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Il marketing e la comunicazione – Introduzione alla Psicologia

La comunicazione nel marketing svolge diverse funzioni: innanzitutto deve informare circa il prodotto da pubblicizzare, poi deve convincere e persuadere l’acquirente all’acquisto e lasciare una traccia in memoria che consente di selezionare il prodotto tra i tanti in commercio.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Il marketing è un processo che si sviluppa in ambito economico e consente a un’azienda di diventare nota, diffondendo il proprio brand rendendolo riconoscibile rispetto ai diversi competitors. Tale processo consiste nell’individuare una strategia molto precisa di mercato avente lo scopo di far conoscere un prodotto alle masse e, a livello identitario, consente a un determinato prodotto di essere riconosciuto sul territorio grazie all’utilizzo di segnali specifici. Fare marketing significa sostanzialmente concedersi una specifica identità, diversa da quelle dei competitors presenti sul mercato.

Il marketing utilizza un canale per trasmettere i messaggi che è costituito dalla comunicazione. Quest’ultima è fondamentale poiché consente di trasmettere a un pubblico specifico un messaggio specifico.

Quindi per intraprendere una giusta strategia di marketing è necessario utilizzare una adeguata comunicazione focalizzata allo scopo che si intende perseguire

In primis, si devono effettuare delle scelte strategiche di mercato per poi giungere alla parte operativa che è prettamente centrata sulla comunicazione. È necessario, dunque, avere una propria identità che consente di individuare una giusta strategia pubblicitaria da cui deriva la scelta di una adeguata comunicazione. Lo scopo finale è sempre farsi notare e lasciare un messaggio che rimane impresso nella mente delle persone, ovvero potenziali acquirenti.

Il marketing e la comunicazione si sostengono reciprocamente. Infatti, senza la comunicazione, il marketing non avrebbe la forza di trasmettere al mercato i propri messaggi e senza il marketing, la comunicazione trasmetterebbe al mercato dei messaggi che non hanno una propria strategia.

La comunicazione nel marketing

La comunicazione nel marketing svolge diverse funzioni. Innanzitutto deve informare circa il prodotto da pubblicizzare, poi deve convincere e persuadere l’acquirente all’acquisto e lasciare una traccia in memoria che consente di selezionare il prodotto tra i tanti in commercio.

La comunicazione, in ogni caso, si avvale di diverse forme che devono essere accuratamente scelte in base al target di riferimento, ovvero i destinatari del messaggio e gli obiettivi che si intendono perseguire. La comunicazione deve essere accompagnata da un apposito messaggio che avrà lo scopo di persuadere l’acquirente. Il messaggio da diffondere è fondamentale non solo in termini pubblicitari ma anche rispetto ai benefici attesi dal consumatore.

Gli obiettivi della comunicazione nel marketing possono essere divisi in base alle diverse fasi del processo di acquisto di un prodotto. In primo luogo deve essere enfatizzato il valore del prodotto sponsorizzato. Quindi, la comunicazione di marketing ha lo scopo di influenzare la motivazione dell’individuo, agendo in particolare sugli aspetti percettivi, aumentando l’interesse verso il prodotto e di conseguenza la probabilità di suscitare preferenza nella fase valutativa. La comunicazione è volta, dunque, alla creazione di un’immagine positiva del prodotto, in modo che i possibili acquirenti associno mentalmente all’immagine un aspetto valoriale e personale.

È importate, inoltre, comunicare immediatamente tutte le caratteristiche del prodotto, unitamente ai limiti. Soprattutto si tende a enfatizzare principalmente i possibili vantaggi che si potrebbero ottenere nell’utilizzo di quel prodotto, piuttosto che altri. Alla base è necessario avere una comunicazione efficace e focalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Per ottenere dei risultati, dunque, è indispensabile l’identificazione di un pubblico, target, a cui rivolgersi, prefiggendosi degli obiettivi di comunicazione e identificando uno slogan legato al prodotto che possa avere successo nell’attirare l’attenzione, da cui scaturirebbe il desiderio di acquisto che spingerebbe il consumatore a comprare il prodotto.

Ovviamente, saranno fondamentali i mezzi scelti per raggiungere lo scopo e la selezione delle diverse fonti comunicative.
Recentemente, tutto si è spostato sui social media che rendono più facile la gestione e la creazione di nuovi contatti e la sponsorizzazione del prodotto. Lo scopo è commercializzare un prodotto usando tutti gli strumenti disponibili nei diversi social network: storie, video, messaggi, etc.

Il network marketing e la comunicazione

Il Network marketing è un business che coinvolge principalmente le persone e per avere successo in questo ambito è necessario essere capaci di comunicare in maniera efficacie. Nel network marketing è fondamentale diventare un buon comunicatore e soprattutto mettersi in gioco in prima persona per riuscire a sponsorizzare il prodotto. L’aspetto comunicativo vincente è mostrarsi in prima persona come un reale utilizzatore del prodotto, di come la vita sia cambiata dall’arrivo dello stesso e degli infiniti benefici derivanti dal suo utilizzo.

Lo scopo è farsi vedere nella propria quotidianità come reale utilizzatore, cercando di coinvolgere l’altro, attraverso video, foto o dirette effettuate sui diversi social media, a identificarsi con quanto si sta facendo e invogliarlo all’acquisto del prodotto. Inoltre è importante dimostrare come col prodotto possa cambiare la vita, utilizzando tecniche persuasive volte ad accrescere nell’altro curiosità e interesse per il prodotto, fino ad arrivare a comprarlo.

In questo caso tutta la comunicazione è centrata sull’immagine del prodotto consigliato e sul tono della voce, che deve essere sicuro, sincero e accattivante. In ogni caso la mossa vincente è comunicare all’altro di se stessi, del proprio quotidiano, per riuscire a colpire tutti coloro che possono avere uno stile di vita simile e che con il prodotto sponsorizzato potrebbero diventare delle persone migliori, più allegre e spensierate.

La comunicazione in generale coinvolge tre aree:

  1. Lavorare con il prodotto e valorizzare la facilità con cui si può guadagnare attraverso il network marketing
  2. I momenti di formazione aziendale, come i bootcamp, i meeting e le trasferte
  3. La realizzazione dei propri sogni grazie ai tanti guadagni effettuati attraverso il network marketing

In ogni caso, la comunicazione è una capacità essenziale in qualsiasi business e per questo è necessario imparare a diventare un comunicatore efficacie per raggiungere buoni obiettivi.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Perché procrastini? (…non ha nulla a che fare con l’autodisciplina o con la pigrizia!)

La procrastinazione è un processo “esistenziale” più profondo e complesso di quanto appare, che solleva riflessioni sulla nostra capacità di padroneggiare le azioni, di determinare come investiamo il nostro tempo e come disegniamo il nostro futuro.

 

Qualche mese fa è uscito sulla versione digitale del New York Times, un interessante articolo a firma di Charlotte Lieberman, che inquadra in maniera interessante la “procrastinazione”, un comportamento sicuramente più difficile da pronunciare, che da mettere in atto!

L’articolo ha il merito di non limitarsi a fornire soluzioni pratiche (per altro utili, come problem solving, time management ecc) ma fare luce sul nucleo problematico che dà origine all’attitudine seriale a rimandare, ovvero la “relazione complicata” tra noi e le nostre emozioni.

A chi non è mai capitato…? Trovarci di fronte a un impegno, riprometterci di portarlo diligentemente a termine… e dirottare inesorabilmente la nostra attenzione verso altre attività, magari utili e lodevoli, ma decisamente meno prioritarie. Ed ecco che la raccolta dei documenti per la dichiarazione dei redditi viene rimandata in favore di una bella spolverata alla collezione di vinili. La prenotazione della visita medica è sostituita dal lavaggio dell’automobile (che non puliamo da 6 mesi…), la stesura dell’ultimo capitolo della tesi viene posticipata al termine dell’episodio della serie TV consigliata dal collega… e così via.

Quali sono i motivi che ci spingono a procrastinare?

I tentativi di spiegazione di tale fenomeno comunemente presi in esame, spesso includono pigrizia, negligenza, scarso senso del dovere (“Ce la potrebbe fare… ma non si applica!”). Ma anche cattiva gestione del tempo, scarsa pianificazione delle attività, insufficiente efficacia nella risoluzione dei problemi (“Ce la potrebbe fare… prova ad applicarsi… ma lo fa male!”).

 Ciò che caratterizza la procrastinazione, tuttavia, non è solo l’atto di sospendere e rimandare un’attività… ma anche la disturbante percezione emotiva che ne consegue. La sensazione che stiamo andando contro ciò che ci suggerisce il buon senso. Di fatto è un “auto-sabotaggio” bello e buono. Inizialmente ci solleva dall’ansia, ma poi non ci fa sentire a posto con noi stessi.

Essere dei procrastinatori, insomma, è una cosa fortemente irrazionale. Allora perché lo facciamo?

 Secondo Tim Pychyl, professore di psicologia e membro del Gruppo di Ricerca sulla Procrastinazione dell’Università di Carleton di Ottawa, la procrastinazione non è una condotta causata da pigrizia o scarsa vocazione alla gestione degli impegni, ma una reazione di fronte a stati emotivi dolenti che si faticano a gestire: ansia, timore di solitudine o di critica, inadeguatezza, senso di colpa ecc.

In uno studio del 2013 Pychyl e Sirois hanno descritto la procrastinazione come il prevalere dell’urgenza di gestire immediatamente un’emozione dolorosa, rispetto al vantaggio a lungo termine di portare avanti un’attività. Insomma, meglio occuparsi della gallina oggi, che pensare all’uovo di domani.

L’avversione verso un’attività è certamente legata alla natura dell’attività stessa. Pulire un bagno sporco o produrre una noiosa e articolata relazione lavorativa possono essere attività non propriamente esaltanti. Tuttavia, siamo influenzati anche da pensieri ed emozioni più articolati, che vanno al di là dell’incombenza, ma sono legati alla nostra persona: “Sarò in grado di portarla a termine?” “Cosa penseranno gli altri di me?” “Se dovessi fallire cosa succederà?”.

 Davanti a questi pensieri possiamo allarmarci e cercare una via di fuga.

Ciò non elimina per sempre gli stati dolorosi associati all’impegno rimandato. Questi torneranno non appena i nostri pensieri vi faranno ritorno. Spesso in maniera non indulgente, ma sotto forma di dialogo interiore autocritico, severissimo e inflessibile (“Buono a nulla! Incapace! Scansafatiche! Non sei in grado!”) che aumenta la sofferenza e che paradossalmente proviamo a gestire… procrastinando ancora!

Allora cosa ci spinge a rimandare, pur consapevoli delle conseguenze? Presto detto: quel momento di liberatorio sollievo dall’emozione dolente. È quella sensazione lo zuccherino… il “premio”. Il comportamentismo ci ricorda che quando, a seguito di un’azione, riceviamo un rinforzo immediato… questo incrementerà la nostra tendenza a ripeterla. Per questo la procrastinazione è un comportamento a forte “rischio” di cronicizzazione.

Quali sono i costi della procrastinazione? Più pesanti rispetto ai guadagni: stress cronico, un basso livello di soddisfazione rispetto alla propria vita, sintomi depressivi, ansia, cattivi stili di vita che può includere una scarsa capacità di prendersi cura della propria salute, con pesanti ricadute dal punto di vista psicofisico.

Procrastinazione: un tentativo di regolare le emozioni

Considerare la procrastinazione come un tentativo fallace di regolare l’emotività ha dato spunto a interessanti ricerche e considerazioni.
 Ad esempio, uno studio condotto da Eckert e colleghi (Eckert et al, 2016) su un campione di studenti universitari, mostra come acquisire e mettere in pratica strategie focalizzate sull’emozione, che migliorano le capacità di tollerare o modificare gli stati emotivi dolorosi, possa aiutare a ridurre significativamente la tentazione di utilizzare la procrastinazione per regolare lo stato emotivo.

La procrastinazione diventa la strategia di scelta nel momento in cui crediamo di poter raggiungere uno stato emotivo desiderato attraverso l’evitamento, anziché attraverso un’azione finalizzata. 
Ciò avviene spesso anche perché non sempre abbiamo una piena consapevolezza dei desideri che ci guidano e delle aspettative personali e interpersonali, positive o negative, che ci prefiguriamo.

A supporto di questa visione Pychyl e Sirois (2016) affermano che la procrastinazione è un tentativo di regolare l’emotività derivante dalla mancata capacità di vedere continuità tra il sé presente e il sé futuro. Una sorta di prospettiva miope in cui facciamo fatica a mettere a fuoco in maniera benevola un’immagine, una rappresentazione positiva di noi stessi nel futuro.

 In questa prospettiva il lavoro metacognitivo risulta di fondamentale importanza. 
Serve ad aiutare la persona a sbrogliare la matassa e a visualizzare nitidamente quali sono le connessioni, i fili che corrono tra la situazione vissuta, i propri desideri, le aspettative personali e relazionali, le proprie emozioni e i propri comportamenti.

Possiamo offrire al nostro cervello una proposta più allettante rispetto al sollievo dell’evitamento, ovvero una vita in cui possiamo esercitare l’intento di incidere attivamente sulla nostra quotidianità. 
Oltre a comprendere le cause emotive della procrastinazione e provare ad adottare strategie differenti per superare il “blocco”, un altro passo importante è accedere a un sistema di motivazione benevolente nei confronti di noi stessi, in modo da perseguire i desideri con impegno, curiosità, accettazione dei limiti ed entusiasmo, anziché ruminazione e rimorso.

In conclusione

La procrastinazione è un processo “esistenziale” più profondo e complesso di quanto appare, che solleva riflessioni sulla nostra capacità di padroneggiare le azioni, di determinare come investiamo il nostro tempo e come disegniamo il nostro futuro.

Procrastinare ci mette a confronto con la nostra comune condizione di esseri umani, vulnerabili agli stati mentali dolorosi e desiderosi di sentirci felici, a posto con noi stessi e con gli altri, nelle scelte e nelle azioni che compiamo.

Il cambio di assetto mentale sta nell’andare oltre i fantasmi di fallimento e catastrofe che creano sofferenza e che ci spingono alla procrastinazione, verso una prospettiva in cui diamo forma alla nostra giornata, all’esperienza soggettiva, intorno a stati piacevoli in cui ci sentiamo attivi, coinvolti, capaci nello sperimentare azioni coerenti con i nostri desideri e le nostre inclinazioni (Dimaggio et al. 2019).

Assaporare il senso di efficacia, anche nel superare gli ostacoli e abbandonare la paura. Sentirci finalmente liberi di telefonare e prendere quell’appuntamento, inviare l’e-mail che da mesi conserviamo nelle bozze, iniziare il corso che ci incuriosisce da tempo, inserire la nuova strofa nella nostra canzone, mettere il punto finale al nostro nuovo articolo.

Anoressia nervosa: disturbo metabolico oltre che psicologico

I risultati del recente studio di Watson e colleghi, di cui parlerà il seguente articolo, hanno susicitato un notevole impatto mediatico. Qualche giorno fa la redazione di State of Mind ha pubblicato un altro articolo sull’argomento, in cui l’autore, il Dott. Riccardo Dalle Grave, uno dei maggiori esperti in Italia di Disturbi Alimentari, riporta un’interessante riflessione sui risultati dello studio. 

 

Una nuova definizione e riconcettualizzazione dell’ anoressia nervosa come disturbo ibrido psicologico-metabolico arriva dalla ricerca genetica, attraverso uno studio condotto su larga scala su una popolazione clinica proveniente da tutto il mondo, che ha visto il contributo di più di 100 istituzioni dal Karolinska Institutet svedese fino al Berghofer Queensland Institute for Medical Research australiano, passando anche per alcuni nostri centri clinici italiani di eccellenza.

 

Fino a questo momento la ricerca nell’ambito dell’ anoressia nervosa si è prevalentemente concentrata sui suoi meccanismi e aspetti psicopatologici, in particolare quelli che sembrano condurre gli individui che ne soffrono a smettere di alimentarsi e ad andare alla ricerca del peso “ideale” e della magrezza “perfetta”.

Tuttavia vi sono numerose evidenze tra cui quelle messe in luce da Watson e Bulik (2013) che sottolineano come il concentrarsi prevalentemente sugli aspetti psicologici legati a questo disturbo dell’alimentazione non sia sufficiente alla sua risoluzione; infatti, nonostante i numerosi interventi psicologici e terapeutici, le terapie farmacologiche e alimentari, questi pazienti continuano a presentare nel corso della loro vita sintomi residuali che possono ricondurre gli individui a restringere nuovamente l’alimentazione e l’introito calorico e a ricadere nel circolo vizioso della malattia fino alla pericolosa perdita di peso corporeo.

A parere di Cyntia Bulik, supervisore dello studio insieme a Gerome Breen, l’errore più grave fatto fin qui nella ricerca in questo ambito risiederebbe proprio nell’aver considerato l’ anoressia nervosa meramente un disturbo psicologico senza porre sufficiente attenzione ai suoi aspetti e alle sue variabili genetiche e alle sue sfaccettature mediche-metaboliche per il suo esordio e mantenimento.

