expand_lessAPRI WIDGET

La depressione: il disturbo che toglie il piacere di vivere

La depressione è un disturbo dell’umore estremamente grave ed invalidante e molto più diffuso di quanto si possa pensare. La prerogativa essenziale della depressione è indubbiamente l’umore deflesso, la mancanza di piacere, di motivazione.

[blockquote style=”1″]Adesso ho perduto me stessa, sono stanca di bagagli, la mia borsa di pelle come un nero portapillole, mio marito e il bambino sorridono nella foto di famiglia; i loro sorrisi mi agganciano la pelle, piccoli ami sorridenti…[/blockquote]
Silvia Plath

Depressione: Introduzione

La depressione è una predatrice di vita, agisce come un cancro, fa razzia di amore e di rispetto. Deforma il passato, il presente e il futuro; deforma i ricordi, i pensieri; soffoca i progetti e le relazioni. Uccide il piacere. Toglie spessore ai colori, ai sapori e a tutti i sensi. La depressione anestetizza ogni slancio vitale, amputa gli arti dell’esistenza, spegne il desiderio, annulla scopi e motivazioni.

La depressione è una gabbia, una stanza senza finestre. Quando si soffre di questa malattia è come se si soffrisse di una particolare forma di cecità in cui l’attenzione diventa selettiva per tutto ciò che concerne la malattia stessa e che ha lo scopo di mantenerla: si vede solo tutto ciò che fa male, non si vede oltre il proprio profondo dolore: si esiste soli con la propria depressione, non c’è posto per niente e nessun altro. È una patologia fortemente tirannica, quando entra nella vita di un una persona ne diventa il cuore, il centro indiscusso, obbligandola a vivere unicamente di essa, per essa.

Qualsiasi ambito della vita viene a risentire della depressione, la persona si appiattisce ed è come se dimenticasse le procedure per funzionare in maniera adattiva e funzionale agli scopi. La depressione ha, fra le altre cose, l’effetto di oscurare e cancellare gli scopi e il senso proprio della vita; distorce la percezione del senso di sé, con la conseguenza di mantenere la persona depressa bloccata nella formulazione, costante e quasi ossessiva, di forme e contenuti di pensiero esclusivamente negativi, disperati, ostili, pessimistici.

Gli effetti della malattia, all’interno delle famiglie e nelle varie tipologie di relazioni, sono devastanti. Molto spesso il vissuto di chi vive accanto ad una persona malata di depressione è di smarrimento, confusione, impotenza, frustrazione ed esasperazione. Nel tentativo di aiutare il proprio caro, familiari, amanti o amici finiscono per farsi fagocitare dalla depressione dell’altro; avvertono nella vicinanza con il depresso un forte, insopportabile senso di logoramento, di intollerabilità fino a provare sentimenti di impotenza, sfinimento, odio; diventano frequenti le accuse di egoismo, insistenti esortazioni a fare, talvolta ordini ed insulti: “Non ti sopporto più: alzati!”, “Puzzi come una carogna: lavati!”, ed altre umiliazioni (costringere con la forza ad alzarsi ed a lavarsi, qualche volta, percuotendo…)… i comportamenti e gli atteggiamenti dei malati (che non si sentono, ovviamente, compresi) peggiorano, la malattia si acuisce. La sofferenza, l’angoscia, la disperazione, talvolta, diventano sentimenti talmente tanto dilaganti ed inarrestabili nella vita di una persona depressa da non lasciare spazio ad altro se non al suicidio come unica possibilità di alleviamento o cessazione di tanto dolore. Quando i vissuti depressivi raggiungono livelli così alti di intensità, per un depresso, neanche un figlio riesce a rappresentare motivo sufficientemente valido per continuare a vivere.

In una delle sue poesie, Silvia Plath, gravemente depressa e morta suicida all’età di trent’anni, recitava: [blockquote style=”1″]Adesso ho perduto me stessa, sono stanca di bagagli, la mia borsa di pelle come un nero portapillole, mio marito e il bambino sorridono nella foto di famiglia; i loro sorrisi mi agganciano la pelle, piccoli ami sorridenti…[/blockquote]

I membri di queste famiglie hanno spesso la sensazione di essere tutti malati. Una delle più grandi difficoltà risiede nella non accettazione; da un lato, la vittima spesso non accetta la malattia, non accetta la terapia psicologica o farmacologica; dall’altro, l’ostaggio, parente, amante, amico, cade nel gioco della depressione e, a propria volta, non riesce ad accettare che la depressione sia una malattia, una malattia grave, rispetto alla quale l’amore, l’affetto, le teorie naif, del senso comune, non bastano: per curarla sono necessari specifici strumenti terapeutici, tempo, pazienza, costanza, rete, sostegno e accettazione.

Depressione: il disturbo

La depressione è un disturbo dell’umore estremamente grave ed invalidante e molto più diffuso di quanto si possa pensare.
La prerogativa essenziale della depressione è indubbiamente l’umore deflesso, la mancanza di piacere, di motivazione. Essa può presentarsi attraverso un singolo episodio ed avere carattere di transitorietà oppure manifestarsi attraverso sintomi che perdurano nel tempo andando a danneggiare gravemente il funzionamento sociale della persona, in questo caso, si parlerà di disturbo depressivo maggiore ed andrà distinto da altre forme depressive meno gravi che rappresentano spesso reazioni normali a determinati eventi della vita di una persona e che, generalmente, regrediscono in tempi accettabili. In ogni caso, non è semplice tracciare confini netti fra ciò che può essere considerata tristezza, delusione, sconforto, reazione naturale ad un evento doloroso e l’inizio di una vera e propria depressione.

Nello specifico, fra i sintomi della depressione vengono indicati:
– Stato d’animo di tristezza profonda e persistente, scoramento per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
– Forte diminuzione o completa perdita di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
– Agitazione, irrequietezza o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
– Forte sensazione di spossatezza, affaticabilità, mancanza di slancio vitale, indebolimento, quasi ogni giorno.
– Disturbi d’ansia, come ad esempio attacchi di panico, preoccupazioni eccessive ed insistenti.
– Disturbi del sonno, come ad esempio non riuscire a prendere sonno la sera o svegliarsi troppo presto al mattino; o ancora letargia, senza per questo sentirsi riposati, quasi ogni giorno.
– Significativa perdita o anche aumento dell’appetito quasi tutti i giorni.
– Disturbi psicosomatici (es. disturbi a carico dell’apparato digerente, mal di testa, vertigini ecc.).
– Perdita di motivazioni personali, diminuzione della capacità di concentrazione e di pensiero; difficoltà nella risoluzione di problemi, incapacità di prendere iniziative, di attuare delle scelte, di assumersi responsabilità e di compiere la maggior parte delle azioni della vita quotidiana; incapacità di pensare con lucidità e progettare il proprio futuro.
– Ricerca dell’isolamento e della solitudine; mancanza di cura della propria persona e conseguente ritiro sociale e affettivo.
– Persistenti vissuti di agitazione, impotenza, rassegnazione, autosvalutazione, pessimismo, vittimismo, perdita del senso della vita, sentimenti di vuoto, inadeguatezza, fallimento, crisi di pianto continuo, disperazione, sensi di colpa inappropriati ed eccessivi, ruminazione costante; in alcuni casi si possono anche presentare deliri e perdita di contatto con la realtà.
– Continui pensieri di morte, ideazione suicidaria, progettazione di un piano specifico di suicidio, o vero e proprio tentativo di suicidio.

Questi sintomi non devono necessariamente essere tutti presenti, per fare diagnosi di episodio depressivo maggiore è sufficiente la presenza di almeno cinque dei sintomi sopra descritti.
I sintomi possono, comunque, variare da paziente a paziente e solitamente hanno uno sviluppo insidioso e facile ad acutizzarsi nel tempo se non trattato rapidamente ed efficacemente.

Depressione: la prevalenza

Le statistiche dicono che in Italia più di un milione e mezzo di persone soffrono di depressione ed almeno il 10% della popolazione italiana, dunque, circa sei milioni di persone, hanno sofferto almeno una volta, nel corso della loro vita, di un episodio depressivo.
Un rapporto dell’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, annuncia che nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di decessi e d’invalidità dopo le malattie cardiovascolari.

Depressione: le cause dell’insorgenza

Quando si pensa alle cause della depressione sembrerebbe più opportuno pensare a diversi potenziali fattori intervenienti.

-Fattori biologici: alterazione nella regolazione dei neurotrasmettitori serotonina e noradrenalina; o ancora fattori genetici: i dati, infatti, indicano che chi ha familiari con storie di depressione è maggiormente esposto al rischio di soffrire a propria volta di un disturbo depressivo.
-Fattori psicosociali: le persone che hanno generalmente una visione pessimistica della vita, con scarsa fiducia e scarsa stima di sé sono maggiormente predisposte a soffrire di depressione. Fattori precipitanti come lutti, separazioni, conflitti, fallimenti, trasferimenti, difficoltà lavorative e di realizzazione personale etc, possono avere un effetto tanto determinante quanto più una persona è predisposta per caratteristiche individuali e non dispone di strumenti personali e risorse sociali per affrontare tali situazioni stressanti.

 

L’effetto spettatore durante le emergenze: la diffusione della responsabilità – I grandi esperimenti di psicologia Nr. 5

#5: L’effetto spettatore durante le emergenze: la diffusione della responsabilità  di Jhon M. Darley &  Bibb Latané (1968)
Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

L’effetto spettatore durante le emergenze

Kitty Genovese è una ragazza di New York, gestisce un bar e vive con la sua compagna in un appartamento nel Queens. La notte del 13 marzo 1964, rientrando a casa, viene pugnalata alle spalle da Winston Moseley. I vicini dalle loro case gridano qualcosa all’aggressore, che in un primo momento si allontana. Poco dopo, Moseley torna a cercare la giovane, la trova agonizzante e la uccide. Questo caso di cronaca nera suscita scalpore nell’opinione pubblica per un risvolto particolarmente inquietante: si stima difatti che 38 persone abbiano assistito all’aggressione, ma nessuno è intervenuto. Sebbene l’aggressore abbia impiegato più di mezz’ora per uccidere la vittima, le persone che hanno assistito al crimine dalle loro abitazioni non sono scese in strada a prestare soccorso.

I vari opinionisti cercano di motivare tale comportamento con concetti come “decadenza morale”, “deumanizzazione provocata dall’urbanizzazione”, “alienazione” e via dicendo. Milgram e Hollander (1964) affermano che la persona che assiste a una situazione di emergenza, come un’aggressione, vive un conflitto interiore: da un parte vi sono le norme morali che impongono di aiutare il prossimo, dall’altra parte sussistono paure più o meno razionali relative a cosa potrebbe succedere.

Kitty genovese - Effetto Spettatore

Darley e Latané, due psicologi sociali, approfondiscono questo fatto. La loro opinione è che in alcuni casi le norme morali siano indebolite da altri fattori, ad esempio la presenza di altri osservatori. Questo porta a due conseguenze: la diffusione della responsabilità (così come della potenziale vergogna per non essere intervenuti) e il lecito dubbio che qualcun altro si sia già mosso per cercare aiuto, pur non avendone la certezza. Con questi presupposti, emerge una chiara ipotesi: più persone assistono a un’emergenza, più si riscontra la probabilità che ogni spettatore non intervenga o lo faccia più lentamente.

L’esperimento

Per verificare questa tesi, i ricercatori reclutano 72 studenti di psicologia, dicendo loro che sarebbero stati coinvolti in una discussione sulla vita universitaria. Ciascuno veniva portato in una stanza nella quale poteva comunicare con gli altri attraverso un citofono, in turni di due minuti a testa, al fine di salvaguardare l’anonimato (in realtà questa modalità rende lo studio più vicino all’episodio di Kitty Genovese). Durante la discussione, un ragazzo prende la parola, ma d’improvviso si sente male. I sintomi sembrano quelli di un attacco epilettico e in effetti il ragazzo ha precedentemente detto di soffrirne. I partecipanti sentono al citofono la sua richiesta d’aiuto: se – se qualcuno potesse … – ho bisogno – se qualcuno .. sento che sto male – mi, mi sta per venire un attacco – sento che sto per morire. Dopo queste parole, si sentono dei rantoli e poi più nulla. Per due minuti gli altri partecipanti non possono comunicare tra di loro.

La variabile indipendente è la numerosità del gruppo, che può variare da due a sei partecipanti. Il soggetto sperimentale è sempre e solo uno, gli altri (vittima e altri membri della discussione) sono solo voci registrate. La variabile dipendente principale è il tempo di latenza tra l’inizio dell’audio in cui si sente la vittima stare male e chiedere aiuto e l’uscita del soggetto dalla stanza per chiedere aiuto.

I risultati mostrano che l’85% dei partecipanti che sanno di essere l’unico interlocutore della vittima cercano aiuto in modo tempestivo (prima che la vittima smetta di parlare), mentre nel caso in cui la discussione avviene in gruppo solo il 31% dei soggetti interviene per chiedere supporto. La vittima ha quindi maggior probabilità di essere aiutata quando a essere presenti sono una o due persone, mentre questa probabilità cala quando ad assistere sono, ad esempio, in cinque. A 45 secondi dall’inizio della simulata crisi epilettica, la probabilità che intervenga l’unico interlocutore presente è del 50%, mentre se gli interlocutori sono cinque la probabilità si azzera. Questi risultati sembrano essere confermati al netto di altre variabili, come il sesso o alcuni tratti di personalità, ad esempio la desiderabilità sociale.

Alla fine dell’esperimento, viene chiesto ai soggetti di definire quali pensieri hanno avuto nel momento in cui hanno sentito la vittima star male. Emerge che i soggetti non riescono a definire con esattezza cos’hanno pensato, e affermano per lo più: non sapevo cosa fare, ho pensato che dovesse trattarsi di uno scherzo, non capivo cosa stava succedendo.

Nel commentare i risultati raccolti, gli autori affermano che probabilmente i soggetti non hanno deciso di non rispondere. Piuttosto emerge una sorta di conflitto interno, come se si chiedessero: devo fare qualcosa oppure no?, dato che sembra confermare la teoria di Milgram e Hollander. In seguito Latané e Darley (1969) continueranno i loro esperimenti sul bystander effect, affermando che potrebbero esserci due meccanismi alla base del fenomeno analizzato. In primo luogo, la mancanza di preoccupazione mostrata dagli altri membri del gruppo potrebbe comportare una valutazione sommaria e sottostimata dell’evento. Inoltre, la diffusione della responsabilità, come già mostrato, determinerebbe scarsa probabilità di intervento.

Questa spiegazione, seppur plausibile, non riesce a comprendere alcuni fenomeni di cui sono stati autori uomini e donne spettatori di grandi crimini, come la resistenza in Italia o la primavera araba. Qual è il fattore che muove l’uomo dalla posizione di spettatore a quella di attore e protagonista del suo tempo? Forse è questa la domanda che dobbiamo porci oggi e a cui occorre davvero trovare una risposta.

 

VIDEO: Effetto spettatore durante le emergenze

 

Videogiochi violenti e comportamenti aggressivi: esiste un legame?

Media e politica dissertano frequentemente dell’associazione esistente tra l’uso di videogiochi violenti e comportamenti aggressivi in chi ne fruisce. Ma che cosa c’è di vero? I videogiochi violenti hanno una relazione diretta con la violenza oppure no?

Chiara Cognetta e Antonio Ascolese – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

Media e politica dissertano frequentemente dell’associazione esistente tra l’uso di videogiochi violenti e comportamenti aggressivi in chi ne fruisce. Ma che cosa c’è di vero? I videogiochi violenti hanno una relazione diretta con la violenza oppure no? Che legame esiste tra il comportamento violento che è possibile adottare all’interno di un videogioco e la nostra morale nella vita di tutti i giorni?

Alcune ricerche hanno mostrato che i videogiochi violenti portano a un aumento dell’aggressività nei giocatori, ma se e come questa aggressività si trasformi in violenza agita, è tutto da dimostrare. Allo stesso modo esistono diversi studi che hanno cercato di indagare in che modo e secondo quali direzioni gli aspetti morali incidano sulle modalità di gioco.

 Secondo John Murray, psicologo della Kansas State University, l’esposizione ai videogiochi violenti ha un effetto maggiore rispetto alla violenza veicolata da altre tecnologie, come ad esempio la televisione, a causa di diversi fattori, uno tra tutti l’interattività tipica dei videogiochi.

Da circa due decenni l’uso di videogiochi è un’attività molto diffusa tra gli adolescenti (ISFE, 2010): secondo alcune ricerche, il tempo speso nell’uso di videogiochi sta aumentando rapidamente (Escobar-Chaves & Anderson, 2008), ma il dato che preoccupa maggiormente gli studiosi del settore non è legato all’uso massiccio dei videogiochi, ma alla larga diffusione e preferenza di videogiochi violenti.

Secondo un recente report dell’osservatorio AESVI (Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani, 2012) tra i 20 titoli più venduti nel 2011, la metà propone contenuti cruenti, violenti e aggressivi. Nonostante in generale la ricerca non sia stata in grado di stabilire con decisione quale sia la direzione causale nella relazione tra uso di videogame e comportamento, molti sono stati gli sforzi per avvicinarsi alla risposta.

 

Chi è violento sceglie videogiochi violenti?

Secondo Thalita Malagò, segretario generale di AESVI, il legame esistente tra videogiochi violenti e tendenza all’aggressività sarebbe infondato. Secondo questa linea di pensiero, l’errore starebbe nel pensare che i principali fruitori di videogames siano bambini e adolescenti e nel non considerare che chi preferisce videogames violenti, può avere una predisposizione pre-esistente alla violenza.

 

Teoria della catarsi

Un’interessante ricerca dal titolo ‘Violent video games and real-world violence: rhetoric versus data‘ (Markey et al., 2014), realizzata da alcuni ricercatori della Villanova University e della Rutgers University degli Stati Uniti, ha cercato di scoprire se esista una correlazione diretta tra i videogiochi violenti e il numero di crimini violenti. I ricercatori hanno basato il loro studio principalmente su 4 analisi comparative che prevedevano l’osservazione dei seguenti dati:

  • Cambiamenti nelle vendite di videogiochi violenti e nel numero di crimini violenti dal 1978 al 2011;
  • Andamenti mensili nelle vendite di videogames violenti e crimini violenti dal 2007 al 2011;
  • Quantità di ricerche online per guide e soluzioni per i videogiochi violenti;
  • Numero di crimini violenti dal 2004 al 2011;
  • Crimini violenti in seguito alla pubblicazione di tre videogiochi violenti molto popolari: Grand Theft Auto: San Andreas, Grand Theft Auto IV e Call of Duty: Black Ops.

