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La diagnosi di anoressia come moderno disturbo alimentare

Diagnosi di anoressia: Nel caso dell’anoressia i criteri diagnostici stabiliti dal DSM sono quattro: il peso insufficiente, il disturbo dell’immagine corporea, il timore di ingrassare e l’amenorrea.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: La diagnosi di anoressia (Nr. 7)

 

La diagnosi di anoressia

I disturbi alimentari si articolano nelle due grandi categorie dell’anoressia e della bulimia. Entrambe, a loro volta, prevedono due sottotipi. Esiste, inoltre, una terza categoria residuale (ma non per questo poco interessante, come vedremo) in cui confluiscono i casi clinici che rispettano alcuni ma non tutti i criteri per la diagnosi dei due disturbi maggiori.

In psichiatria la diagnosi si basa su criteri descrittivi, mancando la possibilità di individuare lesioni specifiche di organi interni. I disturbi, quindi, non corrispondono a entità definite in base alla sicura individuazione di una causa, ma a descrizioni sulle quali la comunità scientifica ha raggiunto un accordo. Questi criteri descrittivi -raccolti nel cosiddetto DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders)- enumerano comportamenti e stati mentali la cui composizione definisce una sindrome psichiatrica.

 

I criteri per la diagnosi di anoressia

Per la diagnosi di anoressia i criteri diagnostici stabiliti dal DSM sono quattro: il peso insufficiente, il disturbo dell’immagine corporea, il timore di ingrassare e l’amenorrea.

Vediamoli in dettaglio.

a) Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (per esempio, perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).

b) Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.

c) Alterazione del modo in cui il soggetto percepisce il peso o la forma del corpo; o influenza eccessiva del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima; o rifiuto di ammettere la gravità della condizione di sottopeso.

d) Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi. (Una donna viene considerata amenorroica se i suoi cicli si manifestano solo a seguito di somministrazione di ormoni, per esempio estrogeni.)

L’anoressia nervosa prevede due sottotipi: può essere con o senza abbuffate o condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).

Tradotto letteralmente il termine anoressia si riferisce alla perdita di appetito. Tuttavia, il significato di questo disturbo psicologico non è l’inappetenza bensì la repulsione volontaria e ossessiva nei confronti del cibo, generata da un intenso timore di ingrassare (criterio b), o addirittura dalla percezione distorta del proprio peso che sfocia nella convinzione erronea di essere sovrappeso (criterio c). Il criterio c è però da sempre più controverso del criterio b. Studi empirici hanno dimostrato che molte pazienti non sovrastimano il loro peso; sono semmai attanagliate dall’idea di poter ingrassare troppo e preferiscono quindi raggiungere il sottopeso, come per stabilire una distanza di sicurezza dalla temuta grassezza. Più che percezione errata del proprio peso, il disturbo dell’immagine corporea oggi è inteso come un’eccessiva carica emotiva che le pazienti attribuiscono e legano al proprio aspetto, vissuto come fonte di disagio, vergogna, perfino colpa. A questo si unisce la sottovalutazione o addirittura la negazione dei rischi a danno della salute che si corrono costringendo il proprio corpo a un peso così insufficiente.

Il soggetto inizia pertanto a rifiutare il cibo, eliminando quasi completamente gli elementi ipercalorici, e spesso anche a praticare una serie di esercizi fisici nel tentativo di bruciare calorie. Le formulazioni precedenti del DSM parlavano, in maniera più generica, di instancabile ricerca della magrezza o desiderio di essere magri. Il DSM ha aggiunto un grado maggiore di precisione stabilendo il riferimento al peso normale, il quale, a sua volta, è un canone non assoluto ma in parte arbitrario, basato su tabelle del peso normale in base all’età, al sesso e all’altezza compilate secondo parametri stabiliti dalle compagnie assicurative. Il sottopeso che consente la diagnosi di anoressia si ha quando il peso corporeo scende sotto l’85% del peso previsto (criterio a).

La perdita di peso comporta anche – come abbiamo visto – il blocco del ciclo mestruale, che diventa amenorrea (criterio d) quando si verifica l’assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi. L’amenorrea è regolarmente osservata nelle pazienti anoressiche con una facilità e una frequenza maggiori che nella perdita di peso dovuta a malnutrizione non volontaria. Spesso il ciclo si arresta dopo la perdita di pochi chili. In alcuni casi si è osservato che il ciclo cessa addirittura prima che inizi la perdita di peso.
Viceversa, donne malnutrite per cause di forza maggiore conservano tenacemente il ciclo anche di fronte a un forte calo di peso. Si tratta, indubbiamente, di un fenomeno ancora tutto da comprendere. Anche in questo caso si osserva una sottovalutazione dei rischi legati alla perdita del ciclo e alle connesse disfunzioni endocrine.

 

La diagnosi di anoressia di tipo 2: con abbuffate e condotte di eliminazione

L’anoressia si suddivide nel sottotipo 1 (con restrizioni) e 2 (con abbuffate/condotte di eliminazione). Il sottotipo 2 controlla il peso non solo attraverso la restrizione alimentare, ma anche attraverso condotte compensatorie di tipo bulimico: vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.

Il sottotipo 2 differisce dal sottotipo 1 anche per altri aspetti. Spesso le pazienti presentano un sottopeso meno grave rispetto al sottotipo 1 spesso pesavano di più prima della comparsa del disturbo e hanno più frequentemente parenti sovrappeso o obesi in famiglia. La bulimia nervosa è invece contraddistinta da episodi di abbuffate di solito accompagnati da atteggiamenti compensatori (per esempio, vomito autoindotto). Le abbuffate consistono nel consumare abbondanti quantità di cibo, preferibilmente a elevato contenuto calorico.

In genere il soggetto agisce di nascosto e può andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorga. Gli atteggiamenti compensatori hanno lo scopo di “neutralizzare l’abbuffata”, nel tentativo di attenuare il senso di colpa e di ridurre al minimo l’aumento di peso che potrebbe aver luogo a seguito dell’abbuffata stessa. I comportamenti di compensazione, presumibilmente, sono più distruttivi dell’abbuffata per due ragioni: innanzitutto, presentano un più rilevante numero di rischi medici e fisici; in secondo luogo, aiutano a giustificare l’abbuffata, eliminando l’eccessiva quantità di cibo ingerita e aumentano la possibilità che gli episodi bulimici si ripetano in futuro.

I comportamenti possono variare molto da persona a persona. Laddove alcuni soggetti si abbuffano e ricorrono a comportamenti compensatori parecchie volte al giorno, altri lo fanno solo sporadicamente. Cambia anche il significato che si attribuisce ad “abbuffata”. Per alcuni può significare cinquemila calorie di cibi dolci, per altri può voler dire mangiare qualunque cibo che non sia a basso contenuto calorico. Mentre la maggior parte delle persone affette da bulimia tende ad autoindursi il vomito, altre vomitano raramente, altre mai. Molte abbinano più metodi di compensazione: il vomito e l’abuso di lassativi, il digiuno, l’attività fisica eccessiva o l’abuso di diuretici.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

Trauma precoce e disturbi psicotici: quale relazione?

L’esposizione a un trauma precoce rappresenta uno dei fattori più estensivamente studiati e dibattuti nell’eziologia dei disturbi psicotici.

Giovanni Mansueto – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

La co-partecipazione dei fattori ambientali nell’eziologia dei disturbi psicotici è una dato ben consolidato e acquisito in letteratura (Bentall et al., 2014; Varese et al., 2012). Tra questi, gli eventi di vita precoci – early life event – rappresentano uno dei fattori più estensivamente studiati e dibattuti.

I traumi precoci sono elementi di predisposizione, fattori di rischio, e comprendono una serie di accadimenti verificatisi nei primi 17 anni di vita tra cui abuso sessuale e/o fisico, neglect, perdita dei genitori (Faravelli et al., 2007; Bernstein et al., 2003).

Meta analisi sulla relazione tra trauma precoce e psicosi

La relazione tra trauma precoce e psicosi è stata dettagliatamente affrontata da una recente meta analisi di Varese et al.(2012) all’interno della quale sono stati valutati 18 studi casi controllo (52048 pazienti psicotici vs 1856 controlli non psichiatrici), 10 studi prospettici o quasi prospettici (n= 541803) e 8 studi di popolazione (n=535546).

I tipi di trauma precoce indagati sono stati i seguenti: abuso sessuale, abuso fisico, abuso emotivo, neglect, bullismo, perdita dei genitori (morte di un genitore prima dei 18 anni o separazione dai genitori per un periodo di almeno due settimane). Dall’integrazione dei diversi studi si evidenzia una significativa associazione tra trauma precoce e psicosi, in particolare soggetti con trauma precoce hanno un rischio circa tre volte maggiore (OR: 2.78; 95% CI 5 2.34–3.31) di insorgenza di sintomi psicotici rispetto a soggetti senza traumi precoci.

Tale associazione risulta significativa indipendentemente da variabili demografiche (tra cui età, genere) e/o cliniche (tra cui comorbilità psichiatrica, uso di cannabis) di confondimento. Rispetto alla tipologia di eventi precoci, fatta eccezione per la perdita/separazione dai genitori, tutti gli eventi indagati sono risultati associati ad un incremento del rischio di psicosi (Varese et al. 2012). Tale risultato supporterebbe l’ipotesi del ruolo aspecifico della tipologia dell’evento nella relazione trauma-psicosi.

Inter-correlazione tra i traumi precoci

Gli eventi di vita precoci possono essere strettamente correlati tra loro, ovvero l’esposizione a traumi precoci potrebbe aumentare il rischio di ulteriori esposizioni ad eventi traumatici. Ciò conduce ad un interessante filone di ricerca secondo cui vi sarebbe una relazione dose-risposta tra traumi e psicosi, ovvero la co-occorrenza di più traumi precoci incrementerebbe drammaticamente il rischio di insorgenza di disturbi psicotici (Shevlin et al., 2008; Schafer et al., 2011).

La presenza di psicosi nelle popolazioni ad alto rischio di trauma precoce

Un’accurata valutazione del ruolo del trauma precoce nel determinismo della patologia psicotica può essere desunta dagli studi su popolazioni ad alto rischio (High Risk Studies, HRS) (Rubino, Nanni, Siracusano, 2008). In tale contesto un interessante studio è stato condotto da Bechdolf et al. (2010) i quali hanno indagato la prevalenza di traumi precoci in un campione di 92 soggetti a Ultra rischio di psicosi (UHR). La presenza di traumi precoci è stata riscontrata in circa il 70% del campione, del quale circa 21.7% ha sviluppato un disturbo psicotico a 615 giorni di follow-up.

Inoltre si è riscontrato un rischio circa 3 volte maggiore (OR 2.96) di esordio psicotico in soggetti con esperienza precoce di abuso sessuale (Bechdolf et al., 2010). Tale studio fornisce una prova a sostegno dell’elevata prevalenza di eventi precoci nella popolazione UHR, tra i quali l’abuso sessuale sembra ricoprire un ruolo cruciale nei processo di transizione da UHR a esordio psicotico.

Meccanismi alla base della relazione tra trauma precoce e psicosi

Quali meccanismi possono spiegare la relazione traumi precoci e psicosi? Da un parte alcuni modelli teorici focalizzano l’attenzione su meccanismi biologici di regolazione dello stress, tra cui l’ iperattivazione dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene (Read, Mosse, Moskowitz & Perry, 2014), altri propongo una spiegazione in termini di interazione gene-ambiente (Bentall et al., 2014), altri considerano determinante l’azione di meccanismi di dissociazione, schemi e processi cognitivi (Bentall et al., 2014).

Alla luce di quanto detto, una significativa mole di ricerche sembra validare il ruolo degli eventi precoci nell’eziologica delle psicosi (Varese et al., 2012), inoltre prime evidenze empiriche (Aas et al., 2013; Ücok & Bikmaz, 2007; Van Nierop et al., 2015a) invitano a considerare una possibile azione patoplastica del trauma precoce  sui disturbi psicotici.

Infatti pazienti psicotici con trauma precoce, rispetto ai non traumatizzati, mostrano tendenzialmente un peggior outcome funzionale in termini di: peggiore funzionamento cognitivo (funzioni esecutive e memoria di lavoro) (Aas et al., 2013), maggiore gravità dei sintomi (Van Nierop et al., 2015a ; Ücok & Bikmaz, 2007), maggiore resistenza ai trattamenti (Van Nierop et al., 2015a). I pazienti psicotici con trauma precoce sembrano, quindi, presentare un profilo clinico e funzionale differente rispetto ai pazienti non traumatizzati.

Trauma precoce e insorgenza di disturbi psicotici: conclusioni

Tali studi introducono alcune considerazioni a livello clinico:

  • Considerare all’interno dell’assessment un’accurata indagine della storia di vita del soggetto, nonché della presenza o meno di traumi precoci
  • Pianificazione di approcci clinici mirati a contrastare gli effetti deleteri secondari dell’esperienze precoci traumatiche.

Una maggiore attenzione clinica al ruolo degli eventi traumatici precoci potrebbe:

  1. Nella popolazione di soggetti UHR rappresentare una funzionale strategia preventiva all’insorgenza di disturbi psicotici, agendo sui meccanismi di transizione da UHR a stadio psicotico
  2. Nella popolazione di pazienti con disturbi psicotici cronici favorire un incremento dell’outcome funzionale e della compliance al trattamento.

11 settembre: trauma e dissociazione in Reign over me (2007) di M. Binder

Reign over me: ‘Non mi piace ricordare. Questo non mi piace‘. Ma si può ricordare in condizioni di sicurezza, in una relazione di attaccamento sicuro.

Reign over me è un film del 2007 diretto da Mike Binder, in cui vengono affrontati in maniera evidente i sintomi di un disturbo da stress post traumatico con manifestazioni dissociative.

 

Reign over me, la trama del film

Charlie, il protagonista, ha perso la moglie e le sue tre figlie nella tragedia delle torri gemelle e da quel momento vive solitario, chiuso in se stesso, sperso, senza alcun lavoro e vagando per la città con un monopattino elettrico. Ha con se sempre un paio di cuffie per ascoltare la musica, colleziona dischi e passa il tempo a rimbiancare e ristrutturare la cucina ogni paio di mesi. Un giorno, Alan, un amico dei tempi dell’università, lo vede casualmente e sarà proprio lui ad aiutare Charlie ad affrontare la sua sofferenza. Alan è un dentista affermato, taciturno a casa e si sente costretto da obblighi familiari. Con Charlie, Alan rivive la spensieratezza e la libertà, oltre che un’amicizia ritrovata.

Charlie ha un blocco traumatico, con sintomi di evitamento del ricordo, dei pensieri, delle emozioni e delle conversazioni associabili all’evento, evita persone che gli ricordano l’esperienza traumatica come i genitori di sua moglie, oltre che avere un forte senso di alienazione.

 

Gli aspetti psicopatologici di Charlie, in Reign over me

Il protagonista ha sviluppato una fobia degli stati interni; ha paura dell’intimità, di vivere e sentire emozioni intense, di contattare quelle sensazioni legate al trauma. Per evitare di affrontare, sceglie di non ricordare, perché non gli piace ricordare. Non riesce a gestire le sue emozioni e le manifesta in modo inappropriato ed esagerato rispetto alle circostanze, ai contesti e alle situazioni.

L’intolleranza alle emozioni negative si evince anche nel suo comportamento; ne sono un esempio l’aggressione di Charlie verso il suo amico nel momento in cui gli accenna della sua famiglia e della perdita dei suoi cari. Diventa aggressivo quando si riattivano memorie del passato in merito alla sua professione di dentista, allo stesso modo, in aula di tribunale, alla visione delle foto della sua famiglia, mette in atto una serie di movimenti ripetitivi e oscillatori segno di una iperattivazione senso-motoria che cerca di placare, estraniandosi dalla realtà e dal vissuto doloroso tramite la musica che ascolta con le sue immancabili cuffie.

 

Reign over me, il trailer:

 

Non tutte le persone che hanno subito una perdita sviluppano un disturbo da stress post traumatico, esistono differenze individuali come il temperamento, l’ambiente sociale, lo stile di attaccamento, aver vissuto eventi stressanti nel passato, l’assenza di supporto sociale che costituiscono possibili fattori di rischio tali da innescare il processo traumatico.

La risposta al trauma di Charlie in realtà, potrebbe avere riacceso memorie passate legate alla perdita. Il lutto dei suoi genitori quando era piccolo, potrebbe essere considerato un fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di un PTSD in età adulta.

 

Trauma e attaccamento

Nel bambino, si interrompe il processo di sicurezza e vicinanza fornito dalle figure di attaccamento, fondamentale per lo sviluppo di un senso di sé organizzato e coerente. Bowlby aveva identificato in bambini separati dalla figura di attaccamento, tre fasi: protesta (il bambino piange alla separazione dalla fda, vive sentimenti di rabbia, collera e ansia), disperazione (se la protesta fallisce nel tentativo di riottenere vicinanza e prossimità con la figura di riferimento, come nel caso della morte del genitore, il bambino vive un forte senso di disperazione), distacco (apparente recupero e graduale investimento nelle relazioni e sul mondo esterno). Questa è la fase dell’accettazione della realtà e la formazione di nuovi legami di attaccamento.

Allo stesso modo, in età adulta, la perdita del partner, maggiore figura di attaccamento, innesca diverse reazioni simili a quelle che vive il bambino quando si separa e perde la figura d’attaccamento.

Si verificano sentimenti di rabbia, collera, disperazione, disorganizzazione, ritiro sociale e un disagio pervasivo caratterizzato da un senso di solitudine, dolore e colpa. Se il disagio diventa intenso e pervasivo intacca il funzionamento psicologico dell’individuo che sfociano in sintomi post traumatici.

Questo è quello che accade a Charlie, la non accettazione della perdita dei suoi familiari, lo porta a una scarsa modulazione emotiva, autodistruttività, comportamenti impulsivi, disperazione, problemi relazionali e alessitimia. Diventa incapace di prendersi cura, di riconoscere e identificare correttamente le proprie emozioni e sensazioni. Perde completamente contatto con bisogni e stati emotivi delle persone intorno a lui; come accade quando Alan gli comunica la perdita di suo padre.

 

Nel momento in cui Charlie riesce ad accedere e a rievocare l’esperienza traumatica, mette in atto diverse reazioni senso-motorie che si manifestano con immagini intrusive, flashback e comportamenti impulsivi.

Questa fase, dolorosa di per sé, è l’inizio della presa di consapevolezza del suo malessere e segnerà l’inizio di un percorso psicoterapeutico che affronterà solo con il sostegno di Alan e della terapeuta.

