e potrebbero manifestarsi disturbi dell’umore, depressione, ansia e allucinazioni (Mammarella, 2020, pp. 80-81).

Dall’analisi di queste nozioni si ipotizza che negli astronauti, una volta tornati dai viaggi spaziali, possano comparire dei disturbi che superano la soglia della sofferenza lieve. Si potrebbe, a nostro parere, parlare di “Sindrome di Gulliver”, una sindrome dovuta alla necessità di riadattarsi alla vita sulla Terra. Il nome che proponiamo deriva dalla letteratura americana: “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, in cui nella quarta e ultima parte del romanzo, l’autore descrive dell’abbandono del protagonista nella terra dei “cavalli razionali”. La figura del cavallo rappresenta nel romanzo metaforicamente la bellezza, la razionalità, la perfezione della natura e l’intelligenza per cui Gulliver inizia a comprenderne l’immensa superiorità rispetto alla sua razza. Una volta esiliato anche da queste terre Gulliver si ingegna per tornare a casa, in Inghilterra. Tuttavia, quando giunge a casa, non riesce più a tollerare la stupidità, l’arretratezza e il declino in confronto con quella terra ammirata in cui tutto era razionale e perfetto. Questo racconto evoca metaforicamente quello che può accadere agli astronauti nello spazio (come l’effetto panoramica di quando si è in orbita) e ciò che può comportare il loro rientro sulla Terra: disturbi d’ansia, attacchi di panico, agorafobia ecc.

Riflessioni conclusive: la necessità di una nuova disciplina, la Psicologia dello Spazio

L’interesse nell’approfondire la letteratura riguardante le variabili psicologiche implicate in una missione spaziale deriva dalla ragione principale che nei prossimi anni la Psicologia dello Spazio rivestirà un ruolo cruciale in molti progetti. Tra questi emerge quello della NASA (National Aeronautics and Space Administration) HRP (Human Research Program), con lo scopo di studiare i rischi che una missione spaziale può presentare per la salute dell’uomo, integrando i risultati di varie discipline applicate allo studio dello Spazio e avere così una visione d’insieme delle capacità umane di adattamento nello Spazio. Successivamente anche l’Agenzia Spaziale Europea (ESA, European Space Agency) ha lanciato dei programmi simili per affrontare una serie di problemi chiave relativi ai fattori umani nelle missioni spaziali a lungo termine. Questi progetti testimoniano l’esigenza di riportare al centro delle ricerche astronomiche l’uomo con le sue potenzialità e debolezze.

Inoltre, con l’attuale presenza di una sonda su Marte e la previsione di un futuro lancio, è essenziale approfondire maggiormente la potenzialità dell’impatto psicologico e fisico delle missioni spaziali sull’uomo. Infatti, durante i precedenti voli spaziali, si sono verificate situazioni di importante stress psicologico che ha influito negativamente sulle prestazioni dei membri dell’equipaggio e sulle loro capacità di relazionarsi con il personale nel controllo della missione. Si sente sempre di più la necessità di affrontare i temi relativi all’adattamento psicologico e neurosensoriale nello Spazio, come pure gli effetti dell’isolamento e del confinamento. Ma nonostante il vaglio accurato della letteratura scientifica, questo campo di ricerca risulta carente di studi in ambito psicologico. Per questo motivo ci appare chiara la necessità di approfondire la Psicologia dello Spazio, con una nuova branca della psicologia dedicata esclusivamente all’analisi delle problematiche psicofisiche dell’uomo nello Spazio.

Per esempio, gli psicologi esperti di Psicologia dello Spazio possono svolgere un ruolo importante nell’analisi e nell’esplorazione dei voli spaziali. Infatti, il contributo psicologico potrebbe rivelarsi fondamentale nella selezione e formazione, nella gestione dei conflitti, dello stress e della convivenza forzata in uno spazio molto ridotto per lunghi periodi di tempo. Durante il reclutamento, gli psicologi possono fornire linee guida sugli stili di coping appropriati per reagire a fattori di stress legati alla missione; durante l’addestramento, possono aiutare gli astronauti a pianificare e affrontare i problemi sviluppando strategie di coping adatte. Il coping orientato al compito è correlato al controllo e all’efficienza, permettendo così una riduzione dei livelli di stress e ansia nelle situazioni di emergenza. Pertanto, dovrebbero essere prese in considerazione le indagini sulle dinamiche di gruppo, lo stress fisico e psicologico causato da un tale ambiente e l’impossibilità di mettere in atto azioni semplici per affrontare e risolvere questi problemi. Tuttavia, è evidente che l’impatto del volo spaziale su un individuo non si esaurisce al momento del rientro fisico. È importante ricordare che l’astronauta dovrà anche fare un “rientro” psicologico, post-volo, alla vita sulla Terra. Infatti, nell’attuale momento storico pesantemente segnato dal conflitto tra Russia e Ucraina, gli astronauti russi attualmente in orbita si sono mostrati indifferenti e totalmente estranei alle decisioni politiche del loro Paese, come confermato dall’effetto panoramica (Thompson, 2022, pp.1-3). Questa sensazione di arretratezza dichiarata dagli astronauti una volta tornati sulla Terra rappresenta il focus di una delle problematiche psicologiche a cui gli astronauti vanno incontro, il riadattamento alla vita sulla Terra.

 

Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR): Il protocollo, le attività e le competenze per insegnare il programma – Recensione

“Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR): Il protocollo, le attività e le competenze per insegnare il programma” è il primo e dettagliatissimo tentativo di condensare in un unico volume tutto ciò che occorre sapere, saper fare e, soprattutto, saper essere per diventare un istruttore MBSR efficace.

 

Per sopperire allo stress causato dai ritmi frenetici della vita odierna ci viene incontro la pratica della consapevolezza, che ci incoraggia ad essere presenti e a rallentare. 

Sono trascorsi ormai quaranta anni da quando Jon Kabat-Zinn aprì la sua clinica per la riduzione dello stress presso l’Università del Massachussetts Memorial Medical Center. Questo libro è un tentativo di fornire una guida all’insegnamento della Mindfulness-Based Stress Reduction in modo assolutamente innovativo: fornisce all’istruttore delle linee guida chiare che gli consentono di attenersi fedelmente al protocollo e, contemporaneamente, di attingere alla propria esperienza personale, sia in ambito didattico che nel rapporto con la pratica.

Il presente libro rappresenta un’opera fondamentale per i professionisti che vogliano avvicinarsi al protocollo Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), seguendo una struttura lineare e guidata step by step. Merito delle due autrici Woods e Rockman, nonché della grandissima esperienza delle due curatrici italiane, Antonella Montano e Valentina Iadeluca. La creazione di tale opera è infatti il primo e dettagliatissimo tentativo di condensare in un unico volume tutto ciò che occorre sapere, saper fare e, soprattutto, saper essere per diventare un istruttore MBSR efficace. Pertanto risulta essere utile non soltanto agli istruttori in formazione ma anche ai più esperti. Come sappiamo la mindfulness, non è una pratica che può essere appresa soltanto dai libri, ma richiede un apprendimento e conoscenza di tipo esperienziale diretta, nonché disciplina interiore e pratica costante, prima di poterla a sua volta insegnare.

Difatti, le autrici, dopo pluriennale esperienza di insegnamento del protocollo MBSR, con tale opera ci forniscono delle preziosissime e profonde riflessioni, nonché un focus sulle enormi potenzialità di questa disciplina, svelandoci i segreti che soltanto un esperto può cogliere, aiutandoci così ad intraprendere, in modo guidato, questo percorso.

Il libro si compone di cinque sezioni. Nella prima parte viene fornita una descrizione generale del contesto in cui nasce l’MBSR e della sua evoluzione sino ad oggi: le sue origini e la sua storia, il percorso di sviluppo della mindfulness, la formazione dell’istruttore MBSR e l’organizzazione modulare del programma. La seconda parte del volume prende in esame il protocollo sessione per sessione, andando ad analizzare nel dettaglio ciascuna attività, fornendo indicazioni per ogni incontro. La terza parte affronta specificamente due aspetti: la capacità dell’insegnante di incarnare i principi della mindfulness e l’inquiry, ovvero quello scambio contemplativo tra insegnante e partecipanti che Woods e Rockman considerano il core del programma. La parte quarta del libro invece, descrive gli adattamenti che il programma MBSR ha subito in seguito al suo ingresso nelle scuole, nelle università e sui posti di lavoro, alla sua applicazione a specifiche tipologie di pazienti, nonché una particolare attenzione al tema della diversità culturale e dell’identità. Con lo spirito di completezza che le contraddistingue, nella quinta e ultima parte del volume, le autrici concludono questo, con una sezione dedicata a una accurata disamina della situazione relativa alla formazione degli insegnanti MBSR su scala internazionale e alle sue possibili e auspicabili traiettorie di sviluppo. L’appendice, infine, mette a disposizione del lettore alcune risorse utili: testi delle meditazioni, dispense di approfondimento, indicazioni per lo yoga e una guida alla didattica online.

In conclusione questo libro rappresenta un’opera fondamentale, completa ed esaustiva – dal taglio operativo –   che non dovrebbe mai mancare nello studio di un professionista che voglia intraprendere questo percorso di apprendimento, disciplina interiore e insegnamento del protocollo MBSR. Inoltre è importante sottolineare come la capacità comunicativa delle autrici, nonché delle curatrici, permetta un’immediata comprensione dei concetti, ottenuta mediante un utilizzo stilistico improntato alla chiarezza. Inoltre una puntuale manualizzazione del protocollo permette a qualsiasi lettore attento di conoscere e sperimentare, passo per passo, in prima persona per poi riprodurre attraverso l’insegnamento, il protocollo originale ideato da Jon Kabat-Zinn.

 

Può la mindfulness ridurre i sintomi dell’abuso di sostanze?

