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Non è più il tempo dell’inconscio e dell’underground nella psicoterapia moderna

La psicoterapia si è evoluta da Freud ad oggi e si assiste ad un sempre minore interesse per l'inconscio e per il passato mentre ci si sofferma sul presente

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 30 Ott. 2015

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il  25/10/2015

 

L’underground è affascinante, ciò che è sotterraneo e nascosto è intrigante, ma la psicoterapia moderna ha da tempo abbandonato le esplorazioni negli inferi. Le profondità buie dell’inconscio freudiano sono finite nei racconti ottocenteschi da leggersi all’imbrunire, insieme alle storie di Jeckill e Hyde, di Dracula e Frankenstein.

L’inconscio freudiano era estremista. Un inconscio assoluto, inattingibile e mai veramente conoscibile. Solo la situazione psicoanalitica, la stanza chiusa e il lettino, ci concederebbe la possibilità di dare una rapida occhiata ai contenuti inconsci. E questa situazione psicoanalitica è a sua volta un privilegio riservato a pochi felici, gli analisti esperti, che si siano sottoposti a loro volta a una lunga analisi personale. Un percorso iniziatico, insomma, nei bassifondi della psiche.

La stranezza è che in Freud questo livello underground era raggiunto percorrendo una strada tecnologica e modernistica. Tecnologia ottocentesca beninteso, basata sul motore a vapore. Per Freud la mente era una macchina che obbediva ai principi della termodinamica. Paradossale base teorica dal sapore steampunk per uno degli scopritori dell’interiorità. Freud si ispirò al lavoro di Gustav Theodor Fechner (1801-1887), il quale sosteneva che le percezioni psichiche di piacere e dolore sono prodotte dalla maggiore o minore vicinanza della mente-motore a vapore allo stato di stabilità, secondo il secondo principio della termodinamica. La soglia della coscienza era investita dal piacere nella misura in cui si approssimava alla completa stabilità, e dal dolore quanto più se ne allontanava.

Insomma, come il cognitivismo nel XX secolo avrebbe modellato l’analogia tra mente e computer, Fechner un secolo prima immaginava un’analogia tra mente e motore a vapore.

E in questa analogia Fechner aveva cercato la legge che mettesse in relazione anima e corpo, psiche e materia. E anche Freud aveva tentato inizialmente di ridurre il lavoro mentale a uno scontro di forze fisiche impersonali. Ma questa pretesa materialista, seppure sempre presente, fu una maschera a cui Freud si attenne solo in parte. Al tempo stesso, Freud iniziò per fortuna a sviluppare una psicologia dell’interiorità. Le forze psichiche teorizzate da Freud, seppure definite inconsce e quindi a voler essere rigorosi non indagabili introspettivamente, non potevano non mostrare il loro aspetto di fenomeni mentali e accessibili alla coscienza.

Questo però è il passato. La psicoanalisi contemporanea ha abbandonato le avventure nell’underground. È arrivata anche per la psicoanalisi la secolarizzazione. Il conflitto edipico tra padri e figli è stato sostituito da uno scenario più sentimentale e tranquillo, la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli, in cui l’amore e l’accudimento, soprattutto materno, prendono il posto del parricidio. Soprattutto Donald Winnicott e John Bowlby – il primo un pediatra troppo cortese e beneducato e il secondo un mezzo psicoanalista troppo scienziato ed entrambi poco propensi al gusto underground- non pensavano più che il buon sviluppo della psiche e delle sue deviazioni germogliasse da uno scontro tra Edipo e Laio, ma dall’accudimento affettivo sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre. Si tratta di un profondo cambiamento culturale.

La severa Torah freudiana è stata sostituita dai Vangeli amorevoli di Winnicott e Bowlby, e un gentile culto mariano è subentrato alle tragedie arcaiche.

