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Bleah! Il senso del disgusto per proteggerci

Uno studio, pubblicato recentemente sul Royal Society’s Philosophical Transactions B journal dal gruppo di ricerca di Val Curtis, del dipartimento di igiene e medicina tropicale dell’Università di Londra, ha indagato il senso del disgusto e in particolare la teoria per la quale il disgusto rifletterebbe un meccanismo motivazionale che ci consente di evitare infezioni debilitanti o pericolose per la nostra salute.

Non è un caso che molti stimoli per i quali la maggior parte delle persone prova disgusto siano implicati nella trasmissione di malattie infettive, come ad esempio la saliva, fluidi vaginali e seminali, cibo infetto o marcio e comportamenti atipici o poco igienici (Curtis & Biran, 2001).

Disgusto: un’emozione protettiva

Il fatto che alcuni stimoli siano al contempo fonte di rischio per le infezioni sia elicitatori di disgusto ha condotto molti ricercatori del campo dell’etologia a teorizzare che questa relazione abbia un ruolo funzionale per la sopravvivenza degli animali e degli esseri umani, soprattutto adattivo nel motivare l’animale ad evitare tutto ciò che potrebbe contagiarlo o infettarlo (Tybur, Lieberman et al., 2013).

Tale teoria del disgusto definita di “evitamento del parassita” afferma che l’emozione del disgusto consentirebbe all’animale, tramite comportamenti di evitamento, di ridurre il contatto con patogeni o parassiti e che quest’emozione sia innata come meccanismo di difesa (Behringer, Butler & Shields, 2006).

Tuttavia questa teoria non è stata accettata unanimemente nel momento in cui è stata estesa agli esseri umani in quanto molti ritengono che il disgusto possa servire come forma di protezione dalla natura animale che l’essere umano è consapevole di avere e dal proprio senso di mortalità, oltre che come forma di conservazione dell’ordine morale socialmente accettato (Rozin, Haidt et al., 2009).

Altri invece ritengono che la reazione di disgusto sia funzionalmente integrata con il sistema immunitario (Schaller, Miller et., 2010) tanto che, soprattutto durante la gravidanza, periodo di maggiore vulnerabilità per la contrazione di infezioni, la sensibilità al disgusto tende ad aumentare (Fessler et al., 2005).

Disgusto: lo studio per verificare se è un segnale adattivo

Se il disgusto rappresenta un meccanismo difensivo che produce la messa in atto di un comportamento di evitamento dello stimolo patogeno, allora ne consegue che ci dovrebbero essere delle specifiche reazioni di disgusto nei confronti di differenti tipi di stimoli infettivi.

Per verificare questa ipotesi, per la quale il disgusto di fatto rappresenterebbe per gli esseri umani un segnale adattivo che consentirebbe all’intero organismo di predisporre un qualche tipo di comportamento adattivo e protettivo a fronte di stimoli specifici potenzialmente dannosi, Curtis e colleghi (2018) hanno indagato tramite survey il grado di disgusto per diversi item in un gruppo composto da circa 3000 volontari di origine caucasica, di prevalenza anglosassone.

I partecipanti sono stati chiamati ad indicare per ciascun item, creato dai ricercatori sulla base di categorie di trasmissione di malattie infettive, il proprio grado di disgusto, il tutto con l’intento di testare l’ipotesi che esisterebbe una struttura patogena a fattori che riflette le diverse modalità di trasmissione di una malattia (Curtis, de Barra, 2018).

L’analisi fattoriale condotta sui dati ha mostrato come il grado maggiore di disgusto dei partecipanti sia in particolare indotto da queste categorie di stimoli:

  • l’igiene
  • alcuni animali e insetti, come zanzare e ratti portatori di infezioni
  • comportamenti sessuali promiscui che aumentano le probabilità di contrarre una malattia sessualmente trasmissibile
  • alcuni aspetti fisici atipici, in particolare deformità del corpo
  • alcuni comportamenti come il tossire in modo convulso e respirare in modo anomalo
  • lesioni corporee, in particolare sulla pelle come pustole, vesciche e bolle purulente
  • cibi in fase di deperimento.

Disgusto: funziona grazie alla vista

I risultati dello studio hanno parzialmente supportato l’ipotesi di partenza dei ricercatori ma hanno sorprendentemente suggerito che gli item con il grado maggiore di disgusto e potenzialmente dannosi non fossero categorizzati dalle persone sulla base di categorie mediche astratte e generali di rischio di contagio come indicava la letteratura precedente (trasmissione per contatto tra fluidi, tramite ingestione o funghi) ma sono categorie riconducibili a specifici oggetti riconoscibili come bolle purulente, vesciche, persone che mostrano segni visibili di malattia o scarso igiene personale e pratiche rischiose come il sesso promiscuo o l’ingerimento di cibo avariato (Curtis, de Barra, 2018)

Le categorie ben si associano con il punto di vista dei ricercatori per il quale il “sistema” non sopporterebbe di “vedere” microbi, parassiti o stimoli che sono diventati disgustosi a seguito del contatto con microrganismi patogeni.

A detta di Tybur, Çınar, Karinen e colleghi (2018) il disgusto, in termini evoluzionistici, si è sviluppato per consentirci la sopravvivenza consentendoci di evitare tutto ciò che potrebbe essere nocivo e potrebbe arrecarci un danno: ad esempio è stato osservato come le donne ritengano disgustosi alcuni comportamenti sessualmente promiscui a causa del fatto che questi potrebbero aumentare il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili e quindi il rischio di vedere ridotte le proprie capacità riproduttive e di portare a termine una futura gravidanza.

Al contrario una ricerca condotte da Simone Schnall (2008), ricercatore all’università di Cambridge e direttore del Mind, Body and Behavior Laboratory, evidenzia come il disgusto non sia tanto legato alla prevenzione di infezioni o malattie ma avrebbe lo scopo, in alcuni casi, di allontanarci da attività rischiose come il paracadutismo acrobatico, il rafting su discese, il gioco d’azzardo o il gambling finanziario.

Infatti sembrerebbe che le persone con un alta sensibilità al disgusto abbiano una percezione maggiore del rischio rispetto ad altri con una sensibilità ad esso minore.

Ad esempio situazioni rischiose da un punto di vista sociale, come il contraddire un’autorità o parlare di un argomento impopolare con un superiore, potrebbero essere vissute o percepite dalla persona che la esperisce come disagevoli e potrebbero essere considerate rischiose se in associazione con un’alta sensibilità al disgusto.

Ne va da se che la persona in questione considerandole disgustose in quanto rischiose, le evita.

Identity Report: il congresso di Roma sulla Psicopatologia dell’Identità

In data 25 maggio 2018, si è svolto a Roma, presso l’Aula Giubileo dell’Università LUMSA, il Convegno “IDENTITY REPORT – L’identità: concettualizzazioni teoriche a confronto, dati di ricerca, psicopatologia ed intervento clinico”. Il Convegno ha raccolto i contributi di alcuni tra i massimi esperti italiani sul tema della Psicopatologia dell’Identità.

I chairman del Convegno, Rosario (Rino) CAPO e Lisa Arduino hanno coordinato i lavori in modo efficace e stimolante, favorendo una dialettica viva e proficua tra i relatori e tra questi e il pubblico in sala.

Identità personale

La prima relazione in programma è stata realizzata da Santino Gaudio (Department of Neuroscience, Uppsala University Sweden) dove sono state messe in luce le modalità in cui il piano psicologico (personale) e quello neurobiologico (sub-personale) interagiscano nel determinare, nel corso dello sviluppo individuale, un senso di identità personale relativamente stabile e funzionale. Gaudio ha evidenziato, inoltre, i risultati ottenuti dal suo gruppo di ricerca, tramite procedure di neuroimaging, circa le strutture cerebrali maggiormente implicate nelle alterazioni dell’immagine corporea caratterizzanti i diversi Disturbi del Comportamento Alimentare. Rimane da capire fino in fondo se siano le strutture alterate in modo primario a determinare i disturbi più o meno gravi nel Sé Corporeo osservabili nei DCA o, piuttosto, alcune funzioni cognitive esasperate (attenzione selettiva, euristiche, ecc.) dagli scopi in gioco sovra-investiti (es.: non ingrassare per salvaguardare la propria autostima, controllo del peso e degli impulsi, buona immagine, ecc.) a determinare i fenomeni psicopatologici in oggetto e, come effetto dell’uso soverchio, anche le alterazioni funzionali e strutturali osservate nel cervello dei pazienti affetti da DCA.

Cristiano Castelfranchi: Identità come rappresentazione

La seconda relazione, tenuta da Cristiano Castelfranchi (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, ISTC-CNR Roma) dal titolo “L’identità come rappresentazione: struttura, funzioni, scopi, influenza sul comportamento”, ha evidenziato le varie sfaccettature e funzioni dell’identità e le loro implicazioni rispetto al benessere ed alla sofferenza psicologica e, in particolare: la funzione prospettica, quella motivazionale, valutativa, deontica e “di potere” e le strutture connesse alle appartenenze, alla biografia, alla teoria su di sé, alla narrazione di sé nel tempo, alla dimensione intima del sé, ecc.

Il senso di identità personale nei robot

Successivamente, nella relazione di Domenico Parisi (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, ISTC-CNR Roma) si è anticipata la possibilità, ancora implementata solo in parte presso i laboratori del CNR, di programmare un senso di identità personale nei robot (simulati al computer o realizzati fisicamente) al fine di comprenderne in modo più articolato le determinanti e le interazioni, più o meno funzionali, tra le varie sotto-strutture identitarie ben evidenziate precedentemente da Castelfranchi. Mentre, ad esempio, sarebbe eticamente problematico promuovere in un soggetto sperimentale umano un conflitto duraturo e profondo tra diverse “appartenenze identitarie”, al fine di osservarne le conseguenze sul suo benessere soggettivo e di verificare possibili vie di uscita cognitive, la stessa procedura sperimentale non creerebbe alcun problema etico se il soggetto della manipolazione empirica fosse un robot. Appena le tecnologie saranno sufficientemente sviluppate, dunque, quest’area di ricerca sarà estremamente promettente.

I conflitti intrapsichici tra scopi e la sameness

Nella relazione successiva, Francesco Mancini (Università Guglielmo Marconi Roma; Direttore Scuole APC-SPC) ha realizzato una brillante dissertazione circa i conflitti intrapsichici tra scopi e il loro rapporto con la sameness, ossia con il bisogno tipico degli esseri umani di mantenere un senso relativamente stabile di identità. Secondo Mancini non sarebbe plausibile l’idea di una mente separata in più istanze psichiche in conflitto e “tenuta insieme” dalla coscienza, costantemente impegnata nel tentativo di mantenere una sufficiente coerenza narrativa e progettuale. Piuttosto, secondo il relatore, i conflitti tra atteggiamenti differenti in contesti e contingenze diverse potrebbero essere agevolmente spiegati anche nell’ambito di una teoria unitaria della mente, come effetto di attivazione e disattivazioni di scopi in base alla loro urgenza momentanea o come il prodotto dell’azione di diverse funzioni cognitive: attenzione selettiva, iper-focalizzazione, temporal discounting, ecc.

Il concetto di identità nel contesto della Relational Frame Theory

Giorgia Manca e Roberto Mosticoni (Scuole APC-SPC), dal canto loro, hanno messo a fuoco le varie funzioni e sfaccettature dell’Identità all’interno di un quadro teorico Comportamentista moderno, basato sulla Relational Frame Theory (RFT): sameness, identificabilità, discriminazione degli stimoli e delle contingenze in base al loro rapporto con il pronome IO, riconoscimento della titolarità delle proprie azioni (autodeterminazione/autonomia), interrelazione tra identità e linguaggio, ecc. Gli autori hanno inoltre evidenziato le possibili ricadute psicopatologiche del misconoscimento e dell’invalidazione dell’identità, soffermandosi, in particolare, sul Disturbo Borderline di Personalità e sui possibili interventi psicoterapici, focalizzati appunto sull’identità, funzionali a gestire la sintomatologia clinica derivante proprio dalle frequenti e drammatiche storie di invalidazione della soggettività vissute da questi pazienti.

Il rapporto tra linguaggio e identià personale

Nella relazione di Giovanbattista Presti (Università Kore Enna; Presidente ACBS; IESCUM) è stato evidenziato ancora più approfonditamente, sempre muovendosi nell’ambito della RFT, come gli autori che lo hanno preceduto, ma anche rifacendosi agli apporti della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), il rapporto tra il linguaggio e l’Identità Personale. Presti ha messo in luce, nel corso del suo speech, come spesso gli esseri umani soffrano in modo soverchio per la “compromissione” di un sé eccessivamente concettualizzato (definito da etichette come, ad esempio: intelligente, perbene, vincente, ecc.), perdendo di vista che la vita offre sempre la possibilità di realizzare i propri valori esistenziali anche quando certe “etichette” verbali non trovano necessariamente “riscontro” e “conferma”.

Identità personale e idee deliranti

Roberto Lorenzini (Studi Cognitivi SBT; Scuole APC-SPC;) ha invece trattato un tema prettamente clinico di grandissimo interesse per gli psicoterapeuti: il rapporto tra le invalidazioni dei costrutti centrali e fondanti dell’Identità Personale (bellezza, brillantezza intellettuale, furbizia, specialità, ecc.) di un individuo e il possibile sviluppo di idee deliranti. Secondo l’autore, rifacendosi alla Psicologia dei Costrutti personali di G. Kelly, la mappa cognitiva di sé (identità), degli altri e del mondo, che l’individuo costruisce e revisiona costantemente nel corso della sua storia di vita, avrebbe la funzione principale di Massimizzare la Capacità Predittiva (MCP) e, dunque, una volta disconfermata nei suoi elementi fondanti, implicherebbe vuoti previsionali dolorosi e spaventosi, capaci di innescare la formulazione di spiegazioni deliranti circa il significato e la natura dell’evento invalidante, con la funzione di immunizzarne il potere scardinante della personale rappresentazione identitaria attraverso, appunto, esplicazioni alternative (eureka deliranti) che, seppur dolorose, sono in grado di riaffermare a tutti i costi e a dispetto di ogni controprova l’applicabilità dei costrutti centrali invalidati dall’evento avversivo recentemente sperimentato.

Identità e Auto-determinazione

L’intervento di Rino Capo (Coordinatore della Didattica Scuola Specializzazione Humanitas Roma; Scuola Specializzazione Psicosomatica Ospedale Cristo Re Roma; Istituto M.IN.D. Umbria), dal canto suo, ha evidenziato lo stretto rapporto strumentale tra l’Identità e l’Auto-determinazione (Agency o Self-determination). Nella sua trattazione l’autore ha mostrato la rilevanza evolutiva e in relazione al benessere soggettivo della realizzazione di un senso pieno di Agentività e sostanziale Autonomia e la necessità, per realizzare tale bisogno psicologico di base, di costruire primariamente una rappresentazione dettagliata, realistica (basata prevalentemente su esperienze in prima persona) ed approfondita della propria soggettività identificante, nel tempo e nello spazio (continuità del sé), e in relazione alla propria “unicità” (identificabilità). Per attualizzare un senso sostanziale di Self-determination, inoltre, il soggetto deve: (a) ritenere che la propria soggettività e il relativo progetto esistenziale (Sé Ideale e Valori Identitari) siano legittimi (“Ho il diritto di essere quello che sono”); (b) acquisire relativa libertà da vincoli concreti (anche economici oltre che interpersonali à aspettative altrui, invalidazioni, ecc.); (c) acquisire un funzionale senso di autoefficacia al fine di percepire di possedere i poteri sufficienti per realizzare il progetto personale di realizzazione di sé; (d) imparare a conoscere e gestire i propri stati interni (emozioni, impulsi, sensazioni, pensieri, ecc.) al fine di non avere timore di essi bensì, piuttosto, utilizzarli per conoscere meglio se stesso e le proprie preferenze ma, nel contempo, senza essere da loro “scosso” e “spinto reattivamente” lontano dai propri valori e scopi identitari solo per evitare dolori e sofferenze.

Identità e postrazionalismo

La relazione di Maurizio Dodet (Laboratorio di Psicologia Cognitiva Postrazionalista Roma) ha portato un’ipotesi originale e capace di incuriosire la platea, originariamente formulata da Vittorio Guidano oramai molti anni addietro. Il relatore ha sottolineato che nel contesto Postrazionalista il Sé più incarnato e “reale” è primariamente costituito da vissuti emotivi taciti che derivano dalle principali relazioni significative infantili ed adolescenziali e dagli eventi più rilevanti della propria storia di vita e che continuamente riaffiorano, momento per momento, attivati dalle contingenze attuali, perturbando non di rado la narrazione esplicita di sé e, dunque, generando potenziali paure ed avversioni per tali vissuti medesimi, in quanto misconosciuti o esplicitamente rifiutati. Compito principale del terapeuta sarebbe, dunque, per Maurizio Dodet, quello di aiutare il paziente a: (a) osservare senza paura ma con disponibilità le proprie perturbazioni emotive; (b) accettarle; (c) comprenderle nel contesto della propria storia (costruire una narrazione realistica e coerente di sé nel corso del tempo) e (d) gestirle al fine di amministrare le proprie scelte in modo più “vero” e funzionale sul piano dell’attualizzazione della propria identità personale.

Identità e disturbi del comportamento alimentare

L’ultima relazione, realizzata da Armando Cotugno (ASL RM1; Progetto TIDA; CCDS; ASTREA) ha ripreso il tema del primo intervento della giornata: i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e l’Identità. L’autore ha evidenziato come il corpo e le forme corporee possano diventare il primo e l’ultimo baluardo di identità personale per molti pazienti affetti da DCA, spesso invalidati sul piano della soggettività psicologica: non visti, squalificati, controllati in modo eccessivo (mortificazione dell’auto-determinazione e della libertà), ecc. Oltre al lavoro sintomatico (regolazione delle condotte alimentari e del peso), primo intervento necessario e spesso urgentissimo sul piano medico, generalmente l’intervento terapeutico più a lungo termine deve incentrarsi proprio sull’identità al fine di: (a) arricchirla in modo che non siano solo o prevalentemente il peso e le forme corporee a determinare il valore personale; (c) validarla; (d) attualizzarla in scelte autonome e “coraggiose”; (e) esprimerla e “difenderla” con assertività; ecc. Cotugno ha anche mostrato come la cultura dell’immagine stia influenzando in modo disfunzionale la strutturazione del Sé ideale degli adolescenti, schiacciandolo soprattutto su temi estetici e competitivi.

Coming out interiore ed esteriore

Il coming out interiore e il vivere la prima relazione omosessuale è fondamentale per un omosessuale perchè gli permette di definirsi tale. Dal momento in cui il coming out interiore è venuto già allo scoperto e non è rimasto velato, è il coming out esteriore il passo successivo del processo più generale di coming out. Ovvero l’uscire allo scoperto anche con gli altri. 

 

Il termine coming out designava un tempo il rito dell’entrata in società delle giovani femmine, ovvero la presentazione alla comunità di una particolare giovane che entrava a far parte del mondo degli adulti. A partire dagli anni ’30, soprattutto nei Paesi di origine anglosassone, tale termine venne usato nel senso di “uscire allo scoperto”, soprattutto da parte di persone omosessuali: si tratta di quel processo che porterà una persona a dichiarare apertamente la propria identità sessuale, non solo agli altri, ma anche a se stesso.

Seguendo la definizione riportata da Barbagli e Colombo (2007), la terminologia di coming out è usata attualmente sia nel linguaggio comune che nel linguaggio scientifico, e fa riferimento a “quel lungo, difficile e doloroso processo che va dal primo desiderio omoerotico alla dichiarazione della propria identità”.

Come si arriva al coming out

La possibilità di effettuare un coming out subentra nel momento in cui nell’omosessuale vi è una corrispondenza tra sentimenti, comportamenti ed identità di ordine sessuale (Garelli, 2000; Chiari, Borghi, 2009). Tutto ciò si interseca con caratteristiche sociali che direzionano, socioculturalmente, questo processo di interpretazione e riconoscimento del proprio orientamento sessuale.

