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L’influenza della relazione di attaccamento sullo sviluppo di malattie

Martina Lattanzi – OPEN SCHOOL – Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

Negli ultimi anni è di grande interesse per gli studiosi capire in che modo la relazione di attaccamento si ripercuote sulla crescita del bambino, soprattutto l’influenza che può avere sullo sviluppo di malattie somatiche. Gli studi hanno indagato i meccanismi che potrebbero mediare la relazione tra attaccamento e stato di salute del soggetto.

L’importanza della figura materna nella relazione di attaccamento e della qualità della relazione stessa per lo sviluppo psicologico del bambino è un fattore ormai noto grazie agli studi pioneristici di Bowlby. Meno indagate invece sono le conseguenze della relazione di attaccamento sullo sviluppo fisico del bambino e in particolare sull’insorgenza di malattie somatiche o psicosomatiche sia nell’infanzia che nell’età adulta. 

I punti centrali della teoria dell’attaccamento di Bowlby riguardano: la necessità che il bambino abbia un rapporto caldo e intimo ininterrotto con la madre e le conseguenze negative di una deprivazione prolungata di cure materne sullo sviluppo di disturbi psicologici e comportamentali.

Grazie agli studi condotti da Mary Ainsworth (1978) attraverso la procedura della Strange Situation è stato possibile distinguere 4 forme di attaccamento nella relazione madre-bambino:

  • Attaccamento sicuro in cui il bambino ha sviluppato la percezione di se stesso come soggetto meritevole di affetto e di cura, accompagnato dalla sensazione di fiducia nei confronti della figura di attaccamento, vista come affidabile e disponibile.
  • Attaccamento insicuro evitante in cui il bambino tende ad avere poca fiducia nell’altro, teme di essere rifiutato e inibisce i propri comportamenti. I bambini evitanti nella relazione di attaccamento hanno sperimentato una madre che non li ha sempre valorizzati e spesso è stata una madre carente di affetto e tenerezza.
  • Attaccamento insicuro ambivalente/resistente in cui il bambino presenta spiccata ansia e angoscia verso la madre con atteggiamenti ambivalenti di ricerca della vicinanza e rifiuto. I bambini insicuro-ambivalenti hanno sperimentato nella loro infanzia una madre incostante e contraddittoria, iperprotettiva o intrusiva o totalmente indifferente.
  • Attaccamento disorganizzato/disorientato (definito da Main e Solomon nel 1986) in cui il bambino è disorientato e confuso. Si tratta di una forma di attaccamento associata spesso allo sviluppo di gravi psicopatologie, in quanto il bambino ha sperimentato una figura di attaccamento non sicura bensì patologica o maltrattante/abusante.

In base alla qualità della relazione di attaccamento ogni bambino si costruisce dei modelli operativi interni di se stesso, del mondo e delle relazioni di se stesso con l’ambiente. Tali modelli sono relativamente stabili nel tempo per questo le prime esperienze di attaccamento con le figure genitoriali costituiscono lo stampo per quelle future, riproponendosi nei diversi contesti relazionali incluso l’ambito medico.

Negli ultimi anni è di grande interesse per gli studiosi capire in che modo la relazione di attaccamento si ripercuote sulla crescita del bambino, soprattutto l’influenza che può avere sullo sviluppo di malattie somatiche. Gli studi hanno indagato i meccanismi che potrebbero mediare la relazione tra attaccamento e stato di salute del soggetto.

Un’importante ricerca condotta da Maunder e Hunter (2001) ha indagato l’associazione tra attaccamento insicuro e sviluppo di malattie sia durante l’infanzia che nell’età adulta. Dalla ricerca emerge come bambini affetti da malattie croniche presentano in prevalenza un attaccamento insicuro. In particolare all’interno delle diverse forme di attaccamento insicuro è emerso che la forma insicuro-evitante sia quella maggiormente associata a malattie quali: otite media ricorrente (McCallum e McKim, 1999), fibrosi cistica (Simmons et al., 1995), epilessia (Marvin e Pianta, 1996), asma (Mrazek et al., 1987), difetti cardiaci di origine genetica (Golberg et al., 1991), difficoltà di crescita (Ward et al., 1993), disturbi di conversione senza spiegazione medica (Kozlowska, 2007).

La presenza di una malattia cronica nella vita di un bambino comporta una serie di cambiamenti significativi all’interno della famiglia sia a livello psicologico che relazionale. La malattia cronica e invalidante va a condizionare lo sviluppo psico-fisico del bambino, andando ad influenzare la relazione di attaccamento con i genitori, i quali potrebbero modificare il proprio atteggiamento nei confronti del figlio malato con una maggiore probabilità di instaurare una relazione iper-protettiva, o mantenere una certa distanza come difesa dall’ansia. Questa potrebbe essere la spiegazione di una maggiore incidenza dell’attaccamento insicuro tra i bambini malati cronici rispetto ai bambini sani (Bruno, 2009).

Per quanto riguarda invece l’associazione tra attaccamento infantile e salute dell’adulto in alcuni studi è emersa una relazione significativa tra attaccamento insicuro e psoriasi diffusa a placche (Picardi et al., 2005), torcicollo spastico idiopatico (Scheidt et al., 2000), malattie infiammatorie croniche come la rettocolite ulcerosa e il morbo di Crohn (Maunder et al., 2000).

La relazione fisica con la madre funge da regolatore esterno di una serie di reazioni fisiologiche fondamentali per la sopravvivenza, per questo, l’assenza della figura di attaccamento materna nelle prime fasi di vita del bambino può compromettere non solo un sano sviluppo ma anche la sopravvivenza stessa: gli studi sperimentali di Hofer (1995; 2001) condotti sui cuccioli di ratto hanno dimostrato come la madre svolge un ruolo centrale appunto nella regolazione di funzioni biologiche fondamentali quali: ciclo sonno-veglia, la produzione dell’ormone della crescita, favorendo l’acquisizione dell’autoregolazione autonoma.

Questi regolatori nascosti esterni legati alla relazione materna sono presenti anche nell’uomo, dimostrando l’importanza della qualità della relazione con il caregiver al fine di acquisire un’autoregolazione dei processi fisiologici. Quindi il bambino sviluppa gradualmente la capacità di autoregolazione degli stati psicologici e somatici grazie alla iniziale dipendenza e vicinanza con la madre, al contrario precoci esperienze di separazione o di trascuratezza andranno a minare tale acquisizione importante, costituendosi come fattore di rischio per lo sviluppo di malattie nell’adulto.

Nella ricerca di Maunder e Hunter (2001) lo stile di attaccamento è associato agli indici biologici di malattia nel diabete e nella rettocolite ulcerosa. In particolare nei pazienti diabetici l’attaccamento distanziante è associato ai livelli di glucosio nel sangue mentre nei pazienti con rettocolite ulcerosa l’attaccamento ansioso media l’associazione fra depressione e stato attivo della malattia che altrimenti sarebbe latente. Il legame fra attaccamento infantile e malattia sembra essere mediato da diversi fattori in particolare dalla percezione e risposta allo stress, dalla presenza o meno del supporto sociale, dalla regolazione affettiva e dai fattori protettivi.

L’attaccamento insicuro può influire in vari modi sulla regolazione dello stress. Può infatti aumentare lo stress percepito e influenzare l’intensità o la durata della risposta fisiologica allo stress.

Il sistema di attaccamento è legato alla biologia di risposta allo stress: i soggetti con attaccamento insicuro, preoccupato e distanziante, tendono a percepire in modo più intenso e prolungato l’attivazione fisiologica dello stress, riportando un aumento degli indici di cortisolo (definito l’ormone dello stress, proprio perché la sua produzione aumenta nelle situazioni di stress psico-fisico) e della frequenza cardiaca. Questi bambini vivendo continuamente in uno stato di insicurezza e preoccupazione, sperimentano maggiormente e in modo continuativo la condizione di stress, rispetto ai bambini con attaccamento sicuro. I bambini con attaccamento distanziante al contrario sperimentano in modo meno intenso lo stress. Inoltre i soggetti preoccupati che sono caratterizzati da uno stato di attivazione fisiologica costante per cui percepiscono continuamente una sensazione di allarme saranno maggiormente sensibili a qualsiasi sensazione enterocettiva percepita come una possibile minaccia. I soggetti distanzianti invece tenderanno a inibire l’espressione dei propri bisogni e a sottovalutare i segnali di pericolo o minaccia, percependo meno stress. La tendenza a sopravvalutare o sottovalutare i segnali corporei è associata alla maggiore o minore richiesta di intervento medico.

Il comportamento di malattia (Pilowswy, 1978) riguarda proprio il modo in cui vengono sperimentati, percepiti e manifestati i sintomi somatici. E’ strettamente influenzato da fattori di tipo educativo e sociale e anche dallo stile di attaccamento del soggetto. Ci sono infatti persone che tendono a rivolgersi al medico per qualsiasi sintomo percepito, ricercando continue rassicurazioni, chi invece tende ad aspettare un tempo maggiore a volte per fin troppo, prima di rivolgersi al medico, mostrando un certo evitamento.

Alcuni studi hanno rilevato un’associazione tra stile di attaccamento e comportamento di malattia alterato: bambini con attaccamento distanziante, ad esempio, che sin da piccoli hanno appreso a negare qualsiasi manifestazione di disagio psicologico o fisico, da adulti presentano un comportamento di malattia caratterizzato da un rifiuto verso la figura del medico o da una tendenza a non prestare attenzione ai chiari segni della presenza di una patologia per cui sarebbe necessario un consulto medico (Ciechanowsky, 2002). Questo comportamento è stato appreso durante l’infanzia in cui, a causa di ripetute esperienze di rifiuto, per non turbare la relazione di attaccamento con la figura di accudimento, i bambini evitanti hanno imparato a minimizzare l’espressione dei bisogni e le richieste di aiuto (Baldoni, 2010). Al contrario bambini con attaccamento insicuro preoccupato, tenderanno da adulti a riferire un maggior numero di sintomi somatici con maggiore richiesta di consulti medici (Ciechanowsky, 2002).

L’importanza della relazione di attaccamento madre-bambino per la salutare crescita del piccolo emerge anche nel processo di acquisizione dell’ integrazione psicosomatica (Winnicott, 1954), ovvero il processo attraverso il quale gradualmente il bambino sviluppa un sé sia fisico che psichico e arriva a concepire l’esistenza di un’unità tra il proprio corpo e la mente. A tal fine è fondamentale la presenza dell’adulto che guida alla formazione di un sé autentico, all’integrazione delle esperienze corporee ed emotive, fino all’acquisizione di una consapevolezza psico-fisica. E’ proprio grazie alla presenza di una madre sufficientemente buona (Winnicott, 1954), in grado di sintonizzarsi affettivamente (Stern, 1985) con i bisogni del bambino e di rispondere adeguatamente alle sue esigenze, che il bambino riuscirà a integrare l’esperienza corporea con quella mentale. Solo una volta raggiunta tale acquisizione il bambino potrà sperimentare se stesso in modo autentico, fare esperienza del vero sé e acquisire un senso di esistenza nel proprio corpo.

Diversamente il bambino non sarà in grado di rappresentarsi simbolicamente gli stati mentali e le emozioni associate a specifiche sensazioni corporee (ogni stimolazione fisiologia corrisponde ad una diversa emozione che il bambino comprende grazie alla funzione di rispecchiamento materno) con una conseguente scissione mente-corpo che favorirà l’instaurarsi di disturbi fisici (Baldoni, 2010). La scarsa integrazione fra vita psichica e esperienze corporee favorisce l’insorgenza sia di disturbi comportamentali come irrequietezza, insonnia, disturbi dell’alimentazione, sia di disturbi fisici funzionali o organici come disturbi gastrointestinali, dermatologici, respiratori, allergici. Un adulto che da piccolo non ha ricevuto quella protezione e accudimento necessarie affinchè si sviluppi in lui un sé sano sarà una persona maggiormente soggetta a sviluppare malattie somatiche di tipo metabolico (diabete), cardiovascolari (aritmie, ipertensione, infarto), patologie endocrine (tiroide), disturbi gastrointestinali (dispepsia, ulcera, color irritabile) e cancro (Baldoni, 2010).

A tal proposito sono interessanti gli studi che riguardano l’associazione tra malattie dermatologiche e relazione di attaccamento. Per spiegare questa possibile correlazione bisogna considerare il ruolo centrale delle emozioni: la capacità di decodificare le emozioni sperimentate mentalmente permette al soggetto di comprendere i propri stati affettivi, altrimenti senza la consapevolezza della vita mentale si potrà avere una disconnessione tra mente e corpo con una tendenza alla focalizzazione somatica in caso di emozioni intense. Il soggetto che non riesce a decodificare la propria esperienza emotiva tende a trasferire la sofferenza sul piano somatico, sperimentando così un maggiore malessere fisico. Nello sviluppo di tale capacità il ruolo della madre risulta fondamentale: è la madre infatti che riflettendo lo stato mentale del bambino lo restituisce dotato di significato. Solo attraverso l’acquisizione di mentalizzazione (Fonagy, 2002) il bambino riesce a simbolizzare il proprio stato interiore, che è determinante per la regolazione delle emozioni.

Nello studio di Pasquini e collaboratori (1997) si è indagata la correlazione tra stile di attaccamento e malattie della pelle, correlazione mediata sia dallo stress che dalle emozioni. Un ruolo chiave nella modulazione della suscettibilità alle malattie dermatologiche sembra essere svolto da un minore sostegno sociale e da differenze individuali legate da un lato alla capacità di regolazione emozionale e dall’altro al livello di insicurezza nell’attaccamento. In particolare si è osservato che l’attaccamento insicuro di tipo evitante tende ad essere associato ad un maggior rischio di insorgenza di alopecia areata, esacerbazione della psoriasi a placche e aggravamento della vitiligine (Picardi, 2003).

Pur essendo da interpretare con cautela e richiedendo ulteriori studi, i recenti risultati che documentano una associazione tra sicurezza dell’attaccamento, salute fisica e alcune importanti funzioni biologiche, suggeriscono la necessità di prestare attenzione alla relazione di attaccamento e alle differenze individuali nello studio delle malattie psicosomatiche.

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BIBLIOGRAFIA:

Empatia cognitiva o affettiva: differenze di densità della materia grigia

Vanessa Schmiedt

FLASH NEWS

In uno studio pubblicato sulla rivista Neuroimage, i ricercatori della Monash University hanno cercato di identificare se le diverse componenti dell’empatia siano anche associate a differenze di materia grigia.

Per navigare con successo nel nostro ambiente sociale è importante comprendere e sperimentare gli stati emotivi altrui, un processo generalmente indicato come empatia. L’empatia implica una componente affettiva, l’esperienza soggettiva delle emozioni degli altri, e una componente cognitiva, la capacità di capire le motivazioni degli altri (Bernhardt e Singer, 2012; Decety, 2011; Shamay-Tsoory, 2011).