Lo studio

Combinando i dati provenienti da quasi 17 mila casi clinici di tutto il mondo, provenienti dall’Anorexia Nervosa Genetics Initiative (ANGI) e dall’Eating Disorders Working Group of the Psychiatric Genomics Consortium (PGC-ED) – per i quali si rimanda ai link sottostanti in bibliografia per ulteriori approfondimenti – confrontati con circa 55 mila controlli, lo studio genetico sopramenzionato, recentemente pubblicato su Nature Genetics, ha indagato le anormalità metaboliche presenti nell’ anoressia nervosa mostrando come queste potrebbero determinare e favorire il mantenimento del disturbo anziché essere solo un effetto conseguente all’inedia autoindotta (Watson, Yilmaz, Bulik et al., 2019).

Tramite analisi genetiche multiple molto raffinate e complesse, la ricerca ha evidenziato un’associazione significativa tra l’ anoressia nervosa e otto loci in specifici geni che a loro volta codificano per la produzione di differenti proteine, rafforzando e completando l’ipotesi, già presente nel precedente studio di Yilmaz e colleghi (2017), della presenza di una caratterizzazione metabolica nell’ anoressia nervosa.

In particolare tale caratterizzazione metabolica è stata rilevata da una robusta sovrapposizione tra i geni apparsi specifici per l’ereditabilità dell’ anoressia nervosa (Hardaway et al., 2015) e alcuni tratti genetici di tipo metabolico legati all’insulinoresistenza, alla glicemia e ai trigliceridi, e di tipo antropometrico che regolano la percentuale di massa grassa nel corpo e la circonferenza addominale, indipendentemente dagli effetti delle variazioni che si riscontravano nel BMI del gruppo clinico; ciò a dimostrazione del fatto che un basso BMI, cioè un indice di massa corporea al di sotto dei range di normalità, da sempre considerato una conseguenza della dispercezione corporea e del desiderio di magrezza caratterizzanti l’ anoressia, possa essere anche il frutto di una disregolazione metabolica a monte.

Secondo gli autori, in questo ultimo dato risiederebbe la ragione per cui in alcuni individui non si verificherebbe un ripristino normale e un mantenimento a lungo termine del peso corporeo nonostante l’interruzione della restrizione alimentare e il ritorno ad un giusto apporto calorico secondo struttura corporea, genere ed età (Watson, Yilmaz, Bulik et al., 2019).

In aggiunta, le analisi genetiche hanno evidenziato anche una forte sovrapposizione tra i geni dell’ anoressia nervosa e quelli associati ad altri disturbi psichiatrici come il disturbo ossessivo-compulsivo, spesso osservato in comorbilità con quello dell’alimentazione, la schizofrenia e il disturbo depressivo maggiore, oltre che un’influenza di queste basi genetiche nell’attività fisica.

Questo spiegherebbe l’iperattività motoria spesso manifestata dagli individui con anoressia nervosa per evitare l’aumento di peso.

In conclusione

Date le forti associazioni tra le sue basi genetiche e alcuni tratti metabolici e antropometrici, i risultati, ottenuti da un campione clinico così ampio e dettagliato, incoraggiano a considerare l’ anoressia nervosa un disturbo ibrido sia di natura metabolica che psicologica, in particolar modo quando ci si ritrova ad avere a che fare con i suoi fattori di rischio e di mantenimento e successivamente quando ci si trova a trattarla clinicamente (Watson, Yilmaz, Bulik et al., 2019).

Le alterazioni metaboliche che si ravvedono in questa tipologia di pazienti infatti non sarebbero soltanto frutto del sottopeso e di un basso indice di massa corporea; pertanto da questo momento in poi esse andranno esaminate e valutate come fattori concorrenti all’esordio e al perpetuarsi nel tempo di questo disturbo multifattoriale.

Nella borsa del dottorando: quali implicazioni psicologiche per chi sceglie la carriera accademica?

I PhD (philosophiæ doctor) students, o dottorandi, sono giovani ricercatori che investono tre o quattro anni nell’approfondimento di specifici temi. Sono persone che, terminato il percorso universitario, trasformano la loro “sete di conoscenza” in un’occupazione.

 

I PhD (philosophiæ doctor) students, o dottorandi, sono giovani ricercatori che investono tre o quattro anni nell’approfondimento di specifici temi in ambito scientifico. Si tratta di laureati con background formativo di diversa natura, dagli ingegneri, ai medici fino a discipline più umanistiche come le scienze sociali, la filosofia e la letteratura. Sono, comunque, persone che, terminato il percorso universitario, trasformano la loro “sete di conoscenza” in un’occupazione.

La scelta del dottorato e le implicazioni psicologiche

Quali sono, quindi, le implicazioni psicologiche di questo percorso di carriera? Questo panorama, ha suscitato l’interesse di sociologi, psicologi ed economisti, i quali, partendo dalle statistiche, hanno iniziato a studiare i dottorandi, con delle “ricerche nelle ricerche”. In particolare, una ricerca belga del 2017, pubblicata su Research Policy, ha studiato la relazione tra carriera accademica e salute mentale dei dottorandi (Levecquea et al., 2017). Nello specifico, sono stati coinvolti 3600 dottorandi belgi di tutte le discipline ed è emerso che, indipendentemente dalla formazione, un terzo del campione presentava un elevato rischio di sviluppare, soprattutto, depressione.

Nello specifico, nella ricerca è stato somministrato il General Health Questionnaire-GHQ, strumento impiegato comunemente per rivelare possibili problemi psicologici. Dai risultati è emerso che più del 50% del campione presentava almeno due sintomi, il 40% ne dichiarava tre e circa il 30% segnalava quattro sintomi.

I sintomi rintracciati e che costituiscono la “depressione da dottorato” sono:

  1. il sentirsi costantemente sotto pressione,
  2. l’infelicità,
  3. problemi del sonno legati a preoccupazioni di diversa natura,
  4. il sentirsi incapaci di superare le difficoltà e di godersi le attività quotidiane.

Nonostante ciò, non ci sono altri studi a conferma di questo dato, in quanto la maggior parte dei risultati mostra una correlazione con stress e stati di ansia, indentificati principalmente come preoccupazione per il futuro, a causa della mancanza di prospettive. In particolar modo, i risultati dello studio sul rapporto tra dottorato e salute mentale non possono essere generalizzabili, in quanto il campione di partecipanti coinvolto era belga.

Un dato rilevante è che si registra, anche, l’assenza, nelle università stesse, di figure professionali che si occupino di sostenere le Risorse Umane nell’impiego futuro o, semplicemente, di accogliere difficoltà e bisogni individuali e collettivi. Alcune strategie, già presenti all’interno dei Social Network, utili a sdrammatizzare le pratiche di significato comuni legate al dottorato, sono le pagine umoristiche internazionali, nelle quali ogni dottorando si riconosce. Queste pagine, come molte comunità virtuali, hanno quasi una funzione di “mutuo-aiuto”, in quanto, grazie alla condivisione, è possibile sentirsi meno soli.

I vestiti nuovi di Narciso

Il feticcio è qualcosa di tanto attuale quanto lo era nel passato o lo è ancora tra africani e guineani primitivi. Interroghiamo di continuo i nostri nuovi oracoli hi tech e a loro chiediamo di rispecchiarci e di dirci chi siamo e quanto valiamo, senza accorgerci però del rischio che questi feticci e oracoli ci superino e sfuggano al nostro controllo.

 

Popoli lontani non in contatto tra loro e allo stesso stato di sviluppo socio-culturale, tendono ad avere stesse credenze e stessi culti. Esistono oggetti e soggetti ai quali attribuiamo qualità fantastiche, che divengono quasi oggetto di adorazione e culto e s’impongono alla mente come idee ossessive. Oggetti inanimati come i talismani e gli amuleti erano usati per allontanare le paure e le angosce e spedirle altrove, ma anche per simbolizzare e rappresentare eventi della natura che non trovano una spiegazione razionale.

L’uomo tenta, attraverso l’uso di idoli e amuleti, di cambiare una realtà spiacevole sostituendola con un oggetto che ha lo scopo di soddisfare desideri e bisogni. Il feticcio è definito dal valore che gli è conferito da chi lo usa, e per questo spesso arriva ad alienare il soggetto e a possederlo.

Costruiamo oggi come allora i nostri feticci e oracoli che diventano vivi e autonomi, che ci superano e sfuggono al nostro controllo. Interroghiamo di continuo i nostri nuovi oracoli hi tech, come facevano africani e guineani primitivi, a loro chiediamo di rispecchiarci e di dirci chi siamo e quanto valiamo.

Gli oggetti diventano soggetti con un valore proprio e violano il confine fra se stessi e l’oggetto, il piano reale e quello fantastico si mescolano e insieme rimandano a qualcosa che non può essere mai posseduto, un desiderio in divenire che non sarà mai soddisfatto.

Talismani, oracoli e amuleti: quale valore hanno nella società moderna?

Il feticcio ci appare come gratificante, come una soluzione, diviene oggetto di un’illusione di felicità. Sotto il potere del feticcio iniziamo a trattare le illusioni come realtà e ad organizzare la nostra vita in base ad esse.

Meglio non illudersi troppo di essere completamente padroni delle proprie costruzioni mentali. Il feticcio sembra imbrogliare, manipolare, turbare e superare il soggetto che crede di usarlo, inizia a caratterizzare le relazioni e a definirle, diviene uno specchio che restituisce all’uomo un’immagine della sua identità, legata a ciò che possiede.

L’uomo economico alla distanza è battuto dal feticcio-merce, lo domina e lo sottomette al suo stesso progetto di produzione ottimizzata. Gli altri al pari degli oggetti divengono dei tramiti per arrivare in fondo al proprio progetto, per soddisfare i propri desideri, ma mai completamente.

Anche le relazioni diventano merci da consumare, l’uomo economico regola il contatto e la vicinanza con i suoi simili in base al suo desiderio, gli altri non devono essere troppo vicini altrimenti potrebbero servirsi dell’intimità acquisita per dominare, né troppo lontani da non poter essere controllati.

In questo stato sospeso l’uomo economico è costretto al consumo per avere un minimo di sollievo dalla sua infelicità di fondo, allora si cambia di abito e cerca un nuovo qualcuno che gli tenga lo specchio.

La solitudine, fonte di benessere ma di altrettanta patologia

Alcuni studi suggeriscono che la solitudine è un vissuto essenziale nel determinare l’attivazione dell’individuo e la ricerca della socialità. L’assenza reiterata di stimolazione alla socialità, un rischio più che mai concreto nella società attuale, potrebbe condurre a comportamenti ansiosi e depressivi.

 

Seneca ci tramanda “La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”, il nostro più recente Schopenhauer scrive “Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi”. Sin da quando ne abbiamo traccia scritta, le riflessioni dei grandi pensatori si sono soffermate sulla condizione della solitudine / compagnia che segue l’umana condizione da sempre.

Ci sono diversi modi di vivere la solitudine, ne diventa criterio determinante il contesto, l’esperienza soggettiva, può quindi avere connotazioni positive, costruttive o al contrario connotare uno stato negativo, di disperazione. La solitudine evoca aspetti contraddittori: il restare piacevolmente con se stessi, rifugiandosi nel proprio intimo o altresì vivere l’abbandono altrui e quindi la condizione di isolamento/esclusione sociale.

A prescindere da queste connotazioni opposte, positivo vs. negativo, è uno stato fisico, interiore quanto inevitabilmente perturbante. Tale condizione è stata scarsamente studiata dalle ricerche specifiche ma aleggia negli scritti più importanti dell’ultimo secolo, da Freud a Fromm-Reichmann, Tillich, Rank, et Alii. Si tratta, perciò, di una forzatura se lo connotassimo come fenomeno tipico delle nuove generazioni, o frutto di una globalizzazione tecnologica, oppure un fenomeno del nuovo millennio sopraggiunto con l’avvento delle nuove tecnologie.

Etimologicamente il termine solitudine riporta al termine “separare”, composta da “se”: divisione e “parare”: parto. Perciò il termine ci riporta alla separazione del neonato dalla madre, con la conseguente perdita dello stato simbiotico di due essere viventi in un solo corpo, uno nutre il copro dell’altro e questo lo spirito del primo. Il termine stesso ricorda all’individuo la perdita subita per poter sopravvivere, per entrare nell’esistenza, la condizione necessaria è la perdita del duo e l’acquisizione della condizione di solitudine.

Alcune ricerche sociologiche italiane, tra cui quella citata dal Corriere della sera (2008) o dall’ Avvenire (2018), riportano i dati allarmanti in cui 3 milioni di persone dichiarano di non avere una rete amicale o di sostegno. Se si osservano i censimenti degli ultimi 40 anni italiani, il numero di persone sole è cresciuto esponenzialmente, per l’invecchiamento della popolazione, il minor numero di figli nati, legami sentimentali liquidi come li chiamerebbe Bauman.

La solitudine dei nostri tempi nei giovani

La solitudine oltre che un vissuto intrinseco all’esistenza umana, oggi diviene sempre di più una condizione sociale. Cosa è accaduto quindi alla nostra società? Abbiamo assistito ad un processo di indipendenza individuale sempre più imponente con l’avvento della globalizzazione, l’indipendenza fonte di solitudine e la globalizzazione che ci connette ad una sempre più ampia fetta di umanità: due fenomeni in netto contrasto. Allo stesso tempo la quotidianità ci spinge a ottimizzare i tempi ad essere sempre più autonomi, indipendenti, quindi è necessario mantenere questo status, giostrando le nostre vite tra i diversi impegni, diversivi e ruoli. Le relazioni, le associazioni diventano di breve durata, superficiali, per entrare in una relazione profonda e duratura ci vuole tempo ed energia, e questo non è possibile: bisogna ottimizzare il tempo e le energie per stare al passo. La solitudine invade anche gli “insospettabili”, coloro i quali hanno tante relazioni, sono presenti in diversi gruppi social e hanno milioni di Followers.

Si tende ad affidare i propri pensieri, le proprie parole e i propri rapporti umani a strumenti capaci di raggiungere un pubblico sempre più ampio: telefonini, pc, tablet. La comunicazione perde di contatto fisico, divenendo una finta comunicazione che favorisce l’isolamento in quanto aiuta a perdere la capacità di sostenere un reale rapporto con l’altro da sé.

Il periodo della vita maggiormente a rischio in questo panorama in costante mutamento e quindi per nulla solido è l’età adolescenziale, momento dell’esistenza di passaggio, in cui si passa da una condizione di infantile illusione alla realtà responsabilizzante dell’adulto, per fare questo passaggio sono necessari elementi di stabilità e solidità che portino alla formazione di una personalità adulta e matura. Cosa che diviene sempre più complessa in un contesto socio-economico e affettivo in continuo mutamento, le famiglie perdono il ruolo di guida, in quanto rese fragili dai mutamenti sociali, dalle separazioni, dalle assenze, dai divorzi, dalle carenze nella comunicazione e nel dialogo.

In questo panorama che colpisce giovani e meno giovani, l’oggetto diviene il surrogato privilegiato di un appagamento illusorio della propria solidità, infatti va a sostituire l’affettività, l’autostima, la realizzazione: io sono ciò che ho!

Viene sempre meno il tempo da dedicare alla cura e alle attenzioni all’interno della famiglia, non si ha più tempo per le relazioni, deprivando i giovani esseri umani delle basi sulle quali costruire la propria identità, lasciandoli, perciò facili prede dei mass media, delle mode, deli gruppi social e del virtuale portando l’individuo ad un isolamento sempre più profondo, in quanto non si sceglie di restare soli, non si sceglie la condizione di solitudine ma diviene obbligata, non si posseggono gli strumenti per evitarla, sprofondando in un virtuale di relazioni intrecciate superficiali e numericamente spaventose, verso un reale isolamento sempre più profondo e immodificabile.

Anis mette in guardia dagli attacchi alla democrazia, raggiunta con tanti sacrifici umani, mettendo sul banco degli imputati internet, il web e i grandi Data come Microsoft, Apple, Facebook, Amazon, Whatsapp, Twitter, Google et alii. Reclama gli spazi di confronto e dialogo, usurpati dal web, il quale promuove l’autoreferenzialità, prediligendo l’odio verso opinioni e stili diversi, “hate speech”: parole violente come spari. La democrazia, la libertà di opinione rischiano di essere superate da una tecnologia sempre più autoritaria che privilegia velocità e semplificazione a riflessione e tempi. Intendiamo in questo senso la democrazia di Anis nel nostro contesto, come un bene collettivo fatto di relazioni e umanità.

Solitudine epifenomeno della salute mentale

Secondo studi oramai consolidati dalla ricerca, la solitudine influenza l’attivazione dei neuroni dopaminergici e serotoninergici, che sono alla base del nostro benessere emotivo. L’uomo preistorico aveva necessità di affiliarsi in gruppi di umani per sopravvivere, assicurando protezione per sé e la prole. Il cervello è settato ancora su quelle frequenze, se l’uomo vuole sopravvivere deve avvalersi della protezione e del sostegno di altri umani, è un meccanismo biologico che conduce l’individuo a cercare relazioni sociali. Come si è visto in precedenza, la solitudine è un vissuto naturale nell’esperienza umana ma se diviene uno stato cronico può portare a stati depressivi, disturbi post-traumatici da stress, ansia, panico, aspetti correlati alla salute mentale.

Alcuni studi si sono concentrati sui meccanismi dei neuroni dopaminergici e serotoninergici nella regione del cervello denominata nucleo del rafe dorsale in correlazione alla socialità/isolamento dei topi. Tali studi conducono ad osservare come la solitudine sia essenziale come vissuto nell’attivazione del meccanismo di ricerca della socialità, e come di per sé non conduca a comportamenti negativi, ma l’assenza reiterata di stimolazione alla socialità conduce a comportamenti ansiosi e depressivi.

