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P.A.T.H. (planning alternative tomorrows with hope): come e perché utilizzare strumenti di sviluppo personale nei percorsi di ripresa per persone con diagnosi psichiatrica

Negli ultimi decenni, nel panorama letterario, scientifico, e dei servizi di salute mentale, sono emersi nuovi approcci che promuovono forme di guarigione sociale, clinica e personale in casi di diagnosi psichiatrica.

OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, Modena

 

 

Il primo studioso a teorizzare diverse sfaccettature dei processi di ripresa fu Anthony che nel 1993, scrisse sul Recovery:

 Un processo profondo e unico di cambiamento delle attitudini, valori, sentimenti, obiettivi, abilità e ruoli. Sentirsi realizzati vivendo una vita soddisfacente, piena di speranza nonostante le limitazioni causate dalla malattia. Recovery comporta lo sviluppo di nuovi significati e apprendimenti nella vita di una persona che cresce e si sviluppa oltre gli effetti catastrofici della condizione patologica

Insieme al paradigma del Recovery ne sono emersi altri ad esempio: ‘Whole Life, Whole person, Whole System’, ‘Open Dialogue’ e persino ‘Tojisha Kenkyu‘ in Giappone. Essi hanno lo scopo di promuovere un cambiamento di cultura sulla malattia mentale, ridurre lo stigma interno ed esterno associato alla condizione patologica e favorire possibilità di guarigione anche in condizioni considerate croniche come nei casi di schizofrenia.

Tali approcci riguardano non solo una metodologia, ma anche l’assetto dei servizi e delle organizzazioni che promuovono salute mentale come ad esempio nel caso dell’Open Dialogue che in Finlandia dell’Ovest è l’unico approccio utilizzato con pazienti con diagnosi psichiatrica (Seikkula et al. 2009).

In comune questi approcci, fortemente attuali oggi, hanno alcuni elementi che riguardano un maggior focus sul problema anziché sulla diagnosi psichiatrica, sui valori anziché sulle tecniche, sull’intervento immediato e sul coinvolgimento della rete sin dalle prime fasi della crisi, sulla (ri)costruzione di una rete sociale supportiva forte, sulla considerazione della realtà vissuta dal soggetto come tale anziché sulla patologizzazione dei comportamenti, sulla esplorazione di possibilità di miglioramento piuttosto che l’implementazione di modelli prestabiliti di trattamento (soprattutto farmacologico o socio-riabilitativo).

 

 

I limiti del paradigma medico nei casi di diagnosi psichiatrica

Sebbene nel paradigma Bio-Psico-Sociale (i.e. Waltzer, 1982) siano considerati diversi fattori all’origine del disturbo, spesso, di fatto, gli interventi si concretizzano in cura centrata sul riassetto degli squilibri chimici a livello celebrale, e quindi sull’aspetto biologico, tanto che ad oggi il farmaco rimane il rimedio considerato come fondamentale nella maggioranza dei casi di diagnosi di schizofrenia.

Negli ultimi anni, si sono sempre più fatte strada visoni diverse che mettono in discussione il paradigma medico tradizionale discostandosi da ogni forma di riduzionismo, incluso quello biologico. Questa riflessione è supportata dalla diffusione e dalla forte considerazione che ha riscontrato il libro ‘Indagine su una Epidemia’ scritto dal giornalista americano Robert Whitaker, il quale fornisce una argomentazione scientifica, basata sulla raccolta di dati longitudinali di grandi popolazioni in merito agli effetti a lungo termine dell’utilizzo degli psicofarmaci. La domanda dalla quale egli parte è quanto gli psicofarmaci abbiano influenzato il decorso a lungo termine dei disturbi mentali negli ultimi decenni, e quanto siano aumentate le probabilità che le persone con diagnosi psichiatrica in cura farmacologica abbiano una prognosi maggiormente favorevole considerando l’evoluzione della scienza e della farmacologia. Sulla base dei dati raccolti, il giornalista suggerisce maggiore cautela nell’utilizzo di psicofarmaci, sopratutto neurolettici.  Riprendendo le parole di Peter Tyrer.

E’ arrivato il momento di riconsiderare il principio secondo cui gli antipsicotici debbano essere sempre la prima scelta nel trattamento delle persone con un episodio psicotico. Non si tratta di un urlo selvaggio dalla foresta, ma di un’opinione presa in considerazione da importanti ricercatori …. Ci sono evidenze scientifiche sempre più convincenti che ci dicono che, se consideriamo gli effetti avversi degli antipsicotici, il gioco  – per esprimerci in modo semplice – non vale la candela.

Peter Tyrer, Editor – British Journal of Psychiatry, August 2012

 

Dunque, la tematica di re-definizione personale, in particolare dall’essere malato cronico all’essere attore di un percorso di ripresa, si posiziona al centro dell’approccio attuale. Le parole riabilitazione e cura, così strettamente legate a quelle di cronicità e malattia mentale possono lasciare maggior spazio a quelle di ripresa e diversità. In questa prospettiva, ciascuno può fare un percorso di consapevolezza riguardante i propri limiti o le proprie potenzialità che gli permetta di raggiungere le proprie aspirazioni.

 

 

Diagnosi psichiatrica: oltre il paradigma medico

I significati che vengono attribuiti all’esperienza di vita e alle narrazioni personali assumono una importanza particolare nel confermare la malattia oppure nel supportare il percorso verso il benessere e la ripresa, di cui la persona è protagonista. L’obiettivo è dunque quello di contribuire a risolvere problematiche personali, sociali o relazionali che possono aver prodotto una diminuzione del benessere mentale, in modo tale che la persona possa tornare (o iniziare) a ricoprire un ruolo sociale significativo, potendo contare su un sistema di supporto sociale efficace. La collaborazione tende a incoraggiare la riscoperta di un senso positivo di sé, l’accettazione non rassegnata della realtà nei suoi aspetti più disagevoli e problematici nonché l’attribuzione di senso alle proprie esperienze, anche quelle negative.

Date queste premesse, le implicazioni dal punto di vista degli interventi e delle politiche dei servizi di salute mentale sui pazienti, inclusi quelli con diagnosi di schizofrenia, sono chiare: da un lato si limita l’impatto sfavorevole di diagnosi sui soggetti, dall’altro si cerca di diminuire lo stigma legato all’esperienza di udire le voci o avere altre percezioni considerate inusuali favorendone la ripresa dagli aspetti che causano disagio. Da un lato si diversificano i tipi di intervento e possibilità rivolte alle persone con diagnosi psichiatrica, dall’altro si cercano strumenti innovativi che possano favorire la comprensione delle possibilità, in una dialettica paritetica in cui la persona con esperienza diretta possa essere accompagnata nell’attraversare le difficoltà connesse al disagio.

E’ proprio per rispondere a questa esigenza che si ricercano strumenti di pianificazione centrati sulla persona con diagnosi psichiatrica, che permettano quindi di collaborare intorno a degli obiettivi come definiti dal soggetto e dalle sue narrazioni. Essi, non necessariamente riguardano la riduzione della disabilità connessa alla malattia, la prevenzione delle ricadute e delle ospedalizzazioni, l’ aderenza alla terapia farmacologica, la gestione dei sintomi connessi alla malattia etc. ma piuttosto, le aspirazioni, il rafforzamento di una identità positiva, e altri aspetti che riguardano la persona nel suo complesso, e la sua intera vita.

 

 

Il P.A.T.H. :  Planning Alternative Tomorrows With Hope

Il P.A.T.H. ben si inserisce in questo panorama, rappresentando uno strumento che si addice alla collaborazione paritetica tra il soggetto e figure di riferimento (es. amici, operatori di riferimento, clinici e familiari) allo scopo di  costruire, mediare e negoziare significati e possibilità. P.A.T.H. è un acronimo che significa Planning Alternative Tomorrows With Hope (trad. Pianificare un Futuro Alternativo con Speranza).

 

P.A.T.H. (planning alternative tomorrows with hope) come e perché utilizzare strumenti di sviluppo personale nei percorsi di ripresa di persone con diagnosi psichiatrica
Esempio di P.A.T.H.

 

E’ uno strumento di pianificazione personale potente, creativo, basato sul disegno; è orientato all’azione, è personale ed incentrato sullo sviluppo di narrative. Si tratta di uno strumento che accompagna delle fasi di cambiamento all’interno di un processo sociale, processo che non avviene in solitudine, ma all’interno di un circolo di supporto.

Non è uno strumento che viene utilizzato sulla persona, non è una valutazione o un test, ma la modalità di compilazione avviene secondo il principio della co-produzione e quindi assume direzioni e caratteristiche diverse in funzione di chi lo disegna.

E’ stato creato da Marsha Forest, John O’Brien e Jack Pearpoint, nel 1991 e può essere usato come strumento di pianificazione per ogni transizione di persone o gruppi. Inizialmente è stato usato all’interno di scuole, con ragazzi pre-adolescenti, ma anche in teams, distretti, scuole e aziende. Si parte dai sogni per focalizzare meglio degli obiettivi realizzabili, la rete di supporto, i punti di forza e un piano d’azione. Ecco alcune domande che rappresentano dei punti fondamentali per la costruzione del piano:

  1. Quali sono le parole chiave o immagini che rappresentano i tuoi sogni?
  2. Quali obiettivi ci potremmo dare in un anno di tempo?
  3. Tornando al presente, guardando alla tua situazione in modo più oggettivo possibile, come la descriveresti?
  4. Quali persone vorresti coinvolgere nel tuo percorso?
  5. Per muoversi verso i tuoi obiettivi, servono energie e forze, ci saranno difficoltà da superare e problemi da risolvere, cosa ti serve per rimanere sulla rotta del tuo percorso?
  6. Rifletti sui tuoi obiettivi e pensa ai prossimi 3 (o 6 ) mesi, dovrebbe essere un tempo sufficiente per intraprendere azioni verso il loro raggiungimento, quali azioni avrai intrapreso?
  7. Il primo passo: identifica la prima azione, quali persone possono supportarti e come aggirare possibili difficoltà

 

 

Disturbi alimentari: la famiglia bulimica – Magrezza non è bellezza nr. 22

L’attitudine della bulimica a separarsi velocemente dal nucleo familiare è probabilmente non solo una forma di fuga da una famiglia bulimica disfunzionale, ma anche una forma di conflitto più profondo che tende a portarle alla separazione dai genitori.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: La famiglia bulimica (Nr. 22)

 

Sulle famiglie dei pazienti bulimici sono stati prodotti un gran numero di studi e osservazioni (Fairburn, Cooper, 1982; Johnson   et al. , 1982; Kent, Clopton, 1988; Pyle et al. , 1986). Il primo dato emerso è il peso corporeo, che è maggiore tra i familiari di questi pazienti rispetto ai soggetti di controllo (Garfinkel et al. , 1980; Herzog, 1982; Strober, 1981). Poiché la tendenza a ingrassare è influenzata da fattori genetici, la disregolazione alimentare si manifesta principalmente in famiglie predisposte a un aumento ponderale.

È anche vero, però, che i bambini con problemi alimentari possono imitare i modelli genitoriali, e alcune famiglie  sovrappeso potrebbero incoraggiare l’alimentazione, utilizzando il cibo come mezzo per manipolare e gestire le difficoltà emotive.

 

La famiglia bulimica: come le pazienti percepiscono i genitori

Solitamente le bulimiche si pongono obiettivi irrealistici di perdita di peso, esercitando sullo stesso un controllo patologico  (Fairburn, Cooper, 1982; Pyle et al. , 1981; Russell, 1979): alcuni studi hanno evidenziato che i pazienti bulimici percepiscono i  propri genitori (soprattutto i padri) come più controllanti (Pole   et al. , 1988; Rorty et al. , 2000), mentre gruppi di anoressiche hanno prodotto un modello misto di risultati (Castro, 2000) assimilabili maggiormente al controllo e all’iperprotezione (Murray et al. , 2000).

Un genitore invadente e controllante crea una vulnerabilità alla psicopatologia attraverso lo sviluppo di un orientamento perfezionista (Enns et al. , 2000; Soenens et al. , 2005), e in effetti alcune indagini hanno evidenziato che il controllo paterno ha degli effetti maggiori sull’alimentazione rispetto a quello materno, questo non significa comunque che la genitorialità materna non  sia coinvolta: il controllo materno potrebbe essere indirettamente connesso ad atteggiamenti disattivi dei pazienti che li portano a  sviluppare perfezionismo patologico.

Questa scoperta suggerisce che un’autovalutazione negativa riguardante l’orientamento perfezionista potrebbe essere la forza trainante nello sviluppo psicopatologico di un disturbo alimentare (Shafran et al. , 2002); e infatti, le eccessive colpevolizzazioni esercitate dai genitori sono legate a un abbassamento dell’autostima dell’adolescente che porta, conseguentemente, a innalzare i propri standard personali  (Soenens et al. , 2005).

 

Caratteristiche della famiglia bulimica

Nella famiglia bulimica, le pazienti sono più dipendenti rispetto alle altre donne nei confronti del padre e della madre, verso cui si manifesta una relazione conflittuale. Le bulimiche hanno una tendenza a mostrare una maggiore propensione alla separazione dai padri rispetto alle anoressiche, per problemi di adattamento (Hoffman, 1984; Rice   et al. , 1990). L’attitudine della bulimica a separarsi velocemente dal nucleo familiare è probabilmente non solo una forma di fuga da una famiglia bulimica disfunzionale, ma anche una forma di conflitto più profondo che tende a portarle alla separazione dai genitori  (Grotevant, Cooper, 1985; Lapsley et al. , 1989).

I padri delle bulimiche vengono descritti spesso come distanti emotivamente: questo dato potrebbe riguardare il ruolo svolto dai padri nella famiglia bulimica, piuttosto che una caratteristica della personalità. In ogni caso, le pazienti bulimiche dichiarano di non trascorrere molto tempo con il padre, come invece fanno le adolescenti normali. Si è anche osservato che durante l’infanzia, i padri sono stati vicino alle figlie, ma hanno assunto un atteggiamento sempre più distante durante l’adolescenza (Podolnick, 1987).

Sono stati prodotti inoltre diversi studi sul ruolo delle famiglie divorziate nella genesi della bulimia (Igoin-Apfelbaum, 1985; Herzog, 1982; Johnson, Flach, 1985). I figli di genitori divorziati mostrano una maggiore disregolazione emotiva, se considerati nella loro interezza psichica (Slater, Haber, 1984; Enos, Handal,  1986). Se centrati sulla fisicità, sono risultati maggiormente esposti a sviluppare bulimia.  La relazione coniugale dei genitori dei bulimici è stata descritta come emotivamente povera. Queste famiglie sviluppano una serie di difficoltà anche da un punto di vista sessuale. Diversi soggetti bulimici hanno riferito che i genitori dormivano in letti o camere separate; in alcuni casi è emersa una totale ripugnanza del padre nei confronti della madre.

La disarmonia coniugale dei genitori sembrerebbe una caratteristica significativa della famiglia bulimica. Tuttavia, nonostante la scarsa qualità della relazione coniugale, le bulimiche non denunciano violenze tra  i genitori. Solitamente tendono a riferire la poca empatia e la scarsa attenzione dei genitori nei loro confronti, fino a sentirsi delle sconosciute per entrambi (Bruch, 1970). I genitori di soggetti bulimici non sono in grado o non vogliono manifestare i sentimenti, per questo non riescono a esprimere un sostegno emotivo. In genere, le bulimiche avrebbero desiderato un dialogo maggiore con i genitori su qualsiasi argomento, ma riferiscono di non averne avuto molto.

Da osservare, infine, che nella famiglia bulimica è presente un atteggiamento repressivo verso gli argomenti che hanno a che fare con la sfera della sessualità  (Sights, Richards, 1984).

L’eziologia della bulimia è chiaramente multifattoriale. Tuttavia, considerate nel loro insieme, le informazioni sopra riportate rivelano fattori familiari che possono contribuire allo  sviluppo del disturbo psichico (Dolan et al., 1989). Mangiare rappresenta sicuramente una necessità biologica, ma il cibo è anche nutrimento psicologico e cura. Il rifiuto del cibo può simboleggiare da parte del bambino/a una mancanza di accettazione delle cure prestategli, mentre l’eccesso di cibo può essere considerato un sostitutivo delle cure e delle attenzioni di cui ha bisogno. L’abuso di cibo sembra quindi determinato dal desiderio di anestetizzare sentimenti di dolore, vergogna e disgusto  (Menzies, 1970).

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

Conflitto lavoro-famiglia: un equilibrio difficile da realizzare

Oggi più che mai siamo tenuti ad interrogarci sul modo in cui la sfera lavorativa e quella familiare si influenzano a vicenda. Viviamo in un’epoca in cui il mercato del lavoro richiede costantemente flessibilità, mobilità e capacità di assumersi dei rischi. In che modo il soddisfacimento di queste richieste impatta sulla realtà familiare? E, al contrario, come la sfera familiare può facilitare o ostacolare la carriera del lavoratore?

