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La paura uccide più della spada: le reazioni di freezing in situazioni d’emergenza

Il freezing è una particolare risposta di paura che si manifesta attraverso bradicardia e immobilizzazione, appare come un totale o parziale “congelamento” della persona in situazioni di emergenza e può avere una durata compresa tra pochi secondi e 30 minuti.

Aleandra Russo – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

La paura uccide più della spada” è una famosa frase di un celebre libro di George R. R. Martin. Ma è davvero così? Può la paura, o meglio le reazioni alla paura, influenzare il comportamento di una persona al punto tale da causarne la morte?

È possibile definire la paura come uno stato di tensione psicologico e fisico, che porta ad un’attivazione delle risorse individuali, finalizzata a preparare l’individuo ad affrontare nel miglior modo possibile una certa situazione che viene valutata “pericolosa” per se stessi.

La paura, assieme a felicità, rabbia, disgusto, tristezza e sorpresa, è una della emozioni primarie, presenti già nei primi mesi di vita. Il suo scopo principale è quello di allertare l’organismo affinchè possa prepararsi alla difesa, all’attacco o alla fuga (Milosevic, 2015).

Molte paure degli animali e degli uomini sono dovute a meccanismi inizialmente innati, configurandosi come un tentativo di produrre risposte adattive di allarme e salvaguardia di fronte a stimoli specifici che indicano la presenza di un pericolo. Sulle paure innate si innestano, poi, nel corso della vita, le paure apprese attraverso le esperienze dirette, l’osservazione degli altri oppure miti o racconti legati alla propria cultura.

Manifestazioni e meccanismi neurobiologici associati alla paura

La paura è fisiologicamente legata all’amigdala, un nucleo del sistema limbico formato da neuroni che in prevalenza utilizzano il neurotrasmettitore adrenalina. In risposta ad uno stimolo minaccioso, l’amigdala genera reazioni del sistema vegetativo accelerando il ritmo cardiaco, aumentando la pressione, attivando il tono muscolare in modo da preparare l’organismo all’attacco o alla fuga. L’amigdala, inoltre, attraverso l’ipotalamo, stimola l’ipofisi che produce gli ormoni tipici delle situazioni di stress. Viene liberata adrenalina che si riversa nel sangue, i surreni provocano la liberazione del cortisolo e si innescano una serie di reazioni tra cui la tachicardia, la sudorazione, il tremore, la dilatazione delle pupille, la fuga o, al contrario, il blocco delle reazioni motorie (Oliverio, 2013).

Quando la paura non ci aiuta

La paura è, dunque, un’emozione funzionale alla sopravvivenza: ci avverte della presenza di un pericolo e ci prepara ad affrontarlo. Può però diventare disfunzionale quando eccessiva in quanto potrebbe “paralizzare” l’individuo impedendogli di emettere comportamenti funzionali alla sopravvivenza.

Solitamente, in situazioni di pericolo o a rischio di sopravvivenza, le persone mettono in atto risposte di attacco o fuga. Questa reazione, descritta da Cannon nel 1929, coinvolge una serie di meccanismi neurali e fisiologici che attivano rapidamente il corpo per attaccare o fuggire. Da una prospettiva evolutiva, la risposta fight or flight è un istinto adattivo che si è sviluppato quando i predatori o stimoli ambientali minavano alla sopravvivenza degli esseri umani.

Secondo Leach in situazioni d’emergenza le risposte degli individui possono essere classificate in tre gruppi:

  • Il primo gruppo, che comprende il 10-15% di persone coinvolte in disastri, rimane relativamente calmo. Le persone sono capaci di organizzare i pensieri rapidamente e di mantenere integre le capacità di giudizio e di ragionamento, nonché la consapevolezza; sono in grado di valutare la situazione, di elaborare un piano d’azione e di attuarlo.
  • Il secondo gruppo, composto da circa il 75% di persone, comprende coloro che rispondono in maniera disorientata e confusa, mostrando compromissioni nel ragionamento, rallentamento del pensiero e comportamenti attuati in modo quasi automatico.
  • Il terzo gruppo, che raccoglie il restante 10-15% di persone, tende a mostrare un alto numero di comportamenti controproducenti che aumentano il rischio di morte: pianto incontrollato, confusione generalizzata, urla e ansia paralizzante.

La maggior parte delle vittime adottano un comportamento riconducibile a queste ultime due categorie (Leach, 2004).

L’adozione di questi comportamenti può essere ricondotta a varie cause. Un’importante ragione per cui le persone falliscono nel rispondere al pericolo può essere ritrovata nella tendenza ad entrare in uno stato di negazione, esperienza che avviene maggiormente quando in passato sono state sperimentate situazioni di falso allarme e quando vi è poca fiducia nella persona che segnala la presenza del pericolo. Un’altra causa significativa è la tendenza delle persone ad omologarsi a ciò che fanno gli altri, quindi, se la maggior parte delle persone non rispondono al segnale di allarme, l’individuo tenderà ad imitarli. Infine, le persone potrebbero non rispondere bene al pericolo perché non sanno cosa fare, in quanto non hanno uno schema comportamentale adeguato da attuare in quella particolare circostanza e quindi devono crearne uno (Robinson, 2012).

Quindi, in situazione d’emergenza è probabile che si manifestino reazioni di freezing.

Freezing: spiegazione, manifestazione, effetti

Il freezing si manifesta attraverso una reazione di bradicardia e di immobilizzazione, di totale o parziale “congelamento” dei movimenti da parte della persona che sta vivendo la situazione d’emergenza e può avere una durata compresa tra pochi secondi e 30 minuti. Tale reazione ha una funziona adattiva e negli animali si manifesta in risposta alla presenza di predatori.

Spesso gli animali ricorrono al freezing nelle circostanze in cui non vi è altra possibilità di salvezza. Negli uomini esso è stato poco studiato, ma varie ricerche ne hanno comprovato l’esistenza (Schmidta, 2008), mostrando come si manifesti anche utilizzando come stimolo la visione di film spiacevoli (Hagenaars, 2014) oppure in risposta a stimoli sociali di minaccia, come espressioni facciali che esprimono rabbia (Roelof, 2010).

Secondo Leach (2014), il freezing va compreso considerando le tempistiche necessarie alla memoria di lavoro per svolgere i vari passaggi richiesti per attuare un’azione. Le informazioni vengono processate nella memoria di lavoro, che ha due importanti limiti: può contenere solo un certo numero di informazioni alla volta e può processare l’informazione ad una data velocità massima, senza poterla aumentare. Di conseguenza, le operazioni mentali complesse in condizioni ottimali richiedono un minino di 8-10 secondi per essere attuate. Naturalmente il tempo richiesto per un’operazione aumenta proporzionalmente alla complessità della stessa.

Circostanze non ottimali, come il pericolo, possono rallentare ulteriormente il processo. In particolare, durante un disastro, gli eventi si susseguono rapidamente ed in modo imprevedibile; in queste situazioni le persone hanno poco tempo per reagire.

Come è possibile immaginare, più velocemente una persona risponderà agli eventi in svolgimento, maggiori saranno le chance di sopravvivenza. Il cervello è strutturato in modo che i tempi di risposta possano essere migliorati attraverso la pratica e l’esperienza. Ciò è possibile trasformando operazioni cognitive complesse (che impiegano 8-10 secondi) in operazioni cognitive semplici (che impiegano 1-2 secondi). Se la risposta da adottare è già stata appresa, il cervello non dovrà compiere operazioni cognitive complesse per adottare un comportamento ottimale, ma dovrà solo selezionare tra un set di risposte apprese precedentemente, così facendo il tempo di risposta si ridurrà a 1-2 secondi.

Le implicazioni funzionali per coloro che si trovano in situazioni di pericolo sono le seguenti:

  • Se una risposta appropriata all’evento è già stata preparata ed immagazzinata nel database cognitivo degli schemi comportamentali, la velocità di attuazione di una risposta pertinente è di 100 millisecondi, ossia immediata.
  • Se sono disponibili più risposte attuabili, allora scegliere la corretta sequenza comportamentale richiede un semplice processo di decision making, che impiega 1-2 secondi.
  • Se non esiste una risposta appropriata nel database, allora dovrà essere creato uno schema comportamentale temporaneo. Questo processo impiegherà almeno 8-10 secondi in circostanze ottimali e in condizioni di pericolo richiederà anche più tempo. Poiché spesso il tempo non è sufficiente, si produrrà una paralisi cognitivamente indotta o comportamento di freezing (Leah, 2014).

Cosa succede in situazioni d’emergenza?

Il freezing, sebbene si configuri come un comportamento adattivo in alcune circostanze, può essere altamente disadattivo in situazioni d’emergenza, fino al punto da essere fatale, poiché impedisce di mettere in atto i necessari comportamenti salva-vita.

È stato osservato, infatti, che in molti disastri aerei molti decessi non avvengono a causa dell’impatto, ma per i comportamenti controproducenti messi in atto dai passeggeri stessi.

Nel rapporto riguardante l’incidente aereo di Manchester del 1985 in cui persero la vita 55 persone, si afferma che “le persone hanno rallentato e ritardato l’evacuazione”. Nella documentazione ufficiale relativa al disastro della piattaforma petrolifera Piper Alpha del 1988 si dichiara che “un numero consistente di persone non ha tentato di lasciare i propri posti”. Un superstite dell’incidente navale della nave Estonia, avvenuto nel 1994, ha dichiarato che molte persone erano rimaste immobili in stato di shock; a tal proposito ha commentato: “Io non capivo perché non facessero niente per salvarsi, erano sedute inermi e sono state sommerse dall’acqua”. Ed ancora, in un incidente aereo a Tenerife una sopravvissuta ha testimoniato che dopo l’impatto la sua mente era diventata appannata e che si era salvata solo perché il marito l’aveva presa per mano, costringendola a seguirlo. Prima di abbandonare l’aereo aveva guardato indietro verso una sua amica, che era rimasta sul suo sedile ad urlare, congelata dalla paura.

Secondo gli studi del National Institute of Standards and Technology (NIST) durante l’attentato aereo alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 le 15000 persone presenti nel WTC hanno aspettato in media sei minuti prima di iniziare l’evacuazione ed hanno impiegato in media circa un minuto per ogni piano, il doppio di quanto previsto dagli standand di sicurezza (Pietrantoni, 2005). Durante il disastro avvenuto nello stadio di football di Hillsborough nel 1989, un testimone riferì di aver visto un poliziotto fallire nell’aiutare una ragazza che stava per essere schiacciata. Le parole del testimone furono: “Il poliziotto di fronte a noi guardava e basta. Io gli urlai di fare qualcosa, ma era come se stesse fissando il vuoto” (Robinson, 2012).

Possibili interventi per ridurre le reazioni di freezing in situazioni di emergenza

Dunque, considerando le limitazioni della memoria di lavoro, è possibile ridurre la reazione di freezing nelle situazioni d’emergenza mediante dei training che permettano di creare nel database cognitivo degli schemi comportamentali attuabili, evitando così che le persone si trovino nella situazione di doverli creare sul momento.

Poiché potrebbe rilevarsi troppo costoso ed impegnativo sottoporre tutti i civili a training simili, potrebbe essere opportuno ricorrere almeno a training indiretti. Ad esempio, dopo le spiegazioni di sicurezza di routine, potrebbe essere opportuno chiedere a qualche passeggero di provare ad aprile il portellone di uscita, per accertarsi che abbia capito bene come fare. Durante l’evacuazione dell’aereo a Manchester, ad esempio, si osservò un fallimento cognitivo in quest’area poichè un passeggero impiegò 45 secondi ad aprire il portellone, a causa dell’assenza di schemi comportamentali adeguati nel suo database.

È necessario, inoltre, che vengano modificati anche gli equipaggiamenti salvavita, come il giubbotto di salvataggio, affinchè assumano caratteristiche più ergonomiche. In molti disastri, infatti, come quello dell’Estonia, le persone non furono in grado di indossare correttamente e tempestivamente i giubbotti, causando dei rallentamenti anche fatali.

Per quanto concerne i bambini è necessario creare degli equipaggiamenti di sicurezza che siano consoni al loro sviluppo cognitivo, anziché continuare a considerarli come una versione in miniatura dell’adulto. Ad esempio, i bambini hanno maggiori difficoltà degli adulti nell’utilizzo del giubbotto di salvataggio. Dal report del disastro dell’Estonia emerge che vi erano 15 bambini sotto i 15 anni di età quando questa affondò e se ne udirono le grida; solo un bambino di 12 anni sopravvisse. L’unico bambino sopravvissuto al disastro di Machester fu attivamente salvato dagli adulti. Per risolvere questi problemi potrebbe essere utile insegnare a scuola alcuni comportamenti salvavita e l’uso di alcuni oggetti particolari, come il giubbotto di salvataggio (Leach, 2014).

Quali sono le cause della violenza all’interno degli stadi?

La violenza sportiva, soprattutto all’interno degli stadi di calcio, è un fenomeno sempre più diffuso e che non è possibile trascurare. Ma cosa spinge i tifosi a reagire in questo modo?

 

Nel mondo dello sport, in particolare negli stadi di calcio, si assiste spesso a episodi di violenza tra tifoserie di squadre differenti. Sono state svolte molte ricerche al fine di spiegare tali eventi violenti. In particolare, diversi studi hanno messo in evidenza la relazione tra il teppismo sportivo e il “disadattamento sociale” degli individui coinvolti, sostenendo che questi ultimi mettessero in atto i medesimi comportamenti anche all’interno di altri contesti: casa, lavoro, scuola.

Una recente ricerca, svolta dalla Dott.ssa Martha Newson e collaboratori presso l’Università di Oxford, che ha coinvolto 465 tifosi brasiliani e noti teppisti, ha tuttavia messo in luce come questi individui non presentassero in realtà un funzionamento particolarmente disfunzionale al di fuori dell’ambiente calcistico, ad esempio sul posto di lavoro e a casa.

