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Hikikomori. I giovani che non escono di casa (2019) di Marco Crepaldi – Recensione del libro

Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” e viene utilizzato generalmente per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno.

 

Il Giappone rimane il paese più colpito in assoluto e la ragione principale va ricercata nell’alta competizione che pervade tutti i suoi contesti sociali, da quelli scolastici a quelli lavorativi, ma anche in altri fenomeni come il bullismo particolarmente doloroso in una società collettivistica come quella giapponese, dove essere esclusi dal gruppo significa aver fallito socialmente.

Hikikomori: alle radici del fenomeno

Questi e altri fattori vengono analizzati dall’autore in modo analitico riportando i dati statistici raccolti nel tempo e facendo una sintesi delle variabili di rischio che delineano l’Hikikomori.

E se è vero che questo fenomeno nasce nel paese del Sol Levante, l’attenzione nei confronti del fenomeno in altri Paesi come l’Italia sta aumentando. L’Hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un disagio sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo dove si delinea un atteggiamento competitivo e perfezionista in vari ambiti di vita.

Perché è proprio nel senso di fallimento sociale che sono da rintracciare le cause profonde di questo fenomeno: lì dove si crea un gap tra il proprio sé ideale e la realtà nascono le paure di fallire, di deludere gli altri, di perdere tempo e, come conseguenza, un senso di vergogna di sé. Al disagio e alla sofferenza sperimentata dall’Hikikomori si sommano spesso pensieri valutativi più complessi quali repulsione, sfiducia e delusione verso un luogo e verso le persone che ne fanno parte, i cui valori appaiono a un Hikikomori troppo distanti dai propri.

Hikikomori: il fenomeno in Italia

Sono l’esposizione e la vulnerabilità alla pressione di realizzazione sociale le cause dell’ Hikikomori a cui l’unica soluzione irrinunciabile sembra essere l’isolamento. L’isolamento che inizia già tra i banchi di scuola per finire tra le mura della propria casa che diventa la “tana” sicura dove fuggire: le giornate vengono trascorse in completa solitudine, spesso senza nessun contatto con i propri famigliari, le attività virtuali costituiscono la quasi totalità delle attività quotidiane, notte e giorno vengono invertiti.

L’autore termina il libro illustrando le possibili soluzioni al problema, descrivendo l’esperienza giapponese e parlando del progetto Hikikomori Italia, nato con l’obiettivo di sensibilizzare sul tema nel nostro Paese condividendo esperienze, informazioni, singole competenze e grazie al quale è stato possibile condurre la prima indagine statistica sull’isolamento sociale in Italia.

L’autore spiega il fenomeno con semplicità e chiarezza e la sua esperienza sul campo si intreccia con i racconti degli Hikikomori offrendo così l’occasione di ascoltare più da vicino la voce della loro sofferenza.

Gelosia: mostro dagli occhi verdi o fattore protettivo del nido familiare? Un nuovo studio indaga il ruolo della gelosia durante la gestazione

Un recente studio di Massar & Buunk (2019) dell’Univerisità di Maastricht, si è proposto di indagare come la gravidanza influenzi la gelosia percepita verso le potenziali rivali, sondando in particolar modo le caratteristiche che modulano tale risposta emotiva.

 

La gravidanza rappresenta per una coppia un momento estremamente delicato, i cui cambiamenti non accompagnano solo il progredire della gestazione, bensì interessano il singolo e la diade sotto vari aspetti, come quelli personologici, di ruolo, circa le aspettative per il futuro, il reciproco impegno, solo per citarne alcuni.

Seguendo un trend alternativo rispetto al passato, la nostra società va evolvendosi verso una suddivisione sempre più equa dei compiti genitoriali, incoraggiata dal riconoscimento della parità dei diritti e anche dalla necessità che entrambi gli individui possano contribuire economicamente al sostentamento del proprio nucleo familiare.

Gelosia: quale significato evolutivo

Al di là della ripartizione delle responsabilità e dei compiti, la costante nella storia evolutiva della nostra specie è stata quella di creare dei legami di coppia relativamente stabili e monogamici che massimizzassero le possibilità di concepimento, favorissero l’interdipendenza sentimentale e garantissero un supporto in termine di cure parentali per la progenie umana, caratterizzata da uno sviluppo embrionale e infantile, prima cioè di raggiungere l’autosufficienza, che è in assoluto la più lunga tra tutte le specie animali (Flinn, Quinlan, Coe, & Ward, 2007; Geary, 2000). Da un punto di vista puramente evolutivo, il momento della gravidanza rappresenta per la femmina umana un investimento enorme: essa la rende dipendente dalla protezione e dalle cure del partner (Marlowe, 2003), l’investimento emotivo è sicuramente elevato (Buss & Schmitt, 1993), le cure richieste dalla progenie sono troppo elevate per un solo individuo (Gray & Anderson, 2015).

La capacità eiaculatoria del maschio umano sembra suggerire una maggiore propensione ad ingaggiarsi nel numero maggiore possibile di rapporti sessuali, compatibile con l’imperativo evolutivo di continuazione della specie, il quale sembra rendere almeno parzialmente conto delle differenze di genere nella propensione a consumare rapporti extradiadici (Hughes, Harrison, & Gallup, 2004), specialmente durante la gravidanza della compagna (Whisman, Gordon, & Chatav, 2007), riscontrate in letteratura.

In quest’ottica, la gelosia sperimentata da una donna nei confronti del proprio compagno assume il significato di protezione del proprio investimento sul medio e lungo termine, posto che sembra sia l’interruzione della relazione l’outcome considerato più probabile in caso di tradimento (Leiva, Jacinto, & Ortiz, 2001): un recente studio di Massar & Buunk (2019) dell’Univerisità di Maastricht, si è proposto di indagare come la gravidanza influenzi la gelosia percepita verso le potenziali rivali, sondando in particolar modo le caratteristiche che modulano tale risposta emotiva.

La gelosia in gravidanza: lo studio

Ad un campione di 125 donne, delle quali 66 incinte, è stato chiesto di leggere uno scenario che evocasse l’immagine del proprio partner nell’atto di flirtare con una donna sconosciuta (Dijkstra & Buunk, 1998), alla quale seguiva la fotografia a colori di una donna, nelle due condizioni alternative attraente vs. non attraente, in linea con la precedente letteratura che supporta l’idea che la gelosia venga scatenata in massima misura dalle rivali che rappresentano una minaccia nell’area maggiormente valorizzata dalla controparte maschile, ovvero l’attrattività fisica e la giovinezza (Buss, 1989; Edlund & Sagarin, 2010).

In seguito, le donne dovevano indicare se in quello scenario avrebbero provato maggiore gelosia se la natura del tradimento fosse stata esclusivamente sessuale oppure se il compagno provasse un intenso innamoramento verso la rivale, seppur senza contatto sessuale (Buss et al., 1999): la previsione era che il tradimento emotivo costituisse un’aggravante rispetto al solo atto sessuale per le donne di entrambe le condizioni sperimentali, ma in particolar modo per le donne incinte, per le quali un coinvolgimento emotivo del partner verso un’altra donna rappresenterebbe una perdita inestimabile in termini di cure, tempo e sostegno fondamentali per sé e per il nascituro (Scelza. 2014).

Il significato evolutivo e protettivo della gelosia

In linea con le aspettative degli autori e le precedenti ricerche (Dijkstra & Buunk, 1998; Massar & Buunk, 2010), l’attrattività della rivale ha costituito una variabile determinante nello scatenare la gelosia in tutte le partecipanti, tuttavia, differenziando nelle due condizioni gravidanza vs. non gravidanza, è emerso come le donne incinte provassero un livello di gelosia costante al variare dell’attrattività della rivale, mentre per le donne non incinte, l’aspetto estetico valutato più positivamente correlasse con una maggior gelosia, rispetto alle rivali che costituivano una minaccia percepita inferiore. Curiosamente, le donne incinte erano anche le più propense a dare punteggi più alti nel valutare l’aspetto delle rivali, suggerendo come forse esse risultino più sensibili a qualunque tipo di minaccia da parte delle consimili, situazione precipitata dall’alterata percezione di sé e della propria attrattività tipiche della gravidanza in favore delle rivali (Kamysheva, Skouteris, Wertheim, Paxton, & Milgrom, 2008), sebbene studi futuri siano necessari per chiarire questo legame.

Il tipo di tradimento subìto nello scenario sperimentale è risultato più grave qualora fosse di tipo sentimentale/emotivo che non sessuale per le donne in stato interessante, in particolar modo quando la rivale fosse giudicata come attraente. Contrariamente alla letteratura precedente, non si sono invece riscontrate differenze nelle donne non incinte, che hanno riportato livelli compatibili di gelosia sia che le rivali fossero giudicate attraenti che quando non lo fossero.

I risultati presentati dallo studio di Massar & Buunk sembrano supportare ed ampliare il significato evolutivo e protettivo della gelosia: le partecipanti infatti hanno riportato maggior distress quando la minaccia rappresentata da un’altra donna fosse effettivamente più concreta, ovvero laddove la rivale fosse giudicata come maggiormente competitiva secondo i valori riconosciuti dalla controparte maschile (e.g. bellezza, giovinezza) oppure quando l’investimento emotivo verso l’amante rappresentasse per la donna la perdita maggiore (e.g. nella condizione incinta).

Il desiderio all’interno del setting terapeutico: il coinvolgimento affettivo tra terapeuta e paziente

Il desiderio è rivolto all’altro che è riconosciuto come differente: è un’apertura del narcisismo all’alterità. In questo senso la relazione con l’analista è terapeutica, egli è l’altro riconosciuto come altro da sé nel rapporto col quale è possibile dare spazio alla possibilità di cambiamento. Ma come si gioca questo desiderio all’interno del setting terapeutico?

 

La nascita della soggettività ha origine dalla percezione di un’assenza: la madre ha un ruolo fondamentale all’inizio del processo evolutivo perchè grazie al suo intervento placa la tensione che nasce nel bambino a causa del suo assentarsi. Quando la madre ritorna, risponde con la presentazione al bambino del seno.

Nell’impostazione freudiana, il seno materno (l’immagine della madre soddisfacente) ha un posto di primo piano nella formazione dei desideri del bambino. Secondo Freud, quando avrà di nuovo fame, in assenza della madre, egli tenterà di ripetere questa esperienza di soddisfazione in modo allucinatorio, con l’esito di un abbassamento di tensione, almeno temporaneo.

Il desiderio secondo la psicoanalisi

Ne L’interpretazione dei sogni (1899) Freud inscrive il desiderio nella concezione più ampia di un’iniziale onnipotenza dell’apparato psichico, resa possibilità di esperienza per il tramite delle cure materne e della costanza di queste. L’apparato psichico ha in questa concezione una natura omeostatica, conservativa: insegue il piacere attraverso l’appagamento del bisogno, cercando il sollievo.

Per Gilliéron, la soddisfazione allucinatoria non può essere paragonata a quella reale. Il bambino, nell’esperienza di assenza della madre, è costretto al desiderio: infatti, l’eccitazione non può ridursi tanto semplicemente con l’espediente allucinatorio, che ancorché temporaneo non soddisfa completamente arrivando al pieno sollievo. Il bambino scopre così il desiderio, da una mancanza, che quindi nasce – come origine – da un bisogno biologico non soddisfatto, ma si fissa su una rappresentazione che non è quella del bisogno: essa si riferisce al contesto in cui il piacere avviene, la relazione e questo piacere accompagna la soddisfazione del bisogno. Egli esprime dunque una ricerca di piacere a scapito della realtà. Così il desiderio si distaccherebbe dalla realtà biologica per costituire progressivamente l’apparato psichico del soggetto.

Il desiderio ha, quindi, una natura relazionale: l’oggetto è il mezzo attraverso cui il bambino raggiunge la soddisfazione. Può esserci un oggetto esterno reale, che rappresenta il seno materno, ed un oggetto interno o fantasmatico, che è quello immaginato dal bambino nella fase transizionale tra l’insorgere del bisogno e l’attesa dell’arrivo della madre come risposta a tale  bisogno.

L’assenza dell’oggetto non dà come risultato l’allucinazione bensì rende possibile il realizzarsi di una potenzialità umana, ossia la capacità di provare piacere sulla base di un ricordo e non soltanto con un oggetto reale.

Il desiderio in terapia

Il desiderio è rivolto all’altro che è riconosciuto come differente: è un’apertura del narcisismo all’alterità. In questo senso la relazione con l’analista è terapeutica, egli è l’altro riconosciuto come altro da sé nel rapporto col quale è possibile dare spazio alla possibilità di cambiamento.

Ma come si gioca questo desiderio all’interno del setting terapeutico?

All’interno del setting terapeutico, Lacan ha rilevato l’importanza di questo desiderio quale fondamento della cura psicoanalitica stessa: sia nel momento iniziale dell’analisi – quando terapeuta e paziente si incontrano per la prima volta e la persona sposta tutte le sue inquietudini da uno spazio di sofferenza personale ad uno spazio di sofferenza condiviso – il desiderio è il perno su cui il transfert si può strutturare. Sia alla fine dell’analisi, per l’analizzato il desiderio è allo stesso modo il fondamento dell’apertura indispensabile ad una nuova posizione nei confronti della conoscenza di sé e della natura del suo desiderio.

Anche Lacan pone l’accento sul fatto che si ripresenta nel setting, per l’individuo quale soggetto desiderante, ciò che accade nelle prime sue esperienze di infante. L’individuo, nel setting, chiede all’Altro materno (il terapeuta) la soddisfazione dei propri bisogni, molteplici per natura e genere, ma sintetizzabili in un’unica e fondamentale domanda: la domanda d’amore. Essa rende possibile un rispecchiamento con l’altro che rende possibile un riconoscimento di unicità della persona.

In una similitudine, nel lavoro terapeutico come per il bambino, desiderare il desiderio dell’Altro è qualcosa di essenziale perché senza questa esperienza egli si perderebbe nella sua mancanza ad essere, non avverrebbe il cambiamento.

Freud in Osservazioni sull’amore di traslazione (1914) si interroga se possa derivare qualche cosa di utile per la cura dall’amore  di traslazione o se sia esso ravvisabile come resistenza.

La resistenza partecipa indubbiamente in misura notevole al sorgere di questa tumultuosa esigenza di amore con vari scopi: ostacolare il proseguimento della cura, distogliere ogni interesse dal lavoro, mettere l’analista in una posizione imbarazzante.

Freud si chiede come debba comportarsi l’analista per trarsi d’impaccio, quando egli stabilisca che la cura, nonostante questa traslazione amorosa e proprio attraverso di essa, debba continuare?

Freud ne parla soprattutto a proposito delle nevrosi. Lasciarsi andare a sentimenti di tenerezza nei confronti della paziente non sempre è esente da pericoli. Egli pone un principio generale, che ci confronta con una apertura di possibilità davvero interessante: egli asserisce di lasciar persistere nella paziente i bisogni e i desideri, come forze propulsive al lavoro e al cambiamento. Questo non esula dal ricorso alla regola di astinenza: non solo viene propugnata l’astinenza fisica ma si raccomanda di astenersi dall’imporre privazioni di desideri e mettere in campo dei surrogati. Il terapeuta deve astenersi sia dal respingere la traslazione amorosa sia dal ricambiarla in qualunque modo: si invita a considerarla e a trattarla come qualche cosa di irreale, come una situazione che deve verificarsi durante la cura e va fatta risalire alle sue cause inconsce, aiutando in tal modo a ricondurre alla coscienza, e quindi al controllo della paziente, gli elementi latenti della vita amorosa.

Dal punto di vista del terapeuta, assecondare sentimenti di tenerezza in sé verso la paziente significherebbe un mettere in atto, un agito; dal punto di vista della paziente, significherebbe ripetere nella vita reale quello che essa dovrebbe soltanto ricordare riproducendolo come materiale psichico e trattandolo nella sfera puramente psichica, decontestualizzare la circostanza dell’innamoramento dallo spazio terapeutico.