I risultati di questa ricerca indicano come esista una correlazione inversa tra il numero di crimini commessi e l’uso di videogiochi violenti: secondo i dati ottenuti infatti, ad un aumento del consumo di videogiochi volenti, corrisponderebbe una riduzione di crimini violenti nei 6 mesi successivi alla pubblicazione del videogioco.

 

Videogiochi violenti e comportamenti aggressivi: esiste un legame? - FIG 1
Figura 1. Andamenti mensili nelle vendite di videogiochi e crimini violenti tra il 2007 e il 2011.

 

La spiegazione di questo fenomeno non ha riscontri nella ricerca, ma gli studiosi suggeriscono di poter ipotizzare che l’uso di videogiochi violenti possa funzionare, per chi ne fruisce, come uno strumento catartico: potendo canalizzare l’aggressività nel mondo virtuale, gli utenti sarebbero portati a non farlo nella vita di tutti i giorni. L’altra ipotesi fatta, ha portato i ricercatori a pensare che i 6 mesi successivi all’uscita di un nuovo videogioco, siano quelli usati dagli acquirenti per giocare, stando in casa davanti alla loro consolle e non per le strade, a commettere un reato criminoso o violento.

Se da un lato è possibile ipotizzare che non esista un legame tra la fruizione di videogames violenti e la manifestazione di comportamenti aggressivi (Ferguson & Kilburn, 2009), dall’altro lato molti studi inseriti all’interno della cornice teorica del General Aggression Model (GAM, Anderson et al., 2004; Bushman & Anderson, 2009) ipotizzano che variabili situazionali e comportamenti individuali interagiscano tra loro, generando un’influenza sulla persona, che porta a cambiamenti sul piano emotivo, cognitivo e fisiologico (Anderson & Bushman, 2001). In altre parole, i processi decisionali che conducono al comportamento aggressivo, dipendono dall’interpretazione e della valutazione della situazione in cui il soggetto è inserito.

È emerso che la fruizione di videogiochi violenti comporta un aumento di pensieri aggressivi e di variazioni fisiologiche (come l’aumento del battito cardiaco e della temperatura) successive al gioco, anche se i dati osservabili per lo studio delle conseguenze a lungo termine della fruizione sono carenti. Per valutare se esistano delle differenze negli effetti dovuti alla fruizione di contenuti violenti attraverso media differenti, la ricerca suggerisce almeno tre variabili che permetterebbero di discriminare tra videogames violenti e altri tipi di media col medesimo contenuto, considerando i primi come più dannosi (Anderson et al., 2010; Bushman, 2011).

  1. Alcune ricerche (ad esempio, Polman et al., 2008) hanno evidenziato come il giocatore che abbia la possibilità di agire attivamente all’interno di un gioco violento, abbia più possibilità di mettere in atto comportamenti aggressivi successivi alla fruizione, rispetto al giocatore che si è limitato ad osservare il gioco violento. Questo è comprensibile se si pensa che quando si gioca non si è semplici spettatori, ma si ha la possibilità di immergersi nella situazione, si possono prendere delle decisioni, possedendo le redini del gioco.
    Inoltre, grazie all’introduzione di nuovi paradigmi basati sul controllo del gioco tramite il movimento del corpo, il grado di immedesimazione aumenta esponenzialmente.
  2. Maggiore è la possibilità di personalizzare l’avatar con cui partecipare al videogioco –attribuendogli sembianze simili a quelle del giocatore-, maggiore sarà la possibilità che il partecipante metta in atto comportamenti aggressivi, rispetto al giocatore con un avatar dalle caratteristiche generiche (Fischer, Kastenmüller & Greitemeyer, 2010).
  3. Spesso il comportamento violento o aggressivo viene rinforzato dalla presenza di premi e gratificazioni. Tali gratificazioni vengono rilasciate anche nei casi in cui il giocatore metta in atto nel gioco comportamenti distruttivi, aggressivi o cruenti.

 

Teoria della frustrazione

Un recente studio condotto dell’Università di Oxford dal prof. Andrew Przybylski, insieme ad alcuni colleghi dell’università americana di Rochester tra i quali Richard Ryan, i cui risultati sono stati pubblicati nella prestigiosa testata Journal of Personality and Social Psychology, sposta il focus dell’aggressività dalla ripetizione, alle meccaniche di gioco, al gameplay.

Nello specifico, la ricerca è stata condotta su due gruppi di videogiocatori, ai quali è stato chiesto di utilizzare due versioni diverse di un gioco sparatutto ‘Half-Life 2’: nel primo caso i partecipanti giocavano alla versione originale del gioco, nel secondo caso era stata loro fornita una versione modificata, senza contenuti violenti. Ai giocatori che hanno utilizzato la versione modificata non è stata data la possibilità di accedere a un tutorial preliminare: gli studiosi hanno potuto notare come in questo caso i giocatori dichiaravano di sentirsi incompetenti e non preparati, mostrando un comportamento e un atteggiamento più aggressivo rispetto al gruppo a cui era stata fornita la versione originale, più violenta, del videogame.

Secondo il prof. Przybylski, questo può essere spiegato facendo riferimento al livello di frustrazione provato dai giocatori: più è alto il livello di frustrazione percepita, maggiore sarà il numero di comportamenti aggressivi e violenti messi in atto durante la partecipazione al gioco.

Secondo lo studioso, la necessità di padroneggiare i comandi di gioco (attraverso la preparazione e quindi anche attraverso l’uso di tutorial) è più importante dei contenuti, più o meno violenti, perché gli utenti hanno bisogno di uscire vincitori da una sessione di gioco.

 

Una nuova generazione di videogiochi

Negli ultimi venti anni, i progressi tecnologici hanno condotto alla creazione di esperienze di gioco sempre più realistiche. Nel tentativo di sviluppare prodotti che siano sempre più vicini al mondo reale e vissuto dagli utenti, sono stati introdotti e commercializzati videogiochi in cui la scelta morale del giocatore riveste un ruolo importante per lo sviluppo e la direzione della storia e del personaggio di gioco stesso. Ad esempio, sia nel gioco Fahreneit (Quantic Dream, 2005) che in Fallout III (Bethesda Softworks, 2008), il giocatore viene messo di fronte non solo a contenuti violenti, ma anche a delle scelte morali obbligate dalla storia stessa. In questi mondi virtuali è possibile sperimentare ciò che nella vita di tutti i giorni, non solo sarebbe impraticabile, ma potrebbe essere considerato un reato. Infatti in alcuni videogiochi violenti il giocatore si trova immerso in un mondo in cui egli stesso può uccidere, torturare, aggredire, picchiare, etc (Wonderly, 2008).

Quello che viene spontaneo chiedersi è in che misura commettere azioni considerate generalmente e nella vita di tutti i giorni come riprovevoli e immorali, possa influire sul giudizio morale nella vita quotidiana. Molti studiosi dell’etica, tra cui McCormik (2001), sostengono che ‘l’umanità oggi sia di fronte ad una nuova serie di questioni morali causati dalla nuova tecnologia’.

 

Il caso Dayz

Per approfondire quest’ultimo aspetto, si può pensare a DAYZ un videogioco che nel 2014 ha suscitato parecchio scalpore, divenendo famoso per un video diventato poi virale in rete, in cui veniva presentata una scena presa da una sessione del gioco stesso. Nel video diffuso online, vale a dire un estratto di una partita giocata, il giocatore principale decide di mettere due partecipanti al gioco online di fronte a un bivio: uccidere l’altro o salvarsi la vita.

Quando uno dei due partecipanti al duello riesce a fuggire, di fatto non uccidendo il compagno, né facendosi colpire, è il giocatore principale che lo colpisce sparandogli alle spalle. Dall’audio che è possibile ascoltare, si sentono chiaramente le risate degli altri partecipanti, che sottostanno alle regole crudeli e particolarmente aggressive imposte dal giocatore che ha introdotto il duello.

Dayz è un gioco online diverso da quelli che prevedono apocalissi alle quali sfuggire o zombie da sconfiggere: in Dayz la minaccia più grande può essere rappresentata dal compagno di gioco, che può decidere di aiutare, salvare la vita o uccidere. Il gioco, sviluppato da Bohemia Interactive, ha suscitato non poco stupore. A tal proposito, alcuni ricercatori dell’Università di Melbourne hanno scritto che ‘a differenza di altri giochi in cui la morte dei personaggi dura uno o due secondi prima della successiva materializzazione, in Dayz la morte è permanente e prevede la scomparsa definitiva del personaggio creato‘.

In altre parole la morte è più reale che in altre realtà virtuali poiché il personaggio, una volta morto, lo è per sempre. Questo da un lato intensifica le interazioni sociali tra i partecipanti, fornendo loro la percezione di poter investire emotivamente di più e permette una più solida immedesimazione, dall’altro lato pone i giocatori di fronte a dilemmi morali realmente percepibili.

Osservando il video della giocata, è possibile notare come il protagonista tanto discusso abbia messo in atto comportamenti violenti ed aggressivi, mostrando scarsa empatia nei confronti degli altri compagni partecipanti al giocoagendo in modo crudele e sadico.

Ryan Rigney, scrittore statunitense che lavora nell’industria dei videogame e autore dell’articolo ‘Why online games make players act like psycopaths, di fronte a questo tipo di comportamento virtuale, ha ipotizzato di poter paragonare quanto descritto e visto in quella scena di gioco, al comportamento di personalità psicopatiche.

 

Cosa si intende per psicopatico

Il termine psicopatico, attualmente in disuso, fa riferimento all’odierna definizione di personalità antisociale, che in linea di massima caratterizza quelle che un tempo venivano presentate, appunto, come personalità psicopatiche. Nel DSM V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 2013) gli individui che soffrono di questo disturbo vengono descritti come cinici, sprezzanti nei confronti delle emozioni, del mondo e della sofferenza altrui, con scarse o assenti capacità empatiche. Si tratta di persone che faticano a mantenere una solida relazione affettiva, possono divenire irresponsabili e mettere in atto comportamenti violenti, aggressivi, cruenti e crudeli. Possono presentare disforia, lamentare nervosismo e dimostrare scarse capacità di tollerare la noia e l’umore depresso.

Rigney, rifacendosi alla teoria del dott. Adam Perkins del King’s College di Londra, ha evidenziato come una persona che soffre di psicopatia riesce solo superficialmente a empatizzare con l’altro. Secondo Perkins si stratta proprio del tipo di persone che sono in grado di fare quel genere di cose per le quali chiunque avrebbe un rimorso di coscienza, senza, di fatto, provarne nessuno. Sono persone in grado di mettere in atto comportamenti per i quali la maggior parte delle persone non riuscirebbe poi a dormire la notte al solo pensiero di averli compiuti, mentre al contrario uno psicopatico, dormirebbe come un bambino.

Generalizzando, le persone considerabili psicopatiche o con disturbo di personalità antisociale, mettono in atto comportamenti aggressivi, violenti o crudeli senza alcun rimorso, senza nessuna emzoione di colpa. Possiedono uno stile cognitivo che non pone alcun accento sul valore e sul trattamento equo degli altri. Questo non significa che siano persone più violente di altre. Si tratta di persone solite e avvezze al pensiero logico, che agiscono calcolando metodicamente le conseguenze delle loro azioni, di cui secondo Perkins, riconoscono le conseguenze (anche e soprattutto negative).

Se esistono dei deterrenti riconosciuti dalla persona psicopatica o antisociale, come ad esempio la possibilità di finire in carcere, l’azione violenta ha più probabilità di non essere messa in atto. Secondo l’autore, questi disincentivi all’azione violenta però, non funzionano nel mondo virtuale, mondo in cui, in assenza di empatia, ci si può sentire liberi di rubare e uccidere.

Quanto espresso da Rigney fa nascere un dilemma, sintetizzabile in questo modo: le azioni e i comportamenti attuati nei videogiochi violenti sono paragonabili a quelle che riusciamo ad immaginare, ma che non avremmo mai il coraggio di fare? O nei videogames violenti ci comportiamo come se non ci fossero delle reali conseguenze (come invece avviene nel mondo reale) e dunque nella realtà ci comportiamo diversamente (con comportamenti meno aggressivi) perché abbiamo ben presenti le conseguenze negative dei nostri comportamenti?

In un recente studio italiano (Gabbiadini, Andrighetto & Volpato, 2012) si è ipotizzato che l’uso di videogames violenti in cui il giocatore è libero di mettere in atto comportamenti spregiudicati ed immorali (come ad esempio avere rapporti sessuali a pagamento con prostitute per aumentare il punteggio legato alla salute dell’avatar, GTA IV) possa indebolire il giudizio morale delle persone, anche al di fuori dei confini virtuali. Ai partecipanti dello studio è stato chiesto di riportare la frequenza con cui erano soliti giocare al videogioco GTA IV. Successivamente è stato chiesto loro di compilare un questionario per la misurazione del disimpegno morale (Bandura, Barbaranelli, Caprara & Pastorelli, 1996).

Il questionario è costruito per la misurazione di tre diversi momenti del processo di disimpegno morale:

  1. La ridefinizione della condotta immorale, che tende a minimizzare l’atto immorale compiuto;
  2. La distorsione delle condotte dell’atto immorale, ritenute meno gravi di quanto siano;
  3. La diversa considerazione della vittima che tramite attribuzione di colpa o biasimo, viene considerata meritevole dell’offesa ricevuta.

Dai risultati dello studio si può osservare come tanto più recentemente i partecipanti avevano giocato a GTA IV, maggiore era il punteggio relativo al grado di disimpegno morale, misurato considerando cinque sottocomponenti (giustificazione morale, confronto vantaggioso, diffusione di responsabilità, distorsione delle conseguenze, deumanizzazione) (Bandura, 1990).

E’ altresì importante notare come gli stessi effetti, sono stati rintracciati nel campione di partecipanti, indipendentemente dal genere e dall’età. Sicuramente interessante, lo studio sopracitato stimola una riflessione già citata: giocare a videogiochi violenti e dai contenuti immorali, causa un comportamento aggressivo e immorale, oppure persone di natura aggressiva o moralmente più permissive con se stessi, scelgono un videogioco di questo tipo?

 

Prospettive future e aspetti ancora da indagare sull’uso di videogiochi violenti

Nel tentativo di rispondere a questa domanda, sarà necessario che la ricerca si focalizzi maggiormente su più aspetti, magari concentrandosi sul legame che esiste tra il disimpegno morale e gli aspetti comportamentali ad esso correlati. Ad oggi alcuni studiosi ipotizzano che il disimpegno morale rappresenti il momento intermedio del processo generale che porta alla alla scelta e alla fruizione di videogiochi violenti e al finale e conseguente comportamento aggressivo.

Alla luce di quanto indicato e suggerito qualche decennio fa da Bandura (1990), potrebbe rendersi necessario considerare non solo il comportamento aggressivo come risultante della scelta di videogiochi violenti, ma anche il disimpegno morale, considerato come uno degli aspetti correlati all’azione aggressiva.

Inoltre, comprendere la durata degli effetti negativi della fruizione di videogames violenti, potrebbe essere importante per fornire un’idea più chiara rispetto all’influenza reale e quantificabile dei videogiochi nella vita reale di tutti i giorni, specificando con maggior precisione se e come la percezione del mondo in cui viviamo viene modificata nel tempo dall’uso dei videogiochi violenti.

Teoria della Gestalt – Introduzione alla Psicologia

La teoria della Gestalt

La scorsa settimana si è parlato di percezione. La percezione è definibile come quel processo per mezzo del quale riconosciamo, organizziamo e attribuiamo significato alle sensazioni che derivano dagli stimoli ambientali. Tra le diverse teorie elaborate in ambito percettivo, uno sguardo più attento deve essere rivolto alla teoria della Gestalt.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO

La teoria della Gestalt: la Storia

Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma. Si tratta di un termine volgarizzato da Lutero nella traduzione della Sacra Bibbia che successivamente divenne di uso comune. Ma la Gestalt passa alla storia come teoria della forma, ovvero di tutto ciò che può essere percepito. Bisogna fare attenzione, poiché col termine Gestalt si definiscono due correnti diverse: la Gestaltpsychologie o psicologia della Forma corrente di impostazione teorica che nasce negli anni ‘20 in Germania, e la Gestalt Therapy teoria clinica che nasce in ambito psicoanalitico, formatasi in America intorno agli ’50. Vediamo più da vicino in cosa consistono.

La Gestaltpsychologie o psicologia della forma è un movimento sviluppatosi a Berlino all’inizio del XX secolo in opposizione allo strutturalismo vigente. Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti” (Zerbetto, 1998), significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità. Prendiamo a esempio una melodia, bellissima nel suo insieme cioè nella sua totalità, che, chiaramente, non può esistere senza le singole parti, ovvero le note. In sostanza, da ogni esperienza percettiva si ottiene una immagine totale a cui la mente attribuisce un significato, derivante da singoli dettagli che fungono da sfondo della figura. La capacità di percepire il tutto è una dote innata in ognuno di noi che consente di dare un senso a ogni percetto.

La Terapia della Gestalt nasce, rispetto alla precedente teoria della Gestalt molto più tardi, negli Stati Uniti d’America. Questo approccio terapeutico, perché di tale si tratta, prende spunto dal movimento tedesco, ma il focus del suo intervento riguarda l’ambito clinico. Nasce da un malcontento in ambito psicoanalitico e comportamentista, e si focalizza principalmente sulle funzioni percettive dell’individuo intese come prodotto della propria psiche. I terapeuti della Gestalt sostenevano che l’esperienza percettiva si manifesta al confine tra noi e l’ambiente. Tutto ciò che si trova all’interno di questo confine merita di essere percepito, dunque, conosciuto e, allo stesso tempo, deve diventare il campo dell’intervento terapeutico. La cura, dunque, non è comprendere la genesi del disturbo, bensì sentirsi riconosciuti dall’altro identificato come significativo per noi.

La Gestalt

La Gestalt-Forma rappresenta l’attitudine a organizzare le sensazioni elementari in figure emergenti da uno sfondo. Si ottiene, in questo modo, una figura dai contorni dettagliati, che affiora in maniera netta rispetto a uno sfondo indifferenziato, che in alcuni casi appare impercettibile. Consideriamo una serie di stimoli visivi fissi, distaccati tra loro da una manciata di secondi, che producono in noi la percezione di un solo elemento che si muove nello spazio. E’ un fenomeno che a tutti capita di percepire e sperimentare soprattutto quando si è in viaggio e si osserva un’immagine fuori dal finestrino del treno o dell’auto. Questo processo è stato descritto per la prima volta da Wertheimer, uno dei capisaldi della Gestalt, che lo definì fenomeno del Phi o della persistenza percettiva degli oggetti. Quindi, l’oggetto è percepito nella sua totalità prima delle singole parti da cui è composto. Si ottiene in questo modo una figura strutturata e organizzata che diventa l’unità di misura della percezione stessa, chiaramente in relazione all’ambiente in cui si è immersi. Famose in questo ambito sono le figure geometriche ambigue, il cubo di Necker, che varia a seconda di come è percepito dal soggetto, il vaso di Rubin o la donna di Leavitt, figure aperte (senza margini), che gli occhi sono in grado di percepire come chiuse (con i bordi uniti) ovvero nella loro totalità e non come costituite da parti aperte.