Ne deduciamo che l’essere umano oscilla tra stati di solitudine e ricerca di contatti sociali, infatti l’uomo nasce dipendente dal cargiver, generalmente la madre che accudisce il nascituro, e resta dipendente dai bisogni primari, quindi cibo, riproduzione, ristoro, l’uomo in modo illusorio si sente un essere libero. Nel panorama odierno in cui si costringe alla solitudine, attraverso un vuoto affettivo e relazionale, come abbiamo citato in precedenza, in cui l’oggetto diviene il surrogato del proprio sé non ci stupirà se il fenomeno della dipendenza associata ad una cronicizzazione del vissuto della solitudine producono fenomeni patologici quali depressioni, dipendenze patologiche, new addiction, disturbi dell’umore (Rimandiamo agli specifici studi sulla depressione e la solitudine in correlazione all’abuso di internet: Bessiere, 2010; Young & Rogers, 1998; Kotikalapudiet et al., 2012; Costigan et al., 2013; Rauch et al., 2013).

A questo proposito la panoramica del fenomeno della dipendenza patologica prende diverse forme, identificandosi in “oggetti surrogati” differenti al fine di colmare quel vuoto esistenziale, il vuoto relazionale e affettivo, a colmare una solitudine che deriva dagli standard sempre più elevati richiesti dal mondo esterno, dal bipolarismo del tutto o niente. I giovani adolescenti del nuovo millennio posseggono tutto e troppo, dal cibo, agli oggetti tecnologici, all’abbigliamento sempre più alla moda, in un palmo raggiungono qualsiasi informazione, luogo, persona, tutto questo senza essere in grado di esprimere la propria volontà ed identità.

Tutti questi sono fattori che contribuiscono all’insinuarsi di patologie gravi che deteriorano la qualità della vita dell’individuo e della società poi. Ecco l’insinuarsi dei disturbi alimentari che mentre nel ventennio precedente assumeva un allarme per le tendenze di deprivazione al cibo, oggi vira nell’esatto opposto l’eccesso di cibo, le dipendenze, che venivano vissute come comportamenti trasgressivi all’interno di specifici gruppi devianti oggi si trasformano in dipendenze “condivise” dalla maggioranza della popolazione giovanile, vedasi tutte quelle relative alle tecnologie.

Il vero allarme, quindi non è nella solitudine di per sé che è un esperienza umana come altre, ma se quell’esperienza non viene supportata da strumenti adeguati diventa un evento traumatico, temuto, evitato e infine subito.

Come la bassa autostima fa vivere con rimpianto i sacrifici fatti per il proprio partner

Alcuni autori hanno affermato che uno dei motivi possibili di questa associazione, possa essere dato dal fatto che le persone con una bassa autostima tendono a valutare il proprio partner poco supportivo e questo farebbe in modo che si pentano di aver investito troppo nella loro relazione.

 

Un recente studio ha evidenziato come le persone aventi una bassa autostima siano maggiormente propense a pentirsi dei sacrifici fatti per la propria relazione di coppia. Alcuni autori hanno affermato che uno dei motivi possibili di questa associazione, possa essere dato dal fatto che le persone con una bassa autostima tendono a valutare il proprio partner poco supportivo e questo farebbe in modo che si pentano di aver investito troppo nella loro relazione.

Lo studio

I partecipanti (N=260), 130 coppie olandesi reclutate online, sono state incentivate alla partecipazione dello studio con una piccola somma di denaro. La procedura dello studio era struttutrato in tre principali momenti: una sessione iniziale di laboratorio per la compilazione di alcuni questionari che valutavano l’autostima, lo stile di attaccamento, la scala di soddisfazione della relazione e della vita e la frequenza dei sacrifici fatti per il proprio partner; la seconda parte dello studio prevedeva che i partecipanti per otto giorni, ogni due ore, monitorassero i loro stati d’animo, i livelli di stress e la presenza di sacrifici effettuati per il loro partner nell’ora precedente, oppure la presenza di rimpianti per sacrifici fatti in momenti precedenti. Ogni sera, alla fine della giornata, i partecipanti dovevano scrivere un diario relativo a sentimenti, alla percezione di supporto da parte del partner, ai sacrifici e rimpianti vissuti nell’arco della giornata; il terzo ed ultimo momento, un follow up, ad un anno, chiedeva ai partecipanti di rispondere ad alcune domande che indagavano il livello di soddisfazione della loro vita attuale.

Da questo studio è emerso che le persone con bassa autostima possono essere più inclini a percepire il proprio partner come meno supportivo, rispetto a chi possiede un’ autostima più alta. Questo può correlarsi al fatto che le persone con un’ autostima carente possano rimpiangere maggiormente i sacrifici fatti per il proprio partner, considerandolo appunto come non riconoscente.

Il rimpianto dei sacrifici influenzerebbe, a sua volta, il loro umore, con un minor livello di soddisfazione per la vita e maggior malessere. Il follow up ad un anno ha permesso di valutare quanto la bassa autostima insieme al rimpianto per il sacrificio, inficino il benessere generale del soggetto. La presente ricerca aiuta a comprendere le difficoltà relazionali che le persone con bassa autostima sperimentano.

La natura cross sectional dello studio non permette di presupporre delle relazioni di causa ed effetto, ma soltanto di tipo correlazionale. Di conseguenza, i fattori che potrebbero aver scaturito rimpianto, per i sacrifici di coppia, nelle persone con scarsa autostima, potrebbero essere molteplici e non essere stati considerati in questo studio.

L’anoressia nervosa è una malattia metabolico-psichiatrica?

Un recente articolo pubblicato su Nature Genetics, che ha avuto molto risalto sui media internazionali e nazionali, ha identificato otto loci genetici associati con l’ anoressia nervosa che sono stati correlati con altri loci genetici che influenzano il rischio di cinque categorie di tratti (psichiatrici e personalità, attività fisica, tratti antropometrici, tratti metabolici, scolarità).

 

L’ anoressia nervosa è una malattia complessa che colpisce lo 0,9-4% delle donne e lo 0,3% degli uomini (Hudson, Hiripi, Pope, & Kessler, 2007; Keski-Rahkonen & Mustelin, 2016; Micali et al., 2017). Sebbene negli ultimi anni siano stati sviluppati trattamenti evidence-based promettenti per l’ anoressia nervosa, l’esito delle cure è ancora spesso insoddisfacente (Watson & Bulik, 2013) e il disturbo continua ad avere uno dei più alti tassi di mortalità di qualsiasi altra malattia psichiatrica (Arcelus, Mitchell, Wales, & Nielsen, 2011).

Le cause dell’ anoressia nervosa sono ancora sconosciute, ma gli studi sui gemelli indicano che abbia un’ereditabilità compresa attorno al 50% (Yilmaz, Hardaway, & Bulik, 2015). Questo significa che lo sviluppo dell’ anoressia nervosa sembra dipendere per il 50% circa da fattori genetici e per un altro 50% circa da fattori ambientali. Purtroppo, si conoscono ancora poco sia i fattori genetici e ambientali coinvolti sia come essi interagiscano tra loro.

Anoressia nervosa e genetica: uno studio di associazione genome-wide

Un recente articolo pubblicato su Nature Genetics, che ha avuto molto risalto sui media internazionali e nazionali, ha riportato i dati di un studio di associazione genome-wide (in inglese genome-wide association study, o GWAS) su 16.992 casi di anoressia nervosa e 55,525 controlli con antenati europei provenienti da 17 Paesi incluso l’Italia, che ha combinato i dati dell’ Anorexia Nervosa Genetics Initiative (ANGI) (Thornton et al., 2018) con quelli del Psychiatric Genomics Consortium (PGC-ED) (Watson et al., 2019). Ricordo che il GWAS è uno studio del genoma eseguito senza alcune assunzioni a priori che può aiutare a identificare delle regioni del genoma che potrebbero contenere geni che aumentano o diminuiscono il rischio di anoressia nervosa.

Lo studio ha identificato otto loci genetici associati con l’ anoressia nervosa che sono stati correlati con altri loci genetici che influenzano il rischio di cinque categorie di tratti (psichiatrici e personalità, attività fisica, tratti antropometrici, tratti metabolici, scolarità). L’analisi statistica ha trovato:

  1. correlazioni genetiche significative con altri disturbi psichiatrici come il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo depressivo maggiore, l’ ansia e la schizofrenia;
  2. correlazioni genetiche negative con tratti metabolici (diabete di tipo 2, insulinemia a digiuno, leptina, ma una correlazione positiva con HDL colesterolo) e antropometrici (massa grassa, massa magra, indice di massa corporea – IMC, obesità) che persistono, anche se attenuate, covariando per l’IMC. Ulteriori analisi statistiche (randomizzazione mendeliana – GSMR) hanno trovato una relazione causale bidirezionale tra aumentato rischio di basso IMC e anoressia nervosa (sebbene la direzione tra anoressia nervosa e basso BMI abbia una bassa potenza statistica);
  3. correlazioni genetiche positive con i livelli di attività fisica

Gli autori, commentando i risultati, hanno concluso che l’architettura genetica dell’ anoressia nervosa rispecchia la sua presentazione clinica, mostrando delle correlazioni genetiche significative con disturbi psichiatrici, attività fisica e tratti metabolici-antropometrici, indipendenti dall’IMC. Questi risultati, hanno aggiunto gli autori, incoraggiano a riconcettualizzare l’ anoressia nervosa come un disturbo metabolico-psichiatrico e sottolineano che comprendere meglio la componente metabolica dovrebbe essere una priorità della ricerca futura, mentre prestare attenzione sia alla componente psichiatrica sia a quella metabolica potrebbe essere la chiave per migliorare i risultati del trattamento.

Commento

Non c’è dubbio che lo studio pubblicato su Nature Genetics sia molto importante perché rappresenta lo stato dell’arte per studiare i fattori di rischio genetici dell’ anoressia nervosa. I risultati però, sebbene siano interessanti, sono correlazionali e non possono, per la loro natura, provare che i fattori metabolici siano coinvolti nelle cause dell’ anoressia nervosa. Va anche detto che la metodica GWAS, basandosi su un numero elevatissimo di test statistici svolti, presenta un potenziale senza precedenti di risultati falsi positivi; in questo studio per esempio il locus genetico identificato nel cromosoma 12 dal precedente GWAS dell’ anoressia nervosa (Duncan et al., 2017) non ha raggiunto una significatività genoma-wide. L’identificazione di questi loci genetici potrebbe, comunque, aiutare a scoprire dei geni coinvolti nell’ anoressia nervosa e forse in futuro permettere ai farmacogenetisti di sviluppare nuovi potenziali trattamenti.

In conclusione, si può affermare che questo studio ha fatto un piccolo ma importante passo nella comprensione dei fattori di rischio genetici dell’ anoressia nervosa e che, con l’aumento della numerosità del campione, probabilmente si scopriranno altre decine o centinaia di loci genetici associati a questo disturbo. Siamo però ancora molto lontani dall’avere una comprensione dell’eziologia dell’ anoressia nervosa e non è corretto affermare, come riportato in modo sensazionalistico dai media, che è stata scoperta l’origine genetica di questo disturbo e che presto avremo dei farmaci per curarlo. Per il momento gli unici trattamenti disponibili evidence-based sono quelli psicologici e ad essi è consigliabile affidarsi.

Parlare di sesso agli adolescenti: come il rapporto con i genitori influenza la vita sessuale dei giovani adulti

In letteratura numerosi studi hanno cercato di chiarire il ruolo di fattori ambientali e sociali nell’influenzare il comportamento dei giovani nella fase di sviluppo della sessualità, riservando particolare attenzione all’ambiente familiare, che generalmente rappresenta la base formativa dell’individuo e ne influenza lo sviluppo futuro..

 

I cambiamenti che hanno interessato le nostre società hanno radicalmente modificato il momento dell’ingresso nell’età adulta e nella vita sessuale dei giovani: l’allungamento dell’aspettativa di vita, così come l’accesso all’istruzione, una qualità di vita superiore e la tensione verso una parità maggiore tra i sessi, hanno consentito di ritardare l’imperativo del matrimonio come unico fattore emancipante, permettendo un periodo transitorio ed esplorativo più lungo, spesso accompagnato da un maggior numero di partner sessuali nel tempo, da ultimo ritardando l’età media al momento del matrimonio (Halpern & Kaestle, 2014).

Tuttavia, una maggior quantità di partner sessuali può rappresentare un rischio in termini di esposizione ad eventuali malattie sessualmente trasmissibili (Epstein et al., 2014; Faber et al., 2011; Vardas et al., 2011; Vasilenko, Kugler, Butera & Lanza, 2015), così come comportare ricadute emotive importanti nel momento di interruzione della relazione.

La letteratura scientifica si è già occupata di dimostrare come vi siano fattori ambientali e sociali capaci di influenzare il comportamento del giovane adulto in questa fase, riservando particolare attenzione all’ambiente familiare, che generalmente rappresenta la base formativa dell’individuo e ne influenza lo sviluppo futuro. In tal senso alcune variabili interessanti possono essere ad esempio la struttura familiare (Boislard & Poulin, 2011; Zito & De Coster, 2016), il livello di istruzione parentale (White & Warner, 2015) e  la religiosità dei genitori (Manlove, Logan, Moore & Ikramullah, 2008). In particolare, una buona relazione con i genitori è stata identificata come un fattore protettivo per un esordio sessuale precoce (Miller, Benson & Galbraith, 2001) e per una miglior internalizzazione dei valori trasmessi dai genitori (Sieving et al., 2000; Taris, Semin & Bok, 1998). Tuttavia, risulta essere meno chiaro come tale influenza si modifichi nel tempo, con la progressiva emancipazione dall’ambiente familiare e formazione come individuo autonomo (Sneed et al., 2006).

L’effetto delle variabili genitoriali e familiari sulla sessualità dei giovani

Uno studio di Cheshire, Kaestle & Miyazaki (2019) si è occupato di analizzare i dati di 5.385 soggetti provenienti dal campione originale (N=20.745) del National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health (Add Health), uno studio longitudinale su giovani adulti americani della durata di 13 anni, la cui quarta ondata di rilevazioni ha fornito i dati per questa nuova fase della ricerca: in linea con il trend stabilito dalle rilevazioni precedenti, gli autori prevedevano che la comprovata influenza delle variabili familiari sul comportamento sessuale della progenie sarebbe persistito, sebbene con impatto minore nel tempo.

Oltre a cercare conferma dell’effetto delle variabili genitoriali e familiari, il presente studio ha indagato la natura della comunicazione tra genitori e figli relativamente alla tematica sessuale, in particolare distinguendo tra la frequenza nell’affrontare il discorso, la natura stessa della comunicazione circa il sesso (che può essere neutrale-informativa oppure connotata negativamente) ed il momento in cui tale scambio avvenga, ovvero se esso preceda il primo rapporto sessuale o quando esso sia già avvenuto, in linea con le ricerche di Clawson and Reese-Weber (2003) che hanno riscontrato come una comunicazione avvenuta “in tempo” correlasse con un numero minore di partner sessuali.

Cheshire, Kaestle & Miyazaki (2019) hanno analizzato i dati dei soggetti per ottenere un modello della curva di crescita, secondo la cornice teorica della modellazione lineare gerarchica (Raudenbush & Bryk, 2002), in altre parole quest’analisi ha consentito di prendere un considerazione ad un primo livello (LEVEL 1) i dati totali del campione nelle quattro ondate di osservazione, rendendo conto dell’andamento individuale nel tempo; un secondo livello (LEVEL 2) ha analizzato invece l’impatto delle caratteristiche individuali e familiari sul comportamento mettendo in luce le differenze inter-individuali.

Le medie dei rapporti consumati nelle quattro ondate sono 1.81, 3.07, 6.23 e 12.33 rapporti rispettivamente; a 23 anni, cardine mediano di queste osservazioni, i soggetti avevano avuto in media 4 partner, con un ritmo di acquisizione del 17,4% all’anno, decelerando fino a raggiungere un plateau verso i trent’anni: quindi sebbene il numero dei partner cresca negli anni, il ritmo con cui i soggetti ne fanno esperienza cala con l’avanzare dell’età.

Il sesso dei soggetti esaminati è risultato un fattore determinante sul numero di esperienze nella prima età adulta, infatti le femmine registravano un numero inferiore di partner a 18 anni (13.9% in meno dei ragazzi), 12.5% in meno all’età di 23 anni, per poi calare drammaticamente ad un tasso del 21.7% di esperienze sessuali in meno rispetto ai coetanei maschi all’età di 28 anni. Allo stesso modo anche la maturità fisica del soggetto è stata messa in correlazione con un aumento nelle esperienze sessuali (20,8% in più). L’appartenenza ad un nucleo familiare costituito dai due genitori naturali o adottivi rappresenta un fattore protettivo, costituendo forse un esempio di stabilità genitoriale che scoraggia o non è comunque rappresentativo di uno stile sessuale più esplorativo che richiederebbe un maggior numero di partner. Una spiegazione similare è applicabile ai risultati ottenuti nel valutare l’impatto della religiosità dei genitori sulle esperienze dei giovani, infatti gli adolescenti e giovani adulti provenienti da nuclei praticanti riscontravano un tasso del 7,4% inferiore in ogni fascia d’età rispetto ai coetanei.

