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Studenti fuori sede e nostalgia di casa

Molti studenti fuori sede, soprattutto nei primi periodi di lontananza, tendono a scrivere o telefonare molto alle loro figure di riferimento, a causa della nostalgia di casa.

 

 Nel mondo competitivo di oggi, molte persone si prefissano come obiettivo il frequentare l’università e l’ottenere una laurea. Frequentare l’università, oltre ad essere un’esperienza piacevole da molteplici punti di vista, è considerata una tappa dello sviluppo che segna la transizione nell’età adulta, che può comportare eccitazione ma anche ansia (Thurber e Walton, 2012).

Molti studenti, per molteplici motivazioni, scelgono di studiare in città differenti dalle loro città natali. Studiare lontano da casa non è però sempre facile.

Si pensi per esempio alla questione economica: se non si dispone di finanze adeguate, potrebbe essere molto impegnativo lavorare e studiare contemporaneamente per pagare l’affitto di una casa, le spese dei viaggi, le bollette, ecc. Un’altra sfida è rappresentata dai problemi sociali: fare amicizia in una nuova città o Paese, in un contesto completamente diverso da quello di casa propria.

Infatti, è necessario tenere a mente che un individuo che lascia la propria casa si trova in una situazione nuova, che comporta un nuovo ambiente di vita in cui riorganizzare amicizie e supporto sociale. D’altronde, l’università richiede di vivere un periodo di trasformazione in cui si deve capire chi si è, e cosa è necessario fare per prendersi cura di se stessi (Nghiem et al., 2021).

La nostalgia di casa tra gli studenti fuori sede

Nonostante studiare all’università sia un’esperienza che spesso offre agli studenti una grande opportunità di relazionarsi e di incontrare molte persone nuove e di iniziare a crearsi un futuro tra i titoli di studio avanzati, un aspetto comune sperimentato dalle matricole fuori sede sembra essere la nostalgia di casa (Nghiem et al., 2021).

La nostalgia di casa può riferirsi alla sensazione di voler tornare a casa propria, soprattutto tra coloro che hanno lasciato la propria casa per la prima volta (Duru e Balkis, 2013).

Molti studenti, infatti, soprattutto nei primi periodi di lontananza, tendono a scrivere o telefonare molto alle loro figure di riferimento, specialmente le ragazze (Trice, 2002).

Le ricerche precedenti hanno indicato un’associazione tra l’allontanamento da casa per studio o lavoro ed esiti negativi sulla salute psicologica, come profonda tristezza e nostalgia (Andrade, 2006). Gli effetti negativi sul benessere si inaspriscono quando queste persone non riescono ad adattarsi al nuovo ambiente di vita. In alcuni casi, la sensazione di solitudine si attenua con il tempo, stringendo nuove relazioni sociali, in altri casi il livello di angoscia può essere significativo (Thurber e Walton, 2007).

Studenti fuori sede e nostalgia di casa: uno studio sperimentale

Nghiem e colleghi (2021) hanno condotto un’analisi riguardo all’esperienza della nostalgia di casa delle matricole universitarie fuori sede, tentando di studiare i loro vissuti in modo che la scuola e i genitori possano adottare misure di sostegno tempestive.

Dallo studio è emerso che ragazzi e ragazze che decidono di allontanarsi da casa per motivi di studio provano nostalgia di casa, in particolare le ragazze mostrano livelli più alti.

 Gli studenti che vivono nei dormitori o negli studentati hanno mostrato, in media, punteggi più alti di coloro che vivono in appartamenti o stanze in affitto, ciò potrebbe essere spiegato dal fatto che la vita nei dormitori è spesso più strutturata e vengono applicate politiche rigorose, come limiti di orario, e di conseguenza minore tempo a disposizione per la socializzazione (Van Tilburg et al., 1996).

Tra gli studenti al primo anno di università, le matricole di età più avanzata si concentrano di più sul conseguimento dei rispettivi titoli di studio anziché sulla lontananza da casa, rispetto alle matricole più giovani.

La ricerca mostra anche che l’80% degli studenti pensa che studiare lontano da casa li metta di fronte a molte difficoltà, e più del 31% non ama studiare lontano, ma a causa delle preoccupazioni per il futuro, sceglie comunque di farlo. Gli studenti partecipanti allo studio hanno sottolineato la centralità del dover lasciare i vecchi amici, lasciare la famiglia per creare nuove relazioni, nuove amicizie e nuove esperienze nel processo di allontanamento da casa. Alla luce di quanto riportato, vivere lontano da casa negli anni dell’università fa vivere esperienze difficili di nostalgia e solitudine.

Nonostante gli aspetti di sofferenza, gli studenti hanno sottolineato anche quanto l’esperienza dello studiare in altre città o Paesi possa aiutare a migliorare le capacità di comunicazione sociale, ad aumentare l’indipendenza e a saper risparmiare denaro.

Conclusioni

In sintesi, i risultati di questo studio hanno mostrato che la nostalgia di casa è una realtà comune e viene spesso sperimentata dalle matricole universitarie.

L’eccessiva nostalgia di casa, però, può portare a condizioni sempre più negative per i giovani studenti, per cui è necessario un maggiore supporto e sostegno psicologico, affinché gli studenti, separandosi dalle loro famiglie, possano prepararsi a coltivare nuove relazioni e sviluppare la resilienza verso alla società esterna.

 

Mai venuto al mondo. Implicazioni cliniche dell’aborto spontaneo: un dolore difficile da raccontare

L’aborto spontaneo è un evento più frequente di quanto possiamo immaginare. I dati ISTAT rivelano che colpisce circa una donna su cinque, quindi un terzo delle gravidanze totali termina in un aborto spontaneo. In particolare, in Italia si contano più di 70.000 casi l’anno, numero che include solo quelli che hanno ricevuto un’ospedalizzazione.

 

 Molto spesso implica delle ripercussioni dal punto di vista psicologico anche se, ancora oggi, si tende a sminuire l’evento, sia perché avviene con molta frequenza, sia perché si parla poco delle conseguenze cliniche.

Molti sostengono che la morte precoce non vada considerata come un vero e proprio lutto, svalutando e talora banalizzando i vissuti delle donne colpite, le quali vengono lasciate sole senza alcun sostegno.

I risultati di un recente studio statunitense pubblicato online il 13 dicembre 2019, nell’American Journal of Obstetrics and Gynecology (AJOG) svelano il contrario, riportando sintomi di stress post-traumatico presenti in quasi un terzo delle donne dopo un mese e in circa il 20% dopo 9 mesi dalla perdita. Inoltre, è emerso che molte donne dopo la perdita soffrono di stati d’ansia e depressione che in alcuni casi persistono anche dopo 9 mesi (Kersting & Wagner, 2012).

L’aborto spontaneo, come i problemi di infertilità, che ad oggi colpiscono moltissime coppie, sembrano tuttora essere costellati da molti pregiudizi che rendono ancora più drammatico il vissuto di chi vive questa dolorosa esperienza. Si tratta di un evento inaspettato, imprevedibile, vissuto come innaturale, che implica un senso di fallimento esistenziale della capacità di conservare e di ‘generare vita’. Il dolore, pertanto, si accompagna ad un senso di vergogna, con notevoli ripercussioni dal punto di vista psicologico e relazionale. Si tende, dunque, a vivere questa esperienza in solitudine proprio per questo senso di inadeguatezza che caratterizza soprattutto il vissuto della donna spingendola a mantenere segreto l’evento: la madre, infatti, sente di aver fallito come donna, l’essersi identificata a lungo con lo stato di ‘donna-madre’ modifica la percezione di sé, intaccando la propria identità, alimentando sentimenti di rabbia e frustrazione e, talora, di avversione rivolti al proprio corpo, sperimentato come inutile, uno sterile involucro, sepolcro di vita. Vivere la maternità diventa così un’esperienza totalizzante, un’esigenza prioritaria che costella tutti gli ambiti di vita e senza la quale non si riesce a trovare gratificazione, specie nei casi in cui non si hanno altri figli. Questo rende ancora più difficile e travagliato il percorso di recupero di quella parte di sé che non necessariamente ha diritto di esistere solo se in grado di generare vita.

Il senso di solitudine che caratterizza questa fase è determinato spesso dalla convinzione o sensazione di non essere capiti fino in fondo in questo dolore che, sebbene possa essere comune a molte donne, lo si vive come esclusivo e totalizzante, specie nei casi in cui la donna si imbatte in frasi stereotipate o generalizzazioni poco empatiche che mirano ad incoraggiarla a ‘riprovarci subito’ come se fosse pensabile per una madre, in quel momento, poter sostituire il proprio bambino perso con un altro, trasformandosi così in un confronto sterile e  privo di qualsiasi forma di consolazione.

L’evento di perdita, intensamente vissuto dalla coppia genitoriale come un lutto vero e proprio, risulta pertanto poco condivisibile in quanto poco riconosciuto dalla società, perché si piange un bambino ‘mai conosciuto’ verso il quale nessuno ha maturato ricordi o instaurato alcun tipo di relazione.(Kirkley-Best & Kellner, 1982).

Sebbene l’esperienza possa essere diversa in base anche alla fase in cui avviene la perdita (fase precoce, morte intrauterina o lutto perinatale), l’impatto emotivo è decisamente significativo.

Si parla di sindrome post-aborto che caratterizza il periodo di elaborazione del lutto. Si tratta di una fase più o meno fisiologica in cui possono manifestarsi vari sintomi, sia sul piano fisico che psicologico: alterazione del ritmo sonno/veglia e dell’appetito, mal di testa, palpitazioni cardiache, aumento della pressione sanguigna, problemi dell’apparato digestivo, disfunzioni sessuali, irritabilità, crisi di pianto improvvise, sbalzi d’umore, apatia, depressione e talora pensieri di suicidio. Complici i repentini cambiamenti ormonali che fungono da catalizzatore ad una cascata emotiva che contraddistingue questa delicata fase: l’aumento dei livelli di progesterone e di estrogeni che hanno il compito di preparare e plasmare il corpo della donna per accogliere una nuova vita, viene bruscamente interrotto con notevoli ripercussioni anche sul piano emotivo, amplificando vissuti e sensazioni.

Se questi sintomi tendono a persistere senza trovare una risoluzione nel giro di pochi mesi e l’esperienza luttuosa non viene funzionalmente elaborata, si rischia di incorrere in complicazioni cliniche che possono evolvere in un vero e proprio trauma.

Dal ventre nasce la maternità vissuta, dalla relazione nasce l’esperienza vibrante della paternità

Il periodo della gravidanza è una fase molto delicata ricca di aspettative, ma anche di paure e a volte può essere vissuto con estrema apprensione da parte soprattutto della futura mamma. Aspettare un bambino infatti costituisce un evento evolutivo molto importante nella vita di una donna, un cambiamento radicale in cui avviene il passaggio dall’essere figlia e moglie/compagna all’essere madre. Questo processo intimo, essenzialmente corporeo, è costellato da vissuti di grande entusiasmo e di gratificazione, sperimentati come conferme circa la propria femminilità, ma anche di angosce e preoccupazioni.

Le modificazioni fisiche nel corpo materno fanno sì ché la creatura entri a far parte della vita dei futuri genitori sin da subito, inserendola nella loro quotidianità come fosse già nata, creando una dimensione ricca di fantasie, aspettative e sentimenti nei suoi confronti.

La morbidezza delle curve del corpo che iniziano ad intravedersi oltre alle sensazioni propriocettive di un corpo che muta, preparandosi ad accogliere una nuova vita, influenza lo stato psicologico della donna che inizia a percepirsi ‘madre’. La coppia fantastica sull’aspetto del bambino e su come cambierà la loro vita dopo la sua nascita e questo fa sì che ci si senta già genitori. Questo processo apparentemente graduale inizia per molte coppie, soprattutto per le donne, ancora prima del concepimento, quando cominciano a progettare la possibilità di avere un figlio rendendo ancora più doloroso il momento in cui, in maniera del tutto inaspettata ed imprevedibile, svanisce la magia, perdendo il bambino.

La quota di dolore per la perdita subita sembra essere proporzionale ai tempi d’attesa della gravidanza ed al desiderio di avere un figlio: tanto più la gravidanza è desiderata ed è stato difficile ottenerla, tanto più il legame con il futuro bambino sarà forte e pertanto difficile da lasciar andare. Vi sono gravidanze che durano anni di attese, di speranze e di disperazione e nel momento in cui arrivano sembrano essere frutto di una Provvidenza che generosamente benedice la coppia con i suoi frutti. Esserne deprivate in modo repentino, inaspettato, sembra quasi un ‘furto’: una parte di sé che viene ‘strappata’ con un’inaudita violenza, troppo dolorosa e difficile da comprendere e soprattutto da accettare. Ci si sente colpiti nel profondo da una ‘Natura matrigna’ insensibile al dolore, che dispettosamente si diverte ad elargire la sua benevolenza ad alcune donne e a privarne altre. Questo suscita un sentimento di profonda invidia verso tutte quelle donne che hanno la fortuna o il privilegio di diventare madri.

Poiché il bambino viene percepito come parte di sé, la madre sente che viene privata di quella parte lasciando un vuoto incolmabile. Questo senso di vuoto, descritto da molte donne dopo l’aborto, narra di un nido vuoto, di una dimora abbandonata troppo presto che le getta nella disperazione, un dolore sconfinato che a volte le travolge per l’incapacità di staccarsi da un’esperienza che si è conclusa bruscamente.

Un dolore che scava nel profondo e dal quale, a volte, risulta difficile riemergere. Quando il progetto di vita cade in frantumi, con esso si sgretola una parte del sé che nella fragilità non trova appigli per sopravvivere, sprofondando così in uno stato di depressione. Per queste donne risulta difficile inscrivere quanto accaduto in un normale percorso di vita e ritrovare una progettualità futura. Continuano a rimuginare su quanto accaduto facendosi divorare dal senso di colpa per non essere riuscite a proteggere e a preservare a tutti i costi la vita del proprio bambino, spingendole alla ricerca ossessiva di spiegazioni e di possibili cause che possano aver determinato l’accaduto. Lo sconforto nel non trovare risposte, sia dal punto di vista medico che psicologico, le getta nella disperazione portandole ad attribuirsi responsabilità che di fatto non appartengono loro, alimentando paure e stati d’ansia. Restano incastrate pertanto in un’esperienza che sembra non concludersi mai.

Elaborare questa perdita diventa un percorso tortuoso che non riguarda esclusivamente la donna, ma la coppia genitoriale, anche se il dolore assume sembianze e proporzioni differenti nei due membri.

Il dolore della donna è un dolore viscerale, inciso nel proprio corpo, che conserva memoria della perdita subita. L’emorragia e le contrazioni uterine sono i sintomi che segnalano una possibile minaccia, campanelli d’allarme che inducono a pensare che si sta perdendo il bambino. La consapevolezza di non avere alcun controllo su ciò che sta accadendo al proprio corpo, insieme alla paura e al desiderio di voler trattenere la vita che si sente scivolare via, genera una profonda angoscia che può portare a stati d’ansia o ad un vero e proprio attacco di panico.

Al contrario, il dolore dell’uomo sembra essere relegato nello sfondo. Generalmente, infatti, si tende a pensare che l’uomo non soffra come la donna perché il dolore non appartiene al proprio corpo e viene tacitamente investito del ruolo di sostenere la partner nella gestione della sua sofferenza, poiché la si considera la parte più colpita. Il dolore della figura paterna tende ad essere poco riconosciuto e supportato, anzi spesso viene svalutato a causa dei pregiudizi che tuttora resistono nella nostra società, etichettando la sofferenza maschile come segno di debolezza, che inducono ad evitare qualsiasi sua manifestazione. Sebbene il dolore maschile sembri appartenere ad una sfera più cognitiva, non per questo è meno degno di essere vissuto. Anch’egli può essere profondamente addolorato per la perdita del figlio, anche in lui erano già emersi desideri ed aspettative circa il proprio stato di padre: egli vive ed accompagna la futura mamma in quel percorso meraviglioso che porta ad una nuova vita, con lei condivide sogni e desideri, ansie e preoccupazioni; attraverso di lei avverte vibrazioni, sensazioni ed emozioni che nell’intercorporità circolano spontaneamente e conducono all’emergere di quella paternità che non è solo un ruolo pensato cognitivamente, ma un vissuto corporeo e relazionale.

Il coinvolgimento emotivo, la relazione che si instaura tra i due partner e quella con il nascituro rafforza pertanto quel legame che consente al padre di viversi e sentirsi padre, un processo che avrà il suo acme nel momento in cui potrà ‘finalmente’ tenere tra le braccia il proprio bambino. Un’esperienza di contatto unica ed irripetibile, stroncata dalla perdita.

