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La casa: luogo di protezione o di disamore?

La casa non dà solo protezione, ma anche amore e calore. E quando questo manca si ha tristezza e depressione. È la condizione del disamore, in cui l’ambiente protettivo è presente e non è contrastato il bisogno esplorativo del soggetto, ma il tutto è fornito in un’atmosfera di deprivazione emotiva, il cosiddetto neglect, di affettività distante e non calorosa e in cui i contatti corporei sono rari e impacciati.

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 2/04/2016 

 

Nella casa viviamo e facciamo economia, è amministrazione e cura delle cose domestiche; in casa familiarizziamo con l’ordine e in quest’ordine, nei casi migliori, troviamo una base sicura indispensabile per le più ardite esplorazioni. Con un tetto sopra la testa cresciamo e impariamo quella fiducia in noi stessi che ci rende capaci di varcare l’uscio e di portarci la casa e la sicurezza nel cuore, lasciando alle spalle il nido. Senza una casa che ci abbia accuditi non possediamo questa sicurezza che ci rende forti. Diventiamo invece vulnerabili alle offese del mondo. Per questo i rifugiati fuggono da una casa matrigna e cercano altrove quella sicurezza che non hanno trovato nella loro terra.

Gli psicologi, nel loro gergo non sempre amichevole, chiamano questa debolezza del cuore “vulnerabilità emotiva”, in lingua barbara emotional vulnerability. E questa vulnerabilità si cristallizza in una visione di sé indebolita e ferita, facile al tremore e al panico. Il disturbo da panico è proprio il malanno di chi non ha questa zona confortevole del sentire interiormente che da qualche parte c’è una casa che ci aspetta accogliente, un luogo protetto in cui la sicurezza personale sia garantita e in cui siano presenti genitori in grado di fornire nutrimento e accudimento. Priva di questo, la persona si sente vulnerabile e non protetta fisicamente. È possibile che questa debolezza sia legata a reali esperienze traumatiche, un clima in cui la persona ha vissuto i genitori e/o le esperienze di vita come pericolose e in cui ha provato un vero senso di minaccia al senso di sicurezza, come accade a chi proviene da zone di guerra oppure ha provato sulla sua pelle la violenza in famiglia. La minaccia al bisogno di sicurezza e protezione ed esperienze emotive di pericolo di vita estreme e insostenibili, di fronte alle quali l’individuo è impotente, può portare a provare stati terrificanti di panico e paura paralizzante, il cosiddetto freezing.

La casa non dà solo protezione, ma anche amore e calore. E quando questo manca si ha tristezza e depressione. È la condizione del disamore, in cui l’ambiente protettivo è presente e non è contrastato il bisogno esplorativo del soggetto, ma il tutto è fornito in un’atmosfera di deprivazione emotiva, il cosiddetto neglect, di affettività distante e non calorosa e in cui i contatti corporei sono rari e impacciati. Può dipendere –ma non necessariamente- da un’esperienza di genitori “freddi” ed emotivamente troppo distaccati. La persona si vede e si sente non amata, triste e vuota.

In altri casi, invece c’è protezione e calore, si cresce in un ambiente personale sufficientemente sicuro, caldo, accogliente e rassicurante, ma manca un terzo elemento, anch’esso importante. Ed è l’incoraggiamento a esplorare, a uscire di casa, a sentirsi al sicuro anche fuori. I genitori sono stati presenti, protettivi e accoglienti ma non hanno offerto modelli per affrontare il mondo perché troppo ansiosi e iperprotettivi. Ricerche sulle storie familiari hanno messo in luce la possibilità di una trasmissione dell’ansia per passaggio esplicito d’informazioni (“non uscire, fuori è pericoloso!”) o indirettamente, con il brutto esempio di un atteggiamento sempre allarmato e timoroso di uscire di casa ed esplorare il mondo.

Infine, vi è un quarto caso, in cui l’ambiente accudente e protettivo è presente e le funzioni esplorative non sono state contrastate ed è perfino presente un certo calore affettivo. Tuttavia, è anche presente uno stile gravemente criticante, controllante e oppressivo in cui i valori di autocontrollo morale sono trasmessi e vissuti in maniera oppressiva, colpevolizzante e punitiva. La persona ha una percezione diretta dei genitori come critici e frustranti oppure l’ha ricevuta indirettamente attraverso l’obbligo di adesione a norme morali rigide e tende a giudicarsi incompetente, inferiore, stupida, umiliata, indegna moralmente e colpevole.

La casa ha dunque le sue pene e le sue gioie, anche psicologiche. O soprattutto psicologiche: essa può essere prigione o conforto, fonte di forza o debolezza, principio di libertà o di oppressione, insegnamento di spirito critico o di sottomissione. Se siamo fortunati, la casa è una benedizione di cui non si è mai abbastanza riconoscenti. Altrimenti, meglio dimenticarla e tentare di cavarsela senza, o meglio cercare di crearne una migliore altrove.

Cyber pedofilia: una minaccia virtuale ma reale, a partire dai Social Network

Prescindendo nella seguente riflessione dalle ripercussioni cognitive, emotive, sociali e culturali dell’inserire in Rete foto dei propri figli durante l’infanzia e la prima adolescenza, consideriamo il rischio principale per la sicurezza dei bambini online: la cyber pedofilia.

 

 

Bambini e ragazzi nell’era digitale

Se nei primi anni Duemila, in parallelo alla diffusione domestica di Internet, la problematica era oggetto di disquisizioni mediatiche e dell’allarmismo dei mass media, adesso dando per assodata la diffusione capillare del mezzo – pensiamo ad esempio agli smartphone e a come hanno rivoluzionato il nostro connetterci, ora istantaneo e accessibile in qualunque luogo e a qualsiasi ora, al di là della locazione fisica del modem – questo dibattito sembra passato in secondo piano.

Indubbio è il cambiamento generazionale. Sembra un luogo comune ma i bambini di oggi sono diversi dai bambini di ieri, più avvezzi a manipolare i sistemi informatici in modo inferenziale e senza passare per libretti di istruzione, così come più informati e precoci rispetto alla sfera della sessualità: non è un caso dunque che nell’ultimo decennio, anche l’età dei bambini target per episodi di cyber pedofilia sembri essersi abbassata.

In ogni caso il pericolo non è da sottovalutare per i ragazzi tra gli undici e i quattordici anni in poi, già dotati (a seconda delle regole delle specifiche piattaforme sociali) di account e alter-ego virtuali, sebbene la situazione di maggiore rischio riguardi le generazioni ancora più giovani, che non sperimentano (nella maggior parte dei casi) accesso diretto alla Rete. E allora come fanno a cadere nel pericolo cyber pedofilia?

 

 

Come si cade nella trappola della cyber pedofilia

Il discorso è molto semplice: sono gli adulti stessi a creare, senza volerlo, i presupposti affinché la Rete della cyber pedofilia raggiunga la quiete della nostra condotta online di fratelli, zii, genitori, nonni, baby sitter, maestri di scuola, educatori. Come? Quello che per noi è un semplice gesto di condivisione di un contenuto video o foto, per esibire l’immagine di una famiglia socialmente desiderabile o richiamare l’attenzione di parenti e amici lontani sul proprio quotidiano, per il cyber pedofilo è, come si è soliti dire in gergo popolare, ‘manna dal cielo’.

Molte volte la condotta criminale si esaurisce nello scaricare di nascosto immagini e file video dalle community e dai Social (non è reato se tali contenuti non sono protetti da specifiche impostazioni a tutela della privacy) per poi pubblicarle su siti dedicati allo scambio o alla vendita di tale materiale. Secondo una stima di Australia’s new Children’s eSafety (2015), i cyber pedofili sono atti a dowloadare e postare altrove scatti agli occhi del resto della popolazione alquanto innocenti di bambini al mare, nella vasca da bagno, immortalati svestiti o semi-svestiti.

 

Cyber-pedofilia: il ruolo delle condotte genitoriali

Il pericolo più grande per i bambini di oggi, dunque, ancora prima della cyber pedofilia, è l’irresponsabilità insita nella condotta degli adulti di riferimento quando si tratta di vivere la virtualità in modo diligente e tutelante l’intimità di chi è chiamato in causa senza poter nemmeno ancora scegliere.

Negli ultimi mesi ad esempio, si è parlato molto criticamente delle catene di Sant’Antonio, spesso regionali ma anche nazionali, che sui Social portano mamme e papà a condividere su nomination scatti dell’infanzia dei figli.

La Polizia Postale è intervenuta celermente a proposito, richiamando alla prudenza rispetto al fenomeno di febbrile condivisione, invitando gli adulti a riflettere su una questione molto semplice: che fine faranno quelle foto?

Ulteriori problematiche sorgono quando il livello di condivisione-vendita del materiale pedo-pornografico online non è più sufficiente a sedare la ricerca parafiliaca del pedofilo: è in questo assetto psichico che dal godimento scopico, il soggetto passa all’atto ricercando attraverso il cyber-spazio un oggetto concreto.

 

 

Analisi psicologica del cyber-pedofilo

Molte sono le teorie psicologiche e psicodinamiche volte a spiegare tale parafilia: problematiche edipiche, idealizzazione materna, vittimizzazione da parte di un soggetto che è stato a sua volta vittimizzato e dunque identificazione con l’aggressore. Il primo passo per capire qualcosa del funzionamento mentale del pedofilo, tuttavia, è considerare che la sessualità adulto-genitale non è stata raggiunta nella storia psicosessuale individuale.

L’intimità con un altro adulto, eterosessuale o omosessuale, provocherebbe nel pedofilo una quota di terrore ingestibile, soverchiante: la pulsione deve essere deviata su una meta più accessibile in quanto avvertita come meno minacciosa. Il bambino, come idealizzazione dell’innocenza perduta, come oggetto passivo e certamente innocuo.

La Rete ha offerto al pedofilo un mezzo per muoversi nella società, spiando in casa del prossimo senza essere visti. Da una stima del programma OLDPEPSY (On Line Dectected Pedophilia Psychology), giunto anche in Italia, risulta ad esempio che nel nostro paese il maggior numero di episodi di cyber pedofilia si concentri in Lazio e in Lombardia, che l’età media sia compresa dei pedofili tra i venticinque e i trent’anni, che il livello di istruzione di tali individui sia medio-alto.

Con i filtri assai blandi con cui Facebook e altri Social Network permettono di stringere amicizia ed accedere ai contenuti privati tra utenti, se non siamo diffidenti o al contrario ingenuamente ottimisti sulla tecno-mediazione nei rapporti interpersonali e sulla condotta del genere umano in senso lato, è possibile che la minaccia cyber pedofilia sia più vicina di quanto si pensi. Da lì, risalire ad informazioni personali sulla famiglia dell’utente online, al seguirne gli spostamenti offline il passo è breve.

 

 

Cyber pedofilia: il grooming

Quando invece il cyber pedofilo cerca contatto online direttamente con il bambino-adolescente dotato di un proprio profilo, utilizza una strategia denominata Grooming (verbo con varie traduzioni tra cui ‘disporre’, richiamando ad un’asimmetria relazionale di potere tra adescatore e vittima, dove il primo tesse il tessuto emotivo per preparare l’abuso da agire) dalle sfaccettature variegate seppur con alcune caratteristiche comuni e ripetute.

Trasversalmente al sito in cui si verifica, il Grooming necessita una funzione di Chat (messaggistica sincronica, istantanea) per poter innescare un contatto interattivo e dinamico con la vittima di cyber pedofilia. Viene ad instaurarsi, in un tempo che può variare da poche ore a settimane, un rapporto di fiducia: il malintenzionato può utilizzare una foto profilo non corrispondente al proprio aspetto (il poster di un idolo delle teen-agers, il personaggio di un cartone animato, la foto di un coetaneo, ecc.), promettere oggetti concreti desiderati dalla vittima, richiedere l’invio di foto particolari, richiedere descrizioni fisiche e sull’abbigliamento indossato, fino alla fatidica domanda: sei in casa da solo/a?.

No, non stiamo parlando di un film thriller, come il drammatico Trust (2010) ma di una possibile minaccia che spesso viene dai più ignorata o sottovalutata. Internet sembra infatti, involontariamente, aver offerto una nuova casa per la mente anche a soggetti che presentano questo genere di parafilia: la possibilità di trovarsi per lo scambio di contenuti ha fatto si che, tra gli anni Novanta ed oggi, i cyber pedofili si unissero in siti e piattaforme molto potenti dal punto di vista di affiliazione e costituzione identitaria.

 

 

Gli esiti dell’utilizzo della rete da parte dei cyber pedofili

Su Internet il pedofilo incontra un minor grado di controllo e vigilanza sui suoi agiti rispetto alle situazioni ad interazione sociale diretta e può addirittura, anonimamente, promuovere la propria ideologia in opposizione ad una società interpretata come eccessivamente moralista e sessuofobica, repressiva per i bambini e i ragazzi. Su siti di cyber pedofilia compaiono sconvolgenti testimonianze ed interviste a favore del movimento cyber pedofilo, laddove in un gioco medieval-carnevalesco di stravolgimento del mondo, i cyber pedofili sarebbero invece dalla parte dei bambini, per liberarli da costumi culturali eccessivamente oppressivi dal punto di vista sessuale.

Allucinante, vero? Il trasloco, parziale, dell’umanità online, ha creato anche questo e le potenziali riflessioni a proposito sono innumerevoli.

Occorre però ricordare che la lotta alla cyber pedofilia è combattuta assiduamente e con tenacia dalle forze dell’ordine. L’ostacolo è spesso rappresentato dai siti stessi, auto-alimentatisi fino a divenire colossi di tutela legale per i cyber pedofili, come nel caso NAMBLA (North America Men and Boy Love Association): le quote di iscrizione raccolte, dalle cifre decisamente alte, hanno mobilitato veri e propri patrimoni indirizzati alla tutela legale dei contribuenti.

 

Cosa fare per proteggere i più piccoli?

Cosa si può fare, allora, se il fenomeno cyber pedofilia è in sedimentazione ed evoluzione, guadagnando spazio all’interno della Rete?

La parola chiave, apparentemente banale è responsabilizzazione, su due livelli:

  • un primo livello pragmatico, inerente l’informazione e l’utilizzo da parte degli adulti di software e sistemi operativi impostati appositamente per la protezione dei minori;
  • un secondo livello di maturazione della consapevolezza dei rischi reali su Internet, che non si sono affatto minimizzati con la diffusione capillare del mezzo, tutt’altro! Occorre dunque tornare a ricalcare un limite che sembra essere sbiadito e di cui numerosi psicologi e psicoanalisti parlano: quello che può derivare solo dal ripristino di una funzione genitoriale autorevole (non autoritaria) capace di prendere per mano le generazioni precedenti e fare da guida, per districarsi nelle cyber-trame della Rete, a volte stupefacenti, altre volte, come nel caso della cyber pedofilia, altamente pericolose.

Epilessia e impatto sulla qualità della vita

Negli anni sono emersi numerosi fattori di rilievo per meglio comprendere i fenomeni interconnessi con la patologia epilettica, specialmente per quanto riguarda le conseguenze sulla qualità della vita (QOL) della persona con epilessia.

 

Ricerche sull’epilessia: la qualità della vita

Nel corso degli anni è stato prodotto un enorme numero di ricerche sui correlati psicologici dell’epilessia. Esistono numerose riviste scientifiche che raccolgono le voci dei ricercatori impegnati in tutto il mondo su questo fronte, come Epilepsy & Behavior, Epilepsia, Epilepsy Research, Seizure, Journal of Neurology. Negli anni sono emersi numerosi fattori di rilievo per meglio comprendere i fenomeni interconnessi con la patologia epilettica, specialmente per quanto riguarda le conseguenze sulla qualità della vita (QOL) della persona con epilessia, per esempio lo stigma, l’adattamento, i correlati psicopatologici e comportamentali, il coping, le reazioni dei familiari, le relazioni sociali, le aspettative future, gli effetti delle crisi sull’identità personale.

 

La qualità della vita nell’epilessia

Le crisi epilettiche si manifestano prevalentemente all’improvviso, anche se con il tempo diventa possibile prevederne l’insorgenza in determinate condizioni, durano da pochi secondi a parecchi minuti e possono comportare un conseguente disorientamento a carico della sfera fisica e cognitiva. A complicare questa situazione, i sintomi ictali tipicamente si manifestano come una emozione di improvvisa paura, all’inizio o durante un attacco epilettico, e senza alcun riferimento ad una causa precedente identificabile.