L’utilizzo della mindfulness potrebbe essere un fattore protettivo per gestire alcuni processi disfunzionali basati sulle emozioni, come l’evitamento delle situazioni, la soppressione dei pensieri, il rimuginio e la ruminazione, tutti elementi che risultano essere presenti nel disturbo da abuso di sostanze.

 

Le difficoltà con la regolazione delle emozioni sono considerate dei grandi fattori di rischio per lo sviluppo e il mantenimento del disturbo da abuso di sostanze (Cavicchioli et al., 2019). Molti studi empirici, infatti, hanno dimostrato che gli individui che abusano di sostanze hanno una consapevolezza emotiva compromessa, oltre ad avere delle difficoltà a controllare i propri impulsi mentre esperiscono emozioni negative. In queste persone, inoltre, sono molto frequenti l’intollerabilità e l’incapacità di accettare le emozioni negative. È stato osservato come gli individui che soffrono di disturbo da abuso di sostanze usino frequentemente delle strategie di regolazione emotiva disfunzionali, come il tentativo di sopprimere l’esperienza emozionale. Infine, in alcune ricerche cliniche, l’affettività negativa è stata ripetutamente associata al craving, all’uso di sostanze e alla ricaduta.

Il ruolo della mindfulness nel trattamento del disturbo da sostanze

Sono numerosi i trattamenti che hanno come componente centrale la prevenzione di ricadute e il supporto dell’astinenza a lungo termine, e tra i molti vi sono anche alcuni percorsi che hanno come nucleo principale l’utilizzo della pratica della mindfulness. Nonostante i differenti approcci teorici esistenti e le varie metodologie di intervento utilizzate, i meccanismi che sono coinvolti nell’operazionalizzazione della pratica della mindfulness, e di come essa possa giocare un ruolo chiave nel favorire un cambiamento terapeutico, sono fondamentalmente due: il primo elemento è l’autoregolazione, ovvero la capacità di controllare e gestire i comportamenti del proprio corpo; il secondo elemento è l’accettazione non giudicante e non reattiva verso ciò che accade nel momento presente (Cavicchioli et al., 2019).

Alcune ricerche condotte finora

Witkiewitz e colleghi (2013) sostengono che le pratiche legate alla mindfulness aiutino l’individuo a migliorare la regolazione attentiva, l’accettazione e l’abitudine di vivere con un assetto non giudicante le esperienze emozionali e il craving, con un duplice risultato sia top-down, influenzando il controllo inibitorio e il monitoraggio del conflitto, sia bottom-up, influenzando la reattività della risposta allo stress (Witkiewitz et al., 2013). Tutti questi elementi risultano essere fondamentali nella gestione della dipendenza da sostanze (Witkiewitz et al., 2013).

Inoltre, Karyadi e colleghi (2014) hanno dimostrato delle relazioni significativamente negative tra alcune componenti della mindfulness che riguardano l’accettazione (come l’atteggiamento non giudicante e non reattivo) e l’agire con consapevolezza con l’utilizzo di alcool e tabacco, in individui appartenenti a campioni clinici e non clinici (Karyadi et al., 2014). Similmente, l’utilizzo della mindfulness potrebbe essere un fattore protettivo per gestire alcuni processi disfunzionali basati sulle emozioni, come l’evitamento delle situazioni, la soppressione dei pensieri, il rimuginio e la ruminazione, tutti elementi che risultano essere presenti nel disturbo da abuso di sostanze (Cavicchioli et al., 2019).

I limiti della mindfulness

I trattamenti basati sull’integrazione della mindfulness che sono stati implementati nel trattamento per i disturbi da abuso di sostanze hanno mostrato risultati davvero promettenti (Rosenthal et al., 2021). Tuttavia, alcune meta-analisi hanno riportato come trattamenti che prevedono l’utilizzo della mindfulness non dimostrino un’efficacia superiore rispetto ai trattamenti che già vengono utilizzati (come i trattamenti farmacologici o i percorsi di psicoterapia). L’efficacia della mindfulness sembra inoltre dipendere dal grado di intensità della dipendenza. È stato osservato come gruppi di partecipanti con una dipendenza da sostanza di lieve intensità riescano più facilmente a trarre beneficio dall’utilizzo della mindfulness rispetto ad individui con una forte dipendenza. Inoltre, un altro fattore importante sembra essere la quantità di tempo che i pazienti riescono a dedicare alla mindfulness. Infatti, è stato notato come gli individui che non riescono a praticare la mindfulness quotidianamente hanno una maggiore difficoltà a risolvere il disturbo.

Sembra quindi che la mindfulness sia una pratica efficace che può portare benefici se integrata nel percorso terapeutico (Rosenthal et al., 2021). Tuttavia, le ricerche cliniche non sono ancora sufficienti per confermare la totale solidità di questa pratica. Ulteriori ricerche dovrebbero concentrarsi sul reclutamento di numerosi campioni di popolazione e trovare partecipanti che abbiano la possibilità di praticare la mindfulness quotidianamente.

 

Perchè proprio ansia e depressione? – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 4

In questo numero, dopo aver appurato cos’è una Consensus Conference e come si è svolta in particolare quella sulle terapie psicologiche per ansia e depressione, cercheremo di capire le ragioni che hanno portato gli esperti a decretare proprio questo tema come oggetto della Conferenza.

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 4) Perché proprio ansia e depressione?

Cosa sono Ansia e Depressione?

I disturbi d’ansia e depressivi rappresentano due macro-categorie diagnostiche distinte, che implicano vari quadri sintomatologici diversificati in base a caratteristiche specifiche (per esempio, durata, origine e conseguenze), e sono contenute nel  Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR; American Psychiatric Association [APA], 2022).

I disturbi d’ansia si caratterizzano per paura e ansia eccessive (DSM-5-TR; APA, 2022). La paura è la risposta emotiva all’imminente minaccia reale o percepita, mentre l’ansia è l’anticipazione della minaccia futura. Queste sono associate a tensione muscolare, picchi di attivazione fisiologica (sistema nervoso autonomo), comportamenti di evitamento, reazioni di attacco o fuga e uno stile di pensiero ricorsivo. Alti livelli di paura o ansia possono essere ridotti dall’evitamento delle circostanze che innescano o peggiorano gli stessi stati emotivi. Tra i disturbi d’ansia si annoverano le fobie specifiche, il disturbo di panico, l’ansia generalizzata e l’ansia sociale.

La caratteristica comune dei disturbi depressivi è la presenza di umore triste, vuoto o irritabile, perdita di piacere verso quasi tutte le attività un tempo preferite, accompagnati da altri sintomi come una significativa perdita o aumento del peso, disturbi del sonno, e ideazione suicidaria (DSM-5-TR; APA, 2022). Tali sintomi si manifestano per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, e appaiono correlati a modificazioni affettive, cognitive e di sistemi biologici (es. endocrino e immunitario). In base alla durata delle manifestazioni sintomatologiche si distinguono in disturbo depressivo maggiore e persistente.

Questi disturbi possono avere un serio impatto sulla vita delle persone che ne soffrono e compromettere aree importanti del loro funzionamento quotidiano, sociale e lavorativo (DSM-5-TR; APA, 2022).

I Disturbi Mentali Comuni: la prevalenza

All’interno della relazione finale della Consensus Conference i disturbi d’ansia e depressivi vengono anche identificati con la dicitura “Disturbi Mentali Comuni” (DMC), termine che riflette la loro elevata diffusione. Infatti, in molti paesi la prevalenza della depressione maggiore e del disturbo d’ansia sociale corrisponde circa al 7% nella popolazione generale (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito la depressione nella lista delle priorità in merito alla salute pubblica, in quanto è la seconda più importante causa di disabilità nei paesi occidentali e si prevede che diventerà la prima causa di mortalità e la patologia più diffusa entro il 2030. Il disturbo di panico e il disturbo d’ansia generalizzata sono meno prevalenti, ma la loro occorrenza risulta comunque significativa (3-6%).

In Italia milioni di persone soffrono per DMC (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017). Ad oggi, una grande parte delle risorse per la gestione della salute mentale sono destinate al trattamento e alla riabilitazione dei disturbi psicotici, i quali affliggono l’1% della popolazione generale. È indubbio che i disturbi depressivi e ansiosi necessitano di maggiore attenzione.

Le conseguenze dei DMC

In Italia, la grande prevalenza dei DMC, l’impatto che questi hanno non solo sulla qualità di vita dell’individuo, ma anche sul sistema sanitario e sulla società nel suo complesso, determinano un problema di dimensioni considerevoli (ISS, 2022; Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017).

L’elevata diffusione e le importanti ricadute che questi disturbi possono avere nella vita sociale e lavorativa delle persone generano a catena una serie di effetti sul piano sociale ed economico, che si traducono in un aumento dei costi sociali diretti e indiretti (ISS, 2022). Per costi diretti si fa riferimento alle spese mediche e di assistenza sanitaria, come farmaci, ricoveri e durata delle cure mediche, che pesano sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Invece, per costi indiretti s’intende ore di lavoro, formazione e produttività persi a causa della malattia. Per esempio, la fascia d’età tra i 51 e i 60 anni risulta essere quella maggiormente colpita dalla depressione, che determina una spesa di circa 4 miliardi di euro annui in termini di ore lavorative perse. Inoltre, i disturbi psichiatrici possono incrementare il costo dei trattamenti per altre patologie in compresenza, per esempio la terapia diabetica è più costosa se il paziente soffre anche di depressione, oltre a essere un fattore di rischio per cancro e malattie cardiovascolari.

Il problema: la carenza di cure per i DMC

La soluzione che potrebbe mitigare, e nel tempo auspicabilmente rimuovere (almeno una gran parte), le conseguenze su vasta scala derivate dalla diffusione di ansia e depressione è la psicoterapia, ovvero le specifiche cure volte ad alleviare la sofferenza mentale per trasformarla “in desiderio di vivere” (Barbato et al., 2022; p. 30).

