expand_lessAPRI WIDGET

Paul Ekman e i suoi importanti studi sull’universalità delle emozioni e delle espressioni facciali- Introduzione alla Psicologia

Paul Ekman è l’autore della cosiddetta “teoria neuroculturale” che, riprendendo gli studi di Darwin sulle espressioni facciali delle emozioni, dimostra l’universalità delle emozioni.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Paul Ekman nacque a Washington il 15 febbraio del 1934. Egli è cresciuto nel Newark nel New Jersey, poi si è trasferito con la famiglia in Oregon, e successivamente nel Sud della California. Ekman frequentò l’università di Chicago e completò i suoi studi alla New York University. Nel 1958 conseguì il dottorato all’Adelphy University in Psicologia Clinica, dopo aver svolto uno stage della durata di un anno presso il Langley Porter Neuropsychiatric Institute. In seguito, ha lavorato per due anni nell’esercito statunitense come psicologo e nel 1960 decise di tornare all’Istituto Neuropsichiatrico di Langley Porter, dove lavorò fino al 2004, anno in cui è andato in pensione. Ekman, inoltre, è un professore di psicologia del Dipartimento di Psichiatria dell’Università della California di San Francisco.

Ricerche sulle emozioni

Paul Ekman iniziò la ricerca scientifica alla fine degli anni ‘50, periodo in cui portò a termine un esperimento sulle espressioni facciali e sui movimenti e comportamenti del corpo. Questa ricerca nel 1955 divenne la sua tesi di Master e nel 1957 è stata pubblicata.

Egli considerava il comportamento non verbale il terreno feritile su cui si poggiava lo studio della personalità ma, in seguito, mostrò un crescente interesse per la psicologia sociale e per gli studi transculturali, in ottica evolutiva e semiotica. Nel corso del tempo, le sue ricerche si andarono a focalizzare poi sempre più sullo studio delle emozioni, che divenne il vero e proprio interesse di Ekman.

Confermando quanto sostenuto da Darwin, che considerava le espressioni delle emozioni universali e generate da pattern neurobiologici ereditari, Ekman è l’autore della cosiddetta “teoria neuroculturale” delle emozioni.

Egli, dunque, sostiene che esistano espressioni facciali derivanti da emozioni esperite in determinate situazioni, caratterizzate da mimiche universali. Secondo la teoria neuroculturale, oltre alla universalità dell’espressioni emotive, esistono le display rules, ovvero regole sociali di espressione delle emozioni, culturalmente apprese, che determinano il controllo e la modificazione delle espressioni emozionali a seconda della circostanza sociale.
L’esistenza di tali regole fu dimostrata empiricamente da Ekman in uno studio in cui furono analizzate le risposte espressive di soggetti americani e giapponesi alla visione di film contenente elementi stressanti sia in presenza di uno sperimentatore sia quando erano in una condizione di solitudine. I risultati ottenuti dimostrarono che esprimere il proprio giudizio al cospetto di un’altra persona impedisce ai soggetti giapponesi di manifestare le emozioni negative, cosa che non accadeva per gli americani. I dati così ottenuti confermano che le emozioni possono essere modificate grazie a elementi appresi dalla cultura. Per cui, le uniche differenze culturali identificabili nelle espressioni facciali non riguardano l’espressione in sé, derivante dalla spontaneità nell’esprimere una determinata emozione, ma dal controllo esercitato sulla stessa.

Universalità delle emozioni

Paul Ekman per dimostrare la teoria dell’universalità dell’espressione delle emozioni svolse diverse ricerche.

La sua prima ricerca consisteva nel mostrare delle fotografie di espressioni facciali emotive a persone appartenenti a cinque culture diverse: Cile, Argentina, Brasile, Giappone e Stati Uniti. A ciascuno dei partecipanti era chiesto di indicare che tipo di emozione era in grado di riconoscere, tra tante che gli venivano mostrate in relazione a diverse espressioni facciali mostrate tramite delle foto. I risultati attestarono che tra i diversi gruppi culturali emergeva una concordanza rispetto all’emozione indicata e questo dato confermava l’esistenza di una reale universalità delle emozioni. 
Malgrado i convincenti risultati ottenuti, c’erano ancora dei dubbi dovuti al fatto che i soggetti partecipanti alla ricerca potessero avere “appreso” le espressioni facciali grazie alla visione di film occidentali largamente proiettati su scala globale, e questo avrebbe potuto influire sui risultati ottenuti. 

Per ovviare a questo bias Ekman e collaboratori pensarono di effettuare uno studio su delle culture primitive che non avessero mai avuto contatti con l’occidente.

Per questo, nel 1967, Paul Ekman si recò in Papua Nuova Guinea per studiare il comportamento non verbale del popolo Fore, tribù isolata dal mondo civilizzato e con usi e costumi risalenti dall’età della pietra. Per procedere con questo esperimento, Ekman modificò anche il metodo di somministrazione. I Fore erano una popolazione pre-letterata e di conseguenza non si potevano somministrare foto unitamente a una serie di emozioni scritte tra le quali scegliere. Decise dunque di selezionare tre o quattro fotografie di espressioni facciali alle quali i soggetti dovevano indicare quelle che più si adattavano a un breve episodio emozionale che era raccontato in contemporanea. 
I risultati dimostrarono che la percentuale di associazioni corrette tra espressioni facciali e racconti erano molto alte.

Per eliminare ulteriori dubbi, Paul Ekman e i sui collaboratori eseguirono un altro esperimento sempre con i Fore. In questo esperimento un interprete leggeva una storia e chiedeva ai Fore di mostrare che espressione facciale avrebbero mostrato se avessero assunto i panni del protagonista. Ancora una vota, i risultati confermarono l’esistenza di emozioni universali.

Un ultimo esperimento fu quello che Ekman condusse sui Dani, gruppo etnico isolato situato in una parte dell’Indonesia chiamata oggi West Irian. In realtà non fu Ekman in persona a eseguire lo studio, ma Karl Heider, un antropologo sostenitore dell’opposta teoria di Ekman. Se anche in quel caso si fossero ottenuti i risultati degli esperimenti precedenti, allora non ci sarebbe stato più nessun dubbio circa l’universalità delle espressioni emotive. E così fu: i dati confermarono quanto ottenuto fino a quel momento dagli studi precedenti.

Ekman, di conseguenza, sostiene che esistano emozioni universali ovvero emozioni comuni, uguali per tutti in tutte le culture e che possono essere definite come primarie. Tali emozioni primarie sono:

  1. Rabbia
  2. Paura
  3. Tristezza
  4. Felicità
  5. Sorpresa
  6. Disgusto

Successivamente, ampliò la lista delle emozioni aggiungendo altre emozioni definite secondarie:

  • Divertimento
  • Disprezzo
  • Contentezza
  • Imbarazzo
  • Eccitazione
  • Colpa
  • Orgoglio dei successi
  • Sollievo
  • Soddisfazione
  • Piacere sensoriale
  • Vergogna

Ricerche sulla menzogna

Oltre alle ricerche sulle emozioni e le loro espressioni, Paul Ekman approfondì i meccanismi che sono alla base della menzogna. Queste ricerche hanno portato alla scoperta dell’esistenza delle micro espressioni, mimiche connesse alla menzogna che si consumano in una manciata di secondi. Le espressioni possono riguardare tutto il volto o solo in una sua parte di esso, superiore o inferiore. In quest’ultimo caso sono definite espressioni sottili.

Nuovi strumenti all’avanguardia

Negli ultimi anni, Ekman ha sviluppato e messo a disposizione una serie di software utili al riconoscimento delle micro espressioni facciali e delle espressioni sottili, come il F.A.C.E., il Micro Expression Training Tool e il Subtle Expression Training Tool, il Facial Action Coding System.

Ekman ha poi sviluppato il metodo Evaluating Truthfulness and Credibility (ETaC), che consente di analizzare la comunicazione per valutare la credibilità della persona. Recentemente, Ekman si occupa anche del ruolo delle emozioni in ottica Mindfulness e Compassion Theory.

Riconoscimenti

Dal 1971 il National Institute of Mental Health (NIMH) ha sostenuto gli studi di Ekman attraverso contributi, riconoscimenti, donazioni e con l’istituzione di un premio alla ricerca scientifica dal titolo: Research Scientist Award.

Nel 2001, Ekman ha collaborato per la realizzazione della serie documentaristica “The Human Face”, per la serie televisiva “Lie to me” e per il film edito dalla Walt Disney “Inside out”.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

La nostra postura e i nostri gesti possono essere il risultato delle prime interazioni di attaccamento?

La postura e il modo in cui ci muoviamo nel mondo si delinea fin dalle primissime interazioni di attaccamento, a partire dal momento in cui veniamo presi in braccio da nostra madre, a seconda di come lo fa, di come ci allatta al seno, e di conseguenza di come reagiamo al suo contatto e al suo comportamento.

 

La postura di una persona dipende dal suo sviluppo ontogenetico ma affonda le sue radici anche nella storia della sua famiglia (Lowen 2007). In pratica, la postura dipende da fenomeni genetici ed epigenetici, ovvero come risposta automatica agli stimoli provenienti dall’ambiente che ci circonda, che favoriscono così uno schema corporeo responsabile di un adattamento posturale all’ambiente in cui si cresce, piuttosto di un altro.

Molto spesso si ritrova lo stesso atteggiamento posturale in più membri di una stessa famiglia. Questo perché, al pari delle patologie, dei comportamenti e delle affettività familiari, si riscontrano anche diversi tipi di atteggiamenti posturali simili e, se si osserva il fenomeno da una prospettiva più generale, è possibile individuarli nella stessa cultura e società di appartenenza della famiglia.

La postura, infatti, dipende dal portamento delle spalle e della schiena ma anche dal peso corporeo dei membri della famiglia e dal carattere emotivo del sistema familiare.

L’importanza delle prime interazioni madre-bambino

Gli atteggiamenti posturali si vanno delineando nelle primissime interazioni della madre con il suo bambino (Bowlby 1952), iniziando dal momento in cui lei lo prende in braccio, a seconda di come lo fa, di come lo allatta al seno, e di conseguenza di come il neonato reagisce al contatto e al comportamento della madre .

Nell’interazione tra una madre ed il proprio bambino si determina, in un certo qual senso, l’affettività, i movimenti e la postura del piccolo. Di conseguenza, l’evoluzione di una persona risente dei comportamenti, degli atteggiamenti, ma soprattutto del suo rapporto diadico con il proprio caregiver. Una spiegazione in tal senso è data dalla teoria dell’ attaccamento di Bowlby (1988, 1982, 1973) che fornisce un’interpretazione della relazione che il bambino intraprende con il proprio genitore, dei loro modi di relazionarsi, delle loro motricità, gestualità, atteggiamenti corporei e della gestione dell’allontanamento-esplorazione, sino alla comunicazione non verbale e verbale.

Dall’osservazione dell’interazione tra genitore e bambino, dalle loro modalità di allontanamento e di riunione nonché dalle interazioni con un estraneo (strange situation), Ainsworth e Blehar, (1978) hanno valutato gli stili di attaccamento, individuando alcuni tipi quali l’ attaccamento A insicuro-evitante, l’ attaccamento B sicuro, l’ attaccamento C insicuro-ambivalente e l’ attaccamento D disorganizzato/disorientato.

Perché sono così importanti questi tipi di attaccamento nella relazione diadica? Perché, secondo la teoria dell’attaccamento, le interazioni con figure di attaccamento evitanti, inaffidabili, insensibili, riducono la resilienza nell’affrontare eventi di vita stressanti e riducono le capacità di coping individuale nei momenti di crisi. L’ attaccamento insicuro, può quindi essere visto come una vulnerabilità che può portare a disturbi mentali, a seconda anche dei fattori genetici, di sviluppo e ambientali che entrano in gioco. Perché, anche se la qualità dell’ attaccamento dalla primissima infanzia all’adolescenza non sia un predittore univoco dello sviluppo di una psicopatologia sembrerebbe che essa sia collegata ad alcuni dei sintomi che sono presenti negli individui affetti da disturbi mentali (Lewis et al., 1984 ; Wright et al., 1995). Vediamo meglio in dettaglio i tipi di attaccamento e cosa questi comportino.

Attaccamento A insicuro-evitante: conseguenze sulla postura

Nell’ attaccamento A insicuro-evitante, il bambino si allontana dai genitori in esplorazione senza richiedere il loro aiuto o sostegno. Di fronte ad un estraneo è capace di avvicinarsi ed interagire con un atteggiamento attento e curioso e se resta solo con lui, non mostra particolare disagio, reagisce però con movimenti non direzionali e non indirizzati al contatto con l’interlocutore. Mette in atto, come difesa, il non seguire con lo sguardo il genitore che si allontana per evitare di innescare risposte negative e non confortanti da parte dei genitori. Al suo rientro, evita di guardarlo, rimanendo concentrato nell’interazione con l’estraneo.

Regola la sua affettività mettendo distanza dal caregiver e inibendo qualsiasi manifestazione affettiva di disagio nei contesti di minaccia. Tutt’al più chiude gli occhi o distoglie lo sguardo, gira la testa per diminuire la percezione di stimoli di disturbo ed eccessi sensoriali accompagnati da emozioni spiacevoli in modo da evitare di fuggire. Il suo comportamento appare autonomo e indirizzato all’esplorazione dell’ambiente e dei giocattoli più che alla presenza del caregiver.

Nell’età scolare i bambini con attaccamento A insicuro-evitante affermano in maniera più decisa i comportamenti, gli atteggiamenti e gli stili corporei delineatisi nella prima infanzia.

L’organizzazione dei corpi in questi bambini è in funzione dell’accessibilità alla figura di attaccamento ma minimizzando il coinvolgimento emotivo e fisico. Valutano il comportamento dei genitori prima di avvicinarsi per evitare il rifiuto e modulano il loro stato affettivo e comportamentale in funzione delle aspettative di comportamento delle figure di attaccamento. In tale ottica, latteggiamento posturale secondo Lambruschi (2004) può essere neutro, quando cercano di rendersi invisibili stando lontani dalla figura di attaccamento, evitando il contatto fisico, adottando una postura più possibile raccolta, gestualità ed espressioni più neutre possibili. Oppure l’organizzazione corporea può essere falsamente allegra, manifestando cioè stati affettivi non spontanei, incompleti come il sorridere con le labbra e non con lo sguardo (sorriso obliquo o storto) o sorrisi intervallati dall’espressione di emozioni contrastanti. Gli indicatori corporei più evidenti sono i rapidi contatti con il genitore privi di una intimità interpersonale vera, come il baciare in “punta di bocca” e il “carezzare in punta di dita”. In genere sono bambini che presentano una forte tendenza all’accudire il genitore mettendo in azione una mimica facciale mobile (ampi sorrisi, modulazioni vocali accattivanti ecc).

Possono presentare anche un atteggiamento posturale sottomesso, specie in presenza di segnali di tensione con la madre in modo da assumere un comportamento da“bravo” e da “buono”. In questi frangenti, i bambini presentano ipertonicità corporea dovuta alla percezione di allarme di fondo, che li rendono pronti a parare i colpi. Assumono una postura chiusa con l’addome esposto, testa reclinata in maniera da mettere in evidenza la nudità del collo.

Il bambino è sempre attento a monitorare la figura di attaccamento e nel cercare di soddisfare le sue esigenze, per mezzo di sguardi indiretti e obliqui, segnale di una volontà di voler mantenere il contatto, o con altri atteggiamenti disarmanti come bocca aperta e denti nascosti.

Durante l’adolescenza, invece, i ragazzi che hanno avuto un iter di sviluppo di attaccamento di tipo insicuro-evitante possono andare incontro a delle risoluzioni come quella depressiva, caratterizzata da sentimenti di inadeguatezza, di non amabilità, e di accudimento compulsivo verso il caregiver o verso eventuali pari. Si tratta di un accudimento improprio che spesso però non viene considerato da chi lo riceve, per cui soffrono per la mancanza di considerazione che ricevono. Così finiscono per soffrire di sensi di colpa e si autopuniscono. Alcuni, per poter essere stimati, si impegnano nello studio, altri, al contrario, abbandonano gli studi scolastici come estremizzazione di alienazione e per mancanza di speranza di essere considerati. A livello posturale si nota un atteggiamento posturale chiuso, gestualità contenuta e una mimica poco espressiva in genere afflitta. Gli adolescenti che hanno avuto questo tipo di attaccamento possono andare incontro a una risoluzione psicosomatica con tendenza ad avere scompensi in termini di obesità o bulimia.

Attaccamento B sicuro: conseguenze sulla postura

Nell’ attaccamento di tipo B sicuro, l’ attaccamento diadico della prima infanzia è equilibrato, per cui la madre assume una postura attenta ai bisogni del suo bambino e, in risposta di ricambio, il bambino acquisirà un atteggiamento posturale speculare.

Il bambino comunica alla madre le sue emozioni e stati d’animo durante l’esplorazione dell’ambiente, che vengono prontamente comprese e recepite da lei.

Anche nel gioco, è evidente la reciprocità dei comportamenti e della postura nella coppia diadica. Il bambino segue i movimenti del genitore quando questi si allontana e si lamenta per la sua assenza, ma trova conforto piangendo o giocando da solo o con l’estraneo sopraggiunto. La reazione del bambino al rientro del genitore è inizialmente di protesta e di rabbia ma subito cede alle manifestazioni affettive così che si calma subito e riprende a giocare.

In questo tipo di attaccamento i bimbi, raggiunta l’età scolare, esprimono i loro sentimenti in maniera diretta, riescono a negoziare con le proprie figure di attaccamento, sino ad assumere il punto di vista dell’altro, il che infonde nel bambino fiducia verso il proprio genitore.

Per mantenere il contatto con il genitore, sviluppano un corpo flessibile in grado di esprimere diversi segnali corporei e affettivi, in base alle diverse situazioni o necessità. La relazione con la figura di attaccamento è armonica il che consente loro, grazie alla flessibilità corporea, di assumere diverse posture e gestualità, in equilibrio euritmico tra corpo, mente, affetti e genitore.

Attaccamento C insicuro-ambivalente: conseguenze sulla postura

In un attaccamento C insicuro-ambivalente la madre, invece, assumerà un atteggiamento asincrono e, a momenti, distaccato. Per contro, il suo bambino alternerà momenti di sincronia per avvicinarla a momenti di indifferenza come se non fosse presente. Presenta stati affettivi negativi, è frenato nell’esplorazione, cerca una vicinanza fisica con il genitore, mostra disinteresse o avversione verso un estraneo o per i giocattoli. La separazione dai genitori è drammatica, la presenza dell’estraneo non lo tranquillizza e a volte neanche il rientro del genitore.

Il bambino desidera la vicinanza e l’allontanamento dal genitore nello stesso momento per cui comunica, per esempio, di voler essere preso in braccio per poi voler essere rimesso subito giù, oppure evita di guardare il genitore, divincolandosi e scalciando. Questi bambini sono caratterizzati da una affettività genitoriale incostante e ambigua.