Ciò sembra dimostrare che, al di là dei fattori che caratterizzano la personalità dei singoli individui, vi siano alcuni elementi in grado di influenzare negativamente il loro comportamento.

Cosa influenza il comportamento degli individui in episodi di violenza sportiva?

Alcuni dei fattori individuati nel corso di questo studio che sembrano essere correlati ad episodi di violenza sportiva sono:

  • Deindividuazione: quando un individuo si trova in una folla o agisce come membro di un vasto gruppo sociale, tende a non considerarsi come un individuo singolo, quanto piuttosto come un membro del gruppo relativamente anonimo. Questo processo di deindividuazione porta a considerarsi meno identificabili e meno responsabili del proprio comportamento. Di conseguenza, le norme sociali che solitamente impediscono di comportarsi in modo aggressivo non risultano più applicabili.
  • Affollamento: un’elevata densità di persone può indurre aggressività. Trovarsi in mezzo ad un folla di persone induce un’attivazione fisiologica associata a sensazioni di stress, irritazione e frustrazione.
  • Diffusione della responsabilità: si riferisce alla sensazione provata da un individuo che, facendo parte di un gruppo, ad esempio una tifoseria, si sente personalmente meno responsabile rispetto alla messa in atto di comportamenti violenti.
  • Categorizzazione ingroup/outgroup: si riferisce alla tendenza di difendere e giudicare positivamente il proprio gruppo e di attaccare e criticare gli altri gruppi. Questo processo può spiegare la tendenza dei tifosi di identificarsi con il proprio gruppo e a comportarsi in maniera aggressiva con i gruppi con cui sono in competizione.

In conclusione

Questo studio sembra dimostrare che i membri delle tifoserie di calcio non sono necessariamente persone che agiscono in maniera disfunzionale al di fuori della comunità calcistica; il comportamento violento è quasi interamente focalizzato su coloro che sono considerati come una minaccia, di solito tifosi rivali o talvolta la polizia.

I ricercatori suggeriscono, inoltre, che combattere un comportamento estremo con attenta sorveglianza, come l’uso di gas lacrimogeni o di forza militare, è probabilmente controproducente e provocherà solo più violenza, spingendo i tifosi a farsi avanti per “difendere” i loro compagni.

Il direttore del progetto, il professor Harvey Whitehouse, ha concluso:

Speriamo che questo studio stimoli l’interesse a ridurre il conflitto tra gruppi attraverso una comprensione più profonda dei fattori psicologici e di quelli situazionali che lo guidano.

L’ intelligenza artificiale può aiutare ad identificare casi di abuso infantile?

È importante fare una riflessione sull’utilizzo degli algoritmi matematici e dell’ intelligenza artificiale come strumenti in grado di prevedere i comportamenti umani o come strumenti di supporto ai professionisti nella presa di decisioni soprattutto nelle valutazioni di possibili situazioni di abuso infantile.

 

Si stima che circa il 37 % dei bambini negli Stati Uniti sia sotto la lente delle agenzie nazionali che si occupano del benessere infantile e adolescenziale per il rischio di maltrattamenti o abusi di vario genere (Kim et al., 2017).

Spesso la decisione di aprire o meno un procedimento a carico della famiglia di un bambino valutato a rischio viene lasciata a sistemi elettronici di case management che utilizzano database computerizzati, al cui interno sono contenute informazioni provenienti dai servizi di salute mentale, per le dipendenze da alcol o sostanze, dati giudiziari per reati penali, informazioni sulla storia sia dei bambini che degli adulti a loro legati, che si ritengono essere cruciali per l’apertura di un’indagine (Chouldechova, Vaithianathan et al., 2018).

Molti di questi sistemi si basano su modelli di stima del rischio (Predictive Risk Modelling, PRM) ed utilizzano informazioni e dati raccolti dalle giurisdizioni locali, per predire la probabilità che si verifichi un evento negativo futuro in quella famiglia o in quel contesto sociale in cui il minore è inserito e vive.

L’idea è che si possa da una parte prevenire l’esordio di un maltrattamento o abuso infantile tenendo sotto controllo la famiglia e quindi proteggere il bambino dall’eventualità di una violenza e dall’altra far un uso più strategico delle risorse economiche ed umane a disposizione del dipartimento di assistenza sociale.

Il sistema AFST (Allegheny Family Screening Tool)

Il sistema AFST, Allegheny Family Screening Tool, utilizzato dal dipartimento dei servizi sociali di Allegheny, in Pennsylvania, dal 2015, è nato per supportare lo smistamento delle telefonate nel call-center e valutarne la portata e la priorità: ad esempio se sia necessario avviare o meno un procedimento investigativo facendo intervenire le autorità a seguito di una segnalazione telefonica.

Sulla base delle informazioni contenute nel database, AFST produce un punteggio da 1 a 20 che valuta il rischio, cioè la probabilità che dietro quella chiamata ci sia un alto o basso rischio di maltrattamento (Chouldechova, Vaithianathan et al., 2018).

Davvero l’ intelligenza artificiale può aiutare ad identificare casi di abuso infantile?

Recentemente si è molto dibattuto sull’utilizzo di questi modelli predittivi in quanto, soprattutto in questo preciso momento storico, si fa sempre più affidamento a tecnologie come l’ intelligenza artificiale o a particolari algoritmi in grado di accrescere o addirittura sostituire il giudizio o la presa di decisione da parte degli individui competenti, come gli assistenti sociali nei casi di maltrattamento minorile.

In questi particolari casi, infatti, è stato evidenziato come i sistemi basati su algoritmi possano esacerbare, anziché mitigare, alcuni bias originali di tipo discriminatorio soprattutto per alcune comunità o gruppi etnici con status economico e sociale molto basso, che potrebbero essere tenuti sotto controllo o indagine solo per il fatto di essere poco abbienti o appartenenti a minoranze (Chouldechova, Vaithianathan et al., 2018).

Siamo davvero sicuri che gli algoritmi o gli strumenti di decision-making automatici possano fungere da supporto attendibile, accurato, efficace ed equo in tutte le situazioni?

A questo proposito, la ricercatrice Vaithianathan, co-direttrice del centro per l’analisi dei dati sociali e analitici dell’università della tecnologia di Auckland, si sta occupando delle implicazioni sociali a seguito dell’utilizzo di questi sistemi, che sembrano aumentare le disparità e le discriminazioni favorendo predizioni del comportamento futuro o del rischio non equi, non proporzionali tra i gruppi umani (Chouldechova, Vaithianathan et al., 2018).

L’utilizzo di AFST ha infatti evidenziato come i bambini bianchi, che l’algoritmo ha segnalato come ad alto rischio di maltrattamenti e abuso infantile, avevano una probabilità minore di essere poi allontanati rispetto ai bambini neri con lo stesso punteggio.

Brent Mittelstadt, etico dei dati all’Oxford Internet Institute, ha affermato che l’unico modo per stabilire se un algoritmo segue determinati bias, come ad esempio se tende a favorire un’etnia a dispetto di un’altra, è chiedersi quali siano state le informazioni rilevanti che le persone hanno inserito nel database circa quelle appartenenti alle minoranze, in quanto l’algoritmo “manipola” soltanto i dati per il quale è stato creato (Mittelstadt, Wachter & Floridi, 2017).

Un esempio lampante del fatto che sono le informazioni contenute nel database che vengono poi elaborate dai sistemi computerizzati ad essere centrali, è stato fornito dal Massachussets Institute of Technology nel 2018 con un’ intelligenza artificiale “cattiva”: Norman. Norman è la prima intelligenza artificiale al mondo a manifestare tratti tipici della psicopatia, creato con l’unico scopo di dimostrare come le informazioni inserite e insegnate ai sistemi di machine learning possano influenzare in modo significativo il comportamento e il pensiero dell’ intelligenza artificiale, come percepisce il mondo e lo decodifica (scopri di più su Norman cliccando qui).

Insegnare e supervisionare la terapia cognitiva e comportamentale – Il corso presso il Beck Institute di Philadelphia

Il corso “Teaching and supervising CBT” tenuto ogni anno da Donna Sudak al Beck Institute di Philadelphia è una esperienza formativa importante perché ci ricorda una semplice verità: tutti noi siamo clinici e terapisti ma questo non ci rende automaticamente dei buoni insegnanti, formatori e supervisori di una certa terapia.

Si tratta di mestieri diversi che richiedono abilità diverse e percorsi formativi differenti. Purtroppo mentre l’addestramento clinico è ben definito, la formazione all’insegnamento della psicoterapia è ancora al suo stato embrionale. Il corso proposto dalla professoressa Sudak è un buon inizio.

Il corso di formazione all’insegnamento della psicoterapia cognitivo-comportamentale

Nei tre giorni del corso si alternano momenti teorici sulle abilità di apprendimento ed esercitazioni pratiche. Queste esercitazioni sono la parte migliore del corso, la parte che consente anche di comprendere concretamente come agire in maniera efficace sulle capacità di apprendimento. Si va dai suggerimenti più pratici che aiutano a elaborare vari tipi di esercitazioni o a costruire una serie di diapositive didatticamente efficaci, a quelli più generali, come l’elaborazione del razionale di una lezione o di un intero corso, la definizione degli obiettivi didattici e le procedure di realizzazione di questi obiettivi definendo il ruolo delle esposizioni teoriche, delle esercitazioni e delle modalità di valutazione della classe.

Insegnamento della supervisione clinica in psicoterapia

Al “teaching” segue il “supervising”, all’insegnare il supervisionare. Anche in questo caso si tratta di un’abilità trascurata e data per garantita, considerata una sorta di filiazione automatica della competenze cliniche. Anche in questo caso non è così. Supervisionare e trattare paziente sono due abilità differenti. Nell’insegnamento di Sudak la supervisione è un intervento altamente proceduralizzato i cui principali obiettivi sono la concettualizzazione del caso, la scelta di strategie terapeutiche congruenti con la concettualizzazione e l’adesione tecnica fedele agli interventi pianificati. Questa visione della supervisione implica sia l’esplorazione dei processi mentali unici del paziente che la loro esecuzioni all’interno di procedure generali, tentando di unire sia il bisogno di trattamenti personalizzati che la loro standardizzazione in procedure di dimostrata efficacia.

CBT Beck Institute Philadelphia - Teaching and Supervising CBT - Donna Sudak - 4

CBT Beck Institute Philadelphia - Teaching and Supervising CBT - Donna Sudak - 1

 

Psichiatria Nutrizionale: una dieta sana come fattore di resilienza

Negli ultimi anni sta prendendo piede la Psichiatria Nutrizionale: oggi più che mai, infatti, soprattutto per i professionisti della salute, appare importante avere in primo piano il collegamento tra mente e corpo, nel quale non è possibile trascurare il ruolo dell’ alimentazione.

 

All’interno del ricco panorama delle discipline volte al benessere psicofisico, sta prendendo piede, negli ultimi anni, quella che viene chiamata Nutritional Psychiatry, o Psichiatria Nutrizionale. Con questo termine si vuole promuovere un nuovo campo di ricerca che indaghi empiricamente e scientificamente il ruolo dell’alimentazione e della nutrizione sulla salute mentale.

Già gli studiosi si erano concentrati sul ruolo di singole componenti nutritive per un adeguato funzionamento cerebrale, sottolineando, per esempio, l’influenza importante degli omega 3, delle vitamine del gruppo B (in particolare folato e B12), della colina, del ferro, dello zinco, del magnesio, della S-adenosil metionina (SAMe), della vitamina D e degli amminoacidi (Sarris, Logan, Akbaraly  al., 2015).

Ora però l’attenzione si sta spostando sull’impatto del globale stile alimentare sul benessere psicofisico.

Psichiatria Nutrizionale: l’importanza dello stile alimentare globale sul benessere psicofisico

Come sottolineato da Rucklidge e Kaplan (2013), considerare la funzione delle combinazioni delle sostanze nutritive, anziché del singolo nutriente, rispetto alla salute psicofisica individuale, potrebbe dare risultati migliori in termini di trattamento delle problematiche ad essa associate.

In particolare, la ricerca nell’ambito della Psichiatria Nutrizionale si sta impegnando nel dimostrare come l’aderire a modelli dietetici salutari possa essere considerato un fattore di resilienza per il benessere individuale, che ridurrebbe il rischio dello sviluppo di sintomatologie legate al tono dell’umore (Psaltopoulou, Sergentanis, Panagiotakos & al., 2013). Studi hanno infatti dimostrato, nei soggetti partecipanti, un collegamento tra l’adozione di una sana alimentazione e la successiva rilevazione di indicatori di benessere mentale (Jacka, Ystrom, Brantsaeter & al., 2013).

Sarris e collaboratori (Sarris, Logan, Akbaraly & al., 2015) propongono un nuovo paradigma integrato in psichiatria, che inserisca le indicazioni nutrizionali (sia educative che prescrittive) come linee “mainstream”. Tale paradigma nasce proprio dall’esigenza di spostare l’attenzione sulla prevenzione dei disturbi mentali, individuando fattori modificabili per ridurne l’incidenza, tra i quali si inseriscono a pieno titolo la dieta e la nutrizione.

Perchè è importante considerare l’ alimentazione?

L’urgenza di questo bisogno è da ricondurre anche ad un importante fattore sociale: Logan e Jacka (2014) parlano di “disagi della civilizzazione” per indicare tutte quelle abitudini riconducibili allo sviluppo urbanistico che interferiscono con la salute psico-fisica, quali la diminuzione dell’attività fisica, la riduzione del sonno e, indubbiamente, l’adozione di una dieta disequilibrata (Cyril, Oldroyd & Renzaho, 2013). Da qui la necessità, per la Psichiatria Nutrizionale, di tornare all’origine, andando ad agire in modo preventivo più che curativo.