 

Le teorie sulla relazione tra famiglia e lavoro

Molte teorie hanno cercato di fornire una risposta a questi interrogativi e Zedeck e Mosier (1990), nell’articolo Work in the Family and Employing Organization, ne hanno trattate alcune. Una delle ipotesi più accreditate è la teoria del travaso ed essa ritiene che tutto ciò che avviene in uno dei due ambiti finisca inevitabilmente per influenzare l’altro. Di conseguenza, ad esempio, se il lavoratore è felice a lavoro tenderà probabilmente ad essere felice anche a casa, mentre se la situazione lavorativa non è ottimale anche quella familiare potrebbe peggiorare. Questa assoluta assenza di confini potrebbe determinare una diffusione dello stress lavorativo anche in ambito familiare (e viceversa), incrementando ulteriormente la portata delle difficoltà incontrate.

La teoria della compensazione postula, invece, un “bilanciamento” dei bisogni frustrati in un’area con le soddisfazioni acquisite nell’altro ruolo. In questo senso una persona molto dedita al lavoro che trascura la propria vita personale per quella professionale molto probabilmente otterrà, in quest’ultima area, delle gratificazioni che bilanceranno le frustrazioni familiari.

La teoria della segmentazione ritiene invece, in modo piuttosto irrealistico, che l’individuo sia in grado di compartimentalizzare completamente le proprie esperienze nei due ambiti e che non ci sia alcuna relazione tra queste: secondo questa teoria ciò che accade in famiglia non ha nessun impatto sulla vita professionale del lavoratore, e viceversa.

In quarto luogo l’approccio strumentale considera ciò che accade in relazione ad un ruolo come un mezzo che può essere utilizzato per acquisire beni utili per l’altro ruolo. In questo senso il denaro guadagnato con il proprio ruolo professionale può contribuire alla realizzazione familiare, ad esempio mediante l’acquisto di una casa.

In conclusione Zedeck e Mosier citano la teoria del conflitto, la quale ritiene che ognuna delle due aree pone inevitabilmente delle richieste ed il soddisfacimento di tali richieste in uno dei due ambiti può richiedere molti sacrifici nell’altro ambito. In molte di queste teorie risalta la possibilità che ci siano forti correlazioni tra il ruolo lavorativo e quello familiare, sia in senso positivo, attraverso lo sviluppo di risorse, sia negativamente, tramite la produzione di problematiche più o meno gestibili.

 

I problemi familiari che possono influenzare la vita professionale

Morrison e Deacon (1993) hanno rilevato principalmente quattro problemi familiari che possono influenzare la vita professionale:
– Perdita del sostegno familiare, associata a scarsa energia da impiegare in ambito lavorativo, aggressività, depressione e difficoltà relazionali;
– Interferenza delle necessità familiari sul lavoro, correlata a burnout e minore impegno nello sviluppo delle proprie potenzialità;
– Frustrazione dei bisogni familiari con conseguente utilizzo del lavoro per il soddisfacimento degli stessi, legata a problemi d’autostima e sensi di colpa;
– Motivazione eterodiretta al lavoro, in cui le necessità familiari hanno la piena priorità rispetto a quelle professionali, e sarebbe associata a cattivi rapporti con i colleghi di lavoro e spreco di potenziale.

 

Le variabili delle due sfere da considerare

Cortini e Manuti (2008) ricordano come diverse evidenze empiriche hanno mostrato che ci sono numerose variabili in grado di mediare le due sfere di vita, come il numero dei figli, la presenza e l’aiuto offerto dai nonni, la presenza, nel nucleo familiare, di persone con disabilità, le caratteristiche personali del lavoratore e del partner, oltre che del luogo di lavoro (orari, contratto, stipendio) e del clima organizzativo che pervade tale luogo. Inoltre avrebbero un ruolo fondamentale anche le capacità di coping del lavoratore e del partner, ovvero quelle capacità d’adattamento che consentono di affrontare le situazioni stressanti.

 

Conclusioni

In conclusione si può affermare che i due ambiti appaiono più legati di quanto si pensi e che sarebbe necessario lavorare sullo sviluppo di condizioni che rendano tale coesistenza maggiormente vantaggiosa, ad esempio mediante l’incremento ed il miglioramento dei servizi all’infanzia, il quale aiuterebbe le donne nella loro realizzazione professionale, oppure attraverso un maggior coinvolgimento del sistema familiare nell’attività lavorativa della persona in modo tale da offrire ai familiari una migliore comprensione della situazione del lavoratore e, dunque, un maggiore sostegno.

Recovery e sistemi di salute mentale. Quali strade possibili?

Recovery è il principio del 21 secolo raccomandato in linee guida cliniche e professionali nonché focus esplicito nelle politiche internazionali sulla salute mentale

Roberta Casadio – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, Modena

 

 

Recovery è il principio del 21 secolo raccomandato in linee guida cliniche e professionali nonché focus esplicito nelle politiche internazionali sulla salute mentale (Slade, Adams & O’Hagan, 2012). Nel 2005, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha organizzato a Helsinki una Conferenza Europea che rappresenta il primo tentativo, dopo la storica dichiarazione di Caracas del 1986, di trasferire ai governi responsabilità ben definite: a fine lavori i Ministri della Salute di cinquantadue Paesi europei hanno approvato all’unanimità un Documento che racchiude le priorità stabilite in merito.

Secondo quanto scritto nell’accordo, politiche e pratiche di salute mentale dovrebbero essere focalizzate a promuovere il benessere, contrastare la discriminazione e l’emarginazione sociale, prevenire, fornire servizi efficaci e adeguati, favorire il reinserimento in società delle persone che sperimentano seri disturbi.

…la salute mentale ed il benessere mentale sono fondamentali per la qualità della vita e la produttività degli individui, delle famiglie, delle comunità e delle nazioni. Conferiscono un senso alla nostra esistenza permettendoci di essere cittadini creativi e attivi. (..) Essendo la salute mentale una componente centrale del capitale umano, sociale ed economico delle nazioni, questa deve quindi essere considerata come parte integrante essenziale di altri campi della politica pubblica, quali i diritti dell’uomo, l’assistenza sociale, l’educazione e l’occupazione

Dichiarazione di Helsinki, 2005

La Dichiarazione pone quindi la salute mentale al centro del potenziale umano, sociale ed economico delle diverse nazioni ed esorta gli Stati a considerarla come parte integrante delle proprie politiche sociali.

 

 

Favorire percorsi di recovery: dalla malattia alla persona

L’invito è pertanto a riflettere sulla (ri)organizzazione e struttura dei Servizi di salute mentale dato che ancora oggi, in molti Paesi dell’Europa, la gran parte dei fondi destinati alla psichiatria vengono investiti per ospedalizzare o segregare in istituzioni chiuse.  Al contrario, è più che mai necessaria a tal proposito la promozione di azioni intersettoriali, attraverso partnership tra i servizi psichiatrici, quelli socio-sanitari ed altre agenzie, ponendo al centro la risposta ai bisogni complessivi dell’individuo e della sua rete prefigurando così scenari di welfare comunitario (Mezzina, 2016).

Quindi, se da un lato è necessario promuovere servizi di salute mentale in aree territoriali e servizi comunitari, dall’altro l’attenzione deve essere spostata dalla malattia in sé alla totalità della persona nonché alla sua rete di appartenenza e ai gruppi sociali di riferimento per favorire percorsi di ripresa e recovery.

Il compito diventa quello di promuovere la cittadinanza per le fasce più svantaggiate e vulnerabili della popolazione, innalzando la loro qualità di vita, favorendo la loro autonomia ed emancipazione anche dalla dipendenza dai servizi, in modo che il concreto esercizio dei diritti accresca complessivamente le loro possibilità e capacità di scelta e di azione (Dell’Acqua, 2014). E’ oggi chiaro che quando si parla di ripresa (e.g. Recovery) non si tratta dunque di un esito coincidente al ritorno alla condizione precedente al problema, quanto più di un percorso che è volto alla attivazione di risorse che permettono al soggetto di vivere in maniera piena la sua vita (Coleman, 1999).

 

 

Recovery: gli interrogativi ancora aperti

Ci sono diversi modi in cui il sistema di cure può supportare la ripresa di persone affette da disagio mentale e questo avviene promuovendo relazioni, benessere e offrendo trattamenti che migliorino le possibilità di inclusione sociale (Slade, 2009).  Oggi è disponibile un ampia letteratura in merito a questo e accanto alle preziose testimonianze di persone che hanno fatto percorsi positivi di ripresa dal disagio mentale (Romme & Escher, 2009), la ricerca sta validando dal punto di vista scientifico di cosa si tratti quando si parla di recovery. A questo proposito, sono disponibili reviews sistematiche (Doughty & Tse, 2005; Leamy et al., 2011), studi randomizzati e controllati, (Barbic et al., 2009; Greenfield et al., 2008) e linee guida (Davidson et al., 2009).

L’aumento delle evidenze scientifiche per l’implementazione di pratiche e sistemi orientati al recovery ha portato ad un maggior riconoscimento e consenso (Compagni et al., 2007). Tuttavia, è necessario identificare con maggiore chiarezza il contributo che i servizi di salute mentale possono dare in questo senso (Slade et al., 2011) e come queste pratiche possano essere integrate comportando un cambiamento all’interno dei sistemi di cura dei Paesi anziché rimanere realtà singole ed isolate che non contaminano. A tal proposito, emergono alcune questioni ancora non risolte:

  • Può essere il sistema di cure compatibile con le aspettative sociopolitiche che esso gestisca appieno il rischio e provveda al controllo sociale?
  • Cosa ancora deve cambiare affinché i sistemi di salute mentale possano maggiormente supportare i processi di ripresa?
  • Si possono sviluppare servizi orientati al recovery quando lo stigma e la discriminazione sono così alti nei confronti del disagio mentale nella nostra società?
  • In pratica, come può avvenire il passaggio da servizi centrati sulla crisi e al controllo ad un maggiore sbilanciamento verso l’offerta di una più ampia gamma di possibilità offerte, risorse e opportunità che facilitino i processi di ripresa, autonomia e benessere?
  • Può la forza lavoro esistente cambiare pensiero nei confronti del disagio e assorbire nuove competenze focalizzando i concetti di agency, empowerment, recovery, anziché quelli di deficit, disfunzione, sintomatologia e rischio?

Dopo aver stimolato una riflessione sui temi appena citati, è di dovere citare delle realtà orientate al recovery che sono affermate nel panorama italiano ed europeo. Alcuni esempi ne sono la ‘Soteria House‘ in Gran Bretagna, ‘Recovery Houses’ in Italia, il ‘Recovery College’ nei Paesi Bassi, le ‘Recovery Learning Communities’ in Massachusset per citare alcuni esempi.

Alcune di queste realtà sono parte integrante dei servizi di salute mentale pubblici offerti ai cittadini, altre rappresentano realtà nate da iniziative legate al terzo settore e che rappresentano un’alternativa al sistema di cure tradizionale. E’ necessario considerare tuttavia, come la loro efficacia e i valori che le ispirino, raggiungano la loro massima espressione quando si intrecciano ed entrano in una dialettica costruttiva con l’Istituzione che porti al cambiamento e alla reciproca contaminazione.

Teneramente folle. Il rapporto complicato tra un padre con disturbo bipolare e le figlie (2014) – Cinema & Psicologia

Il film Teneramente folle (2014) di Maya Forbes è la versione romanzata della biografia della regista stessa. Maya e sua sorella China, infatti, hanno vissuto per un periodo sole con il padre affetto da disturbo bipolare, mentre la madre si trovava per studio a New York.

Introduzione

Negli anni sono stati prodotti, sia in Italia che all’estero, diversi film che hanno affrontato il tema del disturbo bipolare, ma questo ha la particolarità di incentrarsi su come la malattia incida e influenzi il rapporto tra il paziente e le sue figlie. Cosa significa per i bambini vivere con un genitore affetto da un disturbo mentale? Come viene vista, vissuta e compresa la malattia? I figli si trovano immersi in una situazione che non comprendono pienamente e che è accompagnata da emozioni diverse, che oscillano dalla tenerezza alla paura. Emblematico in questo senso è il titolo originale del film “Infinetely Polar Bear” che è tratto da una frase del film in cui la piccola Faith, non comprendendo bene che cosa sia il disturbo bipolare, spiega così agli amici la malattia del padre “mio padre è un Orso Polare”.

Teneramente folle: trama del film

Ci troviamo in Massachussetts alla fine degli anni ’70. Cameron Stuart (interpretato da Mark Rufalo) è felicemente sposato con Maggie (Zoe Saldana) con cui ha avuto due figlie: Amelia e Faith. Cameron è affetto dal disturbo bipolare (un tempo chiamato “psicosi maniaco depressiva”) ed in seguito all’ultima delle sue crisi perde il lavoro, viene ricoverato e la moglie lo allontana da casa. Maggie si trova quindi da sola a gestire e a mantenere economicamente la famiglia dal momento che i suoceri, pur avendo notevoli possibilità economiche non forniscono loro alcun aiuto. Maggie non riesce a trovare un lavoro sicuro ma dopo che ottiene una borsa di studio per un master di Business Administration alla Columbia University di New York ha un piano per il bene delle figlie: ottenere il titolo in 18 mesi per poi tornare e cercare un lavoro più soddisfacente che possa consentirle di dare loro una educazione scolastica migliore.

Per raggiungere il suo scopo è costretta a lasciare a malincuore le figlie in Massachussetts e chiede al marito, con cui non vive più da tempo, di trasferirsi a casa loro ad occuparsi delle bambine. Lei è l’unica ad avere fiducia in lui, poiché sia i suoceri che i vicini di casa e conoscenti, non solo non pensano che Cameron stia così bene da poter occuparsi a lungo delle figlie ma, soprattutto, contestano l’indipendenza di Maggie, il ruolo “maschile” che ella assume all’interno della famiglia. Il film Teneramente folle descrive quindi tutto il periodo in cui Cameron si trova ad occuparsi delle figlie e a cercare di recuperare con loro un rapporto di affetto e fiducia. La relazione è influenzata dalle fasi maniacali e depressive di Cameron e, pertanto, oscilla costantemente tra momenti di condivisione e affetto ad altri più tesi e difficili. Cameron riuscirà comunque a cavarsela spinto dal desiderio di riconquistare l’affetto della moglie.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

Il disturbo bipolare

Secondo il DSM –5 il disturbo bipolare è un disturbo dell’umore caratterizzato dall’alternanza di episodi maniacali e depressivi o misti (disturbo bipolare tipo I), oppure da episodi depressivi e ipomaniacali (disturbo bipolare tipo II).
Il disturbo bipolare, nel DSM 5, viene separato dai disturbi depressivi e collocato in una categoria unitaria, tra il capitolo dei disturbi dello Spettro Schizofrenico e gli altri disturbi Psicotici e quello dei Disturbi Depressivi, riconoscendo che si tratta di un disturbo “a ponte” tra queste due diagnosi in termini di sintomi, storia familiare e genetica.

Nello specifico:
EPISODIO MANIACALE: Un periodo di tempo caratterizzato da umore persistentemente elevato o irritabile associato ad un aumento di attività o energia presenti per gran parte della giornata per almeno una settimana. Devono essere presenti almeno 3 (4 se umore irritabile) dei seguenti sintomi: autostima ipertrofica o grandiosità; ridotto bisogno di sonno; logorrea; fuga delle idee; distraibilità; aumento della attività finalizzata; coinvolgimento in attività piacevoli ma pericolose. L’alterazione dell’umore ha una gravità tale da provocare un netto deterioramento nelle attività socio-lavorative dell’individuo o da richiedere l’ospedalizzazione per prevenire eventuali danni a se stesso o agli altri.

EPISODIO IPOMANIACALE : Un periodo di tempo caratterizzato da umore persistentemente elevato o irritabile e persistente aumento di attività o energia per almeno 4 giorni. Devono essere presenti almeno 3 (4 se umore irritabile) dei seguenti sintomi: autostima ipertrofica o grandiosità; ridotto bisogno di sonno; logorrea; fuga delle idee; distraibilità; aumento della attività finalizzata; coinvolgimento in attività piacevoli ma pericolose. Sebbene sia osservabile un cambiamento netto nel funzionamento dell’individuo, non è presente una compromissione marcata come invece avviene durante un episodio maniacale. Non è necessaria l’ospedalizzazione. Non sono presenti sintomi psicotici.

EPISODIO DEPRESSIVO: Caratterizzato da umore depresso o perdita di interesse e di piacere per le attività per quasi tutto il giorno per un periodo minimo di due settimane, associato ad almeno 5 dei seguenti sintomi: Perdita o incremento dell’ appetito; insonnia o ipersonnia; agitazione psicomotoria o rallentamento psicomotorio; diminuzione dell’energia; eccessivo o inappropriato senso di colpa e impotenza; difficoltà a concentrarsi; ricorrenti pensieri di morte, ideazione suicidaria senza un piano specifico, tentativi di suicidio o piani per commettere il suicidio.

L’episodio depressivo nell’ambito del disturbo bipolare presenta alcune peculiarità che lo differenziano sia dalla depressione endogena unipolare che da quella reattiva e situazionale. E’ infatti caratterizzato dal predominio dell’apatia sulla tristezza, dell’inibizione psicomotoria sull’ansia, e dell’ipersonnia sull’insonnia (Colom e Vieta, 2006).