Questa ambiguità affettiva e comportamentale si riflette anche nella postura che appare anch’essa insicura oppure rigida, pronta a distanziare ogni tipo di stimolo affettivo, anche quelli non pericolosi.

In età scolare, questi bambini cercano di mantenere il più possibile la disponibilità della figura di attaccamento, rispondendo con una forte emotività a tutti gli stimoli provenienti dalla relazione di attaccamento e chiudendosi ai contatti con i pari e alle attività esterne. In questo modo, la relazione di attaccamento diventa stressante.

A livello fisico questi stati emozionali si manifestano attraverso un corpo così detto arrabbiato per via degli stati affettivi amplificati per poter mantenere il controllo della figura di attaccamento ponendosi in una posizione centrale. In questo caso, i segnali posturali e il linguaggio non verbale, sono impiegati in maniera determinante assumendo una postura aperta e dominante con numerosi ravvicinamenti minacciosi nella distanza interpersonale. Presentano iperespressività della mimica facciale se non addirittura aggressività, sostenendo il contatto oculare a lungo. Possono anche essere presenti segnali corporei di paura, come sguardo rabbioso, fisso dominante, che oscilla da destra a sinistra per controllare l’ambiente. La gestualità è diretta ed autoritaria mentre il tono ed il volume della voce sono molto sostenuti. Questi bambini con attaccamento C insicuro-ambivalente possono però presentare anche un corpo fragile e grazioso, uno stile disarmante con una postura fragile che sottintende una richiesta d’aiuto. Si accompagnano a una mimica facciale e posturale molto espressiva, spesso rattristata, con occhi grandi che catturano l’attenzione se non addirittura seducono. La gestualità è calma, educata e delicata. Sono portati ad accorciare la distanza interpersonale per favorire il contatto fisico. Il corpo può essere flaccido per una ipotonia muscolare cronica, lenti e impacciati nei movimenti che nella andatura. La mimica facciale è minima e la voce è bassa e rallentata, anche il respiro è lieve e leggero.

Gli adolescenti con modello di attaccamento insicuro-resistente vanno incontro a risoluzioni di tipo fobico. Avendo infatti, ricevuto un attaccamento iperprotettivo e ansioso, nei confronti di un mondo pieno di pericoli, si sente sicuro solo con la figura di attaccamento principale. Tutto questo comporta l’arresto dell’esplorazione, la limitazione di vivere nuove esperienze, sia la possibilità di mettersi alla prova, il che comporta uno smisurato controllo su qualsiasi tipo di evento per poter evitare rischi. In genere, mostrano un eccessiva cura del proprio aspetto fisico per nascondere i loro difetti e presentano un eccessivo controllo delle emozioni, delle aspirazioni e della libido. Sono frequenti delle somatizzazioni, con tachicardia, iperidrosi, tremori, sensazione di svenimento, oppure paure immotivate (di morire, di perdere il controllo, di impazzire). A livello posturale sono adolescenti con un atteggiamento chiuso ma molto attento a tutti gli stimoli.

Altri adolescenti possono andare incontro anche a una risoluzione ossessiva nel caso i loro genitori siano stati attenti ma distanti affettivamente o addirittura poco solleciti alle esigenze quando erano piccoli. In pratica, mentre nell’infanzia hanno sempre ubbidito alle richieste dei genitori, durante l’adolescenza, età in cui si tende a distanziarsi, questi ragazzi non riescono a gestirsi e rinunciano ai cambiamenti per confrontarsi con ciò che è diverso. Per questo sono portati ad evitare nuove esperienze sia amicali che sessuali. Assumono una postura estremamente rigida (a soldatino di piombo) e sono impacciati nei movimenti nuovi. Anche la mimica è rigida e non lascia vedere alcuna emozione, se non quelle di smarrimento per tutto ciò che è nuovo o diverso.

I giovani che presentano invece, una risoluzione psicosomatica, tenderanno ad avere disturbi somatoformi o anoressia. In questi casi l’adolescente avrà difficoltà nel costruire una propria immagine di sé, e nel capire le proprie emozioni, sensazioni. Tuttavia il corpo rimane sempre un mezzo fondamentale per esprimere ciò che non si riesce ad esprimere attraverso le emozioni. Sono persone che curano sino alla mania il loro aspetto e la forma fisica, senza però essere soddisfatti del risultato ottenuto. Per questo tendono a celare il corpo con atteggiamenti e comportamenti sia con abbigliamenti larghi che nascondono i difetti di un corpo che non è da mostrare. Tendono ad una postura con la schiena curva su se stessa per nascondersi con una mimica molto pronunciata.

Attaccamento D disorganizzato: conseguenze sulla postura

Infine l’ attaccamento D disorganizzato, è caratterizzato da un livello di disorganizzazione nel rapporto diadico maggiore del precedente e soprattutto da una imprevedibilità nei comportamenti e nelle risposte. Di conseguenza questi bambini tendono ad assumere comportamenti contraddittori che vanno da una intensa ricerca di attaccamento a dei comportamenti di evitamento oppure anche comportamenti simultanei contraddittori del tipo avvicinamento al genitore con la testa girata dalla parte opposta, oppure riavvicinamenti interrotti da attacchi di rabbia o mal direzionati (verso un giocattolo, o altro) o, ancora, che finiscono in una posizione di stilling, ovvero di arresto per alcuni secondi in una posizione forzata o ancora di freezing in cui rimane immobile per diversi secondi. Possono anche mostrare inquietudine nei confronti del genitore avvicinandosi in maniera incerta e allontanandosi di scatto o mettendo le mani in bocca e piangendo restando lontano dal genitore. Durante il ricongiungimento possono manifestarsi anche stereotipie, movimenti asimmetrici e posizioni anomale (vacillare, tirarsi i capelli etc.) reputati degli indici di stress. Durante la strange situation possono assumere diversi comportamenti anormali o conflittuali in presenza dei genitori come dondolarsi sulle ginocchia con il viso rivolto da un’altra parte, immobilizzarsi con le braccia alzate e in trance, staccarsi dal genitore per appoggiare la testa contro il muro; alzarsi per salutare il genitore per buttarsi a terra e così via.

Musica ed ecologia dei sentimenti. Intervista a Franco Mussida

Franco Mussida, musicista fondatore della PFM, racconta in questa intervista i suoi ultimi progetti per portare la musica nelle carceri italiane e come, dopo 30 anni di lavoro sociale in questo ambito, sia arrivato a capire che la musica ci aiuta nel fare “ecologia di sentimenti”.

Franco Mussida è un personaggio di primo piano nella storia della musica italiana per aver fondato la Premiata Forneria Marconi (PFM) e averne firmato diversi successi, come la celeberrima “Impressioni di settembre”. La band, attiva dagli anni settanta, ha ancora molto seguito in Italia,  ha fatto incursioni sul mercato internazionale (Stati Uniti in particolare) e ha impreziosito con indimenticabili arrangiamenti diversi brani di Fabrizio De Andrè (la perla più nota probabilmente è l’arrangiamento progressive de “Il pescatore”).

Oltre ad avere suonato la chitarra con la PFM fino al 2015, Mussida è anche il fondatore e presidente del Centro Professione Musica (CPM) di Milano (dove ho avuto la fortuna di frequentare anche io tanti anni fa un corso per autori), un centro nato nel 1984, che è molto di più di una normale scuola di musica, un luogo che ha come obiettivo la maturazione musicale e umana dei propri allievi, e che si dedica anche alla ricerca nella pedagogia musicale e ad altri progetti sociali.

Già da alcuni anni è ad esempio attivo CO2, un progetto presente in dodici carceri italiane sostenuto dal Ministero della Giustizia e dalla Società Italiana Autori ed Editori (SIAE), che consiste nella realizzazione di speciali audioteche divise per “stati d’animo”, usufruibili dai detenuti.

Il CPM lancia in questi giorni un’iniziativa davvero interessante sull’uso della musica per incrementare la propria coscienza emotiva. Il corso, rivolto soprattutto a formatori, educatori, insegnati, assistenti e da chi intende operare nel mondo del sociale, si articolerà in sei incontri mensili e il primo sarà Introduzione all’ecologia dei sentimenti, un titolo sicuramente intrigante.

Musica ed ecologia. Franco Mussida si racconta - foto1

Ne abbiamo parlato (via Skype) con Franco Mussida in una interessantissima chiaccherata sul rapporto tra musica ed emozioni (e tante altre cose…).

State of Mind (SoM): Ciao Franco e grazie di averci dedicato il tuo tempo. Ci racconti come nasce questa esperienza dell’uso della musica in carcere?

Franco Mussida (FM): La mia personale esperienza nell’uso della musica in abiti di forte disagio sociale e psichico è iniziata nel 1988, nel carcere di San Vittore a Milano. Si era appena insediato Luigi Pagano, l’attuale provveditore alle carceri della Regione Lombardia. Al tempo l’ASL ha preso atto che si era interrotto ogni servizio di assistenza psicologica ai detenuti nel raggio dei detenuti tossicodipendenti di quel carcere e chiese l’introduzione di attività artistiche. Sono di quel periodo i primi laboratori musicali che utilizzavano l’intervallistica musicale per stabilizzare l’umore dei detenuti. Lo si faceva attraverso una delle attività più sociali del fare Musica: il coro. La sintesi di quell’esperienza la racconto in due libri: “La Musica Ignorata” e “Le Chiavi nascoste della Musica”, entrambi editi da Skirà. Il primo traccia la filosofia di base di un lavoro che partì appunto nell’ottantotto e si è evoluto in ricerche anche in altri ambiti sulle quali si fonda il progetto di particolari audioteche del progetto CO2, che chiamo SAEM Stazioni di Ascolto Emozionale della Musica. Il secondo ne descrive e riporta il resoconto e i risultati della sperimentazione triennale in quattro carceri.

Risultati pubblicati su una importante rivista scientifica, verificati e certificati dal comitato scientifico CO2 e dall’Università di Pavia nella figura del Prof. Flavio Ceravolo, Rettore di un collegio di Scienze Sociali, esperto in certificazioni di procedure sperimentali. I risultati che riguardavano attività continuative con più di 15 mila ascolti e il coinvolgimento di un centinaio di detenuti che vi hanno partecipato.

SoM: Se ho capito bene in questa esperienza in carcere l’uso della musica ha quindi finalità pedagogico- emozionali, ma non terapeutiche, giusto?

FM: Considero la Musica un mezzo, un chiavistello per accedere a luoghi interiori altrimenti inaccessibili. Le attività sono a favore di persone che non hanno cultura musicale, sono comuni ascoltatori. La Musica fa in modo del tutto naturale ciò che normalmente dovrebbe, stabilizza l’umore ma non riesce se non le si dà il tempo, esclusività, vera attenzione emotiva. Con un particolare approccio alla Musica indico e oriento un diverso modo di ascoltarla, offrendolo alle persone recluse in carceri o che soggiornano in comunità, gente che spesso vive in uno stato di carcerazione non solo fisica ma interiore. Attraverso una procedura di ascolto affettivo consapevole di Musica strumentale registrata, di tutti i generi, si sollecita la percezione, di un valore interiore grande, la presenza in noi di un mondo che va oltre ciò che gli occhi ci mostrano, quello di un pianeta invisibile che si sposa con la Musica, quel pianeta che chiamiamo interiorità. La Musica ha la capacità di illuminarlo, in modo naturale e senza rischi, rendendo percettibile quello che gli psicologi, per definire l’area emotiva che ci pervade, definiscono con uno parola: inconscio.

SoM: Ci racconti qualcosa di più su queste audioteche divise per stati d’animo?

FM: Finita la fase sperimentale da quattro sono diventate 12, sparse sul territorio nazionale. Sono normali audioteche con playlist non più divise per generi musicali ma per stati d’animo. Sulla scorta di una codifica particolare che si rifà ad un mio modo di intendere l’intervallistica emozionale. Ho sviluppato un sistema che confronta il filtro soggettivo della persona con l’elemento oggettivo della Musica. In principio ho accostato le correnti emozionali che governano il nostro sistema di percezioni emotive confrontandole con circa duecento grandi climi o condizioni emozionali codificati, che ho poi ridotta a ventisette e quindi a nove. A ciascuno di questi 27 stati emozionali vengono associate composizioni musicali, i brani dell’audioteca. Con me c’è una squadra di una ventina di persone, tra musicisti, psicologi, criminologi, neurologi, tecnici informatici e professori universitari. A inserire i brani nelle audioteche da anni sono musicisti, ascoltatori, (si può fare anche ora andando si co2musicaincarcere). Ora lo fanno anche i detenuti, i custodi delle audioteche che inseriscono 50 brani al mese con l’indicazione emotiva dei nove grandi stati emotivi. Da poco è iniziata la fase sei. Una ulteriore fase sperimentale nelle tre carceri (il progetto Nassa). Tutte sono ora tradotte in otto lingue che rappresentano le grandi etnie, comprese quelle dei paesi da dove arrivano i migranti. Quindi anche in arabo, rumeno, albanese, indiano… Supportati dall’organizzazione del CPM stiamo entrando in contatto con le relative Ambasciate per inserire con particolari procedure le loro musiche. Le audioteche sono quindi dei luoghi di incontro, di libertà emotiva dove la musica si ascolta in luoghi silenziosi e protetti. Tutto è supportato da momenti di formazione che coinvolgono anche gli educatori. Tutt’ora entro in carcere decine di volte l’anno per tenere personalmente incontri di ascolto emotivo guidato con gruppi di detenuti in tutt’Italia.

Musica ed ecologia dei sentimenti: Franco Mussida si racconta - foto2

SoM: Quindi una persona può chiedere di ascoltare un particolare brano che sa che di solito gli genera un certo stato d’animo se ne sente il bisogno?

FM: Sì, lo chiede all’audioteca e ne valuta l’effetto dopo l’ascolto. Scegliendo tra speciali simboli grafici, la persona decide cosa vuol vivere, trovarne conferma o negazione. C’è una fase di ricerca, poi di ascolto, confronto interiore, e quindi di valutazione. Tutti i dati restano memorizzati, grazie ad un personale codice d’accesso.

SoM: Prima accennavi che avete lavorato anche con l’esperienza del coro?

RM: Nel 1988 formavo gruppi corali. Scrivevo musiche, facevo sperimentare la bellezza di cantare assieme accordi anche facili in sequenza, con una intervallistica, che li sollecitata a vivere a manifestare direttamente cantando il loro interiore essere emotivo. Il coro dà la possibilità di vivere l’armonia, cosa che il singolo non può fare, non siamo esseri polifonici. Se ti parlassi adesso in Fa maggiore sarebbe meraviglioso, ma purtroppo non è possibile! E’ anche il nostro limite intellettuale, siamo solo esseri melodici, l’armonia la creiamo insieme. Vale anche per il mondo degli affetti, ne possiamo osservare lucidamente solo un suono per volta, gestiamo un solo sentimento per volta. Quando ce ne arrivano tanti contemporaneamente cominciamo a sognare. E’ questo il potere dell’armonia.

SoM: Mi pare di capire che il vostro lavoro sia più legato all’entità suono, che allo strumento canzone, composta da musica e testo.

FM: E’ così. Le audioteche contengono solo musiche strumentali di molti generi diversi ma non canzoni. Il testo impegna la mente. Spesso mi è capitato di dire che i cantautori capiscano poco di Musica. Il loro obiettivo è usarla per aiutare il viaggio della parola ad essere captata non solo l’intelletto ma dal cuore attraverso il clima sonoro. Il mondo del suono puro è un’altra storia. Le parole nel mondo del suono si chiamano timbri, e i racconti dei timbri, melodie.

SoM: Parlaci invece degli incontri che sono cominciati il 26 maggio rivolti agli operatori. Mi è piaciuta molto la definizione “Ecologia dei sentimenti”. Mi ricorda un po’ l’Ecologia della mente di Gregory Bateson…

FM: La sorgente di questi incontri è sempre la stessa. Raccontare a comuni ascoltatori che nella vita fanno gli operatori, gli educatori, gli psicologi, gli insegnanti come il fenomeno musicale agisce affettivamente su di loro mostrando qualcosa del loro pianeta affettivo che non conoscono. Osservare come attraverso la Musica si possa staccare la mente. Un processo che aiuta a godere del piacere di legarsi affettivamente non solo ai fenomeni musicali, ma alla natura stessa, a ricevere un’energia affettiva in grado di ricaricarci, entrare in contatto con il potente senso della bellezza. Energie utili a supportare chi opera nell’ambito del disagio sociale.

Gli incontri sono frutto della mia esperienza di una trentina di anni di lavoro in ambito sociale in una prospettiva che non ha a che fare solo con chitarre, assoli, composizione di brani, ma con l’incontro diretto con migliaia di persone attraverso il massimo comune denominatore affettivo della Musica. Orientare la propria vita nel senso di una ecologia dei sentimenti credo sia una necessità. Il comportamento delle persone poggia essenzialmente della comunicazione emotiva e oggi più che mai ce ne accorgiamo. Menzogne ed esagerazioni appartengono alla comunicazione pubblicitaria, a quella politica. Entrambe si prefiggono di orientare i sentimenti della gente e con questi le loro scelte. Lo fanno per i loro interessi per soddisfazioni economiche, per potere narcisistico. Tutte queste comunicazioni sono di solito condite di elementi emotivi per essere assorbite e digerite. Vengono usate dosi massicce di finto entusiasmo, di collera e rabbia comunicati ad orologeria dai grandi professionisti del consenso popolare. Insegnano fin da piccoli a giudicare qualsiasi cosa non ad apprezzarne sforzi e differenze.

Ma detto questo convivere con un minimo di serenità con la nostra istintività è complicato. Per cui è importante conoscere come funzioniamo interiormente. E’ la base per potersi muoversi nella direzione dell’ecologia dei sentimenti per realizzare una comunità affettiva più consapevole e cosciente del ruolo del mondo degli affetti nella società. Oggi si vuole far credere che il mondo emotivo intralcia tutto ciò che è logica o intelletto, alimentando la tendenza a volerlo sopprimere più che reprimere. Ci sono tanti modi per farlo, sono state addirittura inventate apposite religioni con questa finalità. Eppure noi rimaniamo principalmente esseri senzienti, bombe emotive con le gambe. In un modo o nell’altro questo è il senso della nostra esistenza, diamo all’intelletto e al pensiero il compito di orientarlo eticamente. Siamo gli unici esseri sul pianeta che lo possono fare. La musica esiste per ricordarcelo, per aiutarci a stabilizzare quell’ immenso mondo emotivo, ad elaborarlo nel tempo fino a trasformare le emozioni in sentimenti. Creare una comunità affettiva basata non solo sulla tolleranza, ma sulla comprensione delle differenze caratteriali è indispensabile per il nostro futuro. Lavorare in luoghi estremi come il carcere lo conferma e la Musica è l’arte che più di altre ci aiuta a renderci emotivamente consapevoli.

Musica ed ecologia dei sentimenti Franco Mussida si racconta foto3

SoM: Hai qualche riferimento teorico specifico che ti ha guidato maggiormente in questo percorso di ricerca?