Rispetto alle cure per la salute mentale —come accennato nei precedenti numeri della rubrica—, il problema risiede nella carenza e nella qualità delle terapie psicologiche offerte dal SSN (ISS, 2022). Sebbene le psicoterapie siano preferite dai pazienti, sono poco utilizzate dal SSN, il quale (giustamente) dirige le risorse verso le psicosi, che –come già scritto– rappresentano l’1% della popolazione generale. Infatti, nel complesso dei trattamenti erogati dai Servizi pubblici, le psicoterapie rappresentano solo il 6% (Barbato et al., 2022). Ciò spinge tutte quelle persone che soffrono a causa di ansia e depressione a rivolgersi al mercato privato delle cure psicologiche, generando il già citato divario di censo.

Particolari terapie psicologiche (per es., Terapia Cognitivo-Comportamentale; Terapia Interpersonale) si sono dimostrate essere una soluzione efficace al trattamento dei DMC, in termini di efficacia nel breve periodo e mantenimento dei miglioramenti nel tempo (ISS, 2022). È anche vero che attualmente sono diffuse forme di psicoterapia che non sono esattamente le più efficaci per i DMC e purtroppo accade spesso che le persone spendano tempo e denaro per interventi psicologici di scarsa o nessuna efficacia.

Quindi perché una Consensus Conference proprio su ansia e depressione?

In conclusione, i motivi che hanno spinto gli esperti a istituire la Consensus Conference proprio sulle terapie psicologiche per ansia e depressione sono:

  1. la loro elevata prevalenza nella popolazione generale,
  2. il livello di compromissione che ricade sull’individuo e i costi sociali diretti e indiretti che ne derivano,
  3. unitamente alle scarsa presenza e qualità delle terapie psicologiche messe a disposizione dal Servizio Sanitario Nazionale.

Perciò, i Gruppi che hanno partecipato alla Conferenza sottolineano l’importanza e l’urgenza di lavorare in un’ottica di prevenzione mirata, che si dovrebbe concretizzare in un tempestivo e facilitato accesso ai percorsi di diagnosi e cura, così da ridurre la progressione della malattia e assicurare un miglioramento del livello di salute e qualità di vita dei pazienti, riducendo in questo modo la spesa incrementale che ne consegue.

 

Il paradigma della falsa credenza

Il test di Sally-Anne rappresenta la versione più nota del test della falsa credenza: tale test valuta la comprensione della falsa credenza di primo ordine, che presuppone la capacità di pensare cosa gli altri pensano.

 

Nel 1978 gli psicologi americani David Premack e Guy Woodruff proposero il concetto di teoria della mente (ToM – theory of mind), cioè la capacità di pensare cosa gli altri pensano e di attribuire a sé e agli altri stati interni quali emozioni, sensazioni, pensieri, impressioni, desideri o conoscenze, mediante cui è possibile identificare e prevedere possibili comportamenti propri e altrui. La teoria della mente indica la conoscenza di processi psichici, sensoriali, percettivi, cognitivi e, in generale, mentali che non concernono solo il nostro Io ma anche l’altro e si configura come un atto intuitivo di forte connotazione emotiva tramite cui le persone tendono ad offrire plausibili spiegazioni degli stati affettivi ed emotivi e dei pattern comportamentali altrui.

Gli esperimenti sulla falsa credenza

Diversi esperimenti e ricerche hanno coinvolto direttamente questa nostra singolare capacità cognitiva di riflettere sul nostro vissuto interiore e di decodificare quello altrui. In particolar modo nel 1983 i ricercatori americani Wimmer e Perner, per verificare e valutare questa capacità proposero il paradigma della falsa credenza o “compito dello spostamento inaspettato”. Esistono principalmente due tipologie di compiti sperimentali della falsa credenza:

  • 1° ordine: presuppone la capacità di pensare cosa gli altri pensano (es. “cosa pensa Sally?) e, ai fini della sua risoluzione, pretende che il bambino disponga di un’età mentale di 3-4 anni.
  • 2° ordine: non implica unicamente l’abilità sopra menzionata, ma anche una capacità metacognitiva, cioè la comprensione delle credenze sulle credenze (es. “cosa Billy pensa che Sally pensi?”).

Il test di Sally-Anne rappresenta la versione più nota del test della falsa credenza: ispirato all’esempio originale di Billy e Sally, tale test valuta la comprensione della falsa credenza di primo ordine in bambini con sviluppo tipico. La struttura ricorda quella di un gioco, nel quale ai soggetti vengono presentate due bambole: una di nome Sally, che dispone di un cestino, e l’altra, Anne, che possiede una scatola. È prevista poi la realizzazione di un gioco di finzione, nel quale Sally, subito dopo aver posto una biglia nel proprio cestino, lo copre con un panno ed esce a passeggio; mentre Sally è assente, Anne prende la biglia dal cestino e la colloca nella propria scatola. Infine, quando Sally torna con l’intenzione di giocare con la biglia, l’esaminatore domanda al bambino sottoposto al compito sperimentale dove Sally credeva che la sua biglia si trovasse e, pertanto, dove avrebbe guardato.

In base alla definizione di teoria della mente, è possibile affermare che, se il bambino risponde affermando che effettivamente Sally avrebbe cercato la biglia nella scatola di Anne, il soggetto non è in grado di pensare il pensiero altrui, di assumerne il punto di vista, e quindi di formulare una falsa credenza. Al contrario, se il bambino è capace di comprendere e rappresentarsi i pensieri, le idee, le intuizioni e le conoscenze altrui, e quindi di formulare false credenze, allora risponderà secondo la prospettiva di Sally, e non la sua, dicendo che Sally avrebbe cercato la biglia nel cestino: tale risposta implica la capacità di distinguere la propria visione delle cose dalla credenza altrui e di prevedere il comportamento di un individuo differenziato.

Quando si sviluppano le capacità della falsa credenza

Le capacità individuali in termini di risoluzione del compito della falsa credenza di primo ordine migliorano gradualmente nel corso del tempo e in particolar modo nel periodo evolutivo compreso tra i 2 anni e mezzo e gli 8: se a 2 anni, l’80% dei bambini tende a fornire una risposta errata, già a 3 la percentuale di risposte corrette oscilla intorno al 50%; già a 4 anni di età, i bambini con sviluppo cognitivo tipico sono capaci di risolvere il compito della falsa credenza di primo ordine. Bambini con sviluppo atipico e in particolar modo i bambini con autismo sembrano invece manifestare un certo ritardo nel superamento di tale dilemma, ritardo facilmente riconducibile a difficoltà in termini di sviluppo della comprensione emotiva, elemento fondamentale della competenza emotiva, di abilità socio affettive e di lettura degli stati interni altrui: in tal caso la risoluzione del compito della falsa credenza non avviene generalmente prima dei 9-10 anni di età.

Una nuova alternativa alla diagnosi psichiatrica (2022) – Recensione

Il volume Una nuova alternativa alla diagnosi psichiatrica” di Mary Boyle e Lucy Johnstone si propone come un’introduzione al Power Threat Meaning Framework, un nuovo approccio verso la diagnosi psichiatrica.

 

Di certo non è la prima volta che si avanza un’alternativa al modello egemone di cura in psichiatria, così come in altre branche mediche (Rossi, 2005). Già nel 1952, infatti, lo psichiatra inglese Maxwell Jones, insoddisfatto dei risultati del paradigma biomedico, fonda la prima comunità terapeutica con lo scopo di coinvolgere utenti e operatori in un processo attivo di cura, in cui ognuno è ugualmente e democraticamente responsabile del benessere proprio e collettivo. Sarà proprio dagli esperimenti comunitari inglesi che Basaglia trarrà alcuni spunti indispensabili per la creazione di una nuova idea di salute mentale, innovandola fino a trovare una sua espressione politica nella legge 180 del 1978, con cui si inaugura la grande stagione di demolizione degli istituti psichiatrici (Esposito, 2019). I

Il Power Threat Meaning Framework (PTMF) si colloca all’interno di tale eredità “eretica” puntando a definire una nuova cornice di approccio nei confronti delle difficoltà mentali, lavorando alla costruzione di una nuova narrazione di significati in alternativa alla diagnosi fatta secondo i manuali vigenti (DSM 5 e ICD-11). Anche la medicina narrativa offre una modalità di ascolto empatico, però il PTMF allarga il campo di indagine collocando il sofferente all’interno di una storia complessa dove fattori personali, familiari, sociali, economici e persino culturali interagiscono per portare inevitabilmente alla crisi attuale con i suoi sintomi e sofferenze. Sintomi e sofferenze che nascono come difese, ultimo baluardo per proteggere la persona dalle minacce che possono irrimediabilmente danneggiarla; per cui lo scopo del PTMF non è eliminare i sintomi, ma aiutare il paziente ad appropriarsi delle proprie modalità di difesa per costruirne altre. Possiamo fare un parallelismo con gli uditori di voci, un movimento internazionale, dove i propri membri imparano a dialogare in maniera costruttiva con la componente allucinatoria così da trasformare quello che sarebbe convenzionalmente considerato un disturbo mentale in una risorsa senza più stigma. Ancora più significativo, rispetto ai contenuti del PTMF, è che sia stato concepito in uno sforzo collettivo tra operatori e utenti in maniera simile, come scritto in precedenza, ai principi democratici delle comunità terapeutiche, sovvertendo così la visione in cui è il medico a detenere conoscenza e potere nella relazione di cura.

Il libro di Mary Boyle e Lucy Johnstone, che sono tra i principali creatori del PTMF, si propone come un’introduzione umile e chiara a una struttura concettuale che senza le giuste premesse può apparire confusa. Nella breve estensione delle circa 200 pagine, si sente la volontà delle autrici di rendere comprensibile l’opera anche ai non addetti ai lavori, adottando a volte alcune semplificazioni che però sono inevitabili nell’opera di sintesi di un lavoro assai più complesso. Poi toccherà al lettore, sia esso un operatore sanitario, un utente o un semplice curioso, attingere all’opera estesa del PTMF (Johnstone, 2018), per poter comprendere a fondo e padroneggiare in ambito clinico la capacità di accostarsi alla sofferenza senza la presunzione di risolverla ma di darle pienamente asilo (Borgna, 2017).