L’importanza della comunicazione

La comunicazione riguardo agli argomenti di natura sessuale risulta essere fondamentale nell’influenzare il comportamento dei giovani, tuttavia, i risultati ottenuti sembrano andare contro le intuizioni degli autori, così come le credenze del senso comune: in primo luogo, sembra che in generale, i soggetti che hanno fatto maggiori esperienze sessuali, provengano da quelle famiglie nelle quali si è dedicata maggiore attenzione alla comunicazione riguardo alla tematica sessuale (29.4% di partner in più all’età di 18 anni, fino ad una percentuale del 17.2% all’età di 28 anni). Tuttavia, non dicendo nulla circa la direzionalità di questa correlazione, è plausibile pensare che i genitori dei giovani in questione abbiano deciso di affrontare i discorsi circa il sesso proprio cogliendo i segni della maturità sessuale dei figli, cercando di prepararli per questa fase della loro vita.

Contrariamente a quanto previsto, si è riscontrato che la comunicazione circa le conseguenze negative del sesso non costituisce un fattore predittivo rispetto al numero dei partner con cui si è fatta esperienza e tale influenza rimane costante in tutte le fasce di età analizzate: sembrerebbe quindi che sottolineare le conseguenze negative del sesso sia assolutamente irrilevante, ovviamente non in termini di prevenzione, ma rispetto al numero di partner con cui i figli decideranno di avere rapporti.

La disapprovazione dei genitori circa la condotta sessuale dei figli sembra avere un effetto che varia nel tempo: in adolescenza essa correla con un tasso di partner sessuali del 24.3% inferiore rispetto ai coetanei, a 23 anni questo gap sembra venire rapidamente colmato (10.0% di partner in meno), per finire con l’8.6% di partner in meno a 28 anni. Sembra quindi che dimostrare disapprovazione abbia un effetto su quando i figli si sentiranno liberi di fare le proprie esperienze sessuali più che sul limitarsi o meno nel farle. Allo stesso modo, anche la relazione che intercorre tra la vicinanza con i genitori e il numero di partner sembra variare nel tempo, anche in questo caso risultando più evidente nella fase adolescenziale per poi calare in tarda età adulta (24.9% di partner in meno a 18 anni, 18.0% in meno a 23 anni e mantenendosi relativamente costante a 17.3% di partner in meno a 28 anni).

Per concludere

Sebbene lo studio di Cheshire, Kaestle & Miyazaki (2019) abbia delle limitazioni, una tra tutte quella di non indagare il ruolo di altre fonti che possano costituire dei modelli alternativi d’influenza (e.g. i pari, i media), i risultati ottenuti sembrano indicare che le influenze genitoriali giochino un ruolo rilevante nell’acquisizione dei valori e delle attitudini riguardo al sesso, più che sul numero effettivo di partner con i quali i figli hanno rapporti e tuttavia tale influenza perde di rilevanza nelle varie fasi di crescita, quando nella tarda età adulta i figli acquisicono indipendenza e tende naturalmente a prevalere la costruzione di legami più duraturi nel tempo.

Guidare un braccio robotico con il cervello: la Brain-Computer Interface

L’interfaccia neurale, nota anche con il termine inglese brain-computer interface o BCI, è una macchina che permette una comunicazione diretta e unidirezionale dal cervello ad un dispositivo esterno, non dipendente da nervi periferici o muscoli.

 

Il calcio d’inizio del Campionato Mondiale di Calcio tenutosi in Brasile nel 2014 fu battuto da Juliano Pinto, una persona affetta da paraplegia.

Per questa azione si è servito di un esoscheletro controllato dall’attività elettrica del suo cervello. Juliano aveva collaborato con l’associazione di ricerca no-profit Walk Again Project e insieme ad altri 7 pazienti, si era sottoposto ad un programma di allenamento per imparare ad utilizzare la struttura prostetica. Durante questo periodo i partecipanti avevano esperito vivide sensazioni propriocettive provenienti dalle gambe, che non potevano muovere dal giorno dell’incidente (Cicurel & Nicolelis, 2015).

La Brain Computer Interface per le comunicazioni cervello-dispositivi esterni

L’ interfaccia neurale, nota anche con il termine inglese brain-computer interface o BCI, è una macchina che permette una comunicazione diretta e unidirezionale dal cervello ad un dispositivo esterno, non dipendente da nervi periferici o muscoli. L’elemento centrale è un algoritmo in grado di tradurre automaticamente l’input elettrofisiologico, ad esempio quello proveniente dai sensori dell’elettroencefalografia, in un segnale capace di controllare le apparecchiature a cui è collegato. La BCI è considerata un importante strumento per investigare i principi fisiologici sottostanti le modalità con cui grandi popolazioni di neuroni interagiscono per generare le azioni.

Queste tecniche sono usate oggi per sopperire alla perdita delle funzioni corporee in diversi domini, come deambulazione, manipolazione degli oggetti, comunicazione linguistica ecc… ma, sebbene una tecnologia mirata a restaurare il controllo dei movimenti della mano e del braccio sia una priorità per molti pazienti, le interfacce neurali di questo tipo basate sul segnale EEG sono fra le meno efficaci. Ciò può essere imputato all’alta coordinazione richiesta per produrre azioni manuali complesse, nelle quali è indispensabile un posizionamento molto preciso del braccio robotico.

Interfaccia neurale e puntatore robotico per un nuvo protocollo

Il gruppo di ricerca guidato da Bradley Edelman (2019) ha sviluppato un promettente protocollo che, a differenza dei più usati paradigmi basati su trial discreti (più facili da valutare ed analizzare) nei quali lo scopo è spostare un cursore sull’area bersaglio, utilizza compiti analogici continui e senza limiti di tempo, una modalità più simile a quella della vita di tutti i giorni. Nel programma di allenamento proposto i soggetti dovevano seguire un oggetto in costante movimento sullo schermo usando l’interfaccia neurale collegata ad un puntatore robotico in grado di muoversi su due dimensioni. La traiettoria dell’apparecchio poteva essere guidata a destra e sinistra immaginando di muovere rispettivamente la mano destra o la sinistra, lo spostamento sull’asse verticale era invece controllato dall’immaginazione motoria di entrambe le mani e dalle pause. I ricercatori hanno utilizzato un filtro spaziale chiamato electrophysiological source imaging, il quale utilizza le proprietà elettriche e la geometria della testa e delle connessioni neurali per modulare gli effetti dei campi elettrici e magnetici generati dalle correnti cerebrali, in modo da stimare in modo più accurato l’attività corticale rilevata dai sensori dell’EEG in tempo reale.

Verso nuovi dispositivi neuroprotesici

I risultati mostrano come questo protocollo nel gruppo sperimentale, rispetto al gruppo di controllo allenatosi sul classico paradigma basato su trial discreti, abbia comportato una più veloce acquisizione di controllo neurale flessibile sul cursore, sia in compiti familiari che non. Le strategie scelte dai soggetti nei due gruppi differivano significativamente. I controlli hanno riportato di focalizzarsi più sul compito di imagery che sulla posizione del cursore, cosa impossibile per i task continui, dove era necessaria una costante attenzione visiva per gli aggiustamenti del braccio robotico. La differenza nei risultati può essere spiegata, secondo gli autori, dalla storica legge di Yerkes-Dodson, ovvero la relazione fra l’arousal fisiologico o mentale e le prestazioni che può essere illustrata come una U rovesciata, secondo questa teoria è necessario un livello ottimale di attivazione per una performance ottimale, e ciò cambia in base al compito (Yerkes & Dodson, 1908).

Siamo agli inizi di una scienza in grado di integrare le funzioni di cervello e macchina, le potenzialità in ambiti di ricerca quali ad esempio clinica, realtà virtuale o intelligenza artificiale sono ampissime. Lo sviluppo di protocolli non invasivi di questo tipo può fornire dispositivi neuroprotesici di ultima generazione ad un ampio bacino di utenti. Edelman e colleghi hanno progettato il primo braccio robotico controllabile con la mente capace di eseguire compiti di tracciamento continui, una tecnologia che un giorno potrebbe essere alla portata di tutti, al pari degli smartphone.

L’interazione con gli animali potrebbe ridurre lo stress universitario?

Negli ultimi decenni, gli studenti universitari hanno riportato un livello sempre più crescente di stress, ansia, sintomatologia depressiva e perfino ideazione suicidaria (Bayram & Bilgel, 2008; Keyes et al., 2012).

 

Il peso di tale sintomatologia si ripercuote inevitabilmente sul percorso di studi, con maggiori difficoltà nel portarlo a termine. A tal proposito, numerosi campus universitari statunitensi hanno adottato programmi volti a ridurre lo stress accademico degli studenti attraverso il contatto con gli animali (AVP; animal visitation programs).

Intrerazione con gli animali prima degli esami: lo studio

Questi AVP promuovono un contatto fisico con diverse specie di animali, in prevalenza cani e gatti, che va dai 5 a ai 45 minuti; sono state sperimentate diverse varianti AVP che si adattano a situazioni specifiche (portare i propri animali domestici sul posto di lavoro; organizzare incontri ad hoc con addestratori di cani; ecc..). Tale pratica ha riscosso molto successo e tuttora è in continua crescita ed espansione grazie ai benefici verificabili che apporta all’individuo, con aumento delle emozioni piacevoli, miglioramento del tono dell’umore e riduzione delle emozioni negative legate allo stress (Pendry et al., 2018; Grajfoner et al.,2017).

Il campione (N=249) composto da studenti universitari statunitensi è stato reclutato la settimana precedente agli esami finali, cosicché da assicurare la presenza del fattore stress nei soggetti. I partecipanti hanno compilato un sondaggio demografico e due questionari: il Beck Depression Inventory (1996) per la valutazione della depressione e il Beck Anxiety Inventory (1993) per la valutazione dell’ansia. In seguito, in maniera random, i partecipanti sono stati assegnati a 4 condizioni di trattamento (N= 73, interazione fisica con gli animali; N= 62, osservazione di altre persone che stanno interagendo con gli animali; N=57, osservazione e ascolto di un video sugli animali oggetto della sperimentazione; N= 57, erano in lista d’attesa per l’esperimento). Il giorno stesso della sperimentazione, gli studenti partecipanti hanno raccolto un campione salivare al momento del risveglio, che ha permesso di calcolare il livello basale di cortisolo pre-test. Successivamente, due ulteriori campioni salivari sono stati raccolti a 10 minuti e a 25 minuti dalla conclusione della condizione sperimentale. La scelta delle tempistiche per la raccolta della saliva non è stata casuale, difatti nel momento in cui si viene sottoposti ad uno stressor, il cortisolo si concentra nella saliva circa 25 minuti dopo. Dunque, stando alle tempistiche osservate per la raccolta salivare, gli sperimentatori hanno potuto misurare i livelli di cortisolo all’inizio del trattamento ed alla fine del trattamento.

Meno cortisolo, più emozioni piacevoli con gli animali

I risultati mettono in luce la riduzione dei livelli di cortisolo salivare nei soggetti che hanno preso parte alla condizione di trattamento che prevedeva una interazione a diretto contatto con gli animali per 10 minuti. Mentre, livelli più alti di cortisolo sono stati registrati per le tre restanti condizioni, con livelli di cortisolo leggermente minori nel caso dell’osservazione delle interazioni uomo – animale, rispetto alle due restanti condizioni cliniche. Questi risultati suggeriscono che un contatto diretto, seppur di soli 10 minuti, è in grado di abbassare il livello di stress dell’individuo; allo stesso modo, sebbene in maniera minore, anche l’osservazione e l’ascolto in terza persona di una interazione uomo – animale sembrerebbe agire sui livelli di stress, abbassandoli. Di certo, studi futuri potrebbero approfondire le possibili interazioni di alcune variabili che non sono state contemplate in questo studio, come la frequenza delle strategie di petting, la qualità dell’interazione che si è avuta ed anche il contatto visivo fra uomo e animale. Inoltre, prima di generalizzare i risultati dello studio, è bene ricordare che l’esperimento è stato condotto su un campione di studenti universitari, dunque sarebbe interessante espanderlo ad altri contesti.

In conclusione, i risultati presentati ci suggeriscono come la promozione dell’interazione con gli animali potrebbe rappresentare un aiuto emotivo, fisico e mentale valido per gli studenti universitari particolarmente stressati. Difatti, una riduzione degli ormoni dello stress, a lungo termine, può riportare benefici significativi per la salute sia mentale che fisica degli individui.

 

Aspetti psicologici della diagnosi prenatale

Lo screening prenatale rappresenta solo una parte degli esami che possono essere eseguiti durante la gravidanza e si affiancano agli esami specifici, effettuati solo in casi di rilevato rischio diagnostico. Decidere di eseguire test invasivi durante la gestazione, non è una scelta facile: i genitori si trovano a considerare l’esecuzione di indagini diagnostiche che potrebbero danneggiare il bambino, a vivere uno stato di ansia ed apprensione per la procedura in sé e per i possibili riscontri diagnostici.

Francesca Falco – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

La gravidanza rappresenta un momento di forte cambiamento nella vita della coppia e della donna: il corpo si modifica per fare spazio ad una nuova vita, ci si abitua gradualmente alla presenza di un bambino, che si fa sentire tra movimenti nella pancia e sintomi legati alla gestazione, come mal di schiena, gambe doloranti e frequente minzione, si inizia a pensare al concetto di famiglia, oltre quello di coppia, ed i partner iniziano ad assumersi un nuovo ruolo, che si affiancherà a quello di individuo e di compagno/a, quello del genitore.

Nonostante i numerosi cambiamenti nel corpo e nello stile di vita, il pensiero della futura mamma e del futuro papà è rivolto a creare uno spazio, oltre che fisico, anche psicologico ed affettivo al nuovo membro della famiglia, che tra ecografie e movimenti, inizia a farsi conoscere e ad alimentare un’immagine che nella mente dei futuri genitori si forma pian piano per tutta l’attesa del parto: l’immagine del proprio figlio.

La gravidanza ha una durata indicativa di 40 settimane, che compongono i 9 mesi di attesa, generalmente divisi in trimestri. Ogni fase della gestazione ha le sue peculiarità, che comprendono la fase di sviluppo del bambino, le modificazioni fisiologiche del corpo della mamma e le fasi diagnostiche della gestazione: durante tutto il periodo della gravidanza, infatti, vengono prescritti dei test, che potremmo definire ordinari, che accertano il normale progredire della gestazione e dello sviluppo del bambino e che monitorano la salute della gestante. Questi test sono importanti sia a fini diagnostici sia a fini preventivi in quanto esistono diverse procedure di intervento che permettono, in casi di diagnosi precoce, di intervenire tempestivamente su madre e bambino.

Esistono poi, oltre ai test ordinari, diverse procedure diagnostiche specifiche che vengono prescritte soprattutto quando si sospettano patologie e/o malformazioni del feto o della madre, o in situazioni in cui la gravidanza è considerata “a rischio”, ma si tratta di procedure che potrebbero mettere a rischio la vita del piccolo.

Screening prenatale: quali test e quando farli

Cos’è la diagnosi prenatale? Si tratta di una serie di indagini strumentali e di laboratorio finalizzati a monitorare alcuni aspetti dello sviluppo del bambino dalle prime fasi di vita embrionale alla nascita. Sono considerati test di screening poiché non forniscono una vera e propria diagnosi, ma danno un’indicazione della probabilità che il feto presenti o meno un’alterazione cromosomica, una malformazione congenita o di altre malattie. Lo screening eseguito mese per mese, quindi, consente di monitorare la salute non solo della gestante, ma anche del bambino, fornendo indicazioni su eventuali approfondimenti diagnostici necessari da eseguire solo in condizione di probabilità rilevata o caratteristiche specifiche dei genitori biologici (es. età della madre, familiarità con una determinata anomalia cromosomica, etc.).

Lo screening prenatale rappresenta solo una parte degli esami che possono essere eseguiti durante la gravidanza e si affiancano agli esami specifici, effettuati solo in casi di rilevato rischio diagnostico. A questo proposito, si possono distinguere due grandi categorie di esami prenatali: quelli non invasivi e quelli invasivi.

Del primo gruppo fanno parte tutte quelle procedure sicure al 100% sia per la madre, sia per il bambino, che forniscono una probabilità di presenza di una patologia, malformazione o anomalia cromosomica. Sono i test sui quali si basa la scelta di eseguire eventuali approfondimenti diagnostici di tipo invasivo. Attualmente le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità prevedono l’esecuzione di alcuni test non invasivi per ogni gravidanza:

  • Esami del sangue e delle urine per la gestante, utili ad individuare gruppo sanguigno e fattore Rh, presenza di malattie e infezioni, stato di salute generale della donna. Si eseguono fin dal primo trimestre e possono essere riproposti nei trimestri successivi in caso di rischio diabete (esame della curva glicemica), assenza di immunità per rosolia e toxoplasmosi, sospetta infezione della gestante.
  • Ecografia, effettuata fin dal primo trimestre per confermare la gravidanza, è l’esame che accompagna la gestante ed il suo bambino per tutta la durata della gravidanza. Ad ogni ecografia, vengono effettuate delle misurazioni per confermare o meno il corretto sviluppo del feto e per identificare, eventualmente, la necessità di sottoporre la donna ad ulteriori indagini. Alcune ecografie hanno obiettivi specifici e rappresentano uno specifico strumento di screening, come avviene ad esempio per l’ecografia morfologica o per l’ecocardiografia fetale.