Quando consideriamo la componente affettiva dell’empatia l’enfasi è tipicamente posta sul vivere gli stati emotivi degli altri consapevolmente, il che implica una distinzione sé-altro, nonché una comprensione della provenienza dell’esperienza emotiva. Menon e Uddin (2010) suggeriscono che la consapevolezza emotiva si verifica perché l’insula crea una rappresentazione delle emozioni positive e negative integrando le stimolazioni ambientali con sensazioni corporee. La componente cognitiva dell’empatia si basa invece sull’attribuire stati emotivi agli altri e identificarsi con uno stato mentale altrui. Parzialmente richiama i meccanismi di fondo della teoria della mente. Le regioni cerebrali più comunemente associate con la teoria della mente sono la corteccia prefrontale dorso mediale (dmPFC) e la giunzione temporoparietale (TPJ).

In una recente meta-analisi di 40 studi di risonanza magnetica funzionale, Fan et al. (2011) hanno valutato come diverse regioni cerebrali fossero coinvolti nell’empatia affettiva e cognitiva. È stato dimostrato che la componente affettiva dell’empatia era più associata con l’attività dell’insula, mentre la componente cognitiva di empatia alla corteccia medio-cingolata e alla corteccia prefrontale dorso mediale (MCC/dmPFC).

Alla luce di questo, in uno studio pubblicato sulla rivista Neuroimage, i ricercatori della Monash University hanno cercato di identificare se le diverse componenti dell’empatia siano anche associate a differenze di materia grigia. I ricercatori hanno utilizzato la morfometria basata sui voxel (tecnica di analisi di neuroimaging che consiste nell’investigazione di differenze focali nell’anatomia del cervello) per esaminare la densità della materia grigia in 176 partecipanti a cui precedentemente era stato assegnato un punteggio del loro livello di empatia cognitiva o affettiva con il Questionnaire of Cognitive and Affective Empathy (QCAE; Reniers et al., 2011).

Punteggi più alti nella scala dell’empatia affettiva erano associati con una maggiore densità di materia grigia nell’insula, invece punteggi più alti nella scala cognitiva erano associati con una maggiore densità di materia grigia nella MMC/dmPFC.

Con questi risultati, Eres e colleghi hanno fornito la prova del fatto che l’empatia sia un costrutto multicomponenziale, suggerendo che l’empatia affettiva e quella cognitiva siano rappresentati in modo differente nella morfometria cerebrale e inoltre hanno fornito ulteriori elementi di prova che l’empatia sia rappresentata da diversi correlati neurali e strutturali.

La scoperta ovviamente solleva nuovi interrogativi infatti Eres afferma:[blockquote style=”1″] In futuro si vuole indagare se effettuare training sull’empatia possa portare a cambiamenti in queste strutture cerebrali e se il danno in queste strutture cerebrali, ad esempio in seguito ad un ictus, può portare a difficoltà nel provare empatia .[/blockquote]

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BIBLIOGRAFIA:

Gli attacchi di panico – Introduzione alla psicologia Nr. 22

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (Nr. 22)

 

 

Molte persone durante l’arco della loro vita hanno avuto modo di sperimentare un attacco di panico. L’attacco di panico dura una manciata di secondi, ma per chi lo subisce pare duri ore, perché la mente si offusca e le paure più profonde prendono il sopravvento.

La parola panico deriva dalla mitologia greca e più precisamente del “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, che compariva all’improvviso sul cammino altrui, suscitando un terrore improvviso e poi scompariva velocemente. Le vittime rimanevano incredule all’accaduto, non riuscivano a spiegare cosa fosse successo e non erano in grado di gestire la forte emozione negativa provata.

Allo stesso modo, un attacco di panico è un episodio di breve durata ma molto intenso in cui si vive una forte ansia acuta e improvvisa, accompagnata da una serie di sintomi fisici. L’attivazione fisiologica è interpretata, da chi si trova in questo stato, come qualcosa che ineluttabilmente porterà a conseguenze estreme, tipo morire o impazzire.

 

Sintomi dell’attacco di panico

I sintomi più comuni che coinvolgono il corpo, sono:

  • rossore al viso e talvolta all’area del petto;
  • capogiri, sensazione di stordimento, debolezza con impressione di perdere i sensi;
  • parestesie, più comunemente rappresentate da formicolii o intorpidimenti nelle aree delle mani, dei piedi e del viso;
  • difficoltà respiratoria, tecnicamente definita dispnea o soffocamento;
  • aumento della sudorazione oppure brividi, legati a repentini cambiamenti della temperatura corporea e della pressione;
  • nausea, sensazioni di chiusura alla bocca dello stomaco o di brontolii intestinali;
  • tachicardia o palpitazioni, spesso associati a dolori al torace;
  • tremori o scatti.

Inoltre, durante questa esperienza si possono avere le seguenti sensazioni:

  • paura di perdere il controllo;
  • paura di impazzire;
  • non appartenenza alla realtà, derealizzazione;
  • osservare dall’esterno cosa accade al proprio corpo, depersonalizzazione;
  • non gestione di qualcosa di terribile
  • paura o convinzione di stare sul punto di morire;
  • crisi di pianto.

Ogni crisi di panico crea un circolo vizioso in cui i sintomi fisici alimentano quelli mentali e viceversa, paura della paura.

L’esperienza dell’attacco di panico è decisamente invalidante ed è uguale a quella sperimentata da una persona di fronte ad un reale pericolo. Sicuramente è una situazione molto intensa emotivamente e cognitivamente, dopo la quale si ha la percezione di essere molo deboli, stanchi e confusi.

Dopo aver subito il panico si vive nella costante paura possa tornare (paura della paura). Si tratta chiaramente di una trappola che mantiene la persona nella sensazione di panico.

Questa paura induce il soggetto a monitorare costantemente i segnali fisici, di conseguenza l’ansia cresce e la paura si auto-alimenta (circolo vizioso di mantenimento).

La prima cosa che si pensa quando si è colpiti dal panico è che sta per manifestarsi un grave problema organico, irrisolvibile, come un infarto fulminante o un ictus.

Per questo, all’attacco di panico seguono sempre accertamenti medici aventi lo scopo di individuare la causa del malessere vissuto. Se si trattasse di un problema legato alla sfera della salute sarebbe più facile da accettare piuttosto che percepire di avere qualcosa di psichico.

Di conseguenza, escludendo la causa fisica l’individuo rimane incredulo e spaventato perché non sapendo a cosa imputare quel terribile evento ha la percezione di essere vulnerabile e fragile.

In questo caso, è importante farsi aiutare da uno specialista che possa indurre la persona a sperimentare alternative ai pensieri scaturenti il panico, prima che tale patologia possa cronicizzarsi. Infatti, in casi estremi gli attacchi possono manifestarsi molto frequentemente, addirittura anche più di una volta al giorno.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Advanced Training in Terapia Metacognitiva Interpersonale, Firenze – Report (II parte)

Il 27-28 giugno si è tenuta la seconda parte dell’Advanced Training in Terapia Metacognitiva Interpersonale organizzato da Scuola Cognitiva Firenze. Il weekend non solo ha concluso il livello avanzato, ma è andato a chiudere un percorso cominciato mesi prima con il Basic Training, che ha visto come docenti Giancarlo Dimaggio e Raffaele Popolo, soci fondatori, assieme a Giampaolo Salvatore, del Centro TMI di Roma.

Coerentemente con la linea adottata negli incontri precedenti, Raffaele Popolo ha mantenuto un’impostazione molto pratica delle lezioni, coinvolgendo attivamente i partecipanti e riducendo ai minimi la classica lezione frontale con le slide.
Durante il weekend i presenti hanno potuto ascoltare registrazioni audio di due sedute intere da 50 minuti di uno stesso paziente, condotte da un terapeuta TMI esperto (Giancarlo Dimaggio) e analizzarle con la lente di ingrandimento, sezionandole in maniera chirurgica e ragionando sulla ratio dietro ogni singolo intervento: cosa ha fatto il terapeuta? Per quale motivo? Cosa sta succedendo nella relazione terapeutica in questo momento? Cosa avreste fatto voi al suo posto?

I punti di forza di questo lavoro didattico sono, a mio avviso, principalmente due.
Il primo vantaggio è che permette di apprezzare come nella Terapia Metacognitiva Interpersonale nulla sia lasciato al caso; sebbene dall’esterno il colloquio sembri essere quasi una chiacchierata in cui per buona parte del tempo si agevola la narrazione di episodi da parte del paziente, in realtà le fasi della seduta e gli interventi sono ben codificati, seppur flessibili. Per esempio, in una delle sedute ascoltate si potevano ben distinguere le fasi di accesso alle parti sane del sé, la riformulazione del contratto e la promozione del cambiamento sulla base di obiettivi concordati durante il colloquio.

Il secondo vantaggio è che ascoltare sedute differenti di uno stesso paziente ha permesso di osservare come il paziente cambi tra una seduta e l’altra a seconda della fase di terapia: il paziente che si trova agli inizi di un percorso e lavora sulla differenziazione è diverso da un paziente che si trova in terapia avanzata e con cui si lavora per promuovere il cambiamento.

In conclusione il corso si è rivelato essere utile per chi nella propria pratica clinica si occupa di disturbi di personalità, colmando uno dei punti deboli degli attuali modelli cognitivisti il cui lavoro terapeutico presuppone un buon funzionamento metacognitivo del paziente, che invece nei disturbi di personalità è compromesso.

Ma non solo; il modello TMI si presta ad essere una valida base da cui partire per poi integrare tecniche derivanti da altri approcci (per esempio dalla REBT alla Mindfulness alla MCT…) perché permette di ricostruire il funzionamento interpersonale del paziente prendendo in considerazione aspetti quali l’immagine di sé e dell’altro, le aspettative e i desideri all’interno di una relazione, fornendo elementi preziosi per formulare un piano terapeutico con pazienti che sebbene non presentino necessariamente dei disturbi di personalità conclamati, difficilmente oggi sono pazienti con un disturbo puro di Asse I, ma presentano tratti di personalità disfunzionali che inevitabilmente possono influenzare la manifestazione o la gestione dei sintomi.

In questo caso, qualora i sintomi fossero particolarmente invalidanti, è opportuno lavorare in urgenza sul sintomo attraverso tecniche comportamentali (in quanto la ristrutturazione cognitiva fallirebbe) e una volta abbassata l’intensità del sintomo lavorare sugli aspetti di personalità (e quindi parallelamente, di riflesso, sul sintomo).

Se a tutto ciò aggiungiamo che il corso si è tenuto in un clima divertente e giocoso, con una classe che ha saputo in buona parte fare gruppo (pranzi, cene e bevute memorabili) e due docenti simpatici e (auto) ironici, si può dire che l’esperienza TMI a Firenze è stata davvero positiva (e a tratti davvero spassosa). E siccome ogni promessa è debito, sappiate che come spiega il modello TMI Raffaele Popolo, non lo spiega nessuno. “Scrivilo, scrivilo, così facciamo rosica’ Dimaggio!!”. (cit.)

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Advanced Training in Terapia Metacognitiva Interpersonale, Firenze, 23 e 24 Maggio – Report (I Parte)

E se si nascondesse un killer dentro di noi? La storia del neuroscienziato psicopatico

Sembra un film thriller o horror eppure, nel 2005, il neuroscienziato James Fallon fa un’amara scoperta: cosa si nasconde nel suo cervello? 

Nel corso della sua ultima ricerca sul morbo di Alzheimer, uno scienziato sta esaminando le scansioni cerebrali dei membri della sua famiglia, compreso se stesso (sono soggetti che hanno partecipato alla ricerca come controllo). Un altro progetto di ricerca al quale si è contemporaneamente dedicato è un progetto su dei killer psicopatici. Nell’osservare le lastre del primo progetto però, trova tra queste la scansione cerebrale di uno dei killer, crede di aver fatto confusione con le lastre dei due esperimenti ma, cercando di riparare all’errore, scopre che non è stata fatta alcuna confusione: il soggetto con la scansione cerebrale tipica di un killer è lo scienziato stesso!

No, non si tratta dell’ultimo film horror al cinema, è quanto accaduto davvero al neuroscienziato James Fallon nel 2005. La vita dello scienziato da allora cambia: comincia con le ricerche sul proprio albero genealogico e intervista tutti i suoi colleghi esperti in psicopatia.

Scrive anche un libro The Psychopath Inside: A Neuroscientist’s Personal Journey Into the Dark Side of the Brain, nel quale riflette sul tema nature/nurture e su cosa possa essere fatto per gestire il comportamento degli individui traditi dalla biologia.

Dopo la scoperta lo scienziato sarà stato in grado di rileggere i suoi precedenti comportamenti e trovare dei segnali che confermassero il suo essere biologicamente psicopatico? E i suoi genitori o amici d’infanzia (e non solo) avranno mai notato qualcosa di deviante nel suo modo di agire? e soprattutto…

un ricercatore come Fallon, prima convinto che tutto dipendesse dai geni, avrà cambiato idea sull’impatto dell’ambiente nel determinare personalità e comportamento umano?

Per trovare una risposta a tutte queste curiosità vi rimandiamo alla lettura dell’articolo consigliato, nel quale viene riportata un’interessante intervista al neuroscienziato, alla sua storia e all’impatto che questa ha avuto nella sua carriera da ricercatore. Buona lettura.

You can’t just take genetics and tell if someone’s a criminal or a psychopath…If we know these children can be helped by making sure that they aren’t abused or abandoned—because you’ve got to get there really early—well, then, that would be important to do. I don’t mean to preach.

E se si nascondesse un killer dentro di noi? La storia del neuroscienziato psicopaticoConsigliato dalla Redazione

E se si nascondesse un killer dentro di noi? La storia del neuroscienziato psicopatico - Immagine: 77963085
Il Neuroscienziato Fallon ha scoperto di avere la stessa conformità cerebrale di uno psicopatico, questo l’ha portato a rimettere in discussione l’impatto della genetica nella personalità. (…)

Tratto da: The Atlantic

 

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La dissociazione tra empatia cognitiva ed affettiva nel disturbo borderline di personalità

Fiammetta Monte, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

Recenti ricerche (Guttman and Laporte, 2000; Lynch et al., 2006) evidenziano che nel disturbo borderline vi sarebbe una risonanza esagerata e iperaffettiva con lo stato mentale dell’altro, determinata da una dissociazione tra le componenti affettive e cognitive dell’empatia.

L’empatia è la capacità di immedesimarsi con gli stati d’animo e con i pensieri delle altre persone sulla base della comprensione dei loro segnali emozionali, dell’assunzione della loro prospettiva soggettiva e della condivisione dei loro sentimenti (Bonino, 1994). A livello neurobiologico, la comprensione della mente e dei vissuti dell’altro è sostenuta da una particolare classe di neuroni, definiti neuroni specchio: partecipare come testimoni ad azioni, sensazioni ed emozioni di altri individui attiva le stesse aree cerebrali di norma coinvolte nello svolgimento in prima persona delle stesse azioni e nella percezione delle stesse sensazioni ed emozioni (Gallese, 2005).

Fassino (2009) evidenzia come nell’attivazione dell’empatia si realizza:
Un processamento delle emozioni dal basso verso l’alto, nell’esperienza di condivisione delle emozioni altrui;
Un processamento delle emozioni dall’alto verso il basso, attraverso il controllo delle funzioni esecutive, che permette di regolare e modulare l’esperienza di condivisione.