 

La mindfulness come cura per l’insonnia

Secondo una ricerca della World Sleep Society (WSS) condotta nel 2017, la salute e la qualità di vita di circa il 40% delle persone al mondo viene influenzata negativamente da problematiche relative al sonno, e tra queste problematiche vi è l’insonnia.

 

Introduzione all’insonnia

L’insonnia è il disturbo del sonno più diffuso nel mondo, e comporta una serie di problematiche relative alla salute (Chen et al., 2020). Essa si manifesta come uno stato persistente nel tempo caratterizzato da una difficoltà nell’addormentarsi, frequenti e prolungati risvegli durante la notte, un risveglio precoce o l’insieme di tutte queste caratteristiche. Queste difficoltà nel sonno hanno un impatto altamente negativo sulla salute mentale e fisica dell’individuo. Negli USA, la persistente riduzione di sonno è stata associata a numerose cause di morte, come disturbi cardiovascolari, cancro, disturbi cerebrovascolari, diabete e ipertensione. Inoltre, gli individui che soffrono di insonnia tendono a lamentarsi spesso riguardo alle sensazioni di stanchezza e di nervosismo e a vivere una generale sensazione di debolezza, oltre che essere maggiormente soggette ad esperire emozioni negative, tensione ed irritabilità. Alcuni studi hanno dimostrato l’esistenza di un legame tra l’insonnia e una maggiore possibilità di sviluppare disturbi mentali come depressione, abuso di sostanze, disturbi d’ansia e pensieri suicidari, senza considerare il fatto che un riposo ridotto ha un forte effetto anche sulla riduzione dell’efficacia delle funzioni cognitive e può causare ritiro sociale e problematiche sul luogo di lavoro.

Introduzione alla mindfulness

La mindfulness è un approccio emerso recentemente nel campo della salute mentale, e si è rivelata molto utile per aiutare a ridurre lo stress (Chen et al., 2020). Questo approccio si concentra sull’enfatizzare il vivere il momento presente mantenendo un assetto non giudicante, approcciandosi al mondo con pace interiore, curiosità, interesse e accettazione verso sé stessi e verso gli altri. Il nucleo concettuale che si trova al centro del pensiero mindfulness è un “chiaro ascolto” verso il corpo, la mente, i sentimenti e i pensieri propri e altrui. La mindfulness è stata sviluppata da Jon Kabat-Zinn, che l’ha applicata all’ambito terapeutico sviluppando un trattamento chiamato Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), un metodo innovativo che ha lo scopo di aiutare i pazienti a convivere con il loro dolore, il loro stress e le loro malattie.

La mindfulness-based stress reduction come cura per l’insonnia

Recentemente, la MBSR e i programmi basati su essa sono stati applicati a pazienti che soffrono di insonnia (Chen et al., 2020). I risultati di tali ricerche sono simili, e i ricercatori sono concordi nell’affermare che l’approccio MBSR ha aiutato i pazienti che soffrono di insonnia a migliorare notevolmente la qualità del loro riposo. Inoltre, la MBSR sembra essere utile anche per ridurre tutti quei sintomi che non sono direttamente una prerogativa dell’insonnia ma che possono esserne una diretta conseguenza, come i disturbi d’ansia e quelli depressivi. Infine, sembra anche che gli approcci basati sulla MBSR siano così efficaci da avere risultati simili ai trattamenti che integrano gli psicofarmaci nel curare le problematiche causate dall’insonnia.

In conclusione, sembra quindi che gli approcci basati sulla mindfulness abbiano una forte efficacia per quanto riguarda il curare l’insonnia, e sarebbe interessante osservare come questi approcci possano funzionare anche su altri disturbi del sonno.

 

L’intervento del Prof. Steven Hollon su depressione e CBT – Report dal Forum di Ricerca in Psicoterapia

Il forum di ricerca in psicoterapia 2022 ha visto tra gli ospiti il Prof. Steven Hollon che ha approfondito il tema della depressione e della terapia cognitivo comportamentale del disturbo.

 

Steven Hollon guida i partecipanti alla scoperta della depressione, grazie a un interessante confronto tra quelli che sono i luoghi comuni sulla depressione e ciò che invece le ricerche degli ultimi anni hanno messo in luce, permettendoci di comprendere a fondo il disturbo e le implicazioni sul suo trattamento.

Ad esempio, uno dei luoghi comuni sulla depressione la concepisce come una malattia o un disturbo in quanto ne sono noti i meccanismi biologici: un maggior rilascio di cortisolo e un’alterazione a livello dei neurotrasmettitori. Ma se la depressione fosse un modo dell’individuo di adattarsi all’ambiente? È a questo proposito che Hollon illustra il punto – a mio avviso – più interessante della sua nella sua presentazione: la biologia della seppia e della sogliola.

Cosa avranno a che fare seppie e sogliole con la depressione? Hollon lo spiega subito.

Le sogliole si nutrono di seppie e ovviamente le seppie cercano di non farsi mangiare dalle sogliole. È così che, nelle dinamiche preda-predatore, la sogliola metterà in atto una serie di azioni volte ad attaccare e mangiare la seppia e, allo stesso tempo, le seppie metteranno in atto una serie di azioni per proteggersi dall’attacco delle sogliole. Le ricerche hanno messo in luce come le seppie ferite che mancano della sensibilizzazione nocicettiva (e che quindi non sentono dolore) hanno probabilità inferiori di sopravvivere.

IMMAGINE 1 - Report Hollon

Imm. 1 – Probabilità di sopravvivenza delle seppie

La sensibilizzazione periferica rappresenta l’aumento della sensibilità di una zona del corpo sottoposta a uno stress meccanico, termico o chimico prolungato. L’esposizione a questo stress provoca dolore che viene accentuato anche da piccole compressioni, punture, variazioni di temperatura. Quando manca questa sensibilizzazione non possiamo sentire dolore.

Cosa ci insegna questo esempio? Che il dolore fa male, causa sofferenza, ma ti mantiene vivo.

I biologi evoluzionisti credono che lo stato d’animo della depressione, la rabbia, la frustrazione, la tristezza rappresentino un adattamento funzionale all’ambiente. Gli evoluzionisti ci dicono che aspetti negativi come la rabbia, la depressione, l’ansia, in realtà sono una forma di sopravvivenza sviluppatasi nel passato ancestrale: non un disturbo, ma una forma di adattamento evolutivo.

Quindi se si ha la sfortuna di essere feriti – dice Hollon – che si abbia almeno la fortuna di sentirne il dolore: le cose spiacevoli purtroppo accadono, è adattivo avere l’abilità di essere depressi. La depressione ci porta a fare qualcosa che altrimenti non avremmo fatto.

La depressione ci porta a concentrarci, dunque, su qualcosa che invece non avremmo fatto se non avessimo sentito dolore. A questo proposito Steven Hollon mostra come differenti tipologie di malessere possono portare la persona a concentrare le proprie energie verso diversi sistemi corporei. Come si può vedere dalla slide che lo stesso Hollon ha mostrato nel corso della sua presentazione, la Sickness Depression porta la persona a canalizzare la propria energia sul sistema immunitario, rispetto alla melanconia (ovvero la depressione clinica) che porta la persona a un dispendio di energia nel sistema cognitivo: l’energia è nel cervello e ci porta a trovare un perché e una spiegazione a quanto ci sta accadendo, ci porta a ruminare!

IMMAGINE 2 - Report Hollon

Imm. 2 – concentrazione di energia verso i vari sistemi corporei nelle diverse forme di malessere

Agganciandosi a un altro luogo comune sulla depressione, ovvero quello che vede la ruminazione come un sintomo o – nel peggiore dei casi – una causa dello stato depressivo, Hollon approfondisce il tema della ruminazione spiegando come noi umani abbiamo due modi di pensare: un processo rapido di tipo 1 e un processo più lento di tipo 2. Il primo processo ci consente di rispondere rapidamente a un problema immediato. È un sistema di risposta d’emergenza molto veloce. Il pensiero di tipo 2 invece è quello che è coinvolto nella depressione: è un tipo di pensiero più lungo, più lento, più deliberativo e più ragionato, concentrato sul capire qual è il problema e su come affrontarlo.

Questa parte del suo intervento ha una grande importanza in quanto presenta dei risvolti pratici anche per comprendere meglio il trattamento della depressione, a cui Hollon dedica la parte finale della sua presentazione. Continua il suo discorso concentrando l’attenzione sul rapporto tra terapia e antidepressivi, facendo nuovamente riferimento ai luoghi comuni sulla depressione, in particolare a quelli che vedono gli antidepressivi sicuri ed efficaci nella cura del disturbo. In realtà Steven Hollon “contesta” questa affermazione portando a suo favore numerose evidenze empiriche che ci dicono come le medicazioni sopprimono sì i sintomi, ma allungano gli episodi depressivi.

A questo punto le domande degli ascoltatori e del Prof. Giovanni Maria Ruggiero, moderatore dell’evento, riportano il focus della presentazione sul rapporto tra la depressione, la sua funzione adattiva e la ruminazione. Viene quindi posta un’interessante domanda: se la depressione è una risposta adattiva all’ambiente, che porta l’individuo a concentrarsi molto di più sui problemi e quindi a ruminare, e se tale ruminazione tende ad essere però disadattiva, cosa accade da un punto di vista clinico? Come cambia il trattamento? Non c’è il rischio che l’intervento psicoterapeutico possa aumentare la ruminazione? Ad esempio: un intervento cognitivo sulle credenze centrali può avere come effetto negativo l’aumento della ruminazione?

Hollon fornisce una risposta rapida, esauriente ed efficace: con la terapia non si va a interrompere la ruminazione, si va a strutturare la ruminazione. Bisogna far capire al paziente che non è la causa del suo malessere ad essere sbagliata ma è la strategia per fronteggiarlo che è sbagliata. Se portiamo il paziente a riflettere su cosa è davvero importante – continuare a darmi la colpa o concentrarmi sul risolvere i problemi? – egli avrà modo di andare incontro a dei cambiamenti positivi nella sua vita: con la terapia facilitiamo questo processo, con le sole medicine invece lo sopprimiamo.