EPISODIO MISTO: Si caratterizzano per la compresenza di una sintomatologia maniacale e depressiva combinate differentemente tra loro secondo l’alterazione dell’umore, le cognizioni e il comportamento. Sono associati ad un grave rischio suicidario.

Per quanto riguarda gli aspetti cognitivi del disturbo bipolare, così come si parla di “triade negativa” di pensieri distorti catastrofici nella visione di sé, del mondo e del futuro nella depressione, allo stesso modo è possibile individuare una “triade positiva” nella mania (Colom e Vieta, 2006). I pensieri automatici maniacali sono caratterizzati da cognizioni e interpretazioni positive che non corrispondono alla realtà; si tratta di una visione eccessivamente positiva e rigida.

Le manifestazioni del disturbo bipolare nel personaggio del protagonista

E’ la voce di Amelia, la primogenita, a narrarci gran parte degli eventi e a metterci al corrente del disturbo del padre. Già dalle prime battute vengono sottolineate alcune bizzarrie comportamentali che molto spesso possono essere sottovalutate e ricondotte ad una personalità più estroversa ed eccentrica, mentre in realtà si tratta di sintomi conclamati. La stessa Maggie spiega alle figlie che, pur essendo sempre stata a conoscenza della diagnosi del marito, aveva sottovalutato la gravità della situazione (“negli anni ‘70 quasi tutti avevano avuto un esaurimento nervoso…”). Quelli che possono sembrare agli osservatori esterni comportamenti solamente eccentrici, come Cameron che girava per il campus in bicicletta indossando una barba finta, nascondono un profondo malessere. Le fasi maniacali, sebbene associate ad un incremento di energia, idee, progetti e voglia di fare non sempre sono accompagnate da emozioni di piacere. Possono essere presenti ideazioni paranoidee, angoscia e tensione.

Le fasi maniacali

Per gran parte della durata del film Cameron mostra un umore costantemente elevato, a tratti irritabile soprattutto quando viene contestato, associato a una notevole energia. Mostra la perdita delle inibizioni, del buon senso, dell’esame di realtà. Festeggia il proprio licenziamento senza preoccuparsi delle conseguenze. Si mostra eccessivamente loquace e disponibile con i vicini senza redensi conto di superare il limite: tra aiutare una signora a portare fino a casa le buste della spesa e proporle poi di sistemarle le cose nel frigo o di spostarle i mobili il passo è breve. La reazione del suo interlocutore è dapprima perplessità fino poi ad arrivare all’evitare di incontrarlo. L’incremento dell’energia fa sì che Cameron si senta complessivamente bene, gli consente di dedicarsi a numerose attività e di pulire l’intera casa in un pomeriggio. Tuttavia tutta questa energia, anche se può sembrare un aspetto positivo, in realtà non riesce ad essere incanalata in modo produttivo. Cameron inizia mille cose diverse che poi vengono lasciate incompiute e su cui appende il cartello “non spostare, ci lavorerò più tardi”.

E’ proprio la sensazione di benessere apparente, l’ avere mille idee e molta energia per metterle in pratica a rendere difficile per chi soffre del disturbo realizzare di avere un problema. Gran parte dei pazienti, dopo essersi sottoposti a trattamento farmacologico, provano nostalgia per l’ebbrezza della mania e la vita quotidiana sembra adesso per loro piatta e priva di emozioni. L’incremento dell’energia e la fuga delle idee a breve termine può anche consentire alla persona di raggiungere alcuni obiettivi (per es. lavorativi) ma a lungo termine causa malessere. Spesso alla mania seguono periodi di depressione anche grave. Inoltre se non trattato adeguatamente il disturbo può peggiorare: con il tempo i cicli di alternanza tra mania e depressione si fanno più rapidi. In mania, proprio per la perdita di obiettività, possono essere fatte scelte impulsive controproducenti.

Le fasi depressive

Durante le fasi depressive (rappresentate nel film in misura minore rispetto a quelle maniacali), si nota come Cameron perda interesse per tutto ciò che lo circonda, incluse le figlie. Resta immobile davanti al frigo vuoto o seduto in poltrona mentre il mondo gli scorre letteralmente davanti, senza che lui reagisca in alcun modo. E’ un periodo di assenza di emozioni, sia positive ma anche negative, tutto ciò di cui pare aver bisogno è la vicinanza delle figlie, il non essere lasciato solo a fronteggiare tutto questo. In queste scene sono quindi ben rappresentati l’umore depresso, la perdita di energia, il rallentamento psicomotorio e l’incuria personale (esce di casa in vestaglia senza indossare i pantaloni). Se prima lasciava a metà numerose attività, adesso si limita a restare immobile a fumare.

Il rapporto con i farmaci e le sostanze

Nel film vengono affrontate anche altre due tematiche correlate al disturbo dell’umore: l’uso di sostanze come automedicazione e il rapporto con i farmaci.

C’è un alto tasso di comorbilità tra il disturbo bipolare e l’abuso di alcol e di altre sostanze (Newman et al. 2012). I problemi del disturbo bipolare e dell’abuso di sostanze tendono a potenziarsi a vicenda: le sostanze interferiscono con la farmacoterapia, aggravano l’impulsività, compromettono la capacità di giudizio e aumentano il rischio di comportamenti suicidari. A loro volta gli sbalzi di umore possono costituire stimoli interni che peggiorano il carving per le sostanze (Newman et al. 2012)

Cameron interrompe l’utilizzo dei farmaci e lo “sostituisce” con l’assunzione di birra.
Anche quando la terapia farmacologica sembra funzionare molti pazienti ne interrompono l’assunzione credendo di stare bene e non averne più bisogno (Goodwin e Jamison, 1990), aumentando però il rischio di ricadute sintomatiche. I motivi che portano alla interruzione della farmacoterapia possono essere diversi: la negazione della malattia, gli effetti secondari, il sentirsi a disagio ad assumere sostanze psicotrope, la mancanza della sensazione di euforia, il credere di poter controllare il proprio umore. Hanno quindi un ruolo centrale gli atteggiamenti verso la malattia e il modello di salute di ciascun paziente; queste convinzioni possono pertanto essere modificate attraverso la terapia cognitiva e interventi di psicoeducazione sul disturbo (Newman et al. 2012)

La relazione tra Cameron e le figlie

Le emozioni veicolate in questa relazione padre-figlie sono numerose e si alternano influenzate dall’andamento del disturbo dell’umore di Cameron; le principali sono la tenerezza, la vergogna, la paura, la rabbia e il senso di colpa.

Le bambine sentono la mancanza del padre e ne cercano costantemente la vicinanza, sia scrivendogli lettere sia recandosi a trovarlo durante il ricovero. Sono tuttavia consapevoli che il padre per certi aspetti deve essere accudito e guidato negli impegni quotidiani. Fin dal primo giorno di convivenza dopo la partenza della madre, ma già ne erano consapevoli durante il periodo successivo al ricovero di lui, hanno imparato che devono provvedere a se stesse per le cose di tutti i giorni, come svegliarsi in tempo per andare a scuola, preparare la colazione, pulire casa e fare il bucato. Ci si aspetta che sia compito del padre accudire le figlie, occuparsi di loro anche nella monotona e faticosa routine casalinga e non solo farle divertire portandole in giro per i boschi o cucinando il loro piatto preferito. Il compito genitoriale è essere sempre presenti, condividendo le cose belle ma anche quelle brutte, lasciare i figli liberi di esplorare ma essere per loro un punto di riferimento verso cui tornare in caso di bisogno. Maggie riesce in questo, anche a distanza. Cerca sempre di spiegare alle figlie le motivazioni delle sue decisioni, le rende partecipi del suo stato emotivo e spiega a grandi linee la patologia del marito sottolineandone però gli aspetti positivi di lui come padre facendo sì che anche le figlie si fidino di lui e gli vogliano bene.

Cameron però, quando è preso dalla foga dei suoi pensieri, dall’energia incanalata in mille attività diverse lasciate in sospeso, non riesce ad assumersi le responsabilità di genitore anche se poi riesce sempre a rimediare a modo suo, come quando non avendole svegliate in tempo per andare a scuola porta il pacco di biscotti in ascensore affinché le figlie non debbano rinunciare alla “colazione che è il pasto più importante della giornata”. Cameron non è un cattivo padre, fa tutto quello che gli è possibile fare influenzato dall’andamento del suo umore.

Di fronte a questo comportamento paterno le bambine in parte si responsabilizzano, rendendosi autonome e gestendosi da sole: sono loro a pulire i piatti e la casa, si svegliano da sole in orario per poi svegliare anche il padre e così via. Sono per certi aspetti piccole adulte. Amelia arriva a suggerire al padre un piano per riunire la famiglia: deve prendere le medicine, responsabilizzarsi, cercarsi un lavoro per mantenere moglie e figlie “e forse allora mamma lo riprenderebbe in casa”. Tuttavia a lungo termine percepiscono la fatica degli incarichi che si sono assunte, hanno la sensazione che dovrebbero essere loro le figure bisognose di affetto e supporto da parte degli adulti e protestano arrabbiandosi con Cameron. La rabbia delle figlie nei confronti del padre è quindi una “rabbia da protesta” per mancato accadimento e si manifesta quando per l’ennesima volta si trovano a gestire gli impegni degli adulti.

Cameron in base ai suoi sbalzi di umore è imprevedibile nelle sue reazioni. Già durante il ricovero, quando Maggie porta le figlie a salutarlo lui all’inizio scherza con loro dicendo di picchiarlo sul “Pancione” ingrossato dai farmaci ma quando Amelia lo colpisce lui reagisce un po’ troppo bruscamente e la perplessità e la paura compaiono sul volto della bambina. Una persona imprevedibile genera ansia perché non è possibile stabilire come reagirà in ogni occasione, è un qualcosa che non è possibile gestire. Finchè il padre è imprevedibile predomina l’ansia, ma quando diventa involontariamente pericoloso per l’incolumità delle figlie allora le emozioni espresse diventano la paura e il terrore. Cameron lascia di notte le figlie sole in casa sminuendo e invalidando le loro paure. Le vuole forti, coraggiose, indipendenti ma non comprende che deve accogliere i loro timori più che giustificati. Amelia cerca di farlo sentire in colpa per averle messe in una situazione di pericolo. Sul momento Cameron reagisce frustrato e adirato, ma quando ritorna in sé ecco che monta alla porta una serratura più sicura. Vuole bene alle bambine e quando l’umore è abbastanza stabile riesce ad occuparsi di loro nel modo migliore.

Un’altra emozione prevalente è la vergogna che Amelia e Faith provano quando il padre manifesta comportamenti insoliti in pubblico. Cameron vuole fare conoscenza di tutti i vicini, si mostra disponibile fino all’inverosimile e le figlie lo allontanano. Non vogliono invitare amici in casa perché si vergognano di lui: temono che gli altri non comprenderebbero il problema, che le deridano e isolino. I loro amici però colgono solo l’aspetto simpatico di Cameron e alla fine non si sconvolgono più di tanto.

Amelia soprattutto si sente in colpa verso il genitore. Non vogliono che lui vada con loro ma non ce la fa a lasciarlo solo a casa. Percepisce la solitudine e il rifiuto degli altri nei confronti del padre e lo proietta anche in altre circostanze “mi dispiace che hai venduto la nostra vecchia auto. Ora non la vorrà più nessuno…”. Non vuole essere la causa della sofferenza del padre.

La scena conclusiva del film è centrata proprio sul senso di colpa di Amelia che non accetta l’invito del padre a passare il pomeriggio con lui. Riuscirà ad andare avanti con la sua vita solo quando voltandosi vedrà nell’espressione di Cameron comunque serenità senza malinconia né rimprovero.

Il tradimento online e le ripercussioni nella coppia

Il tradimento online si differenzia dal tradimento classico per l’utilizzo di apparecchiature tecnologiche dotate nella maggior parte dei casi di connessione internet ed è definito come una tipologia di infedeltà costituita da una relazione romantica e/o sessuale che prende luogo tramite un contatto online e si mantiene maggiormente nel tempo attraverso conversazioni elettroniche che avvengono con comunicazioni tramite chat, giochi online, gruppi online.

Tosco A.*, Vianzone S.**, Chiapasco E.***

La soddisfazione nella relazione di coppia: i fattori che la determinano

Le relazioni di coppia sono da anni uno dei principali oggetti di studio da parte della psicologia. Si è dibattuto a lungo su cosa possa determinare una buona riuscita della relazione e cosa, invece, ne porti alla dissoluzione. Da quanto emerso, sembra che i concetti di autostima, benessere personale, soddisfazione all’interno della coppia e tradimento siano legati tra loro.

Ci si è concentrati per molto tempo sul costrutto di soddisfazione di coppia in quanto appare legato alla continuazione della relazione: più sono alti i livelli di soddisfazione all’interno della coppia, maggiori sono le possibilità che la coppia stessa duri a lungo (Erol & Orth, 2014). La soddisfazione di coppia, a sua volta, è influenzata da diversi fattori tra cui è possibile citare la comunicazione tra i partner, la capacità di esprimere e gestire le emozioni, aspetti legati alla personalità di ciascun individuo, l’attrazione verso il partner e la soddisfazione sessuale (Egeci & Gencoz, 2006; Fisher & McNulty, 2008; Gattis et al., 2004; Mark & Herbenick, 2014). Oltre a questi, sembra che l’autostima e il benessere personale giochino un ruolo particolarmente importante nel determinare il livello di soddisfazione della relazione. Nello specifico, vari studi (Diener et al.,1999; Erol & Orth, 2014; Murray et al., 1996; Shackelford, 2001) mostrano come essere sposati o, comunque, trovarsi in una relazione intima porti ad alti livelli di benessere personale che, a sua volta, dipende da una buona autostima. Sarebbe quest’ultima, secondo gli autori, a determinare un maggior senso di soddisfazione all’interno della coppia.

La dissoluzione della relazione: cosa la determina

All’opposto, uno degli elementi più comuni che portano alla dissoluzione della relazione è il tradimento da parte di uno o entrambi i partner (Heintzelman et al., 2014; Marin et al., 2014; Negash et al., 2014). I dati in letteratura mostrano come tra il 22 e il 25% degli uomini e tra l’11 e il 15% delle donne abbiano rapporti sessuali extraconiugali (Allen et al., 2005; Mark et al., 2011). Tra le conseguenze negative dell’infedeltà è possibile riscontrare la perdita della fiducia, un abbassamento dell’autostima, problemi emotivi come sintomi depressivi e ansiosi nel partner che ha subito il tradimento e sofferenza psicologica in chi ha commesso il tradimento (Brady et al., 2009; Gordon et al., 2004; Hall & Fincham 2009). A livello sociale, inoltre, la maggior parte delle persone disapprova l’infedeltà, la considera immorale e non perdonabile (Gallup, 2007, 2008). Il tradimento è, inoltre, la causa più comune di divorzio riportata dalle coppie (Marin et al., 2014; Winek & Craven, 2003). Nonostante questo, esistono varie ragioni che portano a tradire il proprio partner. Una delle prime motivazioni è la necessità di distrarsi dalla routine e dalla quotidianità (Hertlein e Piercy, 2006). Alcune persone, invece, lo fanno per vendicarsi del proprio compagno/a, altre perché sono state sedotte o per esprimere la propria libertà sessuale. Infine, c’è chi riferisce di provare dei vuoti all’interno della propria relazione che devono essere riempiti con altre persone (Pham et al., 2013; Yeniceri & Kokdemir, 2006).

Il tradimento online

Un discorso a parte va dedicato al tema del tradimento online che è spesso fonte di svariate riflessioni. Il tradimento online, innanzitutto, si differenzia dal tradimento classico per l’utilizzo di apparecchiature tecnologiche dotate nella maggior parte dei casi di connessione internet ed è definito come una tipologia di infedeltà costituita da una relazione romantica e/o sessuale che prende luogo tramite un contatto online e si mantiene maggiormente nel tempo attraverso conversazioni elettroniche che avvengono con comunicazioni tramite chat, giochi online, gruppi online (Young et al., 2000). Accade spesso che da un banale ed innocente scambio di e-mail nasca un’intensa e appassionata relazione online che può poi scaturire in un incontro faccia a faccia e in un rapporto sessuale (Young et al., 2000). Dunque, la relazione diventa di tipo emozionale e/o sessuale con un’altra persona diversa dal proprio partner (Kimberly e Young, 2008).

Parlare di tradimento online assume connotazioni piuttosto complesse, in quanto non è possibile stabilire a priori quale sia il limite definito da ciascuna coppia; il tradimento online non è un assoluto, la linea di demarcazione tra ciò che è tale e ciò che non lo è appare piuttosto sottile.
Emergono, comunque, delle differenze significative tra uomini e donne: i primi, infatti, appaiono più risentiti nei casi di infedeltà sessuale, mentre le donne patiscono maggiormente l’infedeltà emotiva del proprio partner (Guadagno e Sagarin, 2015).

