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La lingua segreta del corpo. Approfondire il tema della comunicazione non verbale (2017) di A. A. Schützenberger – Recensione del libro

È solo attraverso l’attualizzazione incessante nel e tramite il corpo che l’individuo è nel mondo che lo circonda. Sono queste le parole che concludono il libro di Anne Ancelin Schützenberger La lingua segreta del corpo, un libro che come una matrioska russa affronta il tema della comunicazione non verbale: man mano che si va avanti nella lettura dei capitoli ci si avvicina sempre più a un aspetto particolare del misterioso e ancora molto sconosciuto linguaggio del corpo.

 

La lingua segreta del corpo è un meraviglioso elogio alla bellezza insita nella relazione umana: ogni qualvolta che dialoghiamo con qualcuno dobbiamo tener conto non solo della comunicazione verbale ma anche della comunicazione non verbale, la quale sfugge al controllo sociale razionale e al cosciente. Ma come possiamo afferrarla nella sua totalità ed avere così un’idea chiara di ciò che l’altro ci sta dicendo? È questo che l’autrice Anne Ancelin Schützenberger cercherà di spiegarci mettendo nero su bianco i suoi molteplici studi sull’essenza della conversazione.

La lingua segreta del corpo ci guida in un viaggio che apre gli occhi su tutte le componenti della comunicazione: il corpo, le emozioni, la personalità, attraverso concetti che provengono da molte scienze, dalla psicologia alla fisica, e citazioni di studi di comprovata importanza.

Chi pensa che possa esserci un dizionario del comportamento vive in una falsa credenza: non si può ridurre la comunicazione non verbale ad un insieme di codici universali.

La comunicazione non verbale non informa in maniera neutra e distaccata, essa implica, cioè richiede un’immersione totale degli individui nello scambio comunicativo in atto. È proprio questo non essere codificabile e generalizzabile che ci porta ad una continua interrogazione sulla funzione essenziale del linguaggio: far arrivare alla coscienza ciò che altrimenti rimarrebbe inespresso.

Tutto ciò che esiste è comunicazione e poiché siamo inseriti in una totalità relazionale il nostro modo di parlare all’altro è strettamente non definibile a priori.

Nel suo libro La lingua segreta del corpo, Anne Ancelin Schützenberger sembra dare voce al corpo, luogo centrale della comunicazione, e quest’ultimo sembra invitarci a prestargli un’attenzione particolare, ogni qualvolta si trovi davanti ai nostri occhi. Questo libro dunque è adatto a chi vuol andare oltre il conoscibile, il visibile, il guardabile, a chi vuol capire il complicato mondo delle relazioni umane e vuol sapere quel per di più che il nostro corpo comunica ma che non tutti sanno leggere.

Gli occhi della mente: cosa guardiamo quando non guardiamo nulla?

Possono i nostri occhi muoversi anche quando non c’è nulla da vedere? Un nuovo studio, recentemente pubblicato su Nature Human Behaviour, ha mostrato come piccoli movimenti oculari possano rivelare lo spazio in cui la persona alloca l’attenzione, uno spazio memorizzato e non visivo.

 

La scoperta condotta dall’Oxford Centre for Human Brain Activity del dipartimento di Psichiatria e dal dipartimento di Psicologia Sperimentale dell’università di Oxford dà il suo contributo nel sottolineare la partecipazione del sistema oculomotore nel focalizzare l’attenzione nello spazio interno della memoria.

Attenzione, memoria e sguardo: come funzionano

L’attenzione spaziale e il controllo oculare dello sguardo da parte di specifiche aree cerebrali sono spesso in associazione tra di loro per quanto riguarda la percezione dello spazio esterno (Krauzlis, Lovejoy & Zénon, 2013): questo perché le informazioni che vengono raccolte tramite la focalizzazione dell’attenzione all’esterno possono guidare e indicare la direzione dello sguardo successivo e far si che l’individuo possa, sulla base di esso, esplorare in modo più approfondito l’ambiente esterno circostante e selezionare di conseguenza il comportamento più adatto.

Il tutto a partire dal controllo dello sguardo e dall’attenzione (Martinez-Conde & Alexander, 2019).

Tuttavia l’attenzione oltre che all’ambiente esterno può essere diretta anche internamente a rappresentazioni contenute nel piano spaziale della memoria di lavoro visiva: è infatti possibile direzionare lo sguardo anche ad oggetti e a persone solo “tratteggiati” nella mente come sottolineato dal nuovo studio del gruppo di ricerca di van Ede, Checkroud e Nobre (2019).

In questo specifico caso, l’incentivo ad utilizzare le risorse attentive per direzionare lo sguardo si verifica quando di fatto non vi è alcun target o oggetto esterno sul quale porre attenzione.

Le evidenze dello studio qui descritto (van Ede, Checkround e Nobre, 2019) sono state ottenute tramite 4 esperimenti, impiegando sia analisi elettroencefalografiche per l’esame dell’attività delle regioni cerebrali associate alla working memory sia analisi simultanee dei movimenti oculari di entrambi gli occhi tramite eye-traker EyeLink 1000 su un gruppo sperimentale di circa 25 studenti volontari.

Attenzione, memoria, sguardo: lo studio

In ciascuno dei quattro esperimenti è stato richiesto ai soggetti di memorizzare numerose barre colorate e orientate in modo diverso nello spazio rispetto ad un punto di fissazione centrale, e di riprodurne, per ciascuna, tramite l’utilizzo della memoria, l’orientamento e il colore mentre nello schermo davanti a loro veniva proiettato soltanto il punto di fissazione centrale.

Nel dettaglio, l’esperimento 1 ha richiesto ai partecipanti di memorizzare due barre di differente colore e orientamento, poste in modo del tutto casuale o a destra o a sinistra rispetto ad una croce centrale che rappresentava il punto di fissazione; dopo circa un intervallo temporale di pochi secondi, la croce cambiava colore per indicare ai soggetti sperimentali di riportare l’orientamento della barra che era precedentemente apparsa.

Nonostante in questa fase non fosse richiesto esplicitamente il coinvolgimento di informazioni mnestiche, cioè di ricordare la posizione della barra ma semplicemente il suo orientamento, i ricercatori hanno comunque osservato un bias nel direzionamento dello sguardo tramite l’eye traker: se la barra appariva a sinistra, di conseguenza vi era un allineamento dello sguardo dei soggetti verso sinistra anche se la barra non era effettivamente presente sullo schermo.

Questo bias dello sguardo rilevato nella direzione della barra memorizzata non è stato sufficientemente ampio da poter costituire uno sguardo tout court, ma è risultato consistente con uno shift nella direzione delle microsaccadi, cioè di quei piccoli movimenti oculari involontari prodotti durante i tentativi di fissazione dello sguardo (van Ede, Checkround e Nobre, 2019).

Il secondo esperimento ha tentato di integrare i risultati del precedente aggiungendo alla serie di barre colorate e orientate anche un cue informativo (neutro o colorato) che avrebbe indicato loro con una validità del 100 % quale item sarebbe apparso dopo l’intervallo di tempo: in questa condizione, il bias nella direzione dello sguardo si è osservato molto dopo la comparsa del cue informativo, anziché dopo la presentazione della barra.

A parere degli autori della ricerca, ciò ha indicato come il cue informativo abbia da solo contribuito e facilitato la focalizzazione dell’attenzione sulla localizzazione spaziale dell’item rilevante senza alcun bisogno delle informazioni provenienti dalla barra che sarebbe comparsa solo successivamente, suggerendo come sia stato sufficiente lo sguardo da solo a rifocalizzare l’attenzione.

Infine, nel quarto esperimento, i ricercatori hanno osservato come il bias nello sguardo, dimostrato nell’esperimento 1 e 2 nel focalizzare l’attenzione verso le direzioni spaziali memorizzate, non riguarda unicamente l’orientamento delle barre ma si manifesta anche nei report circa il colore di quest’ultime.

Attenzione, memoria, sguardo: i risultati dello studio

Le evidenze del gruppo di Oxford hanno innanzitutto indicato come la direzione delle microsaccadi guidi la focalizzazione dell’attenzione seguendo lo spazio interno memorizzato nella working memory e non uno visivo; in secondo luogo, gli esperimenti dimostrano che ciò è possibile grazie anche al coinvolgimento del sistema cerebrale oculomotore con effetti che possono essere osservati, riscontrati nei movimenti oculari e possono essere utilizzati per predire i benefici prestazionali come osservato nell’esperimento dei cue informativi (van Ede, Checkround e Nobre, 2019).

La selezione di un item dalla memoria di lavoro visiva influenza il controllo dello sguardo che va nella direzione della posizione in cui l’item è stato memorizzato, nonostante non ci sia niente da osservare e senza che la memoria spaziale sia stata mai chiamata in causa esplicitamente (Martinez-Conde & Alexander, 2019).

In conclusione, Martinez-Conde & Alexander (2019) del dipartimento di oftalmologia del Downstate Medical Center di Brooklyn, New York, sottolineano come questi bias nello sguardo potranno potenzialmente costituire indicatori diagnostici precoci per deficit mnestici e cognitivi, soprattutto alla luce delle recenti scoperte di alterazioni delle microsaccadi in alcuni disturbi neurologici (Alexander, Macknik & Martinez-Conde, 2018).

Amore, Transfert e Psicopatologia: il caso di Carl Gustav Jung e Sabina Spierlein

Chi era Sabina Spierlein? E quale tipo di relazione ha avuto con Carl Gustav Jung, l’allievo di Freud? La loro storia ci porta a comprendere più da vicino come si legano amore, transfert e psicopatologia nel caso del transfert erotico.

 

Quando morirò voglio che il dottor Jung abbia la mia testa, solo lui potrà aprirla e sezionarla. Voglio che il mio corpo sia cremato e che le ceneri siano sparse sotto una quercia, e voglio che qualcuno scriva: “Anche lei era un essere umano”.

 

Queste parole sono tratte dal film “Prendimi l’anima”, è Sabina Spielrein a pronunciarle, in uno dei periodi più cupi della sua vita.

Sabina Spielrein è nata a Rostov sul Don nel 1885 da una famiglia ebrea benestante dell’Unione Sovietica. A 19 anni, dopo la morte della sorella, emersero delle profonde crisi depressive che la costrinsero ad internarsi in uno dei più importanti ospedali di Zurigo. Fu proprio in quell’ospedale che ricevette delle cure, che, in un anno, la fecero rinvigorire. Ad occuparsi di lei fu il giovane dottor Carl Gustav Jung. Le cure furono diverse rispetto a come venivano trattate le persone che avevano turbe mentali in quel periodo. Il giovane Jung si occupò di aiutare la Spielrein attraverso la parola. Inizialmente la paziente era impaurita e persa nel suo mondo interno, ma a poco a poco, Jung attraverso la parola e le tecniche psicoterapeutiche che aveva appreso dal suo maestro Freud, riuscì a tranquillizzarla e ad instaurare una buona alleanza terapeutica. Per la prima, volta dopo tanto tempo, Sabina si sentì rassicurata e a poco a poco riuscì a raccontarsi e ad aprirsi al giovane e premuroso dottore.

Dai racconti della paziente, Jung riuscì a comprendere e a dare un nome alle sue turbe che le tormentavano l’animo. La ragazza infatti aveva una fissazione sulle feci, che cercava di trattenere in tutti i modi, e problemi di masturbazione compulsiva; soffriva inoltre di «pavor nocturnus», di allucinazioni, accessi di riso, urla e pianto, diversi problemi del comportamento (che oggi potremmo definire borderline) e, infine, di depressione. Jung le diagnosticò un’isteria psicotica.

Secondo alcune ricerche la psicosi isterica potrebbe essere il risultato di uno stile di attaccamento di tipo traumatico (McWilliams, 2011). Tuttavia nella versione attuale del DSM non viene più riportata questa diagnosi; ciò ha indotto i clinici a diagnosticare la schizofrenia, anche nei casi in cui sembrerebbe più corretto prendere in considerazione un processo isteroide di tipo traumatico (McWilliams, 2011).

Jung scrisse a Freud:

… sto applicando attualmente il Suo metodo alla cura di un’isteria. È un caso difficile: una studentessa russa ventenne, ammalata da sei anni. Primo trauma: verso il terzo-quarto anno di vita. La bimba vede il padre che percuote sul sedere nudo il fratello maggiore. Forte impressione. In seguito è costretta a pensare di aver defecato sulla mano del padre. Dal quarto al settimo anno continui tentativi di defecare sui propri piedi, compiuti nel modo seguente: si siede per terra tenendo un piede ripiegato sotto il corpo, preme il calcagno contro l’ano e cerca di defecare e, al tempo stesso, di impedire la defecazione. In questo modo frena più volte l’evacuazione anche per due intere settimane! Non so come sia arrivata a questa storia stranissima; si trattava, così pare, di un fatto di carattere assolutamente pulsionale, accompagnato da una deliziosa sensazione di orrore. In seguito questo fenomeno è stato sostituito da una masturbazione intensa. Le sarei estremamente grato se volesse comunicarmi in poche parole la Sua opinione su questa storia (Freud & Jung, 1990).

Dalle parole di Jung è possibile comprendere che la Spielrein aveva vissuto un evento perturbante in età edipica.

Rimozione, sessualizzazione e regressione

I meccanismi di difesa principalmente implicati nell’isteria, sono: la rimozione, la sessualizzazione e la regressione (McWilliams, 2011).