L’anticipazione di questi sintomi ictali genera stati d’ansia nei pazienti. Si possono sviluppare sintomi correlati all’epilessia, come irritabilità, depressione, e riduzione della funzione cognitiva, oltre alle convulsioni. Questi sintomi psicologici possono perdurare nel tempo a seconda delle condizioni socio-ambientali. Di conseguenza, la qualità della vita relativa alla salute misurata nel paziente può essere significativamente più bassa rispetto a quella della popolazione generale (Baker et al., 2002).

Somministrando il questionario Medical Outcomes Study (MOS) 36-Item Short-Form Health Survey (SF36) ad un ampio campione, è emerso che i punteggi sulla qualità della vita di pazienti con epilessia sono significativamente più bassi rispetto ai soggetti sani, allo stesso modo, in confronto con pazienti con altre malattie croniche, i punteggi nella maggior parte dei domini sono stati inferiori, ad eccezione del Funzionamento Fisico (Physical Role Functioning), Vitalità (Vitality), e Percezione della Salute Generale (General Health Perceptions) (Liou H.H. et al., 2005).

Come riportato da Hermann et al. (Hermann et al., 2007), rispetto ai pazienti con diagnosi di diabete mellito, i pazienti con epilessia avevano punteggi significativamente più bassi sulla Salute Mentale e nelle Funzione Emotive, con una correlazione positiva tra la durata delle crisi, la loro intensità, e il grado di sintomi mentali che un individuo poteva avere. Le convulsioni possono influire anche sulla capacità di un individuo di partecipare pienamente nella società. Pazienti con epilessia tendono ad essere sotto-occupati o disoccupati e ad avere un tasso di matrimoni inferiore (Kubota H. et al., 2010).

Gli aspetti fisici, psicologici e sociali potenzialmente impattano sulla HRQOL dei pazienti con epilessia. Pertanto, lo scopo del trattamento dell’epilessia non è solo la sicura ed efficace eradicazione delle crisi, ma anche il miglioramento della QOL dei pazienti in un contesto sociale e psicologico. Infine è noto che i farmaci impiegati per ridurre le crisi epilettiche alterino d’altro canto e in varia misura anche alcune normali funzioni fisiche e mentali.

 

Qualità della vita nei minori con epilessia

Molti studi sull’epilessia in età evolutiva e in adolescenza si propongono di mettere in luce la misura del suo impatto sul regolare sviluppo psico-sociale del paziente. I bambini con epilessia percepiscono di avere uno scarso controllo sul proprio comportamento. Le caratteristiche di imprevedibilità e incontrollabilità di questa malattia esporrebbero il soggetto in età evolutiva ad un senso di ineluttabilità, di inadeguatezza con conseguente sviluppo di scarsa autostima, isolamento sociale e problemi di comportamento (Austin et al., 2006). Le difficoltà nel gestire la malattia e nell’affrontare inutili pregiudizi non devono compromettere l’immagine di sé che si sta sviluppando, né ostacolare l’autonomia che si deve gradualmente guadagnare dalla propria famiglia.

A tal fine si deve migliorare la qualità della vita del paziente con epilessia, una minima parte degli studi in materia saranno qui esposti per creare un quadro degli aspetti coinvolti nella sindrome epilettica. Inoltre come ha evidenziato un’indagine presentata dalla Lega Italiana contro l’Epilessia, anche quando i pazienti sono generalmente soddisfatti della loro QOL e le terapie assicurano loro un adeguato controllo delle scariche, essi devono scontrarsi con i pregiudizi e le incomprensioni che circondano questa sindrome. Vari autori affermano che la qualità della vita e l’autostima tra i giovani con epilessia può essere ampiamente migliorata lavorando per ridurre lo stigma o l’ansia stessa di incorrere in esso.

Una ricerca condotta sui bambini ha trovato che anche quando le crisi sono ben controllate, i bambini epilettici sono a rischio di sviluppare problemi di tipo emotivo e comportamentale (Prassouli et al., 2008). Chi soffre di epilessia, infatti, vive l’esperienza di sentirsi diverso dall’altro, in quanto mancante di una salute “normale”. Questo fatto potrebbe mettere un bambino con epilessia in una posizione di insuccesso, con atteggiamenti passivi e sottomessi nell’adattarsi alle richieste dell’ambiente, provando spesso senso di inferiorità, timidezza, bassa autostima.

La vergogna e la paura del rifiuto con la conseguente bassa fiducia in sé possono altresì generare un disturbo del comportamento (immaturità affettiva, bassa tolleranza alle frustrazioni, impulsività, ipercinesi) o forme depressive. In adolescenza, in particolare si potrebbero presentare: pensiero di annullamento e morte; angoscia nella relazione; condotte contrarie e/o aggressive, disturbo di personalità.

Tali conclusioni coincidono anche con l’indagine dell’ International Bureau of Epilepsy (IBE) del 2007, che giunge a collegare il notevole impatto emotivo della malattia ai conseguenti comportamenti di negazione della stessa, specialmente in ambito scolastico, dove ai compagni di classe il 36% dei partecipanti della ricerca affermava di aver tenuto nascosto di essere epilettici, per timore di essere trattati in modo diverso o stigmatizzati, oppure perché non ritenuto necessario che gli altri sapessero.

Mentre le famiglie possono assumere comportamenti di iperprotezione che limitano l’autonomia del figlio con epilessia, oppure di negazione o rifiuto della malattia con conseguente assunzione del senso di colpa da parte del figlio che sottovaluta le proprie capacità.

Certi riguardi adottati dai tutori e dagli educatori di bambini epilettici possono favorire l’assunzione di comportamenti di isolamento e di difficoltà relazionali, reazioni depressive o aggressive (A.C. Modi, 2009). Per esempio il silenzio, il tener segreta l’epilessia, come qualsiasi condizione che va a limitare determinati aspetti della libertà personale, peggiora solo le cose da un punto di vista psicologico. La consapevolezza del bambino, quindi l’essere al corrente di che cosa significa il disturbo di cui soffre, è fondamentale per permettergli di gestirla al meglio. L’informazione, secondo alcuni ricercatori, sarebbe una strategia per poter essere accettati più facilmente, evitando che venga assegnato o assunto su di sé un marchio (stigma).

Il rischio di suicidi nella popolazione con epilessia purtroppo è alto, e i problemi emozionali sperimentati nei casi più gravi sono collegati a doppio filo con le strategie di evitamento, ritiro sociale, e comportamenti introversi. L’uso di farmaci per l’umore può essere valutato con cura ma un controllo periodico per i sintomi più rischiosi, l’offerta di assistenza per superare lo stress emotivo delle crisi può aiutare a prevenire problemi seri che influiscono sul successo dei bambini e degli adolescenti nella vita quotidiana (Ekinci et al., 2009).

Altri aspetti psicologici assumono rilievo per il benessere psicologico della persona con epilessia ed influenzano la capacità di gestire al meglio la propria vita con le crisi epilettiche. In un prossimo articolo esporrò gli aspetti psicosociali coinvolti nel benessere psicologico dei pazienti con epilessia.

Lo stile di attaccamento materno e la sua influenza sullo sviluppo dei disturbi psichici nel puerperio

Diversi studi (Murray e al., 1996; Hoffman e al., 1991) sono stati condotti sulla possibile relazione tra la presenza di disturbi psichici nel post-partum e lo stile di attaccamento che il bambino sviluppa nei confronti della figura materna. Pochi invece si sono occupati dell’influenza che lo stile di attaccamento materno può avere rispetto allo sviluppo di disturbi nel puerperio. Questo articolo si propone appunto di riportare studi che hanno indagato se lo stile di attaccamento materno può costituire un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi nel puerperio.

Open school Marianna Palermo, STUDI COGNITIVI MILANO

 

I disturbi psichici del puerperio

Il puerperio, ossia il periodo immediatamente successivo al parto, è una delle fasi più critiche della donna. La letteratura ha evidenziato che soprattutto le primipare appaiono molto vulnerabili e necessitano di un adeguato supporto emotivo da parte del partner, della madre, di altri parenti e di esperti per l’accudimento del piccolo, l’allattamento e il riconoscimento dei segnali di benessere e malessere del bambino (Della Vedova e al., 2008). Il rientro a casa, la precoce relazione col bambino, l’allattamento e l’adattamento ai ritmi biologici del piccolo sono i principali vissuti del puerperio. La neo-mamma può temere di fallire nel suo compito e questo può procurarle ansia o talvolta uno stato depressivo. Per questo è possibile che insorgano disturbi psichici ai quali si presta sempre maggiore attenzione nell’ambito della prevenzione e del trattamento (Bellantuono e al., 2007).

Secondo il DSM-5, i disturbi psichici “con esordio nel peri-partum” insorgono generalmente entro le 4 settimane dal parto. La letteratura classifica questi disturbi in 3 categorie principali: Maternity Blues, Depressione post-partum e Psicosi puerperale (Robinson, Stewart, 1986).
Se si stabilisse un continuum tra questi disturbi emotivi ad un estremo si potrebbe collocare il Maternity Blues e al polo opposto la Psicosi post-partum, disturbo psichiatrico grave e raro (Cooper, Murray, 1998). I sintomi caratteristici della psicosi sono deliri, allucinazioni, brusche oscillazioni dell’umore, disturbi del comportamento (Bellantuono e al., 2007). La madre può manifestare un rifiuto totale nei confronti del piccolo e per la maggior parte del giorno si mostra triste e apatica. Sono molto alti i rischi di suicidio e infanticidio e generalmente è richiesta l’ospedalizzazione e il trattamento psicofarmacologico (Soifer, 1985).

La Depressione post-partum può insorgere anche in gravidanza e varia in base alla gravità e alla durata. I sintomi più frequenti sono: tristezza, sentimenti di colpa o di autosvalutazione eccessivi o inappropriati, ansia, pensieri sulla morte, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno e dell’appetito e astenia (Cooper, Murray, 1998). In molti casi i sintomi d’ansia possono associarsi per comorbidità ai sintomi depressivi (Bellantuono e al., 2007). La depressione presenta una prevalenza compresa tra il 5 e il 20% (Yonkers e al, 2001). L’esordio è previsto entro i primi 3 mesi dal parto e la durata media del disturbo è di alcuni mesi, ma talvolta i sintomi possono persistere fino ai 2 anni. Le cause della depressione sono molteplici. In molti casi i sintomi si possono ricondurre a fattori di tipo ormonale, ma altre cause possono essere di natura emotiva: il cambiamento fisico e della concezione di sé, la sensazione di perdita della libertà e della propria identità sono aspetti che caratterizzano la donna nel post-partum. Ad essi si aggiungono fattori pratici o di natura sociale, tra cui l’alterazione del ritmo sonno-veglia, la relazione insoddisfacente col coniuge o la mancanza di supporto sociale, la disoccupazione o altri eventuali fattori stressanti. Anche la presenza di depressione o di ansia durante le gravidanza o problematiche presenti nel bambino possono comportare sintomi depressivi nel post-partum.

Il Maternity Blues è invece il disturbo emotivo più lieve e transitorio che ricorre nella prima settimana dopo il parto (Murata e al., 1998). La prevalenza varia dal 50 all’85% ed è caratterizzato da tendenza al pianto, irritabilità, labilità dell’umore, problemi di concentrazione, disturbi del ritmo sonno-veglia e tristezza. Sebbene questo disturbo sia generalmente considerato una conseguenza fisiologica del parto, nel 20% dei casi evolve in un Episodio Depressivo Maggiore.

 

La teoria dell’attaccamento

[blockquote style=”1″]La maggior parte degli esseri umani desidera avere dei bambini e desidera anche che i propri figli crescano sani, felici e fiduciosi di sé[/blockquote] (Bowlby, 1988). Tuttavia essere genitori non è affatto semplice in quanto richiede del tempo e un impegno notevoli: il bambino, soprattutto quando è molto piccolo, necessita di una serie di attenzioni che devono essergli garantite in primis dalla madre con la quale il neonato da subito stabilisce un rapporto privilegiato definito legame di attaccamento. La madre diventa una figura di attaccamento alla quale rivolgersi in caso di necessità e di pericolo e dalla quale il bambino si sente rassicurato e protetto. La neo-mamma infatti dovrà cercare di proporsi come “madre sufficientemente buona” e fornire al piccolo le cure materne necessarie per sopravvivere. Secondo Winnicott (1965) non esiste il bambino in sè ma esso è strettamente legato alla madre e la “preoccupazione materna primaria” è proprio quella di fornire al piccolo un ambiente di sostegno e protezione, il cosiddetto ambiente di “holding”.

Secondo Bowlby, la madre dovrebbe costituire una base sicura, dalla quale il bambino deve poter partire per esplorare il mondo esterno e alla quale tornare per essere nutrito e rassicurato in caso di pericolo, malattia o stanchezza. Una caratteristica che favorisce l’instaurarsi di una relazione di attaccamento è la sensibilità materna, che indica la capacità della madre di cogliere i segnali del piccolo e di rispondervi in maniera adeguata e tempestiva (Cassidy, Shaver, 2002). Questo legame non caratterizza solo l’infanzia ma persiste nell’adolescenza e nell’età adulta e indirettamente influenza anche le successive relazioni dell’individuo. È importante evidenziare che il comportamento genitoriale dipende da schemi comportamentali predefiniti, che tendono ad essere stabili nel tempo e che si sono formati durante l’infanzia: in base alle cure e al sostegno che la neo-mamma ha ricevuto dai suoi genitori durante l’infanzia, sarà portata a proteggere il piccolo e a rispondere sensibilmente ai suoi segnali.

Il legame di attaccamento svolge una funzione sia biologica che psicologica, in quanto garantisce al piccolo sia la sopravvivenza che la protezione e questo ruolo viene ricoperto per l’intero ciclo di vita. È possibile distinguere il “legame di attaccamento” dal “comportamento di attaccamento”, in quanto il primo è un legame affettivo che si instaura con una figura più forte e più saggia, il secondo è un comportamento messo in atto dal bambino o dall’adulto per assicurarsi la prossimità fisica alla figura di attaccamento. I comportamenti di attaccamento vengono poi organizzati in un “sistema comportamentale di attaccamento”: il bambino in base al contesto in cui si trova e ai segnali che riceve dall’esterno, adatta la sua risposta scegliendo il comportamento più adeguato in quella situazione (Cassidy, Shaver, 2002).

Secondo Bowlby, l’individuo, in base alle esperienze vissute durante l’infanzia e al tipo di relazione che ha instaurato con la madre, si costruisce delle rappresentazioni mentali che guidano le sue esperienze e le sue relazioni successive. Questi schemi sono definiti “modelli operativi interni” e consistono in rappresentazioni mentali relative al sé e alle figure di attaccamento, che consentono all’individuo di fare previsioni sulle successive esperienze relazionali vissute in contesti nuovi e con persone nuove (Simonelli, Calvo, 2002). I modelli operativi interni non sono statici ma indicano un processo dinamico. L’individuo durante l’infanzia si costruisce un modello della figura di attaccamento e un modello complementare di se stesso, oltre ad una rappresentazione della relazione vera e propria. Al modello di un genitore responsivo e sensibile, si affianca il modello complementare di sé come persona efficiente e degna di cure e affetto. Questi modelli consentono all’individuo di crearsi delle aspettative sulle esperienze future e sul comportamento proprio e altrui. Gli schemi possono tuttavia subire dei continui aggiornamenti nel caso in cui si verifichino dei cambiamenti nell’ambiente circostante o un processo di maturazione dell’individuo.

Inoltre, è importante ricordare che i “modelli operativi interni” sono alla base della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento (Cassibba, 2003). Un genitore si relaziona col proprio figlio ricordando le sue esperienze passate e riattualizzandone e questo porta il bambino a sviluppare lo stesso legame di attaccamento del genitore. Le rappresentazioni mentali della madre influiscono sul grado di sensibilità che questa manifesterà nei confronti del figlio. Il bambino, a sua volta, stabilirà con la madre una relazione di attaccamento in base alle cure ricevute e al modo in cui l’adulto narra le proprie esperienze di attaccamento e comunica i propri stati affettivi (Benoit, Parker, 1994; Fonagy, Steele, 1991; Ward, Carlson, 1995).