FM: Ho fatto le mie sintesi. La musica si lega a 360 gradi al mondo del sentire individuale, il suono è il bisogno di esprimere il proprio stato affettivo, i bisogni emotivi interiori dell’essere umano. E’ stato così fin dagli inizi dei tempi. Anche grazie alle testimonianze degli etnomusicologi da Marius Schneider ad altri, che hanno raccolto credenze, leggende tutto ciò che ci arriva fin dagli scritti dei Veda, ci rimanda ad un patrimonio che definisco, periodo pre-espressivo, dove la Musica era fatta da maghi, da medium e iniziati che fungevano da tramiti. Figure che collegavano il mondo del suono al reale visivo planetario alla natura. E’ il periodo prerazionale e appunto i Veda ce lo raccontano. Poi arriva Pitagora che inizia a organizzare e codificare tutto. Passiamo da 4000 anni prima di Cristo a 400 anni prima di Cristo. Il periodo greco diventa già il primo periodo espressivo. Ma serve all’uomo per capire come la Musica è più che altro un elemento educatore del sentire. Tutto il periodo ellenico con Pitagora, Aristotele, Platone, Aristosseno, danno alla Musica questo valore. Ma comincia ad essere intellettualizzata nei suoi principi fisici nonostante si porti dietro il ricordo di quell’altra cosa. Il vero periodo espressivo passa attraverso Guido d’Arezzo e arriva ai giorni nostri. L’intelletto prende il sopravvento e l’uomo comincia a godere nell’utilizzare la Musica come mezzo espressivo, per mostrare le sue abilità nel maneggiarla. “Che bello, come mi piace, vi faccio vedere come sono bravo, senti questa canzone!” Comincia a vivere l’esperienza musicale con uno spirito che non ha niente a che fare con quello precedente. Abbiamo ripercorso qualche milione di anni in poco tempo!

Nel futuro immagino che la Musica possa tornare ad essere considerata per quello che era, orientando l’intelletto verso una coscienza che abbracci il senso della sua origine. Di quell’origine ne parlano in tanti , dovrei citarti tutti gli autori che citavo prima compreso Rudolph Steiner, filosofo tedesco dei primi del 900. Un altro elemento guida sono le mie esperienze di vita, a partire dalle migliaia di concerti fatti e i due momenti fondamentali, il mio personale percorso di vita, aver vissuto a 4 anni un’esperienza potrei dire iniziatica in modo del tutto naturale come accadde anche a 31. Un’esperienza umana fortissima in cui pensiero e intelletto si sono come allontanati da me offrendomi in dono la meravigliosa occasione di vedere il mondo senza filtri. Un’esperienza naturale provocata dalla visione, dalla bellezza del creato e della natura Non so chi devo ringraziare, ma certamente non me stesso. La racconterò in un libro che uscirà l’anno prossimo. Ci ho messo un po’ a capirlo e a uscire dal profondo timore che mi attanagliava, tenermi tutto per me. Poi alla fine ho capito che se ricevi aiuti si ha il dovere di dirlo. Credo nell’arte come servizio, credo nell’arte come scienza sociale, ma non voglio essere scambiato per un santo, non lo sono per nulla.

La visione dell’uomo legato a filo doppio al sentire della natura mi accompagna da allora, e da allora ho perso il senso della solitudine affettiva, mantenendo quello che deriva della natura spirituale. Tutti i lavori fatti da quel lontano 1978 risentono di quella visione. Del resto senza una visione non si può fare arte.

SoM: Hai fatto altre esperienze particolari sull’uso della musica e del potere del suono al di fuori del carcere?

FM: I lavori con sculture vibranti nelle mostre esperienziali che ho realizzato dal 2013 raccontano questo. Ma c’è un luogo permanete dove è possibile leggere ascoltare e vivere ciò di cui abbiamo appena parlato. Il lavoro sull’intervallistica e sulla capacità dei poteri del suono e della Musica organizzata si possono infatti trovare anche in una grande installazione in Svizzera. E’ a Rivera, posizionata in una SPA. Si chiama “Suono di Sole” è stata inaugurata nel 2016.

E’ dentro un’enorme cupola di policarbonato trasparente. E’ composta da sette quadri i cui dipinti raccontano dei poteri dell’intervallo musicale sulla struttura affettiva. Dalle vibrazioni della tavola si diffonde una composizione fatta da 560 brani di tre minuti che sfumano uno nell’altro e legati attraverso un software ai movimenti del sole e delle stagioni. E’ una composizione per orchestra contemporanea e cori. Una composizione durata mesi che mi è costata un po’ di salute. Dovevo scrivere su Sibelius (un software musicale) direttamente sulla partitura senza toccare strumenti. Il progetto lavora al contrario di come normalmente lavora la musica, ovvero non accende in noi l’interesse affettivo, lo mitiga, lo consola, offrendo all’Io e all’intelletto l’opportunità di abbandonare il controllo del corpo assecondando uno stato di grande rilassamento fino a provocare il sonno. Un progetto che non ha niente a che fare con la musica ambient. Si può visitare anche a richiesta.

SoM: Hai mai avuto contatti con il mondo della musicoterapia?

FM: No. Il mio lavoro non è quello di sovrappormi ai medici. Non mi pare esista una fisiologia musicale conclamata e certificata. Mi interessa la sua opera di stabilizzatrice dell’umore e la capacità della Musica di poter essere osservata intellettualmente nei suoi effetti sulla comune struttura affettiva contribuendo a darci il senso di cosa sia davvero la nostra interiorità. Mi interessa divulgare un diverso modo di ascoltarla. Un modo che consente alla genialità dei musicisti di essere apprezzati per il loro vero lavoro: intrufolarsi nel comune spazio affettivo della gente muovendolo sino a farcelo percepire come il territorio di un Pianeta nascosto, invisibile e vibrante, il Pianeta degli affetti. I sei seminari che tengo in CPM, uno ogni mese, destinati a educatori, operatori, insegnanti non solo di musica, hanno proprio questo scopo: rendersi conto che il Pianeta degli affetti e quello della Musica in fondo sono la stessa cosa.

SoM: Grazie mille Franco e buona musica!


VIDEO – Franco Mussida live: Giugno ’73 (F. de André)

Cervelli simili in tutte le specie: il fondamentale equilibrio tra i neuroni

Si fa luce su uno dei misteri evolutivi: ecco come il bilanciamento tra le diverse cellule cerebrali potrebbe essere mantenuto tra le varie specie che presentano dimensioni del cervello molto diverse.

 

I ricercatori del King’s College di Londra hanno scoperto un processo fondamentale implicato nello sviluppo della corteccia cerebrale che potrebbe far comprendere anche le cause di disturbi quali l’autismo e l’epilessia.

La corteccia cerebrale è responsabile di numerose capacità cognitive come l’apprendimento, la memoria e l’abilità di pianificazione futura. Per svolgere queste attività la corteccia utilizza due tipi principali di cellule cerebrali: i neuroni eccitatori, che elaborano le informazioni e aumentano l’attività degli altri neuroni, e quelli inibitori, che frenano questa comunicazione in modo che non siano attivati contemporaneamente tutti i neuroni. Un’eccessiva attivazione porta alla crisi tipica dell’epilessia mentre invece troppa inibizione causa problemi cognitivi.

Lo studio sperimentale

Nello studio pubblicato su Nature, il team di ricerca inglese ha scoperto come si giunge al giusto equilibrio nel numero di neuroni eccitatori e inibitori studiando il cervello in via di sviluppo dei topi. Considerato che il rapporto tra i due tipi di cellule è molto simile in tutti i mammiferi, nonostante le notevoli differenze nelle dimensioni cerebrali, è probabile che i risultati si estendano anche agli esseri umani.

Il Professor Oscar Marin, autore dell’articolo, spiega “lo studio mostra che l’equilibrio tra i neuroni eccitatori e inibitori nella corteccia è rimasto costante con il progredire dell’evoluzione. È probabile che questo processo sia stato fondamentale per consentire l’espansione del cervello umano”.

Manipolando le cellule cerebrali dei topolini durante un periodo di sviluppo embrionale critico, gli studiosi hanno scoperto che il numero di neuroni inibitori prodotti dipendeva dal numero di neuroni eccitatori. Una delle autrici della ricerca ha chiarito “Dobbiamo immaginare l’attività cerebrale come una conversazione: i neuroni devono essere connessi tra loro per poter parlare. Nelle prime due settimane dopo la nascita, i neuroni inibitori sono programmati per la morte se non trovano neuroni eccitatori con cui parlare”.

Ciò che si è osservato è che i neuroni eccitatori impedivano la morte degli inibitori bloccando l’attività di una proteina chiamata PTEN. A riprova di questa teoria, si è visto che la mutazione nel gene che codifica per la proteina è fortemente associata all’autismo: quando la proteina PTEN non funziona correttamente, l’equilibrio tra i due tipi di neuroni viene alterato e questo causa diversi problemi nell’elaborazione delle informazioni, caratteristica che si ritrova in alcuni soggetti autistici. 
Su quest’onda i ricercatori, utilizzando i modelli animali, stanno cercando di comprendere le conseguenze di un eccessivo numero di neuroni inibitori provando ad estendere queste scoperte ai disturbi umani, come l’autismo per l’appunto.

La cura del silenzio (2017) – Kankyo Tannier racconta la sua esperienza di pratica meditativa come persona e psicoterapeuta

Kankyo Tannier, in “La cura del silenzio”, racconta con molta umanità, leggerezza e a tratti un po’ di sana autoironia, la propria vita e la propria pratica meditativa, guidando il lettore in un mondo completamente nuovo e da scoprire.

 

Il silenzio è d’oro diceva il proverbio. Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questo libro una delle cose che ho pensato è perché non venga istituito il cosiddetto “minuto di silenzio” come pratica quotidiana e universale, invece che dedicarlo solo a disgrazie nazionali o a lutti catastrofici.

Credo che anche l’autrice, Kankyo Tannier, potrebbe essere d’accordo quando scrive “Un minuto di silenzio strappato alle nostre giornate strapiene è come un piccolo ruscello che scende giù per la collina…e sapete dove va a finire!”.

Uno dei pregi di questo libro è il fatto di essere un racconto in prima persona, molto autentico e molto lontano dall’artificiosità di certa letteratura new age o mistica. Kankyo Tannier, monaca buddista della tradizione zen e psicoterapeuta, racconta la propria vita e la propria pratica meditativa con molta umanità, leggerezza e a tratti un po’ di sana autoironia.

In realtà è un libro tutt’altro che leggero, nel senso che è pienissimo di consigli, esercizi, spunti meditativi e concetti importanti resi semplici. Può essere consigliabile assaporarlo a poco a poco, intervallando le pagine con tanti respiri e cercando di mettere in pratica gli esercizi che vengono consigliati come l’osservazione della natura, il pasto consapevole (e silenzioso), la disintossicazione digitale (fino alla scomparsa digitale), la pausa visiva, il riappropriarsi della consapevolezza corporea. Il tutto al ritmo del bel motto delle 3 R e delle 3 S (Ripetere, ripetere, ripetere, sembra stupido ma serve!).

Una delle parti più belle descrive il rapporto dell’autrice con i propri cavalli, che definisce i grandi silenziosi, che alleva in un monastero in Alsazia. Le nozioni più tipicamente derivate dal buddismo si integrano inoltre a tratti con altri concetti derivati dalla PNL e dell’ipnositerapia, in particolare quando l’autrice racconta della propria esperienza di terapeuta.

Quindi è un libro tutt’altro che silenzioso, anche se i consigli sul silenzio sono preziosi: “È proprio di questo che si tratta: reimparare ad ascoltare. Ascoltare il silenzio, lo spazio tra le parole, la calma nella tempesta e il fluire del tempo”.

 


Eyes wide open on the present moment – is it the limit? | Kankyo Tannier | TEDxAlsace

Psiconcologia del ciclo di vita: il giovane adulto – Report dal Convegno di Palermo

Quali sono le specifiche sfide evolutive a cui devono rispondere i giovani adulti malati di cancro e le loro famiglie? E quali le risposte che la psicologia può dare per migliorare la qualità di vita, infondendo speranza per il futuro? A questi quesiti ha tentato di rispondere il corso di aggiornamento organizzato a Palermo dalla Società Italiana di Psiconcologia lo scorso 25 maggio.

 

La diagnosi di malattia oncologica, spesso a esito fatale, pone sempre familiari e pazienti di fronte a una serie di emozioni violente e impreviste, ansia, paura, rabbia, diniego, quanto più precoce è la scoperta della malattia.

Quali sono le specifiche sfide evolutive a cui devono rispondere i giovani adulti e le loro famiglie e quali le risposte che la psicologia può dare per migliorare la qualità di vita, infondendo speranza per il futuro?

A questi quesiti ha tentato di rispondere il Corso di aggiornamento organizzato a Palermo dalla Società Italiana di Psiconcologia lo scorso 25 maggio presso il Policlinico Paolo Giaccone, in un dialogo stretto tra Medicina e Psicologia, consapevole della necessità di un interscambio di saperi e di professionalità per il benessere di pazienti e famiglie.

Con il termine giovani adulti intendiamo persone la cui età va dai 16 ai 39 anni: si tratta di giovani per cui l’insorgenza del tumore pone difficoltà notevoli, perché incide su importanti decisioni per il proprio futuro, come la fertilità – apre i lavori la Dott.ssa Emanuela Mencaglia, psicoterapeuta – Un’altra decisione importante è quella relativa allo studio, se proseguirlo o interromperlo. Esistono poi tutte le conseguenze negative del tumore sulla sfera cognitiva (perdita di memoria), sulla sfera affettiva e sessuale e sulla vitalità (minore forza vitale). Si parla in questo caso di distress come perdita di anni importanti di vita e come interruzione dello sviluppo delle fasi evolutive fisiologiche.

Conseguenze fisiche e mentali che scatenano risposte emotive solitamente negative, variabili tra rabbia, diniego (con sentimenti di immortalità), paura del futuro, depressione, in una richiesta di visibilità, che può spingere a una dipendenza affettiva per avere conferme identitarie.

I giovani hanno paura di un futuro incerto a cui si intreccia il terrore della morte e della perdita, sensazione amplificata dal fatto di vivere in una condizione di isolamento sociale, per i lunghi periodi di ospedalizzazione e per la concentrazione dei vissuti sui sintomi, sulla loro durata e intensità: ciò provoca un’angoscia di essere esclusi dal mondo, aumentando la dipendenza relazionale o, reattivamente, portando alla decisione di non voler più utilizzare i social network, uno dei mezzi di cui potrebbero disporre per mantenere i contatti con l’esterno.

Quali allora le strategie utili per aiutare questi pazienti e donare una vita da vivere che diminuisca le ansie della morte e della sofferenza?

Per i nostri pazienti l’importante è avere un piano B, un’alternativa, raggiungibile attraverso un Counseling sul lavoro, per esempio sfruttando la facilitazione all’inserimento lavorativo dato dalle categorie protette, un Counseling nutrizionale o sessuologico – conclude Mencaglia.

Per entrare nello specifico dell’area sessuale, quali effetti collaterali delle medicazioni e dei trattamenti, troviamo, nelle donne, i disturbi del desiderio e dell’eccitazione, con cui si può intervenite attraverso tecniche comportamentali quali la lettura erotica o gli esercizi di focalizzazione sensoriale, oltre all’utilizzo di farmaci quali il testosterone – spiega Rossella De Luca, psico-oncologa – Problemi che di rimando interessano la relazione di coppia, con un impatto negativo sul benessere della donna e della coppia nel complesso.

L’ ARTICOLO CONTINUA DOPO L’IMMAGINE

Psico-oncologia del ciclo di vita il giovane adulto - Report dal Convegno IMM1Imm.1 – Immagine dal Corso di Aggiornamento “Psico-oncologia del ciclo di vita: il giovane adulto”

 

Una sfida per una vita dignitosa e pienamente da vivere, intessuta di relazioni, impegni e decisioni importanti: un percorso che il giovane paziente può percorrere solo se coadiuvato da una rete professionale in costante dialogo.

Quale è il modello di cura specifico per questa fascia di età? Di certo l’integrazione tra chirurgo, psicologo, fisioterapista, educatori e assistente sociale, in dialogo tra loro – suggerisce il Professor Gianluca Lo Coco, Professore Ordinario di Scienze Psicologiche, Pedagogiche e della Formazione presso l’Università degli Studi di Palermo – Bisogna poi pensare al coinvolgimento della famiglia, ma in termini diversi da quanto avviene con il bambino. Il giovane adulto infatti necessita di un sostegno all’autonomia maggiore rispetto al bambino, benchè il dialogo con le famiglie e tra le famiglie e il paziente sia indispensabile per lenire la sofferenza che colpisce tutti i componenti. Un sostegno che gli operatori offrono, ma che non di rado può essere osteggiato, perché il giovane adulto spesso ritiene il suo malessere transitorio e utilizza molto meno i servizi psicologici rispetto agli over 40.

Quali sono le competenze specifiche di uno psicologo in questo settore così coinvolgente e delicato?

Lo psicologo analizza le possibilità evolutive di un progetto di vita influenzato dalla malattia fisica, dalla paura del futuro e dalla sofferenza, senza minimizzare la malattia e senza perdere e far perdere la speranza nel futuro, mantenendo un’attitudine positiva per la vita, attraverso una corretta informazione medica e la strutturazione di spazi dedicati, per esempio, al lavoro, con sale pc all’interno dell’ospedale, che creino una continuità nel progetto di vita, una traiettoria di vita che non rischi di interrompersi o di non proseguire, come purtroppo accade anche dopo la risoluzione del problema medico, soprattutto per la scarsa fiducia del giovane nel futuro e per l’ansia e i dolori fisici causati dal tumore. Ecco che, se lasciato da solo, decide il più delle volte di abbandonare gli studi o le attività di svago, con grave detrimento per la propria salute, fisica e mentale. Una situazione delicata e di complessa gestione emotiva, che richiede, da parte dello psicologo un serio e sereno confronto con il tema della vita e della morte, per elaborare eventuali angosce esistenziali che metterebbero a rischio il progetto di supporto al giovane.

L’educazione alimentare basata sulla percezione sensoriale stimola i bambini a mangiare frutta e verdura

Secondo un recente studio condotto dall’Università della Finlandia orientale e pubblicato sulla rivista “Public Health Nutrition”, un’ educazione alimentare basata sulla percezione sensoriale aumenta la volontà dei bambini di scegliere e mangiare frutta e verdura.

 

Questo nuovo metodo, bastato sulla percezione sensoriale, utilizza il naturale modo di affidarsi a tutti i cinque sensi, quando i bambini si approcciano per la prima volta a nuovi cibi.

I bambini hanno un ruolo attivo verso il cibo, e sono incoraggiati a condividere le loro esperienze sensoriali guardando, annusando, assaporando, toccando cose nuove da mangiare. Educare il gusto dei bambini, ad esempio, può esser fatto stimolandoli delicatamente all’utilizzo dei loro sensi.