Ogni bambino merita di essere ricordato

Ogni madre sente il bisogno di ricordare il proprio bambino perso, sente che non può essere cancellato come se non fosse mai esistito; non solo c’è stato, seppur per un breve periodo dimorando nel suo grembo, ma ne ha lasciato anche traccia nel corpo e nella mente. Ogni nuova vita che sboccia è unica ed irripetibile, è preziosa nella sua essenza e genera gioia e speranza e per questo merita di essere ricordata.

Se tale bisogno non viene accolto ed ascoltato rischia di influire negativamente su una possibile futura gravidanza.

Non sempre la perdita è vissuta con consapevolezza. Vi sono casi in cui la donna, per non sentire la delusione, il dolore, si proietta immediatamente alla ricerca di una nuova gravidanza con un’ostinazione tale da non concederle il tempo di elaborare la perdita appena subita. Più tempo intercorre tra una gravidanza e l’altra, più la frustrazione aumenta per non essere riuscita nella realizzazione del suo progetto di vita. Nei casi in cui, invece, la gravidanza avviene immediatamente dopo l’aborto, se non vi è stata una piena elaborazione del lutto, si rischia di non instaurare il giusto legame con il bambino in arrivo, il quale non viene visto ed accolto nella sua unicità, ma sostituito con quello morto che, invece, viene idealizzato, investendolo di quelle aspettative di perfezione che non consentono di vederlo com’è realmente. Questa idealizzazione porterebbe ad una relazione disfunzionale in cui il bambino nato non sarebbe mai all’altezza del precedente, crescendo così svalutato agli occhi del genitore. In questi casi si parla di Sindrome del sopravvissuto (o PASS).

Il senso di prostrazione e di inadeguatezza è ancora più spiccato nei casi di poliabortività, cioè casi in cui si sono verificati più aborti consecutivi, lasciando le braccia vuote ed il cuore ferito. In questi casi la donna vive una profonda angoscia e disperazione che non riesce a placare per l’impossibilità di trovare soluzioni concrete o cause concomitanti e questo genera ancora maggiore sgomento e sofferenza.

L’aborto, infatti, in molti casi, resta un mistero della natura che gli specialisti spesso faticano ad inquadrare entro categorie diagnostiche, limitandosi ad inserirlo in casistiche di dati.

Purtroppo oggi i casi sono in forte aumento, correlato anche all’età in cui le coppie decidono di avere figli. Come tutte le cose inspiegate, resta contornato da un alone di mistero e questo fa sì che si alimentino idee, sensazioni e pregiudizi. Tenere presente che in ogni gravidanza vi è insito il rischio del 15% di evolvere in esito negativo dovrebbe ridimensionarne l’impatto, ma poiché l’essere umano è per natura un essere relazionale questo lo rende di fatti difficile da accettare.

Il sostegno psicologico: donare legittimità al dolore

Quando si parla di aborto spontaneo è importante tener presente lo sfondo personale relazionale della ‘madre’ per poter inserire l’evento nel ciclo di vita e comprenderne il significato intimo. Ogni gravidanza, infatti, indipendentemente dalla sua durata e dal suo esito, è intrisa di significati che appartengono alla storia di vita non solo della donna, ma anche della futura coppia genitoriale e, dunque, ha una sua funzione. Da questo dipende la capacità di elaborare l’esperienza, legata al proprio modo caratteristico di affrontare situazioni fortemente stressanti

Per questo è molto importante che chi vive questa drammatica esperienza possa trovare il giusto sostegno affinché non si senta smarrito in un dolore indicibile.

Spesso è un dolore composto, discreto, ma difficile da raccontare: non si trovano parole in grado di descriverne le sensazioni e le risonanze, vissuto in solitudine nella speranza che prima o poi possa attenuarsi la sua forza impetuosa. Altre volte è un dolore dirompente che si fatica ad arginare rischiando di travolgere qualsiasi ambito della propria vita. In questi casi si sente l’impellenza di parlarne per cercare di placare l’angoscia che sembra divorare l’anima. All’esterno arriva ‘troppo’, un eccesso, un senso di esagerata sofferenza che, se decontestualizzata, appare incomprensibile.

La tormentata ricerca di senso logora l’anima impedendo di vedere la novità ed aprirsi ad altre possibilità.

L’elaborazione della perdita è un lutto vero e proprio e come tale va vissuto ed elaborato.

Compito dello psicoterapeuta è proprio quello di favorire la possibilità di attraversare questo dolore accompagnando la paziente in questo travagliato percorso, offrendo un grembo ad una sofferenza altrimenti insostenibile, un luogo dove poter sostare, un tempo in cui potersi raccontare nelle infinite sfumature, senza cadere in frantumi. Poterlo raccontare e consegnare totalmente senza remore, nella certezza che varrà accolto e compreso nella sua essenza, favorirà l’emergere di nuove consapevolezze.

Poter contattare la sofferenza in tutte le sue declinazioni, esplorare le proprie emozioni anche le più intense e travolgenti, apre un varco a quelle parti del Sé a volte sconosciute o rinnegate, rimettendo in discussione tutto ciò che si pensava essere scontato.

L’imprevedibilità come un’onda inarrestabile scuote le fondamenta, lasciando emergere la vulnerabilità che in alcuni casi può apparire intollerabile ed insostenibile.

In quest’altalena di vissuti e di sensazioni si dipana la drammaticità di un’esperienza che cerca un completamento.

Il terapeuta diventa così strumento di contatto, un ponte con la vita che nella freschezza della relazione sostiene la paziente nella rilettura dell’esperienza vissuta, favorendone l’integrazione nella sua storia di vita. Ripulire il dolore da tutti quei significati ‘altri’ attribuitigli e collocarlo nella propria trama relazionale, le consentirà di ridefinire la propria identità di ‘donna’ e di ricontattare quelle parti del corpo assopite, denigrate per non aver adempito al proprio compito e che richiamano quella femminilità umiliata per poterle integrare con le parti disabitate di una maternità troncata. Una riconciliazione piena con sé stessa e con la vita.

Dare legittimità al proprio dolore in tutte le sue sfaccettature consente di riprendere il normale fluire della vita con la consapevolezza di un’esperienza vissuta pienamente anche se nella sua tragicità, ma elaborata ed integrata nella propria identità.

Vivere questo dolore come un evento naturale, fisiologico, che fa parte del ciclo vitale anche se interrompe quel processo esistenziale che apparentemente sembra costitutivo ed appartenere a tutte le donne, ma in realtà scoprire non essere così scontato ed immediato, permette di inserire l’evento nel naturale percorso di vita e, anche se a tratti può sconvolgere, non deve lasciare smarriti nel limbo della sofferenza. Una forza propulsiva che spinge a guardare avanti fiduciosi, accompagnandoci nel misterioso cammino di vita.

Un dolore fertile che come le doglie del parto genera vita, che restituisce amore, tutto quell’amore che si sarebbe voluto donare in maniera incondizionata a quel bambino mai nato.

Un grembo fecondo è fonte sorgiva di amore, di speranza, di calore che ha partorito dal dolore una nuova vitalità che attraversa e che senti scorrere nelle vene.

Il sostegno alla coppia: le lacrime che non ti ho detto

Un aborto precoce oltre a mandare in crisi il normale funzionamento psicologico di una persona può intaccare la relazione di coppia.

Alcune coppie, infatti, non riescono a superare questo dolore, che sembra insinuarsi nella relazione in modo insidioso a tal punto da creare una frattura. I partners sentono la difficoltà di comunicare e condividere i propri vissuti, alimentando una distanza che con il tempo diventa insormontabile. Non riuscire a consegnare il proprio dolore all’altro, fa sprofondare in uno stato di solitudine e di incomprensione, alimentato spesso dall’aspettativa di essere capiti e forse, letti dentro, dall’altro senza bisogno delle parole. La solidità del legame è ciò che rende possibile l’attraversamento di questa tempesta: se la relazione poggia su basi solide allora è probabile perdersi un po’ in questo marasma di sensazioni e di incomprensioni per poi ritrovarsi più uniti di prima. In altri casi è possibile che la crisi crei una vera e propria frattura all’interno della coppia difficilmente risanabile.

Intraprendere un percorso di psicoterapia di coppia può agevolare la comunicazione e la condivisione e recuperare quella dimensione relazionale coniugale bloccata o confusa con la dimensione genitoriale.

Lo psicoterapeuta, pertanto, favorisce l’emergere dei vissuti di ciascun membro della coppia e la possibilità di poterli comunicare all’altro senza il timore di essere fraintesi o giudicati: poter piangere il proprio bambino insieme, dirsi tutto il dolore per quello che si è perduto, per i sogni infranti, le speranze disattese, poter versare tutte le lacrime nella certezza che verranno accolte dall’altro, consente di recuperare quell’intimità che si era interrotta. Il terapeuta offre, dunque, uno spazio in cui possono emergere tutte quelle parole non dette che stanno sullo sfondo e che, giorno dopo giorno, accrescono conflittualità e rancori, in cui ognuno si riappropria di quella parte che attribuisce all’altro, ridimensionando le aspettative e, con umiltà, si accosta al suo dolore riconoscendone la legittimità.

La condivisione nella spontaneità allevia quel senso di solitudine rimettendo in circolo energie nuove, apre prospettive e desideri, ridona speranza e fiducia, nella consapevolezza di navigare in mare aperto, ma con l’audacia dell’esploratore e la certezza di una presenza che consola e sostiene.

 

Adolescenti con gravi disturbi di personalità: la psicoterapia focalizzata sul transfert – Recensione

“Adolescenti con gravi disturbi di personalità: la psicoterapia focalizzata sul transfert” è un volume scritto dai massimi esperti della psicoterapia focalizzata sul transfert (TFP), i quali, tramite questo testo, confidano di trasmettere l’idea di ciò che si può ottenere proprio grazie alla TFP, in particolare con quella adattata agli adolescenti (TFP-A) con disturbi di personalità.

 

 Il volume è diviso in tre parti: la prima si apre con una panoramica su cosa sia la psicopatologia mettendola a confronto con i modelli di sviluppo normale, per poi dedicare gran parte delle parole a descrivere il periodo adolescenziale e l’esordio o meno di un disturbo di personalità in tale fase, tutto secondo una prospettiva psicodinamica.

Paulina Kernberg, pioniera di importanti studi sullo sviluppo dei disturbi della personalità, viene spesso citata dagli autori per aver identificato una costellazione di sintomi che sembra indicare un possibile sviluppo di un disturbo di personalità negli adolescenti così da portare a far riflettere gli esperi del settore sul fatto che la diagnosi di, ad esempio, un disturbo borderline di personalità possa già venir considerata in questa giovanissima fascia d’età.

Per avvalorare tale ipotesi, gli autori prendono subito in considerazione i fattori di rischio genetici (la plasticità biologica ereditaria di certi geni che interagiscono con eventi positivi o negativi), temperamentali (affettività negativa, reattività allo stress, impulsività) ed ambientali-esperienziali (le modalità con cui i genitori interagiscono con il bambino) evidenziando come, in diversi casi, sia possibile già dalla fanciullezza, se non dalla prima infanzia, notare tali aspetti predittivi di un futuro BPD. La fase adolescenziale viene descritta come un periodo già di per sé critico e di transizione dove avvengono significativi cambiamenti strutturali a livello mentale e fisico, un trascurato BPD in questa parte di vita potrebbe aumentare il rischio di prognosi più nefaste, di conseguenza gli autori invitano più volte gli esperti a tener conto del tempismo di intervento.

La seconda parte è dedicata al narrare gli obiettivi, le strategie, la valutazione clinica, la cornice terapeutica, la collaborazione con i genitori, le tecniche e tattiche del sopra citato approccio terapeutico.

Uno degli scopi principali della TFP-A è promuovere l’integrazione dell’identità così da ottenere un’esperienza del sé e degli altri coerente, realistica e stabile da poter affrontare le sfide evolutive.

 La TFP-A ha delle fasi di processo di assessment molto precise per definire, fin dal primo incontro, il ruolo di ciascun partecipante nel trattamento vero e proprio. Inoltre, lavorando con degli adolescenti è necessario creare una cornice all’interno della quale il giovane paziente sappia assumersi le sue responsabilità, sappia dedicarsi a compiti evolutivi appropriati e comportamenti adattivi. È importante che il ragazzo capisca che ruolo ricopre, sia incoraggiato a partecipare attivamente e si senta al sicuro; una buona alleanza terapeutica è sempre la base di partenza per un percorso di terapia. I metodi con cui il terapeuta comunica e affronta ciò che accade con l’adolescente nel “qui ed ora” di una seduta sono definite tecniche e, quelle descritte dagli autori, sono: la chiarificazione, la confrontazione, l’interpretazione, l’uso delle informazioni provenienti da transfert e controtransfert e la neutralità tecnica. Oltre a quest’ultime, gli esperti che lavorano con la TFP-A ricorrono a delle tattiche volte soprattutto ad affrontare le difficoltà urgenti che possono minacciare la sicurezza fisica o la sopravvivenza dell’adolescente e la prima tra tutte è proprio lo stabilire un contratto terapeutico con il/la paziente e i suoi genitori. Molto utilizzate sono anche il mantenimento dell’uso delle libere associazioni da parte dell’adolescente, l’identificazione di un tema prioritario e delle sfide evolutive e la concentrazione su di essi in seduta, la selezione del materiale da interpretare e, infine, la gestione delle resistenze e delle reazioni terapeutiche negative. Vista l’importanza che hanno le figure genitoriali durante tale percorso, gli autori suggeriscono alcune tattiche più specifiche che riguardano anche quest’ultimi come la gestione della riservatezza o l’affrontare il senso di colpa che possono aver sviluppato.

La terza ed ultima parte del volume si concentra sulle fasi del trattamento dopo aver delineato i processi e le applicazioni della terapia. La prima fase è quella preparatoria dove si definisce la cornice per il trattamento, si instaura un rapporto di collaborazione con i genitori e un’alleanza terapeutica con l’adolescente oltre che lavorare con gli acting out e affrontare le resistenze ed i possibili traumi emersi; la seconda viene definita centrale e si focalizza sul transfert, le rappresentazioni scisse, gli affetti negativi e alcuni aspetti di personalità; infine c’è la fase definita avanzata o conclusiva che si dedica allo sviluppo di nuove capacità autoriflessive, ad un aumento di consapevolezza e consolidazione della struttura di personalità. Ognuna di queste fasi dev’essere stata adeguatamente rispettata e gestita per portare avanti al meglio un trattamento.

L’obiettivo finale del terapeuta che lavora con questo approccio è proprio quello di promuovere un’integrazione dell’io sufficiente a consentire all’adolescente di procedere con le sue stesse risorse e, con tale volume, gli autori hanno cercato di incoraggiare i clinici ad utilizzare l’approccio delle relazioni oggettuali centrato sul transfert per aiutare gli adolescenti affetti da disturbi della personalità.

 

I benefici della mindfulness per la coppia

Erkan e colleghi (2021) hanno condotto una ricerca qualitativa per indagare gli effetti emotivi, cognitivi e sessuali nelle coppie in cui uno dei due partner pratica mindfulness quotidianamente

 

È stato chiesto se venissero percepiti degli effetti particolari negli ambiti emotivi, cognitivi e sessuali, e come questi effetti si riflettono sul partner e sulla relazione.

La pratica della mindfulness e i suoi benefici

 La mindfulness è descritta come uno stato di consapevolezza che emerge attraverso un’attenzione focalizzata sullo scopo e sul momento presente, mentre viene mantenuto un atteggiamento non giudicante (Erkan et al., 2021). Sembra che la mindfulness abbia un impatto fortemente positivo su molti aspetti della vita di un individuo, come la salute fisica, la salute mentale e la capacità di regolare le emozioni. Sembra inoltre che possa giocare anche un ruolo importante nel migliorare la qualità di una relazione sentimentale. Gli studi condotti finora sull’impatto che ha la mindfulness nelle relazioni sentimentali suggeriscono di approfondire i meccanismi relazionali che possono trarre beneficio dall’utilizzo di tale pratica, come la consapevolezza e la comprensione verso la prospettiva del partner.

