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Insonnia cronica: aspetti cognitivi e comportamentali

L’insonnia cronica è un disturbo molto comune (circa il 30% della popolazione ne soffre), è più frequente nelle donne e negli anziani (Burton, 2006) e può presentarsi sia come conseguenza o aspetto di un altro disturbo medico o psichiatrico (insonnia secondaria) oppure come forma indipendente e autonoma nella sua eziologia e nel suo sviluppo (insonnia primaria).

 

Le classificazioni internazionali dei disturbi del sonno definiscono l’insonnia cronica come una reiterata difficoltà ad iniziare o a mantenere il sonno associata ad un mal funzionamento diurno (cattivo umore, irritabilità, difficoltà cognitive, eccessiva sonnolenza nelle ore diurne) (Devoto & Violani, 2010). L’International Classification of Sleep Disorders (ASDA, 2005) distingue cinque forme di insonnia primaria: disturbo di insonnia da adattamento, insonnia soggettiva, insonnia da inadeguata igiene del sonno, insonnia idiopatica, insonnia psicofisiologica.

L’insonnia psicofisiologica è la più comune forma di insonnia primaria ed è quella in cui entrano maggiormente in gioco fattori di mantenimento cognitivi e comportamentali. Secondo Hauri e Fisher (1986) tale forma di insonnia cronica si svilupperebbe a causa di due elementi principali: le preoccupazioni del soggetto riguardo all’insonnia ed alcuni processi di condizionamento. Per quanto riguarda il primo aspetto occorre sottolineare come nel paziente insonne si sviluppi una sorta di problema secondario legato al fatto stesso di avere difficoltà nell’addormentamento.

 

Dall’ insonnia acuta all’ insonnia cronica

Dopo una occasionale notte insonne dovuta a motivi di stress, eventi ansiogeni o traumatici, lutti o problemi di salute, il soggetto, in prossimità dell’ora in cui abitualmente va a dormire, svilupperebbe dei pensieri intrusivi disfunzionali riguardo all’insonnia (“e se nemmeno stasera riuscissi a dormire?”, “non ci vorrebbe proprio un’altra nottata in bianco!”, “devo assolutamente riuscire a dormire”, “domani ho una giornata impegnativa, non posso permettermi di non dormire”), che hanno due conseguenze negative per il sonno: da una parte tali pensieri determinano un bias attentivo tale per cui l’attenzione si focalizza sul riuscire o meno a dormire e il soggetto si “sforza” a dormire con il risultato paradossale di rimanere sveglio in quanto il sonno è per definizione spontaneo e non a comando, dall’altra parte la preoccupazione per la possibilità di non dormire e il ricordo delle notti precedenti passate insonni determinano un eccessivo arousal emotivo, cognitivo e fisiologico che impedisce il rilassamento fisico e psichico necessario per dormire.

Dal punto di vista comportamentale invece, si sottolinea come gli stimoli interni (i pensieri, gli stati mentali) ma anche ambientali (la camera da letto, le abitudini, i rituali che precedono il sonno) si associno in breve tempo al non dormire (Devoto & Violani, 2010).

In altre parole, mentre i normodormienti associano le abitudini pre-sonno e le caratteristiche della propria stanza da letto ad uno stato di rilassamento che li predispone e li induce al sonno, le persone che soffrono di insonnia cronica associano la stanza da letto con lo stare svegli.

In conclusione si può affermare che sono le implicazioni cognitive e comportamentali a fungere da fattori di mantenimento e a far divenire insonnia cronica un’insonnia acuta e situazionale.

La psicoterapia è un’avventura. Un nuovo approccio alla cura del sé che passa dal contatto con la natura e le attività all’aperto

Nella Terapia dell’Avventura, l’avventura non è intesa solo come divertimento ma è pensata come un fare esperienza che mira ad avere profondi benefici terapeutici e permette di apprendere lezioni di vita preziose, come l’importanza di cooperare con gli altri, lavorare in gruppo e superare i propri limiti.

Alessandra Basso

 

Diversi studi recenti (Oh, B. et al., 2017; Shanahan, D., et al. 2016; Walsh,R., 2011) hanno dimostrato che l’esposizione alla natura e le attività all’aperto possono migliorare la salute mentale, alcuni sintomi e condizioni di persone che stanno attraversando, per diversi motivi, un periodo di difficoltà.

In questi ultimi anni, infatti, la filosofia e la pedagogia dell’outdoor education hanno subito un notevole sviluppo (Harris, 2000; Hattie et al., 1997; Neill, 2008; White, 2012; Zook, 1985). A questo proposito, nello specifico, si sente sempre più spesso parlare di Adventure Therapy (AT) o Terapia dell’Avventura.

Terapia dell’Avventura: di cosa si tratta?

La Terapia dell’Avventura, molto diffusa in paesi come gli Stati Uniti d’America, è una forma di terapia esperienziale che coinvolge vari tipi di attività all’aria aperta (Rusell et al., 2017). L’obiettivo di tali programmi è quello di aiutare i partecipanti a sviluppare importanti abilità di vita di cui potranno beneficiare nella loro quotidianità.

Questo tipo di progetti è particolarmente indicato per coloro i quali soffrono di patologie croniche come il diabete, la depressione, obesità o patologie neoplastiche, ma viene ampiamente utilizzata anche per progetti di prevenzione ed è adatta per tutte le età. 
Basti pensare adolescenti e adulti che provengono da lunghi ricoveri, day hospital, periodi di isolamento ospedaliero: trascorrere tempo all’aria aperta può essere divertente, eccitante e stimolante. È un ottimo modo per imparare e praticare nuovi comportamenti, per migliorare le capacità interpersonali, per affrontare le paure, per provare nuove emozioni positive.

L’avventura, quindi, non è intesa solo come divertimento ma è pensata come una vera forma di terapia che mira ad avere profondi benefici terapeutici e permette di apprendere lezioni di vita preziose, come l’importanza di cooperare con gli altri, lavorare in gruppo e superare i propri limiti.

I primi studi evidenziano i benefici della Terapia dell’Avventura

Alcuni studi dimostrano che la Terapia dell’Avventura può aumentare l’autostima degli studenti delle scuole elementari, medie e superiori (Wright, 1983), altri ancora hanno documentato effetti positivi significativi sull’autostima, sul locus of control e sulla socialità (Steinberg et al., 2001). La letteratura suggerisce che, nel complesso, gli adolescenti con varie diagnosi traggono beneficio dalla partecipazione a programmi di attività nella natura (Autry, 2001; Keats et al., 1999; Russell & Philips-Miller, 2002).

Neill (2003) ha riassunto le prove delle meta-analisi di educazione all’aria aperta, psicoterapia e istruzione, che possono essere utilizzate per aiutare a decidere l’efficacia relativa dei programmi di Terapia dell’Avventura. Uno degli obiettivi di questa terapia è incoraggiare gli adolescenti a migliorare il proprio concetto di sé come parte di una riabilitazione complessiva fisica, cognitiva, emotiva o sociale. La ricerca ad oggi ha quindi dimostrato che l’esposizione alla natura può fornire una vasta gamma di benefici per la salute mentale, relativi all’attenzione e cognizione, memoria, stress e ansia, sonno, stabilità emotiva e benessere auto-percepito o qualità della vita.

Elementi distintivi

Le attività incluse nella Terapia dell’Avventura sono molteplici come il campeggio, escursioni in montagna, arrampicata su roccia o vela: il fattore comune è quello di consentire ai partecipanti di prendere rischi calcolati ed esplorare i problemi personali in un ambiente sicuro sotto la guida di professionisti della salute mentale.

Dopo ogni attività è dedicato del tempo alla sedimentazione: il tempo di una riflessione consente ai partecipanti di acquisire un maggiore senso di consapevolezza di sé. Possono riflettere su ciò che hanno realizzato, le paure che hanno affrontato, le connessioni che hanno stabilito o le difficoltà che hanno incontrato con altri partecipanti e ciò che hanno imparato su se stessi.

Le attività utilizzate nella Terapia dell’Avventura rappresentano, quindi, una metafora delle situazioni e delle sfide che i partecipanti affrontano nel mondo reale. I terapeuti spesso incoraggiano i partecipanti a parlare o pensare alle somiglianze tra una particolare attività e le esperienze che hanno avuto nelle loro vite. Possono anche incoraggiare i partecipanti a pensare ai sentimenti e alle emozioni provate o alle conseguenze (buone o cattive) di una scelta che hanno fatto.

Dunque gli elementi chiave che caratterizzano la Terapia dell’Avventura e che la differenziano dalle altre modalità di trattamento psicoterapeutico sono l’enfasi sull’apprendimento attraverso l’esperienza, la presenza e l’interazione con la natura, la possibilità di sperimentare alcuni rischi (in condizioni di sicurezza) creando eustress (positivo risposta allo stress) e il contesto di gruppo.

La Terapia dell’Avventura in Italia

In Italia, la Terapia dell’Avventura è praticata da oltre dieci anni da Tender to Nave Italia Onlus che promuove la cultura del mare e della navigazione come strumento di riabilitazione, inclusione sociale e terapia.

I progetti, basati su questa metodologia, mirano a promuovere relazioni interpersonali, vissuti emotivi ed autonomia, aspetti caratterizzanti il costrutto dell’autostima. A bordo di Nave Italia tutti i partecipanti, entrando a far parte di un vero equipaggio della Marina Militare, navigano, si tuffano, sperimentano nuovi equilibri, convivono in spazi stretti, imparano i nodi e alzano le vele.

Nel corso degli anni alcuni studi hanno dimostrato che il confronto continuo con gli altri, con i propri limiti e con le proprie certezze, in un contesto avventuroso ed emozionante, migliora la percezione che i partecipanti hanno del proprio corpo. Autostima e sicurezza in se stessi giocano un ruolo importante nella ristrutturazione della personalità in fasi di vita rese difficili da disagio e malattia e la Terapia dell’Avventura a bordo di Nave Italia si è mostrata come una buona risorsa per coloro i quali hanno forte necessità di sperimentarsi come abili e capaci.

I risultati italiani preliminari spingono nella direzione di ampliare la numerosità campionaria e aggiungere il campione di controllo per valutare in modo più controllato l’impatto della Terapia dell’Avventura in aggiunta alle metodologie tradizionali.

I Gangli della base – Introduzione alla Psicologia

I gangli della base si trovano alla base dell’encefalo e sono costituiti da 4 formazioni principali: lo striato, il globus pallidus, la substantia nigra e il nucleo subtalamico.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

I gangli della base – Lo striato

Lo striato è una grande struttura nervosa, percorsa da strie che lo caratterizzano e ne determinano il nome. Esso si divide in striato dorsale, costituito dal nucleo caudato e dal putamen che controllano l’attività motoria, e striato ventrale, formato dal nucleo accumbens, l’amigdala, l’ippocampo e le aree corticali, tutte strutture deputate alla modulazione delle emozioni, della memoria, del comportamento e dell’esperienza cosciente.

Lo striato è formato prevalentemente da neuroni dopaminergici che proiettano dal mesencefalo. Esso riceve afferenze dai nuclei della base, dalla corteccia cerebrale, dal talamo e dal tronco dell’encefalo. Invece, diverse aree della corteccia cerebrale inviano proiezioni eccitatorie e glutammatergiche a specifiche zone che lo costituiscono.

Lo striato, dunque, è formato da diversi tipi cellulari, di cui la maggior parte a proiezione gabaergici. Generalmente, sono neuroni silenti, che si attivano solo in seguito all’attuazione di un movimento o dopo l’applicazione di stimoli periferici. Lo striato è anche costituito da interneuroni locali inibitori che riescono a ridurre l’attività dei neuroni efferenti e determinano la maggior gran parte dell’attività tonica dello striato.

Lo striato riceve anche segnali eccitatori dai nuclei intralaminari del talamo e dai nuclei del rafe.

I neuroni dello striato proiettano, invece, al globus pallidus e alla substantia nigra.

Lo striato, ancora, proietta informazioni attraverso due vie efferenti: una via detta diretta che è eccitatoria ed una via indiretta di tipo inibitorio.

I gangli della base – Il globus pallidus

Il globus pallidus è una struttura subcorticale caratterizzata da corpi cellulari neuronali situati alla base del proencefalo. Il globus pallidus è formato da una parte interna o mediale ed esterna o laterale, queste due parti sono divise, l’una dall’altra, dalla lamina midollare mediale. Invece, la capsula interna corre medialmente al nucleo lentiforme, l’arto posteriore della capsula interna separa il talamo dal nucleo lentiforme e l’arto anteriore della capsula interna separa il putamen dalla testa del nucleo caudato.