Gli stessi Barbagli e Colombo riferiscono che il coming out non è un processo che si manifesta soltanto nel momento in cui lo stesso emerge, ma un lungo percorso che ha origine nell’infanzia. Non sono rari, infatti, i ricordi d’infanzia degli omosessuali (riportati dagli intervistati della ricerca di Barbagli e Colombo del 2007) che fanno riferimento a dei giochi che, ad esempio, ritenevano inappropriati per la propria identità sessuale, ma che nonostante ciò davano loro piacere; molte volte erano costretti a negare il piacere che provavano nei loro confronti proprio perché li ritenevano inappropriati alla loro identità sessuale. La questione infantile di natura omosessuale poteva essere ben arginata per i limiti che l’età imponeva, cosa che risulta invece inappropriata quando un adolescente inizia a provare intensi sentimenti omoerotici. Essendo che le ricerche (Saraceno, 2003; Barbagli e Colombo, 2007) hanno messo in evidenza che la maggior parte delle persone omosessuali hanno provato per la prima volta attrazione per una persona dello stesso sesso proprio durante l’adolescenza, bisogna sottolineare l’importanza di questa fascia di età in quel processo che poi porterà al vero e proprio coming out.

Durante l’adolescenza, gli oggetti di attrazione omoerotica sono talvolta persone al di fuori dell’ordinario, come le star del cinema o della televisione, ma possono essere anche persone appartenenti al proprio mondo familiare, come un parente, un insegnante o un compagno di scuola. Queste infatuazioni durante l’adolescenza determinano una concettualizzazione molto specifica di ciò che riguarda il coming out: se da un lato, infatti, gli adolescenti sono sempre tentati di uscire allo scoperto, dall’altra le caratteristiche socioculturali impongono il mantenimento del segreto. Tutto ciò porta molto spesso a romantiche fantasie omoerotiche che possono essere considerate come il precursore di quella che poi sarà l’omofobia internalizzata (Barbagli, Colombo, 2007). È senza dubbio rilevante il fatto che l’adolescenza accresca ed accentui quel sentimento di mutamento e di diversità degli omosessuali, poiché è il periodo che più di tutti va contro e si allontana dalle consuetudini della società.
Possono passare parecchi anni dal momento in cui si verifica la prima attrazione omoerotica, generalmente durante l’adolescenza, ma anche durante l’infanzia, al momento in cui si attua un vero e proprio atto sessuale con la persona prescelta. Il periodo che intercorre tra l’attrazione omoerotica, l’atto sessuale e il coming out, passa per quell’ulteriore sotto processo del coming out esteriore che è quello di tipo interiore: ovvero la capacità dell’omosessuale di dire a sé stesso che è omosessuale, andando contro le caratteristiche socioculturali stereotipate (Corbisiero, 2010).

Differenze di genere: maschi e femmine alla scoperta della propria omosessualità

Dalle recenti ricerche (ad esempio Saraceno, 2003) emerge che ogni persona omosessuale giunge al coming out interiore in maniera molto diversa rispetto ad un’altra, poiché possono essere seguite diverse tappe per raggiungere il medesimo obiettivo.

Da un punto di vista generale passa qualche anno dal momento in cui si hanno i primi rapporti (sia omosessuali che, nella maggior parte dei casi, eterosessuali), al momento in cui ci si dichiara omosessuali definitivamente. Occorre distinguere, pertanto, quelle persone che hanno sempre avuto un orientamento sessuale verso le persone dello stesso sesso e quelle che invece lo hanno scoperto solo dopo aver provato esperienze sessuali con persone eterosessuali. L’adolescenza può essere per questo definita come un periodo di sperimentazione in cui si cerca di capire qual è il vero orientamento sessuale che appartiene alla persona (Pietrantoni, Prati, 2011). Barbagli e Colombo (2007) definiscono questa sperimentazione nei termini di un diverso grado di fluidità sessuale che può subire diverse manifestazioni in base alla storia personale, alla società ed alla cultura cui si appartiene.

In maniera più schematica, Pietrantoni e Prati (2011) identificano due modalità prototipiche circa il riconoscimento della propria omosessualità: nella prima, che è più frequente nelle donne, la consapevolezza è successiva a esperienze eterosessuali tratteggiate come altrettanto significative, l’enfasi è sul contesto e sulla relazione, la sessualità è fluida e l’omosessualità può non essere irreversibile né esclusiva; nella seconda, più frequente negli uomini, vi è la contrapposizione etero-omo, i desideri sono percepiti come già presenti nell’infanzia e il compito della persona è stato quello di accettare la propria vera natura.
In maniera più specifica, per quanto riguarda le femmine l’autodefinizione come lesbica è dettata dalla consapevolezza graduale di sentimenti provati verso le persone dello stesso sesso. Questo è dovuto anche al fatto che le lesbiche incontrano meno ostacoli, rispetto ai maschi, nel loro tentativo di esplorare le persone del loro stesso sesso (Bertone, 2009). Le amicizie femminili sono infatti caratterizzate, al contrario di quelle maschili, da contatti fisici, scambi di effusioni eterosessuali, dove il bacio di natura eterosessuale è considerato sì come un atto omosessuale, ma in funzione di ciò che si farà da adulte con un uomo: è chiaro che in questo clima le femmine ritrovano una più proficua e graduale espressione del loro innamoramento omosessuale rispetto ai maschi (Pietrantoni, Prati, 2011).

Si evince, pertanto, che il genere è un forte organizzatore dei modelli di relazione, identità e comportamento omosessuale (Corbisiero, 2010). Ad esempio, gay e lesbiche fanno uso di strategie differenti per la gestione dello stigma sociale omofobo per evitare di essere emarginati o etichettati: gli uomini gay tendono ad evitare costantemente il coinvolgimento affettivo al fine di minimizzare l’importanza dell’esperienza sessuale con altri uomini (probabilmente per derivazioni particolari di origine socioculturale), al contrario delle donne lesbiche (Bertone, 2009).

Dal coming out interiore al coming out esteriore

Uno dei modelli più citati in letteratura per la descrizione e spiegazione del coming out interiore è il modello di Cass (1984) che schematizza il processo in questo modo: confusione di identità (chi sono?); comparazione (sono diverso/a); tolleranza (probabilmente sono gay/lesbica); accettazione (sono omosessuale); orgoglio (sono fiero di essere omosessuale); sintesi (la mia omosessualità è una parte di me)

Il coming out interiore e il vivere la prima relazione omosessuale è fondamentale per un omosessuale perchè gli permette di definirsi tale. Dal momento in cui il coming out interiore è venuto già allo scoperto e non è rimasto velato, è il coming out esteriore il passo successivo del processo più generale di coming out. Ovvero l’uscire allo scoperto anche con gli altri.

Ci sono vari fattori sociali che possono facilitare o ostacolare il processo di coming out esteriore, come l’età, il genere, la regione e il comune di nascita, il titolo di studio, l’educazione religiosa ricevuta; altri che invece possono influire, come la generazione di appartenenza, l’adesione alla morale cattolica, l’intensità del desiderio erotico omosessuale e le caratteristiche familiari (Barbagli e Colombo, 2007; Bertone, 2009).

L’atto di dichiararsi agli altri come omosessuali, pertanto, varia molto, anche in questo caso, in funzione del contesto e delle caratteristiche dei destinatari e delle persone verso cui il coming out vuole essere messo in atto. Barbagli e Colombo (2007) affermano, in relazione alle loro ricerche, che è più facile che la dichiarazione di omosessualità venga fatta a gruppi paritetici piuttosto che a gruppi gerarchici, quindi con gli amici e i compagni piuttosto che con i familiari.

La scelta della prima persona a cui dire di essere omosessuali comporta un certo qual peso all’interno di tutto il processo di coming out. Il momento della prima confidenza segna anche l’inizio della decisione di uscire allo scoperto, poiché il processo continuerà anche dopo che la prima confidenza sarà stata fatta (Saraceno, 2003). L’interlocutore ideale deve essere una persona vicina, comprensiva e aperta ad accettare l’omosessualità della persona, in modo tale da non mettere in discussione o turbare la relazione affettiva che è presente tra i due (Barbagli e Colombo, 2007; Saraceno, 2003). L’85 % delle persone, secondo la ricerca di Barbagli e Colombo (2007), inizialmente preferisce dichiarare la propria omosessualità agli amici rispetto ai familiari, probabilmente perché vi è la speranza di essere più compresi e meno giudicati. Dopo gli amici seguono gli stessi familiari, e quindi gli insegnanti, i sacerdoti, gli psicologi e i medici. In pratica l’uscita allo scoperto avviene prima con i gruppi primari e poi con quelli secondari (Bertone, 2009).

I processi decisionali sul dirlo o non dirlo sono frutto di una complessa valutazione costi-benefici: tra gli svantaggi di un outing vi sono i timori delle reazioni negative, di essere target di pregiudizi o di scarsa impellenza, ma dall’altro lato il vantaggio è rappresentato dalla voglia di sentirsi autentici e di richiedere aiuto.

Con Pietrantoni e Prati (2011) possiamo distinguere tre tipi di coming out esteriore: il primo è il tipo più implicito, dove la persona non nasconde la sua relazione ma non ne parla con nessuno e pensa che gli altri lo abbiano capito; il secondo è il “confessionale”, quando ovvero la persona sceglie di dirlo ad altri opportunamente selezionati, in un’atmosfera intima; il terzo è quello di tipo più spontaneo: la persona riferisce serenamente di essere omosessuale senza farsi particolari problemi sul suo status.

Come cambiano le amicizie dopo il coming out

Dal momento in cui viene manifestata apertamente la propria natura omosessuale, i gay e le lesbiche modificano naturalmente anche l’intrecciarsi ed il mantenimento delle relazioni amicali cui è stato riferito. Ciò che viene messo in evidenza dalle ricerche è che si verifica una netta preferenza per amici sia dello stesso sesso che dello stesso orientamento sessuale, sia per quanto riguarda le lesbiche che per quanto concerne i gay (Saraceno, 2003). Le amicizie diventano sempre più selezionate e si instaurano solo quando vi sono le condizioni per poterlo fare, un po’ come avviene nelle amicizie tra eterosessuali. Ciò che, invece, fa da equilibrio nell’instaurarsi di un’amicizia tra omosessuale ed eterosessuale è la capacità di non enfatizzare la categorizzazione sociale quando non è rilevante, cosa che apporterebbe in maniera inevitabile la messa in atto di comportamenti di derivazione omofobica (Bertone, 2009).

Una problematica che può presentarsi tra amici è relativa alle possibili attrazioni sessuali che si possono scatenare tra eterosessuali ed omosessuali dichiarati, che spesso vengono messi a tacere per timore di rovinare la stessa amicizia (Chiari, Borghi, 2009). Ne consegue una limitazione dei comportamenti e dei rapporti poco aperti e sinceri, specialmente per quanto riguarda le donne lesbiche e le donne eterosessuali. Tra omosessuali ed eterosessuali possono invece manifestarsi più frequentemente evitamenti sociali per la paura che la persona omosessuale possa “provarci”. Pertanto, stando a quanto detto finora, nell’amicizia tra due donne o due uomini di diverso orientamento sessuale vi è sempre la possibilità che una delle due o uno dei due s’innamori dell’altra o dell’altro (Pietrantoni, Prati, 2011).

Non sempre però il coming out determina derivazioni relazionali amicali negative tra omosessuali ed eterosessuali; vi sono infatti dei casi, denominati come fag hag nei Paesi anglosassoni, in cui le donne eterosessuali apprezzano la compagnia delle donne lesbiche o degli uomini gay; in quest’ultimo caso l’interesse comune per gli uomini potrebbe favorire il fronteggiamento di un contesto sociale potenzialmente sessista ed omofobo (Barbagli, Colombo, 2007).

Le difficoltà di fare coming out

Dichiararsi omosessuali al di fuori della famiglia di origine e della sfera delle amicizie cui si appartiene è ancora più complesso poiché è molto facile ricadere in reazioni negative, sia di tipo fisico o verbali, e di rifiuto. In tale mondo si può includere anche la scuola e il lavoro, dove spesso e volentieri l’omosessuale è obbligato a “modulare” la propria dichiarazione e i propri atteggiamenti al fine di prevenire eventuali reazioni negative (Lingiardi, 2007). Tali evidenze non si manifestano soltanto in periodo adolescenziale, ma anche in periodo infantile, dove possono essere presenti frequenti comportamenti di bullismo scolastico dettato da comportamenti omofobi e da stereotipi sociali e culturali (Pientrantoni, Prati, 2011).

Per potersi dichiarare omosessuali in ambienti ostili senza usare la condotta verbale, molti utilizzano delle tecniche indirette, come non nascondere i propri comportamenti, invitare a casa gli amici non nascondendo certi tipi di libri o di vestiti, oppure farsi pubblicare la propria foto su riviste o siti internet di gruppi dichiaratamente gay (Saraceno, 2003).

Esistono quindi molti modi con cui il coming out può essere effettuato, anche a vari livelli, in base alle possibilità che la società offre. Non è raro, per contro, che le reazioni al coming out all’interno dell’ambiente sociale non siano positive e, talvolta, aumentino proprio in seguito al coming out; questi fattori possono intensificare l’emarginazione dell’omosessuale e vari problemi di natura sociale. Occorre anche dire, però, che le reazioni individuali non sempre sono così negative come quelle di origine sociale, poiché spesso si vedono persone che condannano l’omosessualità in un ambiente sociale ma in una dimensione privata hanno amici omosessuali con i quali mantengono degli ottimi rapporti (Bertone, 2009).

Lo stigma sociale dell’omofobia

Troiden (1979) ha offerto una prospettiva molto interessante del processo di coming out esteriore che sottolinea, in quattro stadi, le caratteristiche della risposta strategica allo stigma sociale in cui un omosessuale è, direttamente o indirettamente, inserito.

In un primo stadio di “sensazione”, che è collocato nella pubertà, l’omosessuale vive sentimenti di marginalità e di alienazione dagli altri.

Nel secondo stadio, denominato “confusione di identità”, corrispondente al periodo dell’adolescenza vero e proprio, vi sono degli iniziali sentimenti che possono avere a che fare con l’omosessualità. Gli omosessuali possono reagire o con il diniego, o adottando fantasie, o sradicando le emozioni che sentono, o attraverso l’evitamento consapevole dei pensieri, comportamenti e fantasie omosessuali. Un’altra particolare forma di strategia difensiva è la ridefinizione situazionale, quando ovvero uno specifico sentimento viene relativizzato a una determinata situazione e non viene generalizzato.

Nel terzo stadio dell’assunzione dell’identità, che avviene generalmente nella tarda adolescenza, l’identità omosessuale viene pienamente riferita a sé e agli altri. Lo stigma dell’omofobia, anche di tipo internalizzato, viene evitato attraverso o l’allineamento alla comunità (vi è una più attiva partecipazione alla vita comunitaria) o con la ridicolizzazione dell’esperienza eterosessuale, oppure ancora con la capitolazione, quando nonostante la persistenza di desideri omosessuali, stigmatizzano definitivamente la propria omosessualità.

Nell’ultimo stadio, invece, “la partecipazione”, viene messa in risalto, nel migliore dei casi, una prospettiva diversa dell’omosessualità, intesa non più come stigma sociale, ma come modo di vivere nuovo. Le principali caratteristiche sono l’autoaccettazione e confortevolezza con il ruolo e l’identità omosessuale che poi porteranno, o ne saranno conseguenza, al coming out definitivo.

In conclusione

Riconoscersi omosessuali non è pertanto un processo semplice, ma spesso lungo e doloroso, vissuto come una profonda rottura rispetto ad una prospettiva di vita in cui si dava per scontata e tutto era organizzato in funzione dell’eterosessualità. È un processo non soltanto relativo alla formazione dell’identità sessuale, ma anche un processo di formazione dell’identità della persona nel suo complesso (Saraceno, 2003; Garelli, 2000).

In definitiva, stando a quanto detto fin qui, il coming out esprime una concomitanza di eventi importanti nella vita di ogni omosessuale: innanzi tutto il “venir fuori” pubblicamente, svelandosi ad ogni tipologia di “altro”, ma anche venire fuori nei confronti di se stessi e riuscire a rifiutare termini offensivi, riuscire a disfarsi dei vari bias sociali e dei relativi pregiudizi, sostituendoli con interpretazioni di affermazione, rispetto ed integrazione a tutti i livelli (Bertone, 2009).

Esistono naturalmente, come emerge dalle ricerche sociologiche recenti (vedi Bertone, 2009 o Barbagli e Colombo, 2007) una complessiva grande varietà di percorsi di vita, da quelli più lineari e stabili a traiettorie molto più fluide e circostanziali. Se si seguono i modelli sopra esposti, si ha l’idea di una definizione della propria omosessualità in termini abbastanza lineari, ma fondamentalmente il percorso di definizione, sia interiore che esteriore, della propria omosessualità è abbastanza contorto nella maggior parte dei casi. Vi è molto spesso, ad esempio, una iniziale commistione di esperienze eterosessuali ed omosessuali che allungano i tempi di definizione della propria identità, come sopra è stato accennato, e di conseguenza tutto il processo di coming out (Bertone, 2009).

Nonostante molti omosessuali decidano di fare coming out, molti altri preferiscono mantenere il segreto, a volte soltanto in alcune cerchie di relazione. Accade infatti che molte persone preferiscono mantenere un’immagine diversa sul luogo di lavoro, più consona ai dettami sociali. Per raggiungere questo obiettivo del “segreto” sono due, secondo Barbagli e Colombo (2007), le strade che possono essere percorse. La prima riguarda il seguire un copione da eterosessuale, comportandosi come se non fossero omosessuali con i colleghi. La seconda strada, invece, è più semplice e riguarda quei casi in cui la persona non si dichiara omosessuale, ma nemmeno cerca di farsi passare per eterosessuale, mantenendo una stretta separazione tra sfera privata e sfera lavorativa.

Scoperti particolari segmenti di DNA che causerebbero la morte dei neuroni nel Morbo di Alzheimer

Una nuova ricerca svela il meccanismo attraverso il quale l’accumulo progressivo di proteina Tau all’interno del cervello contribuisce alla morte delle cellule nel morbo di Alzheimer.

 

Studiando più di 600 soggetti, gli scienziati hanno scoperto per la prima volta un’associazione tra la presenza di proteina Tau all’interno delle cellule cerebrali e l’attività di particolari sequenze di DNA, gli elementi trasponibili, che potrebbero innescare la neurodegenerazione tipica del morbo di Alzheimer.

Il Dottor Joshua Shulman, professore di neurologia al Baylor College of Medicine in Texas, ha chiarito che la caratteristica principale del morbo di Alzheimer è l’accumulo di proteina Tau all’interno dei neuroni che porta come conseguenza la progressiva morte cellulare. 
Sebbene la ricerca sia impegnata da molto tempo nel ricercare i meccanismi che portano all’accumulo di questa particolare proteina all’interno del cervello, non è ancora del tutto spiegato come questi aggregati conducano alla morte neuronale.

Ciò che i ricercatori hanno osservato in questo studio è che i neuroni con accumulo di proteina Tau al loro interno, sembrano presentare una maggiore instabilità genomica. Shulman ha spiegato: [blockquote style=”1″]Con instabilità genomica ci si riferisce ad una maggiore tendenza del DNA ad avere alterazioni nel materiale genetico come ad esempio mutazioni. Questo significa che il genoma non funziona correttamente. L’instabilità genomica sembra essere alquanto importante perché si è vista essere una tra le possibili cause di diverse malattie, quali ad esempio il cancro. Il nostro studio ha indagato una possibile relazione causale tra l’eccesso di proteina Tau e la conseguente instabilità genomica nella malattia di Alzheimer.[/blockquote]

Studi precedenti sulle malattie neurodegenerative avevano suggerito che i tessuti cerebrali dei pazienti non solo mostravano instabilità genomica ma erano caratterizzati anche da neuroni che presentavano l’attivazione di elementi trasponibili. 
Gli elementi trasponibili sono frammenti di DNA che si comportano in maniera simile ai virus: possono infatti creare copie di sé stessi, inserirsi nel genoma e causare mutazioni. La maggior parte di questa elementi è dormiente o disfunzionale tuttavia alcuni di questi possono attivarsi in tarda età o in determinate condizioni mediche.