Grazie alla relazione di amicizia, vissuta inizialmente con diffidenza, tradimento e abbandono e successivamente sperimentando il piacere, la condivisione di interessi e l’efficacia, Charlie recupera la dimensione interpersonale. Viene elaborato il trauma solo quando il protagonista si sente al sicuro e vive la relazione come supportiva. Sembra evidente come l’esperienza traumatica possa essere affrontata solo nel momento in cui c’è una sensazione di sicurezza e fiducia nell’altro.

 

Tutto ciò che ci è più caro ci può essere strappato;
ciò che non può essere tolto è il nostro potere di
scegliere quale atteggiamento assumere dinanzi
a questo avvenimento

(Victor Frankl)

Dipendenze patologiche e intervento metacognitivo: il modello transdiagnostico Self-Regulatory Executive Function

Il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) è un modello transdiagnostico che sostiene che la psicopatologia si mantiente a causa di stili di coping maladativi, attivati e mantenuti a seguito di credenze metacognitive. Secondo recenti concettualizzazioni il modello S-REF può essere applicato anche alle dipendenze patologiche.

 

Il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) e’ un modello transdiagnostico che sostiene che la psicopatologia si mantiente a causa di stili di coping maladativi, i quali vengono attivati e mantenuti a seguito di credenze metacognitive (Wells and Matthews, 1996).

L’architettura cognitiva del modello S-REF si struttura secondo tre livelli interdipendenti. Il primo livello consiste in un network di processamento dello stimolo trigger che opera al di fuori della consapevolezza e che genera contenuti mentali ed emotivi che poi divengono consapevoli (tra questi ad esempio l’ansia o pensieri negativi).

Il secondo livello consiste propriamente nella Self-Regulatory Executive Function, che consiste in un sistema di processamento volontario e conscio finalizzato al mantenimento di un’auto-regolazione cognitiva in risposta alle intrusioni. L’obiettivo della S-REF e’ quello di ridurre le discrepanza tra stati del sé desiderati e attuali. In condizioni adattive, l’attività della S-REF ha durata limitata in modo che l’individuo possa selezionare strategie di coping funzionali.

Il terzo livello è costituito dalla conoscenza metacognitiva, definibile come le conoscenze e le credenze riguardo la cognizione che possono avere sia contenuti positivi che negativi (ad esempio, “rimuginare è utile” oppure “Alcuni pensieri sono pericolosi”).

Secondo il modello, l’attivazione, il mantenimento e la cessazione della S-REF è influenzata sia dal primo livello (cioè da un processamento automatico) che dal terzo livello (cioè dalle credenze metacognitive).

Il prolungamento dell’attivazione della S-REF darebbe origine alla sindrome cognitivo-attentiva (CAS). La CAS consiste in un insieme di diverse forme di pensiero ripetitivo e perseverante, tra cui il rimuginio, la ruminazione, l’attenzione selettiva su stimoli minacciosi e strategie di coping disfunzionali, nonchè da comportamenti autoregolatori maladattivi (ad esempio evitamento e soppressione dei pensieri).

In generale, il modello S- REF enfatizza l’importanza dei processi che generano, monitorano e mantengono gli stati mentali intrusivi, piuttosto che focalizzarsi sul contenuto degli stessi (Wells, 2009). Tale approccio ha portato allo sviluppo di concettualizzazioni e protocolli di trattamento per diversi disturbi tra cui la depressione, il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo ossessivo-compulsivo e la fobia sociale.

 

L’applicazione del modello S-REF alle dipendenze patologiche: il modello metacognitivo trifasico dell’addiction

Secondo recenti concettualizzazioni (Spada, Caselli, Nikčević, Wells, 2015) il modello S-REF può essere applicato anche alle dipendenze patologiche (o addiction). Le dipendenze patologiche si caratterizzano per la difficoltà che le persone incontrano nel tentativo di resistere all’impulso di attuare un comportamento che garantisca gratificazione o sollievo nonostante una certa consapevolezza dei danni a medio e lungo termine. Secondo il modello metacognitivo la sindrome cognitivo-attentiva e le credenze metacognitive avrebbero un ruolo nelle diverse fasi temporali dell’addiction. Prendiamo l’esempio della dipendenza da nicotina.

In una fase di pre-uso i triggers, nella forma di impulsi, immagini, ricordi o pensieri attivano la S-REF e le credenze metacognitive per la selezione delle strategie di coping maladattive. Ad esempio, credenze metacognitive positive quali “Pensare a una sigaretta mi fa stare meglio” o negative “Non riesco a controllare i miei pensieri relativi al fumo” avviano un circolo vizioso tra elaborazione perseverante dei contenuti intrusivi ed escalation delle emozioni negative e del craving. Di conseguenza, aumenta la probabilità dell’uso e del comportamento patologico (fumare la sigaretta) allo scopo di regolare le emozioni negative e di evitare lo stato di discrepanza cognitivo-emotiva tra la condizione desiderata e attuale.

Nella fase di uso e attuazione del comportamento disfunzionale emergerebbero credenze metacognitive maladattive positive (“Fumare mi aiuta a controllare i miei pensieri, lo stress e le mie preoccupazioni”) accompagnate da una ridotta abitudine a monitorare i propri stati interni. Con il passare del tempo, un consolidamento del comportamento disfunzionale e un peggioramento della dipendenza, correlato a un aumento delle credenze metacognitive negative riguardo l’incontrollabilità della condotta patologica, come ad esempio “Solo il pensiero di fumare, mi porta a farlo”.

Nella fase di post-uso, infine, sarebbero presenti intrusioni emotivo-cognitivo-somatiche (quali ad esempio, stati emotivi negativi, colpa e sintomi di astinenza) che causano ruminazione, credenze metacognitive positive riguardo la ruminazione in questa fase (“Ruminare in questo momento mi aiuta a capire perchè fumo” ) e i successivi tentativi di soppressione dei pensieri. Di conseguenza si ha un peggioramento degli stati affettivi negativi e un aumento della probabilità di ri-attuazione del comportamento patologico a scopo autoregolatorio.

 

Evidenze empiriche a supporto del modello metacognitivo trifasico dell’addiction

Il modello metacognitivo trifasico delle dipendenze patologiche propone che gli aspetti centrali della sindrome cognitive-attenzionale, come ad esempio i bias attenzionali, il pensiero ripetitivo e perseverante (tra cui il pensiero desiderante, il rimuginio e la ruminazione), la disfunzionalità del monitoraggio metacognitivo e la soppressione dei pensieri siano correlati ai comportamenti di addiction e possano portare a conseguenze negative quali aumentati livelli di craving e di uso della sostanza.

In riferimento ai bias attentivi, diverse ricerche dimostrano che in diverse dipendenze patologiche, vi sarebbe un bias attentivo relativo alla sostanza che sarebbe direttamente proporzionale alla quantità e alla frequenza di uso della sostanza stessa (Field & Cox, 2008).

Riguardo il pensiero rigido e perseverante, molti studi ne dimostrano la presenza a livello transdiagnostico tra le diverse dipendenze patologiche: dal pensiero desiderante che è riscontrato nella dipendenza da nicotina, alcool e gambling (Caselli & Spada, 2010), alla ruminazione che sarebbe maggiore a un uso di alcool problematico (Caselli, Bortolai, Leoni, Rovetto, & Spada, 2008) e che porta a un aumento del craving nell’uso di alcool (Caselli et al., 2013) al rimuginio che è correlato all’uso di alcool in soggetti dipendenti da alcol.

Similmente, l’effetto paradossale della soppressione dei pensieri è stato riscontrato nella dipendenza da alcool (Klein, 2007), nella dipendenza da nicotina (Erskine et al., 2012) e nel gambling (Riley, 2014). Infine, credenze metacognitive maladattive sono state riscontrate nella fase di uso delle medesime dipendenze patologiche sopra citate (si vedano per esempio Nikčević&Spada, 2010; Spada et al., 2014; Spada, Caselli, & Wells, 2009; Lindberg, Fernie, & Spada, 2011).

 

Implicazioni cliniche del modello metacognitivo trifasico dell’addiction

A partire dalla concettualizzazione metacognitiva trifasica dell’addiction, sono seguite una serie di riflessioni riguardo l’applicazione della terapia metacognitiva al trattamento delle dipendenze patologiche.

Nella fase di pre-uso il target terapeutico principale sarebbe l’interruzione del pensiero perseverante e la modificazione delle credenze metacognitive disfunzionali, ad esempio attraverso – ma non solo – la tecnica della detached mindfulness. Nella successiva fase di uso, il focus principale sarebbe sul miglioramento del monitoraggio metacognitivo e di nuovo sul riconoscimento e modificazione delle crendenze metacognitive maladattive relative al comportamento disfunzionale (vedasi ad esempio l’utilizzo del Situational Attentional Refocusing – SAR, Wells, 2000). Infine, nella fase di post-uso si suggerisce l’utilizzo di tecniche simile alla fase di pre-uso allo scopo di modificare la ruminazione legata al comportamento disfunzionale e le relative credenze metacognitive.

A seconda della gravità e della cronicità delle dipendenze patologiche, nonché del livello di consapevolezza e compliance terapeutica del paziente, la terapia metacognitiva si configurerà in maniera differenziata con specifici obiettivi terapeutici.

 

Congresso Internazionale Terapia Metacognitiva Milano 2016

Le illusioni percettive – Introduzione alla Psicologia

Parliamo ancora di percezione, già trattata durante le scorse settimane, ma questa volta si rivolgerà particolare attenzione ai fenomeni della percezione errati o falsi: le illusioni percettive.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO 

 

Cos’è una illusione percettiva? Le illusioni sono esperienze percettive anomale in cui le informazioni derivanti da stimoli esterni, reali, portano a una falsa interpretazione dell’oggetto o di un evento da cui proviene lo stimolo. Le illusioni percettive sono, in sostanza, il risultato di interpretazioni errate di una serie di dati sensoriali al punto che è possibile percepirle in contrasto con i reali dati provenienti dalla realtà.

Pare si verifichi una sorta di errore nell’elaborazione dell’informazione sensoriale in ingresso a carico del sistema nervoso centrale. Tutto questo potrebbe essere dovuto a stimoli sensoriali in competizione tra loro che influenzano il significato dello stimo stesso, come, a esempio, quando il conducente di un’auto percepisce i propri fari riflessi nella vetrina di un negozio, sperimentando l’illusione che un altro veicolo sta procedendo verso se stesso, anche se è cosciente che non vi è alcuna strada di fronte.

 

Illusioni percettive: la storia

Il termine illusione deriva dal sostantivo latino illusio-onis che significa scherno, dileggio, errore, illusione. Indica in genere un errore proveniente da una percezione sensoriale che porta a falsificare la realtà.

Le illusioni percettive furono oggetto di interesse già tra gli antichi greci. Aristotele per la prima volta presentò quella che definì l’illusione della cascata: osserviamo un oggetto in movimento e poi spostiamo lo sguardo su un oggetto fermo, automaticamente ci apparirà in movimento. Ma, le illusioni percettive sono diventate oggetto di studio vero e proprio con l’avvento nel IXX secolo della psicologia sperimentale.

Ora, osserviamo nel dettaglio di cosa si tratta realmente.

 

Illusioni percettive: cosa sono?

I recettori sensoriali presenti nel cervello sono in grado di rilevare luce, suono, profumo, temperatura, e ogni altro stimolo sensoriale. Ognuno di essi possiede aree specifiche sul corpo imputate al riconoscimento dello stimolo, come: occhi, orecchie, naso, mani, etc. Da questi organi di senso il cervello riceve stimolazioni sensoriali, che il più delle volte interpreta adeguatamente, ma se così non fosse, allora, si verifica una illusione sensoriale. Da ora in poi, ci focalizzeremo non su tutte le illusioni sensoriali (ogni organo di senso potrebbe incappare in una illusoria interpretazione dello stimolo) ma solo di quelle percettive.

Un’ illusione percettiva consiste in un’immagine che concretamente non corrisponde a quella realmente percepita perché appare diversa.

Un’illusione può verificarsi in seguito a una stimolazione visiva prolungata, come osservare per molto tempo una fonte luminosa. L’immagine che rimane impressa sulla retina quando si distoglie lo sguardo dalla fonte è una illusione fisiologica. La percezione, dunque, può essere modificata a causa di uno squilibrio causato da una over o ipo stimolazione dei recettori presenti sulla retina portando così al verificarsi di uno squilibrio percettivo.

Alcune di queste illusioni percettive possono derivare da fattori non del tutto controllabili, come quando le onde luminose rendono percepibile una matita immersa in un bicchiere come piegata, o quando in condizioni di scarsa illuminazione riusciamo a percepire più immagini in contemporanea, o alcune cose ci appaino più lontane o vicine rispetto alla reale distanza, etc.

Un’ illusione percettiva dunque può essere di tre tipi: ambigua, distorta, e paradossale.

Le illusioni percettive ambigue sono immagini o oggetti che permettono allo spettatore di avere due interpretazioni valide di ciò che l’oggetto rappresenta. L’osservatore è solitamente in grado di visualizzare mentalmente un’interpretazione subito e, infine, la seconda, dopo un certo tempo. Tuttavia, entrambe le interpretazioni non possono essere viste allo stesso tempo perché ciò interferirebbe con la piena percezione di uno dei due, e il cervello semplicemente non lo consente. Un esempio è il cubo di Necker, in cui è difficile dire se l’angolo rappresentato emerge dalla figura o ne è alla base.

Le illusioni percettive di distorsione sono immagini o oggetti distorti nella loro geometria: dimensioni, lunghezza, posizione, curvatura. Un esempio di illusione è quella di Muller-Lyer, dove due linee separate con frecce alle due estremità di ogni riga sembrano essere di lunghezza diversa, invece sono esattamente identiche.

Infine, un’ illusione paradosso o illusione di finzione è un’immagine o un oggetto che è semplicemente impossibile da rappresentare tridimensionalmente ma diventa tale raffigurandola bidimensionalmente. Uno dei migliori esempi di una illusione paradosso è la scala di Penrose. Si tratta di una immagine bidimensionale ma la percepiamo come tridimensionale. Questa illusione è possibile poiché nella figura si riesce a falsificare la prospettiva angolare al punto da far emergere una dimensione inesiste nella figura.

Quindi, l’ illusione è un travisamento di un vero stimolo sensoriale, cioè un’interpretazione che contraddice la realtà oggettiva.

 

Illusioni percettive: quali sono?

Numerosi illusioni ottiche sono quelle prodotte dalla rifrazione o piegatura della luce che passa attraverso una sostanza o un oggetto. Per cui, un raggio di luce che passa da un mezzo trasparente come l’aria a un altro come l’acqua determina un effetto di piegatura del raggio stesso. Un’illusione molto familiare prodotta dalla rifrazione è l’effetto Rainbow: i raggi del sole passano attraverso la pioggia, le goccioline separano (rifrangere) la luce bianca nelle sue componenti dando vita a uno spettro di colori: l’arcobaleno. Un’altra illusione derivante dall’azione atmosferica è il miraggio, in cui, per esempio, la visione dell’acqua, è creata dalla luce che passa attraverso strati di aria posti sopra la superficie riscaldata. In effetti, gli strati più freddi dell’aria riflettono i raggi del sole fino a creare un’illusione di acqua dove ce n’è.

Inoltre, il nostro cervello è in grado di raggruppare oggetti sparsi senza senso dotandoli di un significato che oggettivamente non hanno. Tutto queste avviene sulla base di somiglianze acquisite, o rispetto a quanto questi oggetti sono vicini o lontani a chi li osserva.

L’illusione di chiusura, di cui si è già parlato nell’articolo precedente in merito alla Gestalt è l’illusione di percepire come completo uno stimolo che non lo è. Si verifica, in altri termini, una sorta di completamento della figura. A esempio se una persona guarda un film, la chiusura avviene quando si riempiono gli intervalli in modo da creare una illusione di continuità con l’immagine ininterrotta.

L’illusione figura-sfondo, una delle più note illusioni percettive, si verifica quando da una figura ambigua ne possono emergere due, come il vaso bianco o la sagoma di due profili neri. Le fluttuazioni da una figura allo sfondo possono verificarsi anche senza sforzo attivo, ma chiaramente il percepire un aspetto di solito esclude l’altro.

L’illusione di Poggendorff dipende dalla pendenza delle linee intersecanti, infatti se diminuisse la pendenza l’illusione diventa meno convincente.

Nell’illusione di Zöllner, due o più linee parallele appaiono convergenti nel momento in cui sono intersecate da segmenti inclinati con angolazione opposta. Questo effetto si verifica perché i segmenti disturbano la percezione delle linee parallele.

Nell’illusione di Ponzo, una figura sembra più grande di un’altra figura della stessa dimensione posta tra righe parallele disegnate prospetticamente. Questo effetto illusorio si ottiene poiché la prospettiva lineare crea un errore percettivo: le linee parallele, come i binari ferroviari, pare convergano in lontananza. Ovviamente, tutti sappiamo che non è così.

Una reale illusione percettiva capitata a tutti è l’illusione della luna. Quando la Luna è all’orizzonte, sembra essere molto più grande rispetto a quando è alta in cielo. Eppure, è sempre grande allo stesso modo. Quindi, come mai è percepita diversamente? Pare sia un problema di mancanza di segnali di distanza avvertiti nel cielo notturno che provocano una dispercezione oculare che rende la luna più piccola.

 

Illusioni vs allucinazioni

Le illusioni chiamate pseudo-allucinazioni si verificano quando emozioni come l’ansia o la paura sono proiettati su oggetti esterni. Per esempio quando un bambino di notte è in grado di percepisce mostri o folletti nelle ombre o rami di albero che si animano. Tale fenomeno si rileva anche tra i soldati, che in preda a uno stato di paura confondono persone o oggetti per il nemico, al punto da sferrare direttamente un attacco. Ugualmente in letteratura è presente questa pseudo allucinazione. Chi non ricorda Don Chisciotte che confondeva i mulini a vento per cavalieri nemici? E alla fine, perdeva la battaglia!

Cosa diversa si verifica nei pazienti psichiatrici che percepiscono le persone come macchine, orsacchiotti, e diavoli, in questo caso si tratta di vere e proprie allucinazioni visive.

Qualcosa di molto simile accade con il fenomeno déjà-vu, sensazione di aver già vissuto nel passato un episodio presente. Si ha una sorta di fusione tra passato e presente che crea l’illusione che si sta rivivendo una esperienza già fatta, ma è solo una illusione dovuta alla presenza nella scena attuale di qualcosa che richiami il passato. Alcuni la definiscono un’allucinazione vera e propria, poiché la familiarità del contenuto presente riattiva vecchie tracce mnestiche di situazioni simili vissute in passato.

Inoltre, le emozioni, le associazioni, e le aspettative causano spesso percezioni illusorie nella vita di tutti i giorni in quanto caricano emotivamente una situazione al punto da renderla percettivamente distorta o illusoria.