 

Attaccamento materno e disturbi psichici del puerperio

Per quanto concerne l’ attaccamento materno invece finora si annoverano pochi studi, tra cui quello di Nagata e al. (2000). Nella ricerca è stata attestata una correlazione tra l’insicurezza dell’attaccamento materno nel post-partum e lo sviluppo del Maternity Blues. La scala utilizzata in questo studio consta di 2 sottoscale, una che valuta l’attaccamento materno verso il bambino e l’altra che misura l’ansia esperita dalla madre nei confronti del bambino. Sono state riscontrate significative correlazioni tra le 2 subscale e il Maternity Blues.

La ricerca inoltre ha valutato le correlazioni esistenti tra i sintomi depressivi e l’attaccamento adulto. Pesonen e al. nel 2004 hanno condotto uno studio per testare le associazioni tra i sintomi depressivi dei genitori, lo stile di attaccamento adulto e la percezione del temperamento del bambino. I risultati hanno evidenziato che i sintomi depressivi e un attaccamento insicuro distanziante o preoccupato si associano ad una percezione del temperamento del bambino meno positiva. Altri studi hanno confermato che le madri depresse rispetto al gruppo di controllo giudicano i loro figli più vulnerabili (Field e al., 1996) e stressati (Frankel e Harmon, 1996). Lo stile di attaccamento adulto, dunque, è un costrutto psicologico che correla sia con la sintomatologia depressiva (Bifulco, Moran, Ball, Bernazzani, 2002; Carnelley, Pietromonaco, Jaffe, 1994; Reinecke, Rogers, 2001) sia con la percezione negativa del temperamento del bambino (Pesonen, Raikkonnen, Keltikangas-Jarvinen, Strandberg, Jarvenpaa, 2003; Priel, Besser, 2000; Scher, Mayseless, 1997). Dunque l’attaccamento insicuro può essere un fattore di vulnerabilità per l’insorgenza e la persistenza di sintomi depressivi (Carnelley e al., 1994; Whiffen, Kallos-Lilly e MacDonald, 2001).

La ricerca ha inoltre messo in evidenza gli effetti che la sicurezza dell’attaccamento ha invece sulla qualità e sulla stabilità delle relazioni (Feeney, 1999): uno stile di attaccamento sicuro predice un buon funzionamento individuale e di coppia e un maggiore adattamento dei partner alla genitorialità.

Rholes e al. (2001) in uno studio longitudinale si sono soffermati sulle implicazioni che può avere lo stile di attaccamento materno di tipo preoccupato e hanno rilevato un declino della soddisfazione coniugale soprattutto nei casi in cui le neo-mamme percepiscono i loro partner come inadeguati e insufficienti nel fornire aiuto e sostegno emotivo. Correlazioni significative tra l’attaccamento insicuro e la depressione post-natale sono state riscontrate anche in uno studio di Meredith e Noller (2003). Le donne che esperivano sintomi depressivi presentavano più frequentemente un attaccamento preoccupato rispetto alle altre madri. Tuttavia questo studio presenta numerosi limiti: hanno partecipato alla ricerca solo le neo-mamme e non i partner e non sono state effettuate delle comparazioni con un gruppo di donne sposate senza figli.

Feeney e al. (2003) invece hanno valutato le relazioni esistenti tra attaccamento insicuro, depressione e grado di soddisfazione coniugale ipotizzando uno studio più preciso che comprendeva nel campione coppie senza figli, entrambi i partner e tutte le coppie hanno partecipato alla ricerca nel secondo trimestre di gravidanza, 6 settimane prima e 6 mesi dopo il parto. I risultati hanno messo in rilievo una maggiore instabilità dell’attaccamento nel periodo di transizione alla genitorialità e soprattutto hanno evidenziato che l’attaccamento insicuro può innescare la depressione in donne che non presentano sintomi depressivi nel periodo prenatale. Ulteriori analisi hanno palesato che la relazione tra attaccamento e depressione è influenzata dal sostegno emotivo offerto dal partner.

Infine è stata attestata l’influenza che la depressione materna ha sulla soddisfazione coniugale: i sintomi depressivi spesso si associano ad un isolamento sociale che ha un impatto negativo sulla qualità della relazione di coppia (Mauthner, 1998).

 

Conclusioni: l’attaccamento materno insicuro come fattore di vulnerabilità

In conclusione, dalla letteratura risulta come lo stile di attaccamento materno insicuro nelle neo-mamme possa costituire un fattore di vulnerabilità per l’esordio di disturbi psichici in gravidanza e specialmente nel post-partum. La presenza di sintomi depressivi e dell’attaccamento materno insicuro può inoltre avere degli effetti rispetto alla percezione del temperamento del bambino e alla soddisfazione coniugale.

Questo dimostra come raccogliere informazioni anche sulla storia di vita e sulle relazioni di attaccamento delle mamme durante la gravidanza o nel post-partum può essere un importante passo per prevenire o riconoscere tempestivamente eventuali rischi rispetto allo sviluppo di sintomi depressivi e di relazioni insicure tra madri e bambini.

WAIS: Wechsler Adult Intelligence Scale – Introduzione alla psicologia

La Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS) è stata pubblicata per la prima volta da Wechsler, che si riferì all’intelligenza in termini di performance e non di capacità. Scopo dei suoi test non era misurare la quantità di intelligenza posseduta, ma le capacità prestazionali dei soggetti in determinate aree specifiche. 

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO  

La Wechsler Adult Intelligence Scale: introduzione

Siamo giunti al terzo appuntamento sull’ intelligenza. Dopo averla definita, passato in rassegna le diverse teorie ed enucleato la teoria delle intelligenze multiple, oggi, in ultima analisi, parleremo del test più utilizzato per valutare il quoziente intellettivo: la Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS).

La Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS) è stata pubblicata per la prima volta da Wechsler, psicologo clinico del Bellevue Hospital, intorno alla metà dello scorso secolo, poiché insoddisfatto dal test maggiormente utilizzato all’epoca, la scala Stanford-Binet.

Wechsler era dubbioso circa la reale validità della Standford-Binet, in quanto formata da troppe prove da svolgere in un determinato tempo, restituiva un concetto unico di intelligenza e, soprattutto, era stato costruito su bambini quindi non adattabile alle performance degli adulti. Di conseguenza era necessario un nuovo reattivo psicometrico costruito su adulti e che si riferisse alla teoria secondo la quale l’intelligenza è formata da diverse abilità o capacità.

Wechsler considerava l’intelligenza come costituita da specifiche competenze che possono essere studiate singolarmente e, quindi, valutate. L’intelligenza generale, in soldoni, è composta da vari elementi specifici che unitamente definiscono un valore generale, globale, finale di funzionamento intellettivo.

Wechsler per la prima volta si riferì all’intelligenza in termini di performance e non di capacità. Per questo lo scopo dei suoi test non era misurare la quantità di intelligenza posseduta, ma le capacità prestazionali dei soggetti in determinate aree specifiche. Insomma, la cosa importante è avere prestazioni ottimali, poiché capire quanto si è intelligenti è molto difficile. Quindi, studiare le performance è un buon indice da cui inferire la variabile latente intelligenza.

 

La Wechsler Adult Intelligence Scale: Storia

Partendo dalle critiche alla scala Standford-Binet e concentrandosi su queste nuove assunzioni in termini di intelligenza, Wechsler sviluppò una prima versione di un nuovo test di intelligenza: la Wechsler-Bellevue Intelligence Scale.

Questo test fu pubblicato nel 1939, ed è stato costruito per valutare specificamente le prestazioni intellettive degli adulti. Era costituito da molte scale volte a misurare in termini qualitativi e quantitativi le diverse funzioni cognitive, tutte ugualmente importanti per ottenere la capacità di performance totale posseduta da un soggetto.

Un altro concetto innovativo inserto da Wechsler nel suo test era di avere a un punteggio specifico per scala. Quindi, il soggetto non completava item sempre più complessi che riguardavano individui aventi un’età maggiore della propria, come faceva Binet per inferire l’esatta età mentale di un soggetto, ma un unico punteggio totale corrispondente alla sua prestazione. Così facendo, si otteneva un punteggio parziale a ogni compito e uno complessivo derivante dalla loro somma. Inoltre, grazie ai singoli punteggi era possibile individuare immediatamente l’area in cui una persona mostra performance migliori rispetto alle altre.

Wechsler inserì nel suo test, oltre alle scale che andavano a misurare le abilità verbali, già presenti nella Stanford- Binet, le scale di performance in grado di rilevare le abilità non verbali. In questo caso all’esaminato era richiesto di completare figure, riprodurre simboli, etc. anziché rispondere solo a delle domande, quindi lo scopo era capire come praticamente applicava delle capacità cognitive.

Grazie all’inserimento delle scale di performance è stato possibile superare i bias causati dalla lingua, dalla cultura e dell’educazione. Infatti, queste scale fornivano una visione diversa dell’intelligenza basata più sulla prestazione che dalla cultura di riferimento.

 

Wechsler Adult Intelligence Scale: WAIS

Nel 1955, dopo aver accuratamente rivisto la scala Wechsler-Bellevue, Wechsler pubblica la prima versione della Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS) e, solo, dopo la sua morte, nel 1981, tale scala è stata revisionata eliminando e ripulendo item ormai obsoleti e non idonei alla cultura vigente (WAIS -R). Successivamente, nel 1997, è pubblicata la WAIS -III e nel 2008 la WAIS -IV, versione attualmente in uso.

La prima versione della WAIS era formata da 11 sotto-scale diverse: 6 abilità cognitive di tipo verbale e 5 abilità cognitive di natura visiva, spaziale e manipolativa. In questo modo si ottenevano due punteggi, un QI di tipo verbale, derivante dalla somma dei punteggi ottenuti alle scale verbali, e uno di performance, derivante dalle scale non verbali; dalla media di questi due indici si ottiene il Quoziente Intellettivo Totale. Le differenze riscontrabili tra gli individi nel Quoziente Intellettivo (QI) dipendono da caratteristiche genetiche e culturali, che influenzano notevolmente le prestazioni in compiti di natura cognitiva.

 

La WAIS -R

La WAIS -R rappresenta la versione rivista della WAIS della quale circa l’80% degli item sono stati riadattati e modificati.

È stato migliorato anche l’ordine di presentazione degli item, che si susseguono in maniera alternata tra verbali e non verbali allo scopo di mantenete alta l’attenzione del soggetto a cui è somministrata. Questo test, oltre a permettere di individuare il QI, è utilizzato anche in ambito psicodiagnostico, poiché è in grado di restituire informazioni sul funzionamento cognitivo ed emotivo della persona, a completamento delle informazioni psicopatologiche già in possesso da parte del clinico.

Esattamente come per la WAIS, la WAIS -R consta di 11 sotto-scale o subtest, di cui 6 compongono la parte Verbale (Informazione, Comprensione, Ragionamento aritmetico, Analogie, Memoria di cifre e Vocabolario) e 5 quella di Performance (Associazione simboli a numeri, Completamento di figure, Disegno con i cubi, Riordinamento di storie figurate e Ricostruzione di oggetti); insieme, gli 11 subtest formano la Scala Totale di funzionamento globale del soggetto.

 

 

La WAIS IV

La WAIS IV rappresenta l’ultima versione della WAIS. Rispetto alla WAIS -R sono stati inseriti nuovi 6 subset.

In generale, la WAIS -IV è formata da 15 subtest, 10 fondamentali e 5 supplementari, somministrabili all’occorrenza per approfondire situazioni specifiche in cui è necessaria un’ulteriore indagine.

Esistono 4 diverse dimensioni indagate tramite la WAIS IV:

Comprensione verbale, formata dai seguenti subset:

  • Somiglianze,
  •  Vocabolario,
  •  Informazione
  • Comprensione (supplementare).

Ragionamento visuo-percettivo, costituito da:

  • Disegno con i cubi,
  • Ragionamento con le matrici,
  • Puzzle,
  • Confronto di pesi (solo 16-69 anni; supplementare)
  • Completamento di figure (supplementare).

Memoria di lavoro, composto dai seguenti subset:

  • Memoria di cifre,
  • Ragionamento aritmetico
  • Riordinamento di lettere e numeri (solo 16-69 anni; supplementare).

Velocità di elaborazione, in cui sono presenti i seguenti subset:

  • Ricerca di simboli,
  • Cifrario
  • Cancellazione (solo 16-69 anni; supplementare).

In questo modo, la WAIS IV è in grado di fornire una misura del funzionamento intellettivo generale, attraverso la valutazione di 4 abilità diverse, superando in un certo qual modo la dicotomia tra QI Verbale e QI di Performance. È possibile somministrarla a soggetti con età compresa tra i 16 anni e i 69 anni, 11 mesi e 30 giorni, e il punteggio per questo sarà suddiviso in 9 fasce di età diverse calcolabili in base all’età presentata dal soggetto al momento della somministrazione.

 

 

La WAIS versione per bambini: la WISC

La WISC è uno strumento che permette di individuare le abilità intellettuali dei bambini di età compresa tra i 6 ai 16 anni e 11 mesi. Originariamente, la WISC era una versione adattata ai bambini del test di Wechsler-Belleview . La maggior parte delle scale della WISC sono simili a quelle presenti nella WAIS -R e di conseguenza anche la presentazione degli item avviene in maniera alternata, per controllare le risposte attribuite dai soggetti al test.

Inoltre, il Digit Span, il test dei Labirinti e test della ricerca del simbolo sono facoltativi nella WISC e possono essere sostituiti, in caso di handicap da parte di chi si sottopone al test, da una scala verbale aggiuntiva.

Anche in questo caso il test si divide in una parte verbale formata dai seguenti subset (prove):

  • Informazione
  • Somiglianze
  • Ragionamento aritmetico
  • Vocabolario
  • Comprensione
  • Memoria di cifre

E una parte di performance:

  • Completamento di figure
  • Cifrario
  • Riordinamento di storie figurate
  • Disegno con i cubi
  • Ricostruzione di oggetti
  • Ricerca di simboli
  • Labirinti (opzionale)

Come per la WAIS, anche in questo caso il QI è dato dalla media dei punteggi ottenuti nelle diverse aree del test. La WISC è utilizzata sia in ambito psicologico, per rilevare le capacità cognitive o i ritardi, che neuropsichiatrico grazie a una valutazione qualitativa che permette di individuare aree deficitarie di sviluppo. Per la somministrazione non sono richieste particolari abilità di scrittura e lettura.

 

 

La WAIS versione scolastica: la WPPSI-R

Wechsler ideò anche la scala primaria di intelligenza per i bambini in età prescolare, la Wechsler Preschool and Primary Scale of Intelligence (WPPSI), somministrabile a bambini dai 3 agli 8 anni.

Il WPPSI è stato introdotto nel 1967 come un adattamento del WISC e un’alternativa alla Stanford-Binet. Come per la WISC, i subtest della WPPSI sono somministrati in ordine (verbale-Performance) . I sutest presenti sono:

  1. Scale verbali: cultura generale, vocabolario, aritmetica, somiglianza, comprensione generale di frasi;
  2. Scale di performance: casa degli animali, Completamento di figure; Labirinti, Design geometrica, e disegno a blocchi.

Anche in questo caso il punteggio è calcolato esattamente come per le altre scale.

 

 

Attribuzione di punteggio

Dalle scale di Wechsler, come detto più volte, è possibile ricavare punteggi separati per aree di performance o verbali, divisi secondo le 4 aree principali di intelligenza e un punteggio totale. Quest’ultimo, media dei punteggi ottenuti nelle diverse aree, deve essere confronto con i punteggi conseguiti dai soggetti aventi la stessa età e su cui sono state individuate le norme da cui deriva la standardizzazione del test. Per la prima volta un test gode di punteggi standardizzati, uguali, per tutti, aventi media pari a 100 e Deviazione Standard pari a 15. Quindi, i punteggi standard si dispongono lungo una curva a campana o di Gauss e permettono di individuare posizioni stabilite a priori. Di conseguenza si può determinare un range di funzionamento medio o deviante da esso (range della media varia da 85-115). Per concludere, il test è composto da tabelle di riferimento divise per fasce d’età cui poter confrontare il punteggio ottenuto e capire se è positivo o patologico, ovvero presenza di difficoltà di apprendimento da parte del soggetto sia in generale sia in aree specifiche.