Tornando al gruppo di Sarris, gli autori sottolineano l’esistenza di solide associazioni tra qualità della dieta alimentare e salute mentale, riportando evidenze che indicano un effetto protettivo di stili nutritivi sani sull’umore depresso (Lai, Hiles, Bisquera & al., 2013) e un impatto negativo di diete malsane sulla salute mentale di giovani (O’Neil, Quirk, Housden & al., 2014) e di adulti (Akbaraly, Brunner , Ferrie & al., 2009). Le persone con disturbi mentali sembrano inoltre presentare frequentemente situazioni di disequilibrio fisico che potrebbero essere mediate dalla nutrizione, come ad esempio infiammazioni croniche di basso grado (Kivimäki, Shipley, Batty & al., 2014) e alterato metabolismo (Marazziti, Rutigliano, Baroni & al., 2014).

Un ultimo punto da tenere in considerazione è il fatto che, come sostenuto da Logan e Jacka (2014), un’ alimentazione sana potrebbe agire in modo preventivo non solo favorendo la salute mentale in senso stretto, in relazione cioè ai disturbi mentali diagnosticabili clinicamente, ma anche più in generale relativamente alla qualità della vita percepita. Secondo gli autori, infatti, una dieta equilibrata che possa influenzare l’umore potrebbe avere importanti ripercussioni sulla salute fisica, contrastando disagi sintomatici influenzati dalle stesse problematiche mentali, ma anche semplicemente aumentando la probabilità che un individuo rimanga fisicamente attivo. Buone linee guida nutrizionali, in poche parole, potrebbero avviare circoli virtuosi altamente benefici.

In conclusione

Oggi più che mai, soprattutto per i professionisti della salute, appare importante avere in primo piano il collegamento tra mente e corpo, dove salute mentale e salute fisica si intrecciano in un rapporto di correlazione e di causalità reciproca.

La Psichiatria Nutrizionale sembra abbracciare a pieno questo presupposto e sembra intenzionata a voler agire sempre più in forma preventiva piuttosto che curativa. Essendo questo un campo in espansione, è possibile aspettarsi importanti risultati in termini di scoperte e di costruzione di linee guida che possano promuovere uno stile di vita sano, che consideri l’individuo a 360 gradi e che ne comprenda il complesso intreccio tra aspetti psicologici e fisici.

Accontentarsi, lamentarsi o andare da un consulente psicologico? – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr 28

L’ insoddisfazione e la rabbia sono direttamente proporzionali al gap percepito tra la propria condizione e le aspettative che si hanno. Solo con questo confronto, un’assenza si trasforma in una mancanza e mentre l’assenza è inconsapevole e non fa male, la mancanza lo è e duole.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Accontentarsi, lamentarsi o andare da un consulente psicologico? (Nr. 28)

 

In un articolo sull’Internazionale di gennaio 2017 veniva esaminato il crescente allarmante sviluppo degli egoismi nazionalisti, populismi pronti ad essere cavalcati da leader populisti sanguinari e ottusi (esperienza già drammaticamente vissuta in Europa nel secolo scorso e da cui credevamo di essere definitivamente vaccinati).

Una prima spiegazione proposta mira a riconsiderare la sottovalutata pulsione di morte che intuita e descritta dai pensatori che avevano conosciuto le due guerre mondiali, è stata poi trascurata per la sua apparente incompatibilità con il paradigma scientifico positivista imperante dell’evoluzionismo. Indubbiamente la pulsione di morte ben si presterebbe a dar ragione ad una serie di comportamenti umani patologici altrimenti inspiegabili, ma rischierebbe di essere usata come ipotesi ad hoc buona per ogni occasione. Consapevoli che l’argomento meriterebbe una ben più approfondita riflessione, lo accantoniamo per ragionare, invece sull’altra causa cui l’articolo accenna.

La tesi, in buona sostanza è questa: la gente anche prima stava male, e forse anche peggio di adesso, ma la globalizzazione e l’informazione hanno fatto scoprire che ci sono molti che stanno molto meglio, e dunque è possibile e lo si può volere.

Ho nella mente e negli occhi persone di molti anni fa che vivevano in condizioni quasi di schiavitù e che tuttavia ritenevano giusta e naturale tale condizione e non finivano di ossequiare i loro padroni. Le cose stavano così ed era giusto fosse così. Loro soggettivamente stavano bene: benessere e felicità solo soggettivi possono essere e ad essi dobbiamo puntare in questo breve transito nella vita.

In effetti, l’ insoddisfazione e la rabbia sono direttamente proporzionali al gap percepito tra la propria condizione e le aspettative che si hanno. Solo con questo confronto, un’assenza si trasforma in una mancanza e mentre l’assenza è inconsapevole e non fa male, la mancanza lo è e duole. Chi non ha mai fumato non soffre per la mancanza di tabacco (personalmente la pubblicità di una nota pasta partenopea che dice “se non la provi non sai cosa ti perdi” mi induce a starne assolutamente alla larga per non trasformare appunto un’assenza in una mancanza). Si può desiderare ogni cosa, ma il desiderio frustrato che duole è possibile solo verso ciò che si è conosciuto e perduto.

L’articolo lascia intendere che non sono tanto le situazioni di povertà attuali, peraltro meno gravi di quelle del passato, a far montare lo scontento e la rabbia, quanto piuttosto l’accresciuta aspettativa di benessere e soprattutto di uguaglianza.

Questa crescente aspettativa di benessere ha generato nuovi campi di intervento in grande sviluppo. Si pensi al desiderio degli anziani di una vita attiva, in salute e densa di soddisfazioni o alle richieste di tutti ed in particolare delle donne di una migliore vita sessuale che si sa essere possibile, auspicabile e dunque la si pretende. Allo stesso modo, molta rabbia presente in pazienti e familiari dei malati mentali è nata da certi miti dell’antipsichiatria che hanno illuso che la malattia mentale non esista e sia completamente risolvibile.

Il desiderio dunque è elemento positivo da coltivare soprattutto nel suo versante motivazionale piuttosto che valutativo della mancanza o della perdita e va incarnato in un progetto di fattibilità realistico che tenga conto delle risorse personali e ambientali.

Un tale discorso, soprattutto se riferito alle popolazioni rischia di essere estremamente pericoloso perché sembra suggerire di mantenere le masse nell’ignoranza e trascura il fatto che il progresso dell’umanità è sempre mosso dall’ insoddisfazione per la situazione presente ed utilizza spesso la rabbia come motore. Senza aspettative gli uomini sarebbero serenamente ancora nelle caverne. Del resto anche nella vita individuale l’ insoddisfazione sta a segnalare che c’è qualcosa che non va e appunto potrebbe andare meglio e spinge ad operare per migliorare.

Dunque una certa dose di insoddisfazione è fisiologica e funzionale e cessa solo in condizioni di Nirvana o di morte. Dall’altra parte c’è tutta una tradizione secondo cui “chi si accontenta….gode”.

Per chi si occupa di sofferenza emotiva è necessario chiedersi come conciliare una serenità che rischia di essere stagnazione e abulia con un attivismo insoddisfatto e rabbioso. Se la constatazione di ciò che non va è utile per attivare un cambiamento positivo non è necessario che essa sia troppo carica di insoddisfazione che può paradossalmente deprimere e dunque essere paralizzante. Lo stesso l’energia necessaria al cambiamento non necessariamente deve connotarsi come rabbia nella presunzione di un torto subito. L’ insoddisfazione, per essere utile, deve dunque non essere a 360° sulla propria condizione e su se stessi, ma deve identificare aspetti specifici e limitati che possano essere oggetto di cambiamento. Lo stato desiderato a cui tendere, a sua volta deve essere ben definito e ragionevolmente perseguibile. Insomma come recita la preghiera della serenità di Reinhold Niebuhr:

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
 il coraggio di cambiare le cose che posso, 
e la saggezza per conoscere la differenza.

I rischi che vanno scongiurati sono dunque da un lato un’accettazione passiva e inerme dell’attuale, dall’altro una cronica insoddisfazione rabbiosa altrettanto paralizzante.

Non bisogna dimenticare che non è nostro compito cambiare il mondo, mentre forse lo è quello di essere felici in quest’unica vita che abbiamo; il che certamente implica di cambiare almeno lo spazio a noi più prossimo e la nostra relazione con esso.

Spesso i terapeuti si lamentano di non sopportare i pazienti che, appunto, si lamentano.

È noto l’aneddoto dei marinai genovesi (e dico genovesi) che rifiutarono l’aumento della paga pur di non rinunciare come chiedeva l’armatore, al cosiddetto “diritto al mugugno”, che può essere visto anche al contrario sottolineando come l’armatore (anch’esso genovese) fosse disposto a pagare pur di far cessare le lamentele.

Perché gli umani si lamentano e perché ciò da tanto fastidio agli altri?

Ipotizzo che la lamentazione sia una forma attenuata, domestica, consentita dell’ insoddisfazione rabbiosa di cui abbiamo trattato in precedenza. Lagnarsi con gli altri è una sorta di richiesta di aiuto individuale e anche una richiesta di solidarietà mirante a trasformare un’ insoddisfazione personale in una rivendicazione collettiva. Mi piace immaginare che la presa della Bastiglia e il ruzzolare nel cesto di qualche testa coronata siano iniziate in una bettola sulla riva della Senna per la scarsa qualità del vino a confronto dei nettari pregiati serviti alla tavola reale che si favoleggiava accompagnassero i croissant di Maria Antonietta. Quindi lamentarsi è un modo accettato di manifestare la propria insoddisfazione e la propria rabbia (in effetti nella sua perseveranza e monotonia c’è indubbiamente qualcosa di aggressivo).

L’interlocutore a cui è rivolta la lamentazione sperimenta spesso un vissuto di impotenza di fronte all’altro inconsolabile e nel caso di caregiver (che si tratti di genitori, di psicoterapeuti o di altre professioni di cura) viene sperimentata come una pesante invalidazione del proprio ruolo, o missione o persino identità. Con il lamento è come se il soggetto dicesse al suo care giver “vedi che non sei buono a nulla? la mia sofferenza è una misura precisa della tua incapacità”. Questo vissuto è una delle più importanti cause del fenomeno del burnout, tipico delle professioni di cura, e talvolta motivo di atteggiamenti negativi del cosiddetto controtransfert del curante.

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Quanto influisce l’istruzione sul livello intellettivo?

Quoziente intellettivo (QI) e istruzione sono in stretto legame ma è l’insegnamento che determina il livello di intelligenza o al contrario i soggetti con un QI più elevato tendono a studiare maggiormente?

 

Secondo una meta-analisi pubblicata su Psychological Science, nell’arco di un anno scolastico gli studenti non solo acquisiscono nuove conoscenze ma sembrerebbero incrementare anche il loro quoziente intellettivo.

Stuart J. Ritchie, psicologo dell’Università di Edimburgo e primo autore dello studio, afferma: “La ricerca che abbiamo condotto fornisce una prova forte del fatto che l’educazione scolastica faccia aumentare i punteggi ottenuti ai test di intelligenza. Abbiamo utilizzato diversi progetti di ricerca per analizzare una quantità corposa di dati, ciò che abbiamo scoperto è che in generale anche un solo anno di scuola porta ad un innalzamento del QI di diversi punti”.

Studi già presenti in letteratura avevano dimostrato che il livello di intelligenza correla positivamente con gli anni di educazione scolastica ricevuta ma non era chiaro il rapporto causale tra le due variabili.

Quali dati sono stati analizzati?

Nella scelta degli studi inseriti in questa meta-analisi, è stato criterio discriminante il fatto che i dati di ciascuno studio fossero stati ottenuti tramite misurazioni oggettive di soggetti con un’età maggiore di 6 anni e senza alcun deficit intellettivo. La meta-analisi è stata quindi svolta su un totale di 28 studi, che hanno fruttato 42 serie di dati provenienti da circa 615 mila soggetti.

Sono stati analizzati tre tipi studi ricavati da una varietà di fronti tra cui articoli pubblicati, libri, documenti di lavoro e tesi di laurea.

La prima tipologia di studi ha permesso di osservare l’intelligenza intraindividuale valutata tramite la somministrazione di test intellettivi prima e dopo il completamento degli studi. Questi lavori hanno permesso ai ricercatori di esaminare l’influenza della scolarità a partire dall’inziale livello intellettivo del singolo soggetto.

Il secondo insieme di ricerche ha focalizzato l’attenzione sui cambiamenti di natura politica che investono l’organizzazione scolastica aumentando gli anni di istruzione obbligatoria. In particolar modo, è stato analizzato uno studio riguardante l’educazione scolastica norvegese degli anni ‘60 in cui si è assistito ad un aumento di un paio d’anni della scuola dell’obbligo. I ricercatori hanno indagato una possibile differenza in termini di quoziente intellettivo negli studenti pre e post riforma.

L’ultimo gruppo di studi ha invece investigato le differenze intellettive interindividuali confrontando bambini di età simili ma con livelli di scolarità diversi.

Risultati e conclusioni

I risultati hanno mostrato che una differenza anche solo di un anno di istruzione è associata ad un aumento del quoziente intellettivo che oscilla da 1 a 5 punti, con un aumento medio di 3.4 punti.

Ritchie riferendosi alle evidenze ottenute ha chiarito: “La cosa che sorprende maggiormente è stata la durata degli effetti: l’influenza dell’istruzione si è osservata anche in soggetti che avevano completato i test d’intelligenza negli anni ’70 e ’80, ciò significa che l’educazione scolastica sembra avere effetti postivi lungo tutto l’arco di vita”.

