Il dolore cronico: la necessità di un approccio multisistemico (2)

L'intervento multidisciplinare è più efficace per il paziente con dolore cronico: più figure professionali per affrontare tutti gli aspetti della patologia.

ID Articolo: 113287 - Pubblicato il: 10 settembre 2015
Il dolore cronico: la necessità di un approccio multisistemico
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Sono ipotizzati modelli multifattoriali e non esistono esami specifici per confermare la diagnosi di CFS (Razzaboni e Ercolani 2000). Per quanto riguarda le prospettive terapeutiche, purtroppo non vi è alcun farmaco in grado di guarire definitivamente la malattia (Craig e Kakumanu 2002). Dai risultati che provengono da diversi studi (Demitrack, 1996), si può affermare che circa il 10-30% dei pazienti con CFS ha avuto almeno un episodio di depressione negli anni precedenti l’insorgenza della CFS, mentre un 50-70% ha sviluppato depressione negli anni successivi alla comparsa della CFS. Se si tiene conto che queste cifre sono più elevate rispetto alla prevalenza della depressione nella popolazione generale (circa il 5-10%), si può desumere che una storia passata di depressione può rendere una persona più vulnerabile alla CFS e che una depressione reattiva è spesso una parte importante di una malattia come la CFS. Negli stati di CSF vengono utilizzati farmaci antidepressivi, come per esempio l’amitriptilina altri principi secondari sono sono Fluoxetinae la Duloxetina: i risultati appaiono discreti ma vengono dati nel breve periodo. Per tale motivo, infatti, in un articolo pubblicato sulla rivista Psychological Medicine (P. D. White, K. Goldsmith, A. L. Johnson, T. Chalder and M. Sharpe (2013).) vengono riportati i risultati di una ricerca condotta dall’Università Londinese Queen Mary dimostrando che il recupero dei sintomi associati alla sindrome da stanchezza cronica (CFS) sia possibile, per alcuni pazienti, grazie all’associazione tra psicofarmacologia e terapia Cognitivo Comportamentale.

Messaggio pubblicitario Così come per la CFS anche per le cefalee è importante riflettere sull’importanza di un approccio di cura ad ampio raggio. Le cefalee vengono distinte in cefalee primarie (emicrania, cefalea muscolo-tensiva, cefalea a grappolo) e cefalee secondarie (secondarie a patologie cerebrali, craniali, internistiche o psichiatriche, oltre a quelle derivanti da abuso di farmaci). L’elemento più importante per un corretto inquadramento diagnostico di tutte le cefalee è una precisa analisi dei sintomi riferiti (ad es. frequenza, localizzazione esatta del dolore, durata, tipo, presenza di altri segni clinici associati come ad es. nausea oppure lacrimazione) e delle circostanze in cui si manifestano. Emicrania e cefalee tensive sono spesso in comorbilità con disturbi d’ansia nel 52% dei casi (con maggiore incidenza del disturbo d’ansia generalizzato), depressione nel 36,4% dei casi (con maggiore incidenza nella distimia) e nei disturbi somatoformi nel 21,7% dei casi (Puca et al., Cephalgia, 1999). Per quanto concerne la comorbilità depressione-emicrania, la correlazione risulta bidirezionale: il rischio di onset dell’emicrania in pazienti con depressione varia da 2.8 a 3.5 e il rischio di onset della depressione in pazienti con emicrania varia da 2.4 a 5.8 (Antoniacci et al., J Headache Pain, 2009). La compresenza di entrambe le patologie può portare a condizioni disabilitanti con una riduzione della qualità di vita e della capacità lavorativa e un forte impatto sul decorso e sulla prognosi dell’emicrania. Alla base di questa comorbilità ci sarebbero dei meccanismi patogenetici comuni, tra i quali: disfunzione serotoninergica, disfunzione dopaminergica, abuso di medicinali, oscillazione degli ormoni ovarici (Antoniacci et al., J Headache Pain, 2009).

Sia per quanto concerne la depressione che l’emicrania abbiamo un’alterazione dei livelli di serotonina: nel primo caso si osserva un abbassamento cronico dei livelli, mentre nel secondo un aumento di concentrazione durante l’attacco di emicrania seguito da una diminuzione tra un attacco e l’altro; per quanto riguarda invece le fluttuazioni ormonali si osserva come l’abbassamento del livello di estrogeni aumenti la probabilità che si verifichino attacchi di emicrania e fluttuazioni del tono dell’umore (Baskin et al., Neurol.Sci., 2009). Considerando quindi che alla base del legame depressione-emicrania ci sarebbe un meccanismo neurobiologico comune, alcuni antidepressivi infatti sono oggi utilizzati con risultati soddisfacenti non solo nel trattamento della depressione, ma anche nella profilassi dell’emicrania (Baskin et al., Neurol.Sci., 2009). Anche se non esistono delle linee guida universali per agevolare la scelta del farmaco antidepressivo in pazienti con emicrania, alcuni farmaci come la sertralina, fluoxetina e venlafaxina hanno riportato benefici e miglioramenti (Finocchi et al., Neurol. Sci, 2010).

Considerato che i pazienti con emicrania sono ad alto rischio rispetto all’insorgenza della depressione e che quest’ultima a sua volta può compromettere la prognosi dell’emicrania, nell’individuare le strategie terapeutiche maggiormente adeguate alla cura delle cefalee è oggi chiaro quanto sia importante nelle fasi di valutazione un accurato screening psicologico e un trattamento che preveda l’utilizzo della terapia cognitivo comportamentale.

La presa in carico più efficace per il paziente affetto da dolore cronico è multidisciplinare, prevede più figure professionali con competenze differenti che lavorano in equipe in modo da affrontare tutti gli aspetti legati alla patologia. 

L’approccio cognitivo-comportamentale è stato definito dalle linee guida Nazionali ed Internazionali come quello di prima scelta, sia che il trattamento del dolore preveda o meno la somministrazione di un farmaco (Michielin, 2004).

Il protocollo cognitivo comportamentale ha come scopo i seguenti obiettivi:

  • Aumentare la compliance del paziente,
  • Migliorare la qualità di vita contrastando l’insorgenza di atteggiamenti ansioso-depressivi che inevitabilmente accompagnano la sintomatologia dolorosa cronica,
  • Ottenere una diminuzione nella percezione soggettiva del dolore e quindi un minor consumo/abuso di farmaci analgesici e raggiungere il massimo livello di prestazionalità funzionale del paziente, compatibilmente con la patologia di base.
  • Ristrutturazione cognitiva circa le convinzioni errate o disfunzionali sul dolore
  • Apprendimento abilità di fronteggia mento del dolore (Michielin, 2004).

Risulta ormai chiaro come il lavoro psicoterapeutico possa essere utile al trattamento di un problema che risulti globalmente di natura e orientamento principalmente corporeo; anche in quest’ultimo caso si tenderà sempre meno a considerare mente e corpo come elementi separati in favore di una conoscenza del funzionamento umano maggiormente embodied.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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