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Obesità e depressione: un trial clinico su un trattamento integrato

Può un trattamento integrato migliorare la perdita di peso e i sintomi depressivi nei pazienti affetti da obesità e depressione?

 

In questo nuovo studio, i ricercatori hanno confrontato il trattamento di routine usato per il trattamento dei sintomi depressivi e per l’obesità, con un nuovo trattamento comportamentale incentrato sulla perdita di peso e sulle strategie di problem solving costruttive, utilizzate per far fronte alle esperienze di vita stressanti.

Obesità e depressione in comorbilità

I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati su Journal of the American Medical Association, a marzo 2019.

Le persone affette da obesità hanno un rischio maggiore di sviluppare la depressione e spesso obesità e depressione si presentano insieme.

I pazienti affetti da entrambe le condizioni mediche sono soliti visitare più professionisti, come dietologi, psicologi e psichiatri, ecc. Inoltre, molto spesso, i pazienti abbandonano la terapia, ancora in corso, a causa della sua lunga durata e per il fatto che devono confrontarsi con tanti professionisti diversi. Oltre a ciò, spesso questi servizi sono costosi e per questo non usufruibili da tutti.

I risultati dello studio mostrano che promuovere una terapia integrata incentrata sia sulla cura dell’ obesità che della depressione in un unico programma integrato, servendosi dell’aiuto di uno psichiatra e di un medico di base che lavorino in equipe in modo integrato, sia efficace nel ridurre il peso e migliori i sintomi depressivi.

I dati sono stati raccolti dallo studio clinico Research Aimed at Improving Both Mood and Weight (RAINBOW). Il trial ha voluto verificare l’efficacia di un programma integrato di assistenza collaborativa per il trattamento dell’ obesità e della depressione concomitante. L’intervento per promuovere la perdita di peso previsto dallo studio RAINBOW fornisce indicazioni per seguire un’alimentazione sana e svolgere attività fisica, mentre la parte psicologica si concentra sulle capacità di problem solving del soggetto; inoltre se necessario è prevista la sommistrazione di farmaci antidepressivi.

Obesità e depressione: lo studio sul trattamento integrato

Allo studio hanno partecipato a 409 pazienti affetti da obesità e depressione. Tutti i partecipanti hanno ricevuto le cure mediche abituali dai loro medici di base, e sono stati fornite loro informazioni sui servizi di assistenza sanitaria per l’ obesità, per la depressione e sui tracker wireless dell’attività fisica.

Il primo gruppo, composto da 204 partecipanti, ha ricevuto un programma integrato di assistenza collaborativa e i soggetti sono stati monitorati per un anno. Nei primi sei mesi, il primo gruppo ha partecipato a nove sessioni di consulenza medica individuale e hanno guardato alcuni video riguardanti stili di vita sani. Nei sei mesi successivi, i partecipanti mensilmente venivano contattati telefonicamente dallo psichiatra sia dal medico di base.

Gli altri 205 soggetti sono stati assegnati a un gruppo di controllo standard e non hanno ricevuto alcun intervento aggiuntivo.

I partecipanti al programma di assistenza integrata hanno ottenuto una maggiore perdita di peso e un miglioramento dei sintomi depressivi nell’arco di un anno, rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo.

In media, i pazienti nel programma integrato hanno visto un calo dell’indice di massa corporea (BMI) da 36,7 a 35,9 mentre i partecipanti al gruppo di controllo non hanno modificato il BMI. I partecipanti che hanno ricevuto terapia integrata hanno riportato un calo dei punteggi di gravità della depressione in base alle risposte a un questionario (SCL-20) da 1,5 a 1,1, rispetto a un cambiamento da 1,5 a 1,4 tra quelli nel gruppo di controllo.

Attualmente, i ricercatori stanno studiando i modi per adattare la terapia per i singoli pazienti, analizzando i meccanismi neurocomportamentali sottostanti, per migliorare ulteriormente i risultati di efficacia.

La Coppia strategica: guida pratica ad un sano rapporto di coppia (2019) di D. Algeri, V. Guarasci, S. Lauri – Recensione del libro

Davide Algeri, Valentina Guarasci, Simona Lauri hanno pensato di fornire in questo libro La Coppia strategica: guida pratica ad un sano rapporto di coppia tutti gli accorgimenti necessari per vivere la vita di coppia al meglio in ogni sua fase, compresa l’eventuale rottura.

 

La coppia felice che si riconosce nell’amore
sfida l’universo e il tempo; è sufficiente a se stessa,
realizza l’assoluto
(Simone de Beauvoir)

 

Quando si incomincia una storia d’amore, ciò che afferma Simone de Beauvoir, è sicuramente vero. Una coppia felice si basta e non necessita di altro.

Per fare sì che la storia continui, però, sono necessari diversi altri ingredienti. Se questi elementi mancano sin dall’inizio, la “coppia felice” presto o tardi potrebbe smettere di essere così felice e alla lunga anche di essere una coppia.

La coppia strategica: struttura del libro

Davide Algeri, Valentina Guarasci, Simona Lauri hanno pensato di fornire, allora, nel loro libro La coppia strategica tutti gli accorgimenti necessari per vivere la vita di coppia al meglio in ogni sua fase, compresa l’eventuale rottura.

Gli autori dell’opera sono un gruppo di psicologi e psicoterapeuti di orientamento strategico breve e lavorano tra Milano, Prato e Camaiore come Valentina Guarasci. La prefazione del testo è ad opera di Luca Mazzucchelli, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi di Milano.

In La coppia Strategica: guida pratica per un sano rapporto di coppia gli autori si rivolgono idealmente alle neo-coppie. L’approccio è inizialmente teorico. Nella prima parte vengono presentate e illustrate le diverse fasi del ciclo di vita ideale nella coppia: simbiosi, differenziazione, sperimentazione, riavvicinamento e interdipendenza.

Due partner avranno una relazione tanto più sana, quanto più saranno in grado di vivere ogni fase serenamente e con consapevolezza fino alla fase più matura della vita di coppia, consapevoli che ogni rapporto va sempre mantenuto in evoluzione.

Più avanti vengono spiegate anche le dinamiche che portano una relazione ad essere disfunzionale, come, ad esempio, quelle coppie in cui uno dei due soffre di dipendenza affettiva o quelle nelle quali il partner è affetto da un’immaturità cronica.

Per arrivare al lettore e facilitare la comprensione del testo, le dinamiche disfunzionali sono accostate a personaggi del libro di J. M. Barry “Peter Pan”, quindi è descritta la nota sindrome di Peter Pan, ma anche quella di Wendy o Campanellino.

La coppia strategica: perché si può entrare in crisi e come uscirne

La parte centrale dell’opera ci focalizza sulla crisi e sui motivi che possono condurre a incomprensioni, frustrazioni e litigi.

Nella seconda parte del testo, si passa invece alla pratica. Algeri e gli altri autori, propongono un vero e proprio protocollo per superare le eventuali crisi a cui si va incontro quando due persone stanno insieme.

La coppia strategica, infine, si conclude con una sezione con tutti i falsi miti da sfatare sull’amore e le relazioni, del tipo “il mio compagno mi completerà?”, “una buona relazione richiede l’assenza di problemi” o “la coppia funziona solo se si è sempre sinceri?” e le risposte non sono scontate.

La coppia strategica: a chi è destinato questo libro?

Il testo può essere utile a chi si avvicina per la prima volta all’argomento. A chi si chiede, magari, dove sbaglia sempre nelle relazioni e a chi vorrebbe avere degli strumenti per non commettere gli errori del passato nella relazione presente.

Il linguaggio con cui è scritto è molto semplice e la lettura risulta scorrevole. In alcune parti, forse il tema è toccato in maniera un po’ superficiale, per esempio riguardo le diverse dinamiche disfunzionali, presentate in maniera poco approfondita.

Originale comunque l’idea di offrire consigli e suggerimenti per una vita di coppia felice e non già un protocollo per riparare una coppia in crisi!

Il ruolo delle strategie di coping nella psicopatologia

Compiacenza, sottomissione, perfezionismo, idealizzazione, evitamento, vuoto devitalizzato. Ruminazione. Utilizzo di droghe. Può sembrare un elenco di parole messe in fila, così, a caso, ma in realtà ci portano ad un aspetto molto importante della psicopatologia. I coping!

 

No, non è un’altra ennesima parola della lista. Quello che accomuna questi termini è che sono tutte strategie di coping e svolgono una funzione specifica, di difesa e di protezione, per essere precisi.

Coping: strategie.. utili?

Aiutano o, meglio, sembrano aiutare a tenere sotto controllo il dolore emotivo che emerge in alcuni tipi di interazioni con gli altri. Per dirla nella lingua della terapia metacognitiva interpersonale (Dimaggio et al., 2013) le strategie di coping sono un tentativo di gestione dell’attivazione dello schema maladattivo interpersonale. Facciamo degli esempi?

Il capo non mi apprezza nonostante gli enormi sacrifici dell’ultimo periodo. Per la precisione, mi ignora. Mi sento un fallimento e provo una certa quota di vergogna e tristezza. A questo punto, mi impegno ancora di più, lavorando in modo eccessivo, di notte, di domenica, nonostante sia pieno agosto e tutti gli amici stiano al mare. Mi sembra che questo non sia un peso per me, anzi, mi piace perché quasi quasi mi fa sentire vitalizzata. Ma il timore dell’errore, la paura di risultare un fallimento agli occhi dell’altro, sono spariti?

Altro scenario a partire da un altro wish: questa volta vorrei sentirmi parte del gruppo di colleghi. Ogni martedì escono a cena insieme ma io li evito sistematicamente. La sola idea di stare lì e non sentirmi integrata, vedermi sola e percepirmi perfino diversa mi costringe a scegliere di non andare. Per un po’ sto meglio perché non provo più ansia ma il martedì successivo, sarò pronta ad andare a cena? Beh, non lo so, ma sono certa che ci ruminerò su nei giorni a venire, nella speranza di giungere ad una decisione.

Vediamone un altro. Wish: autonomia. Finalmente credo sia importante per me andare via di casa. Nel momento stesso in cui lo pianifico già sento la voce di mamma che mi dice che non ce la potrò mai fare ma soprattutto che non ce la farà lei senza di me. Senso di colpa. Quanto è semplice passare le ore a ruminare su questo mio stato interno? Vado o non vado? Le propongo di venire con me? Forse è meglio rinunciare, sì, da sola non ce la posso fare e non prendo più quell’appartamento, per il momento è meglio soprassedere!! Ma come la mettiamo con quel viaggio all’estero di 10 giorni il prossimo mese?

Quello che accomuna questi esempi è che partono da un wish sano di esplorazione, di ricerca di apprezzamento, di inclusione ed esitano in comportamenti che sembrano proteggere temporaneamente dal dolore che, invece, riapparirà appena possibile e, in certe occasioni, ancora più forte di prima.

Coping: ad ogni patologia le sue strategie

Per essere precisi, i coping non sono soltanto comportamentali perché molti di essi sono cognitivi, e vanno distinti in perseverativi attivanti oppure disattivanti (PCCS-Perseverative Cognitive Coping Strategies). La ruminazione, ad esempio è molto comune nei vissuti dei nostri pazienti (ammettiamolo, anche nei nostri) così come il worry: sono rispettivamente pensieri persistenti sul passato e sul futuro. Ci si può anche focalizzare sul presente, non me ne voglia il momento contingente!! Questi tentativi di autoregolazione amplificano la durata e la pervasività delle emozioni, a volte i pazienti riferiscono un vero e proprio affaticamento cognitivo quando si rendono conto del tempo e delle energie che vi investono. I pazienti con depressione ruminano e tanto, i pazienti con attacchi di panico si perdono negli evitamenti di molte situazioni, i pazienti ipocondriaci monitorano costantemente il loro corpo e così via. Nei disturbi di personalità il focus è sulla relazione con gli altri ma il processo è il medesimo. Ad esempio non è raro il monitoraggio della relazione oppure il gap filling, cioè il tornare sui dettagli minuziosi di un momento vissuto nel tentativo di captare un significato, un elemento che avrebbe potuto fare andare le cose diversamente.

Coping: come, quando, perchè trattarlo in terapia

Perché al clinico dovrebbe sempre interessare il lavoro sulle strategie di coping?

Nella fase di condivisione del funzionamento, per il paziente è fondamentale notare che si affanna in comportamenti o in ruminazioni cognitive disfunzionali. Oltre alla condivisione dello schema maladattivo interpersonale, perciò, dobbiamo restituire l’idea che le i coping vanno smussati, eliminati e sostituiti, sempre in un’ottica validante anche perché, queste strategie di coping possono attivare dei cicli interpersonali problematici: se io non vado mai a cena è normale che dopo un po’ nessuno me lo chiederà più e se le mie amiche notano che disprezzo ogni aspetto delle loro vite, è normale che non mi racconteranno più niente, se mi va bene, perché i risvolti potrebbero anche essere peggiori. Quindi se l’obiettivo è gestire uno stato mentale ed emotivo problematico, ma questo non accade, aumenterà la sofferenza ed in alcuni casi la sintomatologia e, a questo punto, il paziente deve rivedere la sua procedura, spesso automatica ed inconsapevole, e deve sviluppare delle nuove strategie adattive di autoregolazione.

Rinunciare ai coping può essere davvero molto difficile. Alcuni sono così radicati nella storia di vita che sembra impensabile farne a meno ma ad oggi sappiamo che è bene lavorarci fin dalle prime fasi della terapia, grazie alla condivisione del contratto terapeutico, per capire cosa è possibile fare e in che momenti, soprattutto quando alcuni di essi limitano di molto la terapia stessa. Pensiamo, ad esempio, a quei pazienti che arrivano in seduta dopo aver fatto uso di sostanze!! Per questi interventi così precoci, è essenziale che vi sia una buona alleanza terapeutica. Anche le PCCS sono oggetto di intervento precoce in quanto rappresentano la base dei coping di tipo comportamentale quasi come se fossero ordinate gerarchicamente (Ottavi et al., 2017) e questo spiega perché talvolta chiedere al paziente di rinunciare ad esempio alla sbronza serale non funziona perché bisogna identificare il coping cognitivo che lo precede ed in un certo modo lo prepara.

Grazie ai vari step della terapia metacognitiva interpersonale, e grazie allo sviluppo di strategie di mastery sempre più sofisticate, il paziente potrà gestire l’attivazione dello schema ed il dolore che ne segue in modi diversi. Giusto per dare qualche spunto di riflessione, la mindfulness aiuta a non indugiare troppo a lungo sui pensieri ricorrenti e a non considerarli come dati di realtà assoluta. Si suggerisce, comunque, di utilizzare la mindfulness dopo che il paziente sia stato reso consapevole dei suoi schemi e di come essi fanno soffrire nella loro natura rappresentazionale: gli eventi, quindi possono essere osservati da una posizione decentrata. Oltre al classico MBCT, citiamo il MIMBT (Metacognitive Interpersonal Mindfulness-Based Training), un training metacognitivo basato sulla mindfulness, della durata di 9 incontri settimanali, che aiuta a rivolgere attenzione alle relazioni interpersonali e soprattutto a riconoscere in tempo reale l’attivazione di emozioni negative per gestirle in modo più funzionale (Ottavi et al., 2019) ed infine come non citare tutte le tecniche wellsiane che fanno capo alla terapia metacognitiva per i disturbi di ansia e della depressione (Wells, 2012).

 

Psicoanalisi relazionale e tecniche

Il debito mio, dei miei colleghi più stretti e direi, come Magistrale stesso osserva, della corrente cognitivo-evoluzionista verso quella psicoanalisi è immenso e impagabile.

 

Ho letto la bella risposta di Giuseppe Magistrale alla mia provocazione sulla psicoanalisi vetero-pulsionale o, diciamola tutta, basata su fantasticherie.

I concetti che esprime, con chiarezza e semplicità, li condivido pienamente. La mia pratica clinica, credo e spero, potrebbe per lunghi passaggi essere scambiata, da chi osservasse le mie sedute, per una psicoanalisi relazionale. Il debito mio, dei miei colleghi più stretti e direi, come Magistrale stesso osserva, della corrente cognitivo-evoluzionista verso quella psicoanalisi è immenso e impagabile. Una cosa di cui sono orgoglioso è che la traduzione italiana del capolavoro (senza mezzi termini, non segue dibattito) di Safran e Muran Teoria e pratica dell’alleanza terapeutica è stata effettuata dalla mia copia personale autografata da Jeremy Safran. La conservo gelosamente.

Ci sono alcuni punti della replica di Magistrale su cui discordo, ma entriamo qui nel gusto del dibattito, perché le sue posizioni le sento in grandissima parte vicine alle mie.

Il primo è il primato della relazione a scapito delle tecniche. Conosco molto bene e dal di dentro i problemi del cognitivismo protocollato. I pazienti rispondono così e così all’approccio puramente tecnico e come appena appena insorgono problemi relazionali o i pazienti non fanno gli homework i giovani cognitivisti si perdono. Potrei fare una lunga lista di errori terapeutici dovuti dai tentativi disperati di applicare le tecniche cognitive da manuale quando invece bisognerebbe passare a lavorare sulla personalità, sulla relazione terapeutica e sul negoziare il contratto invece di spingere il paziente verso esercizi che non ha scelto ancora di applicare.

Ma d’altra parte, pensare che certi meccanismi propri dei disturbi sintomatici, spariscano solo col lavoro relazionale credo oggi si possa dire che non è vero. I meccanismi alla base delle ossessioni, del rimuginio non vanno via solo grazie all’interazione della relazione terapeutica come riparativa. La psicopatologia sperimentale, in Italia molto belli i lavori di Francesco Mancini, e l’attenzione allo smantellamento dei meccanismi che il laboratorio ha evidenziato, generano strumenti dai quali il terapeuta moderno oggi non può prescindere.

Ho a lungo contestato il paradigma monopersonale-arelazionale di Caselli, Ruggiero e Sassaroli, ma questo non significa che il clinico possa esimersi dal dedicare parte del lavoro in seduta all’interruzione dei circuiti rimuginatori. O dall’interrompere previo contratto gli evitamenti comportamentali o dal concordare l’attivazione comportamentale.

È un po’ il vecchio problema: ho inviato moltissimi miei allievi e colleghi in psicoterapia di stampo psicodinamico, sempre relazionale o Control-Mastery Theory, perché il lavoro dei colleghi dell’ISiPSé e del Control Mastery Theory-Italian Group è eccellente e una fonte di ispirazione quotidiana. Quando Francesco Gazzillo e io, di solito in pizzeria, parliamo di casi clinici, ci ritroviamo sempre tantissimo e io ascoltandolo vedo sempre qualcosa di nuovo.

Ma mi dispiace vedere che i terapeuti psicodinamici non pensano di fare un giro di apprendimento delle tecniche cognitive, secondo me ne verrebbero fuori come terapeuti più completi.

Infine, Giuseppe Magistrale è stato molto chiaro nel dire che la corrente a cui appartiene si è completamente distaccata dalla psicoanalisi pulsionale.

Ma il problema generale è grave. Mi spiego.

Apro la pagina web dell’International Journal of Psychoanalysis. Voglio dire, mica pizza e fichi mentre leggiamo il giornale della parrocchia.