Questo processamento “a due vie” rende ragione della duplicità dell’empatia, che coinvolge sia il sistema cognitivo che quello affettivo: da un punto di vista cognitivo l’empatia si basa sulla possibilità di comprendere “il punto di vista” altrui e quindi spiegarsi razionalmente l’altrui esperienza emotiva; da un punto di vista affettivo l’empatia permette di sperimentare in prima persona il vissuto emotivo dell’altro. Il coinvolgimento di entrambi i sistemi (cognitivo ed affettivo) permette in definitiva di condividere l’esperienza interiore dell’altro, pur rimanendo consapevoli della distinzione tra le esperienze proprie e quelle degli altri.

Un processo legato all’empatia è la teoria della mente, che può essere definita come la capacità di un individuo di attribuire stati mentali a se stesso e ad altri e di utilizzare tale conoscenza per spiegare e prevedere il proprio e altrui comportamento (Baron-Cohen, Leslie, Frith, 1985). La teoria della mente permette di distinguere tra realtà e finzione, tra uno scherzo e una bugia, di riconoscere le false credenze, di comprendere le metafore, l’ironia e le situazioni cosiddette di faux pas (gaffes).

Anche la teoria della mente può essere suddivisa in due componenti: cognitiva ed affettiva. Mentre la teoria della mente cognitiva si riferisce alla nostra capacità di fare inferenze sulle credenze delle altre persone, la teoria della mente affettiva si riferisce alle inferenze che si possono fare rispetto alle emozioni degli altri.

Con il termine contagio emotivo ci si riferisce a tutte quelle forme di condivisione emotiva immediata ed automatica, caratterizzate da assenza di mediazione cognitiva, vale a dire quelle reazioni automatiche agli stimoli espressivi manifestati da un’altra persona per cui l’emozione è condivisa in modo diretto, non vicario (Bonino, 1998). Mentre l’empatia implica componenti cognitive, affettive e sociali usate consapevolmente e implica la coscienza della distinzione sé/altro, il contagio emotivo è un’esperienza in cui non vi è né consapevolezza del processo di trasmissione/ricezione delle emozioni, né distinzioni chiare tra vissuti delle persone coinvolte.

Il Disturbo Borderline rientra nei disturbi di personalità che sono caratterizzati da modalità di pensiero e comportamento disadattivi che si manifestano in modo pervasivo, rigido e apparentemente permanente e ha due nuclei fondamentali: la disregolazione delle emozioni e il malfunzionamento nell’ambito delle relazioni interpersonaliIl malfunzionamento interpersonale è stato messo in relazione principalmente alla disregolazione emotiva e al discontrollo comportamentale manifestati frequentemente dalle persone con DBP.

Recenti ricerche (Guttman and Laporte, 2000; Lynch et al., 2006) evidenziano che nel disturbo borderline vi sarebbe una risonanza esagerata e iperaffettiva con lo stato mentale dell’altro, determinata da una dissociazione tra le componenti affettive e cognitive dell’empatia.

Lo studio di Guttman e Laporte includeva un gruppo di ventisette pazienti BDP e un gruppo di controllo, ai quali è stato somministrato l’Interpersonal Reactive Index (Davis, 1980). I risultati dello studio evidenziavano una minore empatia cognitiva e maggiore empatia affettiva nei pazienti BDP.
Nello studio di Lynch et al., venivano messi a confronto rispetto all’accuratezza nell’identificare espressioni emotive facciali 20 individui con disturbo borderline e venti controlli. Le espressioni facciali delle emozioni venivano mostrate in tutte le variazioni lungo un continuum dalla neutralità alla massima intensità. I risultati evidenziavano che i soggetti BDP identificavano le emozioni (positive e negative) correttamente e ad un’intensità minore dei controlli.

Harari e colleghi hanno condotto uno studio su quarantasette pazienti con disturbo Borderline di personalità, diagnosticati con la Revised Diagnostic Interview for Borderlines (DIB-R), e ventidue controlli, senza disturbi psichiatrici. L’ipotesi da cui muove lo studio era che le peggiori performance dell’empatia cognitiva e della teoria della mente cognitiva possano rendere ragione del malfunzionamento interpersonale tipico dei soggetti BDP, mentre i maggiori livelli di empatia emotiva possono spiegare l’iperreattività emotiva caratteristica dei soggetti con Disturbo Borderline.

Gli aspetti cognitivi ed affettivi delle capacità empatiche sono state valutate usando l’Interpersonal Reactive Index (Davis, 1980), strumento self report composto da 4 sottoscale:
– Perspective Taking: misura la tendenza riportata ad adottare spontaneamente il punto di vista degli altri;
– Fantasy: misura la tendenza a trasporre se stessi a livello immaginativo in storie di libri o film;
– Empathic Concern: registra sentimenti di calore, compassione e preoccupazione per gli altri;
– Personal Distress: misura sentimenti di ansia e disconfort derivanti da situazioni interpersonali tese.

La valutazione della teoria della mente è stata realizzata mediante l’utilizzo del Faux Pas Recognition test di Baron-Cohen (1998). Il test consiste in venti brevi storie che l’esaminatore legge all’esaminato. Dieci storie descrivono una situazione in cui uno dei personaggi commette un passo falso o gaffe. In seguito alla lettura della storia viene chiesto all’ esaminato di identificare la presenza o meno del passo falso e descriverne la natura.

I risultati dello studio di Harari e colleghi evidenzierebbero che:
– Il gruppo di controllo ottiene punteggi più alti del gruppo di soggetti BDP nelle scale che misurano l’empatia cognitiva, rispetto a quelle che misurano l’empatia affettiva;
– Il gruppo con disturbo borderline di personalità ottiene punteggi più alti nella scala dell’empatia affettiva rispetto a quella cognitiva, rispetto ai controlli;
– Differenze significative tra il gruppo di soggetti borderline e il gruppo di controllo si rilevano nella comprensione della teoria della mente cognitiva ma non in quella emozionale, rilevata con il Faux pas recognition test.

Nello studio in definitiva i soggetti BDP mostrano performance peggiori sia nelle misure di empatia cognitiva che in quelle della teoria della mente cognitiva, non si rileverebbero differenze nella comprensione della teoria della mente emozionale, mentre gli aspetti affettivi dell’empatia sono risultati essere persino migliori nei soggetti con DBP. Questo studio suggerisce che i pazienti BDP avrebbero un pattern disfunzionale caratteristico di capacità empatiche, con una minore empatia cognitiva e una maggiore empatia affettiva.

Jeung e. Herpertz (2014), in conclusione in una rassegna di studi sul malfunzionamento interpersonale del disturbo borderline, sostengono che i pazienti BDP dimostrano scarse capacità di mentalizzazione e di assunzione del punto di vista dell’altro, ma anche la tendenza al contagio emotivo. Secondo gli autori l’inclinazione al contagio emotivo potrebbe interagire in maniera sfavorevole con la diffusione dell’identità, tipico delle persone con disturbo Borderline, poiché i processi metacognitivi di alto livello fallirebbero nel modulare il contagio emotivo automatico, di livello inferiore.

Ulteriori studi sono necessari per elaborare un modello di disfunzionamento interpersonale nelle persone affette da disturbo borderline di personalità, che includa i concetti di empatia cognitiva ed affettiva, in modo tale da migliorare l’efficacia dei trattamenti già esistenti.

 

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L’effetto della povertà e del disagio sociale sul rilascio di cortisolo e sullo sviluppo cognitivo dei bambini

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La presente ricerca si è proposta in primo luogo di verificare le tipologie di attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che si possono osservare nei bambini esposti regolarmente a situazioni negative in famiglia, in secondo luogo di capire quali sono gli specifici fattori di rischio familiari che possono nel tempo determinare i differenti fenotipi dell’attività dell’asse HPA e infine stabilire se le modalità di rilascio del cortisolo sono associate a differenze nel funzionamento cognitivo.

Nonostante sia noto che un livello socioeconomico basso e i fattori ad esso correlati, come l’instabilità familiare, uno stile parentale non supportivo e l’esposizione alla violenza domestica, abbiano un impatto sul funzionamento cognitivo dei bambini, determinando spesso ritardi nello sviluppo e nei processi di apprendimento, poche ricerche finora si sono occupate di individuare i reali meccanismi che mediano questa relazione. Si sa che ad essere implicato è l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA), la cui regolazione dipende da strutture cerebrali che determinano le risposte emotive e cognitive ai fattori ambientali di stress; in particolare vivere delle costanti esperienze negative in ambito familiare può provocare delle alterazioni dell’asse HPA e della conseguente produzione di cortisolo, causando in tal modo un repentino adattamento alle condizioni avverse a cui si è cronicamente esposti.

A questo proposito sono state avanzate due principali ipotesi, quella dell’”ipercortisolismo”, in cui si sostiene che il trovarsi in un continuo stato di allerta per i pericoli che possono incombere nel contesto familiare generi un aumento nella produzione di cortisolo; al contrario l’ “ipotesi dell’ipocortisolismo” postula che al fine di evitare uno spreco eccessivo di risorse metaboliche e di proteggere quindi il corpo dai danni che gli effetti tossici degli ormoni dello stress possono causare, di fronte a costanti episodi di instabilità, trascuratezza e paura vissuti in famiglia, il rilascio di cortisolo viene diminuito. Le ricerche hanno mostrato che entrambi i pattern possono caratterizzare i bambini esposti a continui fattori di rischio familiari, ma il fatto che pochi studi li abbia testati simultaneamente rende difficile capire quale dei due sia il più probabile. Si è osservato anche che mentre livelli moderati di cortisolo possono mediare un buon funzionamento cognitivo e consolidare le esperienze di apprendimento, livelli costantemente alti o costantemente bassi di tale ormone possono danneggiare le strutture neuronali e quindi intralciare i processi cognitivi.

Sulla base ti tali premesse la presente ricerca si è proposta in primo luogo di verificare le tipologie di attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che si possono osservare nei bambini esposti regolarmente a situazioni negative in famiglia, in secondo luogo di capire quali sono gli specifici fattori di rischio familiari che possono nel tempo determinare i differenti fenotipi dell’attività dell’asse HPA e infine stabilire se le modalità di rilascio del cortisolo sono associate a differenze nel funzionamento cognitivo.

Per poter rispondere a questi obiettivi lo studio presente ha considerato 201 bambini americani di due anni la cui famiglia riversa in una situazione economica difficile e che quotidianamente vivono esperienze di violenza e trascuratezza. I bambini sono stati testati a due, a tre e a quattro anni e durante ciascuna valutazione sono stati raccolti due campioni di saliva; inoltre sono state considerate altre variabili come l’indisponibilità emotiva delle madri, valutata sottoponendo le madri e i loro figli ad un compito di interazione di 10 minuti; la violenza domestica, in questo caso attraverso un’intervista semistrutturata le madri venivano stimolate a raccontare la frequenza, la natura e le conseguenze delle liti tra i genitori a cui i bambini assistevano; lo status socio economico, sulla base del livello di istruzione e dello stato occupazionale dei genitori; l’instabilità familiare, determinata attraverso un questionario che verificava la frequenza di eventi come cambiamenti del caregiver o di residenza, perdita del lavoro o morte di membri della famiglia; infine le abilità cognitive dei bambini all’età di quattro anni.

I risultati hanno individuato all’interno del campione considerato tre tipologie di attività dell’asse HPA, elevata, moderata o bassa; in particolare tra i fattori di rischio familiari che determinano tali pattern sembrano avere un ruolo cruciale l’instabilità familiare e l’indisponibilità emotiva delle madri che causano livelli di cortisolo sia alti che bassi. A differenza di quanto ci si aspettava dalle ipotesi di ricerca invece la violenza domestica e le difficoltà socio economiche non possono essere considerate predittori unici dell’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, in quanto ad esempio il basso reddito ha un impatto su molteplici aspetti dell’ambiente familiare. Per quanto concerne il terzo obiettivo dello studio, in linea con i risultati delle ricerche precedenti, si è osservato che livelli di cortisolo costantemente elevati o costantemente bassi determinano delle disfunzioni cognitive a quattro anni; ciò può essere spiegato dal fatto che il rilascio eccessivo può essere tossico per le strutture neuronali, come la corteccia prefrontale e l’ippocampo, mentre una secrezione non sufficiente causa un inadeguato smistamento delle risorse metaboliche che sarebbe necessario per un buon apprendimento.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Pregi e limiti della psicoterapia cognitiva

Sandra Sassaroli Giovanni M. Ruggiero

 

Pregi e limiti della psicoterapia cognitiva

Da qualche tempo si stanno moltiplicando articoli sui limiti della terapia cognitivo-comportamentale. L’ultimo è stato pubblicato sul Guardian: LINK

Le obiezioni sono benvenute, naturalmente. L’entusiasmo per la terapia cognitivo-comportamentale, la prima forma di terapia la cui efficacia sia stata scientificamente testata, non implica che essa sia una cura onnipotente. Come ogni attività umana, essa ha i suoi limiti. Una maggiore consapevolezza delle sue debolezze, e dei suoi punti di forza, aiuterà i pazienti a scegliere bene quando essa può essere utile.

Qui ci preme sottolineare un possibile rischio. Forse a volte la scoperta dei limiti della terapia cognitiva è stata accompagnata dal suggerimento che essa non sia più efficace di altre terapie e che sia quasi stata una moda passeggera. Non è così.

Rimane provata e sicura la maggiore efficacia di questa terapia rispetto a ogni altro trattamento -compresi i farmaci- per alcuni disturbi psicologici,ovvero la depressione e l’ansia (Beck, Rush, Shaw ed Emery, 1979), il disturbo di panico (Clark, 1986), la fobia sociale (Clark e Wells, 1995), il disturbo post-traumatico da stress (Elhers e Clark, 2000), i disturbi alimentari (Fairburn, Shafran e Cooper, 1999) e il disturbo ossessivo-compulsivo (Salkovskis, 1985).

Gli eventuali limiti della terapia cognitiva sono i limiti della scienza: esserne consapevoli non significa ridurre la conoscenza scientifica al livello di una forma relativa di sapere più o meno preferibile rispetto ad altre.

Entrando nel merito, i limiti della terapia cognitivo-comportamentale sembrano riguardare soprattutto la depressione. Vero. C’è da dire che però la depressione fu solo inizialmente il disturbo bersaglio della terapia cognitiva.

In seguito, a partire dagli anni ’80, il vero campo d’azione della terapia cognitiva sono diventati i disturbi d’ansia e alimentari.

Inoltre la terapia cognitiva si è evoluta nelle cosiddette terapie di “terza ondata” ed è diventata applicabile anche ad altri disturbi per i quali non era considerata adatta, come i disturbi di personalità.

Insomma, attenzione. L’articolo del Guardian è ben scritto e ci dice alcune informazioni importanti, ma la conquista centrale della terapia cognitivo-comportamentale, cioè che essa funziona su basi scientifiche, rimane valida.