II globus pallidus è coinvolto nella regolazione del movimento volontario e in particolare svolge una funzione principalmente inibitoria che equilibra l’azione eccitatoria del cervelletto. Questi due sistemi si sono evoluti per consentire movimenti fluidi e controllati. Gli squilibri possono causare tremori e altri problemi di movimento, come si è visto in alcune persone con disturbi neurologici progressivi caratterizzati da sintomi come tremori.

I gangli della base – La substanzia nigra

La substantia nigra è una struttura formata da parti molto scure da cui prende il nome. Essa è posta nel mesencefalo e si divide in due parti aventi connessioni con aree diverse e svolgono funzioni differenti. Queste due parti sono la pars compacta, che è costituita da fibre efferenti che utilizzano la dopamina, e da neuroni gabaergici che trasmettono i segnali elaborati finali dei gangli basali al talamo e al collicolo superiore; e la pars reticulata è implicata nel controllo del movimento in maniera indirettamente tramite lo striato, è coinvolta nelle risposte apprese agli stimoli, nell’apprendimento spaziale, nell’elaborazione temporale attivata durante la riproduzione del tempo.

La substantia nigra, inoltre, svolge un importante ruolo nell’esecuzione dei movimenti oculari, nella pianificazione motoria, nella ricerca di ricompense, nell’apprendimento e nella dipendenza. Molti effetti della substantia nigra sono mediati dallo striato, che attraverso la via nigrostriatale svolge diverse funzioni legati al movimento e un suo deficit determina problemi relaativi alla patologia di Parkinson. Inoltre, la substantia nigra svolge la funzione di inibizione del GABA in varie sede cerebrali.

I gangli della base – Il nucleo subtalamico

Il subtalamo è una porzione del diencefalo che si trova ventralmente al talamo, sotto il solco ipotalamico, lateralmente all’ipotalamo e tra il mesencefalo e il diencefalo. In basso il subtalamo continua con la callotta del mesencefalo; infatti la parte superiore della sostanza nera e del nucleo rosso sporgono nel subtalamo stesso. Lateralmente comunica con la capsula interna che lo separa dal nucleo lenticolare.

Il nucleo subtalamico è composto da sostanza grigia compresa nel nucleo di luys che consiste in un piccolo nucleo a forma di lente biconvessa posto in prossimità della capsula interna, in rapporto sia con la sostanza nera che col nucleo rosso.

Questo nucleo riceve afferenze dalla corteccia frontale, dai nuclei intralaminari del talamo, dal pallido esterno e dal nucleo peduncolopontino. Inoltre, invia efferenze al globo pallido, alla sostanza nera e anche al nucleo peduncolopontino. Il nucleo subtalamico di Luys si può suddividere in:

  1. Parte postero-mediale, implicata nelle funzioni motorie
  2. Parte ventro-mediale che ha funzione associativa
  3. Parte mediale che appartiene al sistema limbico

Inoltre, è coinvolto nell’avvio della deambulazione e della progressione in avanti, per questo rappresenta il centro del sistema extrapiramidale.

L’altra parte del nucleo subtalamico è definita zona incerta, ovvero un raggruppamento nucleare di cui non si conoscono le reali funzioni. Esso costituisce il prolungamento della formazione reticolare del mesencefalo e sembra essere coinvolta nella regolazione dell’assunzione di acqua, quindi importante nel bilancio idrico.

Nel nucleo subtalamico è presente anche la sostanza bianca rappresentata dai fasci e dal lemnisco mediale, spinale, trigeminale e gustativo che attraversano proprio questa area per arrivare al talamo.

Conclusioni

Per concludere, i gangli della base attraverso le interazioni con la corteccia cerebrale contribuiscono al movimento volontario e ad altre forme di comportamento come le funzioni scheletro-motorie, oculomotorie, cognitive ed emozionali. Ad esempio, in alcuni individui colpiti da morbo di Huntington è stato osservato che alcune lesioni a livello dei nuclei della base producono danni emotivi e cognitivi negativi.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

VeriPol: un sistema di predizione della menzogna utilizzato dalla polizia spagnola per individuare e contrastare le false testimonianze

Secondo le evidenze empiriche pubblicate sul journal Knowledge-based Systems e ottenute dall’università di Madrid in collaborazione con “La Sapienza” di Roma e il ministero degli interni spagnolo, sarebbe possibile riconoscere un resoconto vero di una rapina da uno falso, esclusivamente basandosi sulle parole utilizzate nel resoconto stesso (Quijano-Sánchez, Liberatore, Camacho-Collados et al., 2018).

 

In che modo le persone mentono agli agenti di polizia e come è strutturato un resoconto veritiero di un accadimento criminale come ad esempio una rapina, rispetto ad uno stesso ma falso?

Per rispondere a questa domanda nel 2017 i commissariati di polizia di Murcia e Malaga in Spagna si sono dotati per primi di un algoritmo in grado di processare il linguaggio naturale (NLP; Hirschberg & Manning, 2015) in combinazione con un sistema di Machine Learning (Jordan & Mitchell, 2015) in grado di analizzare il contenuto e la struttura di un resoconto di una rapina e valutarne il grado di falsità con un alto livello di precisione, superiore al 91%.

L’algoritmo, denominato VeriPol, segnala agli agenti di polizia le parole “sospette” di un resoconto appena costruito dal sospettato, dalla vittima o da un testimone del reato.

L’apporto di Quijano-Sánchez, Liberatore e Camacho-Collados (2018) dell’università di Madrid ha infatti evidenziato come i resoconti e le testimonianze falsi siano costituiti nel corso della narrazione da specifici pattern, che li rendono per l’appunto falsi, e che l’algoritmo è in grado di rilevare.

In particolare per i report sulle rapine, i ricercatori hanno mostrato come quelli veritieri presentino solitamente molti dettagli, descrizioni e informazioni personali, diversamente da quelli falsi che invece sono caratterizzati per la maggior parte da brevi descrizioni, dall’impossibilità di fornire informazioni precise sul luogo e il momento in cui è avvenuto l’incidente, sull’aggressore e sui probabili testimoni e si focalizzino maggiormente sull’oggetto rubato e meno sull’aggressione perpetuata per poterlo ottenere.

I report veritieri, inoltre, adottano un linguaggio più concreto e preciso e hanno configurazioni temporali e spaziali verificabili nell’immediato e meno autoreferenziali.

Come funziona VeriPol

Veripol (Quijano-Sánchez, Liberatore, Camacho-Collados et al., 2018) è in grado di analizzare il contenuto del resoconto ed estrarre tre principali aspetti che, secondo i ricercatori, ne caratterizzerebbero la veridicità: come si è svolta l’aggressione a scopo di rapina, la morfosintassi generale del report e la quantità di dettagli.

Un’alta frequenza di verbi al gerundio, all’infinito, di pronomi personali e dimostrativi sarebbe segnale di una presenza molto precisa nella descrizione tramite “story telling” di un’interazione tra gli attori e l’avvenimento, tra la vittima, l’aggressore e la rapina e di conseguenza appare veritiero.

L’alta frequenza di congiunzioni subordinate, di verbi all’infinito sarebbero al contrario un segnale di una mancanza di informazioni o di conoscenza dei fatti molto parziale e generale.

Quali sono i vantaggi di VeriPol?

L’esistenza di uno strumento in grado di rilevare la falsità di una testimonianza e allo stesso tempo di fornire un modello predittivo della menzogna ha il vantaggio di incoraggiare i cittadini, se correttamente informati, a non fornire report falsi, a migliorare le risorse limitate, attualmente in possesso agli agenti della polizia, e a creare un database con una percentuale ridotta di testimonianze false o troppo generali.

In conclusione dello studio che supporta i sorprendenti risultati ottenuti grazie all’utilizzo di VeriPol, i ricercatori sottolineano la necessità di estendere lo strumento a tutti i tipi di agenti investigativi e di poterlo in futuro utilizzare anche per altri reati, non solo per rapine.

La mente bipartita – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr 27

In molte scelte della vita la persona si tormenta se seguire ciò che gli sembra buono e giusto o ciò che gli piace. Ma cosa muove davvero la nostra mente? 

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – La mente bipartita (Nr. 27)

 

Ancorchè falsa, è molto diffusa una concezione bipartita della mente che ipotizza una parte razionale, misurata, saggia che, se al timone condurrebbe l’individuo verso ciò che più gli conviene per il suo reale bene (la chiameremo S che sta per “saputello”) ed un’altra parte dominata dalle emozioni, impulsiva e incontrollabile che conduce necessariamente alla catastrofe (la chiameremo B che sta per “bestiaccia”).

Grossolanamente si presume altresì che la prima sia cosciente, segua il principio di realtà e sia localizzata prevalentemente nelle nobili parti frontali della corteccia cerebrale, ultimo prodotto dell’evoluzione cerebrale. La seconda invece si ritiene prevalentemente inconscia, capace solo di scegliere in base al principio del piacere e domiciliata nelle parti più primitive del cervello che condividiamo anche con molti animali.

Il rapporto tra le due è immaginato come una continua lotta per prevalere nella gestione del comportamento.

A volere la psicoterapia è in genere Saputello, con la richiesta di addomesticare Bestia (il terapista domatore) o perlomeno di garantire un negoziato (il terapista arbitro o notaio).

Secondo la teoria cognitivista la dicotomia è inesistente e le emozioni sono il frutto proprio delle valutazioni più o meno coscienti. Forse sarebbe meglio superarla ancora di più non mettendo neppure in relazione di causa-effetto i due fenomeni, ma considerando le emozioni delle valutazioni incarnate e il pensiero un’emozione chiacchierata.

In molte scelte della vita la persona si tormenta se seguire ciò che gli sembra buono e giusto o ciò che gli piace. Se dunque si potesse dimostrare che le due cose non sono affatto diverse, molti tormenti potrebbero rottamarsi. Non c’è dubbio che molti comportamenti e piani di vita siano guidati da ciò che procura emozioni positive e piaceri piuttosto che da ciò che apparirebbe conveniente, ma possiamo ipotizzare che tale dicotomia sia solo apparente e di basso livello e che se si sale di livello ciò che piace coincida esattamente con ciò che alla lunga conviene (quantunque nell’immediato possa comportare qualche mal di pancia).

Personalmente ritengo che sia stata semplicemente l’evoluzione, ma può essere più esplicativo e pittoresco immaginarsi un creatore che sfiduciato nel buon senso dei viventi e preoccupato per le loro distrazioni che per garantirsi il successo della vita (e che dunque i singoli individui sopravvivano e si riproducano) abbia marcato l’itinerario che conduce alla vita, con una serie di piaceri attrattori come le briciole di Pollicino e ha disseminato il percorso verso la morte con dolorosi dissuasori, come il tunnel degli orrori al Luna Park. Mi piace pensarlo a rimuginare preoccupato “Ma questi sciagurati si ricorderanno sempre di mangiare e di bere? Meglio dargli la sgradevole sete e la sgradevole fame e fare in modo che mangiare e bere sia un godimento”. Avuta questa prima idea il format è stato poi esteso dandoci il fastidio per il troppo freddo, il troppo caldo e il piacere per un morbido tepore. Per stare attenti ai predatori ci ha dato la paura. Restava l’aspetto più decisivo della riproduzione, complicato dal fatto che necessitava della cooperazione contemporanea di due viventi: come convocarli e convincerli? Tormentato dalla preoccupazione che si dimenticassero di scopare (non ricordo esattamente il termine aramaico) si è superato, non si è regolato ed ha messo a punto il piacere perfetto, talmente grande che va necessariamente spartito con un altro. A dire il vero però ha scopiazzato dalle precedenti trovate e ha fatto un minestrone mischiando un pò tutti i piaceri con un risultato sorprendente: il mangiare, il bere, il tepore, la protezione, la morbidezza.

È chiaro che i singoli individui quando mangiano non perseguono lo scopo dell’omeostasi glicemica e lo fanno solo perché è buono; e solo raramente quando fanno l’amore sono interessati alla perpetuazione della propria popolazione esogamica, lo fanno perché è bellissimo, ma in realtà le due cose coincidono.