Il primo articolo che vedo del 2019 è: “Oedipality and oedipal complexes reconsidered: On the incest taboo as key to the universality of the human condition” di Barnaby B. Barratt (BBB se posso permettermi). Voglio essere chiaro: pensare a un paziente che va da un terapeuta che si basa su queste letture mi genera brividi di preoccupazione.

Attenzione perché se la psicoanalisi non si distacca in modo netto e ufficiale da cose del genere il passo successivo è Maurizio Crozza e la psicobanalisi.

Bowlby, Mitchell, Greenberg, Arnold Modell (per me un mostro di bravura e profondità), Joseph Weiss, Lester Luborsky, Lewis Aron scomparso pochi giorni fa, meritano di essere distinti da questo.

 


Leggi i precendenti articoli sul tema:

1 – Per favore diteci: cosa è la psicoanalisi? Pratica empiricamente supportata o fantasticheria? – di Giancarlo Dimaggio, 01 Marzo 2019

2 – La psicoanalisi: terapia empiricamente supportata, ma non scientista – di Giuseppe Magistrale, 08 Marzo 2019

3 – Psicoanalisi e Cognitivismo alla prova (ineludibile e complessa) della scienza – di Simone Cheli, 22 Marzo 2019

 

Depressione e alimentazione: mangiare meglio fa stare meglio?

Come altri studi epidemiologici, longitudinali e cross-sectional (Jacka, Pasco, Mykletun, 2010) anche diverse meta-analisi come quella recente di Wang, Zhou, Chen e colleghi (2018) hanno evidenziato l’associazione tra la qualità del proprio piano nutrizionale e la salute mentale.

 

In particolare vi sarebbe un’associazione con i sintomi ansiosi e depressivi. Di conseguenza hanno supportato numerosi interventi e trial preliminari incentrati sul miglioramento della dieta alimentare per il trattamento della sintomatologia psicopatologica (Berk & Jacka, 2019).

Depressione e alimentazione: gli studi fatti

Una recente meta-analisi di Firth, Marx e colleghi (2019) del dipartimento di psicologia dell’Università di Manchester, dell’Unità di Psichiatria dell’ospedale di Padova, e del NICM Health Research Institute di Sydney, Australia, ha confermato la significativa efficacia degli interventi alimentari nella riduzione dei sintomi depressivi, nonostante la maggior parte degli studi presi in considerazione abbiano riscontrato questi effetti su popolazioni generali, subcliniche e non patologiche.

Questa importante limitazione metodologica, e cioè l’utilizzo di un campione poco idoneo, spesso selezionato attraverso criteri di inclusione ed esclusione poco rigorosi, ha spinto altri ricercatori a effettuare ricerche cliniche randomizzate sul tema. Il recente studio europeo MooDFOOD, pubblicato su Jama Psychiatry, da Bot, Brouwer e colleghi (2019) dell’Amsterdam Public Health Research Institute e del dipartimento di psichiatria e psicoterapia dell’Università di Leipzig, in Germania, ne è un esempio.

Lo studio longitudinale ha avuto lo scopo di investigare con una più precisa e scrupolosa metodologia gli effetti di specifici interventi nutrizionali nella prevenzione di disturbi depressivi in un gruppo di adulti sovrappeso ad alto rischio (BMI da 25 a 40) con elevati punteggi nella scala della depressione del Patient Health Questionnaire-9 (PHQ-9), confrontato con un gruppo non clinico e di controllo che non ha presentato episodi depressivi per almeno sei mesi, composto da individui provenienti da quattro diverse nazioni europee.

Bot e colleghi (2019) hanno sviluppato trial longitudinali confrontando pazienti nella condizione placebo, con e senza alcuna terapia in corso, con soggetti con e senza terapia che avevano ricevuto piani alimentari multi nutrizionali.

Depressione e alimentazione: il progetto MooFOOD per la riduzione dei sintomi

Il progetto, definito MooDFOOD, ha mostrato come le due diverse strategie alimentari adottate, e cioè l’intervento multi nutrizionale implicante un maggiore apporto di omega 3, acidi grassi, selenio, acido folico, calcio e vitamine e la promozione della dieta mediterranea nel piano alimentare, inserite nei piani terapeutici non abbiano apportato una significativa riduzione dei sintomi depressivi né aumentato i punteggi relativi alla qualità di vita percepita rispetto le stime fatte a priori. Tuttavia è stata rilevata una tendenza lieve verso una maggiore efficacia degli interventi di promozione della dieta mediterranea (Bot, Brouwer, Roca, Kohl set al., 2019).

A parere dei ricercatori, gli scarsi risultati ottenuti potrebbero essere dovuti al fatto che l’inserimento di studi nutrizionali in un ambito come quello della prevenzione della sintomatologia depressiva abbia ulteriormente aggiunto sfide metodologiche e difficoltà legate soprattutto all’aderenza dei gruppi sperimentali alle indicazioni nutrizionali dettate e al controllo della stessa da un punto di vista sperimentale-metodologico.

Un altro report, legato al progetto RAINBOW di Ma e colleghi (2019) riguardante la combinazione di interventi alimentari e psicoterapeutici su gruppi clinici con obesità e sintomi depressivi, ha evidenziato al contrario come il gruppo che aveva ottenuto l’intervento psiconutrizionale completo rispetto al trattamento standard aveva prodotto un miglioramento significativo dei sintomi a distanza di un anno, tanto da essere inserito tra gli interventi di prima linea per i pazienti obesi con alti punteggi nelle scale relative alla depressione.

In conclusione, nonostante i pareri sui potenziali benefici dell’alimentazione sui sintomi depressivi siano in alcuni casi discordi, non unanimi e provenienti da ricerche con una bassa potenza, mettono comunque in luce come l’inserimento all’interno di un trattamento psicoterapeutico di un piano alimentare possa condurre a dei risultati più robusti nella riduzione della sintomatologia psicopatologica nel lungo termine, tanto da poter essere inseriti in alcuni casi nei piani di intervento (Berk & Jacka, 2019).

 

“Scusi ma non riconosco la sua voce”: alla scoperta della fonoagnosia

La fonoagnosia viene definita come un deficit nel riconoscere voci di persone familiari e/o di discriminare differenti voci (e.g. indicare se due parole sono pronunciate dalla stessa persona). Alla stregua della prosopagnosia, la fonoagnosia, essendo specifica per le voci, non è associata a deficit nel riconoscimento di altri suoni (e.g. musicali, ambientali).

Virginia Aglieri

 

Fonoagnosia: il disturbo di chi non riconosce le voci

Chiunque abbia seguito un corso di psicologia avrà probabilmente sentito parlare della prosopagnosia (dal greco pròsopon = faccia e agnosìa = ignoranza), in inglese conosciuta anche come “face blindness” (cecità per i volti). Le persone affette da questo disturbo hanno infatti difficoltà nel riconoscere i volti di persone conosciute (celebrità, amici, parenti) ma anche nel discriminare differenti volti (per esempio, individuare due volti che appartengono allo stesso individuo tra differenti volti presentati).

Il primo caso di prosopagnosia congenita, ovvero presente dalla nascita e non associato a lesioni di strutture cerebrali rilevanti, fu descritto nel 1976 da McConachie. Da allora le neuroscienze si sono interessate molto a questo disturbo e ad oggi i suoi correlati neurali sono stati individuati attraverso numerosi studi di neuroimmagine, che si sono focalizzati sul funzionamento di alcune aree visive, come l’area fusiforme facciale nel lobo occipitale, ma anche sui fasci di materia bianca che connettono aree visive ad aree nel lobo temporale implicate in processi mnemonici. E’ interessante notare come questo disturbo non abbia attirato solamente l’attenzione di psicologi e neuroscienziati, ma anche quella dei media: per fare un esempio, sul web si possono trovare numerose notizie riguardo alla presunta prosopagnosia di Brad Pitt. Inoltre, il libro di Oliver Sacks dal titolo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello ha contribuito a far conoscere questo deficit al di fuori della comunità scientifica.

Tale notorietà non colpisce un disturbo “cugino” della prosopagnosia, la fonoagnosia, tant’è che una breve ricerca su internet svelerà che non esiste ancora una pagina di Wikipedia che definisce il termine in italiano. Come suggerito dal termine, questo tipo di agnosia riguarda l’ambito uditivo (phōnḗ = voce in greco). Nello specifico, la fonoagnosia viene definita come un deficit nel riconoscere voci di persone familiari e/o di discriminare differenti voci (e.g. indicare se due parole sono pronunciate dalla stessa persona). Alla stregua della prosopagnosia, la fonoagnosia, essendo specifica per le voci, non è associata a deficit nel riconoscimento di altri suoni (e.g. musicali, ambientali).

La Dott.ssa Diana Van Lancker (anche conosciuta come Diana Sidtis, dopo aver assunto il cognome del marito) fu la prima ad aver introdotto il termine “fonoagnosia” in uno studio del 1982 pubblicato sulla rivista Brain and Cognition in cui ha osservato che pazienti con lesioni localizzate nell’emisfero destro avevano difficoltà a identificare le voci di personaggi famosi, ma anche volti – un risultato che ha dimostrato come il riconoscimento di voci e volti possa essere collegato a meccanismi cerebrali simili. Studi successivi su pazienti sembrano confermare che lesioni situate nell’emisfero destro, in particolare nelle aree parietali e temporali, sono più spesso associate a deficit nella percezione delle voci, e quindi a una fonoagnosia che si definisce “acquisita”.

Fonoagnosia: gli studi raccolti

La prima osservazione della fonoagnosia congenita risale però al 2009, motivo per il quale questo disturbo rimane molto meno conosciuto e studiato rispetto alla prosopagnosia. Attorno al 2009 una donna di 60 anni (KH) senza alcun problema di natura neurologica si è rivolta ai ricercatori dell’University College of London spontaneamente, accusando difficoltà nel riconoscere le voci dei suoi cari e di attori famosi. A suo dire, l’unica voce che riusciva a riconoscere era quella di Sean Connery, probabilmente a causa del forte accento scozzese. Lucìa Garrido e colleghi, che hanno firmato un articolo del giornale Neuropsychologia hanno quindi sviluppato una batteria di test per mettere alla prova le sue capacità di riconoscere differenti tipi di suoni (musica, voci, versi di animali), stimoli visivi (e.g. volti, nomi), oltre che le abilità linguistiche di KH, per escludere un deficit percettivo generale o linguistico. Attraverso questo esperimento, gli autori hanno potuto concludere che il deficit di KH era specifico per le voci, dimostrando così che nella popolazione generale vi possono essere individui affetti da fonoagnosia.

Un successivo studio pubblicato nella rivista Current Biology da Roswandowitz e colleghi ha quindi approfondito l’aspetto della prevalenza della fonoagnaosia nella popolazione generale, servendosi delle nuove tecnologie. I ricercatori hanno infatti sviluppato un test online di riconoscimento di voci, così da raccogliere un gran numero di dati; attraverso un’ulteriore sessione in laboratorio nella quale i soggetti venivano sottoposti a diversi tipi di test, per escludere deficit di differente natura, due persone sono state considerate affette da fonoagnosia. Secondo questo studio, la prevalenza di questo disturbo, almeno nella popolazione tedesca, sembra quindi essere dello 0.2 %.

Un risultato simile è stato raggiunto da un altro studio di Aglieri e colleghi, pubblicato sulla rivista Behavioral Research Methods, i quali hanno ideato un test online di cinque minuti che richiede di imparare 8 voci e successivamente di riconoscerle fra altre mai ascoltate; la stessa procedura veniva ripetuta per dei suoni di campanelle, in modo che si potesse ottenere un punteggio differenziale che stimi le due diverse abilità. Attraverso questo breve test sono riusciti a raccogliere i risultati di circa 1000 individui e ad arrivare a una stima della fonoagnosia congenita di 0.3 % nella popolazione generale. Più recentemente Shilowich e colleghi hanno stimato un’incidenza più alta della fonoagnosia (3.2%) raccogliendo numerosi dati nella popolazione generale statunitense utilizzando questa volta un test di riconoscimento di voci di personaggi famosi (i precedenti test citati richiedevano invece di imparare delle voci non familiari durante l’esperimento).

Fonoagnosia: tipologie e conseguenze per chi ne soffre

Dai risultati di questi pochi ma importanti studi si può trarre una conclusione generale, ovvero che molti individui potrebbero essere inconsapevoli di avere un deficit di riconoscimento delle voci siccome le situazioni che richiedono di riconoscere una persona a partire dalla sua voce sono al giorno d’oggi piuttosto limitate (si pensi per esempio che ormai usiamo prevalentemente telefoni che ci mostrano il nome del nostro interlocutore). Inoltre, non vi è ancora un accordo su quale sia il tipo di test più adatto (riconoscimento di voci familiari o non familiari) per trovare soggetti fonoagnosici. E’ possibile inoltre che vi siano due tipi di fonoagnosia, una specifica per il riconoscimento di voci familiari (associativa) e l’altra per la discriminazione di voci non familiari (appercettiva).

Sebbene la fonoagnosia sia un deficit molto meno invalidante della prosopagnosia e quindi non sia particolarmente interessante dal punto di vista clinico, il suo studio risulta importante da un punto di vista neurocognitivo. Una maggior comprensione della fonoagnosia potrebbe infatti aiutare a caratterizzare i meccanismi coinvolti nel riconoscimento della persona: per esempio, la fonoagnosia potrebbe essere causata da un malfunzionamento di aree uditive specifiche per la percezione della voce, oppure di aree multimodali che processano l’identità della persona, indifferentemente dalla modalità percettiva. Come è stato precedentemente osservato per la prosopagnosia da Avidan e colleghi, la fonoagnosia potrebbe essere meglio compresa studiando la connettività strutturale e funzionale fra aree percettive e aree “superiori”, implicate in processi mnemonici per il recupero di informazioni relative alla persona.

Ad oggi, il maggior scoglio per lo studio della fonoagnosia rimane però la difficoltà di trovare soggetti affetti da questo deficit nella popolazione generale; per questo, sembra particolarmente importante farla conoscere al grande pubblico, cosicché da un lato i professionisti della salute (medici, psicologici, logopedisti) potrebbero eventualmente segnalare il deficit ad alcuni ricercatori; dall’altro, i potenziali fonoagnosici potrebbero trovare una spiegazione alla loro impressione di non riconoscere e distinguere le voci, che può causare problemi dal punto di vista sociale e lavorativo.

 

Disturbo bipolare e comportamenti suicidari: il contributo della Psicologia Positiva

L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica il disturbo bipolare come il 12° più disabilitante della salute mondiale. Infatti, i soggetti con disturbo bipolare (soprattutto le donne), presentano un peggioramento della loro qualità della vita (De la Cruz, Goodrich, Lai, & Kilbourne, 2013).

 

Questo quadro psicopatologico rappresenta una delle condizioni di salute più costose (infatti i costi nel 2009 si aggiravano intorno 151 miliardi di dollari, che comprendevano l’impatto dei costi indiretti di morbilità e mortalità precoce) (Dilsaver, 2011).

Il rischio di mortalità per suicidio è elevato; i tentativi di suicidio si aggirerebbero intorno al 25-50% e il rischio per le persone affette da disturbo bipolare è 15 volte maggiore in questo caso rispetto ad altri disturbi (De la Cruz, Goodrich, Lai, & Kilbourne, 2013), circa l’11-19 % si toglie la vita (Abreu, Baca-Garcia, Lafer, & al., 2009; Goodwin & Jamison, 2007; Etain, Parmentier, Yon, & al., 2012).

Il rischio potrebbe essere maggiore soprattutto all’inizio del disturbo e quando esistono delle comoribilità associate (De la Cruz, Goodrich, Lai, & Kilbourne, 2013). I fattori di rischio per suicidio includono una predominante presenza di depressione, abuso di alcol e sostanze o disturbi da dipendenza, essere giovani e maschi, recente inizio della malattia, ansia significativa, impulsività, storia familiare di suicidio, isolamento sociale ed eventi di vita stressanti (De la Cruz, Goodrich, Lai, & Kilbourne, 2013).

Alcuni studi hanno dimostrato che il litio riduce a lungo termine il rischio di suicidio (Angst, Angst, Gerber-Werder, & Gamma, 2005), proprio per questa ragione sembrerebbe opportuno incrementare la compliance farmacologica ed in questo caso anche la componente psicoeducativa potrebbe giocare un ruolo determinante (Halgin e Whitbourne, 2000; Damour e Hansell, 2007).

Disturbo bipolare: i tentativi di suicidio e gli interventi della psicologia positiva

Le cause del suicidio nel disturbo bipolare sono dovute a differenti ragioni, che principalmente riguardano sia la presenza di distress sia l’assenza di benessere; facendo riferimento a questi due fattori si può intervenire su due linee (Johnson & Wood, 2016).

In primo luogo, il suicidio risulta essere dovuto ad una completa assenza di benessere, quindi risulterebbe importante raccogliere informazioni o segnali circa le intenzioni suicidarie del soggetto, aspetti che sono difficili da individuare (Johnson & Wood, 2016).

In secondo luogo, applicando i concetti di psicologia positiva si ha un modo differente per comprendere il suicidio e si hanno a disposizione delle strategie per intervenire (Johnson & Wood, 2016).

Secondo gli approcci tradizionali, i soggetti potrebbero tentare il suicidio in seguito ad eventi indesiderati e l’obiettivo della terapia è quello di minimizzare, ridurre o eliminare l’impatto di queste esperienze (Johnson & Wood, 2016).

Oltre agli eventi indesiderati, secondo diversi studi la presenza di eccessivi propositi nella vita è uno dei fattori che potrebbe incrementare il rischio che il soggetto metta in atto dei tentativi di suicidio (Heisell & Flett, 2004).

Quando i soggetti non riescono a conseguire gli obiettivi irrealistici, il quadro patologico potrebbe peggiorare, infatti i soggetti possono mettere in atto dei tentativi di suicidio, perché a causa della loro inflessibilità cognitiva (Ruini, 2017), credono che il benessere possa essere raggiunto o possa dipendere dal conseguimento dell’obiettivo (Boddana, MacLeod, & Vincent, 2004).

La conseguente disperazione, provocata dal mancato raggiungimento dell’obiettivo, può indurre ai soggetti a mettere in atto dei tentativi di suicidio, in quanto ritengono che togliersi la vita sia l’unico modo per evadere dalla situazione spiacevole in cui si trovano (Boddana, MacLeod, & Vincent, 2004).

Quindi, una delle possibili cause che spinge i soggetti al suicidio ed ai comportamenti parasuicidari riguarda la presenza di obiettivi irrealizzabili (Hamilton, 2016; Boddana, MacLeod, & Vincent, 2004).

Tra gli interventi di psicologia positiva, volti a ridurre il rischio di suicidio che possono essere applicati nei pazienti con disturbo bipolare, si può individuare: il Goal-setting and Planning, che si concentra sulla riduzione del rischio di suicidio attraverso il miglioramento della selezione e pianificazione degli obiettivi (Coote & MacLeod, 2012).

Questa strategia a differenza dei GOALS (Fulford & Johnson, 2009), può essere applicata per prevenire e ridurre il rischio di suicidio (Coote & MacLeod, 2012).

Disturbo bipolare: Goal-setting and Planning per prevenire il suicidio

Facendo riferimento al modello del benessere psicologico della Ryff (1996) avere degli obiettivi e un senso di direzione verso di essi fa parte delle componenti che costituiscono il benessere psicologico.