Da qui nascono una serie di leggi della percezione:

  • la pregnanza, secondo la quale quello che noi comunemente percepiamo è la migliore forma possibile dell’oggetto che appare ai nostri occhi. Lo scopo è riuscire a ottenere il massimo dell’informazione partendo da una struttura semplice;
  • la sovrapposizione, forme collocate sopra ad altre appaiono come delle figure su uno sfondo;
  • l’area occupata, l’area che presenta la minore estensione sarà individuata come figura;
  • il destino comune, parti che si muovono insieme sono organizzate come figura unitaria rispetto ad uno sfondo;
  • la buona forma, gli stimoli percettivi sono organizzati nella forma più coerente possibile;
  • la somiglianza, le parti affini sono percepite come unica figura;
  • la buona continuazione, se si ha un basso numero di interruzioni si ottiene la percezione di un’unica figura;
  • la chiusura, tutto ciò che mostra margini chiusi è percepito come figura unitaria.

Insomma, secondo la Gestalt la percezione non è preceduta da sensazione ma è un processo regolato da leggi innate, che scompongono il percetto in schemi atti a organizzare e a rilevare la figura nella sua totalità. Il percepito è qualcosa di diverso da una immagine che si forma sulla retina, per questo rientra in un sistema di significati più complessi presenti nel sistema nervoso centrale. Quindi, la percezione avviene in due fasi:

  1. analisi della forma;
  2. elaborazione cognitiva.

Riusciamo a vedere solo ciò che elaboriamo dopo averlo percepito e dotato di significato.

Kurt Lewin, diede un forte apporto teorico alla Gestalt, avvalendosi di una serie di informazioni provenienti dall’ambito della fisica per spiegare la relazione esiste tra individuo/ambiente. A tal proposito sviluppò la Teoria del Campo, secondo la quale ogni oggetto non può intendersi se non in relazione al contesto nel quale è incluso. Il campo è la realtà che ci circonda e in cui l’individuo si muove per raggiungere i propri obiettivi, mentre il campo percettivo è una sorta di cornice da cui emergono figure nuove, percepite dall’individuo come rilevanti per riuscire a perseguire i propri obiettivi o scopi. Quindi, uno stesso oggetto può assumere significati diversi a seconda del bisogno espresso dalla persona in quel preciso momento. Insomma, per Lewin sono i bisogni che determinano e sostanziano il percetto inserito in un campo.

 

La Teoria della Gestalt prese piede anche in Italia e i suoi maggiori esponenti furono Fabio Metelli, che svolse diversi studi sulla percezione visiva, producendo contributi di notevole valore scientifico che gli garantirono pubblicazioni su riviste internazionali, e Gaetano Kanizsa, noto per il fenomeno percettivo detto Triangolo di Kanizsa: immagine aperta da cui emerge un triangolo bianco che spicca dallo fondo, meno luminoso, come conseguenza dal contrasto figura – sfondo.

 

Le applicazioni della teoria della Gestalt

La teoria della Gestalt è attualmente usata nell’ambito clinico, soprattutto per i disturbi legata alla sfera percettiva. Tale teoria si applica attraverso l’uso di reattivi psicometrici basati sulla percezione di una serie di immagini a cui il paziente deve attribuire dei significati.

Per il Neglet, eminattenzione laterale, è usato il Bender Visual Motor Gestalt Test, formato da 9 figure contenenti immagini diverse che il soggetto deve riprodurre allo scopo di valutare lo sviluppo della funzione visuo-motoria in relazione all’ambiente e all’età.

In ambito psicologico troviamo il test di Rorschach, 10 tavole su cui sono raffigurate delle macchie di inchiostro simmetriche di colore bianco e nero (esiste una variante che presenta del colore rosso al loro interno). Queste tavole sono mostrate al soggetto che deve riferire cosa percepisce dalle macchie. Da queste narrazioni si ricavano dati inerenti al funzionamento psichico del soggetto in questione.

Un altro test è Thematic Apperception Test (TAT) di Murray, formato da tavole raffiguranti persone in situazioni ambigue. La consegna data al soggetto è raccontare una storia per ciascuna illustrazione. Dai racconti effettuati è possibile evincere conflitti, bisogni e modelli di relazioni. Esiste anche una edizione per bambini, il Children’s Apperception Test (CAT), in cui nelle dieci tavole raffigurano animali antropomorfizzati.

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Sigmund Freud University - Milano - LOGO

Cenni storici sulla diagnosi della Bulimia – Magrezza non è bellezza Nr. 6

Accanto all’anoressia, all’astensione patologica dal cibo, vi è anche la bulimia. Questa sindrome è stata definita solo di recente e precisamente nel 1979 con la diagnosi della bulimia di Gerald Russell. Il termine si riferisce soltanto a un aspetto del problema, e cioè all’eccesso alimentare.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Cenni storici sulla diagnosi della Bulimia (Nr. 6)

La storia della diagnosi della bulimia

Bulimia è parola greca che significa “fame da bue”, o anche “capacità di mangiare come un bue”. L’uso del termine non è moderno ma risale a vari trattati medici che vanno dal Trecento al Novecento ed era usato in alternanza con il sinonimo cinoressia, “fame da cane”. Il termine è presente anche in fonti antiche, come nell’ Anabasi di Senofonte, ma con un significato diverso, ossia di “fame eccessiva dovuta a un periodo prolungato di denutrizione”, come appunto accadde ai diecimila guerrieri greci guidati da Senofonte. In parallelo ci sono le descrizioni degli eccessi alimentari dei banchetti seguiti da vomito autoindotto.

Negli scritti di Celio Aureliano (V secolo d.C.) si trova l’osservazione di come queste abitudini provochino rigonfiamento del viso e logorio della dentatura, fenomeni riscontrabili anche nei moderni casi di bulimia nervosa e dovuti all’ingrossamento della parotide e all’erosione dentale prodotta dalle sostanze digestive contenute nei liquidi rigurgitati durante l’induzione del vomito. Nel Medioevo ritroviamo casi di alimentazione eccessiva, non accompagnati da vomito autoindotto. Il vomito poteva essere presente come pratica ascetica autopunitiva (vedi, ancora una volta, santa Caterina), non preceduta, però, da eccesso alimentare.

 

La bulimia nell’epoca moderna

In epoca moderna, sono stati riportati 36 casi di iperfagia, di cui 23 nell’Ottocento. Di questi 36 casi, 15 presentavano aspetti che ricordano i sintomi della bulimia nervosa: ingestione rapida, fame nervosa, alimentazione di nascosto e/o notturna, vomito autoindotto e peso normale. Inoltre, uno dei casi di anoressia identificati da Gull era accompagnato anche – episodicamente- da iperalimentazione.

Nel Novecento i primi casi clinici associabili alla bulimia nervosa sono stati sporadicamente osservati a partire dagli anni Trenta. Un leggero incremento è stato osservato negli anni Sessanta, fino all’esplosione degli anni Settanta che ha portato alla prima descrizione accurata della sindrome a opera di Gerald Russell nel 1979, formulando la diagnosi della bulimia.

La moderna forma clinica della bulimia nervosa ha molto in comune con i comportamenti bulimici segnalati in epoche precedenti: la fame nervosa, il consumo rapido ed eccessivo di cibo, l’alternarsi di periodi di astinenza e iperalimentazione, il peso oscillante tra basso e normale (più raramente il sovrappeso), i tratti di carattere ansioso e depressivo, le abbuffate notturne e il vomito (raramente autoindotto, come, invece, nella sindrome attuale).

Tratti di discontinuità sono la prevalenza del sesso femminile, aspetti legati alle carenti condizioni igieniche delle epoche passate (per esempio le infestazioni di parassiti e vermi intestinali, come fattori scatenanti), l’appetito per sostanze non cucinate quali erba, cardi selvatici e perfino candele (un aspetto, questo, chiaramente legato alla minore disponibilità di cibo nel passato).

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

La sindrome di Tourette (TS) e il trattamento con la terapia cognitivo comportamentale

Sindrome di Tourette: Si tratta di una sindrome neurocomportamentale cronica, determinata principalmente da un metabolismo anormale della dopamina, diagnosticabile in un individuo che mette in atto più tic motori e almeno un tic vocale a partire da prima dei 18 anni d’età, se questi non sono dovuti ad abuso di sostanze o a particolari condizioni mediche e se non trascorre una pausa delle manifestazioni superiore ai tre mesi.

Francesca Corvino OPEN SCHOOL PSICOTERAPIA E RICERCA MILANO

Cos’è la sindrome di Tourette: presentazione del disturbo

La sindrome di Tourette (TS), anche chiamata disturbo di Tourette (DT), prende il nome dal neurologo francese Georges Albert Édouard Brutus Gilles de la Tourette che la evidenziò nel 1800 anche se era già stata individuata sin dal 1600.

Si tratta di una sindrome neurocomportamentale cronica, determinata principalmente da un metabolismo anormale della dopamina, diagnosticabile in un individuo che mette in atto più tic motori e almeno un tic vocale a partire da prima dei 18 anni d’età, se questi non sono dovuti ad abuso di sostanze o a particolari condizioni mediche e se non trascorre una pausa delle manifestazioni superiore ai tre mesi (World Health Organisation criteria for TS).

Sindrome di Tourette sintomi

I tic costituiscono i più classici sintomi della sindrome di Tourette. Sono vocalizzazioni o movimenti motori stereotipati, improvvisi, veloci, non ritmici che appaiono frequentemente e percepiti irresistibili da chi li mette in atto. Essi possono coinvolgere la testa, il busto e gli arti.
I tic motori più comuni sono il battere le ciglia, il toccare qualcosa, l’accovacciarsi, l’annusare qualcosa o il piegare le ginocchia. In certi casi il soggetto manifesta coproprassia, vale a dire gesti osceni ripetuti.
Invece i tic vocali possono variare dalla ripetizione di una parola, pronunciare suoni come borbottii, grida o schiarimenti della voce fino all’incoercibile pulsione a proferire espressioni o parole imbarazzanti e/o volgari: si parla in tal caso di coprolalia.
I tic compaiono più volte al giorno, quasi ogni giorno, in modalità più o meno frequente e grave a seconda del periodo e causano un disadattamento familiare, lavorativo e sociale interferendo con queste ed altre aree di funzionamento dell’essere umano, creando imbarazzo e riducendo la percezione di autostima e soddisfazione personale.

La Sindrome di Tourette può essere il più invalidante disordine da tic e il fatto che sia poco conosciuta incrementa il disagio sociale di chi ne è affetto.
I soggetti affetti da questa sindrome mostrano alte correlazioni con altri disturbi psicologici comportamentali come il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD, correlazione del 50/70% dei casi), il disturbo ossessivo-compulsivo ( OCD, correlazione del 50% dei casi), disturbi dell’umore, disturbi d’ansia soprattutto dopo un lungo periodo di trattenimento dei tic motori, sensibilità emotiva eccessiva, disturbi dell’apprendimento, comportamento distruttivo, balbuzie, abuso di sostanze, aggressività e depressione.

La sindrome di tourette in bambini e adolescenti

I bambini presentano spesso un’elevata difficoltà nell’instaurare rapporti profondi con i pari in quanto appaiono introversi e aggressivi. Il picco del disturbo si può rilevare nel periodo adolescenziale che, essendo un momento in cui viene attribuita grande enfasi alla corporeità e all’attrazione fisica, implica ulteriori problematiche sociali.

Una sindrome geneticamente ereditabile

In passato si pensava che tale sindrome fosse rara e clinicamente irrilevante, ma ora è considerata un disagio eterogeneo oltre che geneticamente ereditabile. Infatti viene ereditata come gene somatico dominante, tuttavia membri della stessa famiglia possono manifestare sintomi diversi. Un genitore ha il 50 % delle possibilità di trasmettere la sindrome di Tourette ad uno dei suoi figli. Il sesso del bambino può influenzare lo sviluppo del gene: le femmine portatrici hanno il 70% di possibilità di sviluppare i sintomi, mentre i ragazzi il 99 % . L’incidenza dei ragazzi affetti dalla sindrome rispetto alle ragazze è 3 a 1.

 

La sindrome di Tourette durante l’adolescenza

La sindrome di Tourette trova nel periodo adolescenziale la sua manifestazione più evidente. In questa fase di transizione dove si sta sviluppando l’identità e la corporeità della persona, il ragazzo cerca affidamento nel gruppo dei pari, più che un sostegno da parte della famiglia. La sindrome di Tourette, giocando a sfavore delle relazioni interpersonali, soprattutto in ambito scolastico dove spesso derisioni e discriminazioni non possono essere controllate dagli adulti, provoca un sentimento d’inadeguatezza e diversità difficile da accettare dall’adolescente, ancora privo di punti di riferimento stabili. Ecco il motivo dell’acuirsi dei sintomi e di conseguenza di rabbia, aggressività e depressione.

I primi studi longitudinali e trasversali sulla sindrome di Tourette hanno suggerito che questo disturbo è sensibile allo stress psicosociale, così come lo è anche il disturbo ossessivo compulsivo (Bornstein, 1990; Chappel et al., 1994; Findley et al., 2003; Hoekstra, Steenhuis, Kallenberg, & Friedhoff, 1995; Surwillo, Shafii, & Barrett, 1978; Thomsen, 1995).

Inoltre dal momento che la sindrome presenta delle manifestazioni associate e molto intense, è inevitabile che le persone che circondano il soggetto si accorgano delle stesse e mostrino un atteggiamento che può variare fra imbarazzo, disgusto, compassione, paura e in ogni modo disagio.
Questi tipi di riscontro producono nel soggetto depressione e, soprattutto in età adolescenziale, una sensazione di diversità dai pari e dagli adulti che accentua il loro stress, già a livelli eccessivi soprattutto in caso di comorbilità con ADHD, e di conseguenza la frequenza e la severità dei loro tic.

 

I predittori del disturbo nella sindrome di Tourette

I livelli di stress psicosociale e della depressione (quest’ultima predice una crescita modesta della gravità dei tic) sono predittori indipendenti della futura gravità dei tic, nonostante la crescita dell’età cronologica. Infatti l’età cronologica è inversamente proporzionale alla gravità dei tic: con l’aumentare dell’età diminuisce radicalmente la gravità dei sintomi dei tic.
La gravità dei sintomi ossessivo-compulsivi predice la gravità dei sintomi depressivi futuri, ma non viceversa.
La comorbilità di ADHD, sindrome di Tourette e OCD è comunemente associata a particolari profili cognitivi, adattamenti sociali negativi, forti disfunzioni psicosociali e una bassa qualità della vita (Leckman e coll., 1998; Peterson, Pine, Cohen e Brook, 2001; Bloch e coll., 2006; Carter e coll., 2000; Dykens e coll., 1990; Elstner, Selai, Trimble e Robertson, 2001; Robertson, Banerjee, Eapen e Fox-Hiley, 2002; Robertson e coll., 2006).

Le nuove scoperte fanno capire meglio quanto le considerazioni sullo sviluppo vadano tenute in considerazione. Per esempio, quando i bambini crescono iniziano a passare meno tempo con i loro genitori; mentre i bambini più piccoli tipicamente offrono più informazioni ai loro genitori a proposito del loro benessere giornaliero di quanto facciano gli adolescenti. Le ricerche suggeriscono che i genitori sottostimano o sovrastimano l’impatto di un disturbo cronico da tic nel funzionamento dei loro figli in funzione del livello di sviluppo del bambino. Questo potrebbe portare ad un trattamento non adeguato alle esigenze del giovane, dovuto alle preoccupazioni infondate a riguardo dei loro sintomi.

E’ probabile che i bambini con comorbilità di tic e disturbi esternalizzanti beneficino del fatto di essere sottoposti a molti trattamenti per i disturbi esternalizzanti prima di concentrarsi sui tic. Al contrario i bambini senza difficoltà da comorbilità è più probabile che beneficino di interventi sui tic precedentemente rispetto ai bambini affetti da comorbilità.

La sindrome di Tourette: la Terapia

Essendo una sindrome neurocomportamentale la farmacoterapia è considerata il trattamento di scelta per questo disturbo e la sua efficacia è stata dimostrata in esperimenti placebo (Leckman et all.,1991; Sallee, Nesbitt, Jackson, Sine, & Sethuraman, 1997; Scahill, Leckman, Schultz, Katsovich, & Peterson, 2003; Shapiro et al., 1989).

In ogni modo, per quanto riguarda i farmaci, molti pazienti rifiutano, interrompono a causa degli effetti collaterali indesiderati o della parziale o totale inefficacia dei medicinali.

Trattamento psicoterapico

Il trattamento psicologico d’elezione, talvolta associato alla terapia farmacologica, per i pazienti affetti da sindrome di Tourette simple, full blown o plus di entità lieve/moderata (YGTSS minore 25/50 punteggio totale tic motori e vocali) e da un evento social impairment (maggiore 30/50), è HRT (Azrin e Nunn, 1973; cfr European clinical guidelines for Tourette Syndrome and other tic disorders, 2011).
Si tratta di un insieme di tecniche, appartenenti alla terapia cognitivo-comportamentale, che si esaurisce in circa 10 sedute per un sintomo target e prevede il coinvolgimento di uno psicologo esperto in disturbi da tic e sindrome di Tourette, del paziente interessato ed eventualmente di un caregiver.
Lo psicologo è tenuto alla collaborazione con èquipe multidisciplinare (medico, psichiatra, psicoterapeuta, educatore) che ha in carico la gestione del paziente nella co-costruzione dell’ optimum terapeutico.
Affichè i benefici abbiano luogo e persistano nel tempo è indispensabile la motivazione al trattamento, aderenza terapeutica e il coinvolgimento attivo del paziente.

L’ obiettivo dell’ HRT è l’ acquisizione di consapevolezza dei premonitory uge e trigger scatenanti i tic, della natura della sintomatologia stessa e delle conseguenze che ne derivano secondo il paradigma ABC per cui A indica “antecedents”, B “behaviors” target da modificare e C  “consequences”.
Segue un training che permette al paziente la progressiva sostituzione del tic target con un comportamento più adattativo.
Il paziente impara, grazie al supporto di uno psicoterapeuta esperto e del caregiver, a riconoscere e monitorare i momenti della giornata e le attività più propensi a dare adito al tic di interesse (Bergin, Waranch, Brown, Carson, Singer, 1998).