In conclusione, la ricerca ha sicuramente fatto luce sullo stretto legame esistente tra abilità cognitive e livello d’istruzione scolastica, ponendo però al tempo stesso interessanti quesiti che la ricerca futura dovrà affrontare come ad esempio: quali caratteristiche particolari dell’esperienza educativa possono maggiormente influire sul quoziente intellettivo e quali sono invece i limiti di questa influenza.

Mamma Uovo. La malattia spiegata a mio figlio – Un cartone animato per spiegare la malattia oncologica ai più piccoli

Chi soffre di tumore sa bene che dovrà affrontare un percorso intriso da tanta sofferenza, fisica e psicologica. Anche i parenti e gli amici di chi soffre si ritrovano a percorrere, in un qualche modo, lo stesso doloroso sentiero. Come si spiega la malattia a chi ci sta accanto? Come la si spiega, in particolare, ai propri figli?

 

Le favole non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro sanno già che esistono.
Le favole insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere.

G. K. Chesterton.

 

I draghi nella vita di tutti i giorni possono assumere diversi aspetti e diverse forme e spaventare proprio tutti, non solo i bambini: dai draghi più piccoli e magari più innocui quale un esame o una scadenza a quelli più grandi e spaventosi, che sembrano quasi invincibili, come la malattia, in particolare la malattia oncologica.

Chi soffre di tumore sa bene che dovrà affrontare un percorso intriso da tanta sofferenza, fisica e psicologica. Anche i parenti e gli amici di chi soffre si ritrovano a percorrere, in un qualche modo, lo stesso doloroso sentiero, difficile da accettare. Come si spiega la malattia a chi ci sta accanto? Come la si spiega, in particolare, ai propri figli?

Uno dei primi pensieri del genitore a cui viene diagnosticata una malattia oncologica è proteggere i propri figli da una realtà che appare emotivamente ingestibile e troppo angosciante, persino per gli adulti.

Tale atteggiamento di silenziosa protezione si scontra però con l’impossibilità di nascondere veramente la malattia e soprattutto le cure che si affronteranno. Capita dunque spesso che il genitore non si senta in grado di trovare le parole giuste per informare i propri figli, anche perché, forse, è lo stesso genitore che crede di non aver compreso proprio tutto della nuova, pessima realtà in cui, con un colpo improvviso, è stato gettato.

Mamma Uovo. Dai libri al cartone animato: spiegare la malattia oncologica ai più piccoli

Come spiegare ciò che sta accadendo? Cosa dire della malattia? Come parlare della chemioterapia? Quali termini utilizzare? Come rispondere alle curiose domande dei piccoli? E’ proprio per rispondere a queste domande e per aiutare i genitori (ma anche nonni e zii) nel confrontarsi con i piccoli di casa che nasce il progetto “La malattia spiegata a mio figlio”. Il progetto nasce nell’UOSC di Ematologia Oncologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli Fondazione G. Pascale ad opera delle due psico-oncologhe Dott.ssa Gabriella De Benedetta e Dott.ssa Silvia D’Ovidio e dal medico, ematologo, direttore dell’UOSC di Ematologia Dott.re Antonio Pinto.

“La malattia spiegata a mio figlio” nasce per aiutare tutti i genitori che affrontano una malattia ematologica o oncologica nell’arduo compito di comunicare ai propri figli cosa sta accadendo.

Attraverso due libri illustrati, uno del 2015, “Mamma Uovo, la malattia spiegata a mio figlio” e l’altro del 2018, “Papà uovo”, i genitori sono accompagnati nell’arduo compito del parlare ai bambini del tumore e della chemioterapia (con una particolare attenzione agli effetti collaterali).

Il tanto difficile quanto nobile lavoro dei professionisti impegnati nel progetto “La malattia spiegata a mio figlio” non si ferma qui: recentemente infatti è stato pubblicato anche un cartone animato, realizzato dalla start up Tech4Care, tratto dal libro “Mamma Uovo”. Un ulteriore e prezioso sostegno per i genitori che, attraverso l’uso di parole e di immagini, dà vita ad una favola pensata per bambini di ogni età.

MAMMA UOVO. LA MALATTIA SPIEGATA A MIO FIGLIO – IL CARTONE ANIMATO:

 

Il giardino dell’umano. Counseling di Gruppo nelle Organizzazioni (2017) di A.R. Scolamiero, M. Tomassini, P. Trentin – Recensione del libro

Il giardino dell’umano è il libro scritto da Scolamiero,Tomassini e Trentin che propone in 184 pagine il Counseling di Gruppo nelle Organizzazioni (CGO). Il CGO viene presentato come nuovo strumento per portare miglioramenti in alcune aree aziendali come la gestione dei collaboratori e lo sviluppo dello spirito di squadra.

 

La narrazione, il ri-orientare la consapevolezza verso l’interiorità e l’assenza di giudizio rappresentano alcuni assi portarti nel CGO, dove l’attenzione si sposta dagli obiettivi e dalla performance alla visione olistica del soggetto come generatore di senso e significato, ricco di creatività ed intuizione al di fuori del campo della consapevolezza:

Si tratta di favorire il contatto con quello che Francisco Varela, intervistato da Otto Scharmer, definisce il Sé “decentrato” “virtuale”, “fragile”, che supera il dualismo soggetto – oggetto […].

Il Counseling di Gruppo nelle Organizzazioni (CGO)

Con il crescere della complessità dei sistemi/organizzazioni la gestione centralizzata diventa difficoltosa, mentre l’attenzione alla gestione dei team e degli individui rappresenta il cambiamento di visione delle organizzazioni più innovative. In questo contesto si inserisce in maniera ottimale il Counseling di Gruppo nelle Organizzazioni come intervento privilegiato.

Nel libro Il giardino dell’umano la prefazione di Piero Ferrucci inizia con questa frase evocativa

Il mondo aziendale è spesso visto come un’arena spietata in cui regnano la competizione a tutti i costi, la prepotenza, l’indifferenza verso l’altrui sensibilità. Il pesce grosso mangia il pesce piccoloè così nella vita e, a maggior ragione con più crudezza e meno filtri, è così anche nel mondo del business

Da questa frase si evince che l’agonismo rappresenta il mandato evolutivo contestualizzante le relazioni interpersonali, soprattutto nelle organizzazioni. Leggendo il libro, scritto in modo chiaro e scorrevole, ricco di esempi e consolidato da esperienze svolte sul campo, emerge come il CGO possa spostare l’intenzione dal substrato agonista verso quello cooperativo costruttivista, dove maggior peso viene rivolto a come le risorse umane, o meglio persone, costruiscono il senso e significato dello stare al mondo e quindi all’interno del contesto organizzativo.

Il giardino dell’umano: alla scoperta del CGO

Il giardino dell’umano è strutturato in sei capitoli: si inizia la lettura con un inquadramento storico e teorico rispetto la trasformazione di strategie e strumenti negli ultimi decenni e, attraverso l’esaustiva spiegazione del modello di Counseling di gruppo nelle Organizzazioni, viene narrata l’esperienza in Sogei SPA finendo con le riflessioni e destinazioni possibili da percorrere nel futuro prossimo del counseling socio-formativo nelle organizzazioni.

Alcuni aspetti teorici meritano di essere introdotti per meglio leggere il senso del transito storico tra i vari modelli di intervento in azienda (di cosa?); dagli anni ’90 la formazione comportamentale focalizzata sulle soft skill ha rappresentato il maggior investimento in termini formativi per le imprese pubbliche e private, dagli anni 2000 si assiste all’interessamento verso il coaching

come metodologia innovativa di supporto focalizzato alla performance, derivato infatti dal coaching sportivo (allenamento personalizzato per vincere nelle competizioni), ma arricchito da aspetti più propriamente psicologici (sfera emozionale e di insight comportamentale) e da un’attenzione competente allargata al contesto socio-organizzativo.

Il Counseling di Gruppo nelle Organizzazioni emerge con interesse negli ultimi anni del XX secolo come approccio innovativo in quanto fautore di stimolo per gli aspetti cognitivi ed emozionali più efficace rispetto altre modalità. Esso prende origine da percorsi scientifici del novecento ed in parte contemporanei, tra cui l’approccio socio-dinamico di Peavy e costruttivista di Haynes e Oppenheim. Bass negli anni 90 teorizza un approccio meno legato al potere e maggiormente strutturato verso la ricerca della motivazione e migliori performance.

La natura del counseling è e rimane, pertanto principalmente relativa al care, cioè un’assistenza, un supporto, una facilitazione, non una formazione o un indirizzamento.

Nel counseling l’interesse è rivolto verso il potenziamento e la consapevolezza “che è generativa di punti di vista diversi, di ricerca di alternative possibili nei comportamenti e nelle soluzioni e che quindi produce anche un nuovo modo di vedere e di vivere la cultura, i valori e i comportamenti ad essa collegati.”

Counseling di Gruppo nelle Organizzazioni: un approccio post-modernista

L’approccio postomodernista del counseling è orientato sul senso della narrazione come generatrice di senso per le situazioni, obiettivo diverso dalla ricerca di soluzioni degli approcci precedenti; l’attenzione si sposta così dalla percezione del cliente verso il problema, alla consapevolezza di se stessi come individui e poi come gruppo all’interno di un contesto, nell’ottica che vede nel presente il grounding su cui processare il cambiamento; molte conoscenze nelle pratiche lavorative sono tacite (embedded), non sufficientemente presenti nella consapevolezza, ma ricche di intuizione e creatività, elementi che rappresentano un valore aggiunto nel quadro organizzativo attuale.

Gli autori de Il giardino dell’umano presentano uno schema teorico per la lettura delle dinamiche interne e gruppali in cui il sé senziente interagisce con il sé sociale, con gli altri e con la cultura organizzativa. Lo scopo dello schema è di offrire delle indicazioni per la conduzione degli interventi nelle organizzazioni ponendo attenzione alla costellazione delle relazioni intrapersonali ed interpersonali.

Il problema è, quindi, quello di portare consapevolezza sul funzionamento di questi stati, e in alcuni casi sulla loro stessa esistenza, ossia al riconoscimento di una soggettività spesso in bilico tra spinte depressive e derive egoiche.

Un aspetto interessante del CGO porta il soggetto a sviluppare la consapevolezza attorno all’esperienza vissuta e alle capacità possedute al fine di sviluppare percorsi autoriflessivi, la gestione dello stress e la percezione del senso di sé.

Oltre al tema del pensiero narrativo (Bruner) è interessante considerare come l’orientamento sia verso la positività dell’azione, non intesa come rafforzamento ed innalzamento delle performance, ma finalizzato alla necessità di non porre attenzione esclusiva alle negatività contestuali per giungere alla realizzazione dell’obiettivo di eleminarle o superarle.

Un capitolo de Il giardino dell’umano è dedicato all’evoluzione interiore nel CGO dove l’ascolto profondo nei gruppi come motore per la scoperta di istanze esistenziali, la mente intuitiva promotrice di percezione complessiva dei fenomeni, la dimensione dell’accettazione e quella spirituale (visione olistica dell’uomo) ed il presencing fanno da sfondo alla filosofia del cambiamento in profondità attraverso il modello CGO, dove i soggetti cambiano dall’interno, così come le organizzazioni e la società.

Per concludere, un capitolo è dedicato alla spiegazione delle fasi che compongono il modello di intervento; dall’analisi della domanda, passando attraverso la progettazione, si evidenziano i concetti della strutturazione dell’intervento presso i gruppi all’interno delle organizzazioni (vengono presentate 50 attività di lavoro utili al professionista come stimolo guida per strutturare gli interventi).

L’obiezione di coscienza, regolamentata dalla giurisdizione, è dannosa per la salute mentale delle minoranze sessuali (LGBQ) – FluIDsex

Sempre più frequenti sono le forme di discriminazione che le persone con un differente orientamento sessuale si trovano ad affrontare ogni giorno. Non è sempre facile reagirvi e il peso di queste discriminazioni si fa sentire anche sulla salute mentale.

 

In seguito alla legalizzazione nazionale del matrimonio omosessuale nel 2015 in America, gli oppositori hanno manifestato il proprio disappunto obiettando di coscienza, evitando di rilasciare licenze matrimoniali, di preparare torte nuziali, o di affittare location agli sposi o alle spose e così via. Queste iniziative sono state promosse e legalizzate dalla legislatura di alcuni stati americani, tra cui lo Utah, il Michigan e la Carolina del Nord.

Un recente studio americano, condotto da una ricercatrice di diritto sanitario della Scuola di Sanità Pubblica di Boston (BUSPH), Julia Raifman, ha scoperto come le leggi statali che consentono la negazione di servizi matrimoniali di diverso tipo alle coppie omosessuali, a causa delle convinzioni religiose o morali, danneggiano così facendo la salute mentale dei soggetti colpiti da tale discriminazione.

I dettagli sullo studio

Lo studio è stato condotto su 109.089 partecipanti, di cui 4656 appartenenti a minoranze sessuali (omosessuali, bisessuali, non eterosessuali altrimenti identificati), di età uniformemente distribuita tra i 18 ed i 64 anni, residenti in tre stati americani in cui sono state implementate le leggi capaci di disciplinare la limitazione di servizi nei confronti di coppie omosessuali (Utah, Michigan, Carolina del Nord) o in sei stati americani, demograficamente simili ai precedenti tre, ma senza leggi discriminatorie (Nevada, Idaho, Ohio, Indiana, Virginia e Delaware), considerati come controlli.

I partecipanti hanno completato il Behavioral Risk Factor Surveillance System (BRFSS), un questionario autosomministrato capace di registrare i sintomi ansiosi, depressivi e di ulteriori patologie mentali.