 

Le illusioni percettive: le teorie

Numerose sono le teorie formulate per spiegare come avvengono le illusioni percettive, e di seguito saranno passate in rassegna le più importanti.

  1. Teorie fondate sul ruolo dei movimenti oculari. Quando si verifica una illusione è facile che i movimenti oculari o le saccadi siano effettuati solo in una determinata direzione della figura, a scapito delle altre che sono ignorate o sottostimate.
  2. Teorie neurofisiologiche. Inizialmente, quando del cervello si conosceva poco si pensava che le illusioni percettive dipendessero da caratteristiche fisiologiche della retina. Successivamente, quando si dimostrò l’esistenza nella corteccia visiva di neuroni specializzati nella rilevazione dell’orientamento dello stimolo, il livello di produzione dell’illusione fu spostato in questa area cerebrale. Per es., l’illusione per cui un segmento verticale è percepito più lungo di un segmento orizzontale (od obliquo) potrebbe essere spiegata con una sensibilità ottimale dei neuroni per stimoli a orientamento verticale e una ridotta sensibilità dei neuroni che rispondono agli altri orientamenti.
  3. Teorie psicologiche. È possibile distinguerne tre principali: la teoria dell’empatia, la teoria della Gestalt, le teorie cognitive. La teoria dell’empatia si basa sull’ipotesi che tra l’osservatore e lo stimolo si instauri una relazione dinamica, per cui l’osservatore valuta lo stimolo secondo risonanze affettive ed emotive. La teoria della Gestalt, di cui si è largamente parlato nell’articolo precedente. E, infine, le teorie cognitive, che considerano le illusioni errori di interpretazione dello stimolo.
  4. Fattori culturali. Secondo alcuni studiosi le illusioni percettive dipenderebbero da fattori culturali che portano ad avere un’influenza diretta sul percetto. Quindi, l’illusione della linea si verificherebbe nelle popolazioni occidentali abituate a elaborare informazioni visivo-spaziali e non in popolazioni che vivono in spazi aperti

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Trattamento di Esposizione Prolungata per il PTSD, con Edna Foa – Report dal workshop di Copenaghen

La città danese di Copenaghen ha appena ospitato un workshop di formazione tenuto dalla Prof. Edna Foa ed dal Dr. Aaen Casper sul trattamento di Esposizione Prolungata del Disturbo da Stress Postraumatico.

Foa, direttrice del Centro per i disturbi d’ Ansia alla Penny University di Philadelphia è stata tra gli anni 80-90 figura determinante per lo sviluppo della Terapia cognitivo comportamentale del Ptsd, del Disturbo Ossessivo-Compulsivo e delle Fobie. Attualmente, tra le terapie Evidence Based per il Disturbo da Stress Postraumatico, il protocollo di Esposizione Prolungata (Prologed Exposure Therapy – PE), messo a punto da Edna Foa e dal suo gruppo alcuni anni fa (Foa et al, 2007), si colloca tra le procedure manualizzate insieme all’Emdr e alla Terapia Cognitiva Processuale (PCT) maggiormente presente in studi di efficacia e soggetta a sperimentazione (NovoNavarro et al, 2016).

La teoria alla base della concettualizzazione del Trattamento di Esposizione Prolungata era applicata già negli anni 80 ai disturbi d’ ansia con il nome di Teoria dell’elaborazione emotiva (Foa et al, 1986) e solo successivamente è stata applicata al disturbo da stress post traumatico (Foa et al, 1989).

Il protocollo di Esposizione Prolungata per il PTSD prevede dalle 10 alle 14 sedute di 90 minuti ciascuna e si presenta come trattamento per il disturbo da stress post traumatico e non per la terapia del trauma in generale.

Trattamento di Esposizione Prolungata per il PTSD, con Edna Foa - Report dal workshop di Copenaghen (FOTO)
Gianpaolo Mazzoni – Edna Foa

 

I moduli componenti del Trattamento di esposizione prolungata

Nell’agenda del Trattamento di Esposizione Prolungata sono presenti come moduli componenti: psicoeducazione sulle risposte al trauma e circoli di mantenimento del disturbo da stress post traumatico, esposizione immaginativa, esposizione in vivo ed homework (es. viene chiesto al paziente di riascoltare le registrazione delle sedute svolte durante ogni giorno della settimana). L’esposizione immaginativa si presenta come l’elemento maggiormente caratterizzante e specifico dell’intervento terapeutico: il paziente ripercorre all’episodio traumatico raccontando l’evento e successivamente il terapeuta lo aiuta, mediante domande, ad elaborare il materiale traumatico.

Successivamente i singoli hot spots (frammenti del ricordo più attivanti) vengono ripetuti in modo ricorsivo. In tal senso il Trattamento di Esposizione Prolungata interviene sulle componenti disturbo da stress post traumatico sia sull’aspetto sintomatologico (es. flashback, incubi, ipererousal, perdita della dimensione presente) che sulle frequenti cognizioni irrealistiche (es. il mondo è cattivo, io sono incapace di affrontare lo stress legato all’evento traumatico e io sono colpevole) e sulla componente emozionale (legata a vissuti di paura, colpa, vergogna, rabbia ecc) utilizzando due componenti della processione dei ricordi dolorosi, quali l’ Activasion e la Correttive Information.

 

Trattamento di esposizione prolungata e ricerca

Complessivamente a livello di ricerca emerge come dato sempre più condiviso tra clinici e ricercatori, sia come pur con modelli teorici differenti, l’utilità di impiegare come una delle componenti centrali per la terapia del disturbo da stress post traumatico interventi esperienziali di tipo bottom up (Solomon & Heide, 2005) con attivazione di emozioni, sensazioni e componenti somatiche, così da contribuire alla modifica delle cognizioni disfunzionali apprese in questi tipo di pazienti e che bloccano i loro processi di adattamento emotivo e sociale.

Il corso nelle sue 4 giornate ha delineato aspetti teorici e video di sedute su vittime traumi, affiancati da simulazioni a piccoli gruppi sulle specifiche fasi della terapia e sulle tecniche in uso in questa forma di lavoro. Un esperienza ricca e molto stimolante in un gruppo di lavoro multietnico e con formazioni cliniche tra loro molto eterogenee.

Possiamo dire che il workshop ha rappresentato un tentativo di formare terapeuti con il brevetto di  Trattamento di Esposizione Prolungata anche nella ‘Vecchia Europa’ dove soprattutto alcuni paesi come l’Italia fanno ancora fatica ad impiegare protocolli di trattamento manualizzabili e replicabili in contesti clinici e di ricerca.

Doveroso ringraziamento ad E.Foa e A.Casper, direttore del Centro per la Terapia Dialettico Comportamentale ed il PTSD di Copenaghen per aver reso possibile questo eminente evento formativo.

Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia: efficacia dei trattamenti

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia si è dimostrata ampiamente valida, tanto da essere introdotta nelle linee guida internazionali che indicano i percorsi di cura più adeguati per le diverse patologie.

 

La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) fin dalla sua nascita risulta strettamente correlata alla ricerca in ambito psicologico. Da subito gli autori che l’hanno fondata hanno testato le loro ipotesi sottoponendole a falsificazione, creando modelli aggiornati, avvicinandosi il più possibile alla scienza e allontanandosi gradualmente dalla matrice filosofica.

Questo atteggiamento ha costituito un punto di forza che ha permesso un notevole sviluppo della scienza psicologica, determinando la pubblicazione di numerosi lavori su diversi disturbi. Una delle aree in cui la Terapia Cognitivo Comportamentale ha maggiormente dimostrato la sua efficacia è da sempre quella dei disturbi d’ansia: in questo campo, la Terapia Cognitivo Comportamentale si è ampiamente dimostrata valida, tanto da essere introdotta nelle linee guida internazionali che indicano i percorsi di cura più adeguati per le diverse patologie.

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia mira a eliminare i timori esagerati e i comportamenti di controllo ed evitamento che mantengono i Disturbi d’Ansia (per una descrizione completa si veda Beck, 1976; Wells, 1997), nel tentativo di riacquisire un senso di sicurezza e di confidenza nelle attività della vita quotidiana. Per raggiungere tale obiettivo, la Terapia Cognitivo Comportamentale si serve di:

  • Interventi psicoeducativi – al paziente vengono fornite nuove modalità di lettura di pensieri e stati d’animo.
  • Tecniche di esposizione – si stabiliscono con il paziente graduali step per affrontare l’evento o la situazione temuti, in modo da confrontarsi con le paure temute in diversi contesti, solitamente da quello meno fastidioso al più spaventoso.
  • Eliminazione dei comportamenti di controllo – a volte talmente abituali da risultare automatici, i comportamenti di controllo sono tutte le azioni messe in atto per prevenire l’evento temuto (evitare di andare in certi luoghi, di trovarsi in determinate situazioni, …). Spesso sono proprio i costi che le strategie di controllo implicano a convincere la persona del bisogno di aiuto.
  • Ristrutturazione cognitiva – si identificano e discutono i pensieri che mantengono la sintomatologia ansiosa, ad esempio le convinzioni di pericolo o la tendenza a catastrofizzare un evento spiacevole.

Nella recente review di Caselli e collaboratori sull’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale nei disturbi d’ansia, gli autori scrivono:

In sintesi, il processo di cambiamento avviene attraverso un circuito che prevede: (1) l’identificazione dei timori nucleari e dei comportamenti di evitamento/controllo, (2) la disputa verbale delle credenze che sostengono la risposta ansiosa, (3) l’esposizione a situazioni temute con la riduzione di evitamento e controllo, (4) l’uso di esperimenti comportamentali per acquisire nuove conoscenze

(Caselli, Manfredi, Ruggiero e Sassaroli, 2016).

Caselli e colleghi hanno effettuato un lavoro di meta-analisi, analizzando le pubblicazioni indicizzate su MEDLINE e PSYCHINFO degli ultimi 15 anni, considerando tutti i vari modelli teorici nati entro la cornice della Terapia Cognitivo Comportamentale.

 

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia

Il Disturbo di Panico

La Terapia Cognitivo Comportamentale per il Disturbo di Panico si svolge solitamente in 8-12 sedute e ha mostrato la sua efficacia con miglioramenti nel 78% dei casi (Öst, 2008), con indici elevati di stabilità nel tempo (Norton e Price, 2007).

 

Il Disturbo d’Ansia Sociale

Con una durata media di 12 sedute, il Disturbo d’Ansia Sociale viene superato dal 76% dei pazienti in modo stabile (Öst, 2008, Norton & Price, 2007). In particolare, ciò che aumenta l’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia sociale è il procedimento di ristrutturazione cognitiva, che porta al raggiungimento di risultati migliori rispetto alla sola esposizione (Ougrin, 2011).

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Tecniche di esposizione e controllo della risposta e terapia cognitiva hanno mostrato entrambe risultati stabili nel tempo e paragonabili all’intervento farmacologico con antidepressivi, con una media di 15 sedute (Otto et al., 2004, Abramowitz, 1997; van Balkom et al., 1994; Ougrin 2011). Franklin e Foa (2002) affermano che le tecniche di esposizione e controllo della risposta, perché efficaci, devono essere applicate rigorosamente, con esposizioni di almeno 90 minuti. Nel caso del Disturbo Ossessivo Compulsivo, solo il 21% dei pazienti mostra miglioramenti alla fine di una terapia cognitiva. Questo dato può essere spiegato dal fatto che risulta ancora poco sviluppato un modello univoco che guidi la parte cognitiva dell’intervento, mentre gli interventi proposti agiscono per lo più a livello comportamentale.

 

Disturbo d’Ansia Generalizzata

Il livello di ansia e la frequenza delle preoccupazioni si riducono significativamente nel 53% dei pazienti che svolgono un percorso di Terapia Cognitivo Comportamentale per l’Ansia Generalizzata.

Il percorso consiste solitamente di 12 sedute, in cui vengono utilizzate tecniche propriamente cognitive affiancate a esercizi comportamentali (Deacon & Abramowitz, 2004). Le difficoltà rispetto alla creazione di un protocollo maggiormente efficace potrebbero riguardare l’assenza di un target altamente specifico, in un disturbo che ha come caratteristiche preoccupazioni generalizzate e relative a diversi ambiti della vita quotidiana.

 

Disturbo da Stress Post Traumatico

Nel caso del Disturbo da Stress Post Traumatico, il 66% dei pazienti presenta una riduzione dei livelli di ansia, pensieri intrusivi e evitamenti in seguito a una terapia cognitivo comportamentale (Öst, 2008). In media, il trattamento dura 9,5 sedute e l’efficacia della terapia cognitiva è paragonabile a quella della più recente EMDR.

 

Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia e terapia farmacologica

Il farmaco agisce sull’arousal correlato all’ansia riducendolo, con la diminuzione dei sintomi correlati. Tuttavia, quando il farmaco viene interrotto, la sintomatologia può ripresentarsi, anche dopo lunghi periodi di assunzione (Mavissikalian, Perel e de Groot, 1993).

Negli ultimi anni, si è analizzata l’efficacia dell’intervento farmacologico nel breve termine, la stabilità dei risultati e i possibili vantaggi di un intervento combinato. Le meta-analisi considerate hanno evidenziato risultati migliori per la Terapia Cognitivo Comportamentale dell’ansia, in termini di aderenza al trattamento (Otto et al., 2004), stabilità dei risultati e rapporti costo-efficacia (Layard, Clark, Knapp e Mayraz, 2007). Le ricerche che hanno indagato possibili vantaggi derivanti da un trattamento integrato non hanno portato a risultati certi, evidenziando invece che, nei casi di trattamento integrato, l’interruzione della terapia farmacologica può aumentare la probabilità di ricaduta.

 

 

Efficacia relativa di interventi comportamentali e cognitivi

Uno dei pregi della Terapia Cognitivo Comportamentale è quello di saper integrare tecniche che si sono mostrate efficaci e renderle flessibili al trattamento del disturbo specifico. Per questo motivo, non sembra esserci una prevalenza nell’efficacia di un intervento propriamente comportamentale rispetto a una tecnica maggiormente cognitiva. Si è riscontrato inoltre che l’utilizzo di più tecniche combinate non mostra risultati significativamente migliori rispetto all’applicazione di un solo protocollo. Questo suggerisce che, per i disturbi d’ansia, l’applicazione di un intervento lineare e forse più semplice sarebbe da preferire, in prima battuta, all’utilizzo di più tecniche unite tra loro.

 

Terapia Cognitivo Comportamentale: evoluzione nel tempo

Öst (2008) sottolinea come gli studi più datati evidenzino una maggior efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia rispetto agli studi più recenti, pur mantenendo ad oggi la validità che le permette di essere citata di diritto nelle linee guida internazionali. Questo trend potrebbe essere spiegato da: (a) la recente diffusione di una tipologia di disturbi ansiosi maggiormente gravi e difficili da trattare; (b) una maggior aderenza al protocollo nei primi studi, spesso condotti dal teorico autore dell’intervento; (c) la tendenza, negli ultimi anni, ad applicare interventi brevi, con un numero di sedute sempre più ridotto, proponendo a volte un intervento meno efficace.

 

Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia: la terza ondata

Clinici e ricercatori hanno cercato nel tempo di superare i limiti della Terapia Cognitivo Comportamentale classica, dando origine a diverse forme di psicoterapia che vengono a loro volta messe alla prova dagli studi di efficacia. Le più note vengono studiate e applicate da più di vent’anni (ad esempio Mindfulness Based Interventions, Dialectical Behavior Therapy, Acceptance and Commitment Therapy), ma ad oggi non sono presenti studi che dimostrino in modo univoco maggiori miglioramenti rispetto alla Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia, che rimane spesso il trattamento di prima scelta.

Fobia sociale e disagio lavorativo: come superarli con la teatroterapia

La fobia sociale è un disturbo psicologico caratterizzato da un’intensa e persistente paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti alla presenza e al giudizio altrui. La teatroterapia consente di superare i blocchi emotivi ed è particolarmente utile a chi ha problemi di timidezza, difficoltà relazionali, disagio nell’esprimere il proprio parere o parlare in pubblico.

 

La Fobia sociale

La fobia sociale è un disturbo psicologico caratterizzato da un’intensa e persistente paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti alla presenza e al giudizio altrui per il timore di apparire incapace o ridicolo e di agire in modo inopportuno. Si tratta di un disturbo d’ansia causato dalla paura di essere giudicati negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività.

Le prime descrizioni della fobia sociale risalgono ai primi anni del Novecento, quando Janet (1903) la definì come ‘La paura di parlare in pubblico, suonare il piano e scrivere di fronte ad altri‘. La specificità della fobia sociale fu negata con l’affermarsi della Psicoanalisi, che la classificò genericamente all’interno della nevrosi fobica. Successivamente, Marks e Gelder (1966) la distinsero dalle altre manifestazioni fobiche, definendola come ‘La paura di mangiare, bere, ballare, parlare, scrivere, ecc. in presenza di altre persone per il timore di risultare ridicoli‘.

Il nucleo patologico della fobia sociale è rappresentato da una marcata sensibilità verso il giudizio degli altri; il fobico sociale teme di essere osservato e di divenire oggetto di scherno da parte degli altri, o che le proprie prestazioni lo possano esporre a valutazioni negative.

A livello cognitivo il fobico sociale è caratterizzato dall’essere molto critico verso se stesso e si autopercepisce come debole, incompetente e ridicolo, mentre l’Altro è visto come abile, superiore e competente.

Sul piano comportamentale, questo soggetto fobico, per sottrarsi all’esposizione di esperienze dolorose, adotta la condotta del rinvio, della rinuncia e del ritiro; nella relazione con l’Altro adotta un comportamento protettivo ed una comunicazione di tipo anassertiva e di sottomissione.

A livello emotivo il fobico sociale vive posseduto da un senso generale di agitazione e di preoccupazione che aumenta con l’avvicinarsi di una situazione temuta. Il timore esagerato del giudizio degli altri impedisce l’autoesposizione e più i comportamenti di evitamento si generalizzano, maggiormente il disturbo diventa invalidante: si sviluppano così sentimenti di inadeguatezza ed inferiorità che, a loro volta, riducono l’autostima ed aumentano la tendenza a percepire se stesso come incapace e gli altri come critici e rifiutanti.

Gli individui che soffrono di fobia sociale possono sperimentare un forte disagio anche in ambito lavorativo. I problemi in ambito lavorativo sono spesso causati dal timore di parlare in pubblico e dalla tendenza ad evitare impegni in cui il soggetto potrebbe sentirsi valutato negativamente.

La conseguenza della fobia sociale è un impoverimento della vita dell’individuo, che spesso conduce una vita ritirata, con poche amicizie e poche occasioni di svago; analogamente essa può compromettere la carriera scolastica e/o lavorativa con conseguente danno per l’immagine e l’autostima.