Infatti, livelli adeguati di benessere motivano gli individui a raggiungere degli obiettivi (Johnson & Wood, 2016), tuttavia, un eccesso di obiettivi in caso di malattia mentale produce l’effetto opposto (Johnson, 2005b).

Per ridurre le condizioni che sono state precedentemente descritte, i soggetti hanno bisogno di sostituire gli obiettivi irraggiungibili con obiettivi più realistici (Corrigan, 2014); riducendo così il possibile rischio di suicidio e di comportamenti parasuicidari (Hamilton, 2016; Boddana, MacLeod, & Vincent, 2004).

Oltre la selezione di obiettivi più raggiungibili, anche la pianificazione per raggiungerli è un elemento su cui si può intervenire (Coote & MacLeod, 2012).

Un intervento che può far migliorare gli aspetti sopracitati, ed anche l’autocontrollo, è il Goal-setting and Planning (GAP) (Coote & MacLeod, 2012), elaborato da MacLeod, Coates e Hetherton (2008).

Quest’intervento è stato applicato a dei pazienti depressi, per ridurre le emozioni negative ed aumentare quelle positive e per migliorare la soddisfazione della loro vita (Coote & MacLeod, 2012).

Tuttavia, questo intervento non si concentra sui problemi o sui sintomi associati alla depressione, piuttosto enfatizza l’identificazione e lo spostamento verso obiettivi di vita più realistici (Coote & MacLeod, 2012); proprio per questa ragione viene anche applicato a soggetti che hanno tentato il suicidio e presentano alterazioni a livello della pianificazione per raggiungere gli obiettivi (Johnson & Wood, 2016).

Lo scopo del GAP è lo sviluppo di obiettivi positivi per migliorare il benessere (Coote & MacLeod, 2012), producendo la soluzione dei problemi e non focalizzarsi direttamente sulla riduzione di sintomi depressivi o sul distress (Ruini, 2017).

La GAP complessivamente dura circa cinque settimane ed è composta da tre parti (Coote & MacLeod, 2012).

L’individuo utilizza un manuale per lavorare da solo, infatti all’interno del manuale sono inclusi i fogli di lavoro (Coote & MacLeod, 2012).

Nella prima parte, che dura approssimativamente due settimane, si introducono i concetti di benessere, obiettivi e piani (Coote & MacLeod, 2012).

Si guida il lettore, in questa fase iniziale, a pensare ad obiettivi specifici e alla pianificazione per poterli raggiungere, attraverso l’utilizzo di fogli di lavoro che vengono forniti dal manuale (Coote & MacLeod, 2012).

Infine, si rivedono i progressi fatti e gli obiettivi raggiunti dal paziente, attraverso il contatto telefonico (Coote & MacLeod, 2012).

La seconda parte, la cui durata è di circa due settimane, si indagano gli eventuali ostacoli che si frappongono tra l’individuo e l’obiettivo e si pianifica il lavoro per la prossima fase (Coote & MacLeod, 2012).

Infine, l’ultima parte, spiega ai pazienti come mantenere i progressi ottenuti attraverso l’utilizzo delle tecniche GAP, continuando ad applicare quanto appreso (Coote & MacLeod, 2012).

 

Emozioni e diffidenza: come gli stati emotivi influenzano la nostra fiducia negli altri

Una ricerca dell’università di Zurigo e dell’Università di Amsterdam evidenzia che le emozioni spiacevoli possono ridurre l’abilità di fiducia verso gli altri, anche se queste emozioni sono state innescate da eventi estranei alla decisione di fidarsi.

 

Non è un segreto che i sentimenti provati verso una specifica persona possono influenzare l’interazione e i livelli di fiducia.

Emozioni: come influenzano le nostre interazioni sociali

Per esempio, se un amico critica il nostro nuovo taglio di capelli e subito dopo ci chiede in prestito la macchina, è meno probabile che gli si dirà di si. Ma cosa succede se le emozioni spiacevoli sono scatenate da eventi che non hanno nulla a che vedere con quella persona? Cosa succede, per esempio, se è il capo a criticarci e a urlarci contro subito prima che l’amico ci chieda in prestito la macchina? Nel campo della psicologia, queste emozioni sono chiamante “accidentali”, proprio perché innescate da eventi non relazionati alle nostre interazioni sociali attualmente in corso. E’ stato dimostrato che le emozioni accidentali si presentano quotidianamente nelle interazioni con gli altri, anche se non ne siamo pienamente consapevoli. A tal proposito, il presente studio si è posto come obiettivo quello di indagare se le emozioni negative accidentali possono, in qualche modo, influenzare i comportamenti di fiducia e quali potrebbero essere i network cerebrali associati alle interazioni sociali.

Emozioni spiacevoli e fiducia negli altri: lo studio

Per creare uno stato prolungato di emozioni spiacevoli, il team di ricerca ha usato un metodo ben strutturato noto come metodo di minaccia-shock, nel quale i partecipanti sono minacciati attraverso una sgradevole scossa elettrica, in quanto è stato dimostrato che, l’attuazione di tale minaccia, provoca negli individui un’ansia anticipatoria. Nel frattempo, I soggetti hanno partecipato a un gioco di fiducia, consistente nel dover prendere decisioni circa la quantità di denaro da investire in un estraneo (l’estraneo aveva l’opportunità di ripagare in gesti o, in alternativa, di tenere tutto il denaro per sé).

Nell’esperimento, I partecipanti si sono mostrati meno fiduciosi nel momento in cui sperimentavano più ansia riguardo l’essere sottoposti a scosse elettriche, nonostante la minaccia fosse indipendente dalla decisione di fidarsi dell’estraneo. Durante lo studio, le risposte cerebrali dei partecipanti sono state registrate attraverso l’fMRI. Le immagini della risonanza magnetica hanno rilevato che la regione cerebrale più implicata nella comprensione delle credenze altrui, la giunzione temporoparietale (TPJ), era significatamente soppressa quando i partecipanti si sentivano minacciati, ma non quando si percepivano al sicuro. Inoltre, la connettività tra la TPJ e l’amigdala era soppressa in maniera significativa dalle emozioni difficoltose. In ogni caso, sotto condizioni sicure, la forza della connettività tra TPJ e altre importanti regioni cerebrali, come il solco temporale superiore e posteriore e la corteccia prefrontale dorsomediale, hanno predetto quanta fiducia i partecipanti riponessero negli altri.

Nell’esperimento, l’associazione tra l’attività cerebrale e comportamentale è stata neutralizzata nel momento in cui i soggetti hanno sperimentato ansia. I risultati mostrano che le emozioni spiacevoli impattano, in maniera significativa, sulle nostre interazioni sociali, specialmente sulla fiducia verso gli altri. Inoltre, lo studio rivela gli effetti sottostanti delle emozioni negative sui circuiti cerebrali: esse sopprimono i meccanismi neurali implicati nelle cognizioni sociali, i quali risultano importanti per capire e predire il comportamento altrui. In conclusione, le emozioni “negative” possono avere conseguenze sostanziali nel modo in cui ci approcciamo a livello sociale e interpersonale. Esse potrebbero addirittura distorcere il nostro modo di prendere importanti decisioni sociali, come per esempio il voto politico.

Non giudicare un libro dalla sua copertina: l’importanza dell’immagine corporea nell’epoca moderna

Viviamo in un’epoca dove la bellezza e l’apparenza sembrano essere gli unici ideali da perseguire, spingendoci alla ricerca di una perfezione difficile da conquistare.

Massimiliano Padovani e Camilla Rugi

 

Ci troviamo cosi, sopraffatti da esercizi estenuanti in palestra, dalla conduzione di diete malsane, dall’acquisto di prodotti di bellezza, dall’utilizzo di filtri per le immagini sui social network e per i più “fortunati” dall’utilizzo della chirurgia estetica.

Ma è davvero così importante raggiungere questa innaturale perfezione? Cosa spinge le persone a sentire l’esigenza di doversi adeguare ad un’immagine omologata che non gli appartiene? Perché è importante essere attraenti e ricevere conferma dagli altri? Perché ci sentiamo tanto sbagliati se la nostra immagine corporea non rispecchia le norme sociali di bellezza? Ma soprattutto, perché valutiamo positivamente chi persegue certi ideali?

Personalità e Immagine Corporea: qual è il legame?

La letteratura scientifica ha a lungo suggerito una forte connessione tra personalità e peso corporeo.

Le persone che ottengono punteggi elevati di coscienziosità, per esempio, tendono ad avere un peso più basso (Sutin, Ferrucci, Zonderman, & Terracciano, 2011) e hanno un rischio a lungo termine inferiore di sviluppare obesità (Jokela et al., 2013); mentre le persone con livelli più elevati di nevroticismo tendono ad avere emozioni più negative rispetto ai loro corpi (Armon, Melamed, Shirom, Shapira, & Berliner, 2013).

Inoltre, gli individui che hanno livelli più elevati di nevroticismo mostrano atteggiamenti più negativi verso l’obesità, maggiore paura del grasso, parlano negativamente del loro corpo agli amici e sono più sensibili al giudizio circa il peso (Allen, Vella, Swann, & Laborde, 2018; Allen & Walter, 2016; Sutin & Terracciano, 2016).

Un recente studio portato avanti dai ricercatori della Florida State University suggerisce che i 5 tratti di personalità di un individuo (Big Five) – Coscienziosità, Gradevolezza, Apertura mentale, Nevroticismo ed Estroversione – siano direttamente correlati alle loro convinzioni circa il corpo degli altri e sui modi in cui tali convinzioni sono espresse nelle interazioni sociali (Sutin, & Terracciano, 2019).

Questi risultati sono stati raggiunti grazie allo studio condotto da Sutin e Terracciano (2019) che hanno intervistato 3.099 donne. I risultati riportano che un livello maggiore di nevroticismo predice atteggiamenti più negativi riguardo il peso corporeo, mentre un livello maggiore di coscienziosità predice atteggiamenti e comportamenti più positivi rispetto al peso. Non solo, dalle ricerche è stato possibile osservare una relazione significativa tra la coscienziosità e la paura del grasso corporeo.

Pertanto, anche le persone obese o in sovrappeso, che possiedono questo tratto, manifestano poca tolleranza verso il grasso, poiché una delle caratteristiche della coscienziosità è proprio quella di adeguarsi alle norme della società.

Immagine corporea e personalità: giudichiamo in base alla bellezza

Recenti ricerche hanno riportato che quando incontriamo nuove persone, le nostre prime impressioni sulla loro personalità possono dipendere, almeno in parte, dalla forma del loro corpo.

A tal proposito merita attenzione uno studio condotto da Hu, Parde, Hill, Mahmood e O’Toole (2018) dell’Università del Texas. Tale studio sostiene che le persone deducano un’ampia gamma di tratti della personalità semplicemente guardando le caratteristiche fisiche di un’altra persona.

Gli stereotipi basati sulla forma del corpo possono contribuire nel modo in cui giudichiamo e interagiamo con nuovi conoscenti ed estranei. Perciò, comprendere questi pregiudizi è importante per considerare come formiamo le prime impressioni.

Ai partecipanti allo studio (76 studenti universitari) è stato chiesto di osservare una serie di modelli di corpi maschili e femminili, di varie dimensioni.

Dai risultati è emerso che associavano modelli corporei più robusti a tratti più negativi, come essere pigri e incuranti; mentre modelli corporei più snelli a tratti più positivi, come essere sicuri di sé ed entusiasti.

I corpi classicamente femminili (ad esempio, a forma di pera) e maschili (ad esempio, con le spalle larghe) venivano associati a tratti “attivi”, come essere litigiosi, estroversi e irritabili. I corpi maschili e femminili che erano più rettangolari, d’altra parte, erano associati a tratti relativamente “passivi”, come essere affabili, timidi, affidabili e calorosi (Hu, Parde, Hill, Mahmood, & O’Toole, 2018).

La tendenza a dedurre i tratti della personalità, a partire dalla forma del corpo, sembra che sia probabilmente universale, nonostante le conclusioni che le persone traggano variano in base alla loro cultura, etnia e persino all’età.

Social: gli effetti sull’immagine corporea

Recentemente, gli effetti dei Social media sulla nostra salute mentale e il benessere sono stati oggetto di molti dibattiti.

In particolare, un recente studio di Hougue e Mills (2019) della York University, ha riportato che quando le giovani donne si dedicano ad attività sui social media, come osservare le immagini di amici più attraenti di loro, successivamente si sentono peggio rispetto al proprio aspetto fisico.

La ricerca si è concentrata su 118 studentesse di età compresa tra i 18 e i 27 anni, alle quali era stato chiesto sei mesi prima di riportare su un questionario il loro grado di soddisfazione/insoddisfazione rispetto al proprio aspetto. In fase sperimentale, le studentesse sono state divise in due gruppi. Al gruppo sperimentale, è stato chiesto di accedere a Facebook e Instagram per un periodo di cinque o più minuti e di trovare una persona della stessa età che ritenevano fosse più attraente di loro e dopo aver guardato le foto, è stato chiesto loro di lasciare un commento a loro scelta. Mentre al gruppo di controllo è stato chiesto di svolgere lo stesso compito rispetto alle immagini di un familiare (Hogue, & Mills, 2019).

I risultati hanno mostrato che queste giovani donne si sentivano più insoddisfatte del loro corpo e del loro aspetto dopo aver guardato le immagini sui social di qualcuno che percepivano come più attraente di loro, cosa che non succedeva rispetto ad un familiare (Hogue, & Mills, 2019).

Possiamo concludere che confrontarsi con altre persone abbia il potenziale di influenzare la valutazione di noi stessi. Allo stesso tempo, possiamo notare come alcuni tratti di personalità di un individuo possano predisporre ad atteggiamenti più negativi e come la semplice visione di forme corporee più robuste possa portare ad attribuire aspetti di personalità più negativi. Detto ciò, i social media sembrano confermare le credenze già possedute senza lasciare alcuno spazio a una possibile disconferma.

Infine, ci sembra utile quanto mai prima di ora, educare i giovani all’uso dei social media, in particolare su come questi potrebbero farli sentire e su come ciò potrebbe essere collegato all’insoddisfazione per la propria immagine corporea.

 

Effetti dell’istituzionalizzazione sulla sua struttura e sul funzionamento dell’amigdala

L’ amigdala è una struttura implicata nella elaborazione e nella risposta di informazioni di tipo emotivo (Davis & Whalen, 2001) ed è sensibile a precoci eventi stressanti o negativi sia negli animali che negli umani (Suomi, 1997; Teicher, Andersen, Polcari, Anderson, Navalta & Kim, 2003).

 

Mehta e colleghi (2009) hanno cercato di esaminare la relazione tra l’amigdala e la deprivazione dovuta all’istituzionalizzazione.

Amigdala: uno studio per capire le conseguenze dell’istituzionalizzazione

Il campione utilizzato dai ricercatori era di 14 adolescenti presi dai 165 dell’ English and Romanian Adoptees Study (ERA). Il confronto venne fatto tra il gruppo di adolescenti romeni (adottati da famiglie in Gran Bretagna) e un gruppo di controllo mai istituzionalizzato di 11 partecipanti. Oltre ad un volume ridotto della materia bianca e grigia, il gruppo precedentemente istituzionalizzato presentava un’ amigdala relativamente più grande comparata al controllo, particolarmente nella parte destra. L’ amigdala sinistra risultava essere l’unica regione che correlava in modo significativo con il tempo trascorso in orfanotrofio. Quelli con volume dell’ amigdala sinistra minore avevano trascorso più tempo in istituto.

Tottenham e colleghi (2010), invece, si sono posti come obbiettivo di esaminare lo sviluppo delle strutture limbiche, con l’utilizzo della risonanza magnetica (MRI), e la regolazione delle emozioni in bambini che hanno vissuto avversità precoci. Il campione era composto da 78 partecipanti (38 precedentemente istituzionalizzati, 40 mai istituzionalizzati). L’ amigdala in questi bambini aveva uno sviluppo anormale e correlava con la durata della permanenza in orfanotrofio. Il tipo di cure offerte in un istituto vengono quindi viste come uno fattore di stress psicologico per i bambini che influenza la traiettoria evolutiva di un importante sistema neuro anatomico coinvolto nell’elaborazione delle emozioni. Da notare inoltre la forza di questo effetto che rimaneva visibile anche dopo anni dall’abbandono dell’istituto dopo l’affidamento.

Gli studiosi hanno inoltre misurato le differenze nella regolazione del comportamento durante la presentazione di stimoli sociali emotivamente attivanti. Tutti i bambini mostravano una performance migliore quando il blocco di stimoli conteneva espressioni facciali positive e quando le espressioni emotive erano i target rispetto a quando erano i distrattori. Nonostante ciò i bambini che avevano passato più tempo in istituto facevano più errori nei blocchi di trial che contenevano più espressioni a valenza negativa. Gli errori sono stati interpretati come un errore nella regolazione del comportamento a causa del fatto che le risorse cognitive venivano catturate da eventi emotivamente salienti. Un outcome comune nei bambini precedentemente istituzionalizzati, infatti, è il comportamento chiamato di “indiscriminata socievolezza” (Zeanah, Smyke & Dumitrescu, 2002), che consiste in una reticenza ridotta e un comportamento di approccio atipico nei confronti di tutti gli adulti, inclusi gli estranei. Tizard e Hodges (1978) notarono che questo comportamento era la fonte di lamentele maggiore da parte degli insegnanti, perché i bambini si impegnavano in comportamenti atti alla ricerca di attenzioni, cercando di attrarre l’attenzione degli insegnanti troppo spesso e in momenti inopportuni, in un modo che disturbava l’intera classe.

Amigdala e deprivazione materna precoce

Olsavsky e colleghi (2013) hanno voluto testare l’ipotesi che una deprivazione materna precoce è associata con una attenuazione della discriminazione da parte dell’amigdala tra madre ed estraneo e ad un comportamento di indiscriminata socievolezza. Per fare ciò hanno scelto un gruppo di 75 partecipanti (età media 11 anni), di cui 37 mai istituzionalizzati e 38 precedentemente istituzionalizzati adottati da famiglie negli Stati Uniti tramite adozione internazionale. Dei 75 bambini, solo 67 sono stati inclusi nello studio. La procedura si divideva in due sessioni: la prima includeva misure comportamentali indagate attraverso dei questionari, e la seconda parte in cui veniva svolto il compito all’interno della risonanza magnetica funzionale (fMRI). Il compito sperimentale consisteva nel mostrare ai bambini delle foto a colori della madre (adottiva o biologica) e di un individuo sconosciuto che era la madre di uno degli altri partecipanti. Si è osservato che il gruppo precedentemente istituzionalizzato (PI) mostrava una risposta dell’amigdala equivalente alla madre e all’estraneo. I bambini PI avevano una risposta atipicamente elevata per gli estranei, mentre i due gruppi mostravano risposte equivalenti alla foto della propria madre. Da notare che un’età precoce di adozione era associata ad un pattern più tipico di differenziazione tra madre ed estraneo, mentre bambini adottati ad un età superiore avevano una capacità di discriminazione ridotta. In più, dai questionari era emerso che il gruppo PI mostrava un comportamento di indiscriminata socievolezza, il quale correlava con il pattern di risposta dell’amigdala: partecipanti con una ridotta capacità discriminatoria madre/estraneo tendevano ad esibire un comportamento maggiore di indiscriminata socievolezza.