Il mondo non era migliore quando la psicoterapia era solo un’arte e non una scienza.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Beck, A.T., Rush, A.J., Shaw, B.F., Emery, G. (1979), Terapia cognitiva della depressione. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1987.
  • Clark, D. M. (1986). “A cognitive approach to panic disorder”. In Behaviour Research and Therapy, 24, pp. 461–70,
  • Clark, D. M., Wells, A. (1995), “A cognitive model of social phobia”. In Heimberg, R.G., Liebowitz, M., Hope, D., Scheier, F. (a cura di), Social Phobia: diagnosis, assessment, and treatment. Guilford, New York, pp. 69–93.
  • Ehlers, A., Clark, D. M. (2000). “A cognitive model of posttraumatic stress disorder”. In Behaviour Research and Therapy, 38, pp. 319-345.
  • Fairburn, C.G., Shafran, R., Cooper, Z. (1999). “A cognitive behavioural theory of eating disorders”. In Behaviour Research and Therapy, 37, pp. 1-13.
  • Salkovskis, P. M. (1985), “Obsessional-compulsive problems: a cognitive behavioural analysis”. In Behaviour Research and Therapy, 23, pp. 571-583.

I terapeuti piangono da soli: come può reagire un terapeuta alla morte di un suo paziente?

Cosa succede al terapeuta che perde un suo paziente? Nell’articolo consigliato la psichiatra Robin Weiss, trovatasi di fronte alla difficile esperienza di avere in terapia un paziente che riceve una diagnosi infausta, mette a nudo se stessa, i suoi sentimenti e pensieri, riflettendo sul tema della morte dei propri pazienti.

Ricevere la notizia di qualcuno a noi vicino, ahimè, venuto a mancare è una delle esperienze più tristi e inspiegabili che ci possa capitare.

John Bowlby ha elencato quattro fasi del lutto che colpiscono chi subisce la morte di una persona importante, colui che resta solo ad affrontare l’amarezza e la disperazione, che è la prima fase appunto; segue poi un intenso desiderio e la ricerca della persona perduta. Nella terza fase vi è spesso disorganizzazione: la persona affranta si chiude in se stessa, provando a volte delusione verso una realtà fatta solo di ricordi dell’altro e non della sua presenza. La fase finale prevede una riorganizzazione della propria vita: il dolore man mano si riduce e si comincia ad avvertire un ritorno alla normalità. La persona deceduta viene ora ricordata con un senso di gioia, mista comunque sempre a tristezza.

Cosa succede però al terapeuta che perde un paziente?

Alcuni lettori avranno, purtroppo, già vissuto questa esperienza: qual è stato il vissuto? Nell’articolo consigliato la psichiatra Robin Weiss, trovatasi di fronte alla difficile esperienza di avere in terapia un paziente che riceve una diagnosi infausta, mette a nudo se stessa, i suoi sentimenti e pensieri, riflettendo sul tema della morte dei propri pazienti. La psichiatra giunge alla conclusione che i terapeuti piangono da soli.

La relazione terapeutica prevede un rispettare i limiti, non si può diventare amici dei pazienti e condividere con loro aspetti al di fuori della terapia, eppure, come sottolinea Weiss, nell’arco di quei 50-60 minuti di seduta, il terapeuta diventa per il paziente il winnicottiano genitore sufficientemente buono.

La stessa psichiatra sottolinea come pochi incontri sono così profondamente onesti, e quindi intimi e questo genera profondi sentimenti, un particolare tipo di amore per il cliente.

Eppure, ai funerali del suo paziente, Weiss è lì in ultima fila, munita di fazzoletti. Vede davanti a sé tutti i personaggi che ha conosciuto dai racconti del suo paziente, non sono più solo parole e aneddoti, sono persone vere adesso, che piangono e si consolano per la morte del loro amico. Weiss si sente sola, non c’è nessuno per lei con cui condividere i ricordi del suo paziente e insieme riderne o piangerne…ma del resto i terapeuti piangono da soli.

I pull open my file cabinet drawer and extract several charts: patients who’ve died while I was treating them over the last 20 years that I’ve been in private practice as a psychiatrist. I am gathering material to write about how therapists feel when a patient dies. I make a couple of observations.

How Therapists Mourn?
Consigliato dalla Redazione

I terapeuti piangono da soli: come può reagire un terapeuta alla morte di un suo paziente? - Immagine: 10761605
Our grief happens alone, behind closed doors.

Tratto da: New York Times

 

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La Camera ha approvato la legge sull’autismo, ma si attende il sì del Senato

Con 296 voti favorevoli e 6 contrari la Camera ha approvato la legge sull’autismo, ma al momento si attende il Sì definitivo da parte del Senato.

Il provvedimento fornisce delle disposizioni rispetto alla diagnosi, cura e abilitazione delle persone che presentano un disturbo nell’ambito dello Spettro autistico. Gli interventi previsti, secondo l’articolo 1, dovrebbero essere finalizzati a tutelare e a migliorare le condizioni di vita degli autistici, promuovendo anche un maggiore inserimento sociale. L’articolo 2 sottolinea, invece, l’importanza di aggiornare le Linee Guida sul trattamento dei disturbi dello spettro autistico, tenendo conto dei fattori fisiologici e terapeutici specifici dell’evoluzione del disturbo. L’articolo 3 ribadisce l’importanza della diagnosi precoce e del trattamento individualizzato, mentre l’articolo 4 attiene l’aggiornamento continuo delle linee di indirizzo per il miglioramento degli interventi assistenziali per i disturbi dello spettro autistico. Infine, gli articoli 5 e 6 concernono i progetti di ricerca e la clausola di invarianza degli oneri finanziari. 

Nei confronti di questo disturbo il Ministero della salute ha avuto, e continuerà ad avere, una forte attenzione: nell’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza che il Ministero ha presentato, e che attualmente è all’esame della Conferenza Stato Regioni, sono stati previsti infatti interventi per i minori con disturbi in ambito neuropsichiatrico e quindi anche per chi soffre di autismo, con nuove possibilità nelle varie aree dell’assistenza: territoriale, domiciliare e anche farmaceutica. Ora non resta che applicarli. Sicuramente quella approvata oggi – ha concluso De Filippo – è una legge programmatica, basata su queste nuove possibilità e sono certo che renderà un servizio importante e costituirà un punto di riferimento rilevante per le politiche regionali su questa materia.

 

Autismo. Anche la Camera approva la legge. Ma il testo deve comunque tornare al Senato per il sì definitivo. Ecco cosa prevede punto per punto – Quotidiano SanitàConsigliato dalla Redazione

La Camera ha approvato la legge sull'autismo ma si attende il sì del Senato

L’Aula di Montecitorio con 296 voti favorevoli e 6 contrari ha approvato la proposta di legge sull’autismo. Nel corso dei lavori sono stati respinti tutte le proposte emendative. Il testo approvato è dunque quello già licenziato dalla commissione Affari Sociali. De Filippo: “Si potranno dare risposte ai bisogni di salute di tante famiglie”. IL TESTO DELLA CAMERA (…)

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Autoregolazione del comportamento: scopi e processi di controllo reattivo (2004) – Recensione

Secondo gli autori, le persone vivono identificando scopi e antiscopi, perseguendo i primi e tenendosi lontani dai secondi. Alcuni scopi sono l’espressione di un programma biologico, altri il frutto di una ponderazione cosciente di possibili alternative, altri ancora derivano da sogni e fantasie, ma i più importanti sono quelli fondamentali per il sé.

Rosario Esposito

Il libro di Carver e Scheier sull’autoregolazione del comportamento è al tempo stesso molto interessante e molto complesso, un vero manuale di 400 pagine sul funzionamento della mente umana con tantissime conclusioni contro-intuitive e altrettante possibili applicazioni cliniche.

Il discorso parte da lontano e necessita di una piccola premessa che non si trova nel libro, ma che risulta fondamentale per capirne la portata. Nel 1943 il Consiglio Nazionale delle Ricerche della Difesa degli Stati Uniti d’America portò a lavorare insieme tre scienziati con lo scopo di trovare una soluzione alla imprecisione dei cannoni nel colpire gli aerei in movimento: Norbert Wiener, matematico, Arturo Rosenblueth, fisiologo e Julian Bigelow, ingegnere elettronico (Rosenblueth era collega di Walter Cannon e Bigelow andrà poi a costruire la macchina IAS con von Neuman). I tre scienziati conclusero che la soluzione consisteva nella capacità del cannone di correggere continuamente se stesso, colpo dopo colpo, e per fare questo inventarono un sistema che tenesse continuamente conto del feedback (retroazione) dell’esito dei proiettili. Il sistema si basava su un radar che forniva informazioni a un calcolatore sulla rotta dell’aereo nemico da abbattere, della velocità e del tempo impiegato dal proiettile a raggiungerlo. Dopo ogni colpo, il radar comunicava al sistema l’entità dell’errore di tiro, in modo che il calcolatore potesse effettuare le necessarie correzioni, il ciclo continuava finché l’obiettivo non veniva colpito. Con la conclusione di questo progetto si introdusse il concetto di causalità circolare e si gettarono le basi per quella che poi venne chiamata la teoria cibernetica.

Norbert Wiener utilizzando questa teoria cercò di fondare una scienza generale del funzionamento della mente umana (Wiemer, 1948) e tra il 1943 ed il 1956 vennero organizzate a New York, su iniziativa dello psichiatra Warren McCulloch e della Josiah Macy Jr. Foundation, dieci incontri, chiamati poi Macy Conference, proprio per poter condividere questa possibilità tra i diversi scienziati dell’epoca. Il concetto di feedback era già stato usato in precedenza (vedi il meccanismo di feedback per regolare i motori a vapore di Clerk Maxwell oppure il concetto di omeastosi di Walter Cannon), ma ora, per la prima volta, si cerca di applicare il concetto direttamente alla comprensione della mente umana.

 

Rosario Esposito Recensione Carver

 

C’erano proprio tutti a quegli incontri: Gregory Bateson, Margaret Mead, John von Neuman, Heinz von Foerster, Ralph Gerard, Kurt Lewin tra gli altri. Tra loro, ovviamente, c’erano anche Norbert Wiener e Arturo Rosenblueth che si soffermarono proprio ad illustrare il concetto di controllo a retroazione. Tra i partecipanti Gregory Bateson, antropologo e sociologo, intuì subito la possibile applicazione della causalità circolare per sottolineare l’importanza del contesto nella comprensione del comportamento umano; nacque così la teoria sistemica (Bateson, 1977). Il libro di Carver e Scheier, frutto di 35 anni di lavoro sull’argomento, vuole sottolineare l’altra faccia della medaglia, l’applicazione degli stessi concetti di causalità circolare direttamente alla comprensione dei processi mentali.

Secondo Carver e Scheier il modello cibernetico non è una metafora di come funziona la mente umana, è proprio il modo di funzionare degli esseri viventi autoregolati, compresa la mente umana. Secondo gli autori attraverso la descrizione di questi processi si descrive come l’individuo realmente si comporta e si autoregola, si colgono cioè le reali relazioni logiche fra le funzioni svolte dagli elementi.

Infatti il processo comune a tutti gli esseri viventi consiste proprio nella loro capacità autoregolatoria e questo è consentito da un costante confronto tra uno scopo (il valore di riferimento) ed i risultati del comportamento (target). Il meccanismo è chiamato controllo a retroazione ed, in questo modo, gli autori recuperano un concetto spesso trascurato dalla psicologia cognitivista, quello di motivazione. L’approccio e gli autori non si soffermano nel descrivere quali sono le peculiari motivazioni degli esseri umani (fame, sonno, riproduzione, esplorazione, attaccamento, rango, etc.), ma provano a descrivere il meccanicismo astratto che li caratterizza; più che rispondere alla domanda perché l’uomo si comporta, vogliono rispendere alla domanda quali sono le regole che segue nel comportarsi.

Provate ad immaginare il comportamento di un paziente e provate a considerare quali scopi importanti ha, provate ad ipotizzare se con il suo comportamento si sta avvicinando ad essi oppure no. Il comportamento che osservate è un continuo tentativo di riduzione (o ampliamento) di una discrepanza tra gli scopi e il risultato ottenuto. Interessante vero? Interessante perché più si descrivono i dettagli della teoria più ci sono margini di intervento. Secondo gli autori gli scopi sono organizzati gerarchicamente dove l’esito di processo può essere il valore di riferimento (un altro scopo) di un altro processo gerarchicamente inferiore (si evita così il famigerato homunculus). I feedback, d’altra parte, possono essere veritieri, ma anche distorti, veloci, ma anche ritardati o intermittenti, sensibili o poco sensibili. Le cose si complicano perché a rendere più complessa la cosa si consideri che l’insieme di scopi, feedback ed i loro parametri (sensibilità, latenza, intermittenza, velocità) possono modificarsi nel corso del tempo. La teoria più che un fotogramma che cristallizza gli elementi, appare come un video di danzatori che regolano la loro danza l’uno sui movimenti dell’altro. Se il comportamento è visto come un avvicinamento (oppure ad un allontanamento) ai valori di riferimento (gli scopi o antiscopi) tenendo conto dei feedback, gli “affetti” compaiono quando c’è una accelerazione (o decelerazione) verso il raggiungimento dello scopo. Riguardano la velocità di raggiungimento più che il raggiungimento in sè (vi dice qualcosa sui rapporti d’amore?).

Ma cosa succede se il raggiungimento di uno scopo è ostacolato? É molto importante per la salute mentale essere capaci di capire quando disimpegnarsi lì dove è necessario e impegnarsi, invece, lì dove si possono ottenere risultati, rimanere a metà strada, nella terra di nessuno, è fonte di problemi. Da quanti anni avete uno scopo che non riuscite a raggiungere? Che vogliamo fare? Nel caso lo scopo è ostacolato gli autori elencano diverse strategie: ridurre i tentativi, abbandonare il contesto comportamentale, disimpegnarsi mentalmente oppure disimpegnarsi in modo limitato. Rimandando al libro la descrizione di queste possibilità, basti qui dire che è molto importante avere delle alternative (un piano B) per gli scopi costitutivi del sé.

E la clinica? L’ansia da esame, ad esempio, può essere vista come un tentativo infruttuoso di disimpegnarsi dal compito; la depressione, invece, è connessa a una mancanza generale di disimpegno mentale dagli scopi; il comportamento disorganizzato può dipendere da diversi fattori che agiscono sulla autoconsapevolezza: la persona smette di monitore i suoi valori e le sue intenzioni (i suoi scopi) riducendo la concentrazione su di sé e causando così una cattiva regolazione del comportamento. A pagina 335 gli autori descrivono anche le regole per la costruzione e la rottura delle relazioni intime. Gli interventi clinici possono essere innumerevoli e riguardare direttamente i processi mentali (chiarire gli scopi, la loro gerarchia, la rinuncia, chiarire la qualità dei feedback, spostare l’attenzione su sé o da sé, etc.), oltre che i contenuti (rappresentazioni mentali).