La resistenza ha comunque un ruolo rilevante nell’amore di traslazione. Tuttavia non è la resistenza che crea un tale amore, essa lo trova di fronte a sé, se ne serve e ne esagera le manifestazioni, ma la resistenza non rende meno vera, autentica l’esperienza amorosa.

Il desiderio tra terapeuta e paziente

E’ possibile sintetizzare i due punti di vista del paziente e del terapeuta rispetto al desiderio e all’innamoramento.

Dal punto di vista dell’analizzato, non si può negare a questo sentimento il carattere di un amore effettivo. Infatti, trova la sua origine all’interno del setting terapeutico; la resistenza enfatizza questo sentimento; non tiene conto delle condizioni reali all’interno delle quali esso si sviluppa né considera adeguatamente le conseguenze nella sua messa in scena.

Dal punto di vista del terapeuta, è essenziale il fatto che esso sia provocato dalla situazione analitica. Egli ha suscitato questo innamoramento iniziando il percorso terapeutico, si tratta per lui dell’inevitabile esito di una situazione terapeutica. Perciò il principio a cui si attiene è che non gli è lecito trarre alcun utile personale da una tale situazione. La disponibilità dell’analizzato non può alterare in alcun modo questa situazione, anche perché questi vive come se il terapeuta avesse una incondivisa responsabilità sullo stato di cose.

Per il terapeuta vi è una coincidenza di motivi sia etici sia tecnici, secondo Freud: egli deve sempre tener presente la sua meta, disvelare le inibizioni della paziente affiché essa superi le sue fissazioni infantili, per garantirle la libertà di agire questi sentimenti nella vita reale.

La paziente deve imparare dall’analista a oltrepassare il “principio di piacere”, a rinunciare a un soddisfacimento immediato, a instradare il proprio desiderio verso la meta reale anche se in favore di un soddisfacimento più lontano.

Il desiderio è al servizio del cambiamento reale, occorre non lasciare prevalere l’Inconscio nei confronti dell’essenza del contratto terapeutico, in entrambi i contraenti.

L’attenzione, nell’analisi, alle dinamiche consce ed inconsce del terapeuta è importante perché il terapeuta possa evitare di usare la sua soggettività per condurre la relazione terapeutica, con degli enactment, degli agiti, in parole e gesti. I vissuti del terapeuta, dunque, non devono essere agiti nè misconosciuti o soffocati.

I vincoli, infatti, derivanti dal contratto non sono una limitazione alle capacità terapeutiche, ma, come gli argini di un corso d’acqua rappresentano, per il fatto stesso di esserci, la definizione di una direzione. Il terapeuta svolge sia il ruolo di contenente sia di contenuto. Egli dovrebbe essere allenato all’osservazione e all’empatia, sia per quanto riguarda i vissuti personali, sia per quelli dell’analizzato. Questi vissuti sono fondamentali per la conoscenza della situazione relazionale e dell’interiorità del paziente. Qualsivoglia risposta personale da parte del terapeuta rappresenterebbe una reificazione della comunicazione, con la conseguente perdita della carica simbolica.

La psicoterapia sistemica: origini e sviluppi – Introduzione alla Psicologia

La psicoterapia sistemica, definita anche sistemico-relazionale o familiare, nasce intorno agli anni ’50 negli Stati Uniti d’America.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Secondo tale approccio l’individuo è considerato come parte di un sistema di relazioni significative, verificatesi durante l’arco di vita.

Quindi un problema psichico è contestualizzato rispetto alle esperienze relazionali passate e attuali dell’individuo. Lo scopo della psicoterapia sistemico relazionale è trovare modalità relazionali alternative e più funzionali con il sistema di appartenenza, sia esso familiare o amicale.

Psicoterapia sistemica: la storia

La psicoterapia sistemica origina dalla più generica teoria dei sistemi, derivante dal pensiero di matematici, fisici e ingegneri e nasce sul finire degli anni ‘40.

Questa teoria è stata rielaborata e ampliata da Ludwing von Bertalanffy e fu considerata comune a tutte le discipline scientifiche, poiché definiva esplicitamente i concetti di apertura e chiusura dei sistemi viventi, di omeostasi, auto-regolazione e di equifinalità, ovvero una serie di concetti che sono alla base della regolazione di ogni sistema. La comunicazione e l’autoregolazione erano considerate le unità operative dei sistemi, grazie alle quali le informazioni del passato sono riportate nel sistema per influire sul futuro. Questo processo definito retroazione autocorrettiva fu denominato da Norbert Wiener “cibernetica” che risulta essere costituita da una serie di meccanismi volti al raggiungimento del comportamento finalizzato.

Più tardi, Gregory Bateson, antropologo, dopo aver studiato la cibernetica pensò che potesse usarla per descrivere le interazioni umane. Egli, partendo da questo presupposto, osservò che la società conteneva due tipi di forze: una centrifuga in cui gli schemi di progressivo antagonismo portano alla rottura all’interno di un gruppo e l’altra centripeta di adattamento, che porta al compromesso e alla coesione sociale.

Ogni parte del sistema rispondeva all’altra, grazie alla messa in atto di forze che portavano all’equilibrio dinamico o omeostatico.

Terapia sistemica: la scuola di Palo Alto

Bateson ottenne dei fondi che gli permisero di portare a termine la ricerca sui processi della comunicazione familiare e fondò la scuola di Palo Alto. Questa scuola ebbe il merito di riuscire a spostare lo studio sui processi psicologici partendo dai contenuti e il sistema famiglia era definito come una totalità, anziché come un agglomerato di individui. In questa ottica la famiglia era equiparata a un sistema cibernetico, che si autogovernava attraverso la retroazione negativa che consentiva di portare il sistema allo stato originario ogni volta che riceveva nuovi input volti allo sbilanciamento del sistema stesso. La famiglia, dunque, è un sistema omeostatico, avente autoregolazione automatica, che riduce qualsiasi deviazione dall’introduzione di nuove informazioni.

Nelle famiglie disfunzionali si ha uno sbilanciamento della comunicazione, che Bateson spiegò con la teoria del doppio legame.

Secondo la teoria del doppio legame si genera una comunicazione in cui si presenta una incongruenza tra il livello verbale e quello non verbale o analogico, che mette in discussione nettamente la comunicazione verbale. Quando questo tipo di comunicazione si genera tra due individui in cui uno si trova in una condizione di dipendenza psicologica dall’altro, come accade tra figli e genitori, e non ha quindi la possibilità di metacomunicare rispetto all’incongruenza comunicativa, si trova intrappolato in un doppio messaggio rispetto al quale ogni risposta è quella sbagliata: rispondere correettamente a uno dei due messaggi significherebbe rispondere in modo errato a quello sull’altro livello comunicativo; il risultato di questa comunicazione quindi è che qualunque risposta venga data è quella sbagliata. La vittima in questo caso si sente intrappolato in questo sistema e non riesce ad andare avanti. Secondo questa teoria il linguaggio dello schizofrenico sarebbe il risultato di un disperato tentativo di sottrarsi a questo tipo di comunicazione paradossale, che nelle famiglie altamente disfunzionali può essere continuo.

Psicoterapia sistemica: il modello Mental Research Institute

La scuola di Palo Alto, successivamente, sviluppò il modello Mental Research Institute di Terapia breve, costituito da al massimo 10 sedute. Esso si basava su una visione di causalità circolare secondo il quale il sintomo era letto all’interno di un contesto relazionale e uscire dal sintomo costituiva il problema. Di conseguenza l’obiettivo era rompere la rigidità del sistema per creare connessioni nuove e più funzionali. L’intervento era più centrato sul sintomo e sui comportamenti manifesti che sul funzionamento psichico che sottendeva il sintomo stesso. Lo scopo era risolvere il problema del paziente partendo dai tentativi infruttuosi di risolverlo.  Il terapeuta aiuta il paziente a raggiungere lo scopo attraverso una serie di interventi strategici attuati in breve tempo.

La cibernetica di primo e secondo ordine

La cornice teorica da cui derivava l’approccio Strategico-Sistemico del Mental Research Institute (MRI) era quello della cibernetica di primo ordine, basata sull’assunto che fosse possibile dividere quello che si osserva da chi lo osserva. In questo caso entrano in gioco i meccanismi di controllo, la retroazione negativa e i processi di riduzione della deviazione che riportano il sistema a una condizione di omeostasi. Il modello MRI di Palo Alto considerava solo la retroazione negativa e non operava una distinzione fra normalità e patologia, ma solo fra problema e soluzione. Il processo terapeutico era fondato su tecniche e strategie che interferivano con il circuito ricorsivo problema-soluzione, quindi permettevano una soluzione dei problemi presentati in un tempo breve, mentre l’orizzonte temporale era centrato sul tempo presente e sul tempo futuro.

Con il passaggio alla cibernetica di secondo ordine alla retroazione negativa, che mantiene l’omeostasi del sistema e gli conferisce una certa rigidità, viene introdotto il concetto di retroazione positiva grazie al quale i sistemi viventi, soprattutto quelli umani, sono in grado di evolvere grazie a comportamenti dinamici e nuovi, che aumentano la deviazione e sono in grado di superare l’omeostasi del sistema. Inoltre con la seconda cibernetica il soggetto conoscente/osservante diviene esso stesso oggetto di osservazione: il punto di vista di chi osserva è quindi a sua volta passibile di osservazione e per questo “relativo”, personale. La conoscenza non è più oggettiva, ma si realizza attraverso l’autoriflessività.

Terapia sistemica: la scuola di Milano

Il modello di psicoterapia sistemica della scuola di Milano, di Cecchin, Boscolo, Selvini-Palazzoli e Prata, si rifaceva all’approccio strategico-sistemico del MRI. Più tardi questo modello si è arricchito di contributi derivanti dal costruttivismo, della cibernetica di secondo ordine e dell’ermeneutica.

Nella prima fase, questo modello si basava su una visione di casualità circolare, all’interno del quale il sintomo era letto all’interno di un contesto relazionale dove i tentativi di soluzione al problema/sintomo venivano considerati un rinforzo al problema. Lo scopo era di rompere i pattern ripetitivi e rigidi cui il sintomo era connesso, utilizzando diversi comportamenti alternativi. Nella seconda fase, che ebbe inizio nel 1975, il pensiero del gruppo di Milano si modificò attraverso l’applicazione di nuove idee che portarono alla teorizzazione di nuovi assunti teorici. In particolare durante la seduta si formulavano ipotesi semplici basate su una visione lineare e causale del sintomo, che portava alla formulazione più generica di una ipotesi sistemica, ovvero lettura del sintomo nel sistema osservato.

Gli obiettivi della terapia non erano più i sintomi e i pattern comportamentali, ma le premesse epistemologiche e i sistemi di significato. Si procedeva, dunque, dal presente per giungere a una cornice di significato più ampia che comprendeva passato, presente e futuro.

La tecnica terapeutica diventava quella dell’esplorazione, dell’empatia, e dell’ascolto. Lo scopo della terapia era di aiutare i pazienti a riorganizzare i loro sistemi interni e il dialogo terapeutico diveniva una dialettica a tre: terapeuta, paziente e interiorizzazione delle relazioni con le persone più significative sia esse positive sia negative. Le nuove teorie si basavano sulla centralità del linguaggio, sull’ermeneutica e sul costruzionismo sociale, che avevano permesso di connettere l’individuo e il gruppo. Nel 1996 con Boscolo e Bertrando, il lavorare sistemico diventava un lavorare con il singolo e non più solo con la famiglia.

Inoltre, il gruppo di Milano comincia a usare la prescrizione, grazie alla quale si possono modificare le regole disfunzionali della famiglia sostituendole con altre regole più funzionali.

Oggi l’impostazione del nuovo gruppo di Milano (Matteo Selvini, Anna Maria Sorrentino, Stefano Cirillo) consiste nel privilegiare l’accoglienza della sofferenza e della richiesta di aiuto da parte della famiglia ma anche del singolo che presenta un disagio.

Psicoterapia sistemica: Andolfi e il trigenerazionale

Il modello sistemico familiare trigenerazionale fa riferimento al modello del ciclo vitale della famiglia. Esso deriva dalla famiglia d’origine, si ripresenta nei figli e poi nel legame di coppia.

Ogni fase richiede precisi compiti evolutivi e ha una certa stabilità strutturale, mentre nei periodi di transizione si verificano profonde trasformazioni psicologiche e strutturali. La riorganizzazione richiesta nel passaggio da una fase evolutiva ad un’altra avviene attraverso modelli trasmessi dalla famiglia d’origine, che consentono di legare ciascuna generazione alla successiva. La coppia è il perno centrale del sistema trigenerazionale. L’ alleanza tra i membri di una coppia si consolida grazie alla formazione di regole, che determinano la complicità di coppia e che dovrebbero sciogliere i vincoli di filiazione di ciascuno con le rispettive famiglie di origine, portando alla delimitazione di un confine di coppia.

Con la nascita dei figli si stabilisce un nuovo vincolo di filiazione che lega la nuova generazione alla precedente. Secondo la psicoterapia sistemico relazionale trigenerazionale la possibilità di separarsi/differenziarsi dalla famiglia d’origine è direttamente proporzionale alla possibilità di appartenere. Quindi, tutto ciò che impedisce l’incontro emozionale e la soddisfazione di bisogni fondamentali all’interno delle relazioni significative mantiene un legame con la generazione precedente e mina sia il senso di appartenenza che le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine.

In quest’ottica anche i problemi della coppia hanno sempre a che fare con difficoltà nei processi di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e separazione del singolo dalle famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello di coppia.

Le relazioni triangolari influenzeranno anche gli altri sottosistemi familiari, amicali e professionali. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’alleanza con i figli (triangolazione). Tutto questo porta alla formazione di sofferenza psichica.

La terapia:

L’approccio sistemico-relazionale può rivelarsi utile per le persone che ritengono avere delle difficoltà in specifici rapporti (di coppia, genitoriale, lavorativo, etc).

In particolare può rivelarsi utile al presentarsi di problematiche evolutive da parte dei bambini, adolescenti e giovani adulti. Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato ma alle situazioni relazionali che lo hanno generato.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Immagine e immaginazione in psicoterapia (2018) di Marcelo Pakman – Recensione del libro

Immagine e immaginazione in psicoterapia rappresenta il primo volume della trilogia Lo spettro e il segno, un’opera nella quale Marcelo Pakman, psichiatra e psicoterapeuta radicato da anni negli States, tende a coniugare in modo clinico e teorico gli sviluppi di un approccio critico-poetico alla pratica terapeutica.

 

Egli privilegia la dimensione del senso, la materialità sensuale della vita, in un epoca come la nostra, dove il mercato della salute mentale appare dominato da pratiche derivate da criteri esclusivamente di tipo organico/biologico o da quelle che prediligono il linguaggio e l’interpretazione.

Immagine e immaginazione: la loro centralità in psicoterapia

Punto focale della proposta di Pakman è lavorare in quella terra di mezzo dove il senso si fa visibile, nelle immagini ancora vivide della corporeità.

Elena con la “h” o senza la “h”, chiede l’autore a Juan durante una seduta e, prontamente, dal pubblico si leva una domanda sull’importanza di questo dettaglio in un evento immaginato.

A partire da questo episodio, Pakman esplora il tema dell’immaginazione, sia nella vita quotidiana, sia nella pratica e nella riflessione psicoterapeutica, ponendo particolare attenzione a quei momenti di discontinuità che a tratti introducono punti di flessione nella continuità nel contesto psicoterapeutico, indicandoli come eventi poetici. Con tale termine, l’autore intende sottolineare che in tali eventi poetici si fanno presenti, nascono o vengono alla presenza, aspetti significativi della vita.

Pakman, dunque, continua a pensare alla clinica prestando particolare attenzione al tema dell’immaginazione.

Tradizionalmente l’immagine è stata considerata come prodotto dell’immaginazione, come una facoltà della mente individuale e come agente attivo di finzionalizzazione. Nel corso della storia si è andata affermando una dicotomia tra due aspetti dell’immagine: l’immagine come mimesis e l’immagine come poiesis.