Dallo studio emerge che la percentuale di adulti appartenenti a minoranze sessuali (LGBQ) che soffrono di disturbi mentali è aumentata al 46%, in seguito all’entrata in vigore di leggi che legalizzano la negazione di servizi a coppie omosessuali. Mentre la percentuale di adulti eterosessuali che soffrono di disturbi mentali è rimasta invariata in seguito all’entrata in vigore di tali leggi.

La ricercatrice Raifman afferma:

Questo studio dimostra che le leggi che consentono la negazione dei servizi alle coppie dello stesso sesso danneggiano la salute degli adulti delle minoranze sessuali – senza giovare alla salute degli adulti eterosessuali”, inoltre “I dati che abbiamo già sulle disparità dimostrano l’importanza di continuare a raccogliere dati, ricerche e programmi LGBTQ per migliorare la salute LGBTQ.


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

L’umore depresso delle mamme può indurre disturbi del sonno nei bambini

Un recente studio sembra mettere in evidenza come vi sia una maggiore tendenza nei bambini con madri che mostrano sintomi depressivi a soffrire di disturbi del sonno durante la crescita, mentre ciò sembra non avvenire nel caso di bambini con madri serene, per i quali le possibilità che sviluppino questo tipo di disturbi diminuiscono.

 

Ad evidenziare tutto questo è uno studio dell’Università della Pennsylvania grazie al quale Jianghong Liu, principale autrice della ricerca, ha evidenziato come le emozioni sperimentate durante la gravidanza influiscano sul comportamento del bambino e, in particolare, anche sulla qualità del sonno del bambino.

È stato anche dimostrato come l’emozione di gioia che le madri tendono a sperimentare in maniera crescente nei trimestri di gestazione, ed in modo particolare durante il secondo e il terzo trimestre, risulta essere un fattore protettivo rispetto alla possibilità che i bambini soffrano di disturbi del sonno.

La ricerca

Lo studio ha coinvolto 833 bambini della scuola materna, con età media di circa sei anni.

I ricercatori si sono impegnati nella valutazione dello stato emotivo delle mamme, prima e dopo il parto, prestando particolare attenzione alla valutazione dell’emozione di gioia percepita dalle madri durante la gravidanza, valutata nello specifico attraverso una serie di domande che si basavano su di una scala a 5 punti per la felicità e una serie a 3 punti per la depressione.

Per quanto riguarda i bambini, sono stati valutati sia i disturbi del sonno, utilizzando il sottodominio di sonno della lista di controllo del comportamento del bambino (CBCL), sia i problemi comportamentali utilizzando il punteggio totale (CBCL).

Sono stati poi eseguiti modelli lineari generali per esaminare le associazioni corrette tra i disturbi del sonno infantile e lo stato emotivo materno.

I risultati hanno mostrato che i bambini di mamme che esprimevano emozioni più vicine allo spettro depressivo durante il periodo postnatale o durante entrambi i periodi prenatale e postnatale, presentavano maggiori probabilità di presentare disturbi del sonno. Più alti livelli di gioia percepita nel secondo e terzo trimestre, invece, erano significativamente associati a un ridotto rischio di sviluppare disturbi del sonno durante la crescita.

Sulla base di quanto emerso, secondo Liu, i risultati di questo studio rivendicano con forza l’importanza di prestare maggiore attenzione alla salute emotiva materna fin dalla fase prenatale. I dati, inoltre, mostrano come la qualità della salute emotiva della madre possa avere un impatto forte sulla qualità del sonno infantile. Ciò va a rinforzare l’importanza di avere un adeguato sostegno familiare e della comunità nei confronti delle mamme che sono in attesa.

Asfissia perinatale: cause, caratteristiche e fattori di rischio

L’incidenza di morte o di limitazioni neurologiche gravi per asfissia perinatale è di 0,5-1,0 per 1000 nati vivi nei paesi industrializzati, mentre nei paesi in via di sviluppo l’ asfissia perinatale risulta avere un’incidenza maggiore. 

Valeria Mancini, Serena Pattara – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

L’uso della terminologia sofferenza fetale, per la diagnosi ante e intrapartum, e di asfissia, per la diagnosi perinatale, è stato recentemente oggetto di molti dibattiti ed argomentazioni.

Cosa s’intende per sofferenza fetale?

La Classificazione Internazionale delle Malattie (IX revisione, Modificazioni Cliniche, 1 Ottobre 1998) identifica come condizione di sofferenza fetale la presenza di acidemia fetale metabolica, escludendo quindi l’equilibrio acido-base anomalo, le anomalie del ritmo o della frequenza cardiaca fetale, la tachicardia fetale ed il liquido tinto di meconio dalla definizione stessa.

Questa patologia alla nascita riguarda circa l’8% del totale delle morti dei bambini fino a cinque anni e rappresenta la quinta causa di morte dopo la polmonite, la diarrea, le infezioni neonatali e la nascita prematura (Borrelli et al., 2007).

Asfissia perinatale

L’ asfissia perinatale costituisce una causa importante di danno cerebrale perinatale acquisito nei neonati a termine. L’incidenza di morte o di limitazioni neurologiche gravi consecutive ad asfissia perinatale è di 0,5-1,0 per 1000 nati vivi nei paesi industrializzati, mentre nei paesi in via di sviluppo l’ asfissia perinatale risulta avere un’incidenza maggiore.

È stato calcolato che, su 130 milioni di nascite annue nel mondo, 4 milioni di neonati soffrono di asfissia perinatale, e di questi circa 1 milione muore mentre un numero equivalente riporta sequele di rilievo, con prevalenza maggiore nei paesi in via di sviluppo, e con un numero approssimativo di neonati colpiti che va da 8000 a 25000 nella sola area europea (Ann. Ist. Super. Sanità, 2001).

Le cause sono eterogenee ma nella gran parte dei casi il momento scatenante è costituito da un’alterazione degli scambi gassosi tra la madre e il feto, con riduzione della pressione parziale di ossigeno (PO2), aumento della pressione parziale di anidride carbonica (PCO2) e diminuzione di pH nel sangue, con prevalente utilizzazione delle vie anaerobiche per la produzione di energia e successiva liberazione di radicali acidi, acido lattico in particolare (Moretti, 2002). L’attivazione delle vie anaerobiche comporta un eccesso di radicali acidi, misurato comunemente mediante il deficit di basi. Un deficit di basi superiore a 12 mmol/L suggerisce una acidemia metabolica, e quindi una ipossia particolarmente prolungata o comunque severa. Rispetto al deficit di basi, il pH ha una correlazione meno stretta con il grado di acidemia metabolica fetale. Infatti esso dipende anche dalla pressione parziale di CO2 (acidosi respiratoria) oltre che dalla produzione di radicali acidi indicativi di acidosi metabolica (Pilu et al., 1992; da ACOG Technical Bulletin n. 163, 1992; da Mac Lennan, 1999).

Il meccanismo con il quale l’ asfissia perinatale si verifica è conosciuto solo in parte; in molti casi il processo è presumibilmente legato ad una anomala formazione della placenta, ha un andamento cronico e si traduce nella nascita di feti di dimensioni inferiori alla norma. Le cause di asfissia perinatale normalmente sviluppata verso il termine di gravidanza, e soprattutto in travaglio di parto, sono eterogenee, e comprendono eventi acuti come distacco intempestivo di placenta, trasfusione feto-materna e compressione del cordone ombelicale (Ghi et al., 2004).

Due tipi di asfissia: fetale e neonatale

Schematicamente vengono distinti due tipi di asfissia: fetale e neonatale.

L’ asfissia fetale può aversi per interruzione del flusso ematico ombelicale in caso di compressione del funicolo durante il travaglio o per distacco di placenta o per una cattiva perfusione del lato materno della placenta (es. ipotensione materna). Un feto in condizioni gravi per anemia (malattia emolitica) o con un ritardo di accrescimento sopporta meno bene l’ipossia e quell’acidosi fisiologica che si sviluppa durante il travaglio.

L’ asfissia neonatale si verifica in caso di mancato inizio della normale attività respiratoria per depressione dei centri respiratori (asfissia fetale, farmaci materni, prematurità) ma anche per una grave malattia del parenchima polmonare (malattia delle membrane ialine polmonari, ipoplasia polmonare) o per ostruzione delle vie aeree o per debolezza dei muscoli respiratori.
Spesso un processo asfittico, iniziato prima della nascita, può continuare anche dopo per il mancato inizio di una valida attività respiratoria, aggravandosi ulteriormente.

A questi due tipi, si aggiunge l’asfissia prenatale, la prematurità, la presenza di malformazioni, l’azione di farmaci materni e le infezioni possono interferire con i normali processi di adattamento alla nascita, e, causare, l’insorgenza di una insufficienza cardiorespiratoria (mancato inizio dell’attività respiratoria, bradicardia). Se un neonato apnoico e bradicardico al momento della nascita non viene rianimato in modo efficace e tempestivo, va incontro ad una grave asfissia postnatale (Castello, 2007).

Asfissia e livelli di gravità

Negli anni 1960-70 la sofferenza fetale veniva distinta in acuta, subacuta e cronica.

La sofferenza fetale acuta insorge in travaglio di parto ed evolve rapidamente, è dovuta ad una drastica riduzione degli scambi respiratori materno-fetali (generalmente compressioni funicolari, nodi veri, ecc…) dura pochi minuti, provoca asfissia e può causare morte fetale. Nel neonato a termine, di solito provoca dei danni neurologici che si manifestano nel periodo compreso tra la 12a settimana prima del parto e non oltre la prima settimana di vita.

La sofferenza fetale subacuta insorge in travaglio di parto o pre travaglio, è legata ad una riduzione degli scambi gassosi materno-fetali (ipertono uterino, discinesie, ipercinesie) che, se limitata nel tempo, è compatibile con la sopravvivenza del feto; ha una durata misurabile in ore e può indurre asfissia fetale.

La sofferenza fetale cronica si verifica, invece, nel corso della gravidanza per alterazione degli scambi materno-fetali (insufficienza placentare) con diminuito apporto di sostanze nutritive al feto, indotti dalla rallentata perfusione tissutale; gli scambi respiratori, seppur ridotti, non sono generalmente molto compromessi. Dura giorni o settimane e determina iposviluppo fetale che, nei casi più gravi, può esitare nella morte endouterina del feto. Questa forma è la più frequente, rappresentando l’ 80-90 % dei casi (Borrelli et al., 2007). Studi sperimentali hanno evidenziato che, nella forma cronica, la ridotta perfusione favorisce il metabolismo prevalentemente anaerobico determinando un’aumentata produzione di metaboliti acidi i quali portano ad un abbassamento del pH, che dà luogo a disfunzioni nell’azione degli enzimi e in definitiva ad un rallentamento della crescita fetale (Lilford et al., 1990).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce, nella Decima Revisione della Classificazione delle Malattie (ICD-10), “Asfissia da parto” due diverse condizioni: severa e lieve o moderata (ACOG Practice Bulletin No. 70, 2005).

  • L’asfissia severa da parto è definita come “un polso inferiore a cento battiti per minuto alla nascita e in diminuzione o persistente, respirazione assente o gasping, colorito scarso, tono assente”. La ICD-10 dà due definizioni parallele per la asfissia grave da parto “Punteggio Apgar ad un minuto uguale a 0-3” o “Asfissia pallida“.
  • L’asfissia da parto lieve o moderata è definita come “respirazione normale non istituita entro un minuto ma con frequenza cardiaca di 100 battiti per minuto o superiore, presente lieve tono muscolare, lieve risposta alla stimolazione”. La ICD-10 dà “Punteggio Apgar ad un minuto uguale a 4-7” o “Asfissia blu” come definizioni parallele di asfissia da parto lieve o moderata.

Tutte le condizioni che interferiscono con il trasporto dell’ossigeno dall’atmosfera ai tessuti fetali possono essere causa di sofferenza fetale (Bucci et al., 2000).

Fattori di rischio e cause dell’asfissia perinatale

I fattori di rischio e le cause di asfissia perinatale possono essere ricondotti a: origine materna, diabete, gestosi, ipertensione gestazionale, crisi emolitica (anemia falciforme), cardiopatie, malattie polmonari (broncospasmo, ansia), ipotensione (sindrome da compressione cavale), anestetici, analgesici, ipossia o ipercapnia materna, shock emorragico, cardiogeno e settico; origine uterina, ipertono, eccessiva somministrazione di ossitocina (contrazioni eccessive delle pareti uterine), rottura d’utero; origine placentare, infarti, senescenza, idrope, distacco intempestivo di placenta normalmente inserta, placenta previa; origine cordonale, nodo vero, prolasso di funicolo, brevità assoluta, emorragia da vasi previ; origine fetale, anemia, miocardite, idrope, tachiaritmia, anomalie congenite, isoimmunizzazione, ipotensione, infezione perinatale, traumi sistema nervoso centrale, gemellarità, nascita pre o post termine, ridotta o eccessiva crescita.

Infine ci sono le cause di origine neonatale divisibili in due gruppi (Kattwinkel et al., 2002):

1) con comparsa della sintomatologia al momento della nascita: a) lesioni traumatiche del SNC, del midollo spinale, dei nervi periferici; b) depressione bulbare per impiego di dosi eccessive di anestetici nella madre; c) aspirazione di muco o di liquido amniotico nelle vie aeree del feto durante il parto; d) grave ipovolemia (da emorragie del cordone ombelicale, trasfusione feto-materna, feto-fetale).