Gli esseri umani dunque quando seguono il piacere sono in realtà guidati da una saggezza profonda e antica, sovraindividuale e orientata alla promozione della vita di gran lunga più stabile delle valutazioni di Saputello, le quali sono molto influenzate dalle mode culturali che quantunque, nel momento in cui si vi è immersi, appaiano verità assolute ed eterne nella storia complessiva della vita nell’universo, non sono altro che fragili e transitori tentativi di adattamento, presto sostituiti da un nuovo paradigma.

Insomma la Bestiaccia disarciona quasi sempre Saputello ma scossa (così si dice di un cavallo del Palio che perde il fantino) arriva comunque alla meta perché la sa davvero lunga e l’universo intero, che ci sia o meno il Creatore in tribuna d’onore, fa il tifo per lei.

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Gli interventi e gli effetti della musicoterapia nelle demenze

L’aumento della popolazione anziana e l’allungamento della vita media ha comportato un incremento delle patologie legate all’invecchiamento, come ad esempio le demenze che rappresentano ormai una delle più grandi sfide di salute per l’umanità. La musicoterpia sembra essere un efficace strumento di cura

Federica Aloisio  – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

La demenza è una sindrome clinica con differenti cause, caratterizzata dal deterioramento delle funzioni cognitive, comportamentali, sociali ed emozionali

(Van der Steen J.T. et al., 2017).

I sintomi possono essere raggruppati in tre grandi ambiti: aspetti cognitivi, aspetti funzionali e sintomi neuropsichiatrici. Il declino cognitivo può coinvolgere diverse aree: la memoria, il linguaggio, l’apprendimento, le funzioni esecutive, l’attenzione, il movimento, la cognizione sociale (APA, 2013). La forma di demenza più comune è quella di Alzheimer: il numero di persone che ne sono affette

ha raggiunto oltre 35 milioni in tutto il mondo nel 2013, e questo numero è stimato a triplicare nel 2050

(Hosseini S. M. et al., 2014).

Interventi di natura medica hanno dimostrato una limitata efficacia nel rallentare il declino cognitivo e, come riportato in letteratura, allo stato attuale non esiste un trattamento farmacologico capace di curare la demenza di Alzheimer (Algar K. et al., 2016).

Musicoterapia per la demenza

La limitata efficacia dei trattamenti farmacologici e la plasticità del cervello umano sono le due maggiori spiegazioni dell’interesse crescente per i trattamenti non-farmacologici che hanno lo scopo principale di sostenere ed attivare quelle funzioni mentali non completamente deteriorate, intervenendo sulle potenzialità residue e sul miglioramento della qualità di vita (Mendiola-Precoma J. et al., 2016; Fusar-Poli L. et al., 2017).

Uno dei più comuni approcci non farmacologici per il trattamento dei sintomi neuropsichiatrici, comportamentali e psicologici della demenza è l’uso della musica (Mitchell G. & Agnelli J., 2015).

L’utilizzo dell’effetto piacevole e rilassante, in alcuni casi “terapeutico”, della musica nelle persone malate affonda le sue radici in tempi molto lontani; esso nasce e si sviluppa prevalentemente in ambiente psichiatrico, ma ha allargato i suoi confini di applicazione alla geriatria e alla vasta problematica delle demenze.

La musica è caratterizzata da due aspetti positivi: il primo è la grande influenza che essa può avere sul tono dell’umore; il secondo aspetto è il forte potere mnestico in quanto riascoltare un brano può evocare con molta precisione un episodio della vita, ricostituendo il ricordo sia nella sua complessità cognitiva che emozionale

(Villani D. & Raglio A., 2004).

La musicoterapia, che fa parte delle Arti-Terapie, è un intervento non farmacologico che mira ad aumentare il benessere emotivo attraverso la stimolazione cognitiva e l’interazione sociale

(Craig J., 2014).

Musicoterapia: tipi ed effetti

Gli interventi di musicoterapia possono essere individuali o di gruppo e attivi o recettivi: attivi, in cui i pazienti sono invitati a fare esperienze dirette e creative; recettivi, dove viene privilegiato l’ascolto e l’aspetto della verbalizzazione successiva (Garrido S. et al., 2017). A tal proposito un recente studio mette in evidenza che l’intervento di musicoterapia recettiva è più efficace per alleviare i sintomi comportamentali e psicologici della demenza (Tsoi K.K et al., 2018).

Nonostante le difficoltà dovute al deterioramento cognitivo il mezzo sonoro-musicale costituisce una via privilegiata per arrivare direttamente al cuore e stimolare le parti sane del cervello delle persone interessate. Infatti, il paziente con demenza sembra conservare intatte certe abilità e competenze musicali fondamentali (intonazione, sincronia ritmica, senso della tonalità) come ha rilevato lo studio di Jacobsen in cui si evince che la memoria musicale si mantiene intatta più a lungo prima di essere intaccata da deterioramento cognitivo (Jacobsen J.H. et al., 2015).

Molti sono gli studi a supporto dell’applicazione della musicoterapia alla demenza.

Villani e Raglio sostengono che il suono e la musica attivino modalità espressive e relazionali arcaiche e che l’utilizzo della musicoterapia nella malattia di Alzheimer

può migliorare gli aspetti relazionali e ridurre i disturbi del comportamento

(Villani D. & Raglio A., 2004).

Esistono pubblicazioni in merito ad attività di musicoterapia svolte con malati di Alzheimer le quali dimostrano che gli stessi pazienti ne traggono benefici per diversi aspetti: la memoria a breve termine, il tono dell’umore, l’orientamento spazio-temporale, il senso di identità, le competenze espressive e relazionali.

Musicoterapia per la demenza: effetti sui sintomi comportamentali

Finora la ricerca si è concentrata principalmente sui sintomi comportamentali e psicologici della demenza (ovvero “BPSD”, da Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia), come agitazione, aggressione, irritabilità, depressione o apatia. I risultati sono promettenti, mostrando un effetto positivo su questi sintomi comportamentali (Ueda T. et al., 2013).

Nello specifico l’agitazione è un problema comportamentale molto comune nei pazienti con demenza e comprende una varietà di condotte quali ripetitività, irrequietezza, vagabondaggio ed aggressività. A tal proposito la revisione di Pedersen ha indagato la sua reale efficacia su questo tipo di sintomatologia; sono stati analizzati sia studi in cui era necessaria la partecipazione attiva del malato (cantare, ballare, battere le mani o suonare uno strumento) sia interventi di tipo ricettivo in cui al partecipante si chiedeva solamente di ascoltare musica. Nonostante il numero esiguo degli studi presi in considerazione è emerso che gli interventi musicali sono significativamente efficaci nel ridurre l’agitazione in questo tipo di pazienti (Pedersen S.K. et al., 2017).

In altri studi, la terapia musicale ha dimostrato di migliorare nei pazienti con demenza Alzheimer di grado lieve-moderato la memoria, l’orientamento e i sintomi ansioso-depressivi (Gallego & García, 2017). Un altro studio sottolinea come l’uso di strumenti a percussione da parte di anziani dementi istituzionalizzati è in grado di abbassare il livello di ansia sebbene il livello di agitazione sia rimasto invariato (Sung et al., 2012).

Seppure con qualche limitazione appare evidente che diversi studi nella letteratura avvalorano l’efficacia dell’approccio musicoterapeutico, soprattutto nei disturbi psico-comportamentali nelle demenze

In un recentissimo studio viene riportato che elevati livelli di cortisolo, l’ormone di regolazione dello stress, è associato a compromissioni cognitive. Quando il cortisolo è costantemente alto, la funzione cognitiva è compromessa e un alto livello di stress cronico induce depressione e ansia a livello psicologico (de la Rubia Ortì et al., 2018). I risultati dello studio del 2018 hanno dimostrato che dopo la musicoterapia i livelli di cortisolo decrescono e quindi diminuiscono significativamente il livello di stress, depressione e ansia, stabilendo una correlazione lineare tra la variazione di queste variabili e la variazione di cortisolo.

Musicoterapia per demenza: gli effetti sulle funzioni cognitive

Per quanto riguarda gli effetti della musicoterapia sulle funzioni cognitive, le ricerche hanno dimostrato che questo tipo di intervento può proteggere le funzioni cognitive nella demenza di tipo Alzheimer specialmente la memoria autobiografica ed episodica, la velocità psicomotoria, le funzioni esecutive e la cognizione globale (Herholz S.C. et al., 2013).

Lo studio di Chu e colleghi del 2014 ha dimostrato che la musicoterapia di gruppo, oltre a ridurre la depressione nelle persone affette da demenza, ritarda il deterioramento delle funzioni cognitive, in particolare della memoria a breve termine. Inoltre Gallego e altri ricercatori hanno osservato dei miglioramenti cognitivi dopo sei settimane di intervento di musicoterapia in particolare sulla memoria e l’orientamento (Gallego & García, 2017).

Nonostante le varie ricerche che forniscono prove dell’efficacia della musicoterapia nel preservare le funzioni cognitive nella demenza, in particolare di Alzheimer, i risultati non sono abbastanza convincenti: si ha bisogno di più studi clinici non solo per verificare l’effetto immediato, ma soprattutto quello a lungo termine (Fang R. et al., 2017; Van der Steen J.T. et al., 2017).

In aggiunta Fang afferma che la musicoterapia deve essere considerata una terapia complementare nel trattamento della demenza: gli interventi farmacologici non possono essere interrotti durante un intervento riabilitativo di musica e la musicoterapia deve essere avviata il più presto possibile in quanto l’effetto terapeutico della musica per la protezione delle funzioni cognitive non è significativo quando il grado di demenza è severo.

Un altro lavoro che mette in evidenza i limiti della musicoterapia, in particolare sulla cognizione, è la meta-analisi di Fusar-Poli che ha preso in considerazione non solo la cognizione globale, ma funzioni cognitive più specifiche come l’attenzione, il linguaggio, la memoria e l’abilità percettivo-motoria non evidenziando alcun effetto positivo su questi dominii (Fusar-Poli L. et al., 2017).

Quest’ultimo studio ha tuttavia dimostrato, in linea con quanto emerso da altre precedenti ricerche, che la musica è strettamente associata a forti sensazioni emotive e infatti attiva il sistema limbico che è coinvolto sia nella regolazione delle emozioni che nel controllo della memoria. Inoltre, il rapporto tra emozioni e musica può diventare molto più forte quando un professionista esperto è coinvolto nel trattamento (Fusar-Poli L. et al., 2017).

In conclusione si può asserire che la musicoterapia è un valido intervento complementare per il trattamento delle demenze, in particolare per i suoi effetti vantaggiosi sui sintomi comportamentali e psicologici, così come per il suo ruolo sociale ed emotivo. I possibili effetti sulla cognizione meriterebbero, invece, di essere meglio esaminati con studi e campioni più grandi, al fine di poter appurare l’efficacia della terapia musicale su tutti i piani, da quello psicologico-comportamentale a quello cognitivo, per un miglioramento complessivo della qualità di vita del paziente demente.

Quale emozione sto provando? Le difficoltà degli adolescenti nel riconoscere e discriminare le proprie emozioni

L’abilità di differenziazione emotiva, ovvero la capacità di discriminare i diversi tipi di emozione, varia in base alla fase di sviluppo.

 

Secondo una recente ricerca, gli adolescenti distinguono le emozioni negative in modo diverso rispetto ai bambini e agli adulti. Lo studio mostra come le esperienze emozionali varino a seconda dell’età e risponde al perché l’adolescenza risulta essere un periodo particolarmente vulnerabile nello sviluppo emotivo.

Lo studio sperimentale

Lo studio, pubblicato su Psychological Science, prevedeva la somministrazione di un compito di differenziazione emotiva a 143 partecipanti di età compresa tra 5 e 25 anni. I soggetti posti di fronte a diverse immagini raffiguranti scenari negativi, dovevano scegliere tra reazione emotive quali rabbia, tristezza, disgusto, paura e agitazione e quantificare l’intensità dell’emozione provata su una scala da 0 (per nulla) a 100 (moltissimo) in risposta a ciascuna figura.

Lo psicologo Erik Nook della Harvard University e autore dello studio afferma:

Abbiamo trovato una traiettoria di sviluppo piuttosto interessante per quanto riguarda la differenziazione delle emozioni. I bambini tendono a riferire di provare una sola emozione alla volta, gli adolescenti invece iniziano a sperimentare più emozioni contemporaneamente mentre gli adulti non presentano difficoltà nel differenziare le diverse emozioni che provano.