Tra i test invasivi, invece, ci sono una serie di indagini diagnostiche consigliate in maniera mirata a coppie che riportano familiarità per determinate anomalie cromosomiche, che presentano una gravidanza geriatrica (ossia quando la futura mamma ha superato i 35 anni di età), o che hanno ricevuto dallo screening prenatale indicazioni di alto rischio per il feto, e mirano a verificare la presenza di anomalie cromosomiche specifiche. Tra i test invasivi maggiormente diffusi si hanno:

  • Villocentesi: si tratta del prelievo dei villi coriali, che avviene attraverso l’inserimento di un ago nell’addome della gestante, sotto la guida dell’ecografia. Si può eseguire a partire dalla decima settimana e permette l’analisi del DNA fetale.
  • Amniocentesi: prevede il prelievo di liquido amniotico (circa 20cc) attraverso l’inserimento di un ago nell’addome della donna, sotto la guida dell’ecografia, nel quale è possibile trovare cellule del feto. L’analisi di tali cellule permette di individuare il cariotipo del bambino, ossia la presenza di eventuali anomalie cromosomiche. È un test che può essere effettuato durante il quarto mese di gravidanza.
  • Cordocentesi: consiste nel prelievo di sangue del feto attraverso il cordone ombelicale. Essendo uno dei test invasivi più rischiosi per il bambino, viene effettuato solo in casi particolari, come ad esempio l’aver contratto un’infezione grave durante la gravidanza. Il test si effettua a partire dalla sedicesima settimana.

Si tratta di test che comportano un rischio di aborto a causa della procedura di raccolta del materiale biologico da esaminare, per cui necessitano di una buona informazione dei futuri genitori circa i rischi che la procedura comporta. Decidere di eseguire test invasivi durante la gestazione, non è una scelta facile: i genitori si trovano a dover considerare l’esecuzione di indagini diagnostiche che potrebbero danneggiare il bambino, a vivere uno stato di ansia ed apprensione sia per la procedura in sé, sia per i possibili riscontri diagnostici, vivendo così una gravidanza emotivamente difficile.

Alcuni Autori parlano dell’offerta di diagnosi prenatale come di una “decisione non voluta” (Wertz, Fletcher, 1993) che viene rimandata principalmente alla madre, in osservanza del diritto di scelta, ma che rappresenta per loro un vero e proprio momento di difficoltà. Una ricerca di Browner, Preloran e Cox (1999) ha evidenziato come tra le donne appartenenti a minoranze etniche, le ragioni maggiormente adottate nella scelta di procedere con la diagnosi prenatale siano principalmente la possibilità di prepararsi ad un eventuale bambino malato, la speranza di poter intervenire sul bambino, la necessità di essere rassicurate dal medico o di poter ricevere consiglio su come procedere, l’influenza del partner nella decisione e il desiderio di abortire qualora la diagnosi venisse confermata. Altri studi, invece, evidenziano come alla base della decisione di rifiutare la diagnosi prenatale, vi siano sia fattori culturali e religiosi (Righetti, Di Bernardo, Maggino, 2008) sia un elevato investimento nella gravidanza, che si affianca al rifiuto di riconoscere che il feto potrebbe non essere sano (French, Kurczynski, Weaver, Pituch, 1992).

È fondamentale, in quest’ottica, informare attentamente i futuri genitori su pro e contro di ogni accertamento prenatale, analizzando insieme i fattori di rischio, le motivazioni alla base della scelta e le possibili implicazioni. Se da una parte la diagnosi prenatale permette di intervenire tempestivamente su alcune condizioni, dall’altra potrebbe porre la coppia di fronte a decisioni molto più estreme, come dover ricorrere all’aborto a causa di malformazioni del bambino incompatibili con la vita o interventi di chirurgia prenatale, rischiosi anche per la gestante.

Aspetti psicologici delle procedure di diagnosi prenatale

Come precedentemente accennato, il solo sottoporsi ad una procedura diagnostica, invasiva o non invasiva, può rappresentare un motivo di ansia e stress. Alcune ricerche sembrano dimostrare che le donne tendono a provare una maggiore ansia prima del test da effettuare, un maggiore preoccupazione nell’attesa dei risultati ed una diminuzione dell’ansia di fronte all’esito negativo del test (Adler, Keyes, Robertson, 1991). Diversi studi hanno dimostrato come le donne sottoposte a test di diagnosi prenatale mostrino livelli di ansia significativamente più elevati di quelli di donne che non vi si sottopongono (Allison et l., 2011) e che i livelli di stress tendono a scendere con le rassicurazioni dei medici circa un esito negativo o con la spiegazione di interventi possibili per la salute del bambino (Marteau et al., 1989; Sarkar et al.,2006; Sarkar et al.,2008).

L’importanza dello stress e dell’ansia, risiede soprattutto negli effetti che questi possono avere sia sul rischio di parto pretermine, sia sullo sviluppo del feto. Alcuni Autori, infatti, hanno avanzato l’ipotesi per cui lo stress in gravidanza possa causare un parto pretermine: da una parte, potrebbe accadere a causa dei cambiamenti immunologici che lo stress produce nella gestante (Ruiz, Pearson, 1999), dall’altra a causa della maggiore suscettibilità alle infezioni dovuta ai cambiamenti immunologici prodotti dallo stress (Wadhwa et al., 2001). Inoltre, è stato dimostrato come lo stress sia in grado di ridurre i livelli di ormoni progestinici, che supportano la gravidanza, e di aumentare le prostaglandine, responsabili delle contrazioni uterine (Gennaro, Hennessy, 2003; Knackstedt, Hamelman, Arck, 2005).

Inoltre, gli studi dimostrano come l’esposizione del feto allo stress materno rappresenti un fattore di rischio nello sviluppo del bambino. È stata riscontrata una riduzione della formazione di sinapsi nell’ippocampo nei feti sottoposti a stress materno (Hayashi et al., 1998), una maggiore predisposizione ai disturbi mentali, principalmente depressione, ipersensibilità allo stress e difficoltà nella regolazione emotiva (Ruiz, Avant, 2005) e difficoltà temperamentali già a 10 settimane e 7 mesi di età, in bambini che, durante il terzo trimestre di gravidanza, sono stati esposti ad ansia materna (van der Bergh, 1992).

Un altro aspetto importante si riferisce al concetto di gravidanza provvisoria (tentative pregnancy) di Rothman (1986), per cui alcune donne aspettano ad investire emotivamente nella gravidanza fino a quando non sono pronti i risultati del test. È un aspetto molto interessante, poiché sembrerebbe incorporare, all’interno del concetto di maternità, il diritto di abortire, come se, evitando di investire emotivamente sul bambino in arrivo, si conservasse tale diritto, riducendo i rischi psicologici di un lutto prenatale terapeutico. Questo concetto deriva da ricerche che hanno dimostrato come, in alcune donne sottoposte ad amniocentesi, ci fosse la tendenza ad aspettare ad investire affettivamente nella gravidanza fino a quando non ci fosse il responso del test (Adler, Keyes, Robertson, 1991).

La gravidanza provvisoria si riferisce ad un concetto più ampio, che vede nella relazione materno-fetale un importante fattore predittivo: si tratta dell’Attaccamento Prenatale, caratterizzato da una serie di comportamenti che rappresentano interazione e coinvolgimento affettivo da parte della gestante verso il bambino che attende (Cranley, 1981). Questa interazione madre-bambino così precoce, assume notevole importanza in quanto è stato dimostrato che, già a partire dal secondo trimestre di gravidanza, il bambino è in grado di apprendere e di interagire con gli stimoli provenienti dal corpo della madre e dell’ambiente (Righetti, Sette, 2000; Della Vedova, Imbasciati, 2005). L’ipotesi avanzata da Rothman circa la sospensione dell’investimento affettivo, ha trovato riscontro anche nella letteratura scientifica: l’attaccamento prenatale è risultato essere inferiore nelle donne che decidono di sottoporsi a test prenatali invasivi, rispetto a quello rilevato nelle donne che rifiutano tali test (Righetti, Di Bernardo, Maggino, 2008).

Da non sottovalutare è l’aspetto religioso e culturale, che può rappresentare un ostacolo alla presa di decisione delle procedure diagnostiche, poiché si configurano come dogmi assoluti da rispettare: si pensi ad esempio alla fede religiosa, alle posizioni pro vita, alla paura di complicazioni o di poter, tramite le procedure diagnostiche, ferire il bambino. Queste convinzioni, possono ostacolare la consapevolezza della decisione di scegliere o meno una procedura diagnostica (Righetti, Di Bernardo, Maggino, 2008).

I risultati della diagnosi prenatale: le reazioni psicologiche

E se il test è positivo?

Dopo la difficile scelta di approfondire le indagini diagnostiche, i futuri genitori potrebbero trovarsi di fronte al responso di cui avevano tanta paura: la formulazione della diagnosi. In genere questa prevede, accanto alla denominazione del problema e alla sua spiegazione, una serie di possibilità di intervento sul bambino o sulla gravidanza, che vanno dalla terapia farmacologia (ad esempio, in caso di infezioni), alla chirurgia fetale (ad esempio, in casi di malformazioni operabili), all’aborto terapeutico (ad esempio, in caso di gravi malformazioni del feto che lo rendono incompatibile con la vita), all’accettazione incondizionata (ad esempio, in caso di feto affetto da trisomia 21, anomalia cromosomica compatibile con la vita, ma con un elevato numero di patologie in possibile comorbilità).

Ognuna di queste decisioni comporta non solo un momento di grande difficoltà emotiva, ma anche la necessità di prendere una decisione importante alla quale non tutti sono in grado di rispondere. Informare correttamente la coppia, supportarla nella scelta e fornire un adeguato sostegno psicologico, sono aspetti fondamentali della restituzione della diagnosi fetale e della decisione terapeutica che ne consegue.

In un recente studio che indaga l’impatto della diagnosi prenatale sulla coppia, è emerso che il risultato positivo del test provoca forte preoccupazione e shock nei genitori, e che lo stress diminuisce con un servizio di counseling nei giorni immediatamente successivi al responso del test (van der Steen, et al., 2016). Un altro studio ha dimostrato che i genitori che hanno ricevuto diagnosi prenatale di patologia fetale, riportano elevati livelli di ansia e stress al momento del parto, ma che esperiscono anche gratitudine per aver avuto il tempo di imparare di più sulla patologia del proprio figlio (Brosig, 2007).

I livelli di ansia e depressione delle madri che hanno ricevuto diagnosi di anomalie fetali, sono inoltre paragonabili a quelli di pazienti con episodio depressivo maggiore (Leithner et al., 2004).

Conclusioni

Conoscere le possibili implicazioni psicologiche delle procedure diagnostiche e dei risultati che ne conseguono rappresenta un dato importante non solo dal punto di vista scientifico, ma soprattutto dal punto di vista pratico: il susseguirsi di studi sul tema e le scoperte che ne sono scaturite, evidenziano da una parte la necessità di conoscere l’impatto psicologico di queste pratiche non solo per gli psicologi, ma anche e soprattutto per le figure professionali che gravitano intorno alla donna in attesa, dall’altra forniscono numerosi dati sui quali è possibile impostare sia dei programmi di prevenzione della salute psicologica, sia di intervento mirato alle situazioni in cui si manifesta una difficoltà conclamata. Un intervento che integri informazione, sostegno e contenimento emotivo, potrebbe rappresentare un valido strumento di supporto alla coppia in attesa (Righetti, Di Bernardo, Maggino, 2008).

Conoscere questi aspetti dovrebbe avere come diretta conseguenza una serie di servizi mirati da inserire all’interno delle strutture che si occupano della salute della gestante e del bambino. In particolare sarebbe interessante sviluppare:

  • Un programma di supporto della coppia nella fase di screening, che li aiuti a prendere una decisione consapevole, fornendo loro tutte le informazioni necessarie e supportandoli in qualsiasi scelta prendano
  • Un programma di screening psicologico della coppia e della gestante, che focalizzi l’attenzione sugli aspetti psicologici delle decisioni diagnostiche e dell’eventuale diagnosi, mirando a indirizzare chi ne manifesta la necessità ad un professionista della salute psicologica
  • Un programma di intervento psicologico mirato alla coppia e alla donna che, ricevuta la diagnosi, decide di intervenire sul feto o di interrompere la gravidanza
  • Un programma di supporto alla genitorialità e alla coppia che decide di portare a termine la gravidanza, nonostante l’handicap del proprio bambino.

L’auspicio è proprio quello di arrivare a garantire una migliore assistenza psicologica delle gestanti e delle coppie in attesa, al fine di ridurre al minimo il rischio psicopatologico e la sofferenza emotiva in generale sia durante le fasi di screening e di diagnostica, sia dopo l’eventuale esito positivo, mettendoli in condizioni di scegliere nel modo più consapevole possibile come intervenire sul bambino e come, eventualmente, affrontare la loro vita con o senza di lui.

Angry player one: i videogiochi violenti rendono veramente aggressivi?

Nel mondo si stimano 2,3 miliardi di videogiocatori. Lo scopo dell’articolo è quello di fare luce sulla credenza secondo cui i videogiochi violenti possono davvero rendere aggressivo chi ne usufruisce

 

Dal 1975, anno in cui nacque il primo videogioco, questi dispositivi di intrattenimento sono diventati sempre più comuni nelle case dei cittadini di tutto il mondo, evolvendosi di pari passo con il progresso tecnologico e differenziandosi molto dalle loro prime versioni. Non è cambiato soltanto il loro aspetto tecnico ma anche quello ludico: se infatti inizialmente i ragazzi si trovavano nelle sale giochi, che diventavano così anche un luogo di ritrovo, con l’avvento di internet si è passati ad un tipo di gioco più cooperativo ma isolato. Paradossalmente oggi si è in costante contatto con milioni di altri giocatori ma ognuno è da solo nella propria casa.

I videogiochi fanno male? Due teorie a confronto

Oggi quasi un terzo della popolazione mondiale videogioca; data l’ingente diffusione dei videogames molti autori si sono interrogati sugli effetti, positivi o negativi, che essi possono avere sui giocatori. Nonostante alcuni studi abbiano sottolineato una loro valenza positiva, il senso comune si è concentrato maggiormente sulle evidenze negative, alimentando sempre di più lo stereotipo che “i videogiochi fanno male”. Queste preoccupazioni sono sostenute principalmente dal fatto che molti videogiochi presentano elementi violenti, tali da far pensare che possano causare un aumento dell’aggressività in chi ne usufruisce (Griffiths, 1999).

Tra gli studi che confermano la credenza che i videogiochi aggressivi favoriscano l’aumento dell’aggressività vi è quello di Hollingdale e Greitemeyer (2014). Gli autori esaminano gli effetti dell’esperienza di gioco, comprendente la percezione della difficoltà e il divertimento, sui livelli del comportamento aggressivo. Dal loro lavoro è emerso che il giocare ai videogames violenti aumenta maggiormente i livelli di aggressività se paragonato all’utilizzo di videogiochi a contenuto neutro; questo effetto tuttavia non risulta essere significativo se il gioco avviene online. Anche Anderson e Carnagey in uno studio precedente del 2009 sono giunti agli stessi risultati spiegandoli mediante due ipotesi in contrapposizione: l’ipotesi del contenuto violento e l’ipotesi della competizione. L‘ipotesi del contenuto violento prevede che, nel breve tempo, i videogiochi violenti incrementino l’aggressività a causa del contenuto violento che aumenta almeno uno degli aspetti legati allo stato interno di una persona (cognizioni correnti, stato affettivo ed eccitazione fisiologica) mentre a lungo termine è possibile che aumenti l’accessibilità cronica alle strutture di conoscenza correlate all’aggressività. L’ipotesi della competizione invece sostiene che siano le situazioni competitive a stimolare l’aggressività; secondo questa ipotesi i collegamenti tra giochi violenti e aggressività non sarebbero dovuti al contenuto violento, ma al fatto che tali videogiochi coinvolgono tipicamente la competitività, mentre i videogiochi non violenti risultano spesso non competitivi. L’aspetto competitivo dei videogames violenti dunque potrebbe incrementare l’aggressività aumentando l’arousal, i pensieri o i sentimenti aggressivi; una versione forte dell’ipotesi della competizione afferma che il contenuto violento non ha alcun impatto e viene chiamata dagli autori ipotesi della sola competizione.

E se i videogiochi non facessero male?

Adachi e Willoughby (2011a) criticano la letteratura del passato affermando che la maggior parte degli studi non ha tentato di scovare altre dimensioni o effetti dannosi dei videogiochi che potrebbero essere correlati all’aumento dell’aggressività nei giocatori.

Per questo motivo Adachi e Willoughby (2011a) propongono un punto di vista nuovo sulla questione: i due autori identificano quattro caratteristiche del videogioco: la violenza, la competitività, la difficoltà e il ritmo d’azione. Queste caratteristiche influenzerebbero in modo diretto alcuni stati interni del giocatore come l’eccitazione fisiologica, i pensieri aggressivi e la frustrazione, che sono in relazione tra di loro; infine è la relazione tra le caratteristiche dei videogiochi e gli stati interni interni del giocatore che determina il comportamento aggressivo.  Questi risultati tuttavia non risultano universalmente veri: le quattro caratteristiche principali dei videogiochi identificate dagli autori, non influenzano la totalità dei videogiocatori bensì soltanto quelli che ne sono suscettibili. Stimoli come la competitività, la violenza o qualsiasi altro input proveniente dall’esterno viene infatti elaborato e filtrato dalla nostra mente, avendo su ognuno di noi un effetto diverso. La competitività del videogioco, ad esempio, può influenzare i pensieri aggressivi attivando legami associativi sviluppati in pregresse situazioni competitive che hanno prodotto esiti aggressivi (Anderson & Morrow, 1995; Anderson & Carnagey, 2009).