La rimozione, in accordo con le idee di Freud, è un processo mentale centrale nell’isteria (McWilliams, 2011). Nello specifico, Freud riteneva che i vissuti traumatici infantili (spesso incestuosi) fossero rimossi dai pazienti (McWilliams, 2011). Attraverso l’ipnosi, i pazienti rivivevano i traumi e li riportavano alla coscienza ed i sintomi isterici scomparivano (McWilliams, 2011). Quindi, eliminare la rimozione e far emergere il ricordo traumatico, era uno dei compiti più importanti dell’analista (McWilliams, 2011). Freud infine si convinse che i ricordi che venivano rimossi da questi pazienti, erano fantasie ed impulsi di tipo sessuale, paure ed affetti dolorosi (McWilliams, 2011). In particolare, secondo lo psicoanalista, l’educazione che mira alla censura e alla repressione delle pulsioni sessuali può aumentare il rischio dell’insorgenza di isteria in quanto questa forza biologica viene deviata ma non eliminata (McWilliams, 2011).

Fu proprio da queste considerazioni, che Freud, cominciò a vedere alcune malattie come conversioni dell’impulso in sintomi biologici (McWilliams, 2011). Tuttavia, secondo Freud l’isteria è il risultato della lotta tra l’Es e il Super-Io (McWilliams, 2011).

Oltre la sessualizzazione e la rimozione, le pazienti isteriche utilizzano la regressione, soprattutto nelle situazioni in cui si sentono insicure, rifiutate; per evitare sensi di colpa o paure inconsce, nel tentativo di disarmare chi potrebbe maltrattarle o rifiutarle, adottano un atteggiamento infantile ed indifeso (McWilliams, 2011). Infatti possono diventare dipendenti, piagnucolose, ammalarsi fisicamente e lamentose (McWilliams, 2011).

Il trattamento e la fine della “relazione” terapeutica

Fu proprio attraverso “la parola”, come affermato in precedenza, che Jung si avvicinò a Sabina per condurla alla riappropriazione del senso di sé e reimmetterla nella pensabilità umana. Tuttavia, con la parola le dona confidenze e aspetti di sé fino ad allora custoditi in privato, con la parola la calma, la rassicura, la guarisce, ma anche la seduce.

Sabina, anche grazie alle cure di Jung, guarì, si iscrisse all’Università e si laureò in medicina, specializzandosi in psicoanalisi e pedagogia presso la facoltà di medicina dell’Università di Zurigo. La Spielrein si laureò con una tesi su un caso di schizofrenia: “Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia”, che fu pubblicato nel 1911 sullo Jahrbuch. Nello stesso anno divenne membro della Società di Psicoanalisi di Vienna. La Spielrein parlò nei suoi scritti della paura del sesso nello psicotico, collegandola alla paura di disintegrazione del paziente: la paura di perdere se stessi, di dissolversi in un’altra persona amata. Per questo, secondo la Spielrein gli schizofrenici sostituiscono la realtà con le loro fantasie. Anche nei suoi lavori successivi la Spielrein tornò più volte su questo tema del perdere se stessi.

Nel tempo, intanto, la relazione terapeutica e professionale con Jung era diventata amore: iniziò infatti fra loro una relazione intensa, che sarebbe durata sette anni. Anche Jung si lasciò coinvolgere completamente da questa storia d’amore e vi si spinse forse molto al di là di quanto avrebbe dovuto. Il rapporto fra Jung e la Spielrein andò nettamente in crisi quando, sul finire della relazione, Sabina cominciò pressantemente a chiedere un figlio a Jung che invece, essendo sposato, non voleva darglielo, per non rischiare lo scandalo.

Lo scandalo tuttavia emerse ugualmente in quanto la madre di Sabina un giorno si vide recapitare una lettera (forse scritta in forma anonima dalla moglie di Jung) in cui le si suggeriva di prestare più attenzione ai comportamenti della figlia. Nel 1912 Sabina Spierlein sposa il medico russo Pavel Scheftel, anche se, dentro di lei, non dimenticherà mai Jung (infatti i due continuarono il rapporto epistolare fino al 1919).

La Spierlein e la psicoanalisi

I contributi della Spierlein vengono ripresi dallo stesso Freud, con il quale la donna ha avuto una fitta corrispondenza.

Nel 1913 nasce sua figlia Renate con la quale torna in Russia nel 1923. Si stabilisce a Mosca, che era in pieno fermento per le idee e le riforme introdotte da Lenin. Qui si specializza nel campo della psicoanalisi e della psicologia infantile e diventa direttrice dell’asilo bianco, così chiamato per il colore con il quale erano dipinti i suoi interni. L’asilo bianco, fondato da Vera Schmidt, rappresenta un esperimento ambizioso in cui Sabina non smise mai di credere: in esso i bambini (tra cui anche il figlio di Stalin) venivano fatti crescere in assoluta libertà, per aiutarli a diventare uomini e veramente liberi.

Il sogno dell’asilo bianco si interrompe tuttavia bruscamente durante gli anni della dittatura di Stalin. Il regime fa chiudere l’asilo, bandisce la psicoanalisi, infatti, nel 1924 Stalin dichiarò la psicoanalisi fuori legge, ma Sabina continuò, illegalmente, a praticarla in privato. Durante il regime staliniano morirono sia i fratelli che il marito della Spielrein (1938). Nel 1941 Rostov sul Don fu occupata dall’esercito Tedesco. La psicoanalista non credeva fino in fondo alla crudeltà nazista e per questo si rifiutò di fuggire dalla sua città. Con molti altri ebrei e con le sue due figlie (28 e 18 anni), fu invece portata in una sinagoga e uccisa dai nazisti nell’agosto del 1942. Non si conosce la data precisa della sua morte.

Le ricerche sulla seconda parte della vita della Spielrein sono state difficili, ma hanno avuto una svolta decisiva quando Roberto Faenza, il regista del film “Prendimi l’anima” ha rintracciato per caso il figlio di Vera Schmidt, ultimo sopravvissuto tra i bimbi che avevano frequentato l’asilo bianco. I suoi scritti di psicoanalisi sono stati giudicati interessanti ed originali. Spicca fra tutti l’epistolario intrattenuto con Freud e Jung ed il diario che Sabina scrisse durante la sua relazione terapeutica e sentimentale con Jung stesso, dalla quale esce non solo guarita ma anche desiderosa di condividere con la sua intelligenza la storia della psicoanalisi. Infatti fu la prima donna ad esercitare la psicoanalisi in Russia.

Implicazioni sulla psicoanalisi

Durante la terapia, Sabina idealizza Jung e gli confessa di avere una forte attrazione verso di lui. Inizialmente Jung le conferma e pare che ricambi questi desideri (De Masi, 2012), dopo desiste e cerca in tutti i modi di sopprimere questa pericolosa relazione (De Masi, 2012).

Attraverso la storia di Sabina Spielrein e Jung, è stato possibile studiare ed inserire nelle tipologie di transfert, il transfert passionale-erotico (De Masi, 2012) (che pare abbia accompagnato per diversi anni la Spierlein, anche durante il matrimonio e le gravidanze). Il transfert erotico può prendere avvio da emozioni positive per costruire nuove esperienze condivise oppure, trarre alimento da costruzioni falsificate e distorte (De Masi, 2012). Nel primo caso viene inteso come una forza propulsiva al cambiamento, nel secondo caso corrisponde ad una fuga dalla realtà psichica e può trasformarsi in un vero e proprio delirio (De Masi, 2012). Sul versante clinico, ci sono casi in cui è possibile analizzarlo e ricorda un amore ideale infantile e casi in cui è difficile da trattare e quindi assume un carattere maligno, simile ad uno stato delirante (De Masi, 2012).

Infine, secondo Freud, occorrerebbe mantenere in vita questo tipo di transfert per poterlo interpretare e per poter comprendere le origini infantili e risolverle e nel frattempo l’analista dovrebbe fare affidamento alle sue competenze analitiche per poter resistere alle continue provocazioni delle pazienti (De Masi, 2012).

Nonostante Sabina Spielrein tentasse in tutti i modi di spiegare la natura delle sue fantasie, l’allievo di Freud non le analizzava (De Masi, 2012). Tuttavia la natura delle sue fantasie gli servì per le sue teorizzazioni future (aveva solo 21 anni!) (De Masi, 2012).

 

GUARDA IL TRAILER DEL FILM “PRENDIMI L’ANIMA”:

Lettera aperta del CIPA per contrastare il clima di intolleranza e disumanità che si sta diffondendo nel nostro Paese – Comunicato stampa

Noi soci del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA), nel firmare questo appello, vogliamo esprimere con spirito unitario la nostra profonda preoccupazione per il clima di intolleranza e disumanità che si sta diffondendo nel nostro paese, in particolare dopo l’emanazione del “Decreto Sicurezza”.

 

Nel condividere appieno le lettere già inviate sulla questione dei migranti dai colleghi della SPI, dell’AIPA e dell’ARPA al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, vogliamo proporre a tutti i colleghi che lavorano con il disagio mentale di organizzare una manifestazione comune per costituire un movimento d’opinione che sostenga con forza i valori dell’accoglienza e dell’integrazione, proprio come principi cardine della nostra pratica psicoterapeutica, nonché della salute psichica e della vita sociale.

Come recita l’art.2 dello Statuto dell’International Association for Analytical Psychology:

Le Società appartenenti alla IAAP si impegnano a seguire una politica di non discriminazione in base alla razza, alla religione, all’origine etnica, al sesso e all’orientamento sessuale. Tale atteggiamento verrà mantenuto in tutte le attività dei Gruppi IAAP quali l’ammissione di membri alle associazioni, nel training e nei confronti del pubblico invitato ad intervenire alle manifestazioni promosse dalle varie società.

Collegare il problema della sicurezza con l’immigrazione è sbagliato e pericoloso. Perché riduce a tema di ordine pubblico un fenomeno geopolitico di portata storica, figlio di emarginazione, barbarie umana, economica e sociale. Perché annulla la sofferenza di migliaia di esseri umani costretti a fuggire da realtà di morte, tortura, miseria.

Perché, additando un nemico nel diverso, diffonde una cultura razzista e xenofoba, che si incunea nello spaesamento, nello sconcerto, nella paura delle popolazioni occidentali.

Perché dà una risposta sbagliata e riduttiva a un problema vero e complesso.

Perché la sicurezza si costruisce con politiche di accoglienza e integrazione, che valorizzino le singole individualità, che facciano vivere nel tessuto della società il valore dello scambio e del multiculturalismo.

Il nostro lavoro quotidiano ci porta continuamente a misurarci con angosce, paure, sofferenze che sono anche figlie di un clima culturale spaventoso e spaventante. Le conseguenze di questo clima non ricadono soltanto sulle vittime di atteggiamenti razzisti e xenofobi, ma sull’intera nostra società, che rischia di impoverirsi dei valori apportati dal confronto con l’altro e di rifiutare la capacità umana di riconoscere e di avere a che fare con la sofferenza, con il conseguente rischio di generare una società psicopatica, paranoica e autoritaria.

La nostra associazione si è già espressa sui valori dell’accoglienza nello scorso congresso nazionale (Roma 2016) e riaffronterà l’argomento nel prossimo congresso nazionale (Milano 2020), oltreché in diversi seminari tenuti nell’Istituto Meridionale.

Pensiamo che sia però necessario, in un momento così difficile per la cultura e la vita democratica, che tutti coloro che comprendono il valore dell’accoglienza e dell’integrazione per la tutela della salute psichica, individuale e collettiva, si
uniscano per un’azione forte ed efficace nell’organizzazione insieme di iniziative pubbliche di confronto, discussione e testimonianza.

 

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Malattie a trasmissione sessuale. La necessità della prevenzione – Report del convegno di Palermo

Lo scorso 1 Marzo presso il Policlinico Universitario Paolo Giaccone di Palermo si è tenuto un importante momento di confronto sul tema delle malattie sessualmente trasmissibili che ha coinvolto tutti i professionisti che ogni giorno hanno a che fare questo tipo di patologie.

 

Le malattie sessualmente trasmissibili (MST) rappresentano un problema notevole di salute pubblica: clamidia, sifilide, gonorrea, HPV, fino all’ancora attualissimo e mai scomparso AIDS, necessitano di diagnosi tempestive e terapie mirate, ma soprattutto di campagne di prevenzione, di sensibilizzazione all’utilizzo dei sistemi contraccettivi, primi tra tutti del condom nei rapporti occasionali, di strutturazione di programmi di informazione massiccia rivolti in particolar modo ai giovani.

Questo il messaggio forte lanciato in occasione dell’evento sui percorsi diagnostici e assistenziali delle malattie sessualmente trasmessibili, tenutosi a Palermo lo scorso 1 Marzo presso il Policlinico Universitario Paolo Giaccone.

Un dibattito animato da differenti specialità mediche: ginecologi, dermatologi, urologi, in un confronto dove la medicina, in cooperazione con la scienza psicologica, ha mostrato i passi in avanti fatti sul campo e le difficoltà rilevate, le criticità da affrontare per aumentare la consapevolezza dei rischi di esposizione a malattie che possono, se non trattate, condurre a esiti fatali.

Le MST rappresentano un problema temibile per la salute, l’integrità fisica e psichica e la vita stessa – commenta Anna Teresa Palamara, Dipartimento malattie infettive Università Sapienza di Roma – Basti pensare alla sterilità causata dalla clamidia o il cancro dell’utero provocato dal virus HPV. Alla luce del fatto che i sintomi di tali malattie spesso sono silenti, e la malattia asintomatica, è opportuno diffondere la cultura di una prevenzione precoce e disporre il territorio di Centri specifici in cui si garantisca l’anonimato e l’effettuazione di screening di rilevazione delle malattie sessualmente trasmissibili, prima ancora che la patologia si manifesti.

Malattie sessualmente trasmissibili - Report dal convegno di Palermo

La risposta della città di Palermo alle malattie sessualmente trasmissibili

E mentre i relatori presentano i dati nazionali sull’epidemiologia delle MST, con il primato della sifilide nella realtà ospedaliera palermitana, sempre più stringente si fa il riferimento corale a un Centro funzionale per la gestione delle malattie sessualmente trasmissibili, con caratteristiche precise di innovazione e funzionalità.