I nuovi comportamenti appresi dal paziente vengono rinforzati tramite token economy techniques (Woods e Himle, 2004) in modo da incentivare i progressi terapeutici.
Il paziente viene gradualmente autorizzato nell’ esecuzione delle tecniche HRT.
Infatti, a percorso ultimato, il paziente sarà in grado di svolgere autonomamente l’ analisi funzionale di tic e compulsioni e, pertanto, intervenire sulle proprie abitudini comportamentali.

Inoltre vengono utilizzate in seduta tecniche di respirazione, rilassamento e contrazione muscolare per fornire comportamenti alternativi a quelli utilizzati alla messa in moto del tic di interesse .
All’interno delle principali tecniche d’intervento psicologico per la sindrome di Tourette emergono i trattamenti comportamentali e psicoterapeutici tradizionali. Un altro approccio terapeutico degno di nota per questo disturbo è quello dello Yale Child Study Center.

 

Sindrome di Tourette: i trattamenti comportamentali

Condizionamento operante (contingency management)
Molto utilizzato per i tic (Azrin e Peterson,1988; Turpin, 1983), il contingency management è basato sulla teoria per la quale le conseguenze di un comportamento influiscono sulla ricorrenza dello stesso. Il rinforzare un comportamento implica il suo mantenimento o incremento; mentre quando un comportamento è punito, quest’ultimo sarà soppresso. Quindi, se la conseguenza che segue un tic è rinforzante il tic sarà mantenuto o addirittura incrementerà nelle sue manifestazioni; se invece viene punito si ridurrà. Si parla infatti di rinforzi e punizioni “positive” e “negative”, termini che vanno intesi in senso matematico (e cioè come “segno +” e “segno -“) mentre la stragrande maggioranza delle persone è… condizionata ad intenderle in senso “morale”.

Il rinforzo positivo viene visto genericamente come “premio per un’azione corretta”: il che non è proprio esattissimo, ma all’atto pratico va anche bene e la punizione è intesa, correttamente, come “qualcosa che faccio affinché tu non ripeta un comportamento sbagliato”. Contingency management è messo in atto da parte di un familiare del paziente, in genere un genitore, che banalmente può lodare il figlio (rinforzo positivo) per un lasso di tempo in cui non ha manifestato tic e trattenersi dal commentarli in caso opposto. Per i genitori è fondamentale non pensare ai periodi di peggioramento dei propri figli come ad un fallimento dell’autocontrollo. Infatti il rinforzo positivo non conduce necessariamente alla riduzione della frequenza o dell’intensità dei tic, ma dovrebbe essere di aiuto nell’aumentare la motivazione del bambino a rispettare le altre forme del trattamento.
Secondo Turpin un limite di questa tecnica è che al di fuori dell’ambiente controllato in cui si mette in atto la tecnica, i comportamenti e le loro conseguenze non possono essere tenuti sotto controllo.

Automonitoraggio

Consiste nel documentare la manifestazione dei tic con un cronometro e un blocchetto per gli appunti. Ingrediente essenziale di questa tecnica è un training per il paziente che gli permetterà di identificare accuratamente quando e in che situazione si verifica il tic. Azrin e Peterson (1988) affermano che l’automonitoraggio è efficace in quanto aumenta la consapevolezza dell’individuo sui propri tic. Nel caso si riscontrino difficoltà da parte del soggetto nel distinguere il comportamento manifesto è sconsigliato utilizzare questa tecnica in un self-report di valutazione iniziale o a seguito di un trattamento.

Habit reversal

La procedura (Azrin e Nunn,1973) è composta dalle seguenti tecniche:
– registrazione: i soggetti stimano la frequenza dei tic prima del trattamento e mantengono l’automonitoraggio anche a trattamento iniziato
– training in fase di inconsapevolezza: che, a sua volta, consiste in descrizione della reazione (il soggetto descrive nel dettaglio ogni manifestazione del comportamento), rilevamento della reazione (il terapeuta comunica al paziente ogni manifestazione del comportamento target fino a quando il soggetto è capace di individuare da solo le manifestazioni), segnali di avvertimento (il soggetto viene preparato nell’identificare i segnali precursori del comportamento) e training in fase d’inconsapevolezza della situazione (per permettere al soggetto di essere in grado di descrivere persone, luoghi e situazioni correlate alla manifestazione del tic).
– controcondizionamento: il soggetto è istruito a tenere in tensione dei muscoli che sono incompatibili con il movimento del tic. Il controcondizionamento deve essere sostenibile per molti minuti per produrre un aumento della consapevolezza del coinvolgimento di quei muscoli nel movimento e rafforzarli a discapito di quelli coinvolti nel tic, non deve essere socialmente intrusivo. I soggetti devono mettere in atto questa tecnica all’impulso del tic o all’effettiva manifestazione del tic.
– motivazione del controllo del tic: far descrivere al soggetto in che modo il tic causa dei problemi e in presenza di supporto da parte di amici e parenti fare in modo che questi ultimi incoraggino e supportino i momenti di mancata manifestazione del tic.
– training generale: prova simbolica, pratica e istruzioni per controllare i tic in tutte le situazioni. La prova simbolica consiste nell’istruire i soggetti a immaginare di essere in situazioni descritte nel training in fase d’inconsapevolezza. Il soggetto è incoraggiato a immaginare di non manifestare il comportamento, ma di mettere in atto il rinforzo competitivo.

 

Sindrome di Tourette: i trattamenti durante l’adolescenza

Al pari degli altri adolescenti, i giovani affetti dalla sindrome di Tourette affrontano il tema della loro autonomia e dell’accettazione da parte degli amici e dei membri del sesso opposto. Per gli adolescenti l’identità, l’intimità romantica e sessuale, la separazione dai genitori e le scelte per il futuro sono i temi di sviluppo predominanti. Come per altri adolescenti con malattie croniche, la speranza di ridurre le difficoltà in modo da non sentirsi deboli, svantaggiati o dipendenti, porta molti adolescenti affetti dalla sindrome di Tourette ad essere sospettosi davanti a cure mediche o psicoterapeutiche. Dal momento che questi adolescenti vedono il trattamento psicologico o medico come un’umiliante accettazione della loro debolezza, è spesso utile enfatizzare gli scopi progressivi del trattamento aiutando il giovane a percepire un maggior controllo sui suoi sentimenti, le sue azioni e le sue scelte di vita.

Anche quando i genitori, il gruppo di pari e la scuola sono comprensivi e accoglienti nei loro confronti, gli adolescenti con sindrome di Tourette possono sentirsi fortemente diversi dai pari. Per alcuni ragazzi, a lungo andare, la costante vigilanza dei tic contro l’imbarazzo sociale isola, porta a sviluppare dei sintomi depressivi e plasma la personalità; la perdita del controllo sui tic conduce frequentemente ad un minaccioso e difficile confronto con gli adulti e i pari.

Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (2016) – Cinema & Psicologia

Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti del 2016 ha come protagonisti 3 personaggi: Enzo (il buono), Fabio (il cattivo) e Alessia (la matta). 

 

Profilo psicologico dei protagonisti

Il buono e il cattivo

Siamo a Roma, tempi odierni, quartiere di riferimento: Tor Bella Monaca.
Enzo (Claudio Santamaria) è un criminale qualunque, non lavora e vive di rapine; Fabio (Luca Marinelli), noto come “Lo Zingaro”, fa parte di una banda coinvolta in narcotraffico, e delinquenza in generale.
Le loro storie fino qui sembrano molto simili: stessa vita, stesso quartiere, stessa professione.

Durante i primi minuti della pellicola, il pubblico già ha chiaro chi avrà il ruolo di eroe e chi sarà il cattivo da combattere; nel momento in cui le loro esistenze si intrecciano, capiremo le diverse sfaccettature dei due personaggi e di quanto, in realtà, siano diversi tra loro.
Arriva poi un terzo personaggio fondamentale nella trama: Alessia(Ilenia Pastorelli), figlia mentalmente disturbata di Sergio, uno dei collaboratori de Lo Zingaro e, allo stesso tempo, conoscente di Enzo. Alessia è il personaggio chiave, da dove tutto inizia e tutto finisce.

Enzo, il buono, si capisce già dal trailer: è proprio lui, Hiroshi, meglio noto come Jeeg Robot, forza sovraumana, cuore e acciaio. Enzo è ovviamente differente dal reale Hiroshi; infanzia difficile nel quartiere di periferia, nessun amico in vita, nessun parente. Rapine, budini e film pornografici riempiono le sue giornate. Senza bisogno di svelare altri dettagli, possiamo descrivere Enzo come un uomo dal destino incerto che vive la sua giornata senza progetti né prospettive in una routine catatonica, senza fiducia alcuna negli altri e in se stesso; poi succede qualcosa di inaspettato. La scoperta dei poteri, l’incontro con Alessia, la consapevolezza di poter “salvare” gli altri: inizia la metamorfosi mentale del nostro eroe, che si sveglia da quel coma psichico; finalmente abbatte quel muro che aveva alzato contro ogni emozione. E finalmente si lascia andare: gioia, dolore, rabbia, gratificazione. Enzo rinasce.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

Alessia, la matta, personaggio curioso e coraggioso

Il corpo di una giovane donna intrappolata nella mente fantastica di una bambina.
Cresciuta senza mamma con un rapporto paterno discutibile, Alessia si è creata il suo mondo con l’aiuto del cartone animato Jeeg Robot; è convinta di trovarsi all’interno del cartone stesso e quando conosce Enzo è lei che gli affibbia il ruolo di Hiroshi, giunto per salvare tutti dal giorno delle tenebre.
Inizialmente, Enzo vede Alessia come una responsabilità troppo grande, non sentendosi in grado di prendersene cura; poi se ne innamora e i suoi occhi cominciano a vedere qualcosa che fino a quel momento non avevamo mai visto. Donare qualcosa agli altri, significa dare qualcosa a se stessi.

Fabio, il cattivo narcisista

Fabio, il cattivo; folle, narciso, spietato, meravigliosamente interpretato da un attore che tanto farà parlare di sé: talento indiscusso. Fabio, Lo Zingaro, è il nostro antagonista; uno di quei cattivi adorabili, che tanto si odiano quanto si amano. L’unico desiderio di Fabio, come tutti i narcisisti che si rispettino, è la grandezza, intesa come accumulo di potere e rispetto di tutti. E’ disposto a qualunque cosa per ottenerla e quando scopre i poteri di Enzo e l’ammirazione che questi suscitano nella folla, il suo unico obiettivo è diventare come il nostro supereroe e annientarlo.

Considerazioni

Un finale non scontato come sembrerebbe, dove la psicologia dei personaggi è studiata per renderli tutti e tre perfettamente complementari l’uno all’altro, in un movimento circolare continuo, come la ruota panoramica che Enzo fa girare per Alessia.
Non è facile riportare un cartone animato in una storia moderna.
Grazie Mainetti, per aver fatto sognare di nuovo la nostra generazione.

Schizofrenia: le credenze metacognitive nell’esordio e nel mantenimento dei sintomi psicotici

Nell’ambito della schizofrenia è interessante capire in che modo le variabili prettamente psicologiche come le credenze metacognitive, possano giocare un ruolo nell’evoluzione dei diversi percorsi che questa psicosi può assumere.

La metacognizione permette all’individuo che la possiede di mentalizzare, cioè vedere e capire se stesso e gli altri in termini di stati mentali (sentimenti, convinzioni, intenzioni e desideri), e pensare e compiere riflessioni sul proprio e altrui comportamento.

In tal senso che impatto avrebbero i processi e le credenze metacognitive sull’evoluzione della schizofrenia? Che relazione potrebbe delinearsi tra sintomi psicotici e fattori metacognitivi nelle diverse fasi di andamento del disturbo?

 

Variabili metacognitive come fattori di rischio per l’esordio psicotico

Secondo Wells (2007) le variabili metacognitive costituirebbero un fattore di rischio per l’esordio psicotico dal momento in cui nella mente dell’individuo si attivano una serie di processi e strategie cognitive che incrementano e accelerano i sintomi psicotici positivi della schizofrenia come ad esempio le allucinazioni.

In altre parole, il disturbo evolve piu’ rapidamente quando insorge la sindrome cognitivo-attenzionale e la persona sviluppa processi attenzionali e cognitivi disfunzionali riguardo i propri sintomi psicotici.

In generale, nell’ambito della psicopatologia il modello metacognitivo ipotizza che l’insorgenza e il mantenimento di un disturbo di ordine psicologico o psichiatrico sia correlata all’attivazione di uno stile di pensiero maladattivo che interferisce negativamente con la regolazione emotiva.  A seguito di questi processi rimuginativi e ruminativi e di altre strategie cognitive-comportamentali disfunzionali vi sarebbero dunque prolungati stati emotivi negativi e di distress.

 

Le credenze metacognitive nei pazienti schizofrenici

In  particolare riguardo la schizofrenia diversi studi hanno riscontrato nei pazienti schizofrenici una presenza maggiore di tutte le categorie delle credenze metacognitive disfunzionali rispetto ai soggetti di controllo non psichiatrici (Morrison and Baker2000; Morrison and Wells2003; Morrison et al. 2007). Tra questi alcuni studi hanno riscontrato un elevato livello delle credenze metacognitive positive riguardo il rimuginio, delle credenze negative riguardo l’incontrollabilita’ dei pensieri e delle credenze relative alla necessita’ di controllare i propri pensieri in soggetti predisposti a esperienze psicotiche (Morrison et al.2000, Garcia-Montes et al.2006).

Similmente, secondo lo studio di Morrison et al. (2007) anche le persone che sono a rischio di sviluppare una psicosi presentano in misura significativamente maggiore credenze metacognitive positive riguardo il rimuginio e credenze negative di incontrollabilita’ dei pensieri e scarsi livelli di fiducia nella propria mente e nelle sue funzioni. In secondo luogo, il livello  di presenza – maggiore o minore – delle credenze metacognitive sarebbe in grado di discriminare soggetti sani, persone a rischio di esordio psicotico e pazienti con diagnosi di psicosi (questi ultimi con livelli maggiori rispetto ai soggetti a rischio di esordio psicotico) – quasi secondo un continuum.

Altri studi riportano risultati contrastanti non riscontrando un’associazione tra maggiori livelli di credenze metacognitive e sintomi psicotici (Brett et al.2009), suggerendo che la correlazione chiave sia tra credenze metacognitive e sintomi ansioso-depressivi spesso presenti in comorbidita’ con le psicosi.

 

La relazione tra credenze metacognitive e andamento della schizofrenia

Uno degli studi piu recenti in letteratura (Austin et al., 2015) ha voluto indagare la relazione tra crendenze metacognitive e l’andamento del disturbo in una coorte di circa 500 pazienti con diagnosi di schizofrenia. L’andamento della schizofrenia puo’ collocarsi entro tre categorie principali: la remissione dei sintomi psicotici, l’alternanza tra periodi in cui vi sono sintomi psicotici  e periodi di remissione, e infine la presenza costante di sintomi psicotici.  Dai risultati è emerso che la presenza di credenze cognitive maladattive varia in funzione delle categorie di andamento del disturbo psicotico: un livello piu’ elevato di credenze metacognitive e’ associato a un’evoluzione piu grave e cronica della malattia e alla presenza continua dei sintomi psicotici.

Inoltre le credenze relative alla necessita’ di controllare i propri pensieri predicono in maniera statisticamente rilevante la presenza continuativa di sintomi psicotici senza periodi di remissione. In generale, le credenze metacognitive prese nel loro insieme sarebbero in grado di spiegare una significativa porzione della varianza dell’andamento del disturbo, anche tenendo sotto controllo altri fattori causali co-occorrenti.

Ulteriori ricerche saranno necessarie per poter dimostrare una relazione causale tra credenze metacognitive ed evoluzione delle psicosi, poichè al momento è anche possibile che l’aumento e la persistenza dei sintomi psicotici porti a maggiori livelli di credenze metacognitive maladattive, e non viceversa.

Al di la’ della verifica del modello teorico metacognitivo nell’eziopatogenesi della schizofrenia – che avrebbe ricadute importanti in ambito clinico –  alcuni studi preliminari indicano che i cambiamenti nelle credenze metacognitive maladattive sarebbero associati a una riduzione dell’ansia e del distress correlati ai sintomi allucinatori (Solem et al.2009; Hepworth et al.2011). Questa serie di studi permette di esplorare come componenti centrali della teoria metacognitiva possano avere ruolo oltre i disturbi d’ansia e la depressione ed estendersi anche a forme psicopatologiche più severe e invalidanti.

 

Congresso Internazionale Terapia Metacognitiva Milano 2016

Personalità narcisistica: chi si assomiglia si piglia

Siamo nell’epoca della personalità narcisistica, dell’autocelebrazione, dei selfie, dell’incensarsi e tessere le proprie lodi, dell’ognuno si salva da solo (e eventualmente a discapito degli altri). O almeno, questo è quello che pare leggendo le opinioni di critici e sociologi. 

 

La personalità narcisistica nella società

L’interesse per il narcisismo e la personalità narcisistica si sta diffondendo a macchia d’olio negli ultimi anni, sia da un punto di vista clinico che nel senso comune, per strada, al bar. Siamo passati da un momento storico in cui non tutti conoscevano il significato di questa parola e delle sue diverse accezioni, a un contesto sociale e culturale in cui si parla di società narcisistica, di relazioni narcisistiche, e in piccola parte anche di disturbo. Siamo nell’epoca dell’autocelebrazione, dei selfie, dell’incensarsi e tessere le proprie lodi, dell’ognuno si salva da solo (e eventualmente a discapito degli altri). O almeno, questo è quello che pare leggendo le opinioni di critici e sociologi. Poi c’è da capire se non sia sempre stato così, solo con meno attenzione mediatica alla cosa, ma questo è un altro discorso.

 

Qual è il prototipo del narcisista?

Allora, facilmente pensando al prototipo del narcisista a molti di noi vengono in mente persone poco piacevoli. Gli individui con personalità narcisistica sono individui auto-centrati e auto-riferiti, egocentrici, che non prendono in considerazione l’altro nei suoi bisogni o nelle sue opinioni, che scalano quello che devono scalare pestando i piedi necessari. Non mettere in discussione le proprie opinioni, andare avanti e mirare sempre in alto.

C’è chi dice che la società attualmente rinforzi questo atteggiamento, promuovendo una dinamica di estremo appetito e abbuffate di potere, c’è chi dice che invece la società per come la troviamo oggi sia stata riempita da persone di questo tipo e da dinamiche coerenti con loro stessi, che sia in qualche modo l’esito e non la causa. La vecchia diatriba dell’uovo e della gallina.

Sta di fatto che questo è. Sta di fatto che probabilmente tante persone che hanno avuto a che fare con il prototipo descritto (anche se è sempre una questione di sfumature, e difficilmente la realtà è rappresentata da prototipi), si sono fatti la fatidica domanda ‘Ma questo, ha degli amici?’, anche declinata come ‘Ma questo, chi se lo sceglie come marito?’. (Viene facile parlare al maschile per ragioni prototipiche, appunto, non me ne vogliate).