 

Salute mentale, territorio e psicoterapia: la tavola rotonda a San Benedetto del Tronto

Come già scritto nell’articolo di Roberto Lorenzini, il primo marzo 2019 è stata ufficialmente inaugurata la nuova sede di Studi Cognitivi, che opera ormai da quasi un ventennio nelle Marche producendo cultura psicologica per tutto il territorio ed eventi formativi di rilievo nazionale e internazionale.

 

In occasione della tavola rotonda sul tema “Salute mentale, territorio e psicoterapia” a cui hanno partecipato esponenti di vari servizi della salute mentale presenti sul territorio del centro-Italia, si è toccato un tema a me caro: l’intrinseco rapporto tra l’uso e abuso di sostanze e le conseguenze dannose che ne derivano.

Salute mentale, territorio e psicoterapia: i dati sull’uso di sostanze

Vorrei riportare alcuni dati ISTAT in merito: le cifre parlano da sole. Le dimissioni ospedaliere dai dipartimenti di salute mentale con diagnosi di disturbi mentali associati a disturbi da uso di sostanze (doppia diagnosi), hanno avuto un incremento in questi ultimi anni, con numeri assoluti molto alti (circa 40 mila) e soprattutto con un aumento dei tassi di incidenza nella fascia di età più giovane, 15-24 anni, che è arrivato allo stesso livello degli adulti di 25-44 anni. L’allarme è anche maggiore per i ricoveri di urgenza, con diagnosi principale o secondaria relative a uso di droghe ed è sempre nella fascia d’età 15-24 anni che si registra la crescita più veloce dei consumi.

In generale, nel nostro Paese, il numero complessivo di accessi al Pronto Soccorso per motivi psichiatrici è pari a 585.087, e rappresenta circa il 2% del totale di accessi al PS. Il 6,8% degli accessi psichiatrici (39.785 accessi) è riconducibile a casi di alcolismo e tossicomanie. E questi dati trovano conferma anche in uno studio sui 273 clienti, tra i 18 e i 30 anni, di cinque club romani: il 78% riferiva un pregresso utilizzo delle cosiddette “nuove sostanze psicoattive” (NPS), mentre l’89% parlava di utilizzo corrente di cocaina.

Tutto ciò porta a un aumento di casi difficili e sempre più spesso ci troviamo di fronte a sintomi nuovi che ci trovano impreparati. C’è confusione su come gestire i nostri pazienti: ci si chiede se la presa in carico debba esser fatta dalla Psichiatria o dal Serd di competenza territoriale, se si tratta di una patologia psichiatrica o se siano gli effetti della sostanza assunta ad aver causato lo scompenso, se il trattamento può esser fatto in regime semiresidenziale o residenziale. Ci si chiede a quali sostanze psicoattive debba esser attribuito lo stato di intossicazione: in un mercato delle droghe che viaggia a una velocità più incalzante rispetto alle conoscenze scientifiche, le sostanze psicoattive utilizzate non sempre sono rilevabili ai comuni test tossicologici.

Salute mentale, terriorio e psicoterapia: il fabbisogno di supporto psicologico

A partire da queste considerazioni portate avanti all’unisono, si è sottolineata l’esigenza di elaborare linee-guida per l’organizzazione di interventi che tenga conto di una gestione “modernizzata” e integrata dei servizi e una politica di programmazione basata sulle evidenze scientifiche prodotte dalla letteratura di ricerca e clinica. Tuttavia, se la valutazione dell’efficienza va intesa come la capacità di un’organizzazione di massimizzare il rapporto tra i professionisti impiegati nelle attività ed i risultati ottenuti, non possiamo ignorare il bisogno di formare un’equipe in cui ci siano più figure professionali a unire le loro forze.

Con ciò, sarebbe importante prendere in considerazione la necessità di assumere più Psicologi nei Servizi affinché possa essere offerto un approccio sempre più integrato e specifico. In altre parole, credo che in questo momento di grande difficoltà economica per il nostro Paese, investire sulla figura dello psicologo significherebbe offrire un servizio mirato ai nuovi bisogni della salute mentale e, di conseguenza, risparmiare notevolmente sui costi futuri che le conseguenze di tale comorbilità, se non opportunamente trattate, potrebbero comportare: decorso e minore risposta ai trattamenti sia del disturbo psichico, sia dell’uso di sostanze, maggiore rischio di suicidio e di comportamenti violenti, incrementato rischio di patologie fisiche, di complicanze legali e di deriva sociale (disoccupazione, divorzi e separazioni, stigmatizzazione ed emarginazione). E, considerando che i dati ISTAT riportati sopra fanno riferimento ad anni addietro, direi che stiamo già pagando qualche conseguenza.

Con l’inaugurazione della nuova sede di Studi Cognitivi le Dott.sse Sassaroli e Mezzaluna hanno creato un’occasione in cui vecchie e nuove generazioni hanno ragionato sui nuovi bisogni emergenti, unendo gli anni di esperienza alla curiosità di chi si è appena formato con corsi aggiornati sulle ultime evidence-based.

Con questo articolo esprimo il mio augurio a tutti noi che operiamo nella salute mentale affinchè le riflessioni emerse in questo evento siano solo un punto di partenza per rispondere a queste urgenze che di certo non possiamo più ignorare.

 

 

Immagini dell’inaugurazione della nuova sede di Studi Cognitivi a San Benedetto del Tronto

Il Dono e i Legami Familiari

Godbout, in Lo Spirito del dono (1993), individua nella famiglia uno dei tre assi in cui si esplica il dono come legame. Egli, nelle sue riflessioni sul contraccambiare, individua nel sistema familiare l’unica istituzione in cui non vi è un obbligo di restituzione e che è, nel contempo, palestra per lo sviluppo delle rete amicali e sociali.

 

La famiglia

è solo la punta dell’iceberg di quella rete complicata di obblighi che ci assegniamo verso i nostri amici, i nostri vicini, i nostri parenti e il cui cuore si situa sempre, probabilmente ancora per molto tempo, nelle reti familiari e di parentela.

Il dono e il donare all’interno della famiglia

All’interno della famiglia, il dono si esplica nella relazione tra coniugi in cui dà senza tener in conto il restituire:

In un rapporto di scambio tra coniugi ad ognuno può capitare di ricevere più di quanto non dia, in cui ciascuno si senta in debito verso l’ altro, piuttosto che considerare che l’altro sia in debito verso di lui.

Spesso i conti si fanno alla fine di un rapporto nel momento in cui si ragiona su uno scambio tra equivalenti – Gli ho dato tanto – piuttosto che considerare l’asimmetria che deve essere presente in un rapporto stabile di coppia. Il legame sociale può essere alimentato solo da una relazione di dono di tipo asimmetrico. Godbout, infatti, sostiene che possiamo definire

dono ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone.

Il dare, quindi, all’interno della coppia può essere giustificato da “un’economia della gratitudine”. In quest’ambito, il dono mette al centro la donna come custode del focolare domestico poiché il suo lavoro non prevede nessun tipo di scambio di tipo salariale. Ci troviamo di fronte, ancora una volta, al dono asimmetrico. Chiaramente Godbout con queste affermazioni si è attirato le critiche, piuttosto fondate, di tutti i circoli femminili e femministe. Però dobbiamo dire che al di là delle caratteristiche sessuali ciò che vuole affermare è che il lavoro domestico – indipendentemente svolto da maschi o femmine- non prevedendo nessun obbligo di tipo salariale, è un dono che non prevede nessuna restituzione se non quella dei sentimenti. Anche la nascita è un dono, così come impartire l’educazione:

Un’educazione riuscita consiste nell’imparare a dare, e a ricevere, senza rimetterci” e ancora “Il piacere che si prova a fare la catena viene di là. Questo modo di fare simboleggia ogni sistema di dono: dare, ricevere, ricambiare; in una parola trasmettere….

E’ nella generatività, come vedremo in seguito, il compimento dell’esplicazione antropologica del dono. Ancora Godbout afferma

Il dono al figlio è forse la forma più specifica del dono moderno e il debito contratto il più difficile da assumere. Il figlio è la sola persona cui la società moderna permette di dare senza contare. Ogni decisione di questo tipo trasmette al bambino un messaggio che definisce i valori che contano.

Dono e famiglia nell’arte

Salvatore Incorpora (1920 -2010), pittore e scultore, in due monumenti ai caduti siti nei comuni di Fiumefreddo di Sicilia e Solicchiata frazione di Castiglione di Sicilia ci da un esempio brillante della generatività. La particolarità dei due monumenti sta nei soggetti scelti dell’artista: donne incinte e non più soldati con il fucile e la baionetta in mano. Nel primo, quello sito a Fiumefreddo di Sicilia, sono rappresentati due uomini e una donna al centro con un bambino in braccio ed uno in grembo. Lo scultore commentando l’opera con il figlio dentro la fonderia afferma:

Una resistenza non vinta, ma che, alla luce della vita che nascerà, proietta oltre la soglia del male e del tempo, l’uomo (trasmettere nella visione di Godbout i valori che contano).

Nello sgomento e nel ricordo per i “caduti di tutte le guerre”, così come si intitola l’opera, emerge il donare la vita per i figli. Posso anche morire nel momento in cui ho garantito il passaggio generazionale. Emblematico è anche il raffigurare gli uomini nudi con il pene in bella vista per un autore che a mia memoria non ha mai fatto sculture e disegni di nudi. Incorpora sembra indicarci una via ovvero lo scopo e la funzione dell’uomo donare la vita ed il pene è il simbolo della virilità che permette tutto questo.

Nell’altro monumento ai caduti, quello di Solicchiata nel comune di Castiglione di Sicilia, va ancora più in là perché rappresenta, credo per la prima volta nei monumenti ai caduti, una donna con tre bambini di cui uno in braccio, uno in grembo ed un altro attaccato alla gamba con una manina affettuosamente sul grembo materno. E’ questa mano protesa al grembo materno che ci indica la via: la morte si vince ridando la vita. I figli sono il dono lasciato alle generazioni future. La mano quasi accarezzante sul grembo materno ci proietta, inoltre, nel sacro e non solo perché la vita è sacra ma perche ci riporta alla visita di Maria alla cugina Elisabetta. Quest’ultima la accoglie dicendo: “Ave Maria, piena di grazia, beata tu fra le donne e il frutto del tuo seno Gesù”. La donna incinta è beata perché da la vita. Il dare la vita è la speranza del vaso di Pandora che può sconfiggere tutti i mali.

La vita può continuare a patto che doniamo la vita nella speranza e nella fiducia di poter essere contraccambiati dalle generazioni future a loro volta impegnati a ridare la vita. Qualcuno dirà è la continuazione della specie, a mio modo di vedere c’è di più e mi piace ricordare il mana ovvero il potere magico insito nel dono come strumento e mito per definire i legami generazionali.

Guidieri (op. cit.) nel descrivere, come abbiamo visto precedentemente, il dono come una pratica che può essere raggiunta attraverso la transcedenza parla di mimes ovvero di un dono vincolante che si presenta in termini mimetici in quanto il ricevere non implica un rendere:

Ricevo e cercherò di dare allo stesso modo: il dono insegna il dono. Il vero dono, il dono come matrice del dono è antropologico in quanto atto specifico della specie: la riproduzione. Così la relazione genitore-discendente.

I tratti del valore di dono della relazione genitore- figlio è una caratteristica sempre presente nella sacralità della rappresentazione grafica.

Nel fare queste considerazioni ci rivolgiamo al critico medico-psichiatra e psiconalista Jean Starobinski che negli anni ’90 organizzò una mostra al Louvre di Parigi dal titolo “Largesse” dedicata alla rappresentazione del donare. Dal lavoro di questa mostra scaturirà un libro “A piene mani” (1994) in cui sono contenute tutte le schede critiche che accompagnano le opere messe in mostra. Al di là, comunque, del contenuto del testo, ciò che ci interessa qui (anche perché riprenderemo il lavoro di Starobinski a proposito del dono fastoso e del dono funesto) è mettere in luce che la critica serve a superare la distinzione tra arte, letteratura e scienze umane attraverso la nozione di “sguardo”, attraverso il continuo collegamento tra testo e contesto storico e l’incrociarsi degli approcci strutturale, tematico e psicoanalitico può consentire di far luce sul significato di un’opera. Allo stesso modo la rappresentazione trova significazione all’interno di un contesto storico che in qualche modo tende a rappresentare attraverso l’oggettivazione degli stati emotivi.

Interessante risulta, ad esempio, la funzione di Babbo Natale in Goudbout (op. cit.) all’interno del ciclo del dono all’interno della famiglia. Babbo Natale venendo dal polo nord ed essendo universalmente riconosciuto collega i bambini a tutto l’universo e al passato:

porta i regali dall’universo e con la sua presenza autorizza i genitori a essere anch’essi dei figli.

Cigoli, “nell’Albero della Discedenza” (2008), analizzando i legami familiari mette in risalto il valore del dono così come è rappresentato nel quadro di Jan Steen “La festa di San Nicola” conservato presso il Rijsksmuseum di Amsterdam. La festa di San Nicola si osserva in Olanda, non il 25 dicembre, ma il 6, alla vigilia del quale i bambini appendono le scarpe e le calze e, se sono stati buoni e attenti negli studi, Babbo Natale riempie con leccornie, mentre ci sarà una bacchetta in salamoia per gli indisciplinati.

La lettura di Cigoli risulta interessante poiché mette in risalto come i legami familiari e generazionali possono essere contraddistinti dal dono. Scrive Cigoli

… il centro è occupato dalla bambina bionda che stringe a sé il regalo tanto desiderato, la bambola mentre la madre la invita a fargliela vedere. A sinistra il figlio più grande frigna perché chi e cattivo non riceve doni, e suo fratello si prende gioco di lui. In realtà la nonna lo invita con il dito a seguirla; dietro la tenda c’è infatti un dono anche per lui. Infine il padre con in braccio il più piccolo dei figli invita a guardare verso l’alto, la da dove Santa Klaus viene per lasciare doni. Qui dunque il sacro assume la forma della magia del dono, un segno del bene incondizionato che deve venire dalle generazioni precedenti.

La famiglia però, come sottolinea Godbout e le ricerche psicoanalitiche, è anche la sede del “dono avvelenato” determinato dal rapporto tra le persone. In letteratura abbiamo molti esempi dei doni perversi che avvengono negli scambi familiari come doni che legano indissolubilmente il figlio alla madre o minano l’indipendenza e lo svincolo come vedremo in seguito.

Il dono in letteratura

Anche in letteratura abbiamo esempi di dono che creano debiti positivi e negativi.

Nel Dono di Natale di M. G. Deledda, in un contesto di povertà assoluta, il papà di Lia porta in dono alla famiglia un fratellino che ha acquistato a mezzanotte precisa la notte di Natale le cui ossa non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Il papà dà una grande gioia alla famiglia portando il Divino Bambino. Al contrario, nella novella di Verga “la roba” viene descritto il dramma della mancanza del dono, dell’incapacità di donare.

L’analfabeta Mazzarò è il contadino che diventa ricchissimo a forza di lavoro e sacrifici e che per evitare di sperperare e dividere il suo patrimonio non si sposa e non ha figli. Diventato vecchio dovendosi confrontare con la morte uccide parte del suo bestiame nel tentativo di portarselo con sé nell’aldilà in quanto dopo la morte e Mazzarò ne è purtroppo cosciente, la “roba” accumulata in vita non varrà più niente. L’incapacità a donare porta all’annullamento del sé, alla mancanza di prospettive.

L’incapacità a donare non è visibile solo sui beni materiali ma anche nel non riuscire a dare all’altro ciò di cui ha bisogno e necessità. Nadia Somma e Mario De Maglie, in un articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 7 gennaio 2013, nell’analizzare la Madame Bovary di Flaubert concentrano la loro attenzione sul dramma di Berthe, la figlia nata dal matrimonio con Chalrles Bovary. Flaubert fa stare Berthe sullo sfondo, quasi in un cantuccio e Emma Bovary non prende mai in considerazioni i bisogni della figlia in quanto desiderava un figlio maschio. Emma prova un grande dolore quando le nasce una figlia femmina in quanto “una donna ha continui impedimenti. Ha un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene.” Si avverte che Berthe si sente abbandonata, la mancanza di dono materno sicuramente la espone ad insicurezza e a perdere la speranza e la fiducia.

Dalle analisi fin qui svolte possiamo intravedere come un gesto apparentemente semplice che noi ripetiamo quasi quotidianamente implica delle riflessioni che hanno attraversato varie scienze e discipline come la filosofia, la sociologia, la psicologia, l’antropologia, etc. Il donare, infatti, nelle varie culture e società ha valenze di carattere simbolico e riguarda rapporti con gli altri uomini, con Dio o con gli dei. Avendo valenza simbolica prevede dei rituali e, quindi, può essere ascritto alla sfera del sacro che non necessariamente riguarda i rapporti con entità superiori ma anche e semplicemente i rapporti e le relazioni con gli uomini e tra gli uomini. In particolare, la sacralità lo pone come aspetto culturale e, quindi, ci rimanda ai miti che sovraintendono l’agire umano.

Ecco allora che nel dono emergono una serie di keyword che, per gli scopi del presente lavoro vanno analizzati: legami, rituali, simbolo, mito ben sapendo che li possiamo dividere solo per comodità di studio poiché essi si presentano come elementi interdipendenti.

 

Generation Like: quando un “mi piace” ha effetti… anche a livello neurale

È ormai noto come l’utilizzo dei social media abbia un effetto sul benessere psicologico dell’individuo, ma cosa succede a livello neurale? Può un numero elevato di like alle fotografie postate influenzare il nostro comportamento e il nostro cervello quando navighiamo sui social?

Martina Giglioli e Olga Durante

 

I social network hanno notevolmente cambiato il nostro modo di comunicare, relazionarci ed esprimerci.

Social network: la diffusione

Ormai è più il tempo che passiamo online che offline, i social network sono infatti diventati dei mondi virtuali che sempre più spesso sostituiscono il mondo reale.

In questo momento utenti da ogni parte del mondo aggiornano il loro stato su Facebook, controllano i like su Instagram, condividono notizie su Twitter o pubblicano foto su Snapchat.

Sebbene queste piattaforme online siano utilizzate da persone di tutte le età, gli utenti che passano una gran parte della loro giornata scorrendo le pagine dei vari social network sono gli adolescenti. Essi infatti usano i social media non solo per creare e mantenere legami sociali con gli amici ma anche per costruire la loro reputazione e affermare la propria identità.

Le statistiche sui social network per il 2018 mostrano che la diffusione dei social media è in aumento: il numero di persone che in tutto il mondo utilizzano i social è cresciuto di oltre 100 milioni nei primi tre mesi del 2018, raggiungendo quasi i 3,3 miliardi con un incremento del 13%.

Il più noto social network, Facebook, vanta oltre 1,09 miliardi di utenti attivi ogni giorno. La seconda piattaforma di social media più popolare invece è Instagram che, a differenza di Facebook, si concentra principalmente sulla condivisione di foto con lo scopo di promuovere il proprio concetto di sé piuttosto che connettersi con gli altri (Jackson, C. A., & Luchner, A. F; 2018).