Come per il tradimento classico, anche nel caso del tradimento online esistono varie motivazioni che spingono le persone a metterlo in atto. Tra le teorie più accreditate è possibile ritrovare il modello ACE, elaborato da Young e collaboratori (Young et al.,2000), secondo cui la persona che tradisce lo fa spinto dalla consapevolezza dell’anonimato (A), dalla convenienza del rapporto (C) e dalla possibilità di fuga dalla realtà che il rapporto virtuale permette (E). Un altro modello che prova a spiegare i motivi che accompagnano un individuo a ricercare una relazione online è il modello AAA proposto da Cooper (2002). Secondo questo modello, una relazione online è basata su una buona accessibilità (A), data dal fatto che al giorno d’oggi è notevolmente più semplice procurarsi a poco prezzo apparecchi quali computer, smartphone o tablet; inoltre, una relazione online è affidabile (A) in quanto entrambi i membri si ritrovano nella medesima situazione, il che è probabile che porti a rispecchiarsi; infine, vige la regola dell’anonimato (A) come per il modello ACE.

Uno degli aspetti che incide in maniera più negativa è il segreto che si instaura all’interno della coppia. Il segreto è spesso anche il motore stesso della relazione online, tant’è che molte relazioni hanno fine nel momento in cui vengono accidentalmente scoperte (Mileham, 2004).

È possibile osservare alcune variazioni nelle abitudini dei soggetti che potrebbero aver intrapreso una relazione online come, ad esempio, un cambiamento nella routine sonno/veglia, la richiesta di maggiore privacy, la tendenza ad ignorare le faccende della famiglia, un aumento nell’utilizzo della menzogna, un cambiamento di personalità, la perdita di interesse in ambito sessuale e un minore investimento nella relazione coniugale (Young, 2006).

Nella maggior parte dei casi, l’incontro online è precedente all’incontro fisico. Sono stati individuati ben sette specifici aspetti dell’intimità correlata ad internet (Hertlein e Piercy, 2012):
1. Internet è utilizzato come un moderatore;
2. È largamente accessibile a tutti;
3. È conveniente in termini di costi;
4. Rende gli utenti anonimi, nel rispetto della privacy;
5. Facilita un’approssimativa interazione nella vita reale;
6. Considera l’ambiguità nella definizione dei comportamenti problematici;
7. Permette alle persone un diverso grado di accordo nei termini della realtà contro i propri ideali.

Da quanto detto finora, è possibile affermare come il tradimento sia un problema pervasivo con grosse ripercussioni sulla relazione e sui singoli individui coinvolti. La perdita di fiducia verso il proprio partner, il malessere emotivo, l’aumento di sentimenti quali rabbia, ansia, insicurezza, gelosia e risentimento portano a un drastico abbassamento del benessere personale e dell’autostima (Duba et al., 2008; Negash et al., 2014; Shackelford et al., 2002; Theiss & Solomon, 2008).

Cosa si può fare in questi casi? A chi rivolgersi per chiedere aiuto e/o consiglio?

Lo abbiamo domandato all’avvocato Edoardo Rossi, presidente dell’AMI (Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani) della Regione Piemonte e Valle d’Aosta. Come spiega l’avvocato, il tradimento tradizionale e il tradimento online sono spesso connessi: più spesso un tradimento online si concretizza in un tradimento tradizionale, ma l’aspetto virtuale è quasi sempre presente. Molte sono le situazioni in cui uno dei due partner cerca di procurarsi le prove del tradimento subito. Bisogna fare molta attenzione a questi comportamenti, in quanto leggere messaggi di un amante nel cellulare del coniuge o la sua posta elettronica è considerato reato e, inoltre, tale materiale non può essere usato come prova per dimostrare il tradimento.

Sono necessarie prove raccolte in modo lecito come, ad esempio, quelle procurate da un investigatore privato.

[blockquote style=”1″]Giuridicamente il tradimento deve essere provato deve venir meno il rapporto di fiducia ed è rilevante il fatto che il coniuge non adempia ai compiti richiesti dall’atto matrimoniale (…) ciò che preoccupa è la continuità dei messaggi, la sequenza di messaggi che porta alla crisi coniugale (…) il tradimento deve essere la causa che fa finire il matrimonio[/blockquote] afferma l’avvocato Rossi.

Risulta fondamentale prestare attenzione a queste situazioni soprattutto nel caso in cui si sia in presenza di minori che, spesso, diventano le vittime e la parte realmente lesa di tutta la vicenda. Secondo l’avv. Rossi in questi casi è fondamentale un lavoro in sinergia, a massima tutela della coppia, tra psicologi e avvocati. Alcune ricerche (Atkins et al., 2010; Marin et al., 2014) hanno dimostrato come coppie in crisi a causa dell’infedeltà del coniuge siano state in grado di superare i problemi legati al tradimento attraverso una terapia di coppia che le ha supportate nel ricostruire la relazione, ritrovare la fiducia persa, aumentare il senso di benessere personale e la soddisfazione all’interno della vita coniugale.
È necessario essere consapevoli che si lavora per il bene delle coppie, provando a cercare e valutare con loro la possibilità di qualche risorsa propria di quella coppia, che possa permettere una risoluzione del problema.

Una crisi di coppia necessita sempre di una valutazione professionale interdisciplinare accurata per poter essere affrontata nel rispetto dei membri della coppia stessa e degli eventuali figli presenti. Una valutazione e un intervento che non dovrebbe quindi limitarsi ad una serie di atti giudiziali ma tenere conto anche della sofferenza che, inevitabilmente, appartiene sia alla persona tradita che al traditore.

La Discalculia – Introduzione alla Psicologia

Anoressia nervosa: il piacere di dimagrire contro la paura di perdere peso

L’anoressia nervosa è un disturbo dell’alimentazione che colpisce principalmente le ragazze e le giovani donne, la cui diagnosi è basata su tre principali criteri: la significativa riduzione di assunzione di cibo che conduce ad una perdita di peso, una percezione distorta del proprio peso e del proprio corpo e una intensa paura di ingrassare.

 

Tuttavia, secondo il team del prof. Philip Gorwood dell’Université Paris Descartes, quest’ultimo criterio andrebbe rivalutato, assumendo che la paura di ingrassare altro non sarebbe che l’altro lato della medaglia del vero rinforzo positivo dei pazienti anoressici, ossia la sensazione positiva connessa al perdere peso. Infatti, considerando le conclusioni di un recente articolo comparso su Translational Psychiatry firmato da questo team, gli anoressici proverebbero piacere nel dimagrire più che paura di ingrassare.

Infatti, come dimostrato da precedenti studi che avevano impiegato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) (Fladung et al., 2010), tra i pazienti anoressici, ma non tra i soggetti di controllo, si osserva uno specifico pattern cerebrale connesso alla ricompensa durante l’elaborazione autoreferenziale di stimoli visivi connessi alla fame. Nel dettaglio, gli anoressici presentano sensazioni positive connesse al dimagrimento in associazione ad una significativa attivazione dello striato ventrale, una struttura cerebrale coinvolta nel circuito della ricompensa.

Nel presente esperimento il gruppo di ricerca ha valutato le caratteristiche della risposta cognitiva, emozionale e fisiologica in pazienti anoressiche adulte comparate a dei controlli sani impiegando immagini di corpi femminili disturbo-specifiche. In particolare, il campione comprendeva 71 anoressiche (diagnosi con criteri DSM-5), provenienti dalla Clinique des Maladies Mentales et de l’Encéphale (CMME), un centro specializzato nel trattamento dei disturbi alimentari a Parigi, e 20 soggetti di controllo sani, ossia senza pregressi o attuali disturbi dell’alimentazione, accoppiati alle pazienti per genere, età e livello educativo.

A seguito della somministrazione dell’intervista strutturata Mini International Neuropsychiatric Interview, dell’Eating Attitude Test, del Body Shape Questionnaire (BSQ) e del Bulimic Investigatory Test, i soggetti erano sottoposti ad un paradigma di stimolazione visiva.

Nel dettaglio venivano presentate 120 immagini raffiguranti corpi femminili nudi, catalogati come sottopeso, normopeso e sovrappeso, e contemporaneamente veniva valutata la risposta emotiva delle anoressiche a seguito della domanda ‘Come ti sentiresti se avessi la stessa forma fisica?‘ su una scala con punteggio da 1 (Molto male) a 4 (Molto bene). Contemporaneamente veniva valutata la risposta di conduttanza cutanea (SCR) allo stimolo. La scelta di impiegare questo indice psicofisiologico deriva dal non voler essere influenzati dalla narrativa dei pazienti e dal desiderio di voler meglio comprendere la fisiopatologia sottostante l’anoressia.

I risultati dello studio evidenziano come le anoressiche a livello emotivo ottengano maggiori punteggi positivi rispetto ai controlli alla presentazione delle immagini di donne sottopeso e più bassi con le immagini di donne normopeso e sovrappeso. Inoltre, la differenza tra i sentimenti positivi durante il processamento delle immagini di corpi sottopeso era significativamente maggiore tra le anoressiche e i controlli, se comparati con i sentimenti negativi connessi alle figure di donne sovrappeso.

Valutando i dati della SCR si osserva che le pazienti anoressiche reagiscono di più a tutti le immagini rispetto ai controlli ed in maniera significativa con le immagini di donne sottopeso, come sottolineato dalla frequenza e dall’intensità della risposta.

E’ quindi sulla base di questi risultati che il team del prof. Gorwood ha stabilito l’ipotesi che le anoressiche siano connotate maggiormente da un senso di gratificazione nel dimagrire piuttosto che da un senso di paura di ingrassare.

L’autismo non è solo questione di cervello. Ipersensibilità tattile, ansia ed evitamento dei contatti sociali

Autismo: Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Neurobiologia della prestigiosa Harvard Medical School ha scoperto che la presenza nei topi delle stesse modificazioni genetiche riscontrabili negli umani autistici, determina nei roditori un’alterata discriminazione tattile e un’ipersensibilità al tocco, misurate rispettivamente attraverso la capacità di distinguere diverse tessiture e la reazione ad uno sbuffo di aria sul dorso.

 

L’alterata reattività agli stimoli sensoriali nell’autismo

Tra le caratteristiche che contribuiscono alla formulazione di una diagnosi di autismo il DSM 5, manuale di riferimento internazionale per la classificazione dei disturbi mentali, cita tra i vari criteri [blockquote style=”1″]iper o ipo-reattività agli stimoli sensoriali o interessi insoliti verso aspetti sensoriali dell’ambiente[/blockquote].

Il 95% degli autistici manifesta infatti un’aberrante reattività agli stimoli sensoriali e il 60,9% ha un’alterata sensibilità tattile e una soglia di reazione più bassa alla vibrazione e al dolore termico; tuttavia le alterazioni neurologiche alla base di questa particolare sensorialità, seppur così diffusa, ed i suoi effetti sulle altre caratteristiche del quadro autistico sono perlopiù sconosciuti.

 

Neuropsicologia: i contributi della ricerca per delineare il fenotipo autistico

La ricerca genetica si è infatti sempre più interessata a specifiche funzioni cerebrali trascurando i possibili contributi del sistema nervoso periferico e del midollo spinale nel determinare il fenotipo autistico.

Questo mese è apparsa sulla rivista Cell una ricerca che vuole proprio colmare almeno in parte questa lacuna.

Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Neurobiologia della prestigiosa Harvard Medical School ha scoperto che la presenza nei topi delle stesse modificazioni genetiche riscontrabili negli umani autistici, determina nei roditori un’alterata discriminazione tattile e un’ipersensibilità al tocco, misurate rispettivamente attraverso la capacità di distinguere diverse tessiture e la reazione ad uno sbuffo di aria sul dorso.

La ricerca è ancora più interessante poichè si è posta l’ulteriore obiettivo di verificare se queste anomalie sensoriali avessero una ripercussione sui comportamenti ansiosi e sulle interazioni sociali dei topi, misurati attraverso test quali la capacità di rimanere in uno spazio verde e l’abilità di interagire con altri topi mai visti prima.

I roditori portatori delle mutazioni genetiche riscontrabili nella popolazione autistica hanno in effetti manifestato una forte tendenza all’evitamento di queste situazioni soprattutto se l’ablazione dei geni avveniva in età dello sviluppo piuttosto che in soggetti già adulti.
La qualità dell’esperienza tattile durante l’infanzia di un bambino potrebbe quindi rivestire un ruolo importante nel consolidamento delle competenze sociali e nell’abilità comunicativa.

 

Conclusioni

La dimostrata relazione tra le prime fasi del processamento delle informazioni sensoriali, l’ansia e i comportamenti sociali potrebbe quindi contribuire allo sviluppo di nuovi approcci terapeutici destinati agli autistici nell’età dello sviluppo e stimolare la ricerca ad interessarsi alle altre numerose anomalie sensoriali che interessano i neurodiversi e potrebbero avere un loro peso nel determinare tratti emotivi e comportamentali altrettanto comuni e spesso invalidanti.
Speriamo quindi di leggere a breve i risultati di nuove ricerche come questa.

Il ruolo del gioco nel bambino oncologico

Diviene importante favorire, nell’ambiente ospedaliero, l’attività ludica, facendo sì che vengano messi a disposizione dei piccoli pazienti degli spazi allestiti e dedicati al gioco. La sua salute mentale dipende, per buona parte, dalla possibilità di giocare, in quanto questa contribuisce a diminuire lo stress emotivo, favorisce la comprensione di quanto capita e aiuta il bambino a sviluppare le capacità necessarie per superare l’ardua prova della malattia.

Antonella Francioso, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

Il gioco del bambino oncologico

L’infanzia è un periodo della vita in cui l’occupazione principale dei bambini è il gioco. Quest’attività è fondamentale per sviluppare la loro salute fisica e mentale. Si realizza individualmente o in gruppo.

Il gioco, basato sull’intenzione di divertirsi e sullo sviluppo psicosociale, fornisce nuove sensazioni, crea e ricrea situazioni di vita giornaliere ed aiuta i bambini a scoprire il mondo. Esso mantiene un contatto con la realtà e la trasforma ed adatta ai desideri dei bambini. Alcune situazioni possono ostacolare il gioco e una di queste è l’ospedalizzazione. Il cancro dei bambini è una malattia che richiede molteplici ricoveri ospedalieri. In questo processo i bambini sono costretti a lasciare le loro case e la compagnia delle persone che amano per adattarsi ad un ambiente estraneo che li coinvolge in tutto. La malattia e l’ospedalizzazione dei bambini in questo senso rappresenta una rottura da quella che è la loro vita giornaliera. Essi si ritrovano in luoghi ristretti, dove le abitudini ospedaliere e l’ambiente stesso riducono il tipo di attività che sono abituati a praticare e possono interrompere il loro sviluppo naturale (Lima, K. Y. N., Santos V. E. P., 2015).

L’adattamento psicologico alla malattia è stato rintracciato in un insieme di fattori quali lo stadio della malattia, lo sviluppo e la personalità del bambino, il funzionamento familiare, le precedenti esperienze di vita e di interazione con il team di trattamento. Ciò comporta la necessità di interventi psicologici che facilitano “il coping con il cancro e la promozione di uno sviluppo normale”.

 

Il gioco in ospedale

La Child-Centered Play Therapy è per i bambini uno degli interventi terapeutici più appropriati dal punto di vista evolutivo essendo il gioco per il bambino un ” mezzo naturale di auto-espressione”. Il gioco è considerato un “ancora di salvezza” per un bambino con il cancro; un mezzo attraverso il quale esprimono il senso del loro disagio (Chari U., Hirisave U., Appaji L., 2012).

Il gioco nell’ospedale ha molteplici obiettivi:
– assicura un tipo di collegamento con l’ambiente famigliare;
– contribuisce a creare una continuità nella vita quotidiana;
– fa emergere i sentimenti negativi che potrebbero accompagnare il bambino durante l’ospedalizzazione, mentre possono essere “trasformati” attraverso il gioco;
– riduce l’angoscia e l’ansia, sviluppando il rispetto per i punti di vista e i sentimenti altrui;
– aiuta i bambini a conservare la loro autostima e la fiducia;
– contribuisce allo sviluppo di nuove soluzioni creative nei problemi osservati;
– insegna in modo divertente.

Quasi in tutti i casi dell’ospedalizzazione, i bambini subiscono le procedure mediche invasive, comprese la cateterizzazione, l’iniezione endovena e le analisi del sangue. Il gioco può aiutare i piccoli pazienti ad acquisire dimestichezza con tali procedure e ad imparare esattamente come vengono effettuati, in modo da ridurre il loro timore ed aiutare il loro adattamento e incoraggia la partecipazione dei genitori, fratelli e sorelle. Quindi, i bambini raggiungono una più forte sensazione di normalità e continuazione della loro vita passata, alleviando l’ansia dei genitori e
facilita la comunicazione fra i bambini.

 

Il gioco come mezzo di comunicazione

Il gioco è un eccellente mezzo di comunicazione e di sviluppo delle relazioni sociali e dell’assistenza reciproca e riduce la regressione, cioè, il ritorno alle fasi precedenti dello sviluppo. Tale regressione fra i bambini può essere indicata dai vari disturbi, ad esempio l’enuresi, o comportamenti come il pianto continuo, la ricerca di cure parentali, gli scoppi di rabbia e aggressione. Il gioco porta ad esternare desideri repressi, l’ansia e il timore, e permette ai bambini di esprimersi in modo più creativo e dà gioia e divertimento (Koukourikos K., Tzeha L., Pantelidou P., Tsaloglidou A., 2015).