 

Personalità narcisistica e affinità relazionali: cosa dice una nuova ricerca

Ebbene, questa è, più o meno, la domanda a cui ha cercato di rispondere un gruppo di ricercatori tedeschi, con un articolo che uscirà su Personality & Social Psychology Bulletin il prossimo marzo.

Nello studio di Maaß, Lämmle, Bensch e Ziegler, i ricercatori hanno approfondito quanto due amici simili in termini di caratteristiche narcisistiche fossero simili anche in altri aspetti della personalità. Per fare questo, 290 coppie di migliori amici hanno compilato un questionario sul narcisismo e un questionario più complessivo sulla personalità: le analisi dei dati hanno valutato quanto l’essere simili in termini di personalità narcisistica potesse predire somiglianze anche in altri aspetti.

In sostanza, gli studiosi si sono chiesti se condividere tematiche tipiche della personalità narcisistica potesse essere un fattore di legame e similarità anche in altri aspetti della diade di amici. I risultati hanno detto sì, e anche parecchio. In particolare, l’indice di somiglianza tra due amici nella sfera narcisistica si è dimostrato in grado di predirne la somiglianza anche in tutte le altre caratteristiche personologiche indagate (neuroticismo, estroversione, amabilità, coscienziosità e apertura all’esperienza).

La cosa interessante è che precedenti ricerche che hanno esplorato la somiglianza caratteriale tra i migliori amici hanno indicato invece che tendenzialmente le persone scelgono amici molto diversi da sé, per cui troviamo più frequentemente introversi con estroversi, pessimisti con ottimisti, e così via (Furr & Wood, 2013).

La cosa ancora più interessante è che questo dato è stato confermato dallo studio tedesco: lasciando stare la misura del narcisismo, ma analizzando semplicemente le dimensioni di personalità raccolte, anche in questa ricerca le coppie di migliori amici si sono mostrate differenti tra loro, in tutti i 5 aspetti indagati, tanto quanto erano differenti tra loro persone sconosciute.

Ma cosa succede se nelle analisi consideriamo anche la personalità narcisistica? Succede che le caratteristiche di personalità di un soggetto con alti livelli di narcisismo, controcorrente rispetto al resto del campione, sono molto simili a quelle del suo migliore amico. Inoltre, questa somiglianza è ancora più forte (il doppio) se anche l’altro componente della diade ha punteggi alti in narcisismo. In sostanza, nel caso di un narcisista appaiato a un altro narcisista, le personalità della diade sono risultate sostanzialmente sovrapponibili: più il narcisismo della coppia di amici è alto, più gli amici sono simili.

 

Conclusioni

Cosa ci dicono questi dati? Le interpretazioni possono essere diverse (e devono sempre essere caute). In parte, ci dicono che chi possiede una personalità narcisistica sceglie se stesso come migliore amico, o quantomeno una versione molto poco modificata di sé.

Potrebbero anche dirci che i narcisisti non stanno bene in rapporti con persone troppo diverse da loro, e in questo caso rimane da capire perché. Una possibilità (quella che viene in mente a tutti più facilmente) è che vogliano passare il proprio tempo con persone altrettanto speciali, oppure che persone meno speciali li annoino, oppure ancora che non abbiano voglia di impiegare risorse con qualcuno che ha reazioni e emozioni così diverse dalle proprie. Un’altra ipotesi suggerita dagli autori va un po’ per esclusione, suggerendo che solo una personalità narcisistica possa sostenere il peso di amici narcisisti. Una sorta di selezione naturale, insomma.

Un’ipotesi a mio avviso più interessante, e forse anche più utile da un punto di vista di intervento e terapia, è più benevola. E se fosse che persone con alti livelli di narcisismo semplicemente non fossero tanto abili a avere a che fare con chi funziona secondo regole diverse dalle proprie, semplicemente perché le proprie sono le uniche regole che conoscono? E se qualcuno che funziona così diversamente mettesse in crisi le loro regole e li facesse sentire persi?

Allora, ecco, questa interazione con persone diverse da sé potrebbe essere qualcosa da apprendere e su cui allenarsi, invece di limitare la persona a selezionare solo chi sta in cima alla piramide.

Le distorsioni cognitive nei processi di valutazione: conoscerle per esserne consapevoli

Nessuno di noi è immune dalle distorsioni cognitive, tuttavia, essere consapevoli della loro esistenza può aiutare; una generica componente delle distorsioni cognitive è presente infatti in qualsiasi giudizio, in quanto esso è legato ad un fattore percettivo e dunque ad una visione della realtà filtrata soggettivamente da chi valuta.

 

Le distorsioni cognitive: introduzione

All’interno di un’organizzazione, il processo di valutazione delle prestazioni ha un significato gestionale ben preciso, ovvero serve per analizzare il contributo fornito da ciascuna risorsa al raggiungimento degli obiettivi aziendali. E’ anche uno dei doveri più delicati di ogni manager che, in quanto essere umano, utilizza le proprie abilità cognitive per stabilire quale sia la valutazione più idonea da attribuire alla prestazione di un collaboratore. Per quanto cerchi di essere il più obiettivo possibile, chi valuta è un essere umano che, inevitabilmente, risente delle influenze dei precedenti modelli esperienziali, del contesto culturale in cui opera, delle proprie credenze e convinzioni, quindi può commettere degli errori di giudizio che danno origine a quelli che in psicologia vengono definiti biases della valutazione.

Poiché alla base della valutazione c’è un processo cognitivo di osservazione ed interpretazione della realtà, possono esserci delle distorsioni cognitive (biases valutativi), indotte da un pregiudizio del soggetto che valuta.
Così come avviene per la nostra percezione visiva, anche la nostra ragione può essere ingannata. Nessuno di noi è immune dalle distorsioni cognitive, tuttavia, essere consapevoli della loro esistenza può aiutare; una generica componente delle distorsioni cognitive è presente infatti in qualsiasi giudizio, in quanto esso è legato ad un fattore percettivo e dunque ad una visione della realtà filtrata soggettivamente da chi valuta.
Chi valuta è, come tutti, soggetto a pregiudizi, ossia atteggiamenti favorevoli o sfavorevoli verso l’oggetto del giudizio; conoscere le principali tipologie di biases cognitivi, però, può aiutare a limitare i danni di una valutazione inappropriata.

 

Le distorsioni cognitive: quali sono?

Consideriamo innanzitutto il cosiddetto bias di conferma: a ciascuno di noi piace essere d’accordo con le persone che sono d’accordo con noi e ciascuno di noi tende ad evitare individui o gruppi che ci fanno sentire a disagio: questo è ciò che lo psicologo B.F. Skinner (1953) ha definito “dissonanza cognitiva”. Si tratta di una modalità di comportamento preferenziale che porta al bias di conferma, ovvero l’atto di riferimento alle sole prospettive che alimentano i nostri punti di vista preesistenti. Molto simile al bias di conferma è il bias di gruppo, che ci induce a sopravvalutare le capacità ed il valore del nostro gruppo, a considerare i successi del nostro gruppo come risultato delle qualità dello stesso, mentre si tende ad attribuire i successi di un gruppo estraneo a fattori esterni non insiti nelle qualità delle persone che lo compongono. Le valutazioni affette da queste tipologie di distorsioni cognitive possono risultare poco chiare a chi viene valutato, che spesso non comprende le basi sulle quali la valutazione si fonda e che invece nota, d’altra parte, un’eccessiva intransigenza di pensiero.

Un altro bias frequente è la cosiddetta fallacia di Gabler, ovvero la tendenza a dare rilevanza a ciò che è accaduto in passato e che i risultati di oggi siano del tutto influenzati da tali eventi. Quindi, i collaboratori valutati sempre positivamente nel corso della loro carriera tenderanno ad essere valutati ancora positivamente anche se a volte le loro prestazioni non risulteranno così positive.

L’errore per somiglianza, invece, è un bias legato alla tendenza di un manager con forte autostima a sopravvalutare i collaboratori che hanno delle caratteristiche analoghe alle sue, mentre l’errore per contrasto è un bias di un manager con bassa autostima che tende a premiare i collaboratori che presentano delle caratteristiche in lui carenti o assenti.
Altamente nocivo risulta essere anche il cosiddetto bias della negatività, ovvero un’eccessiva attenzione rivolta verso elementi negativi, che vengono considerati come i più importanti. A causa di questa distorsione, si tende a dare maggior peso agli errori, sottovalutando i successi e le competenze acquisite ed attribuendo così una valutazione negativa alla prestazione.

Infine, il bias dello status quo è una distorsione valutativa dovuta alla resistenza al cambiamento. Il cambiamento spaventa, si ama la propria routine e si tenta, quindi, di mantenere le cose così come stanno. La parte più dannosa di questo pregiudizio è l’ingiustificata supposizione che una scelta diversa potrà far peggiorare le cose.

Una riflessione sulle diverse tipologie di distorsioni cognitive può certamente contribuire a ridurne alcuni effetti e spingere chi valuta ad agire come gli scrittori naturalisti, che assegnavano all’opera narrativa il compito di attenersi ad una descrizione impersonale ed oggettiva della materia rappresentata. L’opera narrativa era per i naturalisti un laboratorio per l’osservazione fredda e distaccata della realtà, di cui lo scrittore, al pari di uno scienziato, doveva registrare impassibilmente i fenomeni. Applicando cioè all’arte i metodi ed i risultati della scienza, gli scrittori naturalisti si prefiggevano di riprodurre la realtà con perfetta obiettività. Il metodo scientifico galileiano venne assorbito a tal punto dalla letteratura naturalista che gli autori, ancor prima di scrivere i loro romanzi, si dedicavano all’osservazione ravvicinata del fenomeno da descrivere in modo da essere i più oggettivi possibile; analogamente, in azienda, chi ricopre ruoli di responsabilità ed è chiamato a valutare i propri collaboratori dovrebbe innanzitutto osservare i fatti e poi valutarli con il giusto distacco ed oggettività.

Bisogni Educativi Speciali – BES: best practice per una Buona Scuola dei bambini e dei ragazzi

La Circolare ministeriale sugli alunni con BES – Bisogni Educativi Speciali – riprende i principi alla base delle riflessioni e dei risultati di ricerca in psicologia e pedagogia: ogni bambino apprende in modo diverso in funzione delle capacità e delle storie personali di vita.

 

Circolare Ministeriale per chiarire il concetto di Bisogni Educativi Speciali

La Circolare Ministeriale 8/2013 è stata emanata con l’obiettivo di chiarire il concetto di Bisogni educativi speciali, presentati nella Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 ‘Strumenti di intervento per alunni con BES e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica’.

Un concetto che ogni educatore, insegnante, nonno, genitore conosce: i bambini sono tutti diversi, sono portatori di storie individuali, di fatiche esistenziali, di difficoltà emotive, sociali, cognitive e culturali che possono rendere complesso l’apprendimento, influenzarlo in positivo o in negativo. Ogni bambino ha bisogno dei suoi tempi, dei suoi spazi e dei suoi modi per apprendere che non è altro che dire che ha bisogno di strumenti compensativi o dispensativi, ovvero di essere aiutato da adulti capaci di comprendere quello che sta vivendo.

La Circolare ministeriale sugli alunni con Bisogni Educativi Speciali riprende quindi i principi alla base delle riflessioni, degli studi e dei risultati di ricerca in psicologia e pedagogia: ogni bambino apprende in modo diverso in funzione delle capacità e delle storie di vita personali.

 

I Bisogni Educativi Speciali prima della Circolare ministeriale

Il rispetto dei bisogni di diversità e il diritto al benessere psicologico in uno dei contesti di vita primari del bambino è il presupposto dei progetti di inclusione che hanno l’obiettivo di accogliere il disagio sociale, culturale, psicologico (emotivo-cognitivo) per offrire spazi di crescita e di sviluppo. Prima della circolare ministeriale relativa ai Bisogni Educativi Speciali, i bambini e i ragazzi che presentavano difficoltà erano lasciati a sé stessi.

L’impossibilità di raggiungere i risultati definiti dai programmi trasformano le storie di vita dei ragazzi in storie di sofferenza e di abbandono scolastico. La scuola non era per tutti perché impostata soltanto per i ragazzi che avevano le capacità cognitive ed emotive per raggiungere i risultati definiti dai programmi o le famiglie in grado di sostenerli in questo percorso.

Con la Circolare Ministeriale 8/2013 si è cercato di rimediare a questo problema riconoscendo le difficoltà di un bambino nel suo percorso formativo. A due anni dall’emanazione della Circolare 8/2013 relativa ai Bisogni Educativi Speciali  è possibile fare un bilancio culturale di come la scuola ha affrontato l’obiettivo dell’inclusione scolastica proprio attraverso la lettura dal basso, la valutazione delle famiglie, dei bambini che arrivano agli sportelli di ascolto degli psicologi e pedagogisti individuando le criticità che si sono presentate nel processo di gestione educativa, relazionale e didattica per poi valutare invece le best practice in caso di Bisogni Educativi Speciali.

 

Le criticità del concetto di Bisogni Educativi Speciali

Il primo aspetto che si è evidenziato come criticità è la tendenza all’etichettamento a cui i bambini e le loro famiglie sono stati sottoposti. Il Bisogno Educativo Speciale è diventato nel linguaggio comune un aggettivo che qualifica erroneamente il nome ‘bambino’. Un errore semantico grave che ha portato a un linguaggio politically incorrect come ‘lui è un bambino BES o ‘tutti i BES vengono con me’ o ‘questa è una prova solo per i BES‘ o ‘hanno tolto il BES a mio figlio‘.

Bambini etichettati, insieme ai DSA o altre etichette che assumono il valore di un marchio di uno stigma per un bambino che percepisce soltanto di non essere come gli altri. E’ fondamentale ricordarsi che i Bisogni Educativi Speciali esprimono, invece, un bisogno di cui il bambino è portatore e come tale richiede un’osservazione ed un percorso di progettazione didattica educativa centrata sulla personalizzazione degli apprendimenti.

Il secondo aspetto è la facilità con cui è stata fatto rientrare qualsiasi caratteristica di bambino nella definizione di Bisogni Educativi Speciali : il bambino timido, vivace, aggressivo in un attimo è diventato un bambino che ha un problema emotivo, sociale, cognitivo. Nello stesso tempo si è assistito alla tendenza di diagnosticare qualsiasi comportamento con un linguaggio tecnico preso in prestito dalla psicologia che fuori da un contesto professionale accurato diventa uno strumento di labeling.

E’ importante invece ricordarsi che i Bisogni Educativi Speciali rappresentano dei semplici bisogni di cura, di attenzione, di rispetto dei tempi del bambino che non hanno nulla a che fare con un processo diagnostico.

Il terzo aspetto è collegato al precedente e rappresenta un paradosso dello stesso: la richiesta la certificazione di un BES, confondendo il bisogno educativo di un bambino che è sempre transitorio, con un quadro psicopatologico che definisce un tratto della persona. Alla luce di queste criticità è possibile ribadire che la Buona Scuola dei bambini e dei ragazzi non ha bisogno di altri strumenti di classificazione, di differenziazione, ma di inclusione attraverso modalità di fare scuola orientata alla personalizzazione dell’apprendimento, che valorizza le risorse del gruppo classe e del percorso personale di ciascuno.

 

Bisogni Educativi Speciali e best practice

Ed ecco allora che la Buona Scuola dei bambini e dei ragazzi diventa una scuola che lavora per l’inclusione, l’integrazione, il diritto alla diversità di apprendimento, la valorizzazione della storia e delle origini di ogni bambino.

La personalizzazione degli apprendimenti diventa, quindi, un obiettivo trasversale della scuola che si avvale di metodologie di insegnamento e di gestione della classe basate sulle risorse e potenzialità di ogni bambino che sono meglio espresse all’interno del gruppo classe anziché del rapporto individuale insegnante allievo.

In questa prospettiva la scelta della apprendimento cooperativo diventa una best practice in grado di lavorare sul fronte dello sviluppo delle competenze cognitive e parallelamente su quelle emotive, sociali e culturali.

L’apprendimento cooperativo diventa quindi un’opportunità concreta per gestire i bisogni educativi di ogni bambino e di iniziare un percorso verso una scuola delle competenze che pone la conoscenza a servizio del saper essere e del saper fare.

Disturbo di Dismorfismo Corporeo: Assessment, Diagnosi e Trattamento (2015) – Recensione

Dismorfofobia o Disturbo di dismorfismo corporeo: mettiamo che ogni mattina, prima di uscire di casa, dovessimo fare i conti con uno specchio che riflette un’immagine di noi inaccettabile. Puntualmente ogni giorno, da anni, in ogni riflesso, in ogni sguardo altrui, il nostro pensiero va subito a quel difetto.

 

Il disturbo di dismorfismo corporeo

Quel difetto che fa di noi un mostro ripugnante, e non riusciamo a staccare la spina perché la nostra attenzione va sempre li. Eppure non è sempre stato così…. Quando questo incubo è iniziato?

Antonio Scarinci e Roberto Lorenzini nel manuale ‘Disturbo Di Dismorfismo Corporeo – Assessment, Diagnosi e Trattamento‘ spiegano come l’esordio del disturbo di dismorfismo corporeo (Body Dysmorphic Disordere, BDD) avvenga per lo più durante l’adolescenza, periodo per eccellenza di grandi cambiamenti, in cui ciò che sono e ciò che vorrei essere diventano due entità spesso in conflitto dove il corpo gioca un ruolo chiave.

È attraverso il corpo che ricerchiamo l’accettazione dei pari cercando di aderire ai canoni di bellezza dettati dalla cultura di appartenenza e che spesso sono lontani dalla realtà. E allora inizia il controllo, il desiderio di accettazione si fa sempre più forte, e in maniera direttamente proporzionale aumenta l’attenzione verso quel difetto che ci impedisce di soddisfare il nostro desiderio.

Scarinci e Lorenzini nel secondo capitolo in cui parlano dello stile cognitivo mettono bene in evidenza come: ‘I soggetti con disturbo di dismorfismo corporeo perdono la visione d’insieme della propria immagine‘ mostrando ‘un’attenzione selettiva al dettaglio e al particolare e una difficoltà di sintesi‘. A questi si associano una forte tendenza all’autovalutazione negativa, perfezionismo, tendenza e illusione di controllo, evitamento, pensiero catastrofico, rimuginio, attenzione selettiva e polarizzazione degli scopi.