Nell’Unità che pensiamo con accesso garantito ai più giovani, gratuita e anonima, immaginiamo la presenza dell’infermiere in accoglienza e di un medico prelevatore – spiega Anna Giammanco dell’Università degli studi di Palermo – La figura dello psicologo è importante, ma lo riteniamo più utile nelle fasi successive al primo contatto e per garantire la compliance della terapia. 

Una struttura in cui accedere ancora prima della manifestazione dei sintomi, in cui garantire cure all’intera popolazione italiana, ma estese anche ai migranti, in cui le MST rappresentano un serio problema di sanità.

Povertà, prigionia, esperienze di sesso non protetto magari per effetto dell’assunzione di sostanze disinibenti, come nel recente fenomeno del Chemsex, risultano così alla base della proliferazione dei sintomi delle malattie sessualmente trasmissibili, a volte mortali, che possono trasmettersi alla prole, come per l’herpes simplex, e che richiedono campagne di informazione, centri dedicati, in un cambiamento radicale del modo di intendere sesso, godimento e tutela della salute.

Ansia e Alcool: il ruolo dell’ansia sociale nello sviluppo dell’alcolismo

L’alcolismo spesso costituisce una risposta alle situazioni che generano ansia. Tuttavia esistono diverse tipologie di disturbi d’ansia: qual è in particolare il ruolo dell’ ansia sociale nell’uso o abuso di alcol?

 

Di tutti i disturbi d’ansia, l’ ansia sociale risulterebbe avere un effetto diretto sul rischio di sviluppare una dipendenza da alcol. Lo indica una nuova ricerca della Norwegian Institute of Public Health.

Attraverso la somministrazione di interviste semi-strutturate ad un campione di 2,801 gemelli adulti, i ricercatori del presente studio hanno valutato la correlazione tra alcolismo, disturbo di ansia sociale, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo da attacchi di panico, agorafobia e fobie specifiche. Ciò che è emerso è che, tra le diverse tipologie di disturbi d’ansia, il disturbo di ansia sociale è quello che aveva una più forte correlazione con l’ alcolismo.

Nello studio, il disturbo di ansia sociale ha infatti predetto la presenza di sintomi collegabili all’ alcolismo in maniera nettamente superiore rispetto agli altri disturbi d’ansia. In aggiunta, questa tipologia di distubo è risultata correlata a un più alto rischio di sviluppare successivamente una dipendenza da alcol. Non è stato lo stesso per gli altri disturbi d’ansia.

In conclusione

Questi risultati suggeriscono che gli interventi tesi alla prevenzione o al trattamento dell’ ansia sociale potrebbero avere un ulteriore effetto benefico nella prevenzione dell’ alcolismo.

Secondo i ricercatori, è fondamentale riconoscere che molti individui che soffrono di questa tipologia di disturbo non sono in trattamento: questo vuol dire che abbiamo un potenziale sottoutilizzato, non solo per la riduzione dell’enorme quantità di diagnosi di ansia sociale, ma anche per la prevenzione di problemi relativi all’ alcolismo in comorbilità con tale disturbo. A tal proposito, la terapia cognitivo-comportamentale e le sue esposizioni controllate alle situazioni temute ha mostrato ottimi risultati.

Il conformismo della psicoterapia, ovvero il tarlo che tormenta Galimberti

C’è poco da fare, dopo tutti questi anni il timore che la psicoterapia sia un’arma di conformismo sociale di massa continua a tormentare i cosiddetti intellettuali.

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta il 16 marzo 2019

 

La psicoterapia cura l’anima ma crea conformisti? È un sospetto che è stato sollevato non poche volte. La stessa psicoanalisi ne fu accusata quando raggiunse negli anni ‘50 il culmine del suo successo come cura per la sofferenza emotiva. In seguito, da Fromm in poi, ribaltò l’accusa tornando alla testa della contestazione negli anni ’60.

Era vero però che nel decennio precedente alcune forme di psicoanalisi avevano partecipato a un intenso moto di adattamento sociale e psicologico. Un moto che aveva senso: occorreva stabilizzarsi dopo i disastri delle guerre mondiali, dopo gli eccidi della prima metà del secolo. Negli anni ’60 si doveva ridiscutere tutto e così avvenne: fu una rivoluzione sociale e culturale. Inizia in quegli anni la definitiva secolarizzazione di massa dell’occidente, si affacciano alla vita – e al mercato – i teenager, i costumi sessuali si liberalizzano. Esplodono le utopie sia individualistiche che comunistiche, e poco male se in questo sommovimento di idee e d’illusioni la protesta finisca per abbracciare anche un cadavere come il marxismo, ma questa è un’altra storia che sfocia nei più lugubri anni ’70. Nei ’60 fu tutta una festa, beati loro.

C’è poco da fare, dopo tutti questi anni il timore che la psicoterapia sia un’arma di conformismo sociale di massa continua a tormentare i cosiddetti intellettuali. Con una complicazione: prima il campo era tutto della psicoanalisi e il dubbio amletico di essere servi del potere era tutto interno a quell’orientamento. Ora le psicoterapie si sono moltiplicate fin troppo e si preferisce rinfacciarsi il peccato originale a vicenda.

Da qualche anno tocca a Umberto Galimberti dare dei conformisti ad altri psicoterapeuti. A chi, precisamente? Agli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali. Già nel 2005 così si era espresso:

sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto “psicologia del conformismo”, assumono come ideale di salute proprio quell’esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia.

Dal 2005 in poi Galimberti ha varie volte ripetuto questa idea. La risposta infine è arrivata: Giancarlo Dimaggio – che fa terapia cognitiva, naturalmente – si è fatto sentire sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera del 30 dicembre 2018 ripubblicato su State of Mind, ricordando che la psicoterapia cognitivo-comportamentale è – tra tutte le psicoterapie – quella più scientificamente confermata.

Tutto bene? In parte sì. Rimane il sospetto che noi psicoterapeuti – ieri psicoanalisti oggi cognitivisti – sembriamo attardarci un po’ troppo nelle giustificazioni. Troppe volte siamo lì ad assicurare il prossimo che la psicoterapia non è serva del potere o del capitalismo e tantomeno del conformismo. Sarà così? Forse che sì forse che no. O forse è irrilevante e la psicoterapia dovrebbe smetterla di giustificarsi. Che senso ha domandarsi se la psicoterapia sia figlia del capitalismo? La psicoterapia è semplicemente un mestiere, una professione e, come tale, ha i suoi limiti. Laddove invece essa – incolpata di partecipare alla decadenza dei tempi – s’interroghi sul suo impatto sullo spirito del mondo o sul senso dell’esistenza essa tradisce una tentazione sacerdotale. Conviene alla psicoterapia ergersi a movimento spirituale? Fuggevole ma alla lunga deleteria soddisfazione. Troppo spesso ci siamo intrattenuti con la similitudine tra il prete e lo psicoterapeuta, dicendoci forse non solo che il prete di ieri era un po’ come lo psicoterapeuta di oggi perché dava ascolto alle sofferenze emotive della gente, ma anche che lo psicoterapeuta di oggi è come il sacerdote di ieri perché la sua funzione non può limitarsi a quella del professionista della salute e deve incidere sul significato spirituale del nostro esistere nel mondo.

Questa visione non è laica. La psicoterapia si va sempre più professionalizzando e non può occuparsi del dilemma sociale e filosofico del conformismo. Non ne è all’altezza. Semmai deve volgere lo sguardo più in basso. Si richiedono livelli di aderenza a procedure replicabili sempre più precise. Si richiedono livelli di aggiornamento sempre più continuativi nel tempo. Non ci si illuda poi quando si parla un po’ pomposamente di relazione terapeutica. Per quanto in questo termine si annidi una residuale tentazione sacerdotale, man mano che la relazione terapeutica è sempre più studiata essa si proceduralizza a sua volta in misura crescente. Sebbene ci si sia a volte intrattenuti con una definizione vaga e ineffabile di empatia che risuona di accenti estatici e spiritualeggianti, sebbene ci si sia troppo affezionati agli aspetti più affettivi del legame terapeutico, ormai si insiste sempre di più con definizioni operative degli interventi relazionali: formulazione condivisa del caso, condivisione del razionale degli interventi, negoziazione degli obiettivi, regolazione del contratto terapeutico, validazione e self-disclosure. Sebbene nessuno si sogni di sostenere che una buona relazione terapeutica possa essere decisa a tavolino, sempre più è chiaro che essa debba essere promossa proattivamente mediante tecniche specifiche.

Occorre ammetterlo: se per capitalismo si intende la società dell’efficienza e della tecnica, non sta alla psicoterapia, intesa come strumento individuale di cura della salute emotiva, affrontare i possibili guasti sociali e spirituali di questo sistema economico. Al contrario, la psicoterapia come professione moderna deve essere consapevole di essere nata in epoca moderna all’interno del sistema economico capitalistico, non a caso sostituendo il prete per contrasto e non per somiglianza: per inaugurare una impostazione professionistica e non spirituale della cura dell’anima. La psicoterapia non può fare altro che addossarsi il compito di diffondere salute mentale con i modi propri della modernità in cui è nata: professionalità tecnica basata sulla scienza. Più di questo a essa non si può chiedere. Eventuali scenari futuri di superamento dell’attuale sistema capitalistico in favore di una nuova epoca storica post-capitalistica possono essere auspicabili ma sono totalmente al di là di quello che può promettere una buona psicoterapia. Semmai è compito di altre figure, tra le quali forse anche i filosofi di cui parla Galimberti, fare questo. E che lo facciano. Che svolgano il loro compito storico magari puntando a ben altro che a limitarsi a promuovere il counseling filosofico, come sembra suggerire lo stesso Galimberti, in una singolare involuzione acrobatica in cui improvvisamente passa da grandiose aspirazioni di palingenesi spirituale e cosmica a una misera adesione a una pratica di mercato come quella di aprire uno studio di counseling. Più capitalista di così.

7 giorni di Mindfulness. Esercizi per ritrovare se stessi in un mondo frenetico – Recensione del libro

Come si evince dal titolo, 7 giorni di Mindfulness è un piccolo manuale diviso in 7 capitoli, corrispondenti proprio ai 7 giorni della settimana, che ha lo scopo di guidare il lettore ad una pratica quotidiana che potrà essere ripetuta nel tempo. Lo scopo dell’autrice è quello di trasmettere al lettore delle semplici pratiche di meditazione perché si possa ritagliare uno spazio per sé nella quotidianità, abbandonando i pensieri più disturbanti e ritrovando la calma.

 

L’autrice è Maria Beatrice Toro, psicologa psicoterapeuta, direttrice della Scuola in Psicoterapia SCINT, responsabile del corso per istruttori mindfulness presso il Secondo Centro di Terapia Cognitivo Interpersonale e docente di psicologia presso diversi atenei italiani (presso l’Università LUMSA di Roma e presso l’Università Sapienza di Roma), oltre che presso diverse scuole di specializzazione in Psicoterapia.
Toro è autrice di oltre settanta pubblicazioni scientifiche e divulgative, tra cui Mindfulness insieme (2015) e Crescere con la mindfulness: Guida per bambini (e adulti) sotto pressione (2016).

Cos’è la Minfulness?

Jon Kabat-Zinn, dottorato in biologia molecolare, frequentò il corso di meditazione di Philip Kapleau, si avvicinò allo yoga e sviluppò nel 1979 un programma chiamato Stress Reduction and Relaxation Program che successivamente divenne il programma Mindfulness, dedicato al porre attenzione al momento presente, in termini di consapevolezza e accettazione, sospendendo il giudizio. Lo scopo finale della mindfulness è quello di modificare lo stress ed il conseguente disagio, aumentando la consapevolezza dei propri stati e processi mentali in atto. Per approfondire la nascita della mindfulness e le sue potenzialità applicative si rimanda alla lettura dell’articolo di State of Mind Jon Kabat-Zinn, scopriamo la Mindfulness.

A chi è rivolto il libro 7 giorni di Mindfulness?

Il libro 7 giorni di Mindfulness si struttura con un’introduzione alla mindfulness a cui seguono altri sette capitoli suddivisi per giorno della settimana. L’organizzazione stessa del libro permette al lettore di dedicarsi alla lettura di un capitolo al giorno e alla pratica dei relativi esercizi. È ben esplicitato dall’autrice che non è necessario partire dal lunedì per praticare la mindfulness.

Diffusi nel testo si ritrovano principi mindfulness e chiari esercizi. Il libro è dedicato a coloro che si approcciano alla mindfulness per trovare riparo dalla frenetica e stressante quotidianità. Non sono necessarie conoscenze pregresse per affrontare questo percorso. Il linguaggio semplice ed incisivo, oltre all’impaginazione capace di lasciare il giusto spazio alle parole e ad una piacevole grafica, aiutano il lettore a proseguire la lettura con disinvoltura.

L’organizzazione dei 7 giorni di Mindfulness:

Nell’introduzione viene ripreso il senso della mindfulness, ed i principi sui quali muove questa pratica: l’attenzione intenzionale, non giudicante e rivolta al qui ed ora che le persone possono applicare alle sensazioni in entrata che osservano.

Lunedì: “Il gusto di cominciare”

Si inizia il percorso con esercizi di respirazione e di mindfulness eating. Vengono lasciati al lettore spunti per poter svolgere questi esercizi allo scopo di gestire situazioni di tensione per ritrovare calma e serenità (ad esempio, prima di un esame).
A proposito dei benefici a cui ovviamente il lettore ambisce (calma, serenità, migliore gestione dei momenti di tensione), l’autrice ricorda come uno dei principi mindfulness riguarda i risultati:

Il bello della mindfulness è proprio quello di conoscere le proprie intenzioni, ma non divenirne schiavi. Sappiamo di meditare per un motivo (…), ma è fondamentale non farsi ingabbiare da questo motivo. Forse non è davvero lì che si trova il nostro bene. Cerchiamo, allora, di avere la saggezza di praticare per un motivo, ma senza diventarne schiavi. Restiamo aperti all’idea che il percorso stesso potrà toglierci l’esigenza di perseguire le intenzioni inziali, di mostrarcene l’impossibilità o la sostanziale vacuità. Affidiamo alla vita le nostre intenzioni e lasciamo che ce le restituisca: anche se torneranno indietro modificate, andrà bene così. Questa è vera saggezza!