In conclusione, secondo gli autori, le persone vivono identificando scopi e antiscopi, perseguendo i primi e tenendosi lontani dai secondi. Alcuni scopi sono l’espressione di un programma biologico, altri il frutto di una ponderazione cosciente di possibili alternative, altri ancora derivano da sogni e fantasie, ma i più importanti sono quelli fondamentali per il sé. Proprio gli scopi del sé (che può essere desiderato, dovuto, temuto o reale) potrebbero dare vita ad un progetto di ricerca per una teoria della personalità normale e patologica (si veda lo spunto per il narcisista a pagina 118). Proficuo in tal senso sarebbe, come già tentato da Bowlby (1980), l’integrazione tra principi della cibernetica e teoria cognitivo-evoluzionista (Liotti, 1994): nell’un caso si descrive il meccanismo generale, nell’altro si sottolineano le singole motivazioni interpersonali. Questo consentirebbe di integrare scopi psico-biologici descritti dalla teoria evoluzionista, con altrettanti importanti scopi più astratti come identità, libertà, incertezza, tra gli altri.

Il libro è molto bello e molto complesso, spesso è appesantito dal continuo soffermarsi degli autori dal confronto con le altre teorizzazioni, meglio sarebbe stato sottolineare di più le conseguenze pratiche e l’utilità della teoria. Sicuramente non è da tenere sul comodino.

 

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Teen dating violence: la violenza nelle relazioni di coppia tra adolescenti

Elena Parise, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

Le relazioni sentimentali possono presentare alcuni lati oscuri e di potenziale rischio: ne è un esempio il fenomeno dell’aggressività nelle prime esperienze sentimentali, definito nella letteratura nordamericana “dating aggression” e/o “dating violence”.

È risaputo, le relazioni romantiche e sessuali svolgono un ruolo importante nel corso della pubertà e dell’adolescenza. Esse consentono ai giovani di perseguire tutta una serie di obiettivi come la realizzazione del desiderio di intimità, di sostegno e di esperienze sessuali, nonché l’acquisizione di uno status. Le relazioni amorose favoriscono poi lo sviluppo dell’autonomia personale dal momento che i giovani possono così soddisfare il loro bisogno di comprensione e sostegno al di fuori del rapporto genitore-figlio. Spesso, la costruzione di una relazione amorosa avanza di pari passo con un rafforzamento dell’autostima e con un’immagine positiva della propria attrazione.

Certo, finora, ho presentato gli aspetti positivi delle relazioni sentimentali, sottolineando l’importante valore che esse assumono per lo sviluppo dell’adolescente e per il suo adattamento socio-relazionale. Accanto a questa dimensione, però, le relazioni sentimentali possono presentare alcuni lati oscuri e di potenziale rischio: ne è un esempio il fenomeno dell’aggressività nelle prime esperienze sentimentali, definito nella letteratura nordamericana “dating aggression” e/o “dating violence” (Wekerle & Wolfe, 1999; Menesini e Nocentini, 2008; Xodo, 2011).

Sebbene se ne parli ancora poco e, nella maggior parte dei casi, si veda approfondito per lo più il tema della violenza nelle relazioni di coppia “adulte”, si possono identificare alcuni importanti elementi che accomunano entrambi i fenomeni menzionati:
– esiste un legame emotivo tra l’autore di violenza e la vittima;
– esiste un divario di potere all’interno del rapporto di coppia;
– gli atti di violenza avvengono in un contesto che, di norma, dovrebbe infondere sicurezza e protezione.

Oltre a questi elementi in comune, però, i rapporti di coppia fra giovani si differenziano da quelli tra adulti in parte per la loro dinamica, nonché per i modelli comportamentali, sia individuali – specifici dell’età – sia indotti dalla dinamica del gruppo di riferimento (Ely, Dulmus & Wodarski, 2002).

Da un’indagine di Telefono Azzurro e Doxa (2014) su più di 1500 adolescenti italiani (52% maschi, 48% femmine) tra gli 11 ed i 18 anni, emerge come al 22,7% del campione sia capitato che il/la proprio/a partner urlasse contro di lui/lei. Il 13,9% riferisce di essere stato/a oggetto di insulti da parte del/della partner, mentre il 32,8% degli intervistati conosce qualcuno che è stato insultato dal/dalla partner.
Inoltre, un dato interessante emergerebbe in termini di epidemiologia di genere, in quanto, da tale indagine, risulta che il 7,9% dei maschi intervistati ha dichiarato di essere stato picchiato almeno una volta dal partner, a fronte del 3,3% dichiarato dalle femmine. Coerentemente con una serie di recenti studi internazionali, risulta anche in Italia una maggior percentuale di aggressioni fisiche da parte delle ragazze nei confronti dei maschi all’interno delle relazioni di coppia.
Dalla stessa indagine, poi, si evidenzia come la natura della “teen dating violence” possa essere fisica, sessuale e/o psicologica/emotiva. Vediamole nello specifico.

Fisica: avviene nei casi in cui il/la partner che ne è vittima, viene picchiato, strattonato o qualsiasi altra forma di aggressione fisica da parte del perpetratore. Il 5,7% dei ragazzi intervistati nel corso dell’indagine afferma di averne subìta.

Sessuale: avviene quando si fanno pressioni o si minaccia il/la partner per avere rapporti sessuali senza il suo consenso, nonché tutti quei casi in cui uno dei partner cerca di imporre di non usare un certo tipo di contraccettivo. È capitato al 5,7% degli adolescenti intervistati e più di 1 adolescente su 6 afferma di conoscere amici a cui è capitato.

Psicologica/emotiva: avviene nei casi in cui il/la partner aggressivo/a minaccia il/la partner o danneggia la sua autostima. Esempi di questo tipo di “dating violence” sono: chiamare con nomi che possono provocare un senso di vergogna di imbarazzo o di vittimizzazione in modo voluto e provocato;
tenere lontano il/la partner dall’affetto degli amici e dei familiari; le umiliazioni e le minacce verbali, molestie per telefono, sms, e-mail o attraverso le reti sociali (Korchmaros et al., 2013); il controllo e la limitazione della libertà di movimento del partner. A tal proposito, un terzo dei ragazzi intervistati dichiara che il/la proprio/a partner vuole sempre essere informato/a su tutto, dice loro cosa devono o non devono fare o, addirittura, vieta loro di incontrare altre persone. In questo caso, la problematica risiede nel fatto che spesso i giovani interpretano un’attenzione e un attaccamento eccessivi come una vera e propria prova di amore (Paludi, 2011).

Menzione a parte meriterebbe il fenomeno dello stalking, il quale si verifica nei casi in cui il perpetratore ricorre a minacce o molestie che causano principalmente paura nella vittima. La letteratura scientifica, infatti, definisce lo stalking come “un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di sorveglianza, di controllo, di ricerca di contatto e comunicazione nei confronti di una vittima che risulta infastidita e/o preoccupata da tali attenzioni e comportamenti non graditi” (Mullen & Pathé, 1994; Caretti, Ciulla & Schimmenti, 2011).

Successivamente, O’Keefe (2005) identifica quelli che possono essere considerati nell’individuo adolescente fattori di rischio, che possono portarlo a perpetrare il “teen dating violence” con il partner:
Abusare di sostanze stupefacenti e alcol;
– Aver avuto importanti problemi di natura comportamentali tendenti all’aggressività e al bullismo;
– Essere soggetti irascibili, in cui lo scoppio di rabbia e ira è frequente ed è difficoltoso gestirlo;
– Pensare che sia normale minacciare e manifestare comportamenti aggressivi per ottenere ciò che vogliono;
– Aver subìto esperienze negative durante l’infanzia: tra queste rientrano innanzitutto l’abuso sessuale durante l’infanzia, le esperienze dirette di violenza fisica o psichica, che comprendono anche il fatto di crescere in un contesto di violenza domestica fra genitori o fra persone di riferimento.
– Sottostare a e/o condividere norme “sbagliate” o “disfunzionali” del gruppo dei pari (ne sono un esempio i casi di amicizie con coetanei con precedenti penali).

Per quanto concerne le conseguenze della “teen dating violence”, esse possono essere molteplici, in quanto essere vittime di comportamenti violenti, offensivi o minacciosi all’interno della coppia può provocare negli adolescenti effetti negativi sia a breve sia a lungo termine: le vittime di violenza all’interno della coppia hanno, infatti, maggiori probabilità di sviluppare a loro volta comportamenti violenti, abusare di sostanze o di aver timore di rapporti stabili e duraturi. Inoltre, minare la fiducia in se stessi può portare a difficoltà psicologiche di tipo ansioso o depressivo e, nei casi più gravi, si può arrivare a tentativi di suicidio. In particolare, quindi, per quanto riguarda i ragazzi prevalgono le reazioni di tipo esternalizzante, con manifestazioni di rabbia e di collera; al contrario, per le ragazze, aver subito violenza raddoppia il rischio di andare incontro a disturbi del comportamento alimentare, depressione, attacchi di panico, nonché ideazione suicidaria (Romito, Beltramini & Escribà-Agüir, 2013).

Con la crescita, dunque, le relazioni sentimentali acquisiscono un valore più complesso: se da un lato divengono sempre più supportive, dall’altro possono connotarsi di elementi sempre più conflittuali. La trasformazione delle relazioni, che acquistano qualità come intimità, serietà e impegno, configura parallelamente anche un incremento di caratteristiche ed aspetti problematici, quali il coinvolgimento dei giovani partner in dinamiche aggressive.

 

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Segnali facciali statisti e dinamici influenzano in modo diverso la coerenza di valutazioni sociali

Daniela Sonzogni

FLASH NEWS

Gli individui sono molto sensibili a diversi aspetti del volto quando devono formare valutazioni sociali. Gli aspetti riguardanti la sfera emotiva si basano sulla muscolatura facciale che è dinamica, mentre gli aspetti della struttura del volto sono relativamente statici.

Un team di ricercatori della New York University esamina la distinzione tra questi tipi di segnali facciali indagando la consistenza delle valutazioni sociali derivanti dagli spunti dinamici contro gli spunti statici. In particolare, attraverso quattro studi con volti reali, generati digitalmente, e le decisioni comportamentali a valle, hanno dimostrato che le valutazioni sociali basate su segnali dinamici, come le intenzioni, hanno una maggiore variabilità rispetto alle valutazioni sociali basate su spunti statici come la capacità. Così, anche se la valutazione delle intenzioni varia considerevolmente attraverso differenti cues del segnale facciale, la valutazione delle abilità è relativamente fissa.

I risultati suggeriscono che utilizzando la foto di un viso, si può influenzare la valutazione che gli altri hanno dell’affidabilità di quella persona, ma la percezione della capacità del viso difficilmente viene cambiata. Questa distinzione è dovuta al fatto che il giudizio di affidabilità è basata sulla muscolatura dinamica del volto che può essere leggermente modificata: una faccia neutra che assomiglia più ad un’ espressione felice è probabilmente vista come degna di fiducia mentre una faccia neutra simile ad un’ espressione arrabbiata è più probabile venga vista come inaffidabile, anche quando i volti non sono apertamente sorridenti o arrabbiati. La percezione della capacità è tratta dalla struttura scheletrica del volto che non può essere modificata.

Nello studio sono stati impiegati quattro esperimenti in cui soggetti maschi e femmine hanno esaminato sia le foto che le immagini generate dal computer di adulti maschi.

Nel primo esperimento i soggetti hanno esaminato cinque foto distinte di 10 adulti maschi di diverse etnie. Qui la percezione di affidabilità dei soggetti varia in modo significativo: le facce dall’aspetto felice venivano viste come facce più affidabili mentre quelle dall’aspetto più arrabbiato erano viste come inaffidabili. Tuttavia la percezione di capacità o la competenza dei soggetti è rimasta statica, i giudizi erano gli stessi indipendentemente dalla foto presentata.

Il secondo esperimento replica il primo, ma qui i soggetti valutano quaranta volti generati dal computer che lentamente evolvevano da un “po’ felice” a un “po’ arrabbiato” determinando 20 diverse istanze neutrali di ogni singolo viso che poco assomigliava ad un’ espressione felice o arrabbiata. Come per il primo esperimento la percezione di affidabilità dei soggetti avveniva in parallelo all’emozione dei volti cosicché se il volto appariva leggermente più felice era più probabile venisse catalogato come più affidabile e viceversa per le facce che apparivano un po’ arrabbiate. Ancora una volta la percezione delle capacità è rimasta invariata.

Nel terzo esperimento i ricercatori hanno implementato uno scenario reale. Ai soggetti sono stati mostrati una serie di volti generati dal computer e sono stati invitati a rispondere a due domande: “Che faccia avrebbero scelto come loro consulente finanziario (fiducia), e con chi pensano ci fosse più probabilità di vincere una competizione di sollevamento pesi (capacità)?” In questa condizione i soggetti erano significativamente più propensi a scegliere come loro consulente finanziario volti che presentavano espressioni più positive o felici. Per contro, la somiglianza emotiva non ha avuto alcun effetto nella selezione dei soggetti per la vincita di sollevamento pesi, anzi, erano più propensi a scegliere volti con una forma particolare: quelli con una struttura facciale comparativamente più ampia, che studi precedenti hanno associato con abilità fisica e testosterone.

Nel quarto esperimento i ricercatori hanno utilizzato una tecnica di correlazione inversa per scoprire come i soggetti rappresentano visivamente un volto affidabile o competente e come essi rappresentano visivamente il volto di un consulente finanziario di fiducia o del campione di sollevamento pesi competente. Questa tecnica ha permesso ai ricercatori di determinare quale di tutti i possibili segnali facciali guida queste distinte percezioni senza specificare nessun segnale in anticipo. Qui, la somiglianza con espressioni felici o arrabbiate hanno guidato l’affidabilità e quindi la scelta di un consulente finanziario immaginario, mentre la più ampia struttura del volto ha veicolato la capacità ed è stato utilizzato nella scelta dei volti per un campione di sollevamento pesi immaginario.

Questi risultati hanno confermato i risultati dei tre precedenti studi, consolidando la conclusione dei ricercatori che le percezioni di affidabilità sono malleabili mentre quelle di capacità e competenze rimangono immutabili.

 

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Un buon sonno è il nuovo elisir di buona salute!

FLASH NEWS

Il nuovo elisir di lunga salute starebbe in un buon sonno.

Secondo una ricerca danese il mantenimento di una buona qualità del sonno è fondamentale per la nostra salute futura, anche perché influenza in una certa misura il nostro stile di vita: è il sonno disturbato a predire abitudini di vita non salutari, e non solo il contrario.

Il rapporto tra sonno e stile di vita è un rapporto intricato e interdipendente, e questo studio ha dimostrato che il sonno può influenzare la capacità di mantenere uno stile di vita sano. Se il sonno inizia a deteriorarsi è più probabile assumere comportamenti negativi per la nostra salute.
Ad esempio, è stato riscontrato che i fumatori che mantengono una adeguata durata del sonno hanno una maggiore probabilità di smettere di fumare negli anni successivi rispetto ai fumatori che presentano un sonno più disturbato.

E trend simili sono stati osservati riguardo ad altri aspetti dello stile di vita, tra cui una scarsa qualità del sonno sarebbe predittiva di un maggior rischio di inattività fisica e di sovrappeso.