 

Gli stati emotivi dolorosi legati al disturbo di dismorfismo corporeo

Come sottolineano gli autori a questo quadro si aggiungono stati emotivi intensi e molto dolorosi; la vergogna cui spesso si associa la colpa perché non si è stati capaci di affrontare la situazione in maniera adeguata, e qui nasce il connubio: difetto del corpo-difetto dello spirito, una profonda tristezza che ci segnala la perdita di un’immagine corporea bella ma anche la tristezza che emerge quando si affaccia la consapevolezza del disturbo.

E per ultima, ma non per importanza, gli autori citano l’invidia come emozione più devastante, motore di un circolo vizioso interpersonale in cui l’ostilità fa si che gli altri si allontanino e più questi si allontanano più l’ostilità cresce.

E allora si cerca di fare qualcosa: il controllare, l’evitare e il mettere in atto comportamenti volti alla promozione di una bella immagine di se possono essere visti come un piano per stare lontani da quel luogo mentale intollerabile appreso dalla nostra storia di vita, come suggeriscono Sassaroli e Ruggiero (2013). Tutto ciò incide molto sulla qualità di vita, in alcuni casi le condotte di evitamento possono essere forti e il dolore talmente intenso da portare ideazione sucidaria e tentativi estremi di neutralizzazione di sé e del dolore. Per questo motivo il disturbo di dismorfismo corporeo risulta un disturbo complesso in cui una rapida diagnosi e una buona concettualizzazione del caso risultano essere fondamentali per il trattamento.

 

La psicoterapia per il disturbo di dismorfismo corporeo

Nella seconda parte del libro oltre alla spiegazione di alcuni questionari self report, utili alla concettualizzazione del caso viene posta l’attenzione sugli step da seguirsi nel percorso psicoterapico con un paziente affetto da disturbo di dismorfismo corporeo. Il primo passo è quello di creare un’alleanza terapeutica, fondamentale in tutti i tipi di interventi ed in particolar modo con il paziente dismorfofobico, alta è la sofferenza legata al proprio difetto corporeo e altrettanto alta è anche la sofferenza legata al fatto che le persone e a loro vicine non capiscono e non comprendono quello che stanno vivendo.

Ricostruire insieme la storia di vita, capire l’origine e le cause del disagio trovando gli eventi più significativi è fondamentale perché, come sottolineato nel manuale, sono proprio quelle situazioni che nella maggior parte dei casi ‘hanno influenzato la costruzione di un’immagine negativa di sé rispetto all’amabilità personale e al valore, e che hanno inciso profondamente sull’autostima‘. Capire il mondo da cui veniamo ci serve per comprendere che spesso, per guardare il presente, usiamo delle lenti che in primis riflettono i nostri antichi vissuti e la paura a questi legati.

Solo dopo aver costruito con il paziente la storia di quel mondo, e dopo aver messo in evidenza che fra lui e ciò che vede oggi ci sono queste lenti, si può passare ad analizzare insieme gli eventi di oggi, le emozioni che proviamo e i pensieri che emergono e che spesso non ci aiutano. Come suggerito nel manuale lo scopo però non è quello di modificare le credenze disfunzionali, bensì imparare a vedere i pensieri come un qualcosa di passeggero e osservabile dall’esterno per modificare invece le strategie di controllo, di monitoraggio e di evitamento messe in atto, e che rappresentano il circolo vizioso che accresce la sofferenza.

Più cresce la sofferenza più il vissuto emotivo si fa intenso e, come spesso accade a chi soffre di disturbo di dismorfismo corporeo, si può arrivare a vivere stati di depersonalizzazione dove quel corpo che vediamo non rappresenta più noi stessi. Come riportato nel libro a questo punto è importante imparare insieme al paziente a riconoscere le proprie emozioni, distinguerle e tramite specifiche tecniche distaccarsi da queste per vedere come esse siano transitorie.

 

Accettare le imperfezioni nel disturbo di dismorfismo corporeo

Detto questo rimane il fatto che nel disturbo di dismorfismo corporeo l’imperfezione è ciò che non viene accettato, ma spesso ‘accettare ciò che accade nella vita è una strategia efficace per ridurre la sofferenza‘, possiamo così trovare nel manuale utili strategie che si rifanno all’ ACT (Accepatance and Commitent Therapy) per aiutare il paziente ad accettare il difetto del corpo, che in quanto umano non potrà mai essere perfetto e con il passare del tempo andrà incontro ad una sua evoluzione, e dedicare energie al raggiungimento di scopi più probabili e in quanto tali altrettanto soddisfacenti.

Ma oltre all’accettazione del difetto altrettanto importante è aiutare chi soffre di disturbo di dismorfismo corporeo ad aumentare la propria autostima, rassicurazioni e complimenti esterni servono tanto quanto il due di picche nel gioco della briscola in quanto loro stessi sono il giudice più severo che possono incontrare. Vengono pertanto riportate nel manuale tecniche che favoriscono l’accettazione compassionevole di sé e dei propri limiti e che si rifanno alla Compassion Focused Therapy con lo scopo di vivere il proprio giudice interno non più come qualcuno da temere ma qualcuno da accogliere.

In ultimo vengono suggerite tecniche di esposizione prima immaginativa e poi graduale per far sperimentare alla persona quanto in realtà lei/lui sia più forte delle sue paure. E per concludere viene spiegato come lavorare insieme sull’analizzare i costi e i benefici delle strategie fino ad ora adottate, per poi costruire un piano di vita che sia più funzionale e soddisfacente, in cui ciò che possediamo illumina e mette in evidenza l’inconsistenza di ciò che riteniamo doloroso e inaffrontabile.

Il manuale si conclude con un piccolo paragrafo dedicato a chi è parente di un soggetto affetto da disturbo di dismorfismo corporeo, cui segue una rassegna di casi clinici importanti per entrare e comprendere più a fondo un disturbo complesso e che porta a vivere così alti livelli di sofferenza.

Il disvelamento nella relazione terapeutica: come effettuarlo per renderlo efficace

Tutti gli interventi che il terapeuta, insieme con il paziente, effettua al fine di analizzare e consolidare la relazione terapeutica sono utilissimi. Tra le molte operazioni che si possono fare a questo scopo, un ruolo centrale trovano le tecniche di disvelamento o self-disclosure, basate sulla rivelazione di aspetti di sé del terapeuta.

 

Il disvelamento nella terapia metacognitiva interpersonale

Nella Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) l’alleanza terapeutica ricopre un ruolo centrale non solo perché permette al paziente e al terapeuta di cooperare al fine di comprendere la sofferenza del paziente. Essa altresì rappresenta uno strumento terapeutico in sé, nella misura in cui gli schemi del paziente si manifestano, incontrando il mondo interno del terapeuta, nel setting terapeutico. La possibilità di avviare una riflessione sul ciclo interpersonale che si avvia in seduta e sugli schemi del paziente, attivi nel qui ed ora, permette di incrementare in maniera molto efficace le sue capacità metacognitive.

In questo senso quindi, tutti gli interventi che il terapeuta, insieme con il paziente, effettua al fine di analizzare e consolidare la relazione terapeutica sono utilissimi. Tra le molte operazioni che si possono fare a questo scopo, un ruolo centrale trovano le tecniche di disvelamento o self-disclosure, basate sulla rivelazione di aspetti di sé del terapeuta. Innanzitutto [blockquote style=”1″]il disvelamento consiste in dichiarazioni esplicite, da parte del terapeuta, su ciò che sta provando e pensando in un certo momento[/blockquote] (Dimaggio, Semerari, 2003). Il disvelamento rappresenta inoltre un aspetto centrale nelle metacomunicazioni che Safran e Muran (2000) propongono come strumento principale per la ricomposizione dell’alleanza terapeutica a seguito di una frattura.

In TMI (Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore 2013), il disvelamento oltre che come tecnica per ristabilire una buona alleanza, si caratterizza anche come strategia che permette un’esplorazione del mondo interno del paziente quindi finalizzata alla ricostruzione del suo schema.

In pratica, possiamo sintetizzare le sue funzioni in tre macro tipologie:
1) Disvelamento di emozioni e pensieri del terapeuta analoghi a quelli presenti nel racconto del paziente (similmente ad una operazione validazione e di rispecchiamento empatico) al fine di rafforzare l’alleanza terapeutica.
2) Disvelamento di esperienze del terapeuta affini per similitudine a quelle narrate in seduta dal paziente al fine di risolvere uno stato di frattura dell’alleanza terapeutica con lo scopo di creare, anche qui, un rispecchiamento.
3) Disvelamento di reazioni “controtrasferali” all’interno di un ciclo interpersonale disfunzionale in terapia al fine di incrementare la comprensione dello schema del paziente e dei cicli che da esso si possono attivare (quindi un utile strumento per l’incremento della sua metacognizione) e ristabilire l’alleanza terapeutica.

 

Esempi clinici di disvelamento

Riporto, a titolo esemplificativo, alcuni esempi clinici relativi alle tre tipologie evidenziate, tratti da mie terapie.

1. Carlo ha 46 anni e soffre di disturbo da attacchi di panico e ipocondria. In uno stato avanzato della terapia si lavorava sugli evitamenti degli esami clinici, che a causa di una patologia cronica pregressa, il paziente avrebbe dovuto effettuare. Era stato ricostruito uno dei suoi schemi interpersonali, che era: quando mi sento vulnerabile desidererei essere supportato, ma l’altro non mi offre supporto, non mi capisce e mi invalida. La risposta del sé era di sentirsi solo e ancora più vulnerabile. Privo di supporto, Carlo tendeva a chiudersi e a evitare le situazioni (ad esempio gli esami clinici) in cui si sentiva più vulnerabile.
Durante una seduta Carlo stava descrivendo i suoi stati d’ansia connessi all’effettuazione degli esami e di quanto temesse un risultato negativo. Per evitare questa ansia, Carlo era consapevole di preferire non sapere. La terapeuta, nell’intento di validare il timore di Carlo di fare gli esami e di avere la possibile brutta risposta, racconta che proprio in quel periodo doveva effettuare dei controlli e che per la stessa ragione, in cuor suo sperava di non farli per evitare l’ansia dell’attesa dei risultati. Carlo a quel punto si stupisce della dichiarazione della terapeuta: “Non pensavo che anche lei avesse questi pensieri … ed inoltre questo mi aiuta a percepire lei come una persona reale, con delle vulnerabilità e mi fa sentire capito e meno sbagliato”.
Carlo inoltre, in sedute successive, ha riferito che quella volta non solo si è sentito accolto, ma a differenza di altre terapie già fatte, questo lo aveva aiutato a percepire la terapeuta come più autentica, con vulnerabilità del tutto umane che non intaccavano tuttavia l’idea che fosse per lui un punto di riferimento. Questo gli ha permesso di non idealizzare la terapeuta e assumere un atteggiamento più benevolo verso i propri limiti. Questo episodio è stato l’inizio del cambiamento dello schema: adesso a fronte della manifestazione della vulnerabilità, la risposta dell’altro inizia a diventare: comprende e accetta.
2. Claudia, 33 anni, presenta tratti narcisistici, con un disturbo d’ansia generalizzato. In una fase iniziale della terapia, il lavoro terapeutico sembra in uno stato di impasse. La terapeuta si era accorta di sentirsi implicata in una sorta di lotta su chi avesse ragione sulle varie tematiche affrontate. La paziente spesso contraddiceva la terapeuta e quest’ultima si accorgeva di sentirsi svalutata. Lo schema di questa paziente si caratterizzava per il bisogno di sentirsi apprezzata e supportata nella sua autonomia, rappresentandosi l’altro come svalutante, disinteressato. La paziente a quel punto entrava in uno stato mentale di solitudine e tendeva a chiudersi in se stessa e a provare una fredda rabbia verso il mondo intero.
La terapeuta, nell’osservare il ciclo attivo in seduta ha tentato di interromperlo attraverso il disvelamento. Durante una seduta Claudia racconta di avere deciso di avviare un hobby pericoloso ma per lei piacevole: il parapendio. Nel comunicare la notizia ai familiari si era accorta della freddezza con cui era stato accolto questo suo nuovo interesse: un ennesimo caso di ostacolo all’autonomia. Claudia descriveva la famiglia d’origine come “non in grado di capire, non supportiva, sempre distante e con cui non si può avere condivisione”. La terapeuta, nel tentativo di uscire dal ciclo competitivo, oltre ad aver approvato con autentico apprezzamento quel tipo di sport ha ritrovato nella sua storia personale lo stesso vissuto familiare. Racconta alla paziente un episodio specifico e dettagliato. Claudia si è illuminata: si è sentita capita. La distanza nella relazione terapeutica si è accorciata, la competizione ridotta. Claudia riesce a esprimere emozioni di tristezza, solitudine e la sensazione di sentirsi di poco valore.
Il disvelamento così come raccontato, assume la valenza di un intervento finalizzato al superamento dei test, come afferma Weiss (1999), che i pazienti fanno al terapeuta per verificare che la relazione terapeutica confuti in maniera significativa le aspettative negative che il paziente ha dell’altro, come vediamo nello schema attivo in seduta. Il superamento del test e quindi la prosecuzione della buona alleanza terapeutica, sono uno dei fattori fondamentali per raggiungere il successo terapeutico. Nel caso di Claudia ad esempio l’aspettativa negativa dell’altro era che fosse svalutante, disinteressato, non comprensivo. La terapeuta mostrandosi empatica, supportiva e simile per esperienza ha disconfermato questa rappresentazione dell’altro e superato il test.

3. Simone, 40 anni ha un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità e tratti narcisistici. All’inizio della terapia era scettico e sembrava testare la capacità della terapeuta contraddicendola spessissimo. La terapeuta si sentiva costantemente sotto esame fino al punto di trovare spiacevole l’incontro con Simone e sperare che abbandonasse la terapia. Allo stesso tempo la terapeuta si è resa conto che si affannava, peraltro invano, di essere apprezzata da Simone. A quel punto sembrò necessario metacomunicare al paziente, ovvero svelargli, che non sentiva essersi creata un’alleanza valida: “Ho la sensazione di non riuscire a fare o dire la cosa giusta, ovviamente vorrei capire se questa sensazione sia da lei in qualche modo condivisa oppure se non è così… E’ come se ci fosse una distanza che non si riesce ad accorciare. Lei che ne pensa?”. Simone, dopo essersi irrigidito, ha risposto: “Cerco sempre di valutare attentamente le cose prima di adottarle, acquistarle… ma non ce l’ho con lei. Spesso le persone mi accusano di essere uno stronzo. Io cerco solo di fare le cose bene, di valutare attentamente quello in cui mi imbatto, per non sbagliare”.
A questo punto la terapeuta ha compreso di avere trovato una breccia e il focus del trattamento è diventato l’esplorazione delle conseguenze temute: perché Simone era così concentrato sul tentare di non sbagliare? Il clima in cui si è svolta questa parte della terapia è cambiato, Simone era concentrato sul capire i motivi della propria tendenza ad evitare gli errori e meno a testare la capacità della terapeuta. L’impasse relazionale a questo punto ha assunto la valenza di un qualunque episodio narrativo, ovvero il luogo principale attraverso cui la TMI opera per ricostruire gli schemi interpersonali maladattivi del paziente. È emerso rapidamente che Simone adottava il controllo come forma di coping perfezionistico per evitare lo stato mentale di fallimento e con un’idea di sé privo di valore.

Si deve tuttavia notare che il disvelamento è un’operazione che presenta dei rischi: non sempre interventi di disvelamento portano gli effetti voluti. In alcuni casi l’intervento del terapeuta può apparire intrusivo e ancora peggio inserirsi a rafforzare un ciclo interpersonale disfunzionale del paziente non intercettato dal terapeuta, come nell’esempio che segue.

Federico, aveva un disturbo evitante di personalità. In quel momento parlavamo dei suoi evitamenti legati alle relazioni sociali e la terapeuta ha pensato che per ridurre il suo timore del giudizio fosse opportuno raccontare un proprio episodio personale che aveva lo stesso tema. Il paziente, dopo qualche seduta, ha raccontato di aver trovato disorientante ed anche negativo quell’intervento. “Ma come? Io ho questo problema e lei me lo rinforza dicendomi che è capitato anche a lei? Così non mi sento aiutato, bensì affossato ulteriormente”. Più tardi la terapeuta capirà il motivo dell’errore. Nella storia di Federico a fronte delle proprie manifestazioni di malessere, il padre rispondeva con ansia, il che accentuava le proprie preoccupazioni sociali e in più lo facevano sentire in colpa per avere turbato il padre. Lo svelamento della terapeuta lo aveva portato a costruirla come il padre, fragile e incapace di mostrarsi forte, sicura e tranquillizzante.

 

Conclusioni

Nel complesso, il disvelamento è un intervento terapeutico prezioso, potente e a volte risolutivo. Allo stesso tempo va eseguito con cautela: il terapeuta deve essere capace di scegliere nella propria storia personale cosa è bene svelare sulla base di ciò che padroneggia emotivamente e in parallelo di formulare previsioni sul modo in cui il paziente inserirà lo svelamento all’interno dei propri schemi, rompendoli o rinforzandoli o attivandone di altri che non erano emersi. L’aspetto chiave di un disvelamento ben eseguito è nella prontezza del terapeuta di lavorare sul modo in cui il paziente reagisce alla propria apertura. Riflettere in modo congiunto sulla reazione del paziente al disvelamento è un’opportunità unica di migliorare l’assetto della relazione.

Fotografare se stessi come strumento di cura – Fotografia in psicoterapia

Fotografia in psicoterapia: Quando le parole non bastano per descrivere un vissuto o un’emozione è spesso necessario ricorrere a strumenti complementari che aiutino la cura psicoterapeutica del paziente. Uno dei mezzi più usati oggi è la fotografia, un medium artistico potente dal punto di vista emotivo e comunicativo, che si è evoluto negli ultimi decenni come tecnica non solo in arte-terapia (Cosden e Reynolds, 1982), ma anche in orientamenti psicoterapeutici di diverso indirizzo (Weiser, 1993) quale gestaltico, sistemico e cognitivo-comportamentale (Fassone et al., 2003).

Chiara Di Nuzzo, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI 

La forza catalizzatrice dell’immagine fotografica non è dovuta tanto alla sua validità artistica che anzi risulta essere irrilevante per il suo utilizzo come strumento terapeutico, ma è data dalla sua efficacia di rievocare il simbolico personale del paziente, di aiutarlo a far riemergere emozioni e vissuti (Weiser, 2010). Oggi diversi studi mostrano la validità del medium fotografico nel percorso di cura di pazienti affetti da disturbi alimentari (Wessells Jr.,1985), disturbi ossessivo-compulsivi (Mancini, 2006), depressione e stati ansiosi (Seifert, 2014), in interventi sociali (DeCoster e Dickerson, 2014), di formazione (Hogan, 1998) e di empowerment (Levin et al., 2007). Ma in che modo oggi viene utilizzata la fotografia in psicoterapia?