I risultati hanno mostrato una traiettoria di sviluppo non lineare riguardo la differenziazione delle emozioni negative: la capacità di differenziazione emotiva diminuisce in adolescenza rispetto all’infanzia per innalzarsi di nuovo con il passaggio nella prima età adulta. 
Come l’autore spiega, l’infanzia appare caratterizzata dalla tendenza ad indicare una sola risposta emotiva; al contrario gli adolescenti dichiarano di sperimentare diverse emozioni contemporaneamente senza però essere in grado di distinguerle. La scarsa differenziazione emotiva osservata in adolescenza potrebbe derivare dal fatto che i soggetti adolescenti sono poco abili nel concettualizzare le emozioni concomitanti, cosa che invece avviene in età adulta.

Nook spiega anche perché l’adolescenza sembra essere un periodo particolarmente complesso dal punto di vista emotivo: “L’adolescenza è un periodo di rischio elevato per l’inizio della psicopatologia. Grazie a questo studio sappiamo che è anche un periodo di maggiore confusione sul versante emotivo. Sarebbe interessante indagare la possibile correlazione esistente tra malattia mentale e instabilità emotiva: c’è il rischio che l’aumento di emozioni sperimentate in questo periodo renda più complicata la loro differenziazione e regolazione e che questo contribuisca allo sviluppo di disturbi mentali” e conclude “Spero che le nostre scoperte possano aiutare a chiarire il modo in cui la differenziazione emotiva varia nel corso dello sviluppo e quanto questo processo appaia complicato nello stadio adolescenziale”.

Disarmare il Narcisista

Disarmare il Narcisista: un manuale chiaro e pratico che ci aiuta passo passo a capire che “tipo” di narcisista abbiamo davanti e come poter superare gli ostacoli che nascono nella relazione, partendo dal presupposto che i nostri sforzi non devono andare nell’ottica del cambiamento del narcisista, ma piuttosto nell’ottica del cambiamento delle dinamiche della relazione.

 

Chi può dire di non avere mai incontrato nella propria vita un narcisista? Che sia il fratello, il fidanzato, il figlio, il collega di lavoro o una persona vicina a noi. Chi non si è almeno una volta sentito schiacciato? Chi non si è mai arrabbiato? Tutti abbiamo esperienza più o meno chiara di quanto sia difficile avere a che fare con un narcisista, di quanto sia difficile comunicare, farsi capire e ascoltare, rompere le difese che ostacolano un rapporto affettivo sereno, che ostacolano la “messa in circolo delle emozioni” .

Con 25 anni di formazione alle spalle e numerose certificazioni, Wendy Behary è fondatrice e direttrice del Cognitive Therapy Center del New Jersey e del The New Jersey Institute for Schema Therapy. E’ Presidente del comitato esecutivo della Società Internazionale di Schema Therapy (ISST).

Come esperta sul disturbo narcisistico di personalità ha pubblicato e collaborato alla redazione di numerosi testi scientifici sul tema. Tra questi anche “Disarmare il Narcisista” un manuale chiaro e pratico che ci aiuta passo passo a capire che “tipo” di narcisista abbiamo davanti e come poter superare gli ostacoli che nascono nella relazione, partendo dal presupposto che i nostri sforzi non devono andare nell’ottica del cambiamento del narcisista, ma piuttosto nell’ottica del cambiamento delle dinamiche della relazione.

È un libro che fornisce sia ai terapeuti che ai pazienti diversi strumenti per migliorare la conoscenza di sé stessi e imparare a “disarmare” il narcisista,  imparando a gestire la relazione in modo più consapevole senza subire la personalità dell’altro. In questo libro Wendy Behary ci fornisce un importante kit di strumenti pratici che ci aiutano a capire come gestire le sfide emotive che subentrano quando ci relazioniamo con qualcuno che non si relaziona con noi, così come accade con il narcisista.

Vincente in questo libro il fatto che l’autrice utilizza la cornice teorica sia della Schema therapy sia della neurobiologia interpersonale per far arrivare chiaro al lettore come il narcisista veda il mondo e quale sia la connessione tra relazioni interpersonali, mente e cervello. Ci spiega in modo comprensibile e semplice come le componenti biologiche combinate con le esperienze precoci possano plasmare in modo anche drammatico le nostre impressioni e le nostre credenze, e così diventa chiaro per il lettore come gli schemi maladattivi precoci possano essere simili a un boomerang che lo riporta spesso al punto di partenza nonostante i suoi sforzi.

Molto bello il quadro che fa l’autrice del narcisista, un cavaliere maestro d’illusione, e molto utile l’esercizio presentato nella parte iniziale del libro che aiuta a identificare con quale tipo di narcisista si ha a che fare. Un importante riflettore viene posto sulla connessione emotiva come possibile via di soluzione della relazione, come motore per un cambiamento emotivo e mentale.

Il lettore è accompagnato nel capire come molto spesso gli ostacoli che gli impediscono di relazionarsi con il narcisista siano le proprie esperienze di vita e caratteristiche biologiche, e quindi i propri schemi. Molti sono gli strumenti, che con la lettura di questo libro, si acquisiscono per imparare a riconoscere e anticipare il momento in cui si rischia di cadere nei vecchi schemi maladattivi, dando maggior respiro e importanza alle sensazioni somatiche del momento.

Un passaggio verso l’apprendimento delle abilità di mindfulness come primo step del cambiamento, e tanti altri strumenti che accompagnano nel lungo e faticoso percorso di cambiamento della modalità di relazione, il confronto empatico, la compassione, lo stabilire dei limiti. E infine ancora l’autrice fa chiarezza su quali sono le strategie di comunicazioni maggiormente efficaci con il narcisista.

Un libro sicuramente da leggere non solo per chi ha a che fare con un narcisista, ma poi chi non ha a che fare almeno con un narcisista, ma anche per chi ha voglia di fermarsi a riflettere sui propri schemi e intraprendere un viaggio pieno di possibili spunti e strumenti per la conoscenza del sé e per migliorare le proprie relazioni.

Attività ludica infantile: dalla dimensione psicologica alle connotazioni neurobiologiche

L’attività ludica è presente nell’infante già dalle primissime fasi del suo sviluppo. Nel piccolo il gioco agevola l’acquisizione di abilità sociali e cognitive, favorisce il raggiungimento della competenza linguistica ed emotiva.

L’attività ludica è presente nell’infante già dalle primissime fasi del suo sviluppo. Nel piccolo il gioco agevola l’acquisizione di abilità sociali e cognitive, favorisce il raggiungimento della competenza linguistica ed emotiva. Nel gioco infantile si possono riconoscere differenti morfologie: ognuna con una finalità differente. Dal punto di vista sociale, la modalità di gioco cambia nel corso del tempo. Inizialmente il gioco dell’infante si situa nel rapporto diadico con la madre, successivamente il gioco dell’infante diviene triadico, ovvero si crea una triade ludica formata dalla mamma, dal bambino e dal giocattolo. A livello neurobiologico, il gioco sembra attivare tre circuiti, ovvero il circuito corticale esecutivo, il circuito sottocorticale limbico e il circuito somatosensoriale. L’attività ludica, inoltre, si ritiene possa incrementare la neuroplasticità delle aree del cervello coinvolte nei processi sensorio – motori.

Keywords: attività ludica, circuiti neuronali, neuroplasticità, sviluppo.

Attività ludica: come gioca il bambino?

L’attività ludica è presente nell’infante già dalle primissime fasi del suo sviluppo. Nel piccolo il gioco agevola l’acquisizione di abilità sociali e cognitive, favorisce il raggiungimento della competenza linguistica ed emotiva (Thibodeau e al., 2016; Fung e Cheng, 2017). Nel gioco infantile si possono riconoscere differenti morfologie: ognuna con una finalità differente. C’è il gioco motorio, nel quale oggetto dell’attività ludica divengono il corpo e le prestazioni corporee (correre, saltare, arrampicarsi ecc.). La finalità di questo gioco è quella di facilitare l’acquisizione degli schemi motori di base (St George e al., 2016). Nel gioco sociodrammatico l’attività ludica investe i ruoli sociali che il bambino vede svolgere dagli adulti. L’obiettivo di questo gioco è quello di aiutare ad apprendere le caratteristiche dell’adultità e, al contempo, implementare il pensiero creativo attraverso l’esercizio della fantasia, che questo gioco comporta (Lillard e al., 2013). Ci sono poi i giochi cooperativi, che possono assumere le sembianze di giochi di squadra, attraverso i quali il bambino comprende che ogni giocatore ha un suo ruolo definito e che la riuscita del gioco dipende dalla cooperazione che si instaura. La finalità di questi giochi è quella di far apprendere le abilità sociali (Hassinger – Das e al., 2017). Da quanto detto, il gioco svolge un ruolo importante per la crescita del bambino, coinvolgendo più domini (cognitivo, emotivo, sociale, motorio).

Attività ludica: veicolo di sviluppo per il bambino

Dal punto di vista sociale, la modalità di gioco cambia nel corso del tempo. Inizialmente il gioco dell’infante si situa nel rapporto diadico con la madre ed è proprio la mamma, attraverso questa attività ludica, che agevola lo sviluppo del proprio figlio, promuovendo l’acquisizione di competenze comunicazionali, linguistiche, cognitive e sociali (Bernier e al., 2016). Successivamente il gioco dell’infante diviene triadico, ovvero si crea una triade ludica formata dalla mamma, dal bambino e dal giocattolo. Questa relazionalità triadica, come molte ricerche hanno evidenziato (Tomasello, 1999; De Schuymer e al., 2011), è importante per l’acquisizione degli aspetti simbolici del linguaggio e di tutti i simboli culturali che caratterizzano il contesto di appartenenza (Rodriguez, 2009). Attraverso l’oggetto di gioco si arricchisce la comunicazione fra infanti e adulti. Inoltre, l’esplorazione del giocattolo da parte del bambino svolge un ruolo fondamentale nel miglioramento delle abilità di problem solving e delle capacità attentive (Clearfield e al., 2014).

Attività ludica: attiva e aumenta la neuroplasticità di alcune aree cerebrali

A livello neurobiologico sono state condotte diverse ricerche per capire quali circuiti neuronali si attivano nelle situazioni di gioco. La maggior parte degli studi è stato realizzato sui ratti. In questi animali il gioco sembra attivare tre circuiti, ovvero il circuito corticale esecutivo, il circuito sottocorticale limbico e il circuito somatosensoriale. Il circuito corticale esecutivo, che è costituito dalla corteccia prefrontale e da quella orbitofrontale, si attiva per dirigere i movimenti individuali in risposta alle azioni di gioco del partner (Siviy e Panksepp, 2011). Il circuito sottocorticale limbico, costituito dall’amigdala, dall’ipotalamo e dal nucleo striato, è responsabile degli aspetti motivazionali ed emozionali che sono presenti nell’attività ludica (Burgdorf e al., 2007). Il circuito somatosensoriale, formato dalla corteccia somatosensoriale, dal talamo e dal cervelletto, controlla le performance motorie in ambito ludico (Byers e Walker, 1995). L’attività ludica, inoltre, sembra incrementare la neuroplasticità delle aree del cervello coinvolte nei processi sensorio – motori, come, ad esempio, la corteccia parietale (Gordon e al., 2002). In aggiunta, l’attività ludica implementa la neuroplasticità della zona mediana della corteccia prefrontale, che invia degli stimoli al sistema limbico, finalizzati al controllo dei comportamenti sociali (Cheng e al., 2008). Con la dovuta cautela che la comparazione fra specie diverse richiede, si può supporre che gli stessi circuiti cerebrali si attivano anche negli esseri umani durante l’attività ludica e viene incrementata la neuroplasticità nelle zone cerebrali menzionate (Neale e al., 2018). Questo spiegherebbe, insieme ad altri elementi, i benefici che il gioco apporta allo sviluppo cognitivo, emotivo, sociale e motorio dei bambini.

In conclusione, il gioco svolge un ruolo importante per la crescita del bambino, in quanto consente l’acquisizione di abilità e competenze in vari domini (cognitivo, emotivo, sociale ecc.). Questo dipende anche dal fatto che nell’attività ludica infantile sono attivati dei circuiti neuronali specifici.

L’incidenza del Diabete di Tipo 2 è influenzata dal proprio orientamento sessuale? – FluIDsex

La più alta incidenza di diabete di tipo 2 tra le donne lesbiche e bisessuali sembra poter essere spiegata in parte come il risultato di più alti fattori di rischio legati a tale patologia in questa popolazione, quali: obesità, fumo, alcol, ma anche all’esposizione a situazioni stressanti di discriminazione.