 

 

Applicazione della WAIS

La WAIS è uno strumento utile per la valutazione del funzionamento cognitivo globale di un individuo. È in grado di rilevare sia funzionamenti nella norma sia deficitari, evidenziando delle disabilità intellettive e cognitive.

Inoltre, una valutazione qualitativa della WAIS consente l’utilizzo della stessa anche in ambito psicodiagnostico da cui è possibile evincere sia deficit riguardanti la sfera dei disturbi ansiosi sia di personalità. I risultati servono come guida nella pianificazione del trattamento e nell’inquadramento diagnostico grazie alle preziose sfaccettature cliniche in grado di rilevare.

La WAIS, inoltre, è ampiamente utilizzata per individuare il funzionamento intellettivo in contesti scolastici, per valutare specifici deficit cognitivi che potrebbero determinare uno scarso rendimento e per predire un futuro profitto scolastico.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Tra malati e stress: test psicologici obbligatori e periodici, con presidi fissi negli ospedali

COMUNICATO STAMPA ASSOCIAZIONE UNITARIA PSICOLOGI ITALIANI

 

Tra malati e stress: test psicologici obbligatori e periodici, con presidi fissi negli ospedali

ROMA 1 APRILE 2016 –

“Chi lavora in corsia svolge un compito molto delicato. Da un lato deve gestire le emergenze e dall’altro deve supportare i malati e i familiari, cercando di mantenere sempre la calma. È chiaro che lo stress a cui sono sottoposti i medici e gli infermieri è quotidiano e spesso è anche scarsamente considerato. In alcuni luoghi di lavoro i test psicologici devono essere obbligatori e periodici”.

Le parole del segretario generale dell’Associazione unitaria psicologi italiani, Mario Sellini, arrivano dopo l’arresto a Piombino dell’infermiera professionale Fausta Bonino, accusata di avere ucciso 13 persone che erano ricoverate nell’ospedale in cui prestava servizio. Ai malcapitati, secondo l’accusa, l’infermiera avrebbe somministrato delle “bombe” di eparina, provocando la morte lenta e silenziosa dei pazienti.  Dalle indagini risulta inoltre che l’infermiera ha avuto problemi di depressione, alcol e uso di psicofarmaci che, secondo i carabinieri, potrebbero essere collegati con quei delitti.

“E, in realtà, se tali circostanze verranno accertate dai magistrati possiamo dire che le condizioni psicologiche della donna – spiega Sellini – l’hanno certamente portata a compiere quegli insani gesti. Abbiamo accolto – dice ancora il presidente Aupi – l’invito della Federazione dei Collegi degli Infermieri che ha denunciato l’assenza di controlli psicologici, chiedendo aiuto. Noi siamo disponibili ad un dialogo, anche con il governo, affinchè si trovi una soluzione. Chiediamo che ci si attivi affinchè venga istituito un presidio di psicologi all’interno degli ospedali non solo per i malati ma anche per chi lavora sotto stress, nella gestione quotidiana delle emergenze. Siamo stanchi di arrivare quando è ormai troppo tardi. Da anni insistiamo sulla prevenzione poiché sappiamo che i sintomi di alcuni disturbi mentali, se individuati per tempo, possono essere attenuati. Nel caso specifico di Piombino, che non ha giustificazioni, se ci fossero stati prima adeguati controlli probabilmente il numero delle vittime sarebbe stato inferiore o nullo. L’infermiera sarebbe stata aiutata per tempo, anche nello svolgimento del suo lavoro quotidiano. È il momento in cui anche in Italia si dia alla nostra professione un ruolo centrale nella società che, come vediamo ogni giorno, è cambiata e va interpretata con gli strumenti giusti. Ringraziamo ancora una volta il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo, per aver istituito presso il Ministero il tavolo tecnico della psicologia, in cui partecipiamo insieme all’Ordine nazionale degli Psicologi, dimostrando così, profonda sensibilità su certi temi. Alla prossima riunione parleremo anche delle emergenze in corsia e delle richieste di aiuto che arrivano a noi psicologi e a cui vogliamo rispondere adeguatamente”.

 

Per Informazioni:

Ufficio Stampa Aupi

Angela Corica – 333 9892161

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: non solo anoressia e bulimia

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: Nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), pubblicata dall’Associazione degli Psichiatri Americani (APA), vengono descritti (anche) i Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Oltre alle conosciute Anoressia e Bulimia nervose, sono presenti altri disturbi alimentari, provenienti dalle classificazioni dedicate all’infanzia, quali Pica, Disturbo da ruminazione e Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Anche il Disturbo da binge-eating entra a far parte dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione nell’infanzia

Tra questi, il primo ad essere descritto nel DSM-5 è la Pica, la cui caratteristica fondamentale consiste nella “persistente ingestione di una o più sostanze senza contenuto alimentare non commestibili” (ad esempio, stoffa, metallo o ghiaccio) per un periodo uguale o superiore a 1 mese. La Pica esordisce comunemente in età infantile e più raramente negli adulti. I bambini colpiti presentano uno sviluppo pressoché normale mentre in età adulta risulta maggiormente associata a disabilità intellettiva o altri disturbi mentali.

Successivamente, il DSM-5 descrive il Disturbo da ruminazione, caratterizzato da ripetuto rigurgito di cibo (successivamente rimasticato, ringoiato o sputato) per un periodo uguale o superiore a 1 mese e non attribuibile a un problema gastrointestinale o a un’altra condizione medica.

Proviene dalle classificazioni dedicate all’infanzia anche il Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, che si manifesta attraverso la “persistente incapacità di soddisfare le appropriate necessità nutrizionali e/o energetiche”. Gli individui si alimentano ad esempio con un numero limitato di cibi “preferiti”, quali pasta, dolci e patatine. Il DSM-5 precisa che tale comportamento alimentare non deve risultare associato a mancata disponibilità di cibo o a pratiche culturali (ad esempio, digiuno religioso).

 

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: l’anoressia nervosa

Il quarto Disturbo della nutrizione e dell’alimentazione descritto è l’Anoressia nervosa, presente anche nella precedente edizione del DSM. Vengono confermati i criteri diagnostici riguardanti la restrizione nell’assunzione di calorie ed il peso corporeo significativamente basso; l’intensa paura di ingrassare; l’alterazione della rappresentazione mentale del proprio corpo, la quale porta ad una costante sensazione di essere sovrappeso. A differenza della precedente edizione del DSM, l’amenorrea (assenza di mestruazioni) non rappresenta più fondamentale per porre diagnosi di Anoressia nervosa.

 

 

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: la bulimia nervosa

Altro conosciuto Disturbo della nutrizione e dell’alimentazione è la Bulimia nervosa, caratterizzata da abbuffate e inappropriate condotte compensatorie, almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi. Il DSM-5 definisce un episodio di abbuffata come l’ingestione di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili, caratterizzato dalla sensazione di perdere il controllo durante l’abbuffata. Le “inappropriate condotte compensatorie”, utilizzate per prevenire l’aumento di peso a seguito di un episodio di abbuffata, consistono ad esempio nel vomito autoindotto; abuso di farmaci (quali lassativi e diuretici); digiuno o attività fisica eccessiva. Criterio diagnostico comune all’Anoressia nervosa, l’eccessiva influenza del peso e della forma corporei sui livelli di autostima dell’individuo.

 

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: il binge eating disorder

Entrato a far parte dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione solo nel DSM-5, il Disturbo da Binge-eating è caratterizzato da abbuffate almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi, senza inappropriate condotte di compensazione. Un’altra differenza con la Bulimia nervosa è rappresentata dal minore interesse mostrato nei confronti del peso e della forma del corpo.

Altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione

Nel DSM-5 sono presenti altresì Disturbi della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione, caratterizzati dal non soddisfare pienamente i criteri diagnostici dei disturbi precedentemente descritti. Tra i quali: Anoressia nervosa atipica (l’individuo presenta un peso corporeo uguale o superiore alla norma); Bulimia nervosa e Disturbo da binge-eating a bassa frequenza e/o di durata limitata (inferiore a 1 volta alla settimana e/o a 3 mesi); Disturbo da condotta di eliminazione (caratterizzato da ricorrenti e inappropriate condotte di eliminazione in assenza di abbuffate); Sindrome da alimentazione notturna (eccessivo consumo di cibo dopo il pasto serale oppure durante la notte).

Infine, il DSM-5 contiene i Disturbi della nutrizione o dell’alimentazione senza specificazione, caratterizzati anch’essi dal non soddisfare pienamente i criteri diagnostici dei disturbi precedentemente descritti. In questo caso, tuttavia, il clinico decide di non specificarne la ragione, ad esempio a causa di insufficienti informazioni per porre una diagnosi più specifica.

Movimenti filosofici e alimentazione: quando l’attenzione al cibo diventa ortoressia

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di alimentazione scorretta e cibi dannosi, ma anche e soprattutto di pratiche alimentari alternative. In particolare, si assiste alla diffusione di diverse correnti di pensiero che, inscritte in vere e proprie filosofie di vita, promuovono uno specifico stile alimentare.

 

Il vegetarianismo e il veganismo

L’esempio più noto è quello del vegetarianismo, una scelta alimentare caratterizzata dall’esclusione delle carni di qualsiasi animale e che può avere alla base motivazioni etiche, principi religiosi, attenzione all’ambiente e alla salute. All’interno di questa pratica si distinguono poi delle sottocategorie, come il veganismo, il crudismo vegano e il fruttarismo. Hanno in comune l’esclusione di alcuni alimenti dalla dieta alimentare, differenziandosi però nella scelta di quali includere e quali no: il veganismo rifiuta qualsiasi forma di sfruttamento animale, dunque non comprende nella dieta alimentare né la carne, né i prodotti di origine animale; il crudismo vegano aggiunge al veganismo la limitazione ai soli cibi crudi, o cotti al di sotto dei 42°, perché più ecologici, più sani e più facilmente digeribili; il fruttarismo, invece, prevede un’alimentazione di sola frutta (dolce, ortaggio e grassa).

Quest’ultimo stile alimentare è associato, ancora più frequentemente dei precedenti, ad una vera e propria filosofia di vita connessa con un ritorno alle origini, una maggiore attenzione alle richieste del corpo e la valorizzazione dell’istintualità. Quelle citate sono pratiche oggigiorno del tutto riconosciute e socialmente accettate, sempre più supportate da studi che ne dimostrano la sostenibilità.

Ciò su cui ci si intende soffermare è la possibilità che dietro a stili alimentari legittimati dal contesto socio-culturale si possano nascondere situazioni che esulano da uno stile di vita consapevole e che piuttosto riguardano un rapporto problematico con il cibo. Si intende qui proporre una riflessione sulla linea sottile esistente tra una scelta sana e un utilizzo “punitivo” del cibo. Ci si chiede, dunque, se stili alimentari restrittivi possano essere lo specchio per allodole di disturbi del comportamento alimentare.

 

L’ortoressia

Uno tra questi, ad esempio, è l’ortoressia, termine comparso per la prima volta nel 1997 e utilizzato negli ultimi anni dagli esperti dell’alimentazione per segnalare un’attenzione eccessiva rispetto al consumo di cibi sani e naturali. A rendere problematico tale atteggiamento sono le caratteristiche ossessive di ruminazione mentale sul cibo e di ricerca, selezione e consumo degli alimenti. È una patologia inclusa nel DSM-5 nel “Disturbo Evitante/Restrittivo dell’assunzione di cibo” e rimanda ad uno stile di vita che ruota completamente e persistentemente intorno ad una corretta alimentazione, tanto da influenzare la quotidianità dell’individuo. La focalizzazione è sulla qualità del cibo, sulle norme di controllo, con conseguente evitamento di tutte quelle situazioni sociali che non lo consentono. Così accade che una pratica alimentare salutista finisca per avere esiti problematici come l’isolamento sociale o la carenza nutrizionale.

Dunque, come è possibile discriminare una filosofia di vita da un disturbo del comportamento alimentare, quale l’ortoressia? A rendere difficile questa distinzione è la sovrapposizione, parziale o totale, degli aspetti fenomenici e direttamente osservabili, poiché una scelta accurata e selettiva degli alimenti può avere a che fare con l’adesione ad alcune pratiche culturali, ma può anche riguardare un rapporto di dipendenza dal cibo.

Esistono indicatori per cogliere la differenza? L’utilizzo dell’etichetta ortoressia, adatto più che altro nella comunicazione tra professionisti, non deve indurre a credere che sia possibile fare generalizzazioni. Infatti, la complessità di ciascun individuo non può essere ricondotta a criteri standardizzati né ridotta alla descrizione di un sintomo. È comunque possibile fare riferimento a criteri psicologici che consentano di cogliere i campanelli d’allarme di uno stile alimentare patologico. Nel caso specifico, alla base dell’ortoressia può esserci la paura di ingrassare o di non essere in perfetta salute, talvolta connesse ad una percezione distorta della propria immagine corporea: la paura assume le caratteristiche di un’ossessione per il cibo, il quale perde spesso la sua funzione di appagamento e diventa un veicolo per esercitare controllo e alleviare la tensione.

A ciò si associa un allontanamento dalla dimensione del piacere che viene sostituita da quella del sollievo, possibile grazie alla rigidità delle regole e all’accuratezza della pianificazione alimentare. Comportamenti di questo tipo necessitano di una particolare attenzione agli ingredienti di ciascun cibo, di un’ispezione dettagliata delle etichette. Interviene inoltre una componente psicologica importante: entro una simbolizzazione del contesto del tipo “buono-cattivo”, gli alimenti non conosciuti o non accettati vengono vissuti come cattivi e in quanto tali minacciosi. Così, chi soffre di ortoressia arriva a privarsi di qualsiasi situazione sociale che possa ostacolare la conoscenza dei cibi e la ricerca di un’alimentazione sana e, sostanzialmente, quella che sembrerebbe una scelta finisce per diventare una gabbia, una torre di controllo e di rinuncia al confronto e allo scambio, a garanzia della propria sicurezza.

 

Altri movimenti filosofici associati all’alimentazione: il breatharianismo e il sungazing

È bene evidenziare che non soltanto l’attenzione al cibo sano può avere alla base un disturbo del comportamento alimentare. Esistono infatti altre pratiche, sempre più condivise, che possono nascondere un disturbo pur non avendo nulla a che fare con una dimensione patologica. È il caso, ad esempio, del breatharianismo (o respirarianesimo), una pratica collegata all’ascetismo orientale e secondo la quale è possibile nutrirsi di solo “prana”, una specie di nettare prodotto dalla respirazione che consente di apportare al corpo le necessarie energie senza bisogno di mangiare e, in alcuni casi, di bere.

Ancora, chi pratica sungazing (o HRM) riferisce la possibilità di nutrirsi esclusivamente di “sole”, attraverso l’osservazione diretta di quest’ultimo. Entrambe le pratiche prevedono il digiuno o una forte limitazione nell’assunzione di cibo e liquidi. Le conseguenze fisiche correlate possono essere la disidratazione, la perdita di peso e, nelle donne, l’amenorrea, condizioni riscontrabili anche nell’anoressia nervosa. Si potrebbe affermare che queste pratiche si differenziano dall’ultima perché rimandano ad uno specifico movimento filosofico, eppure anche l’anoressia viene vissuta come tale da chi ne soffre. Nei blog Pro-Ana, infatti, si parla di “Ana” come di una dottrina, una filosofia attorno alla quale ruota la propria vita, e vengono proposti dieci comandamenti da rispettare, perché Ana non è solo il diminutivo di anoressia, ma anche una dea da venerare. Dunque l’adesione ad una filosofia non sembra essere un discriminante.

Ma, allora, i breathariani e i sungazers soffrono di anoressia? In generale, è possibile distinguere una scelta alimentare sana da una invece patologica? Quando uno stile alimentare può essere considerato “normale”?