La mindfulness come pratica per regolare le emozioni

La regolazione delle emozioni può essere descritta come il processo attraverso il quale un individuo influenza il proprio modo di vivere le emozioni, imparando come gestirle quando le vive e capendo come esprimerle nel modo più adeguato per lui e per il contesto (Erkan et al., 2021). La regolazione delle emozioni viene considerata una skill intrapersonale e si acquisisce gradualmente nei contesti relazionali. È un processo che ha inizio quando l’individuo è in età evolutiva, il suo cervello viene fisicamente alterato dalle relazioni con gli altri, creando nuove connessioni neurali. Questo processo comincia proprio con la relazione con le prime figure di riferimento che l’individuo incontra, ovvero i genitori o, più in generale, i caregiver.

Tra i fattori che contribuiscono a “costruire” il cervello umano e le sue interazioni con il mondo, la mindfulness può essere sicuramente un fattore di modellamento importante. È stato osservato, infatti, che la mindfulness può avere un impatto notevole sullo sviluppo della regione limbica e delle regioni corticali del cervello (Erkan et al., 2021). È stato ipotizzato che la pratica della meditazione possa condurre a un rafforzamento sinaptico nelle aree prefrontali del cervello. Questa ipotesi è stata in seguito supportata da numerose ricerche che, mediante l’utilizzo di strumenti adeguati come la risonanza magnetica, hanno osservato dei cambiamenti anatomici nel cervello di coloro che praticano la meditazione, come lo sviluppo di nuove connessioni neurali.

 Ciò che viene proposto dalla mindfulness, ovvero una consapevolezza attiva e non giudicante, favorisce nell’individuo una visione del mondo più flessibile, diminuendo il rischio di distorsioni della realtà e interpretazioni errate di essa. Inoltre, l’aspetto di compassione e accettazione, che è parte integrante della mindfulness, può avere un effetto positivo sulla qualità relazionale, in quanto l’individuo diventa più consapevole e capace di gestire le proprie emozioni.

Gli effetti della mindfulness sulla qualità relazionale

La ricerca clinica sulle potenzialità della mindfulness si è sempre concentrata sull’esperienza individuale, solo nell’ultimo decennio è cresciuto l’interesse per le possibili applicazioni nel campo della relazione di coppia e nel contesto familiare (Erkan et al., 2021). Sebbene la ricerca empirica sugli effetti della mindfulness sia ancora in una fase iniziale, alcuni studi hanno dimostrato una possibile correlazione tra gli aspetti meditativi della mindfulness e un incremento della qualità relazionale.

Erkan e colleghi (2021) hanno condotto una ricerca qualitativa per indagare come può essere, per un individuo che pratica mindfulness quotidianamente, l’esperienza di una relazione romantica con un partner che non pratica regolarmente la meditazione (Erkan et al., 2021). È stato chiesto se venissero percepiti degli effetti particolari negli ambiti emotivi, cognitivi e sessuali, e come questi effetti si riflettono sul partner e sulla relazione. Mediante l’utilizzo di un’intervista semi-strutturata, sono state indagate e approfondite le prospettive di dieci coppie di partecipanti, nelle quali almeno un membro era un praticante attivo di mindfulness. I risultati ottenuti sono stati interessanti. Infatti, le coppie hanno riportato come nell’interazione tra i partner ci sia molto ascolto e molta comunicazione, e che nei conflitti vengono usate delle strategie di regolazione emotiva funzionali per la gestione della rabbia, oltre ad un atteggiamento di compassione, al focus mentale sul momento presente e all’accettazione delle emozioni del partner, tutti elementi fondamentali nella prospettiva mindfulness.

Sembra quindi che l’utilizzo della mindfulness possa giovare alla coppia che presenta problematiche che comprendono una regolazione delle emozioni poco efficace o difficoltà nella comunicazione. (Erkan et al., 2021). Sebbene la ricerca sui suoi benefici in campo familiare e di coppia sia solo all’inizio, sembra che i vantaggi acquisiti dal singolo influenzino positivamente anche la qualità della relazione.

 

Come funzionano i servizi di assistenza psicologica nel Servizio Sanitario Nazionale italiano? – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 6

Questo numero nasce dall’esigenza di contestualizzare il progetto della Consensus Conference all’interno del territorio italiano dal punto di vista sanitario. Trattandosi di disturbi mentali, è opportuno inquadrare sinteticamente l’organizzazione dei servizi di assistenza psicologica nel Servizio Sanitario Nazionale. Viene dunque ripercorsa la sua istituzione e illustrati i princìpi e gli aspetti salienti.

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 6) Come funzionano i servizi di assistenza psicologica nel Servizio Sanitario Nazionale italiano?

 

Il Servizio Sanitario Nazionale

 Il welfare pubblico e i sistemi sanitari sono motivo di pregio internazionale per l’Italia, che possiede una lunga tradizione in questi settori (ISS, 2022; Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017). Tale pregio deriva dai princìpi che determinano l’esistenza del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Il SSN si concretizza con la legge n.833 del 23 dicembre 1978, che attua i principi dell’art. 32 della Costituzione, il quale sancisce l’impegno della Repubblica nella tutela della salute come diritto fondamentale di tutti i cittadini (Ministero della Salute, 2019). Nello specifico, l’art.32 (Costituzione, 1948) recita come segue:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. 

Stando a quanto riportato nell’Art.1 della legge n. 833/78, la Repubblica si preoccupa di tutelare la salute fisica e psichica del cittadino “mediante il servizio sanitario nazionale”.

Pertanto, il SSN si configura come un insieme di strutture e servizi con la mission di garantire egualmente a tutti i cittadini l’accesso universale alle prestazioni sanitarie. Il fine ultimo delle prestazioni sanitarie erogate dai servizi di cura che convogliano nel SSN è quello di provvedere “alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione” (Art.1, L. n.833/78).

I princìpi fondamentali del SSN

Il valore del Servizio Sanitario Nazionale italiano, come anticipato, è dovuto alla sua gestione pubblica diretta e ai princìpi che definiscono la sua essenza, che dunque lo distinguono positivamente dall’organizzazione delle cure in altri Paesi (ad es., Stati Uniti, Nigeria).

I princìpi fondanti il SSN dalla L. n.833/78 sono: l’universalità, l’uguaglianza e l’equità (Ministero della Salute, 2019).

L’universalità implica, come anticipato, la possibilità per tutta la popolazione di accedere gratuitamente a tutte le prestazioni sanitarie di promozione, mantenimento e recupero della salute fisica e psichica. Questo aspetto risulta coerente con l’innovativa concezione di salute introdotta dalla medesima L. n.833/78, secondo la quale viene intesa soprattutto come una risorsa della collettività e non solo come bene del singolo individuo. Tale accessibilità universale è consentita dall’organizzazione territoriale capillare che include Aziende Sanitarie Locali (ASL), aziende ospedaliere e strutture private convenzionate con il SSN.

L’uguaglianza stabilisce che l’accesso alle prestazione mediche dei cittadini deve accadere senza alcuna distinzione di condizioni individuali, sociali ed economiche.

L’equità fa riferimento alla parità di accesso di tutta la popolazione in rapporto a uguali bisogni di salute, al fine di superare le diseguaglianze di accesso dei cittadini alle prestazioni sanitarie. Per il raggiungimento di tale obiettivo è necessario fornire un servizio trasparente in termini di comunicazione in merito alla prestazione necessaria per l’individuo, che deve essere adeguata al suo grado di istruzione e comprensione.

I princìpi organizzativi del SSN

Sono stati stabiliti anche dei principi organizzativi sui quali si basa la programmazione sanitaria; quelli maggiormente rilevanti sono riportati di seguito (Ministero della Salute, 2019).

  • Centralità della persona. Una serie di diritti dei cittadini, resi possibili da doveri attribuiti a tutti gli operatori sanitari, come: la libertà di scelta del luogo di cura; il diritto a essere informato sulla malattia e sulla terapia e la possibilità di opporsi; il diritto alla riservatezza; il dovere da parte di coloro che si occupano della programmazione sanitaria di anteporre, compatibilmente alle risorse economiche disponibili, la tutela della salute dei cittadini a tutte le scelte.
  • Responsabilità pubblica per la tutela del diritto alla salute. In materia di tutela della salute, la Costituzione ripartisce le competenze legislative tra lo Stato e le Regioni (Titolo V, art.117, comma 2, lett. M). In pratica, lo Stato determina i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; le Regioni programmano e gestiscono in piena autonomia la sanità nel territorio di loro competenza, avvalendosi delle aziende sanitarie locali (ASL) e delle aziende ospedaliere.
  • Collaborazione tra i livelli di governo del SSN. Per garantire condizione di salute uniformi e adeguate a tutti i cittadini, è indispensabile la collaborazione tra Stato, Regioni, Aziende e Comuni, nei rispettivi ambiti di competenze.
  • Valorizzazione della professionalità degli operatori sanitari. Determinante ai fini della qualità e dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie è la professionalità degli operatori, in termini tecnici e di interazione con pazienti e colleghi di équipe.

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)

I LEA sono tutte le attività, le prestazioni e i servizi sanitari che il SSN fornisce ai cittadini, gratuitamente o in compartecipazione (quindi attraverso il pagamento di un ticket). Tali servizi essenziali sono garantiti grazie alle risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale (ovvero le tasse; Ministro della Salute, 2019).

 I LEA rappresentano, dunque, i livelli essenziali di assistenza sanitaria che corrispondono alle attività che la società considera innegabili alla popolazione, in relazione al livello sociale e culturale corrente (Consiglio Nazionale Ordini Psicologi [CNOP]; 2017). Pertanto, necessitano di aggiornamenti periodici in base alle esigenze della società e all’evoluzione scientifica e tecnologica. Le prestazioni sanitarie comprese nei LEA devono essere offerte in ogni regione e a tutti i cittadini senza differenze di reddito, posizione geografica, religione, etnia, sesso o altro.

I LEA sono stati definiti per la prima volta nel DPCM n.33 del 29 novembre 2001, successivamente sostituito integralmente dal DPCM n.65/2017. Dunque, sono stati individuati tre macro-livelli essenziali di assistenza.

  • Prevenzione collettiva e sanità pubblica. Comprende attività di prevenzione in senso ampio, dall’evitamento dell’insorgenza di particolari malattie, al miglioramento della condizione di salute della popolazione generale (ad es., controllo malattie infettive, sicurezza alimentare).
  • Assistenza distrettuale. Include tutte le prestazioni sanitarie diffuse sul territorio erogate al di fuori degli ospedali, come prestazioni domiciliari, ambulatoriali, semiresidenziali, centri diurni (ovvero senza pernottamento) e residenziali (ossia con pernottamento come le RSA).
  • Assistenza ospedaliera. Attività erogate dagli ospedali in ricovero ordinario, in day hospital od ospedalizzazione domiciliare (ad es., pronto soccorso, attività trasfusionali, trapianti).

Gli interventi inclusi nei LEA devono essere di efficacia dimostrata e devono poter garantire una misura di esito, in modo da poter essere monitorati e valutati per garantire la qualità delle prestazioni erogate dai professionisti del SSN in termini di efficacia ed efficienza (Ministero della Salute, 2019). Per questi motivi, sono stati preposti la Commissione nazionale per l’aggiornamento dei LEA e la promozione dell’appropriatezza nel SSN, garante del continuo aggiornamento di procedure scientificamente valide, e il Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei LEA (Comitato LEA), che si occupa di verificare l’appropriatezza e l’efficienza dei LEA erogati, e se questi risultano congrui rispetto alle risorse disposte dal SSN nelle varie regioni.

Il ruolo della psicologia nei LEA

Con la Legge n.3/2018, la professione dello psicologo è stata inclusa tra le professioni sanitarie. Dunque, viene riconosciuta la rilevanza degli aspetti psicologici rispetto al concetto di salute. Infatti, la psicologia è una disciplina che “permea trasversalmente l’intera attività sanitaria” (CNOP, 2017; p.13), poiché per sua natura è significativamente implicata nei processi di promozione della salute.

Nel documento di aggiornamento dei LEA del 2017 (DPCM n.65/2017), l’assistenza psicologica vede le sue attività professionali presenti su più livelli, soprattutto quello territoriale, ma anche trasversalmente ai livelli stessi. Alcuni esempi di attività assistenziali riguardano: la cura di persone con disturbi mentali, dei minori con disturbi neuropsichiatrici, delle persone con disabilità o dipendenze patologiche; l’assistenza socio-sanitaria alle donne, ai minori, alle coppie e alle famiglie; l’assistenza ambulatoriale per le donne in stato di gravidanza e la tutela della maternità; l’assistenza residenziale extra-ospedaliera ad elevato impegno sanitario (ovvero la cura delle persone che presentano un alto livello di complessità e instabilità clinica e necessitano di pronta disponibilità medica 24h).

In sintesi

In conclusione, la Repubblica, nel 1978, istituisce il Sistema Sanitario Nazionale, fondato su specifici e pregevoli principi, che garantisce l’accesso alle cure gratuito, o dietro pagamento di una quota (ticket), a tutti i cittadini senza discriminazioni di nessun tipo (Ministero della Salute, 2019; CNOP, 2017). Lo Stato stabilisce i Livelli Essenziali di Assistenza, in cui è contemplata anche l’assistenza psicologica, e rimette alle Regioni la loro attuazione sui propri territori di competenza. Rispetto alla psicologia, l’aspetto importante che i LEA evidenziano è l’elevata valenza sociale, utile per una adeguata integrazione tra le attività sanitarie e quelle sociali. Per concretizzare i LEA le Regioni ricevono finanziamenti dallo Stato, reperiti dalla tassazione generale dei cittadini. Tuttavia, le Regioni possono anche andare oltre il livello dei LEA nazionali, con risorse aggiuntive proprie e garantire così dei livelli aggiuntivi di assistenza. Tale azione è consentita dall’autonomia organizzativa e amministrativa (contabile, gestionale e tecnica) di cui godono le ASL, che sono dunque gli enti preposti a disporre l’offerta sanitaria specifica per il proprio ambito territoriale, conformandola alle caratteristiche della porzione di popolazione a cui si rivolge. Sebbene il mandato delle Regione sia organizzare in autonomia l’erogazione delle cure, lo Stato ha istituito nel tempo Comitati e Commissioni per monitorare la qualità dei servizi erogati e la conformità di quanto offerto con il dettato costituzionale.

Rispetto alla psicologia, l’aspetto importante che i LEA evidenziano è la sua elevata valenza sociale, utile per una adeguata integrazione tra le attività sanitarie e quelle sociali (CNOP, 2017).

Sul piano dell’assistenza psicologica, data la frammentazione regionale che si viene a creare con questo sistema, è estremamente eterogenea, in termini di modelli organizzativi e attività locali dei servizi. Inoltre, risultano variegate le tipologie e la numerosità delle prestazioni erogate, così come i criteri per la fruibilità delle stesse. Il CNOP (2017) sottolinea l’importanza della presenza di figure psicologiche strutturate per lo svolgimento delle attività socio-sanitarie e una maggiore attenzione nel definire le modalità operative per integrare adeguatamente i servizi socio-sanitari.

“Escapismo”: osservazioni sul desiderio di fuga dalla realtà

L‘escapismo basato sulla causa indica una tendenza a evadere e/o evitare elementi reali negativi della vita dell’individuo (per esempio, routine stressanti, compiti di vita che causano sofferenza e stress), mentre l’escapismo basato sull’effetto sembra essere guidato dal desiderio di mettere in atto il comportamento stesso per ricercare piacere.

 

L’escapismo

“Chi non ha mai desiderato, almeno ogni tanto, di scappare? Ma da cosa e verso dove? Una volta che siamo arrivati nel “good place”, finisce il nostro desiderio di scappare? Quello che sembra essere certo è che tutti sentono l’impulso di essere da qualche altra parte in momenti di stress e incertezza” (Tuan, 2000, p. XI).

Il dizionario Garzanti della lingua italiana definisce “l’escapismo” come “una tendenza ad evadere da problemi o situazioni sgradevoli, rifugiandosi nell’immaginazione, nel disimpegno, nel divertimento e/o qualsiasi comportamento improntato a tale tendenza” (Garzanti, 1987). Stando a questa definizione un individuo che, ad esempio dopo un licenziamento o per la routine giornaliera troppo stressante, oppure un adolescente bocciato a scuola o intrappolato in un sentimento di insoddisfazione per gli amici che frequenta, decide di cominciare ad affrontare tali situazioni “scappando” da esse e “rifugiandosi” nel guardare la TV, nel gioco online e offline, in letture di libri o mind wandering, sta appunto mettendo in atto un comportamento di escapismo.