 

Uno studio longitudinale guidato da H.L. Corliss, professore della Graduate School of Public Health della San Diego University, California, ha indagato l’incidenza del diabete di tipo 2 in un gruppo di donne.

Il diabete di tipo 2 è il tipo di diabete più diffuso, il quale solitamente si sviluppa in soggetti di età matura e produce un incremento di livelli di glucosio nel sangue, a causa di una ridotta produzione di insulina o di una sua produzione inefficace (Al-Delaimy, Willett, Manson, Speizer & Hu, 2011).

Lo studio sperimentale

In uno studio recentemente pubblicato, che ha coinvolto 94.250 donne negli Stati Uniti, i ricercatori hanno scoperto che le donne lesbiche e bisessuali (LB) hanno più probabilità rispetto alle donne eterosessuali di sviluppare il diabete di tipo 2 nel corso del follow up dello studio a 24 anni.

I partecipanti erano 94.250 donne americane tra i 24 ed i 44 anni (ad inizio studio), valutate per una diagnosi di diabete di tipo 2, ogni due anni, per identificarne l’incidenza. Lo studio è durato 24 anni. Una variabile considerata è stata quella dell’orientamento sessuale: 1267 soggetti erano omosessuali o bisessuali, mentre 92983 eterosessuali.

Ciò che è emerso è che, nei 24 anni, le donne lesbiche e bisessuali hanno dimostrato di avere un rischio maggiore del 27% di sviluppare diabete di tipo 2, rispetto alle donne eterosessuali. Inoltre, le donne omosessuali o bisessuali sviluppano il diabete di tipo 2 in età più giovane rispetto alle donne eterosessuali e questo potrebbe esser dovuto ad un più alto indice di massa corporea nelle donne lesbiche e bisessuali.

Cosa ci dice lo studio?

Nonostante studi precedenti sul tema avessero ottenuti dati inconcludenti, il team di ricerca ha creduto ci fosse una ragione per sospettare tale differenza: “Le donne LB possono riportare disparità in condizioni di salute fisica cronica (incluso il diabete 2), in quanto i fattori di rischio legati ad essa sono più alti: obesità, fumo di tabacco, alcolici ed esposizioni a situazioni stressanti”, afferma Corliss.

Lo stress legato alla discriminazione e alla vittimizzazione rispetto alla violenza fisica e psicologica è nettamente più alto nel gruppo di donne lesbiche e bisessuali e questo fattore contribuisce indubbiamente a più alti tassi di problemi di salute. Infatti, “sebbene sia importante affrontare i fattori comportamentali come l’attività fisica, il comportamento sedentario e l’assunzione di cibo, questi fattori non sono sufficienti per eliminare le disparità delle donne LB nelle malattie croniche”, ha spiegato il team.

Così, un miglioramento della prevenzione pubblica nell’individuazione e gestione dell’obesità e di stili di vita malsani è necessario, insieme ad una consapevolezza dello staff medico rispetto alle componenti che contribuiscono a creare questo divario: una gestione dello stress legato all’appartenenza ad un gruppo minoritario e alle conseguenze che ciò comporta è impegno sociale, professionale e personale.


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Genitori critici: il cervello dei bambini risponde diversamente agli stimoli emotivi

L’esposizione alla critica dei genitori influisce sul modo in cui i bambini elaborano e prestano attenzione alle espressioni facciali delle emozioni.

 

Secondo un recente studio della Binghamton University State di New York, i figli di genitori molto critici mostrano meno attenzione alle emozioni espresse e comunicate attraverso le espressioni facciali.

I risultati dello studio suggeriscono che i bambini con un genitore critico potrebbero evitare di prestare attenzione ai volti che esprimono qualsiasi tipo di emozione. Questo comportamento potrebbe influenzare le loro relazioni con gli altri e, in ultima analisi, essere legato in qualche misura a un maggiore rischio di sintomi psicopatologici.

Lo studio

I ricercatori hanno voluto esaminare in che modo l’esposizione alla critica dei genitori influisce sul modo in cui i bambini elaborano e prestano attenzione alle espressioni facciali delle emozioni.

Un strumento utilizzato per misurare l’attenzione è un marker neurale chiamato Late Positive Potential (LPP), che fornisce una misura di quanto qualcuno presta attenzione alle informazioni emotive come, ad esempio, un volto che è felice o triste.

I ricercatori hanno selezionato per questo studio genitori di bambini di età compresa fra i 7 e gli 11 anni, facendoli parlare dei loro figli per cinque minuti. Le affermazioni dei genitori sono state successivamente codificate per livelli di critica. In seguito sono state misurate le attività cerebrali dei bambini che, durante il test, osservavano una serie di immagini rappresentanti dei volti, ognuna con emozioni diverse.

I risultati emersi dimostrano che i figli di genitori molto critici mostravano meno attenzione a tutte le espressioni facciali emotive, contrariamente a figli di genitori meno critici.

È plausibile dunque che i bambini in stato di angoscia, con un genitore criticista, abbiano maggiori probabilità di ricorrere a strategie di coping evitanti, rispetto ai bambini che non hanno genitori criticisti. Il soggetto che subisce le critiche potrebbe sviluppare credenze psicopatogene, quali convinzioni di inadeguatezza personale, bassa autostima, sensi di colpa. Alla luce di questo risultato, una possibile spiegazione è che i bambini con genitori critici evitano contatti visivi per evitare o ridurre l’esposizione a espressioni critiche.

I ricercatori hanno l’obiettivo di implementare un nuovo futuro studio che andrebbe ad esaminare le reazioni in tempo reale che si sviluppano nel cervello dei bambini sollecitati da commenti positivi e negativi dei loro genitori.

L’itinerario criminologico di Melanie Klein: crimine e riparazione

Il presente contributo offre una disamina dell’itinerario criminologico della psicoanalista Melanie Klein e dell’attualità delle sue riflessioni sulle tendenze criminali e sulle tendenze alla riparazione nei bambini.

Gaetano Esposito

Agli inizi degli anni venti del Novecento anche la Germania conobbe il fenomeno dei serial killer e dei loro crimini efferati. Karl Denke era solito rapire e mangiare vagabondi per poi venderne la carne al mercato nero spacciandola per maiale; il più famoso Fritz Haarmann, “il lupo mannaro di Hannover”, tra il 1919 e il 1924 commise almeno 24 omicidi; abbordava ragazzi di strada, li violentava, li uccideva con un morso alla gola e terminava il suo macabro rito vendendo i loro indumenti.

In quegli stessi anni Melanie Klein compiva i suoi pioneristici studi sul mondo dei bambini sfatando il mito dell’infanzia come oasi di serenità e innocenza. Utilizzando la tecnica del gioco entrava in quel mondo e rinveniva conflitti, angoscia, sensi di colpa e tendenze distruttive.

Uno dei suoi piccoli pazienti immaginava di decapitare un bambolotto e di venderne il corpo a un immaginario macellaio affinché ne rivendesse i pezzi come carne da mangiare. Un altro dei suoi pazienti, Peter, giocando con due pupazzi, costruiva una storia in cui entrambi uccidevano padre e madre e ne mangiavano i corpi.

Le evidenti analogie tra le fantasie dei bambini e gli orrendi delitti commessi dai serial killer non potevano sfuggire alla grande psicoanalista che ne fece oggetto di studio ed espose i risultati della sua ricerca nel simposio tenutosi al British Psycoanalytical Society del 1927, con una relazione dal titolo significativo: Tendenze criminali nei bambini normali. Lo scopo dello scritto non era soltanto quello di dimostrare l’esistenza di tendenze criminali nei bambini normali ma anche quello di risalire all’origine dei conflitti che generano siffatte tendenze.

Il caso del piccolo Peter offrì alla Klein spunti di grande interesse. Il bambino immaginava che i due pupazzetti, rappresentanti egli stesso e il fratellino, erano in attesa della punizione da parte della madre per essersi comportati male ma la paura della punizione diventava così insopportabile da condurre i pupazzi a uccidere barbaramente padre e madre, i quali, resuscitati nella mente del bambino, tornavano e trucidavano, altrettanto barbaramente, i due figlioletti.

Il gioco, che si ripeteva sempre secondo le stessa modalità, evidenziava un nesso di circolarità tra gesti riprovevoli e punizioni, il che portava la Klein alla conclusione che “il desiderio di punizione”, che nel bambino è una causa determinante del suo continuo ripetere azioni riprovevoli, “si ritrova più o meno uguale nel criminale che continua a delinquere” (Klein, 2012, p. 30). Il bambino dunque sviluppa tendenze criminali quanto più teme di essere punito con altrettanta atrocità da parte dell’immaginario genitore che è l’oggetto delle sue fantasie aggressive.

Il senso di colpa del bambino, ingenerato da un Super – io altrettanto sadico, gioca un ruolo importante nella “coazione a ripetere continuamente azioni proibite”.

Riaffiora anche qui il criminale vittima del senso di colpa, evidente richiamo alla tipologia del delinquente per senso di colpa teorizzata da Freud nel 1916, reviviscenza a sua volta del nietzschiano “pallido delinquente”.

Ma Melanie Klein non si fermò alla generica, intuitiva definizione freudiana, spingendosi ben oltre nell’analisi delle tendenze distruttive nei bambini studiò il funzionamento del Super – io e il ruolo che rivestiva nella genesi dell’atto criminale. In particolare fu il caso di un piccolo paziente destinato a finire in riformatorio che offrì alla psicoanalista ulteriori elementi su cui riflettere.

Questo ragazzino di dodici anni, la cui madre era morta precocemente, era stato per lungo tempo sottoposto a continue violenze sessuali da parte della sorella e non riusciva ad avere rapporti con gli altri se non in maniera conflittuale. Le sue azioni criminose consistevano nello scassinare gli armadietti della scuola, nel rubare e nell’aggredire sessualmente le ragazzine della sua età. Secondo Melanie Klein la differenza tra questo piccolo delinquente e Peter, il ragazzino nevrotico, si radicava nel mancato sviluppo del Super – io che, nel primo ragazzo, era rimasto fissato al momento dell’esperienza dolorosa. Un Super – io primitivo e crudele produceva maggiore angoscia e dunque una forte rimozione che “bloccava ogni sbocco alla fantasia e alla sublimazione sicché non rimaneva altro che ripetere continuamente il desiderio e la paura in azioni dello stesso tipo di quelle subite” (Klein, 2012, p. 36).

Klein: l’atto criminoso conseguenza di un Super-io bloccato a uno stadio precoce

Melanie Klein si spingeva un gradino più avanti di Freud ipotizzando che l’atto criminoso trova la sua scaturigine nel senso di colpa e nell’angoscia azionate da un Super – io severo che operava in maniera diversa, essendo rimasto fissato a uno stadio precoce. Il crimine è dovuto dunque a un arresto dello sviluppo del Super – io e non alla sua carenza, come comunemente si crede. Naturalmente anche in questo itinerario criminologico, come in quello di Freud, i fattori sociali vengono sottovalutati e la loro importanza giudicata non rilevante.

Se le cause dello sviluppo criminale nel bambino si annidano nella evoluzione del Super – io, sull’analisi grava il compito, arduo e ambizioso, di modificare tale sviluppo e deviare le tendenze criminali allo stesso modo in cui si trattano le nevrosi. Il trattamento del delinquente si modella su quello delle altre patologie dell’anima, secondo il modello scientista di matrice positivista. L’analisi può guarire il ragazzo delinquente perché la delinquenza trova la sua origine in cause interne ai moti dell’anima e può riuscire nell’impresa perché non esistono bambini irrimediabilmente cattivi nei quali non si possa mobilitare la capacità di amare.

Ma che cos’è questa capacità di amare che l’analisi dovrebbe mobilitare e come si manifesta?

Nel Simposio tenutosi nel 1934 alla Medical Section della British Pasycoanalytical Society l’insigne psicoanalista tornò sull’argomento con una breve relazione dal titolo: Sulla criminalità. In questo breve scritto Melanie Klein ribadiva le conclusioni precedenti e avvertiva che anche nelle profondità della psiche del bambino delinquente si ritrova la capacità di amare. L’analisi del gioco aveva messo in evidenza che i bambini tormentati dall’angoscia distruggevano i giocattoli e ogni sorta di oggetti che si trovavano tra le mani ma poi, quando grazie all’analisi l’angoscia diminuiva, le tendenze sadiche ai attenuavano e il senso di colpa generava tendenze costruttive. Il bambino infatti si adoperava a ricostruire i giocattoli e gli oggetti che aveva distrutto (Klein, 2012, p. 75).