Per il primo di questi poli, l’immagine è anzitutto una copia mimetica, una rappresentazione della realtà. Da ciò deriva la sua concezione come mera apparenza che, o deve essere superata grazie all’uso della ragione, in quanto rappresenta un ostacolo all’accesso alla realtà delle Idee come in Platone, o è impossibile da superare, in quanto secondo la visione postmoderna essa è indistinguibile dalla realtà.

Per il secondo polo della dicotomia l’immagine in quanto poiesis è produzione di qualcosa che non è parte dell’essere, ma del poter essere, del posse e non del esse. In questa prospettiva le immagini non sono sottoposte alla logica della rappresentazione o duplicazione della realtà di ciò che già è o è stato o alla logica della percezione, intesa come presenza della realtà empirica. Per passare dal primo al secondo polo della dicotomia, ovvero dalle immagini come mimesis alle immagini come poiesis, è necessario separare l’immaginazione dalla percezione, così come è necessario riconsiderare la memoria in quanto mera riproduzione della percezione. In tal modo è possibile fare spazio alla libera variazione delle immagini che acquisirebbero un ruolo anche nella costituzione della percezione e della memoria.

Immagine e immaginazione in psicoterapia: la svolta di Kant

Kant rappresenta uno spartiacque tra la concezione classica greca, ebraica e cristiana e la concezione moderna dell’immaginazione, ponendo quest’ultima a fondamento sia della conoscenza sensibile sia di quella intelligibile. In Kant l’immaginazione è la condizione di possibilità di entrambe le forme di conoscenza, essa è un’arte nascosta nelle profondità dell’anima umana.

Ma l’egemonia della ragione finisce per occultare l’intuizione di Kant, ritardando la possibilità di mettere al centro la consistenza sensuale dell’immagine. Con Baudelaire e Coleridge, il tramonto del divino implica l’abbandono della concezione classica della poiesis poiché comporta il rischio di imitazione demiurgica di Dio. Ponendo l’immagine sotto l’egidia del linguaggio, si determina una contrazione, se non una negazione di ciò che è nuovo ed inedito.

Nel novecento la questione dell’immaginazione verrà ampiamente approfondita da Jean Paul Sartre per il quale essa acquisisce un potere “irrealizzante” nei confronti delle cose, tale che

attraverso essa si realizza la capacità della coscienza di andare oltre la materialità e quindi di esprimere la propria libertà.

Sono queste forze ad essere sospese dall’evento poetico il cui avvento inaugura ciò che Jean Paul Sartre ha definito i cammini della libertà.

Per i surrealisti l’immaginazione acquista il proprio potere nel manifestarsi come libertà, la quale rende all’uomo la propria umanità e la felicità intrinseca al vivere, come quel “raggio invisibile” che svela al di sotto del reale, il “surreale”.

Immagine e immaginazione in psicoterapia: la rivoluzione di Nancy

Per l’autore, sarà il filosofo Nancy ad operare la rivoluzione. Nell’opera di Nancy troviamo due violazioni della concezione tradizionale dell’immagine fondata sulla dicotomia tra corpo e mente. In primo luogo per Nancy l’immaginazione non è in sé la facoltà mentale generatrice di immagini, perché queste, come la dimensione del senso cui appartengono, precedono il soggetto. La seconda violazione concerne il fatto che le immagini, liberate dalla psicologia che le disciplinava in quanto prodotti di una funzione mentale, non si limitano ad essere copia ma sono l’apparizione stessa di tutta la realtà, come magistralmente esposto da Morin.

Secondo l’autore, la psicoterapia (come la civiltà occidentale) ha bisogno di recuperare una capacità e una possibilità immaginativa che possano salvarla dalla superficialità e dalla frenesia occidentale distruttiva.

Ma come operano le immagini in psicoterapia? Quali reazioni suscitano? Permettono il riconoscimento e fissano l’accaduto per la memoria, fungendo così da medium di ogni conoscenza astratta, ma anche spaventano e suscitano emozioni tanto profonde da promuovere con la loro forza suggestiva e contagiosa convinzioni e comportamenti altrimenti inspiegabili.

“L’immaginazione” porta a vivere delle immagini simboliche, cariche di emozioni e significati. Conflitti, traumi e vari altri stati psichici possono essere rivissuti dal paziente che in uno stato di coscienza più ampia del solo pensiero, riesce ad accedere alla propria interiorità e creatività.

Nell’immagine c’è un’informazione sintetica capace di attivare vari circuiti ma in modo particolare i circuiti che collegano il sistema limbico (amigdala, ippocampo e ipotalamo) con le aree corticali cognitive ed elaborative (corteccia prefrontale).

I metodi che usano l’immaginario costituiscono un prodigioso strumento per entrare in relazione con il mondo interno dell’essere umano e una straordinaria chiave di accesso alla sfera emotiva.

L’immagine nel film Avik e Albertine

Nel film “Avik e Albertine”, un bambino che soffre di tubercolosi, viene portato a Montreal per essere curato. Nell’ospedale Avik fa amicizia con la piccola Albertine, ma quando la suora incaricata della loro istruzione si accorge che tra i due bambini sta sbocciando l’amore decide di separarli trasferendo Albertine in un altro ospedale. Nel corso del film vediamo Avik arruolarsi nell’aviazione britannica e partecipare ai bombardamenti su Dresda.

Avik non ha mai scordato Albertine che in ospedale, disperata per l’imminente separazione da Avik, gli ha donato l’unica cosa che possiede, una radiografia del suo torace nella quale si scorge l’immagine della sua malattia ma anche il suo cuore. Un’immagine che Avik porta sempre con sé, sino a quando molti anni dopo coroneranno il loro sogno d’amore sopra il pallone di un dirigibile. La radiografia di Albertine che nel corso degli anni è stata esposta alla guerra e ai viaggi aerei, non smette mai di essere “l’immagine”, ossia, la realtà dell’apparizione del loro amore attraverso trasparenze nelle quali si scorge la malattia.

In questo film l’immagine non perde la sua capacità di toccarci in quanto escrizione che emerge dalle inscrizioni (una foto per esempio) di un linguaggio catturato dai processi di significato. Il film mette in scena l’auspicio che l’immagine mantenga la capacità di toccarci.

In questi casi il segno, più che ricevere un significato da uno spazio trascendente – divino o umano (Dio, soggetto, struttura), segnala un senso verso una dimensione che sostiene nella sua materialità. Allora il processo di significazione si accompagna al processo di escrizione grazie al quale la significazione ritrova le proprie radici. Come dice Nancy: […] io divento la dissonanza di un accordo, il passo di una danza. “Io”: non è più questione di “Io”. Cogito diventa imago.

La realtà come imago non cessa di apparire come una dimensione intermedia, che non è l’ingenua realtà dell’immediato che rinnega il segno, e nemmeno è riducibile ai processi di significazione che normalmente lo monopolizzano. I segni del cogito non potranno mai sottrarsi dall’essere stregati dallo spettro della materialità vivida e sensuale del senso che prende corpo nell’immagine che il lavoro dell’immaginazione moltiplica sino a dar luogo a eventi poetici.

Immaginazione e significazione in psicoterapia

L’immaginazione è, dunque, di questo mondo, non è fatta solamente di un contenuto incorporeo e nemmeno è sinonimo di finzione. L’immaginazione è sempre ed essenzialmente contraddistinta dalla texture singolare del senso che concilia la pura materialità con i processi di significato.

Il lavoro dell’immaginazione ha la caratteristica del senso, troppo sensuale per essere incorporeo come il linguaggio e troppo etereo per essere pura presenza materiale.

In quanto spettro, l’immaginazione è incerta e ambigua e rompe la dicotomia tra anima e corpo. Essa non si limita ad essere una duplicazione della realtà, né ad essere mera fantasia produttiva. L’immaginazione è un lavoro con le immagini che acquisiscono carattere di percezione, memoria, finzione, sempre immerse in una tonalità affettiva emergente. Nell’immaginario sociale i limiti tra percezione, memoria, e finzione vengono mantenuti, mentre nel processo immaginario questi vengono riorganizzati grazie alla produzione, all’esposizione e al contatto reciproco delle immagini in occasione degli eventi poetici.

Attraverso l’immaginazione si alimenta l’affiorare di immagini che, moltiplicandosi nel loro reciproco contatto, favoriscono l’apparizione di realtà che sino al quel momento hanno avuto un grado di esistenza minimo.

Dall’immaginazione sorgono eventi singolari di senso che mettono alla prova le frontiere che, nell’economia dell’aisthesis, stabiliscono i limiti tra percezione, memoria e finzione, giocando ambiguamente tra ciò che è ed è stato e ciò che forse potrebbe essere. La ridefinizione di questi confini rappresenta un cambiamento ontologico. Per converso la pluralità di significati e interpretazioni non mette in discussione l’ontologia all’interno della quale essi emergono. Per questo il gioco dell’immaginazione, in quanto materia prima degli eventi poetici, è un esercizio estetico ma anche etico, sempre in relazione con la verità storica.

Immagine e Immaginazione in psicoterapia è un’opera rivoluzionaria, appassionata, innovativa che partendo da basi filosofiche apre nuovi scenari della psicoterapia.

Approfondire la descrizione clinica dei disturbi mentali: la prospettiva dei pazienti

L’undicesima versione dell’International Classification of Diseases (ICD-11) verrà utilizzata dai 194 stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, WHO) a partire dal Gennaio del 2022. 

 

Il capitolo relativo ai disturbi mentali e comportamentali presente nell’ICD-10 costituisce il più diffuso sistema di classificazione per i disturbi mentali a livello mondiale. Allo scopo di aumentare l’utilità clinica e l’applicabilità globale delle linee guida diagnostiche che saranno presenti nell’ICD-11, è stato condotto uno studio qualitativo in collaborazione tra il dipartimento di salute mentale e abuso di sostanze del WHO e la Rutgers University in cui a utenti dei servizi di salute mentale è stato chiesto di discutere rispetto a come i loro disturbi venissero descritti da tali linee guida.

Lo studio

Lo studio, pubblicato su The Lancet, è stato condotto in India, Regno Unito e Stati Uniti, dove i ricercatori hanno reclutato pazienti che avessero avuto diagnosi di schizofrenia, Disturbo Bipolare di tipo I, episodio depressivo, Disturbi di Personalità o Disturbo da Ansia Generalizzata.

Il totale di 157 partecipanti è stato suddiviso in 35 focus group e a ogni gruppo, accorpato per diagnosi, è stato chiesto di discutere, con il supporto di un conduttore esterno, in merito a come il proprio disturbo dovesse essere descritto nella prossima versione dell’ICD.

A ogni gruppo sono stati consegnati la bozza del capitolo inerente i disturbi mentali e comportamentali dell’ ICD-11 e un riassunto della stessa che utilizzasse un linguaggio non tecnico, con la richiesta di analizzarlo criticamente e di identificare cambiamenti che permettessero di riflettere più accuratamente la loro esperienza rispetto al disturbo e/o volti a rimuovere termini considerati sgradevoli o confondenti.

Al termine delle discussioni, che sono state registrate e trascritte, è stata condotta un’analisi tematica allo scopo di identificare temi ricorrenti e di particolare salienza per ogni diagnosi presa in esame. Al termine dell’analisi è emerso che la maggior parte dei partecipanti riportava che la bozza aveva omesso esperienze emotive e psicologiche che loro avevano regolarmente.

In particolare, i pazienti con diagnosi di schizofrenia hanno segnalato caratteristiche aggiuntive che fanno parte della loro esperienza diretta del disturbo, quali irritabilità, paura e difficoltà mnestiche. Inoltre i focus group relativi a questo disturbo hanno riportato che le componenti inerenti le difficoltà interpersonali (senso di distanza, isolamento, alienazione) e la difficoltà a comunicare le proprie esperienze interne non erano state adeguatamente approfondite nella bozza dell’ ICD-11.

I gruppi di pazienti con Disturbo Bipolare di tipo I hanno evidenziato la mancanza di riferimenti ad ansia, rabbia, nausea e malessere, ma anche rispetto all’aumento della creatività durante gli episodi maniacali.

I pazienti con diagnosi di episodio depressivo hanno riportato l’assenza delle componenti di ansia e dolore, mentre i pazienti con Disturbo da Ansia Generalizzata hanno aggiunto nausea e rabbia.

Infine, i pazienti con diagnosi di Disturbo di Personalità hanno segnalato la presenza di distress e vulnerabilità allo sfruttamento da parte degli altri.

Conclusioni e prosettive future

Tutti i partecipanti hanno evidenziato che le caratteristiche riportate nella bozza dell’ ICD-11 tendevano a riflettere una prospettiva esterna del disturbo piuttosto che una prospettiva interna basata sull’esperienza vissuta. La maggior parte dei dati aggiuntivi riportati dai pazienti rifletteva infatti stati interni del disturbo.

I diversi gruppi hanno inoltre riportato elementi terminologici vissuti come fastidiosi o confondenti. In particolare, i pazienti con diagnosi di schizofrenia hanno identificato i termini “Bizzarro” e “Disorganizzato” come descrizioni negative basate su una prospettiva esterna, mentre il gruppo di pazienti con episodio depressivo ha considerato poco chiari e potenzialmente confondenti termini tecnici quali “Ritardo” e “Neurovegetativo”. Infine, i pazienti con Disturbo di Personalità hanno segnalato il termine “Maladattivo” come giudicante e potenzialmente invalidante.

Il riassunto della bozza che utilizzava un linguaggio non tecnico consegnato all’inizio della discussione in ogni gruppo è stato ritenuto più chiaro, più accessibile e più semplice da comprendere dai partecipanti rispetto alle linee guida ufficiali. Tale documento sembrerebbe dunque facilitare la creazione di un linguaggio condiviso tra pazienti, famiglie e clinici, verso una presa di decisioni condivisa rispetto al percorso clinico.

Lo studio descritto è il primo a ricercare la prospettiva degli utenti dei servizi di salute mentale nella stesura di importanti linee guida diagnostiche e ha il potenziale di migliorare l’accuratezza clinica descrittiva, massimizzando inoltre l’accettazione di tali linee guida da parte dei pazienti. Una prospettiva di ricerca futura potrebbe vertere sulla coproduzione di linee guida tra clinici e pazienti, creando un linguaggio condiviso che colga aspetti aggiuntivi relativi all’esperienza vissuta, eviti terminologie mediche, permetta una comprensione semplice delle caratteristiche di funzionamento dei disturbi e le arricchisca con componenti relative all’esperienza interna degli utenti.

Dall’autoriflessione all’alleanza terapeutica: l’incontro tra cognitivismo e altri mondi – Report dalla seconda e terza giornata del WCBCT 2019

Nella seconda e terza giornata del 9° congresso mondiale delle terapie cognitive e comportamentali (WCBCT, World Congress of Behavioural and Cognitive Therapies) ho assistito ancora a incontri tra il cognitivismo e altri mondi..

 

Nella seconda e terza giornata del 9° WCBCT (World Congress of Behavioural and Cognitive Therapies) ho assistito ancora a incontri tra il cognitivismo e altri mondi, trascurando un po’ invece le presentazioni più ortodosse che ho lasciato ai miei colleghi.

Autoriflessione negli allievi in training: il contributo di James Bennett-Levy

Uno dei simposi più interessanti era quello dedicato agli strumenti di misurazione dei processi di autoriflessione degli allievi in training. Autoriflessione vuol dire occasioni in cui gli studenti mettono in pratica su se stessi i concetti e gli strumenti clinici che hanno appreso. Non si tratta di una pratica di autoconoscenza però. Il modello non propone una versione naif del conosci te stesso come viatico per poter capire e curare gli altri. Si tratta semmai di utilizzare se stessi come campo di addestramento, in attesa di potersi applicare alla pratica clinica vera e propria. Questa modalità di auto addestramento è stata concepita da James Bennett-Levy dell’Università di Sydney e si chiama Self- Experiential Cognitive Behaviour Therapy Training
 e la sua applicazione ed efficacia sono misurabili grazie alla Self-Reflective Writing Scale (SRWS) presentata da Suzanne Ho-Wai So dell’University of Hong Kong. I risultati sono promettenti.