Lo studio epidemiologico ha coinvolto un esteso numero di partecipanti (circa 35.000) dei paesi nordici seguendoli per otto anni monitorando le diverse variabili in ogni fasi di rilevazione.

 

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Perché non mi parli? Il conflitto tra genitori e figli adolescenti (2015) – Recensione

Con questo testo John Coleman, attraverso la sua vasta esperienza di lavoro con adolescenti e genitori, propone un modello per coloro che cercano consigli o sperimentano serie preoccupazioni di fronte “all’atteggiamento” del figlio quattordicenne o quindicenne.

Basato su autorevoli e recenti ricerche, “Perché non mi parli?” vuole dare un senso al mondo dell’adolescente. Le nuove conoscenze sullo sviluppo del cervello, sui pattern del sonno e sulla comunicazione si integrano con i punti di vista di ragazzi e genitori. E’ proprio grazie alle loro coinvolgenti voci che vengono trattate concretamente tematiche tipiche quali: il mondo digitale con pro e contro che ne conseguono, le amicizie e la centralità del gruppo dei pari, la sessualità, i comportamenti a rischio, il divorzio e le famiglie ricostituite, il fumo, l’alcol, la droga, l’alimentazione, l’attività fisica e altri aspetti legati alla salute.

Il testo fornisce consigli pratici e chiare indicazioni per attraversare insieme ai ragazzi questa fase di transizione e di grandi cambiamenti diventando genitori resilienti. Il messaggio dell’autore che vuole trasmettere è alquanto chiaro: una genitorialità efficace è impossibile senza la comunicazione e perché quest’ultima si possa considerare tale l’ascolto è importante tanto quanto il parlare.

Ogni lettera del modello STAGE qui descritto, rappresenta uno dei cinque elementi fondamentali della genitorialità individuati dall’autore.

– S sta per la Significatività dei genitori. Molti di loro pensano di non contare più molto, di non essere più importanti. Studi dimostrano, invece, che la loro presenza in questi anni è importante tanto quanto durante l’infanzia. Essi contano in maniera diversa, è necessario permettere la ricerca dell’indipendenza da parte dei ragazzi, processo importante per la loro crescita, ma anche essere consapevoli che i genitori rimangono le persone più significative nella vita dei giovani.

– T sta per Two-Way Communication – Comunicazione a due vie. E’ proprio assumendo un ruolo più attivo durante la conversazione (volendo parlare solo in alcuni momenti, irritandosi con le domande, volendo discutere anziché ascoltare, decidendo quali tematiche affrontare e quali no ..) che l’adolescente esprime la sua indipendenza. Egli assume il controllo della comunicazione tanto quanto i genitori ed ha bisogno della loro comprensione e del loro supporto per apprendere questa competenza.

– A sta per Autorevolezza, uno stile genitoriale interessato e coinvolto che trova il giusto equilibrio tra promuovere l’autonomia appropriata all’età e il porre i giusti limiti e confini. Il giovane ha bisogno da un lato di sentirsi apprezzato e rispettato con calore e amore e che i suoi bisogni vengano accolti, ma da un altro necessita anche di regole ragionevoli che gli diano una struttura e quindi un senso di sicurezza e contenimento in famiglia. I genitori, dovrebbero essere irremovibili e sostenersi a vicenda su poche regole sensate e non dovrebbero permettere al figlio di intromettersi tra loro. Gli adolescenti altrimenti tenderanno a sfruttare ogni divergenza tra loro!

– G sta per Gap generazionale, la diversità dell’epoca in cui sono cresciuti genitori e figli e la diversità della fase della vita che stanno vivendo. E’ inoltre molto difficile a posteriori ricordarsi di come si ha vissuto quel periodo e quindi è facile incappare in giudizi rischiando così di allontanare il giovane e di perdere influenza su di lui.

– E sta per emozioni. E’ tipico da ragazzi avere difficoltà nel gestire le proprie continue oscillazioni emotive ed è normale e comprensibile da genitori provare di conseguenza rabbia, senso di perdita, vergogna e senso di colpa. Riconoscere le proprie emozioni e saperle gestire può fare una differenza significativa nel modo in cui ci si comporterà con il proprio figlio.

E cosa dire sull’amore dei genitori per i propri figli? Parlare di amore viene molto più facile quando si pensa ai bambini piccoli e molto più difficile quando si pensa agli adolescenti. Un altro messaggio chiaro di questo libro però è che i ragazzi hanno bisogno di amore tanto quanto i bambini, anche se hanno bisogno che venga espresso in modo diverso. Per cui è fondamentale che i genitori trovino le risorse per sostenere al meglio il proprio figlio in questa fase così significativa seppur provvisoria. Sapere che altri genitori stanno attraversando queste difficoltà e soprattutto essere consapevoli con certezza di essere comunque importantissimi per i propri figli può essere un valido sostegno per non cadere nel tranello del senso di impotenza e di perdita del controllo.

 

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Terapia cognitivo-comportamentale. Approccio ai problemi relazionali e sessuali – Report dal seminario dell’Istituto Beck

Come mai, si chiede e ci chiede il prof. Mehmet Sungur provocatoriamente all’inizio del seminario, il matrimonio rimane, ancora oggi, un’istituzione popolare? In altre parole per quale motivo le persone decidono di sposarsi nonostante numerosi matrimoni finiscano in un divorzio e le predizioni di successo siano scarse, statisticamente parlando? Questo rende l’istituzione matrimoniale “la forma di istituzione volontaria più popolare nonostante gli esiti deludenti e catastrofici”.

Il matrimonio è uno status contraddistinto da vantaggi e da costi, da diritti come anche da responsabilità. Anche quando le cose non funzionano diventa difficile tirarsi fuori da un progetto in cui si è investito, specie se sono trascorsi degli anni; accade anche che alcune persone decidano, nonostante abbiano alle spalle un matrimonio fallito, di ripetere l’esperienza.

Guardando alla cosa da un altro punto di vista, vi sono anche statistiche che mostrano come le persone sposate, ovviamente nel caso di un matrimonio soddisfacente, siano più longeve, godano di miglior salute e benessere psicologico.

Per alcuni aspetti l’amore, nella sua fase iniziale, rappresenta una sorta di “disturbo visivo” che ci porta ad idealizzare l’altra persona, senza vederne i difetti; ma cosa accade quando l’incantesimo finisce? Come passare, citando Erich Fromm dall’amore romantico -ti amo perché ho bisogno di te- all’amore maturo -ho bisogno di te perché ti amo-?

Generalmente, noi impariamo a costruire la nostra relazione di coppia dai genitori, da modelli di coppie che conosciamo e dai codici culturali. Le coppie felici non coltivano l’aspettativa irrealistica che una relazione positiva sia priva di difficoltà, affrontano i problemi di coppia come una squadra, senza attribuirne la responsabilità unicamente all’altro partner, e hanno fiducia nella propria capacità di approdare ad un esito positivo. Una buona relazione di coppia necessita di momenti di separazione, in cui ogni partner ha il suo spazio distinto, di momenti di contatto e di momenti di fusione; i momenti di fusione sono particolarmente importanti quando la coppia deve fronteggiare una minaccia esterna alla relazione.

Cosa possiamo fare, in qualità di terapeuti, quando prendiamo in carico una coppia? In primo luogo, abbiamo il compito di infondere, basandoci su premesse realistiche, la speranza che la relazione di coppia possa essere migliorata. In altro modo, si tratta di veicolare l’idea che valga la pena di investire ancora nel rapporto, per quanto esso versi in una fase di crisi, piuttosto che mettere la parola fine. In linea di massima bisogna offrire una terapia che si focalizzi il più possibile sui fatti, sulle situazioni concrete, piuttosto che sul cercare delle spiegazioni al malfunzionamento della relazione; ci si concentra sul “cosa”, in modo pragmatico, non sul “perché”. Si incoraggiano i membri della coppia a smettere di cercare di analizzare e/o cercare di cambiare la personalità del partner, andando, invece, ad intervenire sulle azioni, sui modelli di comportamento ripetitivi e disfunzionali messi in atto da entrambi. È, inoltre, importante focalizzarsi sul presente e su obiettivi a breve termine nel futuro, piuttosto che sulle esperienze passate e imparare a definire con chiarezza ciò che si “vuole”, piuttosto che ciò che “non si vuole” rispetto all’altro e alla relazione di coppia.

Per quanto riguarda la formulazione degli obiettivi, è importante che essi siano concreti e verificabili, definiti in modo collaborativo da entrambi i partner, in modo che ci sia consenso reciproco. Si vuole condurre la coppia ad individuare modalità nuove, più gratificanti, di interagire.

La terapia può essere impostata:
– a livello comportamentale, cercando di migliorare la comunicazione di coppia, le abilità di problem solving e la capacità di negoziazione in modo da accrescere la flessibilità dell’interazione all’interno della relazione;
– a livello cognitivo, identificando e sottoponendo ad esame critico i pensieri automatici e le credenze disfunzionali;
– a livello sistemico, agendo sulla mancanza di cooperazione tra i partner e portando alla luce il significato latente dei pattern ripetitivi di comportamento all’interno del rapporto.

Il terapeuta si pone in una posizione esterna e decentrata rispetto alla coppia e cerca di potenziare le abilità di comunicazione di entrambi i partner, in modo da renderli migliori oratori ed ascoltatori; si chiede ai partner di comunicare tra loro in presenza del terapeuta senza coinvolgerlo nella discussione, in modo da osservare le dinamiche di coppia e da evitare di essere “triangolato”, cosa che spesso entrambi i membri della coppia cercano di fare, facendo richieste e cercando di esporre la propria personale versione del problema.

Il terapeuta, inoltre, dà dei feedback cercando di potenziare i comportamenti positivi, ad esempio : “Siete bravi a descrivere le rispettive abitudini irritanti. Siete in grado ora di descrivere cosa vi piace l’uno dell’altro?”.

Sul piano cognitivo ci si focalizza sull’assessment dei problemi della famiglia di origine e sui pensieri automatici, puntando alla modifica e ristrutturazione delle credenze disfunzionali; l’analisi dei modelli di interazione presenti nella famiglia di origine è utile per comprendere su che basi le persone hanno appreso il modo in cui entrano in relazione e le credenze implicite che determinano il loro comportamento. Le sedute sono strutturate in modo da tenere la terapia focalizzata sul raggiungimento degli obiettivi e ogni seduta comincia partendo dalla precedente e si conclude con l’assegnazione di compiti a casa.

L’assegnazione dei compiti a casa, in una cornice terapeutica di stampo comportamentale, è a fondamento anche della terapia dei problemi sessuali; il trattamento va calibrato sulle esigenze della coppia e orientato secondo il ritmo dei pazienti. Si fornisce un approccio strutturato che permetta alla coppia di identificare i fattori che mantengono in essere la disfunzione sessuale e di ricostruire la propria relazione sessuale gradualmente, tramite l’utilizzo di tecniche (stop-start, squeeze, penetrazione graduale) mirate ad affrontare problemi specifici.
Il ruolo del terapeuta è particolarmente importante quando sorgono difficoltà durante il trattamento; bisogna assicurarsi che le istruzioni siano chiare e ben comprese e chiedere feedback dettagliati all’inizio di ogni seduta.

 

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Correlati EEG dell’attività proiettiva in pazienti psicotici

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Correlati EEG dell’attività proiettiva in pazienti psicotici

Autrice: Chiara Di Giorgio (Università degli studi di Roma ‘La Sapienza’)

Abstract

La proiezione è un meccanismo di difesa in cui il soggetto attribuisce ad altri sentimenti, desideri ed aspetti propri che rifiuta di riconoscere in sé stesso. In linea con questo pensiero, alcuni autori hanno provato a spiegare i fenomeni allucinatori come la proiezione di contenuti spiacevoli e intollerabili per il paziente attraverso gli organi di senso. Un recente lavoro ha indagato in un campione di soggetti normali i correlati neurali del meccanismo proiettivo, riscontrando uno specifico pattern fronto-parietale in risposta a stimoli visivi non strutturati. Partendo dai suddetti risultati il presente studio ha lo scopo di indagare i correlati neurali dell’attività proiettiva in un campione clinico di pazienti con sintomatologia psicotica. L’ipotesi dello studio era che i pazienti psicotici mostrassero una maggiore attivazione delle aree frontali e parietali durante la presentazione di stimoli visivi non strutturati comparati con i soggetti di controllo.  I dati EEG di 8 pazienti con diagnosi di schizofrenia sono stati registrati in modo continuo a 250 HZ con il Geodesic Sensor Net a 256 canali, mentre ai pazienti veniva richiesto di attribuire un significato agli stimoli visivi presentati (strutturati vs non strutturati). Sono state analizzate le componenti temporali dei potenziali evento correlati (ERP) e la tomografia elettromagnetica a bassa risoluzione (sLoreta). L’analisi delle sorgenti (sLORETA) ha mostrato un significativo coinvolgimento delle aree fronto-temporali di sinistra ( 42,43,44 BA) durante la presentazione di stimoli visivi strutturati. I risultati hanno mostrato il coinvolgimento di tre aree specifiche, le stesse aree che risultano essere correlate alle allucinazioni verbali uditive. Le allucinazioni potrebbero venire elicitate da compiti che richiedono un minor impiego di risorse cognitive; al contrario un maggior impiego di strategie cognitive volte a disambiguare uno stimolo non strutturato potrebbero inibire la produzione spontanea allucinatoria dei pazienti con sintomatologia psicotica.

English abstract

Projection is a defense mechanism that involves taking our own unacceptable qualities or feelings and ascribing them to other people. In this context the hallucinatory phenomena could be considered as a projection of content intolerable to the patient through a sense organ. A previous studies showed that projective mechanism in healthy subjects is facilitated with non-structured visual stimuli and that a diffuse activity of frontal and parietal areas is involved during projection activity. The aim of the present study was to investigate the neural correlates of projective mechanism in patients with psychotic symptoms. The hypotheses of the study was that psychotic patients will show a greater activation of frontal and parietal areas during non-structured visual stimuli presentation compared to healthy subjects. The EEG data of 8 patients with a diagnosis of schizophrenia were recorded continuously at 250 Hz with the Geodesic Sensor Net with 256 channels while patients were asked to assign a meaning to visual stimuli presented (structured vs. not-structured). Event related potential (ERP) components and low-resolution electromagnetic tomography (sLoreta) were analysed. Source analyses (sLORETA) showed a greater involvement of the left frontal- temporal areas (left 42, 43, 44 BA) during the presentation of the structured visual stimuli. Findings show the involvement of three areas that seems to be related to auditory verbal hallucinations (AVU). AVU could be elicited by tasks that require less use of cognitive resources; differently greater use of cognitive strategies designed to disambiguate a stimulus un-structured could inhibit the spontaneous production of hallucinatory psychotic patients.