 

Fobia sociale e timidezza sul luogo di lavoro

La fobia sociale sul luogo di lavoro implica che il soggetto che ne soffre non riesca spesso a trovare lavoro e quando lo trova, generalmente, non riesce a reggere lo stress lavorativo per varie motivazioni, quali ad esempio la paura di essere giudicati dai colleghi o dal proprio capo, il disagio di sentirsi inappropriato per il ruolo che deve svolgere, l’ansia per il doversi relazionare con gli altri: è sicuramente uno svantaggio se si pensa in termini di lavoro, sia per trovarlo, che per mantenere una determinata posizione lavorativa nel tempo.

La fobia sociale sul luogo di lavoro non riguarda solamente chi ha particolari responsabilità, ma anche le persone timide, che temono continuamente di essere messe al centro dell’attenzione.

 

La teatroterapia per la fobia sociale e la timidezza sul lavoro

Secondo una ricerca commissionata dalla scuola britannica di teatro ‘Stagecoach Theatre Arts School‘, molte persone ritengono di non aver ottenuto promozioni sul posto di lavoro o aumenti di stipendio proprio a causa della propria timidezza e/o a causa di una scarsa fiducia in se stessi.

Dalla ricerca emerge che, sul posto di lavoro, il 41% delle persone ha difficoltà a fare delle presentazioni in pubblico o a guidare delle riunioni, mentre un altro 40% si reputa troppo timido per parlare nelle riunioni; il 34% afferma di non avere il coraggio di chiedere al proprio capo un aumento di stipendio. Anche trovare un lavoro si rivela difficile per taluni: il 29% sostiene infatti di avere difficoltà ad ottenere un colloquio di lavoro, durante il quale, spesso, non riesce neppure a parlare.

Lo studio commissionato dalla Stagecoach Theatre Arts School intende promuovere, seppur indirettamente, la scuola di recitazione per bambini, sostenendo che, attraverso la teatroterapia , si può riuscire a far loro superare precocemente la paura di parlare in pubblico, che è alla base delle difficoltà di relazione degli adulti. Molte attività artistico-creative, infatti, consentono di sperimentare aspetti di se stessi, altrimenti difficilmente conoscibili.

Una delle cosiddette forme di arte terapia è appunto la teatroterapia, che utilizza le potenzialità del gioco delle parti per favorire l’integrazione e sviluppare una comunicazione efficace.

Tradizionalmente la teatroterapia viene definita ‘La messa in scena dei propri vissuti, nel contesto di un gruppo, con il supporto di alcuni principi di presenza scenica che derivano dall’arte dell’attore‘ (Orioli, 2001).

 

Teatroterapia per la crescita personale e professionale

Ad oggi sono stati sperimentati diversi percorsi di teatroterapia, ognuno dei quali tende ad attivare dei processi di crescita personale e professionale. Attraverso l’arte teatrale, infatti, si possono sviluppare alcune competenze manageriali, quali, ad esempio, la comunicazione efficace, la capacità di lavorare in gruppo o la capacità di gestire i conflitti.

Il contesto del palcoscenico permette di provare nuove reazioni cognitive e comportamentali, sperimentando un altro sé in situazioni temute, che possono essere affrontate attraverso la drammatizzazione: in questo senso la teatroterapia consente di perfezionare la propria comunicazione a tutti i livelli, superando i blocchi emotivi, allenando il non verbale, pertanto è particolarmente utile a chi ha problemi di timidezza, difficoltà relazionali, disagio nell’esprimere il proprio parere o parlare in pubblico.

Disturbo dell’identità di genere, credenze metacognitive e livello di ansia

Disturbo dell’identità di genere: l’impatto che le credenze metacognitive hanno sui sintomi ansiosi può essere spiegato riprendendo la condizione di isolamento e l’inevitabile sviluppo di modalità di regolazione emotiva autoreferenziali e poco adattive, come il rimuginio. Inoltre, le credenze di pericolo e incontrollabilità rilevate potrebbero indurre ad adottare strategie di distrazione e soppressione dei pensieri, che la letteratura ha indicato come inutili e controproducenti.

La diagnosi del disturbo dell’identità di genere

Il DSM-5 (p. 451) definisce il termine transgender con un’ampia categoria di individui che si identificano in modo transitorio o persistente con un sesso differente dal proprio sesso di nascita. Sebbene potrebbe sembrare scontato, è importante sottolineare che essere transgender non significa appartenere a una determinata categoria diagnostica, perché di per sé non si tratta di una patologia. Essere transgender vuol dire però essere parte di una minoranza, con le conseguenze negative che purtroppo permangono ancora oggi; proprio per questo motivo la ricerca in psicologia si è ultimamente occupata di approfondire le conoscenze in questo ambito, al fine di poter sviluppare interventi efficaci volti a intervenire sulle possibili difficoltà specifiche di questa popolazione.

Nel DSM-5 si parla di gender dysphoria (disforia di genere), una condizione clinica in cui l’avvertire discrepanza tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere causa un disagio clinicamente significativo e compromette il funzionamento sociale e lavorativo. Esattamente come per i disturbi d’ansia (solo per citare un esempio) l’entità del disagio avvertito e le sue ripercussioni sono ciò che determinano la presenza di un quadro clinicamente significativo. Questo è un grande cambiamento, se consideriamo che nella precedente versione del DSM il Disturbo dell’Identità di Genere si focalizzava sulla percezione di una identità diversa dal sesso biologico, senza considerare il disagio del soggetto.

 

I livelli di ansia e stress nella popolazione transgender

La ricerca ha dimostrato che il livello di stress nella popolazione transgender è generalmente più alto rispetto alla popolazione cisgender, in cui l’identità di genere corrisponde al sesso biologico. Nel 2013, Budge, Adelson e Howard stimano la presenza di sintomi depressivi nel 50% degli individui transgender, mentre rispetto alla sintomatologia ansiosa la prevalenza si aggira tra il 40,4% e il 47,5%, rimanendo superiore al confronto con la media della popolazione.

Questi dati possono essere compresi alla luce del Minority Stress Model (MSM, Meyer, 1995, 2003), il quale suggerisce che (1) gli individui appartenenti a una minoranza sono maggiormente sottoposti a fonti di stress ambientali, come la discriminazione o la transphobia, (2) tali stressor possono essere affrontati attraverso modalità di gestione preventive, come l’evitamento o il mantenimento di uno stato di allerta, (3) la percezione dello stigma, effettivamente esperito o anche solo atteso, può essere internalizzata, arrivando a determinare sentimenti di paura e disagio (Hendricks & Testa, 2012). Questi elementi possono condurre a una condizione di isolamento, in cui le emozioni negative spesso vengono affrontate attraverso rimuginio e ruminazione, con l’idea che sia impossibile ricevere un aiuto all’esterno. Da queste premesse è nata l’esigenza di indagare la presenza di credenze metacognitive specifiche, che hanno già ampiamente dimostrato il loro ruolo cruciale nel mantenere alti livelli di rimuginio e, conseguentemente, di ansia (Wells & Matthews, 1994, 1996).

 

La relazione tra credenze metacognitive e livelli di ansia nel disturbo dell’identità di genere

Fernie e collaboratori hanno chiesto a 125 persone (44 transgender e 81 cisgender) di compilare alcuni questionari volti a indagare i livelli di ansia, depressione, rimuginio, e la natura delle credenze metacognitive. I risultati confermano la già nota relazione tra credenze metacognitive e livelli di ansia dichiarati dai soggetti. Il dato innovativo riguarda invece la correlazione con l’identità di genere: i ricercatori hanno rilevato che il rapporto tra ansia e identità di genere viene mediato da (a) livelli di rimuginio, (b) credenze metacognitive sulla pericolosità e l’incontrollabilità dei pensieri e (c) fiducia nelle proprie capacità cognitive.

L’impatto che le credenze metacognitive hanno sui sintomi ansiosi può essere spiegato riprendendo la condizione di isolamento e l’inevitabile sviluppo di modalità di regolazione emotiva autoreferenziali e poco adattive, come il rimuginio. Inoltre, le credenze di pericolo e incontrollabilità rilevate potrebbero indurre ad adottare strategie di distrazione e soppressione dei pensieri, che la letteratura ha indicato come inutili e controproducenti (Clark, Ball, e Pape, 1991; Salkovskis e Campbell, 1994). Seppure l’ambito della gender dysphoria sia relativamente nuovo e non ci sia un’ampia letteratura sull’argomento, lo studio sembrerebbe indicare l’utilità dell’approccio metacognitivo che, attraverso la modifica delle credenze metacognitive, ha già mostrato risultati promettenti nel trattamento dei disturbi d’ansia (Wells, White e Carter, 1997).

Discalculia evolutiva: caratteristiche, eziologia e trattamento

Con il termine discalculia evolutiva (o disturbo del calcolo) si intende un disturbo caratterizzato da prestazioni inferiori a quelle previste in base all’età cronologica nella capacità di calcolo (produzione e comprensione della quantità, riconoscimento dei simboli numerici e corretta esecuzione delle operazioni aritmetiche di base), escludendo la compromissione di abilità più complesse, per esempio riguardanti la risoluzione di problemi di carattere algebrico o geometrico (Vio, Tressoldi e Lo Presti, 2012).

Per poter parlare di discalculia sono necessarie altresì altre condizioni (che accomunano tutti i Disturbi specifici dell’apprendimento): intelligenza generale nella norma, assenza di deficit neurologici, sensoriali o psichiatrici e frequenza scolastica e istruzione adeguata (Vio, Tressoldi e Lo Presti, 2012).

Secondo quanto riportato nel DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013) la discalculia fa riferimento a una serie di compromissioni dell’abilità numerica, che vanno dall’apprendimento del concetto di numero, alla memorizzazione di fatti aritmetici, al calcolo accurato o fluente, fino al ragionamento matematico corretto, con un’interferenza significativa sia con l’apprendimento scolastico che con le normali attività della vita quotidiana.

Discalculia evolutiva: prevalenza e comorbidità

I dati sulla diffusione del fenomeno, calcolati sulle segnalazioni fatte dalla scuola, indicano che il 20% degli studenti italiani incontra difficoltà, spesso significative, nell’apprendimento del sistema dei numeri (con una media di cinque bambini per classe): un dato allarmante, che si scontra però con quanto riportato dall’autorevole International Academy for Research in Learning Disabilities (IARLD, 2005) secondo cui solo lo 0,2% dei bambini sarebbe affetto da discalculia evolutiva (Lucangeli e coll., 2006). La differenza tra le due fonti sarebbe spiegabile con la confusione tra le categorie di difficoltà di apprendimento e disturbo specifico di calcolo, attraverso il concetto di “resistenza al trattamento”. Se, infatti, un bambino, in difficoltà nell’area del calcolo, con aiuti mirati, ottiene un miglioramento significativo delle proprie competenze, nel caso di discalculia evolutiva, gli stessi trattamenti tendono a una minore efficacia (Lucangeli e coll., 2006).

Se la discalculia è di per sé un problema invalidante, raramente esso si presenta da solo; frequente è l’associazione con altri disturbi specifici dell’apprendimento quali Dislessia, Disortografia o Disgrafia: circa il 40% dei bambini presenterebbe infatti dislessia e discalculia, suggerendo la presenza di un comune deficit di automatizzazione o a carico della memoria di lavoro (Simmons e Singlenton, 2007, citato in Vio, Tressoldi e Lo Presti, 2012).

Riguardo le cause del fenomeno, la presenza di una predisposizione genetica alla discalculia è stata avanzata fin dal 1974 da Kosc; più recentemente, Shalev e Gross-Tsur (2001) hanno riscontrato, in circa la metà di fratelli e sorelle di bambini con discalculia, la presenza della patologia, con un rischio di 5-10 volte maggiore rispetto alla popolazione dove la familiarità è assente (citato in Vio, Tressoldi e Lo Presti, 2012).

Discalculia evolutiva: l’importanza della diagnosi precoce

Il primo passo per affrontare la discalculia è porre particolare attenzione a segni di riconoscimento precoci, che corrispondono alle aree da indagare ai fini della formulazione di una diagnosi accurata, in particolare (Vio, Tressoldi e Lo Presti, 2012):
1. Abilità lessicali (riconoscimento visivo dei numeri, per esempio 2 e 6, e lettura o scrittura di numeri sotto dettatura);
2. Corretta stima della grandezza e del rapporto maggiore/minore, che include la capacità, presente dall’età prescolare, di conoscere la quantità “a colpo d’occhio” (3 maggiore di 5);
3. Abilità pre-sintattiche (associazione di una quantità di oggetti a un numero);
4. Strategie di conteggio (enumerazione all’indietro, ordinare dal più grande al più piccolo);
5. Memorizzazione di fatti numerici (somma di numeri uguali o tabelline con numeri uguali).

In relazione al trattamento è importante sottolineare come per poter parlare di un efficace progetto riabilitativo, esso debba rientrare nella prospettiva de-medicalizzante del disturbo: limitazione, dunque, del ricorso alla certificazione legale della disabilità e focalizzazione delle risorse professionali ed economiche sulla messa in atto sia di strategie riabilitative specifiche per migliorare le abilità di calcolo che di misure compensative e dispensative da parte dei docenti.

Discalculia evolutiva: il trattamento con il Programma Feuerstein

Riguardo al primo aspetto, uno dei programmi più adoperati a livello internazionale è il Programma di Arricchimento Strumentale di Feuerstein che si prefigge come obiettivi fondamentali l’arricchimento del repertorio individuale delle strategie cognitive necessarie per l’apprendimento e il recupero delle funzioni cognitive carenti. L’intervento si compone di quattordici strumenti, che intervengono ciascuno su precise funzioni cognitive, al fine di fornire nuove occasioni per sperimentare le proprie capacità, avviare una riflessione metacognitiva e trasformare il tipico stile cognitivo passivo e dipendente in direzione di una maggiore autonomia (Feuerstein e coll., 2008).

Insieme a una riabilitazione vera e propria, caratterizzata da strumenti operativi efficaci, la scuola deve adoperarsi attraverso alcune semplici regole, quali l’utilizzo di un linguaggio semplice, evitando spiegazioni articolate, ovvero l’utilizzo preferenziale di materiali concreti, come disegni o semplici diagrammi, in linea con le raccomandazioni elaborate dalla Consensus Conference sull’uso delle misure compensative per i soggetti con Disturbi specifici dell’apprendimento (2007).

In particolare, per favorire un miglior approccio all’apprendimento numerico, Butterworth e Yeo (2011) suggeriscono l’utilizzo di materiali specifici, come blocchi che rappresentano i valori in base 10, monete, piste numeriche, metri rigidi, con l’aggiunta dell’uso della calcolatrice, strumento che riduce il carico della memoria di lavoro, pur non dovendosi però ritenere sostitutivo di un adeguato programma di stimolazione delle competenze, come prima esposto. Vi sono poi da considerare le ricadute negative della discalculia sull’autostima e sull’umore, il rifiuto della scuola o i comportamenti ostili: ecco perché la psicoterapia assume un’importanza fondamentale nel trattamento. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, a questo scopo, fornisce un valido supporto, stimolando la valutazione realistica dei propri mezzi e delle difficoltà dei compiti proposti, focalizzandosi sulla regolazione dell’autostima e dell’aggressività, cause frequenti della demotivazione scolastica, e prevedendo il coinvolgimento della famiglia (Terzocentro di psicoterapia cognitiva, 2016).

Presentazione del libro di Maria Rosa Madera “Superare i confini. Psicoterapia integrata e di comunità”

Presentazione del libro
di Maria Rosa Madera “Superare i confini. Psicoterapia integrata e di comunità”

Martedì 22 marzo 2016, ore 21:00
Casa della Psicologia, Piazza Castello 2, Milano

 

Cinque anni di studi, di ricerche e di approfondimenti sull’applicazione della Psicoterapia Integrata e di comunità. “Superare i confini”, più che un manuale per gli addetti ai lavori, è una narrazione dell’esperienza professionale dell’autrice. Maria Rosa Madera – psicologa e psicoterapeuta – accompagnerà il pubblico in sala alla scoperta di una tecnica terapeutica, quella della psicoterapia integrata, che scardina la psicologia tradizionale, superandone i limiti.

Converseranno con l’autrice: Riccardo Bettiga, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia ed Elisa Marchioni, psicologa e psicoterapeuta. Modera Anna Baracco, psicoterapeuta, psicoanalista a orientamento Lacaniano, membro ALIPSI.

Ufficio stampa:

– Simona Seminario – [email protected] (335 1821270)
– Tommasina Cazzato – [email protected] (345 7357751)

Psicoterapia con pazienti stranieri secondo l’approccio cognitivo comportamentale: verso una prospettiva italiana

Una riflessione sull’efficacia della psicoterapia con pazienti stranieri, non fa solo riferimento ad un bisogno contingente al recente fenomeno migratorio italiano, bensì si rivolge alla realtà clinica che caratterizzerà l’utenza delle nostre strutture pubbliche e private da oggi agli anni a venire.

Simona Bianco, Claudia Emma Messore, Giulia Radice – OPEN SCHOOL Scuola di Psicoterapia Cognitiva e Ricerca

Psicoterapia con pazienti stranieri: introduzione

Negli ultimi anni in Italia il numero di persone migranti è aumentato notevolmente fino a superare, solo nell’ultimo decennio, i tre milioni di residenti stranieri (Caritas, 2010). Sebbene tra i cittadini stranieri prevalga una percezione positiva del proprio stato di salute (ISTAT, 2012), la salute mentale dei migranti è oggi, tanto in Italia così come in Europa, una problematica crescente, su cui vale la pena soffermarsi dal punto di vista clinico e sociale.

L’incontro tra servizi e pazienti stranieri conduce ogni giorno verso la rivelazione di nuove e peculiari espressioni di disagio psichico legate ad elementi culturali specifici (Tarricone et al. 2012) e obbliga a interrogarsi sull’efficacia e l’adeguatezza degli interventi proposti.

A differenza di altri paesi, coma la Francia, l’Inghilterra e soprattutto gli Stati Uniti, l’Italia si è trovata solo di recente a confrontarsi con il fenomeno migratorio e con la sua conseguente trasformazione identitaria, che ha portato il nostro paese a trasformarsi da luogo emigratorio a meta immigratoria, ed è anche per tale motivo che la letteratura italiana relativa alla psicoterapia con pazienti stranieri è meno florida rispetto a quella presente in altri paesi.

Obiettivo di questo lavoro è di operare una riflessione sulla psicoterapia con pazienti stranieri non-occidentali (Schraufnagel et al. 2006) secondo una prospettiva cognitivo comportamentale.