Giocare coi compagni mette le fondamenta dell’apprendimento, ma anche delle funzioni sociali: la relazione in cui sia presente il gioco genera non solo abilità sociali, ma anche sviluppo intellettuale. Se un bambino si trova ad essere ospedalizzato, poiché avrà a disposizione del tempo dopo le cure e potrà sentirsi molto solo o addirittura depresso, le attività ricreative devono essere integrate in modo efficace nell’insieme dell’ambiente terapeutico.

Quando un bambino è ammalato, il gioco acquista una rilevanza ancor più marcata poiché diventa un modo privilegiato di comunicazione e normalità. Esso in ospedale assume una doppia funzione: a livello ricreativo assicura al bambino la continuità dello sviluppo psico-fisico, mentre a livello terapeutico protegge la salute mentale da mutamenti che potrebbero essere percepiti come disastrosi (Scarponi, 2007). Inoltre, l’attività ludica può essere considerata una motivazione socializzante in quanto rappresenta quella condizione che semplifica l’aggregazione dei bambini, permettendo lo scambio, la comunicazione e la collaborazione con l’altro.

 

Il gioco come preparazione alle terapie

Il gioco può anche essere usato, nell’ambito dell’esperienza patologica, come tramite di preparazione del bambino al ricovero, alle dolorose terapie o agli interventi chirurgici. In tali situazioni si utilizzano personaggi che s’ispirano ai cartoni animati o ai fumetti, li si fa diventare protagonisti di storie di malattie raccontate dai pazienti, allo scopo di stimolarli nel porre domande dirette riguardanti le loro condizioni e gli interventi a loro preannunciati.

Diviene importante favorire, nell’ambiente ospedaliero, l’attività ludica, facendo sì che vengano messi a disposizione dei piccoli pazienti degli spazi allestiti e dedicati al gioco. La sua salute mentale dipende, per buona parte, dalla possibilità di giocare, in quanto questa contribuisce a diminuire lo stress emotivo, favorisce la comprensione di quanto capita e aiuta il bambino a sviluppare le capacità necessarie per superare l’ardua prova della malattia. Quest’ultima rappresenta un grande pericolo psicosociale. Anche se molti bambini si adeguano alle loro condizioni con grande ostilità, alcuni si isolano, evitano relazioni con i pari e con la famiglia. Molte volte lottano con una scarsa autostima, scetticismo e paura. Paura degli operatori ospedalieri, delle procedure mediche, della morte. L’aiuto dei suoi pari può essere una componente preziosa per l’adattamento alla malattia cronica, dando origine ad un’assemblea per la discussione coi coetanei di sentimenti che appaiono indicibili agli amici sani, ai genitori, ai medici. Il gruppo può riconoscere e rispondere ai bisogni dei bambini di conoscenza, contenimento, cambiamento (Scarponi D., Pession A., 2010).

 

Com’è cambiato il gioco per effetto della tecnologia

Nello studio di Nunes de Lima e Pereira Santos, condotto tra ottobre 2013 e gennaio 2014, nell’Ospedale di Natal, in Brasile, si osserva che i bambini usano degli strumenti elettronici come forma di intrattenimento, come il computer e la TV. Col passare del tempo il gioco è cambiato a causa della tecnologia. L’aspetto positivo di tale cambiamento è che questi strumenti elettronici sono facilmente maneggiabili anche dai bambini che non possono lasciare i loro letti. L’uso di tali giochi nel processo di cura tiene i bambini occupati e li distrae dal pensiero della malattia e del trattamento farmacologico.

Può essere opportuno, inoltre, ove possibile, che l’attività ludica venga affiancata da attività quali la pittura e il disegno, la plastilina, il decoupage, il teatro dei burattini, il racconto di fiabe; insomma tutte quelle attività ricreative che, in qualche modo, possano contribuire a stimolare nel bambino l’espressione, in qualsiasi forma, delle proprie angosce e paure. All’interno dell’ospedale dove è stato condotto lo studio, è presente una stanza giochi deputata allo svolgimento di tante attività che vede come protagonisti i bimbi ricoverati e in cura per vari tipi di tumore. E’ stato notato come il tempo passato a giocare è anche un’occasione di socializzazione tra bambini, i quali si mostrano ansiosi di questa opportunità.

 

Apprendere con la giocoterapia ed esprimere i propri vissuti

Attraverso la giocoterapia i bambini vengono motivati all’apprendimento di nuove abilità, individuali e sociali, e di strategie di coping. Questo compito della giocoterapia appare di fondamentale interesse se riflettiamo su quanto lo sviluppo di alcune abilità individuali e sociali possa essere influenzato dai lunghi periodi di isolamento e ospedalizzazione che questi bambini devono affrontare durante l’iter terapeutico e la loro storia di malattia. Inoltre, la possibilità di accedere all’uso di strategie di coping, quando ci si confronta con eventi negativi o stressanti, gioca un ruolo determinante nel benessere psicofisico, sia perché riduce il rischio di conseguenze dannose che potrebbero risultare da un evento stressante, sia perché aiuta a contenere le reazioni emotive negative.

In base alla teoria di Bandura, gli individui imparano osservando il comportamento di altre persone. Si parla, in tal caso, di apprendimento per osservazione. La persona osserva gli altri o presta attenzione a ciò che le sta intorno, all’ambiente fisico, ma anche agli elementi simbolici, come le parole e le immagini. Gli incontri di giocoterapia forniscono molti esempi di appredimento tramite osservazione. Difatti, guardando attentamente un modello che mette in atto un comportamento o che prova un’emozione, l’osservatore ha anche la possibilità di scrutare come l’ambiente circostante reagisce, ottenendo così preziose informazioni non solo su comportamenti nuovi o già acquisiti, ma anche sulle loro eventuali conseguenze.
Il gruppo terapeutico riferisce la condizione in cui si può usufruire del piacere di stare in gruppo mediante la dimensione concreta del fare.

L’apprendimento non deve essere passivo, ma il risultato dell’azione volontaria del bambino, occupato in attività che possano divertirlo. Lo scopo di quest’ultime deve essere quello di motivare il bambino a mettere in gioco le sue competenze pregresse creando un’occasione ideale per l’integrazione di nuove conoscenze. E’ per questo che si favorisce il gioco; il bambino apprende giocando e il gioco, simbolico, di movimento, con le costruzioni, di gruppo, diviene una strategia elegante di conoscenza della realtà. Tramite il gioco, il bambino sperimenta diverse capacità, controlla le sue potenzialità, amplia la conoscenza dell’ambiente circostante. Bisogna saper prestare attenzione al bambino e dargli la possibilità di espressione e comunicazione.

I principali sentimenti provati dai bambini durante il gioco sono la gioia e la contentezza. Esso riduce le tensioni e rende più gioioso l’ambiente in cui si sta. E’ una necessità terapeutica nella cura pediatrica. Inoltre, gli studi hanno messo in rilievo la relazione fra le emozioni e le difese immunitarie. I pazienti in situazioni piacevoli, di gioia, mostrano un aumento delle difese immunitarie ed un incremento del loro stato di benessere. Questo stato di benessere è espresso anche dai bambini: “Il clown gioca con noi e ci fa divertire”. Lo scopo è quello di ridurre il trauma dell’ospedalizzazione usando la risata come misura di terapia (Lima, K. Y. N., Santos V. E. P., 2015).

La giocoterapia permette, quotidianamente, ai piccoli pazienti dell’oncologia pediatrica di trovare, dentro l’ospedale, uno spazio e un tempo, in cui poter dare voce ai propri vissuti emotivi e cognitivi legati all’esperienza di malattia. Il vissuto di ogni membro viene sostenuto e dotato di significato, attraverso l’alleanza terapeutica e la collaborazione col gruppo. Così, i pazienti prendono il controllo della loro esperienza e possono manipolarla e cambiarla. E’ infatti il gruppo che stabilisce cosa e come si può condividere, acconsentendo in questo modo la manifestazione esclusiva dei vissuti che si sente in grado di controllare e sostenere e la conduzione anche di vissuti emotivi altrimenti intollerabili all’esterno della situazione di gruppo. La giocoterapia di gruppo adempie diversi compiti tra cui quello fondamentale di rendere meno penosa e angosciosa l’esperienza delle procedure medico-infermieristiche dolorose che regolarmente questi bambini sono obbligati a combattere.

Le attività svolte in gruppo, tramite la condivisione di esperienze simili, permettono al bambino di conseguire nuove abilità individuali e sociali e nuove modalità di far fronte allo stress attraverso l’uso di diversi pattern di apprendimento. Tramite l’osservazione, il bambino nel gruppo ha l’opportunità di acquisire nuove modalità con cui dominare le sue paure e di verificare la possibilità che anche un’esperienza negativa, incerta e dolorosa, sia fronteggiabile. Attraverso il fare impara ad utilizzare il gioco come una nuova modalità di comunicazione dei propri vissuti cognitivi ed emotivi. Gli aspetti concreti dell’ “imparare facendo” non devono però far tralasciare gli aspetti cognitivi e metacognitivi che inevitabilmente sono coinvolti nel processo di conoscenza e che sostengono la successiva interiorizzazione delle azioni e del loro significato.

Soprattutto l’ansia, collegata all’attesa delle cure mediche invasive, sembra trovare, all’interno di diversi setting psicoterapeutici, una collocazione utile che permette la comunicazione di sentimenti come la paura, la rabbia e l’angoscia, che la sostengono. Ansia e tensione acutizzano il dolore ampliandone la percezione e consumando le energie psico-fisiche del piccolo paziente. Le tecniche cognitivo-comportamentali tendono a ridurre ansia e tensione, “spostando” l’attenzione cognitiva ed emozionale su qualcos’altro, come un gioco o un compito; le tecniche di rilassamento si focalizzano sul controllo della tensione che ha quasi sempre risvolti somatici.

 

Conclusioni

Concludendo, il gioco ha dato la possibilità ai fatti e agli oggetti concreti di trovare “le parole per dire”: “ho male”, “ho paura del male”, “ho paura di stare da solo”, “ho bisogno di aiuto”. I bambini seguiti con la giocoterapia hanno l’opportunità di trovare espressioni per il loro dolore che, privato della preoccupazione e dell’ansia, è avvertito come minore. Il gioco facilita la comunicazione, l’interazione ed aiuta ad alleviare la tensione del bambino quando deve ricevere procedure dolorose e traumatiche, fornendo così un’umanizzazione della cura (Soares V., Silva L. F., Cursino E. G., Goes F. G. B., 2014).
Esso promuove una relazione di fiducia, tranquillità e sicurezza fra tutti i soggetti coinvolti (Lima K. Y. N., Santos V. E. P., 2015).

Individuato nuovo target terapeutico per curare il morbo di Parkinson

Pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Translational Medicine lo studio del ricercatore italiano Roberto Di Maio, che ha elucidato un approccio terapeutico in grado di correggere il danno mitocondriale alla base del processo neurodegenerativo del Parkinson.

COMUNICATO STAMPA – Palermo, 20.07.2016

 

In Italia circa 240.000 persone soffrono di questa patologia, oltre 1,2 milioni in Europa, quasi tutte over 50 anni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che il numero di persone affette dal morbo aumenterà notevolmente nel giro dei prossimi 20 anni, facendone – insieme ad altre patologie neurodegenerative – una delle principali causa di morte per malattia. In Italia, dove gli ultrasessantenni costituiscono quasi un quarto della popolazione, il peso di queste patologie è particolarmente significativo.

Cosa accade nelle persone colpite? Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa i cui sintomi tipici (tremori, rigidità, difficoltà a camminare, ma anche – con il progredire della malattia – disturbi cognitivi e demenza) sono il risultato della morte delle cellule che sintetizzano e rilasciano la dopamina. La patologia è caratterizzata dall’accumulo di una proteina, chiamata α-Sinucleina. Questa proteina, sia durante i normali processi di invecchiamento, che in condizioni patogeniche, presenta la tendenza ad aggregarsi fino a formare strutture fibrillari, un processo strettamente correlato ai fenomeni neurodegenearativi, che sembra essere associato alla disfunzione mitocondriale: è noto infatti che quest’ultima porti ad un accumulo di α-Sinucleina, e che alti livelli di questa proteina compromettano la funzione mitocondriale, ma i meccanismi patogenici di questa interazione rimangono oscuri.

 

“Questo studio ha svelato come la α-Sinucleina alteri la funzione mitocondriale, innescando fenomeni neurodegenerativi nelle aree cerebrali più suscettibili, come nel caso dei neuroni che rilasciano dopamina” spiega Roberto Di Maio, dal 2008 ricercatore Ri.MED presso l’Università di Pittsburgh. “Alcune forme modificate di α-Sinucleina si legano ad un recettore della membrana mitocondriale, noto come TOM20, che riconosce una piccola sequenza di amminoacidi definita MTS (mitochondrial targeting sequence) e che consente l’importazione delle proteine necessarie alla corretta funzione mitocondriale. L’esame del tessuto cerebrale post-mortem di pazienti affetti da Parkinson ha confermato che l’interazione α-Sinucleina/TOM 20 è associata alla perdita di proteine mitocondriali nei neuroni che rilasciano dopamina, come osservato nei modelli sperimentali. I risultati ottenuti in questo studio hanno, inoltre, consentito di testare il potenziale terapeutico dell’MTS nel prevenire l’interazione tra TOM20 e le forme alterate di α-Sinucleina”.

 

I risultati evidenziano un grande potenziale terapeutico: somministrando alla cellula neuronale la piccola sequenza di amminoacidi MTS è possibile correggere il meccanismo alla base del danno mitocondriale e impedire così il processo neurodegenerativo del Parkinson.

 

Il meccanismo patogenico dell’α-Sinucleina nel morbo di Parkinson

Per la prima volta, questo studio caratterizza il meccanismo patogenico dell’α-Sinucleina, indentificandone le specie tossiche e rivelando potenziali nuove strategie terapeutiche nella prevenzione del morbo di Parkinson

“Questo è solo l’inizio di una serie di studi mirati allo sviluppo di terapie rivoluzionarie nella cura del morbo di Parkinson” afferma il Dr. Di Maio “Nel corso dello studio ho verificato con i miei occhi la sofferenza causata dalla malattia, sia nel paziente che nei familiari: ora che finalmente abbiamo una strada, dobbiamo percorrerla fino allo sviluppo di terapie efficaci”.

Il Dr. Di Maio si trova attualmente presso l’Institute for Neurodegenerative Diseases dell’Università di Pittsburgh grazie alla borsa di studio post-doc della Fondazione Ri.MED e – una volta realizzato in Sicilia il Centro di Ricerche per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica – rientrerà a Palermo, sua città natale, in qualità di principal investigator.

“Ehi, hai mangiato dal mio piatto!”: comportamenti alimentari alterati nella demenza frontotemporale

Iperfagia, fissazioni alimentari per un solo cibo, persino ingestione di oggetti non edibili: la demenza frontotemporale è associata a una vasta varietà di comportamenti alimentari alterati, che peggiorano la situazione già difficile del paziente. Una review condotta da ricercatori della SISSA, mette in ordine la conoscenza in questo campo, con particolare attenzione ai meccanismi cerebrali che potrebbero essere coinvolti nei sintomi.

 

Questa conoscenza è utile anche per comprendere i disordini alimentari nelle persone sane. La rassegna è stata pubblicata sulla rivista Neurocase.

La ‘Banana lady‘ descritta da Andrew Kertesz (‘The Banana Lady and Other Stories of Curious Behavior and Speech’, 2006) mangiava solo banane e beveva litri e litri di latte ogni giorno. Continuava a chiedere al marito di assicurarsi che in casa ci fossero sempre abbastanza latte e banane.

Dopo la sua morte, l’analisi del cervello confermò la diagnosi già fatta dai medici: la donna era affetta da demenza frontotemporale, una demenza senile seconda per incidenza solo alla malattia di Alzheimer. I comportamenti alimentari alterati sono molto frequenti in questa malattia al punto da rientrare anche nei criteri diagnostici.

Una review sistematica condotta da Marilena Aiello, ricercatrice della SISSA, in collaborazione con Vincenzo Silani (IRCCS Istituto Auxologico di Milano) e Raffaella Rumiati, professoressa e coordinatrice del laboratorio iNSuLa (Neuroscienza e Società) alla SISSA, ha messo in rassegna le ricerche fatte in questo campo, fornendo un quadro complessivo utile a stabilire lo stato dell’arte in questo ambito oltre a suggerire nuove linee di ricerca:

Abbiamo messo insieme quello che appariva come un’immagine frammentaria, focalizzandoci sul tipo di disturbi e sulle ipotesi sui meccanismi cerebrali alla loro base – spiega Aiello – Questo potrà essere utile anche per capire i comportamenti alimentari alterati nelle persone sane

I disturbi descritti dalla letteratura sono molteplici: si va dal semplice aumento dell’appetito, alla sovralimentazione incontrollata, dall’assenza del senso di sazietà, fino ai cambiamenti nelle preferenze alimentari, in certi caso molto singolari, come per la Banana lady descritta sopra. Si può arrivare addirittura all’ingestione di oggetti.