Like: l’ifluenza sul benessere psicologico

Una delle ragioni principali dell’utilizzo dei social network è quella del dare e ricevere feedback tramite like, il famoso pollice in su di Facebook o il cuore di Instagram. Circa la metà (44%) degli utenti mette like ai contenuti pubblicati dai loro amici almeno una volta al giorno, generandone circa 4,5 miliardi ogni giorno (Scissors, L., Burke, M., & Wengrovitz, S.; 2016).

Questo modo di interagire sui social è utilizzato soprattutto dagli adolescenti poiché il like fornisce una misura semplice, veloce e quantificabile dell’approvazione da parte dei pari e permette un confronto immediato con loro rispetto all’interazione offline che invece è di tipo qualitativo e implica un’interpretazione soggettiva.

Numerosi sono gli studi che hanno sottolineato la forte influenza che il maggiore o minore numero di like ottenuto sui social esercita sul benessere psicologico dell’individuo e su correlati psicologici quali l’autostima, la percezione del supporto sociale, sintomi depressivi e livello di autocritica.

Solo negli ultimi anni però l’interesse si è spostato sulle possibili influenze esercitate dalla numerosità dei like a livello neurale, soprattutto nell’adolescenza, periodo critico per lo sviluppo cognitivo sociale e per quello di numerosi circuiti neurali.

Nello specifico le regioni sottocorticali associate all’elaborazione delle emozioni e alla ricompensa subiscono notevoli cambiamenti e riorganizzazioni durante la pubertà. Il sistema dopaminergico e le regioni correlate nello striato, sono potenziali meccanismi alla base di due fenomeni osservabili durante l’adolescenza: un incremento dei comportamenti a rischio e un maggiore desiderio di ottenere l’approvazione dei pari.

Effetto dei like sulle risposte neurali e comportamentali: lo studio

In un recente studio, Sherman e colleghi (2016) hanno riscontrato che il numero di Like su Instagram (denominato da loro QSE, “approvazione sociale quantificabile”) e quindi la popolarità delle foto pubblicate, influenzano le risposte sia comportamentali che neurali a queste stesse fotografie. Gli autori hanno infatti dimostrato come gli adolescenti siano più propensi a mettere il like a foto già ritenute popolari dai loro coetanei, un effetto riscontrabile anche a livello cerebrale.

Ad un campione di adolescenti, sottoposti a risonanza magnetica funzionale, è stato quindi chiesto di valutare fotografie pubblicate da loro stessi e da loro coetanei su un social Network costruito ad hoc simile ad Instagram. Le immagini presentate potevano essere neutre (ad es. animali, paesaggi, cibo) oppure rappresentanti comportamenti a rischio quali uso di alcol o di droghe. Dai risultati è emerso che la popolarità di una fotografia ha un effetto significativo sul modo in cui essa viene percepita dagli utenti.

Essi infatti tendono ad apprezzare maggiormente le immagini che avevano ricevuto più like da parte dei coetanei, anche quelle raffiguranti comportamenti a rischio (Sherman, L.E., Payton, A. A., Greenfield, P. M., Hernandez, L. M., Dapretto, M; 2016).

Questo effetto si è riscontrato anche a livello neurale: infatti i partecipanti hanno mostrato una maggiore attività cerebrale per fotografie più popolari, in particolare nelle aree implicate nella cognizione sociale e memoria sociale tra cui il precuneo, la corteccia prefrontale mediale, l’ippocampo e il giro frontale inferiore, implicato nell’imitazione.

Inoltre, è stata riscontrata una maggiore attivazione nella corteccia visiva di fronte alla vista di un maggior numero di like, dato che suggerisce una scansione più accurata di tali immagini da parte degli adolescenti, oltre a quella del nucleo accumbens, regione implicata nel circuito della ricompensa e piacere, soprattutto in relazione alle foto pubblicate da loro stessi.

Like e comportamenti a rischio: c’è correlazione?

Dallo studio è emerso un dato importante: è stata rilevato un decremento significativo nell’attivazione delle regioni neurali considerate il centro del sistema esecutivo centrale fronto-parietale (CEN) deputato al controllo cognitivo quando si osservavano immagini “rischiose” rispetto a immagini neutre, incluse parti della corteccia prefrontale dorsomediale (dmPFC), corteccia prefrontale laterale (lPFC) e corteccia parietale posteriore (pPFC). Il CEN viene spesso attivato durante le attività che coinvolgono la funzione esecutive, tra cui l’inibizione della risposta e il controllo cognitivo.

Certamente la visualizzazione di immagini on line non costituisce di per sé un rischio ma questa diminuzione dell’attivazione del network frontale probabilmente riflette una minore capacità di inibire stimoli di scenari ad alto rischio e di esercitare un controllo cognitivo, aumentando così la probabilità di intraprendere tali comportamenti.

Ma questa sotto regolazione si verifica anche nell’età adulta?

Lo studio successivo effettuato da Sherman e colleghi (2017) ha messo a confronto studenti delle scuole superiori (circa 16 anni) con studenti universitari (circa 20 anni) utilizzando lo stesso protocollo sperimentale.

I risultati evidenziano come vi sia una maggiore attivazione delle aree coinvolte nei meccanismi della ricompensa anche negli studenti universitari ma, a differenza degli studenti delle scuole superiori, essi non hanno mostrato una diminuzione dell’attività nelle regioni di dmPFC e lPFC del sistema esecutivo centrale fronto-parietale (CEN). Quindi gli studenti della scuola superiore, ma non quelli universitari, hanno mostrato un decremento dell’attività nelle regioni di controllo cognitivo frontale durante la visualizzazione delle immagini di comportamenti a rischio. Questa differenza potrebbe dipendere dal processo di sviluppo della corteccia frontale che non raggiunge la completa maturazione fino alla prima età adulta (Sherman, L.E., Greenfield, P. M., Hernandez, L. M., Dapretto, M; 2017).

I risultati delle ricerche, quindi, hanno riportato dati molto interessanti soprattutto per quanto riguarda le risposte comportamentali e neurali in risposta ai like sui social. Ci aspettavamo infatti che all’aumentare del numero dei like ad una foto l’interesse e l’attenzione degli adolescenti aumentasse ma il dato sorprendente è stato quello di tale influenza anche a livello neurale per foto di coetanei raffiguranti comportamenti a rischio come l’abuso di alcol o di droghe.

Quando gli adolescenti guardavano queste foto di comportamenti “rischiosi” avveniva un fattosorprendente: si aveva un decremento dell’attività del circuito frontale di controllo cognitivo.

Dato l’utilizzo continuo dei social da parte degli adolescenti quindi pensiamo sia giusto dare una maggiore importanza a questo fenomeno di influenza online che potrebbe influire sul comportamento reale degli adolescenti rendendoli più vulnerabili e propensi ad intraprendere comportamenti pericolosi per se e per gli altri.

 

Il Sé e la Psicologia Transpersonale

Pubblichiamo con piacere l’interessante articolo di Federico Frosoni sul e la Psicologia Transpersonale. Aggiungiamo qui un’avvertenza sullo statuto empirico degli aspetti più audacemente spirituali di questo lavoro. Sebbene questi aspetti non possano -e nemmeno vogliano- aspirare a una conferma empirica di tipo tradizionale, essi sono basati su una tradizione speculativa rigorosa entro i suoi criteri sicuramente non riducibili alla scienza empirica ma -a nostro parere- stimolanti anche per noi (Giovanni Maria Ruggiero).

 

Gli strumenti operativi della psicologia transpersonale sono le cosiddette “tecnologie del sacro”, ovvero modalità di cura che trascendono i confini della mente razionale e lavorano sugli stati di coscienza. Questi strumenti contengono un vero e proprio calderone di prassi che include: il viaggio sciamanico, canti, danze, visioni e intuizioni, ipnosi, ripetizioni verbali, sogni per modificare lo stato di coscienza.

 

Storicamente la psicologia transpersonale (definita quarta forza), nasce alla fine degli anni ‘60. La psicologia umanistica rispetto alla psicoanalisi e al comportamentismo, si proponeva di sviluppare un modello più completo di psiche, comprendente non solo le dinamiche di una mente malata, ma anche quelle di una mente sana. In tal modo, aveva esaminato i processi di sviluppo delle potenzialità umane, di creatività e di autorealizzazione dell’io. La psicologia transpersonale si propone invece di studiare i processi che portano oltre l’io.

Tra i suoi maggiori rappresentanti annoveriamo: Abraham Maslow, Charles Tart, Ken Wilber, Stanisalv Grof, Michael Washburn e, tra i suoi precursori, spiccano soprattutto William James, Carl Gustav Jung, Roberto Assagioli. Da questi autori emerge l’idea che, al di là di ciò che vediamo come realtà immanente, esiste anche una dimensione più vasta della coscienza, che va oltre i confini dell’io psicologico come lo conosciamo normalmente.

Non a caso lo studioso Ken Wilber, una figura di spicco della psicologia transpersonale, parla di “spettro della coscienza” (Wilber,1993). Secondo Wilber esiste una sola, unica ed indivisa coscienza alla base di tutto ciò che si manifesta, ed ogni aspetto dell’universo, quindi, non è altro che un aspetto della coscienza unica.

A questa coscienza unica possiamo dare molti nomi: dio, assoluto, brahman, vuoto, ātman, energia cosmica ma nessun nome è in grado di poterla davvero definire. La coscienza unica, immergendosi nello spazio e nel tempo, apparentemente si suddivide e si frammenta in tanti io che si credono separati, dando origine così alla molteplicità delle forme che riempiono l’Universo. Questa frammentazione è solo apparente e funzionale, perché l’assoluto resta comunque indiviso: solo la sua manifestazione sembra molteplice. Si creano “due mondi a partire da uno” (Wilber,1977)

Il termine transpersonale quindi significa propriamente “tutto ciò che va al di là della persona” e transculturale significa “tutto ciò che va al di là della propria cultura”.

Ho preso in considerazione anche il termine transculturale proprio perché un limite, o meglio, un ostacolo all’applicazione della psicologia transpersonale, è sicuramente la chiusura e limitatezza della propria cultura d’origine, che va assolutamente trascesa in questo approccio.

Obiettivi e strumenti della psicologia transpersonale

Gli strumenti operativi della psicologia transpersonale sono le cosiddette “tecnologie del sacro”, ovvero modalità di cura che trascendono i confini della mente razionale e lavorano sugli stati di coscienza. Questi strumenti contengono un vero e proprio calderone di prassi che include: il viaggio sciamanico, canti, danze, visioni e intuizioni, ipnosi, ripetizioni verbali, sogni per modificare lo stato di coscienza.

Il vero processo transpersonale consiste quindi, con l’aiuto delle tecniche prima descritte, nell’esplorazione del mondo interiore di sensazioni, emozioni, percezioni che conducono, senza alcun significato apparente, verso l’indagine, verso il graduale affrancamento della propria storia individuale e verso la dimensione transpersonale come luogo reale che racchiude le capacità spirituali dell’uomo.

Sviluppare una maggiore sensibilità e consapevolezza di sé, sono obbiettivi fondamentali nel lavoro transpersonale. La trascendenza dell’ego è uno sviluppo evolutivo naturale della psiche in cui, contattando liberamente bisogni irrisolti, traumi, desideri rimossi e paure che si sono direttamente legate alla struttura caratteriale, diventa possibile aprirsi ad una dimensione che trascende l’io separato. Molti psicoterapeuti transpersonali dicono che si deve realizzare il nostro sé superiore, trovare la parte più autentica e profonda dentro di noi.

Realizzare il sé significa comprendere che il tuo vero sé non è l’ego, ma dio cioè la coscienza, il vasto oceano dello spirito che ha manifestato per qualche tempo la piccola onda di consapevolezza che ora consideri te stesso (Yogananda, 2009).

Possiamo dunque affermare che la psicologia transpersonale è lo studio e l’applicazione di quelle esperienze che sembrano portarci oltre il nostro ordinario materiale psichico, verso uno stato ‘trascendente’, della coscienza.

Psicologia transpersonale: la coscienza umana e il sé transpersonale

Come dicevamo, fin dalla sua nascita, la psicologia transpersonale è ricorsa sempre alle antiche tradizioni spirituali per trarne uno stimolo ed un’indicazione operativa. Per giovane che sia, possiamo comunque indicare alcuni importanti punti al suo interno che aiutano a comprendere la coscienza umana. Nel regno dell’esperienza umana possiamo infatti dire che è possibile per gli umani sperimentare un grande allargamento ed espansione della coscienza che fa apparire la coscienza ordinaria, per comparazione, una manifestazione molto ristretta e limitata della più grande totalità del sé. Uno dei momenti più frequenti in cui questa espansione avviene spontaneamente e senza l’induzione artificiale è nelle famose esperienze di premorte chiamate N.D.E (near dead experience).

Anche il padre della psicosintesi e uno dei fondatori della psicologia transpersonale affermava:

In realtà noi non abbiamo un sé è un sé che ha noi (Assagioli,1971).

Il viene chiaramente inteso come “realtà ontologica” come il motore immobile aristotelico ovvero come un qualcosa che è e che non diviene.

Assagioli insisteva molto sul “proclamare e celebrare il ed aprirsi al suo mistero” ed insisteva molto su come il lavoro psicosintetico transpersonale fosse un processo che dura tutta la vita e non un singolo momento esperienziale indotto da tecniche. Per Assagioli in ognuno di noi esiste una parte saggia, pura, buona che lui chiama “sé transpersonale”. Una volta risvegliato questo sé transpersonale, o meglio aver compreso di essere un sé transpersonale, attraverso le tecniche e i metodi della psicosintesi da lui creata, l’individuo inizia un progressivo lavoro di armonizzazione della personalità, del corpo-mente e delle relazioni grazie appunto all’elevazione ed espansione della coscienza (Assagioli,1971). Difatti la psicologia transpersonale non è un aut aut, ma un trascendere ed includere, ovvero non si combatte, non si giudica e non si nega un sintomo di disagio, ma impariamo attraverso gli strumenti metodologici a trascenderlo ed includerlo all’interno del sé (Lattuada,2004).

Affrontare le crisi transpersonali: tra religione, spiritualità e psicologia

Non si deve commettere l’errore secondo cui lo sviluppo transpersonale porta a una gioia e a un benessere assoluti, una condizione di beatitudine. Infatti, in realtà, il processo di sviluppo transpersonale, come qualunque altro sviluppo, ha grandi difficoltà da superare, che possono emergere in qualunque stadio del percorso.

Oggi queste difficoltà alcune volte necessitano di un intervento di carattere clinico. Nell’antichità invece le crisi transpersonali erano trattate all’interno di un contesto religioso. Ma sempre oggi le pratiche contemplative e le discipline esoteriche sono alla portata del grande pubblico. Quindi attualmente gli psicologi e gli psichiatri occidentali studiano e trattano numerosi casi di crisi transpersonali, interpretandoli in chiave psicologica più che spirituale e questa metodologia comporta molti rischi ma anche alcuni benefici: il rischio maggiore è che la maggior parte degli psicologi e psichiatri occidentali ha scarse conoscenze riguardo alle pratiche e alle crisi transpersonali. Molti di essi sono ad indirizzo materialista e nella migliore delle ipotesi negano il valore dell’esperienza transpersonale o addirittura la attribuiscono a gravi patologie.

Dal punto di vista della diagnosi ci sono due pericoli principali che Ken Wilber chiama “equivoco pre/trans”: il pericolo del riduzionismo, quindi il mancato riconoscimento della natura transpersonale di una crisi che viene vista come esclusivamente patologica, e l’elevazionismo, ovvero confondere una grave patologia, come ad esempio, la schizofrenia con un processo transpersonale.

Purtroppo non è sempre facile distinguere bene tra regressioni pre-personali e progressioni transpersonali. Solo da poco tempo si sono delineate alcune linee guida, e inoltre esistono numerose forme ibride in cui coesistono elementi sia patologicici sia transpersonali (Walsh & Vaughan, 2012).

Errori diagnostici e conseguentemente terapeutici, possono portare a grandi problemi che spesso culminano nel processo di trascendimento dell’io nella soppressione di sintomi attraverso psicofarmaci che non fanno altro che aumentare i problemi. La scelta operativa ideale sarebbe una saggia integrazione dell’antica saggezza contemplativa e delle attuali scoperte cliniche e scientifiche.

In genere le esperienze problematiche transpersonali si dividono in 3 tipologie di manifestazione:

  1. Le esperienze transpersonali emergono insieme ad una grave condizione di patologia, ad esempio durante una psicosi o un delirio. La spiegazione di questo fenomeno è riscontrabile nella possibilità che quando le normali funzioni cognitive si disintegrano, la psiche può venire inondata da tanti elementi trascendenti o patologici provenienti dai vari stati dell’inconscio. Questo stato viene definito “disturbi psicotici con elementi mistici”.
  2. Le esperienze transpersonali emergono come conseguenza di una semplice patologia passeggera, alla quale segue una crisi evolutiva che diviene fonte di sviluppo positivo: un disturbo psicologico temporaneo è seguito da una risoluzione e guarigione che condurranno ad un livello più elevato di funzionamento rispetto a quello precedente alla crisi. Il disturbo è un’occasione di crescita. Queste crisi hanno nel tempo avuto diversi nomi: disintegrazioni positive, malattie creative, processi rigenerativi, rinnovamenti. Se queste crisi poi si associano ad elementi transpersonali, vengono definite come, nello sciamanesimo,“malattie divine”,“nascite spirituali”,“crisi transpersonali”.
    Se queste crisi sono affrontate con successo, il caos disorganizzato può divenire strumento per abbandonare vecchi stili di vita limitanti. Vecchie credenze, obbiettivi e stili identitari possono essere riformulati. Quindi la sofferenza psicologica può essere vista come transizione evolutiva e di crescita. L’esito dipende molto da una diagnosi e cura corrette.
    Questo chiaramente non significa che tutti i disturbi psicologici siano crisi evolutive o che tutte le crisi evolutive possano portare maggiore crescita e benessere, anzi, per alcuni individui non predisposti possono essere fonte di grossi danni. La psicologia transpersonale deve cercare di individuare le pratiche inadatte agli individui che sono a rischio di crisi evolutive. Queste crisi infatti possono essere innescate dallo stress o indotte da specifiche pratiche psicologiche o spirituali. In alcuni casi si presentano addirittura in maniera spontanea senza che l’individuo ne abbia controllo. Secondo i maggiori esponenti della psicologia transpersonale prima citati, queste crisi o forze evolutive che colpiscono l’individuo sono spinte verso l’individuazione, la realizzazione di sé, la trascendenza di sé. Si possono vedere come una tensione dinamica tra le forze della crescita e l’inerzia della routine. La psiche pare non tollerare la situazione di ristagno che si crea nella routine quotidiana e induce una crisi per forzare lo sviluppo.
    Le crisi psicologiche però, se da una parte possono attivare il percorso transpersonale, dall’altro possono complicarlo. Possono infatti emergere precedenti problemi psicologici irrisolti e difficoltà di carattere interpersonale. Questi problemi ed ostacoli psicologici possono manifestarsi in qualunque stadio del cammino, quando le difese si allentano ed emerge materiale dall’inconscio. Ken Wilber a tale proposito elabora delle mappe transculturali dello sviluppo e delle loro terapie appropriate, attingendo dalle tradizioni contemplative (Wilber, 1993).
  3. Le esperienze transpersonali possono generare problemi in contesti di difficoltà interpersonali. Iniziare una pratica spirituale, magari in un contesto comunitario, può portare a problematiche sia con la propria famiglia e sia con i membri della comunità stessa. I leader o guru delle comunità spirituali, a loro volta, possono essere estremamente esigenti anche in modo patologico e questo può creare grandi difficoltà. Anche l’assenza di esperienze transpersonali nel lungo termine può creare problemi. Questo avviene di solito perché la persona le ignora o perché volontariamente le reprime. Maslow dichiara che la mancanza di esperienze transpersonali è la causa della patologia sociale contemporanea (che lui chiama “meta-patologia” derivante appunto dalla mancata soddisfazione di meta-bisogni e delle meta-aspirazioni). Questo induce appunto una serie infinita di disturbi psicologici e sociali, dalle crisi di mezza età, alle crisi globali indotte dal consumismo odierno (Maslow,1968). Il risalto che negli ultimi anni si è dato all’origine biologica di molti disturbi, concentrandosi solo su aspetti fisiologici (ad esempio nelle varie forme di dipendenza) viene interpretato da come una gratificazione sostitutiva delle esperienze transpersonali che l’individuo non è riuscito a vivere.
    L’esperienza transpersonale, possiamo quindi dire, è in definitiva quella condizione nella quale il sé comincia ad aggregarsi intorno ad un centro di coscienza superiore e a superare i conflitti connessi con la mente duale, aprendosi ad una visione unitiva e disidentificata da interessi esclusivamente personali (Lattuada, 2004).