In un mondo sempre più digitale, in cui si parla di come sviluppare le capacità cognitive dei bambini e una loro crescita sana, una buona educazione dei sensi diventa ancora più importante rispetto al passato. Gli asili in questo giocano un ruolo importante quando si parla di educazione alimentare, ad esempio nelle sessioni pratiche si possono introdurre diversi ortaggi e frutta, i bambini posso essere coinvolti nella coltivazione della verdura. Un aspetto molto importante per i bambini è proprio quello di sperimentare le cose insieme agli adulti, invitandoli a partecipare attivamente alle varie attività e stimolandoli maggiormente.

Educazione alimentare: lo studio sperimentale

In un recente studio condotto presso l’Università della Finlandia orientale, i ricercatori hanno messo a confronto diversi gruppi di bambini di scuola materna, tra i 3 e i 5 anni. Ad alcuni è stata proposta un’ educazione alimentare basata sulla percezione sensoriale mentre ad altri no.

I risultati hanno mostrato come i bambini ai quali è stata proposta l’ educazione alimentare basata sulla percezione sensoriale abbiano avuto una certa disponibilità e predisposizione nello scegliere verdura e frutta.

Un altro aspetto interessante è stato come questo metodo abbia incoraggiato i bambini, che erano ritenuti dai loro genitori “mangiatori schizzinosi” a scegliere una grande varietà di frutta e verdura. Inoltre è stato riscontato come i figli di genitori con un basso livello di istruzione, tendessero a scegliere più frutta e verdura.

Lo scopo dello studio è stato quello di far notare come, le preferenze alimentari positive apprese durante la prima infanzia e maturate poi nella scuola materna, possano essere d’aiuto a promuovere una buona alimentazione, e soprattutto a promuovere delle sane e corrette abitudini alimentari.

Autolesionismo e Adolescenza: “Non Potevo Farci Nulla”

Chi utilizza l’autolesionismo sostiene che farsi del male li riporti in contatto con il loro corpo e con la mente, come se fosse un modo per esprimere emozioni indicibili, tenendole però sotto controllo.

 

Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.”

Dal libro Un urlo rosso sangue di Marilee Strong.

Chiamato da alcuni autori autolesionismo intenzionale (deliberate self-harm, DSH, Favazza 1996), l’autolesionismo si riferisce a una serie di comportamenti che l’individuo mette in atto intenzionalmente per recare danni o lesioni al proprio corpo o ad alcune parti di esso. Secondo Armando Favazza (Favazza, 1996), che per primo ha identificato tali comportamenti come una sindrome con caratteristiche simili al Disturbo del Controllo degli Impulsi NAS, l’autolesionismo presenta alcune specifiche componenti:  pensieri ricorrenti di danneggiare il proprio corpo, incapacità di resistere agli impulsi di danneggiarlo, da cui deriva la distruzione o la alterazione del tessuto corporeo; crescente senso di tensione prima di mettere in atto condotte autolesionistiche, sensazione di gratificazione e di benessere successiva all’atto autolesivo.

Attualmente in Italia viene segnalato un tasso di incidenza che oscilla intorno al 30% degli adolescenti senza alcuna diagnosi psichiatrica, contro il 60% circa tra i malati psichiatrizzati. Ferirsi con tagli e ustioni sono le più comuni forme di autolesionismo tra i giovanissimi, alcuni degli altri metodi includono l’avvelenamento e l’overdose in età più adulta. L’autolesionismo è stato associato a depressione e ansia, a comportamenti antisociali e, soprattutto, all’uso di alcool (il rischio è raddoppiato), all’uso di cannabis e al fumo (Cerutti & Manca, 2009; Cerutti et al, submitted).

Vergogna e stigma nelle condotte autolesive

Una delle maggiori difficoltà connesse a questo disturbo è che i comportamenti autolesivi sono spesso sottostimati poiché vengono messi in atto in condizione di segretezza e sono frequentemente accompagnati da sentimenti di vergogna. Coloro che si autoferiscono, infatti, quasi sempre tendono a isolarsi e a nascondere le proprie ferite soprattutto per il timore di essere giudicati.  Ricordo E., 14 anni, che chiusa in bagno con il rasoio in mano si tagliava e guardava il sangue scorrere e cadere sul pavimento e intanto le lacrime le segnavano il viso. Sapeva di avere bisogno di aiuto ma in quella circostanza i suoi unici pensieri erano: “Che cosa penserà la gente di me? Penseranno che sono matta? Che cosa andranno in giro a dire quando lo sapranno? Penseranno che ho qualcosa che non va… Penseranno che lo faccio solo per attirare l’attenzione”.

Le ragioni per cui le persone si feriscono sono molteplici, ma va scardinato lo stereotipo dell’adolescente turbato, emotivamente labile e ribelle che compie gesti estremi come e che quindi può anche autolesionarsi. Questo è, a mio parere, solamente uno stereotipo, uno stigma che serve alle persone a ignorare la malattia mentale, ancora oggi vissuta con grande segreto e forse, come segno di debolezza.

Autolesionismo come meccanismo maladattativo di coping

L’autolesionismo non è un modo per attirare l’attenzione, né un tentativo di suicidio. Prendiamo ancora le parole di chi l’ha vissuto: F. ha 30 anni ora. Nel 1992, quando ha cominciato, non aveva mai sentito parlare di autolesionismo. “Non era la sensazione del dolore stesso, ma la reazione del corpo”, ha detto. “Una sorta di sensazione intorpidita. Quando mi facevo male mi sentivo completamente calma, la mia mente si concentrava sul dolore e la ferita e tutti gli altri pensieri e problemi sconvolgenti abbandonavano la mia mente nel frattempo. C’è un equivoco in base al quale l’autolesionismo sarebbe un tentativo di morire”, dice. “E ‘davvero l’esatto contrario. A volte, quando ho sentito che non volevo più vivere, mi facevo del male e mi sentivo più viva. E’ stato un meccanismo di sopravvivenza”.

Molte persone si fanno del male perché sono invase dalle loro emozioni, come la tristezza o l’ansia o forti stress e recare danno al proprio corpo rappresenta un modo per gestire queste emozioni vissute come intollerabili. Chi utilizza l’autolesionismo in questo modo sostiene che farsi del male li riporta in contatto con il loro corpo e con la mente, come se fosse un modo per esprimere emozioni indicibili, tenendole però sotto controllo.

Ci sono poi tutta una serie di altri motivi connessi a patologie psichiatriche che portano una persona a farsi del male (come purificarsi o tentare di espiare una colpa di un trauma subito), che qui non stiamo ad analizzare. Ciò che forse si può generalmente dire è che l’autolesionismo può essere meglio capito come un meccanismo maladattivo di coping che funziona – almeno al momento (Klonsky, 2007; DiLazzero, 2003).

 

La sessualità: valutazioni cliniche e novità terapeutiche – Report da Firenze

Martedi 29 maggio si è svolta a Firenze una giornata di formazione “La sessualità: valutazioni cliniche e novità terapeutiche”, organizzata dalla Scuola Cognitiva di Firenze, in associazione con Studi Cognitivi. L’obiettivo centrale dell’evento è stato quello di descrivere le principali novità del trattamento psicoterapeutico e farmacologico nei disturbi sessuali all’interno del contesto di coppia.

La mattina si è aperta con l’introduzione del direttore della Scuola Cognitiva di Firenze Dott. Filippo Turchi che, nel presentare il programma della giornata di formazione, si è soffermato sulla prevalenza ed incidenza dei disturbi sessuali sottolineando come, anche per motivi culturali, essi siano sottostimati e come solo recentemente le richieste di trattamento siano in aumento. Il Dott. Turchi ha, inoltre, sottolineato quanto sia importante una corretta valutazione clinica della problematica sessuale affinchè possa dare ulteriori informazioni sul funzionamento globale del paziente.

FIRENZE GIORNATA SESSUALITA - 2

Sessualità: trattamento con Terapia Mansionale Integrata e farmaci

La prima relazione, da parte del Dott. Luca Calzolari, didatta Studi Cognitivi di Firenze, ha avuto come obiettivo quello di descrivere la terapia mansionale integrata, trattamento elettivo per le disfunzioni sessuali laddove queste non siano secondarie a disturbi psicologici e relazionali primari. Dopo aver illustrato le varie fasi che accompagnano la risposta sessuale l’intervento si è focalizzato sulle mansioni, aspetto peculiare della Terapia Mansionale Integrata, e sulla loro prescrizione nelle quattro tappe della terapia: la conoscenza di sé, di sé tramite l’altro e del piacere, proprio e della coppia.

Impatto della terapia farmacologica sulla sessualità

La Prof.ssa Fiammetta Cosci, Università degli Studi di Firenze, ha focalizzato l’attenzione sulle problematiche connesse al trattamento farmacologico nei disturbi sessuali e nella sua influenza rispetto al funzionamento sessuale dei pazienti in cura per altri tipi di problematiche mediche. Nella prima parte della relazione la Prof.ssa Cosci ha sottolineato l’impatto della terapia farmacologica sulla sessualità analizzando per classi di farmaci (antipsicotici, stabilizzatori dell’umore, antidepressivi e ansiolitici) quelli che presentano maggiori effetti collaterali sulla sfera sessuale. La seconda parte dell’intervento è stata invece centrata sulla valutazione delle disfunzioni sessuali durante la fase di riduzione del dosaggio e al momento della sospensione della terapia farmacologica sottolineando come mentre alcuni sintomi regrediscono in un tempo variabile da qualche giorno a qualche settimana in altri casi, con una incidenza comunque ridotta, rimangono sintomi anche a carico della sfera sessuale.

FIRENZE GIORNATA SESSUALITA - 3

Sessualità: focus su funzionamento interpersonale e concettualizzazione LIBET

Nella terza relazione la Dott.ssa Daniela Rebecchi, direttrice Studi Cognitivi di Modena, integrando il primo intervento ha concentrato l’attenzione sul funzionamento interpersonale affrontando la problematica sessuale all’interno della dinamica di coppia e introducendone i fondamenti della terapia cognitivo comportamentale. Successivamente ha portato degli esempi clinici concettualizzati attraverso il modello LIBET illustrandone i possibili interventi terapeutici e stimolando la platea ad un riflessione condivisa.

Parafilia e Disturbi Parafilici, e trattamenti psicoterapici

Il Professor Davide Dettore, Università degli Studi di Firenze, ha concluso gli interventi approfondendo la distinzione tra parafilia e disturbi parafilici, questi ultimi caratterizzati rispetto ai primi da una percezione di sofferenza psichica del soggetto. Nella seconda parte della relazione il Professor Dettore si è successivamente concentrato sul trattamento psicoterapeutico dei disturbi parafilici descrivendo i modelli attualmente più efficaci per la cura di questa psicopatologia.

FIRENZE GIORNATA SESSUALITA - 4

L’evento si è concluso con una tavola rotonda che ha visto partecipare tutti i relatori ed all’interno della quale è stato discusso un caso clinico di deficit erettile. Diverse sono state le domande e le riflessioni che hanno accompagnato i vari interventi, indice di un interesse sempre costante per tutto l’arco della giornata.

Da questo evento organizzato dalla Scuola Cognitiva di Firenze sono stati molteplici gli spunti di riflessione rispetto sia ai modelli che al trattamento della sessuologia clinica evidenziando come spesso però sia un tema, quello della sessualità, poco esplorato in psicoterapia privando l’accesso a quelle informazioni molto utili per una più corretta valutazione clinica del paziente.

Inconscio cognitivo Vs inconscio dinamico: il falso mito della censura. Un modello di spiegazione sui processi mentali di simbolizzazione

Il processo di simbolizzazione alla base dei meccanismi inconsci della nostra mente costituisce una tendenza psicologica di estremo interesse tanto all’interno del panorama psicoanalitico quanto di quello cognitivo. Tre i costrutti teorici che ci guidano nella scoperta dell’inconscio cognitivo: euristica, memoria e dissociazione.

Alessandra Signorile

 

L’inconscio alla luce delle moderne teorie cognitive non è più il luogo della rimozione, il magazzino in fondo a cui l’io getta i suoi rifiuti, bensì è la condizione strutturale senza cui l’io cosciente non sarebbe possibile, l’insieme di tutte le complesse relazioni tra processi neurobiologici e atti mentali automatici generati in risposta a specifici stimoli.

A questo punto però, sul piano epistemico della giustificazione scientifica di una teoria, ci si trova di fronte a un problema ancora insoluto: Da un lato, abbiamo già da tempo modelli scientifici sul mentale che fanno a meno del concetto di censura, poiché considerata sperimentalmente non controllabile, dall’altra però, le terapie psicologiche partono spesso da essa come premessa fondante del comportamento del paziente. Colpisce la distanza tra questi punti di vista che riflette una perdurante disconnessione tra coloro che affermano di osservare il fenomeno o i suoi effetti e coloro che ribadiscono la necessità di precisare e valutare questo costrutto con il massimo rigore.

Si vuole presentare una proposta di ricerca: trovare un modello cognitivo ed evoluzionistico, esplicativo che riesca a mettere in luce le cause sottostanti ai processi di simbolizzazione (sogni, lingua, arte, mito e in genere ogni comportamento propriamente simbolico) falsificando la teoria freudiana della rimozione per mezzo di un approccio scientifico logico e verificabile. Con il progetto qui proposto si tenta di giustificare la tendenza psicologica al simbolico, facendo ricorso a tre costrutti teorici: euristica, illustrata da Kahneman in seno al cognitivismo evoluzionistico, (Kahneman, trad. it., Serra 2012) memoria e dissociazione. Tuttavia si farà leva principalmente sul primo dei tre, sia perché è quello di cui si possiede maggiore competenza, sia perché si pensa che indebolendo il paradigma della rimozione con una teoria cognitiva, possa emergere una visione maggiormente rinforzata della psicologia dell’arte e più autonoma.

Simbolizzazione e inconscio. Lo sfondo culturale e teorico

L’approccio cognitivista nella comprensione dei fattori mentali inconsci non è certamente una novità; se un secolo fa il paradigma psicoanalitico era quasi l’esclusiva colonna portante delle scienze mentali, dà gli anni 50, il metodo di Allan Mellis (sviluppatosi proprio in seno alla psicoanalisi) avrà un eco altrettanto forte per la psicologia moderna e contemporanea, non più univocamente incentrata su concetti edipici, pulsioni e principio di realtà, cioè non solo sui contenuti mentali ma anche, piuttosto sulle modalità, gli schemi attraverso cui la mente elabora le informazioni.

L’inconscio alla luce delle moderne teorie cognitive non è più il luogo della rimozione, il magazzino in fondo a cui l’io getta i suoi rifiuti, bensì è la condizione strutturale senza cui l’io cosciente non sarebbe possibile, l’insieme di tutte le complesse relazioni tra processi neurobiologici e atti mentali automatici generati in risposta a specifici stimoli.

A questo punto però, sul piano epistemico della giustificazione scientifica di una teoria, ci si trova di fronte a un problema ancora insoluto: Da un lato, abbiamo già da tempo modelli scientifici sul mentale che fanno a meno del concetto di censura, poiché considerata sperimentalmente non controllabile, dall’altra però, le terapie psicologiche partono spesso da essa come premessa fondante del comportamento del paziente. Colpisce la distanza tra questi punti di vista che riflette una perdurante disconnessione tra coloro che affermano di osservare il fenomeno o i suoi effetti e coloro che ribadiscono la necessità di precisare e valutare questo costrutto con il massimo rigore.

Si vuole presentare una proposta di ricerca: trovare un modello cognitivo ed evoluzionistico, esplicativo che riesca a mettere in luce le cause sottostanti ai processi di simbolizzazione (sogni, lingua, arte, mito e in genere ogni comportamento propriamente simbolico) falsificando la teoria freudiana della rimozione per mezzo di un approccio scientifico logico e verificabile.

Un dizionario attuale di psicologia, definisce il simbolo in questo modo:

[blockquote style=”1″]Termine derivante dal greco synballein, che significa mettere insieme. In origine, designava le due metà di un oggetto spezzato, un anello o una moneta, ad esempio, ricomponibile attraverso il loro avvicinamento: in tal senso, ciascuna parte diveniva un segno di riconoscimento. Il s. ha tratto dall’evoluzione di tale funzione pratica una funzione rappresentativa, configurante lo stare al posto di, che da una parte lo avvicina al segno, a tal punto da esserne talvolta assimilato, e dall’altra lo oppone a esso. In quest’ultimo caso, mentre il segno combina convenzionalmente qualcosa con qualcos’altro, il s., richiamando la sua parte corrispondente, rimanda a una particolare realtà non determinata dalla convenzione, bensì dalla ricomposizione delle parti. Al di là della filosofia, della teologia e dell’antropologia, in cui il s. è un tema centrale, largo è l’impiego di tale concetto da parte della psicoanalisi e soprattutto della psicologia analitica.[/blockquote](dizionario di scienze psicologiche).

 

L’attività simbolica è un’opera di sostituzione tra ciò che è assente e ciò che invece è disponibile, un mezzo di rappresentazione per contenuti inaccessibili, velati e svelati da materiale accessibile, e soprattutto è un processo di sintesi tra due sistemi che altrimenti, cognitivamente, rimarrebbero scissi: significante e significato.

Come sostiene Umberto Fontana:

[blockquote style=”1″]La dinamica del simbolo sostiene tutti i processi del pensare: sostiene la codifica della sensazione (la percezione organizzata), permette il formarsi delle sequenze di contenuti provenienti dall’esterno, mantiene la memoria, media la rielaborazione astratta e la formazione dei concetti, collega il pensiero individuale ai contenuti del sociale (la cultura).[/blockquote](U. Fontana, 2011, pp. 22).

Quello che ancora non sembra chiarito completamente è il perché strutturale di questo sofisticato processo mentale di sostituzione e sintesi. Bisogna davvero comprendere le ragioni per cui così tanti contenuti mentali non sono rappresentabili per sé stessi e quindi non sono cognitivamente disponibili alla coscienza, al punto di attivare quella precisa funzione evolutiva del simbolico.

Conosciamo la risposta della psicoanalisi: la simbolizzazione è la funzione primaria affidata alla censura.

Inevitabilmente, in L’interpretazione dei sogni (Freud, 1899), Freud nel sesto capitolo parla del contenuto onirico manifesto come di una traduzione di una scrittura a geroglifici che va decifrata per poter giungere al contenuto latente e insiste sulla necessità di oltrepassare il segno per accedere al contenuto originale. Il processo di simbolizzazione quindi consentirebbe di escludere dalla coscienza determinati fatti connessi a una pulsione il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche. Il processo rimotivo però, non è sistematizzabile all’interno dell’intero corpus freudiano se non al prezzo di qualche tollerante piccola incoerenza come questa: il materiale rimosso non smette mai di operare, esso si manifesta in forme diverse dal suo contenuto, più distorte e lontane quanto più è forte la resistenza, accrescendo la connotazione emotiva relativa a tali esperienze (Freud 1938). Ci sarebbe molto d’approfondire e non è affatto così scontato immaginare una natura che elabori strategie per allontanare il dispiacere escogitando meccanismi di difesa che poi però…non funzionerebbero come vorrebbe; un rimosso non rimosso, una censura che galleggia, che non urla la verità è vero, ma neanche tace come la censura dovrebbe fare!