2) con comparsa dei sintomi più tardiva: a) da fattori cardiocircolatori: insufficienza acuta di circolo nei vizi congeniti di cuore (trasposizione dei grossi vasi, atresia tricuspidale, Fallot di grado estremo, ecc.), collasso cardiocircolatorio da anemie acute (melena dei neonati, ittero grave neonatale, ematoma sottocapsulare del fegato); b) da fattori centrali: emorragie intracraniche, edema cerebrale, alterazioni anossiche cerebrali; c) da fattori respiratori: gravi affezioni respiratorie neonatali (enfisema lobare, pneumotorace spontaneo, broncopolmoniti ad ingestis, sindrome da aspirazione massiva, ateletassia, malattie delle membrane ialine polmonari).

Esperimenti compiuti sugli animali da laboratorio suggeriscono che la completa occlusione del cordone ombelicale di un feto di scimmia di durata inferiore a 10 minuti comporta un alto tasso di mortalità, legato soprattutto a deficit miocardico da ischemia, ma raramente lesioni organiche residue nei sopravvissuti. Una compressione parziale ma protratta del cordone ombelicale determina morte in molti casi ma anche, nei sopravvissuti, depressione dell’attività motoria e cardiaca, edema cerebrale, convulsioni, emorragia surrenalica e necrosi renale (Pilu et al., 1972; da Myers, 1972). Nei neonati sopravvissuti può essere presente una vasta gamma di manifestazioni cliniche. Oltre a lesioni organiche di varia natura, legate alla ipossia e alle alterazioni emodinamiche prodotte da questa (edema cerebrale, emorragie cerebrali, emorragie surrenaliche, enterocolite necrotizzante) può essere presente depressione della attività motoria e cardiaca, associata a volte a segni di ipereccitabilità e convulsioni (Pilu et al., 1988; da Ellenberg, Nelson, 1988).

Queste manifestazioni neurologiche vengono comunemente definite encefalopatia ipossico-ischemica, sono uno dei principali marcatori della paralisi cerebrale e vengono seguite da riperfusione e riossigenazione (Pilu et al., 1998; da Badawi, 1988).

Durante l’insulto ipossico-ischemico viene causato un danno neuronale primario con necrosi cellulare (Hossinan, 1983). La rianimazione neonatale e la rinnovata disponibilità di ossigeno e di flusso ematico, sebbene necessaria per limitare il danno cellulare ischemico, determina una fase di ossigenazione e riperfusione che produce un danno ritardato, secondario, neuronale. Il meccanismo ritenuto responsabile di questa fase secondaria della lesione neuronale è la produzione di radicali liberi dell’ossigeno (Mc Cord, 1985), l’ingresso del calcio intracellulare (Siesjo, 1992) e la successiva morte cellulare per apoptosi (Buttke, Sandstrom, 1994). Inoltre la presenza di convulsioni è un dato comune della encefalopatia ipossico-ischemica (Sarnat, Sarnat, 1976), e rappresenta una causa aggiuntiva di danno, producendo aumento della richiesta metabolica del sistema nervoso centrale (SNC) (Youkin et al., 1986), rilascio di neurotrasmettitori eccitatori (Mc Donald, Johnston, 1990), fluttuazioni nella pressione arteriosa sistemica (Clozel et al., 1985), ipossia ed ipercapnia.

Uno sguardo sull’universo di analogie tra la psicologia dinamica e la fisica quantistica

Nel mondo della psicoanalisi, il processo clinico di denominazione, e quindi l’identificazione del materiale inconscio, non direttamente “osservabile” prima di una analisi, è simile al processo di esame, in fisica quantistica, che determina il collasso della particella.

Lo studio della fisica quantistica genera inizialmente più dubbi che certezze, a tal punto che “chi non ne rimane sconvolto, probabilmente non l’ha capita”, come sosteneva Niels Bohr, premio Nobel per la fisica nel 1922. Tuttavia, dietro il complesso funzionamento delle particelle subatomiche che costituiscono l’atomo e dietro le teorie ed i principi che ne regolano le leggi, si nascondono delle verità dimostrate che possono avere delle implicazioni fondamentali per la psicologia.

La psicoanalisi, per molti versi, è considerata uno sforzo unico e la meccanica quantistica sembrerebbe altrettanto sui generis, unica nel suo oggetto e nelle sue conclusioni: alcuni risultati di quest’ultima potrebbero spiegare per analogia ciò che gli analisti hanno sempre esemplificato?

Nel 1924 Sigmund Freud riconobbe che la psicoanalisi è piena di contraddizioni e paradossi, che però non la invalidano dalla possibilità di essere una scienza (Freud, 1924). Qualche anno più tardi, Warner Karl Heisenberg ha osservato che i paradossi della teoria quantistica non scompaiono durante il processo di chiarificazione, ma al contrario diventano ancora più marcati ed emozionanti, rendendo la ricerca scientifica più interessante (Selleri, 1990). Si evince come i due pionieri di due mondi apparentemente lontani hanno condiviso simili convincimenti in merito al proprio oggetto di studi (Dean, 2005).

Principi di base della Fisica quantistica

Apriamo dunque una finestra verso il mondo della fisica quantistica e verso alcuni suoi assunti di base, considerando le leggi che governano il funzionamento del mondo degli atomi, o più precisamente delle sue componenti ovvero le particelle subatomiche.

Nel 1926 Bohr gettò le basi del Principio di Complementarità parlando di dualità onda-particella, intendendo dire che le entità subatomiche sono contemporaneamente onde e particelle, anche se la differenza tra le due condizioni è considerevole.

Secondo il Principio di Indeterminazione di Heisenberg, postulato nel 1927, all’atto di un’osservazione nel mondo subatomico, un elettrone verrà rilevato solo in un punto tra quelli possibili, ovvero la funzione d’onda collasserà in quel singolo punto (Salese e Bertolotti, 2005). La fisica non è in grado di prevedere quale punto verrà scelto ma può determinarne a priori solo una rosa di probabilità su certi valori definiti, da cui deriva proprio l’elemento casuale del principio di indeterminazione. Esiste quindi un limite intrinseco alla conoscibilità del mondo microscopico; per effettuare una misura su un oggetto si deve interagire con esso, modificandone automaticamente lo stato dell’oggetto stesso.

Un altro aspetto interessante è il Principio di non località, cioè il fatto che parti lontane di uno stesso sistema interagiscono tra loro istantaneamente: fu John Stewart Bell nel 1964 a discuterne in maniera chiara ed esaustiva, dimostrando matematicamente che l’ipotesi secondo cui il mondo è intrinsecamente localizzato è errata (Bertolotti, 2005). Il fenomeno più vistoso di non-località è rappresentato dall’entanglement quantistico (che significa letteralmente ingarbugliamento) che coinvolge due o più particelle generate da uno stesso processo o che si sono trovate in interazione reciproca per un certo periodo. Queste particelle rimangono in qualche modo legate indissolubilmente (entangled) nel senso che quello che accade a una di esse si ripercuote immediatamente anche sull’altra, a prescindere dalla distanza che le separa (Dzhafarov e Kujala, 2012).

Punti di contatto tra Psicoanalisi e Fisica quantistica

Nel mondo della psicoanalisi, il processo clinico di denominazione, e quindi l’identificazione del materiale inconscio, non direttamente “osservabile” prima di una analisi, è simile al processo di esame, in fisica quantistica, che determina il collasso della particella (Gargiulo, 2006).

È possibile sostenere che il collasso della funzione d’onda può essere un’utile analogia per spiegare quello che un analista o uno psicoterapeuta ad orientamento dinamico fa nella pratica clinica, quando fa un’interpretazione. Possiamo ricordare come la misurazione di una particella subatomica determina una variazione che si verifica nella nostra conoscenza quando si prende coscienza di ciò che è stato definito come il “collasso della funzione d’onda”. Questo significa che l’osservazione/ valutazione porta ad un cambiamento effettivo. Allo stesso modo, l’interpretazione clinica che avviene all’interno della relazione terapeutica basata su interventi espressivi, determina di fatto un’osservazione critica da parte del terapeuta, e quindi un cambiamento di coscienza nel paziente (Gargiulo, 2010). Ad esempio: quando un terapeuta ad orientamento psicodinamico restituisce chiarezza al paziente rispetto ad alcune sue dinamiche inconsce, aiutandolo a recuperare il materiale rimosso, questi raggiunge l’insight che può essere considerato uno degli obiettivi di tutto il processo terapeutico. Di fatto c’è un cambiamento attraverso l’intervento di un osservatore: come delle informazioni presenti nell’individuo, ma latenti, attraverso l’osservazione diventano coscienti, così l’onda, priva di una localizzazione e di una forma, diventa particella, ed è quindi riconoscibile ed osservabile: proprio come le dinamiche inconsce che diventano consce.

Ci sono inoltre buoni motivi per considerare il modus operandi della psiche molto vicino alla teorizzazioni della meccanica quantistica, più precisamente del processo primario, che consiste nella serie di regole che governano il funzionamento dell’inconscio, che è motivato da ciò che è definito dal principio del piacere (Marmer, 1999). In questo livello psichico profondo non vi è successione temporale, nel lavoro di condensazione e spostamento non vengono considerarti fra loro aspetti contraddittori e si ha trasferimento di energia da una rappresentazione all’altra. Si nota dunque come in tal modo sia possibile rileggere l’inconscio freudiano in base ai principi della fisica quantistica, per trovare parallelismi ed analogie utili (Facchini, 2011).

Matte Blanco (1975) ha saputo fornire un importante contributo sulla spiegazione del funzionamento di tale processo dell’inconscio: non lo considera il regno dell’illogico postulato da Freud, bensì il regno in cui esistono logiche non aristoteliche. Postula, quindi, l’esistenza di una bi-logica, ossia di una doppia logica:

  • la logica asimmetrica (razionale, computazionale, che segue la logica aristotelica, quindi valgono i principi di identità, di contraddizione, e del terzo escluso )
  • la logica simmetrica (non razionale, non computazionale, dove A=B, i principi precedenti non sono validi)

La logica simmetrica, che caratterizza il funzionamento dell’inconscio da lui enunciata e le sue tipiche peculiarità, ha una singolare affinità con la legge di non-località, che definisce e descrive il comportamento dei quanti, di certe proprietà delle particelle elementari (Uccelli, 2010): grazie allo spostamento ed alla condensazione, le caratteristiche attribuite ad un oggetto possono influenzare un altro oggetto.

L’assenza di contraddizione mutua, che prevede che due affermazioni che si contraddicono mutualmente possono coesistere tranquillamente in un discorso (Figà-Talamanca Dore, 1978), ha una forte analogia con il principio di complementarietà della meccanica quantistica: si parla di dualismo onda-particella per definire proprio la sua doppia natura (Marcolongo, 2000).

Anche la concezione junghiana di inconscio collettivo può essere oggetto di analogia con i paradigmi della fisica quantistica. Jung, trattando la sincronicità e subendo l’influenza di Pauli, è innanzitutto giunto alla convinzione che gli eventi sincronici della vita umana (le cosiddette coincidenze) fossero dovuti al principio parimenti sincronico insito delle leggi universali della fisica subatomica (il principio di non località) (Facchini, 2011). Quindi, esemplificando, un evento non si verifica per caso, ma è correlato ad un evento non direttamente osservabile, come la funzione d’onda di una particella è legata ad un’altra sita in uno spazio differente.

Allo stesso modo, l’inconscio collettivo e gli archetipi hanno la loro origine nelle leggi fisiche subatomiche; l’inconscio, per Jung, ha due livelli, quello personale e quello collettivo: mentre l’inconscio personale contiene i ricordi perduti e rimossi perché penosi, quello collettivo rimanda ad immagini originarie, a quelle forme di rappresentazione più antiche e generali dell’umanità, schemi di base universali, impersonali, innati, ereditarie che lui chiama archetipi (Di Maria e Formica, 2006). Questi archetipi sono, quindi, insiti in ogni individuo, ed esercitano un influenza al comportamento ed al funzionamento dell’inconscio degli individui, e di fatto la loro influenza nell’individuo è simile a quella delle particelle lontane esposta nel Principio di non località (Grandpierre, 1997).

Sembrerebbe che quest’ultimo principio, più volte citato, in qualche modo riscrive il concetto di determinismo e di causa-effetto, considerando in maniera più integrata ed olistica la realtà ed i fenomeni che la caratterizzano. La nuova visione della fisica quantistica ritiene che ogni entità esistente è una vibrazione nello spazio-tempo, in cui ciascuna vibrazione dà origine a campi/ particelle diverse, ed anche l’essere umano, nella sua integrità, non è esente da tale interpretazione (Salese e Bertolotti, 2005).

Si aprono nuovi scenari per la Psicoanalisi

Il fascino del mondo subatomico, e delle leggi che ne regolano il funzionamento, sembra capace di allontanare dalla realtà del mondo circostante. Al contrario, conoscere i principi della fisica quantistica aiuta la comprensione dell’altro, del mondo in cui viviamo, di noi stessi.

Conoscere queste leggi permette una più completa e corretta interpretazione degli eventi materiali, degli stati di funzionamento del mondo inconscio. D’altra parte, Jung già sosteneva che “Prima o poi, la fisica nucleare e la psicologia dell’inconscio si avvicineranno fra loro poiché entrambe, indipendentemente l’una dall’altra e partendo da direzioni opposte, si spingono avanti in un territorio trascendentale” (Jung, 1964).

È arrivato il momento? Condivido il pensiero di Laruffa (2012) secondo cui essere una persona altamente aperta ai nuovi paradigmi ed alla capacità di integrarli con amore per la conoscenza umana, nel rispetto della relatività del tutto, sia una responsabilità morale e professionale di chi si occupa della cura del disagio psichico e della promozione della salute mentale.

Il pedagogista e l’educatore a scuola. Intervista all’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani (APEI)

L’APEI, sin dalla sua fondazione nel 2007, ha sempre ritenuto che la scuola fosse uno dei principali ambiti di intervento del pedagogista e dell’ educatore, promuovendo un intenso lavoro culturale e di politica professionale in tutto il territorio nazionale tramite laboratori, seminari e convegni.