Klein: la tendenza a riparare che segue alla fase depressiva

Questa tendenza costruttiva, che la Klein chiamò tendenza a riparare, costituisce il sostrato della capacità di amare che nel delinquente è solo nascosta e rappresenta la sensazionale scoperta per la psicoanalisi infantile e non solo infantile. Ma da dove trae la sua origine questa tendenza a riparare?

Nello scritto “Sulla teoria dell’angoscia e del senso di colpa” del 1948 Melanie Klein fece risalire il senso di colpa e la tendenza a riparare a una particolare forma di angoscia, che definì depressiva, la quale nasce dal male inferto agli oggetti d’amore. Nella fase depressiva il bambino avverte che “l’oggetto leso dai suoi impulsi distruttivi è una persona amata”, da qui la tendenza a riparare, a “ridar vita agli oggetti d’amore”. Questa spinta a riparare ha inoltre una funzione strutturante e benefica per l’Io in quanto “rendendo all’oggetto d’amore la sua integrità ed eliminando tutto il male che gli è stato fatto, il bambino si garantirebbe il possesso di un oggetto pienamente buono e stabile la cui introiezione rafforza il suo Io” (Klein, 2012, p. 96).

In sintesi il senso di colpa nasce dal male cagionato agli oggetti d’amore e attiva le tendenze riparatorie. L’angoscia depressiva, il senso di colpa e la spinta a riparare, secondo la Klein, emergono “solo quando i sentimenti d’amore per l’oggetto predominano sugli impulsi distruttivi”, cioè quando, potremmo dire in termini freudiani, le pulsioni di vita prevalgono su quelle di morte.

Il senso di colpa dunque genera due tendenze: quella distruttiva e quella riparatoria, due forze contrapposte la seconda delle quali si aziona quando prevalgono i sentimenti di amore; da qui l’arduo compito dell’analisi di attivare quella capacità di amare di cui Melanie Klein parlava nell’articolo del 1927 e che si traduce nel riparare l’oggetto – persona danneggiato.

Le scoperte di Melanie Klein offrono notevoli spunti di riflessione in un momento come quello attuale segnato dalla recrudescenza della criminalità infantile soprattutto in relazione a reati particolarmente violenti. L’insegnamento della Klein costituisce un monito per tutti coloro che operano nella giustizia minorile, pedagoghi, educatori, psicologi, giudici, i quali dovrebbero adoperarsi per stimolare forme di riparazione a favore della persona offesa dal reato, risvegliando così, quella capacità di amare che giace nascosta nel cuore di ogni criminale.

Le scoperte di Melanie Klein offrono un contributo di non poco rilievo anche all’odierno dibattito sulla giustizia ripartiva. Nella visione più moderna del reato questo costituisce un fatto sociale o meglio fatto relazionale, cioè un evento che incrina una relazione tra due individui, relazione che va ricostruita per quanto possibile.

In questa ottica di idee la riparazione crea un contatto tra reo e persona offesa al fine di eliminare o quantomeno di attenuare le conseguenze derivanti dal reato. Riparare significa riflettere sulla propria condotta, sui propri errori e adoperarsi per ricostruire la situazione antefatta al reato, fin dove possibile.

Riparare è dunque un gesto consapevole ed è molto più che risarcire il danno, gesto il più delle volte rispondente a un disegno calcolante dell’imputato.

Infine, nell’ottica del recupero del delinquente e della sua risocializzazione, la riparazione rappresenta forse la forma più alta e più concreta di rieducazione.

Le aspettative in gravidanza possono avere un effetto sullo sviluppo postnatale del bambino

Durante la gravidanza le madri si creano delle aspettative rispetto alle caratteristiche del proprio bambino, al modo di entrare in relazione con lui e rispetto al nuovo ruolo di genitore. Queste aspettative deriverebbero da diversi fattori, come la relazione della futura madre con i propri genitori, precedenti esperienze di aborto, depressione, ansia, etc.

 

Le fantasie e le aspettative che le madri hanno durante la gravidanza sul proprio bambino possono configurarsi come un importante fattore di protezione rispetto allo sviluppo dei propri figli ma possono anche rappresentare un fattore di rischio in presenza di distorsioni o polarizazzioni nelle aspettative. Ad esempio, se durante la gravidanza il figlio viene idealizzato nelle sue caratteristiche, è molto probabile che l’immagine idealizzata non coinciderà con le effettive caratteristiche del bambino, generando un forte senso di frustrazione o, peggio, di disprezzo.

A tal proposito, diversi studi hanno dimostrato che una rappresentazione idealizzata è tipica soprattutto durante le prime fasi della gravidanza e, normalmente, tali aspettative tendono a ridimensionarsi in previsione del parto, così che vi sia un migliore adattamento delle fantasie della madre con le reali caratteristiche del bambino.

Gli studi in letteratura

Numerosi studi hanno tentato di dimostrare l’esistenza di un legame tra il modo in cui i genitori pensano al proprio bambino durante la gravidanza e il loro comportamento postnatale. Queste ricerche hanno esaminato, attraverso interviste e questionari, i pensieri e le sensazioni dei futuri genitori riguardo al proprio bambino, durante la gravidanza.

Mediante l’utilizzo di tali strumenti di valutazione, i futuri genitori erano stati distinti sulla base delle loro rappresentazioni:

  • Genitori con rappresentazione bilanciata: mostravano un’anticipazione positiva della loro relazione con il bambino, presentavano rappresentazioni più equilibrate, data l’assenza di polarizzazioni (idealizzazione, svalutazione). Una caratteristica fondamentale di questi genitori, era la loro propensione a riconoscere il proprio figlio come dotato di una mente, con pensieri e sentimenti propri. Tale abilità è definita come Mind-mindedness.
  • Genitori con rappresentazione distorta: al contrario, descrivevano il proprio figlio mediante narrazioni ristrette, incomplete, incoerenti e idealizzate. Tali genitori non sembravano essere in grado di integrare diverse caratteristiche del bambino, aspetti positivi e possibili elementi negativi, così da formare una rappresentazione bilanciata e non idealizzata.

Dopo la nascita, i ricercatori hanno osservato e studiato le interazioni tra genitori e figli. Un elemento a cui hanno prestato particolare attenzione è stata la “sensibilità genitoriale”: ovvero la capacità di notare, interpretare e rispondere in modo tempestivo e appropriato i segnali dei bambini, ad esempio nel momento in cui esprimevano un bisogno/disagio.

I risultati di queste ricerche, secondo una recente meta-analisi svolta dal team dell’Università di Cambridge, hanno evidenziato una modesta associazione tra i pensieri e i sentimenti dei genitori sul bambino durante la gravidanza e la successiva interazione con il bambino, ma tali risultati sono stati rilevati soltanto nelle madri.

Sarah Foley, tra gli autori dello studio, sostiene che l’aver trovato una relazione tra l’atteggiamento di una madre nei confronti del suo bambino durante la gravidanza e le successive interazioni tra questi, rappresenta sicuramente un risultato fondamentale; ma, siccome questo legame è solo modesto, è probabile che sia parte di un processo più ampio in cui rientrano molti altri elementi importanti.

Il caffé caldo e l’incoscio cognitivo

Tutti i giorni decidiamo, orientiamo il corso della nostra vita e influenziamo quella degli altri. Dei motivi delle nostre scelte, ci spiega Bargh, siamo largamente ignari: avvengono nel dominio dell’inconscio cognitivo, lì dove si svolgono processi automatici, veloci, selezionati nel corso dell’evoluzione. 

 

Avete avuto un figlio da poco. La coppia di vostri amici no. La città in cui vivete è pericolosa. La città in cui vivono i vostri amici no. Sfortuna? Neanche per idea. Torniamo due anni indietro, eravate ancora fidanzati e neanche pensavate a fare un bambino. Viaggiate: mare, Provenza, tour delle cantine toscane. La vostra città era sicura. Cosa è cambiato? Niente, tranne che ora siete genitori, e all’improvviso il mondo vi appare pieno di pericoli. Notate minacce che prima non esistevano: bottiglie di birra per strada indicano rapitori. Feroci prese elettriche. I detersivi ghignano nella notte. Che significa? Che giudicate il mondo in un modo che dipende dalle vostre motivazioni – proteggere il figlio in questo caso – ed emozioni – qui è paura -. Ma accade a vostra insaputa.

Pensate di essere giudici razionali e affidabili del comportamento degli altri? Del tipo: io non mi sbaglio, le mie impressioni sono sempre giuste. E invece siete influenzabili dal caffè, senza neanche berlo. Purché sia americano, grande, in bicchiere di cartone. Dovete giudicare una persona che vi dicono avere certe caratteristiche. Vi hanno messo una tazza di caffè caldo in mano. Siete meglio disposti, quella persona ha più qualità positive. Se il caffè era freddo la stessa persona vi piace meno. Sì, potete obiettare, ma quando le cose contano veramente sono infallibile.

In realtà è anche peggio. Dovete giudicare le motivazioni di un criminale: ha agito a sangue freddo, in modo premeditato, o a caldo, impulsivamente. Nel primo caso sarete propensi a sbatterlo in carcere e buttare la chiave, nel secondo a concedergli attenuanti. Anni di galera di differenza. Bene, se la stanza dove vi trovate è fredda, gli attribuirete un omicidio a sangue freddo, se è calda penserete abbia ucciso sotto un’onda emotiva. Se mai ucciderò qualcuno, voglio essere giudicato in una stanza ben riscaldata.

Avete aree cerebrali che reagiscono al freddo e al tradimento nello stesso modo, l’insula per la precisione. Dante ha messo i traditori nei ghiacci eterni del Cocito per un buon motivo. Seguite il ragionamento? Lo stato del corpo influisce sulle vostre decisioni. Fuori dalla vostra consapevolezza, prima del vostro controllo.

Non è solo questione di caldo/freddo. Come dice il mio collega Francesco Mancini, se non avete avuto il tempo di lavarvi al mattino vi sentite sporchi e, senza saperlo, siete moralmente più tolleranti. Ho deciso: se commetto un crimine il processo sarà in una stanza calda con un giudice che si è macchiato la camicia di caffè – caldo naturalmente -. John Bargh nel potente A tua insaputa sostiene una tesi, solida: la nostra azione è in larga parte decisa a livello inconscio, orientata da fattori che ci sono oscuri. Questi fattori hanno un’influenza gigantesca su scelte, comportamenti, performance. Volete vincere le elezioni? Se siete conservatori seminate paura e disgusto. Il nome della rosa e Q di Luther Blissett (leggetelo) lo avevano detto. Quali sono le condizioni ottimali? La presenza contemporanea di immigrati, possibilmente sudati, e immondizia nelle strade. L’inspiegabile vittoria di Trump, nota Bargh, diventa più comprensibile.

Ma che libro è questo? Voi avete opinioni politiche ragionate, acute, dettate dai fatti. Non amate sentirvi dire che siete influenzati da emozioni, stati del corpo. E invece è così, piaccia o no. Fior di esperimenti dimostrano che è più facile fare adottare a un liberale idee conservartici che il contrario. Come? A un gruppo di studenti liberali era stata fatta immaginare la propria morte, gli psicologi possono essere sadici, nessun dubbio. Subito dopo hanno espresso opinioni più conservatrici su: pena di morte, aborto, matrimonio omosessuale. Per un po’, poi sono tornati a essere sé stessi. Qual è il motivo? Sotto condizioni di minaccia, impotenza e paura, tendiamo a mantenere lo status quo. Più o meno come quando ci nasce un figlio.

Ancora il disgusto. Vi chiedono di esprimere un giudizio in una stanza sporca? Sarete più intransigenti. Leggo il libro e capisco la mia severità morale nei pressi dei cassonetti di Roma.

C’è un senso evolutivo in tutto questo: assaggiare una bacca attraente mai ingoiata prima da fauci umane, può essere salvezza o, se la bacca è velenosa, morte. Il vostro amico di Neanderthal coraggiosamente ha mangiato ma, ops, ora non c’è più. La bacca diventa schifosa, e lo trasmetterete ai vostri figli. Il disgusto induce a evitare l’innovazione, con buone ragioni. Usate quella base evolutiva e sapete come influenzare le decisioni morali e politiche. Con qualche fatica anche i conservatori possono diventare, transitoriamente, progressisti. Basta indurre in loro un’idea di invulnerabilità. Svanisce la paura, si aprono al nuovo. Gli fate solo immaginare che possono volare? Restano conservatori.