Una riflessione sull’efficacia della psicoterapia con pazienti stranieri non-occidentali ad orientamento cognitivo-comportamentale, non fa solo riferimento ad un bisogno contingente al recente fenomeno migratorio italiano, bensì si rivolge alla realtà clinica che caratterizzerà l’utenza delle nostre strutture pubbliche e private da oggi agli anni a venire.

Nella seguente review si è deciso di analizzare solo e unicamente studi inerenti i Disturbi d’Ansia e dell’Umore e pazienti stranieri. Tale decisione è stata dettata dalle seguenti ragioni: l’efficacia ampiamente riconosciuta l’approccio cognitivo comportamentale nel trattamento dei Disturbi d’Ansia e dell’Umore (Ruggiero & Sassaroli, 2013), la scarsità di dati relativi ad altri quadri psicopatologi. Inoltre, sebbene molti studi epidemiologici mostrino un eccesso di psicosi tra i migranti di prima e seconda generazione (Morgan, 2005), molti dei disturbi inizialmente diagnosticati come psicotici tendono a evolvere in quadri più coerenti con diagnosi di PTSD o depressione (Cremonese, 2014).

 

Psicoterapia con pazienti stranieri: precisazioni terminologiche preliminari

In primo luogo, prima di parlare di psicoterapia con pazienti stranieri, appare necessario operare una riflessione su alcuni termini, come razza, etnia, cultura e minoranza. Nonostante alcune differenze terminologiche possano talvolta apparire scontate, una chiara conoscenza della definizione di queste espressioni e del loro significato condiviso, diviene fondamentale all’interno della pratica clinica.

Psicologia crossculturale

L’espressione razza non indica una categoria di individui definita su criteri biologici, ma piuttosto un costrutto sociale usato per identificare ogni raggruppamento d’individui costituito in modo empirico sulla base di caratteri somatici esteriori comuni (razza, n.d.), come ad esempio, il colore della pelle.

Il termine etnia viene invece usato per indicare un gruppo di individui che condividono un medesimo patrimonio in termini di storia, lingua, rituali ecc. Si nota subito come i due termini qui sopra definiti siano solo parzialmente interscambiabili: individui della stessa razza possono appartenere a etnie differenti, sia in termini di storia sia di cultura (nativi hawaiani e i vietnamiti americani).

La parola cultura, invece, indica quell’insieme di credenze, norme e valori che determinano il significato attribuito alle esperienze ed eventi di vita. Ancora una volta tra i termini esiste solo una parziale sovrapposizione, per cui individui appartenenti alla medesima razza ed etnia, possono possedere caratteristiche culturali uniche (messicani vs cubani) (Schraufnagel et al. 2006).

All’interno di questo articolo si è quindi deciso di utilizzare il termine minoranza, inteso come gruppo di cittadini che nell’interno di uno stato si distinguono dalla maggioranza, secondo i casi, per la razza o per la lingua o per la religione, a cui s’accompagna molte volte una diversa coscienza nazionale (minoranza, n.d.), per indicare tutto ciò che si colloca al di fuori della cultura giudeo-cristiana occidentale euro-americana (non occidentale).

Va tuttavia rilevato che la scelta di tale termine ha un valore puramente di convenienza espositiva e che chi scrive riconosce i limiti dei termini adoperati.

 

Il rapporto tra cultura e malattia nella psicoterapia con pazienti stranieri

L’OMS definisce la salute mentale come:

Stato di benessere nel quale il singolo è consapevole delle proprie capacità, sa affrontare le normali difficoltà della vita, lavorare in modo utile e produttivo ed è in grado di apportare un contributo alla comunità” e chiarisce che “non c’è salute senza salute mentale

(OMS, 2005).

Questa definizione universalmente condivisa può tuttavia declinarsi in molti modi differenti. Immaginiamo di trovarci davanti una persona in evidente stato di sofferenza psicologica e di porle le domande elaborate da Kleinman (1980) per la comprensione del modello esplicativo di malattia del paziente:

  • Quale pensa che sia la causa del suo problema?
  • Perché pensa sia accaduto?
  • Cosa pensa che la malattia causi alla sua persona?
  • Quanto è grave la sua malattia? Durerà molto o poco tempo?
  • Di quali trattamenti avrebbe bisogno?
  • Cosa si aspetta di ottenere da questi trattamenti?
  • Qual è il problema principale che questa malattia le ha causato?

Come ci risponderebbe un nostro connazionale italiano? Certo le risposte possibili potrebbero essere tante, ma se ripetessimo l’esercizio un paio di volte e confrontassimo poi le risposte, potremmo verosimilmente scoprire alcuni punti in comune tra queste.

Se invece, nel ripetere l’esercizio, ponessimo nella pratica clinica tale domanda a un italiano e, allo stesso tempo, la ponessimo in contesti di psicoterapia con pazienti stranieri come, per es., un brasiliano, un nepalese e un etiope? Molto probabilmente le risposte ottenute da soggetti delle differenti nazionalità sarebbero molto diverse Tuttavia, ognuna di queste risposte sarebbe parimenti valida ai fini dell’obiettivo comune: la salute.

L’espressione di un disagio e l’idea di salute dipendono in gran misura dal modo in cui l’individuo interpreta gli eventi intorno a sé, la propria storia di vita e le relazioni causa-effetto che attribuisce agli eventi (Biorci 2009). In questo processo la cultura di appartenenza gioca un ruolo fondamentale.

Per Kleiman (1980) il modello esplicativo che il paziente produce della propria malattia è il risultato dell’insieme di nozioni e itinerari che egli stesso attiva a partire dall’esperienza della malattia e dalla ricerca della cura, dalle ipotesi e dalle cause di malattia messe in campo nei contesti familiari e sociali di appartenenza. L’analisi delle differenze e le riflessioni sul legame tra cultura e malattia mentale hanno coinvolto molti studiosi e visto la nascita dell’etnopsichiatria intesa come disciplina di studio sistematico delle teorie e delle pratiche psichiatriche di un determinato gruppo etnico che si occupa delle interpretazioni tradizionali delle malattie mentali e delle procedure di guarigione tradizionali (Tseng, 2001).

 

Il rapporto tra psicopatologia e immigrazione

In merito alla relazione tra psicopatologia e immigrazione, ci sono principalmente due linee di ricerca: una prende in considerazione l’immigrazione come fattore di rischio epidemiologico e ne studia l’impatto sull’incidenza dei disturbi mentali, l’altra studia la relazione tra cultura e psicopatologia.

La migrazione è stata identificata sia come fattore protettivo sia come fattore di rischio per alcuni disturbi psichiatrici. In Nord America, l’effetto migranti sani (la scoperta che persone recentemente immigrate sono più in salute rispetto alla popolazione di nativi) è stato ampiamente riportato tanto per ciò che concerne la salute mentale (Aglipay et al. 2012), quanto rispetto a quella somatica (Ng, 2011). D’altro canto, studi europei hanno riportato una maggiore prevalenza di disturbi mentali nella popolazione di migranti (Missinne e Bracke, 2010); risultati simili sono stati trovati anche in America del Nord ma solo per specifici sottogruppi di migranti (Cislo et al. 2010).

Anche le Linee Guida Canadesi per la Salute degli Immigrati (Kirmayer et al. 2011) affermano che la migrazione può essere considerata un fattore di rischio per la depressione (e probabilmente di altri disturbi mentali) se associata ad esperienze avverse. Ulteriori possibili fattori di rischio per l’insorgenza di disturbi depressivi e d’ansia nei migranti potrebbero essere individuati, come ipotizzato anche da Cimino (2015), da un maggiore carico famigliare e sociale, un elevato numero di figli da crescere, violenze domestiche, uno scarso livello di integrazione sociale e incertezze legate al futuro. Possiamo certamente osservare che gli studi fino ad ora condotti non permettano di chiarire definitivamente il peso della variabile migrazione all’interno dell’insorgenza di una condizione di disagio psicofisico. D’altra parte si potrebbe ipotizzare che sia il ritrovarsi a far parte di una minoranza, più che l’atto migratorio in sé a determinare la comparsa di uno stato di malessere.

In un altro filone di ricerche, la cultura è stata descritta come un fattore che influenza l’espressione sintomatica del disturbo mentale, in particolare dei disturbi ansioso-depressivi. Sebbene la ricerca epidemiologica cross-culturale abbia confermato la presenza di depressione maggiore e di disturbi ansiosi in tutto il mondo, l’espressione e l’interpretazione sintomatica e la risposta sociale a tali patologie varia ampiamente attraverso i differenti contesti culturali (Kirmayer et al. 1995). In generale, sebbene esista una gamma di emozioni universali, ci sono sentimenti più complessi che fanno riferimento a tratti dell’interazione sociale e a contesti specifici che variano a livello cross-culturale.

Tale variazione può influenzare l’esperienza e l’espressione di forme di disforia quali depressione e ansia, che hanno connotazioni cultura-specifiche. In generale, secondo la psichiatria evolutiva, la depressione è connessa alla risposta alla mancanza di relazioni interpersonali, status sociale o incentivi, mentre l’ansia è maggiormente correlata all’anticipazione di minacce al corpo o alla salute propria o altrui (Kirmayer, 2001). Le emozioni collegate a tali risposte sono elaborate in modalità distinte per contesti culturali e sociali che influenzano i sistemi neurali, la rappresentazione psicologica e i pattern interazionali nel corso di vita (Harrè et al. 1995).

In molte culture i disturbi dell’umore e disturbi d’ansia non sono visti come problemi relativi alla salute mentale, bensì difficoltà di ordine sociale o morale (Kyrmayer et al. 1989); si potrebbe dunque ipotizzare che una differente attribuzione di significato clinico alla sintomatologia ansioso depressiva possa condurre a un minor accesso di pazienti stranieri ai servizi di salute mentale e quindi al trattamento.

È infine molto interessante riportare quando notato da Nazroo e colleghi (2005), secondo cui una recente storia di immigrazione si condurrebbe maggiormente verso la tendenza alla manifestazione di disturbi somatici funzionali come equivalenti di sintomi ansioso-depressivi, mentre una più remota storia di migrazione comporterebbe, come correlato del processo di acculturazione e di adattamento al paese di accoglienza, una maggiore espressività della sofferenza psichica secondo le tradizionali tipologie della cultura occidentale rappresentati da sintomi ansiosi e depressivi. Per esempio, rispetto all’espressione dei disturbi depressivi e ansiosi, studi che mettono a confronto gruppi provenienti da background culturali differenti sia negli stessi paesi sia tra paesi differenti, hanno rilevato, nella presentazione della depressione, una maggiore frequenza di lamentele somatiche, una minor discriminazione tra disturbo ansioso e depressivo, e un più basso livello di sentimenti di colpa nelle popolazioni non occidentali (Caplan et al. 2010).

Ancora, in uno studio del 2013, Saraga et al. hanno messo a confronto 85 immigrati e 34 controlli afferenti all’Unità per i Disturbi d’Ansia e dell’Umore dell’Ospedale Universitario di Losanna, ed hanno rilevato che in pazienti con criteri DSM IV per il disturbo depressivo maggiore, la presentazione clinica dei migranti era caratterizzata da comorbidità con più diagnosi, in particolare ansia, disturbi somatoformi e PTSD, e da un decorso più grave e cronico non remissivo.

I fenomeni migratori ci permettono così di produrre nuove indagini, fornendoci informazioni interessanti sulla mutevolezza dell’espressione del disturbo mentale in funzione del luogo in cui si vive.

 

La psicoterapia con pazienti stranieri: l’approccio cognitivo-comportamentale

Come già detto precedentemente, l’esperienza migratoria rappresenta, per i pazienti stranieri, uno choc culturale ed identitario in cui il soggetto si trova di fronte alla sfida di dover ridefinire il proprio progetto di vita, di delinearne le coordinate nello spazio e nel tempo e ciò, secondo Cimino (2015), lo esporrebbe a un maggiore rischio di sviluppare disturbi mentali gravi. Questi dati hanno portato a riconsiderare il ruolo degli eventi di vita stressanti nello sviluppo e nella risposta alla cura, alle quali in precedenza veniva attribuita un’eziologia differente (Boydell, 2013).

Si può quindi affermare che le persone non esprimano il loro disagio secondo una modalità fissa e predeterminata dalla cultura di origine, ma possano modificare l’espressione del proprio malessere conformemente agli standard del paese ospitante.

Considerando queste evidenze, si potrebbe quindi ipotizzare che non sia necessario utilizzare una terapia transculturale, oppure una terapia ad hoc per ogni cultura, bensì un approccio maggiormente validato in occidente, con alcuni accorgimenti cultura-specifici. Ne è un esempio la Culturally Adapted Cognitive Behavior Therapy, (CA-CBT).

La Psicoterapia Cognitivo Comportamentale (CBT), come illustrato dall’Organizzazione Mondiale di Sanità, ha un ruolo elettivo nel trattamento dei disturbi d’ansia, disturbo ossessivo compulsivo (NICE 2004) e della depressione (OMS, 2012)

L’aspetto teorico cardine della CBT pone in interconnessione, pensieri (beliefs), emozioni e comportamenti. Il disturbo mentale e le problematiche della sfera emotiva sono visti come la conseguenza di pensieri disfunzionali che persistono nel tempo a causa di meccanismi di mantenimento (Semerari, 2000). Il soggetto che interpreta la realtà mediante pensieri disfunzionali e idee irrazionali, proverà quasi certamente sofferenza e in alcuni casi svilupperà psicopatologia. L’obiettivo della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è, quindi quello di individuare i pensieri disfunzionali per poi sostituirli con pensieri maggiormente adattivi e funzionali per il soggetto attraverso tecniche specifiche.

Il modello di malattia alla base della CBT, e dell’approccio cognitivo comportamentale in generale, è di stampo prettamente occidentale (Rathod et al. 2009). Molti elementi della cura, come ad esempio l’aspetto individuale e di lavoro, che il paziente deve fare per costruire in collaborazione con il terapeuta un nuovo benessere, riflettono la cultura all’interno della quale la CBT opera.

Un approccio di questo tipo alla malattia e alla cura potrebbe andare in contrasto, per esempio, con alcuni modelli di vita orientale centrati principalmente sul gruppo e sulla famiglia piuttosto che sul singolo. Anche la modalità collaborativa con cui terapeuta e paziente avanzano nella comprensione comune del disagio può apparire estremamente pragmatica e di difficile comprensione per alcune culture, che concepiscono il rapporto tra curante e curato in ottica di subordinazione del secondo nei confronti del primo (Rathod, 2009). Tuttavia è possibile adottare alcuni accorgimenti attraverso cui rendere la CBT fruibile anche quando l’idea di malattia, cura e psicoterapia con pazienti stranieri sia estremamente differente dal punto di vista culturale del terapeuta.

Ad esempio nella Chinese Taoist Cognitive Psychotherapy, (CTCP), che rappresenta un tentativo di incorporare i principi del Taoismo all’interno di una terapia cognitiva, il terapeuta si focalizza inizialmente sull’identificazione di stressors attuali e sulla valutazione dei beliefs, del sistema di valori, del conflitto e dello stile di coping, per poi assumere successivamente un ruolo più didattico: ad esempio, il terapeuta CTCP utilizza all’incirca cinque ore per illustrare al paziente i 32 caratteri taosti (Zhang et al.. 2002). Per comprendere meglio il ruolo didattico assunto dal terapeuta nella CTCP può essere utile far riferimento a uno dei principi terapeutici suggeriti da Hwang et al.. (2006) per la psicoterapia con pazienti stranieri cino-americani: i terapeuti possono guadagnare la fiducia del paziente presentando se stessi come figure autorevoli e in grado di fornire aiuto.

Ciò deriva dal fatto che nella cultura cinese la gerarchia dei ruoli, la struttura sociale e le figure autoritarie vengono viste con estremo rispetto (Lin, 2007; Zhang et al. 2002), molto più che nelle culture euro-americane. Per mantenere tale autorità il terapeuta potrebbe dover assumere un ruolo più proattivo, rivolgendo al cliente suggerimenti e indicazioni precise nell’insegnamento delle competenze e delle pratiche terapeutiche utili per il raggiungimento di un immediato sollievo sintomatico (Hwang et al. 2006). Tale modalità di conduzione terapeutica appare sotto molti punti di vista distante a quella abitualmente adottata dai terapeuti CBT occidentali.

Ancora, Organista e Muñoz (1997), forniscono una dettagliata serie di indicazioni utili per facilitare lo sviluppo di una buona relazione nella psicoterapia con pazienti stranieri latini/ispanici. In primo luogo, è necessario conoscere e aderire ad alcuni values specifici, tra cui l’espressione di rispetto nei confronti del paziente, esprimibile tramite l’uso di forme di cortesia quali señor o señora e il mantenimento di un atteggiamento orientato al para servirle (per servirla). Gli autori proseguono espongono le difficoltà nella psicoterapia con pazienti stranieri ispanici, soprattutto nell’applicare il modello ABCDE di Ellis.

Infatti, sebbene acquisiscano subito il concetto di pensiero positivo e pensiero negativo, la difficoltà di tradurre in spagnolo l’acronimo ABCDE rende spesso impraticabile questa tecnica. Si potrebbe tuttavia obiettare che tali difficoltà possano associarsi anche a eventuali barriere linguistiche. Ancora, Organista e Muños, suggeriscono di esplorare insieme al paziente le sue credenze religiose, anche quando questi riferisce di aver preferito l’atto del pregare allo svolgimento degli homework.

Si può quindi asserire che i beliefs culturali del paziente relativi alla malattia mentale, alla cura e alla psicoterapia cognitiva-comportamentale debbano essere considerati ai fini dell’efficacia della terapia stessa. Seppur tale affermazione trovi una ragione d’essere in ogni situazione terapeutica e di fronte a qualsiasi paziente, l’importanza del processo di modellamento o di adattamento (culturale) appare ancora più fondamentale all’interno di situazioni cliniche in cui la valutazione dei belief, dei processi di pensiero e delle modalità di gestione, valutazione ed espressione delle emozioni, necessita, da parte del clinico, di un ulteriore sforzo di decentramento al fine di gestire in modo opportuno -e non come un ostacolo- le differenze culturali che intercorrono nella psicoterapia con pazienti stranieri. Tali differenze, durante il trattamento, possono divenire più o meno evidenti e possono più o meno diventare oggetto di analisi, se non addirittura il focus della terapia.

 

Psicoterapia con pazienti stranieri: evidenze cliniche

La letteratura italiana riguardante la salute mentale delle minoranze presenti sul nostro territorio è ancora esigua e sono praticamente nulli i contributi specificatamente derivanti da terapeuti con formazione cognitivo comportamentale.