La storia dell’utilizzo della fotografia in ambito psichiatrico

Questa forma di comunicazione è in realtà presente da più di un secolo nel campo scientifico e psichiatrico, nel corso del quale ha permesso di rivoluzionare il modo di concepire la follia (Manzoli, 2004).
L’uso dell’immagine fotografica si è instaurato nel finire dell’800, in un contesto socio-culturale positivista in cui imprescindibile era il rendere fondato ogni forma di sapere (Manzoli, 2004). I primi fotografi ad entrare negli ospedali psichiatrici erano mandati come delegati dei medici, con il compito di “catalogare visivamente” la malattia, di riprodurre con fedeltà e di “riordinare” la follia rinchiusa negli istituti. L’assunto teorico su cui si fondava l’uso della fotografia in psicoterapia per gli psichiatri ottocenteschi riguardava il poter osservare su lastra fotografica i segni della malattia, di individuare i suoi aspetti fisiognomici così da poterla studiare e riconoscerla sul campo. Questa valenza didattica e classificatoria della fotografia in psicoterapia venne persa alla fine del secolo, quando i fotografi indirizzati da spinte sociali, decisero di usare il loro strumento per celebrare e non etichettare il disordine e i vissuti degli internati (D’Alessandro, 1969; Pirella, 1981; Cerati e Berengo, 1998; Szto, 2008).

È in questi anni che il Dr. Hugh Welch Diamond, padre della fotografia psichiatrica, iniziò ad usare questo strumento come mezzo di cura e testimonianza del progresso delle sue pazienti (Burrows e Schumacher, 1990). Diamond, fotoamatore e psichiatra, direttore del Manicomio Femminile di Surrey, riconobbe il potenziale ruolo facilitatore proprio della fotografia nel processo di cura dei pazienti. Nella relazione “Sull’Applicazione della Fotografia nella Fisiognomica e nei Fenomeni Mentali della Follia”, presentata nel 1856 al Salone di Medicina della Royal Society di Londra, Diamond riportò alcuni casi in cui la fotografia contribuì nell’esito positivo del trattamento di cura ricevuto dalle pazienti presso il suo istituto. Esempi furono il caso di una giovane madre affetta da “mania puerperale”, sindrome oggi assimilabile alla depressione post-partum, e di una donna che pensava di essere una regina. Queste donne vennero fotografate nel corso del trattamento in modo da permettere loro di vedere in modo oggettivo la trasformazione del proprio aspetto, rendendole così più consapevoli. Secondo Diamond, osservare la propria immagine rafforzò l’efficacia della cura delle giovani donne. La sua duplice vocazione di psichiatra e fotoamatore ha reso possibile la prima testimonianza del potere terapeutico di un medium comunicativo, realizzando quello che oggi possiamo definire il primo progetto di foto-terapia, in cui il paziente psichiatrico è considerato non più solo come un paziente, ma come un individuo in grado d’interagire con la propria immagine fotografica (Gilman, 1976).

La fotografia in psicoterapia nei nostri tempi

Nei tempi più recenti, la foto-terapia è uscita dall’ambito puramente psichiatrico ed è diventata una pratica diffusa in campo psicoterapeutico. A sistematizzare le tecniche da mettere in atto in un processo di cura è stata la psicologa e arte-terapeuta Judy Weiser (1993), la quale definisce la foto-terapia come una tecnica di counselling in cui il terapista interagisce con il paziente attraverso l’immagine per far emergere vissuti, ricordi e pensieri. Una fotografia, intesa come medium comunicativo privo di valenza artistica, ha il potere catalizzatore di suscitare emozioni e di far proiettare su di sé un significato che per il paziente è spesso arduo spiegare e riconoscere a parole (Saettoni, 2011). Che sia una seduta individuale o di gruppo, un intervento terapeutico o puramente formativo, l’immagine fotografica è uno stimolo di partenza per una naturale conversazione laddove in particolare la comunicazione verbale non è sufficientemente efficace (Weiser, 2010). La potenza di tale strumento sta nella sua capacità di fermare il tempo e di impregnarsi emotivamente dei vissuti del paziente. Una fotografia non è solo una stampa, ma racchiude un’immagine che, per chi l’osserva, può prendere vita potentemente. In una fotografia è possibile rivivere il passato, riflettere sul presente e immaginarsi il proprio futuro e, se il paziente è guidato correttamente, svelerà il proprio sistema di valori, i giudizi e le aspettative verso di sé e il mondo, narrando le proprie emozioni sulla base dei suoi scatti e delle immagini da lui scelte (Weiser, 2010).

Caso particolare è quando un paziente/una persona posa per delle foto o quando costruisce un autoritratto in cui cerca di rappresentare un’immagine che ha nella propria mente, di mostrare la propria identità e i propri stati d’animo. Nell’autoritratto, infatti, la persona ha il pieno controllo su ogni aspetto dello scatto: ciò che vuole mostrare, come costruirlo, dove e quando eseguire la fotografia (Weiser, 2013). Attraverso questa tecnica, la persona esplora se stessa senza interferenze esterne, nessuno che osserva, che giudica o che controlla i suoi risultati. In questo modo, diventa possibile esplorare il proprio corpo e la propria interiorità, confrontarsi con le proprie identità e i vissuti emotivi, e, all’interno di un percorso terapeutico, discutere di tematiche quali l’accettazione e l’autostima e riconoscere le emozioni più recondite, spesso eluse consapevolmente dal paziente.

Il potere terapeutico della fotografia in psicoterapia

Data la potenza del medium fotografico, non sorprende come persone comuni, fotoamatori e fotografi professionisti abbiano esplorato se stessi costruendo lavori personali di grande impatto emotivo e sbalorditivi dal punto di vista psicologico.
La filosofa Cristina Nùñez da anni diffonde la sua esperienza nell’autoritratto, inteso come strumento catartico per esprimere i propri conflitti interiori e per promuovere un processo di creatività liberatoria, resiliente e funzionale. Lei per prima ha sperimentato dolore e sofferenza, derivate da un passato dedito alla droga, alla prostituzione e a sentimenti di odio, vergogna e gelosia. Ha iniziato ad autoritrarsi come modo per osservarsi e come segno di indipendenza: [blockquote style=”1″]Mi sono resa conto che mi faceva bene. Perché il cuore del mio lavoro è trasformare le cose brutte, la sofferenza, la droga, la prostituzione in una risorsa.[/blockquote]

Alla fotografa Christian Hopkins venne diagnosticata la depressione all’età di sedici anni. Attraverso la macchina fotografica ha deciso di rielaborare la sua esperienza emotiva, di immortalare il suo stato d’animo. L’uso della fotografia in psicoterapia è stato l’unico modo per accettare e controllare i pensieri depressivi che percuotevano incessantemente la sua mente. Con le immagini ha ricostruito il suo dolore creando un lavoro personale usato oggi come risorsa educativa rivolta a coloro che vivono la sua stessa malattia e a chi non comprende appieno il suo male.
Altro esempio di catarsi personale è il lavoro “Psychological self-portrait” di Deedra Baker che ha messo in scena una lotta metaforica contro il proprio sé depresso, immortalando la sua anima travagliata e sofferente in un ambiente sterile e freddo.

La fotografia in psicoterapia, e l’autoritratto in questo caso specifico, è quindi uno strumento complementare che può risultare estremamente utile nella cura terapeutica del disagio psicologico in quanto permette al paziente di conoscere e di confrontarsi profondamente con la propria immagine interiore ed esteriore; l’immagine fotografica si rivela essere uno strumento utile per guidare il paziente verso l’accettazione di situazioni difficili e sentimenti spesso insostenibili, laddove è necessario consolidare un’alleanza terapeutica che va oltre la comunicazione verbale.

Imparare a denominare le emozioni e gli effetti benefici sul cervello

Denominare le emozioni, soprattutto quelle negative, è un’operazione che spesso si utilizza in terapia per aiutare il paziente a chiarire come si sente o come si è sentito in determinate situazioni, quali sono le emozioni che più frequentemente fa fatica a gestire e così via.

Denominare le emozioni: introduzione

Come dire: il primo passo per imparare a maneggiare qualcosa è avere ben chiaro di cosa stiamo parlando, e capita spesso che persone con difficoltà nella gestione emotiva partano proprio da una generale fatica a identificare la sintomatologia somatica e non solo che si lega a una specifica etichetta (perché se il cuore va veloce, sudiamo e iperventiliamo possiamo ragionevolmente dire di essere in ansia), così come a distinguere una “configurazione” di sintomi dall’altra (perché magari se legato a batticuore, iperventilazione e sudorazione c’è un pensiero di ingiustizia subita, più che in ansia potremmo essere arrabbiati).

D’altro canto, l’insegnamento delle etichette verbali che identificano emozioni diverse è quello che si fa anche con i bambini, quando da piccolini li aiutiamo a distinguere la rabbia dalla tristezza, e così via.

Ma se siamo certi che il processo di identificazione e “etichettamento” dell’emozione sia utile e benefico, finora non è stato molto chiaro come funzionasse questo meccanismo. Recenti studi di neuroimmagine hanno approfondito proprio questo aspetto. Sembra che denominare gli aspetti emotivi di un’immagine mostrata ai soggetti produca una minore attivazione dell’amigdala rispetto alla sola percezione degli stessi aspetti (Hariri, Bookheimer, & Mazziotta, 2000; Lieberman, Hariri, Jarcho, Eisenberger, & Bookheimer, 2005). In pratica, se mostro a una persona una foto di un volto emotivamente connotato e le chiedo di scegliere l’etichetta verbale che meglio descrive quell’ emozione, la sua amigdala si attiva meno rispetto alla sola osservazione passiva del volto. Visto che l’amigdala è quella parte del cervello che si attiva quando ci emozioniamo, se la verbalizzazione diminuisce l’attivazione dell’amigdala, diminuisce anche la percezione soggettiva di stress emotivo.

Denominare le emozioni: lo studio

Un gruppo di ricercatori ha recentemente approfondito questa ipotesi, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, che permette di osservare le parti del cervello che si attivano sotto determinate stimolazioni ambientali (Lieberman, Eisenberger, Crockett, Tom, Pfeifer, Way, 2007). Lo studio ha coinvolto 30 persone, sottoposte tutte a sei differenti compiti:
1. Scegliere tra due etichette l’emozione che rappresentava un viso mostrato in foto;
2. Scegliere tra due volti con due emozioni differenti quello che meglio si appaiava con un terzo volto mostrato, cioè quello che esprimeva la stessa emozione;
3. Osservare un volto con un’espressione emotiva;
4. Scegliere l’etichetta di genere (“maschio” o “femmina”) relativa a un volto mostrato;
5. Scegliere tra due volti con due generi differenti quello che si appaiava con un terzo volto mostrato, cioè quello che rappresentava lo stesso sesso;
6. Scegliere tra due forme geometriche differenti quella che si appaiava con una terza forma mostrata, cioè quella che rappresentava la stessa geometria.

I risultati dello studio

I risultati hanno mostrato che non c’erano differenze di genere nell’attivazione dell’amigdala osservando il volto con espressione emotiva. In pratica, uomini e donne hanno avuto lo stesso grado di attivazione cerebrale se messe davanti a un volto emotivamente carico.
In secondo luogo, i 5 compiti che richiedevano di avere a che fare con emozioni espresse da volti umani attivavano l’amigdala in un modo significativamente maggiore, rispetto al compito che includeva figure geometriche.

Poi, la condizione in cui veniva richiesto di denominare le emozioni dipinte dal volto (la condizione 1 nel nostro elenco), quella in cui si doveva scegliere l’etichetta che la descriveva meglio tra due etichette proposte, era quella in cui l’amigdala mostrava una minore attivazione rispetto alle altre 5 condizioni proposte.

Inoltre, denominare le emozioni riduceva l’attivazione dell’amigdala, ma etichettare il sesso del volto non faceva altrettanto, il che ha circoscritto l’effetto riscontrato a temi pertinenti le emozioni, e non al semplice compito di accoppiare un’immagine a un’etichetta verbale.
Infine, le immagini hanno mostrato che dare un nome all’emozione portava a una diminuzione dell’attività dell’amigdala aumentando contemporaneamente l’attività di altre due aree cerebrali: la corteccia prefrontale ventrolaterale destra e la corteccia prefrontale mediale. In questo senso, è stato chiarito il percorso che porterebbe dall’etichettamento verbale a una minore attivazione emotiva.

Considerazioni

I risultati dello studio quindi confermano quanto rilevato da precedenti ricerche, mostrando come etichettare le emozioni negative consenta di limitare la risposta del sistema limbico che si attiverebbe in presenza di immagini emotive negative.
E cosa ci facciamo di questo dato? Come possiamo sfruttarlo per stare meglio? Qualcosa in effetti forse è già stato fatto, anche se non collegandolo direttamente a quanto riscontrato dal presente studio.

Il reappraisal è una tecnica con cui le persone ridefiniscono il significato di un evento cambiando il suo impatto e la sua valenza emotiva (Gross, 1998). Diversi studi hanno mostrato come il reappraisal porti alle stesse conseguenze che abbiamo visto per l’etichettamento delle emozioni, cioè a una maggiore attivazione della corteccia prefrontale e a una diminuzione dell’attività del sistema limbico e dello stress emotivo (Ochsner & Gross, 2005). È quindi possibile che il reappraisal e il processo per cui si fornisce un nome a un’emozione si poggino sulle stesse basi neurali e seguano lo stesso percorso per portare a una diminuzione dell’attività dell’amigdala e di conseguenza a una minore attivazione emotiva. Questo rimane senza dubbio un punto che richiede ulteriori approfondimenti, così come sarebbe interessante vedere cosa succede se lo stesso compito di attribuzione verbale viene sollecitato davanti a emozioni positive.

Nel Kurdistan iracheno a curare i traumi di guerra, reportage

Mentre facevo esercitare i colleghi curdi a più non posso in varie tecniche di colloquio psicoterapeutico, ascoltavo storie tremende. Le peggiori erano quelle di doppia violenza, in cui donne o bambini, dopo aver subito la cieca brutalità dell’ISIS, dovevano anche subire il potere assoluto delle costrizioni sociali del clan. 

Sono state le storie di donne violentate dall’ISIS e poi rifiutate dalle loro famiglie e la visita al museo Amna Suraka della città di Sulaymannya a dare senso a questi giorni trascorsi nel Kurdistan iracheno. Invitato dal 3 al 5 marzo 2016 dalla Jiyan Foundation for Human Rights a supervisionare colleghi psicoterapisti curdi impegnati a curare i traumatizzati della guerra in corso –le donne violentate, i Peshmerga morti dentro dopo aver visto la violenza del sangue e i testimoni dei disumani attacchi terroristici che interrompevano nel sangue la tranquilla quotidianità di una giornata al mercato- nei primi giorni avevo provato una sorta di delusione che non confessavo a me stesso, quasi vergognandomene.

Partito ingenuamente con il desiderio di incontrare l’Oriente, mi ero trovato davanti a un paesaggio brullo e anonimo, una pianura sconfinata cosparsa di un’erba debole e rada e minacciata da un terreno già aspro e pietroso di suo e  punteggiato qua e là di macerie e calcinacci che rendevano la scena ancora più straniante, un misto di natura arida e spennacchiata e brani di inferno post-industriale.  In lontananza vedevo le montagne dell’altopiano iraniano, anch’esse impressionanti per la loro nudità povera d’alberi e priva dei paesini abbarbicati sui pendii che punteggiano di umanità i monti italiani. Al posto dei paesini, conurbazioni improvvise e sterminate di geometriche case-cubo separate da stradoni popolati di auto di grossa cilindrata e molti SUV. Case in qualche caso dotate di un velo superficiale di decorazione orientale ma tutte appartenenti all’impersonale esplosione edilizia iniziata negli anni ’50 del secolo scorso e che vediamo anche in Occidente.

L’aspettativa di paesini medievali popolati di fantasie del Saladino o delle Mille e una notte non poteva che andare delusa. La Mesopotamia, a cui appartiene il Kurdistan Iracheno che risiede nel territori degli antichi Assiri che abbiamo studiato a scuola, ha una tradizione millenaria di costruzioni di mattoni d’argilla che non durano niente. O di tende, dove vivono i pastori nomadi beduini. Nulla di paragonabile alle solide case di pietra dei nostri centri storici. Arrivata l’edilizia moderna, il passato è svanito, eccetto il caso naturalmente dei palazzi dei potenti, peraltro piuttosto rari; non mi è capitato di incontrarne nemmeno uno. Mi dicono che ci sia qualcosa del genere nella millenaria città di Erbil, ma non c’è stato tempo di visitarla

Quindi un vero centro storico può esserci solo nelle grandi capitali che ospitavano i governanti dei vari imperi succedutisi nella regione (è il caso di Erbil), mentre i villaggi e le grandi conurbazioni più recenti risultano singolarmente conformati all’architettura popolare contemporanea. A questo si aggiunge la politica terribile di deportazione di Saddam Hussein, che nei tardi anni ’80 rase al suolo circa 4200 piccoli paesini curdi concentrando la popolazione rurale nelle attuali sconfinate conurbazioni, meglio controllabili e bombardabili.

È anche vero che però l’atmosfera, pur desolata (e lo diventava ancor di più la sera, con questi stradoni amplissimi popolati di SUV, in un buio lugubre rotto dalle luci fioche dei lampioni e dei fanali delle auto) non era degradata. Certo, un’immensa periferia, ricca di aiuole un po’ spelacchiate e cosparsa di qualche calcinaccio proveniente da misteriosi cantieri, che non era però mai sporca e mai diroccata e in fondo nemmeno mai disumana. Sicuramente lontanissima dalle fantasie orientali banalmente disneyane che mi ero concesso: vicoli di città arabe in cui incontrare Aladino e i quaranta ladroni. No, nulla di questo in Kurdistan. Insomma, speravo di incontrare il ladro di Baghdad nei calli e invece percorrevo in auto una sconfinata Quarto Oggiaro con stradoni ampi come quelli di Los Angeles.

Kurdistan 1

 

E poi è arrivata la realtà, più interessante e dolorosa di vita delle fantasie e delle aspettative turistiche. E la realtà sono i racconti terribili dei casi clinici che ho supervisionato. I colleghi curdi sono ben preparati anche se, come talvolta accade, bisognosi di pratica invece che di lezioncine teoriche che già conoscono bene e che noi occidentali negligentemente somministriamo; errore che spesso fanno anche americani e nordeuropei quando vengono in Italia, raccontandoci di nuovo una storia che già conosciamo.