Si tratta di un costrutto fortemente dibattuto, che assume forme simili ma sfumature diverse in base alla lente con la quale lo si vuole indagare. Dalla tendenza a mascherarsi e assentarsi dalla realtà in psicologia filosofica, si trasforma in una tendenza comportamentale attuata in base a caratteristiche personologiche peculiari (per esempio, nevroticismo) nella psicologia della personalità. Diventa poi un buon predittore di comportamenti di dipendenza, fino a svolgere un ruolo per qualcuno persino fondamentale nel promuovere l’immersione in ambienti digitali, se lo si guarda con la lente della psicologia digitale e dei videogames (Puiras et al., 2020; Woody, 2018; Reid et al., 2011).

L’esperto di pratiche di gioco online Harald Warmelink, con l’aiuto di alcuni colleghi, aveva tentato di ampliare il concetto di escapismo, classificandolo in base alla motivazione sottostante l’attuazione di tale comportamento. Emersero, dunque, due tipologie di evasione dal mondo reale: “basato sulla causa” o “basato sull’effetto” (Warmelink et al., 2009). La prima declinazione indica una tendenza a evadere e/o evitare elementi reali negativi della vita dell’individuo (per esempio, routine stressanti, compiti di vita che causano sofferenza e stress), mentre “l’escapismo basato sull’effetto” sembra essere guidato dal desiderio di mettere in atto il comportamento stesso per ricercare piacere o esperire realtà alternative (Warmelink et al., 2009). Per figurarlo meglio, secondo Warmelink e colleghi, ad esempio, un ragazzo che gioca a Fortnite per gestire l’ansia generata dal fatto di avere pochi amici a scuola o essere stato escluso, sta attuando una forma di evasione dalla realtà “basata sulla causa”; invece, un adolescente che decide di giocare al medesimo gioco per allenare le sue abilità a sparare o perché la storia del videogioco è particolarmente accattivante, sta mettendo in atto un “escapismo basato sull’effetto”. L’attività in cui ci si immerge deve provocare emozioni e/o sensazioni piacevoli, oltre che fornire una buona opportunità per evitare problemi di vita reale, come aveva sostenuto Yee, il quale già nel 2006 lo aveva definito: una modalità di rilassamento e di evitamento dei problemi di vita reale (Yee, 2006).

In sintesi, l’escapismo sembra esprimere un’intenzione da parte degli individui a minimizzare la sofferenza e massimizzare il benessere (Stenseng et al., 2012). Si potrebbe dunque pensare che l’escapismo sia un bisogno essenziale degli esseri umani più che una manifestazione definita di mancanze e/o deficit a livello sociale e individuale (Tuan, 2000). Una strategia messa in atto dagli individui al fine di raggiungere uno stato di equilibrio (omeostasi) a seguito dell’esposizione a elementi di vita stressanti. Questa concettualizzazione pone l’accento e orienta l’attenzione verso l’idea che la tendenza a evadere dalla realtà sia sostanzialmente il frutto dell’evoluzione e sia una caratteristica intrinseca della specie, con il fine di garantire benessere psicologico all’individuo. Risulta difficile tuttavia, ancora oggi, definire il grado in cui questa tendenza sia adattiva in termini di benessere psico-sociale ed effettiva gestione delle emozioni. All’attuale stato dell’arte, la letteratura scientifica circa questo costrutto rimane ancora lontana dal determinare se le caratteristiche individuali e soggettive determinano il desiderio di fuga dal mondo reale e quanto, invece, questa tendenza sia maggiormente incentivata dalle caratteristiche stesse degli ambienti di vita online. Ancora da chiarire, inoltre, se sia la struttura stessa del mondo reale a spingere gli individui a desiderare di fuggire.

Come misuriamo l’escapismo?

Questa “fuga dalla realtà” è entrata di prepotenza nel mondo accademico e della ricerca psicologica con l’avvento di ambienti digitali (come televisione, videogiochi, realtà virtuale) e della conseguente escalation di studi sulle relazioni che intercorrono tra gli individui e queste tipologie di strumenti (Melodia et al., 2020; Di Blasi et al., 2019; Kaczmarek e Drążkowski, 2014; Billieux et al., 2013; Kuss et al., 2012; Dauriat et al., 2011; Calleja, 2010).

Dalla seconda metà del secolo XX diversi autori hanno cercato di realizzare scale standardizzate che permettessero di indagare l’escapismo. I primi tentativi che riscontriamo si caratterizzano per l’estrapolazione di items utili alla misurazione di questa variabile dal test standardizzato Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI; White Jr et al., 1956). In anni più recenti, l’aumento di studi nell’ambito della psicologia dei videogames ha determinato la realizzazione di scale per l’indagine sulle motivazioni a passare tempo online e in ambienti digitali, le quali presentano items specifici per la misurazione dei livelli di escapismo, queste sono: la Motivation to Play in Online Games Questionnaire (MPOGQ; Yee, 2006b), la Motives for online gaming questionnaire (MOGQ) realizzata da Demetrovics e colleghi (2011), e la scala a 14 item Motivation to play assessment (Dauriat et al., 2011). Tendenzialmente si riscontrano items molto simili riadattati agli ambienti digitali d’interesse (come social networks, videogames; Gao, Liu e Li, 2017; Dauriat et al., 2011; Demetrovics et al., 2011; Yee, 2006b).

Queste scale di misura, tuttavia, ci permettono di valutare solo se esista questa tendenza, ma rimane assente un’indagine dei fattori determinanti nel promuovere questo desiderio.

Chi decide cosa è reale e cosa no?

Per la varietà di possibilità che offrono e le caratteristiche che presentano i nuovi contesti digitali, quali gioco online simultaneo, vie di comunicazione in tempo reale con altri utenti, avatars con caratteristiche personalizzate e personalizzabili e molti altri aspetti, rappresentano delle vie di fuga dal mondo reale quasi ad hoc per tutti i tipi di soggettività. Le tecnologie di immersione in realtà virtuale (VR) e il nuovo metaverso (META) proposto da Zuckerberg hanno portato a un livello totalmente nuovo la possibilità e l’attrattività di questi ambienti in contrapposizione al mondo reale. Pensiamo solo al mondo virtuale, anche se un po’ rudimentale, “Second Life” (EP) il quale già nel 2013 aveva attirato a sé milioni di utenti all’attivo, fornendo uno spazio di vita online nel quale le persone potessero agire liberamente.

Il fenomeno degli Hikikomori rappresenta una declinazione estrema e osservabile della tendenza a evadere dal reale rifugiandosi nei mondi offerti dalle piattaforme digitali (Crepaldi, 2019). Questo termine un po’ astruso, letteralmente significa “stare in disparte” e delinea una categoria di persone che hanno deciso di ritirarsi per lunghi periodi dalla vita reale in favore della vita online, attirando l’attenzione di studiosi e aprendo numerosi dibattiti sulle cause di questa condotta (Crepaldi, 2019).

L’evoluzione degli ambienti digitali nel ricreare dinamiche di vita reale, l’accomodamento da parte delle società orientali e occidentali nei confronti dell’utilizzo delle tecnologie, e la tendenza sempre crescente a ritirarsi in mondi alternativi “fittizi” mette a dura prova i limiti delle nostre convinzioni circa l’esistenza di una realtà unica e circoscritta al mondo fisico.

“Vengono tutti qui a dormire? …no, vengono qui per essere svegliati, il sogno è diventato la loro realtà…. chi è lei per dire altrimenti?!” (Nolan, 2010).

L’Autismo in una prospettiva life-span: cosa succede al compimento dei 18 anni?

La letteratura indica che, da adulte, molte persone con autismo, si trovano svantaggiate nell’affrontare le varie tappe tipiche della loro fase di vita, ossia l’impiego lavorativo, le relazioni sociali (amicali e sentimentali), la salute sia fisica che mentale e la Qualità di Vita.

AUTISMO E QUALITÀ DI VITA – (Nr. 2) L’Autismo in una prospettiva life-span: cosa succede al compimento dei 18 anni?

 

La prevalenza del Disturbo dello Spettro Autistico

Le stime sulla frequenza del Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) sono in continuo aumento (Centers for Disease Control and Prevention, 2019), come dimostrato da vari studi epidemiologici condotti in diverse parti del mondo, che concordano nell’attribuire alla prevalenza di tale disturbo una stima superiore all’1%. Tra questi, risultano significativi l’indagine effettuata nel 2014 dall’Autism and Developmental Disabilities Monitoring (ADDM) Network (citato da Baio et al., 2018), il quale evidenzia che, negli Stati Uniti, 1 bambino su 59 ha un ASD, e il progetto Autism Spectrum Disorders in the European Union (ASDEU), che ha recentemente stimato una prevalenza media di 1 bambino autistico su 89 nell’Unione Europea (Posada de la Paz, 2018). Per quanto concerne la situazione nel nostro Paese, la prevalenza del Disturbo nei bambini italiani, è stimata a 1 bambino su 77, con una frequenza 4,4 volte maggiore nei maschi (Ministero della salute, 2022).

La storica associazione a categorie diagnostiche infantili fa sì che tale disturbo venga difficilmente riconosciuto nei soggetti adulti e, pertanto, non trattato adeguatamente (Vagni, 2015). Nonostante ciò, l’ASD non è un disturbo limitato all’età evolutiva, bensì una condizione del neurosviluppo che dura per l’intero arco di vita della persona (Barber, 2017; Brugha et al., 2015; Murphy et al., 2016). Come afferma Cottini (2010), pertanto, i bambini con Autismo, da grandi non potranno far altro che diventare degli adulti con Autismo, in quanto le caratteristiche proprie della condizione autistica si mantengono centrali anche nei soggetti adulti. Ne consegue, quindi, che le stime sulla diffusione dell’ASD sono simili tra i bambini e gli adulti (American Psychiatric Association [APA], 2013/2014).

Evoluzione del Disturbo: caratteristiche e sintomi degli adulti con ASD

Malgrado esistano tanti adulti con Autismo quanti sono i bambini con Autismo (Vagni, 2015), la ricerca finalizzata all’analisi della prognosi e delle caratteristiche che caratterizzano gli adulti con questo disturbo è ancora molto limitata (Cottini, 2010; Howlin e Moss, 2012).

Seltzer nel 2003 (citato da Billstedt et al., 2007) ha affermato che i sintomi dell’Autismo si manifestano diversamente in base alle varie fasi di vita. In effetti, sebbene molti dei sintomi presenti durante l’infanzia persistano nell’età adulta, secondo uno studio condotto da Billstedt et al. (2007), pare che altri tendano mediamente a migliorare. Tra questi si annoverano le interazioni sociali, i comportamenti ripetitivi e stereotipati, quelli adattivi e la reattività emotiva agli altri. Tali miglioramenti risultano più frequenti ed evidenti negli individui ad alto funzionamento, rispetto che in quelli a basso funzionamento. Inoltre, la stessa ricerca ha fatto emergere un’alta frequenza di comportamenti sociali anomali nei partecipanti adulti con ASD: l’interazione con i coetanei è risultata frequentemente assente oppure, se presente, inappropriata e condotta quasi esclusivamente dagli altri (Billstedt et al., 2007). Altri sintomi comuni avevano a che fare con un’inappropriata risposta emozionale, un contatto oculare povero, mancanza di reciprocità e comunicazione non-verbale limitata o bizzarra. Oltre la metà del campione ha, inoltre, mostrato reazioni anomale alle stimolazioni sensoriali, autolesionismo, difficoltà nella scelta autonoma di attività e la tendenza a mantenere le stesse routine (Billstedt et al., 2007).

La letteratura indica che, da adulte, molte persone con ASD si trovano svantaggiate nell’affrontare le varie tappe tipiche della loro fase di vita, ossia l’impiego lavorativo, le relazioni sociali (amicali e sentimentali), la salute sia fisica che mentale e la Qualità di Vita (QdV; Howlin e Moss, 2012). Pertanto, solo il 14% circa dei soggetti risulta sposato o in una relazione sentimentale e un quarto ha almeno un amico (Howlin e Moss, 2012). Bishop-Fitzpatrick et al. (2016) affermano che sia la percentuale di soggetti che lavorano per 10 o più ore a settimana, sia quella degli individui che vivono in maniera indipendente o semi- indipendente, si avvicina al solo 20%. Gli autori affermano, inoltre, che almeno la metà ha comorbidità con altri disturbi mentali (Bishop-Fitzpatrick et al., 2016, vedi anche APA, 2013/2014; Billstedt et al., 2011; Cottini, 2010; Gotham et al., 2015).

Cribb, e colleghi (2019) sostengono che, nelle ricerche sugli outcome autistici, vengono spesso ignorate le esperienze soggettive delle persone e ciò che per loro sta a significare una vita soddisfacente. Nel loro studio si sono soffermati ad analizzare in maniera qualitativa le aspirazioni di giovani adulti con Autismo ed è emerso che la maggior parte di loro ambiva ad assicurarsi un lavoro, vivere indipendentemente dai propri genitori, prendere decisioni in maniera autonoma e avere una buona salute mentale. Inoltre, Griffith e colleghi (2012) affermano che, tra i temi più rilevanti emersi dai partecipanti allo studio, si possono annoverare i problemi lavorativi, le esperienze di supporto convenzionale e i futuri step necessari per il supporto degli adulti con ASD. I soggetti hanno poi lamentato una grande fatica nello svolgere le attività quotidiane, gli imprevedibili cambiamenti d’umore e la costante ansia (Griffith et al., 2012). Mentre i loro coetanei lasciano casa, si fidanzano, si iscrivono all’università o trovano lavoro, molti adulti con ASD si sentono come se fossero stati lasciati indietro (Stoddart, 2005).

Gli adulti che hanno sviluppato strategie compensatorie e meccanismi di coping per mascherare la loro difficoltà nelle situazioni sociali possono soffrire per lo stress e lo sforzo di dover mantenere una maschera socialmente accettabile e dover calcolare coscientemente quello che per la maggior parte delle persone è socialmente intuitivo (APA, 2013/2014). A tal proposito, parlando della propria esperienza nella condizione autistica, Anna Chiodoni (2017) propone una metafora molto esplicativa:

Un’immagine che posso utilizzare per spiegare un po’ come mi sentivo era che tutti avessero un manuale in cui erano scritte tutte le regole per un’efficace comunicazione con gli altri, e io ero l’unica a non avere una copia. L’unica soluzione era tentare volta per volta per vedere cosa funzionava e cosa no, spesso imitando i comportamenti altrui per cercare di mimetizzarmi meglio. L’altra soluzione era quella di isolarmi il più possibile, facendo la timida, dato che quella almeno era una forma di inettitudine sociale relativamente più accettata dai miei compagni (p. 168).

Rispetto alla qualità di vita (QdV) degli adulti con ASD, dallo studio di Bishop-Fitzpatrick e colleghi (2016), emerge che soltanto il 13,9% del campione ha ottenuto buoni risultati negli indicatori di QdV oggettiva. I pochi studi che si sono occupati di indagare il rapporto tra gli outcome convenzionali e le misure della QdV nella ricerca in campo autistico, hanno rilevato che gli outcome oggettivamente definiti soddisfacenti non vanno necessariamente di pari passo con una migliore QdV e che questi due elementi risultano essere migliori quando vengono presi in considerazione fattori soggettivi (Bishop-Fitzpatrick et al., 2016; Cribb et al., 2019; Müller e Cannon, 2014). Pertanto, Ruble e Dalrymple (1996; citati da Cribb et al., 2019) evidenziano l’importanza di andare oltre i tradizionali outcome per comprendere ciò che significa avere una vita soddisfacente per gli stessi soggetti autistici, considerando in particolare l’incrocio tra la persona e il suo contesto.

Il problema dell’Autismo in età adulta: i servizi in Italia

Il complesso quadro di necessità e difficoltà che caratterizza la condizione adulta delle persone con ASD evidenzia la necessità che ai giovani con ASD sia garantita una transizione pianificata dai servizi sanitari per minori a quelli per gli adulti (National Institute for Health and Clinical Excellence [NICE], 2021); tuttavia, gli studi che indagano i modi migliori per farlo sono ancora scarsi (Murphy et al., 2016). Allo stato attuale, risultano, infatti, ancora estremamente limitate le possibilità di intervento per adulti con ASD e, di conseguenza, anche la letteratura a tal proposito è molto scarsa, sia in termini di quantità che di qualità (Brugha et al., 2015; Hesselmark et al., 2016).