Se si pensa alla patologia secondo un modello dimensionale è impossibile parlare di normalità, dunque è impossibile discriminare in modo dicotomico sanità e patologia. È però possibile cogliere la problematicità e la disfunzionalità di alcune situazioni in base al grado di flessibilità che propongono e, in altre parole, un comportamento alimentare può essere considerato patologico quanto più assume caratteristiche di rigidità. Ecco allora che la stessa pratica alimentare può essere sana o patologica: la differenza starà nella modalità con cui viene messa in atto, nel significato che le si attribuisce, nei simboli che il cibo veicola. È importante quindi interrogarsi sulla funzione specifica che il cibo ricopre e porre attenzione a quei comportamenti che, seppure comuni o condivisi, possono essere importanti segnali se colti in tempo.

Nei disturbi del comportamento alimentare il cibo viene infatti utilizzato per comunicare un disagio difficile da esprimere altrimenti e in questo senso la riflessione proposta non ha il fine di demonizzare alcune pratiche alimentari piuttosto che altre, ma quello di accendere una luce sulla possibilità che alcuni disagi possano trovare nascondiglio e rifugio dietro un’appartenenza culturale legittimante e al tempo stesso rassicurante.

Mobbing sul lavoro: una guida pratica al riconoscimento del problema

Il mobbing sul lavoro è un’aggressione psicologica e morale, reiterata nel tempo da parte di più aggressori, i quali agiscono nei confronti della vittima con l’intento di nuocere alla salute della stessa.

 

Cosa si intende per Mobbing?

Il termine mobbing deriva dal verbo inglese ‘to mob’ che significa assediare, attaccare. In letteratura esistono numerosi riferimenti al mobbing sul lavoro come situazione in cui è presente una vera e propria forma di aggressione psicologica e morale sul lavoro, esercitata e reiterata nel tempo, più o meno intenzionalmente, da uno o più aggressori verso un singolo, per mezzo di azioni negative volte a spingere la persona nella condizione di non potersi difendere e al suo isolamento ed espulsione dal contesto socioproduttivo (Depolo, 2003).

Il mobbing è quindi un’aggressione piscologica e morale, reiterata nel tempo da parte di più aggressori, i quali agiscono nei confronti della vittima con l’intento di nuocere alla salute della stessa; quest’ultima è la definizione più comune che Heinz Leymann, psicologo e psichiatra svedese, che nel 1984 ha deciso di descrivere nel dettaglio, elencando alcune condizioni che non possono mancare per parlare di mobbing:

  1. Un’aggressione
  2. Protratta nel tempo
  3. Che tende ad aumentare d’intensità
  4. Associata alla percezione dell’impossibilità di difendersi
  5. L’effettiva intenzione dell’aggressore di vessare col proprio comportamento e con le proprie azioni la vittima, con il preciso scopo di estrometterla dalla realtà sociale e lavorativa.

 

Mobbing e comportamenti vessatori: come riconoscerli

Una delle ultime indagini sul lavoro in Europa svolta dalla Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (EUROFOUND), che risale al 2012, segnala che il 14% dei lavoratori europei è stato vittima di comportamenti vessatorio al lavoro.

Tuttavia, è difficile definire un comportamento vessatorio isolandolo dal contesto lavorativo in cui viene messo in atto, ed è proprio per questo motivo che è importante sottolineare che molti dei comportamenti definiti ‘vessatori‘, sono tali perché fanno parte di un disegno più grande, che ha l’obiettivo di ledere la vittima del mobbing sul lavoro. Il demansionamento, compiti al di sopra o al di sotto delle competenze, l’isolamento sociale, attacchi alla vita privata o un’informazione non pervenuta in tempo, se presi singolarmente, possono infatti essere classificati come comportamenti non eccessivamente allarmanti all’interno di un contesto lavorativo. Il problema sorge nel momento in cui le azioni vanno a costituire un pezzo del puzzle volto al danneggiamento intenzionale di un individuo.

Durata e frequenza inoltre, hanno un ruolo molto importante. Indicativamente, Leymann ha fissato 6 mesi minimi di soglia per potersi riferire al fenomeno. Per quanto riguarda la frequenza delle vessazioni è importante individuarne la sistematicità, nonostante non sia possibile fissare un indice di occorrenza ben preciso. L’esistenza di parametri per la descrizione del mobbing sul lavoro, non basta per la comprensione del fenomeno nella sua interezza. Esistono infatti in letteratura, diversi tipi di condizioni che differiscono per l’intenzionalità del mobbing. La prima tipologia viene descritta come ‘mobbing emotivo‘, ovvero dettato da un conflitto interpersonale non adeguatamente gestito, che degenera fino a diventare mobbing vero e proprio e che si distingue dal ‘mobbing predatorio‘ nel quale invece non vi è la presenza esplicita di un conflitto (Guglielmi, 2015). Ma quanti di noi hanno già sentito parlare di vessazioni messe in atto dal management? La terza categoria infatti viene definita ‘mobbing strategico‘, ovvero la situazione in cui le azioni vessatorie sono attuate intenzionalmente ed in maniera pianificata da parte della direzione aziendale con la precisa intenzione di estromettere una o più persone dal contesto lavorativo (Guglielmi, 2015).

 

Il mobbing sul lavoro: un problema “fantasmatico” per la legge italiana

Il mobbing sul lavoro appartiene ad una categoria di fenomeni, probabilmente esistenti da sempre, ma da poco tempo concettualizzato in maniera concreta.

Non ci sono dubbi che negli ultimi anni si siano moltiplicate le vicende che richiamano la parola mobbing, tuttavia mentre in diversi Pesi d’Europa (Scandinavia e Germania in testa) sono presenti delle leggi per arginarlo e prevenirlo. in Italia non è mai stata fatta alcuna normativa nazionale. I casi concreti di mobbing sul lavoro, quando arrivano in tribunale vengono fatti rientrare nelle leggi contro la discriminazione o in altri articoli, come quelli sul danno biologico o morale o quello che obbliga il datore di lavoro a garantire l’integrità psicofisica dei dipendenti (Decreto Legislativo n. 81/2008).

 

Jobs Act e Demansionamento

Mi piace lavorare‘ (2003) è il titolo di un film italiano nel quale Nicoletta Braschi, interpreta il ruolo di Anna, dipendente di una azienda italiana che ben presto viene rilevata da una grande multinazionale straniera.

Il film racconta di come la giovane donna venga costretta a svolgere mansioni via via più lontane da quello che era il suo ruolo iniziale in azienda. Per cominciare Anna viene demansionata, ovvero passa da segretaria di terzo livello a semplice addetta alle fotocopie, per poi essere trasferita in magazzino insieme agli operai. Il caso di Anna, descritto molto realisticamente nel film di Francesca Comencini, rappresenta dunque un chiaro esempio di mobbing sul lavoro strategico, dove il demansionamento sembra avere un ruolo centrale nel determinare una situazione di disagio per la vittima.

Gli unici casi in cui il lavoratore aveva qualche speranza in più di vincere in tribunale, infatti, erano quelli legati alla violazione dell’articolo 2103 del codice civile, secondo il quale il lavoratore non può essere costretto a svolgere mansioni inferiori a quelle per cui è stato assunto. Tuttavia questo principio è stato appena cambiato nel Jobs Act: adesso il demansionamento è legalizzato, seppur solo di un livello, a parità di salario e in caso di riorganizzazione aziendale. Il lavoratore quindi, può essere spostato a ‘mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime svolte‘, mentre prima si faceva riferimento a ‘mansioni equivalenti‘, mettendo così il lavoratore nelle condizioni di essere spostato da un lavoro che sa fare da anni a qualsiasi altro, purché rientri nello stesso livello di inquadramento contrattuale.

Un’importante azione preventiva però, resta la formazione, attraverso la quale è possibile incrementare la consapevolezza e la conoscenza degli insidiosi problemi nei quali, potrebbero incorrere sia i lavoratori che le organizzazioni.

Linee guida e buone prassi per la psicoterapia: che fare?

Alcune settimane fa è stato approvato alla Camera un testo di riforma della legge sulla responsabilità professionale del personale sanitario che potrebbe avere significative ripercussioni per la pratica psicoterapeutica in Italia. È soprattutto l’articolo 6, articolo che regolamenta la responsabilità professionale penale e civile del professionista sanitario, che potrebbe avere queste ricadute.

Sandra Sassaroli e Giovanni M. Ruggiero

L’articolo indica che il professionista che, nello svolgimento della propria attività, danneggi la persona assistita non sarebbe incolpabile quando siano state rispettate le buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida così come definite e pubblicate ai sensi di legge.

La domanda diventa: quali sono in Italia le buone prassi e le linee guida nel trattamento dei disturbi psicopatologici?

Allo stato attuale queste non esistono ufficialmente, quantomento per ciò che riguarda i trattamenti psicologici. L’ultima pubblicazione al riguardo, con l’egida del Ministero della salute, è l’edizione italiana di Clinical Evidence del 2008.

Tuttavia lo stesso articolo 6 assicura che il Ministero della salute emanerà le linee guida entro due anni dall’approvazione della legge attenendosi a quelle indicate dalle società scientifiche e dagli istituti di ricerca accreditati.

Il movimento cognitivo comportamentale clinico in Italia dovrebbe avere molto da dire su questo argomento. Le società scientifiche e gli enti rappresentativi, come la SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva), l’AIAMC (Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva) e la Consulta delle scuole di terapia cognitiva e comportamentale. Questi organi sociali possono contribuire a definire le buone prassi e le linee guida per il trattamento dei disturbi psicopatologici, presentarle in un documento ufficiale al Ministero della salute ed essere interlocutori scientificamente autorevoli nella costruzione delle linee guida che saranno prossimamente emanate dal Ministero. Questa posizione, che è quasi un’esortazione, può essere condivisa da molti.

Da molti ma non da tutti, tuttavia. Alcuni raccomandano un atteggiamento più prudente. Non si tratta di una posizione ufficiale sostenuta esplicitamente da determinati esponenti dell’ambiente italiano del cognitivismo clinico. Si tratta semmai di timori diffusi, che si esprimono in dichiarazioni informali. Il timore sarebbe che la definizione di linee guida di buona pratica costringerebbe la psicoterapia in un modello medico che la violenterebbe e la snaturerebbe. Inoltre, data la natura difficilmente formalizzabile della psicoterapia, il rischio di esporre i psicoterapeuti alle rappresaglie legali di pazienti sarebbe non piccolo. Dietro l’angolo ci sarebbe la possibilità di abbandonare la posizione garantista della responsabilità extracontrattuale “neminem laedere” che obbliga il soggetto che ritiene di aver ricevuto un danno all’onere della prova. Ovvero prima che ognuno di noi debba difendersi da una accusa tocca a chi ci accusa provarne la veridicità.

Tuttavia forse non è il caso di allarmarsi. Sulla colpa grave, nel 1972 una sentenza della Corte di cassazione civile aveva stabilito che:

“L’imperizia dovuta a colpa grave consiste nella totale difformità del metodo o tecnica scelti, dalle conoscenze acquisite alla scienza e pratica mediche, “sia per l’approvazione delle autorità scientifiche o per la consolidata sperimentazione”. Le conoscenze acquisite dalla scienza medica devono costituire il “necessario corredo culturale e professionale del medico”.

Tuttavia, il professionista ha una libertà di scelta tra le terapie e i metodi che la scienza offre. La legge ritiene che non si siano gli estremi della colpa grave, nel caso che il medico abbia scelto, in alternativa, un rimedio che, pur essendo giudicato dal mondo scientifico non in maniera univoca, non sia però da questo scartato.

 

Questi timori sono comprensibili e non sono infondati. Lo psicoterapeuta è un operatore geloso della propria indipendenza professionale e di una certa esclusività del suo rapporto con il paziente. Il rischio di ingabbiare in un sarcofago la psicoterapia non è implausibile.

Tuttavia questi timori non sembrano sfociare in una proposta chiara, ma restano allo stato di dichiarazioni non ufficiali, riducendosi in sterili mugugni. Sembra quasi che questa posizione raccomandi una posizione di attesa e di non collaborazione, nella speranza che la bolla si sgonfi e tutto si areni in linee guida in fondo inefficaci, se non generiche.

Altri ancora suggeriscono che le linee guida siano state già definite in sedi differenti dal Ministero e funzionano bene, nei loro limiti. Ad esempio, qualcosa del genere sarebbe presente nel documento 14/131/CR08b/C8 della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, contenente una Proposta di Accordo Stato-Regioni sulla definizione dei percorsi di cura da attivare nei pazienti schizofrenici, i disturbi dell’umore e i disturbi gravi di dipartimenti di salute mentale per i disturbi personalità.

Il che è in parte vero. Ma quel che nel documento colpisce è che mentre per la farmacologia procedure decisionali, tempistiche, dosaggi e procedure sono precise e dettagliate e rivelano un’elevata competenza del legislatore, della psicoterapia si parla in maniera frettolosa e generica. Compaiono una vaga prescrizione alla psicoterapia laddove serva e un paio di fuggevoli ammissioni di superiorità della psicoterapia cognitiva nel trattamento di certi disturbi di area ansiosa.

Questa genericità può essere in parte frutto solo dell’informata saggezza di un legislatore che -dopo aver a lungo studiato e meditato- non si vuole abbandonare a facili certezze. Oppure può riflettere la scarsa informazione del legislatore italiano verso la psicoterapia, soprattutto cognitiva. La sanità psichiatrica italiana, si sa, punta sulla farmacologia e sulla biologia e della psicoterapia nulla o poco sa.

Come si vede, siamo molto lontani da prescrizioni rigide e restrittive, in grado di ammanettare la pratica clinica e i psicoterapeuti.

Un dato a favore della strategie attendista è quello che fa notare che i tempi sono ancora lunghi. Il disegno di legge è ora al Senato, in attesa di ricevere i pareri di diverse Commissioni. Nei prossimi mesi, dopo le audizioni informali e i pareri delle Commissioni verranno apportate modifiche al testo approvato. Questo richiederà una nuova lettura alla Camera. Una volta approvata, la legge prevede che entro sei mesi il Ministero della salute istituisca e regolamenti con apposito decreto l’elenco delle Società scientifiche che contribuiranno all’elaborazione delle buone pratiche clinico-assistenziali e alle linee guida. Il tutto non avverrà in tempi brevi.

Davanti a questo scenario prolungato nel tempo una strategia prudentemente attendista potrebbe essere in parte corretta. E in parte no. Possiamo solo paventare mille timori davanti ai quali sarebbe meglio tacere? Perché non pensare anche ad attrezzarsi di fronte all’incremento delle regole di aderenza alle procedure, incremento che innegabilmente è parte di quella modernità scientifica a cui la terapia cognitivo-comportamentale spesso si richiama?

Una possibile roadmap per attrezzarsi a fornire il proprio contributo alla futura richiesta di parere tecnico da parte del ministero dovrebbe comprendere la prosecuzione dell’opera di formazione e di aggiornamento sulla responsabilità professionale, sulle buone pratiche cliniche e sulle Linee guida diagnostiche, terapeutiche e riabilitative; la promozione, la diffusione e l’applicazione, delle Linee guida più valide già esistenti; la costituzione di gruppi di lavoro per l’elaborazione di Linee guida relative all’utilizzo dei trattamenti psicoterapeutici comportamentali e cognitivi nei diversi disturbi e/o ambiti assistenziali. Facendo questo ci si potrà proporre come interlocutori competenti del Ministero.

Fantasmi nel sé. Trauma e trattamento della dissociazione strutturale (2011) – Recensione

Trattamento della dissociazione: Questo testo presenta i risultati del lavoro ultra ventennale degli autori sulla ricerca e sul trattamento dei disturbi dissociativi conseguenti alla traumatizzazione cronica.
Gli autori sono Onno van der Hart, Ellert R.S. Nijenhuis e Kathy Steele. In Italia il libro è edito da Raffello Cortina Editore (Milano).

Anna Cara

La dissociazione strutturale della personalità a seguito di esperienze traumatiche

L’idea alla base di questo lavoro è che la dissociazione strutturale della personalità sia l’essenza della traumatizzazione, vale a dire che tutti i disturbi di origine traumatica abbiano alla loro base la dissociazione strutturale della personalità.