Martedì: “Visualizzare e creare”

Il secondo capitolo di 7 giorni di Mindfulness si gioca attraverso un esercizio di Esplorazione ed uno di Visualizzazione degli elementi cosmici dell’universo. Molta importanza viene data all’immaginazione e all’attenzione, funzioni capaci di influenzare la nostra vita. L’autrice spiega abilmente al lettore il potere dell’attenzione sull’agire quotidiano servendosi del seguente esempio:

Ciò su cui ci concentriamo è il nostro mondo. Immaginiamo due persone che vanno al lavoro. Una è serena e riceve i saluti dei colleghi che le sorridono e le chiedono come sta. Tiene in ordine la scrivania impedendo che regni un ambiente sgradevole agli occhi dei colleghi ed esterni. Quando lavora, ci mette tutto il cuore. Quando fa pausa, vuota la mente e si gode il momento del riposo. Un’altra persona, invece, ogni giorno sussurra a malapena un “ciao” e ormai i colleghi non le sorridono più. Certamente non le chiedono come sta, né le offrono un caffè e magari nemmeno un bicchiere d’acqua. Quando lavora, sbuffa e si lamenta. Quando è in pausa, si isola oppure guarda gli altri, criticandoli dentro di sé. A fine giornata, le due persone, a casa, racconteranno due storie diverse alla domanda “Come è andata la giornata?”, nonostante fossero state nello stesso luogo e nonostante avessero svolto le stesse mansioni. Questo è perché siamo noi a fare la differenza.

Mercoledì: “Muoversi e… prendere una direzione”

Il terzo giorno ci porta verso la pratica della camminata e ad altri esercizi legati al corpo in movimento.

Giovedì: “Passare all’azione”

A metà settimana si apre la porta del “decluttering” o riordino. Gli esercizi di questo capitolo conducono il lettore verso una focalizzazione dei propri valori (tra i possibili troviamo affetto, libertà, rispetto, etc.). Porre consapevolmente l’attenzione sui propri valori permette di mettere in atto gesti coerenti con essi, i quali divengono così guida del proprio vivere, ed un vivere ispirato ai propri sinceri valori non può che portare serenità. Ma come fare a trasformare i propri valori in azioni? Attraverso la formulazione di azioni semplici e concise e l’aiuto dell’autrice per farlo nel migliore dei modi.

Venerdì: “Raccogliere i feedback”.

Arrivati quasi al termine di questi 7 giorni di Mindfulness, è giunto il momento per riflettere sui giorni precedenti e sulle novità riscontrate nella propria quotidianità da quando si pratica mindfulness. Si apre così la strada del “mindfulness loving” (la strada dell’amore) verso sé e gli altri. Aumentare la consapevolezza del proprio amore verso gli altri e se stessi e la consapevolezza dell’amore ricevuto dagli altri, perché come ricordato da un principio mindfulness:

Non permetto a nessuno di mancarmi di rispetto.

Sabato: “Ritirare le energie a te”

Abbandonando e allontanando le tensioni fisiche e mentali, si rientra dallo stress della settimana passata attraverso la meditazione.

Domenica: “Ritrovare se stessi”

Per concludere, l’autrice porta il lettore a focalizzarsi sul presente, sul qui ed ora, su se stesso, sulle cose che lo opprimono per imparare a dire qualche no, ispirandosi al principio “Less Is More”. Visualizzando il luogo sicuro (quel luogo simbolico dentro ciascuno di noi) il lettore potrà esercitarsi a rievocarli e visualizzarlo facilmente perché possa rassicurarsi e rilassarsi dentro se stesso anche nella quotidianità.

Ed è infine, nelle conclusioni del testo, che si ripercorrono tutti gli apprendimenti dei 7 giorni di Mindfulness. Dalla modalità del fare alla modalità dell’essere: così, dalla programmazione, dal giudizio, dal cambiamento, dal pensiero al qui ed ora, all’osservazione, alla sperimentazione di ciò che accade momento dopo momento verso la calma.

Dunque, buona ricerca del luogo sicuro!

Museo della follia, con Eppela sostegno al nuovo ospedale Stella Maris – Comunicato Stampa

Museo della follia: in occasione della mostra è possibile contribuire a realizzare una moderna piscina riabilitativa.

Eppela – Comunicato Stampa

 

Con l’apertura della mostra itinerante curata da Vittorio Sgarbi “Il Museo della Follia” che dal 27 febbraio fa tappa a Lucca, prende il via anche una campagna di crowdfunding sulla piattaforma che coniuga cultura e solidarietà. Il sostegno alla campagna permetterà di devolvere parte del ricavato alla Fondazione Stella Maris per realizzare la piscina riabilitativa del nuovo ospedale dei bambini a Cisanello. La piscina sarà dotata di due vasche per una superficie complessiva di circa 80 metri quadrati, dotata di tutti i supporti necessari non solo per la riabilitazione dei bambini e degli adolescenti della Stella Maris ma per la ricerca scientifica in questo campo.

Museo della follia con Eppela a sostegno del nuovo ospedale Stella Maris

Ogni persona che vuole sostenere il progetto su Eppela può vedere la mostra e sostenere la ricerca: per ogni offerta che sarà ricevuta in crowdfunding, 1 euro sarà devoluto al nuovo ospedale dei bambini della Fondazione Stella Maris, una struttura che avrà elevati standard di accoglienza, comfort, sicurezza e tecnologia applicata alla diagnosi e alla terapia. Per chiunque decida di aderire alla campagna di crowfunding senza ricevere alcuna ricompensa, il totale dell’offerta sarà interamente devoluto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), unico istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) con sede in Toscana e il solo in Italia dedicato esclusivamente all’assistenza e alla ricerca nell’ambito della neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Un punto di riferimento nazionale e internazionale per tutte le famiglie.

La collaborazione con la piattaforma di crowfunding Eppela e con Museo della Follia che ringraziamo di cuore – dice l’avvocato Giuliano Maffei, presidente della Fondazione Stella Maris – permetterà a chiunque di partecipare alla mostra che si apre ora a Lucca e di contribuire direttamente alla realizzazione di un primo importante tassello del nuovo ospedale della Stella Maris di Cisanello, quello della piscina riabilitativa.

L’Irccs Fondazione Stella Maris è una dinamica realtà che opera nell’ambito della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. L’integrazione della dimensione assistenziale con quella scientifica è potenziata dalla presenza dell’università di Pisa. Gli specialisti della Fondazione Stella Maris si avvalgono delle più moderne tecnologie e i laboratori sono all’avanguardia per tecniche, apparecchiature e settori di attività (medicina molecolare, Imaging a campo ultra alto, Bioingegneria, Tecnologie robotiche e meccatroniche…). La Stella Maris è sede di centri di riferimento per vari disturbi del neurosviluppo, tra i quali il centro per il trattamento della sindrome da iperattività/deficit di attenzione (Adhd), il centro ad alta Specializzazione per la diagnosi precoce e la presa in carico multiprofessionale dei disturbi dello spettro autistico, il servizio autorizzato al rilascio della certificazione per disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), il centro di riferimento per le malattie rare.

Ogni anno la Stella Maris ricovera migliaia di bambini e ragazzi provenienti da tutta Italia con disturbi neurologici e psichiatrici. Un paziente su 2 proviene da fuori Toscana. Le attività cliniche assistenziali dell’Ircss sono in costante aumento e sviluppo, basti pensare che in dieci anni i ricoveri sono aumentati del 55% e che il 50% dei pazienti ricoverati vengono da fuori Toscana; un dato questo che si attesta al 33% se si considera gli accessi ambulatoriali, che negli ultimi 5 anni hanno visto un incremento superiore al 100%. Attualmente sono oltre 56mila le prestazioni ambulatoriali, cliniche e di laboratorio, registrate ogni anno, a cui vanno aggiunti 3.500 ricoveri.

Il nuovo ospedale dei bambini

La Fondazione Stella Maris è impegnata nella realizzazione del nuovo Ospedale nell’area di via Bargagna a Cisanello, Pisa. Si tratta di una struttura che vuole creare un rapporto nuovo e di sostegno dell’intera famiglia. È il nuovo ospedale dalla forma “leggera”, vestito di vetro e di luce che la Fondazione sta realizzando nell’area di Cisanello a Pisa. Un complesso che non si impone, ma si inserisce armonicamente nel parco che lo attornia, come vele issate a guardare il cielo di uno speciale veliero bianco, a ricordare il viaggio del bambino nel percorso di cura. La nuova struttura avrà elevati standard di accoglienza, comfort, sicurezza e tecnologia applicata alla diagnosi e terapia. Proprio per la sua collocazione geografica il nuovo ospedale ospiterà anche bambini con gravissime patologie. Inserito nel complesso dell’area della ricerca e dell’assistenza biomedica di Cisanello, la Stella Maris svilupperà sinergie assistenziali con il policlinico multi-specialistico e potenzierà la ricerca con gli enti di ricerca pisani. Ma il piano di sviluppo della Fondazione è molto più corposo: dopo la nuova Casa Verde, un complesso architettonico che a San Miniato dialoga con il territorio in cui è immerso, a breve a Marina di Pisa Villa Giotto sarà ristrutturata per ospitare le strutture di Montalto di Fauglia.

Eppela è una piattaforma generalista di crowdfunding reward-based fondata nel 2011 da Nicola Lencioni. Grazie ai suoi 6mila progetti finanziati ed a un volume di offerte di 95 milioni di euro, Eppela si posiziona come la più importante piattaforma reward-based sul mercato italiano. La piattaforma costituisce una concreta opportunità di finanziamento per associazioni, Pmi e artigiani italiani ed in generale per chiunque voglia realizzare un’idea e sceglie di rivolgersi al popolo di internet per raccogliere le risorse necessarie. Eppela offre ai suoi stakeholder un servizio di advisoring completo, seguendo i progettisti con attenzione in ogni fase della campagna, aiutandoli a creare un’identità ed un piano di comunicazione di successo. Grazie al supporto che viene dato dalla piattaforma, il tasso di successo del finanziamento dei progetti arriva al 65%.

Museo della follia

La mostra itinerante è un percorso che unisce testimonianze degli ex ospedali psichiatrici italiani – tra i quali, il ‘nostro’ manicomio di Maggiano raccontato dallo scrittore e medico Mario Tobino – a opere d’arte di pittori o scultori ‘toccati’ dalla follia o che l’hanno scelta come soggetto. Il visitatore sarà accompagnato in un viaggio tematico lungo la storia dell’arte per arrivare, quindi, nella stanza dei ricordi: documenti, immagini, oggetti trattenuti nell’abbandono dell’ex manicomio di Teramo. E ancora, la stanza della griglia: oltre 15 metri di ritratti trovati nelle cartelle cliniche, illuminati da una suggestiva luce a neon. Dopo il modello in formato gigante di un ‘apribocca’, strumento usato negli ospedali psichiatrici, collegato al ritratto ‘L’adolescente’ di Silvestro Lega, si va avanti con la grande opera di Enrico Robusti e con lo spazio dedicato alle fotografie di Fabrizio Sclocchini. E ancora, l’installazione stereoscopica sugli spazi dell’ex ospedale psichiatrico di Mombello e i documentari video sulla legge 180 e su Franco Basaglia. Chiude il museo la videoinchiesta del Senato sugli ospedali psichiatrici giudiziari, contro il degrado di alcune strutture.

Padri dimenticati: la depressione post-partum negli uomini

Secondo un nuovo studio la depressione post-partum non colpisce esclusivamente le neo-mamme, ma può interessare anche i neo-papà.

Adriano Mauro Ellena

 

Sfortunatamente, la mancanza di informazioni sulla depressione post-partum maschile (PPD) ha reso difficile l’individuazione e il trattamento del fenomeno, così poco conosciuto tra gli uomini.

Depressione post-partum nei padri

La Depressione post-partum nei papà è in realtà molto comune, con oltre 3 milioni di casi all’anno in America, e i soggetti con diagnosi di PPD sono a maggior rischio di sviluppare una depressione maggiore più avanti nella vita. La PPD può anche rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di condotte problematiche, tra cui la diminuzione delle capacità genitoriali, l’abuso di sostanze e la violenza domestica.

Nel nuovo studio dell’Università del Nevada, a Las Vegas, i ricercatori hanno approfondito le problematiche dei padri e come possono superare le barriere. Le loro scoperte, che appaiono nel Journal of Family Issues, forniscono una visione dettagliata di nuove manifestazioni della depressione post-partum (PPD).

Tra il 5 e il 10% dei nuovi padri negli Stati Uniti soffre di Depressione post-partum, secondo i dati dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, dal 24 al 50 percento per gli uomini i cui partner soffrono di PPD.

Il team di ricerca guidato dal professor Dr. Brandon Eddy terapeuta di coppia e familiare, ha condotto questo studio qualitativo esaminando dati, provenienti da fonti secondarie come blog, siti Web, forum e chat room ed approfondendoli utilizzando una combinazione di metodi di analisi fenomenologica e del contenuto, in modo tale da comprendere le esperienze di depressione post-partum nei padri.