Arntz e l’evoluzione processuale della Schema Therapy

Dopo l’autoriflessione mi sono dedicato alla Schema Therapy (ST), con la consueta presentazione molto rigorosa da parte di Arnoud Arntz e del suo gruppo. Oltre a mostrare nuove applicazioni della ST che vanno al di là dei disturbi di personalità, come ad esempio l’ansia sociale, la depressione o il trattamento di gruppo, ciò che colpisce nell’operazione di Arntz è l’evoluzione in termini metacognitivi che ha impresso alla ST. Come dice la parola stessa, inizialmente si trattava di un modello di derivazione beckiana incentrato sui contenuti (schemi), mentre ora, con il crescente prevalere dei modes, si tratta di un modello processuale. In questo modo Arntz è riuscito a far confluire questa la ST nel mainstream processuale. Un’operazione simile a quanto fatto da Hofmann e Hayes ma fortunatamente in termini più scientifici che politici.

Relazione e alleanza terapeutica

Un ultimo simposio a cui ho assistito è quello organizzato da Nikolaos Kazantzis della Monash University in Australia. Kazantzis è tra i pochi che ha tentato in questo congresso di gettare uno sguardo nella direzione della relazione terapeutica e dell’alleanza invece che imboccare la strada del processualismo. Già ci aveva provato nella prima giornata del congresso nella tavola rotonda con Hofmann, Padesky e Dobson, beccandosi un fuoco di sbarramento fitto e spietato. Ci riprova nella terza giornata, organizzando un simposio con suoi compagni di cordata. Ovvero Elad Zlotnick della Hebrew University in Israele che ha presentato dati sul modello delle rotture e riparazioni applicato alla terapia cognitiva e Christoph Flückiger della Università di Zurigo che ha presentato una meta-analisi sull’alleanza. Ha concluso il simposio lo stesso Kazantzis con una riflessione sulla differenza tra alleanza terapeutica e competenza terapeutica.

A mio parere, l’apertura di Kazantkis ha finito per sfociare in una necessità molto ortodossa di tenersi vicino alle basi paradigmatiche della terapia cognitivo comportamentale in cui l’alleanza è concepita all’interno delle caratteristiche specifiche di questa terapia, mentre gli aspetti aspecifici sono messi in secondo piano. E ancor di più sono messi da parte gli aspetti specifici non cognitivi, come ad esempio il ruolo degli episodi di rottura e riparazione.

Il lavoro di Zlotnick –dedicato appunto alle rotture e riparazioni in terapie cognitive- ha infatti presentato risultati negativi: il potere predittivo sull’esito terapeutico del modello rotture e riparazioni in terapia cognitiva è risultato scarso, almeno nel suo studio. Non si tratta di una bocciatura definitiva beninteso, ma in ogni caso si tratta di una conferma che rotture e riparazioni sono un modello poco compatibile con la formulazione condivisa del caso di tradizione cognitiva, dato che si basa su una concezione del processo terapeutico di tipo agonistico in cui l’incontro con il paziente non avviene attraverso la condivisione delle regole ma in una esperienza correttiva di tipo conflittuale e psicodinamica, appunto una rottura e riparazione.

Nello stesso simposio Christoph Flückiger ha presentato i suoi dati a favore dell’alleanza basati sulla concezione dei fattori comuni di Lambert, quindi con una propensione a una concezione aspecifica che fa a pugni con la visione cognitiva. Per tale motivo mi è sembrata una presentazione in fondo incongrua con la rotta del simposio. Non a caso la conclusione di Kazantzis è finita per essere un ritorno all’ovile, una riproposizione della centralità delle competenze specifiche cognitivo comportamentali come base dell’alleanza terapeutica di stile cognitivo comportamentale.

I brevetti nella produzione farmaceutica – Riflessioni sulla mancata sperimentazione di una molecola per la cura della Malattia di Alzheimer

Le demenze comprendono un insieme di patologie (demenza di Alzheimer, demenza vascolare, frontotemporale, a corpi di Lewy, ecc.) che hanno un impatto notevole in termini socio-sanitari sia perché un sempre maggior numero di famiglie ne sono drammaticamente coinvolte, sia perché richiedono una qualificata rete integrata di servizi sanitari e socio-assistenziali.

Ilaria Bagnulo, Alessandro Toccafondi, Cristiana Barni, Marco Tanini

 

 

Le demenze, inoltre, rappresentano una delle maggiori cause di disabilità nella popolazione generale. Il progressivo invecchiamento della popolazione generale, nei paesi occidentali ed in quelli in via di sviluppo, fa ritenere queste patologie un problema sempre più rilevante in termini di sanità pubblica (Vanacore N. 2005).

Il Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riporta stime di crescita allarmanti della demenza: 35,6 milioni di casi nel 2010 che raddoppieranno nel 2030 e triplicheranno nel 2050 con 7,7 milioni di nuovi casi all’anno (uno ogni 4 secondi) e il cui impatto economico sui sistemi sanitari sarà di circa 604 miliardi di dollari l’anno, con incremento progressivo (OMS 2018).

La malattia di Alzheimer

In Europa si stima che la demenza di Alzheimer (DA) rappresenti il 54% di tutte le demenze, con una prevalenza nella popolazione ultrasessantacinquenne del 4,4%. La prevalenza di questa patologia aumenta con l’età e risulta maggiore nelle donne, che presentano valori che vanno dallo 0,7% per la classe d’età 65-69 anni al 23,6% per le ultranovantenni, rispetto agli uomini i cui valori variano rispettivamente dallo 0,6% al 17,6% (EC 2009).

In Italia sono 600.000 i malati di Alzheimer e a causa dell’invecchiamento della popolazione questo numero è destinato ad aumentare (l’Italia è il paese più longevo d’Europa con 13,4 milioni di ultrasessantenni, pari al 22% della popolazione).  I costi diretti dell’assistenza in Italia ammontano a oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie.

Il costo medio annuo per paziente è pari a 70.587 euro, comprensivo delle spese a carico del Servizio Sanitario Nazionale, di quelle che ricadono direttamente sulle famiglie e dei costi indiretti (gli oneri di assistenza che pesano sui caregiver, i mancati redditi da lavoro dei pazienti Censis Aima 2015).

La malattia di Alzheimer, come tutte le forme di demenza, comporta un progressivo decadimento delle funzioni cognitive a cominciare dalla memoria. Le sue cause sono ancora ignote, anche se sono stati identificati numerosi fattori che aumentano il rischio di sviluppare la patologia: l’età avanzata, la storia familiare, traumi cranici, stili di vita e condizioni che comportano problemi ai vasi sanguigni (Ministero della Salute 2019).

Esiste una possibile cura per L’ Alzheimer?

L’ultimo farmaco approvato dalla Food and Drug Administration per curare la malattia di Alzheimer risale a circa 16 anni fa.

Questo farmaco, il Namenda (Memantina), antagonista non inibitore del recettore NMDTA, può alleviare alcuni sintomi della demenza, ma non c’è niente che si possa fare per impedire alla malattia di progredire (Hippus H. 2003).

I farmaci usati per curare i sintomi dell’ Alzheimer sono principalmente molecole nate per curare altre malattie, ma che si sono dimostrati utili nel trattamento dei sintomi ma non per curare il processo patologico di base.

Le molecole più usate sono gli anticolinesterasici (ACHe-I) Rivstigmina, Donepezil, e Galantamina.

Esiste un nuovo Farmaco?

È notizia recente che in un suo articolo Christopher Rowland, del Washington Post, abbia affermato che i dirigenti della Pfizer, appreso che avevano un nuovo potenziale trattamento per prevenire questa patologia, abbiano deciso di non andare avanti perché avrebbero rischiato una perdita di esclusività del mercato.

La molecola in questione è la Etanercept, medicinale antinfiammatorio, usato per il trattamento delle seguenti malattie:

  • artrite reumatoide
  • spondilite anchilosante
  • psoriasi a placche
  • spondiloartrite assiale non radiografica

È una proteina di fusione del recettore umano p75 del fattore di necrosi tumorale con l’Fc, ottenuta tramite tecniche di DNA ricombinante attraverso un sistema mammifero di espressione in cellule ovariche di criceto Cinese (CHO). Etanercept è un dimero di una proteina chimerica geneticamente preparata tramite fusione del dominio extracellulare del recettore-2 del fattore di necrosi tumorale umano (TNFR2/p75) responsabile del legame con il ligando, con la frazione Fc dell’immunoglobulina umana IgG1. Questa frazione Fc contiene la regione cerniera, la regione CH2 e CH3 ma non la regione CH1 dell’IgG1. Contiene 934 aminoacidi ed ha un peso molecolare apparente di circa 150 kilodalton (European Medicine Agency 2014).

La mancata sperimentazione del prodotto

Secondo il citato articolo del Washington Post, alla base della mancata ricerca sugli effetti dell’Etanercept ci sarebbero, non tanto i costi da sostenere per lo studio, ma piuttosto una valutazione costi/ricavi che ha visto prevalere le spese a fronte di una molecola farmacologica con brevetto scaduto e che può, quindi, essere prodotta da qualsiasi casa farmaceutica.

I Brevetti

Il brevetto per invenzione è l’istituto giuridico attraverso il quale si assicura all’inventore il diritto di utilizzazione esclusiva dell’invenzione per 20 anni dalla data di deposito della domanda di brevetto. Per diritto di utilizzazione esclusiva si intende il diritto di impedire a terzi di produrre, usare, mettere in commercio, vendere o importare l’oggetto del brevetto in questione, senza il consenso del titolare (Codice Proprietà Industriale).

La necessità di disporre di farmaci sicuri ha fatto aumentare i costi di produzione dei medicinali, le case farmaceutiche prima di intraprendere la produzione di un farmaco devono valutare attentamente il rapporto costo/ricavo di ogni ricerca.

Attualmente, molte aziende si concentrano su usi of label di farmaci già commercializzati per non dover affrontare i costi legati alla nuova commercializzazione di una molecola da immettere sul mercato.

L’unica garanzia di profitto per un’industria farmaceutica resta quella legata allo sfruttamento del brevetto, anche se questo può comportare una diminuzione di interesse verso la ricerca, a favore della produzione di utili.

Il futuro dei primi 1000 giorni di vita. Psicologia clinica perinatale: prevenzione e interventi precoci (2018) di Antonio Imbasciati e Loredana Cena – Recensione

Antonio Imbasciati e Loredana Cena, tra i maggiori esponenti della Psicologia Clinica Perinatale in Italia e a livello internazionale, con Il futuro dei primi 1000 giorni di vita vogliono trasmettere l’importanza della prevenzione nei primi mille giorni del bambino, ovvero dalla gestazione ai due anni, “la matrice decisiva da cui si originerà la futura persona adulta” (p. 18).

 

Ma di quale prevenzione ci parlano?

Il futuro dei primi 1000 giorni di vita: perchè sono fondamentali

Per comprendere a pieno ci spiegano innanzitutto come avviene la formazione del Mindbrain (mentecervello) del bambino: le reti neurali e il loro funzionamento si costruiscono attraverso gli apprendimenti, che avvengono per la maggior parte nelle relazioni con i caregivers. La mente del bambino dunque, si sviluppa in base a quella che è la qualità della struttura neuromentale di chi si occupa di lui, e la mente del caregiver che si occupa del bambino è stata determinata da chi, a sua volta, si è occupato di lui. Ecco quindi l’effetto domino, o effetto cascata, della transgenerazionalità.

I bambini che hanno sofferto restano vulnerabili alle successive esperienze; è difficile quindi recuperare con buone esperienze coloro che da piccoli hanno vissuto dei traumi psichici. Allo stesso modo, se la prima matrice neuromentale che si forma nelle prime fasi di vita è efficiente nei confronti di una buona evoluzione, quel bambino potrà essere resiliente anche a future esperienze difficili.

L’oggetto di intervento, dunque, dovrebbero essere i genitori. Come già John Bowlby sosteneva,

se una società vuole veramente proteggere i bambini, deve cominciare con l’occuparsi dei genitori.

Il futuro dei primi 1000 giorni di vita: interventi su coppie e famiglie

Gli obbiettivi della psicologia clinica perinatale, di conseguenza, sono quelli della prevenzione a lungo termine per la salvaguardia della transgenerazionalità e la cura preventiva della coppia a rischio nel percorso generativo. Ci sono infatti numerosi eventi negativi che possono portare alla compromissione della sintonia della coppia: complicanze della gestazione, aborti, nascite premature, sindromi paterne, depressione puerperale, complicanze dell’allattamento. Queste possono portare alla compromissione dello sviluppo del bambino, che si può esprimere sotto forma di disturbi di vario tipo: problematiche alimentari, del sonno, pianto intenso, malattie.

Un’ulteriore precisazione va fatta, tuttavia, sull’intervento con le famiglie: nel modello presentato che si rifà al contributo di Dina Vallino, non si va ad intervenire sui genitori, ma con i genitori.  Nell’intervento psicologico l’operatore non è il soggetto attivo che agisce e prescrive, e i genitori i soggetti passivi: si deve attuare una “consultazione partecipata” in cui l’esperto funge da lente di ingrandimento affinché i genitori si rendano conto dei messaggi che inconsciamente stanno trasmettendo al figlio, e che stanno formando il suo cervello. Al contrario un intervento direttivo e/o prescrittivo andrebbe a mobilitare le difese genitoriali, col risultato di essere inefficace.

Il futuro dei primi 1000 giorni di vita: contenuti del volume

Vediamo ora nello specifico cosa va a trattare Il futuro dei primi 1000 giorni di vita, steso con la collaborazione di altri autori di spicco della Psicologia Clinica Perinatale e che va ad integrare l’Infant Research, la Psicoanalisi, le Neuroscienze e la Teoria dell’Attaccamento.

I primi sei capitoli presentano gli aspetti maggiormente attuali della ricerca empirica nell’area della perinatalità: lo sviluppo neuro-psico-somatico del feto e del bambino, l’emergere del Sé corporeo dal contatto fisico, l’impatto della depressione materna post-natale e la genitorialità fallimentare.

Dall’ottavo al quindicesimo capitolo vengono trattate alcune applicazioni in atto: l’intervento precoce sulla depressione post-partum; la giocoterapia focale con bambini e genitori che va ad operare sulle problematiche alimentari e dell’evacuazione; l’utilizzo clinico del video-feedback e del CARE-index; l’Early Child Intervention e l’Early intervention attacment-based sulla nascita sia a termine che pretermine; il massaggio infantile.

Negli ultimi undici capitoli vengono effettuate principalmente considerazioni sociali e antropologiche inerenti con alcune importanti tematiche della psicologia perinatale: la nascita pretermine, il lutto perinatale, il suicidio e il figlicidio materno, l’infertilità e gli interventi di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita).

Il volume va a chiudersi con alcune stimolanti considerazioni psicosociali sulla formazione degli operatori, le mutazioni culturali, il diritto alle cure nell’epoca perinatale, i tagli finanziari ai servizi psicologici.

Il futuro dei primi 1000 giorni di vita: l’importanza della psicologia clinica perinatale

Per concludere, ciò che Imbasciati e Cena hanno voluto trasmettere ai professionisti della perinatalità, è che

a cominciare dal concepimento fino a circa i primi due anni dopo la nascita, in questi mille giorni, si decide la costruzione di quel particolare cervello che incarnerà la mente che in quell’individuo potrà svilupparsi nella rimanente sua vita e che condizionerà, a sua volta, la propria genitorialità e da questa il futuro Mindbrain dei figli; e dei figli dei figli, nell’orizzonte transgenerazionale (p.15).

Di conseguenza la prevenzione da promuovere, è quella che va ad agire sulle capacità della mente dei genitori di accudire i figli e la possibilità di applicarla. In questo senso la Psicologia Clinica Perinatale ha anche un vero e proprio scopo sociale: sensibilizzare la cultura generale, anche a livello popolare, affinché le conoscenze attuali sulle scienze della mente possano penetrare nella società.