 

Infanzia e adolescenza: fasi sensibili dell’età evolutiva, dove l’attenzione e la cura del bambino/adolescente investono l’armonia fisica, psicologica, relazionale, e dove la cura interessa le agenzie educative per eccellenza chiamate a monitorare e stimolare lo sviluppo dell’adulto di domani, scuola e famiglia.

In un concerto di compiti evolutivi che struttureranno la personalità adulta, le figure dell’ educatore e del pedagogista assumono un ruolo essenziale nel facilitare l’attuazione del processo educativo. Quale ruolo specifico ha oggi il pedagogista a scuola, quali problemi incontra (e con questi la scuola e l’educazione nel suo complesso) in una società in cui diverse emergenze educative risultano preminenti, e in cui il bambino e l’adolescente ricercano un posto che restituisca il senso della loro esistenza?

Chi sono pedagogisti ed educatori?

I pedagogisti e gli educatori professionali socio-pedagogici sono professionisti con precise competenze scientifiche e metodologiche che intervengono nel naturale processo di crescita e di sviluppo della persona, nell’ottica dell’educazione permanente e della prevenzione​ ​educativa​ ​primaria, e puntano l’accento sulla centralità dell’alunno nel processo educativo, con uno sguardo centrato sulla persona ancor prima che sulla performance, senza il quale si sperimenta la fatica a dare risposte alle innumerevoli problematiche esistenziali, sociali, relazionali e di ricerca di senso dei bambini e degli adolescenti – spiega Samuele Amendola, educatore professionale e presidente dell’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani (APEI) per la Sicilia – L’ educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista, esperti della relazione educativa, costituiscono all’interno della scuola quelle risorse indispensabili ad attivare una rete, aiutando tutti coloro che fanno parte dell’ambiente scolastico (famiglie, docenti, extra scuola…) a dare il proprio contributo in collegialità, avendo sempre come punto di riferimento il bambino, l’alunno, protagonista del suo apprendimento e della creazione di un personale progetto di vita.

Una rete che sia responsiva alle esigenze degli alunni, che collabori per un progetto di realizzazione del Sé che investa il futuro, e che contrasti solitudini e impotenze educative.

L’importanza di fare rete

La principale criticità che oggi il contesto scolastico vive è la solitudine, solitudine degli insegnanti, spesso lasciati soli nel loro tanto difficile quanto fondamentale ruolo, ma anche solitudine dei genitori, delle famiglie. È importante quindi spezzare questa solitudine attraverso l’elaborazione di progetti comuni, attraverso la compartecipazione, attraverso il fare rete anche con il territorio. Un fare rete che agisca in senso proattivo e progettuale: in quest’ottica il pedagogista e l’ educatore, prima ancora che ricercare le cause di una determinata emergenza, intervengono su ciò che emerge o che ha bisogno di emergere in termini di progettualità educativa, di espressione e realizzazione personale, di originalità e creatività nell’ottica del pensami adulto. Quel pensami adulto di cui parlava Mario Tortello, cioè il preparare insieme all’alunno e, a tutti coloro che fanno parte del suo mondo, un progetto formativo, culturale e professionale nel quale sarà presente la visione della persona che egli sarà domani.

Un collaborare che facilita il lavoro complesso, talora frustrante, del docente e che diventa per il docente stesso momento di arricchimento professionale e personale.

Come APEI riteniamo che non sia più possibile derubricare l’educazione a un problema di emergenza estemporaneo. – continua Amendola – La scuola e la famiglia necessitano di una figura di raccordo, attenta alle biografie umane e volta ad accompagnare gli alunni senza classificarli o diagnosticarli. Chiedono dei professionisti capaci di mediare quella complessità che a volte può sembrare disorientante e difficile da gestire. Ecco perché lo Stato italiano forma pedagogisti ed educatori, per svolgere quelle funzioni che non possono essere umanamente sostenute, nella loro articolazione ricca e necessaria, dall’attuale formazione del corpo docente, ma che sono individuate come prioritarie per connettere realmente la scuola al tessuto vitale del territorio. Nella scuola c’è bisogno di ripresa della ricerca pedagogica e scientifica, di una ricerca e sperimentazione frutto dell’alleanza tra pedagogia e neurologia (neuropedagogia) con le sue ricadute didattiche; in quest’ottica la presenza di pedagogisti ed educatori a scuola consentirebbe anche agli insegnanti di avvalersi di efficaci strumenti etico-pedagogici e didattico-scientifici per svolgere al meglio le loro funzioni.

Alla luce quindi dell’importanza educativa e sociale della figura del pedagogista in che modo APEI sostiene la figura dell’ educatore a scuola?

L’APEI, sin dalla sua fondazione nel 2007, ha sempre ritenuto che la scuola fosse uno dei principali ambiti di intervento del pedagogista e dell’ educatore, promuovendo un intenso lavoro culturale e di politica professionale in tutto il territorio nazionale tramite laboratori, seminari e convegni. – conclude Amendola – Nel 2015, in occasione della consultazione del Governo per la scrittura della Riforma La Buona Scuola, l’APEI ha avanzato la proposta di prevedere in organico scolastico queste due importantissime figure: proposta che risultò essere la più votata in assoluto sul sito del Miur. Da quest’anno le professioni di educatore professionale socio-pedagogico e di pedagogista sono state riconosciute dallo Stato, con la Legge 205/2017, dove sono stati convogliati i punti essenziali del Disegno di Legge Iori, che segna uno spartiacque nel mondo delle professioni educative.

Salvatore Amendola
Salvatore Amendola – Educatore professionale e presidente dell’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani (APEI) per la Sicilia

Il tono delle interazioni sociali influenza il nostro spazio interpersonale

Lo spazio interpersonale è rappresentato da quella distanza che le persone mantengono tra sé e gli altri, la quale può esser modulata da fattori situazionali e da caratteristiche individuali. 

 

In un recente studio, condotto dai ricercatori dell’Anglia Ruskin University, dall’University College di Londra, dall’Universidad Carlos III di Madrid e dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, è stata studiata l’influenza che l’interpretazione personale dell’interazione fra terzi può avere sullo spazio interpersonale. Ovvero, come la dimensione dello spazio interpersonale varia in seguito all’ascolto di conversazioni di altre persone con contenuti neutri o aggressivi.

Lo studio sperimentale

I partecipanti allo studio, 33 soggetti di età compresa tra i 19 ed i 30 anni, hanno ascoltato due conversazioni registrare tra due persone, di cui una conversazione aggressiva ed una conversazione neutrale.

In seguito all’ascolto di ciascuna registrazione gli sperimentatori hanno misurato il livello di spazio interpersonale in cui la persona si sentiva a suo agio, attraverso una tecnica di “stop-distance”. Tale tecnica prevede una registrazione audio di passi che si avvicinano al partecipante, il quale deve chiedere di fermare la registrazione non appena i passi erano troppo vicini a loro e hanno cominciato a sentirsi a disagio. L’utilizzo della registrazione dei passi, al posto di una reale persona, è servito a rimuovere il bias di qualsiasi pregiudizio visivo basato sull’aspetto fisico.

I passi che si avvicinavano sono stati registrati in una stanza vuota e silenziosa, lunga 17,4 metri, e la registrazione è stata fatta ascoltare a 20 partecipanti (esterni allo studio principale), i quali hanno valutato il suono su una scala likert da 5 (in lontananza) a 3 (in avvicinamento) a 0 (camminare sul posto).

Per ogni condizione sono state unite le clip audio per un totale di 2 clip audio di 208 secondi circa, di cui 165 s di conversazione, 1 s di pausa e 42 s circa di passi in avvicinamento, ovvero la finestra temporale di risposta durante la quale i partecipanti potevano interrompere la registrazione in base al disagio percepito.

Risultati e Conclusioni

I risultati mostrano come i partecipanti hanno interrotto la registrazione dei passi più lontano dal proprio corpo (media 7 secondi di distanza) in seguito all’ascolto della registrazione con la conversazione aggressiva, mentre hanno tollerato maggiormente l’avvicinarsi dei passi (media 4,5 secondi di distanza), in seguito all’ascolto della conversazione dai connotati neutrali.

Questi risultati supportano l’ipotesi per la quale le persone tendono ad allontanarsi maggiormente dagli altri in seguito all’ascolto di una conversazione aggressiva.

La dottoressa Cardini, docente presso l’Anglia Ruskin University, ha affermato:

Lo spazio interpersonale è lo spazio che manteniamo tra noi e gli altri per sentirci a nostro agio. In questo studio, abbiamo dimostrato per la prima volta che il tono delle interazioni sociali influenza la dimensione di questo spazio, anche quando non siamo direttamente coinvolti nell’interazione. Abbiamo scoperto che la dimensione media dello spazio interpersonale di qualcuno diventa maggiore dopo aver ascoltato una conversazione aggressiva che si svolge nelle vicinanze. Questo è probabilmente un tentativo di mantenere una zona di sicurezza intorno a noi ed evitare qualsiasi interazione o confronto con coloro che sono coinvolti nell’aggressiva conversazione.

Appuntamento all’ Ultimo Samurai – Un’anteprima dal libro di G. Salvatore: Lo Psicoterapeuta in Bilico

Per la rubrica Ritratti – La narrativa incontra la Psicologia, in anteprima per i lettori di State of Mind un brano tratto dal nuovo libro di Giampaolo Salvatore “Lo psicoterapeuta in bilico”

 

Arrivai dieci minuti prima dell’orario dell’appuntamento. Presi posto al tavolo più lontano dalla porta d’entrata. Lessi otto volte il menù, confezionando un’espressione rapita per chi occupava il tavolo accanto al mio, per distrarli da quello che immaginavo stessero pensando: che ero un uomo sposato di mezza età che nella pausa pranzo di una giornata qualunque aspettava una semi-sconosciuta in un ristorante giapponese

 

Il ristorante giapponese L’ultimo samurai era al pianterreno di un palazzo in stile fascista perennemente inghiottito da ponteggi edili. Si affacciava sul lungomare, da cui lo divideva l’arteria del centro cittadino e la fila immobile di auto che vi transitava.

Gli automobilisti, eternamente fermi nel traffico, non potevano fare a meno di gettare uno sguardo sulle due lanterne rosse poste ai lati della porta d’entrata e sull’insegna, su cui c’era una gigantografia stilizzata di Miyamoto Musashi (i fanatici del Bushido lo riconoscevano dal fatto che impugnava due spade). Era conforme al prototipo dei ristoranti giapponesi che spuntavano come funghi. Quelli che ti offrono al tavolo il Menù fisso Teriyaki a 14,90 euro, il Menù fisso Sushi a 16,90 euro, il Menù fisso Sashimi a 19,90 euro, ecc.

Al centro della sala c’era il serpentone acciambellato del tapis roulant, con la superficie metallica che faceva scorrere le mono-porzioni di sushi e altro che venisse in mente al cuoco giapponese, che in realtà era filippino, di spacciare per pietanza del Sol Levante. Tipo il riso alla cantonese o i ravioli al vapore farciti di carne di maiale, che sono piatti tipici della cucina cinese. Ammuina culinaria che si poggia sulla tendenza dell’italiano medio a sovrapporre le culture cinese e nipponica. La presenza sul tapis roulant delle cotolette tagliate in listarelle sottili, invece, non me l’ero mai spiegata. Era l’ora di punta. Tutte le sedie davanti al serpentone erano occupate dai clienti che vedevano scorrere i piattini colorati davanti al loro sguardo svuotato di capacità decisionale, reso infantile dall’imbarazzo della scelta. Intorno al serpentone, una ventina di tavoli stipati fottendosene dei canoni del feng shui, con la tovaglia arancione hare krishna e le sedie nere con gli schienali in simil-ebano intarsiati, il cui soggetto aveva qualcosa a che vedere con dei draghi un po’ troppo arravogliati su loro stessi.

Arrivai dieci minuti prima dell’orario dell’appuntamento. Aspettai su una panchina del lungomare, fissando gli autisti fermi nel traffico che fissavano le lanterne e Miyamoto Musashi. Entrai spaccando il secondo. Presi posto al tavolo più lontano dalla porta d’entrata. Lessi otto volte il menù, confezionando un’espressione rapita per i due amici – sicuramente avvocati, tutti Rolex, pancetta ed esuberanza da uso voluttuario di cocaina alternato a maschera distensiva antirughe – che occupavano il tavolo accanto al mio, per convincerli che il motivo sostanziale del mio essere lì fosse un’indomabile curiosità per la cucina orientale.

Questo per distrarli da quello che immaginavo stessero pensando. Che ero un uomo sposato di mezza età che nella pausa pranzo di una giornata qualunque aspettava una semi-sconosciuta bona in un ristorante giapponese con la speranza di scoparsela durante la pausa pranzo di una futura giornata qualunque.

Mentre tenevo lo sguardo fermo sul menù, Nikita comparve alla periferia del mio campo visivo. Feci finta di continuare a leggere, ma avevo già inquadrato il maxi-pullover viola a collo alto che un sottile cinturone nero di pelle faceva aderire pigramente ai fianchi. La figura piccola, snella, agile. Adesso mi sembrava solo un po’ più morbida di Anne Parillaud in Nikita. Fece tre passi sulla punta dei piedi, cercando di assottigliare ancora di più il suo corpo, per passare in uno spazio stretto tra le sedie di due tavoli troppo vicini. Uno di quei gesti che avvengono in una frazione di secondo, apparentemente insignificanti; eppure ti dicono qualcosa della sostanza caratteriale di una persona. In questo caso, l’attenzione estrema a non turbare lo stato delle cose, la tendenza a rendere silenziosissima la propria esistenza. E nello stesso tempo, che tutto questo in lei era al servizio di altro. Serviva a ottenere qualcosa. Appena fu abbastanza vicina, finsi di averla appena messa a fuoco. Si era data appena un filo di trucco. Era bella, purtroppo. In quel momento ebbi la sensazione netta che gli avvocati avessero notato la caricatura del mio trasalimento e avessero capito definitivamente la suonata. Mi costrinsi a sillabare col pensiero chi-sene-fot-te!