Gli studi dimostrano che le persone autistiche vivono grandi sfide e difficoltà durante la loro transizione verso l’età adulta e che queste non sono sufficientemente sostenute dai servizi disponibili per loro (Francescutti et al., 2016; Shattuck et al., 2011; Stoddart, 2005). Diverse ricerche, infatti, si sono soffermate sul fatto che, nonostante l’aumento delle sfide (vita indipendente, inserimento lavorativo, relazioni interpersonali), i ragazzi con ASD che raggiungono la maggiore età si ritrovano a dover affrontare un’improvvisa diminuzione dei servizi erogati dallo Stato (Cosimetti, 2018; Shattuck et al., 2011; Stoddart, 2005). Sebbene la clinica e la ricerca si stiano muovendo molto per sviluppare interventi sempre più efficaci e precoci per i bambini con ASD, questo non costituisce una scusa per non agire anche con gli adulti che presentano la stessa condizione (Vagni, 2015). L’aumento delle opportunità educative per i minori non si traduce, infatti, necessariamente in migliori risultati negli adulti; al contrario, spesso la scarsità di supporti in età adulta è associata a cattivi outcome sia in termini clinici, che di funzionamento adattivo, che di QdV (Eaves e Ho, 2008).

I bisogni di salute insoddisfatti degli adulti con ASD, la mancanza di servizi e di interventi mirati, individualizzati e specifici per l’età, e l’aumento dei tassi di prevalenza negli anni contribuiscono ad aumentare il carico di malattia sulle stesse persone mentre invecchiano, sulle loro famiglie e sulla società (Murphy et al., 2016). C’è, quindi, un urgente bisogno di migliorare la cura delle persone con ASD lungo l’intero arco di vita, in modo da evitare che i giovani adulti (e le loro famiglie) perdano l’assistenza sanitaria in un momento così importante e vulnerabile, quale la transizione dai sistemi sanitari ed educativi per i minori a quelli per gli adulti (Murphy et al., 2016).

Gli interventi per gli adulti con ASD

Diversi autori hanno argomentato il bisogno di sviluppare opzioni di trattamento psicosociale di alta qualità per adulti con ASD (Bishop-Fitzpatrick et al., 2013; Gotham et al., 2015; Hesselmark et al., 2016) e il fatto che gli interventi di supporto dovrebbero essere individualizzati, costruiti su misura del soggetto (Billstedt et al., 2007; Bruni e Facchi, 2018; NICE, 2021), nel rispetto della sua libertà di scelta personale (Schroeder et al., 1996). Non essendo, l’Autismo, una condizione limitata all’età infantile, la progettazione degli interventi per gli individui che ne sono affetti, dovrebbe essere pensata in un’ottica di intero ciclo di vita (Developmental-lifespan approach; Cottini, 2010; Micheli, 1999; Stoddart, 2005).

In letteratura sono presenti sporadiche ricerche focalizzate sull’efficacia degli interventi per adulti con ASD (Gotham et al., 2015; Hesselmark et al., 2016; Howes et al., 2017), anche se diversi autori hanno riportato gli effetti positivi di vari tipi di trattamento e, pertanto, li raccomandano rispettivamente: interventi comportamentali (Gotham et al., 2015; Howes et al., 2017) e cognitivo-comportamentali (Hesselmark et al., 2016; Russel et al., 2013), programmi di occupazione assistita (García-Villamisar e Hughes, 2007, citato da Bishop-Fitzpatrick et al., 2013; Howlin e Moss, 2012), training di abilità sociali (Hesselmark et al., 2016; Howes et al., 2017; NICE, 2021).

Gli studi citati paiono promettenti, ma è in realtà estremamente difficile trovare dei lavori che abbiano un alto grado di validità scientifica e statistica. Hesselmark e colleghi (2016), ad esempio, nel commentare gli effetti positivi ottenuti da due differenti interventi di gruppo, affermano che non è chiaro se tali risultati siano in effetti dovuti a qualcosa di più della semplice influenza dell’interazione sociale, presente in qualsiasi tipo di intervento di gruppo. Faja e colleghi (2012) sostengono, inoltre, che i miglioramenti ottenuti nei vari interventi, potrebbero rappresentare un generale effetto di maggiore motivazione e pratica o, ancora, di regressione verso la media quando i soggetti vengono testati più volte.

Ciò che si sta dimostrando essere un elemento sempre più trasversale in letteratura è il crescente interesse, sia da parte dei ricercatori, che, soprattutto, da parte degli stessi soggetti con ASD e dei loro caregiver, verso il raggiungimento di un buon livello di QdV (Bishop-Fitzpatrick et al., 2016; Brugha et al., 2015; Cottini, 2010; Howes et al., 2017; NICE, 2021), attraverso la conquista di una progressiva autonomia e indipendenza (Howlin e Moss, 2012; Müller e Cannon, 2014) e l’apprendimento delle cosiddette daily living skills (Bishop-Fitzpatrick et al., 2016; Bruni e Facchi, 2018).

 

L’ansia da separazione e l’intolleranza all’incertezza nelle donne in gravidanza

Uno studio di Sevil Degirmenc e colleghi del 2020, ha avuto come obiettivo quello di indagare la presenza dell’ansia da separazione in gravidanza e la sua associazione con le variabili sociodemografiche e l’intolleranza all’incertezza.

 

Durante la gravidanza, considerata un processo fisiologico, possono verificarsi anche alcuni cambiamenti nella sfera psicosociale. Sia i cambiamenti fisiologici che quelli inerenti il nuovo ruolo della donna influenzano la possibile insorgenza di alcuni disturbi mentali. Tra questi, i più comunemente sviluppati sono i disturbi d’ansia e i disturbi depressivi (Aydın et al., 2013). Alcuni studi hanno dimostrato che spesso la presenza di un disturbo d’ansia durante la gravidanza può costituire un importante fattore di rischio per lo sviluppo di depressione nel periodo post-partum (Uguz et al., 2011). L’ansia ha infatti diversi effetti negativi sull’interazione madre-neonato e conseguentemente sulla cura del bambino.

Disturbo d’Ansia da Separazione in gravidanza e in età adulta

Il Disturbo d’Ansia da Separazione (Separation Anxiety Disorder; SAD) è caratterizzato da una forte paura che insorge quando gli individui vengono separati o abbandonati dalle principali figure di attaccamento (American Psychiatric Association [APA], 2013). Il Disturbo d’Ansia da Separazione può avere conseguenze negative nella vita di tutti i giorni sia nella sfera sociale, che in quella emotiva, familiare e scolastica (APA, 2013). Alcuni studi hanno dimostrato che tale disturbo può svilupparsi anche in età adulta (Adult Separation Anxiety Disorder; ASAD), la prevalenza è tra il 4,8 e il 6,6% e colpisce più frequentemente le donne rispetto agli uomini (Hudson e Rapee, 2002). Include tutte le persone i cui sintomi sono comparsi per la prima volta in età adulta senza una documentata manifestazione durante l’infanzia, ed è caratterizzato dalla presenza di una paura o di un’ansia eccessive e inappropriate per l’età cronologica, riguardanti la separazione dalle figure di attaccamento; per gli adulti, la paura, l’ansia o l’evitamento della separazione devono essere presenti da almeno 6 mesi (APA, 2013). Inoltre le persone presentano un’eccessiva angoscia quando si anticipa o si vive una separazione e una preoccupazione persistente di perdere le figure di attaccamento; una riluttanza o rifiuto a uscire, lontano da casa, a scuola o al lavoro a causa della paura della separazione; infine una preoccupazione persistente ed eccessiva di subire un evento spiacevole che causa la separazione da una figura di attaccamento (Baldwin et al., 2016).

Sebbene non siano ancora disponibili molti studi sul disturbo d’ansia da separazione in gravidanza, uno studio di Eapen e colleghi ha mostrato l’esistenza di un’associazione tra i sintomi di ansia da separazione, la depressione durante la gravidanza e bassi livelli di ossitocina su 127 donne nel periodo dopo il parto. Il 44% delle donne, dopo la gravidanza, presentava sintomi significativi di Disturbo d’Ansia da Separazione in età adulta e il 26% a 3 mesi dal parto; inoltre, gli autori hanno scoperto che l’attaccamento ansioso e la depressione erano mediati dall’ansia da separazione e che l’umore depresso mediava la relazione tra Disturbo d’Ansia da Separazione in età adulta e ossitocina (Eapen et al., 2014).

L’intolleranza all’incertezza

L‘intolleranza all’incertezza (Uncertainity Intolerance; UI) è definita come una tendenza a interpretare negativamente eventi e situazioni incerte e a dare risposte negative a livello emotivo, cognitivo e comportamentale (Dugas et al., 2004). È implicata in diversi disturbi emotivi, e le persone con elevati livelli di UI, tentano di ridurla tramite comportamenti volti a evitare di sperimentare emozioni e pensieri negativi a essa associati (Boswell et al., 2013). Sperimentano inoltre difficoltà nell’identificare e interpretare le emozioni provate (Carleton, 2016). Anche nei disturbi d’ansia è presente una forte componente di intolleranza all’incertezza, la quale spesso è responsabile dell’insorgenza di altri disturbi psichiatrici. Alcune ricerche scientifiche hanno documentato che i bambini con diagnosi di Disturbo d’Ansia da Separazione elaborano e interpretano le informazioni e gli eventi come più pericolosi rispetto agli altri bambini (Shear et al., 2006).

Disturbo d’Ansia da Separazione in gravidanza e Intolleranza all’incertezza

Anche il periodo della gravidanza, portando con sé diversi fattori di vulnerabilità e di stress, è un periodo rischioso per l’insorgenza del disturbo da separazione degli adulti. Per tali ragioni, uno studio di Sevil Degirmenc e colleghi del 2020, aveva come obiettivo quello di indagare la presenza dell’ansia da separazione nelle donne in gravidanza e la sua associazione con le variabili sociodemografiche e l’intolleranza all’incertezza. 310 donne in gravidanza sono state incluse e sono stati somministrati loro il questionario sull’ansia da separazione degli adulti (Adult Separation Anxiety Questionnaire [ASAQ]; Manicavasagar et al., 2003) e la scala di intolleranza dell’incertezza (Intolerance of Uncertainty Scale-Short Form [IUS-12]; Carleton et al., 2007) suddivisa ulteriormente in “ansia prospettica”, che riguarda la cognizione di eventi futuri incerti, e “ansia inibitoria”, che invece riguarda l’idea che l’incertezza blocchi l’azione e l’esperienza. I risultati mostrano che la prevalenza dell’ ansia da separazione in gravidanza è del 56,2%. L’età media delle donne in gravidanza con Disturbo d’Ansia da Separazione in età adulta (ASAD) era più bassa. In aggiunta i punteggi totali dello IUS-12, dell’ansia prospettica e della sottoscala dell’ansia inibitoria erano significativamente più alti nel gruppo con Disturbo d’Ansia da Separazione. Inoltre, sono state riscontrate correlazioni positive moderate e statisticamente significative tra il punteggio ASAD e i punteggi della sottoscala IUS-12 totale, dell’ansia prospettica e dell’ansia inibitoria; la gravità dell’ansia da separazione era correlata al livello di intolleranza dell’incertezza. Non è chiaro, però, se l’ansia da separazione si sviluppi nelle donne intolleranti all’incertezza a causa della gravidanza, o se l’intolleranza all’incertezza sia innescata dalla gravidanza. Sarebbero necessari quindi ulteriori approfondimenti per chiarire questo aspetto.

In conclusione, sembra che la gravidanza sia un periodo di rischio per lo sviluppo di disturbi d’ansia e di ASAD, che condizionano la salute sia della madre che del feto. Per migliorare questa condizione e rendere la gravidanza meno stressante possono essere efficaci trattamenti cognitivo-comportamentali che includono l’intolleranza all’incertezza nel trattamento del Disturbo d’Ansia da Separazione in età adulta.

 

Reuven Feuerstein e il suo pensiero

Feuerstein ha realizzato il Programma di Arricchimento Strumentale (PAS), noto anche con il nome “Metodo Feuerstein”, una tecnica didattica volta a stimolare e sviluppare l’intelligenza.

Chi è Feuerstein?

Reuven Feuerstein è stato uno psicologo israeliano. Nasce in Romania nel 1921 da una famiglia ebraica e, seguendo le orme del padre (studioso e rabbino), si dedica già in giovane età ad insegnare a ragazzi con difficoltà di apprendimento la lingua ebraica.

Appena diciannovenne diventa codirettore e insegnante della scuola di educazione speciale a Bucarest, portando avanti il suo interesse nell’aiutare bambini in situazioni problematiche.

Dopo essere fuggito dagli orrori dell’olocausto e dai campi di prigionia torna in Israele e, dopo essere diventato consulente e successivamente direttore della “Gioventù Aliijath”, comincia ad occuparsi dell’educazione di adolescenti sopravvissuti alle persecuzioni razziali provenienti da diversi paesi.

Laureatosi a Ginevra in psicologia assieme a Jean Piaget e ottenuto il dottorato in psicologia dello sviluppo alla Sorbona di Parigi, diventa un affermato docente di psicologia e pedagogia in Israele e negli Stati Uniti.

Nel 1992 fonda, a Gerusalemme, l’International Center for the Enhancement of Learning Potential (ICELP), dove si occupa di formazione, ricerca e riabilitazione cognitiva. È in questo contesto che Feuerstein realizza il suo Programma di Arricchimento Strumentale (PAS), noto anche con il nome “Metodo Feuerstein”. Il PAS è una tecnica didattica volta a stimolare e sviluppare l’intelligenza. L’obiettivo di tale metodo è quello di permettere all’individuo di raggiungere il più alto livello possibile sia del funzionamento cognitivo che del potenziale di apprendimento, non solo riguardo i contenuti, legati alle diverse discipline, ma soprattutto di competenze e strategie di apprendimento. Scopo ultimo è quello di aumentare la capacità dell’individuo di auto-analizzare il processo mentale messo in atto per giungere alla soluzione di un compito.

Il pensiero di Feuerstein

Per molto tempo si è ritenuto che il cervello umano fosse immutabile e determinato geneticamente senza possibilità di influenze da parte dell’ambiente esterno. Al contrario, Feuerstein muta il concetto classico di intelligenza non considerandola più come un tratto di carattere ereditario bensì uno stato, risultato dal bisogno di adattarsi a nuovi stimoli, di origine interna o esterna. Quindi, l’intelligenza viene identificata come la capacità dell’organismo di modellare le sue strutture mentali per assicurare un migliore adattamento alla realtà a cui esso è esposto e che velocemente cambia.

È partendo da questa idea innovativa che Feuerstein elabora il concetto di Modificabilità Cognitiva Strutturale (MCS), secondo cui ogni individuo, indipendentemente dall’età e dal deficit presentato, è un sistema aperto ai cambiamenti e potenzialmente modificabile grazie all’interazione con l’ambiente circostante.

Alla base di tale prospettiva vi è la convinzione che l’organismo umano, in particolare le strutture neuronali, siano caratterizzate da una flessibilità intrinseca rendendo possibile, in certe condizioni, una loro modificazione e un conseguente potenziamento sia sul piano cognitivo che emotivo e motivazionale.

Tale concezione ha trovato riscontro nelle ricerche neuroscientifiche che, a partire dagli anni ‘60, hanno messo in evidenza l’elevato grado di flessibilità e adattabilità propria del cervello umano, ovvero la plasticità cerebrale. Essa è resa possibile dalla capacità dei circuiti neuronali di modificare la propria struttura e adattarsi, sia durante l’infanzia che in età adulta, in funzione delle mutevoli condizioni ambientali. Così facendo, viene incrementata nell’individuo la possibilità di apprendere una maggior quantità di informazioni.

Ne è un esempio lo studio condotto da Pascual-Leone (2015) in cui, utilizzando come test degli esercizi per pianoforte da eseguire con le cinque dita della mano sinistra, è stato riscontrato che attraverso il costante allenamento è possibile ottenere un progressivo ampliamento della rappresentazione corticale nella corteccia motoria primaria della mano sottoposta all’esercizio. Al contrario, la rappresentazione corticale della mano destra (non allenata) non ha mostrato nessun cambiamento a dimostrazione di come situazioni esperienziali della vita quotidiana siano in grado di modificare la corteccia cerebrale.

Viene così trovata la giusta chiave di lettura della famosa frase di Reuven Feuersteini cromosomi non hanno l’ultima parola”, genoma e ambiente interagiscono nel determinare lo sviluppo dell’individuo.

 

L’utilizzo dei social network da parte delle persone con narcisismo comunitario

Le persone con narcisismo comunitario si vantano del fatto che, grazie alla loro superiore disponibilità, gentilezza e premura, riescono a rendere il mondo un posto migliore. Come si presentano i profili social dei narcisisti comunitari?