In cosa si traduce questo a livello psicoterapico? Nel portare il paziente a sperimentarsi in task quotidiani comportamentali, nello strutturare questi task e grazie ad essi consentire al paziente di mettere alla prova le credenze disadattive. Possiamo quindi usare la ristrutturazione cognitiva per preparare il paziente alle esposizioni comportamentali e, una volta superate le esposizioni, poter così sfruttare il lato adattivo della depressione: è più chiaro ora il rimando alla seppia? Se stiamo male e sentiamo il dolore, abbiamo anche la possibilità di fare qualcosa per star meglio. Tutto ciò ha anche un risvolto più “esistenziale”: nella cura della depressione bisognerebbe portare il paziente a comprendere perché sente questo dolore, cosa c’è che non va nella sua vita adesso e soprattutto a chiedersi “Cosa posso cambiare ancora della mia vita?” anziché “A cosa sono destinato passivamente nella mia vita?”

Un intervento, quello di Hollon, che ha sicuramente lasciato il segno nei tanti professionisti che con attenzione e interesse lo hanno ascoltato.

 

L’ équipe multidisciplinare nella presa in carico del paziente con disturbo dell’alimentazione

La presenza di un’équipe di professionisti risulta un aspetto fondamentale sia in fase di valutazione diagnostica sia in fase di trattamento del paziente con disturbi alimentari. Questa modalità permette di affrontare la psicopatologia e, al contempo, di gestire eventuali comorbilità psichiatriche, internistiche e nutrizionali associate

 

In occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, dedicata ai disturbi dell’alimentazione, l’Istituto Superiore di Sanità ha presentato i dati aggiornati relativi alle problematiche alimentari, tra cui quelli riguardanti la loro diffusione. Le indagini hanno rilevato nel 2020 un aumento del 40% di questa patologia rispetto all’anno precedente, contando tra nuovi casi e casi già in trattamento un totale di 2.398.749 pazienti in Italia (ISS, 2022).

In occasione di questa giornata, inoltre, è stato sottolineato come siano necessari una diagnosi e un intervento terapeutico tempestivi per una rapida ed efficace risoluzione dei disturbi alimentari. Data la loro complessità, queste problematiche “necessitano di un trattamento specialistico multidimensionale e interdisciplinare in cui è essenziale una grande collaborazione tra figure professionali con differenti specializzazioni” (Ministero della Salute, 2022). La presenza di un’équipe di professionisti sembra, quindi, un aspetto fondamentale sia in fase di valutazione diagnostica sia in fase di trattamento. Questa modalità di approcciarsi al paziente con un disturbo dell’alimentazione permette di affrontare la psicopatologia e, al contempo, di gestire eventuali comorbilità psichiatriche, internistiche e nutrizionali associate (Dalle Grave, 2018).

È preferibile che tutti i professionisti coinvolti nel trattamento delle problematiche alimentari abbiano una formazione specialistica simile. Questo permette di avvalersi della stessa base teorica sull’eziopatogenesi del disturbo e sulle sue caratteristiche, di usare il medesimo linguaggio, di applicare strategie simili e compatibili e di perseguire gli stessi obiettivi terapeutici. Inoltre, protegge il paziente dal ricevere informazioni contraddittorie e poco chiare sul disturbo e sulle modalità più efficaci per affrontarlo, che possono creare confusione, costituire un ostacolo al trattamento e compromettere l’alleanza terapeutica.

Non esiste una regola universale per la formazione dell’équipe multidisciplinare. Il contributo dei diversi professionisti deve essere valutato caso per caso in base alla gravità, alla pervasività, alle caratteristiche individuali e ai meccanismi di mantenimento del disturbo dell’alimentazione. Di seguito verrà descritto il ruolo che possono trovarsi a ricoprire alcuni professionisti coinvolti in un’équipe multidisciplinare pensata per valutare, trattare e monitorare una problematica alimentare in tutta la sua complessità.

Il case manager

Il case manager è la figura che si occupa della gestione del caso e che favorisce i rapporti e le interazioni tra i diversi professionisti coinvolti nel trattamento di un paziente con disturbo dell’alimentazione. Chi ricopre questo ruolo è importante che possieda le competenze necessarie per poter coordinare i diversi terapeuti e per poter gestire al meglio la complessità del caso. Il case manager può anche occuparsi di monitorare periodicamente l’andamento del trattamento con il paziente e di tenere le relazioni con i familiari, gli altri professionisti esterni all’équipe e con la rete di servizi che può orbitare intorno alla persona con il disturbo dell’alimentazione. Questa figura, possedendo la migliore visione d’insieme, riduce il rischio di frammentazione delle informazioni e aiuta i membri dell’équipe a tenere costantemente aggiornato il quadro clinico del paziente.

Il medico

Spesso la prima figura che entra in contatto con il paziente e che si trova a dover definire le procedure da seguire per una valutazione specialistica è il medico curante o il pediatra. Il ruolo del medico è particolarmente importante nell’ambito delle problematiche alimentari perché, soprattutto nei casi di sottopeso e sovrappeso (ma non solo), è in grado di valutare e gestire le possibili conseguenze del disturbo sulla salute fisica. Il medico internista consente di avere una visione globale del paziente, del disturbo dell’alimentazione e di eventuali altre patologie presenti, per potersi occupare della salute in modo completo. Il medico psichiatra, invece, può dedicarsi alla gestione di eventuali comorbilità psichiatriche e di altri aspetti legati alla sofferenza psichica.

Lo psicologo

Lo psicologo è una figura imprescindibile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione sia che si faccia riferimento a un modello medico della patologia, sia a un modello psicologico.  È importante che questo professionista si sia formato adeguatamente nel trattare le problematiche alimentari. Lo psicologo può essere coinvolto nel processo diagnostico, nella fase di terapia (lavorando sulla sfera emotiva e cognitiva) e nel monitoraggio in itinere e post trattamento. Alcuni degli aspetti di cui si occupa sono quelli legati alla consapevolezza, alla motivazione, alla psicoeducazione, all’accettazione e al cambiamento.

Il dietista

Nel trattamento dei disturbi alimentari può essere molto utile la presenza del dietista per la gestione della parte alimentare. Come tutte le figure coinvolte nella terapia, è importante che anche i dietisti e i nutrizionisti abbiamo una formazione specifica che li renda più sensibili e attenti alle diverse implicazioni derivanti dalla psicopatologia. Il dietista può occuparsi della valutazione del caso, dell’educazione su alcuni aspetti legati al corpo e al cibo, della gestione della dieta (per esempio, flessibilizzazione alimentare, recupero/perdita di peso) e del monitoraggio nel tempo.

 

La predittività delle decisioni (2022) di G. Pasceri – Recensione

Il volume “La predittività delle decisioni” è suddiviso in tre parti: Principi generali sull’Intelligenza Artificiale e sui sistemi predittivi, Norma e giudizio, L’utilizzo di sistemi predittivi nella pratica giuridica.

 

Quando l’informatica incontra la giurisprudenza, il contesto diventa di non facile comprensione. La nube di curiosità necessita di una chiarificazione ampia che sia in grado di ripercorrere il contesto storico, lo stato attuale e le prospettive future. Questo è il pregio del libro dell’avvocato Giovanni Pasceri.

Il futuro sembra quasi sempre qualcosa di innovativo e rivoluzionario, ma anche molto distante. A volte, invece, sembra che sia già qui, che sia oggi: il contesto attuale è troppo frenetico e ci ha tolto tanti punti di riferimento. Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, globale, che muta a una grande velocità, andando a modificare confini netti e definiti. Tutto ciò ha portato a un naturale cambiamento, nato in risposta a esigenze concrete dell’uomo e dei suoi nuovi bisogni. Questo concetto viene spiegato dall’avvocato Pasceri in maniera molto dettagliata e puntuale nella sua opera tripartita “La predittività delle decisioni”. L’autore mostra come l’Intelligenza Artificiale stia facendo capolino nella sfera delle scienze giuridiche per colmare queste necessità.

La prima parte si intitola “Principi generali sull’Intelligenza Artificiale e sui sistemi predittivi”. Ponendo le basi sugli albori del concetto di Intelligenza Artificiale, viene analizzato come opera e “ragiona” la figura dell’agente intelligente. Questi capitoli permettono di cogliere tutte le sfumature della tematica in ottica giurisprudenziale, dove viene anche introdotto il concetto chiave di predittività.

La seconda parte, “Norma e giudizio”, è fondamentale per la comprensione del manuale. In questa si spiegano, infatti, i limiti e le difficoltà che l’Intelligenza Artificiale sta affrontando nell’interpretare i fatti concreti, evidenziando come sia impossibile semplificare l’aspetto argomentativo della giurisprudenza in un semplice sillogismo. Conciliare le scienze giuridiche, fondate sulle interpretazioni della norma, e le razionali scienze matematiche è complesso, ma la linea dettata per il futuro sembra quella di “avvicinarle” sempre più per poter sfruttare i benefici tecnologici.

Infine, la terza parte è denominata “L’utilizzo di sistemi predittivi nella pratica giuridica”. In essa si racconta l’uso dei sistemi predittivi applicati alle scienze giuridiche, partendo dagli Stati Uniti per poi concentrarsi sull’Europa e l’Italia. Ciò permette di confrontare sistemi differenti, quali quelli fondati sulla common law e quelli sulla civil law, mostrando come le discordanze siano spiegate da motivi storici e culturali. Questa risulta essere la sfida della giurisprudenza, il doversi occupare di variegate tematiche, alcune delle quali molto distanti dai quesiti ordinari della disciplina, richiedendo così una preparazione olistica e continua.

