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Come (non) convivere con le micro-aggressioni.

“Micro-aggressioni”, lo abbiamo già capito tutti, è un concetto complementare a quello di “politicamente corretto”.

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 11 Ott. 2013

 

Come (non) convivere con le micro-aggressioni. - Immagini: © robodread - Fotolia.com

“Micro-aggressioni”, lo abbiamo già capito tutti, è un concetto complementare a quello di “politicamente corretto”. Anche se non conoscevo questa parola, mi è bastato vederla per capire quale fosse il suo significato. E per provare un moto di fastidio, un misto di collera e colpa. No, esagero. Non era proprio fastidio. Era semmai micro-fastidio, un misto di micro-collera e di micro-colpa. Il che è ancora più fastidioso.

Micro-aggressioni. È una parola che ho imparato questa estate, aggirandomi tra le esposizioni dei libri al congresso dell’American Psychological Association. Era nel titolo di molti libri che erano esposti li, al congresso. Non è stato necessario sfogliarli per capire immediatamente a cosa si riferisse quel termine. La copertina, su cui era rappresentata un’agitata conversazione tra persone di varia provenienza etnica, aiutava a comprendere di che cosa si trattasse. Ma probabilmente ci sarei arrivato anche senza quell’aiuto.

Micro-aggressioni è un termine coniato dallo psicologo Chester M. Pierce negli anni ’70 e indica tutte le frasi, espressioni e comportamenti che posseggono, anche solo potenzialmente, un significato svalutativo verso gruppi di persone definiti dall’etnia, dall’orientamento sessuale, religioso o anche culturale (Pierce, 1977; Sue, 2007).

“Micro-aggressioni”, lo abbiamo già capito tutti, è un concetto complementare a quello di “politicamente corretto”. Anche se non conoscevo questa parola, mi è bastato vederla per capire quale fosse il suo significato. E per provare un moto di fastidio, un misto di collera e colpa. No, esagero. Non era proprio fastidio. Era semmai micro-fastidio, un misto di micro-collera e di micro-colpa. Il che è ancora più fastidioso.

Trovo questo termine, “micro-aggressioni”, particolarmente utile perché forse ci consente di capire più a fondo il significato del termine “politicamente corretto” e del perché molti di noi possano trovare questa parola -e tutto il movimento culturale che lo sostiene- al tempo stesso profondamente giusta e profondamente fastidiosa. O meglio, profondamente micro-fastidiosa. Tutto sta in quella paroletta rivelatrice: “micro”.

Il politicamente corretto esprime un bisogno giusto. Il bisogno di rapporti sociali umani e civili, in cui non si è etichettati semplicisticamente in base all’etnia, la religione o la preferenza sessuale, ma come persone. Bene. Tuttavia quel “micro” rivela che questo bisogno, per realizzarsi, è costretto a incarnarsi in un’ossessiva attenzione a qualunque micro-manifestazione che potenzialmente abbia un significato svalutativo, anche indiretto.

Quindi anche elogiare l’innato senso della musica di certi popoli, o la bontà della cucina di un altro certo popolo possono essere una micro-aggressione. Ed effettivamente, se alla fine di una mia presentazione scientifica qualcuno si congratulasse con me dicendomi: “come siete bravi a cucinare voi italiani!” il significato sarcastico sarebbe evidente. Ma, nel politicamente corretto, questa frase è sempre svalutante, anche in un contesto che la giustifica. Ovvero a cena a casa mia (dove peraltro si mangia malissimo).

Si dirà: esagerazioni degli americani. Il che è vero. Infatti, ricordo che in quello stesso congresso, durante una discussione scientifica uno degli oratori rispose a una domanda dicendo: “this is a micro-aggression!” Non so, magari era anche vero che l’oratore fosse stato (micro) aggredito. Però per la mia sensibilità italiana mi pareva che la sottolineatura fosse irrimediabilmente piagnucolosa.

Oppure leggiamo questo sito, proprio dell’American Psychological Association: http://www.apa.org/monitor/2009/02/microaggression.aspx. Gli esempi che fa sono eccessivi. Una hostess che chiede a un afro-americano di spostarsi per bilanciare la distribuzione del peso in un piccolo aereo non è inconsapevolmente razzista. L’articolo sembra invece suggerirlo. Mah!

Però, malgrado le esagerazioni degli americani, questa tendenza inevitabilmente prende piede e prenderà piede sempre di più anche da noi. È inutile negarlo, non è un complotto. Personalmente, la considero una spontanea tendenza umana a diminuire sempre di più la violenza e l’aggressività. Lo dimostra lo psicologo Steven Pinker in un bel libro appena tradotto in italiano: “Il declino della violenza” (Pinker, 2013).

Quindi anche da noi ci sarà sempre più attenzione alle micro-aggressioni, malgrado millenni di abitudine italiana a una comicità aggressiva e feroce, dai fescennini degli antichi romani alla commedia dell’arte. Ce ne sono vari esempi. Ma l’esempio migliore è già il fatto che io, in questo momento non ho nessun desiderio di fare un esempio specifico, perché già farne è rischiare una micro-aggressione.