 

Il sessismo nella vita di coppia: diamo voce alle donne

Il sessismo può prendere diverse forme, può manifestarsi nella convinzione che nessun uomo sia completo se non ha accanto a sé una donna che lo ama e pertanto spetti a lui il compito di prendersene cura, proteggerla e provvedere ai suoi bisogni, così come il privilegiare candidati di sesso maschile per ruoli dirigenziali perché “più autoritari”

 

Chiaramente, per quanto entrambi gli esempi costituiscano situazioni in cui avviene una discriminazione basata sulla presunta disparità tra uomo e donna, nel primo caso gli esiti non saranno apertamente lesivi per la compagna: parliamo infatti di sessismo benevolo; mentre si tratterà di sessismo ostile ogni qualvolta vi siano atteggiamenti dispregiativi, di minaccia fisica o psicologica, o apertamente punitivi, volti a mantenere la dominanza dell’uomo sulla donna e a perpetrare la validità dei ruoli (e quindi degli stereotipi) di genere tradizionali (Glick & Fiske, 1996).

Il sessismo nelle nostre società

La letteratura scientifica riporta come vi sia un’incidenza preoccupante del sessismo ostile nelle nostre società (Brandt, 2011; Glick et al., 2000, 2004) e di come esso porti come conseguenza atteggiamenti aggressivi o violenti verso le donne sia nella sfera lavorativa o sociale, che nell’intimità della relazione di coppia: le donne in posizione di leadership vengono percepite come più aggressive, fredde ed avide (Glicket al., 1997); a parità o superiori competenze le donne venivano scartate in favore dei candidati di sesso maschile (Gervais & Hillard, 2011; Ratliff, Redford, Conway, & Smith, 2017; Rudman & Kilianski, 2000).

Le compagne degli uomini sessisti ostili venivano da loro giudicate più negativamente, come più manipolatorie e con minor investimento nella relazione (Hammond & Overall, 2013; Cross, Overall, Hammond & Fletcher, 2017); i partner sessisti si dimostravano più inclini alla violenza verbale (Forbes, Adams-Curtis & White, 2004; Martinez-Pecino & Duràn, 2016) e fisica sia durante le liti che nella quotidianità (Cross et al., 2017; Hammond & Overall, 2013a; Overall, Sibley, & Tan, 2011), dimostrando inoltre un atteggiamento più benevolo verso la violenza domestica e la convinzione che fosse la donna ad aver meritato tale trattamento (Cross et al., 2017; Hammond & Overall, 2013a; Overall, Sibley, & Tan, 2011).

Al di là del quadro allarmante appena tratteggiato, è possibile notare come gli studi citati si siano focalizzati sul determinare le conseguenze di un’attitudine sessista sul comportamento dell’uomo, tralasciando quali siano i vissuti della donna che ne è oggetto: sembra paradossale, ma nella ricerca sul sessismo si è tralasciato di considerare il punto di vista della donna.

Il sessismo e le sue conseguenze nella coppia

Un nuovo studio condotto da Cross & Overall (2019) dell’Università di Aukland, Nuova Zelanda, si è proposto di colmare questa lacuna indagando in che modo le attitudini sessiste ostili influenzino l’esperienza di coppia per la controparte femminile.

Sono stati raccolti in modo congiunto i dati relativi a 363 diadi (726 individui), i partecipanti hanno compilato l’ Ambivalent Sexism Inventory (ASI; Glick & Fiske, 1996) per valutare le attitudini sessiste dei due membri della coppia, prendendo in considerazione sia il sessismo ostile che quello benevolo (22 items totali), per ottere un indice dei problemi esperiti è stato poi somministrato il Marital Problems Inventory (Geiss & O’Leary, 1981), che indaga svariati aspetti problematici nella coppia, dalla comunicazione, al prendere decisioni, alle lotte di potere; l’Investment Model Scale (Rusbult, Martz, & Agnew, 1998) è stato da ultimo utilizzato per ottenere una valutazione sulla coppia in termini di soddisfazione relazionale e di commitment.

Gli uomini, ma non le donne, che esibivano sessismo ostile hanno riportato un numero maggiore di problemi relazionali e di maggiore intensità; quando era il partner ad essere sessista, le donne riportavano come problematiche più rilevanti quelle della lotta di potere, della risoluzione dei problemi così come il decision making; lo stesso non avveniva nel caso in cui fosse la donna ad avere tali credenze.

I conflitti maggiori imputabili ai ruoli di genere avvenivano quando era l’uomo ad essere portatore di atteggiamenti sessisti; la gravità della gelosia e la preoccupazione circa il tradimento venivano predetti dal grado di sessismo esibito dal compagno, indipendentemente dal sesso, suggerendo un impatto sulla fiducia reciproca. Logicamente, le lotte di potere si rivelavano più aspre quando era l’uomo ad avere un atteggiamento sessista, al contrario della situazione inversa, che registrava i tassi più bassi di conflittualità (dal momento che la donna stessa si fa in questo caso portatrice delle rivendicazioni maschili, Chen et al., 2009; Glick & Fiske, 1996; Glick et al., 2000).

Come conseguenza di tali presupposti, anche il livello di soddisfazione relazionale e commitment calavano in funzione del grado di sessismo del partner; curiosamente, quando l’ostilità sessista era perpetrata dalla donna, i loro partner riferivano minori problemi relazionali e maggior soddisfazione e commitment in generale, ad eccezione della tematica della gelosia e della paura del tradimento che viene comunque vissuta in maniera conflittuale.

Sessismo e ricadute a livello sociale e lavorativo

Escludendo l’implicazione del sessismo benevolo nel determinare le casistiche appena descritte, si è notato come esso fosse però associato ad una maggiore gravità dei conflitti riguardanti le finanze, la vita lavorativa e di famiglia, sebbene questo non coincidesse con un calo nella soddisfazione percepita dalle donne. Conversamente, il sessismo benevolo nell’uomo comportava un minor numero di conflitti sulle dinamiche di potere intrinseche alla coppia, addirittura migliorando la soddisfazione generale riportata dalle compagne.

Seppur con le dovute limitazioni, il presente studio fornisce delle informazioni cruciali per valutare gli effetti del sessismo sull’esperienza relazionale vissuta dalle donne, tuttavia, se davvero il sessismo emerge dalla necessità di preservare il privilegio maschile dalla minaccia dell’uguaglianza tra i sessi e la nostra società si muove invece sempre più verso un’ideale di parità (almeno formale), è facile intuire come tale discrepanza sia destinata ad ingenerare sempre maggiori ostilità, non soltanto nella sfera della vita di coppia, ma anche sul posto di lavoro e nelle relazioni interpersonali, rischiando di esporre le ragazze ad agiti aggressivi o violenti.

Il ruolo protettivo della differenziazione emotiva rispetto allo sviluppo di depressione in adolescenza

In adolescenza la capacità di differenziazione emotiva risulta inferiore rispetto a quella di bambini di età minore o degli adulti ed è esattamente in questa fase di vita che la depressione ha un incremento significativo.

 

Il concetto di differenziazione emotiva (Emotion Differentiation, ED) si riferisce alla specificità della rappresentazione e dell’esperienza delle emozioni o, in altre parole, alla capacità di eseguire distinzioni fini e sfumate tra emozioni simili tra loro.

In letteratura è più volte emerso come una buona capacità di differenziazione emotiva risulti positivamente associata ad una regolazione emotiva e a un funzionamento psicosociale adattivi (Smidt & Suvak, 2015). Le emozioni sono infatti in grado di comunicare numerose informazioni all’individuo, quali, ad esempio, il suo stato motivazionale, il suo livello di attivazione emotiva (arousal), la valenza dell’emozione provata nonché la valutazione cognitiva della situazione che ha causato tale emozione (appraisal). L’individuo, per discernere con precisione il tipo di emozione provata in uno specifico momento, deve poter integrare tutte queste informazioni, le quali, a loro volta, possono essere utilizzate per prevedere lo sviluppo futuro dell’esperienza emotiva e le strategie di coping più adattive per la sua regolazione.

L’importanza della differenziazione emotiva in adolescenza

Uno studio di Starr e colleghi (2019) recentemente pubblicato su Emotion si concentra, in particolare, sulla differenziazione delle emozioni negative (Negative Emotion Differentiation, NED) in adolescenza. I ricercatori hanno evidenziato che gli adolescenti in grado di descrivere le proprie emozioni negative in modo preciso e ricco di sfumature hanno una minore probabilità di sviluppare sintomi depressivi a seguito di eventi di vita stressanti.

Coloro che riportano scarse capacità rispetto alla differenziazione delle proprie emozioni negative tendono a descrivere le proprie emozioni in termini più generici (“Mi santo male” invece di “Sono triste”, “Sono arrabbiato”, “Sono annoiato”) e per questo risultano meno in grado di beneficiare delle informazioni fornite dai propri stati emotivi negativi, rendendo più complessa una loro regolazione efficace.

In particolare, in adolescenza la differenziazione delle emozioni negative risulta inferiore rispetto a quella di bambini di età minore o degli adulti ed è esattamente in questa fase di vita che la depressione ha un incremento significativo.

Ricerche precedenti hanno evidenziato un’associazione significativa tra depressione e scarse capacità di differenziazione emotiva, anche se non è stato ancora chiarito se una scarsa differenziazione delle emozioni negative predisponga all’insorgere di sintomatologia depressiva o se invece la differenziazione delle emozioni negative sia una conseguenza dell’instaurarsi di un quadro depressivo.

Lo studio

Starr e colleghi (2019) hanno reclutato nell’area di Rochester 233 adolescenti aventi un’età media di circa 16 anni (il 54% del campione era composto da ragazze). In primo luogo sono state condotte interviste diagnostiche volte a valutare la presenza di sintomi depressivi nei partecipanti e, in un secondo momento, è stato chiesto loro di riportare le proprie emozioni 4 volte al giorno per un periodo di 7 giorni. Un anno e mezzo dopo, i ricercatori hanno condotto interviste di follow-up con 193 dei soggetti del campione originale per valutare i risultati a livello longitudinale.

Al termine della ricerca è emerso che gli adolescenti che dimostravano una minore capacità di differenziazione emotiva negativa risultavano maggiormente predisposti allo sviluppo di sintomi depressivi a seguito di eventi di vita stressanti. Coloro che, invece, dimostravano un’elevata capacità di distinguere con precisione le proprie emozioni negative risultavano maggiormente in grado di gestire le conseguenze emotive e comportamentali risultanti dall’essere stati esposti a eventi stressanti, riducendo di conseguenza un incremento incontrollato di emotività negativa e, quindi, il possibile concretizzarsi di un quadro depressivo clinicamente significativo.

In conclusione

La depressione in adolescenza interrompe lo sviluppo sociale ed emotivo, fattore che può causare a sua volta conseguenze negative, quali problemi interpersonali, ridotta produttività, scarsa salute fisica e abuso di sostanze. Inoltre, le persone che sviluppano una sintomatologia depressiva in adolescenza risultano maggiormente a rischio di avere episodi depressivi ripetuti lungo il corso di vita.

La ricerca di Starr e colleghi (2019) ci informa sull’importanza di sviluppare trattamenti clinici per la depressione in adolescenza che includano anche un rafforzamento delle abilità di differenziazione emotiva, specialmente per quanto riguarda le emozioni negative.

Schema Therapy: un viraggio processualista e metacognitivo? – Report dal Congresso Mondiale di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale

Nella sua lezione magistrale, Arntz non cerca di offrire una dimostrazione di efficacia della Schema Therapy, ma affronta in maniera critica due aspetti centrali nel modello teorico della Schema Therapy: gli stili di coping e i bisogni fondamentali dell’individuo.

 

La Schema Therapy (ST) è un approccio cognitivo-comportamentale di promettente efficacia nel trattamento dei disturbi di personalità. In particolare, i dati sono piuttosto consolidati per il Disturbo Borderline di Personalità, ma alcuni studi recenti hanno mostrato che la stessa efficacia potrebbe essere estesa anche agli altri Disturbi di Personalità (Bamelis et al., 2014). Nel corso del nono congresso mondiale delle terapie cognitivo-comportamentali che si sta tenendo in questi giorni a Berlino, i dati a sostegno della Schema Therapy vengono come al solito riassunti da Arnoud Arntz, uno dei suoi più importanti promotori.

Tuttavia, l’aspetto più interessante della lezione magistrale di Arntz non risiede nell’ennesima dimostrazione di efficacia della Schema Therapy, che consolida dati già conosciuti, ma nell’analisi critica che lo stesso Arntz pone in evidenza rispetto al modello teorico di riferimento.

Il concetto di schema e gli stili di coping

La teoria originaria, come fu sviluppata da Jeffrey Young (Young, Klosko & Weishaar, 2003), era principalmente un modello clinico e non scientifico, nato dal tentativo di descrivere ciò che si vedeva e che accadeva nello studio del terapeuta. Il riferimento alla psicologia generale era ridotto. E in questo lo stesso Arntz evidenzia almeno due problemi critici.

Il primo, e forse più significativo, riguarda gli stili di coping. La Schema Therapy suggerisce che strutture mentali caratterizzate da convinzioni su di sé e su aspetti del mondo (gli schemi), organizzino l’elaborazione delle informazioni e conseguentemente siano responsabili della vulnerabilità e della sofferenza emozionale. I pazienti con Disturbi di Personalità tenderebbero a gestire i propri schemi maladattivi attraverso tre stili di coping: resa, evitamento e ipercompensazione. Questa concettualizzazione delle modalità di coping ha portato con sé una certa ambiguità poiché confonde l’azione del paziente focalizzata sul mondo esterno (es. evito le situazioni che lo schema identifica come pericolose) da un’azione focalizzata sul proprio mondo interno (es. mi alieno dalla situazione per diventare insensibile alle espressioni del mio schema).

Arntz sottolinea che gli stili di coping non sono primariamente interpersonali (es. ingigantisco le mie qualità per ottenere ammirazione dall’altro) ma rappresentano soprattutto un tentativo di regolazione intrapsichica (es. ingigantisco le mie qualità per non sentirmi inferiore, cioè per negare l’esperienza opposta). Ne consegue una proposta da parte di Arntz orientata a ri-concettualizzare gli stili di coping secondo una nomenclatura che sottolinei maggiormente la funzione mentale cui sottendono, vale a dire la gestione di un’esperienza interna. La resa diventa rassegnazione: mi convinco che ciò che esprime lo schema sia vero e vi aderisco. L’evitamento diventa evasione: evado con la mente verso altri lidi per annullare l’attivazione dello schema. L’ipercompensazione diventa inversione: combatto contro ciò che esprime lo schema aderendo a una credenza opposta.

Sono questioni di lana caprina? Direi di no. A guardar bene la proposta di Arntz indica un vero e proprio spostamento paradigmatico che sembra spingere la Schema Therapy un po’ fuori dal mondo strutturalista (non del tutto, gli schemi restano), e più vicina ai modelli processualisti (Sassaroli, Caselli & Ruggiero, 2016). Non solo processualista in realtà, ma anche più metacognitiva, in quanto muove in modo netto l’attenzione teorica verso rapporto tra l’individuo e i propri stati interni, soprattutto in termini di relazione con le proprie convinzioni (beliefs) espresse nello schema.

Ma quindi il futuro della Schema Therapy è una teoria processualista? Allo stesso modo direi di no, almeno non per ora. Gli schemi restano nel loro ruolo di strutture stabili che organizzano l’elaborazione delle informazioni. Però qui oggi Arntz trascura un elemento di vulnerabilità di tutti gli approcci strutturalisti: attraverso quale meccanismo uno schema governa l’elaborazione delle informazioni? Forse tra qualche tempo tornerà su questo tema.

La classificazione dei bisogni innati

Si concentra invece su un secondo problema teorico: la classificazione dei bisogni innati, dalla cui frustrazione emergerebbero gli schemi maladattivi precoci. Arntz ammette che la distinzioni dei bisogni innati espressa da Young in principio aveva una semplice valenza pragmatica, senza fondamenti empirici. Però così e rimasta fino a ora. E ancora una volta, un approccio che giunge all’età matura e che risulta promettente non può oggi trascurare quelle debolezze teoriche che furono peccati tollerabili durante la sua giovinezza.