Lo studio

Collaborando con i colleghi David Bennett di Chicago e Philip De Jager della Columbia University, Shulman ha potuto condurre questo studio longitudinale su una popolazione di più di 600 soggetti. Ciò che si è fatto è stato identificare, tramite un software creato appositamente, la presenza di elementi trasponibili attivi nei cervelli postmortem, creando un profilo di espressione genica per ogni singolo soggetto; è stata poi calcolata, attraverso un’analisi statistica, l’eventuale correlazione tra la quantità di proteina Tau presente nelle cellule e la quantità di elementi trasponibili. 
I ricercatori hanno riscontrato un forte legame tra i due elementi, trovando sorprendentemente un’attivazione diffusa di elementi trasponibili in tutto il genoma.

Ricerche precedenti inoltre, avevano dimostrato l’effetto distruttivo della proteina Tau sull’architettura del genoma. Su tale punto Shulman ha specificato: “Il fatto che gli aggregati Tau distruggano la struttura del DNA potrebbe essere un possibile meccanismo che causa l’attivazione degli elementi trasponibili nella malattia di Alzheimer. Tuttavia gli studi compiuti sull’uomo stabiliscono solo un’associazione tra l’accumulo di proteina Tau e l’attivazione di elementi trasponibili senza dichiarare un legame di causalità. Per determinare se la proteina causi effettivamente l’attivazione degli elementi abbiamo condotto delle ricerche che studiano il moscerino della frutta”.

In effetti gli studi sul modello animale hanno rivelato che l’accumulo di proteina Tau ha portato all’attivazione di elementi trasponibili suggerendo che la proteina possa potenzialmente mediare l’attivazione degli elementi e causare quindi la neurodegenerazione.

Il Dottor Shulman ha concluso affermando: [blockquote style=”1″]C’è ancora molto lavoro da fare, riteniamo però che la nostra ricerca abbia rivelato nuove e importanti informazioni utili per la comprensione dei meccanismi causali nel morbo di Alzheimer.[/blockquote]

Una vita come tante: uno sguardo crudo e reale sul trauma e l’abuso infantile – un libro che ogni psicoterapeuta dovrebbe leggere

Non so se il il libro Una vita come tante di Hanya Yanagihara, edito da Sellerio, sia un libro principalmente sull’amicizia come ci avvisa la quarta di copertina, certo in parte lo è, l’amicizia di quattro uomini dal college alla maturità, ma troppo disomogenee le amicizie tra questi uomini, amicizie indelebili ma anche rabbiose, protettive, invidiose, ogni amicizia dentro il libro è una amicizia diversa. So però che questo è un romanzo che tutti i clinici tutti gli psicoterapisti devono leggere. 

 

Il libro ha 4 protagonisti ma in realtà emerge quasi dall’inizio una voce sola, fino alla fine quando nelle ultime pagine appare la voce di un altro dei molti protagonisti che in modo straziante ma non senza speranza chiude il libro.

La voce principale è quella di Jude, ragazzo dal passato terribile, abusato e geniale che diventa un grande avvocato, ricco, adorato dai suoi amici, colleghi e da chiunque lo conosca, ma che non sa come vivere una vita possibile avendo fratture traumatiche incancellabili.

La prima cosa che mi ha colpito mentre lo leggo è l’insostenibilità degli abusi subiti in infanzia e adolescenza da Jude, e penso a quanto noi clinici tendiamo a parlare sempre di abusi, come se l’abuso del nostro paziente (e a volte di noi stessi) fosse il peggior abuso possibile, il padre presente ma ubriacone, la mamma aggressiva, i rimproveri.. ecco leggendo la storia di Jude mi rendo conto che alcuni abusi non sono paragonabili ad altri (la gravità degli abusi è tale che la personalità e l’emotività di Jude, ma anche il suo corpo, ne sono distrutti per sempre) abitano completamente da un’altra parte. Queste realtà sono maggiormente presenti in chi vive nelle realtà carcerarie o nei luoghi di protezione dell’infanzia violata.

E questa è cosa che noi clinici dobbiamo ricordare sempre. Dare i pesi giusti e misurare l’entità dei traumi dei nostri pazienti con rispetto ma anche accuratezza.

Chi è Jude?

La descrizione psicologica di Jude, del suo continuo parlare con se stesso, dello stato di autocolpevolizzazione, vergogna, rabbia, sfiducia nei rapporti con le persone che lo amano, che vivono per renderlo felice, è così ben raccontata che vale la pena di armarsi di coraggio e attraversare la lettura di questo libro letterariamente imperfetto, ma straordinario. Alcune pagine, ve lo dico subito, sono intollerabili, la descrizione di ciò che un bambino non protetto può subire dagli adulti, è insostenibile anche alla lettura. Ma il processo di autocura che Jude (nonostante le innumerevoli ricadute di autolesionismo e rabbia,) non smette mai di fare, è una lezione di psicopatologia dell’abuso in forma letteraria indimenticabile.

La storia di amicizia tra Jude e William è un esempio di come l’affetto e la presenza, vissute come minacciose e impossibili da tollerare, lasciano traccia, alla lunga e con pazienza, ma non diventino mai scontate, non permettano mai di mettersi realmente al sicuro.

Nell’arco del libro Jude cambia, rimane impossibile o quasi da avvicinare, ma ragiona, comprende, vede le sue ferite non solo come colpa e corresponsabilità, ma anche come qualcosa che deve tenere sotto controllo e lontano, per potere avere momenti di relativa pace.

Jude a volte fa anche rabbia al lettore, per la sua ripetitività,la sua ruminazione pessimistica ininterrotta, la sua difficoltà a cambiare idea, il suo riconoscere quanto ha ottenuto come risultato non di una fortuna pazzesca ma della sua genialità e della sua competenza amicale e professionale, per le sue pretese verso chi ha vicino, unite sempre ai “mi dispiace” manipolativi.

Ma il libro non è solo Jude, ci sono i suoi incontri, le persone che per sempre riescono a stargli a una distanza che riesce ad accettare, anche se con momenti di rabbia e rifiuto li sfida, mente e si nasconde. E ci sono i crudeli che incontra da adulto e che lo segnano in modo cruento, proprio per la conferma che lui è sbagliato, diverso, perduto.

Qual è l’insegnamento di questa storia?

Alla fine, in questa New York mondana e piena di persone eventi e parole e relazioni, tutti e quattro gli amici del nostro libro hanno grandi successi seguendo i loro talenti. Tutti hanno case meravigliose e occasioni e vittorie. Tutti rimangono vicini tra di loro pur con alternanze negli anni legate a liti, sfide, difficoltà e gelosie. E tutti si portano dietro i tormenti di infanzie imperfette.

Certo difficile nel mondo non romanzesco immaginare un passato come quello di Jude nel più famoso penalista di New York, sono salti sociali quasi impossibili da immaginare nel mondo selettivo delle università americane, ma tant’è i romanzi sono favole e tutto può accadere. Anche se questa favola ci lascia l’amaro in bocca e la fine è pacificata ma non lieta, così come il racconto delle difficoltà e dei limiti oggettivi delle cose che i clinici (e gli amici, e i parenti) possono fare.

Questo libro è stato salutato come un libro importante dal mondo intellettuale omosessuale americano, perché le relazioni dominanti, importanti, cruciali dal punto di vista dell’interesse e dell’intimità avvengono sostanzialmente tra uomini, le donne sono sempre e solo sfondo.

Ma il sesso in questo libro non è quasi mai allegro, di comunicazione e condivisione, anzi del sesso, viene raccontata la vena sopraffattoria, violenta, non legata all’omosessualità ma alla violenza sull’indifeso. Per Jude, il desiderio amoroso, affettivo e sessuale che il suo amico ha per lui, il desiderio di vicinanza, la pazienza, la passione, sono consolazioni ma richiedono troppa fiducia e sono troppo dolenti, appartengono a un mondo di condivisione e vicinanza che è addirittura impossibile da immaginare, tanto meno accettare.

Anche di questo Jude si farà una colpa. Una delle cose interessanti del libro è proprio il racconto dell’impossibilità (la difficoltà) di sciogliere negli abusati il nodo della vicinanza sessuale e affettiva, anche in condizioni di sicurezza assolute.

Ma il libro è anche un libro sull’impossibilità di accettare un lutto ingiusto e inaspettato, sui tempi terribili che richiede questa operazione, sul fatto che per qualcuno è semplicemente vietata.

Si un libro dolce e crudele, i personaggi che lo abitano ci restano attaccati per lungo tempo, non ci consola né come persone né come terapisti. Noi ci culliamo nella tentazione di enfatizzare il nostro ruolo, le nostre competenze, l’importanza per i nostri pazienti. Lo siamo, lo facciamo con amore e passione ma spesso l’incontro è oscuro e non dimentichiamoci che può essere anche impossibile.

Questo libro non si riesce a lasciare né dimenticare e ci tira giù per sempre dalle nuvole narcisistiche in cui ci piace pensare di vivere.

Il bisogno di dramma – Ciottoli di Psicopatologia Generale

Nelle scelte che implicano grandi cambimenti, cosa ci spinge verso una decisione piuttosto che un’altra? Bisogno di dramma (BDD)? Noia? Curiosità? Voglia di nuovo?

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Il bisogno di dramma (Nr. 26)

 

Credo di aver fatto questi studi nel tentativo di capire e prevedere il comportamento degli esseri umani, forse perché immerso in un ambiente infantile scarsamente prevedibile (tanto per dare la colpa a mamma). Devo dire che sono stati soldi e tempo del tutto sprecati. Continuamente sbaglio le previsioni sul comportamento degli altri e credo che la causa principale sia l’incapacità a decentrarmi, a sua volta sostenuta da una metacognizione non opaca ma proprio fumè. Per cui se non sai come la pensi, cosa senti e cosa vuoi è facile che tutto questo venga proiettato sugli altri. Per contenere questa distorsione cognitiva nel caso delle elezioni americane ho cercato di basarmi su considerazioni oggettive trascurando il mio sentire. Mi dicevo che non poteva vincere nonostante la debolezza della rivale, avendo tutto o quasi lo star sistem contro e persino lo stesso partito repubblicano. Oggi nel fare i conti con l’inaspettato e cercare di recuperare un minimo di previsionalità senza ricorrere ad un delirio franco, mi sono ricordato di un articoletto recuperato questa estate sull’Internazionale e che introduceva un concetto: il Bisogno di Dramma (B.D.D). Utilizzai allora il concetto di Bisogno di Dramma B.D.D. per ragionare sulla Brexit, e in seguito su altri accadimenti personali.

Siccome non è un concetto stupido -sebbene dovremmo collocarlo meglio in una psicologia degli scopi/credenze- lo copio di seguito ed al termine aggiungero’ i miei pensierini di allora sulla Brexit.

Più o meno nello stesso periodo in cui Boris Johnson e Nigel Farage lanciavano una bomba nella politica del Regno Unito per poi scappare nascondendo la mano, ho scoperto che gli psicologi dell’università del Texas hanno ideato un indice per quel tratto della personalità che chiamano “bisogno di dramma”(BDD). Per misurarlo si chiede a un soggetto se concorda con affermazioni del tipo: “A volte mi diverto a far arrabbiare la gente” oppure “dico sempre quello che penso senza riflettere sulle conseguenze”.

Non c’è dubbio che Johnson e Farage, come d’altronde Donald Trump, siano persone con un alto livello di BDD, molto simile a quello dell’amico che per definire la sua relazione sentimentale scrive su Facebook “è complicata”, o che alla domanda “come vanno le cose?” risponde sempre snocciolando varie crisi intrecciate tra loro. Questo tipo di persone semina caos per soddisfare il proprio bisogno interiore di eccitazione, anche se di solito con conseguenze meno disastrose della Brexit.

E poiché questo non vale solo per i politici è difficile non concludere che il livello di BDD nella nostra cultura stia decisamente aumentando. Se sempre più elettori sembrano scegliere il caos e la demagogia solo per il gusto di farlo, forse è perché a chi si sente impotente non è rimasto altro che scatenare un dramma.

Come spiega l’esperta di psicologia Melissa Dahl nel blog The science of us, le persone ad alto tasso di BDD hanno un “locus di controllo esterno”, cioè percepiscono qualsiasi evento come se stesse succedendo a loro invece che essere causato da loro – una conclusione ragionevole quando gli eventi sembrano perlopiù determinati da politici lontanissimi o da crisi economiche che scoppiano dall’altra parte del mondo. “Sentire Trump dire che costruirà un muro o uno dei responsabili della Brexit affermare che non ci sarà più immigrazione è come comprare un biglietto della lotteria”, ha scritto di recente il giornalista irlandese Fintan O’Toole. “Non devi essere veramente convinto che vincerai cento milioni… Tieni semplicemente a bada la noia introducendo una possibilità fantastica”.

Milioni di persone si sentono impotenti e si annoiano, e non c’è da stupirsi se vogliono smuovere un po’ le acque.

Un nuovo studio condotto dal King’s College di Londra in collaborazione con l’Università di Limerick fa pensare che abbia ragione: sembra che i partecipanti costretti ad annoiarsi a morte trascrivendo una serie di tediose informazioni sulla fabbricazione del cemento, in seguito abbiano espresso idee politiche più estreme. Oggi che milioni di persone si annoiano e si sentono impotenti, non c’è da sorprendersi se poi decidono di smuovere un po’ le acque.

Adesso che il bisogno di dramma ha raggiunto livelli epidemici sia tra i politici sia tra gli elettori, ci colpisce ancora di più vedere che l’uomo più potente del mondo – almeno ancora per qualche mese – è un esempio della tendenza esattamente opposta. Secondo un suo profilo pubblicato dal New York Times, l’uomo che i suoi collaboratori hanno soprannominato “no-drama Obama” ama sempre di più le ore della sera che passa da solo a leggere nella Stanza Ovale, bevendo semplicemente acqua e mangiando – esattamente – “sette mandorle leggermente salate”. Più il mondo impazzisce, più il presidente introverso cerca la quiete. Nel suo mondo, evidentemente, ci sono già abbastanza drammi senza bisogno di provocarne altri. Leggendo i giornali, ho sempre più l’impressione di sapere quello che prova

Burkeman, O. (2016) Il bisogno di dramma di elettori e politici ci porta al caos, Internazionale

 

Riprendo con le mie riflessioni del Venerdi 24 giugno 2016.

Oggi è il giorno della Brexit e al di là dei commenti politici ed economici preparati e raffinati,mi vengono in mente alcune riflessioni.

Perché il risultato è così imprevisto e sorprendente? Forse semplicemente perché la stampa e tutta l’informazione ha dato sempre e solo, in linea con la campagna elettorale delle istituzioni (le elite al potere) molto più spazio alle ragioni del “remain” che a quelle del “leave”, che quando presentate venivano attribuite ad un generico e rozzo malcontento. Chi davvero conosceva in profondità le ragioni dell’out?

Interessante e grave che il voto determinante per l’OUT sia stato quello dei vecchi che finisce per condizionare non la loro vita (che dovrà ben finire prima o poi), ma quella dei giovani in stragrande maggioranza per l’IN e oggi increduli. Forse sarebbe da immaginare un peso diverso dei voti nel computo generale a seconda dell’età, perché l’esito di qualsiasi elezione condiziona molto di più la vita di un giovane che quella di un vecchio, per cui forse sarebbe giusto che avesse un peso maggiore.

Oggi molti dicono che Cameron e il fronte dell’IN era sicuro di vincere e ha scherzato con il fuoco quasi per un brivido adrenalinico. Al contrario lo stesso fronte dell’OUT contava di avere una grossa affermazione che gli desse un maggiore potere negoziale interno nel partito ed eventualmente con la UE, ma non si aspettava e non voleva vincere. Insomma come i ragazzini che iniziano per finta a fare a botte senza intenzione di farsi male e poi il gioco gli sfugge di mano.

Un’altra considerazione è che tutti i governi dell’occidente democratico e ricco che governino questo periodo storico sono destinati a sconfitte elettorali perché debbono gestire un processo di impoverimento. Questo processo si è innescato con la globalizzazione, ed è sacrosanto perché sta già riducendo sensibilmente le disparità tra i 7 miliardi di abitanti della terra. Ma chi rinuncia a qualcosa finisce per essere scontento e se la prende con i propri governanti, invece di ringraziare il fatto che tale riequilibrio avvenga senza invasioni e grandi spargimenti di sangue. Inorridiamo all’idea dei bambini che muoiono di fame e di sete ma quando imbandire anche poveramente la loro tavola ridimensiona i nostri banchetti allora invochiamo nuovi muri, politiche protezionistiche e mandiamo a casa i governanti.

Gli inglesi si sono fregati perché davano per scontato l’esito del “remain” (ma ti pare che davvero davvero…?). Altrettanto diamo per scontato il perdurare dei 70 anni di pace che hanno segnato il continente che nel solo ‘900 era riuscito a fare centinaia di milioni di morti nelle pianure del centro, sulle vette dei nostri bellissimi monti, tra i borghi artistici di città senza pari. Ho l’impressione e il timore che sia sufficiente innalzare un muro per trovare due bischeri che inizino a fare a sassate e poi chiamino i parenti e gli amici e via così con la meglio gioventù a morire per niente.

Non dimentichiamoci che proprio in questi giorni la Francia è teatro di scontri feroci tra tifoserie avversarie per gli europei di calcio. Diamogli pure un muro e magari una divisa e l’Europa tornerà ad essere un parco giochi “WARLAND”. A proposito di europei ma si può sapere perché i britannici si presentano sempre con 5, dico 5 nazionali ( inghilterra, Galles, Scozia, irlanda del nord e irlanda del sud)? Ricordo, per inciso che hanno sempre pagato contributi ridotti alla UE, non hanno l’euro, hanno la guida a destra ed un sistema di misura diverso dal sistema metrico decimale che confonde il mondo intero. Insomma ci ‘vo pazienza con la perfida Albione ( chissà che vuol dire) come diceva Mascellone.

Un’altra considerazione più psicologica. Già Kahneman e Tversky si sono presi il nobel per l’economia dimostrando che, mentre le teorie degli economisti si basavano sul presunto comportamento razionale di un “homo economico” che agisce sui mercati in modo razionale per massimizzare il proprio interesse, gli uomini quelli veri agiscono spinti da altre faccende, le emozioni, e non sono per niente razionali e talvolta manco ragionevoli.

Ho l’impressione che ciò valga anche in altri contesti. A volte si fanno certe scelte anche semplicemente per il gusto di cambiare, di fare casino. Di risollecitare la curiosità e vedere un po’ come va a finire. Quasi che l’evitare la noia sia una potente motivazione. Insomma, ogni tanto nella vita ci viene voglia del nuovo che acquista valore in sé, non perché necessariamente migliore del vecchio. Chissà dunque che i vecchi britannici abbiano condannato i loro nipoti a rivivere in un Europa debole e frammentata (basterebbe constatare che gli unici contenti oggi sono Putin e Trump per valutare l’errore commesso) non perché hanno vissuto la seconda guerra mondiale e ad obbedire alla Merckel gli piglia proprio male, ma semplicemente perché al parco col giornale si stavano terribilmente annoiando. Mentre scrivo il telegiornale ha dato la notizia che il cielo di Londra è coperto dai bombardieri tedeschi, dai potenti tupolev sovietici ma già si sono levati ad eroica difesa i caccia gli intercettori della RAF. E’ un investimento non solo per fabbricanti di armi (vedrai adesso il PIL dell’Italia), ma anche per cinematografari e scrittori per i prossimi cent’anni. Ripiego il giornale e fanculo pure a sto cocker, ora si’ che ci si diverte.

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Encefalopatia ipossico-ischemica nel neonato

Encefalopatia ipossico-ischemica nel neonato: che cos è, quali sono i fattori di rischio e le possibili conseguenze nuropatologiche

Valeria Mancini e Serena Pattara, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Il concetto di “encefalopatia neonatale” viene oggi usato in senso più estensivo rispetto a quanto proposto da Nelson nel 1991. Questo autore definisce infatti l’encefalopatia neonatale

come una sindrome clinica caratterizzata da alterata funzione neurologica nei primi giorni di vita nel neonato a termine, con difficoltà ad iniziare e mantenere l’attività respiratoria, alterazione del tono e dei riflessi, ridotto livello di coscienza e spesso convulsioni.

Con tale definizione si descrive un complesso sintomatologico che bene si adatta all’ encefalopatia neonatale ipossico-ischemica ma che non descrive invece altri quadri neurologici, frequenti nel periodo neonatale, che trovano verosimilmente origine in cause diverse dall’asfissia (malattie genetiche, difetti della coagulazione, disturbi metabolici, malformazioni, infezioni, ecc…) (Guerrini et al.).