In un altro esperimento (2011b) Adachi e Willoughby hanno osservato che la competitività dei videogiochi incrementava il comportamento aggressivo a breve termine indipendentemente dal livello di contenuto violento: i due videogames più competitivi utilizzati in questo studio, Mortal Kombat VS D.C. Universe (violento) e Fuel (non violento), hanno infatti prodotto i più alti livelli di comportamento aggressivo. Gli autori (2011b) hanno infine dimostrato che l’eccitazione fisiologica può essere un meccanismo attraverso il quale la competitività del videogioco influenza il comportamento aggressivo, poiché solo Mortal Kombat VS D.C. Universe e Fuel hanno prodotto aumenti della frequenza cardiaca rispetto alla linea di base; sembra dunque che la competizione, non la violenza, possa essere la caratteristica che ha la maggiore influenza sul comportamento aggressivo.

Riassumendo i risultati di questo studio, gli autori hanno dimostrato che la violenza nei videogiochi non era sufficiente ad incrementare il comportamento aggressivo e che i videogiochi più competitivi producevano livelli più elevati di comportamento aggressivo indipendentemente dalla quantità di violenza.

I videogiochi possono fare bene?

I falsi miti sulla nocività dei videogiochi sembrano dunque essere stati messi in discussione; ma esistono dei benefici nell’utilizzo dei videogames?

I benefici intellettuali scaturiti dall’utilizzo dei videogiochi potrebbero derivare dalla loro caratteristica primaria di far prendere decisioni ai giocatori; molto più dei libri, dei film o della musica, i videogames obbligano a compiere delle scelte. É vero che dall’esterno l’attività di un videogiocatore sembra essere solo una furiosa ripetizione di click e questo spiega il perché del giudizio negativo riservato all’uso dei videogiochi, ma se si osserva attentamente l’interno della mente del giocatore ci si rende conto che l’attività primaria è di tutt’altro genere: è quella di prendere decisioni e di scegliere strategie a lungo termine. Giocare predispone all’apprendimento e l’essere preparati all’apprendere è già di per sé un esercizio mentale. Ad oggi sono ormai piuttosto diffusi anche gli edugame, giochi per il training che vengono utilizzati in svariati ambiti, dall’università, alle aziende, al settore militare; i computer e i programmi ad essi associati inoltre si comportano da tramite per la comprensione, da parte degli studenti, del loro mondo e di ciò che li circonda. Secondo varie ricerche (Griffiths, 2002; Desai et al., 2010) i bambini possono sviluppare abilità logiche e percettivo-motorie utilizzando i videogames e apprendendo le materie scolastiche divertendosi; inoltre l’apprendimento ludico è motivante per il bambino e stimola il piacere di costruire la conoscenza in gruppo. In questo modo imparare divertendosi diventerebbe il metodo più semplice per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Dalla letteratura recente (Griffiths, 2002; Granic, Lobel, & Engels, 2014) è emerso che l’utilizzo dei videogiochi può incrementare le competenze linguistiche, matematiche, di lettura e sociali; essi risultano inoltre un valido strumento di sostegno all’apprendimento per i bambini con disabilità e con difficoltà attentive e impulsività. I videogiochi sono stati infine utilizzati per migliorare le capacità di prendersi cura di sé in bambini e adolescenti con patologie mediche.

In conclusione, se inizialmente i luoghi comuni identificavano i videogames solo come un qualcosa di dannoso e pericoloso per i giocatori, la letteratura scientifica attuale non solo ha messo in discussione queste credenze ma ha anche dimostrato un valore positivo dei videogiochi nello sviluppo di competenze psicologiche e educative. Quindi non fatevi ingannare dai falsi miti: giocare per credere!

Percorsi di Consapevolezza: la Rèsilience delle Parole (2018): il potere trasformativo delle parole e l’uso della scrittura in terapia – Recensione del libro

Nel saggio Percorsi di Consapevolezza: La Rèsilience delle Parole, la scrittura viene intesa come una via d’accesso per entrare nel proprio mondo interiore, dove gli eventi che sono avvenuti in passato, attraverso la trascrizione vengono riportati ed elaborati nel qui ed ora (unico tempo in cui è possibile avviare il processo di guarigione).

 

È possibile con la sola scrittura elaborare eventi traumatici, migliorare la resilienza nei soggetti ed avere dei benefici a livello del benessere psicofisico?

Gabriella Ilse Viscuso (2018), psicologa ed esperta di psicologia transpersonale, risponde a questa domanda raccogliendo nel suo saggio Percorsi di Consapevolezza: La Rèsilience delle Parole, gli studi riguardanti la relazione tra scrittura e benessere, dimostrando, soprattutto nella prima parte, come la pratica della scrittura sia stata anche in passato utilizzata per esplorare ed esternare il proprio mondo interno.

Analizzando gli studi presenti in letteratura è stato possibile dimostrare che la scrittura possiede al suo interno componenti terapeutiche (Pennebaker & Smyth, 2017), in particolare ha un impatto sul sistema immunitario (Esterling et al, 1994), produce dei benefici a breve e a lungo termine sull’umore (Pennebaker et al, 1988; Páez et al, 1999), migliora l’autostima, apporta dei benefici al benessere psicofisico (Park & ​Blumberg, 2002), riduce i pensieri intrusivi su eventi negativi (Klein & Boals, 2001), allevia i sintomi del Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) (Greenberg et al, 1996; Schoutrop et al, 1997, 2002; Sloan & Marx, 2004; Klein & Boals, 2001), migliora le relazioni tra gli individui (Slatcher & Pennebaker, 2006) e aumenta la resilienza (Demetrio, 2017).

Il valore della scrittura nel processo di cambiamento

Nel saggio Percorsi di Consapevolezza, il diario, l’autobiografia, la poesia e i racconti vengono intesi come un viaggio le cui strade riconducono al mondo interiore. La scrittura viene intesa come una via d’accesso per entrare nel proprio mondo interiore, dove gli eventi che sono avvenuti in passato, attraverso la trascrizione, vengono riportati ed elaborati nel qui ed ora (unico tempo in cui è possibile avviare il processo di guarigione).

Lo scopo della trascrizione dei ricordi e delle emozioni è quello di avviare un processo di rivisitazione dei propri eventi e successivamente avviare il processo metabletico (di cambiamento), sia a livello individuale sia a livello sociale.

Le parole, durante questo viaggio interiore, fungono da collante tra la realtà esterna e la realtà interna e servono, inoltre, per attribuire significato al proprio vissuto. Il significato che ciascun individuo attribuisce agli eventi, dipende da come il soggetto stesso vede e percepisce il mondo che lo circonda.

Il modo in cui l’individuo percepisce il mondo circostante può essere cambiato, attraverso l’utilizzo della scrittura, che permette all’individuo, per mezzo dell’introspezione, di ascoltare e narrare se stesso. Questi due ultimi aspetti insieme ad un atteggiamento non giudicante e all’accettazione, sono alcuni degli ingredienti per il cambiamento e la crescita personale.

La scrittura permette all’individuo di mettersi in contatto con i propri vissuti e le proprie emozioni e possiede una forte componente riparativa, in quanto permette al soggetto di regolare e rielaborare dei vissuti e crearne nuovi. Scrivere diventa una strategia per elaborare ed ordinare le emozioni che arrecano malessere al soggetto e attraverso la carta e la penna iniziano a prendere forma.

L’importanza della terapia narrativa

In ambito terapeutico, l’autrice enfatizza l’importanza della terapia narrativa in cui il soggetto viene incoraggiato ad attribuire nuovi significati alla sua storia. La terapia narrativa permette di esternalizzare il problema distaccandosi maggiormente da esso, scavare più in profondità nel problema per comprendere i motivi per cui viene percepito come una minaccia e viene aiutato a modificare la trama negativa per aiutare il soggetto a modificarle e renderle diverse da quelle che sono state le fonti dei suoi problemi.

Infine, l’autrice di Percorsi di Consapevolezza, dopo aver posto in rassegna i benefici della scrittura e i principali contributi in ambito scientifico, fornisce al lettore delle tecniche pratiche con l’obiettivo di accompagnare ed aiutare il lettore ad accrescere il benessere psicofisico.

In particolare, nell’ultima parte del libro Percorsi di Consapevolezza: La Rèsilience delle Parole, sono state proposte le seguenti tecniche:

  1. Istruzioni per iniziare a scrivere in un diario sia permettendo al soggetto di scrivere su un argomento a piacere, sia permettendo al soggetto di annotare eventi specifici, descrivendo i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche associate;
  2. Scrittura espressiva basata su prompt ed esercizi, associati alla respirazione e alla consapevolezza;
  3. Scrittura transazionale, ovvero, una tecnica basata sulla stesura di una lettera; il cui obiettivo è quello di avviare uno scambio di idee, pensieri e sentimenti con persone che sono significative per il lettore.

Il cervello degli assassini

L’omicidio è un grave problema della nostra società: in un solo anno (2016) negli Stati Uniti si sono registrati 17.250 omicidi. Proprio per questo motivo è importante studiarne le basi biologiche, psicologiche e sociali.

 

Un gruppo di ricercatori ha voluto studiare il cervello di centinaia di assassini condannati, soffermandosi sulle differenze significative di materia grigia tra i soggetti che avevano commesso omicidi e altri soggetti che avevano commesso crimini violenti.

Il cervello degli assassini: gli studi per capirne la neuroanatomia

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul Journal Brain Imaging and Behaviour.

Studi precedenti, condotti negli anni ’90, hanno registrato, grazie all’utilizzo della PET, una ridotta attività cerebrale in diverse aree (corteccia prefrontale ed amigdala) negli assassini. È importante sottolineare che in queste ricerche i partecipanti allo studio erano assassini dichiarati “non colpevoli per infermità mentale”, perciò le differenze riscontrate a livello cerebrale potrebbero essere dovute o a disturbi mentali o a lesioni cerebrali.

Studi successivi hanno preso in esame i cervelli di individui violenti affetti da schizofrenia, i ricercatori hanno trovato alterazioni cerebrali nelle stesse aree, tuttavia sono andati incontro anche loro agli stessi problemi, poiché queste differenze a livello cerebrale non erano sufficienti per discriminare chi commetteva un omicidio o chi era affetto da schizofrenia.

Negli studi precedenti si utilizzavano gruppi di controllo di individui appartenenti alla popolazione generale, inoltre nessuno di questi era mai stato in carcere.

In questo studio gli autori hanno utilizzato sia per il gruppo sperimentale che quello di controllo soggetti in carcere.

In particolare, il campione era composto da 808 detenuti maschi adulti; ciascuno dei partecipanti era stato assegnato ad uno di questi tre gruppi:

  • Assassini, ovvero coloro che avevano commesso un omicidio (203 individui)
  • Criminali violenti ma che non avevano commesso un omicidio (475 individui)
  • Criminali non violenti o minimamente violenti (130 individui)

È importante sottolineare che dallo studio sono stati esclusi i soggetti con disturbi psicotici e chiunque avesse perso conoscenza per più di due ore, a seguito di una lesione traumatica.

È stato escluso anche chi aveva commesso un omicidio sebbene la causa della morte fosse stata accidentale, e anche chi non era stato coinvolto direttamente nel reato.

Per lo studio si sono utilizzate sia le scansioni della risonanza magnetica, sia le informazioni relative all’uso di sostanze, all’età dei partecipanti, al loro QI che informazioni riguardanti la loro permanenza in carcere.

I risultati dello studio hanno evidenziato differenze significative a livello cerebrale tra i criminali che avevano commesso omicidi e gli altri due gruppi (criminali violenti e non violenti).

È interessante notare che non ci sono state differenze significative tra il cervello dei criminali violenti e quelli non violenti.

Il cervello degli assassini: lo studio

Nello specifico, gli autori dello studio hanno scoperto che gli assassini, che avevano commesso omicidi, presentavano deficit significativi in diverse aree cerebrali: nella corteccia prefrontale ventrolaterale e dorsolaterale, nella corteccia prefrontale dorsomediale, nell’insula, nel cervelletto e nella corteccia cingolata posteriore.

Le riduzioni della materia grigia nel gruppo omicida erano evidenti, soprattutto in quelle aree cerebrali deputate all’elaborazione affettiva, alla cognizione sociale, al controllo comportamentale strategico, all’empatia, alla regolazione delle emozioni, al prendere decisioni morali e alla valutazione degli stati cognitivi degli altri.

Questo studio presenta dei limiti, dal momento che gli autori non hanno considerato l’impulsività e forse questi cambiamenti neuroanatomici sono semplicemente un segno che queste persone uccidono perché sono più impulsive. Inoltre, gli studiosi non sanno se questi deficit cerebrali negli assassini siano comparsi al momento della nascita o se si siano sviluppati nel tempo.

Sarebbe interessante, in futuro, indagare come e perché avvengono questi cambiamenti neuroanatomici e se questi possono essere trattati o prevenuti.

L’abilità del dimenticare: quadro neuroscientifico e implicazioni per la clinica

Sono incappata seguendo The Browser in un articolo che mi ha molto colpito: “The forgotten part of memory” di Lauren Gravitz, su Nature Outlook. E questo mi ha permesso di ragionare con Mattia Ferro, un neuroscienziato della nostra Università e di discuterne le implicazioni in clinica, per ora solo abbozzate. Riassumo l’articolo per poi fare qualche ipotesi utile a noi clinici.

 

Dimenticare come processo attivo della memoria

In questo articolo si sostiene che l’atto del dimenticare, dello scordare, che era stato spesso considerato un atto di decay, un processo passivo come “lo sbiadire graduale di una fotografia al sole” potrebbe essere invece un meccanismo attivo del cervello utilissimo per l’adattamento e sembra che in tutti gli animali lo standard potrebbe essere la perdita della memoria piuttosto che la sua persistenza. I luoghi dello storage della memoria sono diversi, ma le memorie autobiografiche iniziano a stabilizzarsi nell’ippocampo nelle ore o giorni dopo gli eventi. I neuroni comunicano tra di loro attraverso sinapsi, migliaia di sinapsi per ciascun neurone e la plasticità sinaptica consiste proprio nel loro rimodellamento continuo attraverso il rinforzo o l’indebolimento di tali connessioni. Questi network consolidati di cellule servono tra le tante cose a codificare la memoria, o per meglio dire i diversi ricordi (i neuroscienziati chiamano queste organizzazioni mnestiche “engrammi”). Più una memoria viene richiamata più si rafforza una determinata rete. Nel tempo le tracce mnesiche si stabilizzano sia nell’ippocampo che nella corteccia (quest’ultima è la probabile tappa di immagazzinamento finale degli engrammi).

Poco si è lavorato sulla comprensione dei meccanismi della dimenticanza. “Tutti gli esseri viventi dimenticano, se qualsiasi organismo può apprendere una lezione dall’esperienza la può anche dimenticare” sostiene Michael Anderson della Università di Cambridge. Probabilmente è difficile imparare se non si riesce anche a dimenticare. Ron Davis nel 2012, studiando i moscerini della frutta, per primo ha scoperto l’evidenza che il dimenticare fosse un processo attivo. Davis, un neuroscienziato dell’istituto di ricerca Scripps a Jupiter, in Florida stava studiando la complessità della formazione della memoria in alcuni gruppi di neuroni del moscerino, interessato a comprendere l’influenza dei neuroni che producono dopamina, un neurotrasmettitore modulatorio sia su altri sistemi neurotrasmettitoriali sia su determinati comportamenti. E questo sia nei mammiferi che nel moscerino, (ad esempio svolgendo un ruolo determinante nei processi di gratificazione o reward). Davis ha scoperto che la dopamina è essenziale nel dimenticare. Ha condizionato dei moscerini transgenici, in cui era possibile attivare selettivamente gruppi di neuroni dopaminergici, ad associare shock elettrici con alcuni odori, abituando gli insetti ad evitarli. Poi, attivando i neuroni dopaminergici gli scienziati si sono resi conto che i moscerini tendevano a dimenticare molto rapidamente l’associazione shock-odore. Bloccando gli stessi neuroni la memoria rimaneva intatta. Sembra che questi neuroni dopaminergici rimangano attivi a lungo, almeno nei moscerini. “Il cervello cerca sempre di dimenticare le informazioni che ha appena imparato“.

Esperimenti simili sono stati condotti nei ratti alcuni anni dopo investigando cosa accade alle sinapsi dei neuroni coinvolti nello storage della memoria a lungo termine. La stabilizzazione delle memorie dipende dal rafforzamento delle connessioni sinaptiche tra i neuroni, tramite un processo neurofisiologico denominato “potenziamento a lungo termine”. Il rafforzamento di questa connessione deriva (anche) da alcuni tipi di recettori presenti nelle sinapsi chiamati AMPA, l’inserzione nella sinapsi di nuovi recettori AMPA fa sì che la connessione sinaptica tra cellule nervose si stabilizzi e venga mantenuta elicitando l’apprendimento e mantenendo intatta una memoria. Ma questi recettori non sono stabili e il loro numero oscilla continuamente. Nel laboratorio di Hardt si è visto che vi sono meccanismi molecolari specifici atti all’espressione continua dei recettori AMPA nelle sinapsi. Ma nonostante ciò, alcune memorie vengono dimenticate lo stesso. L’autore quindi ipotizza un processo attivo del dimenticare che si esplicita tramite la rimozione di questi recettori. Quando invece Hardt e colleghi hanno bloccato il meccanismo alla base della rimozione dei recettori AMPA nell’ippocampo dei ratti, si sono resi conto che gli animali non dimenticavano più la posizione di alcuni oggetti. Per dimenticare occorreva un processo attivo che si occupasse di distruggere le connessioni delle sinapsi. Hardt concluse che dimenticare, più che un fallimento della memoria è una delle tante funzioni della memoria.