La personalità é vista dagli autori come formata da vari sottosistemi psicobiologici che, nelle persone sopravvissute a traumi, possono essere organizzati in un modo rigido che non consente la comunicazione tra di essi. Questa chiusura determina una mancanza di coordinamento e di coerenza nella personalità stessa. Tale particolare organizzazione non coordinata dei sottosistemi della personalità é la dissociazione strutturale della personalità.

Diviene così di particolare importanza comprendere a fondo l’organizzazione della personalità e i deficit di integrazione strutturale per il trattamento dei traumi complessi.

Gli autori riprendono l’idea di Pierre Janet (1859-1947) di dissociazione intesa come una divisione della personalità o della coscienza in più parti non integrate fra loro e la ampliano affermando che queste divisioni dissociative riguardano non solo azioni mentali come lo sperimentare affetti, ma anche e soprattutto sistemi basilari della personalità: il sistema orientato alla ricerca e all’avvicinamento a stimoli piacevoli come la compagnia altrui, e quello finalizzato all’evitamento del pericolo e delle minacce alla propria integrità.

Tali sistemi, denominati dagli autori “sistemi d’azione”, hanno la funzione di aiutare l’individuo a distinguere le situazioni e le esperienze utili da quelle nocive in modo da favorire il miglior adattamento possibile dell’individuo al suo ambiente di vita. I sistemi d’azione implicano determinate tendenze all’azione che a loro volta sono fondamentali per affrontare le sfide ambientali in modo adattivo e comprendono sia azioni mentali, sia azioni comportamentali.

Gli autori sostengono che i disturbi traumatici presentano tutti una forma di dissociazione strutturale tanto più complessa quanto più è grave la traumatizzazione.

Inoltre, nelle persone con un Disturbo da Stress Post Traumatico o con altri disturbi legati ad esperienze traumatiche, è possibile osservare una mancata integrazione tra i sistemi d’azione orientati all’adattamento alla vita quotidiana e quelli preposti alla difesa dai pericoli. La divisione tra questi due sistemi d’azione è la forma più semplice di dissociazione strutturale della personalità. Tale divisione basilare comporta l’alternanza tra due parti della personalità: la parte apparentemente normale della personalità (ANP) e la parte emozionale (EP).

La visione dimensionale della dissociazione

Viene proposta una visione dimensionale della dissociazione:

Dissociazione strutturale primaria: tipica del disturbo da stress post traumatico e delle forme più semplici di disturbi dissociativi come alcuni disturbi di conversione. Prevede una ANP che comprende la maggior parte della personalità ed una EP con le restanti parti dissociate della personalità.
Dissociazione strutturale secondaria: presente in disturbi quali disturbo da stress post traumatico complesso ed il disturbo borderline di personalità derivato da traumi, tra gli altri. Implica la presenza di una ANP e di due o più EP ciascuna con diversi livelli di autonomia (a volte una EP che agisce e l’altra che osserva).
Dissociazione strutturale terziaria: presente nel disturbo dissociativo di identità (DID). Comporta la compresenza di molteplici ANP tutte attive nella vita quotidiana e molteplici EP che manifestano ciascuna uno specifico sistema d’azione (ad esempio una EP di tipo fight ed una che imita l’aggressore).

I sopravvissuti ad eventi traumatici solitamente mostrano una ANP attiva nel portare avanti i compiti della vita quotidiana come l’attaccamento, l’accudimento, la sessualità, ed impegnata, allo stesso tempo, ad evitare i ricordi traumatici. Quando negli stessi individui prevale la EP, essi agiscono in modo da rispondere alle minacce ed ai pericoli, reali o temuti, usando quelle stesse modalità che erano state utilizzate durante l’evento traumatico.
In altre parole, non vi è un’integrazione dei sistemi d’azione diretti alla gestione della vita quotidiana con quelli volti alla regolazione delle difese.

Per raggiungere gli obiettivi della vita quotidiana è necessaria una integrazione dei vari sistemi d’azione, cosa che richiede una notevole efficienza mentale. In un individuo che presenti una dissociazione strutturale, al contrario, una parte dissociativa della personalità sarà orientata verso un certo sistema d’azione e allo stesso tempo inibirà o eviterà i sistemi d’azione propri di altre parti della personalità che sono dissociate.

Il trattamento della dissociazione strutturale della personalità

Il trattamento della dissociazione strutturale della personalità implica l’intervento ed il superamento dei fattori di mantenimento, quali l’evitamento fobico e cronico da parte delle ANP delle intrusioni delle EP portatrici di ricordi, pensieri e sensazioni relativi al trauma.

Andranno, pertanto, trattate le seguenti fobie:
-del ricordo traumatico, che comporta l’evitamento di tutte quelle azioni anche mentali, come pensieri o emozioni, associate all’esperienza traumatica;
-dell’attaccamento e della perdita dell’attaccamento espresse da parti diverse della personalità che si manifestano con l’alternanza di vicinanza/distanza nelle relazioni, inclusa quella terapeutica;
-della vita normale, che implica l’accettazione del cambiamento e del rischio.

Inoltre, il trattamento della dissociazione è a più fasi: valutazione dei sintomi, delle risorse e del funzionamento mentale del paziente, stabilizzazione e riduzione dei sintomi, trattamento dei ricordi traumatici, integrazione e riabilitazione della personalità.

Il volume conclude con il mettere in guardia il terapeuta nel trattamento della dissociazione dal commettere degli errori controtransferali, come quello di identificarsi eccessivamente con il paziente, cosa che potrebbe portare il clinico ad evitare i vissuti di perdita e la sofferenza del paziente per proteggere se stesso dal dolore legato a propri traumi irrisolti.

Ipercritica nel narcisista: attacco o difesa?

Lo studio della personalità narcisistica è stato affrontato e dibattuto moltissimo per cui limiterò la mia osservazione al problema dell’ ipercritica e svalutazione dell’altro, modalità comportamentale disfunzionale sul piano delle relazioni e dell’immagine di sé.

Matteo Manfredini

 

Se parliamo di immagine grandiosa di sé, scarsa empatia, egocentrismo, sappiamo di chi stiamo parlando; lo studio della personalità narcisistica è stato affrontato e dibattuto moltissimo per cui limiterò la mia osservazione al problema dell’ ipercritica e svalutazione dell’altro che rappresenta una modalità comportamentale disfunzionale sul piano delle relazioni, dei cicli interpersonali e dell’immagine di sé.

 

Chi è l’ipercritico?

Perché alcune persone mostrano una tendenza alla facile ipercritica degli altri, sottolineandone imperfezioni, aspetti negativi del carattere o, più banalmente, dettagli legati al modo di vestire o di parlare, ecc.?

L’ipercritico sembra dirigere la propria attenzione agli aspetti negativi delle persone (veri o presunti) o, perlomeno, sembra accorgersi solo di questi e difficilmente riesce a comunicare sentimenti positivi quali l’ammirazione e l’apprezzamento altrui. Proprio per queste caratteristiche, questi soggetti tendono a non riscuotere particolari simpatie tra le persone e generalmente hanno relazioni distaccate e superficiali.

In genere, i narcisisti ci appaiono ipercritici, giudicanti, egocentrici e, quindi, sgradevoli proprio perché tendono a svalutare gli altri con severità, dimostrandosi incapaci di soffermarsi sugli aspetti positivi e piacevoli. Noi stessi potremmo sentirci oggetto di valutazione, giudicati per quello che pensiamo, per come ci vestiamo o più banalmente per il tipo di orologio che portiamo.

 

Come si manifesta la tendenza all’ ipercritica

Questa spiccata propensione all’ ipercritica, alla svalutazione o ridicolizzazione dell’altro può manifestarsi con rabbia e disgusto, apparentemente incongruo rispetto alla situazione: il tono è quello della polemica e del disprezzo.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo un certo Andrea seduto al tavolo di un bar e all’improvviso passa una ragazza un po’ grassottella vestita un po’ attillata. Andrea osserva velocemente la ragazza e rivolgendosi all’amico a fianco esprime un commento di questo genere: ‘Ma guarda che schifo! (disgusto) Ma non vede quanto è ridicola? (svalutazione) Certa gente non si vede… probabilmente crede di essere bella, ma stai a casa per favore! (rifiuto e rabbia)’.

Obiettivamente, tutti noi siamo osservatori e giudici del comportamento altrui, in questo modo abbiamo la possibilità di costruire un’immagine dell’altro e prevederne i comportamenti. Quando entriamo in contatto con qualcuno attiviamo più o meno consapevolmente una serie di pensieri, emozioni, memorie e schemi interpersonali che ci permettono di orientare comportamenti e scopi possibili. La modalità in cui entriamo in relazione genera ovviamente determinate risposte negli altri, andando a creare veri e propri cicli interpersonali (Semerari, 2003) non sempre funzionali al benessere di ambedue le parti.

 

Gli aspetti centrali della personalità narcisistica

Ma torniamo ad Andrea che abbiamo lasciato seduto al bar in preda al disgusto, all’ ipercritica e alla svalutazione altrui. Per poter comprendere il tema dell’ ipercritica dobbiamo necessariamente chiarire alcuni aspetti centrali della personalità narcisistica, ovvero: l’immagine grandiosa del sé, il sistema competitivo di rango (Liotti, 2011) e il valore del giudizio altrui.

Pensiamo ad un leone, lo immaginiamo grande, possente, invincibile, feroce e pericoloso. La sua presenza ci indurrebbe a scappare o, quanto meno, a cercare di non farlo arrabbiare, nulla potrebbe sconfiggerlo o farlo desistere dal sopraffare la sua preda. A questo punto torniamo da Andrea: una parte di lui crede, più o meno consapevolmente, di assomigliare al feroce predatore, si comporta come tale in presenza degli altri, ostenta sicurezza, determinazione e superiorità.

L’immagine grandiosa, tuttavia, rappresenta una proiezione di sé irrealistica e ideale atta a compensare un’idea di sé molto più modesta e fragile caratterizzata da debolezza e inferiorità. Quindi, per intenderci, immaginate ancora una volta Andrea, che crede di essere un leone, specchiarsi in una pozza d’acqua: quello che vedrebbe sarebbe sicuramente un animale a quattro zampe, ma più simile ad un gattino che suscita più tenerezza che ostilità.

A questo punto, abbiamo toccato la nota dolente. Il nostro protagonista fatica a riconoscere il proprio senso di inferiorità e fragilità, lo considera intollerabile e inconcepibile per cui alimenta una falsa convinzione di superiorità per non sentirsi potenzialmente debole.

Passiamo al sistema di rango: il narcisista ha la tendenza a vivere la vita come un’eterna sfida in ogni cosa che fa e vede gli altri come acerrimi nemici, giudicanti e pronti a strappargli la corona del più forte. E’ un mondo invidioso, popolato da gente senza scrupoli , quello del narcisista, una dimensione buia e anaffettiva fatta di ostacoli in cui vige la regola del più forte, ‘o si arriva primi o non si è nessuno’ recita dentro di sé Andrea.

Il narcisista privilegia la modalità competitiva perché è l’unica che conosce, attraverso la quale misura se stesso e gli altri in termini di superiorità/inferiorità, forza/debolezza ecc. La sua esistenza è una gara a punti e l’esito dipende essenzialmente dal punteggio ottenuto in ogni prova che deve superare. Un esito positivo confermerebbe l’immagine grandiosa (il leone), un esito negativo invece aprirebbe le porte alla vergogna e alla debolezza facendolo sprofondare nella notte più buia.

Passiamo all’ultimo aspetto da dibattere: il ruolo del giudizio altrui. Il mantenimento dell’immagine ideale di sé nel narcisista non può prescindere dal giudizio delle persone, spesso ben selezionate e ricercate per ottenere conferme e approvazione. Il pubblico di amici e non, diviene indispensabile per promuovere e ricercare un costante riconoscimento delle proprie qualità personali. Ovviamente, gli standard elevati e il sistema agonistico trasformano le relazioni in qualcosa di competitivo orientate prevalentemente al controllo e allo sfruttamento altrui, in cui prevale il bisogno di sentirsi ammirati e al primo posto.

Insomma, il leone per sentirsi tale ha bisogno degli altri, non c’è dubbio. Nel momento in cui il narcisista non rispetta determinati parametri perfezionistici, si sente potenzialmente vittima del giudizio altrui, perché potrebbe incorrere in critiche o perdite di status (immagine ideale) intollerabili. Il vissuto associato al fallimento della propria immagine in pubblico è la vergogna, un mostro a tre teste per il narcisista, in cui si immagina deriso, umiliato e inferiore.

 

Diverse interpretazioni dell’ ipercritica narcisistica

Alla luce degli aspetti descritti, torniamo al nostro esempio di ipercritica e proviamo a ricostruire quello che può essere accaduto nella mente del nostro protagonista. Non conoscendo le circostanze, la storia e i vissuti di Andrea non è possibile definire un’unica interpretazione, tra le molte possibili, mi limiterò pertanto, ad ipotizzare solo alcune reazioni alla luce di quanto descritto.

Riprendendo l’esempio, Andrea vede la ragazza, prova attrazione ma allo stesso tempo si sente potenzialmente giudicato negativamente dall’amico che potrebbe svalutarlo, il desiderio viene in questo caso sottomesso al principio di desiderabilità (non posso essere criticato) per cui svaluta e ridicolizza la ragazza manifestando, in questo caso, un finto disinteresse. In questa interpretazione, il timore del giudizio critico attiva rabbia e vergogna che viene prontamente proiettata sulla ragazza.

In un’altra ipotesi, Andrea prova interesse ma coglie segnali di disinteresse della ragazza nei suoi confronti. La reazione alla mancata ammirazione viene percepita come una sconfitta personale intollerabile seguita da rabbia e svalutazione dell’altro con l’intento di ripristinare la propria autostima, recuperando la propria presunta superiorità.

Sempre rimanendo all’interno di ipotesi e senza voler in alcun modo restringere il campo delle valutazioni, possiamo spingerci ad ulteriori riflessioni. Andrea vede la ragazza e si concentra sugli aspetti che reputa non corrispondenti ai propri rigidi criteri di immagine e bellezza, il vissuto che ne deriva è un senso di disagio e sgradevolezza che mal tollera. Il disgusto e la rabbia apertamente manifestate nella sua ipercritica segnalano la necessità immediata di distanziarsi da queste emozioni, ancora un volta proiettate all’esterno.

In conclusione, è evidente come i sentimenti di inadeguatezza e le reazioni di ipercritica siano solo apparentemente rivolti all’esterno ma, di fatto, il narcisista è il primo a giudicare se stesso negativamente per quello che prova, imprigionato in schemi rigidi, competitivi e da vissuti di profonda inferiorità.

La bassa tolleranza a certi tipi di emozioni negative costringe il soggetto a sbarazzarsene immediatamente e parte così l’ ipercritica, identificando qualcun altro come inferiore, debole, inadeguato.

La drammaterapia: in cosa consiste e quali sono i suoi aspetti terapeutici e riabilitativi

Usando metodi teatrali (improvvisazione, gioco di ruolo, ecc…) e strumenti teatrali (burattini, maschere, ecc…), la Drammaterapia aiuta le persone a capire meglio i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri comportamenti e permette agli individui di mettersi in gioco, anche con l’azione, e di arrivare velocemente alla soluzione dei problemi.

 

Il teatro nell’antica Grecia

[blockquote style=”1″]…sappiamo ciò che siamo, ma non quello che potremmo essere..[/blockquote]

(W.Shakespeare, Amleto)

Come noto, il teatro ha origini molto antiche, che vanno rintracciate nei riti magici e nelle cerimonie religiose della preistoria; tuttavia la sua consacrazione è avvenuta nell’antica Grecia, dove inizialmente il termine “teatro” – derivato da ϑέατρον (théatron), che significa “spettacolo” e dal verbo θεαομαι (théaomai) ossia “vedo” – indicava la gradinata dalla quale si contemplava la rappresentazione drammatica, ma anche il pubblico che vi assisteva. Successivamente, il termine fu esteso per indicare tutto l’edificio destinato alla rappresentazione e, ancor più tardi, arrivò a designare l’opera letteraria o musicale che vi veniva rappresentata.