 

Al giorno d’oggi, la routine della maggior parte delle persone dai 12 anni in su, prevede l’utilizzo dei social media (Hussain e Starcevic, 2020). Internet offre moltissimi contenuti che sono divulgati tramite testi o tramite formato visivo (per esempio, foto e video) e assorbiti rapidamente.

A livello sociale, l’introduzione di tecnologie sofisticate facilmente accessibili a tutti ha rivoluzionato il modo in cui le persone si presentano, mostrando sulle piattaforme gran parte della loro quotidianità e ostentando stili di vita affascinanti e lussuosi, e postando fotografie con didascalie autocelebrative.

Queste nuove norme hanno dato vita a nuove professioni, tra cui quella di blogger, che hanno ottenuto molto successo tanto da essere definiti influencer per le loro abilità persuasive sul pubblico (Khamis et al., 2017).

Social network e narcisismo

Sebbene le ragioni di utilizzo possano essere diverse, alcune persone usano i social network unicamente per mostrare una versione idealizzata di sé. In questi casi, vi sono alcuni fattori di personalità che emergono in modo particolare, tra cui il narcisismo. Gli individui con elevati livelli di narcisismo, che hanno di per sé la tendenza a esaltare le proprie qualità e una visione di se stessi estremamente positiva, spesso utilizzano i social come forma di auto-valorizzazione (Wink, 1991).

Il narcisismo è infatti un tratto di personalità caratterizzato dalla presunzione di essere privilegiati, da egocentrismo, autoesaltazione e da aspettative grandiose verso se stessi; può distinguersi in due componenti: la grandiosità narcisistica e la vulnerabilità narcisistica (Miller et al., 2017).

Il sottotipo grandioso del Disturbo Narcisistico di Personalità è caratterizzato da estrema auto-importanza e senso di superiorità, oltre che da sfruttamento interpersonale (Raskin e Hall, 1981); le persone sono infatti estroverse, alla ricerca di attenzioni, tentano di dominare nelle situazioni sociali, sono arroganti e hanno un’elevata autostima esplicita e valorizzazione di sé.

Il narcisismo vulnerabile, invece, è caratterizzato da ipersensibilità, dall’essere sempre sulla difensiva e da ritiro (Cain et al., 2008); gli individui sono più introversi e ansiosi e nascondono i loro sentimenti e i loro comportamenti di sfruttamento con l’inganno, la falsa modestia e la preoccupazione per gli altri.

Narcisismo comunitario

Recentemente è stata introdotta un’ulteriore distinzione e un nuovo sottotipo di narcisismo, il cosiddetto narcisismo comunitario (Gebauer et al., 2012): la valorizzazione di sé risulta quindi divisa in individuale e comunitaria. Il narcisismo comunitario condivide con le altre due l’auto-grandiosità, la visione di sé eccessivamente positiva e la percezione di essere speciali. Le persone con elevati livelli di narcisismo comunitario cercano mezzi per dimostrare la loro superiorità e ottenere ammirazione, tramite alcuni tratti tra cui l’altruismo, la disponibilità verso gli altri e la sensibilità che in realtà sono messi in atto per il solo bisogno di “sancire” il proprio potere (Giacomin e Giordan 2015).

Mentre i narcisisti grandiosi tendono a vedersi come persone capaci di guidare gli altri, i narcisisti comunitari possono sviluppare la convinzione di possedere la capacità speciale di creare armonia, di avvantaggiare gli altri e di cambiare il mondo (Luo et al., 2014). Si vantano del fatto che, grazie alla loro superiore disponibilità, gentilezza e premura, riescono a rendere il mondo un posto migliore (Gebauer, Sedikides, Verplanken e Maio, 2012). I narcisisti comunitari si considerano orientati verso l’altro e pilastri dell’equità. Essi quindi si presentano come persone dalle nobili intenzioni verso gli altri e il mondo e, in tal modo, ribadiscono la loro superiorità amplificando i loro tratti prosociali, sottolineando l’importanza dei loro gesti per gli altri e il loro impatto positivo sul mondo in generale.

Narcisismo comunitario e utilizzo dei social

La presenza di un sottotipo di narcisismo piuttosto che un altro è associata ad alcuni atteggiamenti sui social media tra cui, ad esempio, molte foto di sé, la condivisione di tantissime informazioni e un utilizzo molto frequente dei social da parte dei narcisisti grandiosi. 

Oggi non si hanno però molte informazioni sui comportamenti online e sulla predilezione di un determinato social degli individui con narcisismo comunitario. 

Una ricerca ha dimostrato che le persone con narcisismo tendono a ricercare maggiormente feedback relativi ai loro post sui social media, sia per contenuti testuali, sia su quelli visivi come Instagram (Żemojtel-Piotrowska et al., 2018).

Per colmare le lacune della letteratura sull’utilizzo dei social da parte dei narcisisti comunitari, una ricerca di Kristinsdottir e colleghi del 2021 aveva come obiettivo quello di esaminare le relazioni tra l’uso dei social e il narcisismo comunitario, distinguendo le preferenze tra i siti che possedevano una rappresentazione visiva, testuale e mista dei contenuti. In particolare, gli autori volevano verificare se il narcisismo comunitario fosse correlato all’uso e alla frequenza di utilizzo dei social: Instagram (per i contenuti visivi), Reddit (per i contenuti testuali) e infine Twitter (per i contenuti misti). E se lo stesso narcisismo fosse correlato all’importanza di ricevere feedback e alla valutazione della qualità dei contenuti presentati su tali piattaforme.

334 persone sono state incluse ed è stato sottoposto loro il Communal Narcissism Inventory (CNI; Żemojtel-Piotrowska et al., 2016) e alcune domande sul loro comportamento sui social.

I risultati mostrano che il narcisismo comunitario era correlato a un maggiore utilizzo di Instagram e Twitter, ma non di Reddit. Inoltre, la condivisione di contenuti, l’importanza di un feedback ed essere valutati migliori rispetto alla media, avevano associazioni positive con il narcisismo comunitario. In aggiunta, la relazione tra narcisismo comunitario e la condivisione sui social media è stata completamente mediata dal desiderio di convalida sui social e una valutazione più alta della qualità dei contenuti auto-presentati. In particolare, il narcisismo comunitario aveva una relazione particolarmente forte con il desiderio di convalida su tutte le piattaforme.

In conclusione, i risultati mostrano che il narcisismo comunitario ha forti relazioni con l’uso dei social; inoltre, pur mostrando una preferenza per Instagram (piattaforma visiva), la condivisione di contenuti, il desiderio di convalida e la valutazione della qualità dei contenuti sono risultati altrettanto importanti per i social media testuali.

I social possono servire quindi come mezzo per ottenere attenzione e convalida da parte di altri attraverso Internet e produrre sentimenti desiderati di grandiosità, potenza e senso di superiorità (per esempio, attraverso valutazioni migliori della media), da dietro uno schermo.

 

Medicina Generale e Cure Primarie (2022) a cura di Forte V. e Vito C. – Recensione

È di grande attualità la pubblicazione del volume Medicina Generale e Cure Primarie che può costituire un importante riferimento nel dibattito culturale in corso.

 

Innanzitutto, devo per correttezza segnalare il mio potenziale conflitto d’interesse. Sono uno dei 95 autori che ha collaborato al manuale Medicina Generale e Cure Primarie, avendo scritto alcuni paragrafi del capitolo dedicato alla “Relazione e comunicazione nella consultazione in MG”, ma questo è davvero poca cosa rispetto alle oltre 2000 pagine complessive. Più rilevante è l’essere il padre di una delle due curatrici e questo mi porta in una posizione inevitabilmente di parte. Dalla mia visuale posso testimoniare che il libro è frutto di un lavoro certosino durato circa 5 anni e che ha rappresentato una sfida vinta per una scommessa che anche a me, in certi momenti, è sembrata non solo ardua ma impossibile. Ovviamente, mi sono sforzato di essere assolutamente obiettivo nel descrivere le caratteristiche più rilevanti di questo ambizioso progetto editoriale, della cui qualità sono certo. Assumendomi la responsabilità delle mie parole come è giusto che sia, saranno il tempo e i lettori a decretare il successo o meno di questa fatica.

È in corso da tempo nel nostro paese una discussione, che inevitabilmente coinvolge i livelli politici più alti, a proposito della necessità di modificare il ruolo e le funzioni della medicina generale (MG). Anche la gestione di un biennio di covid, a fronte di una narrazione in cui gli operatori ospedalieri sono stati descritti come eroi, ha trovato nella territorialità il suo tallone d’Achille, talvolta con una denigrazione mediatica del tutto eccessiva, pur in presenza di oggettive gravi falle organizzative. In realtà, la crisi di credibilità del medico di medicina generale (MMG) è un processo che dura da anni, con cause profonde e complesse che qui non si ha lo spazio e la competenza per analizzare. Ma è indubbio che nei confronti della medicina generale esistano preconcetti e strumentalizzazioni, con profonda insoddisfazione sia dell’utenza che degli stessi medici. All’estero la situazione è diversa, in molti paesi è riconosciuta l’importanza di tale figura e sono previsti percorsi formativi di specializzazione specifici e adeguati.

È quindi di grande attualità la pubblicazione del volume Medicina Generale e Cure Primarie che può costituire un importante riferimento nel dibattito culturale in corso. Per le due curatrici:

la medicina generale è una disciplina che esercita un sapere specifico delimitabile (per quanto transdisciplinare e contesto-dipendente), apprendibile, indagabile e sempre aperto a nuove, possibili evoluzioni. Un sapere che non è, come spesso erroneamente ancora si ritiene, una risultante dalla mera sommatoria delle competenze “di base” di ogni branca specialistica, ma che – al contrario – necessita di un coacervo di competenze altamente specifiche e caratteristiche, a nostro parere, che richiedono di essere dapprima svelate, per poter poi colmare quel vuoto conoscitivo e formativo che ne è causa (e conseguenza). (Forte V., Vito C., 2022, p. XXXI).

Il libro, con le sue oltre 2000 pagine, offre una base certa e stabile nell’indicare quali siano le competenze del medico di medicina generale.

Il testo costituisce un manuale esaustivo che si offre a diversi piani di lettura. Da una più meditata, per comprendere il modello di medicina generale auspicato dalle autrici, o per una consultazione immediata da parte del medico per ottenere indicazioni operative. Inoltre, è palesato nel volume l’intento di poter divenire libro di testo nella Formazione Triennale di Specializzazione in Medicina Generale. Oggi in Italia è demandato alle Regioni il compito di organizzare la Formazione Specifica per la medicina generale e ciascuna opera in autonomia, con un livello qualitativo non omogeneo, mentre il percorso di laurea in Medicina e Chirurgia non forma generalmente i giovani medici a conoscere le specificità di questa essenziale figura medica, che costituisce la rete più capillare presente su tutto il territorio, in cui ciascun medico è deputato alla cura della salute di una piccola comunità di persone, i suoi assistiti. Non sfugge, dunque, l’importantissimo ruolo sociale che svolge il medico di medicina generale né il fatto che necessita di molteplici competenze complesse: ovviamente quelle cliniche in primo luogo, ma anche quelle organizzative, la conoscenza delle normative e delle procedure burocratiche, per giungere “the last but not the least” alle competenze relazionali indispensabili per realizzare percorsi di cura condivisi.  Non si può pensare a un Corso di Specializzazione senza libri su cui studiare, nota Tombesi nella prefazione, e il testo si propone di colmare proprio questa grave lacuna. Il Caimi-Tombesi, ovvero il testo “Medicina Generale”,  ripubblicato per l’ultima volta nel 2002 da Utet, oggi è introvabile e costituiva sinora l’unico testo italiano di riferimento. Mentre esistono volumi del genere all’estero (Stati Uniti, UK, Canada, Australia) e proprio lo studio e il confronto con essi ha costituito la prima impegnativa fase del lavoro delle curatrici.

Riguardo alla struttura del manuale, va detto che le due curatrici hanno coordinato e uniformato i contributi di oltre 90 autori, prevalentemente medici di MG di recente formazione. Esso è integralmente a colori, con ampio utilizzo di tabelle, immagini e anche ampliamenti  web. Particolarmente utili mi sono parsi i molti box di approfondimento ed i rimandi interni. L’opera, edita in tre tomi, è strutturata in tre sezioni.

La prima consta di 8 capitoli e costituisce un’ampia introduzione che contiene l’inquadramento della cornice sistemica in cui opera il MMG. In queste pagine sono introdotti i principi delle politiche sanitarie del SSN, con particolare riferimento alle cure primarie; gli aspetti deontologici e normativi legati alla prescrizione, alla certificazione e alle esenzioni;  i modelli e i valori che ispirano la formazione degli operatori e la loro attività di ricerca. Successivamente si passa ad analizzare come si realizza lo studio di Medicina Generale e la sua gestione pratica, mentre un intero capitolo è dedicato alla relazione e la comunicazione in tale specifico ambito medico;

La seconda sezione, formata da 7 capitoli, si rivolge alla promozione e prevenzione della salute e rappresenta la parte che dedica più spazio agli aspetti sociali. In queste pagine sono illustrati i fattori ambientali e collettivi più importanti che incidono sulla salute e sono presentate le pratiche più significative di promozione e prevenzione. Spazio specifico è dedicato alle vaccinazioni, alla salute nell’anziano e alle persone a rischio di marginalità.

Infine, la terza parte, la più voluminosa, che occupa i tomi 2 e 3 con ben 28 capitoli, il vero centro dell’opera, è dedicata a “La clinica in Medicina Generale”. Per ogni branca medica (salute cardiovascolare, pneumologia, metabolica, ecc.) viene descritto l’inquadramento clinico, attraverso un’adeguata disamina delle maggiori problematiche di diagnosi delle patologie e di gestione delle diverse attività cliniche specifiche, non solo farmacologiche.

Da non medico, ho particolarmente apprezzato la forte e rigorosa impronta metodologica e, per i contenuti, la prima parte, con un’introduzione molto minuziosa  alla cornice sistemica in cui si situa l’operatività del MMG che tratta davvero tutti gli aspetti, da quelli fiscali a quelli linguistici sino a quelli architettonici, per realizzare uno studio medico a dimensione umana. Molta attenzione è stata riposta anche alla dimensione relazionale, nella consapevolezza che è proprio nella relazione con la persona che si gioca l’efficacia e la qualità dell’agire medico.

Infine, le curatrici appaiono consapevoli che la stesura di questo manuale rappresenta anche un tentativo di contrapposizione nei confronti di una narrazione stereotipata del ruolo del medico di medicina generale come necessariamente stanco, demotivato, assorbito esclusivamente da procedure burocratiche. Lo sforzo per la realizzazione di questo testo, con la sua auspicabile diffusione tra i medici del settore, testimonia invece plasticamente la presenza di un certo numero di medici, giovani ma non necessariamente, con un alto senso civico della loro missione professionale, con elevate esigenze formative. Un libro, quindi, che non è solo una mappa unica che consente al MMG di orientarsi nell’universo delle davvero tantissime conoscenze possibili in medicina generale, ma che intende porsi come un tassello, che possa contribuire a prefigurare e realizzare un futuro migliore in questo campo, con una medicina eticamente posizionata, profondamente umana, clinicamente preparata e scientificamente rigorosa. Infine, reputo che vada salutato con favore il fatto che le curatrici e la maggior parte dei collaboratori sono giovani, quasi tutti con meno di un decennio di lavoro alle spalle, con la vitalità e la freschezza della loro età, ma pronti alle sfide del ricambio generazionale che la Medicina Generale sta inevitabilmente affrontando nel nostro paese.

 

Mi arrabbio, ci penso e ci ripenso…e mi arrabbio sempre di più! Che cos’è la ruminazione rabbiosa – Podcast

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo Mi arrabbio, ci penso e ci ripenso…e mi arrabbio sempre di più! Che cos’è la ruminazione rabbiosa.

 

La ruminazione rabbiosa è uno stile di pensiero perseverante relativo alle cause e alle conseguenze di un episodio che ha suscitato in noi rabbia.

La rabbia infatti può essere mantenuta da specifiche convinzioni che abbiamo sui nostri pensieri e sulle nostre capacità di gestirli.

La ruminazione rabbiosa svolge un ruolo centrale nel mantenimento di emozioni negative. Infatti concentrarci sugli episodi che hanno suscitato in noi rabbia non fa altro che mantenere e incrementare la rabbia stessa, i suoi effetti negativi e la sofferenza, interferendo con il nostro benessere psicologico.