Depressione post-partum nei padri: i risultati nella ricerca

Dall’analisi dei questi dati sono emersi sei temi:

  • Necessità di maggiore informazione. I padri non sapevano che avrebbero potuto soffrire di PPD e furono sorpresi di apprendere che altri stavano vivendo la stessa condizione.
  • Adesione alle aspettative di genere. I padri tendevano ad aderire agli stereotipi di genere maschile e a comportarsi secondo lo stereotipo dell’uomo “macho”.
  • Repressione delle emozioni. I padri riferivano di essere riluttanti a condividere i loro sentimenti ed emozioni per paura di sembrare ridicoli con le proprie mogli
  • Sensazione di sovraccarico. Parimenti, riferivano difficoltà nell’esprimere le proprie sensazioni di confusione, sfinimento, impotenza, solitudine e la sensazione di essere intrappolati. I genitori spesso soffrono di carenza di sonno dopo la nascita del figlio, che può incrementare lo stress ed esacerbare i sintomi depressivi.
  • Risentimento ed emozioni negative nei confronti del bambino. Difficoltà ad ammettere ed esprimere emozioni negative riguardo la difficoltà del prendersi cura del figlio.
  • Sensazione di abbandono. I padri riferivano di sentirsi dimenticati e trascurati dalle loro mogli, dal sistema sanitario e dalla società.

Non esiste un luogo o un contesto veramente accettabile per gli uomini che rivelino pubblicamente di essere sfidati, molto meno scossi fino al midollo, da ciò che chiamano genitorialità improvvisa – hanno scritto i ricercatori dell’UNLV.

Questa ricerca fornisce informazioni utili che possono aiutare gli operatori sanitari, i ricercatori, i medici e le famiglie a comprendere l’esperienza della depressione post-partum paterna e ad affrontare meglio le sfide che queste famiglie devono affrontare.

Dal dono ai legami generazionali

Il regalare, il gesto del donare non è così banale come potrebbe a prima vista apparire: serve a stabilire legami interpersonali e sociali. Come ci informa Mauss (1922) il dono, inteso come lo scambio senza nessuna costrizione di carattere economico e commerciale, nelle società arcaiche e primitive serve a stabilire relazioni non solo con altri individui, ma costituisce il nucleo dell’intera organizzazione sociale.

 

Donare è prassi quotidiana.

Un gesto che facciamo:

  • al bar la mattina quando offriamo il caffè a un nostro amico o al nostro collega di lavoro;
  • quando invitiamo a pranzo o a cena una persona;
  • elargendo la mancia al cameriere;
  • dando la carità a un povero che incontriamo per strada;
  • in occasione di eventi importanti come matrimoni, battesimi, cresime, anniversari, compleanni, etc.etc.

Donare: scandisce momenti di vita e relazioni

Insomma sono innumerevoli le occasioni in cui ci troviamo a fare regali, a donare anche con piacere e soddisfazione personale. Allo stesso modo sono tanti i momenti in cui aspettiamo con ansia di ricevere un regalo ed è abbastanza evidente la nostra insoddisfazione quando non arriva. Pensiamo per un attimo ai bambini che aspettano impazienti in occasione delle feste comandate i loro regali e gli strepiti nel momento in cui non dovessero riceverli. In Sicilia, addirittura, in occasione della commemorazione dei defunti si soleva (oggi la tradizione si sta un po’ perdendo) portare di nascosto regali ai bambini facendoli passare come doni che venivano dai loro parenti defunti ponendo l’accento che la prassi del donare mette insieme vivi e morti (anche se come vedremo in questo gesto tradizionale, vi era un messaggio più importante e profondo). Per Natale viene Babbo Natale sulla sua slitta a portare i regali in base ai desideri espressi dagli stessi bambini. Babbo Natale viene la notte del 24 dicembre che per la religione cristiana è la notte del dono più grande: ovvero Dio dona se stesso agli uomini condividendone la natura. Grazia Deledda ne Il dono di Natale racconta con impareggiabile maestria il significato del regalo di Natale quando davanti alla curiosità di Felle, la sua amica Lia le dice “È il nostro primo fratellino ….. Mio padre l’ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il Gloria. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte”.

I regali della Notte di Natale arrivano dal cielo ovvero mettono in contatto gli uomini con un mondo sconosciuto. Per l’Epifania è la befana a portare i regali distinguendo tra i bambini buoni cui dona ghiottonerie e quelli cattivi cui fa trovare il carbone. Sia la notte di Natale che per l’epifania – così come in Sicilia per la commemorazione dei defunti – i regali si avvolgono di mistero quasi di un potere magico in grado di mettere in contatto il conosciuto con il non conosciuto.

Donare: la funzione di questo gesto nei legami sociali

Infatti, il regalare, il gesto del donare non è così banale come potrebbe a prima vista apparire: serve a stabilire legami interpersonali e sociali. Come ci informa Mauss (1922) il dono, inteso come lo scambio senza nessuna costrizione di carattere economico e commerciale, nelle società arcaiche e primitive serve a stabilire relazioni non solo con altri individui, ma costituisce il nucleo dell’intera organizzazione sociale. Mauss studiando alcune società amerinde della costa del pacifico dell’America descrive una cerimonia chiamata potlach in cui gli organizzatori per mostrare la loro potenza economica distruggevano i loro beni considerati effimeri. Le tribù ospitate a loro volta si sentivano in dovere di contraccambiare organizzando anche loro una cerimonia in cui distruggevano anch’essi i loro beni.

La distruzione dei beni non era fine a se stessa. Infatti, come messo in risalto da Boasz, questo processo serviva anche a rendere evidente il rango sociale dei partecipanti al potlach. Al contrario di quanto avviene nelle società capitalistiche in cui per mostrare la propria posizione economica e sociale si accumulano quanto più beni possibili, nelle società primitive si alienavano i beni. Se ci riflettiamo un attimo ciò che avveniva nel potlach è simile a quanto prescritto nei vangeli e propugnato dalla chiesa cattolica. Gesù nelle sue predicazioni afferma che: è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago piuttosto che un ricco raggiunga il paradiso. Per meritarsi quest’ultimo per Gesù non solo si devono donare tutti i propri beni ma anche se stessi, così come Dio ha donato se stesso agli uomini facendosi uomo. Gli esseri umani per contraccambiare il dono di Dio devono, a loro volta, donarsi agli altri. Ecco che emergono le caratteristiche individuate da Mauss tipiche dell’atto del donare: “Donare, ricevere, contraccambiare”.

Secondo quest’autore al fine di costruire le relazioni interpersonali e sociali, al fine di fare comunità, vi è un legame che unisce il donatore al ricevente: se vi è un dono, vi è un ricevente che si sente in dovere di ricambiare. In questo modo il dono assume un valore simbolico che contiene in sé ciò che lo stesso autore ha individuato come “mana”. Quest’ultimo termine di origine malenisiana e hawaiana può essere tradotto come “forza vitale” o “forza che viene da dentro”. Mircea Eliade sostiene che per l’uomo arcaico un oggetto animato o inanimato che sia nel momento in cui si manifesta è dotato di una sua forza vitale. Il dono ha una sua forza vitale che gli dà il potere di stabilire il legame con l’altro attraverso il ciclo del donare, ricevere, ricambiare.

Donare nelle culture antiche

Il valore del dono come simbolo per costituire legami interpersonali e sociali, per moltissimi anni, anzi millenni, ha costituito l’asse portante e centrale dell’essere e del fare comunità. Infatti, oltre ai dettami della cultura cristiana cui abbiamo accennato, anche la cultura greca e in seguito quella romana hanno dato grande importanza al dono.

Nella Grecia antica, ad esempio, vi era un rituale definito “xenia”- ospitalità – che legava indissolubilmente l’ospite con l’ospitante e tale vincolo era trasmesso alle generazioni future. In sostanza, nella cultura greca ospitare era una prescrizione sacra tutelata da Zeus Xenios il quale garantiva che, a sua volta, l’ospitante possa ricevere in futuro lo stesso trattamento. Nell’Iliade Glauco e Diomede scesi a duello si fermano nel momento in cui Diomede indagando su Glauco scopre che suo padre Onei aveva ospitato in passato Bellofronte, antenato di Glauco e quindi i due gruppi erano legati dal vincolo di ospitalità e per tale motivo non potevano sfidarsi a duello. Diomede per dare significato al vincolo di ospitalità si rivolge a Glauco con la seguente frase: “Io sono per te in Argo ospite caro, tu in Licia, se mai io giunga tra quel popolo”. Un’interessante accezione del dono nasce nella cultura greca ed è quella di dono avvelenato in cui il protagonista per Omero diventa Ulisse. Quest’ultimo offre, insieme ai suoi compagni, il vino a Polifemo per ubriacarlo e accecarlo, e costruisce il famoso cavallo di Troia per sconfiggere definitivamente i troiani. Nell’ Eneide, Virgilio fa dire a Laoconte “timeo Danaos et dona ferentis” (Temo i greci anche quando/se portano doni) nel tentativo di dissuadere i troiani dall’accogliere il dono del cavallo e del trasportarlo dentro le mura. Il dono senza un ricambio, in altre parole quello a senso unico, è un dono ingannevole.

Dal dono avvelenato nasce la patologia nelle relazioni. Scabini e Greco, individuano il dono come forma di coercizione e controllo uno dei fattori scatenanti la suddetta patologia. Essi spiegano

nelle relazioni familiari positive, le persone sentono di dovere molto agli altri, ma tale obbligazione è più dell’ordine della gratitudine che della coercizione. La patologia invece si annida là dove l’obbligatorietà è coatta, e dove il rapporto costi/benifici regge la relazione strutturalmente e non episodicamente. Infatti, quando la coppia, o la famiglia, è ossessivamente centrata sul calcolo dare/avere, cioè sugli aspetti di controllo e reciprocità a breve termine produce relazioni disturbate (Scabini e Greco, 1999) .

Donare secondo Cicerone e Seneca

L’importanza del dono come modalità di interazione interpersonale e sociale nella cultura romana è messa in luce da due testi di Cicerone, De Officiis, e di Seneca, De Beneficiis. I due termini indicano rispettivamente il rapporto o la relazione che si viene a creare tra ricevente e donatore – officium – e quella tra donatore e ricevente (beneficium). A. Accardi, sostiene che ambedue gli autori costruiscono le loro opere sul beneficium come simbolo fondante “la società creando e mantenendo i legami interpersonali”. Per Cicerone il beneficium deve ispirarsi all’utilitas communis, mentre per Seneca sono

benevolentia e amor che soli possono garantire la salvaguardia della relazione e della reciprocità.

L’Accardi mette l’accento sul contraccambiare e su come Seneca sostiene che il beneficium stia nell’atto del donare anche quando non vi è nessuna restituzione. Se non c’è contraccambio, non si deve smettere di donare poiché, come sostiene Seneca, “nullum perit”. Al contrario, il donare senza ricevere niente in cambio porta a guadagnare virtù e sapienza. La perdita legata alla mancata restituzione, invece, inficia il legame poiché se dal beneficium ci si attende un ritorno vuol dire che si dona con ingratitudine. Per Seneca si deve donare con humanitas, senza nessun tipo di arroganza per evitare, da un lato, di mettere in difficoltà il ricevente e, dall’altro, di inserire il beneficium all’interno di un contesto di tipo economico come una pratica usuraia. Inoltre, in caso di mancata restituzione, bisogna perdonare il ricevente. Il termine officium, relativo al contraccambiare, indica un dovere vincolante alla stessa stregua di una norma giuridica. Cicerone afferma che

ricambiare un beneficio è anzi il più necessario fra tutti gli officia.

Infatti, se da un lato, si deve donare senza arroganza poiché il rischio è di scatenare nel ricevente una reazione violenta che può anche portare all’uccisione del donatore. Se si riceve senza contraccambiare, si passa come uomini poco onorevoli. Il donare, quindi, crea un obbligo nel ricevente tant’è che accettare un dono non è cosi semplice perché crea un obbligo. Lantano mette in luce che nella cultura latina il padre (ricordiamo qui che nell’antica Roma i figli erano dei padri) è il “beneficium datae vitae” che fa nascere un legame incondizionato e non risarcibile poiché

le eventuali controprestazioni che quest’ultimo potrebbe erogare a vantaggio del padre dipendono tutte, in ultima analisi, da quel primo beneficio paterno, senza dunque mai poterlo appieno eguagliare.

Il dare la vita, il dono della vita crea un legame inscindibile fra le generazioni. Non è un caso che i romani all’ingresso delle loro case costruivano l’edicola dei lari e dei penati di cui si occupava il capofamiglia offrendo loro quotidianamente il farro (principale cereale coltivato dai romani) e il sale. Il farro per i romani rappresenta le origini e il sale la conservazione della discendenza per cui il rituale del capofamiglia, sul piano simbolico, non fa altro che ricordare che la vita è un beneficio che va custodito e conservato lungo l’arco delle generazioni: la presenza dei lari e dei penati all’interno della casa non fa altro che richiamare il principio del dono della vita.

Donare nella società odierna

Dopo che per millenni il dono ha rappresentato, nelle più svariate culture, l’elemento principale del fare comunità con l’emergere della società industriale fin quasi ai nostri giorni prende corpo il concetto di utilità e il dono passa in secondo piano. Come messo in luce da molti studiosi emerge l’homo oeconomicus volto non tanto alla ricerca del bene comune ma del vantaggio individuale. Il dono, il regalo non ha valore di legame ma solo e semplicemente di utilità. Questa visione può essere riassunta da quanto sostenuto da A. Smith (considerato da molti il padre del capitalismo moderno)

Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, bensì al loro egoismo, e con loro non parliamo mai dei nostri bisogni, bensì dei loro vantaggi.

Nell’ambito di questa nuova visione anche il trasmettere la vita diventa un calcolo di tipo economico ovvero si devono analizzare i vantaggi e gli svantaggi della scelta. O. Fallaci, in Lettera a un bambino mai nato, ci offre una stupenda immagine letteraria del dramma di una donna in carriera che si di fronte al bivio di “dare la vita o negarla” risponde

molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato dalla guerra o da una malattia? …….. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l’esclamare che nascere è meglio di non nascere.