I nostri valori coprono azioni che eseguiamo per altri motivi. Avete presente il detto: fa quello che dice il prete e non quello che fa? Non mi piace. La verità delle persone è nei gesti, non nei valori che declamano. L’esperimento del buon samaritano ne dà conferma. Con un pizzico di blasfemia, a Princeton hanno sottoposto a un test studenti di seminario. Stavano per tenere una lezione sulla parabola del buon samaritano. Era per loro importante e dovevano arrivare puntuali. “Sotto un portico, tutti gli studenti incrociavano una persona malvestita e accasciata per terra che aveva l’aria di stare male”. I seminaristi lo hanno aiutato? Quelli che avevano più fretta non l’hanno neanche notato! Qual era il loro impulso: la motivazione a essere apprezzati o l’altruismo del samaritano? Se glielo aveste chiesto avrebbero detto il secondo, del resto stavano per farci una lezione su. Invece l’ambizione li guidava con più forza e non ne erano, ormai lo avete capito, consapevoli.

Tutti i giorni decidiamo, orientiamo il corso della nostra vita e influenziamo quella degli altri. Dei motivi delle nostre scelte, ci spiega Bargh, siamo largamente ignari: avvengono nel dominio dell’inconscio cognitivo, lì dove si svolgono processi automatici, veloci, selezionati nel corso dell’evoluzione. Utili ma spesso fallaci. Motivazioni, emozioni, pregiudizi sono spinte che ci governano dal buio. Conoscere questi processi rende più liberi, saggi, avveduti. Dà più potere. I nostri giudici, avvocati, genitori, politici, medici, sanno qualcosa di questi meccanismi psicologici? Temo di no. Allora si possono tentare scommesse che permettono guadagni facili. Se politici progressisti illuminati invece di studiare Bargh si affidano a psicologi che passano tempo a rispolverare miti greci, vinceranno le elezioni? Io punto i soldi su Cetto La Qualunque.

La stabilità della propria percezione corporea dipende dall’età? Uno studio in realtà virtuale

Presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, è stato condotto uno studio in realtà virtuale per valutare eventuali differenze legate all’età nella percezione corporea, in seguito all’induzione d’illusioni.

Per lo studio sono state reclutate 40 persone di genere femminile, tramite un campionamento di convenienza a valanga: studenti frequentanti l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, sono stati invitati a prendere parte allo studio durante le ore di lezione e ad estendere l’invito a dei propri amici.

Percezione corporea: lo studio con un visore di realtà virtuale

I soggetti selezionati sono di genere femminile, hanno un’età compresa tra i 19 ed i 55 anni, non presentano malattie neurobiologiche né malattie psichiatriche (asse I DSM IV TR), nessuna condizione fisica che possa condizionare il peso/corpo (ad esempio gravidanza recente) ed un BMI compreso tra i 18.5 ed i 25.

Le 40 partecipanti sono state divise in due gruppi (il cui BMI medio non differiva) in base all’età: il primo gruppo composto da soggetti dai 19 ai 25 anni ed il gruppo due composto da soggetti di età compresa tra i 26 ed i 55 anni. Le partecipanti hanno indossato un visore di realtà virtuale per sperimentare un’illusione corporea articolata in due condizioni di 90 secondi ciascuna.

All’interno dello scenario virtuale vi era rappresentato il corpo di una donna di 25 anni (età media del campione) in piedi e con addome magro posto in una stanza priva di stimoli. Le donne potevano vedere il corpo della donna come se fosse il proprio. La forma dell’avatar poteva esser differente rispetto a quella delle partecipanti, infatti la circonferenza media delle partecipanti era circa di 84 cm nel gruppo 1 e di 79 cm nel gruppo 2 (deviazione standard di 8-10 cm), mentre quella del corpo avatar era di 74 cm circa.

Le due condizioni di illusione corporea sono state articolate nel seguente modo:

  • Condizione sperimentale, stimolazione visuotattile sincrona: lo sperimentatore stimola l’addome dei partecipanti con un pennello attaccato al dispositivo di tracciamento del movimento (Razer Hydra). La stimolazione sincrona permette al soggetto di vedere all’interno della stanza virtuale il proprio corpo “avatar” stimolato sull’addome da una mano avatar, in sincronia con la sensazione tattile percepita sul proprio corpo.
  • Condizione di controllo, stimolazione visuotattile asincrona: lo sperimentatore ha presentato un ritardo tra la stimolazione tattile sull’addome e l’input visivo nella realtà virtuale.

Percezione corporea: è più stabile con l’aumento dell’età?

All’inizio e successivamente ad ognuna di tali stimolazioni, i partecipanti hanno eseguito la stima della propria dimensione corporea: in particolare in questo compito ripetuto prima dell’immersione virtuale ed in seguito alle due condizioni sperimentale e di controllo, le partecipanti, poste di fronte ad un muro, senza guardare il proprio corpo, hanno stimato la distanza orizzontale tra la parte sinistra e destra del proprio corpo a diverse altezze (spalle, fianchi e addome), posizionando degli adesivi sul muro.

Un questionario per l’embodiment è stato somministrato in seguito alle due condizioni virtuali; si voleva indagare in particolare la padronanza del proprio corpo virtuale, la localizzazione di sé rispetto al corpo virtuale e il senso di agency.

Infine, gli sperimentatori hanno misurato l’effettiva lunghezza corporea delle partecipanti al termine dell’esperimento.

I partecipanti del secondo gruppo (età 26-55 anni) si sono dimostrate più resistenti ai cambiamenti indotti dall’illusione corporea, mentre i partecipanti del primo gruppo (19-25 anni) hanno sottostimato le dimensioni dei propri corpi (soprattutto ad altezza spalle e fianchi) in seguito alle condizioni sperimentali e di controllo.

Una possibile spiegazione data dal corpo di ricerca ha preso in considerazione come la rappresentazione corporea immagazzinata in memoria è più stabile nel secondo gruppo, così una minore plasticità della rappresentazione corporea dai 26 ai 55 anni può essere interpretata come un uso rigido di strategie predittive acquisite durante la vita, al posto di strategie adattive.

Futuri studi potranno essere condotti su campioni clinici di donne affette da disturbi alimentari, e la realizzazione dell’avatar potrebbe essere più ad hoc (ad esempio rappresentando diverse età); inoltre gli sperimentatori considerano di includere la valutazione di fattori psicologici quali l’autostima e la stima del proprio corpo, oltre all’uso di tecnologie che permettano di acquisire informazioni sull’esperienze corporee interne.

L’apporto di Giovanni Liotti alla psicotraumatologia e le strategie di controllo

Giovanni Liotti è considerato uno dei padri della psicoterapia cognitiva in Italia, insieme a Vittorio Guidano. Nel suo “Sviluppi Traumatici” tenta di approfondire la questione relativa alle problematiche post-traumatiche fornendo moltissimi spunti di riflessione e una lettura estremamente plausibile di alcune comuni forme di psicopatologia nel paziente post-traumatico.

 

Come nascono gli “Sviluppi traumatici“? I pazienti che arrivano in psicoterapia da storie traumatiche di sviluppo presentano quello che la Teoria dell’Attaccamento definisce “stile insicuro di attaccamento”. Molto schematicamente, definiamo stile insicuro di attaccamento uno stile relazionale esistente tra bambino e caregiver caratterizzato da una costante necessità di riconfermare e ricostruire la sintonizzazione emotiva da parte del bambino verso l’adulto (attaccamento ansioso/ambivalente, altresì categorizzato attaccamento C), oppure da un’assenza totale di ricerca della stessa da parte del bambino nei confronti del caregiver (attaccamento evitante, categorizzato attaccamento di tipo A). Esiste inoltre un terzo “modo” relazionale caratterizzato da emozioni sperimentate dal bambino contrastanti e incoerenti, definito dagli attaccamentologi “stile di attaccamento disorganizzato” (attaccamento D).

Sviluppi traumatici: Mary Ainswoth e gli stili di attaccamento insicuro

Nel corso dei famosi esperimenti, Mary Ainsworth all’interno della Strage Situation, osservò infatti una categoria di bambini che sembravano allo stesso tempo cercare e respingere il contatto con la madre. Questo perché spingevano in lui/lei due pulsioni istintuali (o mandati evolutivi) contrapposte, ovvero

  • la ricerca di un contatto necessario a garantire una sensazione di sicurezza
  • la paura di una vittima nei confronti del suo persecutore

La simultanea presenza di queste due tendenze nel bambino (avvicinarsi e allontanarsi) produceva un pattern di comportamento contraddittorio e incoerente, che i ricercatori definirono appunto disorganizzato. Nel tempo si è osservato come i bambini che sviluppavano uno stile di attaccamento disorganizzato fossero più soggetti a sviluppare in età adulta tendenze dissociative e tratti post-traumautici di personalità (maggiore sensibilità all’ambiente, emozioni veementi e disregolate, difficoltà relazionali, tendenza all’abuso auto-terapeutico di sostanze, ecc.).

Sviluppi traumatici e strategia regolativa

Nel suo lavoro “Sviluppi Traumatici”, Gianni Liotti approfondisce la questione ponendo al centro della sua riflessione teorica il concetto di “strategia regolativa”. Come può un bambino che viva in un contesto pericoloso e terrorizzante -si chiede l’autore- ottenere la vicinanza emotiva del care-giver, indispensabile per sopravvivere all’ambiente circostante?

Liotti ragiona sul fatto che un bambino per poter sopravvivere a un adulto psicologicamente abusante è obbligato a mettere in atto delle strategie di controllo. Queste potrebbero essere riepilogate come segue:

  • Strategia controllante/accudente – genitorializzazione: la tendenza definita da Liotti alla “genitorializzazione” implica lo sviluppare da parte del bambino una serie di competenze relazionali e comportamentali che gli consentano di prevedere il comportamento -imprevedibile- del care-giver. Una sorta di “progressione traumatica” in cui il bambino diviene iper-competente e iper-sensibile agli sbalzi del genitore, di fatto imparando a “contenerlo”. Immaginiamo per esempio un padre seduttivo/terrorizzante, magari con tendenza all’abuso di alcol e ad esplodere in scoppi di ira apparentemente immotivati. Se immaginiamo la vita di una bambina che cresca a contatto con una figura di riferimento del genere, dobbiamo pensare a quanto questa sia sottoposta, nel corso dello svolgersi della quotidianità, a uno sforzo anticipatorio del comportamento del padre stesso. Osservandoli in interazione noteremo come la bambina abbia imparato a conoscere ogni sfumatura caratteriale del care-giver e come riesca ad anticiparlo o manipolarlo al fine di garantirsi la sua protezione anche quando quest’ultimo manifesti pesanti alterazioni del carattere o sbalzi umorali. La genitorializzazione, l’autore esplicita, è dunque una strategia di controllo messa in atto laddove sia necessario per il/la bambino/a anticipare costantemente le mosse di un genitore abusante (più un generale, di una realtà o di un ambiente abusante), per contenere i danni prodotti sulla sua stessa salute psichica e allo stesso tempo garantirsi la sua protezione. L’autore sottolinea che un’inversione simile dell’attaccamento avrà dei costi futuri nei termini di una difficile creazione di rapporti stabili e in cui ci si possa affidare e aprire all’altro senza che questo voglia dire, nuovamente, sottoporsi a una possibile minaccia e a nuovi abusi.
  • Strategia controllante/punitiva: con questo Liotti intende sottolineare come all’interno di una diade bambino/care-giver in cui quest’ultimo manifesti comportamenti abusanti e discontrollati (“disorganizzati/disorganizzanti”) è possibile che il bambino sviluppi tendenze punitive che hanno a che fare con l’inversione non tanto dell’attaccamento (come prima si diceva), ma con un’attivazione del sistema motivazionale agonistico e lo spostamento della questione a livello di sistema di rango. E’ come se il bambino utilizzasse, per controllare l’adulto, il potere fornitogli da una posizione dominante in termini di rango. Osserviamo in questi casi una tendenza ad aggredire e ad imporre le cose da parte del bambino al genitore, letteralmente dominato/a dal figlio (o dalla figlia). Non a caso in questi casi al/alla figlio/a viene dato l’aggettivo di “tirannico/a”, per sottolineare quanto all’interno della diade genitoriale le cose abbiano subito una inversione, incentrata questa volta sulla dinamica di potere/rango. In questo caso il bambino diviene punitivo e severo verso il genitore al fine di anticipare e sopprimere le condotte disregolate vissute come intrusive e dolorose.