Si osservano anche altri comportamenti legati all’alimentazione piuttosto stravaganti, come quello di rubare il cibo dal piatto degli altri.

Naturalmente questi comportamenti sono problematici, sia a livello sociale, ma anche per quel che riguarda la salute del paziente che tende ad aumentare di peso – precisa Aiello – anche se in ogni individuo si possono osservare conseguenze diverse. C’è anche chi perde peso, perché si alimenta con una gamma ristretta di cibi in maniera ossessiva.

Dall’analisi degli studi messi in rassegna si identificano alcune zone cerebrali collegate, in particolare la corteccia orbito-frontale e un probabile coinvolgimento dell’ipotalamo. L’ipotalamo è un’area del cervello che regola le interazioni fra la quantità di cibo consumata e l’omeostasi energetica dell’organismo.

L’origine delle anomalie alimentari nella demenza frontotemporale è probabilmente multifattoriale – spiega Aiello – È possibile che sia implicata un’alterazione del sistema nervoso autonomo, caratterizzata da una valutazione alterata dei segnali dell’organismo, come fame, sazietà, appetito. Il danno all’ipotalamo potrebbe causare una perdita del segnale inibitorio, che quindi provocherebbe comportamenti come l’iperfagia.

Ci sono probabilmente anche fattori sensoriali e cognitivi, continua a spiegare Aiello che complicano il quadro:

Per esempio in quei pazienti che mangiano gli oggetti c’è forse un problema di natura semantica, di riconoscimento dell’oggetto e delle sua funzione. 

Tutti questi meccanismi – conclude Aiello – Sono interessanti per comprendere la malattia e mettere a punto terapie ottimali per contrastare questi sintomi. Allo stesso tempo ci svelano alterazioni che per alcuni aspetti potrebbero essere in atto, magari con un’intensità diversa, in individui che hanno comportamenti alimentari irregolari.

Psicopatologia della scomparsa della figura del padre nella società moderna

Il Padre non è solo il padre concreto – il papà – ma secondo la psicologia junghiana – anche una potente immagine archetipica che costella quadri psicologici individuali e collettivi. Cosa ha prodotto nel sociale e individualmente l’eclissi del padre autoritario, soppiantato dall’attuale assenza di figure di riferimento normativo?

 

La figura maschile nel ruolo di padre

Semplificando il discorso per entrare direttamente nel vivo dell’argomento, si potrebbe affermare che nella nostra società, la funzione maschile è strettamente legata alla funzione paterna. Cosa s’intende però per “funzione maschile”? In che modo, inoltre questa “figura maschile” si trasforma in figura paterna e quindi in ruolo del padre?
Intenzionalmente si sta qui chiamando “funzione” il maschile, riferendosi con ciò a quello che dal punto di vista biologico rappresenta il maschile nella storia dell’evoluzione della nostra specie. In questa prospettiva, infatti, si evolve e si struttura come funzione specie specifica, la successiva figura del “padre”. Il padre è in questa logica una vera e propria conquista evolutiva, tipica della specie umana, che nasce come costrutto sociale e culturale, sino a stabilizzarsi archetipicamente in una prospettiva junghiana, con una varietà di comportamenti (pattern) che dal punto di vista psichico finiscono nella successione delle ere e delle genealogie, per costituire una base ereditaria, istintuale, innata.

Ciò non significa che il ruolo paterno sia sempre uguale, epoca dopo epoca. Affatto. Ogni epoca ha le sue specifiche caratteristiche con le quali viene reinterpretato e potremmo dire “reinventato” il ruolo paterno. Eppure per quanto si possano modificare le attese di ruolo, da un’epoca all’altra – pensiamo al padre “padrone” dei primi del ‘900, in contrapposizione al padre “mammo” di fine millennio, sino al “papi” di questi ultimissimi anni – ciò non è sufficiente per modificare pattern comportamentali, che hanno potuto contare su migliaia e migliaia di anni per divenire strutture psichiche ereditarie, immagini archetipiche collettive.

La psicopatologia derivante dalla scomparsa della figura del padre

A questo punto occorre prestare attenzione a un passaggio fondamentale, poiché è proprio da questa contraddizione, tra immagine archetipica, pattern comportamentale ereditato da un lato, e dall’altro l’attesa sociale contingente, che si determina una delle principali divaricazioni tra l’Io del soggetto, la sua immagine sociale, e le sue basi istintuali innate.

Quando questa divaricazione diviene insostenibile per l’individuo, si determina una profonda frattura tra il Sé e l’Io del soggetto, che spesso sfocia nella psicopatologia. La psicopatologia a cui assistiamo oggi, infatti, dal punto di vista biopsicosociale, è una psicopatologia che poggia su basi profondamente differenti da quelle degli anni passati. I sintomi prevalenti sono differenti, le sindromi prevalenti sono diverse e i tratti di personalità prevalenti sono altri. Dalle isterie di due secoli fa, si è passati alle nevrosi ossessive, da queste alle depressioni e poi agli attacchi di panico di fine secolo scorso, sino alle forme più compulsive del sintomo di questi ultimi anni: ludopatie, disturbi del comportamento alimentare, cyber-sex, dipendenze patologiche, dipendenze affettive, workaholism.

Si tratta di patologie che, secondo alcuni psicoanalisti, hanno anche motivazioni rintracciabili nel collettivo. Si assiste difatti a un allentamento nella struttura sociale del freno simbolico dovuto proprio all’imago paterna. Il Padre, è in questo, esattamente la struttura simbolica che funge da freno inibitorio rispetto alle pulsioni istintuali, aggressive, tese al godimento puro e immediato. L’archetipo paterno è la norma strutturante del desiderio, l’immagine che interiorizzata regola il Super-Io, la funzione che consente la sublimazione per il godimento sfrenato, il quale solo così arginato potrà mutarsi – appunto – in capacità desiderante. La “funzione paterna” è così del tutto indipendente dalla sessualità del soggetto. A differenza del “maschile”, essa è una conquista sociale e culturale e può essere per questo efficacemente esercitata anche da altri soggetti: istituzioni, madre, insegnanti, politici, religiosi.

A proposito di politica, è interessante notare come anche a questo livello, si assista alla frantumazione dell’ideale dell’arte del governo, dell’immagine “alta” e nobile del politico, dell’uomo chiamato a rappresentare la “polis”. Questo è avvenuto specularmente al degrado totale della figura paterna, che è coincisa con la sua più recente e grottesca mutazione: l’immagine del “papi”. Un padre – il “papi” – che al contrario della sua funzione archetipica, normante, limitante, di freno al godimento, è del tutto “evaporato”, sino a tramutarsi esso stesso nell’emblema di un piacere smisurato e incontinente. Quest’immagine è però l’effetto di una costellazione sociale attuale e non già la sua causa. Sempre restando nell’alveo della politica, anche il ritorno di movimenti populistici, ispirati da forme più primarie e istintuali di comportamento sociale, sembra coincidere con un altro genere di decadimento dell’imago paterna. Sono queste forme di rifiuto di un padre già degenerato, che non hanno difatti la struttura archetipica delle ribellioni al paterno di fine anni ’60 del secolo scorso. Quel paterno, quello delle contestazioni studentesche del ’68, era un padre dispotico, normativo, che ha richiesto una crescita da parte del figlio, chiamato a una forma di superamento del padre stesso attraverso forme di lotta – sovente ideologizzate – ma pur sempre dense di contenuti, simbologia, pensiero in contrapposizione frontale al padre autoritario. Crono non fu detronizzato da una ribellione istintuale, ma da figli che avevano acquisito la maturità e il potere per affrontare il padre tiranno ad armi pari.

I rigurgiti populisti attuali, invece, non passano per un’interiorizzazione del paterno e quindi non ne prevedono il superamento, quanto piuttosto la rinuncia. L’ipertrofia delle consultazioni di massa referendarie – senza peraltro che si siano, almeno in Italia, compiuti i dettami costituzionali di un popolo reso capace di essere autonomo dal punto di vista delle condizioni culturali e dunque di un esercizio del voto consapevole – appaiono come una sorta di resa del potere ai figli. “Potere ai piccoli”: dice scrappy, nipotino di scooby-doo. Non è però l’ascesa un potere che si tramanda, un passaggio di consegne che si compie, ma un mero ribaltamento della logica di responsabilità che da padri inesistenti o inadeguati, si scarica su figli incontentabili e umorali, disabituati alla frustrazione, all’attesa, a reggere il peso formativo dei “no”. Questi figli non intendono ricostruire un’immagine paterna più adeguata, intendono farne a meno.

Si tratta di un rischio psicologico enorme e le psicopatologie contemporanee – tutte giocate sul filo della compulsione – ne sono l’emblema. Il senso del limite, della finitezza, del sacrificio, del differimento del piacere, sono tutte condizioni abolite nelle attuali forme del disagio mentale. Come può, infatti, svilupparsi il desiderio senza frustrazione? E come può svilupparsi il pensiero creativo senza desiderio?

Se un padre autoritario può essere abbattuto, proprio perché la sua autorità ha consentito al figlio di entrare e accedere alla dimensione del desiderio – viceversa un padre istintuale e dedito solo al piacere e al proprio godimento non ha probabilmente educato figli capaci di effettuare un’opera di ricostruzione, ha allevato una prole regredita allo stato pre-paterno: figli “maschi” che faticano a diventare padri e figlie “femmine” che stentano a divenire donne.

Una società senza padri è come una psiche senza funzione paterna: caotica e infeconda, insicura – perché (de)privata dell’interdizione – e dunque della tutela offerta dal limite. Insicurezza e caos sono una miscela per i fondamentalismi, l’aggressività, i movimenti scomposti di figli che non hanno più certezze.
C’è da dire che ciò che può valere archetipicamente e a livello collettivo, non necessariamente vale per tutti i singoli soggetti di quella collettività. Anzi, è proprio questa consapevolezza che ci lascia la speranza di qualche figlio capace di pensare e costruire un nuovo modello paterno in cui egli stesso possa identificarsi.

Riflessioni psicologiche sul romanzo Stoner di John Williams

La storia narrata da John Williams nel romanzo Stoner (2012) è la biografia di un professore universitario nato nell’ultimo decennio dell’800 e cresciuto in una fattoria insieme a due genitori nati stanchi e vecchi. William Stoner trascorre un’esistenza desolante, gli avvenimenti sono piatti e privi di colpi di scena rocamboleschi, ma la sfera di significati con cui costruisce il suo sé, il rapporto con gli altri e infine le aspettative, i desideri e le aspirazioni dall’infanzia fino alla maturità sono interessanti e rilevanti.

Con una narrazione scorrevole e pulita, intrisa di tatto e linearità, l’autore coglie abilmente i vissuti e facilita, nei lettori più attenti, la condivisione affettiva e la riflessione sui circoli viziosi che rafforzano le modalità disfunzionali di spiegarsi gli eventi che sfociano, talvolta, in pericolose profezie auto-avveranti.

 

Una famiglia stanca e distanziante

Stoner nasce e cresce in una famiglia predisposta allo sforzo, senza alcun interesse per il calore e le relazioni affettive. La comunicazione è assente e talvolta scarna, e il silenzio diventa l’unico suono assordante che pervade i momenti di contatto e di separazione tra i membri. La coppia genitoriale appare brutta, trascurata, stanca e rassegnata agli occhi del piccolo protagonista che non possiede gli strumenti adeguati per prepararsi ad un mondo sconosciuto, progressivamente scolorito e raffreddato dall’anaffettività. Fin da bambino, William carica sulle spalle il peso delle aspettative famigliari mirate a trasformarlo in un adulto precoce, un bracciante dedito ai campi e contemporaneamente uno studente ligio al dovere, escludendo così il gioco e le relazioni sociali. In sostanza anche Stoner nasce già vecchio, a 17 anni ha le spalle curve per la stanchezza fisica, un riflesso della fatica psicologica incitata e tramandata dai genitori come l’unico modus vivendi possibile.

[blockquote style=”1″]Erano una famiglia solitaria – e lui era l’unico figlio – tenuta insieme dalla necessità della fatica. La sera sedevano tutti e tre nella piccola cucina illuminata da un’unica lampada al cherosene a guardare la fiamma gialla: spesso, durante quell’oretta di pausa tra la cena e il letto, l’unico suono era quello di un corpo che si muoveva con fatica su una sedia, o il leggero scricchiolio di una chiave che cedeva un poco sotto il peso degli anni. [/blockquote](Williams, 2012, p.10)

Le parole si spendono solo in occasioni importanti, tra queste l’ingresso di William all’università di Agraria. Ancora una volta è la coppia genitoriale a stabilire il futuro del figlio optando per una facoltà finalizzata ad approfondire l’unica passione che sono stati in grado di coltivare. Nella prima transizione significativa che sancisce l’uscita del figlio dalla casa d’origine il discorso è orientato sull’importanza dello studio nel futuro lavorativo, l’accento è posto sull’autosufficienza a cui il figlio dovrà ricorrere a spada tratta, il congedo è arido e distaccato. In quello che dovrebbe essere un evento straordinario dove la felicità per l’inizio della carriera scolastica è solitamente mista all’infelicità della separazione, il tono affettivo è apatico e monocorde. Non stupisce l’indifferenza con cui Stoner affronta per la prima volta lo studio della disciplina, accontentandosi di voti appena sufficienti: probabilmente è in quel momento che inizia a ribellarsi dal volere dei genitori anche se in modi passivi e silenziosi.

La separazione-individuazione dalla famiglia d’origine si realizza in due momenti distinti: quando il protagonista rinuncia all’agraria per dedicarsi con fervente passione alla letteratura e nel momento in cui decide di proseguire gli studi. Questa volta la famiglia non è preparata al distacco definitivo dal figlio avvertito con un dolore stanco, impotente, trattenuto e vergognato. Il padre si oppone con poca convinzione ed energia, terminando con una frase di circostanza pronunciata con rassegnazione e impotenza, mentre la madre prorompe in una reazione di tristezza incasellata dallo sforzo ed energicamente compressa dalla vergogna di chi non è mai stato abituato ad esternare le emozioni. Lo stupore del protagonista davanti all’unico momento di commozione e opposizione è espresso differentemente nella solitudine e in pubblico: di fronte alla madre, Stoner evita il contatto emotivo allontanandosi con fatica, mentre da solo rimane immobile ad osservare il vuoto nel buio, come se in qualche modo non potesse più allontanare la meraviglia di aver colto una sfumatura emotiva mai osservata in tutti quegli anni di silenzio assordante.

Notevole è il ritorno per le vacanze, nel quale il protagonista si accorge di essere stato sostituito da un bracciante che si fa carico della gran parte del lavoro senza lamentarsi. In quel momento in cui l’equilibrio famigliare si è ricostituito con l’ingresso di un nuovo arrivato, il protagonista sembra accolto come un estraneo i cui progressi sono complimentati con felicità priva di risentimento. L’estraneità è avvertita in prima istanza da Stoner ma è in qualche modo l’estraneità con cui la famiglia guarda l’unico figlio che si ribella ai desideri famigliari, si slaccia e si riscatta costruendo un’altra parte di sé, senza fare rumore. Il sentimento di perdita nasce nel momento in cui William sente il distacco dalle figure di attaccamento e da questo sentimento parte la necessità impellente di accrescere l’amore nei loro confronti, come se la distanza accentuasse la sensazione di inamabilità da correggere con uno sforzo ad amare di più. Da ciò si deduce la tendenza illusoria di poter controllare gli eventi e di modificarli con le proprie forze anche quando questi esulano dalla responsabilità personale.

Stoner è in qualche modo consapevole dell’inutilità di consacrarsi al lavoro dei campi specialmente quando, alla morte dei genitori, si ritrova a paragonare la terra che li ha seppelliti con la terra alla quale hanno dedicato l’intera vita. La terra diventa il simbolo della logorante ossessione per il lavoro che ha spezzato comunque quelle esistenze nelle quali la compulsione allo sforzo sopportata con rassegnazione tacita ed austera costruisce il senso degli eventi e, al tempo stesso, distrugge la possibilità di essere altro e di coltivare, quindi, le parti di sé creative e costruttive. In quelle parti rientra anche l’amore sano verso il figlio soppresso dal silenzio e dal distacco, privo di carezze e di contatto, che il protagonista imprimerà nella memoria condizionando così le scelte nei legami futuri. A parte ciò i genitori non hanno nessuna colpa, dal momento che hanno trasmesso al figlio l’unico tipo di amore che conoscevano e di cui, a loro volta, si sono nutriti nei loro precedenti legami primari. In questo senso il circolo vizioso tende a perpetrarsi senza consapevolezza di generazione in generazione, costruendo situazioni disfunzionali che si ripetono nel tempo e generano sofferenze continue.