Già gli antichi Greci avevano ben chiaro che il teatro avesse degli aspetti terapeutici: fu Aristotele (384 a.c. – 322 a.C.), infatti, ad introdurre il concetto di catarsi per indicare il peculiare effetto che il dramma aveva sugli spettatori. Il termine catarsi – dal greco κἁθαρσις (katharsis), ovvero “purificazione” – sta ad indicare la liberazione dell’individuo da una contaminazione che corrompe la sua natura. Nella sua poetica, Aristotele sostiene che lo scopo del dramma è quello di purificare gli spettatori attraverso l’eccitazione artistica di alcune emozioni. Già nell’antica Grecia, dunque, la funzione del teatro era considerata espressione del dramma interiore dell’individuo e, contemporaneamente, era ritenuta catartica.

La Drammaterapia: i suoi aspetti terapeutici

Analogamente, oggi lo scenario teatrale riscopre e valorizza sempre più finalità non soltanto culturali, ma anche terapeutiche e riabilitative. Non più, quindi, un teatro solo per coloro che possono permettersi di stare comodamente in poltrona, ma un’arte che scende in campo nelle scuole, nelle comunità terapeutiche, nelle carceri, nelle aziende, rivoluzionando, in questo modo, lo spazio artistico convenzionale. In tale contesto, tra le scuole di questo indirizzo, la Drammaterapia di Robert Landy occupa un posto molto importante. Il modello terapeutico di Landy (1999) è il “modello del ruolo”, che vede l’individuo come colui che gioca una serie di ruoli, familiari e sociali, nella vita reale. Nel lavoro teatrale, l’attore entra ed esce continuamente dal ruolo, passando da una realtà all’altra, si muove attraverso un tempo reale ed un tempo immaginario, da una realtà ordinaria ad una realtà teatrale. Secondo Landy l’attore non diventa il personaggio che sta interpretando, ma avvicina se stesso e le sue esperienze alla performance.

Secondo la definizione della British Association of Dramatherapists, [blockquote style=”1″]Drammaterapia è l’uso intenzionale e sistematico degli aspetti curativi del dramma nel processo terapeutico[/blockquote] (1991).

The Institute of Dramatherapy l’ha definita [blockquote style=”1″]una terapia artistica basata sull’arte teatrale ed applicata a contesti clinici e sociali, sia in assetto individuale, sia di gruppo[/blockquote] (1993).

Il focus di attenzione della Drammaterapia è il ruolo, che Landy (1999) definisce [blockquote style=”1″]il contenitore dei pensieri e dei sentimenti che abbiamo di noi stessi e degli altri, dei nostri modi sociali e immaginari.[/blockquote]

L’interpretazione del ruolo a livello drammatico, secondo questa ottica, dunque, sintetizza i naturali processi di assunzione di ruoli che attuiamo durante la nostra crescita evolutiva, ossia: imitazione, identificazione, proiezione e transfert.

Collocata sulla soglia tra scienza ed arte, la Drammaterapia propone l’idea che ciascun individuo sia intrinsecamente “drammatico” nel suo sviluppo e che le prime manifestazioni di principi drammatici siano osservabili già nei primi mesi di vita e riscontrabili lungo tutto l’arco dell’esistenza. La costruzione di una realtà drammatica condivisa costituisce un luogo di scambio in cui è possibile sperimentare ruoli, pensieri, emozioni, all’interno di una cornice protettiva che definiamo “finzione”. Questo processo di costruzione, è essenzialmente un processo di gruppo, che implica la creazione di un clima di collaborazione e rispetto, che incoraggia la sensibilità empatica del gruppo e consente l’incremento delle capacità relazionali.

Usando metodi teatrali (improvvisazione, gioco di ruolo, ecc…) e strumenti teatrali (burattini, maschere, ecc…), la Drammaterapia aiuta le persone a capire meglio i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri comportamenti e permette agli individui di mettersi in gioco, anche con l’azione, e di arrivare velocemente alla soluzione dei problemi. Trattandosi di un percorso teatrale che comprende giochi di ruolo e di simulazione attraverso le tecniche dell’improvvisazione e rielaborazione delle esperienze vissute, la Drammaterapia favorisce il cambiamento in un’ottica di coesione di gruppo e permette di esplorare e sviluppare le dinamiche relazionali: in questo senso le attività di Drammaterapia si adattano perfettamente anche al contesto aziendale e migliorano il clima organizzativo ed il senso di appartenenza. E’ un modo simpatico per permettere alle persone di crescere, di rafforzarsi, di capire le proprie ed altrui emozioni, di favorire la coesione attraverso due elementi fondamentali della nostra esistenza, ovvero la relazione ed il gioco.

L’asimmetria di un’emozione: un’emiparesi facciale rende difficile il riconoscimento delle emozioni altrui

Probabilmente non è in cima alla liste delle preoccupazioni delle persone affette da emiparesi facciale, ma il problema non va sottovalutato. Questa condizione patologica infatti non solo ostacola la produzione delle espressioni, ma anche peggiora la percezione delle espressioni sul viso degli altri.

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

Un nuovo studio a cui hanno collaborato la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, l’Università del Wisconsin Madison (USA), e la Harvard Medical School di Boston, dimostra che questa difficoltà è probabilmente legata a un deficit dell’imitazione facciale, un meccanismo che ci aiuta a comprendere le emozioni degli altri.

Le premesse sono due. In primo luogo, la ricerca scientifica ha dimostrato che quando guardiamo le espressioni facciali altrui le imitiamo in maniera impercettibile e inconsapevole (gli scienziati chiamano questo fenomeno facial mimicry, imitazione facciale). L’ipotesi è che questo comportamento aiuti la comprensione delle emozioni che stiamo osservando.

La seconda cosa da sapere è che la nostra faccia è asimmetrica, come lo sono le nostre espressioni: sono più marcate e iniziano prima (l’espressione facciale è un processo dinamico) in una metà del viso rispetto all’altra. Questa asimmetria, dicono alcuni studi, conferisce all’espressione un “sapore” speciale: quelle che iniziano e sono più marcate a sinistra, per esempio, sono giudicate più sincere.

Cosa succede se mettiamo assieme questi due assunti? [blockquote style=”1″]Che se, per sfortuna, una persona è impossibilitata a muovere metà faccia, per via di una patologia per esempio, avrà anche difficoltà a percepire correttamente le emozioni degli altri[/blockquote] spiega Sebastian Korb, ricercatore della SISSA e primo autore di uno studio pubblicato su JAMA Facial Plastic Surgery. Korb ha lavorato con un campione di pazienti colpiti da emiparesi unilaterali destre o sinistre. Negli esperimenti i pazienti (57 in tutto) osservavano degli avatar (visi umani tridimensionali) sullo schermo di un computer che mostravano in maniera dinamica espressioni di gioia o di collera. [blockquote style=”1″]L’uso degli avatar generati al computer ci ha permesso di tenere sotto controllo tutte le dimensioni dello stimolo, dalla scansione temporale dell’espressione alla sua asimmetria.[/blockquote]

Come già accennato, la letteratura scientifica mostra che le espressioni che iniziano prima a sinistra appaiono come più sincere di quelle che iniziano a destra. Secondo la teoria dell’embodied cognition, che sostiene che la comprensione delle emozioni è facilitata se riproduciamo i pattern di contrazione muscolare sul nostro corpo (per esempio attraverso la facial mimicry), questo dovrebbe avere un effetto apprezzabile sulle persone colpite da emiparesi, incapaci di imitare correttamente l’espressione con la metà paralizzata.

[blockquote style=”1″]Le nostre osservazioni dimostrano che questa differenza esiste in maniera evidente per le persone affette da emiparesi sinistra[/blockquote] spiega Korb. Negli esperimenti Korb e colleghi hanno osservato che le persone paralizzate a destra non hanno grandi differenze con le persone sane, sia per quanto riguarda i giudizi di autenticità dell’espressione dell’avatar che nei tempi di reazione quando si chiede loro di identificare il più velocemente possibile un’espressione. Entrambi giudicano meno autentica l’espressione che inizia nella parte destra di un volto, rispetto a quella che inizia a sinistra, e rispondono più velocemente a quest’ultima.

I pazienti paralizzati a sinistra invece hanno un comportamento più complesso. Per le espressioni di collera non mostrano differenze significative con gli altri soggetti, ma la cosa cambia per la gioia, che viene giudicata meno sincera quando inizia a sinistra dove richiede anche tempi più lunghi per essere identificata.

[blockquote style=”1″]Questo significa due cose: che l’imitazione facciale è, almeno parzialmente, lateralizzata, cioè copia l’asimmetria dell’espressione che osserva, e che è asimmetrica in maniera anatomica e non speculare[/blockquote] spiega Korb. Quindi quando osserviamo un’espressione che inizia nella parte sinistra di un viso, la imitiamo nella metà sinistra del nostro viso, e non sulla destra come se fossimo davanti a uno specchio.

[blockquote style=”1″]Questa osservazione non solo approfondisce la nostra conoscenza del ‘vocabolario’ delle espressioni facciali, ma dimostra che chi è affetto da disturbi che bloccano il movimento dei muscoli facciali può avere difficoltà di diversa natura, anche nell’interazione sociale[/blockquote] conclude Korb. [blockquote style=”1″]Queste persone non solo infatti non riescono a generare espressioni corrette, ma fanno fatica a comprendere quelle degli altri, e quest’abilità è importantissima per l’empatia, una funzione alla base della nostra vita sociale.[/blockquote]

 

English version

Though probably not at the top of the concerns of people affected by facial hemiparalysis, it’s nonetheless a problem that should not be overlooked. Facial hemiparalysis not only makes it impossible to produce expressions, it also impairs the perception of expressions on other people’s faces. A new study conducted with the collaboration of the International School for Advanced Studies (SISSA) in Trieste, the University of Wisconsin, Madison (USA), and the Harvard Medical School of Boston, shows that this difficulty is probably related to an impairment of facial mimicry, a mechanism that helps us understand the emotions of others.

There are two premises. First, scientific research has demonstrated that when we look at other people’s facial expressions, we tend to imitate them in an imperceptible and subconscious manner through a process known as facial mimicry. The hypothesis is that this behaviour helps us understand the emotions we are watching.

The second thing we need to know is that our expressions, just like our face, are asymmetrical: they are more pronounced and begin earlier (facial expression is a dynamic process) on one half of the face compared to the other. This asymmetry is thought to give expressions a special “flavour”: those that begin and are more pronounced on the left, for example, are judged as being more authentic.

What happens if we combine these two assumptions? [blockquote style=”1″]That if, unfortunately, a person is unable to move half of their face – for example, because of a pathological condition – they will also have difficulty perceiving other people’s emotions correctly[/blockquote] explains Sebastian Korb, SISSA research fellow and first author of a paper just published in JAMA Facial Plastic Surgery. Korb worked with a sample of patients affected by right- or left-sided facial hemiparesis. In the experiments, the patients (57 in all) watched a series of computer-generated avatar faces (three-dimensional human faces) as they dynamically showed expressions of happiness or anger. [blockquote style=”1″]The use of the computer-generated avatars allowed us to control all dimensions of the stimulus, from the timing of the expression to its asymmetry.[/blockquote]

As mentioned, the literature shows that expressions that begin from the left side of the face come across as being more authentic than those that start on the right. According to the theory of embodied cognition, whereby interpretation of emotions is facilitated if we reproduce the patterns of muscle contraction on our own body (e.g., through facial mimicry), this should have an effect on persons affected by hemiparesis, who are unable to correctly mimic the expression with the paralysed half of their face.

[blockquote style=”1″]Our findings show that this difference clearly exists for persons affected by left hemiparesis[/blockquote] explains Korb. In their experiments, Korb and colleagues found that patients with right-sided paralysis did not differ much from healthy subjects in either their judgement of authenticity of the avatar’s expression or in their response times when asked to identify an emotion as quickly as possible. Both groups judged expressions starting on the right side of the face as less authentic than those starting on the left, and both responded more rapidly to the latter expressions.

By contrast, patients with left-sided paralysis exhibited a more complex behaviour. While they showed no significant difference for anger, the situation changed with happiness, which was judged less authentic when starting on the left side of the face, where it also took longer to be identified.
[blockquote style=”1″]This means two things: that facial imitation is, at least in part, lateralized – that is, it copies the expression it observes – and that it is asymmetrical in an anatomical rather than specular manner[/blockquote] explains Korb.

Therefore, when we observe an expression that begins on the left side of the face, we mimic it with the left side of our face, and not with the right side as if we were in front of a mirror.
[blockquote style=”1″]This finding not only extends our knowledge of the ‘lexicon’ of facial expressions, but it also shows that those affected by disorders blocking the movement of facial muscles may also experience other types of difficulty, also in social interaction[/blockquote] concludes Korb. [blockquote style=”1″]These persons in fact are not only unable to generate correct facial expressions, they also have trouble interpreting facial expressions, a vital skill for displaying empathy, a function that underlies our social lives.[/blockquote]

Atteggiamenti nei confronti della consulenza psicologica in pazienti della medicina di base: uno studio esplorativo

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 – Sezione Junior

ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI DELLA CONSULENZA PSICOLOGICA IN PAZIENTI DELLA MEDICINA DI BASE. UNO STUDIO ESPLORATIVO

Daniele Lagatta

Introduzione

Secondo una recente stima, presentata dall’European Brain Council e l’European College of Neuropsychopharmacology (2011), un terzo degli europei soffre di almeno un disturbo psicopatologico diagnosticato. Ricorrere al solo trattamento farmacologico non è esaustivo nella risoluzione e gestione del paziente e delle problematiche riguardanti la salute.

L’autorevole rivista “Nature” (2012), a tal proposito, ha sottolineato quanto anche l’approccio psicoterapeutico sia quanto mai complementare e valido per la prevenzione e il trattamento di disturbi psicologici in termini di efficacia dei risultati, del loro mantenimento e in particolare per la riduzione dei costi socio-sanitari. Questi risultati presenti in letteratura confermano un cambiamento in corso rispetto al modo in cui sino ad oggi abbiamo concepito il modello di salute e malattia.

A fronte di un cambio di prospettiva a livello internazionale, i Sistemi Sanitari dei diversi Paesi sono chiamati a garantire da un lato, il mantenimento più a lungo possibile dello stato di salute promuovendo stili di vita e condizioni ambientali più sane; dall’altro, una presa in carico individuale delle persone malate finalizzata alla “cura della persona” piuttosto che alla cura della sola malattia come ancora accade in numerose circostanze. La scelta di recuperare, come valore, il concetto di “persona malata” implica un approccio biopsicosociale al paziente (Engel, 1977), in cui l’attenzione deve rivolgersi alle necessità fisico-organiche ed ai bisogni emotivi e psicologici. Ciò legittima l’ingresso della figura dello psicologo e l’attuazione dei suoi molteplici interventi nel contesto delle cure primarie.

La rilevanza, dunque, della comprovata efficacia terapeutica, gli effetti positivi dell’inserimento della figura dello Psicologo nell’ambito della cura primaria, gli ampi risultati raggiunti in alcune realtà sia nazionali che internazionali, hanno dato vita al desiderio di indagare se, anche nel contesto locale, fosse sentito il bisogno di un supporto psicologico nei pazienti all’interno degli studi di medicina generale.

Perdono e neuroscienze: gli effetti benefici sulla salute

Il perdono fa parte di una nuova educazione alla consapevolezza e alla felicità; una strategia evolutiva necessaria per la salute, il benessere e la qualità della vita. È una delle abilità personali e sociali necessaria nella nuova educazione per tutti gli individui e soprattutto nella formazione dei nuovi leader. Il processo del perdono è un allenamento neuronale per sviluppare capacità fondamentali nella sfera personale, relazionale e sociale: trasformare i problemi in risorse, gestire i conflitti, sviluppare l’empatia matura.

Daniel Lumera

Gli studi delle neuroscienze sul perdono

Negli ultimi anni l’interesse sul perdono è cresciuto esponenzialmente, allargandosi dal linguaggio di spiritualità e psicoterapia a quello della scienza e della medicina. Negli ultimi 5 anni si sono moltiplicate le pubblicazioni scientifiche che hanno coinvolto anche studi di neuroscienze e si sono principalmente focalizzati sugli effetti benefici nel sistema circolatorio, immunitario e nervoso. Questo interessamento da parte della scienza ha sottolineato l’importanza di perdonare come strumento fondamentale per la salute e la qualità della vita, non limitandolo più solo all’ambito psicologico e spirituale.