Ho apprezzato la struttura del libro che, introducendo una forte analisi dell’evoluzione storica dei concetti con richiami puntuali ed esemplificativi, permette a un lettore inesperto di contestualizzare e comprendere gli argomenti. L’autore, inoltre, evidenzia in modo imparziale i limiti e le contraddizioni dell’Intelligenza Artificiale, stimolando la curiosità del lettore. Alla luce delle mie lacune tecniche sull’argomento, una parte che ha colto particolarmente la mia attenzione è stata l’analisi della personalità giuridica robotica. In questa si approfondiscono problematiche connesse all’autonomia del robot, intesa come abilità di prendere delle decisioni, e alla soggettività dell’Intelligenza Artificiale.

Tante sono le conclusioni che si traggono da questa lettura, alcune essenziali per i professionisti del settore altre per tutti i curiosi come me che possono prendere spunti preziosi sull’avvenire. L’Europa sta indicando la strada da intraprendere, consapevole degli attuali limiti e delle difficoltà che si riscontreranno. A noi non resta che goderci questo libro per avere chiaro il contesto e capire se il domani è già qui. O forse no.

 

Le aspettative di matrimonio e di divorzio nei giovani adulti

La maggior parte dei giovani, oggi, pensa di sposarsi prima o poi, ma ciascuno di loro riconosce che il matrimonio non è solo “e vissero per sempre felici e contenti” (Anderson, 2016).

 

I tassi di divorzio indicano che quasi la metà di matrimoni iniziati negli anni ’80 sono finiti con un divorzio (Cherlin, 2010). Questo implica che la maggior parte degli adulti oggi ha assistito a molti divorzi, o nella propria famiglia o in altre famiglie loro vicine. Le aspettative di matrimonio e di divorzio variano nel tempo, capire come fluttuano in base alle esperienze e alle circostanze è importante per comprendere come si formano e si attuano e per prevedere il comportamento nell’età adulta emergente.

Quando e come si formano prime idee sul matrimonio

L’età adulta è infatti un periodo di formazione dell’identità e di esplorazione che spesso include l’interrogarsi sul matrimonio: in molte culture tra cui quella americana, frequentemente già in età adolescenziale le persone cominciano a farsi un’idea sul ruolo del matrimonio nella propria vita (Willoughbye et al., 2014). Dall’adolescenza in avanti, i giovani cominciano quindi ad avere diverse aspettative relazionali tra cui la convinzione di quanto un matrimonio debba durare e molte altre che svolgono il ruolo di indicatori delle esperienze attuali e di predittori dello sviluppo personale e dei comportamenti di vita familiare. Sebbene le relazioni adolescenziali siano importanti, l’età adulta emergente è il momento in cui le aspettative relazionali possono essere più facilmente messe in pratica ed emergono nuove sfide: poiché nella vita degli adulti emergenti vi sono moltissimi cambiamenti, le aspettative sulle relazioni sentimentali sono dinamiche e cambiano nel tempo (Collins, 2003). Durante il secolo scorso i giovani venivano istruiti in modo molto rigido e scrupoloso su differenti ambiti tra cui occupazione, istruzione, genitorialità e matrimonio. I giovani adulti oggi, con l’aumento delle libertà e la riduzione dei limiti istituzionali, sperimentano più opportunità di scelta e meno obiettivi prescritti; per alcuni il raggiungimento dell’età adulta è necessario prima del matrimonio piuttosto che essere raggiunto tramite esso. Secondo la teoria dell’aspettativa-valore della motivazione al raggiungimento degli obiettivi (Wigfield & Eccles, 2000), le esperienze e le caratteristiche passate alimentano il valore del compito e le aspettative di successo, che insieme pre-determinano il comportamento verso un obiettivo. Il valore del compito è il valore soggettivo dell’obiettivo, mentre le aspettative di successo misurano la fiducia nella realizzazione. Applicando questo modello al matrimonio, sono state identificate quattro caratteristiche che possono determinare una variazione delle aspettative di matrimonio e di divorzio: le esperienze relazionali, le esperienze socio-economiche, la maturità e il contesto e, infine, la salute mentale ed emotiva.

 

Cosa influenza le aspettative su matrimonio e divorzio

Le esperienze relazionali, compresi gli appuntamenti e le convivenze, possono contribuire a plasmare gli atteggiamenti verso il matrimonio e il successo coniugale, spesso in modo positivo. Esistono infatti somiglianze intergenerazionali nei comportamenti di matrimonio e divorzio e associazioni tra i comportamenti matrimoniali dei genitori e le aspettative dei figli anche se un divorzio non predice aspettative assolute di fallimento del matrimonio (Arocho & Purtell, 2018). Anche le esperienze socio-economiche possono predire gli atteggiamenti verso il matrimonio e il divorzio: la stabilità economica e la capacità di prendersi cura di se stessi o di una futura famiglia sono considerati pre-requisiti per un matrimonio (Gibson-Davis et al., 2018). Analogamente alla stabilità economica, anche la maturità e il contesto possono svolgere un ruolo nella disponibilità al matrimonio; alcuni “marcatori dell’età adulta”, come l’abbandono della casa dei genitori o la presenza di amici sposati dovrebbero predire maggiori aspettative di matrimonio e minori aspettative di divorzio. Infine, la salute mentale ed emotiva è associata alle aspettative di matrimonio e divorzio: un maggiore benessere emotivo e un minore disagio mentale ed emotivo predicono aspettative più ottimistiche sia sul matrimonio che sul divorzio (Arocho & Purtell, 2018).

Uno studio di Rachel Arocho del 2021 aveva come obiettivo quello di analizzare le variazioni interindividuali e intraindividuali associate alle esperienze relazionali, alle caratteristiche socioeconomiche e contestuali e al benessere mentale ed emotivo, per chiarire le associazioni tra tali esperienze e caratteristiche e le aspettative di matrimonio e divorzio. I risultati mostrano che le relazioni di coppia precedenti erano associate ad aspettative più ottimistiche: sia la frequentazione che la convivenza hanno predetto maggiori aspettative di matrimonio e minori aspettative di divorzio tra i soggetti. Inoltre, avere un lavoro a tempo pieno ha previsto aspettative matrimoniali positive, mentre una maggiore responsabilità è stata associata ad aspettative matrimoniali più basse: coloro che si sentono più indipendenti e che riconoscono la loro capacità di prendersi cura di se stessi sono meno propensi ad aspettarsi il matrimonio perché riconoscono la possibilità di ottenere una vita soddisfacente anche senza di esso. Un’identità religiosa molto forte ha previsto aspettative matrimoniali più alte e aspettative di divorzio più basse e, infine, un maggiore benessere mentale ed emotivo ha previsto aspettative matrimoniali elevate.

Conclusioni

Tali risultati suggeriscono che le aspettative degli individui nei confronti del matrimonio e del divorzio, nella prima età adulta, possono essere determinate dal contesto in cui si trovano, in particolare dallo status relazionale, dall’importanza religiosa, dall’occupazione, dalla preoccupazione socioeconomica e dal benessere generale. Per tali ragioni, le psicoterapie volte ad aiutare gli adulti a sviluppare competenze in aree importanti per loro possono essere un modo per aiutare i giovani adulti a raggiungere i loro obiettivi anche per quanto riguarda il matrimonio e le aspettative ad esso associate (Atzil-Slonim et al., 2016).

 

Emozioni incontrollabili: l’aiuto dei genitori e dei familiari – Podcast

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo Emozioni incontrollabili: l’aiuto dei genitori e dei familiari.

 

Vivere con una persona che ha difficoltà a gestire le emozioni intense può essere molto difficile. Chi non è in grado di affrontare le proprie emozioni può reagire in modi differenti: può comportarsi in maniera impulsiva oppure può mettere in atto degli evitamenti o, ancora, può diventare particolarmente controllante; questo con l’obiettivo di scappare da ciò che si sta provando e che si sente di non saper gestire.

Genitori e familiari possono essere una risorsa preziosa e possono aiutare la persona a loro cara a stare meglio.

Durante l’episodio si parlerà di cosa si intende per difficoltà nella gestione delle emozioni, quali possono esserne le cause, quali sono le tecniche per imparare a gestire in maniera efficace le proprie emozioni e soprattutto in che modo genitori e familiari possono essere di supporto e sostenere chi sta male per migliorare il clima in famiglia.

L’episodio del podcast è condotto dalla Dr.ssa Alessandra Brugnoni, psicoterapeuta, e dalla Dr.ssa Antonella Gemelli, psicoterapeuta.

 

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

Che cos’è il Disgusto?

Il disgusto è una delle sei emozioni di base, quindi universalmente condivise, teorizzate da Paul Ekman nel 1992.

 

Come tutte le emozioni, il significato principale del disgusto è legato all’adattamento e alla sopravvivenza dell’organismo, dato che spesso ci avvisa della potenziale pericolosità di alcuni stimoli, come agenti patogeni contenuti nei cibi. Il disgusto, infatti, implica una sensazione di repulsione e pensieri di potenziale contaminazione, accompagnati da comportamenti di evitamento dello stimolo che si ritiene potenzialmente contaminante, che in alcuni casi possono salvarci!

Ma come si manifesta il disgusto, e quali sono i sintomi osservabili e quali quelli non osservabili?

La reazione a qualcosa che ci disgusta non è solo di tipo comportamentale, ma anche fisiologica ed espressiva.

Vediamo quindi quali sono le componenti dell’emozione disgusto osservate nel corso degli anni dagli studiosi, che ci permettono di rispondere alla domanda “che cos’è il disgusto?”.

Componente comportamentale del disgusto

La componente comportamentale è quella più semplice e tendenzialmente inequivocabile da osservare, perché visibile da più persone. Il disgusto si manifesta come un allontanamento dall’oggetto, dall’evento o dalla situazione (quindi dagli stimoli) che lo genera, caratterizzato da un rifiuto (di un cibo per esempio), dal ritiro o dall’evitamento (come la visione di un film horror; Rozin et al., 2016).