 

Edith, Grace e Katherine: l’amore nelle sue forme

Il primo innamoramento di Stoner è rivolto ad una ragazza dell’alta società, di bell’aspetto e apparentemente molto diversa. Edith è frivola, acida, aggressiva, sadica, una donna a dir poco insopportabile che rifiuta il contatto fisico ed emotivo e sabota ogni tentativo di avvicinamento tra Stoner e la bambina, Grace. L’interesse del protagonista si posa su una donna che dimostra, fin dai primi incontri, un distacco e una mancanza di interesse che rasentano l’indignazione e il rispetto. Edith desidera la popolarità e gli ammiratori, non considera Stoner come un partner di vita, ma si affretta a sposarlo quando riceve l’approvazione dei genitori.

In pubblico recita la parte della moglie devota, perfetta e premurosa, in privato è svilente, distanziante e isterica. La doppia faccia stordisce William che reagisce adattandosi passivamente. A parte qualche sporadico impeto di passione meccanica e improvvisa, il letto coniugale è permeato da una distesa di ghiaccio impermeabile. Il fallimento matrimoniale avanza già prima che la cerimonia sia compiuta. Stoner non si oppone fin dal principio: capisce al volo che il legame non sarebbe mai diventato soddisfacente, che Edith non è mai stata la donna fantasticata prima di conoscerla, ma continua a sopportare l’infelicità senza sollevare lamentele, in totale solitudine.

A legare i due personaggi è proprio il senso di solitudine che li ha colti fin dai primi legami. Edith è cresciuta in un ambiente diverso, dove ogni manifestazione di rabbia e rancore veniva spazzato sotto il tappeto con cordialità e la coppia genitoriale si preoccupava di mantenere una parvenza di felicità forzatamente cortese, e fronte di ciò, non stupisce la disorganizzazione psichica manifestata in vari momenti del libro: ride istericamente, piange, diventa irascibile, si distanzia e si avvicina con veemenza, è gelosa, possessiva, svalutante. Il vuoto prende forma così nell’estrema variabilità degli affetti che si susseguono come un vulcano in eruzione. A questo proposito Edith sembra per l’esattezza un vulcano pronto ad esplodere in modalità improvvise e imprevedibili, al contrario di Stoner che si struttura come un deserto lineare e faticoso, per poi prorompere anche lui in maniera caotica e scissa nell’ultima parte. Sono pochi i momenti in cui il protagonista esprime la rabbia e la delusione che sembrano oscurate dall’impotenza di fronte alla realtà. Il progressivo distacco dalla figlia ne è un esempio lampante: inizialmente Stoner assume una funzione materna nei confronti di Grace, ignorata totalmente dalla madre, ma l’alleanza padre-figlia diventa scomoda per Edith che distrugge ogni tentativo di riavvicinamento tra i due. Edith è feroce e al tempo stesso seduttiva con Grace che si ritrova a subire repentini attacchi d’ira e di cura, inaspettati, lancinanti e invadenti: la sgrida con energia e poi le compra i vestiti e organizza le feste in suo onore per renderla visibile agli altri bambini. In realtà il suo atteggiamento è finalizzato a richiedere le attenzioni del marito che, rassegnato dai rifiuti e dall’atmosfera famigliare desolante, investe sulla figlia l’amore che non ha mai ricevuto. Stoner è tenerissimo con Grace, gioca con lei quando l’atmosfera è serena, ma non riesce a proteggerla quando si intromette la moglie a cui si sottomette con rassegnazione.

L’amore vero e sufficientemente sano arriva finalmente con Katherine e Stoner lo riconosce immediatamente per le sensazioni suscitate nello stare insieme. La rappresentazione di sé inamabile è tale che William non riconosce quanto possa essere desiderabile agli occhi dell’esterno e in particolare di una giovane, carina e promettente studentessa sulla strada per spiccare il volo. A partire dall’aspetto fisico fino a toccare i tratti caratteriali, Katherine è il contrario di Edith: è spontanea, naturalmente bella, allegra, e ama in modo sano. Stoner se ne accorge perché se ne innamora con lentezza e gradualità, scopre lati di lei che all’inizio non aveva notato, ne condivide gli interessi e percepisce un affetto ricambiato e costruttivo. Così si tramuta anche l’idea dell’amore: in gioventù quando non lo aveva ancora conosciuto credeva che fosse un dono per pochi eletti, desiderato ma lontano da sé, per poi considerarlo un processo di conoscenza e disvelamento dell’essere umano, progressivo e dettato dalla volontà, dall’intelligenza, dal cuore (Williams, 2012, p. 226). Qualcosa è cambiato perché mentre all’inizio ha scelto una partner senza consapevolezza dei propri desideri e bisogni, adesso sembra essere cosciente di queste qualità e finalmente vive una storia serena che gli permette di scoprire la vita non più sul lato della pesantezza da patire in silenzio, bensì sulla via della naturale spontaneità. L’individualità è integrata nella corporeità, le persone non sono più senza anima e cuore, ma diventano soggetti dotati di un’individualità impressa nel corpo che abitano.

[blockquote style=”1″]Si accorse che, prima di allora, non aveva mai conosciuto il corpo di un altro; e capì anche che era per quel motivo che, in qualche modo, aveva separato l’io delle persone dal corpo che le conteneva. E infine realizzò, con piena consapevolezza, che non aveva mai conosciuto nessuno con tanta intimità e fiducia, con il calore umano di chi si dona completamente ad un altro.[/blockquote] (Williams, 2012, p. 227)

Le difficoltà non mancano neanche in questo rapporto; in qualità di docente universitario la relazione con Katherine diventa per Lomax, l’acerrimo nemico, il pretesto perfetto per colpirlo alle spalle. Stoner non combatte, non si ribella, soccombe non perché sia privo di interesse verso la ragazza, ma perché non possiede la capacità di riscattarsi: il cambiamento da un tipo di relazione all’altro è troppo repentino per diventare solido e duraturo. Le parti di sé non sono elaborate a sufficienza e ritornare ad essere quello che è sempre stato è un processo immediato. In altre parole dopo aver vissuto un’intera vita sotto il peso dell’impotenza appresa, la perdita è un’aspettativa indelebile, pertanto combattere diventa inutile perché la partita è già persa in partenza. Il declino del protagonista prende l’avvio in due punti principali: il primo è quando abbandona Grace, il secondo, quando lascia Katherine. In entrambi i casi rimane un lutto rassegnato, ma non elaborato, che prende forma dappertutto: la dissociazione separa il corpo dalla mente, suscitandogli reazioni di distacco ed estraneità da sé e si evidenzia attraverso gli atteggiamenti che si susseguono rapidamente e contemporaneamente in maniera disorganizzata, dalla passività disperata all’irascibilità irruenta.

La comprensione e l’accettazione compaiono sporadicamente nel rapporto con Grace che, ormai adolescente, riversa la rabbia sadico-masochistica nutrita per anni e anni verso la coppia genitoriale; dai disturbi alimentari alla gravidanza indesiderata, frutto di uno dei tanti rapporti sessuali promiscui e non protetti per poi sfociare drammaticamente nella dipendenza da alcol, la ragazza presenta il conto al padre rimasto inerme di fronte alla pazzia di una madre che la considerava un’estensione narcisistica dei suoi bisogni. Edith, ossessionata dalla popolarità, realizza in un istante di aver contratto un legame frettoloso e superficiale con un uomo che non ha mai desiderato, e strumentalizza la figlia per colmare il vuoto dei bisogni insoddisfatti. Agli occhi della madre, Grace è un giocattolo da vestire e imbellettare per sfoggiarlo all’esterno e da punire e ignorare quando rivolge le attenzioni al padre che la ama, ma non riesce a proteggerla. Stoner sembra essere consapevole della responsabilità mancata e probabilmente le perdona la gravidanza indesiderata, il sesso facile che ai primi del Novecento costituiva uno scandalo inaudito e inammissibile, e infine la dipendenza dall’alcol che si trascinerà nell’età adulta. Grace e Stoner condividono l’incapacità di autodeterminarsi, evitano di esprimere costruttivamente la rabbia e la delusione che sfociano in reazioni autodistruttive. Il senso di colpa pervade entrambi: Grace sente di aver deluso il padre, e Stoner sente di aver deluso Edith. Nell’ultima fase in cui i coniugi si perdonano e interrompono la lotta, il protagonista avverte un senso di autocritica per non essere stato in grado di cambiare l’atteggiamento della moglie.

[blockquote style=”1″]Se fossi stato più forte, pensava. Se avessi saputo di più. Se avessi potuto comprendere. E alla fine spietato pensò: se l’avessi amata di più [/blockquote](Williams, 2012, pp. 315-316).

Ancora una volta l’amore è percepito come l’antidoto alle situazioni incontrollabili: aggiungendo più dosi, la situazione cambia, o meglio, la persona cambia, e le illusioni di monitorare gli eventi in tal senso diventano pericolose appunto perché l’affetto in sé, sebbene elargito in quantità smisurate, non modifica una personalità. È curioso che tra Katherine ed Edith la scelta si posi sulla donna che gli ha procurato più sofferenza, accantonando l’unica che l’abbia reso felice, seppur per un breve lasso di tempo. Non ci sono molti rimpianti per Katherine, solo un fremito nel tenere in mano il suo libro, ma quando si tratta di stabilire con quale delle due continuare il rapporto, Stoner posa l’attenzione di nuovo su Edith. Non chiede il divorzio nonostante soffra per l’allontanamento dell’altra partner, rimane con la consorte senza esprimere nessuna considerazione e affetto nei suoi riguardi, ad eccezione degli attimi finali in cui la malattia del protagonista peggiora e la moglie, finalmente, inizia ad intenerirsi. È a partire da quel momento che William prova spietatamente il senso di responsabilità per ciò che non è andato per il verso giusto, come se lui solo potesse caricarsi di tutto il peso della coppia.

Probabilmente in quell’ultima fase della vita il protagonista si aggrappa a questo pensiero, lasciando scivolare via il rimpianto di aver condotto una vita misera ed infelice con una donna che avrebbe potuto lasciare fin dalle prime battute di incontro. Stoner sapeva com’era, ma non sapeva perché desiderava proprio lei. Non era Edith in sé, ma la sensazione che le suscitava Edith a risuonargli familiare e quindi ad attirarlo. Forse con Katherine ha trovato il vero se stesso, sperimentando altre sensazioni più costruttive, ma la gamma emotiva era troppo intensa da essere accolta in poco tempo.

Per un uomo che ha vissuto nell’inconsapevolezza di sé, nell’idea che in lui non ci fosse niente di bello da offrire agli altri, reiterata nel tempo dal distacco e dalle denigrazioni esterne, l’avvenimento straordinario è l’incontro con una donna sinceramente interessata e in grado di offrirle il calore e l’affetto di cui necessita: da ciò l’evitamento diventa una strategia naturale, appunto perché quel tipo di amore appare sconosciuto e immeritevole di essere vissuto. In tal senso per lui è stato più facile tornare alle origini, adattarsi passivamente ad una vita desolante invece di invertire la rotta e buttarsi nella novità. Non si può predire l’andamento della storia con Katherine, ma è ormai nota la relazione con Edith, le dinamiche di rottura e mantenimento, pertanto le trasformazioni radicali sono inattese e improbabili. Dopo anni insieme, William è consapevole delle strategie relazionali della moglie e sceglie di sentire quelle sensazioni con lei, di vivere in altre parole, un tipo di vita da cui non riesce a staccarsi, la vita impotente, silenziosa e faticosa che ha respirato fin da piccolo.

 

I significati personali in Stoner

La narrazione presenta alcuni punti che costituiscono il fil rouge nella storia del protagonista. I legami primari di attaccamento improntati su uno stile distanziante e rifiutante, la disposizione allo sforzo nel lavoro dei campi e successivamente nella carriera universitaria, l’autosufficienza compulsiva, il senso di solitudine e l’isolamento dalle relazioni sociali, nonché il senso di sé come inamabile e inadeguato suggerirebbero un’organizzazione di significato personale di tipo depressivo (Guidano, 1992; Reda, 2014).

Nell’ultima parte del romanzo Stoner oscilla tra la rabbia che zampilla improvvisamente con i colleghi, Edith e gli studenti, e la disperazione e l’isolamento ricercato a casa e nello studio. Le attività si alternano tra l’inerzia e la compulsione: alcune scene lo ritraggono in veranda in uno stato di immobilità perenne, altre eccessivamente occupato a ricevere gli studenti, a partecipare attivamente alle riunioni e a correggere i compiti. Questa ambivalenza potrebbe sottolineare una duplice tendenza ad affrontare il sentimento di inamabilità; da una parte con un atteggiamento auto-accusatorio che porta al rallentamento motorio, alla disperazione e alla cessazione delle attività intraprese, dall’altra parte con una disposizione a darsi da fare il più possibile, incrementando i compiti. Questa dicotomia è visibile anche nei momenti in cui il protagonista affronta le discussioni in pubblico, partendo dalla timidezza e goffaggine per finire con la sfrontatezza senza limiti. Oltre a questo, William manifesta in varie occasioni i sintomi dissociativi di fronte agli eventi emotivamente più impattanti; l’incontro con il professor Sloane che, attraverso l’interrogazione orale, è il primo essere umano a dimostrargli considerazione e attenzione e l’amore di Katherine che lo sbilancia da un vissuto di integrazione a non-integrazione di sé, da percepirsi un tutt’uno a un estraneo che si osserva dall’esterno, da vedere i corpi separati dalla mente, a integrati in una sola unità.

Nell’organizzazione depressiva lo scompenso avviene in seguito ad una perdita reale o immaginaria, ipotetica o presente (Guidano, 1992; Reda, 2014). Nel caso di Stoner, ci sono alcuni avvenimenti in grado di scatenare il vissuto di perdita; l’allontanamento dalla figlia e il suo comportamento sregolato in età adulta, la fine della relazione con Katherine e lo scandalo nell’università. In questi casi la disperazione è affrontata silenziosamente e in solitudine e il malessere psicologico prende forma in un corpo che invecchia a vista d’occhio e si ammala velocemente. Il dolore non è elaborato, ma soppresso e trasformato in una malattia che risucchia il protagonista e lo porta lentamente verso la fine.

Il fallimento e l’impotenza si mostrano negli ultimi istanti dove l’esistenza viene esaminata ancora una volta da una prospettiva esterna. A partire dall’amicizia per arrivare al matrimonio, alla relazione con Katherine e infine alla carriera universitaria, permane l’idea di aver condotto una vita mediocre e insoddisfacente, con due amici, uno morto, l’altro pressoché assente, con cui ha intrattenuto dei legami superficiali, una moglie con cui ha intrattenuto un rapporto coniugale passivo, una ragazza che amava ma che non è stato capace di tenersi stretto, e infine una posizione lavorativa poco brillante. Non che questo sia un ritratto della realtà, bensì il personale modo di spiegarsi gli eventi improntato sull’impotenza davanti ad un destino ineluttabile e sul senso di colpa per non aver migliorato ciò che non poteva cambiare, come l’intimità mancata con Edith.

La solitudine invade i momenti di sconforto e tocca l’apice negli ultimi istanti di vita. Non è casuale che il protagonista muoia da solo, anzi, è una decisione che prende con consapevolezza per vivere l’esperienza in assenza degli altri. L’isolamento è una reazione che sottolinea un’aspettativa di incomprensione esterna: in altre parole la solitudine è ricercata non solo per non disturbare gli altri, ma anche perché non ci si aspetta una comprensione empatica (Reda, 2014). D’altronde l’ambiente da cui è circondato è realmente non protettivo e anaffettivo, a tal punto che Edith spende le sue ultime parole in una preoccupazione rivolta alla solitudine che dovrà affrontare, senza preoccuparsi di quello che pensa e sente il marito. Stoner si congeda così dal mondo esterno, solo con un libro qualsiasi che diventa il simbolo dell’unica base sicura alla quale si è sempre aggrappato e che non gli ha mai procurato dolore: la passione per la letteratura.

Le barriere linguistiche nella comunicazione tra figli adolescenti e genitori immigrati

Per la maggior parte dei genitori a volte può essere piuttosto difficile parlare con i figli adolescenti. Ancor di più lo è quando genitori e figli parlano lingue diverse, uno scenario piuttosto comune per un elevato numero di famiglie immigrate negli Stati Uniti.

 

Un recente studio dell’Iowa State University ha evidenziato come questa barriera linguistica può condurre a severe conseguenze negative per quel che concerne l’autocontrollo e i comportamenti aggressivi negli adolescenti. Proprio per questo Schofield, l’autore principale dello studio, sostiene che migliorare la comunicazione tra genitori e figli potrebbe avere importanti implicazioni sociali.

Per giungere a queste conclusioni Schofield e colleghi hanno utilizzato i dati raccolti da alcune osservazioni di interazioni tra madri e figli di origine messicana. Gli autori hanno osservato che nel campione composto da madri e figli che parlavano la stessa lingua la disciplina positiva e la calda genitorialità da parte delle madri portavano ad un aumento dell’autocontrollo e ad una diminuzione dell’aggressività nell’adolescente. Nel campione composto invece da madri e figli che parlavano lingue diverse, gli adolescenti mostravano un minor autocontrollo e una maggiore aggressività.