Il pensiero simbolico trova una sua spiegazione anche alla luce di teorie moderne come ad esempio il famoso sistema del codice multiplo TCM, che pur affondando ancora le sue radici in concetti psicoanalitici, parallelamente ne tenta un superamento tramite il modello delle scienze cognitive. Esistono, secondo questo modello teorico (Bucci 1997), tre modalità di base in cui gli esseri umani elaborano le informazioni e ne costruiscono rappresentazioni: modalità subsimboliche (risposte fisiologiche automatiche generate da singole unità prive di significato) simboliche non-verbali e simboliche verbali, connesse tra loro da quello che la Bucci definisce processo referenziale. La nozione di simbolo è qui definita in senso generale come elaborazione dell’informazione (Fodor e Pylyshyn, 1988), le funzioni simboliche non verbali sono immagini mentali di esperienze provenienti da canali sensoriali differenti. Il linguaggio poetico ad esempio:

[blockquote style=”1″]Comprende e riassume in sé quasi tutte le forme di comunicazione verbale e non verbale, evoca forme, colori, immagini, odori, è dotata di un ritmo come la musica e anche questo ha a che fare con la corporeità.[/blockquote](G. Bosco 2015).

Da questa prospettiva appare più facile osservare la differenza tra un processo di simbolizzazione sano e uno patologico, che all’interno della psicoanalisi classica non è del tutto comprensibile. Infatti la teoria del codice multiplo vede i simboli come pacchetti contenenti tante unità e sub unità operative e questi pacchetti sono opere di significazione attraverso cui il soggetto attribuisce senso al proprio vissuto grazie a un atto sintetico e unitario in cui si risolve tutto il molteplice sensoriale. Se le cose stessero così, non solo il meccanismo di difesa comincerebbe ad apparire una premessa superflua, ma ci si ritroverebbe dinnanzi a una simbolizzazione univoca, inevitabile e sana, mentre il disturbo sarebbe imputabile non tanto a un processo simbolico bensì a una rottura, una dissociazione tra significante e significato, dove alcune emozioni non troverebbero una spiegazione e rimarrebbero indicibili fino alla successiva fase di una risignificazione che però sarebbe parziale e incompleta ( ad esempio la somatizzazione).
La Bucci fa un importante passo scientifico avanti: riesce, con la TCM, a spiegare la simbolizzazione senza il ricorso del meccanismo di difesa, ma quest’ultimo non è ancora eliminato dalla spiegazione, viene solo trasferito dal processo di simbolizzazione a quello della dissociazione, cioè il simbolico non è inconscio rimosso, ma la dissociazione e l’incapacità di significazione lo sono oppure no?
Si diceva…se le cose stessero cosi, ecco che resterebbero comunque aperte in ogni caso delle domande:

  1. A quale precisa funzione cognitiva ed evolutiva assolve specificatamente il processo di simbolizzazione?
  2. Perché e secondo quali modalità tali esperienze emotive sono inaccessibili alla memoria?
  3. Perché e come, al contrario, porzioni di realtà vissuta, vengono dissociate dall’io?

Dalla prospettiva del presente testo, è prioritaria la risoluzione della prima questione.

Le teorie della Bucci oltre che spiegare come il mentale implichi l’integrazione di diversi sistemi organici e cognitivi, non sembra approfondire del tutto la fase del simbolico non verbale. Infatti, a prescindere dalla TCM, risulta evidente esserci un’ulteriore demarcazione all’interno di questo processo: c’è una differenza significativa tra le rappresentazioni comuni denotanti direttamente la realtà (l’immagine del sole per indicare il sole, l’immagine della casa per rappresentare la casa ecc.) e quelle che invece sono rappresentazioni simboliche sostitutive (l’immagine del sole che denota indirettamente la forza, o l’immagine della casa che rappresenta la sicurezza).

Queste ultime sono proprie del simbolismo onirico, o dei fenomeni espressivi quali l’arte, la religione o più in generale la cultura e mentre il primo tipo è spiegabile come processo intermedio, essenziale alla successiva categorizzazione linguistica, il secondo appare come una funzione indipendente che non necessita di essere concettualizzata. Perché, ad esempio, nelle fasi oniriche del sonno, posso sognare un sole enorme e luminosissimo senza giungere coscientemente alla concettualizzazione di forza, energia, felicità? Perché nel sogno, il simbolico non verbale non si completa del tutto nel simbolico verbale e la coscienza preferisce restare nel limbo delle immagini?

Anche in questo caso Wilma Bucci ci offre un tentativo di spiegazione, chiarendo che esistono entità prive di etichette disponibili, come ad esempio una certa sfumatura di colore, o certi processi subsimbolici come i pattern di attivazione viscerale e somatica, Questi ultimi possono essere elaborati solo grazie al fatto di essere connessi in prima istanza alle immagini specifiche del livello non verbale, come è evidente nel potere delle metafore poetiche di evocare emozioni che sorgono da tali connessioni; inoltre il processo referenziale da lei teorizzato è bidirezionale, cioè non va solo dal subsimbolico al verbale ma compie anche la direzione opposta, a partire da categorie concettuali si forniscono rappresentazioni che a loro volta influiscono su singoli pattern sensoriali, generando dunque ulteriori effetti di feedback, ma con una sostanziale differenza: le connessioni referenziali dal sistema verbale a quello non verbale sono più indirette e parziali per termini astratti e generali come verità, bellezza, giustizia, postmodernismo, epistemologia. Il significato di queste parole astratte e categoriali deriva dalle connessioni con altre parole nell’ambito delle gerarchie logiche del linguaggio e può essere connesso con le rappresentazioni non verbali solo indirettamente, quando ci si riesce, attraverso connessioni con le parole concrete e specifiche all’interno delle gerarchie verbali. Ecco perché diventa utile fornire esempi quando si presenta del materiale astratto. (Bucci 1984). Da qui la comprensione del valore sostitutivo dell’immagine, che non denota il concetto se non per somiglianza e analogie.

In sintesi, il modello del sogno secondo la teoria del codice multiplo è questo (Bucci 1999, Bellavia 2007):

modello del sogno teoria del codice multiplo

Tuttavia, potrebbe trattarsi di un modello parziale, non del tutto soddisfacente, poiché le ultime fasi (3 e 4) non sono in rapporto di continuazione diretta con le prime, si attivano solo in fase di veglia, e la coscienza onirica e quella ordinaria sono due sistemi di riferimento ben distinti seppure in connessione. Infatti i contenuti onirici che vengono verbalmente elaborati sono solo quelli dell’ultima fase del sonno prima della veglia e di cui il soggetto conserva quindi un ricordo; si tratta di un processo referenziale incompleto in cui innanzi tutto è necessario troppo tempo affinché ci sia il passaggio dal simbolico al concettuale e infine i due livelli risultano spezzati e separati, ognuno è chiuso nel relativo stato di coscienza a sé consono con i propri valori di riferimento, non convertibili del tutti da un sistema all’altro.

Si crede dunque, che il simbolo non sempre necessiti di un’elaborazione verbale per assolvere alle sue funzioni energetiche e cognitive, poiché potrebbe essere visto esso stesso come un’elaborazione autosufficiente ed esaustiva e, il processo referenziale potrebbe completarsi già a un livello puramente rappresentativo e iconico. In sintesi, non necessariamente bisogna recuperare il presunto contenuto originario indisponibile a cui rimanda un’immagine sostitutiva, dato che la sostituzione simbolica, se ben fatta, può da sola produrre un senso compiuto. Si pensi al valore intrinseco di una canzone, di una poesia, di un’opera d’arte o di un rituale religioso: si tratta di processi creativi non convertibili del tutto in schemi razionali e che se trasferiti sul piano concettuale perderebbero gran parte del loro valore emotivo.

Simboli e immagini come scorciatoie. L’euristica cognitiva

A questo punto occorre chiedersi quale potrebbe essere questa specifica funzione cognitiva di cui si è accennato fin ora e l’idea qui proposta tenta di giustificare la tendenza psicologica al simbolico, facendo riscorso all’idea di euristica illustrata da Kahneman in seno al cognitivismo evoluzionistico (Kahneman, trad. it., Serra 2012).

Le euristiche sono strategie acquisite dal cervello nel corso dell’evoluzione, esse agiscono visceralmente nel pensiero grazie alla funzione intuitiva che pur non fornendo al soggetto, risposte precise ed ottimali come invece è in grado di fare la funzione analitica, possiede un enorme vantaggio in termini di costi e benefici: permette un problem solving molto rapido in cui viene generata una risposta non ottimale ma abbastanza sufficiente e adeguata a risorse limitate, per arrestare il processamento d’informazioni, risparmiando quindi considerevoli costi in termini di tempo ed energia.

L’euristica cognitiva funziona per mezzo di un sistema chiamato sostituzione dell’attributo, che avviene senza consapevolezza. In base a questa teoria, quando qualcuno esprime un giudizio complesso da un punto di vista inferenziale, risulta essere sostituito da un’euristica che è un concetto affine a quello precedente, ma formulato più semplicemente. Le euristiche sono, dunque, escamotage mentali che portano a conclusioni veloci con il minimo sforzo cognitivo e funzionano come una scorciatoia mentale permettendo di avere accesso a informazioni immagazzinate in memoria
 (Kahneman e Frederick, 2002).

Kahneman non affronta direttamente i processi di simbolizzazione, poiché le euristiche sono descritte come schemi mentali generali, non ascrivibili direttamente al modello psicoanalitico, incentrato invece sul valore specifico dei significati creati da un inconscio mitopoietico. Così, da un lato ci troviamo immersi nel suggestivo mondo della psicologia classica, fatta di archetipi, paure tormenti ed eroi, dall’altro, cominciamo a conoscere i macchinosi processi cerebrali, molto più controllabili degli assiomi psicoanalitici, meno inquietanti, ma con l’ovvio problema di essere strutture vuote a cui è difficile attribuire un senso e un significato. L’obiettivo è quello di favorire l’incontro tra il paradigma cognitivo dell’elaborazione dati e quello psicoanalitico (o meglio, estetico) della creatività simbolica, dimostrando che quest’ultima può essere considerata proprio una modalità euristica utile dal punto di vista del costo energetico e cognitivo dell’organismo. Kahneman pur non parlando esplicitamente di simboli, distingue due sistemi cognitivi: quello analitico, pigro, lento ma tendenzialmente preciso, e quello intuitivo che è fulmineo, spesso molto produttivo ma non garante di esatta informazione (Kahneman, trad. it Serra 2012).

Già a questo primo livello di spiegazione è facile intravedere una certa somiglianza di famiglia tra la proprietà simbolica e la categoria mentale dell’intuitivo. Inoltre egli definisce le euristiche così:

  • escamotage di accesso alle informazioni in memoria
  • tecniche di sostituzione
  • sistemi emotivamente carichi
  • schemi che fanno uso di memoria associativa in cui l’informazione ignota viene sostituita da una disponibile che ne è affine per rappresentazione e similarità

Si tratta di definizioni che lasciano ben pochi dubbi riguardo alla compatibilità tra le euristiche e le simbolizzazioni, in quanto tutte le citate proprietà sono attribuibili anche a quest’ultime.

Persino nelle teorie sulle euristiche della matematica di George Poyla si legge di uno stretto legame tra il problem solving e la rappresentazione (Pòlya 1975):

  • Provare a fare un disegno quando si ha difficoltà nel comprendere un problema
  • Provare ad esaminare un esempio concreto nel caso in cui ci si trovi di fronte ad un problema molto astratto

(torna anche qui il discorso su l‘immagine)

L’euristica ha come caratteristica principale la rapidità di esecuzione e si vuole sostenere in queste pagine che anche la simbolizzazione sia una un’euristica e che la funzione sia la stessa: risparmiare tempo, velocizzando l’elaborazione dell’informazione che se non fosse simbolica ma concettuale richiederebbe costi maggiori in termini temporali. Per fare un esempio, la media delle fasi oniriche vissute in una notte è di 112 minuti (Jovanović U. J,1975) e ogni fase REM dura in media 20 minuti, senza addentrarci in questioni neurobiologiche immaginiamo che l’elaborazione dati nella fase onirica non superi una certa soglia temporale e che questa soglia potrebbe essere relativamente piccola.

Un individuo vive una vita frustrante, condizionata dalle aspettative altrui, una vita che fatica a essere autonoma, il signor x si sente sottomesso e vorrebbe sentirsi finalmente libero.

Quante emozioni! Tutte messe al punto giusto e sistematizzate in un’espressione coerente. Però, una proposizione, un pensiero più o meno articolato, è formulabile in tempi più ampi rispetto alle immagini e al linguaggio metaforico, insomma appare uno scarto tra la breve intensità di una sensazione e la lunga successiva concettualizzazione, uno scarto compensabile solo con il simbolo:

Mi sento immobilizzato da catene di ferro mentre io sto qui e sogno di volare.

Prima si faceva l’esempio del sole come metafora di forza. C’è un modo altrettanto veloce di spiegare cosa è la forza?

Energia fisica, vigore, capacità di resistenza, sopportazione, determinazione. Si tratta a loro volta di categorie così astratte che per essere comprese necessitano il rimando a ulteriori enti linguistici:

Energia: efficienza psicofisica

ma che vuol dire efficienza? Che vuol dire psicofisico?

Resistenza: saper contrastare determinati effetti

Ma il contrasto a sua volta è un’opposizione ecc.

In tutti questi casi il passo dal concetto alla sensazione denotata implica fasi molto lente, in cui il contenuto emotivo con il tempo rischia di essere troppo diluito.

Sole = forza

Sintetizza in un solo atto informativo il modo in cui mi sento: non mi sento efficiente, mi sento proprio forte come la luce del sole!

Quest’idea sull’utilità cognitiva della rappresentazione simbolica, può fare luce anche sulla comprensione terapeutica delle emozioni: dichiariamo di soffrire per un motivo ed etichettiamo questo motivo con un concetto.

Possiamo immaginare una semiretta in cui sono disposti via via dei termini e in cui gradualmente si passa  da parole con un referente diretto ad altre più astratte. Maggiore è la probabilità di accesso a termini concreti (attivati più direttamente da precisi circuiti sensoriali e quindi passibili di una rappresentazione meno simbolica), maggiore è la possibilità che la sofferenza sia innescata da quel motivo; mentre, inversamente, maggiore è la tendenza all’astrazione concettuale, più diventa alto il rischio di un’informazione erronea e di un motivo illusorio. Quest’ultimo infatti, implica rappresentazioni sostitutive per analogie e le seguenti simbolizzazioni risulterebbero compatibili con diversi schemi cognitivi, la causa reale sarebbe quella che ha un rapporto più diretto con l’immagine.

Un conto è credere di stare male per aver vissuto un abbandono, un altro è convincersi di stare male per un mancato riconoscimento professionale. La seconda categoria è molto più sfumata, è rappresentabile in mille modi diversi, è relativa alla cultura di riferimento ed è scomponibile fino al recupero di altri bisogni più specifici: autoaffermazione-identità- autostima- attaccamento.

A questo punto non solo si può finalmente dare forma alla sensazione iniziale ma si può anche capire che la frustrazione non era realmente imputabile alla professione. Semplicemente questa era un frammento segnico, un’interpretazione di significato parziale in cui si è investita l’intera esperienza interiore.
Tempistica quindi, come fattore determinante nello spiegare i processi cognitivi relativi al lavoro sulle informazioni, sul problem solving e dunque anche sulle rappresentazioni simboliche, intese come strategie informative e veloci.

Per quando riguarda le due problematiche successive (contenuti inaccessibili alla memoria e dissociazione), esse rimanderebbero a spiegazioni approfondite e a ricerche specificatamente cliniche che in seno a queste pagine e in base alle conoscenze fin ora ottenute, non è il caso di ampliare. Si propone comunque un abbozzo di ipotesi, con l’invito di approfondire ulteriormente tale modello per mezzo d’indagini sperimentali.

Rimozione o memoria implicita? L’impossibilità di verbalizzare e catalogare consciamente dati emotivi non categoriali

Ritorniamo alla seconda domanda che ci eravamo posti: Perché e secondo quali modalità, alcune esperienze emotive sono inaccessibili alla memoria? Si tratta di una risposta per niente esoterica all’interno delle scienze psicologiche, una teoria già da tempo riconosciuta, si è deciso di illustrarla (brevemente) solo per chiamarla a testimoniare contro il meccanismo di difesa e utilizzarla come argomento contro di esso.

La teoria sulle due memorie, esplicita (dichiarativa, conscia, consapevole) ed implicita (procedurale, corporea, automatica, inconsapevole), riesce da sola a fronteggiare la questione poiché è chiaro che non ricordare un evento non significa averlo rimosso ma vuol dire essere sprovvisti di memoria dichiarativa per accedere a quel contenuto, mentre però, il contenuto è presente ugualmente alla memoria, esiste, ma solo per mezzo del fattore mnemonico implicito.

Un arricchimento ulteriore della questione proviene dai contributi di Mauro Mancia che in Psicoanalisi e Neuroscienze spiega come le due memorie si sviluppino in fasi evolutive differenti e che mentre quella implicita è posseduta dalla nascita, la seconda si attiva dopo i due anni di vita. Dunque, la memoria precoce non è collegata in nessun modo alla rimozione seppur condizionante l’intera vita futura dell’adulto (Mancia, 2007).

Si obbietterà che la seguente ipotesi riesce a spiegare solo l’evento infantile, non recuperato consciamente dall’adulto ma cosa ne è delle esperienze traumatiche vissute in età matura e comunque non recuperabili consapevolmente? Già con Le-Doux nel 1996 possiamo provare a rispondere e anche in questo caso possiamo fare a meno del processo rimotivo: l’evento spiacevole o meglio l’evento emotivamente intenso, sarebbe in ogni caso mediato prima dalla memoria implicita. La valutazione di uno stimolo esterno o interno ad un trauma, sarebbe valutato prima dall’amigdala (coinvolta nella memoria implicita) rispetto all’ipotalamo (coinvolto nella memoria esplicita), si tratterebbe di una valutazione rapidissima e grossolana ( anche questa può essere letta come conferma del legame tra tempo, velocita e simbolico) e ciò comporta che la persona sia portata a rispondere in modo condizionato prima che possano intervenire modalità di controllo più raffinate come quelle corticali (LeDoux, 1996).

Dissociazione e abito mentale appreso

Ricapitolando, il modello fin qui esposto ha illustrato:

  • come il vissuto psicologico non accessibile alla coscienza, non sia implicato da nessun meccanismo di difesa, ma piuttosto da un dislivello fisiologico tra i fattori emotivi e quelli razionali, dove essendo i primi a predominare, è inibita gran parte della memoria esplicita
  • come di fronte all’impossibilità del ricordo cosciente siano possibili due modalità opposte di reazione, una vantaggiosa e l’altra no, simbolizzazione o dissociazione

Da cosa deriva la scelta di intraprendere una via e non l’altra? Abbiamo visto che con la Bucci il simbolo non scaturisce da rimozione ma il dissociato si, la risposta consueta sarebbe quindi che la scelta sia dettata dalla specifica resistenza che si metterebbe in atto.