In “Sviluppi traumatici” Liotti sottolinea dunque come all’interno di stili di attaccamento cosiddetti “insicuri” e in particolare laddove vi sia una condotta disregolata, disorganizzata e disorganizzante da parte del care-giver, è possibile vengano messe in atto strategie di controllo ottenute imparando ad anticipare “le mosse” della figura traumatizzante, funzionali a stabilizzare e garantire una quota salubre di mastery all’interno della relazione.

L’autore sottolinea infine come la rappresentazione di sé come impotente e passivo all’interno della relazione, sia il vulnus, la ferita originaria dal quale il paziente sembri essere scappato nel corso dello sviluppo. Lo stato di vuoto dissociativo mentale, il senso di impotenza e di essere in balia di una realtà pericolosa, non controllabile e totalitarizzata dalla figura ingombrante di un care-giver abusante, sono ciò a cui il paziente avrà imparato a sopravvivere mettendo in atto strategie di coping, strategie regolative e strategie di controllo. Non dimentichiamo che per un bambino, la realtà è filtrata dagli occhi e dalla mente del care-giver: crescere in un ambiente traumatico significa quindi rappresentare la realtà tutta come pericolosa o imprevedibile, senza distinguere ciò che c’è “dentro casa” dalla realtà “esterna”, ma facendo un tutt’uno spaventoso e patogeno.

Larsen di Caparezza: e il tuo acufene come lo chiami?

A maggio è uscito il video del singolo Larsen di Caparezza nel quale si chiarisce brillantemente cosa significa avere un acufene: una sorta di volatile, il manachino delizioso, che produce un fischio acuto con il movimento delle ali e che ci segue costantemente ovunque andiamo. Uno stalker insomma.

La canzone è uscita ormai da un anno circa nell’album Prisoner 709, disco che parla di una crisi d’identità, di contrapposizioni, di una crisi di certezze. Crisi sbocciata nel 2015 a seguito dell’insorgenza appunto dell’acufene (fruscio, fischio o simili che percepiamo all’interno dell’orecchio). Il numero 7 sta per Michele (nome dell’artista) mentre il 9 per Caparezza, lo 0 rappresenta la scelta continua: Michele o Caparezza? E nei vari capitoli dell’album si gioca tra due scelte sempre utilizzando termini con lo stesso numero di lettere, 7 e 9. La canzone Larsen va ad inserirsi nel capitolo Tortura nel quale si gioca sulla contrapposizione Perdono o Punizione.

Larsen: acufene come tortura per una colpa

Spesso ho sentito i pazienti affetti da acufene descrivere quello che stavano passando con il termine tortura. La tortura è prolungata nel tempo. Caparezza alla lettura dei forum dei pazienti acufenizzati ha sentito la pressione dell’eternità, del “per sempre”, quando ha letto “l’acufene non andrà mai più via”. Condannato all’ergastolo, per tornare alla metafora del prigioniero. E l’ergastolo e la tortura non rappresentano una punizione per ciò che abbiamo fatto? Michele è stato punito per essere entrato nel mondo della musica, per aver divorato album? Per aver assistito e fatto lui stesso concerti? In un’intervista dice di aver pensato:

possibile che io dovevo fare questo mestiere per arrivare a questa tortura?

“Perché è successo a me?” spesso i pazienti si fanno questa domanda. Nel testo della canzone ad un certo punto Caparezza dice che lo specialista gli dice

parla con l’orecchio chiedi scusa

perché se hai fatto qualcosa di sbagliato almeno cerchi di rimediare. Ma spesso anche se chiedi perdono in galera ci rimani. Il danno è fatto. E per quanto riguarda l’acufene in caso di trauma acustico rimediare è difficile, a volte impossibile. Ancora ricordo un paziente con acufene a seguito dell’esposizione sotto cassa ad un concerto. Non riusciva a perdonarsi per essere andato a quella serata.

Acufene: Caparezza ce lo descrive in Larsen

L’acufene, come la malattia mentale, non si vede. Non si ha una ferita, un’invalidità visibile. Per gli altri è difficile capire. Nel video questo concetto è espresso in maniera geniale quando mostrano un’intervista di Caparezza con l’uccello/acufene a suo fianco e poi l’immagine si allarga e viene mostrata l’intervista come la vedono gli spettatori dietro la camera da presa: il manachino delizioso non è visibile.

Nel testo della canzone vengono elencate tutte le maggiori difficoltà che affrontano le persone a seguito dell’insorgenza del tinnito. Problemi del sonno, difficoltà a percepire i suoni esterni, pensiero fisso (“primo pensiero al mattino l’ultimo prima di buttarmi giù dal terrazzo”) solo sull’acufene che cerca la nostra attenzione come quando si fischia ai taxi per chiamarli, “calo d’autostima” con depressione, rabbia e difficoltà di concentrazione. Poi la sofferenza per la mancanza di silenzio (bellissima la frase: “il suono del silenzio a me manca più che a Simon e Garfunkel”) e le difficoltà che si affrontano nella vita quotidiana tipo andare al cinema e, in particolare per i musicisti come Michele, non poter ascoltare la musica come prima.

Caparezza: le visite mediche per sconfiggere l’effetto Larsen

Un altro punto decisamente importante, descritto molto bene, è l’inizio delle visite mediche con analisi ed esami vari. In genere le persone con acufene acuto si rivolgono a tantissimi specialisti per far passare il disagio, per vederlo sparire, proprio come desidera anche Caparezza. E il più delle volte vengono deluse con la frase tipica “te lo devi tenere”. Vi immaginate? Andate da un medico con questo suono assurdo (per rendere l’idea l’effetto Larsen è lo stridio o fischio che si manifesta quando un microfono è troppo vicino oppure è direzionato verso il suo altoparlante), state male, sperate in qualcosa che vi faccia passare questa agonia e vi risponde così. E succede veramente, non so quante persone che ho visitato mi hanno riportato questa affermazione da parte del medico di turno. Facendo questo lavoro posso comprendere entrambe le parti: l’impotenza del medico, la sofferenza del paziente. Il punto è costruire un ponte tra questi e per fortuna sempre di più la figura dello psicoterapeuta permette questo ricongiungimento. Il terapeuta diventa sostegno allo specialista perché indica come approcciarsi al paziente e chiarisce anche quali possono essere i limiti del suo lavoro quando è presente una concomitante patologia psichiatrica/psicologica; per il paziente è un ascoltatore attivo che aiuta sia nella gestione di pensieri ed emozioni che ostacolano l’accettazione della patologia sia nel creare soluzioni concrete alla convivenza con l’acufene.

La prigionia dei pazienti, così come quella vissuta da Caparezza, è caratterizzata da trappole mentali. L’insorgenza del tinnito può portare alla messa in discussione dei propri valori, delle scelte di vita, della considerazione che abbiamo di noi stessi, della propria identità. Si siedono persone diversissime tra loro nel mio studio e spesso, per assurdo, l’acufene è l’argomento meno trattato dopo il primo incontro. L’acufene ha smosso qualcosa, ha catturato l’attenzione e forse, come per tante altre patologie, quando arriva ci offre l’opportunità di fermaci a riflettere su chi siamo ora e su quello che desideriamo per il nostro futuro. E magari ci fa vincere un disco di platino così rapidamente come mai successo prima.

Il bisogno di pensare di Vito Mancuso (2017) – Recensione del libro

Vito Mancuso, teologo e filosofo contemporaneo, ci prende per mano nell’intrigante e ardua impresa dell’esplorazione del pensiero. L’autore colloca nel desiderio la sorgente del pensiero.

 

Io sono convinto che questa vita sia per tutti un’odissea ma che un conto sia avere un’Itaca nel cuore e nella mente, un altro l’esserne privi. Si può vivere senza Itaca?

Il bisogno di pensare e desidare

Nel corso della lettura distinguiamo tra due estremi del concetto di desiderio: il desiderio bramoso da un lato, quello che spinge l’individuo a correre senza sosta verso l’ambizione più profonda e dall’altro lato, la ricerca di una totale assenza di desiderio, dove i bisogni e desideri si riducono all’essenziale e pertanto le paure e gli affanni che “fanno battere il cuore” si riducono. Che fare quindi? Da un lato l’assenza di desiderio porta all’ozio, dall’altro la forza del desiderio ci porta fuori da noi stessi, sbilanciandoci e facendoci sentire insoddisfatti. In questa dicotomia, Mancuso ci porta a sorpresa a prendere in considerazione l’esistenza di UN desiderio più grande possibile, al quale più efficacemente “aspirare”, termine che rimanda allo spirito (ad-spiritum) e a cui ricondurre la somma di tutti i propri desideri, in principio slegati tra loro. Mancuso esclude il distacco dal desiderio, perché lo considera linfa vitale per l’essere umano, che nella sua grandiosità è troppo piccolo per credere di aver già capito tutto su questa terra. Reprimere il desiderio vorrebbe dire reprimere la logica naturale dell’essere umano, che deve arrendersi al desiderio che è “l’essenza stessa dell’uomo” .

Leggendo questo libro troviamo spunti e riflessioni su quanto intensamente il pensiero pervada le vite di tutti gli esseri umani. E se appare impossibile una vita “senza pensieri”, diviene spesso insostenibile la pressione di un pensare costante, che domina l’individuo. Il bisogno di pensare talvolta diviene prigionia e talvolta illuminazione. L’essere umano sente il bisogno di trovare spiegazioni, ha bisogno di trovare senso a ciò che accade dentro e fuori da sé e qui interviene la conoscenza, che ha il compito di spiegare, letteralmente di “togliere le pieghe” a ciò che poi diviene spiegabile.

Il bisogno di pensare: ricerca di senso ed equilibrio

Se fosse cosi semplice, basterebbe quindi portare tutto al cospetto della conoscenza, ma sovente, albergano in noi concetti e sentimenti inspiegabili e quindi come detto prima: pieni di pieghe. Nella ricerca estenuante di spiegazioni, finiamo per arrenderci all’insoddisfazione del disequilibrio, condannandolo e demonizzandolo. La mente lavora alla ricerca snervante dell’equilibrio ambito, come se l’equilibrio fosse la risposta a tutto, come se fosse meta e conforto, ma tra queste pagine scopriamo che proprio nel disequilibrio si alimenta la sfida.

E allora esiste l’uniformità di pensiero? Esiste la meta, la pace dello spirito o l’epilogo sta nell’accettazione della contraddizione e dell’incoerenza del sé?

Questa lotta interiore, adeguatamente rivalutata e abbracciata, appare la primaria essenza di vitalità, di messa in discussione, perché “io non sono solo io” e quell’io stabile e immutabile, solido, imperturbabile, non esiste e rischia di divenire una meta frustrante e irraggiungibile. L’ Io è il risultato dell’evoluzione, esito di trasformazioni, conoscenze ed esperienze, pertanto l’essere umano non potrà pretendere di essere stabile, immutabile, ed equilibrato, perché il corso delle esperienze della vita porta necessariamente al disequilibrio.

Il rumore di fondo che produce la mente, risulta disturbante, talvolta assordante; i pensieri positivi, vengono oscurati dalle paure, dai fantasmi e dall’ego che protegge. Accanto al bisogno di pensare, ampiamente snocciolato nel testo, è doveroso citare il bisogno di non-pensare, che accomuna molti. Oggi ci ritroviamo impegnati, indaffarati, immersi nella società del “fare”, spesso convinti che quel naturale bisogno di pensare vada represso. Sentirsi S-pensierati, nel senso di senza preoccupazioni è il desiderio di molti, troppo occupati o troppo pre-occupati di ascoltare il contenuto di un pensiero, il bisogno di non pensare diviene necessità, perché pensare, talvolta diviene ossessione.

Questo testo fa pensare, fa osservare diverse strade, ma più di tutto fa esplorare un pensiero che unisce filosofia e teologia, in un danza elegante, fatta di significati, etimologie e citazioni.

Sia dunque che pensiamo molto o molto poco, sia che siamo consapevoli o no, sia che siamo avvolti nelle pieghe dell’inspiegabile o arresi ad esso, ciò che accomuna ogni essere umano è quella capacità unica e preziosa di pensare.

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