Encefalopatia ipossico-ischemica: cos è, incidenza, quali aree cerebrali interessa

Si parla di encefalopatia ipossico-ischemica, quando all’evento asfittico segue un interessamento del sistema nervoso centrale, ovvero, nelle ore e giorni successivi all’asfissia si manifesta una chiara sindrome neurologica neonatale. Questa patologia è una delle maggiori cause di morte neonatale e disabilità neurologica nel bambino (Robertson, Finer, 1985).

L’incidenza stimata è di circa 1-2/1000 nati a termine (Ottaviano et al., 2001; da Thornberg et al., 1995; da Hull, Dodd, 1992) e fino al 60% nei neonati prematuri di peso inferiore a 1500 grammi (Ottaviano et al., 2001; da Ergander, 1983). Una percentuale tra il 20 e il 50% dei neonati asfittici che sviluppano una encefalopatia ipossico-ischemica muoiono nel periodo neonatale, dei sopravvissuti circa il 25% presenta handicap neurologici maggiori (paralisi cerebrale, ritardo mentale, disturbi d’apprendimento, epilessia).

In generale le lesioni anatomo-patologiche (e i conseguenti esiti a distanza) sono differenti nel neonato a termine rispetto al neonato pretermine. Nel primo prevale l’interessamento della sostanza grigia cerebrale (corteccia cerebrale, ippocampo, gangli della base, emisferi cerebellari), nel secondo, invece, è interessata prevalentemente la sostanza bianca (Ottaviano et al., 2001).

Encefalopatia ipossico-ischemica: fattori predittivi e di rischio

Prendendo in considerazione i fattori di rischio dell’encefalopatia ipossico-ischemica, alcuni parametri perinatali sono significativamente predittivi: il ritardo mentale materno, il deficit motorio di un fratello, l’ipertiroidismo, una sindrome convulsiva materna precedente la gravidanza, un’anamnesi remota positiva per due o più morti endouterine e un ritardo di crescita nella gravidanza corrente (Rosen, Hobel, 1986). Nessun fattore pregravidico predittivo, tuttavia, contribuisce più del 4.4%. L’età materna, la parità, lo stato socio-economico, il fumo, il diabete non hanno dimostrato un significativo ruolo predittivo. La proteinuria (> 5g/25 h) nella seconda metà della gravidanza, l’ipertensione arteriosa marcata, le metrorragie del terzo trimestre, il numero delle visite prenatali sono state identificate come fattori di rischio. Ciascuno di questi fattori è associato alla paralisi cerebrale con una percentuale inferiore al 2%. Le caratteristiche predittive significative durante il travaglio sono: un’epoca gestionale inferiore alle 32 settimane e le bradicardie fetali (60 battiti al minuto e valori inferiori), le infezioni del corion e il basso peso della placenta. La placenta previa e il distacco intempestivo di placenta normalmente inserita, rappresentano un ulteriore rischio per l’encefalopatia ipossico-ischemica neonatale e il conseguente danno cerebrale fetale (Niswander et al., 1968).

I fattori di rischio che possono comparire in sala parto sono risultati: il basso peso neonatale, un ritardo di 5 minuti o più del primo atto respiratorio neonatale, un riflesso di Moro asimmetrico e la microcefalia. Il ritardo del primo atto respiratorio è stato un fattore di rischio più specifico e sensibile rispetto ad un valore basso dell’indice di Apgar (Freeman, 1985). Durante il periodo neonatale precoce, le convulsioni del neonato sembrano essere il fattore di rischio predittivo più considerevole; un altro fattore importante è la presenza di malformazioni non coinvolgenti il sistema nervoso centrale. Le sindromi mal formative sono significativamente più frequenti nei bambini che sono stati affetti da encefalopatia alla nascita e che poi hanno sviluppato la paralisi cerebrale, rispetto la popolazione generale. Altri studi hanno osservato che una percentuale maggiore di bambini con paralisi cerebrali presentava malformazioni congenite e che i feti malformati, più frequentemente rispetto alla popolazione (Nelson, Ellenberg, 1986), mostrano anomalie nel tracciato cardiotocografico, bassi indici di Apgar e un primo atto respiratorio ritardato. Nella casistica presentata da Nelson per molti bambini affetti da paralisi cerebrale che presentavano depressioni alla nascita, erano presenti, già prima del travaglio, fattori predisponenti che possono aver aumentato la vulnerabilità agli eventi del travaglio di parto.

Encefalopatia ipossico-ischemica e condotta ostetrica durante il parto

Purtroppo, la condotta ostetrica in un’ottica di prevenzione degli esiti neurologici favorevoli non è del tutto definita, dato che non sono conosciute le cause responsabili della paralisi cerebrale, che sono numerose e che spesso risalgono a fasi precoci dello sviluppo; non si potrà, attraverso un singolo intervento, prevenire la maggioranza degli esiti neurologici sfavorevoli. Le informazioni che derivano dagli eventi avvenuti durante il travaglio, durante l’espletamento del parto e durante la fase iniziale del periodo neonatale possono permettere l’identificazione delle cause che hanno prodotto il danno, nella maggioranza dei casi, poiché, frequentemente, l’insulto è avvenuto prima dell’inizio del travaglio. I dati riferiti in questo studio, su una popolazione di 54.000 gravidanze seguite in 12 ospedali americani e con un campione di 189 bambini affetti da paralisi cerebrale, suggeriscono un relativo e modesto ruolo dei fattori che intervengono durante il travaglio e durante l’espletamento del parto nella spiegazione eziopatogenetica della paralisi cerebrale.

Da questo studio è emerso che l’associazione fra gli eventi della nascita e l’esito neurologico sfavorevole può indurre in errore, poiché in una considerevole percentuale dei casi l’esito neurologico può essere associato parzialmente o totalmente a difetti intrinseci del feto. L’importante sviluppo delle scienze neurologiche, raggiunto negli ultimi anni, ha permesso l’osservazione delle complesse interazioni dei componenti del sistema nervoso centrale durante il periodo della vita intrauterina e di interpretare l’azione di alcune interferenze sulle fisiologiche interazioni all’interno del sistema nervoso centrale, ciononostante la maggior parte delle cause della paralisi cerebrale rimangono ancora inspiegabili. Una delle certezze acquisite negli ultimi anni da molteplici studi è che l’asfissia ad insorgenza acuta è associata in maniera minore agli esiti neurologici sfavorevoli, rispetto all’ipossia intrauterina prolungata e che la maggior parte dei sopravvissuti all’asfissia neonatale hanno esiti neurologici favorevoli e solo pochi presentano una sequela neurologica grave (Addy, 1982). Ci sono varie cause antecedenti, periconcezionali e antinatali sia per l’encefalopatia neonatale che per la paralisi cerebrale. La maggior parte delle condizioni associate sia con l’encefalopatia neonatale che con paralisi cerebrale sono collegate a condizioni ante-parto difficilmente imputabili a coloro che presentano cure mediche.

Encefalopatia ipossico-ischemica nel neonato a termine

La condizione clinica in cui si verifica l’encefalopatia ipossico-ischemica è l’ischemia che in genere, ma non necessariamente, è preceduta o accompagnata da ipossiemia. L’ipossiemia danneggia il sistema nervoso centrale principalmente causando disfunzione miocardica e perdita di autoregolazione del flusso ematico cerebrale, con conseguente ischemia. Il timing e la gravità dell’ipossia e dell’ischemia, nonché l’età gestazionale del neonato sono i principali determinanti della neuropatologia della lesione.

Le cause principali di grave ipossiemia nel periodo perinatale sono: asfissia, distress respiratorio, shunt destro-sinistro. Le cause principali di ischemia invece sono: grave ipossia di qualunque origine, asfissia intrauterina con acidosi e perdita della regolazione del flusso ematico cerebrale, insufficienza cardiocircolatoria.

I fattori che determinano la topografia del danno cerebrale ipossico-ischemico perinatale sono di vario tipo:

1) intrinseca vulnerabilità sia cellulare (neuroni > oligodendroglia > astrociti > microglia > vasi) che regionale (corteccia: strati 3, 5, 6; ippocampo, sostanza bianca: subcorticale e periventricolare; troncoencefalo: collicolo inferiore; cervelletto: strato cellulare di Purkinje)

2) fattori vascolari: nell’ipossia-ischemia sistemica le lesioni si localizzano nei territori di confine tra distretti vascolari, nell’occlusione vasale la lesione è localizzata a valle dell’ostruzione

3) natura e durata dell’insulto: ipossia, ipossia-ischemia, ischemia

4) età e maturità del neonato;

5) fattori contingenti: ipoglicemia, sepsi, malnutrizione (Ottaviano et al., 2001).

Le ragioni della vulnerabilità di certi gruppi di neuroni nel sistema nervoso centrale sono diventate più chiare negli ultimi anni. Sicuramente fattori vascolari giocano un ruolo importante. Il danno neuronale è, infatti, più grave nella zona di confine tra distretti vascolari (ad esempio nella profondità dei solchi e nelle aree parasagitali), d’altra parte la stretta relazione che esiste tra la necrosi ponto-subicolare del prematuro e l’ipocapnia e l’iperossia sembra suggerire un ruolo importante della vasocostrizione in questa specifica lesione (Ottaviano et al., 2001; da Hashimoto, 1991; da Ahdab-Barmada et al., 1986).

Tuttavia la constatazione che il danno neuronale più selettivo non segua strettamente la distribuzione vascolare fa ritenere che siano in gioco altri fattori. Ad esempio la rapida maturazione e differenziazione dei neuroni nel ponte e nel subicolo al momento in cui si verifica l’insulto può rendere ragione della loro maggiore richiesta di energia, e della conseguente propensione verso l’apoptosi.

Per quanto riguarda le diverse suscettibilità regionali, è possibile che siano legate a differenze metaboliche: capacità di glicolisi anaerobica, richieste energetiche, accumulo di lattato, funzione mitocondriale, flusso di calcio, sintesi di ossido nitrico, formazione di radicali liberi e capacità di neutralizzare gli stessi.

Un ruolo hanno senz’altro anche le differenze recettoriali, per quanto riguarda i recettori del glutammato.

Le zone che al momento dell’insulto ipossico-ischemico sono particolarmente ricche di sinapsi che usano come neurotrasmettitore il glutammato sono le più danneggiate, così come avviene, ad esempio, nel periodo perinatale per i gangli della base (Ottaviano et al., 2001; da Johnston, 1995).

L’occlusione vascolare e necrosi a valle è il meccanismo patogenetico principale nella necrosi ischemica focale e multifocale. Quale sia la causa che determina l’insufficiente o assente flusso in una arteria cerebrale maggiore rimane sconosciuto in circa il 50% dei casi, il 35% dei casi viene attribuito all’asfissia, nel rimanente 15% sono state trovate anomalie di sviluppo vascolare, vascolopatie, alterazioni della coagulazione, vasospasmo, distorsione vasale da trauma sul capo o sul collo, embolia e trombosi.

Condizioni essenziali per la diagnosi di sofferenza perinatale sono: anamnesi positiva per sofferenza fetale (decelerazioni tardive al cardiotocogramma, liquido amniotico tinto di meconio, acidosi metabolica con pH < 7,1 e/o EB ≤ 10 mEq/l nelle prime 2 ore di vita) depressione alla nascita con necessità di rianimazione, e sintomi neurologici precoci (Ottaviano et al., 2001).

Encefalopatia ipossico-ischemica: sintomi clinici

Dal punto di vista clinico l’encefalopatia ipossico-ischemica consiste in un pattern caratteristico di segni e sintomi neurologici che seguono l’asfissia perinatale e che progrediscono con modalità pressoché costante. La severità di tali segni dipende in gran parte dalla durata dell’asfissia cui il neonato è stato sottoposto e può essere valutata in base alle manifestazioni cliniche del soggetto (Volpe, 2001).

I segni clinici essenziali dell’encefalopatia ipossico-ischemica sono (Careddu et al., 2002):

  • convulsioni
  • alterazioni dello stato di coscienza (1. ipereccitabilità, 2. letargia, 3. coma)
  • anomalie posturali
  • scomparsa dei riflessi arcaici
  • anomalie del ritmo cardiorespiratorio (apnee, bradicardia)
  • tensione della fontanella anteriore.

La sintomatologia neurologica del neonato a termine asfittico è stata classificata da Sarnat e Sarnat in 3 stadi progressivi di gravità (Ottaviano et al., 2001; da Sarnat, Sarnat, 1976):

  • Stadio I (asfissia lieve): ipereccitabilità, esame neurologico ed EEG normali, veglia protratta, riflessi vivaci, tono normale o aumentato, midriasi e tachicardia
  • Stadio II (asfissia moderata): letargia, apatia, ipotonia, riflessi neonatali torpidi, convulsioni, miosi, bradicardia, EEG con punte/onde
  • Stadio III (asfissia grave): coma, riduzione o assenza di riflessi, flaccidità, raramente convulsioni, variabilità della dilatazione pupillare, variabilità della frequenza cardiaca, EEG inattivo o abnorme.

La stadiazione clinica alla nascita o subito dopo è fondamentale per determinare la severità del danno ipossico-ischemico, per iniziare il trattamento più appropriato e per stabilire la prognosi. Anche l’evoluzione, con il passaggio da uno stadio all’altro è un importante indice prognostico (Ottaviano et al., 2001; da Amiel-Tison, Ellison, 1986; da Lipper et al., 1986).

A volte i neonati appaiono relativamente normali nelle prime ore di vita per poi peggiorare rapidamente quando insorgono le crisi convulsive, altre volte sono in uno stadio 2 o 3 subito dopo la nascita. L’attività convulsiva compare nel 50-70% dei neonati asfittici, specialmente a termine, e nella maggior parte dei casi nelle prime 24 ore con un esordio tanto più precoce quanto più è grave l’asfissia. Quelli che sopravvivono mostrano un miglioramento nei giorni o nelle settimane seguenti, il tempo impiegato per il recupero delle normali funzioni neurologiche è anch’esso un fattore prognostico a lungo termine.

Oltre alle disfunzioni neurologiche, in circa il 50% dei casi l’asfissia determina alterazioni multi-organo riguardanti il rene, il cuore, i polmoni, l’intestino, con conseguenti alterazioni metaboliche quali ipoglicemia, ipocalcemia, alterazioni idro elettrolitiche, iperammoniemia, che contribuiscono ad aggravare le condizioni di un sistema nervoso già compromesso (Ottaviano et al., 2001).

Encefalopatia ipossico-ischemica: diagnosi

Riguardo la diagnosi, dal punto di vista strumentale, l’elettroencefalografia (EEG) rivela che: nel grado 1 della classificazione di Sarnat e Sarnat l’EEG è normale sia nella veglia che nel sonno attivo e calmo, il ciclo del sonno è presente mentre la durata degli stati è alterata. Nel grado 2 il tracciato è di basso voltaggio, caratterizzato da ritmi con frequenza variabile dalla banda delta alla beta, a volte è del tipo “basso voltaggio più grafo elementi patologici”, il ciclo del sonno è presente ma spesso alterato, frequenti le crisi elettrocliniche. Nel grado 3 il tracciato è prevalentemente inattivo o parossistico, il ciclo del sonno è assente e sono presenti crisi con dissociazione elettroclinica. Per quanto riguarda la prognosi questa è favorevole per il grado 1, gravissima per il grado 3 in cui le caratteristiche del tracciato riflettono una necrosi neuronale corticale diffusa, mentre per il grado 2 è favorevole se i segni clinici ed EEG tornano nella norma entro 5-7 giorni (Ottaviano et al., 2001; Allemand et al., 1983).

Una forma semplificata di elettroencefalogramma, con soli 2 canali, può essere ottenuta in continuo con il cerebral function monitor.

Nonostante questa tecnica possa rilevare solamente le alterazioni maggiori dell’attività elettrica cerebrale (tracciato piatto, di basso voltaggio, burst suppression, crisi convulsive), senza possibilità di studiare le varie zone cerebrali, offre l’incommensurabile vantaggio di poter essere eseguita nell’arco delle 24 ore e di rilevare quindi in tempo reale non solo eventuali cambiamenti dell’attività elettrica ma anche il controllo della terapia sulle crisi elettriche o in neonati curarizzati.

Infine, il tracciato elettroencefalografico e le sue modifiche nel corso dei giorni, sono uno strumento di grande valore considerato anche la facilità di esecuzione al letto del paziente (Ottaviano et al., 2001).

Quando c’è il sospetto di un’encefalopatia nel neonato, oltre ad utilizzare l’EEG, viene sempre effettuata una valutazione dell’encefalo attraverso la fontanella bregmatica (Careddu et al., 2002).  L’ecografia transfontanellare è molto utile per individuare le lesioni dei gangli della base, del talamo, la leucomalacia periventricolare, e danni ischemici focali e multifocali, ma non è in grado di rilevare lesioni corticali o del tronco encefalo in quanto spesso molto piccole o comunque troppo periferiche. Essa è la tecnica più utilizzata soprattutto per la possibilità di esecuzione al letto del paziente, rapidità, basso costo e innocuità, anche se non è sicuramente la tecnica appropriata per lo studio di quelle zone che frequentemente sono danneggiate nel neonato a termine quali la corteccia cerebrale o il tronco encefalo.

D’altro canto la TAC, che pur non essendo eseguibile al letto del paziente, richiede comunque dei tempi relativamente brevi per l’acquisizione delle immagini, fornisce importanti informazioni anche riguardo il danno corticale nella necrosi neuronale selettiva, ma il suo valore è massimo diverse settimane dopo l’insulto.

L’indagine sicuramente più accurata per dovizia di particolari, e più precoce nello stabilire l’entità del danno è la risonanza magnetica nucleare sia tradizionale ma soprattutto con le nuove applicazioni in spettroscopia e diffusione. Queste nuove applicazioni infatti non solo consentono una maggiore sensibilità nell’individuazione del danno ma permettono di anticipare l’indagine alle prime ore di vita consentendo di formulare una prognosi tanto accurata quanto precoce.

La risonanza magnetica in spettroscopia (H-MRS) è stata utilizzata per studiare i cambiamenti biochimici associati con il danno cerebrale (Ottaviano et al., 2001; da Amess et al., 1999).

Encefalopatia ipossico-ischemica: prognosi

Prendendo in considerazione la prognosi, alcuni aspetti della sindrome neurologica neonatale sono particolarmente utili per formularla: la gravità della sintomatologia, la presenza e il tempo di insorgenza delle convulsioni, la durata delle anomalie neurologiche.

Neonati con sindrome neurologica lieve hanno in genere un recupero completo, quelli con la forma grave o muoiono (80%) o presentano deficit (20%).

Pur non essendo chiaro se le convulsioni di per sé aggravino il danno cerebrale o siano l’espressione di una maggiore compromissione, quando si verificano il rischio di sequele aumenta di 2-5 volte, tanto più quanto più precoce è l’insorgenza.

Per quanto concerne la durata dei sintomi è esperienza comune che il neonato che presenta una sindrome neurologica che dura meno di 1-2 settimane ha ottime probabilità di avere uno sviluppo normale nei primi anni di vita, anche se poco è noto riguardo alla performance in età scolare (Ottaviano et al., 2001; da Robertson, Finer, 1988; da Robertson et al., 1989).

Oltre al quadro clinico molte informazioni utili per formulare la prognosi possono essere date dalle indagini strumentali.

Alcuni studi hanno dimostrato una diminuzione del rapporto NAA/Cho e NAA/Cr e un aumento del rapporto Cho/Cr in neonati asfittici con gravi deficit dello sviluppo all’età di 1 anno. Inoltre sono stati dimostrati un aumento del lattato e una diminuzione del NAA nel talamo e un aumento del lattato e una riduzione della Cr nei gangli della base dei neonati asfittici (Ottaviano et al., 2001; da Huppi , Lazeyras, 2001; da Amess, 1999).

Encefalopatia ipossico-ischemica nel neonato pretermine

Il danno cerebrale ipossico-ischemico nel pretermine differisce da quello del neonato a termine da un punto di vista neuropatologico e fisiopatologico in relazione al differente grado di maturazione sia del tessuto cerebrale che del letto vascolare.

Nel pretermine le lesioni cerebrali predominanti sono:

1) l’emorragia della zona germinativa

2) l’emorragia intraventricolare

3) l’emorragia parenchimale

4) la leucomalacia periventricolare.