La letteratura mostra chiaramente che il perdono rappresenta una positiva e salutare strategia per superare una condizione di distress anche da un punto di vista neurobiologico.
Identificare le sue correlazioni neurologiche è importante per poter chiarire quali aree del cervello contribuiscono alle funzioni biologiche. La maggior parte degli studi fino a oggi effettuati si sono focalizzati sulle differenti funzioni manuali relazionate al perdono come l’empatia, la self compassion e il processo decisionale (decision making) ma, anche se tutte queste funzioni e processi sono inclusi nell’azione del perdonare, non lo definiscono completamente.

Il perdono è un elevato processo sociale anche dalla prospettiva del cervello. I risultati raccolti mostrano che differenti aree celebrali sono coinvolte nel processo del perdono: il left lateralized network (frontal, temporal and parietal regions, right angular gyrus and the prefrontal and posterior cingulate cortical areas, such as the left ventromedial prefrontal cortex).

Uno dei più recenti studi è quello di Piero Petrini dell’Università di Pisa che ha sviluppato una ricerca sulle aree celebrali coinvolte, studiandole attraverso la risonanza magnetica funzionale. Questa ricerca ci mostra come e dove le aree celebrali sono attivate mentre il processo del perdono ha luogo: la corteccia prefrontale si attiva quando siamo capaci di trasformare le difficoltà in risorse, ridefinendo le esperienze negative in opportunità di crescita, la corteccia parietale inferiore è associata con l’empatia matura, sviluppata nel processo di perdono, il precuneo si attiva quando sperimentiamo l’abilità di cambiare la nostra prospettiva assumendo l’informazione necessaria a superare il conflitto.

Conclusioni

In conclusione, la neuroscienza applicata al perdono ci fornisce alcuni interessanti insights relativi a quello che succede nel cervello quando un individuo perdona. Il processo del perdono coinvolge le regioni cerebrali relative all’empatia, al decision making, all’attenzione, alla memoria e alla cognizione sociale rivelando la sua natura di processo complesso e integrato che in realtà potrebbe riorganizzare l’intera rete cerebrale coinvolta nella coesione sociale, relazioni intime , benessere psicologico e la salute globale.

Terapia della bambola: una terapia non farmacologica per la gestione dei sintomi comportamentali della demenza senile

Per indagare l’efficacia della terapia della bambola, nella ricerca di Pezzati R. e collaboratori (2014) è stata utilizzata come riferimento la teoria dell’attaccamento di Bowlby. L’ipotesi proposta dai ricercatori è che l’esperienza emozionale della persona esposta a sedute di terapia della bambola attivi i sistemi di accudimento e di esplorazione.

Michela Quaglia, OPEN SCHOOL PTCR MILANO

 

Introduzione

L’età media della popolazione è aumentata considerevolmente negli ultimi decenni. Il calo delle nascite, associato all’aumento dell’aspettativa di vita, della seconda metà del Novecento ha avuto come conseguenza una notevole crescita del mondo degli anziani. Si prevede che in Europa, in termini assoluti, il loro numero raddoppierà passando da 85 milioni nel 2008 a 151 milioni nel 2060 (European Commission and the Economic Policy Committee, 2009).

In particolare, la popolazione italiana dal 2001 al 2011, ha subito un forte incremento demografico, crescendo di più di due milioni di unità, grazie al miglioramento della speranza e della qualità della vita. In particolare, secondo le stime dell’Istat (Rapporto annuale 2012) se nel 2001 gli ultrasessantacinquenni costituivano circa il 18% della popolazione, oggi raggiungono il 20,3% del totale e nel 2043 oltrepasserano il 32%.
Proprio l’invecchiamento della popolazione è il fenomeno che la società di oggi si trova a fronteggiare: una situazione del tutto nuova rispetto al passato.

Così come sono aumentate le aspettative di vita, sono anche aumentate le possibili cause di disabilità, motivo per il quale la qualità della vita della popolazione anziana e i suoi determinanti costituiscono oggetto di grande interesse da parte dei soggetti sociali e della comunità scientifica. L’invecchiamento è sempre accompagnato da alcuni aspetti comuni come la malattia e il decadimento fisico, psichico e cognitivo. Tra le cause di disabilità si annovera un esponenziale incremento di patologie invalidanti a carattere progressivo quali le demenze: le più diffuse sono la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare. Carattere comune di tali patologie è il progressivo e ingravescente calo delle abilità cognitivo-comportamentali che si accompagna, nelle fasi più avanzate, a una totale perdita nell’autonomia delle attività quotidiane e all’aumento dei disturbi comportamentali.

La demenza colpisce una persona su venti di età superiore ai 65 anni e una su cinque di età superiore agli 80: in tutto il mondo ne sono affette circa 35,6 milioni di persone. Si prevede che entro il 2050 questo numero salirà a oltre 115 milioni.
Un recente studio pubblicato su Nature, ha stimato che la popolazione europea affetta da demenza raddoppierà nei prossimi 40 anni passando da un totale di 10 milioni a quasi 19 milioni (Abbot, 2011).

 

Terapie non-farmacologiche e la terapia della bambola

L’aumento della popolazione anziana e dei problemi legati all’invecchiamento ha colto impreparati tanto le famiglie quanto le strutture preposte agli interventi socio-sanitari: la diffusione delle demenze si presenta come un fenomeno sociale drammatico, un fenomeno che incide pesantemente sulla vita del singolo malato e della sua rete familiare.
La limitata efficacia delle terapie farmacologiche e la plasticità del cervello umano sono le ragioni più importanti del crescente interesse per le terapie non farmacologiche che, oltre a rappresentare una valida alternativa all’approccio farmacologico, incrementano di fatto il numero di opzioni terapeutiche.
Alla luce di queste motivazioni, negli ultimi anni, i servizi attivi sul territorio richiedono sempre più la loro attuazione in progetti preventivi, riabilitativi e terapeutici (Cilesi, 2009).

Le terapie non farmacologiche consistono in interventi che agiscono sulla sfera cognitiva, comportamentale, relazionale ed emotiva in pazienti sani (come prevenzione) o con demenza da grado lieve a severo (Cilesi, 2007).
Uno, fra questo tipo di interventi, è la Doll Therapy o Terapia della Bambola: nata in Svezia verso la fine degli anni ‘90 dall’idea di Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta, che l’aveva pensata per stimolare l’empatia e le emozioni del proprio figlio autistico.
Da allora la bambola “Empathy doll” si è trasformata da semplice giocattolo a strumento terapeutico: grazie alle sue caratteristiche particolari (distribuzione del peso, dimensioni, tessuto morbido, sguardo, capelli sbarazzini, posizione di braccia e gambe, dimensioni e tratti somatici) favorisce l’accudimento attivo da parte dell’anziano con grave decadimento cognitivo e la diminuzione di alcuni disturbi comportamentali, diventando così una risorsa nell’affrontare alcune situazioni problematiche che possono presentarsi durante il decorso della malattia.

 

La terapia della bambola: le ricerche

Per indagare l’efficacia della terapia della bambola, nella ricerca di Pezzati R. e collaboratori (2014) è stata utilizzata come riferimento la teoria dell’attaccamento di Bowlby.
L’ipotesi proposta dai ricercatori è che l’esperienza emozionale della persona esposta a sedute di terapia della bambola, attivi i sistemi di accudimento e di esplorazione. Per verificare questa ipotesi sono stati confrontati un gruppo di pazienti con demenza istituzionalizzati e sottoposti a terapia, con un gruppo di controllo non trattato. Il protocollo sperimentale utilizzato consisteva in 10 sessioni non consecutive, strutturate con l’obiettivo di ricreare una situazione di separazione da una figura conosciuta e l’interazione con l’ambiente, per ricreare parzialmente le fasi prototipiche della “Strange Situation”. Tutte le sessioni sono state videoregistrate e analizzate attraverso una griglia di osservazione. I parametri indagati e valutati erano i seguenti: la dimensione relazionale con l’ambiente, la direzione dello sguardo, i comportamenti di esplorazione e i comportamenti di accudimento.

Dai risultati si è potuto notare che l’applicazione della terapia della bambola abbia promosso e migliorato la dimensione affettiva e relazionale di attaccamento/accudimento e la dimensione attentiva nel comportamento di esplorazione, dei pazienti con una demenza di grado avanzato.
I risultati suggeriscono, quindi, che l’uso della terapia della bambola promuove miglioramenti significativi della capacità di relazione con il mondo circostante.

Altri autori (Braden, Gaspar, 2015) hanno inoltre cercato di valutare l’efficacia di questo trattamento per persone con demenza, che presentano gravi sintomi comportamentali quali: agitazione, confusione, aggressività fisica e verbale, insonnia, apatia, depressione, disinteresse/inattività, wandering, affaccendamento afinalistico…

Tale studio è stato svolto, previa specifica formazione del personale riguardo la corretta somministrazione della bambola terapeutica, in un centro di cura per le demenze senili, ed ha coinvolto 16 donne con Alzheimer da grado moderato a severo.
I risultati dell’applicazione dell’intervento di terapia della bambola sono stati analizzati con un questionario, somministrato agli operatori, diviso in 6 aree di comportamento, osservato prima e dopo il trattamento con la bambola.

I dati fanno emergere una diminuzione statisticamente significativa dei livelli di ansia, aggressività, oppositività, insonnia… e, al contempo, un miglioramento dei livelli di vivacità/attività.
Infine sono migliorate anche le modalità di relazione pre-verbali e non verbali, con una conseguente riattivazione delle relazioni con gli altri ospiti e operatori.
Grazie alla sollecitazione della memoria procedurale, tramite i gesti di cura come la vestizione, il cambio di abiti o ancora attraverso le azioni del cullare o dell’alimentare, sono significativamente migliorate anche le condotte di auto-assistenza e cura personale, messe in atto dalle singole pazienti.

In conclusione, si può vedere come nei vari studi, la terapia della bambola si sia rivelata un intervento non farmacologico di grande valore per la pratica clinica: valido per il miglioramento del benessere della persona e volto a ridurre i disturbi comportamentali e psicologici nei pazienti con demenza.

De gustibus non est disputandum…fino al prossimo ripensamento! Perché i nostri gusti cambiano?

Perché imporsi di cambiare gusto, atto che, alla lettera, appare contro natura? E se volessimo farlo, è possibile? Di fatto desiderare ciò che disprezzavamo è un atto che compiamo continuamente. E allo stesso tempo siamo tremendamente coerenti in alcune preferenze.

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera, Sabato 19 Marzo 2016

 

A me i carciofi hanno sempre fatto schifo. Da piccolo arrivavano a tavola ripieni. Il ripieno era buono – mia madre in cucina ci sapeva fare – e cercavo di mangiare meno carciofo possibile, limitandomi al cuore morbido. La battaglia era difficile, ho mandato giù parecchie foglie.

Quando uscì Edward mani di forbice non lo vidi. Dal trailer sembrava decadente, melenso. L’ho guardato pochi mesi fa, con i miei figli e la mia fidanzata, promotrice dell’evento. Mi è sembrato bellissimo. Gli orinatoi di Duchamp li vedrei bene al loro posto naturale, nei musei occupano spazio senza merito: l’ho pensato la prima volta che ne ho sentito parlare, non ho cambiato idea. Invece ho sempre adorato le forme linguistiche del Dadaismo – Duchamp era membro della corrente – e quando in una puntata della seconda stagione di Fargo uno dei killer inizia a parlare in ‘surrealese’ ho esultato. Rifiutavo le birre amare, ero tutto per le ambrate belghe, senza confronti. Oggi le trovo troppo dolci e la mia scelta del ristorante è in buona parte condizionata dalla presenza nel menu di una India Pale Ale.

Emanuele Arielli nel suo ‘Farsi piacere. La costruzione del gusto‘ confessa di non amare la musica dodecafonica (sono con lui!) alla quale il suo amico C.R. (sospetto non sia CR7) cerca di iniziarlo. Arielli ci prova, si impegna, ne degusta i bocconi meno indigesti, ne studia la filosofia. In cambio insiste perché C.R. assapori cibi giapponesi che quest’ultimo trova disgustosi (sono col suo amico!). C.R. riesce a ingolosirsi del nattō, fagioli di soia fermentati, decido quindi che se nella vita incontrerò Arielli non andrò al ristorante giapponese con lui, abbiamo altre passioni da condividere. Arielli non arriva ad apprezzare l’atonale, anche se ne riconosce le influenze su Frank Zappa, che gli piace.

Perché imporsi di cambiare gusto, atto che, alla lettera, appare contro natura? E se volessimo farlo, è possibile? Le domande di Arielli sono queste. Se siete di quelli che vanno alla Maldive e si lamentano perché al ristorante non hanno gli spaghetti alla carbonara, smettete di leggere questo articolo e non acquistate il libro. Però, se pensate che il problema del cambiar gusto non vi tocchi, chiedetevi perché non mangiate ancora gli omogeneizzati.

Di fatto, amare cose che ci lasciavano indifferenti, desiderare ciò che disprezzavamo, rigettare quello che prima ci attraeva sono atti che compiamo continuamente. E allo stesso tempo siamo tremendamente coerenti in alcune preferenze. L’ambiente ci influenza: una ragazza conosciuta su un ponte sospeso sull’abisso la troviamo più interessante di una incontrata in un luogo tranquillo: sotto adrenalina, il brivido si lega alla sua immagine. La familiarizzazione e la ripetizione dell’atto ci influenzano: una pubblicità ripetuta ci induce a desiderare una macchina. Esercitarsi duramente alla chitarra può portarci ad amare il pezzo che suoniamo, o almeno a trovarlo interessante, quel brano diventa una seconda natura.

Ancora la domanda: perché decidere di cambiare gusto? Tra i motivi: stabilire o mantenere il contatto con gli altri. Confesso, non senza vergogna, che ai tempi dell’università mettevo i calzini bianchi. Una ragazza che mi piaceva mi disse gentilmente: perché lo fai? Da allora non li ho più indossati e quando Anna Wintour, intervistata da David Letterman, gli fece notare la stessa cosa protestai a voce alta: David, non puoi fare un errore così!

Quindi cambiamo gusto per opportunismo? Basta meno. Aprite l’armadio, guardate la gonna comprata da H&M l’anno scorso. Ricordate come vi sembrava indispensabile? Oggi la osservate con una smorfia impercettibile di disprezzo. Ve la immaginate addosso e vi sentite in imbarazzo. Perché intorno a voi indossano altri colori, altri tagli. I capelli cotonati negli anni ’80 erano belli, ora fanno sorridere.

Il nostro gusto è influenzato dal bisogno di appartenere al gruppo. Quello che ci esclude tende a non piacerci più. E se ci piace in modo inflessibile dobbiamo trovare un gruppo che condivida quella preferenza, il gusto si esercita in una comunità che lo condivide.

Ripeto la domanda: perché volere cambiare gusto? La risposta di Arielli, il cuore di un libro che ho letto in un giorno perché quella scrittura tra cultura pop, ragionamento logico solido e filosofia la trovo appetitosa: perché farsi piacere qualcosa è una pratica di libertà. La forza di svincolarsi da se stessi, oltrepassare i confini del noto, diventare altro per capire chi siamo. E a quel punto lasciare che si staglino i pilastri dell’identità: l’immutabile che ci fa dire ‘io’ quando ci guardiamo allo specchio nei momenti di dubbio. Tentiamo di essere infedeli a noi stessi, ci scopriamo più capaci di riconoscerci.

Aggiungo: alcuni gusti non li possiamo alterare, quelle preferenze che ci definiscono umani: sentirsi amati, ricevere un plauso, incontrare un partner sessuale, appartenere a un gruppo, divertirsi giocando, l’eccitazione dell’esplorare un territorio nuovo. E poi i gusti geneticamente determinati o quelli che si sono stampati nel nostro cervello.

Nessuna pratica ascetica mi porterà mai a gioire al sapore di carciofi e anice, credo che ci siano precise istruzioni in proposito nel mio DNA. Capire come la vita ci scriva addosso dei gusti in modo indelebile è più difficile. So solo che ho provato a portare nel mondo di Trono di Spade la mia amica Patrizia. Fallendo: ‘No, no, draghi, magia, saghe nordiche, sicuramente parlano una lingua piena di Ø e le Ø mi irritano‘.

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