I dati a sostegno della valenza clinica delle terapie cognitivo comportamentali culturalmente adattate (CA-CBT) di seguito riportati fanno prevalentemente riferimento a studi condotti sul territorio americano, per cui eventuali riflessioni tratte dal lettore dovranno tenere conto di alcune premesse fondamentali: (a) tra Italia e Stati Uniti esistono profonde differenze di accessibilità e strutturazione dei servizi -pubblici e non- di salute mentale, (b) il background culturale americano –inteso come variabile ambientale- influenza in maniera unica la psicologia dei soggetti considerati (così come unica è l’influenza del background culturale italiano), (c) i soggetti considerati, pur facendo parte di minoranze etniche, sono nati e cresciuti sul suolo americano (afro americani, cinesi americani, latino/ispanici americani ecc).

 

Trattamento dei disturbi d’ansia per la psicoterapia con pazienti stranieri

Studi su soggetti afro americani con Disturbo di panico sono stati condotti da Carter et al. (2003) e da Friedman et al. (2006) I primi hanno selezionato un campione di 25 donne afro americane, istruite e appartenenti a una classe socio economica medio-alta, con sintomatologia tipo attacco di panico e agorafobia; il campione venne diviso casualmente in due gruppi: gruppo sperimentale CBT (11 sedute di gruppo) e gruppo di controllo lista di attesa.

Gli autori hanno riscontrato che le donne sottoposte a trattamento CBT, al termine delle 11 sedute mostravano una forte riduzione della sintomatologia ansiosa e depressiva, mentre i soggetti inseriti nel gruppo lista di attesa non presentavano miglioramenti. Al follow up il 54% delle donne appartenenti al gruppo CBT venne identificato come recovered e il 17% come migliorato. Tra i soggetti inseriti nel gruppo lista di attesa, il 95% non mostrò diminuzione dei sintomi. Al di là dei risultati, che, seppur promettenti, appaiono meno forti rispetto a quelli solitamente ottenuti con gruppo di pazienti euro-americani (Carter et al. 2012), l’aspetto forse più interessante dello studio proposto da Carter e colleghi, risiede, a nostro avviso, negli adattamenti al setting e al focus terapeutico operati dai ricercatori.

Come riportato dagli autori stessi, questo studio differisce dagli altri in quattro modi specifici:

  1. Il ricorso a un trattamento di gruppo per via del forte senso comunitario e di aggregazione presente all’interno della cultura afro americana;
  2. La creazione di gruppi etnicamente omogenei;
  3. Il ricorso esclusivo a terapeuti afro americani;
  4. L’inclusione, per tutto il corso della terapia, di temi legati alla razza e al rapporto tra questi e la malattia.

Durante il trattamento, gran parte del lavoro cognitivo fu orientato verso il belief secondo cui provare emozioni intense sia una manifestazione di debolezza personale. Inoltre, periodiche discussioni di gruppo venivano incentrate sul ruolo che l’appartenenza etnica può avere sull’esacerbazione dei sintomi e sull’aderenza al trattamento. Molto frequentemente le partecipanti discutevano dell’associazione tra lo stress causato dall’essere l’unica donna di colore sul posto di lavoro e il livello generale di ansia, o ancora come l’essere afro-americano possa influenzare la buona realizzazione di alcuni esercizi richiesti dalla terapia (per esempio esercizi di esposizione in vivo che prevedano il camminare in un negozio affollato o attraverso il quartiere). Secondo gli autori, questi adattamenti etnicamente specifici, nella psicoterapia con pazienti stranieri, risultarono efficaci nel ridurre i sintomi di panico.

Friedman et al. (2006) scelsero invece un campione misto (afro americani ed euro americani) con sintomi da attacco di panico (con o senza agorafobia). I soggetti furono sottoposti a un trattamento CBT di 16 sedute individuali. Tutti i soggetti mostrarono una simile e significativa riduzione della sintomatologia ansiosa, mentre si osservò una differenza significativa nell’ambito della sintomatologia depressiva, per cui i soggetti afro americani manifestarono ridotti miglioramenti rispetto ai soggetti euro americani.

Al contrario dello studio precedente, Friedman e colleghi non apportarono nessuna modifica culturalmente sensibile alla struttura del trattamento, mostrando quindi, apparentemente, la validità dell’approccio CBT anche quando a questo non si operano adattamenti etnici. È tuttavia da notare, come rilevato dagli autori stessi, che la maggior parte dei terapeuti coinvolti nello studio possedeva una buona formazione clinica con soggetti appartenenti a diverse etnie. Di conseguenza, sebbene non fosse stato esplicitamente proposto un lavoro incentrato sulle problematiche culturali, è probabile che tale aspetto fosse stato implicitamente considerato da parte dei terapeuti, esplicitamente esperti nella psicoterapia con pazienti stranieri appartenenti a minoranze. (Friedman et al. 2006).

Alfonso e Dziegielewki (2001) riportano l’efficacia positiva di un trattamento self-help CBT di nove settimane attraverso su un singolo soggetto latino con disturbo da attacco di panico. Sebbene la validità empirica dello studio sia quasi nulla, può qui essere utile per introdurre due forme di espressione dell’ansia caratteristiche delle popolazioni latine e/o ispaniche: Ataques De Nervios e Susto. Gli Ataques De Nervios (ADN) possono essere descritti come degli improvvisi episodi di ansia accompagnati da grida incontrollabili, attacchi di pianto, tremori, sensazione di calore nel petto che sale verso la testa e esperienze dissociative.

Questa specifica forma di espressione ansiosa sembra essere particolarmente diffusa tra gli individui di origine portoricana (Cintrón et al. 2005). Il Susto tradotto letteralmente è la paura o mal di paura e può essere descritto come la malattia che viene con la paura. Tradizionalmente la sua eziopatogenesi è legata a un’esperienza traumatica (da cui il nome) che conducono la persona a sviluppare disturbi del sonno, forte ansia, perdita di interessi. Sebbene sia considerata una sindrome culturalmente determinata, ovvero una condizione che ha un significato limitato al di fuori di contesti culturali specifici, è comunque ampiamente riconosciuta tra molti gruppi latini del Nord e Centro America, tanto da essere stata inserita all’interno dell’ultima edizione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM 5) (APA, 2013).

La differente modalità espressiva dell’ansia all’interno delle popolazioni latino/ispaniche, inoltre, inficia sull’attendibilità di alcuni degli strumenti statistici maggiormente diffusi per la valutazione della sintomatologia ansiosa (Carter et al. 2012). Hirai, Stanley e Novy (2006), per esempio, hanno valutato le proprietà psicometriche di Beck Anxiety Inventory (BAI), Penn State Worry Questionnaire (PSWQ), Anxiety Sensitivity Index, Worry Scale, Body Sensations Questionnaire, Trait Anxiety Scale su un campione composto di soggetti latini/ispanici (Messicani, portoricani, cubani ecc) con diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato (GAD).

Gli autori hanno notato che all’interno delle popolazioni ispaniche/latine, il test più attendibile appariva essere il BAI, probabilmente a causa della forte componente fisiologica con cui questi soggetti tendono a esprimere la propria preoccupazione. Al contrario, test come il PSWQ risultavano poco utili, in quanto, esplorando le componenti più cognitive del disturbo, non fornivano una completa immagine della sintomatologia ansiosa del campione considerato. Nonostante questo e altri studi mostrino la presenza di profonde differenze tra individui euro americani e latino/ispanici nell’espressione delle componenti ansiose dello stato psicopatologico, sono ancora molto scarsi gli studi focalizzati sull’esito dei trattamenti orientati secondo una prospettiva CBT.

Nel contesto del Disturbo da stress post traumatico (PTSD), i più grandi contributi vengono sicuramente dagli studi condotti su immigrati e rifugiati politici. La maggior parte di questi studi è stata condotta su individui di origine asiatica.

Otto, Hinton e altri autori hanno focalizzato il loro lavoro sulla costruzione di un trattamento CBT culturalmente modellato e specificatamente rivolto a soggetti cambogiani e vietnamiti con Disturbo da stress post traumatico (Carter et al. 2012). Nei loro scritti tra i vari suggerimenti compaiono indicazioni relative a modifiche di setting, ad esempio spostando la terapia all’interno di un tempio buddista, e di gestione della sintomatologia ansiosa focalizzandosi principalmente sulle manifestazioni somatiche e sulle credenze culturali relative alla sua origine.

Per esempio, molti individui cambogiani con PTSD non solo mostrano un’alta comorbilità con Disturbo di panico, ma questo tende a manifestarsi in attraverso forti preoccupazioni per eventuali manifestazioni somatiche di dolore al collo, portando a quello che Hinton e colleghi (2005) definiscono neck-focused panic attack. Nel neck-focused panic attack, il primo sintomo a manifestarsi è una forte tensione ai muscoli del collo, spesso provocato da uno stato d’ansia. Tradizionalmente, secondo la cultura buddista, il collo è il luogo in cui risiede il chi (vento, soffio vitale).

Uno stato di dolore o tensione al collo è quindi vissuto con grande preoccupazione da questi individui, preoccupazione che può condurre a sua volta alla manifestazione di altri sintomi somatici, quali palpitazioni, vista annebbiata e vertigini (Hinton et al. 2005). Gli autori, utilizzando tali adattamenti all’interno di un trattamento CA CBT della durata di 12 sedute, in associazione a una terapia farmacologica e a un programma di incontri con un socialworker, osservarono un miglioramento della sintomatologia ansiosa e di quella correlata al PTSD dopo appena tre settimane (Hinton et al. 2005; Carter et al. 2012).

Sempre Hinton e colleghi (2012) hanno poi applicato un trattamento CA CBT a un campione di donne latine con diagnosi di PTSD e utilizzato tecniche improntate sulla mindfulness e sull’accettazione nel trattamento del PTSD in soggetti latini, cambogiani e vietnamiti (Hinton et al. 2004; Hinton et al. 2013) con buoni risultati.

Sempre all’interno del trattamento dei disturbi d’ansia vale la pena citare lo studio condotto da Zhang et al. (2002). A differenza delle ricerche precedenti, i soggetti qui considerati erano tutti nati e cresciuti nelle zone urbane della Cina. Zhang e colleghi hanno assegnato casualmente i soggetti selezionati con diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD) a tre gruppi sperimentali. I soggetti appartenenti al primo gruppo ricevevano unicamente una terapia farmacologica (benzodiazepine); ai soggetti del secondo gruppo veniva proposta una terapia CBT adattata in chiave taostia (Chinese Taoist Cognitive Psychotherapy, CTCP), il terzo gruppo prevedeva una combinazione dei due trattamenti.

I risultati mostrarono che sebbene tutti e tre i gruppi, durante il periodo di trattamento subirono un miglioramento della sintomatologia ansiosa, il gruppo che ottenne i migliori risultati, sia in termini di rapidità sia in termini di durata, fu il terzo. Infatti, mentre il primo gruppo migliorò molto rapidamente (ma altrettanto rapidamente tornò a manifestare la sintomatologia presente prima del trattamento), il secondo gruppo ottenne risultati più permanenti, ma con più gradualità temporale.

 

Trattamento dei disturbi dell’umore nella psicoterapia con pazienti stranieri

La letteratura inerente applicazione di un trattamento CBT specificatamente rivolto alle minoranze etniche con disturbi dell’umore risulta ad oggi molto scarsa. I pochi studi disponibili riguardano prevalentemente le minoranze ispaniche e latine.

Prima di avanzare nell’esposizione della review è necessario chiarire che sebbene tra latini e ispanici intercorrano delle differenze di significato culturale e identitario (Hayes-Bautista et al.. 2002) di seguito saranno utilizzati allo stesso modo per descrivere tutte le persone provenienti dal Centro e Sud America. Secondo Miranda (1976) tra le principali aspettative che i latini mostrano nei confronti di un trattamento psicologico si trovano: sollievo sintomatologico immediato, indicazioni e consigli e approccio incentrato sul problema. La CBT sembrerebbe rispondere bene a tali attese. Inoltre, secondo Organista e Muñoz (1997) l’utilizzo di strumenti quali manuali, homework e diari aiuterebbe i pazienti ispanici ad alleviare le problematiche legate allo stigma.

Secondo Interian et al. (2008), gran parte degli studi condotti su pazienti latini affetti da depressione, conferma l’efficacia di terapie orientate secondo un approccio cognitivo comportamentale. Tra queste riportiamo Comas-Diaz (1981), Rosselló e Bernal (1999), Interian et al. (2008) e Heilmann et al.. (2011).

Comas-Diaz (1981) selezionò un gruppo di 26 donne portoricane, successivamente assegnate casualmente a uno dei seguenti gruppi: gruppo terapia cognitiva, gruppo terapia comportamentale, gruppo lista d’attesa. I risultati mostrarono un forte miglioramento sia dei soggetti appartenenti al gruppo cognitivo (64%) sia a quelli del gruppo comportamentale (51%). A differenza degli studi in precedenza esposti, nessuna modificazione o adattamento culturale fu adottato durante il trattamento, sebbene, come evidenziato anche da Comas-Diaz, la scelta di condurre le terapie all’interno di un gruppo possa aver influenzato il positivo outcome terapeutico.

È infatti probabile che le pazienti si sentissero accolte all’interno del gruppo terapeutico rivedendo in questo una sorta di famiglia estesa. È inoltre d notare che tutte le donne selezionate erano madri single con un livello di istruzione medio di circa 6 anni.

Rosselló e Bernal (1999) focalizzano invece la loro attenzione su un gruppo di soggetti adolescenti nati e cresciuti in Porto Rico. Gli autori assegnarono casualmente ognuno dei 71 adolescenti con diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore (DSM III TR) (APA, 1987) a tre condizioni: trattamento CBT, trattamento ITP (Terapia Interpersonale) e lista di attesa. Ancora una volta i soggetti sottoposti a trattamento mostrarono maggiori miglioramenti rispetto a quelli inseriti nella lista d’attesa. Confrontando i due gruppi trattati, i migliori risultati, in termini di risoluzione della sintomatologia, vennero osservati nel gruppo ITP, dove l’82% dei soggetti risultava guarito dopo il trattamento, contro il 59% degli adolescenti sottoposti a CBT. Ancora, seppure gli autori non riferiscono di aver operato un qualsiasi adattamento culturale, è possibile ipotizzare che la concordanza etnica tra pazienti e terapeuti possa aver influenzato i risultati raggiunti.

Interian et al. (2008) selezionarono un campione di 29 individui ispanici con depressione maggiore di età compresa tra i 18 e i 65 anni. Vennero esclusi dallo studio i soggetti già in fase di trattamento psicoterapeutico, con diagnosi di disturbo bipolare, che facevano uso di sostanze o che mostravano rischio suicidario. I partecipanti presero parte ad un ciclo di 12 sedute individuali di culturally adapted CBT. Tutte le sedute vennero condotte in spagnolo; al fine di comprendere il ruolo dei fattori culturali, parte della terapia fu dedicata a esplorare da quanti anni i partecipanti risiedevano negli Stati Uniti e come si erano adattati al loro arrivo, quale era l’attuale situazione famigliare, e se e come si erano sentiti supportati dalla comunità. Buona parte dei partecipanti affermò di vedere la terapia come una distrazione e che proprio grazie a questo che trovavano sollievo.

Forte rilevanza venne anche data ai values culturali che secondo i pazienti rendevano più difficoltoso il processo di cambiamento (familismo ecc). I risultati mostrano una riduzione significativa del 57% dei punteggi ottenuti alla Beck Depression Inventory al termine del trattamento e del 54% al follow up di 6 mesi. I sintomi ansiosi (Beck Anxiety Inventory) e quelli somatici (Patient Health Questionnarie-15) apparvero ridotti rispettivamente del 67% e del 42% al termine del trattamento e del 64% e 37% al follow up. Tutte le differenze risultarono statisticamente significative.

Tra gli studi da segnalare si riporta quello condotto da Heilmann e colleghi (2011) su un campione di donne latino-americane di seconda generazione. Gli autori, programmando un intervento comprendente strumenti quali Schema Therapy, Interviste Motivazionali (Motivational Interviewing) e collaborative-mapping della durata di otto sedute di due ore ciascuna, osservarono un significativo miglioramento sia della sintomatologia depressiva, che delle capacità di resilienza. I miglioramenti ottenuti furono mantenuti al follow-up di un anno.

 

Psicoterapia con pazienti stranieri: conclusioni

La globalizzazione e la possibilità di spostarsi sempre più facilmente (ma non sempre senza grandi o piccole sofferenze), porta sempre più persone a muoversi verso nuove mete geografiche. Nel caso dell’Italia, questo ha determinato una crescita esponenziale delle minoranze, di persone con credenze, valori, significati e prospettive diverse dalle nostre. Pensare che ciascuna di queste persone sia portatrice di sofferenza, ci condurrebbe ad abbracciare l’ennesimo superficiale pregiudizio. Tuttavia, il dolore è universale e ciò ci impone la responsabilità, sia come professionisti della salute che come esseri umani, di sviluppare competenze, esperienze, tecniche e metodi che possano migliorare la loro qualità di vita.

Al termine di questa review è nostro avviso che la CBT possegga le qualità adeguate per essere utilizzata anche con individui appartenenti a minoranze, quando opportunamente modificata e adattata alle specifiche caratteristiche dell’utenza considerata.

Secondo Mazzetti (2003) nella psicoterapia con pazienti stranieri il professionista della salute può incorrere in due atteggiamenti speculari, ossia di sopravvalutazione e sottovalutazione delle differenze culturali. Il modello della mente alla base della CBT assumendo che le strutture della mente umana sono universali, così come i suoi meccanismi di funzionamento, permetterebbe al clinico di ridurre il rischio di incentrare il trattamento esclusivamente sugli aspetti culturali (sopravvalutazione delle differenze culturali). (Mazzetti, 2003).

Nel contempo, l’assunto per cui il contenuto dei beliefs sia unico e individuale consentirebbe di contenere l’atteggiamento di sottovalutazione delle differenze culturali. Gli essere umani non sono tutti uguali ciascuno di noi vive all’interno di un sistema di riferimento culturale proprio e singolare; è proprio questo a generare infinite credenze di malattia, cura e trattamento.

È chiaro che tutti i contributi qui riportati rappresentano solo delle linee guida e che, d’altro canto, la cultura entra in gioco anche quando paziente e terapeuta appartengono alla stessa etnia e nazione, in quanto si può non condividere parte dell’identità culturale, come età, credenze religiose, ideologia politica. Ernesto De Martino, etnoantropologo italiano, nel 1962 propone di affrontare l’alterità in un’ottica di etnocentrismo critico ovvero un incontro alla frontiera, dove il mettere in discussione le proprie modalità di interpretazione del mondo diventa funzionale alla conoscenza di sé e dell’altro (Cremonese, 2014); a nostro parere l’adattamento culturale della CBT dovrebbe avvenire tenendo sempre presente questo pensiero .

Risulta quindi evidente la necessità di creare un buon corpus di ricerca clinica specificatamente incentrato sulla realtà italiana.