Nei neonati prematuri una zona di confine tra letti vascolari è localizzata nella sostanza bianca periventricolare adiacente ai margini esterni dei ventricoli laterali. Queste zone sono situate tra 3 e 10 mm dalla parete del ventricolo laterale tra i rami terminali delle arterie “centrifughe” che partono dal plesso corioideo e le arterie “centripete” che originano sulla superficie dell’encefalo.

Il numero dei vasi centrifughi cresce con l’età gestazionale, la loro relativa esiguità nel neonato pretermine rende ragione della vulnerabilità di questa zona al danno ischemico. La relativa salvaguardia della corteccia cerebrale nel prematuro potrebbe essere dovuta alla presenza di una ricca rete di anastomosi tra le arterie meningee e le cerebrali anteriore, media e posteriore. Queste anastomosi, particolarmente prominenti nel pretermine, tendono a diminuire con l’età gestazionale fino a una pressoché completa scomparsa a termine di gravidanza.

E’ ormai noto che due fattori, la prematurità e l’insufficienza respiratoria acuta che richiede ventilazione meccanica, sono fortemente associati a emorragia peri-intraventricolare.

La prematurità è condizione essenziale perché si abbia la presenza di una matrice germinativa metabolicamente attiva e riccamente vascolarizzata, ed inoltre è noto che circa il 12% dei VLBW (Very Low Birth Weight) sani, presentano emorragie della matrice germinativa. Il ruolo dell’insufficienza respiratoria è probabilmente legato alle alterazioni del flusso ematico cerebrale secondarie all’ipossia, all’ipercapnia e al danno ipossico-ischemico dell’endotelio della matrice germinativa.

Altri eventi neonatali quali il pneumotorace, l’ipotensione, l’acidosi, i disturbi della coagulazione, l’espansione della volemia, l’infusione di bicarbonato, il trasporto, sono stati correlati con un rischio aumentato di emorragia, ma queste condizioni forse riflettono più la gravità del neonato e la necessità di trattamenti aggressivi piuttosto che un rapporto di causa-effetto con l’emorragia (Ottaviano et al., 2001).

L’ipotesi prevalente basata sugli studi neuro anatomici di Hambleton e Wigglesworth (Ottaviano et al., 2001; da Hambleton , Wigglesworth, 1976) è che alterazioni della pressione arteriosa e del flusso ematico nel letto vascolare immaturo della matrice germinativa possano iniziare il sanguinamento.

Due meccanismi sono stati proposti. Il primo prevede che la vasodilatazione cerebrale secondaria all’ipossia e alla ipercapnia porti ad un iperafflusso nel letto capillare della matrice germinativa con incremento della pressione e conseguente rottura dei capillari. Il secondo presuppone che sia l’ipotensione ad alterare l’integrità vascolare, tanto che un successivo incremento della pressione arteriosa possa comportare un versamento dai capillari già lesionati (Ottaviano et al., 2001; da Perry et al., 1990). Entrambi questi meccanismi presuppongono uno scarso controllo dell’autoregolazione del flusso ematico cerebrale che è noto avvenire per un intervallo ristretto di variazioni di pressione nel neonato prematuro. L’ossigeno e l’anidride carbonica sono potenti regolatori del flusso ematico cerebrale. In particolare l’ipossia e l’ipercapnia causano un marcato incremento del flusso cerebrale mentre l’iperossia e l’ipocapnia hanno un effetto opposto anche se meno drammatico. Il flusso ematico cerebrale risponde all’ipossia quando la pressione parziale di ossigeno scende a valori estremamente bassi (12-15 mmHg), mentre la regolazione con la PCO2 avviene per valori fisiologici. L’ipossia e l’ipercapnia possono reversibilmente sopraffare i meccanismi di regolazione del flusso ematico cerebrale legati alla pressione e in queste circostanze il flusso cerebrale diventa “passivo” alle fluttuazioni di pressione, pertanto piccole variazioni della pressione arteriosa possono scatenare l’emorragia.

Per quanto riguarda la leucomalacia periventricolare, oltre a ricordare l’intrinseca vulnerabilità della sostanza bianca periventricolare, in particolare dei giovani, e il non ancora completo differenziamento degli oligodendrociti del prematuro, bisogna tenere presente che le zone che più risentono delle fluttuazioni dell’irrorazione cerebrale sono le cosiddette zone di confine.

La vascolarizzazione dell’encefalo del prematuro è assicurata dai rami penetranti lunghi e corti che dalla superficie della pia madre arrivano rispettivamente nella sostanza bianca della zona profonda periventricolare e nella porzione più sottocorticale. Si tratta di rami terminali che derivano prevalentemente dalla arteria cerebrale media e in minore misura dalle arterie cerebrali anteriore e posteriore e che si sviluppano nell’ultimo trimestre di gravidanza. La capacità di resistere all’insulto dipende essenzialmente dallo stato di sviluppo di questa vascolarizzazione ed è proporzionale perciò all’età gestazionale (Ottaviano et al., 2001).

L’identificazione clinica del neonato prematuro asfittico è più difficile rispetto al neonato a termine a causa dell’immaturità funzionale del sistema nervoso centrale, tanto che segni clinici che indicano depressione del sistema nervoso centrale del neonato a termine possono rappresentare il fisiologico livello di maturazione di un pretermine. In particolare tanto più un neonato è prematuro, tanto più sarà ipotonico, meno vigile e meno saranno sviluppati i riflessi arcaici. Sulla base di scale di valutazione neurologica dei neonati prematuri, il clinico può stabilire se il tono muscolare attivo e passivo, gli stati comportamentali, e i riflessi siano o meno adeguati all’età gestazionale, identificando così anche nel pretermine i segni precoci di una encefalopatia ipossico-ischemica (Ottaviano et al., 2001; da Allen, Capute, 1989; da Dubowitz, 1984).

Considerando gli strumenti utilizzati per la rilevazione di questa patologia, l’elettroencefalogramma è utile per confermare o escludere la presenza di crisi convulsive e attraverso lo studio dell’attività di fondo di stabilire la prognosi a distanza.

Per quanto riguarda la leucomalacia periventricolare è possibile individuare quelle ecodensità periventricolari che esiteranno in lesioni cistiche sulla base del reperto caratteristico di punte rolandiche positive.

Invece, l’ecografia cerebrale transfontanellare, tecnica facente parte delle neuroimmagini, permette di studiare adeguatamente proprio quelle zone ove per ragioni anatomiche si manifesta maggiormente il danno ipossico-ischemico e di usare gli ultrasuoni e non le radiazioni ionizzanti.

Alcune limitazioni sono date dalla difficoltà di distinguere piccole emorragie subependimali da emorragie della matrice germinativa, di diagnosticare piccole quantità di sangue nei ventricoli laterali, soprattutto se si mantengono di dimensioni normali e dalla qualità dell’immagine ottenibile.

La TAC può essere utile per distinguere la natura emorragica o ischemica delle lesioni iperecogene adiacenti ai ventricoli laterali ed al terzo ventricolo anche se il tempo di comparsa, soprattutto nel neonato pretermine, ci può essere di aiuto, essendo probabilmente emorragica una lesione che compare nei primi due giorni di vita ed ischemica quella che compare da giorni fino a settimane dopo la nascita (Ottaviano et al., 2001).

Encefalopatia ipossico-ischemica nel neonato pretermine: prognosi

Riguardo la prognosi, l’andamento di questa patologia nel neonato pretermine può sfociare in un’emorragia di diversità entità e nell’idrocefalia.

Emorragia piccola (gradi 1 e 2 secondo Papile): il sanguinamento è solo a carico della matrice germinativa o irrompe anche nei ventricoli occupandone non più del 10% del volume (grado 1) o fino al 50%, senza distenderli. L’outcome neuro comportamentale di questi bambini è simile ai pretermine di pari età gestazionale senza emorragia: circa il 10% ha deficit maggiori, prevalentemente una diplegia spastica. In età prescolare presentano però una minore coordinazione visuo-motoria, pertanto sono più a rischio per disturbi dell’apprendimento in età scolare.

  • Emorragia moderata (grado 3 secondo Papile): l’emorragia interessa estesamente i ventricoli (più del 50% del volume) causandone la dilatazione. Circa il 40% presenta deficit neurologici maggiori sia motori (diplegia e quadriplegia) che cognitivi. Nelle prime classi elementari circa il 50% ha bisogno di un insegnante di sostegno, e la percentuale sale nelle età successive
  • Emorragia severa (grado 4 secondo Papile): l’emorragia interessa il parenchima cerebrale. Circa l’80% manifesta deficit neurologici maggiori. Tra i disturbi motori l’emiparesi controlaterale al lato dell’emorragia è il più frequente
  • Idrocefalo post-emorragico: l’outcome dei bambini con idrocefalo comunicante che rispondono al trattamento con punture lombari seriate è lo stesso dei bambini con pari grado di emorragia senza dilatazione ventricolare (Ottaviano et al., 2001; da Papile et al., 1983).

Quelli con idrocefalo ostruttivo che richiede intervento chirurgico hanno una prognosi meno favorevole, con un rischio circa doppio di deficit maggiori.

L’intervento stesso di derivazione ventricolo peritoneale è gravato da una discreta mortalità (5-10%) nel post-operatorio, e tra i sopravvissuti il 70% andrà in contro ad infezioni della valvola o malfunzionamenti (Ottaviano et al., 2001; da Dykes et al., 1989).

Al momento attuale sembra che le emorragie peri-intraventricolari di grado moderato-grave siano predittive di outcome sfavorevole. Molto probabilmente non è l’emorragia di per sé a causare i danni quanto piuttosto le lesioni macroscopiche (leucomalacia) o microscopiche e funzionali (attualmente non diagnosticabili con la moderne tecniche di neuroimmagini) ad essa associate.

Prendendo in considerazione il trattamento, lo scopo principale è mantenere adeguate perfusione e ventilazione. Tutti gli sforzi vanno diretti al mantenimento di valori normali di PO2, PCO2, pH, osmolarità, glicemia, e un’adeguata pressione sistemica.

Questo comporta un uso ponderato di colloidi e cercare di ridurre al minimo tutti quegli eventi che causano fluttuazioni della pressione arteriosa quali apnee, pneumotorace, agitazione, procedure dolorose, manovre di accudimento, infusioni endovenose (Ottaviano et al., 2001).

L’emorragia intraventricolare di per sé non richiede nessun trattamento. In passato è stato tentato un approccio terapeutico con punture lombari successive nell’intento di evacuare il sangue e ridurre così l’incidenza di idrocefalo post-emorragico, ma senza successo (Ottaviano et al., 2001; da Ventriculomegaly Trial Group, 1990).

Il trattamento dell’idrocefalo post-emorragico progressivo include, l’esecuzione di punture lombari, la somministrazione di farmaci che riducono la produzione di liquor, la ventricolostomia e lo shunt ventricolo peritoneale. La risposta a questi trattamenti dipende essenzialmente dal tipo di idrocefalo.

Nel caso dell’idrocefalo non comunicante o ostruttivo con rapida dilatazione ventricolare e ipertensione endocranica le punture lombari non sono risolutive. Benché in questi casi la terapia definitiva sia rappresentata dalla derivazione ventricolo-peritoneale, se il bambino è troppo piccolo o non è in condizioni di subire questo intervento si può temporaneamente inserire un reservoir ventricolare da cui eseguire punture quotidianamente.

Nell’idrocefalo comunicante la dilatazione è lenta e progressiva e non comporta ipertensione endocranica. In questi casi è raccomandata l’esecuzione di punture lombari e il tentativo con farmaci che riducono la produzione di liquor. Durante il trattamento è necessario un controllo con ecografia cerebrale settimanale per verificare il buon esito della terapia, al termine del trattamento il monitoraggio va proseguito per diverse settimane (Ottaviano et al., 2001).

Sonno inadeguato: conseguenze per la salute e costo per la collettività

Sonno inadeguato per quantità o qualità: nel mondo ne soffrono milioni di persone. Le conseguenze sulla salute sono note da tempo. Uno studio pubblicato sulla rivista SLEEP ha calcolato quanto costa questo problema alla collettività in termini economici.

Un problema che sta assumendo una certa importanza in termini di salute pubblica, riguarda la qualità del sonno. Più di un adulto su tre soffre di disturbi del sonno, e come dimostrato in uno studio condotto dalla rivista SLEEP pubblicato dalla Oxford University Press, questo potrebbe avere gravi conseguenze economiche.

Sonno inadeguato: i numeri di un problema su scala mondiale

Sondaggi condotti diversi anni fa in nazioni occidentali, avevano dimostrato che tra il 20 ed il 30% degli intervistati lamentavano di avere regolarmente un sonno inadeguato. Sondaggi recenti invece hanno fatto emergere come questo problema sia in aumento: ad oggi, in Australia, si calcola una percentuale tra il 33 ed il 45% di adulti con disturbi del sonno.

L’aumento di questo problema anche nelle altre nazioni, lo si può comprendere attraverso i dati demografici. Negli Stati Uniti, il 35% degli adulti non dorme le 7 ore raccomandate a notte. Il 30% dei canadesi ritengono di non dormire abbastanza. Il 37% degli inglesi, il 28% in Singapore e il 26% dei francesi riportano sonno insufficiente.

Inoltre un sonno inadeguato è risultato essere associato a diversi problemi: cali di attenzione; difficoltà a rimanere concentrati; motivazione ridotta; confusione; irritabilità; elaborazione delle informazioni e giudizio rallentati o difettosi; diminuzione nei tempi di reazione; indifferenza e perdita di empatia; rischio di attacchi di cuore, ictus, ipertensione, obesità, diabete e depressione.

Sonno inadeguato: le conseguenze economiche

I ricercatori hanno cercato di calcolare in termini economici le conseguenze che un sonno inadeguato può causare. Sono stati analizzati i database nazionali e dati di interviste, in modo da poter valutare i costi finanziari e non.

I costi considerati erano: costi finanziari associati all’assistenza sanitaria, cure non del settore sanitario, perdite di produttività, incidenti stradali, perdita di sgravi di tassazione e pagamenti fiscali, costi non finanziari riguardo perdita di benessere.

Il costo finanziario calcolato era di circa 17 miliardi, e comprendeva:

  • costi direttamente causati da disturbi del sonno di 160 milioni e più di un miliardo per condizioni associate;
  • perdite di produttività di circa 12 miliardi (5 miliardi per riduzione posti di lavoro, poco meno di un miliardo per morti premature, più di un miliardo per assenteismo, 4 miliardi per cattiva performance sul lavoro);
  • 2 miliardi e mezzo per incidenti non medici; perdita lorda di 1 miliardo e mezzo.

Il costo invece per diminuzione del benessere è pari a 27 miliardi. In totale in Australia nel 2016-2017, per una popolazione di 24,8 milioni, è stato stimato un costo di più di 45 miliardi per sonno inadeguato.

Sonno inadeguato: la soluzione potrebbe essere la prevenzione

Dunque, i costi finanziari e non finanziari causati da disturbi del sonno, sono notevoli. 17 miliardi di costi finanziari, che rappresentano l’1,55% del prodotto interno lordo australiano. Il costo non finanziario di 27 miliardi, rappresenta il 4,6% il carico totale di malattia annuale.

Secondo i ricercatori, bisognerebbe fare investimenti sostanziali in misure sanitarie preventive per affrontare la questione attraverso l’educazione.

I governi sono riusciti, attraverso l’istruzione pubblica, la regolamentazione e altre iniziative, a gestire i problemi che causavano elevati costi di sanità pubblica. In tale maniera sono stati combattuti problemi come il fumo, il diabete e la depressione.

I ricercatori ritengono che anche i problemi riguardo il sonno meritano una tale attenzione e riferiscono:

Siamo nel mezzo di un’epidemia mondiale di sonno inadeguato…oltre ad avere un effetto sul nostro benessere, ha un enorme impatto sull’economia del paese. Bisogna affrontare il problema attraverso l’istruzione, la regolamentazione ed altre iniziative per dare benefici sostanziali in termini di salute ed economia.

Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale di Rimini & Studi Cognitivi iniziano una collaborazione

COMUNICATO STAMPA

Dal 2019 ITC e Studi Cognitivi danno vita a una nuova collaborazione fra scuole

L’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale affiancherà alla sua tradizione didattica e scientifica l’esperienza e il modello di insegnamento di Studi Cognitivi.

Terremo vive le competenze cliniche nella tradizione cognitiva e comportamentale dell’ITC, come ad esempio il training di assertività, di rilassamento, le tecniche comportamentali, l’esposizione e l’intervento sull’autoefficacia, e le integreremo con gli insegnamenti tipici derivanti dall’esperienza didattica di Studi Cognitivi, come le tecniche cognitiviste di disputa di Albert Ellis, le tecniche di questioning di Aaron Beck, le tecniche base della terapia metacognitiva di Adrian Wells e Il modello di intervento LIBET,  che analizza le sensibilità personali apprese nelle storie di vita e i conseguenti piani disfunzionali.

Colloquio di ammissione

È già possibile prenotare il colloquio di ammissione al corso 2019-2022: cliccando qui.


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Interessi pedofilici negli adulti: eziologia

Quali condizioni possono influire nell’insorgenza di  interessi pedofilici negli adulti? Uno studio recente ha cercato di rispondere a questa domanda, considerando un campione non clinico di soggetti.

Uno studio condotto dalla dottoressa Sandy Wurtele contribuisce al corpo di letteratura che esamina l’eziologia degli interessi sessuali pedo-filici in campioni non clinici. Alcuni studi hanno rilevato come anche nella popolazione generale, una minoranza di adulti – uomini e donne – rievoca un interesse sessuale in un gruppo di giovani. Lo scopo del presente studio, condotto dalla dottoressa Sandy Wurtele, professoressa e ricercatrice presso l’University of Colorado Springs, e colleghi, è quello di identificare i fattori associati all’interesse sessuale per i bambini in un gruppo di uomini.

Interessi pedofilici in campione non clinico: lo studio

Quattrocentotrentacinque soggetti adulti sono stati reclutati online per uno studio su esperienze sessuali e attitudini. Nonostante il campione iniziale fosse composto da 173 soggetti di genere maschile e 262 persone di genere femminile, i ricercatori hanno scelto di prendere in considerazione solo i dati dei soggetti di genere maschile a causa della bassa proporzione, capace di precludere le analisi statistiche, di soggetti di genere femminile che riporta interesse sessuale verso i bambini.

Il campione finale non clinico e non forense è stato dunque di 173 uomini, di età media di 27 anni (deviazione standard 10 anni), single (59%), diplomati ed eterosessuali (89%). Il restante 11% che ha riportato di non essere attratto esclusivamente da soggetti di genere femminile ha riportato di essere attratto da uomini, uomini e donne, bambini e animali.

Sono stati misurati diversi tipi di avversità verificatesi in infanzia (violenza genitoriale, abuso sessuale, fisico ed emotivo) oltre ad esperienze sessuali atipiche nell’infanzia. Oltre a ciò è stata indagata anche la probabilità auto-riferita dei partecipanti di impegnarsi in una varietà di comportamenti correlati all’interesse sessuale nei confronti dei bambini.

Interessi pedofilici: i risultati dello studio

I risultati mostrano come i mediatori della relazione tra esperienze avversive precoci e interesse sessuale nei bambini sono la masturbazione precoce e l’ipersessualità, intesa come spinta sessuale marcata.

Questo ha portato i ricercatori a sostenere che per alcuni soggetti di genere maschile, appartenenti ad un gruppo non clinico e non forense, le esperienze avversive precoci possono condurre alla sperimentazione di sensazioni sessuali marcate in adolescenza, che si protraggono fino alla prima età adulta, comportando un interesse espresso nei confronti di partner sessuali non convenzionali (tra cui bambini).

È inoltre emerso che spesso gli adolescenti con una marcata spinta sessuale consumano molta pornografia e spesso questo materiale pornografico può (inavvertitamente o deliberatamente) mostrare attività con soggetti in fase prepuberale.

È necessario considerare che questo studio si è basato su misure retrospettive, le quali potrebbero essere inficiate da eventuali bias mnemonici.

Eppure, l’importanza di tale studio a livello preventivo è spiccata: la vittimizzazione in infanzia può giocare un ruolo causale nello sviluppo di interessi sessuali nei confronti dei bambini. Per questo motivo, la prevenzione di esperienze avversive precoci può giovare alla società intera, ricordando inoltre come coloro che hanno pensieri sessuali rivolti ai bambini necessitano di supporto per prevenire lo sviluppo di comportamenti abusivi.