Mentre facevo esercitare i colleghi curdi a più non posso in varie tecniche di colloquio psicoterapeutico, ascoltavo storie tremende. Le peggiori erano quelle di doppia violenza, in cui donne o bambini, dopo aver subito la cieca brutalità dell’ISIS, dovevano anche subire il potere assoluto delle costrizioni sociali del clan. Era il caso di vittime provenienti da un ambiente non urbano ma da piccoli villaggi in cui -a quanto pare- vige ancora una società gerarchica e autoritaria organizzata per ordini sociali e tribali e dominata da sceicchi, capifamiglia e boss di vario genere.

La forma più efferata di violenza era il caso in cui una donna, violentata nel corso di un attacco dell’ISIS, si ritrovava poi a essere marchiata di disonore all’interno del clan. Come ho scoperto nel corso delle mie supervisioni, lo scenario peggiore era paradossalmente quello riservato alle donne di condizione più elevata, alle figlie di un capo, di un grande sceicco. In uno schema che diventava quasi marxista, venivo a scoprire che il problema non era propriamente lo stupro ma la classe sociale del violentatore ISIS, spesso bassa.

L’ISIS è ricco di marginali di vario tipo, ex soldati dell’esercito di Saddam rimasti improvvisamente senza lavoro e senza ruolo sociale, giovani che a vario titolo vivono con ostilità e senso di frustrazione il processo di urbanizzazione e modernizzazione e infine figure di esclusi o anche solo di secondo rango nella scala sociale della società tribale, tutta gente che trova nell’egualitarismo millenarista del fondamentalismo islamico un riscatto.

Scoprivo così man mano un canovaccio in cui il fenomeno delle donne che si uniscono ai peshmerga combattendo in prima persona finiva per assumere a sua volta un nuovo significato; non si trattava solo di combattere l’ISIS ma anche -per molte donne e non solo- di uscire fuori da un destino controllato dal clan, in cui non vi era scelta se non attendere il matrimonio già combinato e tra consanguinei all’interno del clan.

Tra tutte le storie ascoltate alcune erano particolarmente dolorose per l’intreccio di tragedia familiare e sciagura militare che raccontavano. Le storie in cui, ad esempio, il clan era così spietato per cui si decideva che la ragazza violentata era ormai irrimediabilmente marchiata e andava uccisa. E il caso più nauseante e traumatico era quando il clan decideva che, per sfuggire un eventuale problema con la legge, a uccidere la donna violentata dove essere un’altra donna del clan, a volte perfino la sorella.

Chiaro che, a queste condizioni, molti finiscono per approfittare della guerra per fuggire la presa della tribù. In alcuni casi questo percorso è particolarmente chiaro: nelle file del PKK, il  Partito dei Lavoratori del Kurdistan, è espressamente richiesto che la recluta rinunci a tutti i suoi legami familiari. Quella che può sembrare una pretesa strana e inutilmente settaria, una sorta di adesione monastica forse frutto della storia rivoluzionaria del PKK, assume un senso: la famiglia è il clan, una struttura sociale forte e pervasiva incompatibile con la militanza nel PKK.

Man mano che ascoltavo questi racconti gli eventi assumevano un significato sempre più inquietante e terribile. Qual era dunque il male peggiore? I massacri perpetrati da Saddam e dall’ISIS o l’oppressione arcaica del clan? Era mai possibile che queste donne avessero trovato nella distruzione del tessuto tribale una via di fuga a un destino senza alternative? E chi erano questi uomini così oppressivi e patriarcali?

E anche l’impressione inizialmente negativa del paesaggio urbano curdo si attenuava. Ora quelle immense città, quelle interminabili distese di casette disperse tra stradoni immensi affollati di automobili nutrite di benzina a bassissimo costo (quante pompe di benzina avevo visto lungo le strade? Tantissime, spesso a conduzione familiare; rivenditori di benzina comprata direttamente dalle raffinerie vicine ai pozzi petroliferi come un fruttivendolo di campagna che vende frutta comprata direttamente dal contadino) che mi erano parse così stranianti ora diventavano paradossalmente speranzose. Erano comunque una promessa di vita urbana e di autonomia individuale in cui realizzarsi umanamente per chi era cresciuto nella prigione patriarcale del clan.

12814246_10208467734878327_8130220282696740160_n

 

Tutti i precedenti pensieri sui mali della modernizzazione, tra Marx e Pasolini, ora mi parevano il lusso occidentale di qualcuno che, come me, da turista pretendeva l’Apriti Sesamo del racconto di Aladino e invece si trovava di fronte a casette e automobili non diverse da quelle viste a casa propria. Una borghesia ancora in transizione, certo, con strane commistioni strapaesane e stracittadine mescolate assieme.

Il centro di Sulaymaniyah è un enorme mall commerciale all’americana, un luogo a più piani con cinema, negozi e locali che di orientale non hanno nulla se non la musica e i narghilè (che ho molto gradito, specialmente quelli alla mela). Allontanandosi dal centro la periferia diventa più desolata e scalcinata, con locali e bar sempre più radi e spogli che, come spesso accade in queste città dell’oriente, si riducono a stanzoni freddi e disadorni con fredde piastrelle di un bianco sanitario ai muri, un bancone di metallo grigio e sedie di plastica prive di ogni calore e accoglienza. Talvolta trovavo brandelli di decorazioni musive a tasselli di maiolica che danno l’idea di cosa potrebbe essere un bel bar in oriente.

12832459_10208467737598395_5970798055120841693_n

Però il cibo servito, carne allo spiedo, riso e focacce arabe, è sempre gradevole e igienico. Soprattutto non vi è sporcizia, ma un dignitoso decoro. A Sulaymaniyah la maggior parte delle persone è in jeans, camicia e giacca, e anche questo può deludere: vedere tutti in questo costume da giovani occidentali casual. Però non ho visto scene di miseria e disperazione. A Erbil ho visto più di frequente persone con le larghe brache orientali che possono estendersi in alto fino alle spalle e diventare una tunica fissata al centro da una grande fascia di differente colore intorno alla vita. Non ho mai visto neanche i caffettani degli arabi, a quanto pare non usati dai curdi. Le donne portano tutte vestiti occidentali e il velo, combinazione a mio parere non indovinatissima che le invecchia. Forse è il loro modo di gestire l’inevitabile fastidio di una modernità abbracciata ma non fatta propria, la sensazione di scimmiottare gli americani tenuta a bada da un dettaglio che afferma un’identità locale: appunto il velo. Ma il limite di queste contraddizioni sparisce davanti al doppio trauma della guerra dell’ISIS e dell’oppressione tribale.

Anche la vita economica di queste immense conurbazioni curde non mi è parsa povera. Oltre al gran numero di automobili, anch’esse ben tenute e non sgangherate come vorrebbe la retorica della povertà, ho visto molti negozi di tessuti, di narghilè, di utensili vari  e piccoli supermercati che vendevano prodotti alimentari e anche alcolici, nonché numerosi parchetti con aiole e giochi all’aperto per bambini. Accanto a ciò, rimangono poi le abitudini della vita di villaggio in una strana convivenza con la vita urbana. Ad esempio, invece che intrattenersi nei locali la gente preferisce sedersi in cerchio sui marciapiedi su un tappeto steso sorseggiando tè e sfumacchiando. Questo accade non solo in periferia, dove i locali non ci sono, ma anche vicino il centro, magari proprio di fronte a un locale.

Alcuni giorni dopo, però, anche questa visione negativa dei patriarchi curdi era destinata a sua volta a modificarsi. Su insistenza dei miei ospiti, ho visitato il museo Amna Suraka, sempre a Sulaymaniyah. Si tratta di un’ex caserma usata dalla polizia di Saddam Hussein per imprigionare e torturare attivisti e ribelli curdi. Il momento di massima attività di questo luogo di torture è stato dal 1986 al 1991, anno in cui la prima rivolta curda portò alla chiusura del luogo. Oggi è un museo, ed è una visita impressionante. Ho visto stanze buie e lugubri, in qui in poche decine di metri quadrati erano detenute fino a quaranta persone.

In molte di quelle stanze sono stati chiusi importanti leader curdi, non solo comandanti militari di provenienza cittadina e d’avanzata ideologia politica liberale e progressista, ma anche capiclan tribali provenienti dai villaggi rasi al suolo da Saddam. Quegli stessi capiclan che mi erano apparsi ottusi e crudeli nei racconti delle donne da loro oppresse ora qui diventavano coraggiosi condottieri del popolo curdo detenuti per mesi in celle orribili e torturati nelle maniere più raccapriccianti, come il medievale tratto di corda, la tortura che consiste nel appendere e issare il prigioniero con una lunga corda fissata ai polsi dietro la schiena, il peso del corpo venendo così a gravare tutto sulle giunture delle spalle che si slogano. La conseguenza è una storpiatura permanente.

12813947_10208462873676800_4466989442265782570_n

Dopo la rappresentazione delle torture, la visita al museo continua con una mostra sulla vita di villaggio nelle campagne curde. Ho visto esposti i loro vestiti da cerimonia più lussuosi e una riproduzione della casa di un villaggio, un unico stanzone in cui viveva l’intera famiglia, con tappeti e mobili stavolta ricchi di decorazioni orientali. Un’altra stanza rappresentava il luogo dedicato all’attività di filatura delle donne, unico loro ruolo autonomo e riconosciuto accanto all’allevamento dei figli e unica loro attività economica.

12809794_10208467141103483_5927286621851597312_n

Il museo dava una rappresentazione idealizzata della vita di villaggio, con fotografie di matrimoni e di feste di villaggio. Comprensibile, anche perché quella vita era stata spazzata via dalla furia di Saddam Hussein; ma ormai il mio occhio era stato disingannato dai racconti dei delitti di onore perpetrati a danni delle donne, e avevo poca voglia di avere pena per un mondo arcaico, anche se al tempo stesso provavo maggiore orrore per i massacri di Saddam.

Se però la modernizzazione di Saddam era orribile, quella spontanea dell’urbanizzazione ora mi pareva forse poco estetica e poco romantica, ma non terribile e sicuramente preferibile alla realtà oppressiva della vita del clan, malgrado l’idealizzazione che ne faceva il museo. E molto migliore poi dell’oppressione politica e totalitaria di Saddam e dell’ISIS. Triste poi apprendere che i torturatori di Saddam erano stati formati da istruttori sovietici.

Insomma, in Kurdistan ho visto congiungersi i fantasmi del ‘900: la goffaggine antiestetica della modernizzazione consumista, l’orrore totalitario, il rigurgito identitario fondamentalista e l’oppressione della vita arcaica. E chi ne usciva meno peggio era la banale modernità consumista.

Ipnosi: alleata del benessere femminile

Ipnosi nelle donne: La presente analisi della letteratura scientifica indica che l’ipnosi può essere efficacemente utilizzata come strumento per il miglioramento della qualità della vita e di promozione del benessere femminile.

 

L’ipnosi è una disciplina che vanta una lunga e prestigiosa storia. Permette di raggiungere uno stato di coscienza diverso dalla veglia comunemente detto trance ipnotica. In questo stato l’attenzione del soggetto diventa estremamente focalizzata e rivolta verso l’interno. Si tratta di uno stato naturale che emerge spontaneamente più volte al giorno, ma che può essere consapevolmente sfruttato per recuperare energie, rielaborare le esperienze vissute, gestire ansia, stress e dolore.
Rappresenta una metodologia senza effetti collaterali, ma può essere considerata un’efficace strumento per favorire il benessere della donna? Cosa dice la letteratura sull’utilizzo dell’ipnosi nelle donne durante le varie fasi del loro ciclo di vita?
Per rispondere a questa domanda, l’articolo presenta una rassegna della letteratura scientifica pubblicata a partire dal 2005.

Ipnosi nelle donne: contro i sintomi della dismenorrea del ciclo mestruale

La dismenorrea, o mestruazione dolorosa, è uno tra i disturbi ginecologici più comunemente lamentati (60%-90%), che colpisce soprattutto le donne più giovani (sotto i 25 anni) limitandone le attività quotidiane nel 16-29% dei casi (Ju et al.,2013). Si parla di dismenorrea primaria quando non si riscontra alcun tipo di patologia pelvica a cui ricondurne la causa. La dismenorrea può presentarsi associata a mal di testa, nausea, vomito, diarrea, mal di schiena, dolori muscolari (El-Gilany et al., 2005). Stress, tensioni, ansia sono fattori che possono acuire la sensazione di dolore.

Saha et al. (2014) dimostrano che gli interventi che utilizzano l’ipnosi hanno la medesima efficacia dei trattamenti farmacologici tipicamente utilizzati contro i sintomi della dismenorrea. Nel loro studio, l’ipnosi sortisce effetti anche a lungo termine, a distanza di tre mesi dalla fine dell’intervento.
Sebbene questo sia l’unico studio esplicitamente rivolto agli effetti dell’ipnosi in casi di dismenorrea, l’utilizzo dell’ipnosi per la gestione del dolore sta ricevendo sempre maggior attenzione perché si tratta di una metodica relativamente facile da somministrare e senza effetti collaterali (Stoelb, Molton, Jensen, and Patterson, 2009).
Una gran mole di letteratura scientifica ne dimostra l’efficacia in molti tipi di dolore (ad esempio: Cassileth & Keefe, 2010, Jensen et al., 2009, Berger et al., 2010; Jensen et al., 2009).

Ipnosi nelle donne: contro il vaginismo

Il piacere sessuale è una componente fondamentale della qualitá della vita e della soddisfazione della vita di coppia. Non esistono studi randomizzati che dimostrino l’efficacia dell’ipnosi nei disturbi del piacere sessuale femminile. Meritano tuttavia di essere citati il lavoro di Pourhosein & Ehsan (2011), che riporta un case report in cui l’ipnosi si è dimostrata efficace nel trattare un caso di vaginismo e lo studio di Pullak et al. (2007) che, sebbene non conclusivo, considera gli interventi che utilizzano l’ipnosi promettenti nella cura della vestibolite vulvare.

Ipnosi nelle donne: Ipnosi e Fertilità

Hämmerli, K., Znoj, H., & Barth, 2009 forniscono la più recente e rigorosa meta analisi sull’efficacia degli interventi psicologici in termini di numero di gravidanze in coppie con problemi di fertilità. Dalla loro meta-analisi emerge che gli interventi psicologici contribuiscono all’aumento del tasso di fertilità. Gli autori ipotizzano, che questo incremento possa dipendere da una migliore e maggiore attività sessuale delle coppie, spesso messa in crisi dai problemi di fertilità stessi.

Levitas et al. (2006) presentano i risultati dell’utilizzo dell’ipnosi durante le procedure di fecondazione in vitro. Secondo gli autori, il momento più atteso e spesso stressante della procedura è il trasferimento degli embrioni (TE) nell’utero della donna. Proprio tale stress può innescare una serie di manifestazioni del sistema nervoso simpatico (aumento della pressione sanguigna, tachicardia, tachipnea) e in alcuni casi la frequenza delle contrazioni uterine. Il presente studio riporta un significativo aumento del tasso di gravidanze nelle donne appartenenti al gruppo che utilizzavano l’ipnosi durante ET.

Tali dati sono in linea con gli studi che dimostrano il ruolo dell’ipnosi nel ridurre gli stati di ansia pre-operatoria (Saadat et al., 2006) e altre procedure mediche invasive (Schnur, 2008, Tefikow et al, 2013).

Ipnosi nelle donne: il periodo della gravidanza, del travaglio e del parto

L’applicazione dell’ipnosi e dell’autoipnosi in gravidanza e in preparazione al parto è forse l’ambito più studiato e documentato. Nell’arco di tempo considerato dalla nostra revisione della letteratura, sono state pubblicate due review sul tema (Brown e Hammond, 2007; Landolt e Milling (2011). Entrambe indicano che l’ipnosi può essere efficacemente utilizzata per tutto il corso della gravidanza, contribuendo al controllo delle nausee, della pressione e dell’ansia; accorcia la durata del travaglio, diminuisce la durata dell’ospedalizzazione e riduce l’incidenza della depressione post-partum. Infine, i bambini nati da madri che avevano affrontato il parto con tecniche ipnotiche tendono ad avere punteggi Apgar significativamente migliori.
Particolarmente interessante è il lavoro di Guse, Wissing & Hartman (2006), focalizzato sul rafforzare le risorse e i punti di forza di un gruppo di donne alla loro prima gravidanza.

I loro risultati indicano che le donne del gruppo sperimentale, cioè coloro che hanno ricevuto 6 sessioni di ipnoterapia a indirizzo Ericksoniano, mostravano indici di benessere significativamente migliori del gruppo di controllo a due settimane dal parto. A dieci settimane, livelli di depressione e sintomi psicopatologici significativamente inferiori.

Ipnosi nelle donne nel passaggio alla menopausa

I dati del rapporto ONDA (2014), riportano che solo l’1 % delle donne italiane vive la menopausa senza alcun disturbo. Il 90% soffre di vampate di calore, spesso accompagnate da irritabilità, il 40 %; aumento di peso, il 30%, difficoltà a dormire il 20% e depressione il 20%.
Le terapie ormonali sostitutive comportano spesso effetti collaterali che ne riducono la compliance.
Elkins et al., (2013) riportano una riduzione della frequenza e dell’intensità delle vampate di calore nelle 93 donne nel gruppo sperimentale con ipnosi. Tale riduzione emergeva sia dai report delle donne, sia dalle misurazioni fisiologiche. Anche le misure relative alla qualità del sonno risultano migliorate.

Le vampate di calore sono un sintomo comune anche nelle donne sottoposte a chemioterapia (78%). Per queste donne le terapie non farmacologiche spesso non sono indicate. Elkins e colleghi hanno condotto uno studio pilota (2007) seguito da un più esteso studio randomizzato (2008) sull’efficacia dell’ipnosi sulle vampate di calore in pazienti oncologiche, riportando una diminuzione delle vampate (frequenza e intensità), accompagnata da un miglioramento del tono dell’umore, del sonno e degli stati di ansia.

Conclusioni

La presente analisi della letteratura scientifica indica che l’ipnosi può essere efficacemente utilizzata come strumento per il miglioramento della qualità della vita e di promozione del benessere femminile.

L’utilizzo dei social network: partecipa alla ricerca!

Carissimi lettori,

vi scriviamo per chiedere la vostra collaborazione al nostro studio, invitandovi a compilare un questionario.

La nostra ricerca riguarda alcuni temi legati ad Internet, in particolare all’uso dei Social Network.

Il questionario contiene domande pertinenti all’utilizzo di Facebook e ai motivi che spingono ognuno di noi ad utilizzarlo.

Il questionario è rivolto a tutte le persone maggiorenni, non contiene messaggi promozionali o propagandistici e non è sponsorizzato da gruppi o associazioni politiche, culturali o religiose.
La partecipazione è anonima e volontaria, e si può interrompere il questionario in qualsiasi momento, ma importante per offrire un contributo alla ricerca scientifica.

Grazie per la partecipazione!
Giada Cicchiello, Tanina Zambito 8 marzo 2016

cancel