I vissuti dei familiari del depresso: stargli vicino senza farsi fagocitare dalla depressione

È importante che nel momento in cui ci si rende conto di un significativo cambiamento nelle persone che ci stanno vicine e ci sentiamo in difficoltà a comunicare con loro, a chiedere ed a comprendere il perché di questi comportamenti, per evitare di soccombere alla confusione e a tutti i vissuti che ne derivano, sarebbe opportuno che trovassimo il coraggio e la prontezza di parlarne con qualcuno.

[blockquote style=”1″]Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione.[/blockquote]  F.M. Dostoevskij

Quando si è parlato della vittima della depressione, ovvero il depresso, si è detto che, generalmente, all’inizio, non è consapevole di essere malato di depressione. La stessa mancanza di consapevoleza spesso interessa anche coloro che vivono a stretto contatto con il depresso e che, Willy Pasini, nel suo libro “La vita è semplice”, chiama “ostaggi” della depressione, proprio per sottolineare quanto possa diventare forte il loro coinvolgimento nelle dinamiche depressive e quanto possano essere gravi le ripercussioni sulla loro vita.

Il depresso tende ad isolarsi, diventa taciturno, lo sguardo si spegne, perde slancio, la tristezza è l’unica essenza che riesca ad emanare, Quasimodo nei suoi versi: “Ognuno sta solo sul cuor della terra… ed è subito sera”, rende in maniera estremamente chiara questa condizione dello spirito.

Gli ostaggi, dal canto loro, fanno fatica a comprendere cosa stia accadendo e magari possono ritrovarsi a rimuginare su convinzioni molto lontane dalla realtà dei fatti, come ad esempio che si tratti di una malattia fisica, oppure che ci sia qualche problema riguardante direttamente la relazione o comunque una qualche preoccupazione che l’altro “non vuole” dire. Il depresso intanto, si allontana sempre di più, si distacca emotivamente e gli altri non riescono a trovare modalità adeguate per chiedere, per cercare di capire cosa stia accadendo e spesso il risultato è la confusione! Soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, i potenziali ostaggi rispondono o applicando una sorta di legge del taglione, occhio per occhio/dente per dente: tu mi allontani/io ti allontano; tu non mi parli/io non ti parlo; tu non mi cerchi/io non ti cerco, isolando o punendo, oppure cercando continue rassicurazioni, diventando ossessivi, rimproverando l’altro di egoismo ed, anche, sperimentando vissuti di colpa molto forti.

Ecco che vengono poste le prime pietre di una babele dolorosissima: la persona che potrebbe avere un importantissimo ruolo di sostegno e vicinanza per il depresso cade, invece, ostaggio della depressione, in una rete aggrovigliata di pensieri, emozioni, comportamenti e vissuti penosissimi. Spesso quando si chiede aiuto ad un professionista, quando si ottiene una diagnosi si è già in fase avanzata… tante volte sia le vittime della depressione che le persone che stanno loro vicine non accettano la malattia. C’è da dire che, molto più spesso di quanto si possa credere, la depressione è una bestia sconosciuta ai più e, soprattutto, è una malattia negata, nel senso che non le è riconosciuta la natura di malattia. Quante volte i malati di depressione si sono sentiti accusare di non avere nulla, di fare i capricci, di essere semplicemente esseri lamentosi, pigri o capricciosi?! Addirittura, alcuni depressi arrivano a pensare che questo umore molto basso, la mancanza di energie, di voglia di vivere sia semplicemente una questione di carattere e che non ci sia rimedio!…

Quando si inizia ad avere un minimo di consapevolezza di quanto sta accadendo, i rapporti sono già corrotti e le esperienze vissute, il coinvolgimento totale, confuso, disperato in una relazione che ha il sapore di qualcosa di malato, lasciano spazio sempre più a sentimenti di colpa, impotenza, disperazione.

Una delle credenze, più pericolose e deleterie, delle persone vicine al malato, è: “Il mio amore ti salverà!” Questa credenza molto spesso si traduce in una serie di comportamenti ed atteggiamenti che avranno l’effetto di fagocitare ogni risorsa, ogni energia di colui che diventa, in tal modo, un ostaggio della depressione della persona amata e, come in un circolo vizioso, affioreranno e si rafforzeranno i vissuti di colpa, impotenza, rabbia, insofferenza.
Emergono questioni molto importanti, che riguardano l’accettazione della malattia, sia per il malato che per coloro che gli stanno vicino; poi ancora, rispetto ai parenti, assume particolare importanza il riconoscimento e l’accettazione dei propri limiti.

 

Cosa può fare e cosa non dovrebbe fare chi sta vicino ad una persona depressa

È importante che nel momento in cui ci si rende conto di un significativo cambiamento nelle persone che ci stanno vicine (particolare sofferenza, angoscia, tristezza, crisi di pianto, tendenza all’isolamento, disturbi del sonno, cambiamenti dell’appetito, uso/abuso di sostanze…) e ci sentiamo in difficoltà a comunicare con loro, a chiedere ed a comprendere il perché di questi comportamenti, per evitare di soccombere alla confusione e a tutti i vissuti che ne derivano, sarebbe opportuno che trovassimo il coraggio e la prontezza di parlarne con qualcuno. Chiedere sostegno ad una persona fidata, in grado di aiutarci a capire e a dare il giusto peso a quanto sta accadendo, può significare capire che, da soli, nonostante tutto l’amore che possiamo, non saremo sufficienti a trovare una soluzione adeguata alla nuova situazione.

Accettare ciò, riconoscere i propri limiti, alle volte, è difficile, ma estremamente importante, perché comporta la presa di coscienza di avere bisogno di uno specialista, di qualcuno che possieda strumenti adeguati per confrontarsi efficacemente con la depressione. Solitamente, l’atto di chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta ha l’effetto di smorzare immediatamente la tensione, perché quando in una relazione confusa e malata fa ingresso una terza persona capace di dare ordine, di attribuire i giusti significati ai vissuti e di normalizzarli, le persone vicine al depresso hanno la possibilità anch’esse di essere aiutate nella ridefinizione del proprio ruolo e del senso di responsabilità e colpa nel prendersi cura di una persona con un disagio mentale di una certa gravità, questo comporta, automaticamente, un alleggerimento del carico.

 

Come riscattarsi dalla prigionia?

Come già detto, quando ci si occupa in maniera molto intensa di una persona con un disagio mentale come la depressione, molto spesso, ci si ritrova a provare sentimenti assai dolorosi, ed è importante poter contare su qualcuno, preferibilmente uno psicoterapeuta, che ci aiuti a capire quanto, in una condizione tanto difficile, sia normale provare sentimenti di inadeguatezza, insofferenza, irritazione, colpa, soprattutto quando guidati dalla credenza inglobante “Il mio amore ti salverà”, quando ci si ritrova a sostenere da soli il peso di una malattia come la depressione per mesi e mesi se non addirittura anni.

Recuperare energie, recuperare un equilibrio mentale sufficiente significa tornare a coltivare i propri spazi, tornare a sentire di avere una vita propria, tornare a ricordarsi delle attività piacevoli di un tempo lasciate in sospeso, dimenticate, perché occuparsi della persona amata, lentamente, non ci ha più permesso di sentirci in diritto di provare piacere. Recuperare e riprendere la propria vita personale può risultare difficile, ecco che il terapeuta ci aiuterà a leggere e rivedere in una prospettiva differente, più adattiva e funzionale, le modalità relazionali all’interno del sistema noi (accudenti), depresso e depressione.

 

Piccoli suggerimenti pratici per vivere accanto ad un depresso senza farsi fagocitare dalla depressione

Come già detto, per evitare di essere presi in ostaggio dalla depressione di una persona cara, dobbiamo evitare, con tutte le nostre forze, di farci divorare da questa malattia, impedendole di stravolgere la nostra esistenza, cercando di continuare a mantenere normalità nella vita di tutti i giorni, continuando a lavorare, non rinunciando alle attività piacevoli, a frequentare gli amici, soprattutto: non permettiamo a questa malattia di isolarci, di allontanarci da tutto ciò che può rappresentare un sollievo ed un aiuto. In determinate occasioni sembrerà difficile, se non addirittura crudele, poter dire al depresso: “Adesso devo andare perché ho un impegno… perché ho voglia di uscire… perché ho bisogno di allontanarmi un po’…”, ma ricordiamo che la capacità di allontanarci, per respirare un’aria più leggera, per ricaricarci, riportare equilibrio alla nostra economia mentale, sarà indispensabile alla nostra stabilità e alla nostra salute.

La depressione può rendere crudeli le sue vittime. Di fronte alle accuse, alle espressioni di insofferenza ed odio del depresso impariamo a distinguere la persona dalla malattia ed evitiamo di reagire con atteggiamenti di rabbia che, per quanto comprensibili, avrebbero solo l’effetto di peggiorare la situazione per poi ingabbiarci in vissuti di rabbia e di colpa ancora più forti e difficili da gestire. Cerchiamo, piuttosto, di non farci travolgere e proviamo ad elaborare risposte più costruttive, che diano anche la possibilità al depresso di comprendere che riconosciamo il suo dolore e la sua sofferenza.

Un depresso vive costantemente con un profondo senso di inadeguatezza ed inefficacia: evitiamo, quando siamo in sua compagnia, di rafforzare questi vissuti assumendo atteggiamenti di forte preoccupazione, di perenne compassione, di farlo vivere come se fosse di cristallo, o proteggendolo da tutto, proviamo piuttosto ad evitare di essere sempre pronti ad accudire, a sostituirci, a farci carico di compiti che potrebbe svolgere autonomamente. Pur tenendo a mente la forte resistenza alla vita tipica dei depressi, proviamo, gentilmente, a chiedere il suo aiuto, senza costringerlo, cerchiamo di coinvolgerlo in determinate attività, cerchiamo di farlo sentire utile ed efficace.

Ricordiamoci che chi soffre di depressione tende a deformare tutto e cercare di intraprendere una battaglia che abbia lo scopo di far cambiare al depresso il modo di vedere se stesso, gli altri ed il mondo, avrebbe solo l’effetto di prosciugare tutte le nostre energie e consumarci, lasciandoci senza forze per affrontare la nostra vita. Rispettiamo la sua sofferenza senza farci tentare di assurgerci, a tutti i costi, al ruolo di salvatori!

Le credenze e i vissuti della depressione: cosa passa nella mente di chi è depresso?

Credenze della depressione: Beck sostiene che i depressi sono portati ad attribuire a se stessi la responsabilità di ciò che percepiscono come fallimento, questo ha l’effetto di ridurre ulteriormente e drasticamente il senso di efficacia personale, un po’ come un circolo vizioso, esasperando i vissuti depressivi.

Il suo sguardo,
dall’osservare attraverso le sbarre,
è diventato così esausto
che non può vedere più nient’altro.
Per lui, è come se ci fossero migliaia di sbarre
e dietro le migliaia di sbarre,
nessun mondo.
Mentre non fa che girare in tondo
in cerchi ristretti,
la sua possente falcata è come
una danza rituale intorno ad un centro
dove una grande volontà
è immobile nella sua paralisi.
A volte le tende dell’occhio si alzano
senza un suono ed entra una forma,
penetra attraverso il silenzio serrato
delle spalle, arriva al cuore,
e muore.
La pantera, Rainer Maria Rilke

La teoria dell’impotenza appresa per spiegare la depressione

Martin Seligman e Steve Maier, giovanissimi allievi di Solomon, intorno alla metà degli anni ’60, misero a punto la teoria dell’impotenza appresa. Partendo da una serie di esperimenti sui cani scoprirono che gli animali ai quali era stato ripetutamente impedito di mettere in atto comportamenti adeguati a sfuggire a stimoli dolorosi, successivamente, quando veniva loro data la possibilità di evitarli, si comportavano continuando a soccombere alla sofferenza, senza neanche provare ad agire per tentare di eluderla: ai cani era stato insegnato ad essere impotenti. Seligman e Maier, in seguito, scoprirono anche che così come era stato insegnato ai cani ad essere impotenti, poteva loro essere insegnato ad essere efficaci.

In modo simile, Hiroto, sottopose ad esperimenti un gruppo di persone, giungendo alle stesse conclusioni. Seligman ed Hiroto provarono che la capacità di reagire di fronte a sconfitte e sofferenze non è un tratto innato ma può essere appreso. Seligman ebbe il merito di spiegare alcune forme di depressione attraverso la teoria dell’impotenza appresa, sostenendo che una persona depressa può aver sperimentato ripetutamente inefficacia ed impotenza rispetto ad alcune situazioni che l’hanno portata a credere di essere in ogni altra condizione o situazione ugualmente impotente, inadeguato, inefficace, incapace: “Non può perché crede di non potere…”

Le credenze della depressione secondo la teoria cognitiva

Epitteto, quasi duemila anni prima, diceva: [blockquote style=”1″]Noi non soffriamo per le cose del mondo, ma per le nostre credenze sulle cose del mondo.[/blockquote]

Beck, intorno alla metà degli anni ’60, afferma che gli individui maggiormente a rischio di depressione sono coloro che riconoscono il proprio valore personale solo se ricevono approvazione dagli altri o quando riescono a raggiungere obiettivi molto alti, o solo se riescono ad ottenere ciò che vogliono subito o se sono capaci di esercitare sempre controllo su tutte le situazioni che vivono. Sulla base di queste credenze della depressione quando queste persone si trovano ad affrontare situazioni difficili in cui sperimentano mancanza di controllo, o comunque scarsa efficacia ecco che tendono a sviluppare depressione. Beck sostiene che i depressi sono portati ad attribuire a se stessi la responsabilità di ciò che percepiscono come fallimento, questo ha l’effetto di ridurre ulteriormente e drasticamente il senso di efficacia personale, un po’ come un circolo vizioso, esasperando i vissuti depressivi.

Si è osservato che i depressi presentano una particolare inclinazione ad alterare le informazioni che connotano la proprie abilità in specifiche aree di competenza ed, in particolare, hanno la tendenza a sottovalutare le proprie capacità e a distorcere e sopravvalutare le situazioni.

Beck rispetto alle credenze della depressione ha individuato una triade cognitiva che caratterizza la depressione e che, più specificamente, individua schemi negativi di pensiero su di sé, relativamente al valore personale (“non valgo niente” “non sono amabile”); sul mondo (“Il mondo è ingiusto; la vita ce l’ha con me; gli altri non mi amano; sul futuro, nei termini di sfiducia e pensiero catastrofico (“mai nulla cambierà, andrà sempre male”).

Recenti studi nell’ambito della teoria metacognitiva evidenziano che ad irrobustire queste credenze della depressione e, quindi, a mantenere ed acuire la sintomatologia depressiva intervenga una credenza sovraordinata, ovvero la convinzione che esaminare meticolosamente e costantemente (ruminare) quanto di negativo si sperimenti rispetto al valore personale, al mondo e al futuro, in cerca di una soluzione, in realtà abbia come conseguenza quella di produrre effetti deleteri sulla depressione stessa.
La ruminazione può essere definita come una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo sui sintomi della depressione. (Rippere, 1977; Nolen-Hoeksema, 1991)

Le psicoterapie ad approccio metacognitivo intervengono aiutando le persone che soffrono di depressione a modificare lo stile rigido di pensiero da cui si lasciano soffocare, ovvero rimuginio e ruminazione, attraverso l’acquisizione di modalità più efficaci ed adattive.

I vissuti e le credenze della depressione

Fatta questa premessa, chi è, nei fatti, la vittima diretta della depressione? Cosa e come pensa, come si sente concretamente? Quali sono le credenze della depressione?

Una persona depressa si sente profondamente triste, abbattuta; sperimenta per la maggior parte del giorno un intenso senso di sconforto e solitudine, prova impotenza e stanchezza fisica e mentale, molto spesso passa parecchio tempo prima che si attivi per avere un consulto, prima che diventi consapevole di essere malata di depressione. Spesso accade che rifiuti la diagnosi, le terapie ed ogni altro aiuto. La persona depressa, sente di camminare avvolta nel buio; sente di stare in uno spazio dove non c’è posto per i propositi di cambiamento funzionale o per la speranza, per la pace interiore. È come se vivesse in uno stato di totale e perenne cecità, non riesce a vedere più niente. I ricordi, gli affetti, il passato, il futuro, tutto si perde ingoiato dall’oscurità: “nulla ha più senso, non esiste più niente e nessuno al mondo per cui valga la pena andare avanti, vivere…”.

Questo scenario depressivo può essere intriso da una fortissima agitazione, rabbia, angoscia, e conoscere contestualmente stati di forte rallentamento fisico o psichico: “non ce la faccio”. Tutti questi vissuti, si faranno sempre più spazio nella vita di quella persona, in maniera subdola, cronicizzandosi giorno dopo giorno, ed impedendo di costruire scenari alternavi che contemplino la “possibilità” che le cose cambino, migliorino… La persona depressa pensa che la vita non possa essere bella, mai più e che, forse, non lo sia mai stata: “Sarebbe meglio sparire o, meglio ancora, non essere mai nati”. Si sente spenta e inconsistente, non c’è più spazio nel suo mondo fisico per le cose piacevoli e neanche nella sua mente (cambia persino la loro capacità di percepire il gusto o l’odore dei cibi, tutto perde colore e spessore). Ha perso la capacità di pensare il piacere, di concepire la vita dentro e al di fuori di sé: “Alle volte, quando mi sveglio durante il giorno o in piena notte, non so… ho la forte sensazione fisica che vi sia solo buio tutt’intorno e che non esista nulla al di fuori di me, di questa profonda angoscia che mi stringe, della solitudine di questo insopportabile dolore o dello schifoso tepore del lenzuolo che mi avvolge… alle volte, penso di dover guardare fuori dalla finestra per capire se c’è ancora qualcosa, che esistono gli altri, il mondo… ma poi penso che non ce ne sia bisogno perché so che non c’è niente, non sento più la vita, non la sento più dentro. Vorrei spegnermi dentro i centimetri che mi contengono… Addormentarmi e non svegliarmi mai più…”

La persona depressa, si sente sola, inadeguata, fallita, incapace di vivere e, spesso, colpevole dei suoi stessi mali. Rumina costantemente e tenacemente come un mulino che macina sempre la medesima farina avariata, pensieri negativi… o come una bocca che mastica insistentemente un cibo amaro che non perde mai la sua amarezza e che, piuttosto, ad ogni movimento di mandibole, acquista un sapore sempre più cattivo.