La qualità delle interazioni precoci madre-bambino e problematiche attentive dei bambini in età scolare

Uno studio longitudinale ha provato a verificare l’impatto della qualità delle interazioni precoci tra madre e bambino su problemi attentivi del bambino in età scolare.

Lorena Caiati, Elena Ierardi, Margherita Moioli

La letteratura indica che l’inadeguatezza della relazione mamma-bambino nei primi anni di vita è un importante fattore di rischio per lo sviluppo socio-emotivo e per l’emergere di problemi psicopatologici nei bambini (Sroufe, Egeland, Carlson, & Collins, 2005). Si può quindi ipotizzare che la genitorialità non sia uno stato univocamente e geneticamente predeterminato, né tanto meno un semplice ruolo, ma sia invece un processo multideterminato ed evolutivamente aperto che è necessario per uno sviluppo psichico del bambino armonico ed efficacemente adattivo rispetto alle necessità ambientali.

Madre-bambino: le interazioni precoci hanno importanti conseguenze

Lo studio della relazione tra competenza comunicativa infantile e responsività materna ha inoltre permesso di mettere in luce come diversi aspetti del caregiving genitoriale e della comunicazione infantile abbiano degli effetti a breve e medio termine sullo sviluppo socio emotivo e relazionale del bambino (Riva Crugnola, 2012). Infatti, la qualità del parenting durante i primi anni di vita del bambino è collegata allo sviluppo sociale e relazionale; nello specifico, la scarsa sensibilità genitoriale e l’intrusività materna in infanzia predicono problemi esternalizzanti e internalizzanti durante lo sviluppo successivo del bambino. Invece la sensibilità materna è associata a maggiore competenza di resilienza del bambino in età prescolare e scolare (Cumberland-Li, Eisenberg, Champion, Gershoff, & Fabes, 2003; Kok et al., 2013; Mäntymaa, Puura, Luoma, Salmelin, & Tamminen, 2004).

Inoltre la difficoltà da parte del bambino di regolare le emozioni durante l’interazione con la madre nel primo anno di vita può essere un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi e problematiche nell’area dell’iperattività e della disattenzione. È stato anche identificato che comportamenti non responsivi materni quali aggressività, intrusività e ostilità fungono da mediatore dell’associazione tra le difficoltà del bambino a livello emotivo nei primi mesi e i successivi problemi comportamentali in età scolare (Morrell & Murray, 2003) fino all’età adulta (Najmi, Bureau, Chen & Lyons- Ruth, 2009).

In ambito clinico è sempre più frequente la richiesta di consultazione su problematiche di tipo esternalizzante e in particolare inerenti l’irrequietezza, l’impulsività, la distraibilità e la disattenzione. Al fine di attuare interventi precoci, è quindi importante riuscire a individuare, come fattori di rischio, i predittori precoci per problematiche attentive.

Interazioni Madre-bambino e impatto su problemi attentivi in età scolare

Interessante a questo proposito uno studio longitudinale (Caiati, Ierardi & Moioli, 2016) volto ad analizzare in un campione di 27 diadi madre-bambino la relazione tra gli stili di interazione della madre e del bambino a 9 mesi e le problematiche attentive in età scolare. A 9 mesi del bambino sono state videoregistrate le interazioni diadiche di gioco libero e codificate con il sistema di codifica NVA (Moioli, 2008; Moioli, Gazzotti, & Walder, 2010), uno strumento per l’osservazione strutturata, la valutazione e la codifica di sequenze videoregistrate di interazioni genitore-bambino. A 6 anni del bambino, alle madri è stato somministrato il Conners Rating Scales-Revides (Conners, Sitarenios, Parker, & Epstein, 1998) per valutare gli atteggiamenti che i loro figli mettono in atto durante le quotidiane attività che svolgono a casa come lo studio o il gioco e individuare problematiche attentive. I risultati ottenuti da questa ricerca mostrano una relazione tra i comportamenti di madre e bambino a 9 mesi e le problematiche attentive in età scolare. In particolare, i bambini che hanno più comportamenti passivi e di evitamento nelle interazioni con la madre a 9 mesi hanno poi punteggi più alti nella sottoscala dell’inattenzione a 6 anni. L’aggressività e l’intrusività materna nei confronti del bambino nelle interazioni a 9 mesi sono correlate a maggiori problematiche del bambino nell’area dell’iperattività a 6 anni. Inoltre le problematiche attentive e dell’iperattività dei bambini sono risultate associate tra di loro.

I risultati di questo studio sottolineano l’importanza di valutare precocemente gli indicatori di rischio per la relazione mamma-bambino quali inadeguatezza, non responsività del caregiver e difficoltà di coinvolgimento positivo del bambino, al fine di prevenire rischi per lo sviluppo di problematiche di tipo psicopatologico in età scolare. I problemi relazionali precoci sono segnali predittivi di difficoltà del bambino negli anni successivi, è quindi importante attuare interventi preventivi per sostenere e migliorare la qualità della relazione della diade madre-bambino al fine di prevenire disturbi della salute mentale del bambino.

Dieta e comportamenti a rischio: quale associazione?

Curare la propria immagine, oggi, pare un aspetto di fondamentale importanza ed elemento (quasi) irrinunciabile delle nostre vite. Sempre di più sono le persone, soprattutto ragazze adolescenti, che, proprio per questo motivo, seguono diete alimentari dimagranti, spesso anche molto rigide.

 

La tendenza a seguire diete dimagranti è un fenomeno al quale è bene prestare la massima attenzione, soprattutto quando riguarda giovani ragazzi e ragazze adolescenti. L’adolescenza è, infatti, una fase evolutiva che può portare ad un aumento di peso, e tale tendenza, associata all’influenza delle immagini promosse dal web e dai social media, può portare i giovani a spingersi verso standard fisici ideali molto difficili da raggiungere.

Dieta e sviluppo di altri comportamenti a rischio

Uno studio condotto presso l’Università di Waterloo ha messo in evidenza come le ragazze adolescenti che seguono una dieta, hanno maggiori probabilità di mettere in atto altri comportamenti a rischio per la loro salute, quali ad esempio: fumare, bere alcolici e saltare la colazione. Nello specifico, i risultati ottenuti dimostrano che le ragazze adolescenti a dieta presentano una probabilità di 1,6 volte maggiore di fumare e saltare la prima colazione e di 1,5 volte maggiore di fumare e impegnarsi in comportamenti di binge drinking.

L’esistenza di un legame tra il seguire una dieta e la messa in atto di comportamenti come il fumare o il saltare i pasti può essere abbastanza intuitivo. Lo è meno il legame con comportamenti quali il binge drinking.

Amanda Raffoul, principale autrice dello studio, sostiene che alla base del legame tra il seguire una dieta e tali comportamenti a rischio vi siano alcuni fattori comuni tra i quali identifica, in particolare, la percezione di un’immagine corporea disfunzionale.

Sulla base di quanto emerso dallo studio, Raffoul si è espressa dunque in maniera critica rispetto alla prospettiva di cominciare una dieta. La perdita di peso non è qualcosa che si dovrebbe incoraggiare, specialmente tra la popolazione che riguarda le ragazze adolescenti, dal momento che il fatto di iniziare una dieta potrebbe promuovere la messa in atto di comportamenti disfunzionali, causando più danni che benefici. Secondo l’autrice ci si dovrebbe invece focalizzare maggiormente sulla salute in generale delle persone, piuttosto che esclusivamente sul peso come indicatore di salute.

A sostegno di quanto sostenuto da Raffoul, va anche un’altra ricerca che ha coinvolto oltre 3.300 ragazze delle scuole superiori in Ontario in uno studio longitudinale, chiamato COMPASS. Sharon Kirkpatrick, professoressa alla Scuola di sanità pubblica, attraverso questo studio, ha voluto sottolineare l’importanza di considerare i fattori legati alla salute, alimentazione, comportamenti, stile di vita, etc. nella loro complessità e in interazione tra loro. Solo comprendendo i modi complessi di interagire tra questi fattori, può infatti essere possibile identificare possibili interventi di prevenzione e di cura efficaci.

In conclusione, entrambi gli studi citati e i risultati di tali ricerche assumono il ruolo fondamentale rispetto alla salvaguardia della salute delle giovani adolescenti. Allo stesso tempo, aprono nuovi scenari verso la considerazione di un concetto di salute che esula dalla considerazione dell’unico fattore del peso e dell’immagine corporea come fattore di valutazione dello stato di benessere dell’individuo.

Cannabis: uso e abuso dell’erba più famosa al mondo – Report da Palermo

Un titolo che preannunciava un dibattito culturale, medico e scientifico di alto spessore e che, lo scorso 9 giugno, all’interno della cornice naturalistica di Villa Trabia a Palermo, ha raccolto studiosi e Istituzioni nel non semplice compito di coniugare uso terapeutico e ricreativo di una sostanza dibattuta, a livello sociale e istituzionale, a partire dalla questione della legalizzazione.

La cannabis è una sostanza psicoattiva che può essere utilizzata a scopo ricreativo o per le sue proprietà terapeutiche: in ogni caso la reazione è geneticamente determinata e dipende altresì da variabili quali frequenza, durata dell’assunzione, quantità e precocità

apre i lavori il Prof. Daniele La Barbera, psichiatra e direttore della Scuola di specializzazione in psichiatria dell’Università di Palermo

Cannabis: effetti positivi e negativi

Tra gli effetti positivi ricordiamo la modificazione delle percezioni, il senso di rilassamento e di sicurezza per l’attivazione dei recettori del sistema endocannabinoide, l’ottundimento dello stato di coscienza: ecco perché la cannabis è una sorta di ausiliare dello stress, agendo con effetti benefici in condizioni di stress. Riguardo alla legalizzazione, la cannabis è stata legalizzata in Canada e a mio avviso ciò costituisce un’opzione da considerare. Le motivazioni sono varie e vincenti rispetto all’opzione legalizzazione, ovvero la sottrazione dei capitali alla criminalità e il controllo dell’uso e consumo/abuso, con riduzione del passaggio a sostanze pesanti, come il crack.

E sugli effetti positivi e negativi, nonché sul confronto con altre sostanze di abuso, si è concentrata la relazione del Dr. Gianpaolo Spinnato, psichiatra del Sert 2 ASP 6 di Palermo.

Cannabis uso e abuso dell’erba più famosa al mondo - Report da Palermo foto

La cannabis fa male e fa bene, come le persone. Il problema più evidente derivante dall’uso è la precocità e la frequenza/durata: se si introduce regolarmente la cannabis il cervello si adatta all’uso, gli effetti positivi del primo periodo si riducono, quindi è necessario aumentarne la quantità e il periodo di utilizzo per avere effetti simili, aumentando in tal modo la probabilità di sviluppare sintomi psichiatrici o perdita di memoria, con uso continuativo; inoltre sospendendo l’assunzione si entra in astinenza. Ancora, più precoce è l’utilizzo più gli effetti saranno negativi: una cosa è portare un peso a 12/13 anni, un altro a 25 anni, poiché maggiore sarà l’incidenza sulla struttura del cervello, nel primo caso. C’è però da dire che si fa un gran parlare degli effetti negativi della cannabis, ma, da un punto di vista medico, l’alcool, sostanza legale, ha maggiori proprietà psicoattive della cannabis; in ultimo vi è la nicotina.

Sui dati statistici ufficiali e sull’uso ricreazionale della sostanza si è espressa la Prof.ssa Maria Di Blasi, Professore associato in Scienze Psicologiche dell’Università degli studi di Palermo.

Poco si sa degli effetti benefici della cannabis: questo è dovuto al fatto che le ricerche di cui disponiamo sono per lo più finanziate da enti interessati allo studio dei danni. Come dare indicazioni agli utilizzatori ricreazionali per evitare che esitino in utilizzatori problematici, alla luce dell’aumento delle richieste di trattamento per uso problematico rilevate dall’ultimo Rapporto Europeo sulle droghe? A mio avviso forse non ha senso che entriamo nelle scuole e diciamo cosa fare, ma piuttosto che aiutiamo a costruire le conoscenze. È poi importante, ai fini di una riduzione dei danni, intercettare l’insorgenza dei problemi il più precocemente possibile, considerando per esempio la maggiore tossicità della cannabis di strada, quindi intervenire in quei contesti dove più problematico ai fini della salute e valutare il suo utilizzo.

Cannabis: uso ricreativo e terapeutico

Su uso ricreativo, da valutare con attenzione per le ricadute sulla salute, ed effetto terapeutico, si è focalizzato l’intervento del Dr. Carlo Privitera, medico chirurgo.

È importante dire che il sistema cannabinoide ha una sua funzione vitale, nella misura in cui regola il sistema immunitario e il sistema nervoso. Tutte le malattie umane si possono considerare patologie infiammatorie, come l’artrite o la fibromialgia, ma anche il Parkinson e la demenza: ecco perché, in quanto sostiene i due sistemi, la cannabis va bene per tutti, anche se non è certo la panacea di tutti i mali. Il problema non è tanto nell’uso terapeutico, poiché in questo senso la cannabis non provoca dipendenza, ma nell’uso ricreativo. Infatti la dipendenza è relazionale, essendo collegata a fattori quali le motivazioni dell’assunzione, il contesto o gli stati d’animo, anche se il farmaco, nei due utilizzi, è esattamente lo stesso.

Circondati da psicopatici (2017) di B. Mechler – Recensione del libro

In questo libro l’autrice intende come psicopatici le persone che sfruttano e manipolano gli altri: sono più di quelle che pensiamo ed è utile sapere come gestire il rapporto con loro.

Trovandomi tra le mani questo libro la mia attenzione è stata catturata dal titolo.

Mi sono chiesta cosa intendesse l’autrice con il termine “Psicopatico”. Nel DSM-5 la Psicopatia coincide con il Disturbo Antisociale di Personalità inserito nel cluster B dei Disturbi di Personalità. La Mechler non è una psicoterapeuta ma un esperta di comunicazione e utilizza quindi il termine Psicopatico, in modo clinicamente improprio, al fine di tratteggiare i contorni di una personalità manipolatrice e pericolosa per chi ne entra in contatto.

Già nelle prime pagine del suo libro l’autrice ci espone ciò che in realtà lei intende per “Psicopatico”: si tratta del cosiddetto strumentalizzatore, quel manipolatore che non tenendo affatto in considerazione il punto di vista altrui domina l’altro, colui che con atteggiamento di minaccia riesce a dominare il più debole rendendolo impotente e incapace di difendersi. Detto in questi termini molti sicuramente chiuderebbero il libro, con la convinzione che uno “psicopatico” non è affatto presente nelle proprie vite, di conseguenza l’argomento non li riguarda.

Circondati da psicopatici…anche se non ce ne rendiamo conto

Ma è fondamentale andare avanti con la lettura, per lasciarsi convincere dall’autrice che gli “psicopatici” non sono affatto pochi, e che in effetti tutti noi ne siamo addirittura “circondati”. Questo perché lo psicopatico è abile a mascherarsi. Egli mente, e ha la capacità di mentire senza contraddirsi. E di conseguenza inganna l’altro, lo domina, sovrastandolo.

E non solo, lo psicopatico incolpa l’altro senza pietà, mostrandosi pubblicamente affidabile e corretto.

Ma questa è solo la maschera pubblica dello psicopatico della Mechler. L’autrice infatti si sofferma su ciò che lo psicopatico cela dentro di sè: insoddisfazione e insicurezza. È proprio lui ad essere diffidente, paranoico e malfidato, un soggetto insicuro e per nulla gratificato dalla vita.

In questo modo il libro dà un messaggio di sollievo a tutti coloro che sono o sono state vittime di psicopatici: non si tratta di persone forti e dall’alta autostima, bensì di soggetti deboli, che usano l’altro per il bisogno di affermare se stessi.

L’autrice correda i capitoli del testo con aneddoti di storie realmente accadute riportando frasi e dialoghi con lo scopo di rendere semplice la comprensione e l’individuazione dei soggetti “psicopatici”. E ci riesce bene. Ognuno di noi ha certamente incontrato degli psicopatici lungo il suo cammino, sul luogo del lavoro o tra le proprie conoscenze.

Circondati da psicopatici… di cui ci si può innamorare

Ma se di uno psicopatico dovessimo disgraziatamente innamorarci? È uno scenario alquanto possibile, vista l’abilità di questi soggetti di manipolare gli altri e mostrarsi impeccabili.

L’autrice dedica un intero capitole del suo libro allo psicopatico e l’amore.

Si tratta di un soggetto in grado di farsi amare. Con il suo modo di attribuire tantissima considerazione all’altro riceverà in cambio una gran dose di gratitudine. Nel primo periodo di una relazione amorosa lo psicopatico è perfetto, non sarà tale con il trascorrere del tempo. Si tratterà di un soggetto possessivo, manipolatore, dal quale sarà difficile anche allontanarsi, qualora lo si voglia. Ma quindi cosa si potrebbe fare?

Mechler dà ottime indicazioni in merito a ciò. Inizialmente ci guida facendoci conoscere la struttura dello “psicopatico”, il suo modo di ragionare, di porsi nei confronti dell’altro. Ci dà anche una buona illustrazione di quella che potrebbe essere la sua famiglia, di tutte le motivazioni che sottendono ai suoi comportamenti, su come si formano e si costruiscono i suoi atteggiamenti manipolatori.

Poi l’autrice ci prepara alla difesa: fornisce consigli ben concreti, con schede di facile utilizzo per tutti, facendoci comprendere come contrattaccare uno psicopatico; questo per mettere fine alle sue manipolazioni, liberandosi dai soprusi e innalzando la propria autostima. Perché è così che ci si sente a seguito di una cosiddetta “vittoria” sul comportamento psicopatico: forti, abbiamo vinto!

E sentendoci forti avremo sicuramente anche un motivo in più per poter perdonare; perdono non semplice in alcuni casi, ma Mechler ci fa comprendere l’importanza di questo gesto, perché si tratta in fondo di perdonare se stessi. Si è stati vittime di una manipolazione che ha messo in secondo piano la propria dignità.

Si tratta di un libro che apre gli occhi su tutti quei comportamenti velati altrui di cui siamo spesso vittime senza rendercene conto.

È durante il riposo che il nostro cervello elabora le informazioni sociali

Il nostro cervello è ossessionato dall’essere social. Un nuovo studio della Columbia e California University dimostra la maggiore connessione sperimentata da due regioni del cervello durante il riposo, in seguito alla codifica di nuove informazioni legate alla socialità.

 

Nel presente studio viene analizzato il ruolo di due regioni cerebrali, la corteccia prefrontale mediale e la giunzione tempoparietale, aree deputate all’inferenza sociale, alla capacità di valutare le personalità, gli stati mentali e le intenzioni altrui.

I ricercatori, guidati da Meghan L. Meyer, direttore del Dartmouth Social Neuroscience Lab, basandosi su ricerche precedenti, sono partiti dal presupposto che queste due aree mostrano un picco spontaneo nella connettività durante il riposo, ma ancora nessun studio ha dimostrato empiricamente come tale connettività funzioni in caso di socialità.

Lo studio sperimentale

Lo studio è stato condotto su 19 partecipanti, i quali sono stati invitati a completare delle attività di codifica sociale e di codifica non sociale, durante una sessione di scansione del cervello fMRI.

Il disegno sperimentale prevedeva la scansione di uno stato di riposo al basale, separando le scansioni dello stato di riposo dalle scansioni di codifica sociale e codifica non sociale. Durante il riposo (di 8,4 minuti) i soggetti ricevevano l’indicazione di poter pensare a qualsiasi cosa purché rimanessero svegli. Il compito di codifica sociale prevedeva l’osservazione della fotografia di una persona, “un professionista”. In seguito all’osservazione, i partecipanti avevano il compito di valutare l’impressione della persona valutandone il calore e la competenza su una scala da 1 a 100 sullo schermo di un computer. Il compito di codifica non sociale era basato sull’osservazione di un luogo abbinato a due tratti utilizzati per descriverlo: calore (in termini di temperatura) e piacevolezza, utilizzando sempre una scala da 1 a 100. Nessuna fotografia di persona è stata mostrata in questa fase.

Le prove codificate dai partecipanti erano 120, 60 sociali e 60 non sociali. Le fotografie usate per queste 120 prove sono state recuperate da un database online.