In queste ultime pagine si cercherà di rispondere in modo alternativo all’ultimo quesito, debellando completamente dalla spiegazione tutti i resti mitici della difesa freudiana anche per il caso della dissociazione.

La prima considerazione da fare è che nell’elaborazione simbolica, nonostante l’impossibilità d’accesso al contenuto originario, è possibile l’accesso alla connotazione emotiva suscitata da tale contenuto; non si riconosce il fatto ma si riconosce l’emozione (che ne è l’aspetto primario ai fini dell’elaborazione psicologica), l’emozione è trasferita in rappresentazioni simboliche a lei consone, che le permettono l’adeguato sbocco energetico.

La dissociazione al contrario, sembra essere manchevole di questo tono emotivo, essa si caratterizza anzi, per essere emotivamente più neutra mentre invece è più densa di esperienze percettive primarie, non ancora elaborabili come emozioni (da qui la malattia psicosomatica), e non a caso, il disturbo di alessitimia (incapacità di riconoscere emozioni) è ampiamente connesso con il disturbo dissociativo somatico (Bucci 1997).

La menomazione emotiva non può essere simbolizzata, ma da cosa deriva? L’idea che si vuole sostenere parte dalla premessa del codice multiplo: Ogni esperienza psicologica è una sintesi tra diversi stimoli sensoriali inizialmente separati e lavorati da organi diversi.

Ora, s’immagina che tra questi stimoli, alcuni suscitino reazioni emotive forti e immediate, per esempio secondo LeDoux, gli stimoli mediati dall’amigdala, cioè quelli emotivamente carichi, sono percepibili prima che si attivino sistemi di controllo più raffinati (come quelli corticali) e prima ancora che venga portata a termine l’attività percettiva (LeDoux 1996). Da questa prospettiva sembra che moduli emotivi, moduli razionali e moduli sensitivi (per intenderci, quelli più propriamente subsimbolici), anche se in connessione, restano sistemi separati e abbastanza autonomi.

D’altro canto tra le varie unità sensoriali costituenti l’esperienza, alcune sono invece più specificatamente fisiche, percettive e sensitive a un livello più grossolano rispetto ad altre unità, e in questo caso l’elaborazione emotiva dello stimolo, appare mediata di molto da sensazioni fisiche primarie che attirano l’attenzione del soggetto maggiormente verso il corpo che verso la mente.

L’ipotesi è che non tutti i traumi siamo ematogeni, sembrerebbe un paradosso ma si vuol credere che un vissuto sia significativo per la persona anche se sprovvisto di carica emotiva.

Un trauma emotivamente intenso potrebbe essere quello provocato da stimoli sopraggiunti all’improvviso, verso cui l’individuo non può avere controllo e la reazione emotiva è scatenata prima ancora di percepire sensazioni fisiche. Un urlo improvviso mentre dormo, un terremoto, un pestaggio, tutto ciò che inneschi un’interpretazione immediata di fuga, pericolo ecc. Si tratta di esperienze a cui il soggetto non è abituato e a cui è costretto a rispondere emotivamente per interpretare cognitivamente segnali non riconosciuti.

Non tutti i traumi presentano queste proprietà. Alcuni non sono imprevedibili, non subentrano in modo violento e intenso, sono stimoli che vengono ripetuti nel tempo al punto che la persona li riconosce come familiari aspetti della sua quotidianità (nonostante l’elemento patogeno da cui sono connotati). Ripetuti abusi sessuali vissuti da un bambino da parte di un caregiver, ripetuti episodi di violenza… sono tutti casi in cui la componente emotiva è decisamente piatta, componente che si attiverebbe sono per innescare segnali di riconoscimento e che in queste circostanze sarebbe superflua poiché la persona, ormai abituata, riconoscerebbe il modello traumatico come normale.

Assenza di emozioni però, non vuol dire assenza di stimolazioni fisiologiche; l’esperienza in sé resterebbe comunque composta da stimoli sensoriali percepiti direttamente dal corpo e questi a differenza delle emozioni, restano esattamente dove sono entrati: nel corpo. Le percezioni non sono convertibili da una rappresentazione simbolica all’altra, solo le emozioni hanno questo vantaggio, da qui il motivo per cui le emozioni sono elaborabili positivamente con i simboli, mentre le percezioni fisiche restano relegate all’organico, incatenate al corpo e dissociate negativamente dalla mente.

L’assenza delle emozioni quindi, anche qui, non sarebbe imputabile a un meccanismo di rimozione bensì alla caratteristica tipica di alcune esperienze che sebbene traumatiche, si sarebbero infiltrate in modo così subdolo nella vita del soggetto che alla fine questo ci si sarebbe perfettamente abituato; e tali esperienze connotate più dal percettivo che dall’emotivo, non troverebbero altra via se non nella dissociazione.

Ecco presentata un’ipotesi di spiegazione alle problematiche connesse al fenomeno della rimozione, un’ipotesi primariamente basata sui processi di simbolizzazione intesi non più come maschere ma come euristiche necessarie a velocizzare i tempi di elaborazione cognitiva. L’assenza di memoria non più come rimozione ma come impossibilità di recuperare razionalmente vissuti emotivi che non hanno natura razionale; dissociazione non come difesa ma come risposta organica a eventi che essendo famigliari non innescano reazioni emotive intense, restano impressi solo nel codice corporeo non trasferibile in codici differenti.

A casa tutti bene (2018) di Gabriele Muccino – Recensione del film

A casa tutti bene è il titolo del nuovo film diretto da Gabriele Muccino, uscito da pochi giorni nelle sale cinematografiche italiane, forte di un cast corale che vede nomi come quello di Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Massimo Ghini, Giammarco Tognazzi, Stefania Sandrelli e Claudia Gerini.

A casa tutti bene: una famiglia costretta su un’isola

Alba e Pietro festeggiano le loro nozze d’oro e invitano figli e nipoti su questa loro isoletta volutamente a parer mio utilizzata come chiave simbolica. Il programma come per tutte quelle occasioni di festeggiamento implicitamente imposte da questa nostra società è cerimonia, pranzo e ritorno.  Il traghetto però, causa mal tempo, non riesce a riportare indietro gli invitati costringendoli a rimanere sull’isola; questo mette in moto forti emozioni e costringe gli ospiti a far fronte a scomode verità. Le buone maniere crollano, gli atteggiamenti di circostanza cedono, gli altarini si scoprono, il tutto in uno stile Mucciniano tornato finalmente alle origini. Isterico e nevrotico, ma non troppo, il tema portante del film è la famiglia ed i valori che essa rappresenta.

Paragonando la famiglia ad un palcoscenico, è facile rendersi conto di quanti ruoli è possibile giocare al suo interno, anche in funzione del suo tempo ciclico che permette l’intrecciarsi e il susseguirsi di vite diverse, nonché l’alternarsi delle generazioni.

I modi e le strategie per vivere insieme sono molteplici, ma ognuna fa capo al particolare momento di ciclo vitale che si sta vivendo: lo svincolo dalla famiglia d’origine e la decisione di crearsi una propria famiglia, la vita di coppia, la nascita dei figli, le cure per la loro crescita, l’allontanamento dei figli, di nuovo la vita di coppia ma nella condivisione della vecchiaia.

Sono tutti momenti questi in cui l’assetto di base della struttura familiare deve essere riformulato, momenti di “crisi”, dove si rende necessaria la rielaborazione delle regole e dei confini al suo interno per ripristinare l’equilibrio delle relazioni e dei ruoli.

A casa tutti bene: coppie di ieri e di oggi a confronto

Come seguire le regole del ciclo della famiglia se questo ciclo oramai è diverso? Arricchito, deprivato, svalutato, il ciclo della famiglia non segue più rigidamente queste regole, questo ciclo di vita, e nel film il tema è ampiamente trattato, da più punti di vista.

Lo stampo tradizionale è raccontato da Alba e Pietro che festeggiano le loro nozze d’oro e invitano i tre figli e i diversi nipoti. Sono benestanti, sono solidali tra loro, sono belli da vedere, mentre cercano in ogni modo di sorreggere i figli ormai adulti, ormai apparentemente formati, in quelle situazioni anomale che loro non comprendono, o meglio, che loro magari hanno affrontato diversamente, avendo vissuto con i principi della coppia tradizionale. In quelle vecchie coppie ci si rifugia, si trova certezza, conforto, forza. Coppie da ammirare, che sono state brave a tener duro insieme, a non far trapelare mai il sicuro momentaneo cedimento. Può sembrare che queste coppie non abbiano subito mai paure, rabbia, noia, tradimenti e invece certo che hanno subito, ma hanno continuato a costruire anche nelle difficoltà. Costruire richiede costanza, costruire è mettere in conto che qualche volta qualcosa si può rompere, costruire è pazienza, chi crede nel voler costruire va avanti e nei cedimenti trova risorse per migliorare, fortificare. Costruire è amare sempre e comunque quella persona, perché si sceglie di continuare a farlo, nonostante tante cose.

Carlo, Paolo e Sara invece? I tre figli che da una coppia cosi solida avrebbero dovuto trarre esempio che cosa ci raccontano? Ci raccontano la modernità generazionale portando non pochi spunti di riflessione.

Carlo con la sua doppia famiglia tutta al femminile. Paolo, artista, libertino, un po’ zingaro e dedito solo a se stesso. Sara: apparentemente inserita in un contesto famigliare tradizionale ma tradita, consapevolmente, dal marito.

A casa tutti bene: cosa offre la famiglia moderna

Quanto è difficile di questi tempi perseguire e mantenere un valore così importante come quello della famiglia? E’ un valore fondamentale da cui scaturiscono tutte le nostre diverse particolarità di vita, che ci condiziona, soprattutto nella costruzione della nostra identità.

Il ciclo di vita della famiglia come accennato è in continuo riassestamento. Nella famiglia tradizionale la condizione fondamentale per l’attuazione del cambiamento e il raggiungimento del nuovo equilibrio risultano essere l’elasticità, la non rigidità delle regole e delle relazioni e la facoltà di riformulare i ruoli; si tratta di armi a doppio taglio, soprattutto oggi e soprattutto in quelle famiglie dove i ruoli sono altresì fragili e confusi. Il conflitto invece? E’ un altro elemento chiave da un punto di vista evolutivo per la famiglia, gioca un ruolo cruciale. Saperlo gestire risulta più difficile del suo superamento, soprattutto nelle famiglie “modificate” che non devono cedere a sensi di colpa o all’opposto a ferrea rigidità, in quanto portatore di nuovi elementi della costruzione del sé.

Muccino descrive la famiglia e lo fa senza troppi fronzoli, siamo una generazione confusa, troppo libera, dove il venir meno di una buona e marcata definizione di ruoli ha degradato calore e conforto. Ognuno di noi proietta nel proprio desiderio di famiglia molte cose, desideri agli antipodi alle volte. Chi ha vissuto nella tradizione necessità di libertà, chi in una famiglia allargata ha desiderio di tradizione.

Paolo dice alla mamma “Vorrei solo avere una vita normale”, Alba lo conforta, gli risponde “ Le vite normali non esistono” e se la frase arriva da una figura cosi tradizionale, possiamo ancora ben sperare.

A CASA TUTTI BENE – IL TRAILER

L’aborto non è causa di depressione

Da tempo gli studiosi cercano di capire il rapporto tra aborto e salute mentale delle donne, specialmente per quanto riguarda la depressione. È un tema di salute psicologica delle donne che viene sempre più spesso usato a scopi sociali e politici.

 

Secondo un recente studio pubblicato dal JAMA Psychiatry, che ha visto la partecipazione di quasi 400.000 donne, subire un aborto non aumenta il rischio di depressione. Nonostante la recente letteratura scientifica abbia dimostrato come l’ aborto non influisca negativamente sulla salute mentale delle donne, continuano ad essere pubblicati articoli che dichiarano il contrario, giustificando così le diverse politiche pubbliche degli Stati Uniti che limitano l’accesso all’ aborto.

Aborto e depressione: c’è una relazione?

La Dott.ssa Julia R. Steinberg, della University of Maryland School of Public Health, e colleghi, allo scopo di comprendere meglio che tipo di relazione intercorra tra l’ aborto e la salute mentale delle donne, hanno analizzato dati di donne danesi nate tra il 1980 e il 1994. I dati includevano informazioni riguardo gli aborti, le nascite e le prescrizioni di antidepressivi. È il primo studio che indaga la relazione tra aborto ed assunzione di antidepressivi (Steinberg et al., 2018).

Dalla ricerca emerge come, tra l’anno precedente all’ aborto e quello successivo, non risultano esserci differenze nell’assunzione di antidepressivi. Inoltre sembrerebbe che in seguito all’ aborto, con il trascorrere del tempo ci sia una diminuzione nell’uso di antidepressivi.

La presenza di un maggiore rischio di depressione per le donne che hanno abortito rispetto alle donne che non l’hanno avuto è contestato dalla Dott.ssa Steinberg, la quale sostiene che il rischio è lo stesso sia prima che dopo l’ aborto, ed il maggior utilizzo di antidepressivi non è dovuto all’ aborto, ma a problemi di salute mentali preesistenti o altre esperienze avverse.

Aborto e depressione: l’informazione negli Stati Uniti

Secondo il Guttmacher Institute, in almeno otto paesi degli Stati Uniti vengono divulgate informazioni riguardo all’ aborto che ne enfatizzano gli aspetti psicologici negativi.

In ben 27 stati, viene chiesto alle donne di aspettare un determinato periodo di tempo, che va dalle 24 alle 72 ore, tra il momento in cui ricevono una consulenza e il momento in cui decidono di abortire, spesso con la giustificazione che l’ aborto può danneggiare la salute mentale.

Visto il numero crescente di leggi emanate negli Stati Uniti per limitare l’ aborto, i risultati dello studio “Examining the Association of Antidepressant Prescriptions With First Abortion and First Childbirth” (Steinberg et al., 2018) forniscono importanti evidenze che potrebbero essere di grande aiuto per lo sviluppo di nuove politiche.

I comportamenti aggressivi dei bambini: ma è sempre colpa dei genitori?

I comportamenti aggressivi dei bambini in età scolare, soprattutto nelle società occidentali, costituiscono un problema a più livelli, sia per la problematicità del comportamento stesso e della sua gestione, sia a lungo termine, per il fatto che i “bambini aggressivi” presentano più frequentemente difficoltà relative al rendimento scolastico (Rubin et al., 1998) e alle competenze sociali, con conseguenze che si ripercuotono negli anni, come lo sviluppo di comportamenti criminali, l’abuso di sostanze e comportamenti che mettono a rischio la propria salute e incolumità fisica.

I comportamenti aggressivi dei bambini

Ma in cosa consiste esattamente un comportamento aggressivo e come si differenzia da altre forme di condotte problematiche come, per esempio, quelle antisociali? Si può generalmente affermare che l’aggressività viene considerata come sotto-categoria del più ampio comportamento antisociale (Coie & Dodge, 1998). In particolare, scale che misurano i comportamenti aggressivi nei bambini includono la disobbedienza alle insegnanti, inventarsi storie mai accadute e mentire, mettersi nei guai, attuare comportamenti che infastidiscono gli altri e iniziare uno scontro sia fisico che verbale con i compagni.

In generale, per considerare aggressivo un comportamento, il bambino deve agire con l’intenzione di creare disagio agli altri – sia ai pari che agli adulti; anche se spesso questi atteggiamenti vengono segnalati dalla scuola primaria, numerose ricerche longitudinali hanno mostrato che l’insorgenza di comportamenti aggressivi si collochi addirittura in età pre-scolare (Loeber & Stouthamer-Loeber, 1998): uno studio longitudinale di Trembley (1999) nel Quèbec che ha considerato tali problematiche in ragazzi fino ai 17 anni, indica che l’80% degli adolescenti considerati aggressivi, aveva mostrato una qualche forma di aggressività già prima dei 2 anni di età, secondo quanto riportato retrospettivamente dalle madri.

Comportamenti aggressivi in adolescenza

Che cosa succede allora in adolescenza, quando oltre il 40% di questi bambini vengono segnalati dalla scuola per la prima volta, rendendo consapevoli i genitori di tale problema? La risposta è semplice: succede che questi bambini, oramai cresciuti, iniziano a mettere in atto comportamenti fisicamente violenti o rischiosi per sé e per gli altri con intenzionalità e in maniera eclatante. Questo dato ha una grande importanza dal punto di vista clinico e della prevenzione, per la credenza ancora diffusa di sovrapporre l’aggressività alla violenza fisica e alla “serietà” del comportamento aggressivo: per chiarire, se un bambino della scuola materna ripetutamente risponde male alle maestre o dà un pizzicotto ai compagni, verrà più facilmente giustificato o non considerato propriamente aggressivo. Questo è dovuto a un errore negli adulti di ignorare tutti i segnali “aggressivi” del bambino più piccolo giustificandoli come “non intenzionali”, “non gravi”, “senza la volontà di fare davvero del male” e di sottovalutare tutte le forme di aggressività non fisica, come quella verbale o indiretta (Cynader & Frost, 1999). Come a dire: se una mamma riceve uno schiaffetto dal suo bimbo di 5 anni o se riceve un “no” deciso, non lo considererà comportamento aggressivo perché, nella mente del genitore, il piccolo “non sa quel che fa”, mentre il discorso è diverso se ad alzare le mani o ad opporsi è un ragazzino di 12 anni.

Quali sono allora le cause di questi comportamenti, che ruolo giocano i modelli, la società e la famiglia in tutto ciò? Anche se rimane indubbiamente vero che l’esposizione a modelli violenti sia nei mass media che nel mondo reale rappresentano una parte centrale nel creare una struttura cognitiva ed emotiva nel bambino favorevole allo sviluppo e al mantenimento di comportamenti aggressivi (Huesmann, 1998), il ruolo chiave ce l’hanno sempre i genitori. Ebbene sì. Sembrerebbe che ancora una volta la “colpa” o, meglio, la responsabilità di tutto ciò, cada su mamma e papà.

Aggressività nei bambini e comportamenti aggressivi: il ruolo della famiglia

In questa seconda parte vedremo in che modo e perché lo stile genitoriale influisce direttamente sul comportamento aggressivo dei figli. Anche se il luogo comune “E’ sempre colpa dei genitori” è effettivamente limitativo e i fattori in gioco nella crescita di un figlio sono tanti, non si può ignorare che i genitori svolgano, indipendentemente dalle altre variabili, un ruolo determinante nello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale del bambino.

Uno studio pubblicato sulla rivista Child Development dimostra proprio questo: 260 diadi madre-bambino sono state osservate dalla nascita del bambino fino alla prima elementare. Dal primo mese di vita fino ai tre anni, le misure di valutazione includevano l’osservazione diretta della diade da parte di uno psicologo accompagnate ai resoconti della madre; successivamente, i ricercatori hanno osservato e codificato i comportamenti delle madri in situazioni create ad hoc, come ad esempio il dare un compito che mettesse in difficoltà il bambino e che richiedesse l’aiuto della madre; durante il primo anno di scuola, infine, i comportamenti dei bambini venivano rilevati in classe dalle insegnanti e a casa dai genitori.