Gli assunti fondamentali della psicoterapia transpersonale

Cerchiamo di capire quali sono gli assunti fondamentali della psicoterapia transpersonale, usando la sintesi elaborata da Frances Walsh e Roger Vaughan:

  • La necessità di guarigione e di crescita a tutti i livelli dello spettro di identità. Dobbiamo risolvere e superare la nostra identità egoico-mentale quella che genera immagini e rappresentazioni del sé illusorie perché frutto di identificazioni errate, di sub-personalità, di meccanismi di adattamento e di difesa. Il compito della psicologia transpersonale dovrebbe essere proprio quello di facilitare lo sviluppo di un’identità egoica stabile e coesa se questò è ciò che serve al paziente, sviluppare una migliore percezione di se stessi cercando di integrare anche gli aspetti ombra.
  • La consapevolezza spirituale deve essere centrale nel processo di terapia. Considerare una terapia transpersonale significa lavorare alla realizzazione del sé, il centro profondo dell’essere. Il terapeuta transpersonale non deve vedere i pazienti da una prospettiva egoica e quindi considerarli separati da sé ma deve, in maniera transpersonale, considerarli come parte integrante di un tutto tra esseri umani e altre creature viventi. Il paziente deve essere visto come un’espressione individualizzata di un sé universale che tutti condividiamo. Tanto più la visione sarà ampia da parte del terapeuta tanto più il cliente viene aiutato ad abbandonare le idee limitanti che egli ha su di se e sul mondo e ad espandere il senso della sua identità. Una vera consapevolezza curativa.
  • L’importanza di un risveglio nel paziente, da un’identità inferiore ad una superiore, attraverso la natura terapeutica della consapevolezza e dell’intuizione, e il potenziale trasformativo del rapporto terapeutico non solo per il paziente ma per il terapeuta stesso. Nella psicoterapia transpersonale la guarigione comporta l’emersione di un’identità più grande che viene alla luce quando abbandoniamo le vecchie idee su noi stessi e sul mondo. Abbandonando l’identificazione con la struttura limitata egoica entriamo più in profondità nell’identità esistenziale, trascendendo ciò che pensavamo di essere ci avviciniamo a ciò che siamo realmente, finché non ritroviamo quel sé che non abbiamo mai lasciato. Durante la terapia e nel processo di risveglio, il paziente abbandona gradualmente le resistenze e le difese dell’identità inferiore, entrerà probabilmente nella notte oscura, ovvero nella crisi di risveglio, diventa acutamente consapevole che il suo vecchio stile di vita ha poco da offrire in termini di vitalità e creatività. Il terapeuta transpersonale deve accompagnarlo durante questa crisi e poi fare da “levatrice” alla nuova nascita.
  • La psicoterapia transpersonale facilita il processo di risveglio sviluppando la consapevolezza e l’intuizione. Secondo la filosofia perenne, la verità è dentro di noi e la salvezza deriva dall’espansione della consapevolezza interiore. Si deve imparare a rivolgere l’attenzione all’interno del nostro nucleo interiore e diventare pienamente consapevoli delle proprie dimensioni, sviluppare la propria saggezza interiore liberandosi dal dominio della mente giudicante e spostare l’attenzione dall’esterno all’interno.
  • La psicoterapia transpersonale offre nel rapporto terapeutico uno strumento di risveglio sia per il paziente che per il terapeuta stesso. A differenza degli altri approcci classici la psicologia transpersonale offre al terapeuta l’opportunità per guarire le sue ferite e realizzare più pienamente la sua autenticità. Il terapeuta transpersonale ha l’opportunità, durante il processo terapeutico, di realizzare più pienamente la sua autenticità nel trascendere l’io separato. Possiamo dunque affermare che la psicologia transpersonale prima e il suo modello terapeutico dopo, cioè la psicoterapia transpersonale, siano strumenti che vanno a cogliere la profondità della radice di un disagio, cercando soprattutto di non reprimerlo ma di lasciarlo manifestare, accompagnandolo e quindi di non etichettarlo come un disturbo ma solo come una fase evolutiva del flusso di coscienza.

Psicoanalisi e Cognitivismo alla prova (ineludibile e complessa) della scienza

Non è possibile che noi psicologi non abbiamo ancora fatto pace con il novecento, con la sudditanza dalla filosofia, con i complessi nei confronti delle scienze naturali, in breve con l’autonomia (non autarchia) epistemologica della nostra disciplina (Greenwood, 2015).

 

Con una delle sue ben note e riuscite provocazioni Giancarlo Dimaggio ha suscitato un accalcarsi di commenti con il suo post su “Per favore diteci: cosa è la psicoanalisi? Pratica empiricamente supportata o fantasticheria?” (Dimaggio, 2019).

A voler essere indulgenti con un lettore distratto il titolo e almeno un paio di asserzioni, se decontestualizzate, lasciavano adito a dubbi su una malevolenza preconcetta da parte dell’autore. In realtà Dimaggio, come dimostrato da numerosi suoi scritti e dalle sue risposte ai commenti, ha una lunga frequentazione con psicoanalisi e psicoanalisti, citandoli senza remore e con convinzione.

Quel che però ha (ri-)attivato il post è una querelle infinita che da quando ho per la prima volta solcato le soglie di un’aula di psicologia mi sento costretto a (ri-)elaborare. Avendo sempre vissuto professionalmente tra clinica e ricerca, ho dato spesso per scontato che non fosse possibile rinfocolare ancora tale dibattito, sino al dovermi confrontare con tutte e cinque le fasi del lutto (Kübler Ross, 1976). Il dibattito in questione verte sul declinare o meno i principi variamente definiti scientifici, empirici, scientisti, empiricisti, positivisti, etc. nella psicologia. E l’elaborazione del mio lutto nasce dalla negazione iniziale: “no, non è possibile che ancora siamo a disquisire di scienza ed empirismo in psicologia!”. Non è possibile che noi psicologi non abbiamo ancora fatto pace con il novecento, con la sudditanza dalla filosofia, con i complessi nei confronti delle scienze naturali, in breve con l’autonomia (non autarchia) epistemologica della nostra disciplina (Greenwood, 2015).

Pur non volendo passare in rassegna tutte le possibili argomentazioni e contro-argomentazioni a riguardo, mi limiterò a riportare in maniera volutamente concisa alcune posizioni, che temo richiederanno un’ulteriore elaborazione del mio lutto e che magari autori ben più saggi potranno meglio argomentare.

Quelli che la psicologia è altro dalla scienza

Il must have di simili dibattiti consiste nel collocare la psicologia in un mondo tutto suo dove la scienza non possa raggiungerla e piegarla ad assurde pretese. L’asserzione comune è che la scienza abbia un iter metodologico, argomentativo ed applicativo non conciliabile ex cathedra con la psicologia. Alcuni tra i più comuni assunti sono che la scienza sia ben poco distinguibile dalla concezione positivistica per cui vi è “un reale in opposizione al chimerico” (Comte, 185, p. 47) e quindi dalle sue implicazioni ortodosse per cui il metodo è uno, immutabile ed incontestabile. Molti dei commenti fatti al post di Dimaggio sembrano infatti assumere che la scienza offra questo. Chiariamoci: purtroppo schiere di cognitivisti, comportamentisti, psicoanalisti, sistemici-familiari, gestaltisti e chi più ne ha più ne metta credono davvero che la scienza, come una sorta di sapere papale, sia rimasta immutata negli ultimi 150 anni ed usano tale paradosso storico per giustificare un’indolenza o un’incapacità nel cercare di migliorare le loro prassi. Ma se vogliamo portare avanti un dibattito sufficientemente prolifico dovremmo forse superare l’empasse originatosi nel misunderstanding linguistico tra tedeschi ed americani a fine ottocento, quando questi ultimi pensarono che la scienza humboltiana fosse solo quella naturale e non un’integrazione con quella umanistica (Anderson, 2014). Il rigore metodologico, la coerenza deontologica ed empirica tra teoria e prassi dovrebbe esser la stessa per un biologo ed uno psicologo. Mi vien da dire che in quanto fornitori di prestazioni sanitarie Kant, Levinàs, Bϋber e chiunque abbia parlato di etica non gradirebbe forse il nostro ripetuto sottrarsi dal tema delle evidenze.

Quelli che ma la meccanica quantistica

Un altro grande classico è la carta segreta del citare nella maniera più generalista e fumosa possibile la meccanica quantistica quasi fosse lo studiato gesto di un mentalista di lunga esperienza. “Non sei aggiornato, la meccanica quantistica ha provato che tutto è soggettivo e il vecchio metodo scientifico non è buono a niente”. Ora, se innamorati della fisica come chi scrive avete provato a studiare (invano ahimè) libri di fisica, andando anche a seguire (inutilmente) da uditore alcuni corsi universitari, e se addirittura avete sfogliato oltre che agli immancabili testi divulgativi anche gli articoli scientifici (sic!) di Schrödinger, forse, dico forse, non citereste la meccanica quantistica in un simile dibattito. Non oso certo affermare di sapere cosa sia la meccanica quantistica, posso però ipotizzare, con un limitato margine di errore, che i fisici ne parlino (e l’abbiano formulata) tramite un metodo che loro definiscono scientifico! Schrödinger, Poincaré, Feynman e tutti i grandi fisici moderni non hanno mai abbandonato il metodo sperimentale, le evidenze e la ricerca. Hanno seguito, rideclinato, ampliato ed arricchito i principi che a suo tempo Galileo formulò. Quello che è cambiato è l’enormità e la complessità delle argomentazioni e riprove che le moderne teorie della fisica richiedono (Feynman, 1985).

Quelli che la relazione non è misurabile

Ed arriviamo quindi al Santo Graal dei dibatti tra psicoterapeuti: la relazione. Consigliamo a tutti di rivedere il dibattito avviato da Caselli e colleghi e le risposte date da Dimaggio ed altri su State of Mind, risparmiandovi dunque un’ennesima rassegna. Vorrei solo rimarcare quella che al sottoscritto (come dicevo l’elaborazione del mio lutto è ancora ben lungi dall’accettazione) sembra un’ovvietà. Se la psicologia è riconducibile ad una scienza integrata come inizialmente formulata da Humboldt e se tale scienza, anche quando produce paradossi filosofici di infinita portata come la meccanica quantistica, è riconducibile al metodo sperimentale forse abbiamo la risposta davanti agli occhi. Secondo un principio di parsimonia caro ad Occam se senti un rumore di zoccoli pensa ad un cavallo prima che ad una zebra. E dunque il fatto che la relazione sia di difficile misurazione e concettualizzazione forse è la riprova che mancano ancora tante prove, tentativi ed errori prima di formulare una risposta evidence-based. Forse il tema è così complesso non perché imponderabile (e quindi inesplorabile scientificamente) quanto perché appunto complesso. Posizioni agnostiche come quelle di un certo cognitivismo che si disinteressano del tema o fideistiche di una certa psicoanalisi che ritualizzano il già noto ben poco servono alla psicoterapia. Lakatos (1978) era solito dire che un programma di ricerca è progressivo nella misura in cui riesce ad includere le anomalie inizialmente inspiegate, trasformando, almeno in parte, se stesso. Dunque, se la psicoterapia ambisce a sopravvivere dovrebbe dedicare le sue migliori risorse a sviscerare, con metodo scientifico sperimentale (forse addirittura scientista!), quei rompicapo della relazione terapeuta-paziente e dell’efficacia delle terapie.

Il lascito di Jeremy Safran

Mi preme ricordare l’esempio di Jeremy Safran che, per oltre 30 anni, ha dedicato il suo impeccabile rigore filosofico e scientifico al tema della relazione condizionando ed essendo apprezzato tanto da cognitivisti quanto da psicoanalisti. Una riflessione sul suo lascito non può non prendere le mosse da come sia divenuto famoso declinando in ambito cognitivo una sua rilettura psicoanalitica dell’opera di Harry Stuck Sullivan (Safran 1990a; 1990b). In un numero speciale di Psychotherapy Research dedicato alla sua memoria i curatori sembrano concordare sul fatto che Safran fosse un pluralista aperto al dialogo ed un ricercatore rigoroso ed entusiasta sempre pronto a mettere a verifica le sue ipotesi (Muran, Eubanks & Samstag, 2018). Ben felice di esser sconfermato, ma sembrerebbe la definizione di uno scienziato che Galileo, Schrödinger e Lakatos sottoscriverebbero assai volentieri. In conclusione, prima di stilare concordati per la separazione tra psicologia e scienza, dovremmo forse chiederci a quale costrutti facciamo riferimento.

Una delle critiche a Dimaggio sembra ad esempio presupporre una sorta di inestricabile interconnessione tra ricerca di evidenze e approccio nomotetico alla diagnosi, tra empirismo e complessità (Magistrale, 2019). Con simili presupposti la scienza appare una scienza dell’ovvio, la psicologia della complessità. Ed a quel punto non saprei davvero dove collocare fisici delle particelle ed astrofisici! Limitiamoci dunque a presupporre che una scienza della complessità non può non basarsi sul metodo sperimentale, sulla ricerca di evidenze e su “un approccio unificato alla conoscenza” (Byrne & Callaghan, 2014, p. 37) e questo vale tanto per la psicologia quanto per la fisica, per la ricerca sui processi e sull’efficacia. Altrimenti la complessità di un rito sciamanico batterebbe di gran lunga il povero Fonagy e le evidenze sulla Terapia Basata sulla Mentalizzazione a poco varrebbero. Ed in un mondo caratterizzato da incremento costante della domanda sanitaria bypassare con un’argomentazione teorica la sostenibilità ed il rapporto costi-benefici degli interventi parrebbe ai miei occhi abdicare alle sfide della complessità.

 


Leggi i precendenti articoli sul tema:

1 – Per favore diteci: cosa è la psicoanalisi? Pratica empiricamente supportata o fantasticheria? – di Giancarlo Dimaggio, 01 Marzo 2019

2 – La psicoanalisi: terapia empiricamente supportata, ma non scientista – di Giuseppe Magistrale, 08 Marzo 2019

 

 

Training autogeno: il ruolo della respirazione

Il training autogeno è una tecnica di autorilassamento che riesce a sviluppare la correlazione fra esercizio mentale e risposta dell’organismo per raggiungere un corretto equilibrio psicofisico e alleviare i disturbi legati allo stress. Aumenta la capacità di concentrazione e apporta benefici sia a livello fisico che psicologico.

 

Il training autogeno si basa sull’apprendimento di 6 esercizi che favoriscono la consapevolezza di sé e l’acquisizione della giusta metodica di rilassamento.

La tecnica del training autogeno fu ideata dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz negli anni 30. Schultz si rifece alle tecniche di meditazione e ipnosi allora conosciute per sviluppare un percorso di consapevolezza autoterapico, in cui il paziente fosse in grado di raggiungere da solo, una volta acquisito il giusto allenamento, il raggiungimento dello stato di rilassamento.

Come la respirazione influisce sul training autogeno

La particolarità del training autogeno rispetto ad altre tecniche psicosomatiche è che il corpo si lascia guidare passivamente dalla mente. Questa, a sua volta, acquisisce la capacità di influenzare la risposta psicosomatica senza che il paziente debba intervenire, sfruttando solo le immagini mentali legate a una determinata condizione.

Se pensiamo alla respirazione, ci appare chiaro come già solo questa possa influenzare il nostro stato emotivo e ne sia allo stesso tempo influenzata. Uno stato di stress provoca un respiro corto e affannoso che, di conseguenza, aumenta ancora di più la sensazione di stress.

Una corretta gestione del respiro può, già di per sé, portare grandi benefici a livello psicosomatico. È molto comune, proprio a causa del costante stato di stress in cui si trova la maggior parte di noi, che il nostro respiro si trasformi, passando dalla respirazione naturale a una più forzata. Questa modalità di respirazione, detta toracica, vede il diaframma in una posizione quasi passiva. È infatti la cassa toracica a compiere il movimento per espellere l’aria. In questo modo, però, non si riesce ad effettuare il naturale ricambio totale di aria nei polmoni.

Training autogeno: perché concentrarsi a respirare bene

Gli sportivi, così come chi pratica meditazione o yoga, conoscono perfettamente l’importanza di esercitare il controllo sulla propria respirazione. Con l’esercizio del training autogeno verrà naturale acquisire il giusto modo di respirare, con un ritmo più lento, allungando i tempi di inspirazione e soprattutto di espirazione per garantire un corretto apporto di aria a tutti i tessuti.

Grazie al cosiddetto esercizio del Respiro, il soggetto acquisirà una maggior consapevolezza di come funziona il proprio organismo, fino a rendere automatica la pratica della corretta respirazione diaframmatica. Le prime volte egli dovrà cercare di respirare senza gonfiare la cassa toracica, non alzando le spalle. Egli percepirà nettamente la piacevole sensazione dell’aria che scende verso la pancia. Sarà proprio l’addome a gonfiarsi durante l’inspirazione. Facendo ciò, il diaframma scenderà verso il basso permettendo all’aria di riempire i polmoni.

Più il paziente avanzerà nell’apprendimento della tecnica del training autogeno, più sarà semplice e automatico mantenere il giusto ritmo respiratorio. La sensazione di rilassamento sarà gradualmente sempre maggiore, producendo un vero e proprio senso di benessere generale.

 

Ansia nei bambini e assenze scolastiche

La scuola svolge un ruolo chiave nello sviluppo intellettivo, emotivo e sociale dei bambini. Le frequenti assenze da scuola sono fattori di rischio per molti aspetti.

 

Ad esempio, per quanto riguarda l’isolamento sociale, gli scarsi risultati accademici e la disoccupazione futura. Il dipartimento dell’istruzione ha calcolato che nel Regno Unito, nel 2016, l’ammontare dei giorni di assenza degli alunni a scuola è pari a 56,7 milioni e il 10.8% dei bambini è stato considerato “persistentemente assente” a causa della mancanza di presenze durante l’anno scolastico (10% o più). Naturalmente vi sono diverse ragioni per cui un bambino si assenta da scuola, come problemi di salute, personali, familiari, scolastici e legati alla comunità di appartenenza.