In seguito alla scansione fMRI, i partecipanti hanno completato una prova di memoria associativa a sorpresa, con lo scopo di valutare se potevano identificare con precisione determinate foto di persone e luoghi e il loro rispettivo insieme di tratti, presentati in precedenza durante le 120 prove.

I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: il primo gruppo di partecipanti svolgeva prima i compiti sociali ed in seguito i compiti non sociali, mentre il secondo gruppo di partecipanti svolgeva prima i compiti non sociali e poi quelli sociali.

I risultati

Dai risultati è emerso che durante il periodo di riposo in seguito alla codifica seriale, si è verificato un aumento della connettività tra la corteccia prefrontale mediale e le regioni della giunzione tempo-parietale. È inoltre emerso che maggiore è la connettività tra queste due regioni predefinite, maggiore è il livello delle prestazioni della memoria sociale.

Ciò che i ricercatori hanno avuto modo di osservare è un effetto per cui i partecipanti del primo gruppo hanno mantenuto livelli più elevati di connettività tra le due aree cerebrali durante il periodo riposo post-compito sociale e anche durante il periodo di riposo post-compito non sociale. Questo elemento non è emerso nel secondo gruppo, ovvero tra coloro che svolgevano prima i compiti non sociali.

Tale studio dimostra come il cervello consolida le informazioni sociali non appena ha l’opportunità di riposare. Meyer ha infatti aggiunto “quando la nostra mente ha una pausa, possiamo dare priorità a ciò che apprendiamo sul nostro ambiente sociale”.

FotografiaTerapia

La fotografia nella vita contemporanea, oltre ad essere un’arte, un registratore di ricordi, uno strumento atto all’informazione (come possono essere, ad esempio, i reportage), può essere considerata un modo di esprimere i sentimenti di un determinato istante, di un momento ben preciso.

 

Spesso, ad esempio, accade per ognuno (o per la maggior parte) di fotografare, con uno smartphone o con una fotocamera, dei soggetti particolari, come un palazzo, una persona, un oggetto…poi, dopo qualche ora oppure il giorno dopo, si nota che la stessa fotografia non mostra più quel significato particolare che aveva nell’istante in cui è stata scattata, e questo rende difficile spiegare il motivo per cui quella fotografia sia stata realizzata (in questo caso si parla dell’atto del fotografare e del registrare pensando che il soggetto debba essere mantenuto nella memoria, e non alle fotografie fatte per essere inviate agli altri o per dimostrare qualcosa agli altri).

Fotografia, tecnologia e cervello

Ma il motivo di questa incapacità di dare una spiegazione oppure il fatto di non poter esprimere una sensazione precisa guardando quella foto, quale può essere? Perché si sente l’esigenza di eliminare, o meglio, di distruggere tante fotografie scattate durante il quotidiano? Il cervello umano, avendo la caratteristica di decentratore, oltre a concentrarsi sui soggetti che interessano al conscio, include nel raggio d’interesse anche i soggetti che affascinano l’inconscio; essi, normalmente volatili e legati al tempo, allo spazio e alla situazione fisica e mentale dell’individuo, per diverse ragioni, che possono essere l’autocensura (proveniente dalla morale personale e sociale), le paure, la stanchezza, si celano nella nebbia e vanno a formare il margine, la cornice dei soggetti principali. Quelli secondari registrati nelle fotografie (che possono essere definiti soggetti invisibili), oltre a dare una sensazione piacevole a chi fotografa (e a volte anche non piacevole), permettono, attraverso l’analisi sui soggetti stessi e la concentrazione dell’analisi, di conoscere il processo d’azione dell’inconscio, che può essere di impronta grottesca oppure realistica. Per conoscere qualsiasi cosa, senza dubbio, c’è bisogno dell’ausilio del cervello, ma per conoscere il nostro sistema nervoso centrale e le sue forme psichiche, che strumento bisogna usare? Sicuramente il cervello stesso. E proprio l’impiego di questo strumento, usato per conoscere lo stesso strumento, complica il lavoro ed obbliga ad entrare nello stato di dormiveglia o di anestesia del cervello, al fine di conoscere ed analizzare tutti gli angoli che sono fuori dalla sua forma naturale; questo è il caso specifico del fotografare venuto dall’inconscio che, come l’ingresso nel mondo nebbioso del dormiveglia, aiuta ad illuminare, appunto, gli angoli nascosti del cervello. Un altro motivo per cui si sceglie la fotografia per conoscere questi punti bui, è il metodo secondo cui agisce il cervello nella fase di salvataggio delle informazioni ed in quella di protezione delle informazioni già salvate e catalogate. Il motivo di questo risiede nel fatto che, il cervello umano, invia tutte le informazioni ricevute dai sensi al centro di salvataggio delle stesse ed utilizza la memoria come uno scudo, per evitare che le informazioni immagazzinate salgano in superficie, in quanto, così facendo, le allontana dall’erosione e poiché, salendo in superficie, esse potrebbero perdere le loro peculiarità ed infine perché così evita che il funzionamento del cervello diventi caotico, visto l’alto volume di dati che esso contiene. Per questo motivo, una grande quantità d’informazioni non è a portata di mano, quindi, quelle alle quali si tende, è necessario raggiungerle trovando una strada per attraversare questo confine, questo scudo, giungendo a quelle stesse informazioni che è possibile ottenere attraverso la fotografia e che consentono di conoscere l’inconscio di un individuo.

Le informazioni ottenute con la fotografia, possono essere più utili rispetto a quelle ottenute con altri metodi di Arteterapia, quali l’analisi, la pittura, la danza e, più in generale, con tutti i metodi di espressione in cui esse sono nascoste in modo complicato ed in circonlocuzione.

È possibile, attraverso le fotografie scattate in questa maniera, arrivare alle informazioni che si trovano dietro lo scudo della memoria, anche in un modo diretto e chiaro, già con la prima analisi, in modo da decifrare i soggetti primari ed ottenere una quantità maggiore di informazioni dall’inconscio. Un’altra caratteristica unica della Fotografia-terapia, è il fatto che la documentazione delle espressioni dell’individuo che fotografa, può avvenire in ogni momento e all’improvviso; questo modo di psicoanalizzare, offre all’individuo la possibilità di esprimersi nella sua vita quotidiana ed in ogni luogo, come ad esempio in ufficio o dietro la finestra di casa, potendo cogliere maggiori opportunità e libertà assolute. Ciò significa che, il soggetto in analisi, per esprimersi non deve essere necessariamente in un luogo preciso ed in un momento esatto sotto il microscopio di uno psicologo; infatti, questa circostanza, oltre a dare uno spiccato senso di libertà ed una sensazione piacevole, rende le espressioni più profonde, poiché la mente della persona, in questa assoluta libertà spaziale e temporale, si esprime in un modo meno intenzionale, usando, quindi, meno energia per farlo. Così il risultato sarà di certo più profondo.

Come fare fotografie?

Per realizzare la ricerca secondo questo approccio, la fotografia deve essere scattata attraverso una fotocamera compatta oppure uno smartphone, poiché lo strumento impiegato non deve creare limiti nell’individuo che fotografa e non deve stancarlo, infatti usare una fotocamera di dimensioni normali, sarebbe come tornare al punto di partenza (in un posto preciso ed in un momento preciso), non essendo uno strumento usuale nella vita quotidiana. Fotografare deve essere un’azione continua ma racchiusa in un determinato periodo di tempo (un esempio potrebbe essere fotografare a giorni alterni per 10 giorni) per creare una struttura ritmica nel cervello del paziente, una situazione che pone chi fotografa nei panni di chi riveste un ruolo importante.

Il modo di illustrare lo svolgimento della ricerca al paziente deve essere chiaro, non deve presentare dettagli nascosti, in modo da permettere al paziente di comprendere bene la sua reazione in qualsiasi momento e rispetto a qualsiasi scena (anche se potrebbe sembrare infantile o volgare), perché nel periodo di svolgimento della ricerca, questo potrà fornire una fotografia-chiave, la soluzione. Nel realizzare questa ricerca, il paziente deve sentirsi, quindi, totalmente libero, il che significa che egli potrà fotografare tutto ciò che ritiene interessante e tutto ciò a cui guarda in modo conscio, oltre ai soggetti secondari che, in un istante, suscitano il suo interesse.
A questo punto, è bene sapere che le fotografie che mostrano soggetti primari chiari, sicuramente avranno in esse anche soggetti secondari; se si pensa, ad esempio, alla foto di un palazzo, nei dettagli si potrebbe notare il colore rosso di una tenda dietro una delle finestre, oppure una porta aperta a metà, tutti dettagli che possono essere molto preziosi per il ricercatore. Il risultato di questa ricerca è legato al paziente e può avere un tempo di realizzazione variabile, in base a diversi parametri quali: età, voglia di collaborare, presenza (più o meno forte) di inconscio represso e situazione fisica del paziente, caratteristiche molto importanti se proiettate verso il raggiungimento dell’esatta risoluzione del problema ed alle quali il ricercatore deve porre molta attenzione, poiché esse si rivelano fondamentali durante la fase di osservazione e durante l’intero processo di analisi.

Al termine della ricerca, le foto raccolte, per prima cosa devono essere divise in quattro categorie dal paziente; la prima divisione deve basarsi sull’importanza delle fotografie, vale a dire che egli dovrà dividere, appunto, le sue fotografie in due categorie principali: le fotografie più importanti e quelle meno importanti. Successivamente, tra le più importanti, dovrà selezionare quelle che hanno un’importanza maggiore e, tra quelle meno importanti, quelle che hanno un’importanza minore. Attraverso tale suddivisione nelle quattro categorie sopra descritte, il paziente metterà, inconsciamente, le fotografie con i soggetti più nascosti (che saranno le fotografie-chiave per il ricercatore) tra il gruppo delle fotografie meno importanti, in modo graduale, ovvero posizionando le fotografie che contengono i soggetti più nascosti nel secondo gruppo delle fotografie meno importanti, ovvero tra quelle meno importanti tra tutte. Per la prima analisi dei prodotti fotografici, bisogna considerare le seguenti sei caratteristiche:

1. i soggetti primari

2. i soggetti secondari

3. i colori, la loro quantità ed il modo di combinarsi tra loro nelle immagini

4. il momento dello scatto

5. le condizioni dello spazio, comprese le condizioni acustiche, climatiche, ecc. in cui il paziente fotografa

6. la quantità di fotografie

Nel trovare i soggetti primari, sicuramente il ricercatore non riscontrerà molti problemi, poiché essi sono molto chiari, come ad esempio il mare, gli alberi, il sesso delle persone nelle fotografie, gli oggetti medio-grandi; questi ultimi, di sicuro, riflettono in modo molto chiaro le sensazioni ed il significato che, quegli stessi soggetti, danno al paziente. L’analisi dei soggetti secondari, invece, si deve concentrare su aspetti diversi, prendendo il via dalla conoscenza della simbologia delle forme e della sensazione psicologica dei materiali che sono racchiusi nella fotografia (metallo, legno, plastica…); ad esempio, il desiderio inconscio di fotografare soggetti triangolari, può indicare un animo combattente e guerriero, ma può essere anche l’espressione di una sensualità forte e molto viva, siccome il triangolo dà esattamente queste sensazioni, per i suoi angoli molto appuntiti, così come il quadrato o il cerchio, esprimono sensazioni diverse, in base alle loro caratteristiche.
Anche le sensazioni psicologiche date dai materiali, come visto, possono aiutare a conoscere altre caratteristiche che sono più nascoste; ad esempio, la voglia inconscia di fotografare il color oro, può essere un segno del desiderio di lusso e può simboleggiare la ricerca della ricchezza.

I colori e la loro quantità in combinazione, devono essere analizzati da due punti di vista differenti: sensazione psicologica e sensazione fisiologica. Si prenda ad esempio il colore azzurro: esso indica la sensazione fisiologica del sapore dolce ed è noto per il fatto che provoca l’abbassamento della temperatura corporea, ma, allo stesso tempo, dal punto di vista delle sensazioni psicologiche, esso è noto per essere portatore di tranquillità e del senso di calma. Altrettanto utile nella decifrazione del paziente durante la ricerca, è la combinazione dei colori in un’immagine; ad esempio i colori grigio e nero, che si trovano insieme in una foto, possono simboleggiare insoddisfazione e bisogno di scappare da una pressione psicologica, nonché dallo stress (in questo caso è possibile trarre aiuto dal Color Test, la ricerca effettuata dal Dr. Max Lüscher).

Il tempo, ovvero il momento in cui è stata scattata una fotografia, nell’analisi dell’inconscio può essere molto significativo; ad esempio, una foto scattata alle ore 20.00 (8 pm) da un impiegato d’ufficio, che scatta quella foto tornando a casa da lavoro, potrebbe esprimere il senso di liberazione delle sensazioni represse durante il giorno, siano esse positive o negative.

Infine, le condizioni spaziali, che non sono visibili nella foto, possono essere notevoli se, da parte del paziente, esiste la possibilità di ricordarle e raccontarle. In particolare, sono interessanti le condizioni create dalle persone che gli sono intorno nel momento dello scatto, dalla loro sessualità, dalle loro voci, dagli odori.

Fotografia come terapia: conta anche la quantità

A questo punto, è necessario passare all’analisi del carattere del paziente attraverso un particolare elemento: la quantità delle foto. Se si pensa a tutto ciò che è stato detto fino ad ora, è facile comprendere che le foto prodotte in questa maniera, affermano un tipo di volontà o di espressione che possono essere validi non solo per registrare i soggetti primari e secondari (sia visibili che invisibili) ma, viceversa, anche per fuggire dagli stessi. Nell’analizzare le foto che l’individuo cerca di non considerare oppure di eliminare, a volte ci si trova di fronte a delle fotografie che sembra derivino non da sensazioni piacevoli, ma da uno stato di repressione o da una deviazione della tensione creata da uno stato di ansia o di insicurezza insita nell’individuo.
Nella vita di oggi, a volte, si può considerare l’atto di fotografare come un atto di repressione, come un modo conveniente, accettabile e piacevole (dovuto alla memoria di grande capacità dei cellulari) per la maggior parte della società, oppure come un gesto intellettuale, o ancora come un gesto fatto a dimostrazione della soddisfazione del fotografo. Si immagini, ad esempio, un individuo seduto al ristorante al tavolo con alcune persone che non ritrova nel suo stesso livello: questa è un’incongruenza che abbassa il livello di sopportazione di quell’individuo, ma innalza la sua tensione fino al punto massimo. Così quest’individuo, che si vede soggetto ad una serie di disturbi che si verificano nelle sue sensazioni interiori, sente la necessità di compiere un’azione o, invece, di abbandonare questa situazione ed uscire, il che potrebbe risultare una mancanza di rispetto. In questo istante egli prende il suo cellulare e si mette a fotografare persone o qualsiasi altro oggetto intorno a sé, in modo da abbassare il livello della sua tensione interiore e mostrare, invece, agli altri, di trovarsi in un momento di gioia, un momento da ricordare e che va registrato, oppure lasciar trasparire di aver trovato qualcosa di prezioso da fotografare, qualcosa che gli altri non sono riusciti a vedere o a capire! E questo suscita la curiosità degli altri, li spinge a cercare cose piacevoli e, al tempo stesso, aiuta se stesso a mostrare il suo aspetto intellettuale e la sua soddisfazione. Ci può essere, però, la possibilità che anche quelle persone conoscano questo “gioco” e che, quindi, il risultato sperato non venga raggiunto, ma resta comunque conveniente, in qualsiasi senso, per chi si sente a disagio! È possibile fare un altro esempio: si immagini un individuo seduto in treno, stufo del ritardo rispetto all’orario di partenza; egli cerca, attraverso la produzione di foto, di soddisfare se stesso e di mostrarsi soddisfatto agli altri, anche se tra il “pubblico” non ci sono conoscenti.

Perchè fotografiamo?

Se si guarda alle esperienze nel campo della psicologia, si comprende bene che l’individuo che vive sotto la pressione creata dal mondo degli istinti interiori (o ID), oppure sotto la pressione creata dal mondo dei limiti dell’IO (detto anche Ego o Super Ego) a volte cerca, attraverso atteggiamenti anormali o isterici, come il muovere convulsamente il piede, di abbassare la tensione finché è possibile, o quanto meno di deviarla. Ma si può considerare la fotografia, o l’uso del cellulare, come un atto fuori dal proprio controllo, esattamente come quel muovere il piede o mangiare le unghie?
Il sistema nervoso umano e la complessa rete che lo controlla, sono divisi in due parti: il sistema nervoso centrale e il sistema nervoso autonomo, di cui il primo è responsabile dei movimenti fisici e dei sensi che si trovano vicino o al di sopra della conoscenza (come l’atto di imparare), mentre il secondo è responsabile di gran parte della memoria. È quest’ultimo che ha la responsabilità riflessiva (Reflex Apparatus) come la paura, la rabbia e l’emozione; per questo motivo, si divide ulteriormente in due parti: Sistema Nervoso Simpatico e Sistema Nervoso Para-simpatico. Il primo, sotto l’effetto dell’emozione, fa aumentare il battito cardiaco ed alzare la temperatura corporea, mentre il secondo, nel momento in cui termina lo stato emotivo, fa tornare il corpo alla sua situazione normale. La collaborazione tra il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico, però, non sempre può risolvere tutti i “disagi” del corpo. Ad esempio, quando l’occhio incontra una luce molto forte, il sistema nervoso, diminuendo l’ampiezza della dilatazione della pupilla, abbassa la quantità di luce che entra nell’occhio e, se sente ancora il bisogno di resistere alla luce, reagisce istintivamente chiudendo l’occhio e risolvendo il problema. Diverso è il caso del senso di fame, che non si risolve solo attraverso il cambiamento del movimento dei muscoli dello stomaco, ma con la contrazione dei muscoli e la secrezione di ormoni attraverso il sistema simpatico, arrivando, così, come un messaggio al sistema nervoso centrale che darà all’individuo l’input di muoversi per cercare cibo, ma in modo conscio. Lo stesso accade nei neonati che, per l’incapacità di procurarsi autonomamente da mangiare, dimostrano la fame (in modo simbolico) con il pianto, utile a richiamare i genitori.

Fotografia e atteggiamenti anormali

Le nuove ricerche odierne hanno dimostrato che, oltre all’ansia, anche le sensazioni di frustrazione e di desiderio del perfezionismo sono la causa dell’insorgere di atteggiamenti anormali, come mangiare le unghie o muovere il piede, esattamente come un individuo che crede di dover essere in una situazione di un livello più alto rispetto a quella in cui si trova, ma che di fatto non lo è, né in un determinato momento né in un tempo indeterminato; così egli si pone in quegli atteggiamenti anormali. Appurato che queste sensazioni di ansia e frustrazione derivano dal conscio dell’individuo, essendo l’individuo incapace di cambiare la situazione in cui si trova, trasforma il suo comportamento, inconsciamente, in quegli atteggiamenti di cui sopra. Si immagini, ad esempio, una persona che in ufficio, si sente in un livello più alto rispetto al suo posto di lavoro, o una persona che si trova in un momento sbagliato nel posto sbagliato: entrambe si sentiranno a disagio ed in ansia. In questi due esempi, accomunati dal fatto che lo stato di ansia degli individui deriva dal loro conscio, si nota che o per l’incapacità di cambiare la situazione o per la loro educazione sociale, essi non riescono a cambiare quella situazione, quindi, attraverso il sistema nervoso simpatico, sprigionano la tensione e la repressione. In questo punto si pone, però, una domanda: visto che è possibile abbassare le tensione sempre con comportamenti del corpo simbolici, si può considerare l’uso del cellulare o l’atto di fotografare come un atteggiamento anormale del corpo? Oppure, si può considerare un dispositivo come una parte del corpo? Oggigiorno, le nuove esperienze e le nuove scoperte sul sistema cerebrale hanno dimostrato che il cervello non è un sistema duro e fermo, come si è potuto notare, ad esempio, nelle persone che hanno perso un braccio o una gamba in un incidente; è dimostrato che quella parte del loro cervello atta a registrare i sensi degli arti perduti, dopo l’incidente, si mette a disposizione delle altre parti del corpo, rapidamente, così come è stato confermato scientificamente anche degli studi di Alvaro Pascual Leone (1993) svolti circa l’uso della parte ottica del cervello impiegata per la Lettura Breil. I ricercatori, tenendo sempre in considerazione le ricerche svolte in passato, hanno confermato l’idea della flessibilità celebrale come un sistema di cura in casi di danno al cervello o alle sue parti sensibili, mentre le analisi successive hanno dimostrato che la flessibilità è continua ed immensa, e che è presente anche nei sistemi nervosi sani e normali. Quindi, i neurologi hanno concluso che il cervello è in continuo cambiamento e che esso si adatta anche ai più piccoli cambiamenti spaziali e comportamentali. Mark Hallet , direttore della Facoltà di Medicina Cerebrale dell’Istituito Sanitario dell’America, dice:

abbiamo capito che la flessibilità del sistema celebrale non solo è possibile, ma è anche un atto continuo, vuol dire che è un modo attraverso cui noi ci adattiamo sempre all’ambiente che ci circonda, scopriamo verità nuove ed impariamo formule nuove.