Nell’episodio del podcast verrà analizzato il fenomeno della ruminazione rabbiosa e verranno date indicazioni per un suo trattamento efficace. L’episodio è condotto dalla Dott.ssa Alessia Offredi, psicologa psicoterapeuta.

 

 

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Il disgusto in relazione alle altre emozioni

Tra disgusto, disprezzo e rabbia è stata riscontrata una relazione particolare rispetto agli stimoli che suscitano queste emozioni (detti elicitors) specificatamente nel contesto morale. Inoltre, tutte e tre queste emozioni sembrano condividere una specifica caratteristica dell’espressione facciale.

 

Che cos’è il disgusto

Il disgusto è una delle sei emozioni primarie presenti in tutte le culture, che implica una sensazione di repulsione e pensieri di potenziale contaminazione, accompagnati da reazioni fisiologiche, espressive e comportamentali di evitamento o rimozione dello stimolo che si ritiene potenzialmente contaminante (Darwin, 1872; Rozin et al., 2008). Nella letteratura psicologica, questa affascinante emozione è stata inizialmente oggetto di oblio per vari anni (Olatunji et al., 2009), per poi conoscere un’improvvisa crescita esponenziale in termini di numero di studi condotti in merito (Rozin et al., 2016). Mentre molti di essi hanno osservato il fenomeno da diverse prospettive (neuroscientifica, cognitiva, comportamentale) al fine di fornirne una descrizione rappresentativa della realtà, molti altri hanno studiato la relazione tra disgusto e differenti fenomeni psicologici tipici (come le emozioni) e atipici (come le psicopatologie; Rozin et al., 2016). Nella ricerca sulle emozioni sono emersi punti di contatto tra il disgusto e altre emozioni, tra cui il disprezzo, la paura, la rabbia e la vergogna. In questo articolo metteremo a fuoco proprio questa relazione.

Il disgusto e le altre emozioni

Tra disgusto, disprezzo e rabbia è stata riscontrata una relazione particolare rispetto agli stimoli che suscitano queste emozioni (detti elicitors) specificatamente nel contesto morale. Inoltre, tutte e tre queste emozioni sembrano condividere una caratteristica dell’espressione facciale, ovvero alzare il labbro superiore (Hutcherson e Gross, 2011). Il disgusto condividerebbe con il disprezzo anche l’atteggiamento di “guardare dall’alto in basso” qualcuno che si ritiene incompetente o immorale (Rozin et al., 2016). Hutcherson e Gross (2011) sostengono che i termini “rabbia” e “disgusto” vengono utilizzati scambievolmente dalle persone in compiti di discriminazione emotiva. Il fatto che sia difficile differenziare le espressioni facciali o le azioni per il disgusto, il disprezzo e la rabbia (Roseman et al., 1994), secondo alcuni studiosi (Hutcherson e Gross, 2011) potrebbe suggerire che tutti questi termini possono riferirsi a un unico negativo stato sottostante.

Tuttavia, altri autori (Lee e Ellsworth, 2013) sottolineano che spesso la rabbia implica una reazione di avvicinamento all’oggetto che l’ha generata; al contrario, la reazione al disgusto è sostanzialmente quella di evitamento o rifiuto. Mentre il disgusto di tipo morale sembra strettamente correlato alla rabbia, il disgusto verso gli agenti patogeni sembra essere più legato alla paura.

Infatti, il disgusto può essere anche inteso come una sottocategoria della paura, quando lo si esperisce in risposta a una probabile contaminazione, alla presenza di agenti patogeni o rischio di morte (Rozin et al., 2016). Tuttavia, anche se entrambi sono emozioni che implicano un comportamento di ritiro o evitamento, le loro espressioni, manifestazioni fisiologiche e substrati neurali sono molto diversi.

Un ultimo interessante punto di contatto è stato evidenziato tra il disgusto e la vergogna (Rozin et al., 2016). L’aspetto condiviso sta nell’atto di biasimare; tuttavia, la differenza è che nel disgusto è orientato verso l’altro, mentre nella vergogna è orientato verso sé stessi. È interessante il legame vergogna-disgusto elaborato da Lewis (1995), secondo il quale la vergogna spesso scaturisce dalle risposte di disgusto degli altri verso sé stessi.

Conclusioni

Lo studio delle emozioni ha sempre avuto una forte tradizione nell’osservare le espressioni facciali come segnali essenziali per il riconoscimento delle emozioni (Hutcherson e Gross, 2011). Ciò ha fatto supporre che le emozioni si escludessero vicendevolmente. Grazie a questi stessi studi e altri che si sono concentrati su antecedenti e conseguenze degli stati emotivi, stiamo progressivamente scoprendo che gli esseri umani hanno una vita mentale ed emotiva ricca e differenziata rispetto ad altre specie animali. Alcuni ricercatori (ad esempio, Dunbar, 1998) hanno suggerito che questa variabilità deriva dalla maggiore complessità e diversità dell’ambiente sociale in cui sono immersi gli esseri umani, che renderebbe necessario possedere dei sistemi di risposta coerenti con tale complessità.

 

“Stay home”: riflessioni sulla perdita perinatale durante la pandemia

Questo articolo si propone come una riflessione sul vissuto di isolamento sperimentato durante la pandemia da Covid-19, con un focus specifico sulle emozioni delle donne che hanno fatto esperienza di una perdita perinatale

 

Covid-19 e gravidanza

L’emergenza da Covid-19 ha avuto un profondo impatto in ambito perinatale. Il lockdown, la dissoluzione dei servizi di cura e la paura delle attese nelle strutture sanitarie ha influenzato il benessere delle donne in gravidanza e dei loro neonati. Alcune ricerche hanno messo in evidenza un aumento dei tassi di natimortalità (Chmielewska B., Barratt I., Townsend R., Kalafat E., van der Meulen J., Gurol-Urganci et al. 2021), di sintomi ansiosi-depressivi, di stress psicologico materno (ISS, 2020) e di conflitti coniugali e familiari (Aydin & Aktaş, 2021). Anche nelle nascite senza complicazioni, l’assenza del partner in ospedale pare abbia influito sul livello di ansia delle donne ricoverate (Morniroli, Consales, Colombo, Bezze, Zanotta, Plevani et al., 2021). Poiché alle situazioni critiche conseguono periodi di aumentato malessere psicofisico, è inoltre verosimile aspettarsi un incremento della psicopatologia perinatale (ISS, 2020).

La pandemia da Covid-19 ha portato alcuni cambiamenti per quanto riguarda la ricerca e l’erogazione delle visite sanitarie in ambito materno-infantile: da una parte, è stata registrata una diminuzione dei comportamenti di ricerca verso i servizi sanitari o un minore accesso agli stessi dall’utenza. Questo fatto è stato correlato alla paura di contrarre il Covid-19, al lockdown, al distanziamento sociale e alla riduzione dei trasporti pubblici. Dall’altra, sono state osservate variazioni, cancellazioni e riduzioni da parte dei servizi stessi, anche a causa della diminuzione dei medici nei reparti ospedalieri. Molte unità materno-infantili hanno comunque proposto i servizi a distanza, servendosi di dispositivi digitali. Sebbene le tecnologie abbiano consentito di creare una continuità nelle cure, non sempre è stato possibile garantire a tutti un accesso equo (Chmielewska B., Barratt I., Townsend R., Kalafat E., van der Meulen J., Gurol-Urganci et al. 2021).

A proposito di controlli in gravidanza, durante la pandemia alcune donne hanno raccontato di essersi sentite come “incastrate” in un paradosso decisionale, che scatena una duplice ansia: da una parte, saltare le visite comporta un abbassamento dei controlli e un aumento dei rischi connessi a eventuali problematicità non evidenziate; dall’altra, recarsi ai controlli e verificare lo stato di salute proprio e del figlio espone a un maggiore rischio di contagio.

Anche il ricovero ospedaliero per il parto genera paradosso e ansia: l’ospedale viene considerato il posto più sicuro dove partorire, perché garantisce le cure e la presa in carico di eventuali emergenze, ma espone anche maggiormente al virus. Ci racconta una madre: “Purtroppo ho avuto alcune complicazioni al momento del parto e mi hanno trattenuto qualche giorno in ospedale. Ero angosciata perché non stavo bene, ma soprattutto perché la mia bambina era in ospedale con me, esposta al virus molto più che nella nostra casa”. Inoltre, alcune donne hanno dichiarato di aver una forte solitudine: da un lato, essa è condivisibile a livello sociale, collegata alle disposizioni governative di distanziamento e lockdown; dall’altro è connessa al fatto che la gravidanza stava procedendo e sarebbe terminata: ciò che non veniva condiviso in quel momento, non sarebbe stato più condivisibile,  perduto per sempre.

Una donna all’ottavo mese di gravidanza ha espresso in modo molto lucido i suoi timori con queste parole: “Mia madre è lontana, non può appoggiare la mano sulla mia pancia che cresce, non sente i movimenti del suo nipotino. Se la situazione non cambierà, sarà lontana anche quando suo nipote nascerà. E come farò io senza il suo aiuto quando nascerà il bambino?” (Sensi & Gandino, 2021).

Covid-19 e lutto perinatale

Le ansie e la solitudine che contraddistinguono le gravidanze normative si amplificano esponenzialmente in caso di lutto perinatale. Molte madri spesso giudicano qualsiasi decisione presa (intensificare o diradare i controlli in gravidanza, ad esempio), come sbagliata e causa della morte del figlio. Da ciò si scatenano vissuti di colpa, vergogna, inadeguatezza e incapacità, oltre a disperazione e rabbia. Inoltre, la nostra esperienza clinica suggerisce che la condizione di distanziamento sociale abbia aumentato il vissuto di isolamento a seguito di un lutto perinatale e sia un fattore predisponente per la mancata risoluzione del lutto. Le parole di una donna sono esemplificative: “Oltre a me e a mio marito nessuno ha potuto vedere la mia bambina. Loro hanno visto la mia pancia e ora non c’è più nulla. È come se per le nostre famiglie nostra figlia non ci fosse mai stata”. L’elaborazione del lutto è infatti facilitata se si percepisce riconoscimento, vicinanza e supporto da parte dell’ambiente relazionale; al contrario, l’assenza di rituali che permettono di condividere il dolore con il proprio gruppo familiare e sociale peggiora i vissuti di solitudine e di incomprensione (Gandino, Vanni, Bernaudo, 2018).

Tuttavia, durante il periodo di lockdown altre tipologie di morti hanno generato lutti complicati, legati alle numerose restrizioni a cui le persone sono state sottoposte: l’impossibilità di vedere il proprio caro defunto, di vegliarlo, di svolgere funerali e sepolture, di ricevere visite di parenti e amici (Albuquerque, Teixeira & Rocha, 2021). Pertanto, i vissuti di colpa nei confronti del defunto, per il quale si sente che non si è fatto abbastanza, e un’amplificazione di sconforto e solitudine, dovuta al non aver condiviso e commemorato socialmente la propria perdita, accomunano altre morti alle perdite in gravidanza: sembra paradossale, ma l’ampliamento della difficoltà – sebbene per un periodo limitato – ad altre morti, ha diminuito l’isolamento emotivo e relazionale del lutto perinatale, rendendolo più condivisibile.

In conclusione, i racconti, raccolti in ambito clinico, di donne che hanno vissuto una perdita perinatale durante il periodo pandemico evidenziano diffusi sensi di colpa, vergogna, inadeguatezza e incapacità rispetto alla perdita, amplificati dalla situazione paradossale per cui il sistema di cura è anche un veicolo amplificato di contagio. Rispetto al rischio di sviluppare un lutto complicato, il lockdown ha aumentato il vissuto di solitudine e il distanziamento sociale, incrementando di conseguenza la difficoltà di condividere ed espletare rituali che aiutano l’elaborazione del lutto. Ci domandiamo però se il fatto che altre morti siano state poco ritualizzate a causa del lockdown, ma ugualmente riconosciute, aumenti la possibilità di un riconoscimento da parte del contesto circostante anche in caso di lutto perinatale, e renda questa perdita più comunicabile e il lutto conseguente meno diseredato (Doka, 2002).

 

Dating app, ansia sociale e depressione

Le app di dating online come Tinder rappresentano un nuovo modo per incontrare possibili partner e le motivazioni alla base dell’utilizzo di queste app possono essere varie.

 

Introduzione

La letteratura ci mostra che l’ansia sociale e la depressione sono associate a difficoltà nello stabilire relazioni intime (Schneier et al., 1994) e a una ridotta probabilità di essere coinvolti in una relazione sentimentale (Alden e Taylor, 2004; St John e Montgomery, 2009). L’anedonia associata alla depressione, infatti, può ostacolare l’incontro con i partner data la mancanza di interesse che si sperimenta per attività in precedenza piacevoli, mentre le persone con ansia sociale possono evitare di chiedere ad altre persone di uscire con loro per la preoccupazione di essere valutati negativamente o rifiutati.

Ad oggi, le applicazioni di dating online come Tinder rappresentano un nuovo modo per incontrare possibili partner. Le motivazioni alla base dell’utilizzo di queste app sono varie, quelle maggiormente riportate sono: “amore”, “sesso occasionale”, “facilità di comunicazione”, “convalida dell’autostima”, “brivido di eccitazione” e il “seguire una moda” (Sumter et al., 2017).

Dato che queste app offrono numerosi vantaggi (come ad esempio l’accessibilità), potrebbero essere interessanti per gli individui con elevati livelli di ansia sociale o depressione che hanno difficoltà a stabilire relazioni intime. Inoltre, le motivazioni riportate da persone con ansia sociale e depressione potrebbero differire da quelle riferite da persone che non presentano tali problematiche. Avendo una bassa autostima (Van Tuijl et al., 2014), individui con ansia sociale e depressione possono utilizzare Tinder per acquisire maggiore fiducia in se stessi (Sumter et al., 2017) e possono riportare meno motivazioni come “sesso occasionale” e “brivido di eccitazione”.

C’è inoltre la possibilità che gli individui con ansia sociale e depressione si impegnino in un uso più passivo delle app di dating (per esempio, la mera visualizzazione di post invece di una comunicazione diretta; Burke et al., 2011), riducendo così le opportunità di creare relazioni.

Dating app, depressione e ansia sociale

Per rispondere a questi quesiti, uno studio di Lenton-Brym e colleghi (2021) è stato il primo a esaminare la relazione tra ansia sociale e depressione e l’utilizzo di dating app.

I risultati ottenuti suggeriscono che gli uomini, più delle donne, tendono a utilizzare le app per incontri per il sesso occasionale, dato che può essere spiegato dalle diverse aspettative tra uomini e donne su ciò che costituisce un comportamento sessuale “appropriato”, in linea con i risultati di Sumter e colleghi (2017).

Un dato particolarmente interessante emerso è che le associazioni positive tra l’uso delle app di dating e i sintomi di ansia sociale erano più forti nelle donne, con motivazioni riferite quali ”Amore”, “Brivido di eccitazione”, “Sesso occasionale”. In maniera simile, le associazioni tra i sintomi della depressione e l’uso di app di dating erano più forti tra le donne rispetto agli uomini (”Facilità di comunicazione”, ”Autostima”).

Le ricerche passate suggeriscono che le donne utilizzano la tecnologia per la comunicazione sociale più degli uomini (Fallows, 2005); con un aumento dei sintomi di ansia sociale e/o depressione, le donne potrebbero essere ancora più propense a rivolgersi alla tecnologia per avere contatti sociali, soprattutto se le forme alternative di contatto sociale sono ridotte a causa dell’evitamento.

La motivazione ”Convalida dell’autostima” e ‘’Amore” non differivano tra i generi ed erano comunemente riportate da entrambi i gruppi di uomini e donne.

Questo risultato può essere legato alla tendenza generale degli individui socialmente ansiosi a temere una valutazione negativa e a cercare di conseguenza rassicurazione e convalida (Cougle et al., 2012). In linea con questa interpretazione, la motivazione ”Convalida dell’autostima” era elevata indipendentemente dal sesso in individui con alti livelli di ansia sociale.

Dating app, ansia sociale e depressione: differenze di genere

Infine, i risultati dimostrano che, tra gli uomini, l’ansia sociale e i sintomi depressivi hanno predetto negativamente le probabilità di iniziare un contatto con persone attraverso le app di dating, mentre per le donne, né l’ansia sociale né i sintomi depressivi hanno predetto la possibilità di un contatto. Nello specifico, sembra che le donne difficilmente inizino un contatto con l’altra persona, indipendentemente dai sintomi depressivi o di ansia sociale. Ciò è in linea con i tradizionali ruoli di genere negli appuntamenti e nel corteggiamento, secondo i quali gli uomini dovrebbero essere più attivi e assertivi (Eaton et al., 2016).