Ansia e assenze a scuola: lo studio

Diversi studi hanno evidenziato come una scarsa salute mentale sia associata ad una ridotta frequenza scolastica e all’ansia; quest’ultima è considerata nella letteratura un importante fattore di rischio per le assenteismo scolastico. Vi sono diversi aspetti legati alla scuola che possono indurre l’ansia nei bambini, ad esempio la separazione dai caregivers primari, le interazioni sociali con i docenti e con i pari e anche lo stress scolastico.

Nei bambini ansiosi si possono presentare anche diversi sintomi somatici come mal di testa, mal di stomaco e stanchezza, questi, perciò, possono contribuire all’assenza scolastica, in particolare se interpretata dagli adulti vicini ai bambini come segni di salute fisica e non come problemi legati alla salute mentale del bimbo.

Un gruppo di ricercatori della University of Exeter Medical School ha condotto uno studio sistematico pubblicato sulla rivista Child and Adolescent Mental Health, il cui scopo era per l’appunto capire il legame tra l’ansia e la scarsa frequenza scolastica, in particolare quella ingiustificata.

La ricerca è stata sostenuta dalla Wellcome Trust and the National Institute for Health Collaboration for Leadership in Applied Health Research and Care (CLAHRC) South West Peninsula (PenCLAHRC).

Di 4.930 studi in quest’area, solo in 11 sono stati soddisfatti i criteri per poterli includere nello studio. La ricerca di questi studi è stata condotta in diversi paesi come il Nord America, l’Europa e l’Asia.

Ansia e assenze a scuola: indicatori della salute dei bambini

Il gruppo di ricercatori ha classificato la frequenza a scuola in diverse categorie: l’assenteismo (totale assenza), assenze dovute a fattori medici, assenze ingiustificate e rifiuto della scuola, ovvero quando il bambino fa fatica a frequentare la scuola, a causa dal disagio provato, sebbene i genitori e gli insegnanti ne siano consapevoli.

I risultati di 8 studi hanno evidenziato una sorprendente associazione tra assenteismo e ansia, nonché il legame atteso tra ansia e rifiuto della scuola.

L’autrice principale dello studio, Katie Finning, sostiene che l’ansia provata dai bambini non solo possa riguardare la scolarizzazione dei giovani, ma che possa portare anche a peggiori risultati accademici, sociali ed economici in futuro. Per questo è importante raccogliere al più presto i segnali di allarme ed aiutare i giovani il prima possibile.

La scuola può scatenare ansia nei bambini, per questo motivo è importante rendersi conto che una grave ansia può avere un impatto significativo nello sviluppo dei bambini.

Per concludere, l’ansia può essere curata con successo grazie ai trattamenti efficaci a disposizione, tuttavia è importante capire che l’ansia può portare ad evitare le situazioni temute.

Per quanto riguarda le prospettive future, in particolare, sono necessari altri studi che monitorino i bambini nel tempo, in modo tale da distinguere chiaramente se l’ansia porti ad una chiara ed evidente scarsa frequenza o viceversa.

Il Narcisismo digitale e le patologie da iperconnessione

La cognizione di una diffusione di tratti narcisistici nella popolazione occidentale ha portato diversi autori a indagarne i motivi, c’è chi ha parlato di cultura del narcisismo e addirittura di un’epidemia del narcisismo.

Che cos’è il narcisismo? Secondo Wikipedia il narcisismo è spesso sinonimo di egoismo, vanità, presunzione. Applicato a un gruppo sociale, il narcisismo a volte indica elitarismo o indifferenza nei confronti della condizione altrui. In psicologia invece il termine è utilizzato per descrivere un concetto centrale della teoria psicoanalitica, il normale amore per se stessi o per indicare l’insano egocentrismo causato da un disturbo del senso di sé.

Tuttavia, in merito all’ambito psicologico, occorre precisare come il narcisismo sia un tratto della personalità e può essere considerato, secondo la logica di un continuum, uno stato normale. Il narcisismo ha di per sé un’accezione positiva: indica l’amore sano e legittimo per se stessi (Behary, 2013). Perde tale connotazione quando si lega ad un bisogno abnorme di attenzione, affermazione, apprezzamento, gratificazione esterna. Se quest’atteggiamento psicologico interferisce seriamente con i rapporti interpersonali, gli impegni quotidiani e la qualità della vita, può assumere una dimensione patologica culminante nel disturbo narcisistico di personalità.

I criteri diagnostici per fare diagnosi di Disturbo Narcisistico di Personalità secondo la quinta edizione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM 5) ruotano attorno al concetto di grandiosità, nonché al costante bisogno di ammirazione e la mancanza di empatia. Rispetto alla precedente edizione, il DSM 5 compie però un passo in avanti. Per la prima volta vengono indicati i paradossi del narcisismo: l’enorme vulnerabilità dietro la facciata grandiosa e la solitudine profonda dietro l’auto-esaltazione.

Il narcisismo digitale

Con l’arrivo del Web, ed in modo particolare dei social network, si è assistito ad una proliferazione del narcisismo sotto forma di narcisismo digitale. Con l’espressione di “narcisismo digitale” alcuni filoni di ricerca indicano un insieme di pratiche comunicative tipiche dell’universo 2.0 e fondate su un egocentrismo così accentuato da apparire patologico (Zona, 2015). Secondo la Teoria degli usi e gratificazioni (Katz, Blumler, Gurevitch, 1974; Papacharissi, Mendelson, 2011), più l’individuo percepisce che un medium soddisfa alcuni suoi bisogni, più lo userà proprio per quello scopo, in particolare se l’individuo non si sente capace di farlo nell’ambiente reale.

La cognizione di una diffusione di tratti narcisistici nella popolazione occidentale ha portato diversi autori a indagarne i motivi: c’è chi ha parlato di cultura del narcisismo (Lasch, 1979), e addirittura di un’epidemia del narcisismo (Twenge, Campbell, 2009). In un articolo di Erica Benedetto scritto per l’occasione su State of Mind, ci viene mostrato uno studio condotto tra gli atenei di Swansea e Milano (Reed, Bircek, Osborne, Viganò, Truzoli, 2018) in cui si afferma che farsi più selfie rinforzerebbe i tratti narcisitici di personalità. I ricercatori hanno preso in esame 74 individui di età compresa dai 18 ai 34 anni, durante un periodo di quattro mesi. Un altro elemento preso in considerazione è stata l’assiduità con cui i partecipanti hanno utilizzato i social media (Twitter, Facebook, Instagram e Snapchat) durante il corso della ricerca. In media, durante l’arco temporale dello studio, i partecipanti hanno usato i social per tre ore al giorno, nonostante qualcuno abbia riportato un utilizzo di ben 8 ore circa. In percentuale, Facebook si è rivelato essere la community digitale più utilizzata (60%), a seguire Instagram (25%) e infine, Twitter e Snapchat (13%). I due terzi dei soggetti coinvolti adoperavano i social principalmente per postare selfie. I social network quindi funzionavano da moltiplicatori del loro desiderio di essere al centro dell’attenzione. Soprattutto perché agiscono principalmente sull’immagine. Inoltre, è stato dimostrato che i partecipanti allo studio che erano soliti postare un numero eccessivo di selfie, in accordo con la scala di misurazione utilizzata, presentavano il 25% dei tratti narcisistici oltre il cut-off clinico per il Disturbo Narcisistico di Personalità. Per la prima volta, grazie a questa ricerca, si è giunti dunque a dimostrare l’esistenza di una correlazione tra la frequenza di utilizzo dei social media e narcisismo in relazione alla pubblicazione dei selfie.

Ed ancora, una collega italiana in forza all’University of Georgia, in uno studio condotto su 130 profili di facebooker, ha evidenziato come il numero di amici, il tipo di immagini, e i commenti associati a un profilo costituiscano una misura attendibile del grado di narcisismo dell’utente. I narcisisti, secondo quanto emerso dallo studio della Dott.ssa Buffardi, pubblicano sulle loro pagine le foto in cui compaiono più belli e trendy mentre i “normali” utilizzano preferenzialmente foto banali, magari scattate al volo con un telefonino o una webcam (Buffardi, 2008). I siti di social networking sembrerebbero quindi offrire l’ambiente ideale per la proliferazione di alcuni tipi di personalità narcisistiche che hanno l’intento di promuovere se stesse e cercare l’ammirazione degli altri su larga scala.

Questo è quello che emerge da uno studio pubblicato sulla rivista CyberPsychology, Behavior and Social Network. Lo studio, tutto italiano di studiosi dell’Università di Firenze, dal titolo Narcisisti grandiosi e vulnerabili: chi è a maggior rischio di dipendenza da Social Network? (Casale, Fioravanti, Rugai, 2016) è stato svolto su un campione di 535 studenti europei. La conclusione della ricerca ci ha mostrato come i narcisisti vulnerabili, che tendono ad essere insicuri e hanno una minore autostima, sono più propensi a sentirsi più sicuri in un ambiente online rispetto ad un’interazione reale tanto che sono indotti a preferire il social network come mezzo per ottenere approvazione e ammirazione. Al contrario i narcisisti grandiosi, che tendono verso l’arroganza e l’esibizionismo, è probabile che cerchino l’ammirazione più apertamente, piuttosto che attraverso i social media.

Sul versante opposto di quanto accennato finora, vi sono però coloro che nei social network trovano terreno fertile per la propria disistima, se confrontata con quella degli altri attraverso i loro contenuti postati. Il fenomeno è noto a tutti come Image Crafting.

Narcisimo digitale e stato di “flow”

L’attrazione da parte dei narcisisti digitali verso i social network non si spiega solamente con la loro capacità di fungere da cassa di risonanza per il loro Sé. Una ricerca condotta dagli psicologi della IULM e della Cattolica di Milano (Cipresso et al., 2010; Mauri et al., 2010) hanno mostrato la capacità dei social network di produrre delle “esperienze ottimali”, definite di “flusso” (flow), in grado di fornire una ricompensa intrinseca ai propri utenti.

Lo stato di Flow o di flusso è uno stato emotivo positivo sviluppato da Mihály Csíkszentmihályi, uno degli psicologi più famosi nell’indagine della psicologia positiva. Quando si è in questo stato, la persona si trova totalmente assorta in un’attività di suo gradimento in cui il tempo vola e azioni, pensieri e movimenti si succedono l’un l’altro senza fermarsi. Questo stato emotivo positivo è caratterizzato dal coinvolgimento totale nell’attività che si sta realizzando mantenendo un livello di concentrazione assoluto. Tuttavia, tale livello di assorbimento nell’attività che stiamo svolgendo, porta ad uno stato di “mancanza di autocoscienza” in cui viene a mancare la concezione egocentrica di sé come attore, tanto è vero che la soddisfazione di alcuni bisogni, come ad esempio mangiare o andare in bagno, potrebbero passare in secondo piano. Come effetto collaterale dell’intensa presenza, lo stato di flow porta ad una alterazione del tempo: si perde la cognizione del tempo che passa senza che ce ne rendiamo conto.

Come si genera lo stato di flow? Lo stato di flow è connesso al nostro livello d’intenzione. Csíkszentmihályi definisce come “intenzione” l’atto di concentrare la nostra attenzione in un’azione o su un obiettivo. Sempre a proposito della Flow experience, in un articolo di State of Mind di Angelica Gandolfi, veniamo a conoscenza di innumerevoli studi che confermano l’occasione di vivere lo stato di flusso psicologico in campi come la scienza, la scrittura letteraria, nell’esperienza estetica ed infine nello sport.

L’oversharing e il selfie: due fenomeni tipici del narcisismo digitale

Il narcisismo digitale si esprime attraverso una serie di azioni “estremizzate” molto diffuse come ad esempio scattarsi dei selfie (pratica che caratterizza maggiormente gli adolescenti, ma ove innumerevoli adulti non fanno eccezione) o condividere momenti, a volte fin troppo intimi, della propria vita quotidiana. Lo share o meglio l’oversharing, vale dire l’eccesso di condivisione di informazioni, fa parte del loro modo di stare nel mondo, diventa un gesto istantaneo… una naturale estensione del Sé. Il mettersi in mostra, talvolta in modo spettacolare, è diventata una maniera di esistere affermata: esistiamo soltanto se possiamo “essere visti” e riconosciuti. Tutto quello che facciamo e che postiamo, personale o pubblico che sia, viene sottoposto alla severa valutazione dei “mi piace” e non “mi piace”. Spazio e tempo nella Rete vengono completamente annullati, per cui ognuno ha la possibilità di negare la propria storia personale e scegliersi di volta in volta nuove biografie in base alle mode.

Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell, studiosi di Harvard e autori dello studio Disclosing information about the self is intrinsically rewarding si sono chiesti cosa spinge l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri. Tramite un’indagine effettuata con risonanza magnetica funzionale i due studiosi hanno avuto modo di constatare come le regioni più reattive, nel momento in cui i soggetti si soffermavano a narrare le proprie esperienze, pensieri, emozioni, riflessioni, è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla percezione di un senso di gratificazione e di piacere. Il che fa sì che il comportamento si possa ripetere. La considerazione finale degli autori li conduce ad affermare che il piacere di parlare di sé agli altri è simile a quello, definito primario, che è intrinseco al cibo ed al sesso. (Tamir, Mitchell, 2012).

Si definisce selfie (dall’inglese “self”, letteralmente sé) una fotografia scattata a se stessi, in genere con uno smartphone, successivamente condivisa sui social network o in rete. Essi testimoniano il desiderio ed il piacere di apparire, di mostrarsi e dimostrare qualcosa di sé valutato come positivo e “degno” di essere condiviso. La loro funzione è quella di ricostruire un racconto delle nostre vite, della nostra quotidianità, sotto la luce migliore. Attraverso la condivisione dei selfie, l’utente è alla ricerca di approvazione che viene espressa attraverso il numero dei ‘mi piace’ ottenuti per ogni autoscatto, condivisione e complimenti che possano confermare l’immagine e l’idea che si vuole dare di sé.

La consapevolezza di ciò spinge la persone che si trova di fronte ad una fotocamera, a preoccuparsi della sua apparizione e quindi a scattare continuamente finché non ottiene l’immagine migliore. Tuttavia, dai semplici autoscatti riguardanti il proprio viso, si è passati a fotografare anche parti di sé o momenti sempre più “intimi”. Legato al concetto di “intimità” è il costrutto di “estimità” fondato nel 2001 dallo psichiatra francese Serge Tisseron. Anche se la paternità di tale neologismo (usato in maniera diversa rispetto a Tisseron) si debba a Jacques Lacan, filosofo francese nonché psichiatra e psicoanalista. Quando Tisseron usò la prima volta il costrutto di “estimità” non si riferiva principalmente ai social media, tant’è che considerava la nascita di tale fenomeno il giorno in cui, negli anni ’80, una donna aveva rivelato in una trasmissione tv di non avere mai avuto un orgasmo con il marito. Soltanto più tardi lo psichiatra francese ne ha circoscritto l’uso alle abitudini digitali e intendendolo come atto pensato per rendere pubblici elementi della vita intima al fine di valorizzarli grazie ai commenti. Per Tisseron:

… il desiderio d’estimità consiste nel mostrare dei frammenti della propria intimità di cui noi stessi ignoriamo il valore, a rischio di provocare il disinteresse od anche il rigetto negli interlocutori, ma con la speranza che il loro sguardo ne riconosca il valore e lo renda tale ai nostri occhi.

L’estimità on line possiede quindi uno scopo specifico: ricavarne autostima, verificando il consenso dei destinatari poiché i contenuti personali sono l’asso nella manica di chi cerca attenzione. Sui social media chi pratica la strada dell’estimità tende a reiterarla, specialmente quando ha un riscontro positivo.

In merito all’uso dei selfie l’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus presieduto dalla Dott.ssa Maria Manca nonché membro dell’Advisory Board nazionale del progetto Generazioni Connesse, attraverso un comunicato stampa del 2017 intitolato: Adolescenti iperconnessi. Like addiction, Vamping e Challenge sono le nuove patologie ci offre un interessante quadro della situazione adolescenziale italiana. Su un campione di oltre 8.000 adolescenti di circa 18 regioni italiane, di età compresa tra gli 11 e i 19 anni, possiamo notare come i ragazzi della fascia 14-19 anni mediamente fanno circa 5 selfie al giorno, con punte massime di 100, contro i 2 selfie al giorno dei più piccoli che preferiscono utilizzare maggiormente i video e i messaggi audio. Pur di ottenere più like (fondamentali per il manifestarsi del Like addiction o dipendenza dai like) il 13% ha seguito addirittura una dieta per piacersi di più nei selfie. Tanti like e tante approvazioni accrescono l’autostima, la popolarità e quindi la sicurezza personale. Ovviamente, vale anche il contrario, ovvero commenti dispregiativi e pochi like condizionano l’umore e l’autostima in negativo, tanto che il 34% ci rimane molto male e si arrabbia quando non si sente apprezzato. Come continua a riportare l’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus, circa 2 adolescenti su 10 condividono tutti i selfie che fanno sui social network e su WhatsApp, andando a ledere completamente il concetto di privacy e di intimità che ormai si è trasformata in un’intimità condivisa. Rispetto al 2015, anno in cui tale problema riguardava appena il 15%, questo dato è cresciuto. Tralasciando per un momento questi dati occorre però farsi una domanda… E l’Altro? Che compito ha? Quale ruolo svolge? Nell’epoca segnata dai social network l’Altro esiste solo come proiezione di tutto ciò che può rispondere ad un ritorno di ammirazione (in questo caso l’Altro è considerato bello ed è ricercato) oppure come proiezione di parti del Sé negative e frustranti ed in quel caso viene eliminato senza esitazione. Se nel primo caso esso è bello e ricercato, nel secondo caso invece viene “eliminato”. (Faimberg, 2006; Nardulli, 2006).

Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli (Tonino Cantelmi).

Le “patologie” da iperconnessione

Come già affermato all’inizio dell’articolo, secondo alcuni autori il web 2.0 incoraggia lo sviluppo della cultura narcisistica attraverso l’esibizione di identità digitali seducenti e molto spesso fittizie. L’uomo non è più concentrato sul costruirsi per com’è davvero, ma per convincere gli altri a credere chi finge di essere (Cantelmi, 2013). L’iperconnessione caratterizzante il narcisismo digitale ha portato alla nascita di nuovi “disturbi” in qualche maniera legati ad esso, ma non ancora ufficialmente riconosciuti in manuali come l’ICD-11 o il DSM V. Queste “patologie”, se proprio così le vogliamo chiamare, sono note come F.O.M.O (Fear Of Missing Out), Nomofobia, Phubbing e Vamping.

F.O.M.O

L’acronimo F.O.M.O, dall’inglese “Fear of missing out” ovvero “Paura di essere tagliati fuori”, indica una forma di ansia sociale, caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con gli eventi nel cyber mondo o con le attività che fanno i nostri amici o parenti, per paura di rimanere esclusi da qualunque avvenimento o situazione che ci offra un’opportunità di interazione sociale. La teoria dell’autodeterminazione o SDT, Self-determination theory (Deci e Ryan, 1985) afferma che il sentimento di parentela o di connessione con gli altri è difatti uno dei tre bisogni psicologici di base che influenza la salute psicologica delle persone.