Uno stile genitoriale negativo: lo stile genitoriale autoritario

I risultati dello studio parlano chiaro: ciò che conta nell’insorgenza di problematiche comportamentali aggressive, più del temperamento del bambino o dell’ambiente esterno, è lo stile genitoriale negativo. Nello specifico, quando il genitore esprime emozioni negative dirette al proprio figlio e quando vi siano presenti conflitti tra la mamma e il bambino, si creerebbe un circolo vizioso in cui la negatività della madre suscita alti livelli di rabbia, nervosismo e ostilità nel piccolo, il quale a sua volta, così facendo, stimola più ostilità nella madre stessa. I bambini, con il passare del tempo, diventerebbero incapaci di regolare le proprie emozioni negative quando queste si manifestano nel gruppo dei pari, portando quindi all’insorgenza del comportamento aggressivo.

Connesso a questa problematica è lo stile genitoriale autoritario, caratterizzato da bassa responsività ai bisogni del bambino, poco calore nella relazione parentale ed elevato controllo coercitivo, espresso attraverso punizioni anche fisiche, ostilità verbale e mancanza di spiegazioni date ai figli relativamente ai comportamenti sbagliati che hanno portato alla punizione.

Tale modalità nel relazionarsi favorirebbe l’insorgenza di comportamenti oppositivi e aggressivi per svariati motivi: prima di tutto per un basico meccanismo di apprendimento, in cui il bambino utilizza la disciplina imparata dal genitore anche con il gruppo dei pari. In secondo luogo, vi è il motivo menzionato sopra, ovvero un’emotività negativa e ostile nei confronti del figlio che non fa altro che suscitare nel bambino stesso emozioni altrettanto negative, e quindi lo renderebbe meno capace di focalizzarsi su altri modi di risolvere i problemi e di programmare attività diverse. E quando queste capacità sono sotto-stimolate, diventano presto anche sotto-sviluppate.

Questi dati devono farci riflettere a livello clinico, sia per orientare l’intervento il più precocemente possibile, addirittura nei primi mesi di vita del bambino, sia per sottolineare ancora una volta come il lavoro vada pensato prima di tutto rivolto ai genitori e alla famiglia.

La prossima settimana vedremo come si può lavorare su problematiche comportamentali di questo tipo, sia a livello genitoriale sia scolastico.

I Comportamenti aggressivi dei bambini: allora diteci che cosa fare!

Genitori che reagiscono alla rabbia dei figli con altrettanta rabbia e aggressività o che usano la minaccia e toni di voce molto elevati hanno possibilità marcatamente maggiori di avere figli aggressivi rispetto a genitori che utilizzano, invece, strategie positive (Weiss et al., 1992). Anche la sola aggressione verbale è associata allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini, così come la delinquenza e i problemi interpersonali dall’età pre-scolare fino all’adolescenza (Vissing et al., 1991).

Se è vero che i genitori hanno una così forte influenza nel modellare i comportamenti dei figli, non dobbiamo disperarci. Anzi, proprio per questo motivo, i suggerimenti provenienti da pediatri e terapeuti ci dicono di utilizzare proprio il comportamento di mamma e papà per cambiare quello del bambino.

ABC comportamentale

Prima di iniziare qualsiasi intervento, il primo passo da compiere è quello di individuare con precisione gli episodi di comportamenti aggressivi del bambino e il contesto in cui questi si manifestano. Una delle metodologie più semplici e diffuse è quella dell’ “ABC- Antecedent, Behaviour, Consequences” comportamentale (attenzione a non confonderlo con l’ABC usato nella terapia cognitiva):

A- antecedente: quali sono stati gli eventi che hanno preceduto i comportamenti aggressivi?

B- comportamento: in che cosa consiste precisamente i comportamenti aggressivi?

C- conseguenze: che cosa hanno fatto i genitori per risolvere la situazione?

Questa fase serve per avere una descrizione il più precisa possibile del comportamento-problema; per questo sarebbe utile, anche attraverso griglie osservative che possono utilizzare insegnanti o specialisti, informarsi sulla frequenza e i luoghi in cui i comportamenti aggressivi si manifestano, ad esempio sia a casa che a scuola o solamente a casa. Solitamente, infatti, più un comportamento è pervasivo e generalizzato a situazioni diverse, più è indice di problematicità e indica la necessità richiedere un parere specialistico. Inoltre, quando si vanno a osservare i comportamenti aggressivi, bisogna considerare, ad esempio, la modalità con cui la famiglia stabilisce delle regole chiare e come si impegna per farle rispettare.

Se infatti, un bambino è sempre aggressivo a casa e mai nel contesto scolastico, si potrebbe ipotizzare un problema specifico del setting casalingo, dove per esempio vi potrebbero essere regole poco chiare.

Una volta escluse cause mediche o legate a disturbi dello sviluppo (che richiedono l’intervento più complesso di diversi specialisti con procedure appropriate al disturbo specifico) i genitori possono provare a mettere in pratica delle strategie alternative di gestione del problema.

Bambini che hanno comportamenti aggressivi: che cosa possiamo fare? Alcuni suggerimenti pratici.

Sul numero di Settembre 2011 di Child Development troviamo una guida su come impostare un lavoro con bambini che hanno comportamenti aggressivi. A fornirci questi spunti, riassunto di ricerche internazionali e di casi clinici, sono il medico Angela Luangrath, del Royal Children’s Hospital di Melbourne e Harriet Hiscock, pediatra e ricercatrice presso l’Università di Melbourne.

Come comportarsi con bambini aggressivi: le linee guida

(1)Incoraggia i comportamenti positivi: anche se può sembrare contro-intuitivo, le punizioni servono a poco e soprattutto non fungono da deterrente per il comportamento aggressivo futuro. Ciò che invece diventa determinante è il rinforzo dei comportamenti positivi, ad esempio sottolineando e lodando il bambino quando si comporta in maniera appropriata. Si possono dare dei piccoli “punti” per ogni comportamento adeguato, come ad esempio delle figurine, e al raggiungimento di un certo numero di punti si può stabilire il guadagno di un premio.

(2)Sii costante nei comportamenti con i bambini: è fondamentale che il bambino sappia che a un determinato comportamento seguirà una certa conseguenza. È altrettanto importante che si renda conto che il genitore terrà una linea costante e coerente nell’educazione (rispetto delle regole, che cosa fare nel caso vengano infrante, come stabilire le eccezioni ecc…), in modo da non essere confuso e da poter stabilmente prevedere cosa è concesso e cosa è vietato. Sarebbe molto utile che venisse tenuta una linea comune tra famiglia e scuola. Sono molto frequenti, infatti, i casi in cui i bambini sembrano “degli angeli” in classe e a casa “fanno disperare”. Questo problema potrebbe proprio essere dovuto a una mancanza di coerenza che il bambino percepisce nell’ambiente domestico, dove magari vengono applicare regole troppo flessibili e poco chiare.

(3)Stabilisci dei limiti chiari e crea delle aspettative: i bambini, soprattutto i più piccoli, dovrebbero avere una chiara comprensione di ciò che ci si aspetta da loro e tali aspettative vanno loro spiegate con precisione, ad esempio il condividere un giocattolo.

(4)Stabilisci che cosa fare di fronte ai comportamenti aggressivi: ovviamente in questo caso dipende dall’età e dal tipo di comportamento aggressivo messo in atto da bambino. In generale è importante che i genitori abbiano chiaro che cosa fare nel momento in cui si verifichi un problema e che tengano una linea comune e costante nel tempo. Una strategia generalmente usata è quella di ignorare il comportamento problematico o di distrarre il bambino – se si tratta di aggressività “minore”, ovvero che non implichi pericolo per sé o per gli altri. È utile che i genitori, al posto di arrabbiarsi a loro volta, spieghino con calma le conseguenze delle azioni del bambino. Anche per i comportamenti aggressivi più importanti è bene ricordare di non alzare il tono di voce e di porre fine al comportamento aggressivo e lasciare calmare il bambino – in queste situazioni, infatti, solitamente il bambino proverà a rimettere in atto il comportamento più volte e sarà troppo attivato per comprendere una spiegazione. È bene quindi allontanarlo dalla situazione in caso di pericolo, se ad esempio sta lanciando oggetti contro la sorella, e dargli il tempo il calmarsi. Anche se può sembrare a prima vista difficile, è molto importante lodare sempre il proprio bambino quando smette il comportamento-problema, proprio per andare a rafforzare il comportamento positivo.

Arteterapia: la creatività che cura.

L’incontro con la malattia ci fa sperimentare l’esistenza di un limite doloroso, che nasce all’interno: un vuoto, un lutto, un trauma. Attraverso l’esperienza dell’arteterapia, si rende possibile la ricerca del nascosto, del represso e del bizzarro.

L’arte diventa un modo per liberare ciò che blocca la persona e così si possono scoprire nuove risorse per migliorare la qualità della vita.

Arteterapia: le origini con F. D. Brandeis

In Europa, tra le due guerre, la prima pioniera dell’arteterapia, fu Frield Ducker Brandeis, che specializzandosi nel campo dell’arte tessile e fotografia, impara che l’arte può tessere un legame con la parola, il suono, la forma, il colore, il gesto. Apre un negozio di belle arti e parallelamente inizia a collaborare con il Partito Comunista, dedicandosi all’attività politica clandestina, che la porta ad essere arrestata.

Dal 1934 al 1938, diventa insegnante d’arte per i bambini del ghetto di Praga, dove ha modo di osservare come i suoi piccoli allievi utilizzavano l’arte per far fronte alla discriminazione e al sopruso, vissuto ogni giorno e per elaborare i traumi, i lutti e le violenze che alcuni di loro si trovavano a subire.

Nel 1942, viene deportata nel campo di concentramento per le sue origini ebree e nel campo di transito di Terezin, diventa insegnante d’arte per centinaia di bambini, allontanati dalle loro famiglie e ricoverati presso i dormitori infantili del campo. A Terezin, con i suoi laboratori artistici, ella pone l’obiettivo di riequilibrare il mondo emozionale dei bambini, attraverso le lezioni d’arte e i disegni creati dai bambini. In questo modo sostiene e aiuta i bambini sottoposti a situazioni traumatiche.

Arteterapia: l’evoluzione ad opera di E. Kramer e M. Naumburg

Negli Stati Uniti, a partire negli anni ’50, inizia l’esperienza più importante ai fini della definizione metodologica dell’arteterapia, con la nascita dei due importanti orientamenti di arteterapia, legati ai nomi di Edith Kramer e di Margeret Naumburg. La Naumburg, psichiatra e psicoanalista, elabora uno specifico approccio dell’arteterapia.

Ella parte dal presupposto che i sentimenti inconsci sono più facilmente riconoscibili nelle immagini che nelle parole e stimola la comunicazione simbolica tra paziente e arte terapeuta, facendo riferimento alle immagini prodotte dal paziente sulle quali inevitabilmente vengono proiettate emozioni e vissuti personali. Le stesse immagini vengono analizzate attraverso la cornice teorica freudiana. La Naumburg elabora un metodo di orientamento dinamico, con cui utilizza l’arte come strumento per svelare significati inconsci, che vengono poi descritti e resi comprensibili, grazie l’utilizzo della comunicazione verbale utilizzata nella seduta di psicoterapia.

Diversa è l’impostazione di Edith Kramer: provenendo dal mondo dell’arte, riserva un valore particolare all’espressione artistica.

La Kramer considera la terapia d’arte distinta dalla psicoterapia e sostiene che le sue virtù curative dipendono da quei procedimenti psicologici che si attivano nel lavoro creativo.

Attraverso le sue esperienze, la Kramer si è resa consapevole del grande aiuto dell’arte sia per il disagio psichico che nella sofferenza esistenziale.

E’ a partire dalla sua esperienza di arteterapeuta con bambini ed adolescenti e dai suoi approfonditi studi psicologici che nasce l’elaborazione di una precisa linea metodologica che vede la centralità del processo creativo ed artistico nel percorso terapeutico e che rientra sotto il nome di “Arte come terapia”.

L’arte diventa terapia, il prodotto artistico rimane subordinato al processo e la tecnica terapeutica non cerca tanto di svelare e interpretare il materiale inconscio, ma diventa percorso significativo e simbolico in cui vengono attivate capacità, risorse e processi, diventando un vero e proprio mezzo di sostegno per l’Io, favorendo lo sviluppo del senso d’identità e promuovendo una generale maturazione. La Kramer sottolinea il fatto che l’arteterapeuta debba avere una profonda conoscenza sia dei processi artistici che delle caratteristiche e possibilità dei materiali proposti, condizione indispensabile all’intuizione artistica che deve sostenere la relazione terapeutica.

Arteterapia: una definizione, oggi

Essa è una forma di intervento, nel quale si fa uso di differenti mediatori artistici al fine di favorire l’empowerment della persona o del gruppo, la piena utilizzazione delle proprie risorse e il miglioramento della qualità della vita.

L’arteterapia si caratterizza come un approccio di sostegno non-verbale, mediante l’utilizzo di materiali artistici, basandosi sul presupposto secondo cui il processo creativo corrisponda a un miglioramento dello stato di benessere della persona, migliorandone la qualità del vissuto. Tra i mediatori artistici si annoverano: la danza, la musica, il teatro, la fotografia, la pittura.

Questi mediatori artistici vengono usati in laboratori di arteterapia che rispettano tutte le regole del setting: lo spazio e il tempo sono ben definiti e tutto ciò che accade all’interno di tale spazio e tempo acquisisce un significato che facilita la comprensione del paziente. Questi laboratori sono un ambiente molto diverso dal classico studio dello psicologo. Il laboratorio è uno spazio ampio, luminoso e ricchissimo di stimoli. Vi si trova di tutto: carta, matite, colori, das, stoffe, lane, legno, farina, teli, burattini, strumenti musicali. Si può trovare anche uno spazio vuoto, libero da stimoli, da riempire come si vuole.

Nel laboratorio, su indicazioni dell’arteterapeuta, ci si può dedicare a:

  • Arti visive: si può disegnare, colorare, modellare das o creta, utilizzare fotografie o filmati
  • Musicaterapia: si può ascoltare musica per favorire una maggiore attivazione o il rilassamento
  • Danzaterapia: con cui di certo non si apprendono coreografie ma si impara a liberare il corpo consentendogli di esprimere pensieri, emozioni e sentimenti
  • Teatroterapia: che permette di comunicare con il corpo e con la voce, di osservare il mondo con gli occhi di un altro e di giocare con ciò che è finzione e ciò che è verità
  • Gioco: si propongono i giochi che fanno i bambini: rubabandiera, nascondino, lanciare la palla, ecc. Il gioco allena il bambino (e anche l’adulto) alla vita e gli permette la ricerca del sé, di un sé corrispondente ai proprio bisogni.

Arteterapia: aree d’intervento e i destinatari

Le aree di intervento dell’arteterapia sono tre:

1- Area Terapeutica: l’arteterapia può essere inserita nel programma riabilitativo dei casi di handicap gravi e disturbi psichiatrici

  • in aggiunta ai trattamenti psicoterapici e psichiatrici protocollari/di routine
  • integrandosi al lavoro di equipe fatto di diverse competenze e professionalità, può portare il paziente al raggiungimento di buoni risultati.

In questi casi le tecniche espressive non sono mai le uniche responsabili dei miglioramenti, poiché ciò che “cura” è la relazione terapeuta-paziente, ma diventano gli strumenti che un operatore sensibile può utilizzare per scoprire e conoscere le immagini, le sensazioni e i sogni di un paziente che non riesce ad esprimersi con le parole

2- Area riabilitativa: l’arteterapia può essere utilizzata anche con bambini, anziani, adolescenti e adulti portatori di handicap fisici in assenza di vere e proprie patologie psichiche. L’arteterapia diventa un’esperienza ludica, di gioco in cui si è liberi di esprimersi attraverso le proprie possibilità senza ricevere giudizi, né condizionamenti. L’obiettivo non è “fare bene”, ma è comunicare i nostri pensieri ed emozioni così come viene istintivamente fare. Si può produrre anche uno scarabocchio se è questo che riusciamo a fare e ci rappresenta. In questa maniera l’utente con un corpo trasformato o diversamente abile vive il proprio corpo, non lo subisce.

3- Area preventiva ed educativa: le tecniche espressive sono utili per favorire una maggiore conoscenza di sé stessi nei momenti di cambiamento che capitano nella vita. Durante una crisi coniugale, un cambiamento di lavoro, nei casi di leggera depressione a seguito del pensionamento può essere utile liberare le proprie energie creative attraverso un percorso in un laboratorio artistico.

Arteterapia: i benefici

L’arteterapia cura attraverso il lavoro artistico: il soggetto, attua un riconoscimento di sé e della propria presenza in grado di lasciare una traccia. Inoltre nel momento in cui le sensazioni si traducono nell’oggetto artistico avviene un processo di auto comprensione più profonda. Il riuscire a raffigurare immagini, sentimenti ed emozioni esprimendoli simbolicamente in una forma visiva concreta permette di poterli osservare come qualcosa di staccato da sé. Ecco allora che anche nelle immagini più cariche di sofferenza e di angoscia si crea uno spazio di comprensione ed elaborazione che può essere di aiuto all’individuo nella ricerca di nuove modalità di interazione tra il proprio mondo interno e il mondo relazionale esterno.

L’arteterapia potenzia l’autostima, migliora l’immagine di sé e il rapporto con gli altri, promuove il benessere e sviluppa le potenzialità individuali. L’arte dà gioia e con la gioia cadono le difese, sparisce la paura, la creatività coincide con l’essere vivi; nel creare e nel dipingere si è liberi, ci si permette di vivere esperienze di trasgressione e di libertà.

L’arteterapia, vissuta come un’attività ludica e divertente, accompagna l’individuo in uno dei viaggi più affascinanti dell’uomo: la scoperta di se stessi.

Siamo sempre più sensibili, ma sempre meno tolleranti e maniaci del controllo: cosa è successo a Bessel van der Kolk

Da decenni il lavoro di Bessel van der Kolk è fondamentale per capire gli effetti del trauma sulla vita delle persone. Quali riflessioni possiamo fare apprendendo che è stato licenziato dal Trauma Center del Justice Resource Institute, che dirigeva, in seguito a denunce per maltrattamento e bullismo?

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su linkiesta il 21/05/2018

Il nome Bessel van der Kolk probabilmente non dirà molto ai lettori, eppure la sua storia ci racconta qualcosa su quello che ci sta accadendo negli ultimi anni. Van der Kolk è uno psichiatra di Boston noto per le sue ricerche nel campo del disturbo post-traumatico da stress sin dagli anni ’70. Da decenni il suo lavoro scientifico è fondamentale per capire gli effetti del trauma sulla vita delle persone. Il suo libro più importante, il successo di vendite “The Body Keeps the Score”, descrive come il cervello sia modellato dalle esperienze traumatiche e come tale conoscenza possa essere integrata nelle pratiche psicoterapeutiche. Il libro è stato pubblicato anche in italiano col titolo “Il corpo accusa il colpo”. E anche tra noi è stato un successo di vendite.