Allegato 1 (Soggetto Clinico)Allegato 2 (Soggetto di Controllo)

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Sindrome da Burn-out – CIM nr. 22 – Storie dalla psicoterapia pubblica

CIM – CENTRO DI IGIENE MENTALE #22

Sindrome da Burn-out

Che psichiatri, psicologi, psicoterapeuti e affini non brillino per sanità mentale è voce comune confermata dalla ricerca epidemiologica. Il CIM di Monticelli aveva già in passato dovuto affrontare la penosa e drammatica vicenda del dottor Altamura psichiatra e direttore generale della ASL conclusasi con l’omicidio annunciato della sua seconda moglie. Quasi sempre nelle improvvise esplosioni di follia tutti i parenti e i semplici conoscenti, intervistati dai giornalisti descrivono il soggetto come assolutamente equilibrato e l’episodio del tutto inaspettato. Si potrebbe pensare che la normalità sia prognosticamente infausta.

Non fu così nel caso di Biagioli che da alcuni mesi aveva peggiorato il suo già scostante carattere. Sempre più chiuso e maniacalmente immerso nel lavoro si avvertiva che covava qualcosa cui nessuno aveva accesso. Si trascurava anche fisicamente ed aveva allontanato persino gli amici storici. Secondo il dottor Irati che lo conosceva da più tempo degli altri senza che tuttavia fosse mai scoccata la scintilla dell’amicizia, assumeva degli antidepressivi sottraendoli dall’infermeria dell’ambulatorio ma a suo avviso avrebbe avuto bisogno di ben altro. Questo dopo lo dissero tutti sentendosi in colpa ma, a onor del vero, prima dei ben noti fatti l’unico a sostenerlo era proprio Irati. Dopo il ricovero all’ospedale di Vontano, ottenuto soprattutto con la paziente opera di Giovanni Brugnoli e Luisa Tigli che per il grande affetto nei suoi confronti volevano assolutamente evitare un T.S.O., il caso venne assegnato al dottor Luigi Cortesi con il pieno accordo dello stesso Carlo che stimava moltissimo il collega.

L’incertezza su quale diagnosi dichiarare vide fino all’ ultimo in ballottaggio “sindrome da burn out” e “disturbo post traumatico da stress. Entrambe mettevano in connessione la sofferenza di Biagioli con il suo lavoro e forse ne avrebbe avuti dei vantaggi pensionistici. Cortesi però si comportò come con qualsiasi altro paziente andando alla ricerca degli eventi scompensanti che si erano succeduti nell’ultimo anno dell’esistenza del suo capo e lo avevano sprofondato in una depressione delirante. Come al solito gli eventi scatenanti che avevano impattato su una struttura già vulnerabile erano molti. Il primo episodio era stata l’assunzione che aveva fortemente voluto di Carlotta, una sua ex paziente per un disturbo di panico adolescenziale. Si era trattato di un avviso pubblico e contrariamente alle sue abitudini aveva fatto pressioni per l’assunzione a tempo determinato della giovane.

Carlotta, 28 anni, era l’archetipo della fragilità con una storia di abbandoni infantili che l’avevano portata prima in una casa famiglia, poi in due coppie affidatarie che non l’avevano poi adottata ed infine in un collegio di suore che l’aveva ospitata fino ai 18 anni gratuitamente e poi avviata alla professione infermieristica che aveva esercitato in alcune cliniche religiose private prima di tentare l’entrata nel servizio pubblico. Era stata la badessa Suor Renata, sua amica d’infanzia ( per la precisione la prima con cui aveva provato il “gioco del dottore” forse in tal modo innescando il desiderio di consacrare la vita a Dio rinunciando agli uomini), a chiedergli di vedere questa povera ragazza squassata da attacchi di panico e paralizzata dall’angoscia abbandonica.

Fisicamente Carlotta, a dispetto del suo nome tondeggiante da benestante debuttante al ballo, era lunga, asimmetrica e con l’aspetto patito dell’orfanella. Gambe e braccia sembravano troppo lunghe e, nell’insieme, dava l’impressione di un cerbiatto appena nato che stenta a reggersi sulle zampe. Ciò suscitava in Biagioli una fortissima tenerezza e una incontenibile voglia di accudimento che avrebbero dovuto metterlo in allarme. Non era la prima volta che quello fosse il cavallo di Troia con cui erano state aggirate le sue attente difese. Un naso lungo sottile e storto verso destra separava due languidi occhi neri circondati da lisci capelli corvini che si fermavano a metà del collo modiglianesco. Somigliava fortemente, se non fosse stata per l’estrema magrezza, a Rossy De Palma una delle attrici preferite da Almodovar o, meglio ad un “head of woman” di Picasso.

Il giorno stesso che prese servizio al CIM Biagioli si pentì di averla accolta nel tentativo di dare qualche sicurezza alla sua esistenza. Notava tutto quello che faceva e la cercava continuamente con lo sguardo. Anche dopo mesi gli tornava alla mente un flash che con il dottor Cortesi avevano nominato “imprinting 1”. Carlotta si toglieva con un solo armonioso gesto lo zainetto e la giacca di jeans facendo salire improvvisamente la camicetta di cotone a fiori rossi e blu. Inaspettatamente, per una ragazza della sua età, compariva sotto una vera e propria canottiera bianca di cotone ( la maglia della salute delle nonne) che arrotolata e stropicciata di sudore lasciava intravedere in basso una carnagione rosea vellutata da una peluria bionda che si perdeva nei pantaloni larghi di lino trasformandosi di lì a poco in prorompente sedere con fiero atteggiamento antigravitazionale. Questo era solo il più ricorrente dei tanti flash che si erano stampati nella sua mente e si chiedeva se l’EMDR potesse essere utile per cancellare tali immagini ossessive.

Se ci fosse riuscito avrebbe potuto brevettare un protocollo contro le infatuazioni. Sin da adolescente aveva cercato di mettere a punto delle tecniche contro il montare inarrestabile dell’innamoramento. Ciò dimostrava che la stranezza non era conseguente alla professione ma l’aveva preceduta e forse determinata. Dopo appena una settimana notò due segni prognostici nefasti. Ragionava continuamente tra sé e sé sul fatto che non fosse poi un granchè, cercava di concentrarsi sui suoi difetti che però finiva per considerare commoventi e trovava continue somiglianze con lei nelle altre donne. Stava diventando un pensiero intrusivo che si imponeva di allontanare con il risaputo risultato di rinforzarlo. In sua assenza gli tornavano in mente tutti gli scambi che avevano avuto e si accorgeva di porre ai fatti sempre la stessa domanda “Quanto gli interesso?”. La mattina prima di arrivare al lavoro immaginava come sarebbe stata vestita, preparava le frasi che le avrebbe rivolto e cosa le avrebbe raccontato per rendersi interessante.

Ricordava a se stesso che 25 anni di differenza ne facevano il padre e che sarebbe apparso ridicolo e patetico qualsiasi tentativo di avvicinamento. Dall’altra parte sapeva anche che quando si impegnava in questi tentativi di contenimento del sentimento il guaio era già avvenuto. Come un incubo gli tornava alla mente il periodo in cui aveva conosciuto la sua attuale moglie Ornella che aveva fatto precipitare il già zoppicante rapporto con Maria, la prima moglie. Ora però c’erano due meravigliosi figli e non avrebbe retto un’altra separazione. Sarebbe certamente morto di crepacuore. Per questo negli anni si era assestato in un sereno menage che lo vedeva marito, padre devoto e amante attento e prudente di Luisa Tigli interessata quanto lui a tenere nascosta la loro storia dal carattere matrimoniale.

Carlotta era venuta a sparigliare questo consolidato equilibrio. Aveva di nuovo paura e rammentava rassegnato il verso di Lucio Battisti “ come può uno scoglio arginare il mare” preparandosi al peggio. Nella ricostruzione che ne fece con il dottor Cortesi chiamò questo periodo “il nascondimento” che fu caratterizzato soprattutto dall’isolamento. Si vergognava di parlarne persino con il suo amico Giò. Naturalmente Luisa Tigli se ne accorse ugualmente e chiese proprio a Giò di proteggere l’amico che stava correndo verso un evidente guaio. Quando fu certa, erroneamente, che Carlo e Carlotta avessero iniziato ad avere rapporti sessuali presentò domanda di trasferimento nel reparto ospedaliero al dottor Rodolfo Torre direttore del Dipartimento di salute mentale che, felicissimo di fare un dispetto a Biagioli lo accolse immediatamente. Biagioli volle precisare a Cortesi che, in verità, per il suo timore di fare una brutta figura non c’erano mai stati rapporti sessuali ma solo strofinamenti attraverso i vestiti in auto durante le visite domiciliari. Quella fu l’unica mezza verità che disse al suo curante: un vero record per un bugiardo patologico come lui.

Il trasferimento dell’ amante storica, la sua base sicura, fu per lui un altro duro colpo. Un ulteriore evento scompensante anche se in parte lo distrasse dal pensiero intrusivo di Carlotta. L’imprevisto scossone comportò, però, una insonnia resistente ai farmaci peggiorata dall’incremento del consumo alcolico. Era sempre stato un maestro nell’autoinganno. Così, anche in questa occasione, gli piaceva raccontarsi che fosse stato l’intervento dei figli Luca e Antonio a motivare la solenne decisione di tagliare con Carlotta. Preoccupati per la sua salute lo coinvolsero in un trekking di tre giorni sul Gran Sasso. Lo avvolsero di affetto ma furono anche molto crudi nel sottolineargli che stava ricoprendosi di ridicolo per una donna che poteva essere sua figlia e, a parte quell’aria da cucciolo spaurito non aveva nulla di eccezionale. Avrebbe voluto prenderne le difese ma riuscì a trattenersi. Promise solennemente guardando con vergogna negli occhi i suoi ragazzi. Chissà forse avrebbe mantenuto se non ci fosse stata la trasferta al manicomio criminale di Montelupo fiorentino. Si trattava di prendere contatti in vista della dimissione di un paziente. Un tempo sarebbe stata la classica spedizione affidata a Biagioli e Tigli, ma ora Luisa non lavorava più al CIM e la scelta di Carlo cadde sulla giovane Carlotta per farle vedere una realtà, quella degli OPG, in via di estinzione che avrebbe arricchito la sua esperienza.

Al CIM appena la macchina di servizio si allontanò verso l’autostrada iniziarono le scommesse. Certamente, dicevano i maligni, per entrare sarebbero state necessarie pratiche burocratiche che avrebbero reso necessario un pernottamento in zona. Per altri sarebbe stata la macchina a non sopportare il viaggio di andata e ritorno in un sol giorno. Oppure il paziente sarebbe stato in licenza di prova fino all’indomani. Il malore di uno dei due operatori o un piccolo incidente automobilistico erano le ipotesi meno accreditate. A vincere fu l’ipotesi della burocrazia aiutata dai due. L’ingresso fu facile ed il colloquio con il paziente immediato e proficuo. Il medico curante e il direttore dell’OPG avevano compilato tutti i documenti necessari con una efficienza inconsueta per il Lazio. Ma, per fortuna, c’era un ma. Essendo pomeriggio l’unico assente era il tecnico della riabilitazione psichiatrica che si occupava del paziente, sarebbe tornato in servizio il mattino successivo. Guardandosi dritti negli occhi decisero che non potevano fare a meno di un così prezioso contributo. Firenze era molto vicina e Carlo conosceva “La Locanda del Gallo Nero” dove, oltre ad assaggiare i piatti tipici della cucina toscana, si poteva avere, a prezzi compatibili con i rimborsi ASL, delle stanze decorose e pulite.

A Cortesi raccontò di un pomeriggio di travagliati conflitti interiori, di decisioni prese e poi ritrattate. In verità la decisione fu immediata al primo cenno di assenso di Carlotta che tuttavia voleva scaricare tutta la responsabilità sul capo. La cena fu ottima e il Chianti all’altezza della situazione. Sul seguito della nottata Biagioli fu reticente anche con il dottor Cortesi e forse soprattutto con se stesso. Per la simpatia che ci suscita rispetteremo questa sua riservatezza di maschio umiliato. Al ritorno, vilmente, lasciò che l’ironia degli altri accreditasse la tesi più scontata. Il vecchio marpione aveva ottenuto ciò che voleva per poi perdere rapidamente interesse per l’insignificante ragazzetta. Insomma proprio quella “una botta e via” che mai nella vita aveva sperimentato.

Il rimuginio autosvalutativo su questo episodio era ancora presente al momento del ricovero e si era portato appresso una slavina di altre considerazioni negative sulla sua vita che andavano via via ingigantendosi come una valanga che si autoalimenta. Tuttavia, a suo onore, Cortesi riconobbe che il dottor Biagioli non era impazzito per una donna, anzi una ragazzina. Infatti il cupo concentrarsi sui fallimenti esistenziali fu incrementato dalla richiesta dell’osservatorio epidemiologico regionale che chiese un report sugli esiti dei trattamenti degli ultimi 5 anni. Si trattava di riprendere in mano tutte le vecchie cartelle e valutarne l’esito, un lavoro pesante e noioso da fare come al solito in tempi brevi. Biagioli che aveva molte ferie arretrate si chiuse in casa sommergendola di cartelle e limitandosi a passare al CIM ogni tre giorni per firmare le carte più urgenti. A dirigere l’attività clinica lasciò la dottoressa Mattiacci, felice di mostrare il suo valore di capo. Luca e Antonio erano contenti della decisione del padre di stare a casa per un periodo e se ne attribuivano orgogliosamente il merito per l’intervento sul Gran Sasso. Ornella che non amava averlo tra i piedi per casa aveva ampliato i suoi turni nel reparto di pediatria. Non si spiegava perché i ragazzi la sollecitassero a prendersi del tempo e fare cose insieme al padre. Regalarono loro biglietti per il teatro Sistina ed un week end in Umbria acquistato su Groupon. Nella mente di Biagioli il posto progressivamente lasciato vacante da Carlotta e da Luisa non veniva però riconquistato da Ornella che al tempo di Maria ne era stata imperatrice assoluta. Erano piuttosto i fantasmi che uscivano dalle cartelle cliniche a ripopolarlo minacciosi.

Nella ricostruzione fatta con il dottor Cortesi chiamarono questo periodo “la pressurizzazione” che esprimeva la sensazione di Carlo del progressivo incremento di una intollerabile pressione interna. Le cose forse sarebbero andate diversamente se in quella fase avesse avuto una valvola come le pentole, ma lo sfogo con gli altri era precluso dalla vergogna. Solo per ore nel suo studio si chiedeva se tra le vittime della sua cattiva attività clinica oltre ai numerosi suicidi dovesse mettere anche i 77 gatti di Cristina Forni e il povero cane impiccato di Alessandro Pezzato. Aveva negli occhi il suo corpo penzolante col filo di ferro stretto al collo e le feci a terra sotto di lui. Povera bestia! All’Osservatorio epidemiologico regionale non sarebbero interessati ma lui li aveva sulla coscienza. Ricordava perfettamente i volti della vecchia Cristina Forni che era stata la prima, della fragile Violetta che gli ricordava Carlotta e del giovane Mario bello come James Dean. Il fantasma più fastidioso, come da vivo, era quello di Dante il fratello alcolista di Gilda morto in ambulanza con a fianco lei ed il suo amico Giò al cui funerale c’era il CIM al completo, la sua vera famiglia. E dove mettere Clotilde schiantatasi a 180 KM/h con la sua Honda? o Olly crivellato di colpi da una banda rivale? e Salvatore Misano giustiziato con sodomia esplosiva dal padre di un bambino da vendicare? Quante di queste morti, anche se nessun giudice lo avrebbe mai condannato, erano da attribuire alla sua incompetenza e superficialità! Per fortuna Alberto il pilota scomparso in una base del circolo polare artico non rientrava ufficialmente nella categoria “suicidi” ma questo valeva solo per la statistica. Se alcuni di questi erano chiaramente soltanto dei suoi scrupoli interiori di cui parlare col suo supervisore o, per come andarono effettivamente le cose, con il suo psichiatra curante il dottor Cortesi, di altri fatti era certamente colpevole e forse persino penalmente perseguibile. Non sarebbe dovuto intervenire con più decisione agli spaventati appelli della quarantenne Livia sua amica e seconda moglie di Altamura evitandone la morte violenta, avendo per altro da sempre nutrito dubbi sullo strano suicidio di Armida la prima moglie? Non era forse possibile che la signora Olga Simoni, rimessa in libertà grazie alla sua perizia compiacente, imperversasse in questo momento nel continente africano dove la sua missione di angelo della morte che pacifica ogni dolore avrebbe potuto concretizzarsi in stragi di bambini innocenti?