Per esempio, l’infortunio accaduto recentemente a una nota impresa alimentare italiana potrebbe essere un buon esempio. Potrei scriverne. Ma non lo faccio. Non ho desiderio di infilarmi in un ginepraio di distinguo, in cui ogni cosa che si dice suonerebbe irrimediabilmente goffa. Mi limito a dire che già soltanto etichettare quell’episodio come una micro-aggressione per qualcuno potrebbe suonare come una micro-aggressione, perché svaluterebbe la gravità del fatto. E così via.

La faccio troppo lunga? Probabile. Cammino sulle uova? Sicuro. Me la caverò parlando di un episodio più piccolo, capitato qui tra noi, nel (micro) mondo di State of Mind. Una nostra collega ha pubblicato uno spiritoso articolo sulle differenze intellettuali tra maschi e femmine, concludendo con un paio di battute sul cervello del maschi.

L’articolo ha attirato un gran numero di clic e qualche commento irritato, da parte maschile. In sé un micro-episodio, una tempesta in un bicchier d’acqua. Ma abbiamo già visto che tutto il politicamente corretto si nutre di micro-elementi. Quindi l’episodio è importante proprio perché futile.

Vi confesserò che c’è stata un po’ di maretta anche nella nostra redazione. Una micro-redazione di sette persone, in cui le quattro donne hanno trovato l’articolo spassosissimo mentre almeno due maschi su tre hanno espresso qualche dubbio. Uno di noi se l’è cavata con un argomento scientificamente corretto: la parte scientifica andava approfondita. Vero, ma non credo che fosse solo quello il problema. C’era anche il (micro)-problema del (micro)-fastidio generato dalle battute della collega, riassumibili nell’espressione: gli uomini ragionano con il pisello. Insopportabile? Non direi. Fastidioso? Un po’. Intollerabilmente micro-fastidioso? Sicuramente.

Vi dirò (lasciatemi raccontare i retroscena di redazione, in puro stile “new-journalism”; mi fa sentire tanto Tom Wolfe): ho tentato di gestire il micro-fastidio esprimendo l’opinione che l’articolo era sicuramente un successo (è stato gradito da un significativo numero di lettori e, sospetto, soprattutto lettrici), ma ho aggiunto che la parte satirica necessitava di qualche limatura, pena un retrogusto da misandria tardo-femminista anni ’70 un po’ superato. Roba da “SCUM manifesto” di Valerie Solanas (1968), un curioso oggetto di modernariato culturale, un libro che teorizzava l’inferiorità genetica del genere maschile. Un libro che ancora oggi non si riesce a digerire, se non etichettandolo come “satira”. Ma in fondo non si riesce. Perché? Perché la Solanas era del tutto priva di auto-ironia.

Insomma, in tempi di politicamente corretto e di micro-aggressioni la satira diventa un esercizio sempre più difficile da eseguire, e necessita di un livello di scrittura da campioni del mondo.

Unico salva-condotto: mescolare l’ironia con l’auto-ironia. Ovvero possiamo abbandonarci a esercizi satirici a patto di riuscire, continuamente, a prendere in giro anche noi stessi mentre lo facciamo. Quindi possiamo essere misandrici (o perfino misogini), ma a patto di riuscire a dare di noi stessi (e di noi stesse) l’immagine di persone a nostra volta un po’ sfigate, in fondo bisognose e innamorate dell’oggetto della nostra satira, uomo o donna che sia.

Concludo con una considerazione. Il bisogno di proteggere le minoranze dalle micro-aggressioni è comprensibile e civile. Tuttavia, se il politicamente corretto è un bene, esso sarà necessariamente un bene universale. Il che significa che il politicamente corretto non può non estendersi oltre le minoranze. E già si estende oltre le minoranze, assumendo il significato di limitazione e censura di qualunque espressione micro-aggressiva, come si vede in un articolo di Sue e dei suoi collaboratori (Sue e coll., 2007).

Con inevitabili limitazioni anche delle varie forme di umorismo. Già oggi l’umorismo misogino, così come quello a sfondo etnico, è inevitabilmente escluso. Rimangono delle zone ancora franche, sempre più limitate. Dei cosiddetti “acceptable prejudice” come li chiama il filosofo Philip Jenkins (2003). Esempi? L’anti-cattolicesimo, o –appunto- la misandria. Delle eccezioni non giustificabili, perché illogiche. Il che può essere (micro)-irritante. Come ascoltare battute anti-maschili senza poter davvero ribattere. Troppo difficile.

Che fare? Nulla, siamo adulti e –come diceva Albert Ellis- possiamo tollerare le micro-aggressioni ancora accettabili in società. Sapendo che stiamo assistendo agli ultimi fuochi. Ancora pochi anni e anche noi potremmo rispondere a una micro-aggressione anti-maschile con un definitivo “This is not appropriate!” che, a quanto pare, è il segnale sociale utilizzato in USA per zittire una deriva politicamente scorretta in una conversazione. Sarà bellissimo. E noiosissimo. E sottilmente piagnucoloso. Non aggiungo altro, sono già giunto al confine di una micro-aggressione.

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PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA – PSICOLOGIA SOCIALE – SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

 

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Giovanni Maria Ruggiero
Giovanni Maria Ruggiero

Direttore responsabile di State of Mind, Professore di Psicologia Culturale e Psicoterapia presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna, Direttore Ricerca Gruppo Studi Cognitivi

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