Il depresso non sopporta gli altri, nessuno, perché non si sente compreso, perché sente che gli altri, spesso, non camminano al suo fianco, ma viaggiano ad una velocità troppo elevata, e richiedono energie che egli sente di non possedere. Qualche volta, gli altri, prigionieri inconsapevoli della depressione, provano con le maniere forti, danno ordini e poi accusano: “Sei cambiato: torna ad essere quello di prima!” “Stai diventando un parassita: fa qualcosa!” “Avresti tutto quello che serve per essere felice: perché non ci provi!” “Che cosa ti ho fatto, perché mi stai facendo questo?” “Mi stai rovinando la vita!” “Tutto gira intorno al tuo stare male, stai rovinando la vita di tutta la nostra famiglia: fa qualcosa!” “È impossibile starti accanto!” “Devi smetterla di pensare sempre a queste cose!” “Sei un egoista!” “Non fai che dormire: la tua è solo pigrizia!” “Devi tornare a lavorare, di questo passo, non so dove finiremo!” “Stai male perché ti conviene!” eccetera.

Gli altri, spesso, proprio perché incapaci di sentire profondamente, e disperati, perché sperimentano impotenza, insistono con atteggiamenti coercitivi ed usano violenza (verbale ed alle volte anche fisica) ed abusano… Questi ostaggi della depressione, parenti, amanti, amici, in equilibrio fra la condizione di carnefici e vittime inconsapevoli, continuano imperterriti con atteggiamenti e richieste che non possono essere accolti né tanto meno soddisfatti dal depresso, senza comprendere che sarebbe come chiedere ad una persona con un gesso alla gamba di correre alle olimpiadi e di vincerle… L’effetto sulla persona depressa è deleterio e spesso causa di aggravamento della patologia. Il depresso sperimenta contemporaneamente colpa ed odio verso gli altri e, quasi sempre, ripugnanza verso se stesso. Gli altri, spesso, con i loro atteggiamenti, non fanno che confermargli di essere la porzione più schifosa dell’intero consorzio umano e di meritare, forse, di non farne più parte e questo rafforza le credenze della depressione.

E’ fondamentale, quando si ha a che fare con una persona depressa, tenere sempre bene a mente che la depressione è una malattia: chi soffre di depressione è malato e la sua sofferenza è concreta, soltanto che per gli altri è difficile comprenderla.

I tratti callous-unemotional: l’importanza di prevenire la psicopatia in infanzia e adolescenza

Prevenire la psicopatia: a partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, la letteratura ha individuato una costellazione di tratti, definiti appunto callous-unemotional, che, se presenti fin dall’età scolare, associati al disturbo della condotta, possono essere in grado di predire la psicopatia in adolescenza e in età adulta.

 

La psicopatia: la definizione e la misurazione

Una delle prime definizioni scientifiche di Psicopatia venne redatta dallo psicologo canadese Robert Hare, il quale, basandosi sui tratti individuati e definiti già nel 1941 dallo psichiatra Hervey Cleckley, definì lo psicopatico come una persona totalmente incapace di provare empatia, rimorso, senso di colpa e improntata allo sviluppo di relazioni basate sull’uso della manipolazione, lo sfruttamento e , in casi estremi, violenza e aggressività (Hare, 1991).

Riprendendo la definizione di Cleckley, Hare sviluppò uno strumento atto alla misurazione dei tratti psicopatici: la Psychopathy Checklist (PCL, Hare, 1985) e la sua rivisitazione, ovvero la Hare Psychopathy Checklist – Revised (PCL-R, Hare, 1991). La scala definisce la psicopatia sulla base di due dimensioni sovraordinate, ossia una dimensione Interpersonale-Affettiva (Factor 1: Interpersonal/Affective) e una dimensione relativa allo stile di vita antisociale (Factor 2: Antisocial Lifestyle) che spesso contraddistingue la biografia degli psicopatici. A partire da questi due fattori troviamo una serie di sub-fattori che vanno ad identificare tratti più specifici della personalità psicopatica, tra cui la loquacità, la superficialità emozionale, l’assenza di empatia, l’impulsività e un deficit del controllo comportamentale.

Lo studio della psicopatia ha delle importantissime ripercussioni, soprattutto, a livello sociale (Cooke, Forth & Hare, 1998). Il tratto psicopatico, a differenza di molti altri disturbi caratterizzanti l’area delle nevrosi e in parte dei disturbi psicotici, si contraddistingue per una totale assenza di egodistonia e sofferenza. Lo psicopatico, in sintesi, non riconosce la presenza e la natura del suo disturbo, tende a non sperimentare nessuna sofferenza, dunque l’approccio clinico alla psicopatia non deve essere considerato in chiave “classica”, ovvero puramente riabilitativa.

Lo psicopatico non è, infatti, una persona da re-inserire o riadattare socialmente. Paradossalmente, Babiak e Hare (2006) hanno sottolineato come, in alcuni settori, tra cui in particolare spiccano il mondo finanziario e quello giuridico, la presenza di alcuni di questi tratti risulti addirittura predittiva di una carriera di successo ed economicamente soddisfacente. Ecco che allora prevenire la psicopatia diventa fondamentale per il contesto sociale ed economico in cui viviamo.

Tralasciando i casi più estremi di omicidio, quotidianamente assistiamo, tramite i notiziari, a notizie di truffe finanziarie, furti, violenze fisiche o psicologiche entro le mura domestiche, a cui spesso attribuiamo etichette demoniache, in assenza di una possibilità, da parte della nostra mente, di dare un volto e un nome a tali brutalità e al cinismo e alla freddezza che si celano dietro questi atti. In realtà, nella maggior parte di questi casi il volto (la maschera) che si nasconde dietro questi episodi è proprio quello di uno psicopatico: per questo capire e prevenire la psicopatia è importante.

 

Come prevenire la psicopatia

Ma esiste una cura per la psicopatia? La risposta ad oggi è no. La psichiatria, la psicologia e tutti gli approcci psicoterapeutici non hanno identificato un approccio ideale per la cura dei sintomi della psicopatia, al contrario sembra che in taluni casi la psicoterapia possa peggiorare la sintomatologia dello psicopatico, rendendolo ancor più abile a comprendere strumenti di manipolazione e ricatto nei confronti dell’altro (Patrick, 2006).

 

I predittori della psicopatia: tratti callous-unemotional

PsicopatiaL’unico strumento possibile sembra quello di prevenire la psicopatia, ossia quello di cercare di prevedere l’entità del disturbo già durante l’infanzia, se non nei primissimi mesi di vita. In tal senso, a partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, la letteratura ha individuato una costellazione di tratti, definiti appunto callous-unemotional, che, se presenti fin dall’età scolare, associati al disturbo della condotta, possono essere in grado di predire la psicopatia in adolescenza e in età adulta (Frick & Ellis, 1999; Frick & Moffitt, 2010).

Da notare come, nell’ultima versione del DSM (DSM-5), i tratti callous-unemotional siano stati inseriti per la prima volta come tratti a tutti gli effetti diagnosticabili. In particolare, il profilo del bambino/adolescente callous-unemotional, che emerge dal DSM-5, è quello di un individuo con disturbo della condotta che ha mostrato nel corso degli ultimi 12 mesi almeno tre delle seguenti caratteristiche in una o più delle relazioni sociali caratterizzanti la sua vita:
1) Mancanza di rimorso e/o senso di colpa
2) Mancanza di empatia
3) Mancanza di preoccupazione riguardo alle proprie performance in ambito scolastico o in altre attività rilevanti (a seconda dell’età)
4) Affettività superficiale.

Come si può evincere dalla descrizione riportata dal DSM, il profilo di questi bambini è pressoché identico a quello di psicopatici adulti, sebbene, ovviamente, le manifestazioni fenotipiche si presentino in maniera molto diversa. Ad esempio, difficilmente osserveremo un bambino con forti tratti psicopatici ingannare un adulto truffandolo o inducendolo a un investimento che, probabilmente, lo porterà in rovina, ma potremmo osservare un bambino capace di mentire con una spudoratezza sconcertante riguardo ad atti violenti e spesso premeditati come possono essere la sottomissione fisica e psicologica di un coetaneo o di un animale.

Tali bambini e adolescenti si distinguono, infatti, da altri loro coetanei con disturbi esternalizzanti quali deficit dell’ attenzione con iperattività (ADHD), disturbo oppositivo provocatorio o disturbo della condotta senza comorbidità con tratti psicopatici, per la freddezza emotiva, la razionalità e la premeditazione dei loro atti, connotando, dunque, la loro aggressività come aggressività proattiva, ossia premeditata e calcolata piuttosto che semplicemente figlia dell’impulso e della reattività emotiva.

Sebbene la prognosi di questi bambini risulti spesso significativamente negativa se comparata a quella di coetanei con altri disturbi comportamentali (Frick & Viding, 2009), intervenire su questi tratti il più precocemente possibile potrebbe essere la chiave di volta per un intervento più efficace. Se da un lato è vero che l’empatia non può essere insegnata, è altresì vero che esiste una possibilità di lavorare sulle abilità socio-cognitive sottostanti queste abilità, come training basati sul riconoscimento delle emozioni o sul perspective taking di natura affettiva, senza dimenticare l’importanza della componente relazionale che, se utilizzata non come strumento pedagogico classico o diciamo “comportamentista”, bensì come strumento di interazione e di scambio profondo e reciproco potrebbe portare a risultati importanti. Prevenire la psicopatia è dunque possibile.

In quest’ottica è fondamentale il ruolo delle famiglie e delle scuole, che hanno la responsabilità di identificare e segnalare i comportamenti sospetti senza sperimentare senso di colpa o di autoaccusa, in quanto la ricerca ha dimostrato come la causa primaria di questa condizione disfunzionale sia prettamente di natura genetica piuttosto che ambientale o familiare (Viding, Fontaine, McCrory, 2012). Ciò sembra essere testimoniato anche da studi che hanno messo in rilievo una innaturale mancanza di eye-contact e preferenza verso volti umani, in particolare quello materno, in questi individui fin dalle primissime settimane di vita (Dadds et al., 2012; Bedford et al., 2015).

Machiavelli for Managers: il potere dell’affrontare il cambiamento unendo le masse

Machiavelli risulta estremamente attuale: un leader, analogamente al principe, deve basare il proprio potere sulla gestione della tensione, sulla creazione del consenso ed adottare uno stile di leadership adatto alle risorse che guida. 

 

Oggi, nelle aziende, la valutazione dell’efficacia o del successo di una strategia viene sempre più spesso messa in relazione con la capacità di affrontare e gestire il cambiamento. Per continuare a svilupparsi in una situazione di globalizzazione dei mercati e di continue innovazioni tecnologiche rilevanti, le organizzazioni devono imparare a gestire al meglio il cambiamento, perché non può esserci sviluppo senza cambiamento. Sicché ai manager, che hanno responsabilità di guida ed indirizzo, viene richiesto di migliorare continuamente le proprie competenze legate a questa specifica dimensione.

Il cosiddetto change management, che oggi è al centro delle tematiche aziendali, ha rappresentato anche in passato un’esigenza dell’uomo e delle sue organizzazioni ed ha origini antiche. A questo proposito vorrei proporre una riflessione su un passo tratto dall’opera ‘Di Fortuna’ di Niccolò Machiavelli:

Colui con miglior sorte si consiglia
tra tutti li altri che ’n quel loco stanno,
che ruota al suo valor conforme piglia,
perché li umor che adoperar ti fanno,
secondo che convengon con costei,
son cagion del tuo bene e del tuo danno;
non però che fidar si possa in lei
né creder d’evitar suo duro morso,
suo duri colpi impetuosi e rei:
perché mentre girato sei dal dorso
di ruota per allor felice e buona,
la suol cangiar le volte a mezzo el corso
e, non potendo tu cangiar persona
né lasciar l’ordin di che ’l Ciel ti dota,
nel mezzo del cammin la t’abbandona.
Però, se questo si comprende e nota,
sarebbe un sempre felice e beato
che potessi saltar di rota in rota;
ma, perché poter questo ci è negato
per occulta virtù che ci governa,
si muta col suo corso el nostro stato.

Questi versi di Machiavelli sono più che mai attuali: egli infatti afferma che colui che meglio sa adattarsi alla realtà ottiene i risultati migliori. Machiavelli ritiene che il cambiamento sia la caratteristica principale della realtà e che, per interagire efficacemente con essa (quindi per raggiungere i propri obiettivi), l’uomo debba sviluppare adeguate competenze.

La gestione di una fase di cambiamento richiede infatti molta attenzione: è importante saper infondere fiducia, saper trasmettere un atteggiamento positivo e riuscire a trovare soluzioni creative per stimolare un senso di partecipazione e responsabilità a tutti i livelli aziendali. Il cambiamento ha anche un impatto psicologico molto importante e quindi è fondamentale riuscire a vincere il senso emotivo di vuoto legato alla perdita di vecchie e tradizionali maniere di agire.

Il cambiamento può essere riferito ad un ruolo, ad un luogo di lavoro, alle responsabilità di un lavoro, ecc; comunque, in tutti questi casi, un elemento fondamentale è il modo in cui reagiamo e gestiamo il cambiamento. E’ importante concedere alle persone un periodo di tempo ragionevole per abituarsi alla perdita delle vecchie abitudini; dopo di che è altrettanto importante che il personale si concentri sulle innovazioni apportate ed è altresì necessario stimolare un senso di entusiasmo e positività per facilitare un più rapido adattamento alla nuova realtà che si sta formando.

Tutti noi tendiamo a dare un supporto più entusiasta a idee e cambiamenti dei quali ci sentiamo partecipi. Tutti noi non siamo di principio contrari al cambiamento, siamo contrari al sentirci il cambiamento imposto, senza che sia richiesta una nostra attiva partecipazione. Non è mai troppo tardi per coinvolgere le persone, anche quando il cambiamento è già in corso, per far sì che tutti, gradualmente, lavorino per facilitare, anziché impedire, il cambiamento.

Nel passaggio da un modello organizzativo ad un altro, una delle principali minacce è costituita dal livello di maturità degli individui che, se inadeguata, non sapranno gestire la nuova realtà. Questo concetto è espresso in maniera chiara anche da Machiavelli nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio:

Le storie degli antichi propongono infiniti esempi di quanta difficoltà abbia un popolo abituato a vivere sotto un principe, a conservare la libertà una volta acquisita.

Il cambiamento sarà tanto più duraturo quanto più verrà accettato e vissuto dalla maggior parte dell’organizzazione. L’apparente conferma delle strutture passate favorisce l’accettazione delle novità, in quanto, nella maggior parte dei casi, gli individui prestano più attenzione a ciò che appare piuttosto che a ciò che è realmente. Scrive sempre Machiavelli, nel capitolo 25 dei Discorsi:

Chi intende riformare lo stato di una città in modo duraturo, affinché il cambiamento sia percepito e accettato con favore da tutti, deve lasciare il più possibile inalterata la parvenza dell’antico sistema, in modo che al popolo non sembri di aver mutato ordinamento anche se di fatto questo sarà diversamente diverso dal passato.

Appare dunque chiaro che il pensiero di un intellettuale del Rinascimento italiano è in grado di influenzare ancor oggi le riflessioni sul management del XXI secolo.

Ora, è chiaro che Machiavelli non era di certo interessato alla gestione organizzativa aziendale; tuttavia egli dedicò molte delle sue energie all’analisi delle regole che sottostavano ai giochi politici ed istituzionali del suo tempo, fornendo ai posteri dettagliate spiegazioni sul governo degli Stati, con particolare attenzione al perseguimento del bene comune, che può essere ottenuto solo attraverso l’unione di tutti gli individui, ma a tal fine si rende necessaria la presenza di una figura forte, che unisca le masse e ne annienti le tendenze conflittuali.

Questo individuo virtuoso, spesso egoista, generatore di istituzioni forti e stabili, si incarna perfettamente nel Principe descritto da Machiavelli nell’opera ‘De Principatibus’. È facile a tal punto intuire come quest’ uomo possa essere facilmente elevato ad emblema di leader. Le qualità che secondo Machiavelli deve possedere un principe ideale sono: la disponibilità a imitare il comportamento di grandi uomini a lui contemporanei o del passato; la capacità di mostrare la necessità di un governo per il benessere del popolo; il comando sull’arte della guerra; la capacità di comprendere che la forza e la violenza possono essere essenziali per mantenere stabilità e potere; prudenza; saggezza; capacità di essere simulatore e gran dissimulatore; capacità di essere leone, volpe e centauro per forza, astuzia e ragione.

E inoltre, Machiavelli, estremamente realista, riteneva che il principe avesse sempre bisogno del favore dei suoi sudditi e che fosse necessario per lui possedere l’amicizia della gente. Ancora una volta Machiavelli risulta estremamente attuale: un leader, analogamente al principe, deve basare il proprio potere sulla gestione della tensione, sulla creazione del consenso ed adottare uno stile di leadership adatto alle risorse che guida ed all’ambiente in cui si trova ad operare.

Le abilità di Reversal Learning nella Sindrome di DiGeorge

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 – Sezione Junior 

Le abilità di Reversal Learning nella Sindrome di DiGeorge

Jessyka Marciano (Università di Bologna)

Abstract

Il reversal learning è l’abilità di un soggetto di apprendere una regola e poi invertirla; danni alla corteccia orbitofrontale (OFC) sono connessi a disfunzioni nei processi di rinforzo legati all’apprendimento. Nella Sindrome di DiGeorge esiste una disfunzione del sistema che coinvolge OFC, in particolare, il network dopaminergico è cruciale nell’apprendimento.

Il presente studio è diviso in due parti: nella prima parte un compito di reversal-learning, con feedback probabilistico, è stato somministrato a 119 bambini con sviluppo tipico, suddivisi in 3 gruppi, per comprendere quando compare l’abilità di reversal-learning. Nella seconda parte, oltre al compito di reversal-learning è stata somministrata una WISC-R a 10 bambini con la Sindrome di DiGeorge, confrontati con 24 bambini a sviluppo tipico. I risultati suggeriscono che nei bambini a sviluppo tipico l’abilità di reversal-leraning appare simile e l’apprendimento sembra essere solo più lento nella S.di DiGeorge.

 

Abstract (english)

Reversal learning involves the adaptation of behaviour according to changes in stimulus-reward contingencies; a damage to the orbitofrontal cortex (OFC) has been linked to impaired renforcement processing. In DiGeorge Syndrome there is an impairment of the system that involves OFC, particulary, dopaminergic network is crucial in learning.

The present study is divided into two parts. In the first part a reversal-learning task with probabilistic feedback was administered to 119 children with typical development, split into 3 groups to observe when the reversal-learning ability appears. In the second part, a sample of 10 children with DiGeorge Syndrome completed WISC-R in addition to the reversal-learning task; they were then compared to 24 children with typical development. Results suggest that the ability of reversal-learning appears similarly in children with typical development, and learning seems to be merely slower in DiGeorge Syndrome.

 

Parole chiave: Bambini; Sindrome di DiGeorge; Reversal; Reward; Apprendimento

ALLEGATO 1ALLEGATO 2ALLEGATO 3

 

 

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