Anche l’atteggiamento in seduta dello psicoanalista si è laicizzato. Non si tratta più di riprodurre in seduta le triangolazioni erotiche e conflittuali edipiche, ma di vivere una relazione tra paziente terapeuta meno tragica e più gentile e cortese. Si è smessa la marmorea ieraticità inespressiva dello psicoanalista “specchio vuoto” raccomandata dai padri della prima generazione. Ormai gli psicoanalisti hanno quasi rinunciato al sogno gnostico dell’interpretazione profonda e underground che frulla fino al fondo della mente e muta l’anima del paziente che soffre, redimendolo.

Quello che è probabilmente il più influente psicoanalista vivente, Peter Fonagy, utilizza ormai un linguaggio di pura scienza cognitiva nel quale non vi è spazio per pensieri inconsci. Invece che di Edipo e di castrazione, Fonagy preferisce parlare di mentalizzazione e di funzione auto-riflessiva, ma le differenze a me paiono trascurabili. La metacognizione o mentalizzazione, sia nella psicoanalisi che nella terapia cognitiva, non è altro che il prendere atto che ci sono dei limiti alla nostra capacità di controllo e padroneggiamento dei nostri stati mentali, anche dopo un approfondito trattamento terapeutico. La sofferenza si può attenuare, ma va anche accettata e gestita.

Il lavoro terapeutico di Fonagy appare, dal punto di vista tecnico, un continuo incoraggiare il paziente a riflettere sui propri stati di sofferenza emotiva e sui propri impulsi per fornire loro un significato: ragionare sul perché si percepiscano certe emozioni o ceri impulsi, rielaborarli in termini di pensieri, e cioè credenze cognitive. Il tutto legato al qui e ora piuttosto che alla ricerca di ragioni nel passato. Come si vede, è un linguaggio terapeutico pragmatico, da terapia cognitiva.

Con la terapia cognitiva la psicoterapia moderna ha definitivamente abbandonato i bassifondi, i sotterranei, i dungeon e l’underground. Ormai la coscienza, e non più l’inconscio, è al centro del lavoro terapeutico moderno.

Uno dei fondatori della terapia cognitiva moderna, Albert Ellis, non volle cercare, dietro lo specchio del pensiero, un’altra realtà, fatta di pulsioni primitive, come Freud, ma si attenne al dato di coscienza e in questo cercò la radice della sofferenza psichica. Al contrario della psicoanalisi, che concepiva la sofferenza mentale come uno stato appreso in una condizione d’inconsapevolezza e di pensiero irriflesso e che suggeriva che questi stati inconsci fossero in grado –dal fondo oscuro della loro inconsapevolezza- di continuare a condizionare il comportamento e lo stato emotivo degli individui consapevoli di tutto meno che del perché essi soffrissero. L’individuo si riduceva a fantasma, zombie mosso da forze non coscienti.

Ellis rovescia questa impostazione e sostiene che invece la sofferenza mentale non dipende da stati mentali inconsci, ma da elaborazioni verbali esplicite che il soggetto si auto-infligge non inconsapevolmente (semmai solo con un certo automatismo), dandone per scontati il valore di verità e la fondatezza razionale.

Questa uscita della psicoterapia dall’underground ovviamente ha tolto fascino alla disciplina, ma le ha donato rigore scientifico, accessibilità e luminosità. È bello aggirarsi nei bassifondi, ma poi è meglio tornare a casa e accoccolarsi davanti al caminetto. Salvo poi sentire un sinistro scricchiolio scendere dal solaio.

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Giovanni Maria Ruggiero
Giovanni Maria Ruggiero

Direttore responsabile di State of Mind, Professore di Psicologia Culturale e Psicoterapia presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna, Direttore Ricerca Gruppo Studi Cognitivi

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Fonagy P., Target, M. (2001). Attaccamento e funzione riflessiva. Cortina, Milano.
  • Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento. Cortina, Milano.
  • Ellis, A. (1989). Ragione ed emozione in psicoterapia. Astolabio, Roma.
  • Winnicott D.W. (1968), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma.
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