La F.O.M.O è quella sensazione di agitazione, pentimento e invidia che, precisa Turkle (2012), “crea un turbinio emozionale e un risentimento verso noi stessi o gli altri, insoddisfazione, ansia e sentimento di incapacità” quando ci rendiamo conto di non essere dove vorremmo. Non è una patologia riconosciuta a livello clinico, ma la sua presenza può peggiorare una condizione preesistente di ansia e depressione. La paura di perdersi qualcosa di interessante costringe i “malati” di F.O.M.O a stare costantemente collegati allo smartphone controllando i loro account Facebook, Instagram o gli aggiornamenti degli stati dei propri contatti presenti su Whatsapp. Chi è “afflitto” da F.O. M.O cade in un circolo vizioso senza rendersene conto: egli cerca di riempire la solitudine che prova attraverso i social che solo apparentemente gli danno compagnia, facendolo cadere invece in un senso di solitudine ancora maggiore che cerca di colmare sempre attraverso i social.

Vi è un collegamento importante, difatti, tra F.O.M.O e dipendenza da smartphone: a livello questo costrutto che nasce con l’avvento dei social, è considerato un segnale predittivo dell’insorgenza di dipendenza da smartphone e sofferenza emotiva.

La F.O.M.O in Italia è un fenomeno ancora poco esplorato e non esistono oggigiorno degli studi in merito. Lo psicologo e ricercatore Andrew Przybilski è stato il primo che nel 2013, assieme a ricercatori dell’Università della California, di Rochester e di Essex ha condotto una ricerca empirica su questo costrutto sociale per fornire informazioni su come valutarla in modo affidabile e su come si correli con fattori legati al benessere, al comportamento, a fattori sociali e motivazionali. Dai risultati è emerso che
la F.O.M.O è legata ad un rapporto ambiguo con i social media dove ogni giorno veniamo bombardati da tormentoni, meme, video strani o semplicemente dagli eventi che accadono nel mondo o a cui partecipano i nostri amici. La F.O.M.O È una “forza stimolante” in grado di influenzare il modo di utilizzare i social network.

Il livello di F.O.M.O è più alto negli utenti di giovane età, in particolare di sesso maschile. La F.O.M.O si identifica in maggior livello negli studenti che sono soliti consultare i social network durante le lezioni scolastiche. Inoltre, i livelli di F.O.M.O sono influenzati dalle circostanze sociali. Bassi livelli di soddisfazione della propria vita e dei propri bisogni personali coincidono con alti livelli di F.O.M.O. La F.O.M.O è più alta in chi è spesso distratto e questo può interferire con le attività quotidiane.

Un importante studio pubblicato sulla rivista scientifica Computer in Human Behaviour dal titolo I don’t want to miss a thing: Adolescents’ fear of missing out and its relationship to adolescents’ social needs, Facebook use, and Facebook related stress (Beyens, Frison, Eggermeont, 2016) ha esaminato più di 400 adolescenti, analizzando le loro modalità di utilizzo dei social media, la loro interazione e la possibile presenza di F.O.M.O. Da tale studio si evince che gli adolescenti, più sono connessi è sintonizzati con gli altri, tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei social network, più percepiscono lo stress e la paura di essere esclusi e respinti dalla propria rete sociale. I soggetti più a rischio e che sono colpiti da stati di ansia, solitudine e abbandono sono in particolare adolescenti con bassa autostima e maggiore insicurezza, che spesso rischiano di confondere la vita reale con quelle create virtualmente nei social network. Ne consegue che per rimanere sempre “a passo con gli altri” gli adolescenti, e non solo, esibiscano nelle varie piattaforme sociali in cui sono iscritti una vita che non è reale ma “costruita”.

Nel 2018, un’altra interessante ricerca straniera intitolata Fear of Missing Out and its Link with Social Media and Problematic Internet Use Among Filipinos (Reyes, Marasingan, Gonzales, Hernandez, Medios, Cayubit, 2018) ha esplorato come ci sia una correlazione significativa tra la F.O.M.O con l’uso dei social media (SMU) e l’utilizzo problematico di Internet (PIU) tra i filippini. Un totale di 1.060 filippini ha completato una batteria di prova composta da tre scale per misurare le suddette variabili: Scala FoMO (Fear of Missing Out), Social Networking Time Use Scale (SONTUS) e Internet Addiction Test (IAT). Le analisi statistiche emerse dai risultati finali hanno comprovato come sia presente un’effettiva correlazione tra la F.O.M.O con l’utilizzo dei social network e l’uso preoccupante del Web.

Nomofobia

La Nomofobia è una patologia ancora scarsamente indagata e ancora troppo poco definita. Il termine Nomofobia, la cui etimologia deriva dalla contrazione di “no-mobilephobia”, è un neologismo che si riferisce all’eccessiva paura/terrore di rimanere senza telefono o senza connessione ad internet o al 4G. La comparsa di questo nuovo vocabolo risale per la prima volta nel 2008 in Gran Bretagna; in occasione di un sondaggio organizzato da un organismo di ricerca con sede nel Regno Unito su un campione di 2.163 persone, era emerso che oltre la metà degli utenti di telefonia mobile (quasi il 53%) tendeva a manifestare stati d’ansia quando era a corto di batteria, credito, senza alcun tipo di copertura oppure senza il cellulare stesso. La ricerca evidenziava inoltre che più di sei ragazzi su dieci tra i 18 e i 29 anni andavano letteralmente a letto in compagnia del telefono.

A quattro anni di distanza, vale a dire nel 2012, una ricerca commissionata dalla società californiana Securenvoy su un campione di 1000 intervistati, ha evidenziato come ben il 66% ha paura di perdere il proprio cellulare. Un aumento del 13% rispetto alla medesima indagine condotta da YouGov’plc del 13%. Secondo il Ceo di SecurEnvoy, Andy Kemshall, le persone intervistate arrivano a controllare circa 34 volte al giorno il proprio cellulare, per assicurarsi che sia sempre presente e connesso.

Recentemente, presso il liceo Cairoli di Pavia, è stato condotto un esperimento dallo psichiatra Maurizio Fea con la collaborazione della professoressa Lucia Durigo. Questa interessante sperimentazione dal semplice scopo, ovvero rimanere 5 giorni senza social, era rivolto a un gruppo di 503 studenti. Di questi, 43 studenti hanno aderito alla sperimentazione, ma soltanto 8 di loro l’hanno portata a termine. Sul portale web del Corriere della Sera, con data 15 febbraio 2019, vi sono riportate le riflessioni a posteriore di una dei partecipanti, Carola Valsecchi. Eccone uno stralcio.

È stato come premere un bottone e ritrovarsi indietro nel tempo… Il primo giorno è filato liscio, è stato dal secondo che tutto è cominciato a sembrarmi così difficile… dal non poter inviare i soliti messaggi ai miei compagni a quella tentazione di controllare i “mi piace” su Instagram. È stata dura prima di andare a letto. Niente foto da commentare, fissavo il soffitto e mi sembrava di essere così sola…

Leggendo le considerazioni della giovane studentessa sorge però spontanea una domanda. È giusto continuare a considerare la nomofobia come semplice fobia? La risposta è negativa poiché i dati a supporti delle precedenti ricerche non collimano con questa “erronea” valutazione. La nomofobia va piuttosto considerata come una dipendenza comportamentale. Tuttavia, si può parlare di dipendenza vera e propria quando la maggior parte del tempo e delle energie vengono spesi nell’utilizzo dello strumento, al punto che insorgono disfunzioni significative nelle principali aree esistenziali, come quella personale, relazionale, scolastica, familiare, affettiva.

Ad avvalorare l’ipotesi secondo cui sia più opportuno considerare la nomofobia come dipendenza piuttosto che una fobia, è l’opinione del professore di psichiatria David Greenfield dell’Università del Connecticut. Secondo Greenfield l’attaccamento allo smartphone causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa. Così ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare sale il livello di dopamina, perché pensiamo che ci sia in serbo per noi qualche cosa di nuovo e interessante. Il problema però è che non possiamo sapere in anticipo se accadrà davvero qualche cosa di bello e piacevole, così si ha l’impulso di controllare in continuazione innescando lo stesso meccanismo che si attiva in un giocatore di azzardo (Greenfield D.N. e Davis R.A., 2002).

Successivamente Walsh e White nel loro studio dal titolo Over-connected? A qualitative exploration of the relationship between Australian youth and their mobile phones (Walsh, White, 2007) affermano che in alcune giovani persone emerge un attaccamento estremo al cellulare con sintomi di dipendenza comportamentale. I sintomi evidenziati sono: salienza (cognitiva e comportamentale), conflitto, euforia o conforto, tolleranza, ritiro sociale, ricaduta e ripristino della dipendenza. Di notevole interesse sono i sintomi relativi alla salienza cognitiva, all’euforia e al ritiro sociale o impotenza. La salienza cognitiva si presenta quando il pensiero del cellulare esclude, ovvero “distrae” da altri processi di pensiero così da non potersi focalizzare su altre attività. L’euforia (o conforto) associata all’uso del cellulare si riferisce alle sensazioni in cui ci sentiamo amati e/o ben considerati quando riceviamo telefonate o messaggi. Infine il ritiro sociale o impotenza riguarda la spiacevole sensazione di sentirsi incapace di fare determinate cose senza l’ausilio del proprio mobile phone. La maggior parte degli aderenti allo studio inoltre riferiva di percepire, nel momento in cui non poteva essere usare o essere contattata dal proprio cellulare, elevati livelli di disagio personale che derivano dalla sensazione di essere disconnessi dalle altre persone.

Nel 2010, un ulteriore studio condotto dai dei ricercatori brasiliani dell’Università Federale di Rio de Janeiro denominato Nomophobia: the mobile phone in panic disorder with agoraphobia: reducing phobias or worsening of dependance? (King, Valença, Nardi, 2010) dà un ennesimo slancio verso la conferma della nomofobia in quanto dipendenza. I ricercatori brasiliani avrebbero infatti sperimentato che un approccio terapeutico mirato a ridurre l’ansia non sia efficace nel trattamento di tale “malattia”.

Un interessante parallelismo che possiamo fare, parlando ancora di Nomofobia, consiste nel considerare lo smartphone in quanto strumento tecnologico strettamente persuasivo. A tal proposito, la Captologia di Fogg ci dà un enorme contributo. Questa recente area d’indagine esplora lo spazio di confine tra persuasione (influenza, motivazione, cambio di comportamento e così via) e tecnologia del computer. Il campo della captologia cresce rapidamente: ogni giorno nuovi prodotti informatici, inclusi siti web, applicazioni mobili o social network, sono progettati per cambiare ciò che le persone pensano e fanno. Dei 42 diversi principi captologici teorizzati da Fogg per spiegare come le tecnologie attuano la persuasione ve ne sono alcuni che in misura maggiore degli altri, ma senza per questo tralasciare gli altri, possono spiegare come mai il mobile phone sia uno strumento così persuasivo. Gli assiomi di cui vi voglio parlare sono gli stessi che avevo già citato in un mio vecchio articolo pubblicato su State of Mind a proposito di Pokémon Go, ovvero il fattore kairos, il fattore comodità e il principio della semplicità mobile. Senza stare a dilungarmi troppo vi invito a leggere il brano “Oltre l’aspetto ludico: Pokémon Go tra captologia, tecnologia positiva e intelligenza emotiva”.

Phubbing

Il termine phubbing è un neologismo sincretico, coniato nel 2012 presso l’Universitàdi Sidney dall’australiano Alex Haig. Questo termine, nato dalla fusione delle parole phone e snubbing (snobbare) e descrive l’atteggiamento di chi, in compagnia di qualcuno, lo ignora a favore del proprio smartphone (o tablet). Nel 2016, il termine phubbing è stato accettato nell’Oxford English Dictionary.

Nato per mettere in contatto, il cellulare sta diventando una sorta di barriera virtuale e psicologica. In uno studio del 2016, condotto dall’Università di Baylor nel Texas (Roberts, David, 2016), era stata indagata la presenza di questo fenomeno in relazione ai livelli di insoddisfazione e conflitto all’interno di 145 coppie. Gli autori avevano somministrato un questionario in cui si chiedeva di individuare una serie di comportamenti come il tenere il cellulare in mano da parte del partner quando in vicinanza del compagno/a oppure lanciare spesso occhiate al telefono mentre parla con lui/lei. Dai risultati evidenziati dai due ricercatori era emerso che:

a) il 46% ha dichiarato di aver subito phubbing dal partner;
b) il 67% ha provato, di fronte a tale atteggiamento, frustrazione, insoddisfazione e malessere;
c) il 23% ha riportato come questa abitudine abbia provocato un aumento del conflitto nella relazione di coppia.

L’uso eccessivo e in alcuni casi ossessivo dello smartphone, oltre a creare dipendenza, può dunque condurre a conflitti interpersonali, minando il benessere personale e relazionale. Dalla ricerca è emerso che tale effetto è più evidente nelle persone che di per sé presentano ansia e insicurezza nelle relazioni. Gli stessi autori, in un altro studio condotto nel 2017 dal titolo Phubbed and Alone: Phone Snubbing, Social Exclusion, and Attachment to Social Media sostengono che le vittime di tale mania, a loro volta, si rifugiano nel phubbing. Secondo i due ricercatori:

Quando un individuo subisce phubbing si sente socialmente escluso, e questo conduce ad un bisogno molto forte di attenzione. I partecipanti all’indagine – continuano gli studiosi – invece di recuperare l’interazione faccia a faccia, e così ricostruire un senso di inclusione, preferiscono rivolgersi ai social network per riguadagnare quel senso di appartenenza che viene a mancare.

Si viene a creare così un circolo vizioso e deleterio che annichilisce i rapporti.

Un’altra ricerca dell’Università del Kent (Chotpitayasunondh, Douglas, 2018) ha esaminato l’effetto del phubbing nelle situazioni sociali one to one evidenziando come tale fenomeno influisca in maniera negativa sul modo in cui la persona che subisce il phubbing si senta rispetto all’interazione con l’altra persona. 153 partecipanti sono stati invitati a seguire lo svolgersi di una conversazione tra due persone, identificandosi nella coppia. Ad ogni partecipante è stata assegnata una delle tre situazioni in cui immaginarsi: nessun phubbing, phubbing parziale o “ampio phubbing”. I risultati? Più il livello di phubbing aumentava, più i soggetti percepivano che la qualità della relazione era povera e insoddisfacente. I ricercatori hanno così descritto il phubbing come una forma specifica di esclusione sociale che minaccia i bisogni umani fondamentali delle persone come l’autostima, il senso di realizzazione, il controllo e il senso di apparteneza… un fattore importante per la felicità umana. A differenza di altre forme di esclusione sociale il phubbing, secondo gli autori della ricerca, può avvenire ovunque e in qualsiasi momento. Basta solo usare il proprio smartphone ignorando il proprio interlocutore.

Vamping

Il vamping, ovvero la tendenza a restare connessi sui social per l’intera notte, è un fenomeno nato negli Stati Uniti che si sta rapidamente diffondendo anche in Italia. Si tratta di ragazzi che sembrano vivere la propria vita sociale e social nelle ore notturne, sentendosi poi stanchi, fiacchi e inconcludenti nelle ore diurne, nelle quali dovrebbe espletarsi la vera vita adolescenziale. Secondo l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo i segni clinici che contraddistinguono questo fenomeno sono:

  • frequentare e navigare sui social e sui messanger tutta la notte
  • dormire poche ore per notte
  • irritabilità e nervosismo
  • scarsa attenzione
  • scarso rendimento a scuola

Quali sono le cause che scatenano questo fenomeno tra i giovani? E soprattutto, quali sono gli effetti negativi che provoca? L’adolescenza è una delle fasi più delicate e problematiche della vita di una persona: questo periodo segna il passaggio da una fase infantile ad una fase “pre-adulta”. Le cause del vamping si collegano principalmente ad una tendenza di ribellione caratterizzante la fase adolescenziale e alla mancanza di socializzazione con i pari per il solo piacere di farlo. Il bisogno di ribellione spinge i giovani ad aspettare la quiete notturna per collegarsi ed effettuare ciò che non è concesso durante la giornata (ad esempio fare binge watching, chattare su Facebook o postare contemporaneamente foto e selfie su Instagram) liberandosi così dal controllo genitoriale. I ragazzi sperimentano così una sensazione di libertà e un piacevole senso di autonomia, sentendosi padroni della propria vita. Inoltre, l’essere coinvolto in multichat notturne, come nel caso dei gruppi di Whatsapp o Telegram, fa sperimentare al ragazzo la soddisfacente percezione di essere parte di un gruppo unico, sentendosi così speciale.

A proposito delle conseguenze dannose provocate dal vamping troviamo: il disturbo del sonno, un basso rendimento scolastico, una “dipendenza” dalla tecnologia dovuta dalla tendenza a preferire la vita virtuale piuttosto che quella reale, irritabilità, disturbi dell’umore, stanchezza, debolezza cronica, episodi di cybersickness ovvero nausea, vertigine, mal di testa, senso di confusione causati dalla lunga esposizione all’ausilio elettronico (Hui Chang, Wen Pan, Tseng, Stoffreg, 2012). Quando con il touchscreen si sposta lo schermo su e giù, il cervello rivela difatti un movimento ma la confusione provocata dal fatto che il corpo resta fermo genera un senso di nausea. Infine, tra i tanti effetti negativi sopra citati, troviamo un affaticamento oculare scatenato dalla cosiddetta luce blu presente nei dispositivi elettronici che, oltre a portare con sé vari problemi alla vista, altera la secrezione della melatonina che regola il ciclo sonno-veglia, e quindi impedisce l’addormentamento. Inoltre, la carenza stessa di sonno, a lungo andare può portare a evidenti stati di allucinazione che portano i ragazzi a confondere la realtà dalla fantasia. Uno studio intitolato Sleep, Emotional and Behavioural Difficulties in Children and Adolescents (Gregory, Sadeh, 2015) conferma come i bambini che dormono male e poco rischiano di sviluppare problemi come depressione, ansia e disordini alimentari nonché comportamenti antisociali o predisposizione a sviluppare dipendenze da sostanze come alcol e droghe. A spingerli a questa correlazione è stata l’analisi di cinque anni di disturbi e problemi nel sonno dei giovani.

È davvero il vamping una patologia da curare? Siamo di fronte ad una patologia da curare? In un’intervista rilasciata sul portale Sanità Informazione Lino Nobili, neurofisiopatologo e neuropsichiatra responsabile del centro di Medicina del Sonno dell’ospedale Niguarda di Milano, dice:

Piuttosto lo definirei un aspetto sociale importante, da non sottovalutare. Questo disturbo del ritmo del sonno, causato dal Vamping, può creare anche un’alterazione dell’umore. Ma allo stesso tempo, può essere un disturbo dell’umore, già presente, a creare la necessità di un rifugio notturno nel web. Ogni adolescente ha una storia a sé. Per aiutarlo a superare questo attaccamento ad Internet bisogna scoprire quale sia l’origine del circolo vizioso che si è instaurato. È davvero il Vamping a causare l’insonnia, o piuttosto l’insonnia è la conseguenza di un disagio sociale?.

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