Componente fisiologica del disgusto

Il disgusto è associato a uno specifico stato fisiologico, la nausea, che viene tipicamente misurata attraverso domande rivolte direttamente alla persona (Rozin et al., 2016). Il disgusto è l’unica emozione primaria che ha una specifica firma fisiologica, viscerale per l’esattezza. La speciale relazione tra disgusto e attivazione viscerale è stata studiata approfonditamente analizzando le misure elettrofisiologiche della nausea, con l’elettrogastrogramma, in relazione alla sensibilità al disgusto e al grado di disgusto riportato in risposta alla visione di immagini disgustose (Meissner et al., 2011). Questo tipo di studi, non solo hanno confermato l’esistenza della firma viscerale caratteristica del disgusto, ma hanno permesso di capire che la nausea si manifesta maggiormente in risposta al cibo e prodotti di scarto umani o animali (come urine, sudore, muco, vomito) e meno in risposta a stimoli come sangue, lesioni o altri correlati al dolore (Shenhav e Mendes, 2014).

Componente espressiva del disgusto

La componente espressiva del disgusto viene valutata negli studi sul riconoscimento delle emozioni utilizzando molto spesso stimoli statici invece che dinamici, focalizzati sull’espressione del volto. Tuttavia, alcuni studiosi sottolineano l’esistenza di molteplici manifestazioni dinamiche del disgusto, che riguardano il movimento delle mani, il viso e l’intero corpo.

Dagli studi e dalle osservazioni di importanti studiosi come Darwin (1872) è emerso che le caratteristiche della “faccia disgustata” sono principalmente quattro: l’apertura della bocca, l’estensione della lingua, la retrazione del labbro superiore e la ruga del naso. In genere si verifica anche la contrazione dei muscoli intorno all’occhio, ma non è un sintomo tipico del disgusto poichè tende a manifestarsi anche in risposta ad altre emozioni negative (Vrana, 2009).

Dato che, come dicevamo, il disgusto può aiutarci, l’apertura della bocca e la protrusione della lingua sono azioni che servono proprio a liberare la bocca da una sostanza sgradevole.

Tuttavia, Ekman e Friesen (1978) sostengono che la retrazione del labbro superiore e la ruga del naso sono quasi esclusivamente utilizzate nella ricerca del disgusto. Infatti, mentre la faccia a bocca aperta è tipicamente selezionata dagli adulti occidentali in relazione alla sensazione di disgusto legata al cibo e al corpo (per esempio ai prodotti di scarto), il labbro superiore sollevato invece è più comunemente selezionato in risposta alle offese morali che sono etichettate come disgustose (Rozin et al., 2016). Inoltre, sebbene il rialzo del labbro superiore sia usato come indicatore standard del disgusto, è anche parte di una delle due espressioni di rabbia. Dal punto di vista funzionale, rappresenta l’apertura dei denti nella mascella superiore. Emerge quindi una sovrapposizione, in termini di espressioni facciali, tra due emozioni: disgusto e rabbia. Cosa le accomuna? Sembrerebbero accomunate dall’aspetto morale, tuttavia la differenziazione del disgusto e della rabbia come “emozioni morali” è una questione complessa che richiede ancora approfondimento.

Qualia

Innanzitutto, cosa sono i qualia?

Il termine qualia deriva dal latino qualis, cioè qualità, attributo, modo.

Il concetto dei qualia appartiene alla branca della filosofia della mente e rappresenta gli aspetti qualitativi delle esperienze coscienti, come le emozioni. Ogni emozione ha i suoi qualia, ovvero le sensazioni qualitative specifiche che arrivano alla coscienza nel momento in cui facciamo esperienza, per esempio, di un’emozione.

I qualia, dunque, sono la componente mentale o sentimentale dell’emozione, e possono essere allo stesso tempo la componente centrale del disgusto e l’aspetto più difficile da studiare (Rozin et al., 2016). La qualità del disgusto è spesso descritta come repulsione. Inoltre, sappiamo che rispetto ad altre emozioni, l’esperienza del disgusto sembra essere piuttosto breve nella durata (Scherer e Wallbott, 1994).

Quindi che cos’è il disgusto?

Possiamo dire che è un emozione primaria multisfaccettata, i cui sintomi si osservano nel comportamento di allontanamento, inteso come evitamento, rifiuto o ritiro da qualcosa che ci disgusta; ma anche attraverso espressioni facciali come l’apertura della bocca, l’estensione della lingua e la retrazione del labbro superiore, caratteristica condivisa anche dalla rabbia. È accompagnata anche da sensazione di repulsione generalmente di breve durata e… ha una sua firma fisiologica: la nausea!

 

Neurobiologia della volontà (2022) di A. Benini – Recensione

Il volume Neurobiologia della volontà presenta due posizioni ideologiche, da un lato un paradigma che ha nel libero arbitrio il suo archetipo fondante e dall’altro lato un paradigma che vede nella genesi neurobiologica il punto di origine di ogni volontà umana.

 

L’uomo è da sempre stato considerato un’entità sociale, che trova l’attuazione di sé nell’ambito della dimensione sociale. Affinché questa contestualità possa divenire fonte di benessere interviene il supporto dell’etica sociale, ovvero quella branca della filosofia morale, che detta lo statuto per una relazionalità con l’alterità che sia connotata dall’attenersi ai fondamenti delle categorie morali classiche (bene e male, liceità e illiceità ecc.) e faccia in maniera che ognuno si prenda la responsabilità della propria vita, dirigendola verso un polo etico.

Tale analisi contiene un episteme di fondo, ossia l’uomo è in grado di esercitare la propria volontà attraverso il libero arbitrio o le sue condotte discendono dai determinanti neurobiologici, che diventano gli agenti motivanti delle sue azioni?

A questo riguardo si sono fronteggiate, nel corso degli ultimi tempi, soprattutto in seguito alle conquiste delle neuroscienze, due posizioni ideologiche, da un lato un paradigma che ha nel libero arbitrio il suo archetipo fondante e dall’altro lato un paradigma che vede nella genesi neurobiologica il punto di origine di ogni volontà umana.

In sostanza, ci sarebbe il primo assioma che vede nell’uomo abitare il libero arbitrio, che conferisce fondamento spirituale alla volontà e alla facoltà di scelta e, quindi, spinge l’essere umano a decidere quotidianamente e ad assumersi la responsabilità delle proprie progettualità di vita.

La seconda affermazione assiomatica assegna un ruolo preponderante alla fisioneurobiologia, che in questa maniera condiziona pesantemente le scelte di vita e la psicobiologia della quotidianità antropologica.

Secondo quest’ultima prospettiva il comportamento umano e la volontà che è alla base di esso dipendono da una serie di variabili, ovvero aspetti genetici, fisico-chimici, ormonali, fattori legati alla sensorialità, allo sviluppo prenatale, alle esperienze di vita e ai contesti culturali, nei quali si è cresciuti.

In questa ottica:

l’uomo s’illude di decidere, mentre in realtà non fa ciò che vuole, ma vuole ciò che fa
(Benini, 2022, pp. 11).

A corroborare questa tesi intervengono diverse sperimentazioni compiute in ambito neurocognitivo.

Le neuroscienze cognitive, con gli studi su coscienza e autocoscienza, hanno dimostrato con una miriade di esperimenti che prima di ogni azione, meccanica o mentale, le aree cerebrali specifiche di quella attività sono attive prima che si sia coscienti di quel che succederà. Nel momento in cui le aree dell’autocoscienza nei lobi prefrontali ricevono l’informazione di ciò che le aree specifiche hanno deciso di fare, si diventa non solo consapevoli di quel che il cervello ha disposto, ma anche sicuri che la nostra volontà abbia compiuto quella scelta in modo totalmente libero dai meccanismi fisico-chimici delle aree del cervello. E ciò è un’illusione, perché noi siamo ciò che il cervello ci fa essere e niente di più
(Benini, 2022, pp. 117 – 118).

In conclusione, il libro del prof. Benini aiuta il lettore a sviluppare una visione personale dei costrutti sopra delineati, offrendo degli spunti riflessivi sulle tematiche dell’etica, del libero arbitrio, delle neuroscienze e della volontà antropologica.

 

Cambiamenti nelle relazioni familiari degli adolescenti durante il Covid

La letteratura scientifica si è occupata di studiare le variazioni e i cambiamenti che la pandemia COVID-19 ha causato nella vita dei giovani, in particolare degli adolescenti.

 

Questi ultimi, infatti, affrontano quotidianamente diverse sfide come risultato di tali cambiamenti. Alcune ricerche suggeriscono che la pandemia e le restrizioni ad essa correlate siano associate a un funzionamento psicosociale peggiore, una maggiore solitudine (Janssens et al., 2021), disagio mentale (Pierce et al., 2020) e sintomi depressivi. Altre ricerche, invece, suggeriscono pochi cambiamenti nell’adattamento, come nel caso dell’ansia (Barendse et al., 2021) o addirittura alcuni miglioramenti in aree come l’irritabilità (Janssens et al., 2021). Studiare e comprendere la qualità delle relazioni durante il Coronavirus è importante in quanto questo aspetto si associa alla variabilità nel funzionamento psicosociale degli adolescenti. Durante la quarantena, soprattutto nelle fasi iniziali della pandemia, le restrizioni volte a contenere la diffusione della malattia richiedevano spesso che gli adolescenti trascorressero più tempo a casa; molte ricerche hanno dimostrato che, per la maggior parte di essi, ciò significava trascorrere più tempo in famiglia e meno con gli amici (Bülow et al., 2020; Rogers et al., 2021). La letteratura recente dipinge un quadro complesso di come il cambiamento percepito nella qualità delle relazioni può avere importanti implicazioni per la comprensione del benessere degli adolescenti e del modo in cui i giovani vivono l’impatto della pandemia, visto l’importante ruolo che la qualità delle relazioni con i familiari ha per lo stress legato al COVID-19.