Qui però la proposta di Arntz è meno solida, più che altro sbrigativa. Il tentativo è quello di schiacciare i cinque bisogni di Young (sicurezza, libertà di espressione, autonomia, limiti realistici e spontaneità) entro una concettualizzazione teoricamente più solida e corroborata da dati empirici (Dweck, 2017) che però ne prevede tre primari (accettazione, competenza, prevedibilità) e quattro secondari (fiducia, controllo, autostima e coerenza) aggiungendone poi uno (non si sa bene perché), vale a dire il bisogno di equità.

I due modelli vengono semplicemente presentati sovrapposti. Non è dato sapere sulla base di cosa è stato selezionato quello alternativo, o si può dire di seconda generazione. Forse il tempo della lezione non ha concesso spazio sufficiente. Oppure il passaggio è stato volutamente rapido, un tentativo di transizione immediata verso una nuova direzione che offre più sicurezza. Un po’ come un agile scatto per togliersi un dente dolente. Se così fosse la classificazione precedente potrà essere semplicemente dimenticata.

In conclusione

Difficile dire in questo momento se i mutamenti teorici potranno avere un impatto sulle applicazioni future della Schema Therapy, se da proposta diverranno canone, se da concettualizzazione diverranno guida per future evoluzioni della tecnologia terapeutica. Certo erano necessarie.

Va dato il merito ad Arntz di non essersi arroccato su posizioni ideologiche, di aver riconosciuto debolezze teoriche e di essere in procinto di esplorare alternative. Che la Schema Therapy senta il bisogno ora di recuperare una solidità scientifica della propria teoria è evidente e questo è positivo. Almeno si riduce per tutti il rischio di nuovi approcci che funzionano ma non si sa mai bene perché. Però occorre ricordare anche che c’è sempre anche un rischio in questi mutamenti teorici applicati a posteriori: (1) l’impatto che il cambiamento teorico ha sulla tecnologia e sulla sua applicazione da parte dei terapeuti, (2) il rischio che si crei confusione e si mescolino prospettive teoriche vecchie e nuove sia nei terapeuti che conseguentemente per i pazienti.

In sintesi, è un passaggio interessante, probabilmente necessario, con buone prospettive ma che non potrà avvenire in sordina.

La dipendenza tra patologia e giurisprudenza. Il dipendente chi lo cura?

Realtà consolidata, la denominazione di “Dipendenza Patologica” sopraggiunta con l’ultima versione del DSM-V, va a sostituire la classica dicitura “Tossicodipendenza”, infatti nell’ultima versione del DSM-V troviamo nella categoria “Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”, importanti novità, oltre che elementi di continuità.

 

Preme sottolineare questi elementi di novità per una maggiore comprensione: nell’ultima versione sparisce la differenza tra abuso e dipendenza, dando risalto ad un continuum su tre livelli di gravità; in sostanza viene eliminato il concetto di abuso, precedentemente inquadrato come “lieve o iniziale”.

Le dipendenze nel DSM-5

Restano invariati i 13 criteri per la formulazione di una diagnosi, ne sono sufficienti due, escludendone l’astinenza e la tolleranza, in quanto risposte adattive alla sostanza da un punto di vista fisiologico. Sino a 2 o 3 criteri siamo davanti ad una classificazione di tipo lieve, da 4 a 5 moderata e oltre i 6 la classificazione rientra come grave. Viene soppressa la diagnosi di “polidipendenza”, sostituendola con la prassi di fare diagnosi per ogni singola sostanza; viene aggiunta la sindrome da astinenza da cannabinoidi e subentra, però, il concetto di craving (desiderio improvviso e incontrollabile di assumere una determinata sostanza, cibo, comportamento).

Ambito particolarmente rilevante è l’introduzione dei comportamenti di dipendenza senza sostanze: nella fattispecie il Gioco d’Azzardo, che non viene più denominato patologico, in quanto la condizione patologica viene regolata dal brain reward system, nel DSM 5 viene classificata tra le dipendenze, non più sotto un profilo squisitamente di discontrollo degli impulsi. Nella categoria della dipendenze non da sostanze non sono state fatte rientrare né quelle relative ai comportamenti sessuali, né all’uso patologico di internet, in quanto non si è in possesso di documentazione scientifica che possa supportare tale inserimento.

Di fatto, nella clinica non viene suggerito alcun metodo e/o strumento differente da quelli già riconosciuti ed utilizzati in campo, dai servizi pubblici e privati. La distinzione teorica e categoriale fornita dal DSM 5 ed., ci aiuta a comprendere quanto sia inutile e fuorviante la differenziazione terminologica all’interno di un continuum psicopatologico. Infatti abbatte la distinzione, che, per chi è un tecnico del settore ha sentito troppo spesso dire, “tra tossicodipendente e abusatore”. In quanto la distinzione è meramente di fasi: lieve, moderata e grave, non di meno, è doveroso ricordare quanto anche tale distinzione sia puramente teorica, in quanto la linea di demarcazione tra una fase ed un’altra è molto flebile, non per tutti uguale e non è detto che, chi assume sostanze, passi gradualmente per tutte le fasi che abbiamo distinto.

L’atteggiamento giurisprudenziale nei confronti di un dipendente da uso di sostanze

La condizione di dipendenza, all’interno dell’inquadramento giurisprudenziale è un quadro abbastanza complesso nell’ordinamento penitenziario Italiano, in quanto è una situazione che coinvolge diversi settori dell’individuo: fisici, mentali, infettivologici, familiari, sociali, educativi, spesso tutti questi in compresenza. Quando si ha un tossicodipendente che commette reato, tale azione deve ritenersi frutto di una volontà esente da vincoli o è l’assunzione di sostanza in condizione di dipendenza psicologica e sofferenza fisica indotta da sindrome da astinenza a potersi caratterizzare come actio libera in causa?

Al fine dell’accertamento dell’infermità mentale a carico di chi assume sostanze stupefacenti, è necessario dimostrare che tale assunzione ha compromesso permanentemente la capacità di intendere e volere, non viene riconosciuta valida la crisi di astinenza. Così, per il giudizio di responsabilità, non viene attribuito valore alle alterazioni psicosomatiche indotte da sostanza, solo il caso disciplinato dall’art. 95 c.p., accertata cronica intossicazione da sostanze stupefacenti tale da influire in modo parziale e/o totale sulle capacità di intendere e volere. Gli art. 92, 1 comma e 93 c.p. sanciscono la piena imputabilità sul soggetto che commette reato sotto l’effetto di sostanza stupefacente, nell’art. 94 vi è addirittura la previsione di aggravamento della pena qualora il reato sia stato commesso sotto effetto di stupefacenti da soggetto abitualmente dedito all’uso di esse. Volendo perciò sanzionare uno stile di vita, piuttosto che una sporadica tendenza a delinquere.

In materia di continuazione di reati, sino alla legge del 21 febbraio 2006, n. 49 che modifica l’art. 671, per lungo tempo ha negato la possibilità di applicare la disciplina prevista dall’art. 81, comma 2, c.p. al reo che avesse commesso una pluralità di reati come conseguenza dell’assunzione di sostanze stupefacenti e nel perdurare di tale condizione. In quanto si riteneva non sussistere una compatibilità tra lo stato di tossicodipendenza e il medesimo disegno criminoso.

Le evidenze oggettive, i fermenti sanitari di cura all’individuo e le analisi sociologiche degli anni ’70, hanno portato il legislatore a dover modificare l’approccio di mera reclusione, in cui proliferava la sub-cultura del tossicodipendente, dello stile di vita criminoso, della promiscuità e l’espandersi delle malattie infettive, verso un approccio di cultura terapeutica opposta a quella penitenziaria di tipo autoritario. Quindi, il tossicodipendente diviene attore nel suo percorso trattamentale e rieducativo.

Il legislatore con la legge 22 dicembre del 1975, n. 685, disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, tentò di inquadrare lo stato di tossicodipendenza come malattia da curare, in cui tentò di bilanciare la tutela del diritto alla salute e l’esigenza repressiva del fenomeno del consumo delle droghe di massa. Affidò, perciò i due compiti a due apparati distinti: recupero e riabilitazione al settore sanitario e al penale/esecuzione penale ha lasciato il compito della sicurezza. L’art. 84 prevede il diritto di ricevere cure mediche e riabilitazione all’interno degli istituti penitenziari adeguatamente attrezzati per chiunque sia dedito al consumo di sostanze stupefacenti. Di fatto tutto ciò non venne inserito nella prassi penitenziaria.

Sarà necessario attendere il d.p.r. 309/1990, Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, e le successive modifiche conseguenti sul piano dell’esecuzione penale, per contemplare la de-carcerizzazione del tossicodipendente a favore di interventi socio-sanitari adeguati. L’art. 89 d.p.r. 309/1990 dispone, qualora ricorrano i presupposti per la custodia cautelare in carcere, il giudice, non sussistendo esigenze cautelari di rilevanza, dispone gli arresti domiciliari. Presupposto è che ci sia in atto un programma terapeutico di recupero presso servizi pubblici o strutture private autorizzate ai sensi dell’art. 116, in quanto l’interruzione del programma ne pregiudichi il recupero dell’imputato. Si prevede la possibilità che il provvedimento venga subordinato al programma terapeutico di recupero presso struttura residenziale, stabilendo orari, modalità e controlli necessari ai fini della prosecuzione della pena.

Dipendenze: le possibilità di recupero della giurisprudenza odierna

Allo stato attuale le disposizioni di legge stabiliscono diverse alternative per le cure del soggetto tossicodipendente sia in custodia cautelare che per ciò che concerne l’espiazione della pena, basti pensare all’affidamento in prova, alla sospensione dell’esecuzione della pena per cinque anni, qualora si accerti un esito positivo del recupero dallo stato di dipendenza, l’affidamento terapeutico, lavori di pubblica utilità (art. 73 comma 5 bis, d.p.r. 309/1990)la pena detentiva in extrema ratio per il condannato tossicodipendente dovrebbe essere eseguita presso istituti idonei per lo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi, cit. art. 95 d.p.r. n. 309/1990. Tali istituti sono rappresentati dagli istituti a custodia attenuata regolamentati dal d.p.r. 30 giugno 2000, n.230, gli ICATT, istituti penitenziari di II livello, cioè quando il detenuto non assume più metadone e non presenta sintomi di astinenza da sostanza.

Detto ciò, la giurisprudenza prevede una ampia gamma di possibilità di recupero a tutela del diritto della salute per il tossicodipendente, prevedendo quindi, una territorializzazione della presa in carico da parte del servizio sanitario nazionale e delle realtà privatizzate che operano nel settore delle dipendenze.

Per questo ricordiamo l’art. 27 comma 3 della nostra Costituzione “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Lo scopo dell’esecuzione della pena è, perciò, la rieducazione dell’autore di reato. A queste ragioni comprendiamo come la giurisprudenza abbia preferito mettere come prioritario lo stato di tossicodipendenza rispetto al comportamento deviante, concedendo pene alternative all’istituzionalizzazione (arresti domiciliari nei casi di programma terapeutico – art. 89) bilanciando l’esigenza dell’esecuzione penale e la tutela della salute.

Le insidie tra gli approcci alla tossicodipendenza e ai disturbi da dipendenza, tra vecchi e nuovi schemi clinici

Abbiamo visto sinora quelli che sono le nuove differenziazioni cliniche sintomatologiche della dipendenza, che, nel corso degli ultimi decenni hanno subito significative modifiche nelle nuove generazioni. Proseguendo abbiamo fatto un breve e poco esaustivo excursus giuridico sull’approccio al tossicodipendente così come veniva concepito dal legislatore, seguendo quelle erano le linee guida dell’allora ente sanitario nazionale.

Riassumendo l’autore di reato tossicodipendente ha tre alternative una volta nel penitenziario:

  1. Il reo al suo ingresso in penitenziario si dichiara tossicodipendente: verrà sottoposto agli esami di routine per l’accertamento diagnostico, così da poter essere seguito da un punto di vista farmacologico dall’ASL di competenza;
  2. Il reo non si dichiara tossicodipendente al suo ingresso in istituto penitenziario: non riceverà alcun supporto medico-farmacologico;
  3. Il reo è già seguito dal Ser.D, al suo ingresso in istituto penitenziario verrà proseguita la terapia farmacologica

In tutti i casi è prevista di routine esclusivamente l’accertamento e la terapia farmacologica, ma solo a seguito di una specifica richiesta da parte dell’interessato, l’aspetto psico-sociale sarà affrontabile attraverso colloqui con il personale qualificato, concessi in base alle disponibilità, alla lista di prenotazione e alle risorse interne a disposizione.

Come si accennava nel paragrafo precedente, tali soggetti, tossicodipendenti e alcoldipendenti possono usufruire dei casi previsti dall’art. 11, affidamento in prova (disciplinato dall’art. 94 del D.P.R. 309/1990) e la sospensione della pena (disciplinato dall’art. 90 del Testo Unico), quest’ultimo è una misura premiale verso coloro i quali abbiano volontariamente estinto l’uso di sostanze stupefacenti, a differenza del primo che è un sistema terapeutico debitamente certificato e approvato dal Ser.D.

Ci troviamo dinanzi ad una situazione in apparenza semplice e lineare, cosa che, nella pratica clinica e parallelamente giudiziaria, non risulta altrettanto semplice. Infatti, utilizzando la giurisprudenza terminologie che si rifanno ad una clinica oramai desueta, con criteri diagnostici superati da tempo, resta al singolo giurista l’interpretazione della documentazione clinica prodotta a carico del presunto reo. Così la clinica utilizzando una terminologia scientifica, non curante dell’eventuale utilizzo giuridico della propria documentazione, si muovono parallelamente senza incontrarsi e quindi non comunicando adeguatamente i due percorsi.

Quali sono i casi, che oggi sempre più si incontrano, restando borderline tra un trattamento mancato ed una pena scontata o viceversa? Oggi, come abbiamo visto, non si parla più di tossicodipendenza, ma di dipendenza patologica, in quanto il soggetto tipico che abusa di sostanze stupefacenti e alcoliche non è più caratterizzato da sostanze specifiche e quindi trattamenti farmacologici e terapeutici standardizzati, così come ci eravamo abituati sino agli anni 2000. Nell’ultimo ventennio abbiamo avuto modo di osservare un cambiamento radicale nell’abuso di sostanze, prima era presente un distinguo tra i consumatori di eroina, cocaina, alcolici e così via. Ad oggi il dipendente è caratterizzato da un poliabuso, cioè la combinazione di più sostanze illegali oppure l’alcool legato alla sostanza stupefacente. Infatti ci si trova dinanzi alla continua e costante ricerca di uno sballo “controllato”. Infatti i nuovi abusatori cercano quasi con coscienza farmacologica un determinato stato emotivo e/o prestazione sensoriale e mixano la miscela adeguata: cocaina per sentirsi super eroi, eroina per provocare un rallentamento sensoriale, e così via. Le modalità di assunzione non sono più solo quelle standard (via inalatoria ed endovenosa), ma la moda tra gli assuntori dell’ultimo ventennio è il crack, “fumare la bottiglia”; non solo, gli effetti della cocaina sono diversi, più accelerati, compresenza di deliri uditivi e/o visivi, in ultimo le quantità di assunzioni aumentano.

Da questo quadro risulta evidente che anche i criteri diagnostici hanno dovuto modificarsi, l’astinenza è un sintomo più legato alla sfera della psiche che non a quella fisica, la classica terapia metadonica non può sortire gli effetti di contenimento sui poliassuntori, così come avveniva per gli eroinomani. Non vi sono terapie standardizzate per l’astinenza da cocaina, da poliabusi ecc, in quanto spesso si va ad intervenire sulla sintomatologia lamentata dal singolo paziente: disturbi dell’umore, del sonno, piuttosto che deficit dell’attenzione; tutto questo può avere una compresenza di farmacoterapia metadonica o alcover (adeguata per dipendenza da alcool).