Un dato molto importante che è emerso dallo studio è che in presenza di questa barriera linguistica la comunicazione quotidiana non risultava un problema. I meccanismi scatenati dalla presenza della differenza linguistica derivavano da conversazioni più complesse, come ad esempio l’esposizione di regole da parte dei genitori o l’esposizione di alcune preoccupazioni da parte degli adolescenti. Schofield ipotizza che questo possa essere dovuto dal fatto che gli adulti danno per scontata la comprensione reciproca che si viene ad instaurare nel corso di una conversazione, processo che dall’altra parte i ragazzi stanno ancora cercando di imparare e capire.

Come fa notare Schofield, i genitori vogliono sempre assicurarsi che i loro figli capiscano il motivo per cui si stanno comportando in un determinato modo, spiegare le loro azioni e vedere se sono stati coerenti e incoerenti, ma là dove c’è una barriera linguistica tutto questo slitta in secondo piano. A lungo andare può accadere che il ragazzo si stanchi di provare ad abbattere l’ostacolo della lingua, abbandonando così la comunicazione con i genitori.

Gli adolescenti, non rivolgendosi più ai genitori iniziano a confidarsi in modo esclusivo con i loro coetanei. Questo non significa che i figli non si sentano amati o che i loro genitori siano cattivi, vi è semplicemente una difficoltà ad affrontare argomenti e questioni complesse.

Ciò che più preoccupa gli studiosi è il fatto che nei casi gli adolescenti siano figli di immigrati che parlano una lingua differente da quella dei genitori, questa disconnessione comunicativa con i genitori diventa uno scenario quotidiano e nella norma.

Per evitare che questo accada è necessario abbattere questa barriera linguistica intrafamiliare. Secondo Schofield questo si potrebbe fare sostenendo i genitori immigrati ad imparare la lingua del paese in cui sono residenti, non che quella dei loro figli – immigrati di seconda generazione-, e sostenere i figli adolescenti ad imparare in misura maggiore la loro lingua madre. Si tratta di un progetto di fondamentale rilevanza in quanto negli Stati Uniti più di 16 milioni di bambini sono figli di almeno un genitore immigrato.

L’autostima e il ruolo degli ideali: cosa ci spinge a superare limiti sempre più ambiziosi

Autostima: Le persone si muovono attraverso molteplici piani ideali, alcuni sono legati alle abitudini concrete (“ideale di andare in palestra due volte la settimana”), altri sono legati a ideali più astratti da realizzare (“diventare una persona sportiva e dinamica”). In generale la percezione di una distanza tra come siamo e come vorremmo essere genera emozioni negative di tristezza, tale per cui siamo portati in qualche modo a minimizzare tale differenza percepita.

 

Introduzione

Alla vigilia delle olimpiadi di Londra del 2012, il marciatore Alex Schwazer fu trovato positivo ad un controllo anti-doping e venne squalificato dalla competizione e condannato a diversi mesi di sospensione dalle gare.
Diverso tempo dopo il marciatore dichiarerà di aver passato un periodo di forte stress emotivo dopo l’oro vinto ai giochi olimpici del 2008, stress che lo avrebbe portato a fare uso di sostanze per non tradire le aspettative e per tenere sempre lo stesso livello di agonismo.
Cosa spinge una persona, (in questo caso un atleta), a ricorrere a mezzi illeciti rischiando la propria carriera, per superare limiti sempre più ambiziosi? Perché nonostante i traguardi raggiunti a volte le persone si spingono oltre e non sono mai soddisfatte delle proprie caratteristiche?

 

L’autostima

In letteratura psicologica per autostima si intende la valutazione, positiva o negativa, che l’individuo da di se stesso. In generale si distingue fra aspetti conoscitivi del sé, il concetto di sé ovvero cosa “sappiamo” di noi stessi, e aspetti valutativi, ovvero l’ autostima, intendendo con questo concetto cosa “proviamo” nei confronti di noi stessi.
Non tutti sono d’accordo con la distinzione tra aspetti valutativi e conoscitivi del sé, ma alcuni autori pensano che tale demarcazione non abbia alcun valore pratico (Shavelson, Hubner, Stanton, 1976).

Al di là degli aspetti legati alla sua definizione, l’autostima è risultata potentemente legata al benessere individuale, all’identità e all’adattamento della persona nei vari contesti di vita (Meleddu, Scalas, 2003).
L’ autostima non è solo legata a delle qualità che il soggetto percepisce di possedere attualmente, ma è costruita attraverso gli ideali e le aspirazioni a cui la persona tende.
Gli esseri umani adulti non si muovono solo sul piano del reale, ma ragionano anche su ipotesi, costruendo mentalmente cosa vorrebbero diventare, come vorrebbero essere o apparire.

 

La definizione di autostima di William James

Questo tipo di cognizioni fanno parte dei domini del sé ideali e sono stati studiati da un filone di ricerche che si rifà alle teorizzazioni di William James (1890). Lo psicologo americano scrisse di un pugile che si vergognava e non era soddisfatto per essere “solo” il secondo pugile al mondo. Questo esempio è emblematico della caratteristica dell’ autostima come istanza costruttiva, ovvero del suo dipendere dalle cognizioni e dagli schemi dell’individuo. La psicologia cognitiva ha descritto le cornici attraverso cui l’individuo dà senso a se stesso e agli eventi.

 

L’autostima secondo i modelli di psicologia cognitiva

In generale i modelli di psicologia cognitiva che risentono dell’influenza della cibernetica presentano il sé come un sistema che si autoregola. Carver e Scheier (1990) si sono concentrati sul modo in cui l’individuo regola le proprie azioni, cercando di minimizzare la distanza tra il suo stato attuale e il suo stato ideale. In pratica l’assunto centrale della teoria è che la gente si muove attraverso mete e monitora il proprio percorso verso di esse, confrontando continuamente la percezione del proprio comportamento rispetto agli standard di riferimento. Quando l’individuo percepisce una discrepanza tra il proprio stato attuale e la meta cerca delle strategie comportamentali per ridurre tale discrepanza.

Le persone si muovono attraverso molteplici piani ideali, alcuni sono legati alle abitudini concrete (“ideale di andare in palestra due volte la settimana”), altri sono legati a ideali più astratti da realizzare (“diventare una persona sportiva e dinamica”). In generale la percezione di una distanza tra come siamo e come vorremmo essere genera emozioni negative di tristezza, tale per cui siamo portati in qualche modo a minimizzare tale differenza percepita. Esistono però due tipi di ideali studiati: gli ideali propriamente intesi, ovvero esperienze, concetti e standard di riferimento a cui tendere e a cui riferirsi, e gli ideali negativi (sé temuti) ovvero situazioni, persone (reali o simboliche), mete e circostanze da cui le persone cercano di distanziarsi e di tenere lontane perché giudicano negativamente.
In generale il senso comune e la letteratura ipotizzano un ruolo negativo degli ideali sull’ autostima, specie se essi sono troppo ambiziosi e irraggiungibili (Marsh, 1993).

In generale si può dire che nonostante il chiaro valore che l’autoregolazione verso le mete ha per la società, poiché spinge l’individuo a migliorarsi e a tendere verso nuovi obiettivi, la rincorsa verso gli ideali ha dei costi individuali in termini di risorse mentali e senso del proprio valore.
A volte la psicologia del senso comune e la traduzione delle intuizioni in risultati misurabili non vanno proprio di pari passo; l’operazionalizzazione delle discrepanze e la misurazione dell’impatto degli ideali sull’ autostima non è stato facile.

Misurare la discrepanza con gli ideali e il loro impatto sull’ autostima si è rivelata un’operazione dotata di diversi problemi metodologici, nonostante il valore euristico che tale impostazione ha (come abbiamo visto nell’esempio del doping e in vari casi di cronaca). Recentemente, un approccio basato su equazioni strutturali con variabili empiricamente pesate (Scalas, Marsh, 2008) è sembrato risolvere i problemi.
Possiamo dire che sicuramente gli ideali hanno un valore psicologicamente pregnante sul sé della persona, ma che questo aspetto sia complicato da numerose variabili come per esempio l’educazione (stili di autoregolazione appresi), l’affettività generale dell’individuo e i suoi valori personali.

Ipocondria: è colpa di Irene se mi sono ammalato – Ritratti

Quando inserisco la chiave nella serratura, noto che la mano mi trema. Tanto che mi sembra di non centrare il bersaglio al primo colpo. Mi ricordo subito di stamattina, al bar. Quando ho afferrato la tazzina, era come se improvvisamente la mano avesse bisogno della mia totale attenzione per metterci la forza necessaria. E poi, portando la tazzina alla bocca, quello stesso tremore.

 

Appena aperta la porta di casa, mi investe la sigla di House of Cards sparata a tutto volume. Passo rapidamente dietro alla poltrona di mio padre, lanciandogli un ‘ciao, tutto a posto?’ a cui lui risponde con un grugnito cordiale ma definitivo. Della serie: ‘prendo volentieri atto che sei rientrato, però sta iniziando proprio ora l’episodio, quindi non rompere le palle’. Mi chiudo nella mia stanza. Mi butto sul letto e chiudo gli occhi. Li riapro dopo pochi secondi, con un’espressione sgomenta, quando una fitta crampiforme alla gamba, all’interno del polpaccio, accende nella mia mente un collegamento evidentissimo. Tremore, più inceppamento della coordinazione, più dolore crampiforme al polpaccio, uguale sclerosi laterale amiotrofica.

Mi alzo dal letto con l’esplosività muscolare di Ben Johnson strafatto di doping e mi siedo alla scrivania, davanti al pc. Non mi sfiora l’idea che basterebbe il gesto atletico istintivo che il mio corpo ha appena compiuto per escludere la malattia che ho paura di covare. In questi casi la mente se ne fotte di considerare i dati a confutazione. Quando abbiamo paura dell’imminenza della morte, tutte le informazioni, per quanto evidenti, che ci stiamo sbagliando, e che in realtà non sta succedendo niente di pericoloso, non le consideriamo proprio. Anzi, se pure ci capita di ascoltare informazioni del genere, magari perché qualcuno ce le fornisce candidamente (“scusa come fa uno che ha la sclerosi laterale amiotrofica a giocare così a calcetto?”), prederle in seria considerazione ci sembra una leggerezza da incoscienti. Insomma, quando abbiamo paura di morire se ne fa affanculo Popper e tutto il suo approccio falsificazionista. Anche perché la paura, spessissimo, non è esattamente quella di avere una malattia mortale, ma che quella malattia mortale stia iniziando, e se prendiamo sotto gamba i primi, sfumatissimi segnali vuol dire che ci condanniamo da soli a morte.

L’ipocondria non è solo questione di paura della morte. E’ anche paura di aver perso l’occasione di salvare la vita a noi stessi. Paura non solo di morire, ma di morire come dei coglioni superficiali.

Un’altra cosa. Tutto questo vale ovviamente quando noi abbiamo paura di covare una malattia letale; perché con la paura che hanno gli altri è tutta un’altra storia. In quel caso, anche se tre giorni prima abbiamo passato otto ore nella sala d’attesa di un centro privato di diagnostica per immagini per farci fare la costosissima TAC cranica che porterà alla luce il nostro tumore frontale, ci incazziamo se l’altro, che so, il nostro amico che tentiamo ripetutamente di rassicurare con argomenti logici, continua a cacarsi sotto perché secondo lui il suo tumore è in fase terminale.

Dicevo, mi siedo al pc e digito su google Sclerosi Laterale Amiotrofica. Mentre il pc carica la schermata, il cuore mi martella la gola. Sullo schermo compare una pagina di testo. Inizio a leggere senza alcun ordine frasi a caso. All’inizio i soggetti notano di avere difficoltà mentre camminano o corrono, magari inciampando più spesso…i primi segni della SLA nella mano o nel braccio, notando che semplici compiti come abbottonarsi una camicia, scrivere o girare la chiave in una serratura diventano difficili…notano difficoltà nel parlare… Poi, improvvisamente, è come se qualcuno mi stesse facendo delicatamente calzare una guaina di tessuto caldo. A partire dai piedi, salendo fino alle ginocchia, e così via. E man mano che mi infilano in questa tuta invisibile di calore, mi sento sempre più calmo. Tanto che riesco a leggere un pezzo del testo dall’inizio: La SLA causa una vasta gamma di disabilità, alla fine viene persa la capacità del cervello di controllare i movimenti volontari ed i pazienti perdono la forza e la capacità di muovere le braccia, le gambe e il corpo. Quando i muscoli nel diaframma e nella parete toracica non funzionano più, i pazienti con SLA non possono respirare senza il supporto di una macchina.

Quando arrivo alla fine sono completamente rilassato. Non ho più paura. Perché non sono più logorato dal dubbio. Ora ho la certezza di avere la SLA. E questa certezza mi porta un sollievo paradossale. Ora so che devo solo prepararmi ad essere attaccato a una macchina per respirare. Però quasi mi congratulerei con me stesso per essermene accorto così presto.

Scrivo un whatsup a Irene. “Perché ora non ci sei?”. Lo cancello. Lo riscrivo e lo invio. Mi aspetto che non risponda. Infatti non risponde.

Non mi sfiora nemmeno per un attimo, nemmeno marginalmente, la consapevolezza che questo messaggio è il punto finale della parabola emotiva che ho percorso. E questo punto finale – chiedere ad Irene attenzione, rassicurazione, amore (purtroppo, nell’unico modo in cui so farlo, rispondendo, negativamente, al suo posto) – coincide col punto inziale di quella parabola. Bene o male, il mio attacco di ipocondria inizia e finisce con Irene. Nel senso che non mi sarei mai ammalato di SLA se Irene non avesse pronunciato quella frase parlando del suo capo – “lui non é come te, lui dedica la vita ad aiutare le persone”; se questo non mi avesse fatto venire un dubbio atroce su se e quanto Irene mi ami; se questo dubbio non ne avesse amplificato un altro, di dubbio, ancora più profondo, radicato – non sono più abbastanza per lei, forse non lo sono mai stato -; se non avessi pensato quanto poco serva perché qualcuno sia meglio di me.

Non mi sarei mai ammalato di SLA se avessi capito in tempo tutte queste cose, e non fossi stato vittima della nostra consueta cecitá su noi stessi.

 

 

 

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L’intervento psicologico in Pronto Soccorso potrebbe ridurre la violenza giovanile

Una nuova ricerca realizzata presso il Michigan Youth Violence Prevention Center, suggerisce che una singola seduta di consulto psicologico della durata di 30 minuti, realizzata durante una visita di Pronto Soccorso, possa ridurre i comportamenti violenti futuri di giovani adolescenti a rischio.

 

L’attuale studio riporta uno dei sei interventi testati nei quartieri di riferimento per diminuire la violenza giovanile.

I ricercatori hanno scoperto che il breve intervento psicologico (Brief Intervention), realizzato da un terapeuta in un setting strutturato, è stato efficace nel ridurre le aggressioni violente nei partecipanti nei due mesi successivi al periodo di studio.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Academic Emergency Medicine, ha visto la partecipazione di 409 giovani provenienti da due quartieri ad alto rischio a Flint, nel Michigan. Giovani uomini e giovani donne tra i 14 e 20 anni, che tra l’Ottobre 2011 e Marzo 2015, avevano utilizzato il Dipartimento di Emergenza Hurley Medical Center in seguito ad episodi di violenza in cui erano rimasti coinvolti.

I partecipanti di un quartiere hanno poi ricevuto l’intervento di counseling, di 30 minuti, mentre i partecipanti dell’altro quartiere ricevevano solo le cure mediche tradizionali.

L’intervento di consulenza era focalizzato sul rinforzo degli obiettivi personali, lo svolgimento di esercizi progettati per esplorare i benefici derivanti dall’evitamento di comportamenti violenti, oppure era volto a sviluppare nuove competenze nella gestione della rabbia e dei conflitti. Infine lavorare sulle strategie per rendere duraturi i nuovi cambiamenti comportamentali.

Questo tipo di approccio a brevissimo termine si è mostrato particolarmente funzionale con gli adolescenti, particolarmente riluttanti ad affrontare qualsiasi percorso preventivo o riabilitativo della propria condizione.

P. Carter, principale autore dello studio, sottolinea che:

Episodi di violenza rappresentano, da oltre dieci anni, la principale causa di morte per la popolazione giovanile di più basso status sociale. I dipartimenti di emergenza rappresentano un punto di contatto fondamentale con questi ragazzi, e da qui poter effettuare un primo intervento a scopo preventivo e rieducativo.

Dallo studio è stato rilevato che, dopo due mesi dalla visita, i partecipanti che avevano ricevuto la consulenza hanno riportato un livello di comportamenti violenti del 10% più basso, rispetto al gruppo di controllo che non aveva ricevuto l’intervento psicologico.

Conclude Carter:

Molti giovani delle aree urbane, spesso non frequentano regolarmente la scuola o non ricevono regolari cure primarie, i dipartimenti di emergenza rappresentano un luogo importante in cui è possibile interagire con loro e affrontare le questioni problematiche presenti nelle loro vite, dalla violenza, all’alcol o droga

 

 

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