La qualità delle relazioni familiari in adolescenza

Con qualità delle relazioni si fa riferimento alla misura in cui le relazioni soddisfano i bisogni di un individuo, includendo le dimensioni delle relazioni interpersonali che promuovono (e.g. affetto, sostegno e calore) o impediscono (e.g. conflitti, critiche e antagonismo) un funzionamento psicosociale positivo (Furman & Buhrmester, 2009). Ogni relazione può essere caratterizzata contemporaneamente sia da qualità positive che negative e ciascuna di queste è associata in modo differente ad esordi di disturbi o sintomi in adolescenza (Branje et al., 2010) o al possibile uso di sostanze (Yap et al., 2017). Una maggiore qualità delle relazioni negative e una minore qualità delle relazioni positive familiari è associata a esiti psicosociali peggiori per gli adolescenti (Ebbert et al., 2018).

Svolgendo un’analisi longitudinale, con l’inizio dell’adolescenza è possibile osservare una diminuzione delle qualità positive come sostegno e calore e un aumento del conflitto e del controllo tra i ragazzi e i loro genitori o fratelli. Successivamente, dalla metà alla fine dell’adolescenza, sembra che la relazione con i genitori si stabilizzi e migliori. Rispetto ad un periodo specifico, il tempo trascorso dall’inizio della pandemia è caratterizzato da alcuni eventi salienti per i giovani tra cui la chiusura delle scuole e l’attuazione di linee guida sulla salute pubblica che possono influenzare il tempo trascorso con la propria famiglia. Uno studio di Rogers e colleghi del 2021 sulla percezione del cambiamento della qualità delle relazioni ha trovato che gli adolescenti in generale hanno riportato livelli più elevati di sostegno e livelli leggermente inferiori di conflitto rispetto a prima della pandemia. I risultati mostrano come l’esperienza degli adolescenti in merito al cambiamento della qualità delle relazioni durante la pandemia differisce dalle narrazioni comunemente ipotizzate sul peggioramento della qualità delle relazioni.

Le relazioni famigliari in adolescenza nel periodo Covid

Per tali ragioni, uno studio di Martin-Storey e colleghi del 2021 aveva come obiettivi quelli di identificare come gli adolescenti percepissero il miglioramento, il peggioramento o il mantenimento delle relazioni con i genitori e i fratelli dall’inizio del lockdown; di valutare come una maggiore esposizione al virus, l’appartenenza a minoranze sessuali e di genere, l’essere stranieri, e avere bassi livelli di influenza familiare influissero sulla qualità delle relazioni; infine di collegare il cambiamento percepito nella qualità della relazione con i sintomi somatici e l’uso di sostanze, tenendo conto dei fattori demografici, dei fattori del COVID-19 e dei fattori familiari. I risultati mostrano che sono stati identificati quattro gruppi con differenti percezioni: i giovani che hanno percepito un lieve cambiamento, quelli che hanno percepito un miglioramento, quelli che hanno provato una moderata instabilità e infine quelli che hanno notato un’alta instabilità nella qualità della relazione. Non è stato identificato però alcun peggioramento, il che è sorprendente, dato l’impatto negativo che la pandemia ha avuto su molti adolescenti e sulle loro famiglie (Janssens et al., 2021). Una maggiore instabilità percepita è stata associata a un peggioramento del funzionamento, un miglioramento è associato invece a livelli alti nel funzionamento complessivo. Riguardo alle variabili demografiche, gli individui con moderata instabilità sono risultati più propensi a riferire un’identità di minoranza sessuale, in particolare rispetto agli individui che avevano percepito un miglioramento. Inoltre lo status di minoranza sessuale è stato associato a livelli più elevati di sintomi somatici e all’uso di sostanze. I risultati, sebbene la ricerca passata abbia trascurato il modo in cui gli adolescenti percepiscono i cambiamenti nella qualità delle relazioni, mostrano che la percezione negli adolescenti del cambiamento nella qualità delle relazioni con i genitori e i fratelli è legata al loro funzionamento psicosociale durante la pandemia COVID-19; in futuro sarebbe interessante indagare come, nel tempo, i profili di cambiamento percepito nella qualità delle relazioni individuati, siano associati al funzionamento individuale.

 

La Sala Multiculto all’Ospedale Cotugno di Napoli: un progetto di civiltà

Nelle scorse settimane, è stata inaugurata presso l’Ospedale Cotugno di Napoli la prima Sala Multiculto realizzata all’interno di una struttura sanitaria della Regione Campania.

 

Negli ultimi anni in diversi ospedali italiani sono stati realizzati ambienti analoghi, ove i pazienti di altra fede o confessione, diversa da quella cattolica, possono trovare raccoglimento e accoglienza spirituale. Le prime sono state realizzate tra il 2013 e il 2014 a Ferrara e a Prato. Sono prevalentemente organizzati come spazi vuoti, arredati solo con alcune sedie lungo le pareti, talvolta con dei tappeti e una bussola a disposizione dei cittadini di fede musulmana. Dal punto di vista architettonico, quella del Cotugno è connotata da 11 grandi pannelli monocromatici, che richiamano indirettamente al raccoglimento, alla riflessione e alla pace.

La Sala Multiculto e del Silenzio è stata inaugurata da Maurizio di Mauro, Direttore Generale degli Ospedali dei Colli, alla presenza dei rappresentanti di numerose comunità religiose. Tra essi, il Vescovo vicario, responsabile per l’Ecumenismo della Curia Arcivescovile di Napoli, il Segretario Generale della Confederazione Islamica Italiana, un rappresentante dell’UCOII, Unione delle Comunità Islamiche Italiane, rappresentanti della Chiesa Taoista Italiana, della Soka Gakkai e di altre comunità buddiste, della Comunità Baha’i, della Chiesa Evangelica, della Chiesa Valdese-Metodista. In seguito, anche la Comunità ebraica napoletana ha condiviso le finalità del progetto. Inoltre, è intervenuta la Vice Presidente dell’Ordine degli Psicologi campano. I partecipanti hanno ringraziato per l’iniziativa, vista come risposta adeguata ai cambiamenti in atto nella nostra società, apprezzando la riconosciuta importanza della presa in carico della dimensione spirituale durante il ricovero ospedaliero. La Direzione strategica aziendale negli scorsi mesi aveva approvato la proposta del responsabile dell’U.O.S.D. di Psicologia Clinica dando mandato agli Uffici Tecnici di progettare e realizzare un ambiente dedicato alla preghiera e alla meditazione per tutti.

La consapevolezza che la salute debba comprendere necessariamente non solo il benessere psicologico e relazionale dell’individuo ma anche la dimensione spirituale della salute è ormai condivisa. Gli operatori sanitari sanno bene quanto nell’esperienza di malattia emergano più forti i bisogni spirituali. Chi osserva senza pregiudizi riconoscerà che mai come in tale momento emergono con più vigore le domande di senso esistenziale e, per molti, il bisogno di pregare. Ovviamente, l’importanza dei bisogni spirituali deve valere per tutti e, presa atto della dimensione sempre più multietnica e multiculturale della nostra società e della città di Napoli in particolare, la creazione di spazi condivisi utilizzabili per pregare e meditare appare una risposta adeguata ai bisogni di accoglienza.

Reputo che la creazione di Sale Multiculto possa essere inteso in modo ampio come progetto di psicologia ospedaliera, se si vuole affidare a tale disciplina in modo specifico il compito di favorire la presa in carico globale del paziente, curando non solo la malattia, ma la persona. Ovviamente, sono consapevole che i bisogni spirituali hanno una dimensione propria, del tutto autonoma da quella psicologica. A questo proposito, va osservato come, sebbene in passato siano stati spesso erroneamente contrapposti i bisogni e le prassi psicologiche con quelle adottate dai ministri di culto, negli ultimi anni, siano sorte, proprio a partire dagli ospedali, proficue alleanze e collaborazioni tra sacerdoti e psicologi. In tal modo, gli operatori sanitari riconoscono il ruolo attivo che svolgono i bisogni soggettivi, inclusi quelli spirituali, talvolta bistrattati per ragioni di miopia culturale, nel percorso terapeutico del paziente affetto da patologia organica. Credo che un ospedale moderno non sia tale solo se dotato di apparecchiature tecnologiche sempre più sofisticate, ovviamente indispensabili, ma deve possedere anche la capacità di presa in carico di tutti i bisogni soggettivi dei pazienti e dei familiari.

Infine, non è un caso se questa esperienza si realizza presso l’Ospedale Cotugno. Esso, a vocazione infettivologica, ha da sempre curato non solo pazienti di diverse continenti, ma anche di diverse condizioni sociali ed esistenziali, con doppia o tripla diagnosi, costituendo negli anni un modello di accoglienza e di attenzione all’umanizzazione delle cure. Pertanto, la creazione della Sala Multiculto mi pare in assoluta continuità con la storia pluridecennale di questo Ospedale. Oggi l’attenzione alla pandemia di covid può apparentemente rendere marginali tali iniziative, ma in realtà occorre più che mai ribadire la necessità di una cura globale delle persone da noi assistite, proprio come segno distintivo della nostra cultura e civiltà.

In conclusione, assicurare a tutti, a prescindere dalla fede religiosa, uno spazio per la preghiera, la meditazione o il raccoglimento è un segnale di civiltà importante, che arricchisce la nostra capacità di garantire accoglienza. Ovviamente, la creazione di Sale Multiculto non va a scapito dei cattolici e l’appartenenza della religione cattolica nella nostra quotidianità è un dato di fatto (non a caso nella nostra esperienza napoletana la Curia ha condiviso il progetto). Inoltre, molti pazienti stranieri sono cattolici, così come sono diversi gli italiani con altri orientamenti spirituali. Esse sono espressione di una medicina “olistica”, attenta ai vissuti emotivi dei pazienti e all’integrazione dei saperi interdisciplinari da opporre a una iperspecializzazione medica, spesso tecnologicamente all’avanguardia ma fredda e spersonalizzante.

Chi è interessato a tale tematica può far riferimento al Gruppo nazionale di Lavoro per La stanza del Silenzio e dei Culti.

 

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