Dare la vita è il dono dei doni con profondi significati generazionali, antropologici e filogenetici. Eppure la società capitalistica riesce a mettere in crisi, in nome del presunto sviluppo, anche ciò che per millenni non è mai stato messo in discussione.

Donare: il richiamo ai bisogni più profondi

La rottura culturale e la messa in discussione dei principi che per due secoli hanno contraddistinto la società industriale avviene con la pubblicazione della “populorum progressio” di Paolo VI e, subito dopo, con la nascita a Parigi di un Movimento denominato MAUSS (movimento antiutilitarista nelle scienze sociali) del quale i maggiori esponenti sono Latouche, Godelier, Godbout e Caillè. L’intento del MAUSS è volto a dare corpo e visione a una società non più basata sull’egoismo dei singoli ma sulla condivisione così come viene a determinarsi nella circolarità del dono. Ciò che è messo in crisi è l’approccio metodologico sia di tipo speculativo sia olistico poiché cambia il paradigma di studio: non più l’interesse individuale ma la relazione, il legame che può essere vivificato attraverso il dono. Per dirla con E. Fromm, l’oggetto di studio non è più l’avere ma l’essere.

Bisogna liberarsi, utilizzando un’espressione di Latouche, di quel “martello economico” che ci batte la testa che guarda solo al soddisfacimento dei bisogni materiali ed economici. Ciò che si propone è un cambiamento epistemologico profondo in cui devono essere valorizzate altre dimensioni dell’esistenza umana anche perché la concezione economica dominante entra in profonda crisi dagli anni novanta. Ihab Hassan, scrive che bisogna chiudere con il

forte desiderio di dis-fare, che ha preso di mira la struttura politica, la struttura cognitiva, la struttura erotica, la psiche dell’ individuo, l’ intero territorio del dibattito occidentale.

Da questa breve esposizione possiamo notare che un gesto apparentemente semplice come fare un regalo, o donare, in effetti, ha forti implicazioni sul piano scientifico e che vede coinvolti quasi tutti i settori delle scienze umane dall’antropologia, alla sociologia, all’economia, alla psicologia, alla letteratura, etc. Ciò perche il donare crea i legami relazionali e sociali ed ha forti implicazioni sullo sviluppo umano e sociale. E’ attraverso il dono, ad esempio, che il bambino inizia il suo riconoscimento come essere culturale e sociale. E’ attraverso il dono che avvengono gli scambi e le trasmissioni generazionali e quindi, è un tema che deve essere attentamente studiato e analizzato. Lo scambio generazionale presuppone il dono della vita, il donarsi agli altri nella speranza e nella fiducia di poter essere ricambiati. Quando la fiducia e/o la speranza vengono meno o il dono è funesto ecco l’emergere, così come messo in luce dai numerosi studi sulla generatività da parte di Scabini e Cigoli, delle patologie individuali e/o relazionali.

Corti da legare: una pièce teatrale dedicata alla Psiconcologia

Cos’è la Psiconcologia? È l’area della psicologia che si occupa specificamente di offrire il necessario supporto al paziente affetto da tumore, ai familiari e all’équipe medica.

 

Nonostante l’importanza dell’argomento troppo poco ancora si parla di quanto gli interventi di natura psicologica siano fondamentali dell’affrontare un evento così drammatico come la diagnosi di malattia oncologica.

Psiconcologia: il teatro come contatto tra Corti da legare e Costellazione Cancro

L’associazione “Corti da legare”, in prima linea nel promuovere conoscenza ed informazione in merito al disagio psichico attraverso la forza evocativa del teatro, ha dedicato la terza serata della rassegna teatrale “Corti da legare” al tema della Psiconcologia.

In linea con il format della rassegna, ha avuto luogo, presso il Nuovo Teatro Orione di Roma, lo spettacolo teatrale “Il primo appuntamento”, scritto e diretto da Carlo Oldani, a cui ha fatto seguito un dibattito in cui gli esperti e il pubblico in sala si sono confrontati sul tema.

L’incontro sulla Psiconcologia è nato come momento di contatto tra la rassegna “Corti da legare” e la rassegna “Costellazione Cancro”, progetto incentrato sulla divulgazione e la corretta informazione rispetto al delicato tema della patologia tumorale.

Così come già avvenuto con gli spettacoli dedicati alla dipendenza sessuale e ai disturbi d’ansia il felice connubio tra psicologia e teatro ha dato vita ad uno spazio di condivisione e di riflessione.

Tante le emozioni messe in scena attraverso la vicenda di Luca, malato di Linfoma di Hodgkin, e della sua fidanzata Emma, interpretati con grande sensibilità da Igor Petrotto e Rebecca Sisti. Abbiamo assistito a come la diagnosi getta scompiglio e disperazione nella vita della giovane coppia, rievocando antiche ferite e minacciando i progetti di un futuro insieme.

Psiconcologia: la storia messa in scena

La storia dei due ragazzi si intreccia con quella del medico oncologo curante, a cui presta il volto Nika Perrone. Un’interpretazione toccante e intensa, che ci mostra una professionista lacerata tra la propria umanità e la profonda difficoltà a gestire l’impatto emotivo, oltre che quello strettamente medico, del percorso di cura. Si tratta di un medico che soffre e che sente il bisogno di trincerarsi dietro al proprio ruolo professionale nel tentativo di salvaguardare se stessa.

La conclusione positiva della vicenda lascia spazio ad uno strascico agrodolce di confessioni e tentativi di rientrare alla normalità; dopo un trauma di tale portata nulla sarà mai come prima, ma si può costruire su nuove basi.

Il dibattito, moderato dalla dott.ssa Federica Sortino, psicologa clinica presidentessa dell’Associazione Corti da Legare, e dall’autore e regista Carlo Oldani, ha visto sul palco, in qualità di esperte, la dott.ssa Silvia Tarsi, psicologa psicoterapeuta esperta in Psiconcologia e fondatrice dell’Associazione Lutto e Crescita, e la dott.ssa Flavia Lanni, psicologa clinica esperta in Psicologia del trauma e delle emergenze e psicoterapeuta in formazione.

Gli interventi delle esperte e del pubblico in sala hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale della Psiconcologia per trattare in modo adeguato le complesse dinamiche relazionali ed emotive legate alla diagnosi di tumore; spesso sia il malato che i familiari e i medici vengono, purtroppo, lasciati da soli nella gestione dell’emergenza. Le buone prassi di sostegno psicologico nei reparti oncologici non rappresentano la regola, ma dipendono, come accade di frequente anche in altri settori, dalle iniziative di privati, professionisti e associazioni, che cercano di colmare i vuoti e di dare risposta adeguata ai bisogni esistenti.

La rassegna “Corti da legare” proseguirà con nuovi incontri dedicati al disturbo borderline e alla dipendenza da Internet.

Meno male che sento dolore! – Il ruolo adattivo della sofferenza

Paradossalmente esperire dolore è un bene, ci consente di sopravvivere. Il non sperimentarlo affatto costituisce una patologia che può portare anche alla morte.

 

Paradossalmente esperire dolore è un bene, ci consente di sopravvivere.

La I.A.S.P. (Associazione Internazionale per lo studio del dolore) definisce il dolore come “una sgradevole esperienza sensoriale ed emotiva”, non c’è nulla di gradevole e tanto meno di desiderabile, nella percezione della sofferenza. Ma il non sperimentarla affatto costituisce una patologia che può portare anche alla morte.

Il ruolo del dolore nella nostra quotidianità

L’insensibilità congenita al dolore è una malattia rara che comporta l’incapacità di percepire la sofferenza fisica a causa di una mutazione genetica, esemplificativo è il caso della signorina C. (Pinel e Barnes, 2018).

La signorina C. era una studentessa universitaria che non sentiva dolore, non sperimentava sensibilità all’acqua ghiacciata o bollente, o in risposta a scosse elettriche; indifferenza che si estendeva anche a livello dei suoi indici fisiologici (battito cardiaco, pressione sanguigna). Mai uno starnuto o un colpo di tosse. Nella sua infanzia arrivò, tra le altre cose, a staccarsi la punta della lingua con un morso e ad ustionarsi restando impassibile.

Una vita senza il peso della sofferenza, apparentemente una vita idilliaca e agognata, ma C. morì a soli 29 anni in seguito a infezioni e traumi alla pelle e alle ossa.

Il dolore ha un ruolo adattivo, costituisce un sistema di allarme, avvisa rispetto a pericoli dai quali difendersi per evitarne conseguenze catastrofiche (Navratilova e Porreca, 2014). Alla ragazza del caso suddetto mancava tale meccanismo protettivo che la mettesse in guardia da traumi e infezioni, non permettendole di intervenire tempestivamente e curarli, ma lasciando che la condizione peggiorasse fino ad arrivare alla morte.

Ricerche recenti hanno individuato in un gene che influenza la sintesi dei canali ionici per il sodio la causa della patologia (Cox et al., 2006), ma diverse sono le alterazioni genetiche collegate all’analgesia (Nahorski, Chen e Woods, 2015).

Dolore e fattori cognitivi ed emotivi

Il dolore può essere controllato da fattori cognitivi ed emotivi (Pinel e Barnes, 2018), è quanto spiegato dalla teoria della barriera di controllo (Melzack e Wall, 1965); segnali cerebrali attiverebbero circuiti nervosi del midollo spinale bloccando l’esperienza sensoriale della sofferenza fisica.

Un ruolo predominante è svolto dal PAG (Grigio Periacqueduttale), come osservato in studi su ratti anestetizzati dalla sua semplice stimolazione (Reynolds, 1969). Sarebbero circuiti sensibili alle endorfine che discendono appunto dal PAG a contribuire alla modulazione della sensazione di dolore (Pinel e Barnes, 2018). L’output del PAG attiva neuroni serotoninergici dei nuclei del rafe, neuroni che eccitano interneuroni midollari sensibili agli oppiacei ostacolando la trasmissione dei segnali di dolore al corno dorsale (Basbaum e Fields, 1978).

Particolari condizioni di attenuazione della sofferenza

Un’alterazione della percezione del dolore può essere osservata in diverse situazioni stressanti. In alcuni riti religiosi, ad esempio, persone con uncini conficcati nella carne non esperiscono la sofferenza che si aspetterebbe osservare in una data situazione; in guerra, i soldati – nonostante le ferite gravi – hanno la soglia del dolore alterata e percepiscono poca sofferenza; in una situazione pericolosa, la percezione del dolore sembra sospesa per riattivarsi solo dopo la fine della situazione d’allerta (Pinel e Barnes, 2018). In generale, lo stress sembra associato a una ridotta percezione del dolore (Bohus et al., 2000), in particolare lo stato dissociativo che si accompagna alla situazione stressante provocherebbe, oltre che una maggiore attivazione fisiologica, un’alterazione dei sensi (tatto, vista e udito) e della propriocezione.

In risposta agli stressor si è osservata l’attivazione dell’ipotalamo che a sua volta determina l’attivazione di nuclei cerebrali e il rilascio di endorfina favorendo un effetto analgesico (Pinel e Barnes, 2018).

L’alterazione nocicettiva collegata a tali esperienze stressanti sottolinea il ruolo adattivo del dolore: non percependo dolore siamo in grado di mettere in atto comportamenti difensivi senza la “distrazione” della sofferenza, senza lasciare che il dolore ci paralizzi in una situazione d’allarme tale che potrebbe costare anche la vita (Molinari e Castelnuovo, 2010).

Come le diseguaglianze socio-economiche modificano le aspettative di mobilità sociale nei giovani

Nella società moderna resta attuale il mito del self-made man (ovvero l’uomo o donna che si è costruito da solo, partendo da poco o niente) e della mobilità sociale intesa come il cambio di livello socio-economico e il desiderio di vivere questo passaggio è ancora più desiderato grazie all’uso dei nuovi social media che propongono l’idea che chiunque possa essere il prossimo Influencer di turno..

 

Nascere in una famiglia con un livello socio-economico basso sembrerebbe rendere più difficile la possibilità di riuscire ad avere accesso a lavori ad alto reddito o a migliorare il proprio status socio-economico. Inoltre le persone nate in contesti svantaggiati avrebbero molta più probabilità di incorrere in comportamenti a rischio, come gravidanze adolescenziali o uso di sostanze.

Attraverso però processi di mobilità sociale (intesa come il passaggio da un livello socio-economico più basso ad uno più alto), anche chi nasce in contesti più svantaggiati può riuscire a fare un salto verso un livello socio-economico più alto. Questo incarna un po’ il sogno americano, il mito del self-made man: l’uomo che si è fatto da sé, che ha avuto successo partendo dal niente o dal poco.

Ma è effettivamente possibile la mobilità sociale? E soprattutto, quanto le diseguaglianze di base influenzano le aspettative delle persone?

Una recentissima ricerca del Boston College (Browman, Destin, Kearney & Levine, 2019) ha cercato di trovare una risposta a queste domande, integrando i metodi e le tecniche dell’economia con quelli della psicologia. Lo studio ha evidenziato che le diseguaglianze economiche a cui i giovani sono esposti fin da piccoli abbassano le aspettative di miglioramento. Tale riduzione si risolve in una diminuita probabilità di agire dei comportamenti che potrebbero favorire la mobilità sociale.

Economia e Psicologia: insieme per un cambiamento concreto

La novità della ricerca di Browman è stata quella di aver integrato ricerche sia economiche, le quali nel passato hanno evidenziato le conseguenze più negative del nascere in contesti svantaggiati, con studi condotti nel campo della psicologia. Riuscendo ad integrare questi due differenti campi di studio, che fino ad ora avevano investigato lo stesso fenomeno ma in parallelo, Browman e colleghi sono riusciti a dimostrare la diminuzione della motivazione a compiere comportamenti di mobilità sociale.