L’utenza tipica contemporanea che abusa di sostanze spesso avvisa la necessità di interventi psichiatrici non tipicamente erogati dai Ser.D., infatti lentamente questi servizi si stanno adeguando prevedendo all’interno delle equipe la presenza di un medico-psichiatra che possa intervenire. Attraverso il privato sociale che riesce a raggiungere quel numero oscuro che non afferisce al servizio sanitario nazionale, si può affermare che fin troppi dipendenti da sostanze giungono a compiere reati ma a non usufruire dei giusti interventi per semplici intoppi burocratici, perché nella loro storia da dipendente non hanno accumulato abbastanza documentazione, non sono afferiti al sistema sanitario nazionale, non hanno sviluppato sindromi da astinenza da eroina.

A questa ragione sollevo la questione della discrepanza tra ciò che la giurisprudenza richiede per definire un soggetto affetto da dipendenza patologica e il riscontro con la realtà clinica che ha una visione più ampia dell’essere umano e della sua patologia.

E vissero felici e contenti – Arriva dal Giappone il fenomeno del consorte olografico

Il Giappone ha un rapporto con il virtuale quantomeno inquietante, almeno secondo la cultura prevalente occidentale. Il problema è che la vocazione all’osmotica diade soggetto fisico-soggetto virtuale, tanto forte in Giappone, si sta esportando. Con la viralizzazione, tali fenomeni tracimano ogni confine.

 

Dal Giappone provengono i primi studi sugli hikikomori (i “ritirati sociali” nella traduzione dal giapponese), data la larga diffusione del fenomeno nel paese, poi purtroppo dilagato in altri continenti. Adolescenti fuggiti dal mondo reale per “navigare” in un mare tutto loro, dove trascorrere persino più di tre quarti della giornata catturati dalla “rete” a maglie fitte; con madri angosciate che portano loro persino il cibo presso la postazione, poiché la dipendenza scatenatasi ne ha creato l’incapacità di allontanarvisi; tanto meno per frequentare la scuola, per leggere, per andar fuori con gli amici, per praticare uno sport, insomma per trascorrere del “tempo di qualità”.

La psicopatologia da iperconnessione da web è diffusa prevalentemente fra i ragazzi, corrispettivo femminile dell’anoressia fra le coetanee (Zanuttini, 2018).

Giappone: dai manga agli infulencer digitali

Il Giappone dà pure spunto, con le sue antesignane, alle attuali affascinanti influencer digitali, dotate di intelligenza artificiale, dai moltissimi follower e corteggiate da importanti brand in tutto il mondo. Vale la pena accennare alle origini nipponiche di tale fenomeno: nel 1999, il video artista e cineasta sperimentale francese, Philippe Parreno, insieme a Pierre Huyghe, protagonista assoluto della scena artistica francese e internazionale, acquistarono il copyright e l’immagine digitale di AnnLee, ideata per il mercato dei manga.

AnnLee, selezionata dal catalogo di Kworks (un’agenzia nipponica specializzata nella creazione di personaggi destinati all’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento, tra cui i manga), era stata scartata dalla ditta per rimanere di conseguenza negletta e inutilizzata. Aveva caratteristiche generiche: occhi a mandorla vuoti, tratti appena accennati da aliena, capelli viola. Nella sua prima apparizione per mano dei due artisti francesi – No ghost, just a shell – AnnLee, di per sé un mero guscio, esordiva nel settore dell’arte, per poi assurgere a protagonista di numerosi importanti video – basati sui contenuti con cui di volta in volta veniva riempita da diversi artisti. Ciò attestava come la finzione possa generare nuove realtà in un mondo in cui i confini tra le due istanze sono fluidi e reversibili. Sfruttando gli avanzamenti tecnologici attualmente disponibili, AnnLee oggi farebbe senz’altro concorrenza alla collega digitale LilMiquela, influencer ispano-brasiliana che spopola sull’influencer-marketing, dotata di una grande strategia di storytelling e in grado di far arricchire i prestigiosi brand che essa promuove.

Evitamento delle relazioni sentimentali e matrimoni 2.0

Nella società giapponese le relazioni tra uomo e donna sono sempre più complicate e sono tantissimi i giovani che rinunciano ad avere una vita sentimentale e sessuale. Sulla base dell’indagine condotta a cadenza quinquennale dal National Institute of Population and Social Security Research giapponese (2017) su un campione di soggetti dai 18 ai 34 anni, è emerso che il 70% degli scapoli e il 60% delle nubili non hanno alcuna relazione in corso. Impauriti dal mondo femminile (è la paura delle oniyome, neologismo che significa “spose–demoni”, secondo un vecchio retaggio), terrorizzati dal rischio di subire l’onta di un rifiuto nella fase del corteggiamento, traumatizzati dall’abbandono, lontani dal progetto di formarsi una famiglia: questo il ritratto che emerge dal sondaggio.

In tale contesto, in Giappone – e questo è il focus del presente contributo interdisciplinare cyber-psicologia-economia – è possibile convolare a nozze con un partner virtuale: la nuova frontiera è un matrimonio 2.0, insomma!

Il consorte olografico si annovera nel vasto panorama di personaggi creati dal nulla. Gli ologrammi, infatti, sono forme di realtà virtuali immersi nel mondo reale. Essi rappresentano un “ponte” di frontiera poiché non sono gli esseri umani ad assorbirsi nella realtà virtuale, bensì è quest’ultima che entra nello spazio degli umani. Tale transizione fa sì che la realtà con cui gli esseri in carne e ossa si confrontano è una “realtà aumentata”, cioè ampliata, arricchita e popolata da macchine dotate di intelligenza artificiale e di conseguenza, articolata mediante nuove interazioni fra esseri umani e macchine capaci di apprendere dall’interazione reciproca.

Da qui l’importanza della distinzione fra realtà virtuale e realtà aumentata.

Realtà virtuale e realtà aumentata

La realtà virtuale è immersiva e implosiva, in quanto l’utente abbandona il mondo esterno e viene assorbito in un mondo parallelo che lo coinvolge completamente. Tale mondo parallelo è un ambiente “as if”, in quanto del tutto artificiale, costruito al computer, ma comunque reso del tutto credibile grazie alle raffinate tecnologie che danno la percezione all’utente di far parte e interagire all’interno di quello scenario.

La realtà aumentata arricchisce e potenzia la percezione del mondo esterno con una serie di input aggiuntivi costituiti da soggetti digitali. Quindi, a differenza di quello virtuale, non rappresenta un mondo parallelo. Nel mondo reale le persone si confrontano con nuovi soggetti esistenti – gli ologrammi – e, di conseguenza, con nuovi tipi di interazione. In tal senso, nella realtà aumentata, le persone hanno a disposizione nuove opportunità.

Ne discende che la realtà aumentata ha un surplus rispetto al modo reale e tale surplus è dato dagli ologrammi e dalle dinamiche che si sviluppano dal contatto con essi. In tale prospettiva, un ologramma può essere visto, entro certi limiti, come un succedaneo (sospendendo ogni giudizio di valore) di un essere umano.

Ma queste potenzialità sono interpretabili sempre e comunque in modo positivo, in quanto aprono nuove opportunità e creano nuove dinamiche fra soggetti – anche matrimoniali? O, molto più verosimilmente, sono testimonianza dell’evitamento del confronto con altri esseri umani, confronto che può creare sofferenza. E, allora, tale realtà aumentata rappresenta un’arresa piuttosto che una opportunità?

Lo spunto di riflessione, che ha suscitato tanto dibattito persino in Giappone, proviene da un matrimonio affatto atipico.

Giappone: il primo matrimonio tra umano e ologramma

Si allude al matrimonio avvenuto nel novembre 2018 a Tokyo, fra un insegnante giapponese delle scuole medie di 35 anni, Akihiko Kondo, e una delle pop star della musica nipponica in grado di riprodurre oltre 100 mila canzoni, Hatsune Miku, creata nel 2007, un ologramma dai capelli azzurri e occhi verdi a mandorla, fattezze di un manga, che canta grazie a un sintetizzatore software conosciuto come “vocaloid”, in grado di interagire con il pubblico e con tantissimi fan.

Il matrimonio tra Akihiko Kondo e Hatsune Miku non ha alcun valore legale. La società che ha messo in commercio l’apparecchio che produce gli ologrammi rilascia un certificato di “unione”, che attesta che un personaggio umano e un personaggio virtuale si sono sposati “oltre le dimensioni”. La società ha già rilasciato quasi 4.000 certificati per matrimoni “cross-dimensionali”.

Si svolgono vere e proprie celebrazioni: il giorno del “matrimonio”, Akihiko Kondo si accompagnava a una bambola di peluche dalle fattezze di Hatsune Miku, scambio di anelli, ricevimento con una quarantina di persone per una spesa di 2 milioni di yen (la “suocera” di Hatsune Miku, grande assente).

All’interno di un Paese molto legato alle tradizioni – le stesse che a volte esso stesso stravolge! – il matrimonio di Akihiko Kondo ha costituito uno shock.

La scelta di Kondo è un corollario estremo di quanto emerge dal sondaggio summenzionato. Certamente – è una delle sue affermazioni – i partner virtuali non invecchiano e non muoiono. Inoltre, dopo le sue esperienze con donne in carne e ossa con esiti dolorosi e traumatici e con un esaurimento nervoso dopo l’ultima relazione, passare al virtuale a Kondo è parso più pratico. Si può aggiungere che ciò non solo è indolore, ma anche gratificante (l’ologramma che egli ha sposato assume infatti comportamenti accudenti simili a quelli di una geisha): Miku è “colei che mi ha salvato”. Messe a fattor comune, le due spiegazioni di Kondo rispondono all’evitamento del dolore – provocato dall’ineludibile processo di senescenza e dal lutto dopo una morte del partner, oltre che dal trauma e dallo stress vissuti per l’abbandono da parte della persona amata. Kondo si rivela così un soggetto incapace di affrontare il dolore di potenziali fallimenti nell’imperfetto mondo reale. Perciò ha preferito legarsi a un ologramma impostato sulla modalità “mogliettina perfetta”. Una compagna per la vita, che lo metta al riparo da qualsiasi ansia abbandonica o dall’abbandono stesso. Una compagna per la vita… che lo mette al riparo dalla vita! O, per soprammercato, che trasforma la vita in una proxy di un fumetto..

Riflessioni sui bisogni tra economia e psicologia

Seguendo un approccio economico e considerando la cosidetta incompletezza dei mercati, la realtà aumentata e l’ologramma permettono la creazione di nuovi mercati, pronti a soddisfare la domanda di nuovi beni e servizi sulla base delle preferenze dei consumatori. Di conseguenza, la nascita di questi nuovi mercati è la risposta efficiente al soddisfacimento dei bisogni – in continua evoluzione – dei consumatori.

Ma se l’efficienza è un aspetto rilevante in economia, sotto il profilo normativo – e secondo un approccio paternalistico dell’intervento dell’operatore pubblico nella sfera socio-economica – è giusto che i produttori (cioè, il lato dell’offerta di mercato) rincorrano, se non prevengano e anticipino, alcune esigenze dei consumatori che a tutti gli effetti sono da considerare anomale? Penso di no. Forse si deve riconoscere che il mercato non garantisce la giusta soluzione a questi problemi… Essi si annidano e si incistano altrove e, peraltro, riguardano non solo le preferenze del singolo consumatore, bensì l’intera collettività. Secondo le previsioni del National Institute of Population and Social Security Research nipponico, nel 2065 la popolazione del Paese scenderebbe dagli attuali 127 milioni a quota 87 milioni.

Se il mercato facesse il proprio gioco ottimizzante, lasciato a se stesso, il Giappone potrebbe finire in una società distopica di dipendenti-da-ologramma.

Sebbene le relazioni tra uomo e donna siano complesse nella società nipponica, sarebbe tuttavia surreale giustificare la scelta di Kondo sulla base del criterio “a mali estremi, estremi rimedi”. La passione per Hatsune Miku lo ha salvato e con il suo gesto vuole incoraggiare altri innamorati a unirsi, come lui, con donne virtuali. Ma il reale e il virtuale non sono affatto buoni succedanei, soprattutto quando sono coinvolti i sentimenti positivi, quali l’empatia, la simpatia, l’amicizia e l’amore. Anche gli hater dal web hanno reagito definendo Kondo un “raccapricciante otaku”, termine con il quale si definiscono le persone alimentate da fanatismo nei confronti di anime e passatempi digitali, tanto da sfuggire del tutto alla vita reale; in altri termini, un feticista. Uno che si lascia andare a fantasmagorie.

E, naturalmente, l’effetto contagio è all’angolo, pronto a superare anche i confini nipponici, come è stato ad esempio per gli hikikomori. Ma in definitiva gli hikikomori e il coniuge di un’intelligenza artificiale non sono tanto distanti. Entrambi i casi ci raccontano di qualcuno che evita la vita reale con i suoi inevitabili affanni, più o meno insormontabili, in funzione della resilienza di colui che vi si confronta.

Il corpo e la riparazione del sé. Mindfulness e approccio corporeo in NeuroPsicosomatica (2018) – Recensione del libro

Il corpo e la riparazione del sé è un testo ricco e con una dettagliata la bibliografia di riferimento. Fornisce un’accurata descrizione di come il corpo sia a pieno titolo un luogo fondamentale su cui concentrare l’attenzione terapeutica e gli interventi di cura, ridando voce ad approcci terapeutici che da tempo se ne erano occupati.

 

Gli interventi sul corpo hanno trovato in questi anni un rinnovato interesse, sostenuti dalle prove fornite dalle neuroscienze (Panksepp, 1998; Porges, 2014; Van der Kolk, 2015;), oltre che dalla psicotraumatologia (Liotti, Farina, 2011; Ogden, Fisher, 2016; La Rosa, Onofri, 2017) e da alcune psicoterapie cognitive di terza generazione (Dimaggio, et al., 2019).

Il libro Il corpo e la riparazione del sé rappresenta un’interessante ed esaustiva disamina relativa alla Neuropsicosomatica, ridefinita quale approccio integrato per il trattamento corporeo che presenta inoltre diverse affinità con gli approcci di cui sopra.

Il corpo e la riparazione del sé

Il testo evidenzia come in Neuropsicosomatica si miri alla modifica di schemi corporei, cognitivi, emotivi e comportamentali ad essi associati. Modificando l’interferenza di tali schemi cristallizzati nel passato dovuti a traumi e a esperienze relazionali disfunzionali, si ripristina la funzionalità dell’individuo nel suo contesto di vita.

Sebbene il lavoro sugli schemi (definiti in altri ambiti teorici maladattivi) non è nuovo in psicoterapia, così come intervenire sulla modifica attraverso approcci bottom up oltre che top down, è interessante l’integrazione tra approcci che l’autrice fa.

Molto pregnante è stata l’intuizione di porre alla base della sofferenza umana alcuni sistemi motivazionali psicobiologici che, se incontrano risposte negative nell’ambiente, producono e spiegano la sofferenza psicopatologica. Tra i modelli esistenti in letteratura cita i lavori di Panksepp (1998) il quale prende in considerazione i meccanismi neurali dell’espressione emotiva e individua sette sistemi innati sottocorticali che presiedono a specifiche emozioni, intesi come sistemi psicobiologici per spiegare l’agire umano e la teoria dell’attaccamento di Bowlby.

L’autrice di Il corpo e la riparazione del sé riparte inoltre da autori come Reich che per primo integrò il corpo come parte fondamentale della personalità, recuperando il concetto di individuo inteso nella sua totalità psicocorporea. Evidenzia inoltre l’eredità di Lowen nel concepire la sofferenza come espressione di blocchi emotivi visibili nel corpo.

Formulazione del caso e Assessment secondo la Neuropsicosomatica

Per la formulazione del caso, la Neuropsicosomatica usa il modello della neuropersonalità: i diversi sistemi neuropsicobiologici delle Neuropersonalità vengono sintetizzati in una mappa funzionale che consente di inquadrare l’assetto neuropersonologico individuale, mettendolo in relazione ai diversi disturbi di personalità, approccio che incuriosisce molto il lettore anche se appena accennato.