Negli anni passati, sono state svolte delle ricerche sulle scimmie, durante le quali esse sono state educate ad usare la forca per raggiungere il cibo che era lontano da loro; in questa ricerca, gli scienziati hanno compreso che le zone ottiche ed i movimenti della parte del cervello responsabile del lavoro manuale (la “mano” con cui loro prendevano il dispositivo, la forca), durante la fase di educazione hanno avuto una grande crescita e che anche la forca o la pinza sono diventate parte della mappa celebrale dell’animale. In altre parole, la forca è diventata una parte del corpo dell’animale. Un’analisi simile è stata svolta sui tassisti inglesi (1990): i ricercatori inglesi, durante queste analisi, hanno effettuato una scansione dei cervelli di 16 tassisti che avevano esperienza in questo lavoro, variabile tra i 2 ed i 42 anni. I risultati hanno dimostrato che la parte lobo-occipitale dell’Hippocampus, cioè la parte che ha un ruolo chiave nel salvataggio e nell’elaborazione della vista spaziale dell’ambiente intorno alla persona, nei tassisti è molto più grande rispetto alla dimensione normale e, inoltre, hanno mostrato che, quanto più elevata è l’esperienza, tanto più grande è la parte lobo-occipitale dell’Hippocampus. Un’ulteriore scoperta interessante è stata che la parte lobo-frontale dell’Hippocampus, responsabile della sfera emotiva e caratteriale della persona, in questi tassisti era più piccola, aspetto che deriva dal fatto che la parte lobo-occipitale dell’Hippocampus, invece, si è sviluppata molto di più per il tipo di lavoro che svolgevano. Alla fine è stato possibile affermare che guidare nella complessa rete stradale di Londra, ha cambiato l’equilibrio tra le due parti del cervello degli autisti.

Ora, considerando tutte queste ricerche ed apprezzandole, è possibile affermare che, in questa realtà carica dell’iper-uso del cellulare e della fotocamera, ha reso questi oggetti parte del corpo per alcuni di noi, modificando la struttura flessibile del nostro cervello. Tenendo questo bene a mente, si può dire che l’atto di prendere il cellulare e fare una foto, per tanti è come usare una parte del proprio corpo; in altre parole, si può dire che, piuttosto che mangiare le unghie o muovere convulsamente il piede, alcuni prendono il cellulare e scattano delle fotografie. Infine, è possibile dire che alcune foto raccolte da una persona, sono piene di sensazioni quali ansia, insicurezza o fallimento, e sono fotografie che rendono vivo il ricordo di quel momento e di quello spazio che risultano fastidiosi; per questo motivo, l’individuo cerca di distruggere quelle foto, non solo di non considerarle. Il lavoro che intendiamo svolgere, quindi, è proprio l’analisi sulle foto che risultano essere al confine con questa distruzione, in cui si possono cogliere i momenti, gli ambienti, le persone, ma anche i fastidi ed allontanarli dall’individuo per trovare una sensazione di sicurezza per il­ pazi­ente.

L’ultimo livello dell’analisi delle fotografie, è dare la possibilità al paziente di modificare le foto scattate, dandogli la possibilità di apportare modifiche quasi impercettibili, attraverso applicazioni semplici, quelle stesse già contenute in fotocamere compatte, smartphone e pc, con le quali può essere modificata la luce ed il colore, magari utilizzando dei filtri già impostati. Inoltre, egli potrebbe modificare la cornice e le dimensioni delle fotografie con il ritaglio. Nelle fotografie ritoccate, qualsiasi modifica effettuata può dimostrare un dettaglio importante, un dettaglio che può rivelarsi la chiave, la soluzione. Ad esempio, se il paziente sceglie di perfezionare una foto scattata in casa sua, applicando un filtro che tende all’azzurro, oppure abbassando il calore dei colori della foto, mostrerà il suo desiderio di creare un ambiente calmo e confortevole tra le mura casalinghe. Un altro esempio può essere il taglio di una fotografia, un taglio che esclude un dettaglio dalla foto stessa, che indica il desiderio di eliminare, naturalmente in modo simbolico, quel determinato soggetto dalla sua vita. Nel caso di eventuali fotografie in bianco e nero, esse devono essere considerate con attenzione, poiché acquisiscono il valore di un sogno: modificando le foto in questo senso, il paziente sta indicando la strada della volontà di creare un legame profondo ed intimo con il suo inconscio, con i suoi sogni, ma anche con i suoi incubi. I risultati raccolti da ogni punto di quest’analisi, di sicuro hanno un legame forte tra loro, e possono completarsi l’un l’altro, essendo l’uno il supplemento dell’altro, in modo che, il risultato finale, sicuramente, sarà un insieme della relazione tra tutti i risultati ottenuti.

“Non sono un algoritmo” – Book Trailer di Claudio Lombardo

L’interazione tra uomo e robot si fa sempre più concreta e porta con sé alcuni interrogativi sulle possibili modalità di interazione e comunicazione con questi nuovi “compagni umanoidi”.

[blockquote style=”1″]Il mio corpo è vergine dal punto di vista elettronico. Io non incorporo chips al silicio, impianti retinici o cocleari, […] ma lentamente sto diventando sempre più un cyborg. Lo stesso succede a voi. […] Perché noi diverremo cyborg non nel banale senso di combinare carne e metallo, ma nel senso più profondo di essere simbionti umano-tecnologici: sistemi che pensano e ragionano, le cui menti e i cui Io sono distribuiti tra cervello biologico e circuiteria non biologica.[/blockquote]
Clark (2005)

“Non sono un algoritmo” è un libro che cerca di rispondere a più domande inerenti alla reciprocità comunicativa che si instaura tra uomo e robot, essendo tale interazione un processo basato principalmente: 1) su come l’essere umano concepisce la relazione con il robot (credenze, convinzioni, modelli mentali ecc.) che dipende anche 2) dalle caratteristiche (l’architettura o il design robotico, le competenze e abilità del robot: intenzionalità, emotività, personalità). Fattori che i ricercatori tentano di studiare e/o manipolare per rendere capaci i robot di partecipare alla ricchezza della società umana.

Un nuovo modo di fare psicologia

Domanda iniziale di questo libro è “Come pensiamo al robot”. Ma non possiamo non far caso al modo in cui il “pensare al robot” ha trasformato come “pensiamo alla psicologia”: i metodi di indagine, di analisi e le teorie, come son cambiati?

A differenza dei tradizionali studi sui soggetti umani, i ricercatori del campo multidisciplinare della robotica, ricalcando passo dopo passo i meccanismi soggiacenti fenomeni psico-sociali, producono un modello empirico in cui la dimostrazione è il comportamento del robot.

In altri termini un modello scientifico di psicologia che utilizza un “andirivieni” tra HHI e HRI per dimostrare con assoluta certezza le proprie ipotesi: l’HRI parte da ipotesi di ricerche di modelli dell’HHI coinvolgendo e accrescendo la comprensione di quest’ultima, così, ad esempio, un robot potrebbe rappresentare una “sonda interattiva” per valutare i meccanismi sensoriali e motori alla base dell’interazione uomo-uomo (Sciutti, Sandini, 2017). Facciamo un esempio.

Tornando alla ricerca di Becchio e collaboratori (2017), il principio di osservabilità/inosservabilità può essere esteso anche ad altri aspetti del comportamento utilizzando la stessa e identica logica presentata in questo studio: 1) prima verificare se in un dato comportamento (ad esempio, oltre al movimento proposto nella ricerca, nell’eloquio) sia presente un’informazione sufficiente che discrimini due stati differenti (felice o triste) 2) identificare quali sono le caratteristiche (del linguaggio) che permettono di discriminare tra questi due stati 3) verificare se un osservatore esterno è in grado di utilizzare l’informazione presente 4a) se la risposta è sì: quale e a quanta di questa informazione è in grado di utilizzare (efficienza percettiva) 4b) Di contro, se colui che deve percepire non riesce, l’osservabilità sarà nulla e, quindi, il “modello psico-comportamentale” andrà modificato fino al raggiungimento del punto 4a.

Questo si traduce non soltanto in un arricchimento delle teorie psicologiche ma implementando, ad esempio, una cinematica o modulazione vocale intenzionale, è possibile studiare approfonditamente le dinamiche della Teoria della Mente (ToM), dato che, in tali termini, uno stato mentale è osservabile.

Psicologia e intelligenza artificiale

Nei vari passaggi multidisciplinari di questo libro si ravvisa un modo di guardare le valutazioni in corso legato alla ricerca psicologica e all’intelligenza artificiale: la presa di coscienza dell’irriducibile complessità di ogni fenomeno che invita a non trascurare gli aspetti meno evidenti dei fenomeni e non tentare una loro riduzione ad aspetti considerati più evidenti e “fondamentali”, come in passato è accaduto con l’intelligenza artificiale in cui la frettolosa creazione di un surrogato cerebrale – appunto, il “cervello artificiale” –, non provvisto di supporto fisico umanoide, ha direzionato la ricerca al fallimento nell’aver trascurato l’essenziale componente embodiment. Un’intelligenza che non può essere rappresentata da una parte riprodotta artificialmente del sistema-uomo ma che nella complessità di tale sistema trova un reale equivalente. (La robotica ha dimostrato in modo tangibile come corpo e cervello siano un’unità e come l’apprendimento non sia essenzialmente una questione mentale.)

HRI/HHI, ToM e evoluzionismo

Le ricerche, come abbiamo visto, suggeriscono che, dal punto di vista dell’utente, l’interazione con un’entità artificiale è simile all’interazione con gli altri umani (Krämer, et al., 2012), anche se l’intera ricerca che gravita attorno l’HRI mira a superare l’ipotesi dell’uncanney valley, ovvero quel senso di spiacevolezza e inquietudine nel momento in cui il robot raggiunge un livello di somiglianza paritetica all’uomo.

Non indagata nelle attuali ricerche la radice di tale ipotesi, tra le righe di questo libro, l’uncanney valley è riconducibile ad aspetti prettamente evoluzionistici e letture freudiane.

Il richiamo alla componente evoluzionistica è in riferimento ad un automatismo primordiale al quale l’uomo si attiene durante l’interazione con un umanoide artificiale: è come se ci fosse una lettura coerente tra l’aspetto umanoide e le sue abilità interne, e se violata tale coerenza si cadesse nell’ipotesi dell’uncanney valley. Si può dedurre che qualsiasi algoritmo/software, il design, la meccatronica dovranno essere implemente in modo da non deludere le aspettative dell’utente umano. I disegni esterni, l’hardware del robot, dovranno essere creati sotto un profilo che rispecchi il software, la parte interna. Nell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è stato superato questo impasse realizzando un robot (iCUB) con un corpo che non rifletta in maniera identica quello umano, infatti, in iCUB – come ormai in molti robot costruiti in tutto il mondo – troviamo un accenno del naso, ma non la riproduzione del naso vero e proprio come in alcuni robot umanoidi creati quasi per sfida in modo speculare all’uomo, dove, l’ipotesi dell’uncanney valley, trova terreno fertile.

L’altro aspetto considerato riguarda la prospettiva freudiana, ovvero di uno stato di categorizzazione percettiva di incertezza “vivo o morto” dove ne scaturiscono giudizi percettivi necessari a produrre reazioni perturbanti come nel caso di statue, bambole e automi simili a umani. Rendere più “vivi” i robot umanoidi può alleviare o sopperire ai sintomi dell’uncanney valley. La ToM nel robot si configura come una competenza che può permettere di far raggiungere tale obiettivo.

In base a questa incoerenza, si potrebbe sostenere come un robot senza una ToM di base (ad esempio quella riscontrabile nei primissimi anni di vita dei bambini) sia destinato a svolgere un lavoro limitato, in quanto delude le aspettative dell’utente e non potrà così mai coinvolgere efficacemente gli esseri umani o lavorare in modo cooperativo.

In altri termini l’implementazione della complessità dei meccanismi cibernetici degli umanoidi artificiali interattivi con la coesistenza di una ToM artificiale – che possa consegnare quella “coerenza” nell’interazione tra uomo e robot – potrà permettere di superare l’uncanney valley, ovvero quella “dissonanza cognitiva” che proviene dall’incongruenza tra le prestazioni dell’hardware e il software (la perfezione estetica non rispecchia le competenze che gli si potrebbero attribuire con una conseguente uncanney valley. Una dissonanza calcolata in base al livello di trust delle persone in relazione alle skills dimostrate dal robot (Freedy, Amos, et al., 2007; Yagoda, Gillan, 2012; Salem, et al. 2015).

E se nell’introduzione di questo libro è stata utilizzata la metafora di Polifemo nella conclusione possiamo far riferimento al racconto de “La volpe e l’uva”, in cui il desiderio dell’uva (desiderio dell’interazione con il robot da parte dell’uomo) e l’incapacità di arrivarci (impossibilità di interagire in accordo al grado di evoluzione dell’aspetto mostrato) porta alla conclusione che “l’uva è acerba” (uncanney valley).

Lasciamoci guidare dagli odori! L’esperienza sessuale passa dal nostro naso

L’ olfatto gioca un ruolo importante e delicato nell’ esperienza sessuale dei mammiferi. In particolare sembra influenzare la selezione, la scelta o l’evitamento di un probabile partner sessuale con il quale accoppiarsi e l’abilità di riconoscimento delle emozioni altrui.

 

Uno studio di Bendas, Croy e Hummel, recentemente pubblicato su Archives of Sexual Behavior, ha mostrato come un’alta sensibilità agli odori negli adulti sia fortemente legata alla percezione di un maggiore piacere nelle attività sessuali, supportando l’ipotesi per la quale l’ olfatto è in grado di arricchire e migliorare l’ esperienza sessuale.

“[…]non va più via l’odore del sesso che hai addosso” cantava Ligabue in una sua famosa canzone.

Il verso della canzone riporta una relazione tra l’odore, l’ olfatto e il comportamento sessuale che recentemente è stata evidenziata e confermata anche dalla ricerca.

Il senso dell’ olfatto infatti gioca un ruolo importante e delicato nelle interazioni sessuali dei mammiferi. In particolare sembra influenzare la selezione, la scelta o l’evitamento di un probabile partner sessuale con il quale accoppiarsi e l’abilità di riconoscimento delle emozioni altrui (Stevenson, 2009).

I deficit della funzione olfattiva influenzano la qualità dell’esperienza sessuale

Uno studio di Burke, Veltman, Gerber e colleghi (2012) ha sottolineato come la percezione olfattiva di alcuni componenti degli ormoni sessuali, soprattutto estrogeni e testosterone, presenti nell’odore naturale che contraddistingue un individuo, eliciti l’attivazione dell’arousal sessuale nei maschi e nelle femmine andando a stimolare in modo diretto l’ipotalamo.

Da qui l’assunzione che l’odore possa in qualche modo contribuire al comportamento e all’attivazione sessuale negli individui adulti, assunzione ulteriormente confermata da studi condotti su pazienti affetti da disosmia, un’alterazione del senso dell’olfatto, che riportano una ridotta qualità di vita in differenti aree della vita quotidiana soprattutto inerenti alla sfera sociale e sessuale (Croy, Nordin et al., 2014).

In una survey condotta online per la rilevazione delle caratteristiche principali dei disturbi chemo-sensoriali, deficit legati alle facoltà olfattiva e gustativa, più della metà dei partecipanti ha riportato un impatto negativo del disturbo sul loro comportamento sessuale (Merkonidis et al., 2015).

Pertanto un impoverimento della funzione olfattiva sembrerebbe influenzare la vita sessuale di un individuo, che consiste nella riduzione dell’appetito sessuale a seguito dell’esordio del disturbo. Quest’effetto associato alla compromissione dell’olfatto pare più evidente nella popolazione maschile anziché in quella femminile e si manifesta in una mancanza di desiderio sessuale nei confronti di un partner sessuale.

Allo stesso modo uno studio di Passi e colleghi (2003) ha evidenziato come nei pazienti con disturbi sinonasali che compromettono la respirazione nasale, vi sia la riduzione della qualità delle proprie esperienze sessuali a seguito dell’inibizione dell’iperventilazione nel corso di una rapporto sessuale, meccanismo che molto probabilmente intensifica l’ esperienza sessuale.

Tali studi passati velocemente in rassegna sottolineerebbero come vi sia una relazione significativa tra deficit olfattivi e comportamento sessuale che potrebbe essere moderata da un umore depresso, insicurezza sociale e altre comorbilità.

Uno studio specifico su soggetti senza deficit olfattivi

Tuttavia, fino a questo momento, nessuno studio ha indagato la relazione tra olfatto e alcuni specifici aspetti costituenti il comportamento sessuale come il desiderio sessuale, l’esperienza sessuale e la prestazione sessuale, in giovani adulti senza alcuna compromissione della funzione olfattiva.

Utilizzando il “Sniffin Sticks” per la valutazione della sensibilità all’odore e alcuni questionari come il Sexual desire inventory (SDI; Spector, Carey & Steinberg, 1996), la Visual Analogue Scale (VAS) per la valutazione della piacevolezza dell’ esperienza sessuale e della prestazione sulla base della frequenza dei rapporti sessuali e la media di durata in minuti con il proprio partner sessuale, Bendas, Croy e colleghi (2018) hanno studiato la relazione tra sensibilità olfattiva e comportamento sessuale sulle componenti pocanzi descritte (desiderio, esperienza e prestazione sessuale).

Il gruppo sperimentale comprendeva 70 individui subclinici sia di genere maschile che femminile, soprattutto studenti, di età compresa tra i 18 e i 40 anni. Dal gruppo sono stati esclusi soggetti con patologie psicologiche e individui che avevano avuto in passato esperienze sessuali traumatiche.

Ciascun soggetto è stato bendato per evitare che vi fosse una qualche detezione visiva dei cue e sottoposto agli “Sniffin Sticks”, una serie di tre penne, alcune contenenti in misure e diluizioni diverse un solvente odoroso (il feniletilene) e altre inodori.
Il compito del soggetto sperimentale era quello di indicare le penne in cui aveva avvertito un odore; i soggetti che consecutivamente avevano identificato in modo corretto le “penne odorose” venivano indicati come individui con un’alta sensibilità olfattiva, al contrario se l’identificazione non era corretta come individui con una bassa sensibilità olfattiva.

Conclusioni

Lo studio di Bendas, Hummel & Croy (2018) ha confermato la relazione tra i livelli olfattivi e i comportamenti sessuali, evidenziando però una correlazione forte tra un’alta sensibilità all’odore e misure della generale percezione di piacevolezza della propria esperienza sessuale contrariamente con il desiderio e la prestazione sessuale.

Un’alta sensibilità olfattiva ha pertanto degli effetti sull’ esperienza sessuale, in particolare influenza la percezione di piacevolezza dell’interazione sessuale con il partner, maggiormente per il gruppo maschile suggerendo un’influenza maggiore degli input olfattivi per gli uomini sui rapporti sessuali.

Similmente nel gruppo femminile si è osservata una forte correlazione tra alta sensibilità olfattiva e la frequenza degli orgasmi, suggerendo un importante contributo dell’odore sull’ esperienza sessuale femminile.

L’odore di per sé non sembra mediare il modo in cui gli individui desiderano o si comportano durante un rapporto sessuale ma l’attività sessuale stessa, la sua percezione come piacevole sembra essere influenzata da certi cue olfattivi come i fluidi vaginali, lo sperma e il sudore che l’arricchiscono migliorandola (Bendas, Hummel & Croy, 2018).

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