Altro che resoconti epidemiologici per la Regione. Ebbe il sospetto prima, la certezza poi, che quella fosse l’ultima possibilità che gli era offerta. Volevano vedere (l’utilizzo del “loro” per indicare gli altri segnava il preciso punto di ingresso nel delirio paranoico, avrebbe detto se si fosse trattato di un altro) se si fosse pentito da solo, spontaneamente, prima di doverlo fare schiacciato dalle prove. Da un giorno all’altro gli sarebbe stato consegnato il mandato di cattura da un giovane appuntato dell’Arma, orgoglioso per un arresto tanto importante (il narcisismo trovava comunque modo di far capolino). In genere ciò avviene alle prime luci dell’alba. Sperava fosse una notte di turno in ospedale per Ornella. Per risparmiare il brutto spettacolo ai ragazzi, aveva preso l’abitudine di alzarsi alle 4 del mattino e aspettare il compiersi del suo destino frugando al computer sui giornali locali i più interessati a vicende di questo genere. Le settimane passavano senza che nulla accadesse tranne il montare di una angoscia incontenibile che gli faceva preferire qualsiasi conclusione purchè tutto avesse presto fine. Aveva pensato di costituirsi per evitare le manette e le sirene spiegate. Quando ne parlarono Cortesi gli fece notare come anche in questo si esprimesse il suo “fottuto narcisismo” ( disse proprio così dando probabilmente voce più al dipendente di Carlo che all’attuale ruolo di curante). Fantasticava il suo arresto come quello di Bernardo Provenzano con un dispiegamento di forze pari a quelle utilizzate dal pentagono per la cattura vivo o morto ( meglio la seconda delle due) di Bin Laden. Per evitare conflitti a fuoco e vittime incolpevoli si aggirava gran parte delle vuote mattinate intorno al palazzo di giustizia di Vontano in attesa di una incruenta cattura.

Durante quell’inconcludente girovagare in attesa del compiersi del suo destino incontrò l’avvocato Vincenzo Sarno un ex compagno di liceo che non vedeva dai tempi della vicenda di Villa Santovino quando gli aveva dato alcune dritte che si erano dimostrate efficaci. Gli parlò della sua intenzione di costituirsi. Ai tempi del liceo il Sarno, figlio unico del principe del foro Salvatore Sarno e per questo destinato ad una brillante carriera a dispetto degli evidenti limiti intellettivi, gli stava assolutamente sulle palle. La bellezza aiutata dall’abbondanza di denaro lo rendeva competitivo e inviso agli altri maschi nonostante la goffagine interpersonale. Per tentare di risultare simpatico si vantava di conoscere i segreti più intimi degli altri e li divulgava. Ciò gli aveva meritato il soprannome di “amplificatore” e lo aveva progressivamente isolato. Brillava anche per totale assenza di empatia come fosse del tutto privo dei non ancora scoperti “neuroni specchio”. Non riusciva a cogliere gli stati d’animo altrui e aveva una capacità di comprensione psicologica pari ad un aspirapolvere spento.

Ebbene persino l’ottuso Vincenzo Sarno di fronte alle dichiarazioni di Biagioli circa le sue colpe e l’intenzione di costituirsi si allarmò. Considerato che la loro conversazione non era coperta dal segreto professionale chiamò Brugnoli che sapeva essere intimo amico di Carlo per esprimergli le sue preoccupazioni. In effetti nessuno al CIM si era reso conto di quanto la situazione stesse precipitando. Quando passava per firmare le carte più urgenti Carlo scambiava poche parole, si informava sommariamente dei casi più gravi e fuggiva immediatamente. Il deterioramento igienico era evidente ma giustificato come la trascuratezza nell’abbigliamento dal fatto di non uscire praticamente di casa. La verità è che non si vuole vedere la gravità nelle persone che si hanno a cuore ed è proprio per questo che è buona norma non curare amici e parenti. Si nega l’evidenza che persino il cecato Vincenzo Sarno aveva avvertito. L’evidenza che sarebbe saltata agli occhi di qualsiasi psichiatra estraneo era che il dottor Biagioli stava precipitando in una depressione profonda con aspetti francamente deliranti e un consistente rischio suicidiario. Il momento peggiore era al risveglio mattutino precocissimo intorno alle 3, 3 e mezzo. Inarrestabile gli scorreva in mente il film in bianco e nero della sua esistenza che gli appariva vuota, inutile, senza senso passato nè futuro. Cercava di opporsi al flusso magmatico di autodenigrazione elencando sul piano professionale le cose fatte, gli indubitabili risultati raggiunti, da dove era partito e dove era arrivato. Il disgusto per sé non recedeva di un passo. Le colpe maggiori le riferiva all’ambito affettivo dove si rimproverava superficialità e incapacità di sentimenti autentici. Gli sembrava di aver causato sofferenze gratuite a tutte le persone che lo avevano amato. Si sentiva come un insaziabile predatore che alla fine di una caccia spietata rimane solo in un deserto di carcasse putrescenti e l’incolmabile pancia vuota. Quasi a discolparsi elencava le diagnosi che si attribuiva ( borderline, antisociale, narcisista maligno) e quanto altro potesse attribuire ad una incolpevole malattia il suo abietto comportamento ( sperava fosse riconosciuto almeno parzialmente non in grado di intendere e di volere).

Ma il senso di ontologica indegnità non se ne andava mai. Tutt’al più poteva essere accantonato da quando con una doccia dava inizio alle attività frenetiche e inconcludenti della giornata e giungeva all’appuntamento delle 8.00 con la prima dose di benzodiazepine e soprattutto alle 10.00 con il primo Martini della giornata. Al massimo all’ora di pranzo la sobrietà era definitivamente perduta fino alle 3,00 del mattino successivo. il bere e il trascinare così le sue giornate erano un ulteriore motivo di disprezzo di sè. Ornella che da tempo si era accorta, tra un turno in ospedale e un altro, del malessere del marito gli aveva suggerito di riprendere la terapia tentata qualche anno prima. Si era sentita rispondere che non credeva in quelle cose nonostante le avesse mendacemente proposte agli altri per una vita intera. Le disse che se anche fosse stato possibile cambiare non ne aveva più voglia. Era troppo tardi per diventare un altro migliore, per gioire della vita. Ormai non doveva mancare molto e non se la sentiva di deludere tutti smontando il castello di falsità che aveva costruito. Nella prossima esistenza si sarebbe comportato diversamente ma per questa volta era andata così, non aveva saputo far meglio. Aspettava solo che calasse il sipario. Con lei e con i figli aveva un atteggiamento eccessivamente accondiscendente come a chiedere continuamente scusa. Nonostante tutti in famiglia lo rassicurassero continuava a ripetere che il danno provocato era irreversibile, non si poteva tornare indietro e non era possibile risarcimento o riparazione. Il corso delle cose era stato da lui irrimediabilmente deviato. Non era in suo potere far nulla per rimediare. Restava solo la sterile espiazione. Ornella gli leggeva negli occhi questo pensiero e si angosciava per le conseguenze sui figli. Fu per questo che decise di andare personalmente al CIM per capire quanto i colleghi fossero consapevoli della gravità e cosa intendessero fare. Era persino disposta ad una tregua transitoria con Luisa per il bene di Carlo. L’apprendere del suo trasferimento da un lato la rincuorò per non doverla incontrare, dall’altro le sollevò lo sgradevole dubbio che la crisi del marito fosse dovuta proprio a quel distacco.

Di Carlotta al contrario ignorava l’esistenza e si meravigliò molto dell’insistenza con cui la ragazzina chiedeva notizie del marito. Ornella partecipò ad una vera e propria riunione clinica sul caso in cui si doveva decidere la sorte psichiatrica del capo degli psichiatri momentaneamente fuori di testa. Brugnoli, troppo amico per non finire nel ruolo del medico pietoso…… sosteneva che bisognasse tentare un trattamento domiciliare e si offrì di ottenerne da Carlo il consenso. Per Irati non c’era altra soluzione che un ricovero che caldeggiava la stessa Ornella senza perdere altro tempo. Irati propose la Clinica “Castello della quiete”di Roma dove aveva delle conoscenze e il ricovero sarebbe potuto rimanere riservato. Cortesi disse che Carlo non avrebbe mai voluto andare in privato e si sarebbe voluto ricoverare proprio nel suo SPDC di Vontano. Per salvare la faccia magari si sarebbe potuto sostenere che il capo aveva voluto ricoverarsi per un periodo al semplice scopo di osservare le dinamiche interne al reparto e gli scostamenti dalle procedure di eccellenza in modi da migliorarne l’efficienza. Insomma si poteva sostenere che non di ricovero si trattasse ma di una sorta di ispezione interna ( come il ricovero in manicomio di Jasper o la beffa di Rosenham agli ospedali psichiatrici statunitensi). La figura di Carlo ne sarebbe uscita persino rafforzata.

A questa ipotesi si oppose con fermezza Brugnoli. Carlo non avrebbe mai voluto che la sua malattia mentale fosse nascosta come si trattasse di una vergogna: avevano sempre combattuto contro lo stigma. La delegazione incaricata di comunicare la decisione a Carlo non come suggerimento ma come risoluzione non negoziabile presa per il suo bene e per quello dell’intero servizio fu scelta per votazione e tra mille incertezze. La composizione prevedeva cinque membri. La dottoressa Mattaccini in veste di responsabile pro tempore del CIM nominata dallo stesso Biagioli. Brugnoli e Gilda in quanto amici più fidati di Carlo e con un certo ascendente su di lui. Luigi Cortesi scelto come il terapeuta che avrebbe seguito Carlo durante il ricovero e si sarebbe trasferito in SPDC. Luisa Tigli che, rassicurata dal mancato rinnovo del contratto di Carlotta e sinceramente preoccupata per le notizie che arrivavano in ospedale sulla salute di Carlo, si disse felice di potersi prendere cura del suo Carlo nel reparto in cui da qualche mese lavorava. Ornella e soprattutto i figli temevano una reazione molto negativa del padre nel momento in cui si fossero presentati i colleghi del CIM per comunicargli che, non se ne rendeva conto ma era ufficialmente matto e se non lo avesse capito gli avrebbero fatto un TSO. Luca temeva un gesto eclatante come un tentato suicidio o più probabilmente una fuga e già immaginava la notorietà che gli avrebbe dato la partecipazione in prima serata a ”Chi l’ha visto??” per lanciare accorati appelli per un pronto ritorno del padre. Nonostante i successi scolastici non aveva mai del tutto rinunciato al sogno di un facile successo nel mondo dello spettacolo. Antonio invece immaginava un TSO piuttosto movimentato e l’insopportabile vergogna che avrebbe coperto l’intera famiglia. Entrambi preferirono non esserci.

Ad aprire la porta alla numerosa delegazione restò la sola Ornella, peraltro indispettita dall’aggiunta di Luisa quantunque sapeva potesse essere decisiva. Passata l’emergenza avrebbe fatto pulizia anche su questa annosa vicenda. Biagioli li fece accomodare in soggiorno e servì personalmente ad ognuno le bevande che sapeva preferire. Nell’ascoltare i loro discorsi imbarazzati, le frasi smozzicate, le reciproche interruzioni e i goffi passaggi di testimone nei momenti in cui bisognava esprimere i concetti decisivi e più duri il suo volto si faceva sempre più rilassato. Li aveva accolti con lo sguardo torvo e allarmato di chi si sente minacciato. Ora la tensione andava sciogliendosi quasi in un sorriso. Brugnoli immancabile ottimista quando si trattava dell’amico arrivò a pensare che si trattasse di uno scherzo. Biagioli si sarebbe messo a ridere confessando di aver inventato tutto e poi li avrebbe rimproverati per il ritardo nell’intervento. Avevano fatto passare troppo tempo e se si fosse trattato di un paziente vero chissà cosa sarebbe potuto succedere. Infine avrebbe concluso con aria paternalistica che non poteva ancora lasciarli soli e gli toccava lavorare ancora per chissà quanti anni, felice di sentirsi indispensabile. Non era così o se lo era nessuno lo seppe mai. Tuttavia realmente con il passare dei minuti Carlo si rasserenava e tornava ad essere quello di sempre.

Chi si incupiva progressivamente era piuttosto Ornella che aveva messo in relazione, come avrebbero fatto malignamente gli altri colleghi rimasti al CIM in attesa di notizie pronti ad un intervento muscolare se si fosse reso necessario, il rifiorire di Carlo con il ritorno di Luisa. Il calore affettuoso che lo circondava sciolse il delirio come neve al sole d’agosto. Carlo ripercorse in senso inverso in meno di un’ora la costruzione del delirio di indegnità e di colpa che lo aveva impegnato negli ultimi mesi. Di fronte alle attestazioni di stima e soprattutto di affetto dei colleghi i fantasmi dei pazienti suicidi si dissolsero e le paure paranoiche di un arresto con conflitto a fuoco lo fecero sorridere.

Effettivamente era proprio impazzito e loro stavano lì a certificarlo. Meno male. Non era gradevole scoprirsi pazzo e giurò che si sarebbe fatto curare ma, in compenso, era meraviglioso che tutte quelle cose non fossero vere. Almeno non del tutto, suggerì una vocina residua. Convenne con gli altri che gli serviva un momento di stacco da dedicarsi per capire cosa diavolo gli fosse successo e perchè. Carlotta non ricordava quasi più chi fosse, non poteva essere stato a causa sua tutto questo casino. Mentre preparava la valigia con il minimo indispensabile per l’igiene e qualche libro da studiare sempre in arretrato pensò che era contento che a guidarlo in questa scoperta delle parti più fragili e imputridite di sé fosse quella brava persona di Luigi Cortesi, uomo di poche teorie e tanta amorevole curiosità. Volle andare con la sua auto che tanto aveva il permesso di parcheggio all’interno dell’ ospedale. Al CIM rinfoderarono i muscoli e abbassarono il livello di allarme.

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