Anche Paul Frankland, un neuroscienziato dell’ospedale pediatrico di Toronto, ha trovato alcuni dati a conferma della tendenza a perdere ricordi come processo attivo. Il ricercatore stava studiando la neurogenesi di alcuni neuroni nel topo adulto, per molto tempo si è pensato che la neurogenesi avvenisse solo negli animali giovani, solo poco tempo prima si era scoperto che invece avveniva anche nell’animale adulto. Frankland si è chiesto se aumentando la neurogenesi in un topo adulto, si sarebbe potuto aumentare la capacità dei ratti di ricordare, aspettandosi proprio questo risultato. In realtà trovò proprio l’opposto: aumentando la neurogenesi i topi dimenticavano di più. Questo dato fa pensare che una volta che i neuroni si sono integrati nell’ippocampo adulto essi si integrano in un circuito già esistente con un suo equilibrio. Se si comincia a riscrivere sull’informazione esistente (tramite continua neurogenesi), l’accesso a questa informazione diventerà più complicato.

La funzione di questa tendenza è probabilmente di sopravvivere in un mondo costantemente in trasformazione e di adattarsi a nuove situazioni e poiché l’ippocampo non rappresenta il “luogo” nel cervello dove le memorie a lungo termine vengono immagazzinate stabilmente (bensì la corteccia cerebrale) se le nuove informazioni vanno a coprire dinamicamente o sostituiscono le vecchie questo non costituirebbe un difetto ma un vantaggio che aiuterebbe l’apprendimento proprio perché la riscrittura di nuove informazioni su quelle vecchie rappresenterebbe un adattamento continuo alla dinamicità delle informazioni sull’ambiente circostante.

Per quanto riguarda il cervello umano, Blake Richards dell’Università di Toronto Scarborough, sostiene che la nostra capacità di affrontare esperienze nuove ha a che fare con una tendenza controllata a dimenticare. Il rischio, se non ci fosse questa capacità, sarebbe quello di un sovraffollamento, o di sovradattamento, un termine che in intelligenza artificiale indica un modello matematico cosi ben strutturato per affrontare i problemi per cui è programmato che diviene inabile a predire ciò che è imprevisto. Un ricordo troppo minuzioso e dettagliato di un evento anche traumatico potrebbe impedire di trarre conclusioni generali e utili per evitare in futuro eventi simili. Dimenticare dettagli aiuterebbe infatti a ritenere l’essenziale.

Ci sono studi interessanti su persone con memoria autobiografica iper-sviluppata (HSAM) che dimostrano che questi individui, capaci di ricordare mostruosi dettagli di eventi della loro vita, tendono a non essere particolarmente stabili e realizzati e più inclini all’ossessività. Come sostiene Brian Levine, un neuroscienziato cognitivo del Rotman Research Institute at Baycrest Health Sciences di Toronto: “è esattamente ciò che ti aspetti da qualcuno che non riesce a staccarsi da istanze specifiche” Sembra che persone con l’opposto problema, una difficoltà a ricordare i particolari delle memorie autobiografiche, siano particolarmente brave a risolvere problemi astratti probabilmente perché non appesantiti dai dettagli. Anderson con il suo gruppo, utilizzando tecniche innovative (risonanza magnetica e spettroscopia), ha cercato di analizzare il funzionamento dei cervelli di soggetti sani, indagando i livelli del neurotrasmettitore inibitorio GABA (acido aminobutirrico) nell’ippocampo. Si è notato infatti in soggetti che tentavano di liberarsi di alcuni pensieri (e che forse mettevano in atto strategie anti-rimuginio o tentativi di abbandonare il rimuginio) che più era alto il livello di GABA più le regioni della corteccia prefrontale sopprimevano l’attività dell’ippocampo, e questo comportava una abilità maggiore a dimenticare.

L’atto del dimenticare come processo attivo e funzionale della memoria: considerazioni cliniche

Ma quali possono essere le implicazioni cliniche? Innanzitutto questi studi potrebbero spiegare il funzionamento delle benzodiazepine. La corteccia prefrontale comanderebbe all’ippocampo di inibire un pensiero attraverso il rilascio diretto o indiretto di GABA. Il ruolo cruciale del GABA nel sopprimere pensieri indesiderati potrebbe essere utile per comprendere meglio sia le fobie che i pensieri ossessivi, così come alcuni sintomi della schizofrenia e della depressione Il fatto che questi tentativi riescano o meno al soggetto, indipendentemente dalla strategia utilizzata consapevolmente o meno (come la capacità di certi fortunati soggetti di “stare senza pensieri” o ancora i tentativi di ignorare o sopprimere deliberatamente i pensieri che molto spesso mettiamo in atto quando accadono eventi spiacevoli) potrebbe quindi dipendere dal funzionamento della circuiteria GABAergica.

Alla luce di questi studi  possiamo chiederci a cosa serve la memoria? e la memoria autobiografica? Noi diamo in generale molto valore ai dettagli della nostra memoria autobiografica, alla vividezza del ricordare, ma potrebbe essere un errore secondo Hardt. La funzione della memoria deve essere soprattutto adattiva, deve permetterci di conoscere il mondo e di aggiornare questa conoscenza mano a mano che viviamo. Per fare questo occorre costantemente lasciare i ricordi per strada. Molti sintomi come la ruminazione depressiva, i flashback traumatici, i pensieri intrusivi,  e le difficoltà a controllare i pensieri, potrebbero, come suggeriscono le ricerche, derivare da un ippocampo iperattivo. Ciò potrebbe rappresentare un elemento transdiagnostico, ancora poco studiato e conosciuto in clinica. Anche il PTSD, è in fondo un problema del dimenticare.

Sarebbe interessante applicare queste moderne conoscenze derivanti da studi sulla memoria in area neuroscientifica, per aiutare le persone a dimenticare meglio. In clinica molto si è studiato e investito in tecniche per ricostruire, associare, analizzare ricordi dolorosi della vita dei nostri pazienti. Ma vi è la possibilità che queste tecniche ricostruttive abbiano anche qualche problema, ad esempio potrebbero mantenere la ruminazione e l’attenzione sugli elementi dolorosi, non permettendo alla memoria di fare il suo corso, che è spesso quello di aprire spazi per l’adattamento a situazioni nuove, alla sovrascrittura.

Questi studi potrebbero rafforzare i modelli clinici che si muovono nella direzione del lasciare andare i pensieri negativi occupandosi di altro, come ad esempio la Terapia Metacognitiva (MCT, Wells, 2009), e se questo fosse vero, gli aspetti interessanti dell’EMDR non sarebbero gli quelli di costruzione di risorse e di comprensione evolutiva ma proprio gli aspetti dei movimenti oculari che potrebbero funzionare da distrazione e aiutare la cancellazione di memorie difficili da lasciare andare perché dolorose (un recente articolo di Nature ha visto che i movimenti oculari del tipo EMDR in ratti causerebbero il rilascio di GABA nei circuiti collicolo-talamici). Anche la perdita di memoria nell’anziano potrebbe avere una funzione adattiva: rispetto alla riduzione dei neuroni sarebbe conveniente lasciare andare via più memorie del presente, che sono più impegnative da immagazzinare, tenendo viva l’attenzione alle informazioni salienti del presente (attraverso una specie di continuo cut and paste) o mantenendo  le memorie già saldamente e da tempo stabilizzate in corteccia. Anche le tecniche di intervento tipo MCT (Metacognitive therapy) si muovono proprio nella direzione di impedire, tramite spostamento di attenzione, la stabilizzazione dei pensieri negativi in memorie non utili per il presente.

Mi sembra che la visione che questo pur sintetico articolo di Nature vada in direzione funzionalista, vedendo tutti i sistemi viventi come sistemi impegnati continuamente a valutare i propri livelli di adattamento al presente.

Disturbi di personalità: i cambiamenti nel processo diagnostico dopo l’arrivo del DSM-5

La prevalenza dei disturbi di personalità è del 4-10% della popolazione. Il 30% dei pazienti che richiedono un trattamento ricevono una diagnosi di disturbo di personalità.

 

La personalità è il peculiare modo di pensare, sentire e comportarsi che ci distingue gli uni dagli altri. La personalità di ciascuno di noi è influenzata dalle esperienze che facciamo, dall’ambiente nel quale cresciamo e da aspetti ereditari. La caratteristica della personalità è quella di rimanere stabile nel tempo.

I disturbi della personalità sono modelli disadattivi di pensiero, e comportamento a lungo termine che differiscono significativamente da ciò che ci si aspetta, cioè si discostano dalle norme e dalle aspettative sociali del proprio ambiente di riferimento.

Se non diagnosticati e adeguatamente trattati causano problemi interpersonali, inadeguate capacità di coping e sofferenza per tutto l’arco di vita, dal momento che la struttura della personalità si sviluppa precocemente e tende a rimanere stabile nel tempo. Spesso il comportamento è egosintonico, cioè è coerente e funzionale rispetto all’immagine di sé, e quindi è percepito come appropriato, questo contribuisce alla rigidità e pervasività in più aree di vita.

In generale, i disturbi di personalità sono diagnosticati nel 40-60% dei pazienti psichiatrici, rendendoli i più frequenti nelle diagnosi psichiatriche. I disturbi di personalità sono generalmente riconoscibili nell’adolescenza, l’inizio dell’età adulta o talvolta anche dell’infanzia.

I disturbi della personalità influenzano almeno due di queste aree:

  • il modo di pensare a se stessi e agli altri
  • il modo di rispondere emotivamente
  • il modo di relazionarsi con altre persone
  • il modo di controllare il proprio comportamento

Classificazione dei Disturbi di personalità

I disturbi di personalità sono raggruppati in tre cluster basati su somiglianze descrittive:

  • Cluster A – è caratterizzato da comportamenti “strani” o eccentrici, diffidenza e tendenza all’isolamento: comprende la personalità paranoide, e le personalità schizoide e schizotipica.
    • Personalità paranoide: caratterizzata da diffidenza e sospettosità verso gli altri, ai quali tende ad attribuire cattive intenzioni; teme di venire danneggiata o ingannata, anche a fronte di mancanza di prove concrete.
    • Personalità schizoide: è caratterizzata da ritiro e introversione nei rapporti sociali, distacco emotivo e freddezza; la prossimità degli altri e l’intimità sono vissute con fastidio e timore ma sono altresì indifferenti alle opinioni degli altri nei loro confronti.
    • Personalità schizotipica: come la personalità schizoide mostra ritiro sociale e distacco emotivo, ma il comportamento e anche il pensiero risultano bizzarri e atipici. Puo esserci pensiero magico e paranoide.
  • Cluster B – è caratterizzato da comportamenti drammatici e dalla forte emotività espressa, egocentrismo e scarsa empatia: comprende il disturbo di personalità narcisistico, disturbo di personalità istrionico, disturbo di personalità borderline e quello antisociale.
    • Personalità borderline: presenta uno schema di instabilità nei rapporti personali, emozioni intense e scarsa capacità di regolarle, scarsa autostima e impulsività, senso cronico di vuoto e solitudine; una visione di sé e dell’altro che può passare velocemente da rappresentazioni opposte e scarsamente integrate; estrema sensibilità all’abbandono (reale o immaginario) al quale può reagire con disperati tentativi di evitarlo, coping maladattivo di stati emotivi che può esitare in auto ed etero aggressività, fino ad attivare ai tentativi di suicidio.
    • Personalità istrionica: è caratterizzato da una costante ricerca di attenzione da parte degli altri e dall’espressione drammatica di sentimenti ed emozioni; sempre preoccupate della loro immagine, le persone che soffrono di questo disturbo possono usare l’aspetto fisico e la seduzione per attirare l’attenzione, ma anche mostrare comportamenti infantili o esasperare una condizione di fragilità per ricevere cura e protezione.
    • Personalità narcisistica: caratterizzata da senso di superiorità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia per gli altri; sentendosi grandiosi credono di essere ammirati e invidiati dagli altri e si muovono come se avessero particolare diritto a soddisfare i propri bisogni e desideri, considerando l’altro come un mezzo per arrivare a tale scopo; sono sensibili al fallimento e alla critica che, disconfermando la propia grandiosità, possono suscitare rabbia ma anche indurre stati depressivi.
    • Personalità antisociale: ignora o viola i diritti degli altri, non dà valore alla norma sociale e usa l’altro per raggiungere i propri scopi (a differenza della personalità narcisistica lo sfruttamento dell’altro è puramente utilitaristico e non giustificato dalla propria presunta superiorità); può mentire ripetutamente o ingannare gli altri e agire impulsivamente.
  • Cluster C – è caratterizzato da comportamenti ansiosi o timorosi e da scarsa autostima: comprende il disturbo evitante di personalità, disturbo di personalità dipendente, e disturbo di personalità ossessivo-compulsivo.
    • Personalità evitante: caratterizzata da timidezza, sentimenti di inadeguatezza ed estrema sensibilità alle critiche; la difficoltà a stare in relazione spinge all’isolamento che però, a differenza della personalità schizoide, è vissuto con sofferenza e cela un forte desiderio di accettazione e vicinanza da parte dell’altro; critiche, rifiuti e abbandoni aumentano il ritiro sociale e, a differenza del disturbo borderline, non provocano rabbia ma vergogna e tristezza.
    • Personalità dipendente: le persone con personalità dipendente sono caratterizzate da insicurezza e scarsa autostima, possono avere difficoltà a prendere decisioni quotidiane senza essere rassicurate dagli altri o possono sentirsi a disagio o indifese quando sono sole, a causa del timore di essere incapaci di prendersi cura di se stesse; tendono a sottomettersi all’altro mettendo i propri bisogni e le proprie opinioni in secondo piano per il timore che l’altro possa risentirsi a e allontanarsi.
    • Personalità ossessivo-compulsiva: caratterizzata dalla preoccupazione per l’ordine, la perfezione e il controllo, spesso inflessibile in tema di moralità e valori; l’intolleranza all’incertezza e all’errore la rende poco flessibile e adattabile al cambiamento ed estremamente rallentata nel processo decisionale; la personalità ossessivo-compulsiva può essere eccessivamente concentrata su dettagli o programmi da svolgere tanto da faticare nel completamento di un compito o un’attività intrapresa, può lavorare eccessivamente sottraendo tempo a svago e amicizie; a differenza del disturbo ossessico compulsivo non presenta pensieri ossessivi e rituali.

La diagnosi di Disturbo di personalità

La diagnosi di un disturbo di personalità richiede che i professionisti della salute mentale osservino schemi di funzionamento e sintomi a lungo termine. La diagnosi viene generalmente effettuata dopo i 18 anni. Le persone con meno di 18 anni non sono in genere diagnosticate con disturbi di personalità perché le loro personalità sono ancora in via di sviluppo. È comune la diagnosi in una stessa persona di più di un disturbo della personalità. La prevalenza dei disturbi di personalità è del 4-10% della popolazione (Torgersen, Kringlen & Cramer, 2001). Il 30% dei pazienti che richiedono un trattamento ricevono una diagnosi di disturbo di personalità (Kessler et al., 1998; Lenzenweger & Clarkin, 1996)

Le valutazioni essenziali di un disturbo di personalità sono effettuate in base alle compromissioni del funzionamento (sé e interpersonale) e alla presenza di tratti patologici.

I criteri diagnostici per la ricerca ICD-10 e i criteri del DSM-IV sono differenti ma definiscono sostanzialmente le stesse condizioni. Nell’ ICD-10 il disturbo borderline di personalità viene definito come disturbo di personalità emotivamente instabile, tipo borderline.

Elemento di assoluta novità introdotto nel DSM 5 è la proposta di un modello ibrido dimensionale-categoriale per la personalità, che coniughi la possibilità di misurare il funzionamento personologico con la nosografia. A tale scopo è stata ideata una scala, definita “del Funzionamento della Personalità”, in cui si valutano le compromissioni del dominio del sé, che si riflettono nelle dimensioni dell’identità e della auto-direzionalità (self-directness), mentre quelle interpersonali sono considerate alterazioni nella capacità di empatia e di intimità. Il grado di disturbo presente nei domini, del sé e interpersonale, è stato pensato lungo un continuum che va da un livello 0, equivalente a una assenza di deficit, a un livello 4 che indica una compromissione estrema.

Il DSM 5 prevede, dunque, sei specifici disturbi di personalità: Borderline, Ossessivo-Compulsivo, Evitante, Schizotipico, Antisociale, Narcisistico, e Disturbo di Personalità Tratto Specifico (PDTS).

Per fare diagnosi di disturbo di personalità dovranno essere soddisfatti i seguenti criteri:

  • Criterio A – Compromissioni significative del sé (identità o auto-direzionalità self-direction) e del funzionamento interpersonale (empatia o intimità).
  • Criterio B – Uno o più domini del tratto patologico della personalità o sfaccettature/aspetti del tratto.
  • Criterio C – La compromissione nel funzionamento della personalità e l’espressione del tratto della personalità dell’individuo sono relativamente stabili nel tempo e costanti tra le situazioni.
  • Criterio D – La compromissione nel funzionamento della personalità e l’espressione del tratto della personalità dell’individuo non sono meglio compresi come normativi per la fase di sviluppo individuale o per l’ambiente socio-culturale.
  • Criterio E – La compromissione nel funzionamento della personalità e l’espressione del tratto della personalità dell’individuo non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per esempio, un abuso di droga, l’uso di qualche particolare farmaco) o di una condizione medica generale (per esempio, grave trauma cranico, effetti particolari di patologie metaboliche ecc).