Questo risultato ha enormi implicazioni pratiche rispetto alle politiche volte a favorire la mobilità sociale dei ceti meno abbienti: ad esempio si potrebbero mettere in atto dei progetti che mirino ad aumentare le probabilità di agire dei comportamenti di mobilità sociale, come ad esempio dei programmi di tutoraggio.

Quello che in sostanza andrebbe fatto sarebbe di convincere i giovani provenienti da ceti meno abbienti che la mobilità sociale sia a tutti gli effetti possibile; ovviamente, come sostiene Browman, questo non andrà ad eliminare il problema ma sicuramente porterà dei miglioramenti.

Il desiderio sessuale come fenomeno complesso, espressione di una personalità adulta: non solo riflesso fisiologico ma attribuzione di significato

Il desiderio sessuale: quest’oggetto misterioso. Sembra, infatti, non esistere una definizione univoca ed esaustiva del desiderio sessuale.

 

Il desiderio è, per sua natura, soggettivo e difficile da delimitare, né tanto meno si può misurare come una quantità. Tuttavia, alcuni autori hanno tentato di definirlo, per dare la percezione di tale dimensione umana – fuggevole e mutevole quanto si voglia – ma ormai ineludibile dalla discussione scientifica nelle riflessioni sulle fasi della risposta sessuale.

Etimologicamente, il termine ‘desiderio’ deriva dal latino ‘de’-‘sidus’ il cui significato letterale si può rendere con ‘dall’alto delle stelle’, con un movimento verso il basso inteso quale tentativo di attualizzare il ‘possesso’ o il raggiungimento di quanto agognato. Il desiderio, in generale, è una tensione verso l’appagamento delle esigenze essenziali dell’uomo, quindi anche di quelle sessuali.

Per Levin (1994) si tratta di uno strumento mentale attivato e insoddisfatto, variabile nell’intensità, provocato da stimoli esterni (attraverso gli organi di senso) o interni (attraverso l’immaginazione, la memoria, le capacità associative, e cognitive) che induce la sensazione di bisogno.

Quel che si intende sottolineare è che il desiderio sessuale è una funzione psichica superiore, non spiegabile unicamente in base ad un modello ormonale, biologico, come meccanica attualizzazione di fasi estrali, il cui stile espressivo è sì manifestazione delle caratteristiche biologiche, dell’ereditarietà, dello stato ormonale attuale, ma è altresì espressione della capacità – peculiarità esclusiva della specie umana – di dare significato al comportamento e rilevanza all’aspetto relazionale. Il desiderio nasce, infatti, da fattori biologici, psichici e relazionali.

Sesso e motivazione

Un notevole interesse suscita la posizione affatto originale di un autore, Schnarch, il quale descrive il desiderio sessuale come:

La forma più complessa di motivazione sessuale di tutti gli esseri viventi. È una combinazione di programmazione genetica e di variabili legate all’esperienza di vita, che producono le più sofisticate sfumature e varietà di sesso sulla faccia del pianeta.

Fondamentale è la motivazione alla base del desiderio: il desiderio può nascere da un senso di vuoto e in questo caso è teso ad evitare una solitudine o una frustrazione. Si tratta di un desiderio passivo, dalla natura compensatoria. Di contro, il desiderio può nascere anche da un senso di pienezza e in questo caso non nasce da un bisogno di essere riconosciuto, bensì dal desiderio di esprimersi, di mostrarsi per quello che si è. Questo tipo di sessualità dipende dalla maturità acquisita. Infatti, in chi si può incontrare questo tipo di desiderio se non in un essere umano adulto, altamente differenziato? Questo vuol dire che la sessualità dell’uomo adulto ha un significato profondo ed è correlata molto più alla maturazione personale che ai meri riflessi fisiologici.

Questo a motivo del fatto che la specie umana, unica tra le specie viventi, ha sviluppato la neocorteccia che regola il linguaggio, il concetto di Sé e l’autocoscienza. Pertanto si estende all’ambito sessuale la nostra peculiare capacità di dare un significato alle cose. La neocorteccia influenza la sessualità e di conseguenza il desiderio, cioè permette la modulazione degli impulsi. In quest’ottica, la carenza del desiderio sessuale viene vista come ‘normale’, come una fase normale dell’evoluzione di una coppia che sia emotivamente fusa (sanamente).

Ci sono studi che considerano il desiderio sessuale come un aspetto della personalità, definibile come un elemento “di tratto” o “di stato”. La differenza è abbastanza rilevante in quanto sembra implicita l’idea che – nel primo caso – esso sia una espressione della personalità dell’individuo e per questo motivo sempre presente nella persona, immutabile; nel secondo caso invece si può presumere che sia in relazione a situazioni contestuali che in qualche maniera lo elicitano e caratterizzano.

Fisiologia del desiderio

Le parti del cervello che sono in relazione con il desiderio sessuale sono tre e si sono sviluppate nel corso dell’evoluzione: il cervello rettiliano, il cervello corticale e la neocorteccia. La prima è la parte posteriore del cervello, appena sopra il midollo spinale e regola le funzioni basilari quali la respirazione, la digestione, l’escrezione; la seconda parte è posta nella sezione mediana del cervello; infine, la neocorteccia, che ha costituito un’espansione della corteccia ed è situata nella sezione frontale.

Il desiderio sessuale ha le sue radici in tutte e tre queste parti in cui è ripartito il cervello e la parte del cervello coinvolta definisce il carattere del desiderio. In questo senso il desiderio sessuale e il conseguente comportamento sessuale rappresentano un fenomeno molto complesso: non si può enfatizzare un aspetto a discapito degli altri, anche se il nostro sistema culturale sottolinea più insistentemente l’aspetto rettiliano/corticale del desiderio sessuale. La complessità di questa variabile umana è mostrata anche dal fatto che – sia pure dal punto di vista semplicemente ormonale – alcuni ormoni che favoriscono il legame seguono anziché precedere il comportamento sessuale.

Il significato della differenziazione

Il paradigma teorico di Schnarch (2001) pone l’enfasi su una sessualità che si sottrae al modello del determinismo biologico – all’interno del quale la componente ormonale rappresentava il principale condizionamento per la risposta sessuale – e si focalizza sul suo significato più profondo, dipendente dalla maturazione personale dell’individuo, intesa come differenziazione personale.

Il termine differenziazione è preso a prestito alla biologia, con riferimento allo sviluppo cellulare. Le cellule originano, inizialmente, dallo stesso ‘materiale’ fino a quando iniziano a differenziarsi sviluppando delle proprietà peculiari per svolgere delle funzioni specifiche. Vi è separazione perciò delle funzioni vitali ma anche correlazione fra esse. Pertanto, maggiore è la differenziazione, più elevato livello di sofisticazione ha la forma di vita.

La differenziazione si riferisce allo sviluppo del Sé all’interno di una relazione di coppia. Questo sviluppo implica sia l’acquisizione di una individualità (affermazione delle istanze personali e realizzazione della unicità della propria identità) sia la relazionalità (ispirata al principio dell’appartenenza). L’equilibrio tra queste due forze evita il decadimento nella fusione emotiva.

Pertanto secondo Schnarch, la differenziazione ha a che fare con la capacità di mantenere il senso del Sé, nel rapporto con le altre persone, soprattutto con quelle più significative. Interessanti le parole testuali dell’Autore:

Le persone ben differenziate possono essere d’accordo senza sentirsi come se stessero ‘perdendo se stesse’ e possono essere in disaccordo senza sentirsi alienate e amareggiate. Esse possono stare unite con le persone che sono in disaccordo con loro, e ancora ‘sapere chi sono’. Non devono abbandonare la situazione per mantenere il loro senso del Sé. (La passione nel matrimonio. Sesso e intimità nelle relazioni d’amore, cit. p. 38).

Questo smaschera il velo ingannatore: due persone sembrano unite solo perché non ci sono contrasti al livello superficiale del rapporto; ma non è questa la reale natura dell’unione. In questo caso, separarsi o allontanarsi sono le uniche mosse percepite a difesa della personale identità e integrità, in un’unione che in realtà è compulsiva. In questo contesto, la separazione è la messa in atto di un comportamento reattivo. Questo significa considerare se stessi come dipendenti dalla relazione in essere. Paradossalmente, in un contesto relazionale invischiato, ciascuno perde la propria identità quando l’altro membro della coppia cambia, proprio perché l’identità dipende dalla relazione e non da un sano sviluppo individuale teso alla differenziazione.

Questo sviluppo verso la maturità è un processo che dura per tutta la vita, e non è automatico. Esso prende l’abbrivio dalle rispettive famiglie di origine e prosegue nelle scelte personali. Infatti, il livello base di differenziazione si stabilisce principalmente nell’adolescenza e potrebbe non evolversi ulteriormente. Se gli stessi genitori non sono molto differenziati possono creare rapporti troppo fusi o distanzianti con i propri figli: non li aiuta a sviluppare le loro abilità di pensare, di sentire, di agire per se stessi.

Essi apprendono a comportarsi soltanto come modi di reagire agli altri. […] Noi scegliamo sempre un partner coniugale che è al medesimo livello di differenziazione nostro. (Ivi, cit. p. 52-55)

Così, la problematica sessuale viene inscritta nel più ampio alveo dello sviluppo della persona. Il desiderio sessuale – o più precisamente la mancanza del desiderio sessuale – non può essere più considerato solo come un sintomo, ma il focus della relazione di coppia, misurando il grado dell’intimità che essa è capace di vivere.

Il padre simbolico e la sua funzione nelle istituzioni

Il ’68 e le sue contestazioni sono il manifesto di una ormai consolidata evaporazione della funzione paterna, che oggi però inizia a pesare in quanto la società senza il nome del padre non può perdurare se non nel Caos e in un mondo privo di leggi.

 

La visione che si aveva tempo fa del padre era quella di padre-padrone che possedeva un’autorità disciplinare e aveva nelle sue mani il potere nei confronti dei figli. La cultura patriarcale si basava su un sistema repressivo, che con gli anni è stato sempre maggiormente capovolto. Già nei primi anni del ‘900 con la comparsa nel panorama politico-storico di figure tiranniche e dispotiche, iniziano, dopo un periodo volto soprattutto al collettivismo e all’omologazione, le prime rivolte nei confronti del Padre, come colui che deteneva le Leggi, le Tradizioni, la Morale.

Nietzsche parlava della morte di Dio e con la morte di Dio, muore anche l’antico retaggio culturale del padre-padrone. Movimenti artistici e correnti filosofiche nel Novecento iniziano a sentire e a mostrare l’assenza del Padre, come della legge e si aprono le porte al nichilismo e al relativismo; basti pensare ai maestri del sospetto quali: Marx, Freud e Nietzsche, ma anche Einstein e scrittori come gli Apocalittici e i Futuristi in Italia ma anche più in generale appartenenti alla corrente del Decadentismo, che rifiutano completamente la funzione del padre e della vita sociale così come era stata prima concepita, percepita ormai come ipocrita e borghese.

Il ’68 e le sue contestazioni diventano il manifesto di una ormai consolidata evaporazione della funzione paterna, che oggi però inizia a pesare in quanto la società senza il nome del padre non può perdurare se non nel Caos e in un mondo privo di Leggi; l’assenza e la morte del padre non rendono fertile il terreno del desiderio e rendono l’esistenza dei figli sterile.

Non è la funzione paterna però ad essere morta, è il suo precedente valore simbolico legato a un tipo di cultura ormai superata ad essere morto, il padre e la sua funzione può essere dunque ricostruito e reinventato ma ciò può avvenire solo se responsabilmente il padre diventi testimone del proprio desiderio per rendere vivo il desiderio del figlio.

La funzione simbolica del padre

Il padre incarna la legge e la parola ed è appunto colui che umanizza la relazione con il figlio e che spezza la fusionalità narcisistica; è necessaria la parola, il linguaggio, per non rendere l’uomo simile all’animale. La funzione paterna, a differenza di quella materna che incarna la gratificazione, è anche simbolo della frustrazione, in quanto impone delle Leggi e delle Norme, cessa il godimento illimitato, ma proprio da lì nasce il desiderio.

Il padre volge il capo del figlio verso l’Altro e tramite il riconoscimento del figlio (“Tu sei mio figlio”) egli dona alla sua vita un senso, un valore. Il padre incarna per questo anche il desiderio dell’Altro, il figlio desiderio dell’altro, essere riconosciuto; essere riconosciuti significa incontrare la nostra singolarità che può avvenire solo grazie alla presenza dell’Altro.

Così come per la funzione materna anche quella paterna ha in sé alcuni rischi; infatti se da una parte la vita umana per essere tale non può prescindere dall’essere riconosciuta dal desiderio dell’Altro, dall’altra quando il desiderio patologico e spasmodico di essere riconosciuto assorbe tutta la vita del soggetto, accade un paradosso: il desiderio del figlio anziché trovarsi nel desiderio dell’Altro si smarrisce. Il desiderio del figlio si umanizza solo grazie al desiderio dell’Altro e attraverso il suo riconoscimento, ma allo stesso tempo il desiderio diventa anche “desiderio di avere un proprio desiderio”. L’identificarsi totalmente con il desiderio dell’Altro o al contrario non incontrare mai l’Altro, sono due forme sintomatiche di approcciare al paterno, l’una che porta all’annullamento di sé per essere completamente sottomesso e omologato al desiderio altrui, l’altro invece porta a rifiutare qualsiasi legame o dipendenza dal padre, annullando qualsiasi eredità. Bisogna sapersi servire del padre senza rinnegare qualsiasi legame con esso e senza prostrarsi continuamente al suo nome.