In seguito alle ricerche di Van der Kolk la consapevolezza e la conoscenza dell’influenza delle esperienze traumatiche sul benessere psichico si sono enormemente ampliate. Non solo il cervello ma perfino il corpo sono rimodellati radicalmente dal trauma. Le ricerche di Van der Kolk sull’istinto di sopravvivenza spiegano come le persone traumatizzate sperimentino un’ansia e una rabbia intollerabili, come sia degradata la loro capacità di provare benessere e come sia accentuata quella di percepirlo violentissimamente nella carne del proprio corpo.

Tutto questo è scienza, scienza rigorosa e confermata. Tuttavia è anche cultura, ed è anche grande cultura. Una cultura che ci permea sempre di più, rendendoci sensibili al trauma, nostro e altrui. Malgrado alcune notizie sembrino dirci il contrario, la nostra è un’età altruistica ed empatica, desiderosa di comprendere la sofferenza degli altri e soprattutto dei deboli. Ben prima delle ricerche di Van der Kolk nelle religioni e in letteratura si era propensi a comprendere le ragioni della vittima e del debole. Concepire la vittima come un traumatizzato è il coronamento scientifico di una sensibilità che nasce con i bambini trascurati e maltrattati di Dickens o ancora prima, fino a risalire al trauma della crocifissione o a quel che volete.

In questi giorni uno sfortunato accidente ha colpito Van der Kolk nel luogo che dirige, il Trauma Center del Justice Resource Institute (JRI) di Boston, una organizzazione senza scopo di lucro che fornisce servizi di salute mentale agli svantaggiati. Il 7 marzo il Boston Globe ha riportato che il JRI ha licenziato Van der Kolk in seguito alle denunce per maltrattamento e bullismo che lui avrebbe perpetrato ad alcuni operatori del suo staff.

Le riflessioni che un simile evento possono ispirare sono a mezza strada tra la nobile pietà, l’umana preoccupazione, l’infantile curiosità e infine un’emozione più confusa e indecifrabile, che confesseremo in seguito. La pietà la proviamo prendendo atto che nemmeno le persone più consapevoli della traumaticità del comportamento umano violento -e chi dovrebbe essere più consapevole di Van der Kolk?- sembrano essere in grado di non cadere in quel peccato originale. La preoccupazione ci colpisce di fronte al timore opposto, il timore di una possibile caccia alle streghe che ormai rischia di non risparmiare più nessuno, timore che nasce quando leggiamo l’elenco molto lungo di colleghi di lavoro che hanno dichiarato innocente Van der Kolk. Stiamo diventando una società così desiderosa di difendere la vittima da accettare il rischio di condannare eccessivamente qualunque comportamento meno che appropriato? Dal quel che si capisce, Van der Kolk sembra essere colpevole di un’eccessiva propensione alla rabbia. Un tempo lo si sarebbe definito un tipo scorbutico. Se è così, gli aspetti penali delle sue sfuriate saranno probabilmente futili e si sgonfieranno; intanto però è stato licenziato dal JRI, o almeno così pare.

E si finisce con il sentimento peggiore, che sarebbe bene non nominare: la shadenfreude. Con questo termine i tedeschi nominano un sentimento più inconfessabile dell’invidia: il piacere per le disgrazie altrui. Intendiamoci, non vi è alcun piacere nell’apprendere che un collega ha subito un brutto infortunio. Anzi, si provano pietà e preoccupazione. Quella piccola lucetta ignobile che si accende accanto a queste due più decorose luci va repressa e confessata solo per un attimo e solo perché forse c’è qualcosa da imparare anche dal fango che ci sporca il cuore. Perché è vero che il merito –o la colpa- di aver innalzato l’asticella dei comportamenti accettabili è anche delle trentennali ricerche scientifiche di Van der Kolk, le quali si sono fatte non solo scienza ma anche cultura e costume morale. Se siamo tutti molto più sensibili al minimo sgarro è un bene per il vivere civile e la buona educazione. Al tempo stesso però molti (e molte, è proprio il caso di usare anche il femminile ora più che mai) di noi sono un po’ infastiditi (e infastidite) e preoccupati (e preoccupate) da un ideale che sembra sempre più difficile da rispettare e che rischia di imbalsamare i rapporti umani in una impersonale buona educazione. E fosse solo questo, passi; ma se si aggiunge il rischio di essere denunciati il malumore aumenta e i rapporti umani s’improntano sempre più a un’estrema prudenza e a un soffocante controllo reciproco. La conseguenza è che il giorno in cui questi fastidi finiscono per colpire Van der Kolk, a suo modo uno degli apostoli di questa nuova grande sensibilità all’offesa, per un attimo e solo per un attimo proviamo il guilty pleasure di vedere il prete sul pulpito colto con le mani nel sacco del peccato. Dopodiché torniamo rapidamente a ricomporci, decisi (e decise) ancora più di prima a comportarci sempre meglio, sempre più educatamente. Sempre più perfettamente.

Come le emozioni influenzano la nostra percezione della realtà

Gli esseri umani recepiscono le informazioni provenienti dall’ambiente grazie i cinque sensi. Gli input sensoriali, attraverso un processo di integrazione, formano un percetto. Quest’ultimo non è una rappresentazione della realtà; infatti, lo stato emotivo in cui le persone si trovano ha un ruolo fondamentale rispetto al significato che viene attribuito alla rappresentazione percettiva.

 

Un esempio molto semplice: raggiungiamo un gruppo di nostri amici e nel momento in cui arriviamo da loro, questi smettono di parlare. In questa situazione, una persona potrà reagire in maniera differente sulla base al suo stato d’animo. Nel caso di uno stato d’animo piacevole, la persona potrà pensare: ”Che gentili, hanno messo fine alla loro discussione per me”; oppure, nel caso di uno stato d’animo negativo, la persona potrebbe pensare: ”Sicuramente stavano parlando male di me”. Questo semplice esempio, mette in evidenza che gli esseri umani vedono il mondo in maniera diversa, quando si trovano in uno stato d’animo piacevole o spiacevole.

Emozioni: influenzano la nostra percezione della realtà

A tal proposito, uno studio condotto da Siegel e collaboratori, mette in evidenza come gli esseri umani non ricevano passivamente le informazioni, ma abbiano un ruolo attivo nell’elaborazione degli stimoli. In questa ricerca, Siegel e colleghi volevano studiare se il cambiamento degli stati emotivi delle persone, che avviene al di fuori della consapevolezza, potesse effettivamente cambiare il modo in cui giudicavano e valutavano le facce neutre.

I ricercatori, utilizzando una tecnica chiamata “soppressione continua del flash“,hanno presentato ai partecipanti degli stimoli al di fuori della loro consapevolezza. Ai 43 partecipanti alla ricerca, è stata presentata al loro occhio dominante un’immagine di un volto neutro;invece, al loro occhio non dominante sono state presentate un’immagine di un volto sorridente, accigliato o neutro. Quest’ultima immagine, presentata all’occhio non dominante, era soppressa dallo stimolo presentato all’occhio dominante, e i partecipanti non lo sperimentavano consapevolmente.

Emozioni inconsapevoli: influenzano le nostre decisioni

Alla fine di ogni prova, veniva presentato ai partecipanti un set di cinque diversi volti, tra cui scegliere. Nonostante il volto che veniva presentato all’occhio dominante dei partecipanti fosse sempre neutrale, essi tendevano a selezionare i volti che avevano una migliore corrispondenza con l’immagine che veniva presentata al di fuori della loro consapevolezza. Ad esempio, quando veniva presentato all’occhio non dominante un viso sorridente, questo incideva positivamente sullo stato d’animo del partecipante, che a sua volta, tendeva a scegliere, alla fine della prova, un volto più sorridente.

Quindi, influenzare inconsapevolmente gli stati emotivi dei partecipanti, indirizzava questi ultimi a focalizzarsi e selezionare volti più o meno simpatici, più o meno affidabili.

In definitiva, stimoli positivi e negativi influiscono in modo significativo sul processo decisionale. Siegel e colleghi, infine, aggiungono che tali risultati potrebbero avere ampie implicazioni nelle interazioni sociali quotidiane e in situazioni più delicate, come quando i giudici o i membri della giuria devono valutare se un imputato è pentito.

Disturbo da binge-eating associato all’obesità: il problema non risolto della perdita di peso 

Il binge eating disorder (BED) viene oggi trattatato con la CBT-ED, la IPT e l’auto-aiuto guidato basato sulla CBT-ED. Tuttavia, sebbene questi siano gli approcci che hanno maggiore evidenza di efficacia, non riescono ancora ad incidere sulla riduzione di abbuffate e di peso nel lungo termine.

La terapia cognitivo comportamentale per i disturbi dell’alimentazione (CBT-ED) e la psicoterapia interpersonale (IPT) sono gli interventi per il disturbo da binge-eating (BED) con la maggiore evidenza di efficacia. Entrambi gli interventi producono un tasso di remissione del BED maggiore del 50% fino a un follow-up di 48 mesi, ma non determinano una perdita di peso significativa [1].

Risultati promettenti (46% di remissione) sono stati ottenuti anche dall’auto-aiuto guidato basato sulla CBT-ED, un trattamento in cui il terapeuta guida il paziente a seguire le indicazioni di un manuale in 10-12 incontri di 20-30 minuti, ma anche questo intervento non produce una perdita di peso significativa [1].

Tuttavia, le linee guida NICE del 2017 raccomandano come trattamento di prima scelta per gli adulti con BED l’auto-aiuto guidato basato sulla CBT-E. Se questo intervento è inaccettabile, controindicato o inefficace dopo quattro settimane, le linee guida raccomandano di offrire ai pazienti la CBT-ED di gruppo o individuale [2]. Le linee guida di NICE consigliano anche di spiegare ai pazienti con BED che “i trattamenti psicologici finalizzati al trattamento degli episodi di abbuffata hanno un effetto limitato sul peso corporeo e che la perdita di peso non è un obiettivo terapeutico di per sé” [2].

Il trattamento di pazienti con Binge Eating Disorder associato all’obesità

Al  fine di fornire un’opzione di trattamento a “tuttotondo” per i pazienti con BED associato all’ obesità, sono stati testati programmi di perdita di peso basati sulla terapia comportamentale dell’obesità (BT-OB) e la chirurgia bariatrica.

Tuttavia, i dati disponibili suggeriscono che la BT-OB non è efficace quanto la CBT o la IPT nel ridurre la frequenza degli episodi di abbuffata. Inoltre, sebbene la BT-OB produca una maggiore perdita di peso a breve termine, al follow-up a 2 anni la perdita di peso non è più significativamente diversa da quella raggiunta con la IPT e l’auto-aiuto guidato basato sulla CBT-ED [3]. La presenza di BED sembra anche predire una minor perdita di peso e un aumento di peso maggiore nei pazienti trattati con la chirurgia bariatrica. In molti pazienti con BED, infatti, dopo l’intervento chirurgico ricompaiono episodi ricorrenti di  abbuffata che, sebbene nella maggior parte siano soggettivi per le limitazioni anatomiche imposte dalla resezione gastrica, nel lungo periodo producono inevitabilmente un recupero del peso [4].

Terapia farmacologica

I numerosi farmaci testati per il BED hanno determinato nella maggior parte dei casi una riduzione degli episodi di abbuffata superiore al placebo [5]. Tuttavia, ad eccezione del topiramato, che ha dimostrato di ridurre a breve termine (12 settimane) in modo significativo sia gli episodi di abbuffata sia il peso corporeo nel breve termine, ma è gravato spesso da importanti effetti collaterali, tutti gli altri farmaci testati hanno avuto un effetto minimo sulla perdita di peso.

Nel 2015 la Food and Drug Administration ha approvato lisdexamfetamina dimesylate (LDX) sulla base di alcuni studi che hanno dimostrano la sua superiorità a breve termine rispetto al placebo nel ridurre gli episodi di abbuffata dopo 12 settimane di trattamento (40% remissione con LDX  vs 21% con placebo [5]. Tuttavia, la LDX (non in commercio in Italia) è uno stimolante e il suo uso è limitato, perché non è indicato per la perdita di peso o per l’obesità; inoltre ha un elevato rischio potenziale di causare abuso/dipendenza. L’aggiunta dei farmaci alla CBT-ED non ha neanche mostrato di migliorare l’esito del trattamento sia a breve che a lungo termine del BED [2].

Conclusioni

In conclusione, i dati disponibili indicano che il BED risponde abbastanza bene agli interventi psicologici, in particolare alla CBT-ED, alla IPT e all’auto-aiuto guidato basato sulla CBT-ED, ma l’efficacia di questi trattamenti è limitata dal fatto che nessuno di essi produce una significativa perdita di peso. Anche la BT-OB e gli approcci farmacologici hanno fallito nel determinare una significativa perdita di peso a lungo termine, e la chirurgia bariatrica, un trattamento riservato solo al sottogruppo di pazienti con obesità grave, non sembra risolvere nel lungo termine il problema della perdita di controllo nei confronti dell’alimentazione.

Questi dati, confermati da numerosi studi controllati e randomizzati, indicando la necessità e l’urgenza di progettare e testare nuovi trattamenti per il BED associato all’ obesità che siano in grado di produrre sia la remissione dagli episodi di abbuffata sia una riduzione significativa e salutare del peso a lungo termine.

Eccitazione. La logica segreta delle fantasie sessuali di Michael Bader (2018) – Recensione

“Eccitazione” aiuta a comprendere quali i sono i meccanismi di base con cui vengono sviluppate le fantasie sessuali necessarie all’eccitarsi, partendo da numerosi esempi tratti da casi clinici. Persino la fantasia più bizzarra e apparentemente incomprensibile ha sempre una logica!

Si deve ammettere che hanno ragione i poeti di scrivere di persone che amano senza sapere, o che sono incerte se amano, o che pensano di odiare quando effettivamente amano. Sembra, quindi, che le informazioni ricevute dalla nostra coscienza che riguardano la vita erotica siano particolarmente soggette all’incompletezza, lacunose o false

Sigmund Freud

Michael Bader è uno psicologo e psicoanalista con 30 anni di esperienza clinica. Fa parte del San Francisco Psychotherapy Research Group (SFPRG) fondato da Joseph Weiss e Harold Sampson, fondatori della Control-Mastery Theory (CMT), al quale lo stesso Bader si ispira per illustrare le sue teorie sull’eccitazione sessuale.

Eccitazione: Bader usa l’approccio Control Mastery Therapy

La prima pubblicazione di “Eccitazione” risale al 2002, la versione presentata da Raffaello Cortina editore è stata riveduta e aggiornata per il pubblico italiano e contiene un’introduzione aggiuntiva dello stesso autore.

Bader utilizza l’approccio della Control – Mastery Therapy (CMT) sviluppato da Joe Weiss a partire dal 1994 e da Harold Sampson, mentore dell’autore. Uno dei concetti chiave della CMT è il senso di sicurezza attorno al quale ruota la vita psichica delle persone. In quest’ottica il bisogno di sicurezza psicologica è un motore potente che contrasta le credenze patogene, originate dalle esperienze di vita e in particolare dai traumi.

Il lavoro nasce dalle necessità dello psicoanalista di spiegare in che modo l’eccitazione si sviluppa e viene mantenuta concretamente nella vita sessuale: attraverso le fantasie. Bader parte dall’ipotesi che le preferenze rispetto a questo tema siano un mezzo che uomini e donne usano per ricreare un senso di sicurezza tale da potersi eccitare. Secondo questa teoria sessuale, le fantasie, infatti, hanno lo scopo di disconfermare i vissuti di preoccupazione, colpa, vergogna, ma anche disapprovazione e odio per se stessi originate da credenze patogene che, diversamente, non permetterebbero di eccitarsi e quindi di avere una vita sessuale.

Le fantasie sessuali sono il buco della serratura attraverso cui potremo vedere il nostro vero sé

Eccitazione: ovvero provare piacere in sicurezza

Le fantasie sessuali “bizzarre” non vanno demonizzate o considerate come semplici aspetti di una patologia, ma vanno viste come un percorso obbligato per provare piacere in sicurezza. Molte delle difficoltà sessuali, di contro, nascono da credenze irrazionali e da emozioni e sentimenti che ne derivano, su se stessi e gli altri.

L’opera è suddivisa in capitoli, si parte dallo spiegare le basi del funzionamento sessuale per poi proseguire illustrando la funzione delle fantasie. Per Bader, fantasticare sessualmente ha lo scopo di contrastare le emozioni negative, ogni capitolo si concentra su emozioni specifiche ed è corredato da diversi esempi clinici che permettono di spiegare l’associazione tra la fantasie e il sentimento corrispondente. L’idea alla base è che i sensi di colpa interferiscono con la capacità di provare piacere, non ci si può eccitare nemmeno se ci si sente deboli e impotenti. Le preferenze sessuali nell’intimità hanno, in questa chiave, un valore fortemente simbolico nel contrastare le forze psicologiche che frenano il desiderio. All’interno di questa prima parte è incluso un interessante sezione le varie tipologie di fantasie in cui sono interpretate da Bader, dalle più comuni alle più insolite, similmente allo stile delle antologie pubblicate per interpretare i sogni partendo dalle associazioni psicoanalitiche. La parte centrale del libro, invece, è spesa ad approfondire le ricadute relazionali delle fantasie sessuali, portando ad esempio casi clinici di coppie in terapia. Un aspetto importante è giocato dal ruolo che internet ha assunto negli ultimi decenni rispetto alle difficoltà sessuali derivanti dal confinamento del partner in ruoli stereotipati e idealizzati e come i siti porno o le chat room abbiano permesso di creare scenari sessuali alternativi. L’ultima parte dell’opera è dedicata, poi, all’uso che il terapeuta fa in terapia delle fantasie sessuali dei pazienti per spiegare il ruolo organizzatore delle credenze patogene.

Mentre il nostro desiderio e la capacità di provare piacere sono istintivi, la strada per raggiungere il piacere è complicata

Eccitazione: comprendere le nostre fantasie per non vergognarsi

Il metodo dell’autore è partire dalla fantasia sessuale per scoprire la logica inconscia e la connessione con il problema psicologico che ne è alla base. Lo scopo non è cambiarle o aggiustarle, a meno di esplicita richiesta da parte dei pazienti, ma utilizzarle per capire i meccanismi di funzionamento della mente. Comprendere le motivazioni sottostanti permette di ridurre la vergogna per i propri desideri e fantasie. Una volta superato l’imbarazzo nel comunicarle, la consapevolezza aumenta sempre l’accettazione di sé stessi.

In “Eccitazione” viene proposta una teoria che spiega il funzionamento sessuale in uno stile espositivo chiaro e semplice. L’opera è caratterizzata da numerosi esempi, tratti dall’esperienza clinica dell’autore che spiegano la sua formulazione teorica. Lo psicoanalista è molto bravo, infatti, a presentare casi in cui le fantasie sessuali sono la manifestazione di credenze patogene, spesso sviluppatesi nell’infanzia a partire dal rapporto con i genitori, su se stessi e gli altri. L’opera, così composta, è destinata sia ai professionisti della salute mentale che a quelli formati e specializzati nel trattamento dei disturbi sessuali e nei problemi di coppia.

cancel