L’osservazione rispetto al fatto che gli uomini con elevati sintomi di ansia sociale e depressione hanno meno probabilità di iniziare una conversazione con possibili partner suggerisce che le app di incontri non riescono a superare del tutto le barriere all’inizio di una relazione per questi individui. Anzi, questi potrebbero esporsi alle conseguenze potenzialmente deleterie dell’uso delle app di incontri (ad esempio, ansia, depressione, insoddisfazione corporea; Woerner et a., 2017)) senza raccogliere i benefici di una maggiore connessione sociale.

 

A proposito di efficacia… – La cura per ansia e depressione in Italia: Consensus Conference Nr. 5

Cosa s’intende per efficacia empirica delle cure psicologiche per la salute mentale? In questo numero cercheremo di chiarire proprio questa qualità, indicata dalla Consensus Conference come imprescindibile nel panorama assistenziale della salute mentale.

LA CURA PER ANSIA E DEPRESSIONE IN ITALIA – CONSENSUS CONFERENCE – (Nr. 5) A proposito di efficacia…

 

Nei precedenti numeri è stato citato spesso il requisito fondamentale delle terapie psicologiche per i disturbi ansiosi e depressivi: gli interventi promossi devono essere efficaci, ovvero basati su prove empiriche. Ma cosa s’intende per efficacia empirica delle cure psicologiche per la salute mentale?

Terapie psicologiche e psicoterapie

Nella Consensus Conference si parla di terapie psicologiche per identificare tutte quelle terapie che si servono di mezzi psichici con il fine ultimo di ridurre, e auspicabilmente eliminare, i sintomi e il disagio associati ai disturbi legati all’ansia e alla depressione (ISS, 2022). L’impiego di strumenti psichici presuppone la conoscenza e la modificazione dei processi e delle variabili di natura cognitiva, emotiva e relazionale. All’interno della dicitura “terapie psicologiche” si annoverano la psicoterapia (intervento più conosciuto e studiato) e un insieme più ampio di tecniche che comprendono la consulenza e il sostegno psicologico. È opportuno specificare che nell’ordinamento giuridico italiano, la psicoterapia è esclusiva prerogativa di medici e psicologi specializzati e conseguentemente abilitati al suo esercizio.

Nello specifico, le psicoterapie indicano l’insieme di tecniche e procedure relativamente complesse che si occupano della cura dei disturbi su base psicologica, i cui effetti sono osservabili in termini di riduzione della sofferenza mentale legata ai sintomi e spesso anche – come ricorda Gabbard (2010) – in termini di funzionamento cerebrale. Anche il premio Nobel Eric Kandel (1998) considera la psicoterapia un trattamento biologico proprio perché i cambiamenti che ne conseguono possono essere mappati a livello di connessioni sinaptiche.

Dunque, la psicoterapia, utilizzata come strumento per la riconquista dei propri spazi vitali e il ripristino dei personali legami affettivi attraverso l’elaborazione soggettiva del dolore e la valorizzazione dei desideri e dei sentimenti (Barbato et al., 2022), non fa riferimento al mero sostegno emotivo, spesso considerato non molto distante da quello che può offrire una persona cara (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017). Infatti, sebbene il sostegno emotivo fornito da parenti e amici sia di grande valore, è importante evidenziare che la psicologia è una scienza empirica, e, come tale, ha le sue regole, ricerche, metodi e scoperte. In questo senso, i trattamenti psicologici sono un insieme di procedure che coinvolgono diversi aspetti, identificati e studiati attraverso metodi scientifici che, a loro volta, sono stati – e continuano a essere — migliorati nel tempo (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017).

Come si misura l’efficacia

Nel tempo, all’antitesi “efficace/inefficace” si è sostituita una concezione dimensionale (ISS, 2022). Perciò, per quanto riguarda la psicoterapia, il livello più elevato è rappresentato da trattamenti che aumentano il grado di benessere e salute –oppure, diminuiscono la sofferenza e rallentano l’aggravarsi della sintomatologia– in misura maggiore rispetto all’effetto che potrebbe avere il trascorrere del tempo, il supporto sociale e le aspettative di miglioramento dell’individuo stesso. Relativamente ad ansia e depressione, i termini di confronto sono rappresentati dai livelli di efficacia delle farmacoterapie (ovvero, impiego di ansiolitici o antidepressivi).

Così come accade in altre discipline applicative e in medicina, anche la psicoterapia segue una specifica metodologia scientifica per testare la sua efficacia. Il metodo più rigoroso e maggiormente utilizzato nella ricerca in psicologia clinica è quello dei cosiddetti “studi controllati randomizzati” (Randomized Controlled Trials, RCT; ISS, 2022). Gli RCT, dal punto di vista metodologico, sono molto sofisticati in quanto implicano l’uso di gruppi di controllo e l’assegnazione randomizzata dei pazienti ai vari gruppi. I gruppi di controllo sono impiegati per cercare di differenziare i miglioramenti ottenuti grazie alla terapia psicologica che si sta testando e quelli ottenuti per effetto della stessa evoluzione naturale del disturbo, dell’interazione umana con un clinico, e delle aspettative positive (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017). I gruppi sono formati per essere equivalenti per tutte le variabili (per es., età, genere, istruzione), tranne per la condizione sperimentale, ovvero il tipo di trattamento, a cui i partecipanti vengono assegnati attraverso una rigida procedura di randomizzazione (ovvero di distribuzione casuale – NdR) – da qui il nome RCT. Le tipologie di condizioni contemplate in questi studi sono solitamente il placebo, il trattamento farmacologico (di comprovata efficacia) e una combinazione di trattamenti psicologici e farmacologici.

È inoltre importante sottolineare alcune buone pratiche empiriche che spesso vengono contemplate negli RCT nel campo della psicologia clinica. Queste non si limitano ad analizzare le differenze tra i diversi gruppi e tra i dati pre e post trattamento, ma prevedono anche un monitoraggio nel tempo (per es., a distanza di 6 mesi o un anno dalla fine dell’intervento) dei risultati osservati, quali la stabilità dei miglioramenti e il rischio di ricaduta (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017). I risultati positivi vengono replicati e confermati da diversi ricercatori e istituzioni indipendenti, al fine di dimostrare la validità dei risultati in differenti contesti.

Nel momento in cui un trattamento si dimostra efficace nelle prove empiriche, non è automaticamente utilizzabile nella pratica clinica (ISS, 2022). Infatti, la tipologia di efficacia che si ricava in condizioni ottimali di ricerca avanzata ha un’accezione relativamente astratta, che viene appunto detta “efficacia teorica” (efficacy). La seconda fase di valutazione viene effettuata sul piano pratico, al fine di verificare in che contesti uno specifico trattamento possa essere erogato, per esempio se solo in strutture pubbliche o private. In questo caso si parla di “efficacia pratica” (effectiveness), ovvero l’efficienza clinica (efficiency) in contesti clinici reali.

I livelli di efficacia

Sulla base della qualità e della quantità delle ricerche a disposizione, le riviste scientifiche stilano una gerarchia di “prove d’efficacia” rispetto a specifici trattamenti psicoterapeutici per specifiche classi di disturbi (ISS, 2022). Sostanzialmente, i livelli di efficacia sono 3:

  1. “ben consolidato”, il livello più alto che richiede almeno due RCT, condotti da due gruppi di ricerca indipendenti, che attestino la superiorità rispetto al placebo o un trattamento alternativo;
  2. “probabilmente efficace”, comprendono studi che dispongono di evidenze di più basso livello, per essi si parla di documentata superiorità rispetto ai gruppi di controllo, non di efficacia clinica;
  3. “sperimentale/promettente”, si riferisce a trattamenti in fase “sperimentale” e innovativi, per i quali non è corretto parlare di efficacia, ma sono meritevoli di attenzione e ricerca.

I trattamenti ben consolidati sono diffusi nel nostro Paese, ma ad oggi ancora non costituiscono la maggioranza delle psicoterapie offerte né nel privato né nei Servizi pubblici.

In conclusione, è importante affrontare il tema dell’efficacia dei trattamenti psicologici in quanto il comitato della Conferenza ritiene che a oggi, in Italia, molti professionisti della salute mentale offrano trattamenti psicoterapeutici privi di comprovata efficacia e che non siano sufficientemente informati sui progressi scientifici recenti (ISS, 2022).

La qualificazione degli psicoterapeuti risulta essere una risorsa cruciale nel caso della psicoterapia, per combattere lo stigma negativo presente nei confronti dei disturbi mentali e dei pazienti affetti da tali disturbi, che spesso si estende anche ai trattamenti psicologici (Research Group for treatment for Anxiety and Depression, 2017).

 

Infiammazione nei disturbi mentali. Un ponte tra corpo, mente e ambiente

Sono sempre più numerose le prove che disconfermano il dualismo cartesiano mente-corpo. Tra queste, particolarmente promettenti sembrano quelle derivate dagli studi sul ruolo del sistema immunitario nei disturbi mentali. Per la psicopatologia, infatti, si sta rivelando sempre più importante un processo in particolare: l’infiammazione.

 

Introduzione

Con Cartesio ha avuto concreta concettualizzazione una visione di corpo e mente come nettamente separati tra loro. Tuttavia, sono sempre più numerose le prove che disconfermano tale dualismo ed evidenziano come in realtà mente e corpo costituiscano due componenti fortemente interdipendenti di un unico sistema, il quale a sua volta si trova in costante relazione con l’ambiente circostante. Tra queste, particolarmente promettenti sembrano quelle derivate dagli studi sul ruolo del sistema immunitario nei disturbi mentali (Bullmore, 2018/2019).

Semplificando molto, si può definire il sistema immunitario come l’insieme di molecole, cellule e tessuti che hanno la funzione di distinguere il “sé” dal “non-sé”, permettendo quindi la difesa (ovvero, l’immunità) dell’organismo dalle aggressioni esterne. Tale difesa è chiamata “innata” nel momento in cui si parla dei processi difensivi aspecifici disponibili fin dalla nascita, e “adattativa” in riferimento ai meccanismi che difendono l’organismo attraverso la produzione di cellule specifiche per il patogeno in questione (Abbas et al., 2016; McComb et al., 2019). Per la psicopatologia, si sta rivelando sempre più importante un processo in particolare: l’infiammazione.

L’infiammazione è un processo fondamentale della reazione immunitaria innata, con la principale funzione di isolare i patogeni entrati nell’organismo, convogliare localmente i mezzi necessari per combattere l’infezione, e riparare i tessuti una volta che tale infezione si è conclusa. Questo processo è suddivisibile in quattro parti: (1) componenti che rilevano una minaccia (gli “induttori”, come i pathogen- [PAMPs] o i damage-associated molecular patterns [DAMPs]); (2) sensori che rilevano il segnale prodotto dagli induttori (come i recettori Toll-like [TLRs]); (3) sostanze che mediano il segnale e permettono la comunicazione tra le varie componenti del sistema immunitario, come le citochine o la proteina c-reattiva (CRP); (4) tessuti-bersaglio, tipicamente cuore, fegato e/o cervello (Bauer e Teixeira, 2019).

Sebbene tipicamente innescata dall’intrusione di un patogeno all’interno dell’organismo e/o da una lesione tissutale, l’infiammazione è rilevante per la psicopatologia poiché può anche nascere dopo stressor psicosociali, i quali, visti gli stretti legami tra sistema immunitario, sistema nervoso centrale e asse ipotalamo-ipofisi-surrene, attivano componenti come i DAMPs e, a cascata, tutto il processo infiammatorio (Bauer e Teixeira, 2019). Ciò, in assenza di uno specifico patogeno, può indurre la cosiddetta “infiammazione sterile”, di carattere cronico e sistemico, e connessa nel lungo periodo ad alterazioni nella neurogenesi e nella plasticità sinaptica a livello del cervello, le quali a loro volta comportano assottigliamento corticale, alterazioni funzionali, deficit cognitivi, e problemi mentali (Bauer e Teixeira, 2019; Furman et al., 2019; Lee et al., 2022; McComb et al., 2019).

L’infiammazione nei disturbi mentali

Alla luce degli studi appena citati, è comprensibile che l’infiammazione costituisca un’importante area di studio per la psicobiologia. In particolare, la letteratura in merito si è concentrata su citochine e CRP.

Come detto, le citochine rappresentano un insieme di segnali per la comunicazione tra cellule immunocompetenti e sono divisibili in due “famiglie”: pro-infiammatorie (che aumentano l’infiammazione), come le interleuchine [IL-]1β e IL-6, il fattore di necrosi tumorale alpha (TNF-α), e l’interferone gamma (IFN-γ); e anti-infiammatorie (che riducono i livelli infiammatori), come la IL-10 e il fattore di crescita trasformante beta (TGF-β). Inoltre, la CRP è usata come indice infiammatorio in quanto è sintetizzata nel fegato in risposta a un aumento delle citochine pro-infiammatorie, come IL-6 e TNF-α (Abbas et al., 2016; McComb et al., 2019; Miola et al., 2021; Serafini et al., 2020).

Alterazioni nei livelli di citochine e di CRP sono stati riscontrati in vari disturbi mentali, quali: schizofrenia (Dawidowski et al., 2021), disturbo bipolare (DB; Solmi et al., 2021), depressione (Enache et al., 2019), ansia generalizzata e panico (Costello et al., 2019; Liu et al., 2021), disturbo da stress post-traumatico (DSPT; Peruzzolo et al., 2022; Yang e Jiang, 2020), disturbi dissociativi e da sintomi somatici (Paredes-Echeverri et al., 2022; Roydeva e Reinders, 2021), anoressia nervosa (Dalton et al., 2018), Alzheimer, Parkinson e Huntington (Krance et al., 2021; Mukherjee, 2021; Su et al., 2019; Zhang e Gao, 2022). Ad esempio, la meta-analisi di Yang e Jiang (2020) ha mostrato uno stato pro-infiammatorio sistemico nei pazienti con DSPT, indicato da livelli significativamente più alti di TNF-α, IFN-γ e CRP, anche rispetto a controlli sani esposti a traumi. In aggiunta, Solmi e colleghi (2021) hanno riscontrato livelli significativamente maggiori di IL-6, CRP e TNF-α nei pazienti con disturbo bipolare rispetto ai controlli; oltretutto, mentre i livelli di CRP e TNF-α rimanevano alti solo negli episodi dell’umore (sia depressivi sia maniacali), i livelli di IL-6 rimanevano stabilmente elevati anche nei periodi eutimici, il che potrebbe rendere IL-6 un candidato come marcatore di tratto per il disturbo bipolare.

Per altri disturbi, come quelli del neurosviluppo o dello spettro ossessivo-compulsivo, i risultati sono contrastanti o contraddittori. Ad esempio, mentre sembrano esserci dati che supportano una relazione fra autismo e infiammazione (Han et al., 2022; Horiuchi et al., 2021), la letteratura non supporta la relazione, o è troppo scarsa per poterlo fare, per quanto concerne il disturbo ossessivo-compulsivo (Cosco et al., 2019), il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (Saccaro et al., 2021), o la sindrome di Tourette (Lamothe et al., 2021).

Inoltre, diversi studi hanno indicato alterazioni infiammatorie connesse ad aspetti transdiagnostici, come l’esposizione a un trauma (Fernández-Sevillano et al., 2021; Lippard e Nemeroff, 2020) o il rischio suicidario (pur controllando per la depressione; Fernández-Sevillano et al., 2021; Miola et al., 2021; Serafini et al., 2020; Vasupanrajit et al., 2021, 2022).

Conclusioni

Dati recenti supportano l’ipotesi dell’esistenza di una relazione tra infiammazione e disturbi mentali. Benché per alcune diagnosi (ad esempio autismo o DSPT; Han et al., 2022; Lee et al., 2022) l’infiammazione sembra persino centrale nell’eziopatogenesi, i dati attuali sono principalmente correlazionali, e ciò non permette di stabilire un nesso causale. Futuri studi, soprattutto longitudinali, potranno gettare luce sulla questione, forse anche grazie a dati (ad esempio, una maggior incidenza di ansia, depressione e rischio suicidario) provenienti dagli studi su pazienti con patologie di origine autoimmune o virale, Sars-CoV-2 compreso (Boeschoten et al., 2017; Conejero et al., 2021; Farooqi et al., 2022; Kappelmann et al., 2021; Li et al., 2018; Moustafa et al., 2020; Smyrke et al., 2022; Welcome e Mastorakis, 2021).

 

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