Il padre nelle istituzioni

Il nome del Padre, il linguaggio, l’Altro, in generale la funzione simbolica paterna fa in modo che il discorso del capitalista, quindi l’anti-discorso, non abiti l’istituzione rendendola mortifera. Infatti se non c’è il nome del Padre con le sue Leggi non ci sono limiti e non c’è freno al godimento e non può nascere il desiderio sia di chi lavora nell’istituzione sia dell’istituzione stessa, come per Bollas (2018), l’assenza del padre come funzione porterebbe all’uccisione della creatività, renderebbe l’uomo uno schiavo e ucciderebbe la soggettività nell’organizzazione.

Il lavoro porta l’individuo a confrontarsi con l’Altro umanizzandolo e ad essere riconosciuto inizialmente nel desiderio dell’Altro, seguendo norme, regole e prescrizioni, per poi prendere in mano il proprio di desiderio e quindi liberarsi dal peso della burocrazia, seguendo le regole e le norme in modo però puramente soggettivo e creativo.

La funzione paterna nel mondo del lavoro sublimizza le pulsioni, gli dà un limite e le rende vitali anziché mortifere, proprio grazie al simbolo del padre, il lavoro, se non alienante e se non conduce all’omologazione, può accendere il desiderio e quindi dare un senso all’esistenza dell’uomo.

Senza il padre l’istituzione, regolata da norme che gestiscono la reciprocità di ordine affettivo, non potrebbe realizzare l’obiettivo primario e non sarebbe più, rifacendoci alla visione di Girard (2011), il primo grande rito per ingannare la violenza, per disinnescare la pulsione di morte. Anche qui però se in un’istituzione vive soltanto la funzione paterna, si rischia che questa si fondi solo sul principio universale della limitazione del godimento, formando così però degli eserciti e un tipo di organizzazione piramidale, una deriva autoritaria, dove il desiderio viene mortificato. Come detto prima l’istituzione è ben funzionante quando funzione materna e paterna convivono reciprocamente.

 

Il Disturbo da Stress Post-Traumatico: un problema nelle predizioni

Esiste una base biologica o evolutiva per la quale alcuni soggetti sono più esposti allo sviluppo di un Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) rispetto ad altri? O è l’essere stati esposti ad un trauma a generare delle “tracce” che potrebbero fungere da marker diagnostici per la psicopatologia?

 

Un nuovo studio, recentemente pubblicato su Nature Neuroscience, mostra come possa essere possibile combinare evidenze provenienti da diversi approcci per spiegare la relazione tra differenze individuali nell’apprendimento e gravità della sintomatologia relativa al trauma.

L’essere coinvolti in un evento traumatico quale ad esempio una violenza sessuale, un’aggressione fisica o una partecipazione militare in paesi sconvolti da guerre può avere effetti molto negativi e disabilitanti per la salute mentale.

A seguito del trauma esperito, alterazioni dell’arousal fisiologico e della reattività possono provocare reazioni stressanti, spropositate e non appropriate al contesto, oltre che una maggiore sensibilità a stimoli ambientali, neutri o ambigui, che tendono a venire percepiti come minacciosi o altamente pericolosi. I sintomi più comuni che possono manifestarsi a seguito di un evento traumatico sono solitamente legati alla riproposizione, anche dopo molto tempo dal suo verificarsi, dell’evento sotto forma di incubi notturni, immagini mentali o pensieri intrusivi che si ripresentano nell’arco della giornata in modo persistente e flashback in cui la persona ha di fatto la sensazione di rivivere l’evento traumatico.

Per fronteggiare questi sintomi, la persona sistematicamente mette in atto comportamenti di evitamento di tutti quegli stimoli che potrebbero rievocare il trauma o generare l’intensa paura provata durante l’evento traumatico; tuttavia il progressivo evitamento dei contesti e delle situazioni associate al trauma comporta progressivamente la riduzione dell’esplorazione ambientale e la comparsa di sintomi secondari di abbassamento del tono dell’umore in senso depressivo (Seriès, 2019).

La variabilità individuale nei confronti del trauma: un nuovo studio

La domanda a cui esperti e ricercatori in questo ambito cercano da sempre di rispondere riguarda il peso della variabilità e della sensibilità individuale nei confronti del trauma: esiste una base biologica o evolutiva per la quale alcuni soggetti sono più esposti allo sviluppo di un conseguente PTSD rispetto ad altri? O è l’essere stati esposti ad un trauma a generare delle “tracce” che potrebbero fungere da marker diagnostici per la psicopatologia?

Per cercare di rispondere a questa domanda, Homan, Levy, Schiller e colleghi (2019) del dipartimento di Medicina Comparativa, Neuroscienze e Psicologia dell’Università di Yale e della divisione di Neuroscienze Cliniche applicate al Veterans Affairs National Center for PTSD, hanno messo a punto un modello esplicativo della sintomatologia del PTSD combinando analisi morfologiche, funzionali, computazionali e psicofisiologiche.

Secondo gli autori, gli attuali modelli esplicativi proposti per il PTSD basati sul condizionamento avversivo, su anormalità nei processi di apprendimento, sul fallimento dei processi di estinzione o su deficit nell’acquisizione di associazioni specifiche tra cue ambientali e l’evento traumatico che determinerebbero l’ipergeneralizzazione dei sintomi ansiosi anche verso quegli stimoli ambientali che non sono associati all’evento traumatico, non sono in grado di chiarire o formalizzare i potenziali e specifici componenti di quelle anomalie nei processi di apprendimento che si osservano nel PTSD.

Lo studio di Homan e colleghi (2019), utilizzando il paradigma classico del condizionamento avversivo su un gruppo di 64 militari veterani, reso omogeneo sia per età, per genere che per diagnosi clinica fatta attraverso il CAPS (la Clinician-Administered PTSD Scale, aggiornata al DSM 5), è stato costituito da due fasi: una prima di apprendimento avversivo, nella quale i soggetti sperimentali sono stati istruiti ad associare determinati volti emotigeni a shock elettrici di lieve intensità e una di reversal learning, nella quale i cue precedentemente associati allo shock non venivano più presentati con quest’ultimo, “costringendo” così i soggetti a modificare e riaggiornare gli apprendimenti associativi appena avvenuti.

In particolare, quest’ultima fase ha permesso ai ricercatori l’esplorazione delle modalità attraverso le quali gli individui imparano a costruire predizioni circa il verificarsi dello shock, a partire dall’osservazione di un cue associato con esso e divenuto pertanto avversivo e la loro capacità di modificarle, aggiornarle o perderle in modo flessibile (Seriès, 2019).

Le prime evidenze ottenute hanno mostrato come indipendentemente dalla gravità dei sintomi di PTSD manifestati dai militari, il disturbo non aveva effetto né sull’acquisizione delle risposte condizionate né su quelle dopo la fase di reversal: tutti i soggetti hanno infatti dimostrato uguali capacità di apprendimento anche se sono emerse delle sottili e specifiche differenze interindividuali durante l’apprendimento di associazioni avversive (Homan, Levy, Schiller et al., 2019). Tali sottospecifiche sono state colte tramite l’unione di due modelli computazionali esplicativi dell’apprendimento per rinforzo, che si sono mostrate in linea con le registrazioni di conduttanza cutanea e con le analisi ottenute tramite fMRI.

Il primo modello d’apprendimento preso in riferimento si è focalizzato sul valore attribuito a ciascun cue durante l’apprendimento, valore continuamente aggiornato per ogni trial, basato sulle analisi computazionali compiute dal soggetto per stabilire se, per ogni predizione fatta, vi fosse una discrepanza tra quanto predetto e quanto invece realmente ottenuto. Il tutto misurato tramite l’errore di predizione.

Il secondo invece è stato utilizzato per descrivere e cogliere maggiormente il parametro di “associabilità” che permette di riflettere la quantità di attenzione da allocare a quegli stimoli “nuovi”, sorprendenti, ora predittori di altri outcome diversi da quelli precedentemente appresi, che costituiscono una modifica della predizione.

Conclusioni

Secondo questo modello, l’associabilità dinamicamente guida e modula l’apprendimento del valore accelerando quello di cue che predicono maggiormente un outcome e decelerando quello di quei cue le cui predizioni sono stabili e ormai affidabili: le associazioni più inaffidabili ricevono maggior attenzione in quanto potrebbero rivelarsi inaffidabili anche in futuro e dal momento che non prevedrebbero con certezza un outcome, necessitano in modo preferenziale di un aggiornamento non appena si rendono disponibili nuove informazioni nell’ambiente.

Dalla ricerca è emerso come i veterani che presentavano una maggiore gravità sintomatologica avessero assegnato un valore maggiore agli errori nelle predizione da loro fatte, in quanto probabilmente più sensibili alla loro identificazione; gli autori dello studio ipotizzano che ciò potrebbe essere dovuto al fatto che essi hanno la tendenza a porre maggiore attenzione e a sovrastimare quei cue che si rivelano fallibili.

A livello neurale, la ricerca di Homan e colleghi (2019) ha messo in luce come anche la computazione neurale, osservata tramite fMRI, si associ a questa valutazione alterata dell’errore nelle predizioni e contribuisca al manifestarsi della sintomatologia del PTSD: è stata infatti osservata nei veterani con alti punteggi al CAPS un’alterazione dell’attività neurale computazionale nello striato, a livello ippocampale e nella parte dorsale della corteccia cingolata anteriore.

Ciò suggerisce che l’alta attenzione allocata e l’alto peso assegnato agli errori di predizione quando diminuisce l’associabilità trial dopo trial, osservata nei veterani gravi, si possano sviluppare a seguito di quest’alterazione nelle regioni cerebrali appena citate, deputate alla computazione della minaccia (Li, Schiller et al., 2011) e ciò spiegherebbe anche l’esagerata reattività nei confronti di stimoli o eventi nuovi e inaspettati, così come il bias attentivo e l’avversione per l’ambiguità, nei confronti di informazioni negative percepite patologicamente come inevitabili e non prevedibili (Homan, Levy, Schiller et al., 2019).

Questo nuovo ed innovativo approccio che tenta di integrare e combinare insieme in un unicum, modelli diversi ed evidenze fisiologiche, neurobiologiche, computazionali e funzionali, ci consentirebbe di mettere in relazione quei marker latenti relativi ai processi interni d’apprendimento e di valutazione con le evidenze neuro funzionali che potrebbero costituire obiettivi specifici per lo studio e il trattamento della psicopatologia legata al trauma.

HIV: l’infezione potrà essere ridotta del 67% nel prossimo decennio

L’infezione da HIV colpisce più di 1,1 milioni di americani e ogni anno dal 2013 al 2017 ci sono state 40.000 nuove diagnosi.

 

Queste diagnosi erano altamente concentrate in alcuni gruppi di persone: quasi il 70% era tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM), il 50% tra persone che vivevano nel Sud e più del 40% tra gli afroamericani. Anche se si stima che l’incidenza sia diminuita del 15% durante il periodo 2008-2015, la prevalenza è aumentata di circa il 17% durante lo stesso periodo, indicando progressi inadeguati nel controllo dell’epidemia negli Stati Uniti.

Metodi e strumenti per la diagnosi e la prevenzione

Strumenti per la diagnosi, il trattamento e la prevenzione dell’HIV possono ridurre il fenomeno. Test per questo virus estremamente accurati sono disponibili in una varietà di contesti clinici e non clinici. Per le persone con questa diagnosi, le terapie antiretrovirali riducono notevolmente la morbilità e rendono trascurabile il rischio di trasmissione dell’HIV, se assunte coerentemente. Queste terapie sono state anche adattate per l’uso come pre-esposizione altamente efficace (PrEP) e profilassi post-esposizione (PEP). Oltre ai metodi biomedici, le strategie comportamentali, tra cui l’uso del preservativo e gli interventi di riduzione del danno, rimangono valide ed efficaci strategie per prevenire la trasmissione del virus.

Per questa ricerca si sono utilizzati i dati aggiornati di sorveglianza dei Centers for Disease Control and Prevention per stimare i parametri quantitativi degli obiettivi, ambiziosi ma raggiungibili, di prevenzione dell’HIV a livello nazionale.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista AIDS and Behavior.

HIV: la diffusione potrebbe essere ridotta, lo afferma uno studio americano

Si stima che le nuove infezioni da HIV potrebbero essere ridotte fino al 67% e la prevalenza potrebbe iniziare a diminuire entro il 2030 se il 95% degli obiettivi per la diagnosi, per la cura e per la soppressione virale saranno soddisfatti entro il 2025, ed un ulteriore 20% delle trasmissioni sarà evitato attraverso interventi mirati, come la profilassi pre-esposizione. In particolare, ciò richiederebbe modelli innovativi e una sostanziale espansione dei servizi di supporto. Anche se l’obiettivo di riduzione dell’incidenza di HIV del 90%, come svelato dallo State of the Union Address 2019 è probabilmente irraggiungibile con l’attuale kit di intervento, tuttavia è possibile iniziare a ridurre sostanzialmente la prevalenza dell’HIV nel prossimo decennio, con investimenti e innovazione sufficienti.

Secondo uno studio condotto dalla Georgia State University e dalla Università di Albany-SUNY gli interventi di prevenzione mirati per le persone a rischio di Human Immunodeficiency Virus sono rapidamente aumentati.

La Dott.ssa Heather Bradley, autrice principale dello studio e assistente alla cattedra della School of Public Health at Georgia, afferma che:

è importante stabilire obiettivi di prevenzione dell’HIV ambiziosi, ma realistici. È noto che trattare le persone che vivono con l’HIV migliora la loro salute e impedisce la trasmissione dell’infezione da HIV ad altri. Tuttavia, il trattamento di un numero sufficiente di persone per ridurre significativamente le nuove infezioni da HIV ci imporrà di affrontare problemi come povertà, alloggi instabili e condizioni di salute mentale, che impediscano alle persone affette da HIV di accedere alle cure.

Aumentando notevolmente il numero di persone che ricevono cure e trattamenti, combinati con strategie di prevenzione mirate per le persone a rischio di infezione da questo virus, potrebbero verificarsi riduzioni sostanziali delle nuove infezioni nel prossimo decennio.

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