Gli elementi chiave per i Livelli di Funzionamento della Personalità, relativamente al criterio A, sono indicati di seguito.

Dominio del Sé:

  • Identità: l’esperienza di sé come unico, con chiari confini tra sé e gli altri, stabilità dell’autostima e precisione di auto-valutazione; capacità e abilità di regolare una gamma di esperienze emotive.
  • Self-direction: perseguire obiettivi coerenti e significativi sia a breve termine che di vita, utilizzo di standard di comportamenti interni costruttivi e prosociali, capacità di auto-riflettere (self-reflect) in modo produttivo (acquisire quindi il senso delle proprie capacità e anche dei propri limiti).

Funzionamento interpersonale:

  • Empatia: comprensione e apprezzamento delle esperienze e motivazioni altrui, tolleranza di prospettive diverse, comprensione degli effetti del proprio comportamento sugli altri.
  • Intimità: profondità e durata della relazione positiva con gli altri, desiderio e capacità di vicinanza, reciprocità nei comportamenti interpersonali.

Per quanto riguarda il criterio B, sono stati individuati i seguenti domini della personalità:

  • Affettività negativa: sperimentare intensamente e frequentemente emozioni negative.
  • Distacco: ritiro da altre persone e da interazioni sociali.
  • Antagonismo: comportamenti che mettono le persone in contrasto con altre persone.
  • Disinibizione vs Compulsività: impegnarsi in comportamenti impulsivi senza riflettere sulle possibili conseguenze future. La compulsività è il polo opposto di questo dominio.
  • Psicoticismo: avere esperienze insolite e bizzarre

Per porre diagnosi di disturbo di personalità il clinico deve seguire una sorta di percorso guidato.

  1. È presente una compromissione del funzionamento (nell’ambito del sé e in quello interpersonale) della personalità?
  2. Se è presente, valutare il livello di compromissione del soggetto nell’ambito del sé e in quello interpersonale sulla Scala dei Livelli del Funzionamento di Personalità.
  3. È presente uno dei sei tipi di disturbi di personalità contemplati dal DSM 5?
  4. Se è presente, valutare il tipo e la gravità di compromissione e disturbo.
  5. In caso contrario, è presente un disturbo di personalità tratto specifico (PDTS)?
  6. Se è presente un PDTS, identificare e elencare i tratti/domini che caratterizzano il soggetto e valutare la gravità della compromissione.
  7. Se, in presenza di un PDTS, si desidera stilare un profilo di personalità dettagliato e utile per la formulazione del caso clinico e si proceda con la valutazione dei sottodomini.
  8. In assenza sia di un tipo specifico disturbo di personalità sia di un disturbo di personalità tratto specifico (PDTS), valutare la presenza dei tratti/domini specifici e dei relativi sottodomini qualora fossero utili nella formulazione del caso clinico.

La nuova modalità di valutazione della personalità e dei suoi disturbi ha prodotto un acceso dibattito all’interno della comunità scientifica ed una parte di essa ha assunto una posizione decisamente critica. In ogni modo, il cambiamento proposto dall’APA rappresenta un’assoluta novità e un importante contributo da parte della psichiatria americana al miglioramento dell’efficacia diagnostica del manuale, soprattutto per quanto riguarda il tentativo di associare una diagnosi di tipo categoriale con un sistema di valutazione dimensionale.

Disturbi di personalità e SCID

Le origini della SCID II, come per la SCID I, risalgono al DSM-III, in particolare quando fu introdotto nel manuale diagnostico il modulo per la valutazione dei disturbi di personalità elaborato da Jeffrey Jonas dell’ospedale Mc Lean di Belmont. Nel 1985, grazie all’ingente interesse per i disturbi di personalità nasce l’esigenza di valutare la presenza nei pazienti dei tratti e per questo fu realizzato uno strumento ad hoc che permettesse di compiere una diagnosi in tal senso. Nel 1986 questo strumento fu aggiornato con l’avvento del DSM-III-R e integrato con un nuovo strumento di screening sui disturbi della personalità. Successivamente, dopo aver verificato empiricamente l’attendibilità e la validità dei criteri riportati nell’intervista si giunse alla versione definitiva della SCID II pubblicata nel 1990.

La SCID II permette di effettuare la diagnosi di 10 disturbi di personalità, secondo il DSM-IV. Inoltre, sono inclusi altri 3 disturbi di personalità: il disturbo di personalità non altrimenti specificato, il disturbo passivo-aggressivo e il disturbo depressivo, cioè tutti quei disturbi che nel DSM IV sono inclusi nell’Appendice B.

La SCID II è composta da due parti: 
1. Un questionario autosomministrato da parte del paziente;
 2. L’intervista semi-strutturata di approfondimento degli item a cui si è attribuita una risposta affermativa al questionario.

Il questionario autosomministrato è formato da 119 item ed è consegnato preliminarmente al soggetto che dovrà riconsegnarlo allo sperimentatore al momento dell’intervista. I tempi di compilazione si aggirano intorno ai 20 minuti e richiede un livello di scolarità non inferiore agli 8. Le domande del questionario riguardano i disturbi di personalità proposti dal DSM IV ed è previsto un formato di risposta dicotomico del tipo Sì/No: Sì è presente il sintomo, No non è presente il sintomo.

Questo strumento di screening funge da guida alla successiva intervista. Infatti, nell’intervista saranno indagati solo gli item cui è stata attribuita una risposta affermativa, cercando di capire quanto è rappresentativa dell’esaminato.

L’intervista semistrutturata, costa di una breve rassegna anamnestica, che consente di focalizzare le principali caratteristiche dell’intervistato, le relazioni e le capacità introspettive. Successivamente, sono analizzati i diversi disturbi di personalità nel seguente ordine:
 Disturbo Evitante di Personalità,
 Disturbo Dipendente di Personalità,
 Disturbo Ossessivo-Compulsivo,
 Disturbo Passivo-Aggressivo, 
Disturbo Depressivo, 
Disturbo Paranoico, 
Disturbo Schizotipico,
 Disturbo Schizoide,
 Disturbo Istrionico,
 Disturbo Narcisistico,
 Disturbo Borderline,
 Disturbo Antisociale.

Quest’ultimo merita una precisazione, poiché con il questionario è possibile verificare unicamente la presenza dei sintomi del Disturbo della Condotta presenti in età infantile, prima dei 15 anni. Solo se confermati questi criteri, possono essere approfonditi nell’intervista semistrutturata procedendo con la diagnosi di Disturbo Antisociale di Personalità.

Come è possibile notare, si inizia con i disturbi appartenenti al cluster C relativo ai disturbi d’ansia, per giungere al cluster B, drammatico, passando per il cluster A. Nei casi in cui non sono soddisfatti i criteri per una specifica area di personalità, si formula una diagnosi di Disturbo di Personalità Non Altrimenti Specificato.

Nel 1994, con l’uscita della nuova versione del DSM IV si ottenne anche una nuova SCID II in cui furono modificate alcune domande per centrarle maggiormente sull’esperienza personale derivante dal paziente. La versione definitiva e autonoma della SCID II per il DSM-IV fu pubblicata nel 1997 in America unitamente alla versione computerizzata.

Con l’uscita del DSM 5 è stata proposta una versione nuova della SCID, versione aggiornata della precedente intervista clinica. I criteri del DSM-IV presenti nella SCID II per DSM IV sono rimasti invariati nel DSM 5, ma le domande del questionario sono state completamente riviste e ridotte da 119 a 106. Inoltre, è stata aggiunta una modalità per effettuare uno scoring dimensionale diverso dal precedente, rispettando la nuova classificazione presentata in appendice nel nuovo DSM 5.
 La SCID-5, come la versione precedente, è una preziosa risorsa per aiutare i clinici e i ricercatori nell’effettuare diagnosi precise e attendibili dei disturbi di personalità.

La SCID-5-PD nasce dal lavoro di revisione della SCID-II (Structured Clinical Interview for DSM-IV Axis II Personality Disorders), che inizia dopo la pubblicazione del DSM 5 nel 2013 e riflette le modifiche apportate nel nuovo manuale dei disturbi mentali. La nuova denominazione rappresenta la definizione non assiale delle diagnosi del DSM 5 e categorie di ricerca precedentemente incluse nel DSM-IV ma eliminate nel DSM 5 (Disturbo di Personalità Passivo- Aggressivo e il Disturbo di Personalità Depressivo) sono state escluse.

Nonostante nessuno dei criteri sia stato modificato nel passaggio al DSM 5, tutte le domande dell’intervista sono state revisionate al fine di garantire di cogliere al meglio il costrutto espresso nei criteri diagnostici e rispecchiare con maggiore aderenza l’esperienza personale dei soggetti.

Inoltre, sebbene la valutazione dimensionale non sia una caratteristica ufficiale del DSM 5, la SCID-5-PD prevede la possibilità di effettuare una valutazione dimensionale di ciascuno dei disturbi di personalità categoriali del DSM 5 sommando il singolo punteggio di ciascuna valutazione (“0”, “1”, “2”) e producendo per quel disturbo un punteggio dimensionale che riflette sia il punteggio a soglia, sia il punteggio sottosoglia del criterio.

La psicoterapia si riappropria del corpo. Dall’ipocondria ai Disturbi da sintomi somatici e Disturbi correlati

L’ ipocondria, corrispondente alla “paura delle malattie”, gradualmente ha mutato la sua connotazione per certi versi stigmatizzante e penalizzante, associata quasi all’idea di malato immaginario

 

Nulla spaventa gli uomini più delle proprie sensazioni
Eraclito

La paura delle malattie e della morte, è una condizione di sofferenza che affligge l’uomo da tutta una vita. Ma quando tali paure si manifestavano sul corpo, si tendeva a scindere tra organico e psichico, quasi considerando coloro che manifestavano sintomi fisici in assenza di patologie organiche, dei “malati immaginari”.

Per molto tempo questa è stata la condizione di chi soffriva di ipocondria.

L’ ipocondria, corrispondente alla “paura delle malattie”, gradualmente ha mutato la sua connotazione per certi versi stigmatizzante e penalizzante, associata quasi all’idea di malato immaginario e grazie ai contributi offerti dall’ultima revisione e rivisitazione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5) nel 2013, troviamo riorganizzati i problemi ipocondriaci all’interno di un nuovo capitolo in cui è presente direttamente o indirettamente un aspetto somatico ed una compromissione significativa sul piano personale, lavorativa, sociale, ed esistenziale, approfondendo ed analizzando gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali caratteristici dei disturbi.

L’ipocondria sparisce dal DSM-5

Se ti opponi a tutte le sensazioni non avrai alcun metro di giudizio per distinguere quelle vere da quelle false.
Epicuro

All’interno del DSM 5 troviamo una nuova sezione denominata Disturbi da sintomi somatici e Disturbi correlati, in cui vengono inclusi:

  • Disturbo da sintomi somatici
  • Disturbo da ansia di malattia
  • Disturbo di conversione (disturbo da sintomi neurologici funzionali)
  • Fattori psicologici che influenzano altri condizioni mediche
  • Disturbo fittizio
  • Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati con altra specificazione
  • Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati senza specificazione

L’ansia diventa il denominatore comune di gran parte dei disturbi sopracitati ed in linea generale troviamo due tendenze, ossia gli “abusatori” di visite mediche e specialistiche e ricerche online, che nel tentativo di rassicurare le proprie paure le aumentano ed esasperano, ed i “patofobici” che evitano tutto ciò e tutti coloro che possono avere a che fare con malattie.

Non si evidenzia una significativa differenza di incidenza tra maschi e femmine.

Tra i fattori di rischio si evidenziano:

  • Stile familiare iperprotettivo e iperansioso, con attenzione eccessiva allo stato di salute;
  • Esperienze di malattie in famiglia;
  • Essere esposti a fattori di stress come ad esempio lutti, separazioni e divorzi, perdita di lavoro, conflitti in famiglia, problemi economici, problemi di salute.

Le nuove classificazioni proposte dal DSM 5

Ma vediamone più nel dettaglio alcuni di questi, secondo la classificazione proposta DSM 5:

Disturbo da sintomi somatici

Tipicamente gli individui con disturbo da sintomi somatici possono presentare contemporaneamente molteplici sintomi somatici, che procurano disagio o portano ad alterazioni significative della vita quotidiana (Criterio A) e ad avere livelli molto elevati di preoccupazione riguardo la malattia (Criterio B).

Criteri diagnostici:

  • Uno o più sintomi somatici che procurano disagio o portano ad alterazioni significative della vita quotidiana.
  • Pensieri, sentimenti o comportamenti eccessivi correlati a sintomi somatici o associati a preoccupazioni relative alla salute, come indicato da almeno uno dei seguenti criteri:
    • 1. Pensieri sproporzionati e persistenti circa la gravità dei propri sintomi
    • 2. Livello costantemente elevato di ansia per la salute o per i sintomi
    • 3. Tempo ed energie eccessivi dedicati a questi sintomi o a preoccupazioni riguardanti la salute

Sebbene possa non essere continuamente presente alcuno dei sintomi, la condizione di essere sintomatici è persistente (tipicamente da più di 6 mesi).

Specificare:

  • con dolore predominante (in precedenza disturbo algico)
  • persistente (un decorso caratterizzato da sintomi gravi, marcata compromissione e lunga durata, ovvero più di 6 mesi)

Caratteristiche cognitive del disturbo da sintomi somatici: attenzione focalizzata sui sintomi somatici; attribuzione di normali sensazioni fisiche a una malattia organica (con eventuali interpretazioni catastrofiche); paura di essere malati e che qualsiasi attività fisica possa essere nociva per il corpo.

Caratteristiche comportamentali del disturbo da sintomi somatici: ripetuto controllo del corpo alla ricerca di anomalie; reiterata richiesta di aiuto o rassicurazione da parte del medico; evitamento dell’attività fisica e frequenti richieste di auto medico riguardanti sintomi somatici differenti.

Disturbo da ansia di malattia

Caratterizzato dalla preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia non diagnosticata (criterio A); i sintomi somatici non sono presenti, o, se presenti, sono solo di lieve entità (criterio B); la preoccupazione riguardante l’idea di essere malati è accompagnata da una sostanziale ansia per la salute e per la malattia (criterio C). La malattia diventa un elemento centrale dell’identità. Gli individui con questo disturbo controllano ripetutamente se stessi (allo specchio) o fanno ricerche eccessive sulla malattia che pensano di avere (Criterio D). In alcuni casi l’ansia porta a un evitamento disadattivo di situazioni (es. visita a familiari malati, guardare tv per paura di sentire parlare di malattie e morti) o di attività (es. esercizio fisico) in quanto si pensa che possa mettere a repentaglio la propria salute. La durata è di almeno 6 mesi.

Disturbo di conversione

Nel disturbo di conversione possono essere presenti uno o più sintomi di vario tipo.

Possiamo riscontrare sintomi motori come debolezza o paralisi; movimenti anomali, come tremori o movimenti distonici; anomalie della deambulazione e postura anormale degli arti, sintomi sensoriali come sensibilità tattile, visiva o uditiva alterata, ridotta o assente, episodi di anormale e generalizzato tremore agli arti con apparente compromissione o perdita di coscienza che possono assomigliare a crisi epilettiche, oppure disfonia/afonia, disartria o una sensazione di nodo alla gola.

Fattori psicologici che influenzano altri condizioni mediche

In questo caso viene riconosciuta l’influenza della dimensione psichica anche in presenza di patologie organiche o di condizioni mediche, infatti è ampiamente dimostrato come anche in presenza di queste, l’aspetto psichico del paziente è in grado di peggiorare lo stato di salute generale dello stesso così come di interferire con gli effetti di eventuali terapie in corso, comprese anche quelle farmacologiche.

Disturbo fittizio

In questo caso ci troviamo di fronte ad una simulazione di eventuali sintomi da parte del soggetto, per vantaggi personali.

La Terapia Cognitivo Comportamentale all’opera

Prima di cercare la guarigione di qualcuno chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare.
Ippocrate

La Terapia Cognitivo Comportamentale, una volta individuato lo specifico disturbo e relative variabili che hanno contribuito all’insorgenza dello stesso, così come al suo mantenimento, procederà per innescare il cambiamento sulle tre dimensioni cardine ossia, cognitiva, emotiva e comportamentale, al fine di ristabilire un armonioso rapporto con il proprio corpo e normalizzare i segnali che provengono da questo.

Si prevederanno degli homework, ossia dei compiti per casa, per dare un ruolo attivo al paziente nel suo percorso di guarigione, esperimenti comportamentali, tecniche di rilassamento, compiti volti a ridurre ed eliminare comportamenti disfunzionali ed evitamenti che la persona ha applicato nel tempo ed infine e non per ordine di importanza e neppure di processo, si lavorerà sulla dimensione cognitiva per consentire la ristrutturazione di tutta una serie di errori di pensiero, anch’essi responsabili dell’instaurarsi ed il mantenersi del disturbo.

Educare la mente senza educare il cuore vuol dire non educare affatto.
Aristotele

 

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