«Mi aspetti da molto?»

«Mannòòò, assolutamente.»

Lei, con la massima naturalezza, fece durare il suo sorriso, un po’ tenero un po’ sfottente, per la manciata di secondi che impiegò nel sedersi di fronte a me. Improvvisamente, desiderai di essere a casa. Cercai di distrarmi con i vari “visto che caldo?” e “mi è sempre piaciuta la cucina giapponese”. Questo mi fece tirare avanti per almeno cinque minuti assolutamente insignificanti. Poi mi prese una botta della ribalderia un po’ scanzonata che, dall’età di diciannove anni, aveva sempre funzionato alla grande come antidoto all’imbarazzo paralizzante da ex-chiattone. E cambiai marcia.

«Allora, posso chiederti cosa ti ha spinto a inviarmi quel messaggio?» dissi.

Percepii la vibrazione che le mie parole producevano nell’urtare contro lo spessore della comunicazione formale. Avevo appena fatto una di quelle domande che possono decidere la gerarchia di dominanza in un gioco come quello che stava iniziando.

Silenzio. Nikita guardava il suo menù e mi pareva che lo mettesse pure a fuoco e stesse lì lì per scegliere. Sembrava che la mia domanda così diretta e provocatoria, il mio viraggio brusco dai convenevoli al gioco della verità, non avesse prodotto la minima perturbazione nel suo organismo. Come se avesse cambiato marcia molto prima di me, fosse già avanti e mi stesse aspettando.

«Ti ho mandato quel messaggio parecchio tempo dopo la prima volta in cui ho desiderato mandartelo» mi disse tranquilla, ma con un’inflessione del tono di voce che aggiungeva è ovvio.

«Cosa ti ha… cioè… quando esattamente me l’av… resti voluto mandare?»

Con un incacagliamento come questo ci sarebbe stata benissimo un po’ di acne giovanile.

«Beh, questo non è molto importante. Voglio dire, stabilire con precisione il momento esatto. Non credi anche tu?»

«Assolutamente» dissi, sentendomi un fesso. E cercai di recuperare terreno: «Certo che tu sei proprio la conferma vivente di quanto aveva ragione Oscar Wilde quando diceva che le donne scelgono gli uomini che le sceglieranno.»

Lei abbassò lo sguardo sugli infradito da samurai laccati che di lì a poco avremmo usato come piatti, e sulle bacchette di legno che ogni volta che mangiavo cinese o giapponese mi ricordavano la scena di Karate Kid in cui il maestro Miyagi le usa per cercare di acchiapparci una mosca senza riuscirci. Inclinò un po’ la testa e sollevò impercettibilmente il mento; un’espressione che aveva due strati di significato. Il primo: “quello che dici mi lascia leggermente perplessa”. Il secondo: “il motivo per cui quello che dici mi lascia leggermente perplessa è che potrà anche averlo detto Oscar Wilde, ma a me pare una cazzata”.

Poi disse «mah, non so se sono d’accordo… Se proprio vuoi che parliamo dei meccanismi con cui gli uomini scelgono le donne, io sono disponibile, però bada che ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente voluto.»

Inside Out: una storia su come le emozioni ci possono guidare nel percorso di cambiamento

Su State of Mind avevamo parlato della valenza psicoeducativa di Inside Out e di come il film utilizzi la teoria cognitiva della mente per spiegare le funzioni delle emozioni. Successivamente ci siamo concentrati sull’importanza della memoria e dei ricordi in Inside Out  e della valenza positiva della tristezza. Abbiamo inoltre analizzato Inside Out e il suo utilizzo come homework in psicoterapia-psicoeducazione ed il valore di questo film della Disney nel far sì che l’educazione emotiva raggiungesse il grande schermo. In un ultimo articolo, potete trovare un’anticipazione del nuovo cortometraggio basato sulle vicende di Inside Out e le nuove tappe di cambiamento nella vita dei protagonisti. (NdR).

 

Gioia, tristezza, rabbia, disgusto e paura sono i protagonisti indiscussi di Inside Out, commovente film animato che ci guida alla scoperta del valore delle nostre emozioni.

 

Una consolle, un posto di comando, dove cinque “piloti della mente” si destreggiano nel difficile compito di “monitorare” le sfide della crescita della piccola Riley.

Ed ecco che riconosciamo le cinque emozioni di base care ad Ekman, gioia, tristezza, rabbia, disgusto e paura, personaggi intenti ad “agire e reagire” alle vicende che interessano la piccola protagonista, giochi, amici, famiglia, a costituire quelle “isole della personalità” che fanno di ciascuno quello che è.

Inside Out: una storia sul cambiamento

Una storia di vita, una continuità evolutiva, quella di Riley, caratterizzata dalla vicinanza emotiva dei genitori, così come dalle amicizie costruite su un campo di ghiaccio da hockey, in cui Gioia è da considerarsi emozione predominante, punto di riferimento delle altre: fin qui tutto regolare.

Ma, come in ogni storia di vita segnata dal cambiamento, in quanto inevitabile mutamento delle condizioni esistenziali, l’imprevisto, la svolta, l’evento traumatico, insinuarsi nelle vite normali di una famiglia come tante: in Inside Out il lavoro difficile delle emozioni inizia quando arriva per Riley la notizia del trasloco, stressor di per sé in grado di destabilizzare un passato di certezze per molti versi inattaccabile, instabile come le certezze.

Da qui il repentino destabilizzarsi di un mondo interiore solido, sicuro, ecco l’essere sopraffatta da un trauma non elaborato, ecco il ribollire di emozioni mai pervenute alla coscienza, in un riemergere freudiano dell’Es, in quanto depositario delle pulsioni distruttive (e autodistruttive): rabbia, tristezza, paura prendono rapidamente il posto di gioia, finora regina indiscussa della psiche della piccola Riley, che faticherà a “riprendere il comando”, mitigando la forza annientatrice delle emozioni negative sulla scia della teorizzazione degli effetti degli eventi traumatici, negli stadi che dalla negazione e dalla rabbia giungono all’accettazione, cari alla Kubler-Ross.

Rabbia e Tristezza

Nel contrasto tra un passato perfetto e un presente inaccettabile, sotto il comando indiscusso di Rabbia, si gioca la decisione, apparentemente risolutiva, della fuga, nel tentativo di ripristinare un passato gioioso violato, dove anche a costo di “mettersi contro tutti”, sordi al dolore inaccettabile della perdita. Una Rabbia sterminatrice, frutto di una Tristezza innominabile, rifiutata, che, invece di ripristinare Gioia, ottiene l’effetto paradosso di spegnere tristemente quelle isole della personalità, caposaldo della felicità antica, come la famiglia di origine, ritenuta responsabile dell’ingiustizia o le vecchie amicizie, ree solo di continuare a percorrere la loro strada senza la piccola amica lontana.

Da qui lo svolgersi delle vicende di Rabbia e Tristezza al comando della mente, contro una Gioia che fatica a riemergere, a comprendere come riacquistare funzionalmente il comando della consolle psichica.

Sì, perché il piano di Riley appare lucido, netto, insindacabile: eliminare Tristezza, come percorso obbligato per rimettere tutto a posto, cancellando un cambiamento in quanto semplice incidente di percorso, alla fine del quale ritrovare la gioia e la serenità di un’infanzia spensierata, senza cambiamenti da accettare, senza scossoni da rielaborare.

Già, perché se cambiamento implica responsabilità, revisione di sé stessi e degli eventi, ancoraggio a una realtà cruda, ma ineliminabile, il compito evolutivo di Riley si intravede complesso, necessita di tempo (il tempo di elaborazione del lutto, appunto).
Un periodo in cui sviluppare la domanda cruciale: Davvero il mezzo per ritrovare una Gioia dispersa è fuggire dalle emozioni negative, ripudiarle? Davvero bisogna essere sempre ottimisti, felici, fiduciosi e tutto procederà per il meglio? Oppure diversamente affinché la Gioia divenga Felicità essa ha bisogno di Tristezza?

Cosa ci insegna Inside Out?

Ed ecco la sfida della psiche, la sfida che attende ciascuno di noi, a prescindere dall’età, dalle condizioni da affrontare, dall’entità delle sfide e dalla mancanza o presenza di aiuti esterni: accettare i cambiamenti in quanto inevitabili, valutando il flusso delle emozioni in senso non giudicante.

Soltanto in tal modo la tristezza può divenire esprimibile, condivisibile, perciò elaborabile, accettando il conforto degli altri e nel contempo sperimentando la propria forza nell’affrontare un dolore che si credeva insopportabile, unendosi a una comunità umana che soffre, che accetta la sofferenza e lo scacco come emozione intrinseca all’umano, contro cui non scontrarsi, ma da attraversare, per non esserne sopraffatti.

Emozioni, negative e positive, che fluiscono liberamente, che non avranno il potere di sottrarre Gioia, nella misura in cui accettazione e consapevolezza saranno assunte come vie maestre della Gioia, secondo la pratica Mindfulness promossa da John Kabat-Zinn. Poiché solo nell’accettazione della tristezza della perdita di un passato che, come tale, non può tornare, di una vita che comporta naturalmente pericoli, frustrazioni, rinunce, risiede la possibilità di re-investire le energie creative e vitali verso nuovi traguardi, nuove amicizie, progetti fruttuosi, parimenti fonte di gratificazione, canalizzando le energie psichiche e fisiche per i fini della realizzazione personale, in vista di una continuità evolutiva che non dipenda passivamente dalle traversie burrascose dell’esistenza, ma che ci veda protagonisti attivi nel senso dell’autoefficacia in divenire, secondo quanto individuato da Bandura e di un locus of control interno, che consegni a ciascuno il senso profondo della riuscita come frutto di azioni, scelte, obiettivi, controllo della propria vita.

Frequenti attacchi di collera nei bambini? Potrebbero diminuire grazie ad un maggiore controllo emotivo materno

Irritabilità, distrazione e stanchezza sono segnali di un esaurimento della capacità di controllo emotivo dei genitori. È  importante riconoscere questi segnali e rispondere ad essi concedendosi un time-out.

 

Un recente studio sulla genitorialità rileva come un maggiore controllo emotivo ed una maggiore capacità di risoluzione dei problemi (problem solving) da parte della madre possano rappresentare dei fattori protettivi rispetto allo sviluppo di problemi comportamentali infantili.

Lo studio è stato condotto da Ali Crandall ricercatrice di salute pubblica presso la Brigham Young University e da alcuni ricercatori della Johns Hopkins University e della Virginia Tech. Ali Crandall dichiara:

 Quando perdi il controllo, ciò influisce sulla tua genitorialità e quel caos influenza direttamente e indirettamente il comportamento di tuo figlio.

La ricerca

Lo studio è stato condotto su 152 madri (di età compresa tra i 21 ed i 49 anni) di bambini di età compresa tra i 3 ed i 7 anni.

Il controllo emotivo materno è stato misurato attraverso un questionario a 10 item attraverso i quali è stata misurata la frequenza con cui i partecipanti manifestavano “scoppi d’ira” o “reagiscono in modo esagerato a piccoli problemi”. Per quanto riguarda il funzionamento esecutivo, ovvero ciò che aiuta le persone a gestire la confusione e raggiungere gli obiettivi quotidiani, e che include le abilità di pianificazione, risoluzione problemi e orientamento verso ciò che è importante, è stato misurato attraverso una serie di compiti.

Successivamente alla registrazione dei livelli di controllo emotivo e di funzionamento esecutivo delle madri, i ricercatori hanno fornito ai partecipanti una serie di questionari per identificare gli atteggiamenti genitoriali ed i comportamenti dei bambini. In particolare, gli item vertevano intorno ai livelli di espressività verbale dura (dei genitori) e sulla natura e frequenza dei problemi comportamentali manifestati dai propri figli.

Dall’analisi dei dati è emerso che le madri con un controllo emotivo e cognitivo maggiore hanno segnalato meno condotte infantili problematiche (es. urlare, farsi del male o farlo agli quando non ottengono ciò che vogliono).

Allo stesso tempo è anche emerso che ad un maggiore controllo emotivo materno corrisponde una minore probabilità che esse siano verbalmente dure con i propri figli, così come ad un maggiore controllo cognitivo materno corrisponde una minor probabilità di sviluppare atteggiamenti genitoriali di controllo nei confronti dei propri figli.

Lo studio sembra dunque confermare l’ipotesi secondo cui rigidi atteggiamenti genitoriali sono fortemente associati ad una problematica condotta infantile.

Conclusioni

Dati i risultati ottenuti, per ridurre stili genitoriali duri e di controllo e di conseguenza alcuni problemi comportamentali infantili, si potrebbero predisporre interventi preventivi per aiutare le madri a migliorare la propria capacità di controllo emozionale e cognitivo.

A questo proposito il co-autore Deater-Deckard, professore presso l’University of Massachusetts Amherst, sostiene:

Irritabilità, distrazione e stanchezza sono chiari segnali di un esaurimento di autocontrollo. I genitori possono esercitarsi a riconoscere questi segnali e rispondere ad essi concedendosi un time-out – Inoltre – Dormire abbastanza, fare attività fisica e mangiare bene sono tutte cose che hanno un impatto sul nostro funzionamento esecutivo – ha detto Crandall – Dovremmo creare ambienti sani che ci aiutino a operare al meglio.

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