Accanto a questo modello, nel libro Il corpo e la riparazione del sé, viene dedicata un’ampia sezione all’assesment in Neuropsicosomatica mettendo in luce l’importanza di valutare alcuni parametri specificatamente corporei dell’identità psicosomatica dell’individuo: la percezione e consapevolezza del corpo e del suo livello energetico, la percezione e consapevolezza mentale e la percezione e consapevolezza globale di sé.

L’attenzione in fase di assessment si focalizza inoltre sui blocchi psicosomatici, intesi come l’effetto dell’interazione tra elementi ambientali frustranti e le spinte vitali dell’individuo che non trovano risposta adeguata. Alcuni di essi si sviluppano su basi biologiche (cioè di principi di regolazione delle esigenze biologiche di base), altri blocchi profondi sono riconducibili a esperienze di vita che generano inibizione o non riconoscimento del Sé, del valore e della dignità dell’individuo (rifancedosi quindi a sistemi motivazionali interpersonali).

I principali sistemi organici interessati sono quattro: muscolare, respiratorio, circolatorio e nervoso. Le alterazioni a loro carico si rifletteranno in un quinto parametro, quello posturale, sintesi dei precedenti. Ogni blocco potrà manifestarsi attraverso eccesso (iper) o inibizione (ipo) del funzionamento dei quattro principali apparati fisiologici.

Tecniche di Neuropsicosomatica

Una parte molto ricca e utile del libro Il corpo e la riparazione del sé è dedicata alle tecniche, tra cui:

  • l’uso del contato fisico con finalità di contenimento, calore e tenerezza, ma anche come azione più direttiva e attiva in alcuni acting, nelle tecniche di respiro o per sciogliere energeticamente alcuni blocchi psicosomatici. Il testo inoltre sottolinea l’importanza di valutare l’impatto sulla relazione terapeutica di interventi così emotivamente attivanti;
  • le tecniche di meditazione e consapevolezza come strumenti clinici per migliorare la capacità di rivolgere l’attenzione ai vissuti interni, 
per sviluppare la capacità di riconoscerli, per 
facilitare l’emersione di materiale inconsapevole e sviluppare la capacità di riconoscere i propri automatismi;
  • il maternage corporeo come acting che mira in seduta, analogamente ad alcune terapie reichiane, a rivivere esperienze di accudimento in chiave riparativa.

Le tecniche vengono divise in tre livelli di intensità e vengono presentate per regolare stati emotivi, per fare emergere ricordi e vissuti dolorosi fino a lavorare su eventi dolorosi e traumatici, che hanno strutturato le personalità.

Uno spazio è dedicato all’importanza delle esperienze riparative come rivisitazione e riscrittura di eventi dolorosi e traumatici dell’esperienza in cui il corpo gioca un ruolo centrale sia per effettuare l’emersione dei ricordi a partire da stati somatici sia per usare il corpo al fine di compiere atti di riscrittura di scene vissute nel passato, in maniera affine a come agisce la Terapia Metacognitiva Interpersonale (Dimaggio, 2019) e la Terapia Sensomotoria (Ogden & Fischer 2016) al fine di a produrre cambiamenti nelle situazioni di vita reale del paziente.

Molto bella è la parte dedicata all’esplorazione e alla emersione delle esperienze positive connesse al gioco e al piacere, descritte come passi centrali all’interno del cambiamento psicologico.

Per concludere

Il corpo e la riparazione del sé è un testo ricco e con una dettagliata la bibliografia di riferimento. Fornisce un’accurata descrizione di come il corpo sia a pieno titolo un luogo fondamentale su cui concentrare l’attenzione terapeutica e gli interventi di cura, ridando voce ad approcci terapeutici che da tempo se ne erano occupati.

Le tecniche sono descritte abbastanza in dettaglio e aiutano certamente gli addetti ai lavori ad affinare le loro modalità di intervento, includendo il corpo nella stanza della terapia.

Ci piacerebbe conoscere, magari in una successiva pubblicazione, alcune tecniche più in dettaglio e l’articolarsi del processo terapeutico, in particolare di come si sequenziano le varie fasi dell’intervento intese quali azioni strategicamente orientate per il raggiungimento degli scopi terapeutici.

Adolescenti: associazione tra consumo di oppioidi al liceo e consumo di eroina in futuro

Secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention, nel 2017 si sono registrati circa 47.600 casi di morti per overdose di oppioidi tra gli adolescenti.

 

I farmaci antidolorifici sono necessari per trattare molti dolori somatici acuti e cronici, per esempio il mal di testa, i dolori reumatici, il mal di schiena, i dolori mestruali. Per trattare questi dolori possono quindi essere utilizzati: paracetamolo, antinfiammatori, oppioidi e adiuvanti.

Il paracetamolo e gli antinfiammatori sono utilizzati nei dolori acuti o cronici di lieve o moderata intensità. Possono essere assunti anche senza prescrizione medica. Quando invece il dolore è intenso vengono utilizzati, sempre sotto controllo medico, gli oppioidi, ovvero la morfina e tutti i derivati dell’oppio.
 Questi ultimi sono farmaci derivati dall’oppio e da sempre sono conosciuti come i farmaci analgesici più potenti. Sono indicati soprattutto nel trattamento di dolori di intensità da moderata a grave.
 Gli effetti collaterali indesiderati degli oppioidi sono: sonnolenza, nausea, vomito, stipsi, tutti sintomi che tendono però a scomparire dopo qualche giorno di somministrazione e possono essere neutralizzati facilmente con farmaci appropriati. A seconda del farmaco utilizzato le vie di somministrazione possono essere: orale, rettale, intramuscolare, endovenosa, sottocutanea, spinale e per via transdermica.

Il rischio nell’uso di farmaci oppioidi tra gli adolescenti

Secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention, nel 2017 si sono registrati circa 47.600 casi di morti per overdose di oppioidi, tra i ragazzi sotto i 25 anni. Oltre all’overdose, i rischi che si associano al consumo di eroina sono molto pericolosi ed includono una grave dipendenza dalla sostanza, l’epatite C, l’HIV e altre infezioni.

A questo proposito, un recente studio condotto dalla University of Southern California, e pubblicato su JAMA Pediatrics, ha cercato di indagare negli adolescenti il rapporto tra l’uso di farmaci oppioidi usati per “sballarsi” e il consumo di eroina, nel periodo dopo il diploma della scuola superiore. Assunto di base, era che sia l’assunzione di oppioidi che quella di eroina stimolerebbe in maniera simile le stesse aree cerebrali, ovvero il circuito deputato al piacere.

Lo studio longitudinale è stato condotto in 10 scuole superiori di Los Angeles, in California. Agli studenti sono stati somministrati questionari che valutavano l’uso di oppioidi senza prescrizione medica, l’uso di eroina ed altri fattori, nel periodo da ottobre 2013 a luglio 2017. In particolare, veniva chiesto ai partecipanti quale fosse il consumo abituale di antidolorifici, come ad esempio Vicodin, Oxycontin e Percocet, “per sballarsi”. Veniva chiesto loro anche se consumassero altre sostanze, come marijuana, alcol, sigarette, metanfetamine e inalanti.

Il campione dello studio era composto da 3.298 partecipanti, di cui 1.775 erano ragazze adolescenti (53.9%), 1.563 (48.3) erano ispanici, 548 (17%) asiatici, 155 (4.8%) afroamericani, 529 (16.4%) bianchi non ispanici ed infine 220 (6.8%) erano multietniche.

I risultati mostrano che 596 soggetti riferivano di usare oppioidi “per sballarsi” durante i primi 3,5 anni di scuola superiore.

I ricercatori hanno fatto una scoperta interessante, dal momento che sia i consumatori attuali di oppioidi (13,1%) sia i consumatori che precedentemente ne avevano fatto uso (il 10.7%) hanno incominciato ad utilizzare l’eroina entro la fine della scuola superiore. Soltanto l’1.7% degli adolescenti che non usavano gli oppioidi “per sballarsi” alla fine della scuola superiore iniziavano a consumare l’eroina.

Per confermare ulteriormente i loro risultati, i ricercatori hanno valutato anche se l’uso di marijuana, alcol, e metanfetamine fossero correlate all’uso successivo di eroina. Ma l’associazione tra antidolorifici e l’uso di eroina era più forte rispetto alle associazioni tra l’uso di eroina con altre sostanze.

La mindfulness nella ricostruzione dello stile di attaccamento madre-figlio

L’influenza che la madre ha sul bambino inizia molto presto, forse anche prima della nascita (Snyder et al., 2012) e i diversi stili di attaccamento sono profondamente influenzati dalle esperienze personali della madre, in particolare dal suo rapporto con i propri genitori (Bowlby 1988).

 

La constatazione che molti bambini mostrano lo stesso modello di attaccamento delle loro madri, ha dato origine al concetto di ”trasmissione intergenerazionale” di stili di attaccamento da parte di due studiosi, Siegel e Hartzell (2003). Secondo la loro prospettiva, le madri interagiscono con il loro i bambini quasi allo stesso modo in cui le loro madri in precedenza hanno interagito con loro; e di conseguenza esse ” trasmetteranno ” lo stesso tipo di modello di attaccamento.

La trasmissione inter-generazionale dell’attaccamento

La trasmissione intergenerazionale, tuttavia, non è da considerarsi un esito permanente ne per la madre ne per il suo bambino. In realtà, la letteratura in materia riporta alcune evidenze a favore della possibilità di poter ricostruire nel tempo la sicurezza che è mancata durante l’infanzia; quindi una persona che ha sviluppato uno stile di attaccamento insicuro, potrà “guadagnarsi” uno stile di attaccamento sicuro nel tempo. Secondo Bowlby (1988), infatti, il nostro corso di sviluppo non è mai del tutto finito; nel corso della vita, possiamo venire in qualsiasi momento influenzati negativamente dalle avversità, ma possiamo altrettanto ricevere influenze positive. Sono emersi due fattori chiave in di coloro che hanno guadagnato la sicurezza nel tempo: le relazioni di sostegno che sono riuscite a guarire le vecchie ferite, e la capacità dell’individuo di auto-comprendersi (Siegel & Hartzell 2003).Dunque se una madre con un passato difficile può dare un senso alla sua storia, è in grado di ricostruirne un significato coerente. Questo tipo di re-incorniciamento dell’esperienza, richiede alcuni fattori di auto-riflessione e consapevolezza di sé, che sono proprio indicatori di uno stile di attaccamento sicuro (Bowlby 1988; Siegel & Hartzell 2003).

La minfulness per gestire consapevolmente lo stile di attaccamento

Ma questa comprensione di sé si può coltivare anche in futuro grazie alla pratica della Mindfulness che rappresenta sicuramente un valido supporto sia per la madre che per il bambino. Il fatto che lo stile di attaccamento della madre possa cambiare è una speranza positiva per i suoi figli. Se lei sarà in grado di impegnarsi in attività che supportano uno stile di attaccamento sano e sicuro, si comporterà in modo diverso con i suoi figli e questi ne raccoglieranno i benefici. Come fino ad ora riportato, poiché la transazione alla genitorialità rappresenta un momento di particolare stress in cui si aggiunge carico emotivo alla vita quotidiana, essa può rappresentare anche un momento di grande potenzialità per il cambiamento relazionale. Proprio grazie a questa fase delicata di transizione, gli stili della madre divengono vulnerabili e particolarmente malleabili per cui il ciclo di relazione madre-figlio può crescere e migliorarsi e l’allenamento alla Mindfulness può essere di aiuto ad attraversare questo cambiamento e a far si che la madre “guadagni” e si ricostruisca uno stile di attaccamento sicuro. Attraverso la Mindfulness è possibile sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, rafforzando l’intuizione e la comprensione, così come la possibilità di costruire delle relazioni profonde e salutari. In generale, impegnarsi a sviluppare un atteggiamento di Mindfulness, può essere un modo per permettere all’individuo di sviluppare un attaccamento sano con se stesso, partecipando al suo momento con consapevolezza e compassione. Questo attaccamento sicuro verso se stesso, rappresenterà il terreno in cui l’individuo si impegnerà a creare la stessa relazione con i suoi figli.

La seduzione delle bugie (1999) di Paul Ekman – Recensione del libro

In questo saggio, Paul Ekman pone l’attenzione del lettore sulla bugia: un atto creativo, una sorta di “arte”, che richiede una serie di capacità, tanto per essere esercitata efficacemente, quanto per venire smascherata.

Il testo contiene, peraltro, una prefazione del compianto Aldo Carotenuto sulla menzogna e sul mentire. Uno sguardo sulla funzione protettiva della bugia, vista come mezzo per “conservare un margine di libertà”, uno spazio di felicità nel quale sia possibile fare ciò che desideriamo, senza sperimentare il rammarico.

Nell’adulto, la menzogna è inquadrata – quando non si tratta di bugiardi patologici – come una sostanziale liberazione, un utile “mezzo di fuga” dalle pressioni interne delle responsabilità e dei sensi di colpa; nel bambino, inizialmente, la menzogna si presenta come un istinto naturale che consente l’esercizio della fantasia. Diventerà in seguito uno strumento di evitamento della punizione.

La seduzione delle bugie: un viaggio nella complessità della comunicazione

Le illuminanti ricerche di Ekman hanno permesso di individuare una serie di indizi, rintracciabili nella complessità della comunicazione umana (aspetti verbali, non verbali e paraverbali) che, se attenzionati globalmente, possono svelare incongruenze significative.

Parole, pause, espressioni facciali, timbro della voce, movimenti del capo, gestualità, postura, frequenza respiratoria, rossore o pallore del volto, sudorazione, sono alcuni esempi degli elementi da tenere contemporaneamente in considerazione: anche per questo motivo, sottolinea l’autore, scoprire le bugie non è semplice. Inoltre, smascherare un bugiardo implica una capacità, perfezionabile, che non tutti possiedono o desiderano possedere (in molte occasioni, ad esempio, tra il bugiardo e la vittima si verificano collusioni involontarie, poiché si preferisce non conoscere la verità).

In ogni caso, l’autore precisa che non tutti gli indizi delle bugie possiedono la stessa affidabilità. Ekman opera una distinzione tra le sorgenti comunicative maggiormente manipolabili (come le parole) e quelle che con maggior difficoltà il bugiardo può tenere sotto controllo, quali ad esempio il tono della voce, la postura, la gestualità, i movimenti del corpo. La sorgente in assoluto più ricca a livello comunicativo è quella delle espressioni facciali.

La seduzione delle bugie..sui nostri volti

Ekman è ideatore del Sistema di Decodificazione dei Movimenti Facciali (FACS – Facial Action Coding System) finalizzato alla misurazione della contrazione dei muscoli facciali. Attraverso le espressioni facciali, infatti, è possibile rintracciare le informazioni sullo stato emotivo della persona e in base alla frequenza e all’intensità delle emozioni mostrate, si possono individuare stati cognitivi ed affettivi di base. L’autore ritiene che tra gli indizi più interessanti per un “cacciatore di bugie” vi siano i segnali facciali rapidi: mutamenti veloci dell’attività neuromuscolare in grado di modificare visibilmente, per pochi secondi, l’aspetto del volto.

Il nostro volto parla, dunque, e Ekman dedica il suo impegno a cogliere l’informazione trasmessa dalle espressioni, nella sua complessità (eventi antecedenti l’espressione, pensieri della persona; progetti, aspettative e ricordi; condizione psicologica; stato d’animo; che cosa le piacerebbe fare dopo; cosa vorrebbe che facesse la persona che ha causato il suo stato d’animo; emozione sperimentata). Tuttavia, scrive l’autore, impegnato nella ricerca sin dagli anni ’50,

molto resta ancora da imparare sulla menzogna.

In conclusione, definirei questo lavoro un saggio brillante e ricco di spunti interessanti, che non manca di incuriosire e affascinare il lettore che voglia accostarsi e “aprire una finestra” sull’intrigante mondo della bugia.

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